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di Philippe Le Jolis de Villiers de Saintignon del 06/02/2026

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La cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici (26-07-2024 / 11/08/2024) mi ha ferito profondamente, così come ha indignato tante altre persone. Una ferita estetica, una ferita francese. Fin dalle prime immagini, ho intuito che non si trattava di un incidente. Ma che, nella sua stessa struttura, era stata concepita, deliberatamente progettata, come un tuffo nell’abisso, un catalizzatore per il grande Capovolgimento.

[caption id="attachment_36993" align="aligncenter" width="1000"] Il Visconte Philippe Le Jolis de Villiers de Saintignon, noto semplicemente come Philippe de Villiers (Boulogne, 25 marzo 1949), è uno scrittore e politico francese, creatore e fondatore nel 1977 del parco d’intrattenimento tradizionale Puy du Fou, in Vandea, incentrato sulla storia della Francia. Cattolico osservante, è sposato con sette figli. Nominato Segretario di Stato per la Cultura nel 1986 dal Presidente François Mitterrand, de Villiers entrò all’Assemblea Nazionale l’anno successivo e al Parlamento Europeo nel 1994. Dopo aver lasciato il Partito Repubblicano (PR) per fondare il Movimento per la Francia (MPF), ne fu candidato alle elezioni presidenziali del 1995 e del 2007. Dal gennaio 2024, conduce una trasmissione sull’emittente radiofonica Europe 1, Face à Philippe de Villiers. Collabora inoltre con il gruppo Canal+ e con il settimanale Le Journal du dimanche, con la rubrica Vents contraires.[/caption]

Questo momento di nichilismo festoso ed esuberante, rimarrà nella storia contemporanea come un segno indelebile, il segno manifesto in cui l’immaginario post-francese si è sentito costretto, tra il giubilo istituzionale, a formalizzare la sua rottura con il patto ventennale tra la grandezza della Francia e la libertà del mondo. Già un secolo prima, per mascherare la sua oscura premonizione, Baudelaire aveva elaborato una strofa profetica: «l’immaginazione, che organizza la sua orgia, trova solo una scogliera nella luce del mattino». In effetti, in quell’unica notte, appesantiti da corde di piombo, avremo vissuto l’intera strofa: prima l’orgia, poi la barriera corallina e, al mattino presto, i postumi della sbornia. Lo spettacolo a cui siamo stati sottoposti era un’allegoria della nostra degradazione: la Francia non cerca più le proprie personificazioni nei ricordi, ma si pavoneggia, adornandosi di un sontuoso e stridente disprezzo per ciò per cui un tempo era così ammirata in tutto il mondo. Indulgendo in questo giubilante esercizio, abbiamo reso obsolete le parole di Cocteau: «il mondo ha salpato da Parigi», la capitale ha mollato gli ormeggi: tutto ciò che rimaneva, nel fango batterico e baccanale della Senna, erano gli affioramenti di scogliere abbandonate alle larve planctoniche. Cosa significa, allora, questa liturgia rifondativa? Il team creativo ha risposto all’unisono: «volevamo passare a qualcos’altro... a un altro modello…». Questo dice tutto. Stiamo semplicemente conservando le vecchie testimonianze del nostro patrimonio edilizio – le facciate – e stiamo dando loro un restyling scurrile, coinvolgendole nei bagordi e nella dissolutezza prestando loro le nostre chiacchiere salaci.

[caption id="attachment_36981" align="aligncenter" width="1000"] Particolare del Palazzo della Conciergerie durante la cerimonia d’apertura dei giochi olimpici di Parigi nel 2024. La Conciergerie è inglobato nel grande complesso del Palazzo di Giustizia, situato nella parte settentrionale dell'Île de la Cité, nei pressi della Sainte-Chapelle, nel I arrondissement. È ciò che attualmente rimane dell’antico Palais de la Cité, la residenza dei re di Francia dal X al XIV secolo. Un’altra parte è attualmente il Palazzo di Giustizia di Parigi.[/caption]

Il pubblico, quello degli intenditori della cultura mondiale, lo apprezzò. Il pubblico dei guru e dei media, eredi diretti dei cortigiani di Andersen1 che, vedendo passare il Granduca nudo, già esclamavano: «Che eleganza! Che bellezza questo farsetto, questo justaucorps! I nostri occhi non possono sopportare la brillantezza di questo tessuto»! Ma noi sappiamo cosa succede dopo. Un bambino si alza: «ma Sua Altezza è completamente nuda»! Il 26 luglio 2024, sulle rive della Senna, erano cambiate solo le interiezioni. Si potevano sentire echeggiare tra le vecchie mura: Oh... Rispetto... Bello! I nuovi cortigiani sono l’effetto della magia nera globalista. Il gusto francese è alla deriva, o è in vacanza o è all’obitorio. A lungo mi sono sforzato di trovare la parola giusta per tutto ciò che accade in Francia e che ferisce il tesoro dei nostri antenati. Ho pensato alle querce abbattute, quando Malraux disse al generale de Gaulle di aver resuscitato il cadavere della Francia a mani nude, facendo credere al mondo che fosse viva. La terra dei morti viventi ha preso in antipatia la sua eredità e sputa sulle tombe di Francia: perdonate il neologismo, ma sembra appropriato: è un memoricidio. Non è esagerato affermare che la Francia è vittima di un memoricidio. Di un’ablazione della sua memoria. Di una spoliazione, di un’obsolescenza dei suoi ricordi. Per diversi decenni, la storia francese, consegnata alle scienze sociali, piene di gergo e mortali, ha ucciso l’epica. Al Collège de France, si pratica un’ipermnesia di codardia cucita insieme all’amnesia della grandezza. È l’unico paese al mondo che ha contratto la vergogna dei tempi che ci hanno preceduto. La vergogna di un’eredità millenaria. È una nuova, inedita forma di rivoluzione, la grande espropriazione di un popolo, la défrancesizzazione, l’espatrio della memoria.

In nome dei diritti umani – divenuti diritti fragili ed effimeri di una società fluida – un’intera popolazione è stata privata dell’eredità più preziosa dei popoli antichi: il diritto alla continuità storica. Il diritto di ogni individuo a intrecciare un’intima storia d’amore nel tessuto del proprio Arazzo di Bayeux, il diritto di un’intera nazione, costruita nel tempo, a ricercare, nei secoli passati, le melodie perdute. Il processo rivoluzionario non si è mai fermato. La Francia non si è ancora veramente ripresa dal periodo del Terrore. Davanti al mondo, ogni volta che se ne presenta l’occasione, sotto il pugno di ferro del “Robespierre del momento”, la rivoluzione rinnova il suo voto di rinascita assoluta dell’umanità. Noi ci lasciamo andare alla folle pretesa di rifare i francesi nel silenzio del momento, assicurandosi al contempo che siano mantenuti confinati nella temporalità chiusa delle ideologie prevalenti. A suo tempo, Jean Léon Jaurès (1859 - 1914) salutò solennemente l’atto di rottura che, come ogni generazione dall’ascesa della sinistra, mutila le nostre melodie intime: «abbiamo interrotto l’antico canto che cullava la miseria umana. E la miseria umana si è risvegliata con grida! L’antico canto è la cristianità canterina su cui poggia la nostra civiltà, è il mormorio insolente della Francia orientale e il brivido lascivo della Francia occidentale. È la barcarola delle vecchie arie delle nostre province perdute. Sono le serenate delle nostre ghironde che incantavano la stalla nuziale e seguivano il carro nero drappeggiato degli antichissimi che credevamo eterni». È il richiamo disperato di Olivier sopra il lago innevato, gli Uccelli del Paradiso (I Paradiseidi) e il violino di ontano della Moskova2, è il Te Deum di Rocroi3, la tromba del caporale Sellier4, il Canto delle Paludi, l’ode di Hugo “A Villequier”, il canto del caracara delle Isole Turchesi del nostro oltremare.

Nel 1989 scrissi una Lettera Aperta ai Tagliatori di Teste e ai Bugiardi del Bicentenario della Rivoluzione francese (1789). Ero inorridito dall’apatia delle élite, quando le massime autorità danzarono una carmagnole di carta crespa5.

L’ineffabile illustratore Jean-Paul Goude (1938) presentò una parata di tribù planetarie. Era un anticipo sui futuri benefici globalisti. Già si affermava la pretesa di cambiare il proprio retaggio. I ricordi della propria esistenza vengono infranti e ne vengono fabbricati di nuovi, per cancellare il vecchio stile di vita, dichiarato obsoleto. Ricordo di aver riso di cuore alla vista di un’enorme macchina di cartapesta che percorreva gli Champs-Élysées, poi dei percussionisti guineani che percuotevano piramidi di tamburi metallici, precedevano squadre di zebre, davanti a quarantacinque capi di Stato sazi, in un delirio collettivo della volontà. La storia – una tragedia – veniva così riproposta come una farsa. Danton era tornato, e con lui l’audacia, quella del grande vuoto. All’epoca si presentava già il grande meticciato, la Francia multicolore dei “cittadini del mondo”. La brigata creativa aveva scelto la cantante lirica afroamericana Jessye Norman (1945 - 2019) per cantare La Marsigliese. Un omaggio alla NATO. La Francia di lunga data era assente. Il battistero di Reims era stato chiuso. Già risuonavano dentro di me le parole amare e sagge di Henry de Montherlant (1895 - 1972)6: «Non ho nulla a che fare con un’epoca in cui l’onore è punito, in cui la carità è punita, in cui tutto ciò che è grande è degradato o deriso, in cui, ovunque in prima fila, vedo la feccia, in cui ovunque è assicurato il trionfo dei più stupidi e abietti». Nel 2024, il macronismo avrà, in un nuovo esercizio di sconsideratezza, varcato un’ultima soglia, in un delirio allucinatorio, passando da un’ideologia all’altra, con un acuto senso della staffetta olimpica: nella stessa sera, nella stessa trama, celebriamo il terrorismo del rasoio nazionale che è il nostro passato fondante, per alzare il sipario sul wokismo, che è il nostro destino. Per diversi mesi, lo spettacolo di apertura era stato atteso con impazienza da tutti i professionisti: la Francia avrebbe fatto un grande colpo. La cerimonia mirava a essere inclusiva. E lo è stata. Fatta eccezione per gli ultimi Uroni rimasti, aggrappati a una storia della Francia rivisitata fin dalle sue origini dal carisma del cristianesimo. Grazie alla mia esperienza nelle performance dal vivo, ho naturalmente cercato i messaggi subliminali dietro le piume rosa, le esplosioni di fuoco e le reti luminose degli skytracer: tutto era brutto, tutto era woke. Fu sconvolgente, squilibrato, deforme, vergognoso. Assistemmo davanti al mondo intero al suicidio della Francia, così violata, ferita, disonorata. Il filo conduttore che percorreva la schiuma della povera, offesa Senna – unica artista, oltre a Céline Dion (1968), a uscirne indenne – era la decostruzione: prendere il passato e trasformarlo in una parodia per far ridere i moli di Boboland, sotto gli ombrelli di Hermès. C’erano tutti i crismi della derisione simbolica: il Vitello d’oro davanti ai due Macron, il pastiche dell’Ultima Cena in cui le drag queen banchettano attorno a una paffuta Eucaristia che aspirava a essere simile a Cristo – un Gesù risvegliato che profanava il famoso dipinto dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci (1495-98), fondamento della nostra civiltà occidentale.

In verità, fin dalla prima scena, allo Stade de France, tutto è già stato predisposto da Jamel Debbouze (1975), che, con un tocco di ironia disinvolta, chiama Zidane "Zizou-Cristo"! La presa in giro è all’ordine del giorno. Da questa battuta, capiamo che il Cristianesimo sta per affrontare un periodo difficile. Maometto, invece, è salvo per la serata. Nessuna offesa, nessuna allusione. Nelle nuove convenzioni, la bestemmia e il sacrilegio esistono solo nella loro forma cristianofoba. E poi c’era quella sanguinosa evocazione del Terrore, quando una diva, imitando la povera regina addolorata, intonò la famosa canzone dei sanculotti che mandò alla ghigliottina i dissidenti dell’epoca. Davanti a una Conciergerie in fiamme per una reazione vendicativa, ci viene mostrata Maria Antonietta che porta tra le mani la sua testa decapitata, grondante di sangue. Questa visione d’avanguardia, condivide con il mondo che nella Francia di oggi l’ideale repubblicano legittima la pena di morte, la stessa che ricevette Samuel Paty7 per essersi opposto al corso della storia che il progresso intende percorrere. Mancava solo l’immagine da cartolina di Jean-Baptiste Carrier (1756 - 94), che, a differenza delle altre, operava su la Loira, “un altro fiume rivoluzionario”: «in nome dell’umanità, ho voluto purificare la terra della libertà, da questi mostri. In Francia – il mondo intero deve saperlo – il Terrore è di nuovo all’ordine del giorno».

L’episodio della Conciergerie dunque è senza dubbio, nella mente della classe dirigente, il punto di partenza del nuovo progetto politico francese del campo del Bene contro il campo del Male: si espone l’apertura delle vene, si dà per scontato il satanismo, si autorizza il femminicidio per la razza residua delle donne alla vecchia maniera. Era una sera in cui il sangue scorreva nella Senna, dove la vendetta si mescolava alla baldoria. Ah, la baldoria! Era Amore, e persino la promozione del Poliamore – l’amore a tre – culminata in una coreografia trans-francese, dove grazia e leggerezza si accompagnavano a un’audacia stilistica ritenuta dagli esperti del quotidiano L'Équipe superiore al Discobolo: Philippe Katerine (1968), in abito da battesimo, con la pelle blu, ritratto come un giullare decadente, accasciato sotto un ponte, imita goffamente il Banchetto di Trimalcione nel Satyricon di Fellini. Pensare che questo artista, che interpreta il Dioniso degli inni orfici, è un ex chierichetto di Chantonnay in Vandea, mio vicino di cimitero! C’era un terrore gioioso, ma anche un’orgia generosa: l’ambiguità del trio, uomini in toga e tacchi alti. Nel caso in cui i bambini stessero guardando... Dov’era l’anima della Francia? Apparvero dieci statue di donne, per celebrare la nuova norma suprema: l’aborto. Mancava solo la patrona della città, Santa Genoveffa. Ci fu detto che Attila si era opposto alla sua presenza al Concilio di Parigi. Una vittoria postuma. Anche Giovanna d’Arco era assente, probabilmente trattenuta a Rouen dal nuovo vescovo Cauchon, con il professor Patrick Boucheron (1965), che preferisce le voci e lo stendardo piumato di Lady Gaga (1986). D’altra parte, c’era Aya Nakamura (1995), che si era appena diplomata all’Accademia prima della sua stessa iscrizione! Fece cantare “Djadja” a quella povera Guardia Repubblicana, che si contorceva in una danza del ventre per celebrare la forte pioggia. Un’istituzione che si rende ridicola non ha futuro.

Alla fine di tutta questa scenografia, priva di qualsiasi sostanza se non la provocazione, abbiamo visto come degli scenografi sciatti possano sacrificarsi al primato della tecnica, con questo automa equinoziale in acciaio plastico, pensato per rappresentare un cavaliere dell’Apocalisse, che avanza su due carri allegorici eccessivamente vistosi: indubbiamente il prodotto scenico frettoloso di uno studio di progettazione incaricato in fretta. In tutto questo, l’emozione autentica era assente. L’estetica era carente. La Senna agitava le maree della bruttezza e dell’ineleganza, tra i battelli fluviali che esibivano la loro clientela senza alcuna pretesa. Era tedioso. Tutto era ripetitivo. Da parte mia, non sono rimasto poi così sorpreso. Il team artistico aveva chiarito le proprie intenzioni sul quotidiano Le Monde: «Non vogliamo assolutamente una ricostruzione nello stile del Puy du Fou. Vogliamo fare il contrario. Non una storia virile, eroica, provvidenziale. Vogliamo il disordine e che tutto si intrecci».

[caption id="attachment_36992" align="aligncenter" width="1000"] Il Puy du Fou ha costruito il suo successo su spettacoli di rievocazione storica di grande spessore. Le rievocazioni dei conflitti della storia francese sono contrapposte alle controversie contemporanee sulla visione conservatrice della Francia da parte del parco a tema.[/caption]

Devo ammettere che hanno mantenuto la parola. Era un anti-Puy du Fou. Un omaggio indiretto al riferimento fondativo dell’intramontabile inno nazionale francese. Ho sofferto. Ho resistito. Ho sbadigliato. Non era pelle d’oca, ma rabbia. Ho guardato la pioggia torrenziale. Il cielo parigino versava lacrime su questa pantomima. Il mio cuore piangeva, mentre pioveva sulla città: Parigi umiliata, Parigi macchiata, Parigi martirizzata, ma presto, speravamo segretamente per tutta la notte, Parigi liberata. Perché rivisitare, anni dopo, questa sera che i francesi hanno dimenticato? Perché questa cerimonia non è stata solo uno spettacolo. È stata molto più di questo. Un punto di svolta. È stata attentamente pianificata, ponderata. È stato un evento ben studiato ai massimi livelli. Traccia un nuovo percorso nei meandri della Senna; stiamo cambiando la società, stiamo cambiando la cultura, stiamo cambiando la civiltà. Niente di meno. Una civiltà è uno stato sociale in cui il nuovo arrivato si rende conto che ciò che crede di poter apportare è infinitamente meno sottile di ciò che riceve suo malgrado. Ebbene, siamo precipitati nello stato sociale opposto. Ed è in questo senso che questa cerimonia prefigura un mondo post-storico. Un mondo di incoerenza in cui il tempo a lungo termine svanisce dietro il capriccio fugace di un consumismo sfrenato, un mondo in cui l’attimo successivo divora quello precedente. Dove i capricci scacciano le lucciole. Dove l’adolescenza-centrica ospita il perverso e lo scandaloso.

Per resistere alla cancellazione della memoria è necessario riconnettersi con la nostra stirpe, la nostra lingua, i nostri confini, la nostra storia comune e il nostro stile di vita. Non dimentichiamo mai la grande lezione della nostra storia: ogni volta che la Francia ha vacillato sull’orlo dell’abisso, si è aggrappata a due pilastri che non hanno mai vacillato: la spada spezzata e lo spirito francese. Nulla di ciò che ci viene promesso si avvererà. La grande narrazione del progressismo, che per tre secoli ha preteso di trasformare il nostro mondo, ha prodotto solo una sacralità astratta e distaccata. La postmodernità difficilmente risponde ai bisogni universali di simbolismo e grandezza. Simone Weil (1909 - 43), in L'ombra e la grazia (La pesanteur et la grâce) del 1947, spazzò via il distopico ozio dell’epoca: “Da dove verrà la nostra rinascita, noi che abbiamo profanato e svuotato l’intero globo? Dal passato, solo se lo amiamo”.

  Per approfondimenti: _Villiers de Saintignon, Philippe Le Jolis, Mémoricide, 2024, Librairie Arthème Fayard, Paris.  
1 I cortigiani nella fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore” rappresentano simbolicamente la vanità, l’ipocrisia e la paura del potere. Essi fingono di vedere i vestiti inesistenti per non apparire stupidi o inetti agli occhi del sovrano, confermando l’invisibilità dei tessuti fino all’innocente rivelazione finale di un bambino;
2 Il racconto a cui probabilmente ci si riferisce è Il violino di Rothschild (1894) di Anton Čechov, pubblicato inizialmente su un quotidiano moscovita (Russkie vedomosti). La storia narra di Jakov, un becchino che suona il violino, costruendo lo strumento con legno economico, spesso indicato come ontano (o materiale umile), simboleggiando la povertà e la miseria della sua vita;
3 Il Te Deum intonato dopo la battaglia di Rocroi (19 maggio 1643) fu un canto di ringraziamento solenne, eseguito sul campo di battaglia per celebrare la schiacciante vittoria francese contro gli spagnoli. Questo evento storico segnò il trionfo del giovane Duca d'Enghien (Grand Condé), ponendo fine alla supremazia militare spagnola;
4 Pierre Sellier, (1892 - 1949), è noto per essere stato il soldato francese nella Grande Guerra (1914-18) che suonò il primo “cessate il fuoco” con la tromba, il 7 novembre 1918, a Haudroy, tra La Flamengrie e La Capelle (Aisne), all’arrivo dei plenipotenziari tedeschi incaricati di negoziare l’armistizio della prima guerra mondiale. Questo armistizio sarebbe stato firmato il11 novembre in seguito nella bonifica di Rethondes a Compiègne (Oise). Pierre Sellier fu soprannominato “la tromba dell'armistizio”.
5 La Carmagnole è un celebre canto e ballo rivoluzionario francese del 1792, nato durante la Rivoluzione francese. Associato ai sanculotti, il nome deriva da una giacca corta piemontese portata dagli operai di Carmagnola (TO) a Marsiglia e poi a Parigi. Divenne simbolo dei repubblicani accesi e, per estensione, «faire danser la carmagnole» significava ghigliottinare.
6 Henry Marie Joseph Frédéric Expedite Millon de Montherlant (1895 - 1972) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta francese. Di nobile famiglia, ultimo esponente della tradizione del decadentismo, fu combattente volontario nella prima guerra mondiale e, come intellettuale, ispirato da Nietzsche e Gabriele D’Annunzio nella concezione eroica e aristocratica della vita. Durante la sua vita oscillò tra estetismo paganeggiante e cattolicesimo, esprimendo nelle sue opere il culto dell’uomo d’azione e un forte individualismo. Si diede la morte nel 1972. Fu Accademico di Francia dal 1960.
7 Samuel Paty (1973 - 2020), è stato un insegnante di scuola secondaria, che fu ucciso e poi decapitato da un terrorista islamista, Abdoullakh Abouyedovich Anzorov, durante gli attentati terroristici islamisti in Francia del 2020.
 
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