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35° incontro DAS ANDERE

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Nel suggestivo scenario della sala della poesia nel palazzo Bice Piacentini a San Benedetto del Tronto si è tenuto il primo evento del Circolo Culturale Sambenedettese dell’Associazione Das Andere, il terzo incontro della Rassegna culturale "Crisi e Metamorfosi".
Ospite del circolo è stato il giovanissimo filosofo siciliano Danilo Serra, classe 1991, dottorando presso l’Università degli Studi di Bergamo, il quale ha presentato la sua ultima relazione dal titolo "Addio alla verità. Il limite come cifra".
Il coordinatore ing.Giovanni Amadio, insieme al moderatore Alfredo Calcagni, hanno introdotto il programma associativo davanti ad un nutritissimo pubblico che ha visto la presenza di vari esponenti politici locali. Serra si è soffermato sul fenomeno del nichilismo, fenomeno di forte interesse contemporaneo. Nietzsche lo definisce come «il più̀ inquietante» (unheimlich) tra tutti gli ospiti, il più̀ allarmante, quello più̀ pre-occupante.
L’emergere del nichilismo (dal latino nihil, “niente”) ha condotto storicamente alla crisi della ragione e della metafisica, all’idea cioè che vi possa essere una verità unica afferrabile come principio di tutto.
L'impossibilità di rispondere alla domanda posta da Leibniz «perché [esiste] Qualcosa anziché Niente?» caratterizza l’epoca nichilista. Di forte interesse è stato infine il dibattito con il pubblico, al quale è susseguito l'aperitivo di benvenuto ai nuovi soci in collaborazione con il Partner Antico Caffè Soriano.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Danilo Serra 24/01/2017

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Una delle principali questioni sollevate da Thomas S. Kuhn[1] riguarda la crescita della conoscenza scientifica. L’interesse del filosofo americano è rivolto, in primo luogo, al procedere della scienza. Questo è, per dirla con le parole di Karl Popper, il problema centrale dell’epistemologia. L’attenzione è posta al processo dinamico di acquisizione della conoscenza scientifica piuttosto che alla struttura logica dei prodotti della scienza. La grande domanda, in definitiva, che alimenta il pensiero kuhniano è la seguente: Come si sviluppa (cresce) la conoscenza scientifica?
È soprattutto in un’opera pubblicata per la prima volta nel 1962, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (Cfr. T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 2009), che Kuhn argomenta e definisce la risposta al suo quesito. Già nel titolo del libro è ben evidente la posizione assunta. La scienza, ovvero, invece di progredire gradualmente, si sviluppa attraverso rivoluzioni periodiche. La tesi sostenuta da Kuhn intende rifiutare ogni forma di “presentismo” che vuole concepire la scienza come un processo diretto verso una ovvia direzione, scontata, lineare e cumulativa. La provocazione del filosofo, secondo la quale nella scienza non v’è nulla di scontato, è poi il senso autentico della sua riflessione.
[caption id="attachment_7568" align="aligncenter" width="1000"] Thomas Samuel Kuhn (Cincinnati, 18 luglio 1922 – Cambridge, 17 giugno 1996) è stato uno storico e filosofo statunitense.
Epistemologo, scrisse diversi saggi di storia della scienza, sviluppando alcune fondamentali nozioni di filosofia della scienza. Formulò un'epistemologia alternativa a quella del falsificazionismo di Karl Popper, suo principale bersaglio polemico.[/caption]
Il lavoro di Kuhn è arduo e faticoso, dal momento che ha come intento la trasformazione dell’immagine della scienza dalla quale siamo dominati. Egli si muove in maniera delicata, come un chirurgo o come un profeta, nel tentativo di scacciare via un vecchio e resistente pregiudizio, lo stereotipo della scienza come sapere cumulativo. Per centrare l’obiettivo, il professore invita a riconsiderare il ruolo della storia. A lui va il merito di aver inserito il fattore storico in contesto scientifico. A tal proposito, il primo capitolo de La struttura delle rivoluzioni scientifiche - capitolo introduttivo dedicato alla ricerca storica - si apre in questa maniera:
«La storia, se fosse considerata come qualcosa di più che un deposito di aneddoti o una cronologia, potrebbe produrre una trasformazione decisiva dell’immagine della scienza dalla quale siamo dominati. Fino ad oggi questa immagine è stata ricavata, anche dagli stessi scienziati, principalmente dallo studio dei risultati scientifici definiti quali essi si trovano registrati nei classici della scienza e più recentemente nei manuali scientifici, dai quali ogni nuova generazione di scienziati impara la pratica del proprio mestiere. È però inevitabile che i libri di tal genere abbiano uno scopo persuasivo e pedagogico: una concezione della scienza ricavata da essi non è verosimilmente più adeguata a rappresentare l’attività che li ha prodotti di quanto non lo sia l’immagine della cultura di una nazione ricavata da un opuscolo turistico o da una grammatica della lingua. Questo saggio cerca di mostrare che essi ci hanno portati a fraintendimenti fondamentali. Il suo scopo è quello di abbozzare una concezione assai diversa della scienza, quale emerge dalla documentazione storica della stessa attività di ricerca» (T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, cit., p. 19).
Kuhn, nella sua opera, esordisce lanciando una dura accusa alla comunità degli scienziati, colpevole di aver reso la scienza una “costellazione di fatti, teorie e metodi” riportati e contenuti nei manuali scientifici correnti. La critica nei confronti di questi lavori scientifici è serrata poiché essi «sembrano spesso implicare che il contenuto della scienza sia esemplificato unicamente dalle osservazioni, dalle leggi e dalle teorie descritte nelle loro pagine»[2]. I manuali scientifici, riproducendo una storia della scienza, hanno contribuito a generare una concezione di scienza basata sull’idea di “sviluppo per accumulazione”, trattando in maniera insufficiente certe questioni scientifiche che meritano invece d’essere osservate con uno sguardo più aperto e meno rigido. Così, al fine di riprodurre fedelmente una storia della scienza, chi si è occupato dello sviluppo scientifico ha sempre determinato quando è stato scoperto o inventato un fatto, una legge o una teoria scientifica e chi è stato l’artefice o l’autore di tale scoperta o invenzione. Tuttavia, recentemente:
«Alcuni storici della scienza hanno trovato sempre più difficile adeguarsi ai compiti che il concetto di sviluppo per accumulazione assegna loro. Come cronisti di un processo incrementale, essi scoprono che ulteriori ricerche rendono più difficile, non più facile, rispondere a domande come; Quando fu scoperto l’ossigeno? Chi fu il primo a concepire l’idea di conservazione dell’energia? Alcuni di loro sospettano in misura sempre maggiore che, semplicemente, è sbagliato fare domande di questo genere. Forse la scienza non si sviluppa per accumulazione di singole scoperte e teorie» (ibidem).
Ad essere rifiutata da Kuhn è la tesi secondo la quale lo sviluppo della scienza procede per accumulazione, cioè per accumulazione di singole scoperte ed invenzioni. Ed è rigettando questo punto fermo della vecchia tradizione storiografica che il filosofo delinea una nuova immagine della scienza, un’immagine che tiene conto di svariati fattori singolari, da quello psicologico a quello sociologico. Un’immagine di scienza, dunque, che costringe inevitabilmente all’interrogazione circa il concetto di verità scientifica.
La domanda che rimane alla base del pensiero kuhniano è sempre la medesima: Come cresce la conoscenza scientifica? Nel tentativo di risposta, Kuhn pone in essere la distinzione tra “scienza normale” e “scienza rivoluzionaria (o straordinaria)”. Alla base della cosiddetta “scienza normale” c’è il concetto di paradigma, una sorta di modello o schema accettato dalla comunità scientifica. Esso ha a che fare con la fondazione della teoria scientifica, è in qualche modo il suo veicolo: «Con la scelta di questo termine [paradigma] ho voluto far presente il fatto che alcuni esempi di effettiva prassi scientifica riconosciuti come validi - esempi che comprendono globalmente leggi, teorie, applicazioni e strumenti - forniscono modelli che danno origine a particolari tradizioni di ricerca scientifica con una loro coerenza» (ivi, p. 30). Kuhn, è bene specificarlo, utilizza in diverse accezioni il termine paradigma: a) risultato in grado di attirare gruppi di studiosi appartenenti a diverse scuole di pensiero; b) risultato che genera dei “rompicapo”, cioè dei problemi da risolvere per la nuova comunità scientifica; c) teoria che risulta essere migliore rispetto a quella con cui è in competizione; d) come una sentenza emessa da un giudice che dà luogo ad ulteriori articolazioni e specificazioni. I paradigmi forniscono agli scienziati non soltanto un modello, ma anche delle indicazioni essenziali per costruire un modello. In ogni caso, i paradigmi secondo Kuhn non sono delle regole e non sono degli algoritmi: «Le regole, suggerisco, derivano dai paradigmi, ma i paradigmi possono guidare la ricerca anche in assenza di regole» (ivi, p. 64). Essi determinano teorie e metodi. Così, «allorché impara un paradigma, lo scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri tutti assieme, di solito in una mescolanza inestricabile. Perciò quando i paradigmi mutano, si verificano di solito importanti cambiamenti nei criteri che determinano la legittimità sia dei problemi che delle soluzioni proposte» (ivi, p. 138).
Per cogliere in pieno questa concezione, in una delle pagine più accattivanti della sua opera [La struttura delle rivoluzioni scientifiche], Kuhn rivolge l’attenzione all’osservazione del fenomeno del “corpo oscillante”:
«Fin dalla remota antichità molti avevano visto che un qualunque corpo pesante, appeso a una corda o a una catena, oscilla avanti e indietro fino a raggiungere alla fine uno stato di quiete. Per gli aristotelici, che credevano che un corpo pesante si muovesse per sua natura da una posizione più elevata verso uno stato di riposo naturale in una posizione più bassa, un corpo oscillante era semplicemente un corpo che cadeva con difficoltà. Vincolato dalla catena, esso poteva raggiungere lo stato di riposo nel suo punto più basso soltanto dopo un movimento tortuoso e un periodo di tempo considerevole. Galileo invece, quando guardò un corpo oscillante, vide un pendolo, ossia un corpo che quasi riusciva a ripetere lo stesso movimento più e più volte all’infinito. Dopo aver osservato attentamente il fenomeno, Galileo notò anche molte altre proprietà del pendolo e sulla loro base costruì alcune delle parti più importanti ed originali della sua nuova dinamica» (ivi, p. 148).
Con questo esempio, il filosofo americano denota come lo stesso fenomeno - l’oscillamento di un corpo pesante, appeso a una corda o una catena - viene “visto” e “analizzato” dagli osservatori in maniera diversa. Come se ci fossero delle distinte prospettive, diverse interpretazioni della realtà. Per gli aristotelici, il corpo oscillante è un corpo che cade in terra con difficoltà. Alla base di questa convinzione c’è la tesi secondo la quale un corpo pesante si muove naturalmente dall’alto verso uno stato di riposo in basso. Per Galilei, invece, il corpo oscillante è il pendolo che ripete lo stesso movimento più volte. Gli aristotelici e Galilei vedevano differentemente quello stesso fenomeno naturale. V’erano due concezioni interpretative del e sul mondo naturale. Cambiava il paradigma e, nel passaggio dall’uno all’altro paradigma, si verificavano degli importanti cambiamenti in quei criteri che determinavano la legittimità del problema e delle soluzioni proposte.
La “scienza normale” è per Kuhn, in linea di massima, quell’attività che una determinata comunità scientifica svolge accettando ed adottando certe assunzioni e paradigmi. È una ricerca basata su paradigmi:
«In questo saggio, ‘scienza normale’ significa una ricerca stabilmente fondata su uno o su più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costruire il fondamento della sua prassi ulteriore» (ivi, p. 29).
Lo sviluppo della “scienza normale” è preceduto da un periodo preparadigmatico; è la fase belligerante della lotta di tutti contro tutti. Il ruolo del conflitto è da Kuhn rivalutato. Sono, d’altronde, le controversie scientifiche ad alimentare la conoscenza. Esse conducono all’abbandono di una teoria accettata precedentemente o all’adozione di una nuova. Il periodo preparadigmatico «è regolarmente contrassegnato da frequenti e profonde discussioni circa la legittimità di certi metodi, problemi e modelli di soluzione, sebbene tali discussioni servano piuttosto a definire scuole che a produrre un accordo» (ivi, p. 70). Qui si sviluppa un vivace confronto fra scuole e sottoscuole scientifiche in competizione tra loro: ciascuna di esse difende questa o quella teoria. La “scienza normale” compare allorquando la competizione si conclude con la vittoria di una posizione (di una scuola) sulle altre. Questo periodo di “scienza normale” è, potremmo dire, un periodo di pace ed armonia non destinato comunque a durare per sempre. La crescita della “scienza normale”, che è una crescita cumulativa per gradi, è scossa ed interrotta dalla potenza di una rivoluzione o crisi, ossia da una fase in cui la conoscenza non cresce più in modo cumulativo poiché si mettono in discussione e cambiano quegli elementi significativi che progredivano gradualmente nel periodo di “scienza normale”. Con la fase di “scienza rivoluzionaria” è il significato dei termini in gioco a cambiare. Nel momento in cui cominciano a sorgere dubbi sui paradigmi che costituiscono quella determinata posizione, si crea un nuovo periodo rivoluzionario che smembra ad uno ad uno tutti gli elementi di “verità” che avevano permesso a quella determinata posizione di imporsi. La conoscenza scientifica cresce in modo rivoluzionario quando una vecchia teoria viene scartata a favore di una nuova teoria del tutto differente ed incompatibile con la precedente. Quando una teoria è incapace di soddisfare le sfide a lei poste dalla logica, dall’esperimento o dall’osservazione si verifica quella che Kuhn chiama “rivoluzione scientifica”. La “scienza rivoluzionaria” dà l’input per l’affermarsi di una nuova fase di contrasto, un nuovo scontro preparadigmatico tra posizioni teoriche differenti. Uno scontro che si chiude, come al solito, con la vittoria di una posizione sull’altra, con un cambiamento, un nuovo modo di vedere il mondo. E così via, ciclicamente. La conoscenza scientifica è fortemente animata dalla rivoluzione, dalla crisi che permette di rivalutare e riporre in questione teorie ed idee riconosciute ed affermate in precedenza. All’inizio del XX secolo, il matematico Vito Volterra, il creatore della teoria delle “funzioni di linea”, scrive:
«Quasi tutte le discipline scientifiche attraversano oggi una grande crisi, crisi delle condizioni in cui si elaborano, crisi del pensiero filosofico che le informa. Forse agli occhi dei nostri posteri il momento storico attuale apparirà a noi come quello del Rinascimento, in cui il concetto del sistema del mondo cambiò la base stessa su cui erra poggiato […] Questa crisi si riverbera su tutte le scienze della natura; e intanto, così in cielo come in terra, mille cose si rivelano che la filosofia non sognava: dall’azione della luce sul movimento degli astri alle nuove fonti del calore terrestre» (V. Volterra, Saggi scientifici, Zanichelli, Bologna 1990, pp. 108-111).
La crisi, secondo quanto scritto dallo scienziato italiano, è un processo riflessivo che distrugge e rigenera, smonta e ricostruisce, muove ed eccita, irrobustendo sempre più la ricerca scientifica. Per tale ragione, è sbagliato considerare la scienza soltanto come qualcosa di statico giacché lo sviluppo della scienza riveste il massimo interesse dal punto di vista metodologico.
[caption id="attachment_7577" align="aligncenter" width="1000"] Vito Volterra (Ancona, 3 maggio 1860 – Roma, 11 ottobre 1940) è stato un matematico, fisico e politico italiano di origine ebraica. Fu uno dei principali fondatori dell'analisi funzionale e della connessa teoria delle equazioni integrali. Il suo nome è noto soprattutto per i suoi contributi alla biologia matematica.[/caption]
La conoscenza scientifica, secondo Kuhn, cresce e si sviluppa attraverso delle fasi continue. C’è, nella crescita evolutiva della scienza, un circolo che egualmente va ripetendosi e riproponendosi: fase preparadigmatica/scienza normale/fase rivoluzionaria//fase preparadigmatica/scienza normale/fase rivoluzionaria… La scienza - il suo movimento- rispetta questo circolo complesso fatto di combattimenti ed accordi, guerra e pace, avanzate e cadute, cammini ed interruzioni che conducono a nuovi orizzonti e nuovi cammini. È questa l’immagine di scienza che Kuhn intende delineare. Una scienza non statica, non rigida o ripiegata su di sé, bensì viva, attiva ed assai dinamica. La dinamicità della scienza tocca con mano il concetto di verità. L’interpretazione che si ha della verità nella scienza è singolare. Che ne è della verità? Nell’analisi minuziosa condotta da Kuhn sembra esserci una forte spinta della verità come costrutto sociale. Non esistono dati di fatto oggettivi, definitivi. La scienza appare come luogo di interpretazioni piuttosto che luogo di fatti. A tal proposito, i concetti di “corretto”, “errore”, “razionale” non valgono universalmente, ma sono applicabili solamente all’interno di una singola teoria e non oltre. Non c’è una teoria che può dirsi assolutamente corretta; allo stesso tempo, non c’è una teoria succube dell’errore. Le teorie sono incommensurabili, ciascuna ha in sé una natura peculiare ed originale. Aristotele e Galilei avevano delle interpretazioni differenti. Le loro prospettive e le soluzioni proposte ai problemi erano diverse. Ma, seguendo il lavoro realizzato da Kuhn, nessuno può dirsi “più scienziato” dell’altro, nessuno dei due ha pienamente ragione o torto. Dove Aristotele vede un corpo che cade in terra con difficoltà, Galilei vede il pendolo; dove Priestley vede l’ossigeno come aria deflogisticata, Lavoisier vede l’ossigeno come una delle componenti dell’aria. Aristotele e Galilei, Priestley e Lavoisier hanno vissuto in tempi e mondi diversi. Ciascuno, secondo i propri mezzi e schemi interpretativi, ha colto degli aspetti e dei caratteri unici del mondo naturale. La verità non è un concetto assoluto, ma storico e plastico, un seme che attraversa la storia. Segue le visioni e le percezioni degli scienziati. La verità è sempre in cammino, segnata e soggiornata dal tempo, dall’evoluzione, dalle tecniche, dalla storia.
 
Note
[1] Thomas S. Kuhn (1922-1996) è stato professore di Storia della scienza e di Filosofia della scienza nelle prestigiose università di Harvard, Berkeley, Princeton e al M.I.T. Tra i suoi testi, Logica della scoperta o psicologia della ricerca? (1970); La rivoluzione copernicana (1972); Critica e crescita della conoscenza (1976).
 
Per approfondimenti:
_Gillies, Giorello, La filosofia della scienza del XX secolo, Laterza, Roma 2010
_Popper, I due problemi fondamentali della teoria della conoscenza, Il Saggiatore, Milano 1987
_S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 2009
_Volterra, Saggi scientifici, Zanichelli, Bologna 1990
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di Danilo Serra del 19/10/2016

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Immanuel Kant è stato il filosofo che, più di ogni altro, ha sostenuto e manifestato l’inconsistenza della vecchia metafisica.
Nella sua monumentale Critica della ragion pura egli aveva mostrato che la ragione che si spinge ad argomentare in merito ad alcune idee metafisiche (Dio, anima immortale e libertà) finisce per sbattere in una serie di antinomie che non portano a nessuna conclusione o dimostrazione.
Eppure, malgrado il suo netto «no!» alla metafisica scientifica, la metafisica in Kant non può dirsi - oggi - veramente morta.
[caption id="attachment_6494" align="aligncenter" width="1000"] Immanuel Kant (Königsberg, 22 aprile 1724 – Königsberg, 12 febbraio 1804) è stato un filosofo tedesco.[/caption]
Perché? Perché la metafisica, in fondo, spinge la ragione ad andare avanti. C’è un bisogno naturale, indissolubile, pulsante, attivo, intramontabile. Esso è il bisogno della ragione: la ragione è questo bisogno. Il bisogno non va soppresso o rimosso; il bisogno va soddisfatto.
Kant è universalmente riconosciuto come il filosofo che, con la sua critica serrata ed il suo rigore analitico, ha contribuito a “distruggere” la validità scientifica della metafisica. Egli, tuttavia, non ha potuto negare del tutto la sua presenza, il suo r-esistere. La metafisica non è per Kant una scienza determinata, con un proprio metodo specifico e delle leggi ben definite, bensì è una tendenza naturale, un corso d’acqua che non s’arresta, una disposizione naturale umana avente una sua dimensione peculiare, la dimensione del gioco. Il gioco implica una situazione di oscillazione e movimento. Il gioco consente il movimento, il muoversi del pensare. La ragione, secondo il filosofo di Königsberg, non può fare a meno di pensare metafisicamente. Anzi, seguendo in pieno il pensiero kantiano, giungiamo alla conclusione secondo la quale il pensiero metafisico è "necessario", in quanto la metafisica stessa è una disposizione naturale che apre le porte della vita pratica e morale.
Nel luglio del 1786 fu pubblicato un piccolo saggio che - di fatto - inserì il nome di Kant nel cosiddetto Pantheismusstreit (o Spinozismusstreit), la delicata controversia sul panteismo (o sullo spinozismo), in voga soprattutto in quegli anni presso i circoli intellettuali della Germania: Was heißt sich im Denken orientieren? (Che cosa significa orientarsi nel pensiero?).
Come Franco Volpi ha più di una volta precisato, in questo scritto [Che cosa significa orientarsi nel pensiero?] Kant, avvalendosi di abili stratagemmi retorici (in particolare di metafore), dimostrò che la ragione non possiede soltanto funzioni dissolvitrici di ogni precedente credenza, ma può valere come preziosa bussola per orientarci meglio nel buio della nostra vita.
[caption id="attachment_6492" align="aligncenter" width="1000"] Franco Volpi (Vicenza, 4 ottobre 1952 – Vicenza, 14 aprile 2009) è stato un filosofo e storico della filosofia italiano.[/caption]
Attraverso il bisogno della ragione osservo la mia vita, la indago, la sento. Il bisogno della ragione è, più precisamente, il "sentimento" del bisogno della ragione.
Il sentire mette in evidenza la coincidenza del bisogno della ragione con la ragione medesima. Il sentire è un sentire non sensibile, ma intenso, intimo, profondo.
È il "mio" soggettivo [proprio del soggetto] sentire, il sentire della autocoscienza. Il bisogno della ragione è un cammino indefinito, una tensione continua, un volere andare oltre. Il bisogno della ragione è una necessità incontestabile-inesauribile. In tal senso, Kant parla di "diritto del bisogno della ragione".
La ragione, per Kant, non è contrassegnata dall’attività produttiva. La ragione, ovvero, non mira alla produzione e non s’incammina al fine di possedere qualche cosa. La dimensione del possesso non le appartiene. La ragione, molto più semplicemente, sta sul limite (Grenze). Il limite è una linea immaginaria di distinzione tra l’empirico e l’intelligibile. Limite è, letteralmente, "ciò che sta tra".
Nel lessico kantiano, distinguiamo le parole Grenzen, che traduce "limite", e Schranken, che traduce "confine". Il confine è una sbarra, una barriera. Il confine è qualcosa di restrittivo, circoscritto. Il limite, invece, ha a che fare con la frontiera. Come la frontiera, il limite è ciò che si affaccia da una parte e dall'altra. Il limite è ciò che apre, disvela, dispiega. Limite è quella tensione che permette il movimento del pensiero (o della ragione). Per questo motivo, il limite non è limitazione di potenza, ma esaltazione-generazione di potenza. Il suo è un significato non restrittivo, bensì generativo.
La capacità della ragione è quella di visionare e di pensare ciò che sta aldilà dell’esperienza immediata e diretta. L’esperienza è limitata ai fenomeni (Erscheinungen) e, di conseguenza, riguarda solo i fenomeni [ciò che appare dinanzi a noi]. L’esperienza, in altre parole, è limitata alla materialità dei sensi. Per tale ragione, [l’esperienza] si trova ad ed essere costitutivamente finita, limitata. La kantiana «cosa in sé» non potrà mai essere com-presa e conosciuta. È e rimane una X, un nihil negativo.
Il pensare invece trapassa la finitezza della materialità, spingendosi oltre, torcendosi aldilà dello spazio definito. Il pensiero ha in sé l’esigenza di muoversi continuamente, di mettersi in cammino, di superare i limiti dell’esperienza fisica, pur non potendo mai conoscere effettivamente la natura della "cosa in sé".
Il pensiero riesce ad oltrepassare i limiti in quanto è propriamente questa capacità di collocarsi sulla linea dell’orizzonte.
La ragione, dunque, sta sul limite e, in questo stare-sul-limite, interviene mettendo in relazione "ciò che sta di qua" e "ciò che sta di là". Essa riesce a vedere da una parte e dall’altra, poiché entrambi (il "ciò che sta di qua" e il "ciò che sta di là") sono ambiti che le competono di diritto.
La ragione è la bussola che indica come procedere in un territorio che per noi è simile ad una stanza buia. È quel principio di orientamento che è proprio di ogni soggetto, il nocchiero della nostra nave, la guida che ci prende per mano e reclama noi d’in-seguire le sue tracce. 
Vorrei concludere ancora con una frase del grande filosofo tedesco: "Questo mezzo soggettivo, l'unico che rimane, altro non è che il sentimento del BISOGNO proprio della ragione".
 
Per approfondimenti:
_Kant I., Che cosa significa orientarsi nel pensiero?, ed. it. a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2011.
 
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di Danilo Serra del 15/07/2016

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Il “progetto antropologico elementare” su cui ha lavorato Arnold Gehlen fin dal 1935 vuole riflettere non solo sulle differenze biologico/adattive che intercorrono tra l’uomo e l’animale ma, a partire da esse, condurci verso ciò che identifica la specie umana e che dona forma al suo abitare il mondo. Il tema dell’azione umana sul mondo naturale diviene così la chiave di volta per comprendere il compito dell’uomo ed il suo esserci.
Der Mensch , pubblicato nel 1940, è stato il testo su cui Gehlen ha fondato la propria antropologia filosofica, interpretando l’uomo come “progetto particolare” della natura. Egli rappresenta un “essere manchevole” (Mängelwesen), carente sotto l’aspetto morfologico di organi specializzati propri della specie e monco di quegli istinti naturali presenti invece in tutti gli altri animali. La naturale carenza umana, tesi già sviluppata dall’antropologia di Johann Gottfried Herder , spinge l’uomo a ricercare nuove alternative che possano consentirgli di reagire in modo sempre diverso e adeguato alle situazioni circostanti. Gehlen, definendo l’uomo come “progetto complessivo della natura”, tende a designare un essere unico nel suo genere, occupante un posto particolare nel mondo, diverso da tutti gli altri viventi, in grado di adattarsi ovunque e, per tale ragione, riprendendo Max Scheler, “aperto al mondo” (Weltoffen).

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di Danilo Serra del 11/07/2016

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Il concetto di “apertura al mondo” è un concetto derivato dal pensiero di Max Scheler, il quale, in un’opera conosciuta in italiano con il titolo La posizione dell’uomo nel cosmo, risponde alla domanda riguardante l’essere dell’uomo (Che cos’è l’uomo?) affermando: [egli è] «un essere spirituale non più legato alla tendenza e all’ambiente, ne è libero, e perciò aperto al mondo» .

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di Danilo Serra del 07/07/2016

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Nelle prime pagine della Lettera sull’«umanismo», Heidegger affronta la questione relativa al compito del pensiero, un compito che risiede nel portare a compimento «il riferimento (Bezug) dell’essere all’essenza dell’uomo» . Questa tensione del “portare a compimento” non indica un produrre o un generare. Il pensiero non produce e non genera nulla. Il pensiero porta piuttosto a compimento: «Portare a compimento significa: dispiegare qualcosa nella pienezza della sua essenza, condurre-fuori a questa pienezza, producere» . Dunque, seguendo questo significato, solo ciò che già è, può essere dispiegato e portato a compimento: «Ma ciò che prima di tutto “è” è l’essere» . Il portare a compimento indica allora un far “av-venire”, un portare alla luce e al linguaggio ciò che già è, ciò che è da pensare. Il pensiero offre il riferimento (Bezug), porta a compimento la manifestatività dell’essere. Nel pensiero, scrive Heidegger, «l’essere perviene al linguaggio» , ossia a quel linguaggio che è la casa dell’essere nella cui dimora abita l’uomo e che ha nei pensatori e nei poeti i suoi autentici custodi. Essi, infatti, portano, più di ogni altro, a compimento la manifestatività dell’essere e, «mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono» . Il pensiero, in quanto porta a compimento, agisce. E lo fa in maniera particolare, ossia rammemorando, ringraziando e custodendo.

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di Danilo Serra del 05/07/2016

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Un tempo camminava per le vie di Alessandria d’Egitto una donna che, con grande franchezza e coscienza critica, si rivolgeva faccia a faccia ai potenti della città, mostrando loro tutta la sua eleganza e potenza retorica. Tra il IV e il V secolo dopo Cristo, in un’epoca chiamata ad annunciare la fatale caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ha vissuto una delle menti più sagge ed affascinanti dell’intera storia dell’umanità. Il suo nome divenne ben presto una leggenda, un mito, un’icona mondiale della libertà di pensiero e conoscenza: Ὑπατία, Ipazia.

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di Danilo Serra del 03/07/2016

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Tra le questioni fondamentali che emergono nel corso della lettura del Trattato decisivo sull’accordo della religione con la filosofia (Fasl al-maqāl fi-mā bayna al-hikma wa al-šarī‘a min al-ittisāl), spicca senza dubbio la problematica relativa alla legittimità della filosofia, o più in generale della “conoscenza”, nell’Islām.
In questo breve e denso trattato, Averroè ha l’obiettivo di definire giuridicamente la legittimità dell’attività filosofica secondo i parametri della legge religiosa islamica, la šarī‘a.

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di Danilo Serra del 22/06/2016

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L’anno 236 iniziò in maniera disgraziata. Una grande tragedia colpì l’intera comunità cristiana e la neonata Chiesa. Il 3 gennaio, infatti, venne ucciso papa Antero (successore di Ponziano, il secondo papa dimissionario della storia dopo Clemente I), pontefice in carica dal 21 novembre del 235.
Al principio del 236, dunque, in un’epoca funestata dalla precarietà e dall’odio profondo e «pubblico» esercitato nei confronti dei seguaci del «Figlio di Dio», i fedeli cristiani avevano bisogno di nominare un nuovo pastore in grado di guidare l’intero popolo messianico verso l’unità e l’ordine.
Tanti erano i personaggi nobili ed illustri che ambivano ad essere eletti successori di quell’adorato Pietro, al quale Gesù Cristo conferì, nell’aprile del 30, il primato su tutta la Chiesa proclamandolo primo papa, rivolgendosi a lui con poche e semplici parole: "Pasci le mie pecorelle".

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La dignità dell’uomo, tutto il suo merito, tutto il suo dovere consiste in questo: l’uomo deve pensare. Lo scriveva con chiarezza l’elegante Pascal, specie nell’ultimo anno della sua vita. La malattia lo aveva trasformato, piegandolo e costringendolo al dolore ed alla sofferenza. Fu probabilmente un tumore allo stomaco a condurlo alla morte il 19 agosto del 1662, a soli 39 anni. «Che Dio non mi abbandoni mai!», sarebbero state le sue ultime parole. Fino alla fine, fino all’ultimo battito, Pascal cercava di spronare sé e gli altri, senza mai cadere in esitazioni o perplessità: l’uomo è chiaramente fatto per pensare. La via del pensiero è l’unica in grado di innalzarlo verso cime sempre più estasianti. Il principio che muove la morale consiste nell’impegno arduo a ben pensare. Ma a cosa pensa la gente? Pensa mai alla propria condizione? Pensa la gente alla propria vita?