[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text css="" el_class="titolos8"]

di Ronald Friedrich Schwarzer del 01/09/2025

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1756760025725{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]

Uno dei più importanti pensatori della Seconda Repubblica riassunse così la spinosa tematica: «È tutto molto complicato»! La semplice frase del Cancelliere si applica a tutte le epoche e a tutti i tipi di problemi, e di conseguenza anche per la questione di come il “tedesco” e “l’austriaco” possano relazionarsi tra loro. Ogni riflessione in merito è già altamente rischiosa, poiché è emerso di recente che chiunque definisca una componente etnica nella germanicità è già considerato un “estremista di destra” agli occhi dei tribunali tedeschi. Poiché il nazionalsocialismo fu un partito sia di estrema destra (nazional) che, di estrema sinistra (socialismo) si cammina sempre su un terreno minato.

[caption id="attachment_36783" align="aligncenter" width="1000"] 12 novembre 1918; Vista del Parlamento austriaco. La proclamazione della Repubblica dell’Austria tedesca ebbe luogo il 12 novembre 1918 da due dei tre presidenti dell’Assemblea nazionale provvisoria, Franz Dinghofer e Karl Seitz, davanti al palazzo del Parlamento a Vienna.[/caption]

La nascita della nazione austriaca nel processo del pensiero del primo dopoguerra fu – diciamolo con cautela – un fallimento. Infatti, mentre l’idea di uno Stato-nazione non fu problematica per gli Stati Uniti o la Svizzera, la nazione austriaca senza il concetto etnico, nacque zoppa. Ciò non sorprende, dato che l’allora Ministro dell’Istruzione dell’ÖVP Felix Hurdes (1901 - 74) decretò che il “tedesco” non sarebbe più stato indicato nelle pagelle scolastiche e sarebbe stato designato come “lingua di insegnamento”. Rimase senza risposta la questione se le minoranze riconosciute di sloveni, croati e ungheresi non fossero veramente austriache perché non erano di madrelingua tedesca o, come coloro che parlavano la lingua d’insegnamento – l’Hurdistan per paradosso – fosse forse addirittura il tedesco. Nell’ignoranza del momento storico, la gloria dell’austriacità, che è ben più di una comunità linguistica, fu semplicemente spazzata via. Come le 12 tribù della Vecchia Confederazione e i 12 Apostoli, la monarchia riconobbe 12 popoli con le rispettive lingue, e i tedeschi erano uno di questi. L’Imperatore Franz Joseph I (1830 - 1916), la cui politica, per sua stessa ammissione, era quella di mantenere tutti i suoi popoli ugualmente insoddisfatti, si proclamò principe tedesco. Con la sconfitta nella battaglia di Königgrätz (1866), non solo perse la supremazia dell’Austria nella Confederazione tedesca, ma perse anche la trazione politico-culturale sulla lingua tedesca; eppure l’Imperatore non rinunciò mai formalmente alla sua pretesa.

[caption id="attachment_36784" align="aligncenter" width="1000"] Georg Bleibtreu, Battaglia di Königgrätz, olio su tela, 1869.[/caption]
Il disastro di Königgrätz avvenne appena due generazioni dopo la dissoluzione forzata del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I, che dal XV secolo era conosciuto come “Nazione tedesca”. Nonostante le vittorie contro il neonato Regno d’Italia (1861), nel 1866 l’Austria perse così – con due vittorie a Custoza e Lissa –, il prezioso Veneto, che cadde nelle mani dello Stato Irredento, che non aveva vinto una sola battaglia contro gli austriaci, ma che fu abile ad insidiarsi nel “Grande gioco” geopolitico intessuto dal prussiano Otto von Bismarck (1815 - 1898). Nonostante questo disastro, l’Impero d’Austria-Ungheria non entrò mai nel neonato Impero tedesco – la Grande Prussia – che doveva ancora essere fondato. Perché il brillante e spregiudicato principe Bismarck riconobbe esattamente il nocciolo del problema: in Austria c’è una maggioranza cattolica e nessuna protestante, e questo era esattamente ciò che contava per il leader alemanno-tedesco, famoso per la sua anti romanità papista.
Esistono, infatti, due nazioni tedesche: il sud cattolico e il nord protestante. L’unità religiosa è più identitaria della lingua e determina la mentalità, la sensibilità, l’architettura, lo stile di vita e l’arte, ed è quindi molto più pervasiva della pietà individuale. Questo è chiaramente evidente nella pittura olandese. Sebbene dall’aspetto dei dipinti su tavola olandesi antichi non si possa dire se siano stati creati da artisti fiamminghi del sud o olandesi del nord, l’intento artistico fondamentalmente diverso di un Rubens o di un Rembrandt è abbondantemente chiaro: eppure entrambi parlano la stessa “lingua”: l’olandese, un dialetto tedesco particolarmente sgradevole. Anche il più grande statista francese, il cardinale Richelieu, lo sapeva quando sterminò spietatamente gli ugonotti nel suo paese, non per lealtà religiosa, che sarebbe stata degna di un principe della Chiesa romana, ma per ragion di Stato. Non ebbe scrupoli a sostenere i protestanti nella Guerra dei Trent’anni, inizialmente pagando gli svedesi e, dopo la loro sconfitta, con le proprie truppe, al solo scopo di indebolire l’Imperatore e rompere l’accerchiamento asburgico della Francia. «Rendere di nuovo grande la Francia» o «Sacro Egoismo»: la ragion di Stato ha molti nomi! «Tutto è molto complicato» – per noi tedeschi, c’è un altro problema: Salier, Hohenzollern, Asburgo, provengono tutti dalla Franconia, dalla Svevia e dall’Alto Reno. È un colpo di scena particolarmente ironico nella storia mondiale che la prima persona a inginocchiarsi davanti a un Asburgo in qualità di re tedesco, ovvero l’araldo dell’Impero che portò la buona notizia dell’elezione degli elettori a Rodolfo I, fu, secondo il protocollo, il burgravio di Norimberga, amico personale del nuovo re, Federico III della Casa di Hohenzollern, un'altra dinastia sveva.
[caption id="attachment_36785" align="aligncenter" width="1000"] H. Knackfuß, Il burgravio Federico III di Norimberga consegna la notizia della sua elezione a re di Germania al conte Rodolfo d’Asburgo. «Quanto onore Dio dà a un uomo, egli dovrebbe considerarsene degno», con queste parole, riporta una cronaca in rima dell’epoca, Rodolfo accettò ora l’onore offertogli dall’Asburgo.[/caption]
Tutto avrebbe potuto essere così bello, e poi la Prussia entrò nella storia, e gli Hohenzollern divennero i grandi avversari degli Asburgo. Descrivere gli eventi esatti andrebbe oltre lo scopo di questo articolo, ma pochi austriaci possono sopportare l’occupazione della cattolica Slesia. Con la prussianizzazione della Germania, iniziò anche una fondamentale rivalutazione della mentalità. Nel XVI e XVII secolo, il mondo esterno percepiva il tipico tedesco come allegro, amante del bere, socievole, un po’ frivolo, ma profondamente colto e incline all’arte, seppur un po’ eccentrico – tutte caratteristiche che oggi potrebbero essere utilizzate per caratterizzare il tipico austriaco.
[caption id="attachment_36786" align="aligncenter" width="1000"] Stanley Kubrick, Barry Lyndon (film del 1975): Redmond Barry, protagonista del film, si appresta a ricevere una gratificazione all’interno del duro esercito prussiano di Federico “il Grande” durante la guerra dei Sette Anni (1756 - 63). Si tratta di un film storico che trae il proprio soggetto dal romanzo Le memorie di Barry Lyndon di William Makepeace Thackeray.[/caption]

Ma poi, con il suo militarismo tagliente e la sua rozza allegria, che, come “allegria tedesca”, rende noi tedeschi cattolici o per meglio dire “austriaci” – per associazione – oggetto di schermo degli altri popoli europei e zimbello del mondo civilizzato; per i suoi modi rozzi e sfacciati, la Prussia irruppe sulla scena mondiale con una brutalità insensata. Le battute divennero ruggiti, i pensieri divennero slogan e il coraggio divenne crudeltà costante. A differenza dell’austriaco disinvolto, questo nuovo “tedesco” è davvero coerente: il miglior esercito, la repubblica sovietica più radicale, i campi di sterminio più efficienti, le unità d’élite più audaci, i motori a combustione più potenti, la politica climatica più determinata, le parate LGBT più woke, la cultura dell’accoglienza più liberale e la più leale amicizia con Israele; qualsiasi richiesta, qui viene più che soddisfatta. Oggi la Prussia non si trova più sulla mappa. Chi fossero realmente i prussiani non è del tutto chiaro: baltici, slavi, certamente non tedeschi. Forse alcuni hanno voluto compensare questo e l’Europa fatica ancora a riprendersi.

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata
 

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text css="" el_class="titolos8"]

di Ronald Friedrich Schwarzer del 28/11/2024

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1732989208557{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]

Il principe Metternich era preoccupato. Il principe Hardenberg era ubriaco. Almeno questo era quanto emergeva dal verbale della polizia segreta che si trovava sulla scrivania del Cancelliere di Stato. Quali nuovi disaccordi di carattere ebraico potevano accadere nel Palais Arnstein in Hoher Markt 541? Fu così che il 26 dicembre 1814 la baronessa Vogele von Arnstein nata Itzig, gran “salottiera” della Sprea, invitò tutti, secondo l’usanza berlinese, ad una festa particolare, al centro della quale si trovava un albero di Natale addobbato e illuminato da candele. La gente ballava intorno al nuovo oggetto vegetale, la signora von Münch-Bellinghausen cantava canzoni di Punch & Judy e si riunivano le grandi personalità del Congresso di Vienna. Erano presenti i consiglieri di Stato Jordan e Hoffmann, il principe Radziwill e tutti i parenti battezzati e circoncisi della famiglia Arnstein. Dopotutto il signor von Humboldt non c’era . Questa cerimonia natalizia dell’albero di Natale era completamente sconosciuta nella capitale imperiale e nella città residenziale; le innovazioni non facevano sospettare nulla di buono al cancelliere di stato von Metternich. Tuttavia a Vienna prevalse l’albero di Natale, che brillò per la prima volta il 26 dicembre 1814.

Come leggenda narra, solo due anni dopo furono accese le candele dell’albero di Natale nel Palazzo Erzherzog Carl in Annagasse. Enrichetta, la principessa di Nassau-Weilburg di origine elvetica, moglie del grande vincitore di Aspern, conobbe l’usanza dalla sua terra d’origine calvinista e la fece rivivere nel suo palazzo per far felice la figlia, nata nel luglio dello stesso anno. All’arciduca Giovanni la cosa non andava troppo a genio, era stanco degli alberi e dell’insensato spreco di denaro in scherzi così nuovi: forse proprio perché la cosa non piaceva a suo fratello, l’Imperatore Francesco ordinò che fosse allestito il primo albero di Natale nell’Hofburg. Oggi tutti noi non possiamo immaginare un Natale senza il nostro amato albero di Natale, il delizioso profumo del bosco che porta nelle nostre case e il tenue bagliore delle candele. Questa bellissima tradizione è diventata per noi più importante del presepe di Natale e della partecipazione alla messa di mezzanotte, e guardando le cartoline di Natale che arrivano nel mio ufficio anno dopo anno, qualcuno di cultura straniera penserebbe che qui ci fosse una religione che adorava un albero di luci alla fine dell’anno. È facile infatti comprendere che in questo periodo, in cui finalmente le giornate stanno tornando ad allungarsi e le nostre speranze e aspirazioni sono rivolte alla prossima primavera, le piante sempreverdi presenti nelle stanze ci danno da sempre speranza. I Romani decoravano le loro case con tralci di alloro sempreverdi al solstizio d’inverno, i popoli germanici lo facevano con rami di abete o abete rosso e i Celti utilizzavano nespole e agrifoglio. In epoca cristiana, queste settimane, in gran parte non lavorative in agricoltura, venivano utilizzate per spettacoli spirituali al fine di avvicinare il contenuto delle Sacre Scritture alle persone credenti e analfabete. Questi giochi duravano talvolta alcuni giorni e rappresentavano anche un albero del paradiso, prima decorato con mele e poi come il tronco della croce di Cristo. Inutile dire che alle nostre latitudini venivano utilizzate conifere sempreverdi. Si discute molto sull’origine del primo vero albero di Natale. Tallinn e soprattutto Riga la rivendicano come propria, ma si tratta di un malinteso. A Riga, sulla piazza davanti alla “Casa delle Teste Nere”, è esposto un monumento in metallo di quello che si dice sia il primo albero di Natale del 1510. In effetti, dal loro regolamento di carnevale del 1510 risulta chiaramente che si trattava di un’usanza carnevalesca: un albero di luci che veniva dato alle fiamme per il carnevale. È noto che gli abeti furono acquistati per la comunità di Strasburgo alla fine del XV secolo, ma non esistono prove dei gioielli associati. Si dice che nel 1419 i fornai di Friburgo in Brisgovia avessero appeso un albero con dolci, frutta e noci che i bambini potevano raccogliere a Capodanno. Infatti, fu l’apostata agostiniano Martin Lutero a rendere popolare l’albero di Natale.
[caption id="attachment_16387" align="aligncenter" width="1000"] San Nicola di Myra, Vescovo, nato intorno al 280/286 a Patrasso, Grecia e morto: 6 dicembre al 345/351 a Myra, ora Demre, Türkiye. Patrono della Russia; Lorena; i chierichetti; dei bambini; delle vergini; di pellegrini e viaggiatori; di avvocati, giudici, notai, commercianti, farmacisti, osti, commercianti di vino, produttori e commercianti di profumi, barcaioli, pescatori, marinai, zatterieri, mugnai, fornai, commercianti di cereali e sementi, macellai, birrai, distillatori di grappa, agricoltori, tessitori, Mercanti di merletti e stoffe, scalpellini, cavatori, bottai, bottonieri, fabbricanti di candele; i vigili del fuoco; dei prigionieri; per un matrimonio felice; contro gli ostacoli acquatici e l’emergenza in mare; recuperare oggetti rubati; contro i ladri. La sua grande carità e la sua grande filantropia gli hanno dato un grande nome e una profonda venerazione. Il santo ci predica l’amore vero, cristiano, che vuole donarsi volentieri e con gioia.[/caption]
Secondo la tradizione cattolica, i doni furono portati da San Nicola il 6 dicembre oppure dai Magi il 6 gennaio. Tuttavia, i cittadini di Wittenberg abbandonarono vigorosamente il culto dei Santi. Il Cristo bambino dovrebbe portare i regali e nessun altro! (È uno strano scherzo della storia che oggi i circoli cattolici tradizionali debbano difendere il Cristo Bambino dall’invadenza dell’uomo ubriaco, panciuto, con la barba bianca e una veste rossa sotto il nome di Babbo Natale; ma questa è un’altra storia). In ogni caso il protestantesimo propaganda l’albero di Natale con i suoi doni contro il presepe con le sue figure.
[caption id="attachment_16388" align="aligncenter" width="1000"] Stampa a colori della regina Vittoria e del principe Alberto mentre ammirano l’albero di Natale al Castello di Windsor con i loro figli, 1848.[/caption]

È documentato con certezza il primo albero di Natale pienamente valido nel 1539 nella cattedrale di Strasburgo. Dapprima fece la sua marcia trionfale nel nord della Germania, arrivò in Austria attraverso Vienna, nel 1825 per la prima volta a Graz al palazzo del conte Brandis e nel 1841 addirittura in Tirolo. Un professore universitario tedesco di Harvard importò l’usanza negli Stati Uniti e così fece anche il principe Alberto di Sassonia-Coburgo, in quanto marito della regina Vittoria, in Gran Bretagna. La Regina ne fu felicissima e gli regalo l’Impero! Il magnifico albero di Natale in Trafalgar Square è un regalo economico per Londra, dato che la città di Oslo lo dona agli inglesi dal 1945, come ringraziamento per il sostegno britannico nella Seconda Guerra Mondiale. Solo gli indomabili monaci cattolici dell’Oratorio di Brompton non lo vogliono. Per loro è decisamente troppo protestante, così come la Santa Messa nella lingua vernacola. Qui la tradizione non conosce compromessi.

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata