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Ulisse e Faust: padri del modernismo e della tracotanza

Ulisse e Faust: padri del modernismo e della tracotanza

di Daniele Paolanti del 12-11-2020

Il Novecento ha rivelato una verità incontestabile, ovvero il desiderio dell’uomo moderno di valicare i confini del sacro, scostandosi dai paradigmi del fas e del nefas, al solo scopo di assecondare un insaziabile desiderio di conoscenza. Un desio fomentato dal dubbio – tante volte esteriorizzato finanche nello Zibaldone leopardiano – che, alimentato dalla crescente hỳbris, ha condotto alla teoria del relativismo, nella quale la Verità universale non esiste o, in talune declinazioni, non esiste soltanto una verità.

Particolare del bassorilievo del peccato originale presso il Duomo di Orvieto, Cattedrale dell’Assunta, Umbria.

Ebbene, le prime tracce di avversione al volere divino mosse a causa della c.d. empia tracotanza forse sono presenti finanche nelle Sacre Scritture: nel libro della Genesi Adamo ed Eva potevano mangiare di qualunque frutto fuorché dell’albero dal quale Dio li aveva diffidati dall’attingere. Il Serpente, che lo stesso Eterno porrà come inimico alla Donna, convinse Eva a commettere l’empio atto di insolenza, portando seco nel peccato Adamo. Dal libro della Genesi leggiamo infatti che il colloquio con l’Ingannatore fu del seguente tenore: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Ecco il primo desiderio di conoscenza, la prima sfrenata pulsione di avversare la Verità ed il Sacro Ordine che Dio ha imposto all’Uomo: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture». La pulsione scaturente dal desiderio di cercare una sapienza loro preclusa, dubitando e ipotizzando callidamente che la medesima fosse stata loro sottratta per gelosia o invidia, è la prima forma di dubbio. Ma il risultato conseguito è l’inverso: i progenitori della specie umana si rendono conto di essere nudi (la pochezza della loro esistenza e l’ontologica fragilità delle loro vite) e, di converso, intrecciano foglie di fico per coprirsi, forse perché consci di non essere in grado di interagire e trattenere quel sapere così ardimentosamente anelato.
Qual è la natura del Diavolo, infatti, nella tradizione cristiana? La teologia insegna che questi altri non sia se non un puro spirito, presente sin dai primi momenti della creazione, quando l’Eterno Padre creò le creature celesti e le divise in nove cori. Egli, brillante e di magnificenza tale da non poter essere equiparato ad altre creature angeliche, si ribellò a Dio rifiutandosi di essere equiparato al resto del creato, desiderando egli stesso di ergersi al livello di Dio, per poi venir ricacciato, dopo la sua caduta, negli abissi della terra dal Principe delle Milizie Celesti, San Michele Arcangelo, al grido di Mîkhā’ēl, ovvero “Chi è come Dio?”.
Ne L’Esorcista, film del 1973 diretto da William Friedkin e tratto dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty, Padre Merrin, il sacerdote che tenta di liberare la giovane protagonista posseduta da uno spirito demoniaco, si riferisce al Diavolo dicendo «Credo che voglia portarci alla disperazione… perché vedendoci ridotti a bestie mostruose… noi escludiamo la possibilità dell’amore di Dio».

L’esorcista (The Exorcist) è un film del 1973 diretto da William Friedkin e tratto dall’omonimo romanzo di William Peter Blatty, che scrisse anche la sceneggiatura del film. La pellicola ebbe molto successo malgrado i problemi di censura e, negli anni seguenti, generò due sequel: L’esorcista II – L’eretico (1977), L’esorcista III (1990), e una riedizione in versione integrale del 2000, con circa undici minuti di scene inedite. Nel 1974 ne fu anche realizzata una versione cinematografica turca intitolata Şeytan, mentre nel 2016 è servita da ispirazione per l’omonima serie televisiva The Exorcist, che si pone come sequel. Ben accolto dalla critica, il film divenne presto un punto di riferimento del cinema moderno, acquisendo una notevole popolarità e esercitando un forte impatto culturale[2][3][4]. Nel 2010 entrò a far parte del National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

La malizia, l’inganno surrettizio della conoscenza suprema, la brama di valicare i confini del sacro per spingersi oltre sino a dubitare di tutto, arrivando ad ipotizzare il precetto, ontologicamente privo di logicità, in virtù del quale “l’unica verità è che non esistono verità”, è stato sovente attenzionato dalla letteratura. Il caso più emblematico è quello di Ulisse Re di Itaca, che Dante incontra nell’Inferno tra i consiglieri fraudolenti mentre sconta la sua dannazione per aver peccato di empia tracotanza. Leggiamo nel XXVI Canto dell’Inferno (vv. 45-48) «E ’l duca che mi vide tanto atteso, disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel ch’elli è inceso». Ma ogni ulteriore parola sottrarrebbe spazio alla delizia del verseggiar del Sommo, donde di lui si riportano le parole: «Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando pur come quella cui vento affatica».
Ulisse racconta in questa sede a Dante e Virgilio come avvenne la sua dipartita. Vecchio e stanco, non più l’eroe che tanto atterriva i troiani sotto le mura di Ilo, non più il duri miles Ulixi dell’inganno del cavallo, ma un uomo le cui glorie non sono più cantate, dimenticato persino nella sua patria, ma con un forte desiderio di vedere il mare, di esplorare nuovi porti prima ancora che la sua vita giungesse all’ultimo lido.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi/quando venimmo a quella foce stretta/dov’Ercule segnò li suoi riguardi,/acciò che l’uom più oltre non si metta:/da la man destra mi lasciai Sibilia,/da l’altra già m’avea lasciata Setta./“O frati”, dissi “che per cento milia/perigli siete giunti a l’occidente, /a questa tanto picciola vigilia /d’i nostri sensi ch’è del rimanente, /non vogliate negar l’esperienza,/di retro al sol, del mondo sanza gente. /Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti, /ma per seguir virtute e canoscenza”.
Fermo immagine: cerchiamo di comprendere cosa sta accadendo ad Ulisse. Con un manipolo di compagni vecchi e stanchi si rimette in mare, sino a raggiungere il confine invalicabile per gli uomini, lo stretto delle Colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra, nella letteratura occidentale e in primis nel mito greco, era un tempo chiamato col nome di Colonne d’Ercole). Un’esitazione coglie la compagnia, ma non pervade il Re itacese: varcare la soglia delle colonne d’Ercole sarebbe stato un atto empio, ben più ardimentoso di quello di Prometeo, la punizione divina li avrebbe afflitti senza pietà alcuna. Il cuore di Ulisse però non si dà pace, deve vedere, deve scoprire, deve andare oltre, dubita della reale volontà divina. Si erge così ad “uomo nuovo” e sprona i suoi compagni al folle volo, ricordando quale fosse l’indole dell’umana stirpe, ovvero “per seguir virtute e canoscenza”.
Così la nave prosegue, oltrepassa il limes invalicabile, s’addentra là dove non avrebbe dovuto, pronta per incontrare la sua rovinosa fine: quando n’apparve una montagna, bruna /per la distanza, e parvemi alta tanto /quanto veduta non avea alcuna. /Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,/ché de la nova terra un turbo nacque,/e percosse del legno il primo canto. /Tre volte il fé girar con tutte l’acque;/a la quarta levar la poppa in suso/e la prora ire in giù, com’altrui piacque,/infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
Cosa è accaduto all’astuto Ulisse? La nave giunge alle pendici di una montagna altissima, di un’altitudine tale che nessun uomo ne aveva mai vista una altrettanto imponente (la montagna del Purgatorio della visione dantesca?) e la compagnia prontamente si rallegra. Senonché il loro giubilar diventa presto pianto, nel momento in cui apprendono che la nave si trovava al centro di un turbine che la costrinse ad un triplice giro vorticoso: la prua s’inabissa e la poppa si solleva ed il mare si chiuse sopra di loro, inghiottendoli per l’insolenza contro il volere divino.
Singolare è l’impiego dell’espressione “com’altrui piacque”. Queste parole precedono infatti l’annunciazione della morte di Ulisse e dei suoi compagni, che infatti chiudono il XXVI canto. Quasi che Dante volesse lasciarci intendere che, poco prima di morire, Ulisse si fosse reso conto del peccato di cui fu portatore, della hỳbris con cui sfidò gli dei: del dubbio, del fatto che una verità, o una sola verità…Non esistesse…”. Ed il mare si chiuse sopra di loro.
La narrazione di Dante lascia incredulo l’uomo moderno, non perfettamente consapevole di quale possa essere il peccato imputato ad Ulisse. La società contemporanea, afflitta da un materialismo convulso e da un consumismo irrefrenabile, che sembra sia ontologicamente sprovvisto di confini, non vuole per sua natura incontrare “riguardi”, trovando maggior conforto nella negazione di una Verità e nell’esaltazione del dubbio e del relativo, ovvero dell’assenza del vero assoluto e dell’unico vero. Da qui trovano scaturigine i limiti etici e deontici, che avviluppano il sapere e le scoperte.
E proprio di desiderio di sapere e di assenza di etica parleremo cennando al personaggio del Dottor Faust. Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana, scrive «[La] lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtudi […].

Faust, Il laboratorio, stampa del 1872.

Questa […] è la base della leggenda del Dottore Fausto che vendé l’anima al diavolo, leggenda così popolare al medio evo, e resa immortale da Goethe». Il dottor Faust era un eminente sapiente, il quale spese la sua vita studiando Filosofia, Giurisprudenza, Teologia e Medicina, ma non era mai soddisfatto di quel sapere che, a suo dire, non gli era sufficiente per ritenersi sapiente, potendo al limite soltanto fingersi tale, dacchè «nulla ci è dato sapere». Inizia così a studiare la magia sino al momento in cui, insoddisfatto, tenta il suicidio, ricredendosi solo all’ultimo minuto e quindi desistendo dal proposito. L’incontro con Mefistofele avviene in questo contesto: il diavolo promette a Faust di offrirgli ogni supremo godimento e piacere della vita in cambio della sua anima. Il contratto tra Faust e Mefistofele viene così firmato con il sangue del Dottore, non troppo angustiato da quanto possa accadergli nell’al di là.
La storia narrata da Goethe è costellata di amori (per Margherita), rimpianti, dolori e depressione, tant’è che lo stesso Mefistofele si fa persuaso di non essere in grado di vincere la scommessa: il contratto avrebbe avuto effetto solo se Faust godrà al punto tale da dire all’attimo: «sei così bello! fermati!».
La storia, dopo le innumeri peripezie, si conclude con la quasi sconfitta di Faust, divenuto ormai cieco, ma ancora non abbattuto, semmai convinto di voler vedere una civiltà felice, prospera e laboriosa e solo in quell’istante, pieno di godimento, avrebbe detto all’attimo «sei così bello! fermati!».

«All’attimo direi:/sei così bello, fermati!/Gli evi non potranno cancellare/l’orma dei miei giorni terreni./Presentendo una gioia tanto grande,/io godo ora l’attimo supremo».

Mefistofele crede di aver vinto la scommessa, poiché Faust ha pronunziato le parole oggetto di contratto e così lo fa morire. Il diavolo tenta di reclamarne l’anima ma, in quel momento, la stessa gli viene sottratta da Dio, che giustifica la redenzione del Dottore per il suo impegno per una civiltà felice e laboriosa e per la sua costante ricerca dell’Eterno e dell’Infinito. Numquam, cosa ha voluto raccontarci Goethe? Faust stringe un patto con Mefistofele perché mai sazio e vittima della sua stessa hỳbris, desideroso di sapere e di godimento. La redenzione giungerà solo quando egli incontrerà il desiderio dell’Infinito e dell’Eterno, la Verità, la sola. L’unica.
Vale la pena chiudere questo scritto con un’ulteriore citazione, che rimane però una domanda aperta per l’uomo moderno: «Quid est veritas?» (che cos’è la verità?). Questa frase la troviamo nel Vangelo secondo Giovanni, ed è attribuita a Ponzio Pilato mentre questi interroga Gesù. Pilato chiede dunque a Gesù spiegazioni circa la sua affermazione consistente nel «rendere testimonianza alla verità». Dopo di ciò, Pilato proclama alle masse di non riscontrare in Gesù nessuna colpa.
 

 

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Augustus W. Pugin: la questione del gotico ottocentesca

Augustus W. Pugin: la questione del gotico ottocentesca

di Giuseppe Baiocchi del 08-11-2020

Ebbene se i greci e i romani hanno plasmato lo stile classico, massima di perfezione, per il genio nella riuscita trasfigurativa dell’elemento naturale (quindi divino) nell’architettura, il romanico e il gotico rappresentano nella storia dell’uomo una rottura stilistica e figurativa che non avrà precedenti. Difatti già lo stile rinascimentale è da considerarsi il primo neo-classico, proprio per la ripresa di elementi di spiccata sensibilità antica, come la cupola o il cassettone. L’architettura nella storia umana ha sempre rappresentato un elemento di identità, ed è per questo che l’individuo nei secoli, non avendo trovato nuove vie si è sempre rifatto ideologicamente, come matrice archetipa, allo stile classico: tutti i secoli, tranne il medioevo, epoca lunghissima che va dal 900 d.C. al XV secolo. Eppure nel Seicento e nel Settecento, lo stile gotico e romanico attraversano – per paradosso – un’epoca di abbandono e disinteresse, poiché veniva considerato uno stile oramai passato di moda e fuori metrica.

Augustus Welby Pugin Northmore (1812 – 52) è stato un architetto inglese, designer, artista e critico che è principalmente ricordato per il suo ruolo pionieristico nello stile neogotico di architettura. Il suo lavoro è culminato nella progettazione degli interni del Palazzo di Westminster a Westminster, Londra, Inghilterra, e della sua iconica torre dell’orologio, in seguito ribattezzata Elizabeth Tower, che ospita la campana nota come Big Ben. Pugin progettò molte chiese in Inghilterra e alcune in Irlanda e Australia. Creò anche il castello di Alton ad Alton, nello Staffordshire.

Ebbene la grandezza dello stile architettonico medievale che ha posto un’architettura stilisticamente unica nella storia – se si esclude l’epoca contemporanea dove vige una architettura decostruttivista minimalista, che si conforma al nichilismo odierno –, che noi riconosciamo con il romanico e il gotico, nasce dalla fede. Il barbaro che ha conquistato l’Impero romano è stato l’uomo scelto da Cristo per la sua salvezza: dunque vige nella mente umana quel meccanismo di distacco dall’epoca antica pagana.
Il poeta tedesco Christian Johann Heinrich Heine (1797 – 1856) meglio di chiunque altro identifica la forza del medioevo con tutta l’essenza di questa frase: «un amico mi chiese perché non si costruivano più cattedrali come le gotiche famose, e gli dissi: gli uomini di quei tempi avevano convinzioni; noi moderni, non abbiamo altro che opinioni, e per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un’opinione».
Pioniere del neo-gotico l’architetto inglese Augustus Welby Pugin Northmore (1812 – 52) è stato il primo intellettuale che abbia rivalutato il gotico nella coscienza pubblica, dopo secoli di indifferenza.
Contrasts è considerato uno dei libri manifesto che ha segnato una svolta nella storia dell’architettura, per il suo atteggiamento moralistico nei riguardi di quest’ultima. Il saggio, fu un gesto di provocazione per creare una svolta nella storia del gotico, che da problema di “gusto” passa a problema etico. La fortuna di questa architettura medievale, ha tre filoni principali: il primo si può identificare nel fenomeno edonistico, in cui gioca un ruolo accessorio, presto sentimentale; il secondo prende l’aspetto di un richiamo alla razionalità di fondo illuministico (il gotico inteso come “storia della ragione”); infine vi è un ritorno alla fonte storicistica che coincide in Gran Bretagna con una forma di ricerca archeologica autoctona, la quale si indirizza ai monumenti medievali.
Questo libro è importante perché contribuisce a dare al gotico la carica di stile cattolico che entra in polemica con la religione inglese protestante e Pugin crea un’opera singolare, poiché costituisce una anticipazione di metodi propri dell’operare dell’architetto moderno.
L’architetto inglese, rende riduttivo il modello classico e neoclassico ed enfatizza il modello del gotico. L’opera architettonica di Pugin, infatti, tende sostanzialmente a introdurre in questo stile un’austerità che porta l’uomo alla suggestione; la tendenza va all’indietro, risalendo alle fonti della tradizione sassone-romanica nel suo innestarsi con il gotico.
L’autore brucerà queste esperienze nell’arco di una formidabile attività di due decenni, fino alla soglia della follia che lo colpisce poco più che quarantenne. Contrasts, oggi rinominato anche Contrasti Architettonici o la questione del gotico, rappresenta il momento più felice e positivo del pensiero dell’architetto britannico.
Un tema introdotto è quello della morale ed ecco l’etichetta di “manifesto”: servire o guidare è il compito dell’architetto, il quale dovrà farlo in modo giusto. Nelle pagine del piccolo volume, serpeggia l’odio per quella Londra che presto si sarebbe detta Vittoriana, caratterizzata per le ciminiere fumose, per le banche pretenziose e per le chiese monotone e spoglie, costruiti secondo i criteri della più severa economia: produci e avrai l’anima salva. Pugin scrisse l’opera nel 1835, nel cuore delle campagne violentate dalle ferrovie, nelle città sfigurate e dai ritmi di vita mutati. Come conseguenza di questo disorientato sgomento per molti ci fu il riaffermarsi e la riscoperta dell’età medievale: modello di unità civile e religiosa, l’arte appariva al servizio di esigenze collettive pure e disinteressate e si esprimeva non nel linguaggio “universale del classicismo”, ma nelle forme molteplici e fortemente accentuate in senso locale del gotico. Dunque il ritorno al Medioevo in Inghilterra prese varie strade. Nel tardo Settecento vi fu un primissimo revival gotico, nei primi decenni dell’800 vi fu un’indagine estesa e sistematica degli archeologi che indagarono sulla conoscenza scientifica dello stile nelle cattedrali. Il gotico è dunque stimato da Pugin, proprio per l’unità della fede cattolica medievale non ancora incrinata dagli scismi, né inquinata dalle istanze umanistiche che diede una stabilità sociale e dell’eccellenza artistica proprio in quel periodo. Il cattolicesimo di stampo medievale aveva permesso rapporti di lavoro più sereni ed umani ed il medioevo si identificava come uno strumento di concreta partecipazione alla vita sociale.
D’altronde la sua avversità per il mondo umanistico e rivoluzionario è di antica origine, poiché era figlio di un trattatista e disegnatore architettonico francese Auguste Pugin (1762 – 1832), che come molti altri era immigrato in Inghilterra a seguito della Rivoluzione francese e aveva sposato Catherine Welby della famiglia Welby di Denton, nello Lincolnshire.

L‘ampio frontespizio è dedicato, come annuncia la scritta entro il fastigio, all’ipotetico concorso per costruire una nuova chiesa: “per la gioventù disoccupata e per aspiranti architetti”. Numerose altre scritte, nell’ironica forma di avvisi pubblicitari e offerte di lavoro, esprimono il sarcasmo di Pugin per la mercificazione del linguaggio architettonico.

L’autore, nel trasferire in campo architettonico i temi di un dibattito religioso e sociale, si mostrò agguerrito oppositore del protestantesimo conoscendo appieno le interpretazioni negative della riforma anglicana con le sue iniquità. Per l’architetto dunque la realtà disgregata che aveva seguito lo Scisma di Enrico VIII (1491 – 1547) poteva recuperare la compattezza spirituale perduta solo attraverso la via della restaurazione.
Rinnovamento e restaurazione auspicati da Pugin non investono il solo campo politico, ma coincidono con un semplice riuso dello stile gotico, il quale ricompone lo spirito del passato e imprime quel carattere medievale (quindi pre-riformistico) che informava della sola vita, le opere delle antiche devote generazioni. L’architetto, difatti, si convertirà al cattolicesimo intorno al 1835, ma il messaggio di Contrasts non è solo quello che riguarda il ripristino della vera architettura cattolica. Da questi pochi concetti, decisivi non possiamo non osservare la straordinaria contemporaneità del suo messaggio. Attuando una brevissima regressione, oggi le chiese non si sono forse protestantizzate? Non hanno perso forse la loro sacralità e addirittura la loro forma tipologica? Esempi lampanti certamente ce lo dimostrano e ci indicano gli errori che si sono succeduti dal Concilio Vaticano II.
L’oggetto deve essere fatto bene e bisogna immettere nel lavoro la qualità per il dettaglio. L’architetto inglese criticò anche la produzione in serie, la quale alienava l’uomo e contestò anche i nuovi materiali, quali il cristallo e il ferro.
Uno dei limiti dell’autore sarà sempre l’aver pensato grandi idee e progetti, finalizzati poi con realizzazioni mediocri per una mancanza perenne di fondi.
In Contrasts, però, non parla l’architetto deluso, bensì il teorizzatore ancora convinto della possibilità di ricreare la purezza e l’onestà dell’artigianato antico, tutto ciò condizione indispensabile per un buon risultato: la presenza sincera e costante dello spirito cattolico.
Pugin si opponeva al revival indiscriminato dello stile gotico – detestava soprattutto la contraffazione volgarmente goticheggiante di qualunque oggetto di uso comune, ma avrebbe apprezzato un’edilizia gotica sorta sotto l’egida della fede cattolica. Questo volume contribuì a diffondere il già vivo interesse per lo stile gotico. Un altro tema affrontato nel libro è il restauro; Pugin rimane profondamente offeso dai restauri arbitrari che mutilavano gli antichi organismi reintegrandoli poi con interventi anacronistici, stiticamente incoerenti e peggio malamente eseguiti, addirittura a questi interventi scellerati, preferisce la pace dell’abbandono. Non è forse un altro suo pensiero attualissimo? Anche in concomitanza con molti restauri contemporanei alquanto discutibili, all’interno dei quali la corrente accademica del contrasto “vecchio/nuovo” si è oramai imposta da anni, con l’antica scusante del “falso storico”.
Secondo Pugin nell’Inghilterra Ottocentesca non vi era una consapevolezza di come conservare e mantenere in buono stato i monumenti: così la città diventa la prima illustre vittima del vandalismo e dell’industria e tutti si muovono nella profana vitalità della metropoli. Infine la città moderna, clamorosa e sgradevole, aveva definitivamente travolto anche il ricordo della quiete comunità medievale. Agli intellettuali non restava che ricostruirla nel pensiero nostalgico e commosso per commemorarne la scomparsa. L’aspirazione a ritmi e ambienti di vita più umani, collocano Pugin tra gli iniziatori di un nuovo e non ancor decaduto modo di sentire.
Nel suo capitolo sullo stato di decadenza degli edifici ecclesiastici, in questo capitolo cruciale del testo dell’autore, quest’ultimo esamina con attenzione forte critica – spesso con il classico sarcasmo britannico -, lo stato degli edifici ecclesiastici, dopo che su di loro sono passati tre secoli di devastazioni di ogni genere, di abbandono, di restauri orribili. Come punto iniziale, parla delle cattedrali a suo dire i monumenti più splendidi che restano del passato e che meritano perciò più di ogni altro la massima considerazione.
In un’epoca dove c’era scarsa sensibilità verso l’antico, Pugin fu il primo intellettuale che pose l’attenzione sulle fabbriche che superavano tutte le altre strutture per altezza e per splendore: sintomo di una mancanza di rispetto verso Dio e verso la storia. Il suo rimpianto e disgusto nel constatare che larghe parti di queste costruzioni sono state inutilmente sfigurate, e che gli attuali proprietari di tali edifici, non meritano di occuparli per la loro grande superficialità ed ignoranza. L’architetto continua la sua trattazione, parlando della funzionalità delle chiese, le quali venivano edificate destinando ad ogni singola parte un uso ben specifico. Così il coro era destinato ai soli ecclesiastici, ognuno dei quali sedeva nel proprio stallo, la navata centrale era progettata per ospitare l’immensa congregazione di fedeli, i quali erano uniti gli uni agli altri, senza considerare il proprio grado sociale; mentre i bracci del transetto offrivano ampio spazio per le processioni solenni del coro; i chiostri formavano un deambulatorio quieto e riparato per la meditazione degli ecclesiastici e infine la sala capitolare era un nobile ambiente dove essi si incontravano sovente e risolvevano questioni di tipo spirituale. Ora, denuncia, le chiese hanno perso la loro funzione, partendo dalla loro apertura, che a differenza del passato, sono aperte solo poche ore ogni giorno, questo per evitare, già nell’Ottocento, deturpazioni e profanazioni da parte del popolo ignorante che ha perso la fede. Secondo l’inglese, il suo popolo ha perso la moralità e la religiosità, un tempo caratteristiche inscindibili di un popolo forte come quello inglese. Pugin, inizia ad elencare le varie categorie di persone che frequentano oggi le chiese: dalla persona che vi entra solo perché vi abita vicino, a quella che vi accede solo per sentire le melodie, sempre più scadenti, a quelle che entrano solo per vedere la chiesa perché turista. In sostanza non si entra più in chiesa con il giusto spirito, ma con superficialità e proprio quest’ultima viene presa d’esempio dalla gente, che guardando il parroco agisce di conseguenza. Questi sono i principali tipi di visitatori di questi mirabili edifici, nessuno dei quali avverte minimamente la santità del luogo o la maestosità del progetto.
Pugin sposta il suo argomento, proprio sulla figura citata pocanzi, ovvero quella del prete il quale ha smarrito la propria funzione d’esempio. Ancora grandi scintille di contemporaneità che oggi possiamo ritrovare nel clero europeo, sempre meno pastore e sempre più “impiegato statale”.

Alcuni esempi dei “Contrasti” presenti del volume.

Il prete moderno, ben curato, appare nella sincerità dell’autore come meschino e qui Pugin si pone un quesito: che ruolo e che legame spirituale possiede ancora rispetto agli ecclesiastici del mondo antico? Nessuno, questa è la risposta al quesito.
Un sacerdote che entra in chiesa solo quando vi è costretto da un dovere, ne esce appena può, considerando l’edificio nient’altro che la fonte del suo reddito, vive dunque come un parassita della religione, senza un minimo di gratitudine verso i padri fondatori delle grandiose strutture. Il pretestantesimo anglicano, apriva la via a quel problema – tutto contemporaneo – che la Chiesa di Roma sta vivendo drammaticamente oggi con la crisi del sacerdozio: una vocazione alleggerita dalle idee relativiste di una Chiesa che vuol sempre più adeguarsi al mondo e “stare al passo con i tempi”.
Qui si avverte certamente una nota quasi “apocalittica” del britannico, il quale afferma che finché questi personaggi sono in tali costruzioni non vi è possibilità di conseguenze positive. Seguono nel testo una serie di colpe, come la spesa in denaro per il restauro o il mantenimento delle strutture che avviene senza una giusta progettualità e con l’assurda incoerenza delle loro modifiche catastrofiche; oppure – e qui cita un esempio concreto –, l’abbellimento della chiesa di Salisbury condotta dal vescovo Barrington, il quale demolì il campanile che si ergeva sul alto Nord-Ovest con la vendita di materiale e campane; continua denunciando l’abbattimento delle cappelle di Hungerford e Beauchamp, con la discutibile sistemazione delle tombe – separate le une dalle altre – tra i pilastri della navata e una quantità di barbarie e alterazioni troppo numerose da aggiungere.
Sempre per riaprire il parallelismo con la contemporaneità: dopo il Concilio Vaticano II non è avvenuto uno dei più grandi mercati neri, per la svendita degli oggetti liturgici appartenenti alle celebrazioni in Vetus Ordo? La domanda è emblematica, poiché la storia pare essersi ripetuta.
Pugin afferma con fermezza altri risultati disastrosi che la Chiesa Protestante Anglicana avrebbe compiuto senza il ben che minimo rispetto dei luoghi di culto, come lo sventramento dei cori e degli altari. Il discorso si sposta ora sulle modifiche apportate al coro: uno degli elementi più importanti di una Chiesa. I nuovi cori del clero hanno iniziato con l’immettere dei banchi, uno stravolgimento di effetto tra i più meschini che le cattedrali abbiano mai subito, poiché lo stravolgimento dell’aspetto canoro non solo è irrispettoso, ma riduce lo spazio aperto e grandioso ad una piccola corsia che conduce ai banchi.
Altra denuncia dell’architetto viene ricondotta al pessimo stato di conservazione delle Chiese in cui l’acqua penetra dalle aperture della copertura del tetto e porta rovina nel cuore dell’edificio, le cui crepe (delle grandi torri e delle sale capitolari) già presenti rischiano il collasso.
Come già affermato precedentemente dall’amministrazione del tempo non ci si può aspettare nulla di positivo, con le cattedrali che sono divenute luoghi di spettacolo per la gente e son considerate soltanto una fonte di reddito per gli ecclesiastici.
A questo punto della trattazione il discorso si sposta sulla nostalgia di Pugin verso i tempi passati, quel gotico che riunificava gli spiriti e che era simbolo di unità nazionale, difatti, se uno possedesse anche solo una scintilla di quell’amore per il suo paese e di quell’orgoglio nazionale che dovrebbe alloggiare nel cuore di ogni uomo, si considererebbe un religioso rispetto per ogni pietra delle nobili strutture ecclesiastiche.
Non manca di criticare anche la nobiltà inglese, in specificato modo i reali britannici, i quali avrebbero un’apatia deprimente verso il sacro, prendendosi poco cura del luogo ove riposano i loro antenati, rifiutandosi così di contribuire ad un restauro di piccole somme, ma non sottraendosi così alle piccole spese quotidiane. Ad ogni modo denota un lieve miglioramento delle sculture e dei dettagli ornamentali. L’aspetto tecnico dell’architettura gotica è stato ben compreso, ma sono deplorevolmente assenti quei prìncipi cardine che determinarono le antiche costruzioni, e lo spirito che si manifestava in tutte le opere del passato: bisogna in sostanza, restaurare prima gli antichi sentimenti, poiché le antiche opere dipendevano da questi e senza di essi l’architettura gotica non potrà mai sollevarsi al di sopra della mera copia dell’aspetto tecnico di questa arte.
Non vi è affinità tra questi vasti edifici di culto protestante. La nuova religione può adattarsi alle conventicole e alle sale di riunione, ma non ha niente a che vedere con la gloria dei tempi antichi, la moderna chiesa Anglicana è l’unica, tra tante che si sono create dall’eresia – afferma – ad aver mantenuto il principio delle cattedrali e della giurisdizione episcopale. Questi resti dell’antica struttura della chiesa sono accozzati così male con le opinioni moderne e con la giurisdizione temporale, che essi si sono sempre rivelati un argomento del clamore popolare, e che potrebbero essere soppressi in qualunque momento da un atto legislativo.
Per Pugin un solo raggio di speranza splende nel fosco quadro: prima che giunga il momento fatale, siano tornati all’unità cattolica tanti uomini devoti e ragionevoli, capaci di proteggere queste fabbriche illustri, da ulteriori profanazioni e riportarle all’antica gloria e al culto primevo.

John Birnie Philip, Complesso scultoreo del lato ovest e nord: scultori e architetti sul fregio del parnaso dell’Albert Memorial presso Londra. Sulla sinistra è presente Augustus Welby Pugin Northmore.

Il discorso, si sposta ora alle cattedrali, le quali hanno perso il loro progetto originario. Difatti tutte le antiche caratteristiche sono radicalmente mutate. Il cambiamento di stile di vita ecclesiastico, porta il mutamento in peggio delle strutture religiose. Guardando i palazzi vescovili, i quali sono stati demoliti e ricostruiti in scala ridotta e modesta o le loro parti più grandi sono state lasciate in abbandono, come porzioni inutili di edificio con le parti abitate restaurate con il peggior gusto possibile; o le rettorie e le canoniche le quali non sono sfuggite a un trattamento anche peggiore, molti degli antichi edifici sono stati interamente distrutti e tutti hanno subito miserande alterazioni: le cappelle private sono state distrutte e intorno alle cattedrali sono stati edificati edifici dalla massa inqualificabile. Nelle biblioteche si perdono molti manoscritti. Pugin torna nel finale a parlare dei sacerdoti, i quali facevano spesso doppi lavori che non gli permettevano di adempiere alle loro funzioni con tutte le categorie di edifici e di dignitari ecclesiastici siano stati spaventosamente rovinate e declassate dall’introduzione del sistema attuale. Il discorso prosegue parlando dei protestanti un po’ in tutta Europa, a partire dalla Francia, in cui gli Ugonotti in un breve spazio di un anno, commisero tali distruzioni che i più importanti tesori delle chiese, e molte delle più belle opere d’arte, furono saccheggiate e demolite. In Scozia i fanatici della chiesa presbiteriana di John Knox (1514 – 72) commisero grandi atrocità sulle cattedrali e in generale pur essendo divisi su vari punti delle loro dottrine (come tutte le eresie) erano uniti nella rapina e nella distruzione, nella sfrenata sete d’oro e nel selvaggio fanatismo che li indussero a commettere atrocità verso le belle arti in generale.

In conclusione Pugin tratta della nuova metodologia, secondo lui assurda, di costruire le moderne cattedrali: l’autore lo definisce un sistema abbietto e mercenario lontano dall’onore del culto divino da meritare la più severa censura. Si cerca infatti di costruire i luoghi di culto cercando di calcolare la somma minima necessaria per costruire e la percentuale che può rendere il denaro avanzato dalla costruzione se lo impiega per acquistare e affittare banchi. Dunque la costruzione delle chiese è degenerata in commercio puro e semplice con gli ornamenti (che per Pugin sono uno degli elementi più importanti), che debbono rientrare nelle modestissime cifre messe a disposizione. Comunque con la pochezza del culto attuale è impossibile creare un progetto grandioso, poiché la mancanza di zelo religioso, unito ad un’indifferenza verso la gloria del culto divino, sono ritenute dall’autore vergognose per la nazione, così come debbono essere offensive per l’Onnipotente.

 Augustus Welby Pugin Northmore, dall’immensa potenza del suo scritto, a due secoli di distanza si dimostra un trattatista non solo lucido e conoscitore del bello, ma fortemente attuale ancora oggi e per questo considerato un classico della trattatistica che ogni facoltà di architettura che si rispetti dovrebbe mettere a disposizione degli studenti. La sua scomparsa, chiamiamola polemicamente damnatio memorie, dai piani di studi universitari di architettura, ci fa piombare nuovamente nella cruda e modesta realtà delle facoltà italiane di architettura.

Per approfondimenti:

_Augustus W. Pugin, Contrasti Architettonici o la questione del gotico, casa editrice Uniedit Biblioteca di Architettura.

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Teologia e magistero nel Pontificato di Papa Francesco I

Teologia e magistero nel Pontificato di Papa Francesco I

di don Mauro Tranquillo dello 03-11-2020

La parola chiave dell’ultimo anno del regno di Papa Francesco, apparentemente privo di grandi documenti dottrinali, è stata pronunciata dal Pontefice durante un evento che, nell’economia di questo pontificato, si potrebbe giudicare “minore”. Si tratta della 68ma Settimana liturgica nazionale, organizzata dal “Centro di azione liturgica”, presieduto dal noto Mons. Claudio Maniago (1959). Uno di quei movimenti nati poco prima del Concilio (1947) per diffondere le idee nuove del movimento liturgico in Italia.

Don Mauro Tranquillo, è sacerdote, della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, ordinato dal vescovo Bernard Fellay nel 2002 a 24 anni. È un catechista con formazione tomista e risiede a Montalenghe (TO), dove svolge lezioni di catechismo.

In questa occasione (il 24 agosto 2017 nell’aula Paolo VI) Papa Francesco ha pronunciato un discorso piuttosto banale nel contenuto, dove ribadisce le linee ormai classiche della nuova concezione della liturgia. Ne riassumiamo il contenuto perché rivelatore, prima di arrivare alla questione che ci interessa. Papa Bergoglio in primo luogo ci ricorda che i cambiamenti del rito conciliare sono “sostanziali” e non “superficiali”, esattamente come diceva Mons. Marcel François Marie Joseph Lefebvre (1905 – 91), e contrariamente alla vulgata “ratzingeriana” che parlava di “due forme dello stesso rito”. Poco oltre il Papa affermerà che non si è trattato solo di riformare i riti liturgici, ma di “rinnovare la mentalità”. Educare il popolo a sentire il soffio dello spirito, che i “profeti” hanno percepito prima del popolo stesso, è sempre stata una delle missioni del pedagogo modernista, populista per eccellenza.
Il discorso procede con uno dei concetti chiave del modernismo: i cambiamenti conciliari sono stati frutto del «bisogno», dovuto «ai disagi percepiti nella preghiera ecclesiale», che ha creato la «necessità di mettersi in moto». Come abbiamo visto e vedremo, fonte della rivelazione e voce dello Spirito Santo è sempre comunque il “bisogno” del popolo, nel quale risiede il divino, non certo dei princìpi rivelati da Dio a cui fare riferimento oggettivo. Che poi tali bisogni siano in realtà indotti da organi di influenza, dei quali il “Centro di azione liturgica” è un tipico esempio, è discorso che svela a chi giovi il modernismo nella Chiesa. Il Papa dice anche che Concilio e riforma liturgica sono «direttamente legati»: in questo senso dovrebbero restare “direttamente legati” anche il rifiuto della nuova messa e del Concilio, mentre le diaboliche operazioni del 1984 (indulto di Giovanni Paolo II) e del 2007 (motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI) sono riuscite a separare le due cose con un’operazione che solo dei modernisti potevano concepire. In effetti è solo vuotando di senso il rito tradizionale che lo si può far celebrare a chi accetta anche il nuovo: poiché gesti e parole dei due riti sono evidentemente in opposizione di contraddizione tra loro, una mente umana li può accettare entrambi solo se li vuota di qualsiasi significato reale, se diventano solo simboli di emozioni o di esperienze interiori, e non significativi di realtà oggettive. Con queste parole Papa Francesco ci fa capire che accettare il nuovo rito e celebrare (od assistere) al vecchio significa necessariamente accettare la dottrina del Concilio, essendo le due cose “direttamente legate”. Il vecchio rito può sussistere solo se senza significato dottrinale proprio (ecco perché è “straordinario” rispetto a un “ordinario”: è l’ordinario che detta il significato allo “straordinario”).
Il Papa prosegue ricordando i princìpi ispiratori della riforma liturgica: in primo luogo la «partecipazione del popolo». La liturgia, dice, è «per sua natura popolare, non clericale»; è azione non solo per il popolo ma del popolo, l’assemblea del quale (seguendo il Messale di Paolo VI) rende presente il sacerdozio del Cristo al pari della presenza del ministro consacrato.
Concetti chiaramente protestanti, visto che per la dottrina cattolica la liturgia è azione del Cristo tramite il sacerdote ordinato, certo in favore del popolo battezzato, che però non è attore ma unicamente passivo ricettore dei beni del culto ecclesiastico. Sappiamo come il mito della “partecipazione del popolo”, usato in un primo tempo in modo ambiguo, sia poi diventato uno dei fattori determinanti del nuovo rito, per espressa dichiarazione di Paolo VI, che riteneva tale criterio molto più importante della conservazione del patrimonio di Fede e Tradizione rappresentato dall’antica liturgia (cfr. i discorsi delle udienze del 19 e 26 novembre 1969). A questo concetto si ricollega l’idea più volte ribadita nel discorso di Papa Bergoglio per cui la liturgia è “vita”, esperienza, ha per agenti Dio e noi. Il sapore tipicamente modernista di tali affermazioni è chiaro a chiunque abbia anche solo sfogliato l’enciclica Pascendi.
Fin qui questo discorso non sarebbe stato molto diverso ai tempi di Paolo VI o di Ratzinger; quello che però ci preme sottolineare è l’uso dell’espressione che ha dato titolo e unità al nostro intervento: «possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Di primo acchito ci viene da pensare che tali parole servano a chiudere autorevolmente la discussione sulla “riforma della riforma”, uno dei mitologici cavalli di battaglia del ratzingeriano medio, riesumata poco tempo prima di questo discorso del Papa dall’immaginazione del Card. Robert Sarah (1945), nel suo intervento al Convegno del Summorum Pontificum tenutosi a Roma il 14 settembre 2017. Lo stesso cardinale, come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, aveva tentato di dare un’interpretazione conservatrice al motu proprio Magnum principium del 3 settembre, con il quale il Papa aveva demandato totalmente alle conferenze episcopali la traduzione dei testi liturgici; interpretazione prontamente e pubblicamente smentita dal Papa con una lettera allo stesso Cardinale datata 22 ottobre.

Potere temporale: il 28-01-2017, Fra Matthew Festing (1949), già Gran Maestro dell’Ordine di Malta ha presentato le sue dimissioni al Sovrano Consiglio dell’Ordine di Malta, dopo che il Papa gli ha chiesto chiaramente di abbandonare il suo incarico. Le dimissioni di Festing sono arrivate dopo che nel dicembre dell’anno precedente l’Ordine aveva licenziato Albrecht Freiherr von Boeselager (1949), il Gran Cancelliere, con l’accusa di avere permesso la distribuzione di preservativi in paesi in via di sviluppo in Africa e in Asia da parte di una Ong che collaborava con l’Ordine. A quel punto, forse prendendo in esame la questione dei preservativi, Festing, in accordo col cardinale tradizionalista Raymond Leo Burke (1948), patrono dell’Ordine di Malta, avevano voluto l’allontanamento di Freiherr von Boeselager. Ma Papa Francesco non era mai stato d’accordo con questa decisione, anzi, pare non fosse proprio convinto della politica autorevole di Festing nell’affrontare le questioni interne all’Ordine. Per questo il Papa è intervenuto. Il Vaticano ha vinto la sua battaglia dentro l’Ordine di Malta. Ottenendo quanto voleva: le dimissioni del Gran maestro, Matthew Festing (in foto), e il reintegro del barone von Boeselager estromesso il 6 dicembre 2016.

Sarebbe bello se effettivamente l’espressione “irreversibile” di Papa Francesco cancellasse il mito conservatore della riforma della riforma; d’altro canto non dobbiamo pensare che l’espressione preannunci una qualche ulteriore riforma del rito della messa, spauracchio agitato da quel mondo anti-bergogliano che però accetta tutte le riforme conciliari, e ha bisogno di legittimare la messa di Paolo VI creando una “nuovissima messa” da rifiutare, per ora solo nella propria immaginazione, onde distinguersi nel culto dall’attuale pontefice (del quale però condividono le premesse dottrinali).
In realtà l’aggettivo “irreversibile”, pronunciato con insolita solennità “magisteriale” (le virgolette sono d’obbligo), è la chiave di questa fase storica del modernismo, e non solo a riguardo della questione liturgica. Abbiamo attraversato diverse fasi del modernismo e del suo metodo dialettico, delle quali è stato indiscusso protagonista Joseph Ratzinger. Alla fase di rottura con la dottrina cattolica, al momento del Concilio, è succeduta una fase di sintesi, indicativamente tra la fine del pontificato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI stesso, durante la quale è stata ricomposta (secondo la logica dei novatori) la contraddizione tra “Tradizione” e “Vaticano II”. Con un’operazione eminentemente dialettica, già più volte esaminata, si è arrivati a diffondere lo slogan della cosiddetta “ermeneutica della continuità” o delle “due forme dell’unico rito romano”. Parole che non intaccavano in nulla la vita reale della comunità ecclesiale, saldamente mossa dalle istanze più progressiste, ma che erano utili a fornire una sorta di “neo-ortodossia conciliare” alle forze refrattarie ad ulteriori cambiamenti, distogliendole dal ritorno a un paradigma veramente cattolico e tradizionale. Tale indimostrata e indimostrabile “ortodossia intermedia della continuità” sarebbe stata utile come punto di raccolta dei conservatori al momento dello scoppio della nuova fase di rottura, iniziata non con l’elezione di Papa Bergoglio, ma con quell’evento eminentemente rivoluzionario (per il modo in cui avvenne) che fu l’abdicazione di Benedetto XVI. In questa successiva ed attuale fase, il dibattito “Tradizione/Concilio” (usiamo questi termini semplificatori per pura convenzione) appare ormai chiuso, sostanzialmente evacuato, irrilevante per la vita e l’esperienza ecclesiale odierna. Chi ha problemi con il nuovo corso può rivolgersi alla rassicurante ortodossia ratzingeriana, cosa che in effetti fanno gran parte degli oppositori di Papa Francesco, dai cardinali dei dubia fino ai Socci e ai don Minutella, con tutte le sfumature intermedie. Sul discorso precedente invece non si torna più, perché i risultati di quella fase dialettica sono ormai assorbiti da tutti (nessuno infatti di questi discute le dottrine conciliari) e considerati appunto irreversibili.
Di Amoris laetitia si può discutere, il Papa ci ha già assicurati che si tratta di un testo “tomista”. Nell’operazione “continuità”, affermarla è già crearla. Probabilmente agli oppositori una decina d’anni basterà a scomparire nell’isolamento, mentre tutta la Chiesa pacificamente se non entusiasticamente ha accettato e già da decenni pratica la comunione dei divorziati conviventi. Un’operazione molto simile a quella avvenuta nella prima fase di rottura, quella del Concilio. “Irreversibile” non è una novità perché detto della dottrina o della liturgia conciliare: nessun Papa modernista, da Paolo VI a Benedetto XVI, si è mai sognato di progettare un “ritorno indietro”. Irreversibile è parola che vuole autorevolmente chiudere una fase dialettica, indica che il tempo di vita di quel precedente dibattito è semplicemente scaduto. Alla “Tradizione” si possono anche fare concessioni, proprio perché è ormai fuori tempo e quindi innocua. Adesso bisogna impegnarsi sul fronte aperto da Amoris laetitia, naturalmente tagliando fuori dal discorso ogni contatto con la dottrina preconciliare. Si potrebbe esaminare la strategia di nomine episcopali, particolarmente in Italia, atta a eliminare ogni rappresentante dell’“ortodossia conciliare” da posti importanti, del tutto simile a quella operata da Paolo VI nell’immediato post-concilio: ma finiremmo per parlare di pura politica ecclesiale, mentre vogliamo focalizzarci sul processo di mutamento dottrinale in corso.

Interreligiosità: Nel testo del discorso di Papa Francesco I alla comunità ebraica nella Sinagoga di Roma, andato in scena il 18-01-2016, il Pontefice Massimo afferma come “Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori, nella fede”, riprendendo le storiche parole pronunciate da Giovanni Paolo II, primo Papa a visitare la Sinagoga di Roma.

Per continuare il nostro esame con uno dei temi-chiave del pontificato bergogliano, da noi ampiamente commentato negli ultimi convegni, esamineremo ora il messaggio che il Papa ha rivolto ai partecipanti del XVI Congresso internazionale della Consociatio internationalis studio Iuris canonici promovendo, del 6 ottobre 2017, in occasione del centenario della promulgazione del codice piano-benedettino (1917). Per Papa Bergoglio, il lavoro di Papa Sarto sul diritto «segnò, all’indomani ormai della fine del potere temporale dei Papi, il passaggio da un diritto canonico contaminato da elementi di temporalità a un diritto canonico più conforme alla missione spirituale della Chiesa». Non c’è nemmeno da commentare l’inesattezza storica di questa affermazione; ma appare chiaramente il disprezzo per l’aspetto visibile e giuridico della Chiesa, aspetto che è la forma stessa, filosoficamente intesa, che definisce la Chiesa (non è, come sembra sempre dire Papa Francesco, una sorta di accessorio che è meglio perdere che conservare); la natura “spirituale” della missione della Chiesa viene, nella migliore tradizione gnostica, messa in contrapposizione con la sua essenza di società giuridicamente perfetta. Ma il discorso del Pontefice è molto esplicito nel seguito: il codice viene elogiato (nella visione bergogliana) per aver svolto un ruolo fondamentale “«nella emancipazione dell’istituzione ecclesiastica dal potere secolare, in coerenza col principio evangelico che impone di “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (cfr. Mt 22,15-22). Sotto questo profilo, il Codice ha avuto un doppio effetto: incrementare e garantire l’autonomia che della Chiesa è propria, e al tempo stesso – indirettamente – contribuire all’affermarsi di una sana laicità negli ordinamenti statali». Al di là della falsità dell’asserto, è chiaro che il Papa vuol presentare la laicità dello Stato in termini positivi, secondo il concetto tipico di Dignitatis humanae e di tutti i Papi post-conciliari, concetto condannato dal Magistero in numerosissime occasioni, e definito “manicheo” da Bonifacio VIII in Unam Sanctam, quasi che le due società non avessero un medesimo Principio da cui derivano, e l’inferiore non dovesse rispondere alla superiore.

C’è un’insistenza particolare sulla revisione del ruolo del diritto nella Chiesa, «dove il dominio è della Parola e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, sì, ma di servizio».  Revisione che è legata direttamente alla dottrina del Vaticano II: Francesco parla infatti del codice del 1983, ricordando come Giovanni Paolo II lo abbia presentato come la traduzione dell’ecclesiologia conciliare in linguaggio canonistico: «L’affermazione esprime il capovolgimento che, dopo il Concilio Vaticano II, ha segnato il passaggio da un’ecclesiologia modellata sul diritto canonico a un diritto canonico conformato all’ecclesiologia. Ma la stessa affermazione indica anche l’esigenza che il diritto canonico sia sempre conforme all’ecclesiologia conciliare e si faccia strumento docile ed efficace di traduzione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II nella vita quotidiana del popolo di Dio. Penso, ad esempio, ai due recenti Motu proprio che hanno riformato il processo canonico per le cause di nullità del matrimonio». Se da un lato si ammette che il ruolo del diritto, da costitutivo della società, è diventato accessorio (e che l’ecclesiologia conciliare non corrisponde alla precedente, anzi ne è il capovolgimento), dall’altro si ricorda che, anche in questo caso, il processo è lungi dall’essere concluso. Il richiamo alla nuova legislazione matrimoniale ci fa capire che non si può congelare nemmeno il diritto in una forma conchiusa, ma che la «traduzione degli insegnamenti del Vaticano II nella vita quotidiana del popolo di Dio» è un processo in infinito divenire, anche a livello canonico: l’influenza che deve esercitare il Concilio è «lunga nel tempo».

La natura di tali insegnamenti è esplicitata dal pontefice nella conclusione del messaggio: «collegialità, sinodalità nel governo della Chiesa, valorizzazione della Chiesa particolare, responsabilità di tutti i christifideles nella missione della Chiesa, ecumenismo, misericordia e prossimità come principio pastorale primario, libertà religiosa personale, collettiva e istituzionale, laicità aperta e positiva, sana collaborazione fra la comunità ecclesiale e quella civile nelle sue diverse espressioni». Il diritto canonico è visto quindi come strumento di irreversibilità e stabilizzazione della rifondazione della Chiesa. L’ecclesiologia conciliare, con il tocco di “profetismo” bergogliano, garantisce che lo spirito “pastorale” possa continuare il suo corso riaprendo la dialettica su nuovi temi.

A questa visione va collegato il cambiamento della dottrina sulla liceità della pena di morte. Nel Discorso dell’11 ottobre 2017 ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione, Papa Francesco aveva annunciato la revisione del catechismo su questo punto, poi effettivamente realizzata con un rescritto della Congregazione per la dottrina della Fede ex audientia Sanctissimi del 2 agosto 2018. Il Catechismo pubblicato da Giovanni Paolo II (di cui si festeggiava il venticinquennale), pur contenendo già le innovazioni conciliari, ammetteva ancora (seppur in maniera piuttosto teorica) che l’autorità civile potesse comminare la pena capitale in casi gravissimi. Invece, la modifica al numero 2267 del citato catechismo ci informa che, contrariamente a quanto affermato in passato, «la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Si specifica, seguendo la dottrina conciliare e wojtyliana, che la dignità umana non si può mai perdere, nemmeno per crimini gravissimi (san Tommaso d’Aquino faceva un discorso opposto).
Per quanto gravissima sia un’alterazione della dottrina cattolica su un ennesimo punto, ci preme sottolineare da quali princìpi provenga una tale possibilità, princìpi specialmente sottolineati da Papa Francesco nel discorso qui menzionato. Da dove può venire la conoscenza di una dottrina diversa da quella tramandata? forse si sono lette le fonti della Rivelazione in modo più accurato? forse finora l’infallibilità sonnecchiava? Papa Francesco risponde enunciando la tipica dottrina modernista sull’evoluzione del dogma, pur facendo anche un appello del tutto retorico al “Vangelo”. Vediamo cosa dice il discorso citato.

Interreligiosità: Viaggio apostolico di Sua Santità Francesco I negli Emirati Arabi Uniti dello 03-02-2019. Nella foto il Pontefice firma il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” con Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb (sulla destra).

 

Papa Bergoglio precisa chiaramente, a proposito del catechismo, che «non è sufficiente, [quindi,] trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità, la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce». Non si illuda chi vede nel nuovo corso ecclesiale un semplice mutamento di linguaggio: la fede di sempre non basta, né basta trovare un modo di esprimerla adatto all’uomo di oggi: si deve attuare un vero e proprio processo profetico, che guardi alle necessità (“sfide”) dell’uomo moderno come a una vera fonte della rivelazione divina. Francesco si fa più esplicito: «conoscere Dio, come ben sappiamo, non è in primo luogo un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona. È la conoscenza che proviene dall’amore, perché si è incontrato il Figlio di Dio sulla nostra strada (cfr Lett. enc. Lumen fidei, 28)». Parole apparentemente affascinanti, ma che rivelano il pensiero modernista sulla fede: non ci sono delle verità rivelate da accettare, ma un “desiderio” del divino che è dentro l’uomo. Ovviamente tale desiderio non è legato alla rivelazione di verità esterne all’uomo (da accettare con la ragione illuminata dalla fede – e per ciò stesso immutabili), ma può essere esplicitato in tanti modi, secondo le circostanze di tempi o luoghi: così nascono le varie religioni e così sono possibili infiniti mutamenti delle dottrine, a seconda delle necessità e delle sensibilità dei tempi. Una società religiosa organizzata come la Chiesa cattolica non potrà ovviamente ignorare la mutata sensibilità, e a tempo debito dovrà fare propria l’esperienza del suo momento storico che rileggendo il Vangelo scopre “cose nuove”. Chi non lo facesse, indubbiamente resisterebbe allo “Spirito santo”, che altro non sarebbe che lo spirito del mondo e della storia. L’operazione, felicemente portata a termine per la libertà religiosa e l’ecumenismo al concilio, e per la “famiglia” al sinodo di Papa Bergoglio, è ora estesa al tema sensibile della pena di morte.
Il Papa infatti prosegue in modo anche più esplicito: «Questa problematica [della pena di morte] non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale». Qui la “mutata consapevolezza del popolo” è chiaramente presentata come una “fonte” della dottrina cattolica. E continua: «La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare». Chiaro il richiamo a una permanente rivelazione: non si deve trasmettere (sarebbe “conservare in naftalina”) ma progredire verso un “compimento”, in modo inarrestabile, pena il peccato contro lo Spirito santo, esplicitamente evocato poco sotto: «Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri” (Eb 1,1), “non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio” (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di “religioso ascolto” (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere».
Difficilmente si potrebbe sperare in un’esposizione più chiara della dottrina modernista sull’evoluzione del dogma, benché Papa Francesco ripeta più volte che «non si tratta di un cambiamento di dottrina». Chi ragiona da cattolico e pensa che la dottrina della Chiesa corrisponda a una rivelazione conclusa che va trasmessa, non potrà non vedere una contraddizione insanabile, e si dovrà chiedere se la Chiesa abbia sbagliato finora o se sbagli Papa Francesco, in ultima analisi se Cristo abbia detto che la pena di morte è lecita oppure il contrario. Il modernista invece non vedrà contraddizioni: Dio non ha rivelato una dottrina, ma sta dentro di noi, e lo spunto datoci dal “Cristo storico” (che chissà poi che ha detto: non c’erano i registratori…) ci fa vivere un’esperienza religiosa che mettiamo in comune nella Chiesa, con formule concordate tra noi. Questa è l’azione “profetica” dello “Spirito santo”, che non cessa mai, specie quando cerchiamo di rivivere “l’entusiasmo degli inizi”. Così armonizzeremo in nuove formule i nostri rinnovati bisogni e desideri, suggeritici da quello spirito della storia che è Dio stesso, e al quale non bisogna resistere (e che comunque “non si può fermare”). Esattamente la dottrina che san Pio X condannò nell’enciclica Pascendi.
Il monumento del conservatorismo, che doveva congelare la famosa ortodossia conciliare, cioè il nuovo catechismo, ha resistito circa venticinque anni. Chi ha fatto propria la dottrina conciliare e wojtyliana sulla dignità umana, difficilmente troverà dei dubia da esporre su questo punto.
Il tema dell’irreversibilità è in realtà sotteso a un altro tema chiave del pontificato bergogliano, divenuto in molti momenti l’unico tema, quello dell’accoglienza dei migranti. Innanzitutto per Papa Francesco ad essere irreversibile è il fenomeno stesso: Scalfari ci ha ricordato, in un articolo su La Repubblica del 9 luglio 2017, che per Papa Francesco il meticciato (sic) è inevitabile e deve essere favorito, perché ringiovanisce la popolazione e favorisce l’accoglienza delle razze, delle religioni, delle culture. Il 22 settembre 2017, nell’incontro con i Direttori nazionali delle Migrazioni nella Sala Clementina, il Papa ha condannato qualsiasi resistenza, anche morale, all’apporto dei migranti: «Mi preoccupa […] che le nostre comunità cattoliche in Europa non sono esenti da queste reazioni di difesa e di rigetto, giustificate da un non meglio specificato dovere morale di conservare l’integrità culturale e religiosa originaria» (quindi l’integrità religiosa non sarebbe un valore, a differenza del meticciato: questo discorso ufficialissimo è la prova che Scalfari non si è inventato nulla, visto che i concetti sono i medesimi). Non per niente Famiglia Cristiana dell’11 ottobre 2017 sottolineava il silenzio dei media vaticani sul Rosario di difesa delle frontiere organizzato in Polonia, e riportava il fastidio di Papa Francesco davanti a tale iniziativa; il 19 ottobre seguente si faceva anche eco della minaccia del Primate polacco, Mons. Polack, di sospendere il clero che avrebbe preso parte all’iniziativa (fake news poi smentita, ma che fa sempre effetto). Sempre quel 9 ottobre il quotidiano Avvenire rendeva noto al pubblico italiano che il quotidiano di Soros in Polonia, Gazeta Wyborcza, era stata una delle poche voci critiche sull’evento.

Il 4 ottobre 2019 Papa Francesco ha partecipato ad un atto di adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama. Ha permesso che questo culto avesse luogo nei Giardini Vaticani, profanando così la vicinanza delle tombe dei martiri e della chiesa dell’Apostolo Pietro. Ha partecipato a questo atto di adorazione idolatrica benedicendo un’immagine lignea della Pachamama. Il 7 Ottobre, l’idolo della Pachamama è stato posto di fronte all’altare maggiore di San Pietro e poi portato in processione nella Sala del Sinodo. Papa Francesco ha recitato preghiere durante una cerimonia che ha coinvolto questa immagine e poi si è unito a questa processione. Quando le immagini in legno di questa divinità pagana sono state rimosse dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina dove erano state collocate e successivamente furono gettate nel Tevere da alcuni cattolici oltraggiati da questa profanazione della chiesa, Papa Francesco, il 25 ottobre, si è scusato per la loro rimozione, e una nuova immagine di legno della Pachamama è stata restituita alla chiesa. In tal modo è incominciata un’ulteriore profanazione. Il 27 ottobre, nella Messa conclusiva del Sinodo, ha ricevuto una ciotola usata nel culto idolatrico della Pachamama e l’ha collocata sull’altare. Lo stesso Papa Francesco ha confermato che queste immagini in legno sono idoli pagani. Nelle sue scuse per la rimozione di questi idoli da una chiesa Cattolica, li ha chiamati specificamente Pachamama, nome di una dea della madre terra secondo una credenza religiosa pagana del Sud America. Svariate caratteristiche di queste cerimonie sono state condannate come idolatriche o sacrileghe dal cardinale Walter Brandmüller, dal cardinale Gerhard Müller, dal cardinale Jorge Urosa Savino, dall’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, dal vescovo Athanasius Schneider, dal vescovo José Luis Azcona Hermoso, dal vescovo Rudolf Voderholzer e dal vescovo Marian Eleganti. Infine, anche il cardinale Raymond Burke ha dato la stessa interpretazione in un’intervista.

Del resto numerosissime sarebbero le citazioni del Papa e dei vescovi sull’apporto dell’immigrazione, sull’eccellenza della società pluralista, dove è garantita l’imprescindibile libertà religiosa. Nel discorso ai partecipanti al convegno internazionale sulla libertà religiosa del 20 giugno 2014, Papa Francesco già diceva: «La libertà religiosa, recepita nelle costituzioni e nelle leggi e tradotta in comportamenti coerenti, favorisce lo sviluppo di rapporti di mutuo rispetto tra le diverse Confessioni e una loro sana collaborazione con lo Stato e la società politica, senza confusione di ruoli e senza antagonismi. Al posto del conflitto globale dei valori si rende possibile in tal modo, a partire da un nucleo di valori universalmente condivisi, una globale collaborazione in vista del bene comune». L’immigrato è per il Papa il “segno del tempo” in cui viviamo. In Evangelii gaudium esortava «i paesi a una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali». Nel discorso a Filadelfia del 26 settembre 2015 il Papa metteva in risalto il legame tra società multiculturale creata dall’immigrazione con la necessità della libertà religiosa.
Di fronte a quel massiccio segno del tempo che sono le migrazioni (inarrestabili, ovviamente), appare palese che la società cristiana non può più tornare. Masse di persone di altre fedi non possono restare soggette a uno Stato cattolico, quindi è il segno che la libertà religiosa è voluta da Dio e che il processo di fine della Christianitas è irreversibile. I fatti creano i nuovi dogmi. Non è un mero discorso di inevitabili opportunità politiche in circostanze nuove, è davvero un messaggio di quello spirito divino che si rivela nella Storia e nelle vicende dell’uomo. La società pluralista e liberale è frutto di nuove esigenze; l’ecumenismo e il diverso rapporto con le altre fedi è inevitabile; voler preservare un patrimonio religioso o culturale è resistere allo Spirito. Il fine dell’immigrazione di massa, il bene che deve portare, non è l’islamizzazione dell’Europa, ma la costruzione di una società in cui vige l’irreversibilità del laicismo. Tale inevitabilità di processi è più volte ricordata nel documento preparatorio per il Sinodo dei giovani del 2018: l’«elevata complessità» del fenomeno migratorio e il «rapido mutamento» che ne consegue sono semplicemente un «dato di fatto» (ineluttabile), non è possibile dire a priori se si tratti di un problema o di un’opportunità. Così «non va trascurato poi il fatto che molte società sono sempre più multiculturali e multireligiose. In particolare la compresenza di più tradizioni religiose rappresenta una sfida e un’opportunità: può crescere il disorientamento e la tentazione del relativismo, ma insieme aumentano le possibilità di confronto fecondo e arricchimento reciproco. Agli occhi della fede questo appare come un segno del nostro tempo, che richiede una crescita nella cultura dell’ascolto, del rispetto e del dialogo». Agli occhi della fede: le vicende umane diventano segno di ciò che ora si deve credere, di una nuova rivelazione modernisticamente intesa. La fede infatti è per il documento «dilatazione della vita»: non ci si riferisce mai a princìpi per il discernimento (che dovrebbe essere il tema del Sinodo), ma solo e sempre a fatti o ad intime esigneze. La fede così intesa sarà «luce per illuminare i rapporti sociali» e «costruire la fraternità universale» (sic). Si è già fatto notare come tutto questo coincida in modo impressionante con il piano di Soros, denunciato tra l’altro dal premier ungherese Viktor Orban all’università estiva di Tusnádfürdő il 24 luglio 2017.
Si è capito che l’irreversibilità di cui parla Francesco non è tanto quella di una situazione irreversibile, quanto di una marcia irreversibile. Tale marcia deve sfociare necessariamente verso qualcosa di ultimo. Per l’appunto, i novissimi. Ora proprio il 9 ottobre 2017 usciva su La Repubblica un nuovo resoconto dei colloqui tra Eugenio Scalfari e Bergoglio, nel quale il vecchio giornalista sosteneva quanto segue: «Papa Francesco ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: inferno, purgatorio, paradiso. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere, mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio». Non pare probabile che il Pontefice abbia espresso il suo pensiero esattamente nei termini indicati da Scalfari (che comunque non è mai stato smentito). Tuttavia… tuttavia moltissimi elementi ci fanno dedurre che Francesco condivida sostanzialmente il pensiero teilhardiano del Cristo cosmico, per cui tutto il mondo sarà alla fine divinizzato. Il panteismo è l’essenza del modernismo, diceva san Pio X, e l’enciclica Laudato si’ lascia ben poco adito a dubbi su questo punto (si veda la nostra conferenza a questo stesso convegno di Rimini nel 2015). Il mondo marcia dunque in modo irreversibile verso la divinizzazione, e la religione non può non evolvere in funzione di questo.

La Chiesa Evangelica Luterana in Italia (ELCI) esprime la sua gioia per la visita di Papa Francesco alla Christ Church della Congregazione Evangelica Luterana Roma. Qui con Jens-Martin Kruse (1969), pastore della Congregazione del Cristo romano nel suo caloroso benvenuto il 15-11-2015.

Ma Papa Francesco ha in molte altre occasioni espresso queste sue tesi, seppure non nei termini brutali indicati da Scalfari. Nel discorso per l’udienza generale di mercoledì 11 ottobre, Papa Francesco ricordava che «al termine della nostra storia c’è Gesù misericordioso», e quindi «tutto verrà salvato. Tutto.» Sandro Magister fa notare nel suo blog che quest’ultima parola, “tutto”, nel testo distribuito ai giornalisti accreditati presso la sala stampa vaticana era evidenziata in grassetto. Anche nell’udienza del precedente 23 agosto il Papa aveva ricordato, citando a modo suo il capitolo 21 dell’Apocalisse, che Dio alla fine avrebbe accolto nella sua tenda «tutti gli uomini», omettendo però il resto del brano nel quale si parla dello stagno ardente di fuoco e zolfo destinato agli increduli e ai peccatori. Simili omissioni si ritrovano in vari commenti ai brani della Scrittura, da quello nell’Angelus del 15 ottobre sulla parabola del convito nuziale, all’Angelus dll’8 ottobre sulla parabola dei vignaioli omicidi, fino all’omelia della Pentecoste del 4 giugno, dove Francesco ha troncato le parole del Salvatore risorto sul potere di rimettere i peccati (omissione già operata al Regina coeli del 23 aprile precedente). Alcuni esempi fra mille.
Sembra dunque che la creazione di un’unica indeterminata religione, dove non contano più i dogmi e il diritto, ma lo spirito che risiede nell’insieme dell’umanità che vive la storia, senza più barriere (“muri”) di credenze religiose, sia una tappa del movimento irreversibile verso la cristificazione (o divinizzazione) del mondo materiale, che arriverà alla fine di un inevitabile processo di purificazione storica, secondo la migliore tradizione gnostica. Ridurre il problema della situazione attuale della Chiesa a qualche dibattito di punti dottrinali sarebbe miope, specie se ci si focalizza sui mutamenti formali di una sola fase dell’evoluzione dottrinale dimenticando gli altri. Prendere posizione nettamente e in modo completo è sempre più una necessità.

 

 Per approfondimenti:
_La Tradizione Cattolica, La riforma irreversibile. Psicologia e strategia per una Chiesa in uscita che non rietri più, Rimini, 28-10-2017.

 

 

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Sándor Márai: uno scrittore narratore dell’appassimento del mondo

Sándor Márai: uno scrittore narratore dell’appassimento del mondo

di Giuseppe Baiocchi del 12-10-2020

Sándor Károly Henrik Groschenschmied de Mára, noto al pubblico italiano semplicemente come Sándor Márai, non viene considerato propriamente un autore della finis Austriae, ma se si vuole parlare di Mitteleuropa, non si può ignorare colui che fu uno dei più grandi autori magiari, anche lui – nonostante un nazionalismo mal celato – nostalgico dell’Impero dell’Austria-Ungheria. In questo scrittore vi è infatti tutta l’atmosfera mitteleuropea in un pulviscolo di attesa, dove tempo e psiche si intrecciano in un abbraccio meraviglioso.

La sua residenza in via Mikó a Buda era protetta da dodici castagni, di cui solo uno rimane oggi. Un’agenzia di viaggi ora opera nello stesso posto in cui nessuno dei venditori ha letto Márai, nonostante ci sia un busto solitario con il suo nome accanto. Nessuno dà informazioni su di lui negli uffici turistici, il suo nome non compare nelle guide di viaggio e i suoi libri scarseggiano negli antiquari. È come se Budapest insistesse per ignorarlo. Dai commenti sussurrati dei librai si scopre che Sándor Márai è ancora indesiderabile per i nostalgici del vecchio regime, anche se l’Ungheria si è sbarazzata del Cremlino più di due decenni fa. Tuttavia, in mezzo a tanta indifferenza, c’è un uomo che ha dedicato metà della sua vita a recuperare la memoria di Sándor Márai. Si chiama Tibor Mészaros, lavora al Museo di Letteratura Petöfi.

Nato a Kassa nel 1900 – oggi Košice nell’attuale Slovacchia – Márai apparteneva ad un’antica famiglia sassone della piccola nobiltà ungherese (ricevente da Leopoldo II, il feudo di Mára nel 1790) anche se si considerò per tutta la vita e con orgoglio un borghese ungherese. Ma un piccolo-grande inganno che spesso si travisa del magiaro è la sua considerazione di borghesia, spesso confusa ad arte dallo stesso autore: Márai quando si riferisce alla sua “grande famiglia”, intende propriamente la piccola nobiltà terriera dalla quale proveniva. Anche lui, come tutti gli autori dell’Europa danubiana, possiede una cultura a trazione austro-tedesca, indice di come l’Impero possedeva sì molte etnie e lingue al suo interno, ma la formazione della classe dominante era tedesca – non a caso prima lingua ufficiale dell’Impero –, nonostante l’Ungheria esercitò un importante ruolo di implosione politica con il processo della magiarizzazione: un fenomeno pari al sionismo di matrice ebraica, l’irredentismo italiano e altri piccoli focolai nazionalistici disgregatori.

Larga parte della sua produzione di successo arrivò alcuni decenni dopo la fine del secolare Impero della Monarchia Duale, dove i suoi scritti si presentano con atmosfere assorte e contenute. I protagonisti vengono coinvolti in un flusso emotivo che si dipana con gradualità. Nel famoso romanzo A gyertyák csonkig égnek (Le Braci del 1942) i due uomini che rimettono in gioco la propria personale esistenza e amicizia – dopo 41 anni –, verranno sapientemente divisi proprio dall’elemento temporale, il quale trascorre inesorabile e fa sì che entrambi abbiano amato in quel lontano passato la stessa donna, fra tradimenti, desiderio di vendetta e separazioni impossibili da rimarginare.Nel celebre romanzo Eszter hagyatéka (L’eredità di Eszter del 1939) stilato anch’esso alle porte della seconda guerra mondiale, continua la psicologia dell’attesa. Ogni parola viene «pesata» e il segreto della narrazione si espande, dilatandosi nell’attesa del ritorno dell’uomo follemente amato dalla donna che lo aspetta da vent’anni, ma dal quale non ha avuto che delusioni e opportunismi. È la psiche che accende il racconto, con accesi pensieri passionali da parte della protagonista – tutta femminile – e retropensieri, verso la vita passata. L’interlocutore, molto spesso, non è necessario; a Sándor Márai non interessa. In Az igazi (La donna giusta del 1941) i tre apparenti dialoghi sono in realtà riflessioni solitarie sull’amore inseguito e su quello vissuto, ma si percepisce l’instabilità dei rapporti che parallelamente viene unita alla fermezza della Vienna imperiale e regia in cui il romanzo è ambientato. Il magiaro penetra nei sentimenti di un’epoca ormai sull’orlo della conclusione, lo splendore della Mitteleuropa e la sua Austria felix. Particolari le descrizioni di austerità dell’alta borghesia austriaca, la quale parallelamente annuncia la sua imponenza nelle vibrazioni di una società che seguiva cadenze più private, più intimistiche rispetto agli stravolgimenti e alle nuove modalità di comunicazione che si sarebbero imposti di lì a poco. Leggere Márai, significa comprendere l’orgoglio ferito di tutta una classe sociale: quella della piccola nobiltà terriera mitteleuropea.

La dignità viene costantemente inserita in una situazione di pericolo e ancora una volta «il tempo» non funge da elemento positivo, ma da contraltare negativo delle vicende, poiché crea una presa di contatto con una sofferenza meditata a lungo, ma sopita spesso nel passato. Non assistiamo a romanzi d’azione, ma d’emozione e d’atmosfera. Il sentimento umano è al primo posto rendendo le opere letterarie «lontane» apparentemente, dalla sensibilità contemporanea di concepire l’esistenza e le relazioni, le quali mostrano nitidamente le trasformazioni che la soggettività dell’esperienza ha subito nell’ultimo secolo. Ne sono un esempio le opere che narrano la sua vita: Egy polgár vallomásai (Le confessioni di un borghese del 1934-35), Föld, föld…! (Terra, terra…! del 1972) e Csöndben akartam lenni (Volevo Tacere del 1943). Con tali autobiografie Sándor Márai si è rivelato poeta delle intermittenze del cuore e sismografo della catastrofe novecentesca, guadagnandosi un posto di prima fila nella psico-storiografia della Mitteleuropa, accanto ad altri grandi ungheresi, anch’essi esiliati, come Arthur Koestler (1905 – 83) e François Fejtö (1909 – 2008). Difatti per uno scherzo del destino, la sua vita sarà divisa in due «esistenze» di pari durata, ma vissute diversamente, quasi in opposizione. Abbiamo un «primo periodo» pieno di successo nazionale, viaggi alla scoperta del continente – di quell’Europa così diversa dalla sua Mitteleuropa –, di una vita spirituale piena e colma di socialità; di contro il «secondo periodo» – comprendente tutto il post 1939 – è caratterizzato dalla crisi del soggetto, dalla solitudine crescente, che porterà l’autore alla fuga in povertà, fino al suicidio americano di San Diego del 1989.

All’interno di questa cornice – come nei suoi racconti – vi è il sentimento umano che torna sempre verso l’ultimo bastione che non crolla: l’Impero Duale di Franz Joseph. Il grande letterato registra impassibile la fine della civiltà aristocratica – la quale segue quella borghese, entrambe anime della Mitteleuropa scomparsa, umiliata e ferita –, pur consapevole che quella tragica conclusione comporterà anche la sua dipartita. Un atteggiamento di sdegnosa fierezza, perfettamente ripreso nella statua che gli è dedicata nella sua città natale, ad opera dallo scultore (slovacco) Márian Gladis.

Statua dello scrittore magiaro Sandor Marai, presso Kosice in Slovacchia.

Tale consapevolezza è presente nel già citato romanzo La Donna giusta, dove si descrive – con grande potenza – la fine del mondo mitteleuropeo: «Il vecchio sistema cominciava a barcollare… […] quella che mi raccontava era anche una favola, una storia dell’altro mondo. Di un mondo al quale sarebbe piaciuto anche a me dare una sbirciata, il paradiso dei ricchi… Ma io non ero mai riuscito ad andare oltre le camere da letto. Le gran dame non mi avevano mai invitato né in salotto né in sala da pranzo. […] oramai la lotta di classe è arrivata alla fine, e che stiamo vincendo noi proletari. I signori stanno solo cercando di prendere tempo, di tirare le cose per le lunghe. […] Davvero ho vinto io, il proletario? […] Ho una macchina, una bella vedova irlandese, la tivvù, il frigorifero… Ho perfino una carta di credito, insomma, sono un vero signore, un gentleman. Mi sono fatto appioppare tutta questa roba, a credito. E se un bel giorno mi venisse lo sghiribizzo della cultura, mi comprerei anche dei libri. Ma mi trattengo, perché nei tempi duri della mia vita ho imparato che è meglio non avere troppe pretese. Anche senza bisogno di libri ho l’impressione che ormai, al giorno d’oggi, la lotta di classe non infuria più per le strade. Il proletario è ancora proletario, e il signore continua ad essere signore. Ma adesso si affrontano in maniera diversa. Sa il diavolo com’è che siamo arrivati a questo punto, ma una volta succedeva che il proletario sgobbava fino a che riusciva a mettere insieme tutto quello che serviva al signore. Adesso è invece il signore che si scervella per trovare il modo di convincere me, il proletario, a consumare tutto quello che produce lui, il borghese. Mi vuole imbottire di ogni genere di roba, come l’oca per la festa di S.Martino, mi vuole fare ingrassare per bene, perché lui riesce a rimanere borghese solo se io il proletario, mi metto a comprare tutto quello che lui cerca di sbolognarmi. Che mondo pazzo chi ci si raccapezza più?… Perché qua mi si vuole appioppare ogni sorta di carabattole, a credito. To’, una macchina!… la tengo parcheggiata qui all’angolo, la mia macchina nuova. Quando ci salgo e la accendo, mi torna in mente che cosa voleva dire una macchina per me quando ero pischello!… Ero un ragazzetto scalzo e restavo come fulminato già soltanto se per la strada mi passava accanto un tiro a due, a cassetta ci stava il cocchiere, con il gilè con i bottoni dorati e una berretta con la frangia, che faceva schioccare la frusta come gli sbirri i ceffoni. La carrozza era tirata da due cavalli, era così che viaggiavano i signori! Ma adesso nel mio carro di cavalli ce ne stanno centocinquanta. […] Di sabato ogni tanto mi faccio un giro con la vedova, andiamo in riva al mare, lì ci mangiamo un hamburger, ma non scendiamo nemmeno, e per andare dove?… Poi di nuovo a casa. Però la macchina ci vuole, per lo status. […] Perché ormai è tutto mio, del proletariato […]. Quando sono arrivato in questo paese, in questa enorme America, non avevo il becco di un quattrino. E adesso invece? Guardami bene, dalla testa ai piedi, che tu ci creda o no, la sacrosanta verità è che oggi ho la bellezza di ottomila dollari di debiti! Provaci tu, bello mio! […] Perché io ho fatto carriera nel mio campo, sono un vincente, un vero signore!… E se aspetti ancora un po’ anche tu avrai un tosaerba, e pure uno di quei forni elettrici che cuociono il polpettone con una luce rossa, in maniera scientifica. E tutto quanto a credito, perché il borghese ha la lingua penzoloni dalla smania di farti diventare un vero signore, proprio te, il proletario. Te la beccherai pure tu la febbre del consumismo, come me la sono beccata io, come le pecore la rogna». Il lettore assaporerà così sprazzi di Impero, alcune frasi, un dialogo – senza un nitido contesto – a cui ci si possa aggrappare, per avere un rilievo narrativo: una scoperta individuale che non chiude mai a nuove interpretazioni.

Gli affetti personali di Sándor Márai in esilio: il cappello di feltro verde, la pipa inseparabile, il portafoglio di pelle, il coltellino svizzero e la penna che ha tradotto in parole il flusso immaginifico dei suoi romanzi.

Sándor Márai fu anche un conservatore del “Bel Mondo”, dal quale proveniva: una realtà a tinte nere-oro. Difatti l’aristocrazia e l’alta borghesia, prima dell’avvento dei totalitarismi, erano eredi dell’umanesimo occidentale, sospeso tra l’arroganza feudale, tipica della nobiltà, e le tendenze rivoluzionarie del proletariato. Si definirà «borghese» sempre con atteggiamento di sfida coraggiosa, verso una nuova terribile realtà, la quale fu portatrice di morte e disperazioni non solo al piccolo mondo agiato dello scrittore, ma – nel 1939 – si estese ben oltre ogni limite immaginabile. Pur rimpiangendo l’Impero, vissuto durante la placida infanzia, l’ungherese fu un patriota, dimostrando il suo attaccamento – nonostante le origini sassoni, con nome originario Grosschmid, mutato legalmente in Márai nel 1939 – nei duri anni quaranta. Fu con questo spirito che Márai, si impegnò nel rimanere fedele sempre alla sua lingua ungherese, la quale – durante le occupazioni tedesche e russe – lo condannò a quell’emarginazione che non conobbero i Nabokov e i Koestler, passati all’inglese, i Cioran, gli Ionesco, i Fejtö e i Kundera, divenuti scrittori francesi, il Canetti bulgaro-tedesco, l’italo-polacco Gustaw Herling e molti altri ancora. Lo scrittore iniziò a peregrinare attraverso l’Europa: prima in Germania, dove soggiornò a Lipsia, Francoforte, Weimar e Berlino, successivamente Parigi e Londra. Non si riscontrano lunghe permanenze a Vienna ed è forse per tale motivo che viene definito, da alcuni, uno «scrittore europeo». Di contro definirei tale interpretazione discutibile, proprio perché l’atmosfera della finis Austriae si ritrova in moltissimi dei suoi scritti, i quali hanno come ambientazione le due capitali imperiali, Vienna e Budapest. Lo stesso Márai, legato alla sua lingua e alla sua cultura propriamente mitteleuropea, si definirà sempre uno straniero in casa d’altri, anticipando lo stesso Albert Camus con il suo romanzo Lo straniero, dove appare il dramma del sentirsi sempre “fuori posto” e non far parte mai pienamente di una comunità e di un popolo. L’ambientazione dei Cafe, degli appartamenti, delle piazze, dei costumi non rivestono solo il ruolo di una mera comparsa sterile finalizzata ai personaggi, ma acquisiscono, all’interno dell’autore, una consapevolezza interiore del suo mondo scomparso per sempre: in tale veste Sándor Márai è da considerarsi, a livello letterario, pienamente mitteleuropeo.

Lo scrittore magiaro ci segnala anche la crisi della famiglia e dell’educazione che la nuova società impartiva. Nel suo piccolo capolavoro, Divorzio a Buda (1935), ci ricorda l’importanza dell’organicità che la Chiesa Cattolica riusciva a dare nei confronti dell’educazione dei ragazzi: «Padre Nobert gli aveva dato quello che il più delle volte nemmeno una madre è capace di dare, nemmeno la famiglia, nemmeno i fratelli: con tatto e oculatezza, il genio pedagogico di padre Norbert lo aveva posto sotto la protezione di una comunità umana. Lì ogni individuo sentiva di appartenere a qualcosa, a un luogo, ecco il semplice obiettivo da raggiungere. […] A quei tempi era in voga l’educazione di matrice psicoanalitica, e i figli delle famiglie borghesi erano tenuti sotto costante controllo psicologico, protetti, avvezzati a nutrimenti spirituali – la pedagogia moderna proibiva ai genitori i castighi, i burberi divieti, la parola d’ordine era spiegare, permettere e informare. Kristóf Kőmíves era convinto di essere un padre buono e coscienzioso pur non tenendo conto di quei nuovi precetti educativi. Aveva compreso che era “tutto l’insieme” a risultare decisivo, il clima familiare, il fatto stesso di essere interiormente, profondamente, una vera famiglia nella quale il padre, madre e figlio si stringono l’uno all’altro. E se era questa concordia interna a tenere unita la famiglia, i genitori avrebbero anche potuto litigare, i bambini avrebbero anche potuto ricevere qualche castigo, la mamma distribuire qualche ceffone, il padre essere di cattivo umore, burbero o taccagno, la famiglia nel suo insieme sarebbe ugualmente rimasta unita, nessuno avrebbe tremato, e i bambini non avrebbero subito alcun trauma dagli scappellotti paterni».

Il passaporto dello scrittore.

Ed ancora sul divorzio: «Dopo alcuni anni di pratica con le cause di divorzio sentiva che, fra tutti i compiti di un giudice, il suo era il più ingrato; con mani profane si doveva unire e sciogliere là dove in precedenza solo Dio univa e soltanto Egli poteva dividere. […] anche lui chinava il capo quando pronunciava la sentenza, poiché sapeva che le sue parole rispecchiavano soltanto una legge umana, e quel che dichiarava era contrario allo spirito della legge divina. […] E dopo, tanti anni, a volte gli pareva di aver già visto tutti i malanni di questa terra: dalle pratiche di divorzio, come da una goccia di sangue infetto, si rivelavano morbi segreti che affliggevano l’intero organismo, emergeva la sindrome della decomposizione della famiglia […] dubitava che l’uomo potesse ancora essere capace di risanare: esistevano forse una speranza, una guarigione diverse da quelle che Dio manda agli uomini»?

Ma ben presto, come documentano con scansione degna di un thriller le pagine di Terra, terra…! fu chiaro che non restava altra via che l’esilio. Così ci descrive minuziosamente il regime comunista che si era installato con la forza in Ungheria: «Gli stalinisti volevano contrabbandare il comunismo nell’Occidente europeo per poi – quando e come fosse stato possibile – controllarne le risorse industriali e tecniche. […] I russi, inoltre, erano spinti dall’ossessione messianica di portare il comunismo al di là dei confini dell’Unione Sovietica. […] Stalin e gli stalinisti, che con l’imperialismo comunista avevano provocato dapprima la resistenza spirituale, morale e poi – in Polonia, nella Germania dell’Est, in Ungheria – quella fisica, si comportarono in modo incomprensibile per i contemporanei. Con una strategia non aggressiva, con la maschera del socialismo, avrebbero probabilmente ottenuto risultati migliori che col terrore attuato dalla costrizione comunista, sia nei paesi “satelliti” sia in Occidente e altrove. […] In quel periodo in Occidente era già comparso qualche libro che faceva luce sulle purghe staliniane. I testimoni oculari sfuggiti ai finti processi, alle “autoaccuse” morbosamente pubblicate – tra cui c’erano anche molti comunisti che davano notizie di comportamenti disumani basandosi su esperienze personali dirette – scrivevano libri la cui pubblicazione aveva un’eco in Occidente. La propaganda ufficiale comunista, com’è ovvio, denigrava aspramente queste testimonianze, definendo gli autori dei fedifraghi patentati, rinnegati, prezzolati, scribacchini al soldo delle potenze imperialiste. Ma con il passare del tempo emerse il dubbio che gli stalinisti, si rallegrassero in segreto per quelle denunce, che non provocavano soltanto l’indignazione dei “compagni di strada” occidentali, ma anche la paura delle masse. E a parlare erano i testimoni oculari, con dimostrazioni convincenti, uomini turbati che una volta avevano creduto nel comunismo e poi si erano dovuti rendere conto di cosa fosse in realtà questo sistema. E sostenevano che il comunismo non tollera critiche, tentennamenti, revisionismi liberali. Non ha bisogno di adepti “idealisti ed entusiasti” che poi restano delusi perché la realtà li disinganna, ma colpisce spietatamente e sistematicamente tutti coloro che concepiscono il bolscevismo in maniera diversa da come esige l’ortodossia. Per i comunisti, che erano buoni strateghi e facevano progetti a lunga scadenza, simili libri erano utili, perché dimostravano all’uomo comune che opporsi era inutile, che non ci si poteva difendere dai metodi e dagli strumenti di sistema. I comunisti sapevano che tale sistema poteva funzionare solo in un clima di paura permanente e perciò disapprovavano a voce alta quei libri che segretamente approvavano, fregandosi le mani, poiché attestavano l’irresistibile forza del terrore. Non volevano e neanche potevano sperare nell’esistenza di un uomo pensante il quale, pur avendo conosciuto concretamente il comunismo, ne fosse ancora entusiasta: a loro bastava la paura che quelle testimonianze generavano nelle vittime.
Non temevano di non essere amati. Temevano solo di non essere temuti. L’ossessione messianica slava era solo in parte all’origine della strategia di aggregazione bolscevica, fulminea e senza riguardi, che aveva provocato la guerra fredda. In realtà i comunisti non temevano l’Occidente, che ritenevano corrotto, fiacco e maniacalmente bisognoso di sicurezza (e in questo spesso avevano ragione), né paventavano i fascisti con i quali, al cambiar del vento, ci si poteva sempre accordare, ma temevano il proprio sistema, il comunismo.
Sapevano che un sistema fondato sull’inganno e la prepotenza poteva essere mantenuto solo perpetuando inganno e prepotenza – e che il solo mezzo per ottenere ciò era la minaccia perenne del terrore. Temevano la situazione nazionale interna, che dopo la seconda guerra mondiale si era radicalmente modificata: dopo l’isolamento e l’ignoranza totali dei primi tre decenni era arrivata l’ora in cui frotte di soldati rientrati dall’Occidente riferivano che altri sistemi e altri metodi potevano produrre – velocemente e con risultati migliori – benessere per le masse e condizioni più degne per l’uomo. […] Una simile spinta è irresistibile, al pari di una catastrofe naturale, un terremoto. E perciò si affrettarono dappertutto, anche in Ungheria, a realizzare il comunismo: sapevano che il tempo sarebbe rimasto loro alleato solo finché potevano incutere paura alle masse. Temevano che a un certo momento la gente potesse smettere di avere paura della paura (nella tabella oraria del terrore questo momento ha un tempo preciso) e cominciasse a protestare.
Erano spietati e avevano fretta anche perché nella storia, fra tante altre cose, era comparsa la radio a batteria. Non avevano ancora valutato il ruolo della radio a pile – che invia informazioni nelle regioni più lontane di un impero su quello che sta succedendo nel mondo in quell’istante – nei processi storici. La radio è in grado di svelare in pochi secondi menzogne ben radicate: ad esempio quella secondo cui un’utopia concepita cento anni prima e completamente ammuffita e sorpassata possa ancora essere realizzata concretamente nell’interesse delle masse lavoratrici.
I nazisti furono tradotti davanti ai tribunali speciali, detti popolari, e coloro che si difesero dichiarando di aver solo “eseguito degli ordini” vennero giustiziati. In casi particolari, quando c’era bisogno di uomini senza scrupoli, li si graziò e li si inquadrò nelle file del potere comunista. […] Vissi un anno e mezzo in quest’atmosfera, che conobbi non per sentito dire o dai libri, ma attraverso l’esperienza quotidiana. […] In quel periodo appariva ancora qualche giornale dell’opposizione. Le case editrici e i teatri non erano ancora stati nazionalizzati. I comunisti – muniti di cronometro – lavoravano con prudenza: facevano a pezzi il corpo della nazione articolazione dopo articolazione, come un sapiente professore quando seziona le membra del corpo umano nel corso di un esame di anatomia pubblico. Cercavano di risparmiare gli organi più nobili, i nervi più importanti, ma tagliuzzavano e sezionavano le viscere con pinze e forbici. Nessuno sapeva fino a quali profondità sarebbero arrivati, talvolta sembrava che nemmeno i comunisti sapessero fino a che punto avrebbero potuto affondare il bisturi nel corpo vivo. Avevano ricevuto l’ordine da Mosca; probabilmente avevano anche ricevuto le istruzioni per la messa in pratica, ma al tempo stesso avevano paura di indugiare in inutili scrupoli di coscienza, poiché la responsabilità finale era loro, dei tecnici mandati da Mosca. Se qualcosa fosse andato storto, se il malato fosse morto dissanguato o avesse cacciato un urlo, avrebbero dovuto risponderne loro. Per questo lavorarono un anno e mezzo con l’attenzione del ragno che tesse la tela. […] Non lo si poteva percepire subito, ma tutti i giorni il Ragno produceva un filo. Ora i libri di testo, ora la scuola. Ora i lavori pubblici. […] Oggi scompariva un uomo, domani una vecchia, solida istituzione. Oppure un’idea. […] Quello che ancora ieri era la norma – partiti politici, libertà di stampa, vita senza paura, libertà di opinione – c’era anche il giorno dopo, era soltanto più esangue, come durante certe notti di angoscia, quando gli elementi della realtà quotidiana continuavano a vivere benché più pallidi. […] Eppure vi era qualcosa di più importante del posto di lavoro e del pane. Una cosa che, pur nell’estremo bisogno, per la maggior parte degli uomini è più importante di tutte quelle che può perdere in una grave prova: la stima di sé.

La Rivoluzione ungherese del 1956 schiacciata dalle forze sovietiche.

Dopo tante menzogne e logore parodie, le persone avevano riconosciuto la realtà: quanto pericolo ci fosse nell’essere costretti ad accettare quello in cui non credevano. Si voleva che accettassero sinceramente ciò che disprezzavano. E si voleva togliere loro l’unico bene rimasto, più importante del ruolo sociale, del benessere, della carriera: il diritto di essere uomini degni di questo nome, uomini che costruiscono e migliorano la società nella quale intendono vivere.
Ed era proprio questo quel che voleva il Ragno: succhiare dalla vittima tutto ciò che somigliava alla consapevolezza umana. Come avevano fatto i nazisti nei campi di concentramento, dove le vittime, ridotte a livelli subumani, non solo venivano uccise e soffocate dal lavoro ma, attraverso umiliazioni e torture, avrebbero dovuto perdere il senso della coscienza e della dignità umana. I nazisti in definitiva, si accontentarono, “modestamente”, di annientare fisicamente le proprie vittime. I comunisti volevano qualcosa di più e di diverso: esigevano che la vittima restasse in vita e che celebrasse il sistema che annientava in lei la coscienza umana e la stima di sé».

Dopo il suo quarantottesimo compleanno, l’undici aprile del 1948, lo scrittore ungherese scelse la fuga dal suo Paese, ma per il periodo storico – degli anni cinquanta – coloro che «sceglievano la libertà» erano spesso visti come rinnegati e reietti. Basti pensare che i tre principali attori della politica filo-tedesca dell’Ungheria erano già usciti di scena: Bethlen, deportato a Mosca, vi morì in circostanze mai chiarite nell’ottobre 1945; Szalasi fu processato e impiccato a Budapest nel marzo 1946; Horthy, che era stato arrestato e deportato dai tedeschi nel 1944, fu brevemente imprigionato poi rilasciato dagli americani alla fine della guerra e si spense in esilio in Portogallo nel 1957. Molti loro seguaci si distinguevano per lo zelo con cui militavano nei ranghi del nuovo regime. Un dissidente come Márai diventava un testimone scomodo. Fu così che il giovane scrittore di successo, divenne un esule del destino. La sua trasformazione fisica lo testimonia ampiamente,  e anticipando lo scacco amaro di un cancro, abbracciò il suo tragico destino, che portò l’autore ad un amaro suicidio oltreoceano il 21 febbraio del 1989.

 

Per approfondimenti:
_Márai S., (1935 – 1939), Divorzio a Buda, Adelphi, Milano, 2002;
_Márai S., (1934 – 1935), Confessioni di un borghese, Adelphi, Milano, 2003;
_Márai S., (1941), La Donna giusta, Adelphi, Milano, 2004;
_Márai S., (1934 – 1935), Terra, terra!, Adelphi, Milano, 2005;
_Márai S., (1942), Le braci, Adelphi, Milano, 2008;
_Márai S., (1949 – 1950) Volevo tacere, Biblioteca Adelphi 666, Milano, 2017;
_Zweig S., (1942), Il mondo di ieri, Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2016.

 

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Il rito romano straordinario. La Santa Messa in latino

Il rito romano straordinario. La Santa Messa in latino. Di don Nicola Bux

a cura di Stefano Scalella
19 settembre 2020 – Bottega del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 – 63100 AP
Introduce: Dott. Maurizio Seghetti
Modera: Arch.Giuseppe Baiocchi
Interviene: don Nicola Bux

 

Sabato 19 settembre 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 58°incontro dell’associazione culturale onlus Das Andere. L’evento ha visto la presenza del penitenziere del Duomo don Giuseppe Bachetti e il consigliere comunale avv. Emidio Premici per i saluti istituzionali. Ospite don Nicola Bux, fine teologo dell’Arcidiocesi di Bari, introdotto da dott. Maurizio Seghetti e moderato dall’arch. Giuseppe Baiocchi. Il presbitero don Nicola, spaziando inizialmente sulla diversità liturgica che separa il rito romano straordinario, da quello del Messale di Paolo VI, si è soffermato anche sullo status della fede nel mondo, la quale va via via spegnendosi. Ed ecco così che il rito romano antico rivela una potenza evangelizzatrice, come attesta il movimento internazionale di giovani, che sempre più numerosi si avvicinano alla Chiesa, a motivo del misticismo della Messa in forma straordinaria, simile alla liturgia. Lo stesso Papa Francesco I ha rilevato come: “Le Chiese ortodosse, hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione” (Intervista ai giornalisti sul volo di ritorno dal Brasile, 28 luglio 2013). Si può dire a questo punto che il Motu proprio Summorum Pontificum sia la messa in prova dell’ermeneutica della continuità: la proposta di una ‘riforma della riforma liturgica’. Se si rifiuta vuol dire che non si è capito il Concilio Vaticano II. Il numero dei luoghi dove viene celebrata la liturgia tradizionale in Italia è passata nell’anno 2019, da 129 a 134, ossia 5 nuovi luoghi e quindi una crescita del 4% in 71 delle 222 diocesi latine d’Italie e le richieste di celebrazioni diventano sempre più numerose in Italia (ve ne sono almeno trenta domande in gran parte provenienti dalle diocesi dove attualmente non è ancora celebrata la liturgia tradizionale). Vi sono stati, da cinquant’anni, tentativi rivelatisi infruttuosi di soffocare questa liturgia. E lo saranno ancor più, col rischio di veder scoppiare una guerra liturgica ben più viva di quella degli anni ’70 in un organismo ecclesiastico oggi estremamente indebolito… Tutti questi sacerdoti e fedeli rappresentano un insieme nella Chiesa che potrà essere sempre meno ignorato a fronte del crollo numerico di sacerdoti e religiosi (in Occidente) e della dottrina (dovunque). A dieci anni dal Motu Proprio sono per lo più raddoppiati i luoghi dove si celebra la Messa tradizionale, e la crescita continua. Per non parlare delle comunità Ecclesia Dei che sono, in piena crescita quanto a preti e ad apostolato, ma il movimento Summorum Pontificum è ormai diffuso soprattutto nelle diocesi e nelle parrocchie, uno sviluppo rapido e pressoché illimitato.

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La Guardia Nobile Pontificia: quell’ultimo glorioso stendardo

La Guardia Nobile Pontificia: quell’ultimo glorioso stendardo

di Giuseppe Baiocchi del 24-09-2020

«Sì; la fede rende più nobile la vostra schiera, perché ogni nobiltà viene da Dio, Ente Nobilissimo e fonte di ogni perfezione. Tutto in Lui è nobiltà dell’essere. […] Dunque il modo della nobiltà di una cosa corrisponde al modo con cui possiede l’essere; giacché una cosa si dice che è più o meno nobile, secondo che il suo essere si restringe a qualche grado speciale maggiore o minore di nobiltà. […] Anche voi avete da Dio l’essere; Egli vi ha fatti, e non voi stessi. ‘Ipse fecit nos, et non ipsi nos’ (Ps. 99,3). Vi ha dato nobiltà di sangue, nobiltà di valore, nobiltà di virtù, nobiltà di fede e di grazia cristiana. La nobiltà di sangue voi la mettete al servigio della Chiesa e a guardia del Successore di Pietro; nobiltà di opere leggiadre dei vostri maggiori, che nobilita voi stessi, se voi di giorno in giorno avrete cura di aggiungervi la nobiltà della virtù […]. Tanto degna di lode riluce la nobiltà congiunta con la virtù che la luce della virtù spesso eclissa la chiarezza della nobiltà; e nei fasti e negli atri di grandi famiglie unica e sola nobiltà resta talora il nome della virtù, come non dubitò di affermare anche il pagano Giovenale (Satyr. VIII, 19-20): ‘Tota licet veteres exornent undique cerae atria, nobilitas sola est atque unica virtus’ (Benché le vecchie figure di cera ornino dappertutto i palazzi delle grandi famiglie, l’unica ed esclusiva loro nobiltà è la virtù)». Era il 26 dicembre del 1941, quando il Venerabile Pius PP. XII pronunciava queste parole alla sua Guardia Nobile.

Un giovane rampollo della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità.

Oggi tale corpo militare è scomparso: San Paulus PP. VI il 14 settembre 1970 ne sopprime l’apparato. Fu così che gli antichi membri di quell’ultimo glorioso stendardo sopravvivono nell’associazione delle «Lance Spezzate», nella quale si mantiene l’osservanza del rito romano antico.
Il Corpo che ha origine nel 1485 con l’istituzione della «Guardia dei Cavalleggieri» da parte di Innocentius PP. VIII (1432 – 92), vanta tradizioni gloriose: dall’immolazione completa del 1527 per difendere la tomba di San Pietro dai lanzichenecchi di Carlo V (1500 – 58); passando per la reclusione presso Castel Sant’Angelo nell’aprile del 1808 da parte dell’usurpatore esercito francese per essere rimasto fedele al Sommo Pontefice; fino alla difesa della Salma del Beato Pius PP. IX (1792 – 1878), quella aggressione al corteo papalino, da parte dei alcuni gruppi anticlericali e massonici romani, il 13 luglio 1878.
La storia si fa più affascinante proprio per la composizione di tale corpo: alla «Guardia dei Cavalleggieri» l’undici dicembre del 1555 si uniscono i «Cavalieri di Guardia di Nostro Signore», che Paulus PP. IV (1476 – 1559) consacrò con il noto motto «Cavalieri della Fede» e che parallelamente la popolazione romana battezzò «Lance Spezzate».
Entrambi i raggruppamenti militari, con i rovesci del 16 febbraio del 1798, ad opera “dell’anti-Cristo Napoleone Bonaparte”, vengono sciolti e l’allora Pontefice Pius PP. VI (1719 – 99) incarcerato, morirà martire a Valenza in Francia.
Lo strapotere francese non tanto sullo Stato Pontificio, ma sul resto dell’Europa, sembra mettere la parola fine al corpo appena costituito, ma come ci ricorda il conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847): «dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata; la republica ha finito colla tirannia come era da aspettarsi; e quel bricconcello di Corso che mangiava i miei regni uno dopo l’altro, come confetti, ha dovuto metterli fuori, e se ne è andato a digerire la scomunica, e a trastullarsi con le ostriche, e coi gabbiani».
Dunque sconfitto Napoleone, Pius PP. VII (1742 – 1823) ripristina la rinnovata «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità», fondendo insieme – tramite Motu Proprio Pontificio dell’undici maggio del 1801 – i due corpi precedentemente creati. Inoltre confluiscono anche i Cavalieri della primaria nobiltà.
Successivamente fu Leo PP. XIII (1810 – 1903), il diciotto dicembre 1824, ad approvare un regolamento organico e disciplinare per il Corpo di Guardia. Poteva così essere ammesso al Corpo il giovane rampollo la cui nobiltà di nascita in «una città in tal rango considerata negli ordini Gerosolimitano e di Santo Stefano» da almeno 60 anni, successivamente 100, doveva possedere l’esercizio della Nobile Magistratura da parte della famiglia del candidato.
Lo Stendardo del Corpo era molto semplice: inizialmente vi erano le due chiavi incrociate su sfondo rosso, mentre successivamente le chiavi furono sostituite dallo stemma del pontefice regnante che la Guardia Nobile serviva. Parimenti rossi, con l’arme del Pontefice, erano infatti i due vessilli, per ogni compagnia, che la precedente Guardia dei Cavalleggeri aveva in assegnazione.
Successivamente al trentuno maggio del 1820 Pius PP. VII concesse alle sue Guardie lo stendardo bianco quadrato, bordato di ricami d’oro ed ai quattro angoli concesse l’utilizzo di fregi, armi e trombe ricamate; al centro del vessillo bianco si sono succeduti da allora gli stemmi di dodici Pontefici: Pius PP. VI (Braschi), Leo PP. XII (della Genga), Pius PP. VII (Chiaramonti), Gregorius PP. XVI (Cappellari), Pius PP. IX (Mastai-Ferretti), Leo PP. XIII (Pecci), Pius PP. X (Sarto), Benedictus PP. XV (della Chiesa), Pius PP. XI (Ratti), Pius PP. XII (Pacelli), Ioannes PP. XXIII (Roncalli), Paulus PP. VI (Montini).
Come ci racconta il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, (1921 – 2020, duca di Castelgaragnone), uomo integerrimo e di specchiata condotta, autore del significativo tomo “Quell’ultimo glorioso stendardo”: «entrambe le insegne, quella più antica rossa, quella successiva bianca, sono ora custodite dal Museo Storico Lateranense insieme agli altri preziosi cimeli donati dalle Guardie Nobili».

Nelle tre immagini (da sinistra a destra): il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, duca di Castelgaragnone, autore del saggio “Quell’ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall’11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970”. Sulla destra, la bandiera del corpo con stemma Papale corrente alla foto su fondo bianco.

Certamente va ribadito come la totalità di quella che viene definita come “aristocrazia nera”, ovvero quella parte nutrita e numerosa della nobiltà romana che rimase sempre fedele al Papato anche dopo l’invasione dello Stato Pontificio, senza dichiarazione di guerra, da parte delle truppe sabaude. Piccola curiosità non meno significativa delle altre la riscontriamo nel colore di questi amministratori pontifici, i quali in segno di lutto per la già citata invasione e soppressione temporale del Regno papalino, indossavano abiti scuri: un’usanza interrotta unicamente con la Chiesa Conciliare di Paulus PP. VI che soppresse tutta la corte pontificia.
I comandanti della «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità» all’inizio furono ben due, uno per Compagnia, ognuno assistito da un Capitano Coadiutore. Dal 1814, diversamente, fu nominato un unico comandante, così come nel 1895, fu eliminata anche la figura del Capitano Coadiutore.
Il Comandante esercitava l’azione di comando tramite due ufficiali preposti: l’Esente Aiutante Maggiore ed il Cadetto Aiutante. Il primo di queste due figure, assumeva il comando effettivo del Corpo sul campo, quando si muoveva come unità; parallelamente il Cadetto Aiutante presiedeva l’organizzazione dei servizi di Guardia e curava le relazioni con gli altri apparati di servizio quali il Maggiordomo ed il Maestro di Camera. In ogni manifestazione protocollare e visita ufficiale queste due figure erano pressoché inseparabili. Di contro il servizio giornaliero del Corpo era invece comandato dall’Esente di settimana, che presiedeva a tutti i Corpi Militari presenti in Anticamera, e dal Cadetto di servizio che comandava specificatamente il Distaccamento di Servizio della Guardia.
Sempre del sistema di comando, facevano parte sia il Cadetto Tesoriere, che curava l’amministrazione economica e l’Archivista del Corpo, il quale custodiva e ordinava i fascicoli personali, i rapporti giornalieri degli Esenti ed ogni altro atto.
Le Guardie Nobili Pontificie hanno avuto ben undici Comandanti. Il primo, Don Giuseppe Mattei (1735 – 1809), duca di Giove, romano, rimasto celebre per gli eventi dell’aprile del 1808 attraverso i quali – insieme al secondo comandante, il duca Luigi Braschi Onesti e cinquanta Guardie Nobili –, subì la detenzione presso Castel Sant’Angelo da parte degli invasori francesi per essersi opposto al dominio straniero ed essere rimasto fedele al Sommo Pontefice indossando la coccarda bianco-gialla. Secondo leader del Corpo è il già citato Don Luigi Braschi Onesti (1746 – 1816), duca di Nemi, cesenate, divenuto primo Comandante dopo il ritorno del Pontefice, dalla cattività francese, nel 1814. Il Terzo Comandante della Guardia lo troviamo nella figura del principe romano Don Paluzzo Altieri (1760 – 1834): lasciò il comando nel 1819 per essere stato nominato Principe Assistente al Soglio e Senatore di Roma. Il Quarto è un altro principe romano: Don Francesco Barberini di Palestrina (1772 – 1853); egli fu il primo comandante insignito dell’Ordine di Cristo.
Don Carlo Berberini (1817 – 80), duca di Castelvecchio, romano, fu il quinto comandante.
In successione troviamo i romani Don Emilio Altieri (1814 – 78, principe di Oriolo); Don Paolo Altieri (1849 – 1901, principe di Viano); il fiorentino Don Camillo Rospigliosi (1850 – 1915, principe) che prima di divenire Comandante nel 1901, prese parte all’ultima resistenza delle truppe del generale Hermann Kanzler (1822 – 88) all’interno delle mura leonine nel settembre del 1870; Don Giuseppe Aldobrandini (1865 – 1939, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 giugno del 1915; Don Francesco Chigi della Rovere (1881 – 1953, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 dicembre del 1939; infine troviamo l’ultimo Comandante della Guardia Nobile: Don Mario del Drago (1899 – 1981, principe romano), il quale fu Comandante dal 1957 ed ebbe la forza di sciogliere il Corpo, dopo previo ordine pontificio del Cardinale Segretario di Stato.
Il ruolo di questo prestigioso Corpo Militare dopo l’undici maggio del 1801 fu quello di operare alcune “missioni” di scorta per il Pontefice – come accadde per l’elezione ad Imperatore di Napoleone I a Parigi, da parte di Pius PP. VII (1804), oppure scortare un Cardinal Legato che rappresentava il Pontefice in eventi particolari: congressi eucaristici, grandi celebrazioni religiose, incoronazioni, matrimoni o battesimi di prìncipi regnanti. Altra mansione erano propriamente le spedizioni, all’interno delle quali la Guardia Nobile fungeva da “corriere speciale del Pontefice” per consegnare lo zucchetto cardinalizio ad un Vescovo o Arcivescovo creato Cardinale, oppure la berretta ai Capi di Stato cattolici che godevano del privilegio della imposizione al neo Cardinale.

Giuseppe Capparoni, Guardie Nobile Pontificia (sotto Leo PP. XII), dalla “Raccolta della gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sacre, e civili usate da quelli li quali la compongono“, Roma 1827 – incisione all’acquaforte acquerellata 176 x 124 mm (matrice) 290 x 220 mm (foglio).

La guardia nobile disponeva di due uniformi distinte a seconda delle diverse occasioni in cui il membro del corpo si trovava a dover operare. La prima era l’uniforme d’onore utilizzata per le occasioni più importanti e per le celebrazioni liturgiche in cui la guardia era presente. Essa era composta da un elmo da corazziere piumato di bianco e crinato di nero, una giubba rossa con bandoliera e spalline dorate, una cintura bianca in vita, pantaloni bianchi e stivali neri da cavallerizzo. In tutti questi particolari l’uniforme ricordava chiaramente quella dei corazzieri e tale rimase sino alla soppressione del corpo, in ricordo dell’originaria funzione svolta da questi uomini.

L’uniforme di servizio era invece utilizzata quotidianamente, ed era composta da un elmo da corazziere con impresso sul davanti lo stemma papale, una giacca color blu di Prussia bottonata a due file d’oro e bordata di rosso con una cintura nera a fibbia dorata con le armi pontificie e un paio di pantaloni azzurro-cupo rigati di rosso.
L’unico armamento della guardia nobile era costituito da una sciabola da cavalleria ed era l’unico, oltre alla Guardia Svizzera Pontificia, ad essere autorizzato a portare le armi anche in chiesa e alla presenza del Pontefice.
Prima di affrontare i vari ruoli all’interno della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità, bisogna necessariamente capire come era strutturata la nobiltà così detta romana, poi aristocrazia nera.
Il Patriziato Romano si divideva in due categorie: i Patrizi romani, che discendevano da coloro che, nel Medioevo, avevano occupato incarichi civili di governo nella Città Pontificia; e dai Patrizi romani coscritti, che appartenevano a una delle sessanta famiglie che il Sommo Pontefice aveva riconosciuto come tali in una Bolla Pontificia speciale, nella quale erano citati nominalmente; questi costituivano il fior fiore del patriziato romano.
La nobiltà romana si divideva anch’essa in due categorie: i nobili che discendevano dai feudatari, ossia dalle famiglie che avevano ricevuto un feudo dal Sommo Pontefice; ed i semplici nobili, la cui nobiltà proveniva dall’affidamento di un incarico a Corte oppure direttamente da una concessione pontificia.
Così l’ossatura del Corpo dall’undici maggio del 1801 era composta dai Tenenti (Brigadieri Generali): le due antiche Cornette della Guardia dei Cavalleggeri, poi chiamate definitivamente “Tenente in I” e “Tenente in II”; gli Esenti (Colonnelli): le sei Lance Spezzate di numero; i Cadetti (Tenenti Colonnello): le sette Lance Spezzate in soprannumero, i due cadetti Aiutanti dei Comandanti ed un decimo Cadetto; le Guardie Comuni (Capitano): composte da trenta elementi denominati cavalieri della prima nobiltà – solo dopo il venti dicembre del 1815 verranno denominati Sottotenenti per poi passare a “Guardia Tenente” e “Guardia Capitano”.
Diversamente, il congedo dal lavoro attivo per una Guardia, si concretizzava attraverso la formula del Giubilato, ovvero la conclusione per anzianità, con il conseguente passaggio in “giubilazione” con una pensione e diritto all’uso dell’uniforme nelle riunioni del corpo, in udienza e nei riti in San Pietro e il Pensionato, ovvero la Guardia che aveva interrotto il servizio prima della Giubilazione, per giustificato motivo, ed al quale era concessa talvolta la pensione e l’uso dell’uniforme.
Nella storia del corpo, spiccano sicuramente alcune Guardie sia per dei pregi, che per dei difetti. Sicuramente il male maggiore per un soldato è l’espulsione dal Corpo. Tralasciandone una per duello formale eseguito a disfida della Guardia maceratese Carlo Costa (1834 – 66), troviamo le espulsioni più rilevanti nel gravissimo reato di aver aderito alla Repubblica Romana (1849). La sorte della radiazione toccò così al ternano Giuseppe Nicoletti nato nel 1799, pensionato dal 1833, il quale schieratosi a favore del triunvirato mazziniano, fu condannato all’unanimità dal Consiglio di Guerra e conseguentemente radiato dal Corpo. Stessa sorte per Luigi Filippi; Alessandro Savini (1814 – 89); Domenico Silveri (1818 – 1900) divenuto celebre per la composizione musicale “Le trombe d’argento”, melodia eseguita al primo pontificale di Pius PP. IX; Antonio Stefanoni (dimissionario); Luigi Capranica (1820 – 91); Prospero Cansacchi (1817 – 90) il quale fu poi, per clemenza, reintegrato e ebbe il giubilato per anzianità; Giuseppe Caccialupi; Giacomo Frischiotti, Girolamo Zelli-Jacobuzzi ed infine altra espulsione avverrà per Giulio della Porta (1827 – 67) per aver commesso un assassinio.
Ovviamente nella storia delle 570 Guardie Nobili, di cui sono state predisposte solo 218 Ammissioni tali casistiche rimangono comunque casi isolati. Difatti molte guardie nobili spiccano per la loro fedeltà e il loro coraggio.

Uniforme di gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manichino dell’uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.

Uniforme di mezza gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manchino dell’uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.

Emblematico e singolare il percorso della Guardia Flavio Chigi (1810 – 85), romano, il quale dopo una spedizione a Lione presso l’Arcivescovo De Bonald, ottenne le dimissioni nel 1849 per ottenere lo stato ecclesiastico. Dopo aver compiuto gli stadi necessari per la sua formazione, fu ordinato sacerdote da Sua Santità e Suo personale Cameriere Segreto Partecipante; successivamente Nunzio Apostolico a Parigi, e nel Concistoro del 1873 fu infine creato Cardinale.
Onorificenze al merito, come quella del cavalierato di San Silvestro, furono donate dal Papa per la resistenza e la tenacia di alcune Guardie durante la sommossa del 16 novembre del 1848. Ricordiamo così Lodovico Bischi (1809 – 61), Francesco Pietramellara (1802 – 69), Pietro Dandini de Sylva; Paolo Del Bufalo della Valle (1822 – 97); Decio Bentivoglio (1822 – 71).
Per virtuosismo musicale la Guardia Giovanni Longhi (1811 – 98) ebbe incarico nel 1846 di comporre la marcia trionfale in occasione del primo pontificale celebrato da Sua Santità Pius PP. IX: marcia che da quell’epoca si è poi sempre eseguita all’ingresso del Sommo Pontefice nella Chiesa ove celebra il Pontificale.
Ed ancora Augusto Baviera (1828 – 1909) viene ricordato come la Guardia che ha fondato un noto giornale vaticano “L’Osservatore Romano”.
La Guardia Mario Filippo Carpegna (1856 – 1924) dopo varie missioni in Spagna e Russia, sarà spettatore, per conto della Santa Sede, dell’incoronazione Imperiale dello Zar di tutte le Russie Nikolaj II (1868 – 1918). Altra incoronazione di rilievo fu vissuta dalla Guardia Lelio Nicolò Orsini (1877 – 1952), il quale in missione a Londra assistette all’incoronazione di Re Edoardo VII e in missione presso Madrid al matrimonio di Re Alfonso XIII. Ignazio Honorati (1873 – 1959) in missione a Madrid nel 1907, presso il Nunzio Rondanini, fu nello stesso tempo latore, oltreché dello zucchetto cardinalizio, anche delle fasce benedette per il neonato Principe delle Asturie, figlioccio di Sua Santità. Giorgio Salimei (1889 – 1950), dopo una missione a Siviglia, ne ebbe una nella stessa città eterna per accompagnare il Pontefice Pius PP. XII nella storica visita ai Reali d’Italia. Elemento di spicco del Corpo, raggiunse il grado di Tenente, fu trattenuto oltre i limiti del servizio.
Come non ricordare Vincenzo di Napoli Rampolla (1898 – 1965) in missione prima a Parigi (1925), poi a Lourdes (1935) per il Giubileo straordinario. Seguì il Pontefice Pius PP. XII nella visita dei reali d’Italia a Roma (1939), fu giubilato nel 1956 con il grado di Tenente e ricoprì anche i ruoli di Cadetto Aiutante (1938-50) ed Esente Aiutante Maggiore (1951-58).
Anche il marchese Angiolo Pagani Planca Incoronati (1902 – 69) ebbe l’onore di essere in missione a Domrémy il 31-05-1939 con l’Arcivescovo Mgr. Villeneuve, legato Pontificio per le celebrazioni di Santa Giovanna D’Arco.
Oggi, che la Chiesa non festeggia più determinate ricorrenze, ricordiamo con importanza la missione della Guardia Pietro Aluffi (1905 – 58) a Vienna, dove nel 1933 era all’interno della Legazione Pontificia per il 250° anniversario della liberazione dall’assedio ottomano.

Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).

Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).

Spazio va dedicato anche alla Guardia Guido Avignone di San Teodoro (1909 – 90), presente a Fatima per la chiusura dell’Anno Santo, accompagna le sante spoglie di Pius PP. X nel 1959 da Venezia a Roma. Dal 1962 al 66 fu Esente Aiutante Maggiore, Giubilato nel 1967 con il grado di Tenente, fu richiamato in servizio quale archivista del Corpo e tale rimase fino allo scioglimento dello stesso, curando anche il Museo dell’Antico Esercito Pontificio.
Anche in paesi senza passato monarchico, le aristocrazie erano costituite dal corso naturale degli eventi, di fatto se non di diritto. Anche in questi paesi l’ondata di egualitarismo demagogico nata dalla Rivoluzione Francese del 1789 e portata al suo culmine dal comunismo, ha creato in certi ambienti un’atmosfera di risentimento e incomprensione nei confronti delle élite tradizionali.
Le allocuzioni riportate all’inizio di questo scritto di Sua Santità Pius PP. XII hanno quindi portata universale.
Queste “Guardie Nobili del Corpo di Sua Santità” servirono i dodici Pontefici che governarono la Chiesa dal 1801 al 1970. In tale lasso di tempo eroismo, fedeltà, obbedienza, dedizione, umana debolezza hanno contraddistinto i loro comportamenti e le loro gesta. 170 anni sotto lo “Stendardo Bianco” di cui le gloriose tradizioni furono della «Guardia di nostro Signore», dal 1485 al 1798.

 

Per approfondimenti:
_Giulio Patrizi di Ripacandida, Quell’ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall’11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970, Città del Vaticano, 1994;
_Giulio Sacchetti, I due Stendardi della Guardia Nobile Pontificia, in Strenna dei Romanisti, 1990;
_Giuseppe Capparoni, Raccolta della Gerarchia ecclesiastica, Giacomo Antonelli editore, 1827.

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58°incontro DAS ANDERE – Il rito romano straordinario. La Santa Messa in latino

56°incontro DAS ANDERE

Il rito romano straordinario. La Santa Messa in latino tra passato, presente e futuro. Don Nicola Bux

Sabato 19 settembre 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 58°incontro dell’associazione culturale onlus Das Andere. L’evento ha visto la presenza del penitenziere del Duomo don Giuseppe Bachetti e il consigliere comunale avv. Emidio Premici per i saluti istituzionali, rispettivamente per la Diocesi di Sua Eccellenza Mons. Giovanni D’Ercole e per il Comune di Ascoli Piceno.
Ospite don Nicola Bux, fine teologo dell’Arcidiocesi di Bari, introdotto da dott. Maurizio Seghetti e moderato dall’arch. Giuseppe Baiocchi.
Il presbitero don Nicola, spaziando inizialmente sulla diversità liturgica che separa il rito romano straordinario, da quello del Messale di Paolo VI, si è soffermato anche sullo status della fede nel mondo, la quale va via via spegnendosi. Ed ecco così che il rito romano antico rivela una potenza evangelizzatrice, come attesta il movimento internazionale di giovani, che sempre più numerosi si avvicinano alla Chiesa, a motivo del misticismo della Messa in forma straordinaria, simile alla liturgia.
Lo stesso Papa Francesco I ha rilevato come: “Le Chiese ortodosse, hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione” (Intervista ai giornalisti sul volo di ritorno dal Brasile, 28 luglio 2013). Si può dire a questo punto che il Motu proprio Summorum Pontificum sia la messa in prova dell’ermeneutica della continuità: la proposta di una ‘riforma della riforma liturgica’. Se si rifiuta vuol dire che non si è capito il Concilio Vaticano II.
Il numero dei luoghi dove viene celebrata la liturgia tradizionale in Italia è passata nell’anno 2019, da 129 a 134, ossia 5 nuovi luoghi e quindi una crescita del 4% in 71 delle 222 diocesi latine d’Italia e le richieste di celebrazioni diventano sempre più numerose in Italia (ve ne sono almeno trenta domande in gran parte provenienti dalle diocesi dove attualmente non è ancora celebrata la liturgia tradizionale). Vi sono stati, da cinquant’anni, tentativi rivelatisi infruttuosi di soffocare questa liturgia. E lo saranno ancor più, col rischio di veder scoppiare una guerra liturgica ben più viva di quella degli anni ’70 in un organismo ecclesiastico oggi estremamente indebolito…
Tutti questi sacerdoti e fedeli rappresentano un insieme nella Chiesa che potrà essere sempre meno ignorato a fronte del crollo numerico di sacerdoti e religiosi (in Occidente) e della dottrina (dovunque). A dieci anni dal Motu Proprio sono per lo più raddoppiati i luoghi dove si celebra la Messa tradizionale, e la crescita continua. Per non parlare delle comunità Ecclesia Dei che sono, in piena crescita quanto a preti e ad apostolato, ma il movimento Summorum Pontificum è ormai diffuso soprattutto nelle diocesi e nelle parrocchie, uno sviluppo rapido e pressoché illimitato.
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Un vademecum per l’uomo sognatore, guerriero, gentiluomo

Un vademecum per l’uomo sognatore, guerriero, gentiluomo

di Giuseppe Baiocchi del 04-09-2020

Uno dei personaggi celebri che cercarono di rovesciare nel 1944 Adolf Hitler (1889 – 1945), così affermava poco prima della sua esecuzione: «Colui che conserva nel suo petto puro ed immacolato la fede di un fanciullo e osa vivere contro la derisione del mondo – come sognava da bambino – fino all’ultimo giorno: questo è un uomo»! Quell’uomo era Henning Hermann Robert Karl von Tresckow (1901 – 44), martire della Germania moderna e forse questa frase, più di ogni altra, identifica il nuovo saggio edito dalla casa editrice tedesca Wolff Verlag. Leggendo l’opera di don Philipp Maria Karasch (1984) e del professore Daniel Plassnig (1990) non si può non rimanere impressionati dalla singolarità della loro fatica letteraria, che prende il titolo tedesco di Träumer Kämpfer Gentleman: una guida per la moralità dell’uomo di oggi, all’insegna dei valori tradizionali dell’Europa. L’opera è stata arricchita dai disegni dell’artista Giampiero Celani Piendlbach, che ne hanno aumentato sicuramente il pregio.

Giampiero Celani Piendlbach, Au plaisir de Dieu, acrilico su tela, 2019, collezione privata.

In una realtà sociale, dove dominano modelli di moralità contrari alla nostra storia e esempi degenerativi sui comportamenti e sulla presentabilità delle persone, sicuramente questo prezioso scritto, formalmente un vademecum per l’uomo contemporaneo, dimostra di scavare davvero in fondo al nostro animo.
Le epoche passate, con tutte le loro vicissitudini e i diversi sistemi sociali, avevano una cosa in comune: la conoscenza di dove si trovava l’uomo e cosa ci si poteva aspettare da lui. È stato procreatore e produttore, guerriero e inventore, avventuriero e poeta. Ha sempre avuto qualcosa da offrire. Ma poi, il suo stesso successo sembrò distruggerlo: la tecnologia lo ha privato del lavoro, l’intera produzione alimentare è stata industrializzata, e anche le guerre diventarono in gran parte anonime. L’uomo può vegetare in casa, perdendo metà della sua vita in mondi digitali illusori. Egli non è più legato ad un ciclo biologico – né in guerra, né nel guadagnarsi da vivere, né nella procreazione. Tutto è a sua disposizione sempre e ovunque. Così, le sue pulsioni mentali e fisiche sembrano essere diventate paralizzate, adipose e desolate.
Come spiegare altrimenti che l’uomo sfugge in larga misura al ruolo che Dio gli ha destinato? Molti padri lasciano i propri figli da soli (se di figli ancora ne vengono fatti), la frammentazione sociale viene silenziosamente accettata, il patrimonio culturale viene distrutto e non si trova nessuno che lo difenda. La lista potrebbe continuare all’infinito. D’altro canto, come il saggio ci invita a riflettere, la virilità nel culto del corpo è caricaturale su ogni manifesto pubblicitario, oppure si creano talvolta piccoli rifugi che prendono la forma di centri estetici o di templi del fitness, dove l’uomo può chiudersi in se stesso e abbandonarsi a un culto superficiale della mascolinità. Spuntano anche innumerevoli riviste per il “Signore del Creato”, il quale però si presenta come guscio vuoto, pallido nell’aspetto, che parallelamente mostra anche la volontà di riscoprire la consapevolezza del pericolo per la propria identità.
Sotto tutte le ceneri delle certezze bruciate, vi è un desiderio segreto installato nei cuori di molti uomini che risplende per quel qualcosa di Grande che vogliono servire, che vogliono scoprire e conquistare – per il quale vogliono morire. La repressione ed il tabù delle caratteristiche e delle virtù maschili sono penetrati persino nel sacro regno della vita ecclesiale. Anche se si dovrebbe assumere il contrario, considerando che l’ordinazione sacerdotale è riservata agli uomini, questi ultimi spesso si sentono fuori posto nella Chiesa, in quanto sembra che quest’ultima venga appannata da una patina di femminismo confuso e vuoto. Anche se ciò non parla in favore dell’uomo, al quale l’inganno del sentimentalismo superficiale impedisce di vedere la pretesa di Gesù sui suoi discepoli, l’obiettivo contrariamente deve essere quello di dimostrare che egli stesso ha bisogno della Chiesa, come quest’ultima ha bisogno di lui. Che egli troverà la propria vocazione solo attraverso un cristianesimo vero e sentito, che richiede sacrificio e dono di sé.
Da questo sentimento nasce il “vademecum per l’uomo”, al quale si antepone la triade del sognatore, del guerriero e del gentiluomo. Così che ogni lettore incline si ritrovi già nel titolo e intraprenda il viaggio esplorativo di una virilità raffinata.

Giampiero Celani Piendlbach, Capriolo in selva, acquerello su carta da spolvero, 2019, collezione privata.

Negli Stati Uniti d’America, ci sono innumerevoli opere contemporanee sul mercato del libro cristiano che si presentano in modo accattivante. Nei paesi di lingua tedesca e in Italia, tuttavia, l’editoria in questo contesto si distingue per la sua scarsa produzione. Nella misura in cui in Europa, prevale una diversa sensibilità linguistica, gli autori hanno deciso di raccontarsi e raccontare la loro idea maschile, che in realtà risulta poi essere quella dei nostri nonni e con uno sguardo più generalizzato, risulta essere quello della nostra storia. Alcune lobby, come sappiamo, stanno cercando di eliminare la storia: è sotto gli occhi di tutti.

Ed è proprio per questo che questo piccolo tomo, che tratta di virtù e atteggiamenti diversi che dovrebbero contraddistinguere un uomo, acquisisce ancor di più maggior valore. Ad ogni tematica trattata, con intelligenza, si prende un “personaggio” ad esempio che, nel concreto e come figura storica, da buon cattolico, può servire da mentore e da esempio per noi lettori scoraggiati. Ma questa Europa, oggi tecnocratica, nella quale non conta più l’appartenenza culturale di ogni popolo, ma unicamente viene osservato il mero dato finanziario per essere comunità, non si basa ancora sulla grecità, sulla cristianità, sulla filosofia tedesca del 900 e sulla storia delle grandi famiglie europee che l’hanno – de facto – plasmata? E non sono forse gli uomini citati in Träumer Kämpfer Gentleman ad essere tasselli di quella terra che calpestiamo e di quell’aria che respiriamo?

Uno dei punti fermi del saggio sembra essere la citazione di Ernst Jünger (1895 – 1998): «il coraggio è il vento che spinge verso lidi lontani, la chiave di tutti i tesori, il martello che forgia grandi imperi, lo scudo senza il quale non esiste cultura. Il coraggio è l’impegno della propria persona ad affrontare la conseguenza più dura, il salto dell’idea contro la materia, indipendentemente da ciò che ne può scaturire. Coraggio significa lasciarsi crocifiggere come individuo per la propria causa; coraggio significa confessare, nell’ultimo spasmo dei nervi, con il respiro spento, il pensiero per il quale si è resistito e si è caduti. Al diavolo un tempo che vuole portarci via il nostro coraggio e i nostri uomini»!

Sul tema della paternità, ad esempio, troviamo il Lord Cancelliere Thomas More (1478 – 1535) o Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg (1907 – 44), i quali divengono sinonimo di orgoglio cristiano; il padre della Chiesa Aurelio Agostino d’Ippona (354 d.C. – 430 d.C.) ci fa riflette sulla vera amicizia e lo scrittore John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973) viene citato come esempio di cavalleria. Alcuni fra gli altri temi trattano l’amore per la Patria, l’identità, la bellezza, il corpo e lo sport, il perdono, il desiderio.

Giampiero Celani Piendlbach, von Stauffenberg, acquerello su carta da spolvero, 2018, collezione privata.

Ogni capitolo inizia con un brevissimo profilo biografico del personaggio, seguito dall’argomento vero e proprio e si conclude con domande di riflessione o suggerimenti per l’attuazione di quanto letto. Gli autori austriaci, nella scelta dei personaggi, si sono soffermati su modelli di riferimento di lingua tedesca, sicuramente come atto d’amore e dolore che lo stesso odio tedesco ha avuto su se stesso. Ma anche l’attuale Italia trova alleati nativi in Filippo Romolo Neri (1515 – 95) e Pier Giorgio Frassati (1901 – 25). Ovviamente nessuno è specialista quando si tratta di tracciare modelli per il prossimo, tuttavia, gli autori sembrano comprendere quale è il loro personale obiettivo: un libro per se stessi e per tutti coloro che vorranno assaporarne l’incipit.

Tuttavia, una delle riflessioni più toccanti del testo si installa propriamente sullo smarrimento dei valori giovanili, senza più cardini e punti di riferimento. L’affidarsi spesso a “consiglieri” sbagliati, spesso agli stessi media, sta facendo crollare la morale e l’etica dei giovani: gli autori sperano con questo piccolo saggio, di aver fatto un servizio a se stessi e agli altri. In realtà, tale vademecum, fornisce al lettore anche spunti per approfondimenti e indici di lettura su altri testi e saggi: affinché ci sia qualcosa anche per il sognatore, poiché non sono incluse solo opere filosofiche, teologiche o pratiche, ma anche una piccola selezione di narrativa. Il tutto si completa con una breve sezione di preghiera.

L’opera è certamente arricchita da Sua Eccellenza Reverendissima Athanasius Schneider (1961), vescovo di Astana in Kazakistan, il quale ha contribuito alla prefazione: «Come Dio ha iscritto l’esser madre, la maternità, nella natura della donna, così ha iscritto l’essere padre, la paternità, nella natura dell’uomo. Ogni uomo dovrebbe quindi, con l’aiuto di Dio, elaborare sempre più chiaramente nella sua vita le caratteristiche del Padre; e queste sono soprattutto: prendersi cura degli altri, proteggere, difendersi, sacrificarsi per gli altri. Anche se non tutti gli uomini in questa vita sono un padre biologico, cioè un padre di famiglia, ogni uomo dovrebbe vivere le qualità paterne. Solo allora dà alla sua virilità una vera dignità e solo allora diventa felice, anche se con fatica e non senza una croce, ma felice».L’augurio certamente è quello di una rinascita spirituale, prima che fisica, che porti conforto sia all’Heimat degli autori e in seconda istanza anche a questa travagliata Europa: che sia di nuovo benedetta da uomini forti e disposti a fare sacrifici.
 

Per approfondimenti:
_Karasch-Plassnig, Träumer Kämpfer Gentleman, Wolff Verlag, Berlino, 2020.

 
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Il rito romano straordinario come argine alla secolarizzazione

Il rito romano straordinario come argine alla secolarizzazione

di Giuseppe Baiocchi del 01-09-2020

Per chiarire il rapporto tra il Mutu ProprioSommorum Pontificum” di Benedictus PP. XVI (1927) e il processo di secolarizzazione della società contemporanea, bisogna necessariamente analizzare quest’ultimo termine. Non a caso lo stesso Ioannes Paulus II (1920 – 2005), in un suo discorso del febbraio 2002, affermava come: «purtroppo la metà dello scorso millennio, avuto inizio dal Settecento in poi, si è particolarmente sviluppato un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto di arrivo di tale processo è stato il laicismo, il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio, della legge morale naturale, da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno».

Xilografia Flammarion, un’opera enigmatica di un artista sconosciuto. La prima apparizione documentata è all’interno di L’atmosphère: météorologie populaire di Camille Flammarion (Parigi 1888, pagina 163, un lavoro sulla meteorologia per un pubblico generale), raffigurante un uomo che scruta attraverso la cortina dell’atmosfera terrestre che avvolge l’universo esterno (del 1888).

Da tali parole emerge come la secolarizzazione sia un processo storico che ha inizio alla metà dello scorso millennio con l’umanesimo rinascimentale, che si articola nel Settecento con l’illuminismo e avrà il suo punto di arrivo nel laicismo e nel già citato – appunto – secolarismo agnostico e ateo che caratterizzano prima il marxismo e poi la società post-moderna. La meta, l’obiettivo è l’esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato, sia da Giovanni Paolo II, sia da Benedetto XVI. Il primo Pontefice citato, considera il secolarismo come l’esito radicale necessario della secolarizzazione e con ciò cade la distinzione tra una secolarizzazione “buona” ed una porzione di secolarismo vista come “perversione dell’idea di secolarizzazione”.
Difatti tra secolarizzazione e secolarismo non esiste una logica e coerente continuità. C’è chi crede che per evitare il secolarismo anti-cristiano, la Chiesa dovrebbe fare propria e “battezzare” la secolarizzazione: quasi una inevitabilità data dal processo storico. Se, diversamente, si rifiuta questa visione immanente e storicistica e si stabilisce un criterio che ci permetta di valutare gli eventi della storia alla luce di princìpi organici e trascendenti, non possiamo considerare in sé “positivo e buono” nessun fatto storico solo perché avvenuto. Come gli atti umani, i fatti storici – prodotti razionali e liberi dell’uomo – devono essere giudicati o in positivo o in negativo.
La società secolarizzata non può definirsi in sé neutra, ma va giudicata proprio perché siamo davanti non ad un processo inevitabile, ma ad un frutto di scelte culturali e morali dell’uomo. L’accettazione della secolarizzazione come un fatto storico inevitabile, porta inevitabilmente verso una filosofia e una teologia della secolarizzazione. La filosofia della secolarizzazione già implicita nell’umanesimo pagano, si forma nei circoli illuministici, viene portata nel XX secolo ad una sua coerenza logica da Gramsci nei suoi “Quaderni del Carcere” e penetra nella seconda metà del XX secolo nella teologia, prima protestante, poi cattolica con Dietrich Bonhoeffer (1906 – 45). Quest’ultimo, celebre pastore luterano, concepisce la storia del cristianesimo in chiave evolutiva, come un passaggio dall’età dell’infanzia, all’età adulta. Secondo Bonhoeffer l’adulto sarebbe quello che abbraccia il mondo e nel mondo si immerge e si immedesima, trovando a questa realizzazione la sua maturità: la sua celebre “maturità del mondo”, nella quale avviene l’espulsione del sacro da ogni ambito sociale e con l’estirpazione delle radici cattoliche dalla società.
Nel Seicento, un giurista Huig de Groot (1583 – 1645) aveva auspicato la nascita di un diritto liberato dalla metafisica. Fu proprio il batavo a coniare la formula etsi deus non daretur: un diritto naturale, come se Dio non esistesse. Bonhoeffer sapientemente, riprende questa formula e la applica alla teologia. Dissidente del partito nazionalsocialista tedesco, in carcere scriverà: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur e appunto questo riconosciamo davanti a Dio. Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento, così il nostro diventare adulti, ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Egli ci dà la conoscenza, che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona, il Dio che ci fa vivere nel mondo senza ipotesi di lavoro, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo».

Dietrich Bonhoeffer (1906 – 1945) è stato un pastore luterano, teologo, dissidente anti-nazista e fondatore della Confessing Church. I suoi scritti sul ruolo del cristianesimo nel mondo secolare sono diventati ampiamente influenti e il suo libro The Cost of Disipleship è stato descritto come un classico moderno.

Da questa allocuzione, sappiamo come l’oggi Papa Emerito Joseph Ratzinger, prima di divenire Benedetto XVI, in un suo dialogo con Marcello Pera (1943) contrappose un’altra formula: etsi deus daretur e tale formula contiene chiaramente un’opposta visione alla secolarizzazione, poiché è la proposta fatta a chi non crede, di accettare una società cristiana, in cui il cristianesimo riacquisti il suo spazio pubblico. I cattolici, in tale prospettiva, devono evangelizzare il mondo e non farsi secolarizzare da esso.
Certamente è dato notorio come le tesi del luterano tedesco penetrarono nella teologia cattolica, come ha dimostrato Cornelio Fabro (1911 – 95), in particolar modo nel teologo Karl Rahner (1904 – 84). Nel quattordicesimo volume dei suoi scritti teologici Sulla teologia del culto divino, padre Rahner scriveva che «la liturgia per il principio lex credendi, lex orandi, avrebbe dovuto esprimere questo nuovo rapporto con il mondo, farsi essa stessa liturgia del mondo». Fu così che don Fabro affermò propriamente come la radice della secolarizzazione consiste nel far sprofondare inarrestabilmente l’uomo nel mondo, e nel riconoscersi proprio nell’homo mundanus, ovvero l’essere dell’uomo come essere in e per il mondo.
L’illusione è quella di fondare un ordine mondano, all’infuori del cristianesimo, dove questo si invererebbe. Esiste tuttavia un significato positivo di mondo. Oggi ci dimentichiamo troppo facilmente l’esistenza di un mondo inteso invece nel senso delle tre concupiscenze e del rifiuto di Dio, un mondo che tende a divenire dell’apostasia. C’è un mondo che è costituito da uomini che devono essere salvati dalla redenzione. Ce ne parlava San Giovanni, di un mondo terreno in cui il suo Re, non era Dio, ma il demonio. Tale mondo si fonda sulle tendenze disordinate dell’animo umano, così come amava affermare l’intellettuale brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908 – 95). Tale concezione, oggi ancora evocata dalla politica, porta il nome di nuovo umanesimo. Tale termine raccoglie certamente gli altri già citati: secolarizzazione, secolarismo, laicismo. Non più Dio al centro dell’uomo, ma l’uomo stesso e la sua volontà di potenza. L’umanesimo, difatti, assegna all’uomo due fini: uno spirituale – da raggiungere in paradiso, di cui si occuperebbe la Chiesa –, e un fine terreno in cui la Chiesa dovrebbe rimanere estranea. Si separa così l’ordine naturale da quello spirituale, pretendendo di realizzare un ordine umano al di fuori della Chiesa. Lo sguardo dal cielo, si sposta sulla terra. Nei suoi scritti il cardinale Giuseppe Siri (1906 – 89) affermava come «una redenzione puramente terrestre non ha significato per l’uomo, essa può finire al contrario col rendere il nostro mondo invivibile, un segno di inferno nella vita degli uomini. La Chiesa non è un potere mondano, né può divenirlo. Le parole di Cristo al tentatore hanno segnato l’indole della Chiesa. La Chiesa – corpo mistico di Cristo – ha certamente un fine soprannaturale, ma oltre ad essere una società invisibile è anche una società visibile che opera nel mondo, è un’istituzione pubblica, dotata di una sua struttura giuridica e i suoi membri hanno come fine il cielo, ma sono uomini composti di anima e di corpo che vivono nel mondo, lottano contro il mondo, devono affermare nel globo le proprie idee e i propri valori».

Giuseppe Siri (Genova, 20 maggio 1906 – Genova, 2 maggio 1989) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano. Convinto difensore della tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa e avversario delle ideologie totalitarie del XX secolo, che riteneva incompatibili con la fede cattolica, Giuseppe Siri salì rapidamente i gradi della gerarchia ecclesiastica fino a diventare vescovo ausiliare a 38 anni, arcivescovo di Genova a 40 e cardinale a 47. Governò l’arcidiocesi ligure dal 1946 al 1987, e, con i suoi 41 anni di durata, il suo episcopato fu probabilmente il più lungo della chiesa genovese. Partecipò a quattro conclavi, durante i quali venne sempre indicato fra i papabili. Siri fu anche, fra le varie cariche ricoperte, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1959 al 1965. Il suo carattere deciso, poco incline ai compromessi, e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l’opinione pubblica, suscitando grandi consensi e forti opposizioni. A Genova, città cui fu profondamente legato, fondò e sostenne numerose organizzazioni assistenziali, pastorali e culturali. Scrittore molto prolifico, la sua vastissima produzione si articola in centinaia di titoli, suddivisi fra lettere pastorali, libri, discorsi, omelie, articoli e relazioni.

In tal senso la Chiesa non può assolutamente essere una madre part-time, ma deve svolgere la sua funzione a tempo pieno. Non a caso l’autorità della Chiesa non ha una fonte umana, ma si esercita su tutto il mondo e questa autorità sulle “cose” temporali è esercitata dalla Chiesa per difendere la propria libertà, ma per difendere anche la libertà dei propri figli, poiché ordinando gli uomini alla vita eterna la Chiesa non assicura loro solo la felicità eterna in cielo, ma offre loro anche il miglior modo di vivere nella sua terra. Il Vangelo non è una dottrina politica e sociale, ma solo nel rispetto del Vangelo l’ordine politico e sociale è fecondo e l’uomo è felice.
La tesi neo-modernista che si andava affermando negli anni Settanta era quella che occorreva purificare invece la Chiesa dalla sua “compromissione” con il potere: da una parte immergerla nel mondo, ma dall’altra liberarla “dalle incrostazioni”. La Chiesa sarebbe dovuta uscire dall’epoca costantiniana per sciogliere ogni legame con le strutture antiche del potere, farsi povera ed evangelica in ascolto del mondo.
L’avvento dell’era della secolarizzazione è ancora oggi presentato negli ambienti progressisti come «fine dell’epoca costantiniana». Per tale epoca si intende ovviamente quella inaugurata dall’Imperatore romano Flavio Valerio Aurelio Costantino (272 d.C. – 337 d.C.) il quale non solo restituì la libertà alla Chiesa con il celebre editto di Milano (313 d.C.), ma avviò con la Chiesa una politica di collaborazione, poi proseguita dai suoi successori.
Uno dei padri della Nouvelle Théologie, il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895 – 1990) in una celebre conferenza tenuta nel 1961, rifiutava a piene mani la politica di Costantino, ma pretendeva di emancipare la Chiesa da quelli che definiva come i tre fattori decisivi della sua intromissione con il potere: il primato del diritto romano, quello del logos greco-romano e quello del latino come lingua liturgica. Non bisognava più porsi il problema di evangelizzare il mondo, ma contrariamente accettarlo così come si presentava e collocarsi al proprio interno. In pieno Concilio Vaticano II, nel 1963, continuava nella sua opera La Chiesa e il mondo l’affermazione della sua idea-progetto che insisteva sulla fuoriuscita dalla cristianità per liberarsi dall’influenza costantiniana che gravava ancora sulla Chiesa: «usciamo dalla preistoria, il mondo esiste. Tale realtà, rispetto al Vaticano I, è la grande originalità del Concilio».
L’undici ottobre del 1962, giorno della solenne inaugurazione del Concilio Vaticano II, un discepolo e confratello di Chenu, tale padre Yves Marie-Joseph Congar (1904 – 95) nel suo diario, pubblicato una decina di anni fa, deplorava il fatto che la Chiesa non aveva mai avuto in programma l’uscita dall’era costantiniana. Per Congar simbolo dell’era costantiniana era lo sventurato Pio IX che con il procedere della storia «non aveva compreso nulla» e inorridito da una possibile notizia di beatificazione di Papa Mastai-Ferretti, il sacerdote francese scrisse: «più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. Quando gli eventi lo invitavano ad abbandonare l’orribile menzogna della donazione di Costantino e ad assumere l’atteggiamento evangelico non ha avvertito questa chiamata e ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali ed è necessario che tutto questo sia distrutto e lo sarà».
Vale la pena sottolineare che Chenu presenta come coincidenti due prerogative che per il Papato sono assolutamente distinte: da una parte l’autorità indiretta della Chiesa su tutte le cose temporali che implicano questioni di fede e di morale e dall’altra la podestà terrena, rivendicata da Pio IX – mai sulla base della donazione di Costantino – del possedere quei domini temporali che garantivano la libertà di espressione e di culto dei cattolici in piena autonomia e senza ingerenze straniere. Questo diritto irrinunciabile della Chiesa, sempre negato dai suoi nemici nel corso della storia, si manifesta oggi nella presenza simbolica, ma reale, dello Stato della Città del Vaticano.

Da sinistra a destra, tre dei principali pensatori della Nouvelle Théologie: Karl Rahner (1904 – 84), Marie-Dominique Chenu (1895 – 1990), Yves Marie-Joseph Congar (1904 – 95).

La perdita delle teorie concettuali cattoliche avvenuta negli anni Sessanta e Settanta, come la rinuncia alla Dottrina Sociale della Chiesa, significò de facto una subordinazione indiretta al socialismo francese di matrice marxista. Dunque al tramonto dell’epoca costantiniana, seguì l’alba dell’era anti-cristiana. Il silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo, non interruppe la persecuzione comunista del cattolicesimo e favorì contrariamente la migrazione dei cattolici verso il comunismo a tutti i livelli. Negli anni Settanta, mentre si intensificava la persecuzione anti-cattolica, i brigadisti “cattolici” come Renato Curcio (1941) – formatosi culturalmente in una facoltà cattolica a Trento –, imbracciavano le armi in favore del comunismo e nasceva in America Latina la Teologia della Liberazione.
La riforma liturgica del 1969 fu attuata in questo clima. La conclusione dell’epoca costantiniana, esigeva la fine della liturgia, che di quell’era della Chiesa era stata espressione. Ma quale era il principio di quella liturgia che si voleva sopprimere? La stessa che come ribadì Benedetto XVI, «resta liturgia della Chiesa».
La visione cristiana del mondo afferma che Dio è creatore e Signore del cielo e della terra: il riconoscimento e l’amore che a lui si deve, tende al suo dominio, ad ogni cosa che egli ha creato e che mantiene in vita e nella creazione e nel dominio del Signore avvengono tutte le cose private e pubbliche, materiali, spirituali e sociali. Dunque da ogni cosa si deve elevare il riconoscimento, ossia il culto a Dio. Proprio quest’ultimo è la relazione dell’uomo con Dio. Aristotele ha definito l’uomo un «essere sociale», ma il filosofo che non possedeva l’idea della creazione, ha ridotto la socialità degli uomini al loro rapporto con i propri simili. In realtà ciò che fa di un uomo un essere estroflesso, dipendente, è la sua relazione con Dio Creatore. Tale rapporto si può esprimere unicamente con la preghiera, che fa dell’uomo non un «animale sociale», ma un «homo religiosus».
Poiché Dio non è homo-homini-lupus (uomo, nemico dell’uomo), ma homo-homini-Deus (si è fatto uomo egli stesso, è Dio per l’uomo), e per salvare l’umanità – colpita dal peccato originale – ha fondato la Chiesa, la preghiera per eccellenza dell’uomo, l’unica che lo redime, è quella che lui fa all’interno della Chiesa, attorno all’Altare. La liturgia è la preghiera pubblica della Chiesa, l’atto non privato del singolo uomo, ma della comunità dei battezzati riuniti intorno al Santo Sacrificio dell’Altare. Questa liturgia non è solo la trasmissione della parola di Dio, l’uomo e la sua santificazione attraverso i sacramenti, ma essa è anche un insieme di forme sensibili che elevano l’uomo verso Dio e che lo aiutano a glorificarlo e a rendergli il culto dovuto.
La concezione secolarista pretende l’emancipazione del Creato da Dio stesso, relegare la sovranità di Cristo, di eliminarne l’autorità e l’influenza della Chiesa dalla società. Il secolarismo afferma il primato del profano sul Sacro, anzi l’espulsione stessa del sacro da ogni ambito della società: la perdita e la rinuncia di ogni legame trascendente e quindi dell’essenza stessa della religione, poiché quest’ultima ri-lega l’uomo a Dio. La condizione dunque della realtà ad un orizzonte terrestre e mondano e l’essenza di questo secolarismo è propriamente quel relativismo culturale che è a sua volta la maschera delle tendenze sregolate dell’uomo. La maschera intellettuale della ricerca del proprio piacere, dell’appagamento dei propri bisogni, del culto del proprio Io, all’interno di una gnosi creata appositamente che non dialoga con la realtà organica, proprio perché questa diviene separata da Dio, non coordinata a Lui.
Al contrario “sacro” è ciò che è ordinato a Dio e in questo senso è separato dal profano. La civitas Dei, radicalmente separata dalla civitas diaboli, è la sociètà di cui Gesù Cristo è il Capo. La perfezione della sacralità sta nella persona stessa di Gesù Cristo, perché in Gesù Cristo, Dio si dà massimamente ad una natura umana unita inscindibilmente a Lui in unità di persona. «In Lui – afferma San Paolo – abita corporalmente, tutta la grandezza della Trinità». E dunque nulla vi è di più antitètico alla secolarizzazione della Liturgia espressa dal sacrificio della Messa: quel sacrificio in cui trovano compimento quei misteri quali la passione, la resurrezione e l’ascensione di Gesù Cristo.
I protestanti hanno negato che la Santa Messa sia vero sacrificio, perché in essa non c’è immolazione del corpo di Cristo, che ora è glorioso e impassibile, ma il Concilio di Trento e la dottrina della Chiesa rispondono che il sacrificio non comporta necessariamente una immolazione reale e cruenta. Nella Santa Messa vi è una immolazione incruenta o sacramentale che rappresenta l’immolazione cruenta della Croce e ne applica i frutti. Il sacrificio della Messa non è dunque un memoriale o una semplice oblazione, ma è un vero sacrificio offerto da Cristo medesimo, sacerdote e vittima. Non a caso Réginald Garrigou-Lagrange (1877 – 1964) ci ricordava come San Giovanni nell’Apocalisse contempla l’Angelo che incensa con un turibolo d’oro l’Altare si cui sta l’agnello immolato. La celebrazione liturgica ha ricordato Giovanni Paolo II, nella lettera alla Congregazione per il culto divino del 21-09-2001 «è un atto della virtù di religione che coerentemente con la sua natura deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a colui che è tre volte Santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della Maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rogo ardente»?
Certamente si può affermare come nulla meglio della Santa Messa Tradizionale esprime ciò che la celebrazione è nella sua intima essenza: il Santo sacrificio. Se c’è un luogo in cui il mondo secolarizzato non è penetrato, questo luogo e questo momento si ritrova nel rito romano straordinario. Dopo le parole introibo ad Altare Dei, la marea schiumosa della secolarizzazione che tutto sembra inquinare, si arresta davanti alle porte del santuario. Questa marea non penetra davanti al recinto immacolato in cui viene offerta e immolata a Dio, una vittima pura e senza macchia.
Il punto più sacro della Messa è il canone romano, la formula consacratoria composta – come ricorda il Concilio di Trento – in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato stabilito dai Pontefici. Le parole immutabili del Canone, sono pronunciate nella Liturgia Tridentina a bassa voce, proprio per sottolineare la sacralità. Il silenzio esprime la distanza infinita, tra il Dio ineffabile che non può essere conosciuto nella sua essenza e l’umile creatura che senza di lui cadrebbe nel nulla. Ma questo Dio adorato nella sua Maestà divina non è lontano, anzi infinitamente vicino, perché si è donato in Cristo ed è presente sull’Altare: in corpo, sangue, anima e divinità e solo nella assoluta trascendenza divina si esprime la radicale ed estrema vicinanza di Dio all’uomo. Così il linguaggio del silenzio, si accompagna alle parole liturgiche per rendere somma gloria a Dio in questo rito. Nel suo saggio Introduzione allo Spirito della liturgia l’allora cardinale Ratzinger si espresse così: «il silenzio si oppone al frastuono, alla confusione, che Regna nella civitas diaboli e permette che più perfettamente si renda a Dio creatore la riverenza che spetta a Sua Maestà».
La Riforma Liturgica del 1969 venne considerata come espressione della svolta antropologica degli anni Sessanta e Settanta. Una grande novità che pretendeva colmare l’infinita distanza tra Dio e l’uomo, spogliando leggermente – qualora ciò fosse possibile – Dio della sua gloria ed elevando molto, se fosse possibile, l’uomo verso Dio, nell’illusione di abbreviarne la distanza.
Si può certamente discutere se la riforma di Paolo VI abbia apportato quella continuità o quella rottura con la tradizione precedente della Chiesa, ma il solo fatto che se ne discuta è sufficiente per denotarla quanto meno come una riforma ambigua. Difatti se la Riforma liturgica avesse avuto un rapporto di inequivocabile continuità, tale dibattito non si sarebbe aperto.
Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta e in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso evidentemente non è l’unico rito possibile, ma è un rito che esprime con perfetta chiarezza l’ecclesiologia cattolica: quell’unica ecclesiologia, anche con differenti riti che la esprimono.
Ed allora come non poter ricordare il Mutu Proprio del 2007 di Benedetto XVI e definito come Summorum Pontificum, il quale concede una categorica, quanto fondamentale chiave interpretativa secondo cui «il rito antico non è stato e non avrebbe potuto essere abrogato». Le conseguenze di queste affermazioni sono più vaste di quanto si possa a prima vista immaginare, perché in primo luogo cadono le speranze o i timori di chi aveva evocato l’ipotesi di una «riforma della riforma», intesa come ibridazione tra le due tipologie della Santa Messa: la nuova e l’antica.
Di riforma è certamente possibile parlare per il nuovo rito, ma non per l’antico che non potendo essere abrogato non può essere strutturalmente modificato. Oggi, l’aumento importante dei coetus fidelium in tutta Europa – nonostante alcune difficoltà -, deve fornire un dato oggettivo di come il rito romano straordinario promosso dal Pontefice tedesco abbia ripreso piena forza non solo per il suo impianto teologico, ma anche dalla sua storia pressoché millenaria.
La storia delle nazioni europee – ha affermato Giovanni Paolo II – procede di pari passo a quella della sua evangelizzazione. L’Europa medievale si è costruita attorno al Vangelo, ossia attraverso la trasmissione di una fede annunciata dai successori degli apostoli, secondo la consegna data da nostro Signore: andate e battezzate tutte le genti. Non a caso il vecchio continente a partire dal IV secolo inizia a formarsi intorno ad una traditio, ovvero ad una consegna e trasmissione di Verità. La dimensione rituale e in un certo senso una dimensione costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli. Perché la parola traditio nel suo senso originale si riferisce alla trasmissione dei singula fidei, ovvero quelle formule verbali confermate dalla autorità ecclesiastica destinate alla pubblica professione della fede e fin dal quarto secolo il simbolo è rappresentato come la quinta essenza del Vangelo nelle cerimonie della traditio simboli e della redditio simboli che precedono il battesimo. La traditio e la redditio del simbolo, significano che il catecumeno riceve la fede della Chiesa e si impegna a vivere e a confessarla pubblicamente davanti alla comunità cristiana. Ma la traditio se si esprime nella consegna di verità destinate a formare il Depositum Fidei e anche ricerca dei modi in cui queste verità vengono trasmesse. Ogni verità si traduce in una liturgia secondo la nota formula di Sant’Ireneo, poiché «si custodiva fedelmente la tradizione venuta dagli apostoli» e l’Europa medievale in questo senso nasce intorno ad una tradizione liturgica, attorno ad un rito. Tale considerazione ci viene confermata anche dallo storico inglese Christopher Henry Dawson (1889 – 1970), il quale osserva come «dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) l’ordine sacro della liturgia rimase intatto nel caos, mentre tutto crollava mutando». Dunque la liturgia costituì il principale legante interiore della società e nello stesso tempo fu sede della tradizione e della fede, poiché in essa le due realtà si incontravano conciliandosi.
L’affermazione del primato romano, sotto Dàmaso I (305 d.C. – 384 d.C.), corre parallela all’affermazione dell’Ordo liturgico romano, la cui definitiva configurazione avviene fra il IV e il VI secolo, culminando nella creazione del Liber Sacramentorium di Papa Gregorio I (540 d.C. – 604 d.C.). La Liturgia dàmaseno-gregoriana, così come affermava Monsignor Klaus Gamber (1919 – 89), si andò imponendo progressivamente in Occidente rimanendo quello che è stata celebrata nella Chiesa latina fino alla riforma liturgica del 1969. Questo è esattamente il rito che Benedetto XVI ripropone alla Chiesa: tale liturgia gregoriana, espressione del rito romano antico, ci ricorda attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza, che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza sacrificio e che il dono della vita naturale e soprannaturale è un mistero. Scrivendo ciò non possiamo certamente dimenticare l’esistenza di una nuova messa celebrata che rinnova anch’essa il sacrificio della croce in tutto il mondo promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici.
Non si deve, né si può porre in contrapposizione il rito antico con la nuova Messa, ma si tratta unicamente di comprendere come la restituzione della libertà del rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzato. La messa degli apostoli aprì e chiuse tutti i 21 Concili Ecumenici della Chiesa, da Nicea al Vaticano II. Il rito romano straordinario di oggi, viene celebrato sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra, ma fu anche la Santa Messa di tutti gli ordini religiosi fondati nella storia: fu celebrata sui campi delle Crociate, sulle galee pontificie prima della Battaglia di Lepanto e sulla collina di Kahlenberg prima della liberazione di Vienna. Questo rito romano, costituisce oggi la risposta più radicale e più perfetta alla sfida della secolarizzazione, quel guanto di sfida dell’umanesimo, orizzontale e laicista al mondo organico e verticale. Il Papa nel 2007 ha restituito a questo rito piena legittimità, piena cittadinanza e nessuno può impedirne la celebrazione o l’espressione dell’amore dei fedeli. Amiamo il rito romano perché amiamo la Chiesa e ringraziamo il Papa Emerito Benedetto XVI per aver restituito piena libertà a questa celebrazione troppo a lungo mortificata, essendo consapevoli che potrà donare alla Chiesa e alla società, nei prossimi anni e decenni, un nuovo sviluppo e un nuovo splendore.

 

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Colonialismo, civiltà e il modello politico del cigno di Bussy-Castelnau 

Colonialismo, civiltà e il modello politico del cigno di Bussy-Castelnau

di Giuseppe Baiocchi del 15-08-2020

 

Note:

Losanga è un termine utilizzato in araldica per indicare una figura geometrica di quattro lati con l’angolo superiore e quello inferiore acuti, mentre i due laterali sono ottusi. È simile al fuso che però è più allungato.
2 Il marchese di Castelnau fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785.
La Belle-Poule era una nave francese, che in una fregata di quattro navi, il 17 giugno 1778, sconfisse la fregata inglese Arethuse, inaugurando l’ingresso della Francia nella guerra d’indipendenza americana. La battaglia navale ebbe luogo al largo delle coste Lèonardes, vicino alla baia di Goulven.
Charles Joseph Patissier, Marchese de Bussy-Castelnau (1718 – 7 gennaio 1785) o Charles Joseph Patissier de Bussy fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785. Prestò servizio distinto sotto Joseph François Dupleix nelle Indie orientali e ricevette l’Ordine di Saint Louis. Contribuì al recupero dalla Gran Bretagna di Pondicherry nel 1748, e fu nominato nel 1782 per guidare tutte le forze militari francesi oltre il Capo di Buona Speranza. Coordinò le sue operazioni con Pierre André de Suffren e combatté con distinzione contro gli inglesi numericamente superiori durante le campagne indiane della Guerra d’indipendenza americana.
Il capo squadra, in francese Chef d’escadre, era un grado della marina militare francese durante l’Ancien Régime. Il caposquadra è un ufficiale generale che comanda una squadra, composta da una flotta di meno di venti vascelli di linea.
L’ammiraglio Pierre André de Suffren de Saint-Tropez venne soprannominato “Jupiter”.
Il catogan è un tipo d’acconciatura settecentesca maschile che deve il suo nome al generale e conte inglese William Cadogan (1675 – 1726), il quale legava la lunga chioma con un nastro. Questo particolare tipo di coda divenne molto alla moda tra i soldati della fanteria.
Pierre André de Suffren de Saint-Tropez ( 1729-1788), terzo marchese di Saint-Tropez, è stato un ammiraglio francese. Nacque nel castello di Saint-Cannat, presso Aix-en-Provence nell’attuale dipartimento di Bocche del Rodano. Deve la sua fama alla campagna nell’Oceano Indiano, nella quale contese, senza successo, la supremazia alla forza britannica guidata dal viceammiraglio sir Edward Hughes.
Nel 1520 i Portoghesi sbarcarono a Pondichéry, seguiti da Olandesi e Danesi. Nel 1674 divenne colonia francese. Nel 1750 la colonia francese in India era composta da una cinquantina di villaggi. Per mettere fine all’espansione francese in India, gli Inglesi tentarono più volte di conquistare Pondichéry con una serie di assedi. La città fu catturata tre volte e altrettante volte forzatamente sgomberata. Dal 1816, a seguito dell’ultimo trattato con i Britannici, la Francia continuò a mantenere il controllo di Pondichéry per altri 138 anni, finché non la abbandonò nel 1954 cedendo la città all’India.
10 Claude François Dorothée, marchese de Jouffroy d’Abbans, (1751 – 1832) era un architetto navale, ingegnere, industriale e massone francese. Il suo maggiore merito è quello d’aver inventato i primi battelli a vapore.
11 La battaglia navale di Provédien è la seconda delle battaglie navali ingaggiate tra la flotta britannica del vice-ammiraglio Edward Hughes e la flotta francese del balivo de Suffren nell’oceano indiano durante la guerra d’indipendenza americana. La battaglia ha avuto luogo il 12 aprile 1782 lungo le coste est di Ceylon.
12 Hyder Ali (1721 – 82)   è stato un monarca e militare indiano. Fu sultano e de facto regnante del Regno di Mysore, in India meridionale.  Egli oppose una strenua resistenza anti-coloniale all’avanzata militare della Compagnia britannica delle Indie Orientali e fu l’innovatore nell’uso militare dei razzi Mysore.
13 Lo jabot è un ornamento cucito o semplicemente applicato sul petto di camicie o di bluse, realizzato in pizzo o nello stesso tessuto del capo. Storicamente nato nell’abbigliamento maschile alla corte di Luigi XIV, re di Francia, lo jabot entra a far parte della moda femminile nel 1800, come accessorio ornamentale, pur continuando ad apparire sulle camicie eleganti da uomo, prima di essere sostituito dalla cravatta.

 

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