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di Giuseppe Baiocchi del 24/01/2019

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Nel dicembre del 1940, Parigi è una città sconfitta e occupata dalla Wehrmacht tedesca. Il sentimento francese è diviso in due: c’è la Repubblica collaborazionista di Vichy, ci sono gli appelli alla Francia libera lanciata da Charles André Joseph Marie de Gaulle (1890 - 1970) dal suo rifugio di Londra e ci sono davanti agli occhi di tutto il mondo le immagini di Adolf Hitler (1889 - 1945) vittorioso in visita a Parigi. Il Führer non vuole più apparire come un conquistatore: tenterà di ammorbidire il senso di odio e di ribellione nei suoi confronti, concedendo così un regalo ai francesi. Di notte alla Gare de l’Est, arriva una bara la quale viene caricata su una macchina nera che attraversa la città buia e deserta, fino all’Hôtel des Invalides: all’interno le ceneri di un personaggio che poteva diventare grande nella storia, ma che fu solo semplice comparsa, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 - 1832), unico figlio di Napoleone Bonaparte I (1769 -1821).
Nelle due foto (da sinistra a destra): Hitler nel 1940 visita il mausoleo di Napoleone I; statua marmorea di Napoleone I, in abiti imperiali, sopra la tomba del figlio Napoleone François Charles Joseph Bonaparte.
Le Roi de Rome, così come venne denominato per aver regnato dal 22 giugno al 7 luglio del 1815, non muta minimamente l’opinione del popolo francese, che rimane indifferente, tanto che per le strade di Parigi, aleggia una battuta: «i tedeschi ci hanno restituito delle ceneri, noi avremo preferito del carbone».
Ancora oggi l’Hôtel des Invalides è l’ospizio per veterani e invalidi di guerra fatto edificare nel Seicento da Luigi XIV (1638 - 1715) e all’epoca della traslazione del sarcofago pochissime persone furono presenti: qualche dignitario di Vichy, qualche gerarca nazionalsocialista, tanto che un testimone asserì come sullo spiazzo si respirava una «atmosfera da cospirazione». Tra svastiche e corone di fiori ce ne è una che porta scritto «il Cancelliere Adolf Hitler al duca di Reichstadt».
I titoli per Napoleone II sono diversi e molteplici, ma tutti privi di quello spessore politico che aveva contraddistinto il padre: Roi de Rome, duca di Reichstadt, Grand Aigle e Gran collare dell’Ordine della Legion d’Onore, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Ferrea, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria, Senatore di Gran Croce S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Il protagonista di questa storia è custodito sotto la cupola del Duomo dell’Hôtel des Invalides: attraversato il cortile, passati sotto la cupola e scesi nel mausoleo di Napoleone, in disparte è situata una nicchia con una lapide dove è scritto «Napoleone II, Roi de Rome 1811 - 1832», questa è dominata da una statua marmorea di Napoleone I in abiti imperiali, ma sulla figura di suo figlio, nulla. Il confronto con il padre è drammatico: il mausoleo che custodisce le spoglie di Napoleone I è enorme, un monumento funebre degno di un faraone con al centro un sarcofago di pietra immenso ed intorno scolpite in cerchio i suoi successi politici, diplomatici e militari. Sicuramente un colpo d’occhio estremamente diverso dalla spoglia lapide del figlio. Anche le circostanze del ritorno in patria del generale còrso avviene in una modalità totalmente differente, poiché Napoleone Bonaparte viene restituito dagli inglesi nel 1840, su richiesta del Re Louis Philippe I di Borbone-Orléans (1773 - 1850), in un clima di riconciliazione nazionale, un monarca – erede dei Re pre-rivoluzionari, ma di stampo liberal-borghese – riconosce la grandezza di Napoleone e lo ammette nel Pantheon dei grandi di Francia: una cerimonia solenne che commosse tutto il Paese. Sarà lo stesso Victor Marie Hugo (1802 - 1885), nel suo “I funerali di Napoleone”, che commenterà così l’evento: «rue du four: la neve si infittisce, il cielo si fa nero, i fiocchi di neve lo seminano di lacrime bianche, sembra che anche Dio voglia partecipare». Il figlio Napoleone II torna, di contro, in sordina, di nascosto, accolto quasi con vergogna, restituito da un invasore detestato: eppure per lui gli eventi erano iniziati con una piega molto diversa, il suo doveva divenire un destino di grandezza. «Io sono stato Filippo, lui sarà Alessandro», proferì alla sua nascita Napoleone Bonaparte I, padre insieme alla madre Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo-Lorena (1791 - 1847); il loro amore fu il frutto di un innesto tra antichi e nuovi poteri, tra vecchie e nuove energie: un frutto che non maturò mai e che marcirà a soli 21 anni. Il conte Montbel, Guillaume Isidore (1787 - 1861) scrivendo nel suo “Le Duc de Reichstadt” appuntò sul giovane Napoleone: «La mia nascita e la mia morte, ecco tutta la mia storia, non sono che un imbarazzo, fra la mia culla e la mia tomba, c’è un grande zero».
Napoleone François viene al mondo per il problema dinastico del padre: Napoleone I, una volta divenuto Imperatore il 18 maggio 1804, non viene riconosciuto legittimo da nessuna corte monarchica (Trono e Altare) europea. Il suo è un impero non riconosciuto, frutto dei moti rivoluzionari che hanno tagliato la testa a Luigi XVI: un erede rafforzerebbe la sua leadership e assicurerebbe un erede alla Francia bonapartista.
La prima moglie Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie di Beauharnais (1763 - 1814) a trentasette anni, dopo quattro anni di matrimonio, non è ancora riuscita a donare un erede a Napoleone. La Costituzione imperiale creata dallo stesso Bonaparte cita all’art.4: «Napoleone può adottare i figli o i nipoti dei suoi fratelli, premesso che abbiano compiuto diciotto anni e che lui stesso non abbia figli maschi al momento dell’adozione. I suoi figli adottivi entrano nella linea di discendenza diretta».
Quel figlio adottivo affermato nella costituzione, almeno secondo le voci di corte c’è già: è il piccolo Napoleone Carlo, figlio di Luigi Bonaparte (1778 - 1846) e di Hortense Eugénie Cécile di Beauharnais (1783 - 1837), raffigurato all’interno del celebre quadro del pittore Jacques-Louis David (1748 - 1825) “L’incoronazione di Napoleone” del 1808; un bambino di due anni che tiene per mano la sua mamma. Non è ufficiale, ma tutti sono convinti che un giorno l’Imperatore sarà lui, poiché rappresenta la perfetta unione di entrambi i clan familiari dei Bonaparte e dei Beauharnais. La sua investitura durerà poco: morirà a breve per una difterite, lasciando aperta la partita per la successione dell’erede imperiale. Napoleone dirà «non c’è solidità nella mia dinastia se non ho figli, i miei nipoti non possono rimpiazzarmi, la nazione non comprenderebbe. Un bambino nato nella porpora è per la nazione e per il popolo tutt’altra cosa che il figlio di mio fratello».
Durante il cesarismo del bonapartismo, Napoleone avendo avuto un figlio dalla sua amante polacca Maria Walewska (1786 - 1817), capisce che il problema dinastico è riconducibile a sua moglie Marie-Josèphe, che lentamente e inesorabilmente inizia ad essere posta da parte, fino al divorzio del 1809. Dopo la vittoria francese sull’Impero austriaco di Francesco I d’Austria, sposerà la diciottenne Maria Luisa d’Asburgo-Lorena che darà alla luce Napoleone François. Dall’Aiglon di André Castelot (1911 - 2004) il giovane Napoleone François Charles Joseph ricorderà come: «mio padre sarebbe dovuto rimanere sposato con Marie-Josèphe, se Josèphine fosse stata mia madre, lui non sarebbe andato a Sant’Elena e io non sarei lasciato a languire a Vienna. Mia madre è buona, ma priva di forza, non è la sposa che mio padre meritava». Il paradosso del secondo matrimonio di Napoleone fu proprio che Maria Luisa, nata all’interno del Palazzo di Schönbrunn, era stata educata fin da bambina a temere e detestare il futuro marito, considerato dagli Asburgo un orco, un demone: anche per lei la politica non avrà cuore, ma solo testa. Alla proposta di matrimonio che Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein (1773 - 1859) farà alla giovane Asburgo-Lorena, questa risponderà: «quando si tratta dell’interesse dello Stato è a esso che devo conformarmi e non ai miei sentimenti. La volontà di mio padre è sempre stata la mia. La mia felicità sarà sempre la sua. Con il permesso di mio padre, io dò il consenso al mio matrimonio con l’Imperatore Napoleone». Nelle corti europee nasce la voce che la giovane Maria Luisa fu consegnata alle “fauci del minotauro”. L'unione avvenne l’undici marzo in matrimonio religioso a Vienna, per procura, con Napoleone non presente: fu rappresentato dall’arciduca Carlo, lo zio di Maria Luisa.
Litografia austriaca di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832).
Dopo pochissimo tempo, la giovane austriaca resta in cinta del còrso e suo figlio, l’infante Napoleone François Charles Joseph Bonaparte avrà il titolo di “Re di Roma”. Il titolo non è casuale: oltre che l’Impero romano, tramontato da lungo tempo, la capitale dello Stato Pontificio era anche il fulcro della cristianità cattolico-romana. Tale appellativo stava a significare un riavvicinamento ideale e romantico verso il Pontefice (esiliato) e un controllo “titolato” della cristianità. Nel 1801 Napoleone da Primo Console, aveva firmato un concordato con Papa Pio VII, ma nel 1806 da Imperatore, quando il Pontefice aveva intensificato i suoi legami diplomatici con i “nemici della Francia”, gli scrisse: «Sua Santità è Sovrano a Roma, ma io sono l’Imperatore: tutti i miei nemici devono essere i Suoi». Per rafforzare tale tesi scriverà il 22 febbraio al cardinale Joseph Fesch (1763 - 1839), suo ambasciatore a Roma: «dite che io ho gli occhi aperti, che vedo bene quello che succede e non mi faccio ingannare, dite che io sono Carlo Magno – spada della Chiesa e Suo Imperatore – e devo essere trattato come tale». Napoleone rivendica a sé il diritto di nominare i vescovi in Francia, poiché sono servitori della Chiesa, ma prima sono accoliti e sudditi dello Stato. Il conflitto con Pio VII da sotterraneo, diviene conclamato fino a quando nel maggio del 1809, Napoleone annette Roma e l’Umbria: il Papa risponde con una bolla di scomunica il 10 giugno dello stesso anno – “Quum memoranda” - affissa sulle basiliche di Roma: «per l’autorità di Dio onnipotente, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo che l’invasione di Roma, dopo la violazione sacrilega dei patrimoni di San Pietro da parte delle truppe francesi, tutti coloro che hanno agevolato queste violenze o le hanno eseguite essi stessi sono incorsi nella scomunica maggiore». Napoleone non viene nominato in forma esplicita, ma è chiaro che il soggetto della scomunica è lui medesimo; così in risposta l’Imperatore dei francesi farà arrestare il Papa, il quale sarà in conclusione condotto a Savona. Famose le parole del Sommo Pontefice, davanti all’ufficiale napoleonico entrato al Quirinale il 5 luglio del 1809: «Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo». Per dimostrare il suo mancato pentimento Napoleone Bonaparte, per il suo erede, concederà il titolo di ottavo Re di Roma: un’onorificenza scomparsa dai tempi dei sette Re romani.
Dopo i 101 colpi di cannone che annunciarono al popolo francese, il 20 marzo 1811 - alle nove del mattino, la nascita dell’erede tanto atteso, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte diverrà presto l’icona per eccellenza imperiale, foraggiata e sponsorizzata dal padre, il quale già da tempo aveva iniziato un vero e proprio culto – attraverso scultura e la pittura – propagandistico sulla sua persona.
Al contrario di sua madre, che possedeva un'educazione aristocratica, Napoleone I prova un grande trasporto per il figlio: vuole vederlo ogni mattina a colazione, prenderlo in braccio, giocare con lui. Commissiona agli architetti dell’arco di Trionfo, l’incarico di progettare il Palazzo del “Re di Roma” – grande come quello di Versailles, nel luogo dove oggi sorge la Torre Eiffel. Una folla oceanica accorrerà per il battesimo a Notre-Dame: occasione imperdibile per dare una sbirciata al futuro Imperatore, una cerimonia monumentale, che ribadisce la saldezza del potere di Napoleone. Ancora da “L’Aiglon” di Castelot, Napoleone dichiara: «Lo invidio, la gloria lo attende, mentre io ho dovuto correrle dietro; per afferrare il mondo non dovrà che tendere le braccia». La scelta del palazzo per il Roi de Rome, nell’ex capitale dello Stato Pontificio, sarà il Quirinale. Una delle lunghe sale, sarà divisa in tre porzioni dagli architetti francesi: la Sala Gialla, la Sala di Augusto e la Sala degli Imperatori. I lavori andranno avanti per tutto il 1812, un anno fatale per l’Imperatore: c’è stata la guerra di Spagna (1808-09) e la campagna di Russia (1812) che si conclude in autunno con l’annientamento della Grande Armée. Il giovanissimo Napoleone, soprannominato l’Aiglon (“l’aquilotto”) - reso popolare dall’omonima opera postuma di Edmond Rostand (1868 - 1918) -, non potrà mai passeggiare all’interno degli appartamenti romani fatti ristrutturare dal padre. Napoleone François è biondo, bello e in salute, cresce felice e accudito, i suoi giocattoli preferiti sono bandiere, trombe, tamburi e un grande cavallo con una sella di velluto rosso; una sorella di Napoleone regala al piccolo bimbo un calesse guidato da due pecorelle con cui scorrazza per i giardini del Palazzo delle Tuileries.
Georges Rouget, Napoleone François nei giardini delle Tuilieries a Parigi (particolare).
Il 4 maggio del 1814, infatti, dopo il precipitare degli eventi bellici, Napoleone Bonaparte verrà esiliato all’isola d’Elba: si congedò dalla moglie e dal figlio Napoleone François che non rivedrà mai più. Maria Luisa e il bambino partono, dopo un breve soggiorno francese, per Vienna, mentre Napoleone dall’Elba si sfoga: «mio figlio mi è stato tolto, come in altri tempi si toglievano i figli ai vinti, per adornare i trionfi dei vincitori». I contatti con suo figlio sono impossibili per volere dell’Imperatore d’Austria.
Ma la conclusione della parabola bonapartista non si è ancora conclusa, poiché il 1°marzo 1815, inizieranno i famosi 100 giorni, dove il generale Bonaparte sbarca nuovamente su suolo francese e mette in fuga Re Luigi XVIII, dopo aver inglobato senza spargimenti di sangue l’esercito reale mandatogli contro. Scriverà ancora una lettera alla moglie, ma Maria Luisa è stata riassorbita nel mondo degli Asburgo e non vuole, anche per volontà propria, raggiungere con il figlio il marito.
Dopo la sconfitta di Waterloo il 18 giugno del 1815, Napoleone viene esiliato in una isoletta sperduta dell’Atlantico e chiuderà per sempre i conti con la storia: suo figlio di appena quattro anni, prigioniero di sua madre, avrà comunque il tempo di essere nominato dal padre Napoleone II, carica che detenne dal 22 giugno 1815 al 7 luglio dello stesso anno. Tale onorificenza gli verrà presto tolta, per via della sua “residenza forzata” a Vienna e per la sua giovanissima età. Napoleone François Charles Joseph è prigioniero nella corte del nonno Imperatore d’Austria senza rendersene conto e viene spogliato da tutte le cariche, compresa quella di “Re di Roma”, per acquisire il ducato di Reichstadt dal 1818. Diventa anche a tutti gli effetti un figlio illegittimo, poiché il secondo matrimonio di Napoleone I, con il Papa Pio VII in esilio, è da considerare nullo: il primo matrimonio del padre con Marie-Josèphe non è mai stato annullato dalla Chiesa di Roma.
La madre diviene duchessa di Parma, dove regnerà con la consapevolezza che suo figlio non avrebbe ereditato il ducato, per volontà espressa di suo padre Francesco I: mai nessun Bonaparte doveva più regnare su suolo europeo.
Nella sua prigionia dorata, per il piccolo Napoleone François si sprecano tutori e insegnanti, tutti austriaci, tutti militari. Presto sogna di divenire un importante soldato, un generale, di comandare uomini ed eserciti: è ancora piccolo, ma immagina già di ricalcare le orme paterne. Quando il 5 maggio del 1821 il padre muore a Sant’Elena, François – oramai chiamato Franz – lo scoprirà solo due mesi dopo. La madre, forse morsa da qualche senso di colpa per il volontario abbandono del figlio a Vienna, gli regalerà in gran segreto la sciabola del padre, ma nemmeno una delle centinaia di lettere che il padre gli scriverà dal suo esilio, gli giungerà mai nelle sue mani: su tale punto Francesco I è irremovibile.
La carriera militare, avviata brillantemente nei primi anni di apprendistato verrà frenata da Klemens von Metternich che temeva l’astro nascente del nuovo Bonaparte: François sarà tenuto lontano da incarichi sia civili che militari. Il fanciullo, oramai divenuto ragazzo ama i cavalli e le divise austriache, indottrinato alla perfezione dalla rigida educazione di corte.
[caption id="attachment_10975" align="aligncenter" width="1000"] Raymond Desvarreux, Ritratto di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte a cavallo (particolare).[/caption]
Un anno dopo la rivoluzione del 1830 - dove per le strade di Parigi si gridava al suo nome, l’attenzione per il giovane rampollo Bonaparte si riaccende -, ottenne finalmente il comando di un battaglione austriaco, ma non gli fu mai permesso di agire sul campo di battaglia. In realtà, in gran segreto, Napoleone II studierà sempre la storia del padre e le sue gesta, senza mai far trapelare a corte alcunché. Parma, nel frattempo, infervorata dalla rivoluzione, mette in pericolo il regno della madre Maria Luisa, la quale fugge dal ducato: François vorrebbe organizzare una spedizione militare per andare a restaurare il trono della madre in Italia, ma il diniego del nonno e del governo austriaco, gli fanno definitivamente capire la natura della sua residenza forzata. Napoleone François cerca di opporsi e di partire ugualmente, ma verrà fermato alle porte di Vienna e riconsegnato a Schönbrunn in giornata. Poco tempo dopo, la madre tornerà sul trono di Parma, senza l’aiuto del figlio.
Il giovane, oramai ventenne, è cresciuto con lo sguardo fiero del padre, ma è ombroso; si millanta che abbia avuto una storia d’amore con la moglie dell’arciduca Francesco Carlo (1802 - 1878), figlio dell’Imperatore d’Austria, Sophie Friederike Dorothea Wilhelmine Prinzessin di Baviera (1895 -1872) bella, colta e ambiziosa. La salute non lo assiste: alto e magro, soffre di problemi respiratori e chiederà di raggiungere Parma e l’Italia, dove vigerebbe un clima più mite, ma neanche davanti ad una presunta malattia, suo nonno acconsente: le ragioni di Stato sono la priorità per gli Asburgo.
Trascorre sempre più ore immobile e affaticato, tanto da chiamare il medico italiano Giovanni Domenico Antonio Malfatti (1775 - 1859), già medico del compositore Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). Il dottore prescrive bagni termali, una dieta a base di latticini, un’attenzione particolare agli sbalzi di temperatura caldo-freddo, acqua minerale frizzante, nessuno sforzo e soprattutto nessuna emozione: Malfatti teme un collasso del fegato, confidando all’Imperatore Francesco I che il nipote ha un insieme di strane patologie. Qualcuno insinua che lo si voglia morto, per eliminare ogni futura pretesa dinastica bonapartista sull’Europa; altri accusano la corte, arrivando a sospettare perfino l’anziano Metternich e i suoi servizi segreti governativi. Sicuramente il Cancelliere ha una repulsione verso il giovane Bonaparte per via di quello che ancora può arrivare a rappresentare, ma mai nessuna prova di avvelenamento è stata provata nei suoi confronti. Avvelenato pian piano o meno, è emblematico come Napoleone François Charles Joseph Bonaparte dai diciotto anni in avanti si indebolisce con precocità. Il dottor Malfatti, si pronuncerà infine per un principio di tubercolosi. Nel 1831, nonostante i consigli, il medico italiano lo trova afono che cerca di gridare ordini al suo battaglione durante delle inutili manovre di esercitazione a Vienna. Infiammazione alle mucose, spossatezza, fegato ingrossato: l’ordine medico risponde a due mesi di completa immobilità e viene trasferito presso la residenza imperiale dell’Hofburg, dove risiede all’interno delle sue stanze. Solo poche passeggiate sono concesse e il giovane ne abusa, aggravando le sue condizioni: tosse e debolezza. Riportato nella sua “prigione” di Schönbrunn, dove il 24 giugno arriverà al suo capezzale la madre Maria Luisa, forse tenuta all’oscuro della salute del figlio o sopraffatta dalla repulsione che quel giovane bellissimo sembra scatenare nella sua famiglia austriaca. A 21 anni, quello che doveva essere “Re di Roma”, sembra un guscio vuoto, privo di forze: la pelle giallastra è fine come quello di un ottantenne, la voce flebile, arrochita e devastanti eccessi di tosse. Ancora qualche mese di sofferenza, poi la fine: il 22 luglio del 1832, Roma perde senza nemmeno saperlo, il suo ottavo Re. Suo nonno scriverà: «la morte di mio nipote è stata una benedizione per se stesso e forse anche per i miei figli e il mondo in generale, ma è un’enorme perdita per me». Per lui i funerali sono solenni e viene seppellito nella Cripta dei Cappuccini, luogo delle salme di tutti i Sovrani e dei membri della famiglia Asburgo: un ultimo tributo verso un giovane dal destino sfortunato, da un cognome troppo pesante.
Dopo la sua morte l’oblio immediato: verrà ricordato da alcuni autori francesi, tra cui Victor Hugo, che lo etichetteranno come diafano eroe romantico, dalla vita infelice. Il figlio di Napoleone che doveva dominare l’Europa dei Fori Imperiali di Roma, il bimbo per cui tutta la Francia aveva pianto di gioia, l’erede dell’orco – bello come nessun altro bambino del mondo, sparisce dalla storia. 108 anni più tardi, Adolf Hitler lo riporterà a Parigi, di notte, di nascosto, senza cerimonie, sconosciuto alla storia.
Nella foto, l'attrice statunitense Maude Ewing Adams Kiskadden interpreta Napoleone François Charles Joseph Bonaparte nel dramma teatrale L’Aiglon.
Riscoperto nel 1900 dal drammaturgo e poeta francese Edmond Rostand nel suo dramma in sei atti “L’Aiglon”, in scena al Théâtre de la Ville, con l’attrice Sarah Bernhardt (1844 - 1923), il personaggio vedrà nuovamente la luce della ribalta. Il contagio di pubblico è immediato: anche in America viene portato sul palco il personaggio di Napoleone II, sempre da una donna, l’attrice Maude Ewing Adams Kiskadden: il figlio di Napoleone è uscito dalla storia, entrando nella mitologia romantica teatrale che lo ha consacrato nel simbolo delle occasioni perdute, del destino imprevedibile, dei sentimenti sacrificati alla Ragion di Stato.
 
Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma, Marsilio, 2011;
_Alberto Lumbroso, Napoleone II. Studi e ricerche, Modes e Mendel, 1902;
_Georges Lefebvre, Napoleone, Laterza, 2009.
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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a cura di Stefano Scalella
15 Dicembre 2018 – Bottega del Terzo Settore - Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Francesca Angelini
Modera: Giuseppe Baiocchi
Interviene: Antonio Di Gennaro
 
Sabato 15 dicembre presso la Bottega del Terzo Settore (Corso Trento e Trieste n.18 – 63100 Ascoli Piceno) è andato in scena l’ultimo appuntamento, il 44°evento, della stagione culturale associativa 2018 “Crisi e metamorfosi”. L’incontro introdotto da Francesca Angelini e moderato dal presidente arch.Giuseppe Baiocchi, ha visto il relatore dott.Antonio Di Gennaro dissertare sulla sua ultima curatela inerente il letterato franco-rumeno Emil Cioran. Il saggio presentato “Itinerari di una vita. L’apocalisse secondo Cioran” (edizioni Mimesis) è l’autobiografia ufficiale dello scrittore, il quale rappresenta nella cultura europea uno dei filoni più autorevoli del nichilismo del secondo dopo-guerra. Particolare attenzione è stata apportata agli scritti di Cioran in Romania, ancora poco conosciuti e in gran parte non tradotti. Un lavoro di straordinaria portata, quello discusso da Di Gennaro, poiché ha fatto emergere lati oscuri dello scrittore, che lo strappano dal consueto giudizio pessimistico di stampo europeo, per riconsegnare un Cioran diverso, capace di sviluppare il concetto di amore e di vivere una vita “piena di vita”, sia in ambito sociale, che amoroso.

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di Giuseppe Baiocchi del 25/12/2018

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Nelle cittadine italiane, negli ultimi anni, si è sviluppato un nuovo tipo di arredo urbano temporaneo, che ha preso il nome di Cracking art (Arte incrinata). Questo stile nasce con i monumenti permanenti dell’americano Claes Oldenburg (1929) proprio del periodo artistico del secondo dopo-guerra definito “Pop”, spesso in bronzo e di qualità tecnica più che eccellente, niente a che vedere con le attuali stampe in plastica.
[caption id="attachment_10949" align="aligncenter" width="1000"] Claes Oldenburg, Nelson-Atkins Museo d'arte, Kansas City (Stati Uniti). [/caption]
Successivamente ha avuto uno sviluppo, positivo per la critica, con il californiano Paul Mccarthy (1945), in cui l’immaginario Pop diventa pieno di allusioni carnali, feticiste e macabre; infine con il britannico Marc Quinn (1964), in cui l’artista affronta tale stile in maniera sia concettuale che figurativa. Dunque propriamente una forma d’artigianato anglosassone e soprattutto atlantica, che poteva ben adattarsi a spazi urbani moderni. Lo scivolamento concettuale di tale corrente si è palesato nel momento in cui si è voluto imporre al grande pubblico l’installazione di tale idea all’interno di antichi centri storici di media-grande capienza, il tutto alterando la materia delle installazioni che si è tramutata in semplice plastica.
Dunque si è pensato di installare nei centri storici italiani, animali fuori scala interamente prodotti con plastica definita “rigenerata”. Francamente la cultura “pop”, simbolo di un mondo in cui il divino è stato volutamente ucciso (Nietzsche docet – “Dio è morto e l’abbiamo ucciso noi”) rimanda esplicitamente alla teoria del vuoto nichilistico contemporaneo.
Per capire il pensiero intrinseco dietro l’opera bisogna smontarla come un giocattolo (tale è la sua forma) pezzo per pezzo, per sviscerare il vuoto che è dietro un’idea che ci consegna al grande abisso del “non senso”.
Come primo punto, tale arte proclama la “sostenibilità” materica, ma secondo il mio modo di vedere - che rispecchia la cultura Occidentale – l’arte non deve essere materica, non deve ostentare, ma deve unicamente creare pathos. L’arte è interiorità, sempre: qualsiasi forma diversamente concepibile, semplicemente non è arte, ma altro da questa.
La consapevolezza dell’avvento di un mondo sempre più artificiale ha spinto tale corrente ad essere diffidente, verso le criticità della nostra epoca, ma contrariamente sono proprio i nostri monumenti e la nostra arte tradizionale a fungere da baluardo alla deriva: non serve un orpello ulteriore, una epidermide, un ulteriore velo di Maya per constatare il già noto, che rimane sempre sotto gli occhi di tutti.
[caption id="attachment_10950" align="aligncenter" width="1000"] Un esempio di Cracking art (Arte incrinata) in una villa cinquecentesca italiana. Da notare come la visuale ed il conseguente giardino siano stati oggettivamente imbruttiti da tali installazioni. [/caption]
Non a caso la Cracking art si lega al termine di “invasione”, poiché deriva dalla caratteristica dei prodotti in plastica, che essendo ri-producibili in grandissime quantità, creano un effetto di vera e propria occupazione degli spazi. Pensiamo alle buste della spesa o alle microplastiche che creano continenti sottomarini. Inoltre la plastica viene utilizzata anche in medicina, come protesi da inserire nel corpo umano, invadendo di fatto sia l’ambiente che il singolo essere umano. Ebbene i nostri spazi devono cessare di essere invasi dal superfluo: quasi 100 anni fa Adolf Loos (1870 - 1933) proferì profetiche parabole “L’ornamento è delitto” e “la città è tatuata dall’orpello”. Solo una incomprensione di tali semplici fondamentali idiomi può portare oggi a compiere quel passo indietro che in natura solo i gamberi osano operare.
Altro pilastro di tale pensiero è l’elemento demografico: si vuole fare riferimento all’esplosione delle nascite di questi ultimi decenni e agli squilibri che ciò comporta (quali nascite se l’Italia è in recessione in tale campo?). È l’arte più sbagliata, quella che vuole consegnarsi direttamente all’individuo, attraverso “l’immagine imposta” – l’arte è l’esatto contrario: è scoperta, studio, intromissione in un mondo segreto, emozione intima – tale evento artistico, non emoziona, semplicemente incuriosisce.
Infine spazio alla materia: la plastica. L’arroganza di definire un materiale industriale “nobile” tanto quanto la pietra, il marmo, la creta, il bronzo è intollerabile. Diamo dignità alla plastica per la funzione di cui essa è stata resa celebre: la comodità funzionale. Traslare questa ad opera d’arte è invenzione.
Il primo prototipo dal quale viene poi ottenuto lo stampo adatto a questi sistemi di produzione, pone l’interesse meramente verso la serialità, simbolo della velocità che ci ha corroso tutti, verso le grandi opere e i grandi numeri.
Non si può amare la possibilità di riutilizzare molte volte la stessa plastica: infatti questa dopo qualche utilizzo per le installazioni, viene triturata e utilizzata per realizzare nuove opere. La grandezza dell’opera d’arte è la sua eternità e la sua capacità di emozionare “per sempre” – come cita Vittorio Sgarbi “l'opera d’arte deve emozionare sempre, non ha età” –, dunque non si può distruggere.
Mi impressiona e preoccupa il labile pensiero filosofico che vi è dietro: la teoria dell’universo infinito, l’internazionalizzazione, la fine delle identità dei popoli, poiché una “lumaca” (astratto simbolo zoomorfo) sta bene ovunque. Il bello delle etnie consiste nella propria diversità, soprattutto nel campo artistico. Semplicistica anche la teoria della rigenerazione e del mutamento: ogni opera d’arte, conservandosi, si ri-genera in ogni epoca, provocando un’emozione all’interno del cuore di ogni uomo “contemporaneo”.
[caption id="attachment_10951" align="aligncenter" width="1000"] Cracking Art: installazione sulle terrazze del Duomo di Milano. Osservare la stocasticità delle installazioni, completamente fuori contesto con l'ambiente storico e soprattutto la mancanza di rispetto verso l'elemento religioso. [/caption]
In conclusione il pensiero va all’oggetto protagonista: l’animale. L’uomo non c’è, poiché non solo si è barbarizzato, ma è evaporato nell’istinto animale. Tutto il contrario di tutto: avviene uno svuotamento valoriale, dove gli animali vengono posizionati come pedine in una scacchiera astratta, senza minimamente studiare il luogo – ma quale animale, finto e di plastica, starebbe bene in una piazza storica? Per secoli il valore culturale e antropologico che l’elemento zoomorfo ha contraddistinto nei dipinti e nelle sculture, viene meno per consegnare un astratto simbolo della bestia. La fiera diviene messaggera di pensieri adeguati alla nostra contemporaneità. Ogni rappresentazione di una nuova opera viene quindi valutata in base al compito di messaggero che gli si vuole affidare: chiamasi semplificazione massimale dello svuotamento concettuale del pensiero umano, che banalizza tutto, anche l’animale (la teologia aiuta).
Il desiderio di questi pseudo-artisti è quello di generare quello stupore che sia in grado di far emergere in ogni persona una sensazione di piacere e felicità, ma l’arte non è certamente questa: essa, come affermato pocanzi è pathos.
Credo che Arte incrinata – termine anglofono a parte – sia il giusto compimento della deriva che ci circonda: dal Grande Fratello ai programmi delle coppie anziane trasmesse al pomeriggio sui canali nazionali. Ma c’è ancora chi, in silenzio, si erge, crea vera arte, costruisce la sacralità, con il vero talento dell’artista: gli scogli di marmo della contemporaneità.
 
Per approfondimenti:
_Philippe Daverio, Domenico Pertocoli, Arte stupefacente: da dada al cracking art, Mazzotta 2004;
_Luca Beatrice, Tommasi Trini, Cracking Art, Adriano Parise, 1993;
_Adolf Loos, Parole nel vuoto, Adelphi, 1992;
_Gianelli, Ida and Beccaria, Marcella (editors) Claes Oldenburg Coosje van Bruggen: Sculpture by the Way Fundació Joan Miró 2007.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 27/11/2018

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Perché qualcosa, anziché nulla? Chi siamo? Siamo liberi? Il tema e la domanda che davvero urge in tutta la riflessione filosofica occidentale deriva da questi tre quesiti. Che cosa può dirsi libero? Su quali ragioni possiamo dirci liberi? Partendo dalla definizione di Baruch Spinoza (1632 - 1677) egli nella sua opera principale “Ethica ordine geometrico demonstrata; Ethica more geometrico demonstrata” afferma: «diciamo libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si determina ad agire da sé sola»; questa è la definizione più rigorosa che possiamo dare al termine libertà.
[caption id="attachment_10830" align="aligncenter" width="1000"] Sir Lawrence Alma-Tadema, Punto di vista previlegiato (particolare), 1895.[/caption]
Sulla base di questa definizione nessun uomo potrebbe dirsi veramente libero, poiché la sua mente è sempre determinata ad agire da un’altra con-causa e così via per infinite volte. Se noi teniamo ferma la definizione di Spinoza, questa ci appare molto convincente, poiché conduce l’uomo a domandarsi propriamente il perché egli rivolge tale quesito, che è davvero senza risposta. L’uomo si chiede questa domanda perché non è felice del proprio agire, ma se l’individuo umano fosse soddisfatto delle proprie azioni, si interrogherebbe su tale tematica? Probabilmente no: l’animale non si pone tale quesito. Per quanto possiamo saperne la fiera è contenta nella sua azione, è assolutamente determinata e dominata dalle cause che la spingono ad agire, ma in questo dominio in cui è pervasa è in esso contenta. L’uomo di contro, nel suo essere determinato, nel suo essere causa, non è felice: la sua azione non è mai soddisfacente e da qui la domanda sulla libertà.
Dunque tale inquietudine umana, derivante da una profonda insoddisfazione, porta il nostro ergon (lavoro – come nostro agire) al mancato raggiungimento della sua enèrgheia (la forma è atto): esso non è mai in pace con sé, non è mai vero atto. L’ergon umano soffre di una sua miseria interiore, di una sua assenza, di una sua povertà: non sa mai compiersi o perfigersi, non riesce a trovare la perfezione. Perché l’umanità non riesce mai a produrre una cosa per cui essere in pace? Forse perché non siamo liberi, forse perché c’è qualcosa di cattivo che ci determina ad agire. Ed ecco perché la libertà si coniuga direttamente al tema del male: l’uomo si pone la domanda sulla libertà, perché il suo agire è male, perché facciamo “male” (nel senso generale e radicale del termine), perché qualsiasi opera non ci soddisfa, perché non siamo mai enèrgheia, atto, perché siamo sempre un ergon imperfetto. Ci poniamo sovente la domanda sulla libertà, perché inconsciamente ci sembra di essere cattivi. Facciamo male al di là di ogni accezione psicologica e moralistica del temine, ma in senso ontologico.
[caption id="attachment_10836" align="aligncenter" width="1000"] Antonello da Messina, San Girolamo nel suo studio di pittura.[/caption]
Questo il tema: la libertà e il male, formano un unicum. Quale è stata dunque la risposta, dominante nella tradizione filosofico-teologica occidentale, che inquieta e continuerà a interrogare l’uomo su questo grande problema? Forse è stata quella impostata da Platone che può ricondurci all’origine della nostra riflessione. Egli afferma in forma canonica: «del male (del nostro far male) il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice e veritiero ed è causa di tutti i beni: Theos anaitios, Dio è innocente». Sarà su tale base platonica, che si fonderà la teologia futura. Ovvero il concepimento che Dio, ritenuto innocente dei mali del mondo, non ha responsabilità sul nostro “far male”. Le “cattive azioni” umane sono nostra mera scelta, appunto, una nostra libertà. Come afferma Massimo Cacciari: «Noi non siamo determinati dal Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto della nostra libertà». L’uomo dunque è causa del male, il grande mito platonico della Repubblica è proprio l’essere umano, poiché sarà esso a decidere il proprio daimon (il proprio carattere), il proprio demone, scegliendolo sulla base delle vite che ha condotto. Ed è libero in tale scelta, proprio come sottolinea Platone: «l’uomo è perfettamente libero in quella scelta» - però è - «libero soltanto nel momento della scelta del suo daimon», poiché una volta deciso il carattere, esso rimarrà vincolato da ferree inesorabili catene. Difatti una volta aver scelto il proprio daimon, l’uomo lo fa suo (liberamente e nessun Dio è causa di ciò) e resta relegato ad esso: è libero unicamente nell’istante supremo della sua decisione, lì l’uomo si determina per poi essere condizionato per tutta la vita da quella scelta. Ma l’uomo non solo nel momento della scelta, nella cultura classica greca, è libero, ma mantiene tale stato anche durante la propria esistenza, prima della scelta caratteriale. Tale condizione agisce, nel corso della vita umana, con l’accumulazione di tutte le conoscenze necessarie, fondamentali nel momento supremo della decisione, poiché l’essere umano deve essere “consapevole” del destino che sceglie. Questo è un tema caratteristico della cultura greca: è la sua dominante intellettualistica. La volontà dell’uomo, si esplica unicamente nella sua voglia di conoscere e solo in questo frangente ideologico vi è una possibile salvezza. L’uomo può conoscere il proprio destino e solo tale conoscenza può salvarci dal seguire il carro del destino in ceppi come uno schiavo oppresso - un’immagine questa che ricorre in tutta la cultura ellenistica e cristiana. L’uomo non ha la facoltà di sfuggire al proprio destino, ma ha la libertà di poterlo conoscere e dunque di avere facoltà di seguirlo volentieri: intelligere Deum – non come gli schiavi seguono il carro dei vincitori, in catene. La focalizzazione deve avvenire nel frammento del “comprendere il necessario”, nella capacità umana di armonizzarsi al necessario, tendere al lògos, alla ragione che pervade tutto il cosmo e l’uomo può comprenderla, quindi si può armonizzare ad essa. Qui comprendiamo la nostra libertà: nel conoscere ciò che è necessario. Inutile dire che la nostra società contemporanea induce all’esatto opposto.
[caption id="attachment_10831" align="aligncenter" width="1000"] Hieronymus Bosch, Trittico del carro del fieno (particolare),1510-16.[/caption]
La formazione della ragione “del tutto” – ultima grande parola della gnòsis classica (conoscenza classica), ci porta alla conclusione del quesito di partenza, ovvero il nostro rapporto tra libertà e male. Se la libertà umana consiste nel porsi un’unica ragione del lògos (pensiero) che pervade il mondo, una volta acquisito questo complemento, cosa accade al nostro “male”? Non-consiste più, perché tutto diviene ragione, dove “male” e “bene” divengono punti di vista soggettivi, poiché il primo termine diviene unicamente ciò che fa male all’uomo in quanto tale, ma che non riguarda affatto la ragione nel suo insieme pensato.
Il “male” infine può realizzarsi unicamente nella mancanza di sapere, poiché costringe l’essere umano alla ruota del carro degli eventi in forma meramente subordinata ad esso e non dalla visuale elevata di colui che guida il carro. È male non sapere, poiché rilega l’uomo in una condizione di oppressione destinale e non di alleato consapevole del destino. Allora il male diviene unicamente un vuoto, una mancanza, niente (il nichilismo deve farci riflettere oggi più che mai): il punto di vista di un soggetto ignorante, di uno schiavo, di una res nullius (cosa di nessun rilievo, di nessuna importanza) per gli antichi. Concludiamo affermando che il male è solamente il punto di vista di un ignorante, colui che non vede la totalità del cosmo e la sua unica ragione e che non possiede nessuna prospettiva. Tutta la nostra tradizione filosofica e teologica Occidentale, rimuove il problema del male, lo annichilisce.
 
Per approfondimenti:
_Baruch Spinoza, Etica dimostrata secondo l'ordine geometrico, a cura di Giovanni Gentile, Gaetano Durante, Giorgio Radetti, Milano, Bompiani, 2013;
_Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Milano, PGreco, 2010;
_Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Vita e Pensiero, 1997;
_Enrico Berti, Filosofia pratica, Guida Editori, 2004;
_Elisa Cuttini, Unità e pluralità nella tradizione europea della filosofia pratica di Aristotele: Girolamo Savonarola, Pietro Pomponazzi e Filippo Melantone, Rubbettino, 2005;
_Massimo Cacciari, Il libero arbitrio, Vivarium, Napoli, 1993;
_M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007
 
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di Giuseppe Baiocchi del 28/07/2018

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Tema decisivo della nostra cultura europea è l’educazione: in fondo educare significa coltivare una mente, un’anima, coltivare anche un corpo. Il tema educativo è fondamentale per la nostra civiltà, ma generalmente per ogni cultura che pensi al futuro. Educare significa allevare delle persone che “saranno domani”; difficile educare un cinquantenne in formato “permanente”. L’educazione è dunque un tema decisivo per quelle culture che pensano al proprio futuro, poiché pensare al divenire significa essenzialmente in-vestire nell’espressione orrenda del “capitale umano”.
[caption id="attachment_10764" align="aligncenter" width="1012"] Insegnante con bambini in una scuola austriaca nel 1930.[/caption]
Dunque l’indice migliore per capire che una società è in crisi  è quella di vedere l’indice di educazione programmatica, poiché una società che non investe in educazione, non prepara il proprio futuro; si limita soprattutto a “sopravvivere”, si limita a “galleggiare”.
Educazione può essere espressa in vari modi, nelle nostre lingue: partendo dal greco παιδεία (paidéia), letteralmente sta a significare educare il fanciullo, pâis. Certo una persona matura e intelligente continua ad educarsi, tuttavia noi conosciamo che da un punto di vista medico, il nostro cervello oltre una certa età non è più modellabile: è un fatto fisico, non siamo meno intelligenti, ma la mente diviene diversa, elabora, approfondisce, ma fatica enormemente a rimodellarsi; esempio lampante lo abbiamo nell’apprendere una lingua, poiché arrivati ad una certa età, non si riesce a parlarla correttamente – se non meccanicamente. Quindi paidéia, tema platonico nelle sue origini greche, è un bel nome, dal latino educĕre, condurre fuori, far uscire, far sgorgare qualcosa dal fondo. Possiamo dunque dire che educare è l’opposto di informare: “educĕre, in-formare”. Sono due visioni del mondo completamente opposte, in questi termini che noi continuamente confondiamo, perché oramai caratteristica della nostra epoca è parlare, senza sapere ciò che si dice: senza essere informati dei termini che usiamo.
Dunque riprendendo il latino, se io “traggo fuori” qualcosa da un contenitore, significa che in tale oggetto vi è qualcosa; che quel contenitore non è un vuoto, se io “traggo fuori” un elemento: ciò significa che la scatola non è vuota. Ciò sta a significare che una concezione della persona che educo, non è la visione di un contenitore svuotato di sé, platonicamente parlando, ma sta a significare che nella mente di quel individuo vi è “in potenza” il tutto: da qui “educare”.
Bisogna conoscere e ri-conoscere il valore di quella persona che ho di fronte, capire le potenzialità dell’individuo ed essere così talentuosi da trarne fuori il meglio. È la visione maieutica (maieutiké, sottinteso: téchne) della paidéia propria dei cardini della nostra Europa.
[caption id="attachment_10768" align="aligncenter" width="1000"] La Scuola di Atene (particolare) è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro "Stanze Vaticane", poste all'interno dei Palazzi Apostolici (Città del Vaticano).[/caption]
L’educazione maieutica consiste nel “far partorire” la persona che ho di fronte – la donna che sta per partorire ha bisogno del medico che trae fuori il neonato -, poiché ciò che il pâis ha in sé, non riesce ad emergere da solo, ma ha bisogno di un “medico” che lo aiuti (le analogie tra medicina e filosofia, sono infinite). A questa visione educativa, se ne contrappone  un'altra: vi è il docente, la scatola vuota del dicente, e il primo che in-forma; ovvero mette la propria forma in quella scatola. È una scelta decisiva per una civiltà, prima di tutto si deve intendere bene quale modello scegliere: quello dell’educazione dove la relazione tra docente-discente, sia composta dal primo che si sforzi di comprende l’intelletto del secondo; oppure un modello in cui c’è il docente che conosce e trasmette il suo sapere in forma costrittiva al discente? Vogliamo il modello informativo? Finché il nostro Ministro dell’Istruzione (passato-presente) non decida tale indirizzo, l’educazione non potrà funzionare.
Quale il fine per cui educo? I due modelli non sono compatibili. A che serve educare? L’educazione deve essere finalizzata all’utile, o alla virtù – parafrasando Aristotele. Deve essere un’educazione che serve alla professione – qualunque essa sia – o serve a formare un “uomo buono”?
Certamente ci appaiono oggi domande insensate, ma sono più attuali che mai, poiché abbiamo un modello di educazione che deve “servire”. La scuola al “servizio” della professione. È certamente una contraddizione in termini, un paradosso: la scuola al servizio, letteralmente, sta a significare che il periodo della vita in cui un individuo è in scholé, ovvero in ozio, è tutto organizzato al fine dell’occupazione. Perché? È una contraddizione in termini. Come può un elemento in ozio a “servire”? La contraddizione si annulla se si afferma che il periodo dell’educazione non deve essere rivolto a “servire” qualcosa, ma è rivolto a “formare” – a dare forma – a quella persona che io educo: a renderla buona, ma non sotto il punto di vista morale, ma sotto il punto di vista etico – che è integro, in forma, padrone delle proprie capacità.
Il modello educativo che non è finalizzato al “servire” qualcosa, ma si indirizza verso la costituzione dell’uomo nella sua libertà: nell’essere umano che certamente poi si professionalizzerà, si specializzarà, ma sempre partendo dalla sua integrità in quanto “forma”.
Il servizio della scuola è il tradimento dell’essenza stessa del plesso scolastico e non meramente sotto il profilo letterale del termine, poiché il senso della terminologia si identifica con il suo fine educativo. Certamente nell’età antica l’uomo libero (lībĕr - figlio) era colui, a differenza degli individui impegnati nei lavori manuali, che dirigeva - l’élite che comandava. I “veri liberi” (i figli di) erano il vero limite dell’antichità, ma per tale ragione noi oggi dobbiamo eliminarne l’idea di fondo? Nella nostra epoca dobbiamo essere “per tutti” e non per la libertà di pochi, ma certamente non tutti “al servizio”. Nonostante l’imposizione dei media e delle piattaforme multimediali, dobbiamo tornare “liberi”, per non rischiare di rimanere all’interno della miopia, della cecità, del processo educativo totalizzante che mira unicamente alla “professionalizzazione” in quanto tale. È molto più attuale il processo formativo rivolto a formare l’uomo “buono”, il quale possiede la capacità di specializzarsi liberamente, che l'individuo educato alla mera professionalizzazione.
Proprio oggi la velocità di trasformazione lavorativa, legate alle tecniche professionali di occupazione, vuole un’educazione formata nel senso più alto del temine, come indicato. Proprio questo termine angosciante dell’occupazione, ci rende “occupati”; ma perché devo essere “occupato”? Voglio lavorare e non essere occupato: perché quando lavoro devo essere occupato? Perché non libero? Dobbiamo usare un linguaggio educativo di formazione verso i giovani, che li spinga verso una strada di autonomia e quindi di libertà.
Quindi due stadi: il primo è certamente il modello – comunicazione, educazione o informazione -; il secondo consiste nel chiedersi se essere al servizio dell’utile o della virtù. Proprio tale ultimo termine dal greco Aretè (ἀρετή) significa propriamente la capacità di compiere qualsiasi cosa “al limite”, di averne “la potenza” – rendere il pâis (fanciullo) potente di tutto. Ma tale “potenza” può essere esercitata unicamente se si è “liberi” dal servire questo o quello. Se si possiede una educazione al servizio non si sarà mai totalmente in libertà (discorso differente nel servire un’ideale superiore ideologicamente, soggettivo, in piena libertà di spirito). Tale prerogativa legata all’asservimento, non ci renderà mai pronti ad affrontare di slancio i radicali mutamenti di contesto della nostra epoca – legata alla velocità – della nostra contemporaneità.
Un terzo modello può essere incentrato sul “come”, educare: educare tutto - bisogna trarre fuori quell’essere in potenza. Il docente dovrebbe in primis capirne la natura; esso potrebbe essere paragonato ad un medico. L’insegnante non può pensare di “trarre fuori” la stessa potenza da chiunque, poiché la natura di coloro che incontra e di coloro con i quali entra in comunicazione (la parola – opposto di informazione) è diversa. Deve Cum-prendere quella natura: non esiste una educazione strettamente egualitaria – i regimi totalitari ci hanno provato e hanno fallito miseramente. Anche il fisico va educato: in Italia la sottovalutazione fisica (educazione ginnica) è folle; ancora altro elemento messo da parte è la musica, il linguaggio più universale che l’uomo occidentale ha conosciuto.
Perché ginnastica e musica? Perché i greci pensavano che le basi della paidéia operavano nel ragazzo, la forma e l’armonia tra le parti. Se il fanciullo veniva educato al linguaggio universale della musica, esso poteva muoversi armonicamente, controllando la situazione (data dal ritmo) dei movimenti delle parti del suo corpo, formando in lui, naturalmente, un’idea di colleganza, di composizione, di forma. Naturalmente se si è così educati, nella propria vita non “ si stonerà” mai (se si esclude l’amore), qualsiasi sia la propria attività, addirittura ci sembrerà innaturale tutto ciò che vìola le leggi dell’armonia, della composizione, della forma. Se si viene educati bene e si desidera intraprende l’arte della politica, sicuramente non si potranno commettere ruberie, perché si avrà avversione; esattamente come l’educazione porta a non commettere gesti poco consueti in pubblico.
Così ragionavano i nostri classici: l’educazione deve formare l’abitudine, se questa non ci forma verso una vita “buona”, non possiamo parlare di educazione; si possono apprendere tutte le nozioni disciplinari, ma se si è sprovvisti di educazione verso “l’abitudine” (èthos) la fatica nozionistica appare vana, fine a se stessa. Non a caso i latini riprendono il termine mores affermavano che l’importanza delle leggi è nulla senza l’educazione (i mores), poiché queste verranno sistematicamente disobbedite. Ed è qui che torniamo alla scuola e alla sua importanza, quando questa è rivolta alla virtù, alla bontà e non quando essa è rivolta a dare qualche informazione: può dare un milione di nozioni, ma non formerà mai l’abitudine alla vita buona (la Chiesa insegna l’idea giusta dell’abitudine all’educazione, solo per citarne un esempio in ambito prettamente medievale). È proprio dall’armonia educativa che nascono l’aritmetica, la geometria, la filosofia, l’architettura e tutte le discipline che compongono l’avere umano. Non a caso la Politeia (πολιτεία) di Platone è la somma opera della filosofia occidentale, che parte dall’archetipo della ginnastica e della musica: educazione e armonia delle parti.
 
Per approfondimenti:
_Platone, Teeteto, o Sulla Scienza, Milano, Feltrinelli, 2005;
_Dialoghi di Platone. Teeteto, Fratelli Bocca, 1892;
_C. Kahn, Platone e il dialogo socratico, Vita e Pensiero, Milano 2008;
_F. Adorno, Introduzione a Platone, Laterza, Roma-Bari 1995;
_Franco Volpi, M. Heidegger, L'essenza della verità: sul mito della caverna e sul Teeteto di Platone; Adelphi, Milano, 1997;
_Aristotele, Le tre etiche, Milano Bompiani, 2008;
_Aristotele, Etica Nicomachea, Bari, Laterza, 1999;
_Lucia Caiani, Lettura dell'Etica Nicomachea di Aristotele, Torino, UTET, 1998;
_Franco Volpi, È ancora possibile un’etica? Heidegger e la “filosofia pratica” – Acta Philosophica, vol. 11 (2002).
 
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di Giuseppe Baiocchi del 10/10/2018

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Probabilmente nessun uomo politico più di Charles Maurice Talleyrand è riuscito ad attraversare indenne cambiamenti epocali come quelli intercorsi tra la Rivoluzione francese, il regime napoleonico e l’età della restaurazione, riuscendo sempre a trarre vantaggio da ogni circostanza, e senza mai perdere il ruolo da protagonista che era stato capace di costruirsi nel corso degli anni.
François Gérard, Charles-Maurice, Principe di Talleyrand (particolare),1808.
Nacque nel 1754 da una importante famiglia della nobiltà francese, dove l'impresa della casata intitolava Re qué Diou (nient'altro che Dio): zoppo dalla nascita a causa di un incidente, per camminare dovette sempre ricorrere ad una ingombrante protesi metallica, e a causa di questo non poté intraprendere la carriera militare, da sempre intrapresa dai membri della sua famiglia.
I familiari decisero dunque di avviarlo alla carriera ecclesiastica, dove avrebbe, secondo loro, trovato riparo dalle difficoltà che la sua malformazione gli avrebbe senza dubbio procurato. Nel 1779 venne ordinato sacerdote e grazie al suo alto rango ricoprì da subito posizioni di grande rilevanza: fu dapprima nominato abate di Saint-Remy a Reims, e successivamente, nel 1788, divenne vescovo di Autun. Tutto questo, nonostante il suo comportamento fosse tutt’altro che irreprensibile: egli amava infatti la bella vita, frequentava i salotti dell’aristocrazia e intratteneva regolarmente rapporti amorosi con diverse donne sposate. Ma per capire l’Io del personaggio in questione, bisogna innanzi tutto carpirne lo stato d’animo: egli è appartenuto all’epoca del “piacere di vivere”, dove ha conosciuto le raffinatezze o gli eccessi di quel bel mondo, il danaro, i sensi, l’amore, il gioco, gli intrighi d’alcova, il tutto rivestito da una vernice di eleganza che pareva salvare ogni cosa ed era invece la peggiore delle corruzioni. Ma da questo a tradire - per assicurarsi una fortuna - la sua classe, gli amici, il re, Dio, la distanza è grande; bisogna che in questa serie di tradimenti si intraveda la vendetta di un grande delitto di cui ha creduto di essere vittima. Ad un suo caro amico asserirà: «Vogliono fare di me un prete ebbene, vedrete che faranno di me un pessimo soggetto! Se ne pentiranno! Mi hanno costretto ad essere sacerdote». Qui è il suo intimo segreto: il sacramento ricevuto senza la fede e nella ribellione del cuore ha plasmato, de facto, un individuo costretto per tutta la sua vita a fare di necessità virtù.
L’incontro con il duca Étienne François di Choiseul (1719 - 1785), relegato da quattordici anni in un superbo esilio confinato a Chanteloup, lo segnerà sotto il profilo geopolitico. L’antico politicante francese lo istruì nell’arte del “grande giuoco” della diplomazia dell’Ancien Regime. In particolar modo il duca di Choiseul aveva da sempre preferito il rovesciamento delle alleanze in favore del Regno di Francia, rompendo con la politica che da secoli metteva i Borboni contro la casa d'Austria. Difatti con l’appoggio dell’ex nemica, l’Austria, il diplomatico aveva preparato la rivincita delle disfatte francesi nella Guerra dei sette anni (1756 - 1763); e, per abbattere la grandezza sempre più abbagliante dell’Inghilterra, aveva legato con un “patto di famiglia” i príncipi Borboni di Francia, di Spagna e d’Italia.
Talleyrand da uomo acuto quale era non mancò di cogliere l’ennesimo consiglio del vecchio duca, riguardante il futuro assetto politico della Francia che andava mutando nella nuova epoca.
Da mezzo secolo la Chiesa, davanti ai progressi ogni giorno crescenti nella filosofia, perdeva prestigio di lustro in lustro; il nuovo Regno avrebbe sopportato che un prete la governasse? Questo l’interrogativo. La Francia dopo cinque ministri cardinali: Richelieu, Mazarino, Dubois, Fleury e Bernis; sembrava aver terminato il tempo per un uomo di Chiesa al potere, seppur questo – si raccomandava Choiseul – doveva continuare ad essere un uomo di Corte.
Successivamente, anche le sue scelte politiche contrasteranno notevolmente col ruolo da lui ricoperto: allo scoppio della rivoluzione francese, egli entrò a far parte dell’Assemblea Costituente.
Il passaggio di campo non è casuale, difatti il vescovo si iscrive a tutte le grandi logge massoniche, prima quella dei Philalèthes (culla del Club dei Giacobini), successivamente entrerà a far parte degli Amis réunis, che già raccoglieva i futuri protagonisti della rivoluzione. Lo storico Louis Madelin (1871 - 1956) ne trae una descrizione spietata: «Périgord dal cuore freddo, dall'anima tanto chiusa, calcolatore sempre curvo sui propri calcoli, politico sempre intento alla sua politica, pieno di circospezioni e cautele [...] era di quelli che sfruttano l’amicizia, come l’amore, per la soddisfazione di un’ambizione fatta soprattutto di cupidigia».
Da sinistra: Il giuramento di La Fayette alla Fête de la Fédération, 14 luglio 1790. Talleyrand, allora vescovo di Autun, può essere visto all'estrema destra. Scuola francese, XVIII secolo. Musée Carnavalet. A destra: Festa della federazione al Campo di Marte, 14 luglio 1790. Incisione su legno di Helman, da una foto di C. Monet, Pittore del Re.
Fu proprio lui a proporre e a far approvare la decisione di confiscare i beni della Chiesa – grazie ai quali si arricchì notevolmente – provocando lo sdegno della sua diocesi che così affermava: «La vostra apostasia non ha sorpreso nessuno [...] Giunto a quel punto di obbrobrio dove nulla può avvilire né denigrare nell’opinione pubblica, non dovevate avere altra aspirazione che quella di perfezionare la vostra iniquità e di raccoglierne i frutti. L’infamia in questo mondo, la dannazione nell’altro: quale retaggio, gran Dio! Ed è vescovo della nostra Santa religione, è un successore degli Apostoli che vorrebbe trascinarci con sé nell’abisso»!
Talleyrand fu anche uno dei promotori della Costituzione Civile del clero che, in pratica, faceva dei preti che l’accettavano dei dipendenti dello Stato. La costituzione civile non fu ideata da Talleyrand, ma egli lavorava per attuarla, dando vita alla chiesa scismatica che ne era nata. Poiché il giuramento era obbligatorio, era logico che anche egli andasse a giurare. Lo fece senza chiasso; all'inizio della seduta del 28 dicembre 1790, mentre pochissimi deputati erano ai loro posti, raggiunse furtivamente la tribuna e, a voce bassa, prestò giuramento, come se sbrigasse una formalità senza importanza. Egli consacrò anche i primi due vescovi fedeli alla Costituzione, e proprio per questo, nel 1791 Pio VI, con il breve Quod aliquanta caritas (10 marzo), espresso il dolore che gli procurava l’atteggiamento del vescovo di Autun, lo dichiarava, in séguito alla sacrilega cerimonia del 24 febbraio, sospeso e scomunicato.
Parallelamente la sua famiglia naturale lo rinnegava: lo zio, arcivescovo di Reims, avendo rifiutato di giurare, era partito in esilio.
In seguito a queste condanne morali, risponderà da principe di Benevento: «Ho saputo che alcuni, non in quest’epoca, ma dopo la restaurazione, trovarono che si fa male ad accettare impieghi in tempo di crisi e di rivoluzione, quando è impossibile fare il bene assoluto. Mi è sempre parso che ci fosse qualcosa di molto superficiale in tale modo di giudicare. Nelle faccende di questo mondo non bisogna fermarsi soltanto al tempo presente: quello che è si riduce sempre a poca cosa, quando si pensa che quello che è produce quello che sarà; e, in verità, per arrivarci, bisogna pur mettersi per strada! [...] Si accetta, non già per servire uomini o cose che spiacciono, ma per utilizzarli a vantaggio dell’avvenire. [...] editore responsabile delle opere altrui. [...] la vera grandezza sia quella che si limita da sé, la vera forza quella che si modera».
Successivamente, fu accusato di complicità con Luigi XVI e condannato a morte dalla Convenzione. Decise così di fuggire negli Stati Uniti, dove rimase per alcuni anni, guadagnandosi da vivere facendo l’agente immobiliare. Ritornò in Francia nel 1796, grazie all’intervento dei suoi amici, che convinsero la Convenzione ad annullare la sua condanna.
Dopo la morte di Robespierre e la fine del Terrore, ottenne un posto come ministro degli Esteri nel nuovo governo del Direttorio. Nello stesso periodo conobbe Napoleone Bonaparte: Talleyrand è troppo astuto e, d’altra parte, troppo bene informato, per non avere da mesi scorto nel vincitore di Rivoli, nel negoziatore di Loeben, l’uomo del domani. Tra i due nacquero subito stima e simpatia, così, dopo la presa di potere di quest’ultimo, Talleyrand ricoprì un ruolo molto importante all’interno dell’entourage del generale. Anche Napoleone ha scorto via via con maggior chiarezza, in questo gran signore traviato, una superiorità di spirito e di vedute della quale, ignorando ancor molto della politica, intende servirsi. Il generale, appena arrivato nel suo palazzo e prima ancora di aver avvisato il direttorio, aveva per mezzo di un messaggero chiesto un immediato colloquio al cittadino Talleyrand-Périgord. Al primo incontro, scriverà l’ex abate: «Bonaparte mi parve avere un aspetto molto simpatico: venti battaglie vinte stanno così bene alla giovinezza, a un bello sguardo e ad una specie di stanchezza. Qui c’è dell’avvenire»! Egli insistette sul piacere che aveva provato nel corrispondere con una persona tanto diversa dagli altri del direttorio. Uscirono dallo studio a braccetto.
Ancora dalle parole di Madelin: «L'ex vescovo non ha mai visto nella repubblica, proclamata nel 1792, altro che un increscioso espediente; è rimasto monarchico in tutte le sue fibre; ma non ha mai pensato alla possibile restaurazione del trono dei Borboni. Anche se lo stesso console fosse stato disposto a farsi il “Monk dei gigli”, la nuova Francia avrebbe rifiutato di seguirlo in questa impresa. Troppi interessi sarebbero stati minacciati, troppe teste in pericolo; interessi potenti, teste eminenti nello Stato: dalla massa dei “compratori di beni nazionali” al gruppo ancora influente dei “regicidi”, un mondo intero da barriera, deciso a tutto piuttosto che a sopportare il ritorno del fratello di Luigi XVI è degli emigrati armati delle loro rivendicazioni, avidi di rappresaglie. Talleyrand non è “compratore”, né “regicida”; è tuttavia tra i più compromessi: è l’uomo che [...] la corona trattava da ribelle, la nobiltà da disertore e la chiesa da apostata».
Difatti i Borboni non nascondono verso di lui, sentimenti di ostilità e odio: il vescovo di Arras, Conzié, ministro del Re in esilio, arrivato a Parigi per “trattare” una restaurazione per mano di Napoleone, così si esprimeva su Talleyrand: «se rientriamo in Francia, evidentemente egli non vi potrà restare, ma io gli garantisco un salvacondotto per il Paese straniero che preferirà».
Non a caso l’ex vescovo di Autun si espresse, in forma molto diplomatica verso Bonaparte, sempre in negativo verso un’eventuale ritorno di Luigi XVIII. Però, sia pure ripudiando i Borboni, rimane monarchico. Nessuno più ardentemente e più prontamente di lui ha desiderato avviare il giovane soldato verso un trono restaurato. Dietro ovviamente c’è un interesse squisitamente geopolitico, difatti come amava citare il generale Bonaparte «si sopprime solamente quello che si sostituisce». Finché fosse esistita una repubblica, anche unicamente nominale, era possibile un ritorno della monarchia borbonica; questa restaurazione sarebbe diventata infinitamente più difficile se, rialzato il trono, un’altra dinastia vi fosse instaurata, dando soddisfazione allo spirito fondamentalmente monarchico del Paese.
Per allontanare Napoleone dalla dinastia, Talleyrand si macchiò di uno spregevole delitto, passato alla storia come “l’uccisione del duca di Enghien”.
La cospirazione vandeana Cadoudal-Pichegru-Moreau (1803), mirante il rapimento ed eventuale uccisione del Primo Console, fallita a causa dell’intervento della polizia segreta di Napoleone, si pensa sia stata fomentata dai Borboni, ma non si hanno prove e soprattutto non si è riuscito a catturare nessun cospiratore legato alla famiglia reale.
Talleyrand il 1°marzo, segnala a Bonaparte la presenza a Ettenheim, nel granducato di Baden, a qualche lega da Strasburgo, di un altro Borbone, Luigi Antonio, Duca di Enghien (1772 - 1804), nipote del principe di Condé; il giovane principe tenta, insinua Talleyrand, di sollevare con i suoi emissari la vicina Alsazia. Il duca venne rapito il 15 in spregio a qualsiasi regola; il 20 imprigionato a Vincennes dove veniva giustiziato nella notte dal 20 al 21. L’uccisione del duca di Enghien era stato per Talleyrand l’affare che faceva definitivamente allontanare il generale còrso da qualsiasi possibilità di restaurazione borbonica, in quanto si era macchiato di un vero e proprio delitto, fucilando un innocente.
Jean-Paul Laurens, Il Duca di Enghien nei fossati di Vincennes (particolare),1873.
Sotto il lato geopolitico Talleyrand è un cinico spietato, ma ha ragione: la Francia dalle sue vittorie, non ha tratto un sistema meditato e questa Europa monarchica si sarebbe unita continuamente contro un Paese repubblicano che, non contento di ingrandirsi all’eccesso, pretendeva in nome di principì proclamati, di demolire, tutti gli Stati. Tra la rivoluzione e i troni il duello è a morte; può, in alcuni momenti venir meno, ma non potrà aver fine se non il giorno in cui uno dei due avversari sarà stato definitivamente eliminato. Nulla di più contrario alla tradizione diplomatica del vecchio regime, quanto una lotta a morte, come nulla vi è più contrario delle conquiste smisurate e troppo presto effettuate. La grande politica internazionale è un giuoco che dura da secoli; da un Luigi XI a un Richelieu, da un Richelieu a un Choiseul e fino a un Vergennes, lo statista francese che ha conosciuto il suo mestiere si è adattato al sistema, mandando avanti i suoi pezzi a destra, a sinistra, senza mai scompigliare la scacchiera, facendo rimanere il grande giuoco, sempre libero.
Dunque possiamo definire questo singolare personaggio storico un servo della Patria o un uomo senza scrupoli? Se da un lato entrambe le ipotesi non possono essere scartate, dall’altro lato della medaglia, Talleyrand usava il potere per arricchirsi smisuratamente.
Nessun ministro più di lui ha avuto danaro dalle sue funzioni, dalle sue azioni, dai suoi gesti, dai suoi successi e perfino dalle sue delusioni. Alla sua nomina al ministero sotto il direttorio affermò con foga: «Abbiamo il posto: bisogna trarne una fortuna immensa, una immensa fortuna»! Egli d’altro canto dirà sempre che perduto il posto, non vuole domandare l’elemosina, ma bisogna rifare un po’ di fortuna per non trovarsi nel bisogno in una continua dipendenza. Era nato gran Signore, ma con una fortuna relativamente mediocre. Gli piaceva la vita larga, più che larga; la vita nella quale si può spendere senza contare. In gioventù aveva preso le abitudini più costose: le donne, il mangiar bene, il tenore di vita e soprattutto il gioco che divora. Nessuna avarizia nella sua cubidigia; l’oro è fatto per circolare: nascerà il mito degli “zuccherini di Talleyrand”. Mezza Europa ne parlava. In realtà, pareva, non avere mai denaro, rovinandosi di continuo; appena conseguiti i primi grossi guadagni lo si era veduto, sotto il direttorio, comprare palazzi e ville, concedersi una scuderia, condurre vita spettacolare. Sotto il consolato aveva acquistato un palazzo in Via d’Auteuil, un’altra a Passy, due belle “folies” dove dava feste sontuose. Gli mancava però una proprietà veramente signorile e fu proprio il primo console a procurargliene i mezzi: uno dei prefetti del palazzo consolare, Legendre di Luçay, propose il suo castello e la sua tenuta di Valençay, diventati per lui troppo gravosi. Ne chiedeva 1.600.000. Talleyrand dichiarava di non poter pagare una cifra tanto cospicua, così Bonaparte dichiarò che avrebbe partecipato con molta larghezza all’acquisto pagando quasi tutto. Il ministro ci guadagnò una magnifica tenuta che si estendeva su ventitré comuni del dipartimento dell’Indre: 19.472 ettari di bosco e di terre, uno dei più bei parchi di Francia e quel castello storico che ricollocava Talleyrand, un tempo decaduto, in una signoria principesca, dove un giorno sarà sepolto.
Ma dopo l’incoronazione di Napoleone a Imperatore (1804) i due cominciarono ad allontanarsi, per divergenze politiche e personali.
Dal 1799 al 1807 Talleyrand fu ministro degli esteri di Napoleone I. Alla cui incoronazione il pittore Jacques-Louis David lo mise alle spalle di Cambacérès (da sinistra a destra) e del maresciallo Berthier (nel dipinto "incoronazione di Napoleone").
Il suo intuito politico gli fece inoltre prevedere che, continuando su quella strada, Napoleone si sarebbe rovinato; cominciò così ad accordarsi segretamente coi suoi nemici – in particolare l’Austria di Metternich e la Russia si Alessandro I – in modo da poter uscire indenne da una sua eventuale sconfitta. Da questo momento, egli diventerà uno dei principali oppositori dell’Imperatore. Ciononostante, egli stette bene attento a non rompere definitivamente; anzi, quando il sovrano chiamava Talleyrand era sempre pronto a rispondere e ad elargirgli i suoi consigli.
Celebre fu una sfuriata dell’Imperatore dei francesi, durante un ristretto consiglio al quale assistevano, con alcuni ministri, i dignitari presenti a Parigi. Napoleone camminando su e giù, come era sua abitudine, con le mani dietro la schiena, si sfogò: «Quelli che io ho fatto gran dignitari o ministri cessano di essere liberi nei loro pensieri e nelle loro espressioni. Possono essere soltanto gli organi della mia volontà. Per costoro il tradimento è già cominciato quando si permettono di dubitare; tale tradimento è completo se dal dubbio arrivano fino al dissenso. [...] Ladro! Siete un ladro! Siete un vigliacco! Un uomo senza fede. Voi non credete in Dio; per tutta la vita avete mancato a tutti i vostri doveri; avete ingannato, tradito tutti; per voi non c'è nulla di sacro; vendereste vostro padre. Vi ho colmato di favori e non c'è nulla di cui non siate capace contro di me! E così, da dieci mesi, avete spinto l'impudenza, poiché supponete a torto che i miei affari di Spagna vadano male, fino a dire a tutti che avete sempre biasimato la mia impresa contro questo regno, mentre siete stato voi a darmene la prima idea e a spingermi con insistenza. E quell'uomo, quel disgraziato! (Tutti capirono che si trattava del duca di Enghien). Da chi sono stato avvertito sul luogo della sua residenza? Chi mi ha spinto a infierire contro di lui? Quali sono dunque i vostri progetti? Che cosa volete? Che cosa sperate? Abbiate il coraggio di dirlo. Meritereste che vi spezzassi come un bicchiere! Ho il potere di farlo, ma vi disprezzo troppo per prendermi tanta briga. Perché non vi ho fatto impiccare alle cancellate del Carrousel? Ma ce n’è il tempo ancora! Ah ecco, siete della merda in una calza di seta! Sappiate che se una rivoluzione sopravvenisse qualsiasi parte vi aveste presa, essa vi schiaccerebbe per primi».
Tutti gli occhi erano fissi sul principe, che per qualche minuto continuò a restare immobile e muto. Si diresse finalmente, a sua volta, col suo passo zoppicante, verso la porta. In quel momento, si racconta, prima di varcare la soglia, voltandosi verso i colleghi costernati, disse con voce bianca: «Peccato, signori, che così grand’uomo sia talmente mal educato»! Piccola rivincita del “gentiluomo nato” sopra “l'arrivato”.
Bonaparte impone con la forza anche l’allontanamento da Parigi della moglie di Talleyrand, Catherine Noele Grand (1762 - 1834), a causa della sua condotta licenziosa: è pubblicamente l’amante del duca di San Carlos.
Nel 1814 dopo che Napoleone, ormai sconfitto, aveva dovuto firmare l’atto di resa, egli riuscì di nuovo a rimanere sulla cresta dell’onda: fu eletto infatti tra i cinque membri del consiglio che avrebbe avuto il compito di preparare una nuova costituzione per la Francia.
A maggio salì al trono Luigi XVIII. Il nuovo sovrano, vista la mancanza di politici dotati dell’abilità necessaria, offrì a Talleyrand il ruolo di ministro degli esteri, con lo specifico incarico di negoziare con le potenze vincitrici le condizioni per la pace. Ecco che all’apertura del Congresso di Vienna, un personaggio dal passato così compromettente si ritrovò invece tra i protagonisti assoluti di questa nuova fase della storia europea.
Fu grazie al suo abile operato che il principio di legittimità divenne uno dei cardini del Congresso di Vienna e in forza di esso la Francia borbonica poté evitare sanzioni e sedere al tavolo dei vincitori.
Nel febbraio 1815, a Congresso ancora in corso, Napoleone fuggì dall’Elba e cominciò a radunare un esercito per riprendersi il potere. Subito il generale offrì a Talleyrand il ministero degli Esteri, ma quest’ultimo lo rifiutò. Secondo alcuni storici, sarebbe stato infatti proprio lui, di comune accordo con Metternich, a organizzare la fuga di Napoleone, in modo da dare una scossa alle trattative di Vienna, che stavano attraversando una fase di stallo.
Fu grazie alla sua abilità che la Francia fu preservata come una grande potenza - qui in una conversazione con gli statisti tedeschi (da sinistra a destra) Montgelas, Hardenberg, Metternich e Gentz.
Anche qui si nota la complicità con Metternich: tutti e due nobili ancien régime, avventuratisi nell’enorme scompiglio che la rivoluzione francese aveva scatenato, tutti e due diplomatici nati e creati per tutte le astuzie del mestiere - la menzogna elegante e gli aspetti mascherati con grazia - tutti e due capaci di dissimulare sotto la maschera della cortesia più raffinata una feroce sete di affari e, con atteggiamenti grandiosi, il disprezzo della morale comune; tutti e due, infine, animati dalla stessa avversione per le nuove dottrine, i nuovi costumi, le nuove maniere e per il soldato “male educato” che ha definitivamente fatto entrare questi sistemi nella politica internazionale. Aggiungiamo che, fatti per capirsi, sono anche fatti per mettersi d’accordo poiché – allievi dei diplomatici dell'età precedente, l’uno nipote del cancelliere Kaunitz, l’altro discepolo del duca di Choiseul (i due fautori del famoso “rovesciamento” del 1759) sono rimasti fermi al “sistema” che sotto Luigi XV e Luigi XVI ha unito Francia e Austria.
Nel 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans (1773 - 1850) diviene re dopo la Rivoluzione di Luglio che defenestra Carlo X di Borbone, conte d'Artois (regno 1824 - 1830). Il nuovo sovrano, dietro la cui ascesa si intravede ancora la mano onnipresente del “Diavolo zoppo”, nomina Talleyrand ambasciatore straordinario a Londra con lo scopo di rassicurare gli altri Paesi europei, sotto la dipendenza nominale del ministro degli esteri Molé al quale naturalmente il principe di Benevento si guarda bene dall’obbedire. Come diplomatico contribuisce in modo determinante all’indipendenza del Belgio, che il Congresso di Vienna, contro il suo parere, aveva annesso ai Paesi Bassi: reagendo alla sollevazione in armi dei belgi, riesce a far indire una Conferenza a Londra fra le grandi potenze che sancisce l’indipendenza del Belgio. I riottosi Paesi Bassi tentano l’occupazione armata del nuovo Stato, ma Talleyrand riesce a far votare all’assemblea francese la decisione di intervenire militarmente nel caso accadesse, inducendo i Paesi Bassi al ritiro. Potrà così permettersi anche di far salire al trono belga il suo candidato, il principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo-Gotha. Il suo ultimo successo politico prima del suo ritiro è la firma di una quadruplice alleanza fra Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo.
Morì nel 1837, dopo aver ricoperto vari incarichi per il nuovo governo della monarchia costituzionale degli Orléans. Nei suoi ultimi istanti ricevette i sacramenti religiosi, tanto che la nobiltà parigina commentò ironicamente che era riuscito a negoziare anche il suo ingresso in Paradiso.
Non c’è dubbio che la figura di Talleyrand sia fortemente discutibile dal punto di vista morale ed egli d’altro canto amava ricordare come: «Voglio che per secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di quello che ho pensato, di quello che ho voluto». Tuttavia, si deve riconoscere che, nonostante tutto, egli è stato sicuramente uno dei più grandi politici della sua epoca. Ma oltre all'intelligenza, ad un uomo politico che governa si chiede un elemento di cui Talleyrand, per le problematiche datogli dai voti ecclesiastici, non possedeva: la sensibilità che li rende umani e una coscienza legata ad un grande ideale che li ponga su un piano di superiorità rispetto al resto. Maurizio di Talleyrand già da molto tempo aveva soffocato la coscienza con lo spirito, portando quest'ultimo verso caratteri di assolutezza. Per oltrepassare il suo livello ed essere nella gerarchia dei "grandissimi" gli sono mancati il cuore elevato e l'osservanza dei grandi doveri; in ultima analisi è stato una delle più rare intelligenze che l'Europa abbia mai incontrato sul suo cammino.
 
Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il Diavolo zoppo e il suo Compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, Marsilio, Venezia, 2015;
_André Castelot, La diplomazia del cinismo. La vita e l'opera di Talleyrand, l’inventore della politica degli equilibri dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione, Rizzoli, Milano, 1982;
_Louis Madelin, Talleyrand, Dall'Oglio, Milano, 1956;
_Antonio Sorelli, Talleyrand. Il ministro camaleonte, De Vecchi, Milano 1967.
 
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a cura di Stefano Scalella
15 Settembre 2018 – Libreria Rinascita - Piazza Roma n.7 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Giuseppe Baiocchi
Interviene: Gianmarco Pondrano-Altevilla
Interviene: Andrea Merlo
 
Sabato 15 settembre 2018, è stato presentato il 42°evento associativo sul territorio, il decimo evento annuale legato al programma “Crisi e metamorfosi”, scelto dal consiglio direttivo per il 2018. Tema della conferenza, la figura del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, di stampo liberale e attore politico fondamentale del primissimo dopoguerra italiano. Ospiti della conferenza sono stati il dott.Gianmarco Pondrano Altavilla, già presidente del Centro Studi Gaetano Salvemini, e il dott.Andrea Merlo, studioso ed esperto di geopolitica internazionale.

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di Giuseppe Baiocchi del 25/09/2018

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Nella storia della cinematografia italiana, poche sono state le storie che hanno trattato il cosidetto “brigantaggio” italiano. L’Italia come è noto, ha da sempre difficoltà a fare i conti con la storia e il fenomeno del banditismo non fa certamente eccezioni. Banditi o patrioti? Questa è la domanda che studenti, curiosi e studiosi si devono porre oggi sul tale fenomeno.
Cinestudio, società marchigiana di comunicazione e marketing, ha prodotto il lungometraggio “La Banda Grossi” (film storico, durata 113 min) ad opera del giovane regista di Fermignano Claudio Ripalti. La pellicola, narra le vicende realmente accadute dei briganti della Banda Grossi appena pochi anni dopo quell’Unità d’Italia (1861) che tanti cataclismi culturali e politici aveva prodotto in tutta la penisola italica.
[caption id="attachment_10646" align="aligncenter" width="1000"] Nel fotogramma, i tre attori principali della Banda Grossi (da sinistra a destra): Leonardo Ventura (Olinto Venturi), Camillo Ciorciaro (Terenzio Grossi), Rosario Di Giovanna (Sante Frontini). [/caption]
Attuando una piccola digressione, certamente la storia italiana deve alla famiglia reale dei Savoia, la scintilla ideologica, di aver voluto (sia per necessità economiche private, sia per l’occasione storica presentatosi) un’unità italiana non più solamente culturale, ma politica. La famosa frase di Ferdinando IV di Borbone delle Due Sicilie (1751 -1825), «io sto bene tra l’acqua salata e l’acqua santa», è appunto emblematica: monito del disinteresse degli Stati pre-unitari ad imbarcarsi verso un’unione forzata, di popoli culturalmente molto diversi.
Nonostante la storiografia moderna e contemporanea, si sia sforzata di mutare il senso della storia del brigantaggio, questo si presentava come una forma di ribellione, verso il nuovo Stato Piemontese, il quale oltre ad introdurre la leva obbligatoria - che sottraeva braccia forti al lavoro nei campi, per combattere guerre di cui non si conosceva nulla, nemmeno la collocazione geografica -, aveva necessariamente aumentato diverse tassazioni.
Ancora più delicata è la situazione nelle Marche, ex territorio dello Stato Pontificio, che ancora dolori riuscirà a dare ai Savoia con la brillante vittoria di Mentana, da parte del generale Kenzler, nel 1867.
Certo il contadino Terenzio Grossi (interpretato da Camillo Ciorciaro), primogenito di una famiglia di mezzadri, ha del coraggio quando evaso di prigione, sfida apertamente il nuovo Stato, soprattutto dopo le recenti vittorie di Castelfidardo ed Ancona (1860), da parte dello Stato Piemontese appena insediatosi.
La cura del dettaglio storico nel film è massimale: costumi (Daniela Cancellieri), personaggi, musiche (Enrico Ripalti), ambientazioni sono pressoché perfette. In una recente intervista lo stesso regista Claudio Ripalti ha dichiarato: «Si trattava di trasporre le vicende realmente accadute tra Terenzio Grossi e i suoi compagni, in una sceneggiatura per il cinema. Devo dire che la vicenda storica aveva già tutti i connotati e le caratteristiche per poter fare una trasposizione davvero potente. […] Mi fa anche passare un brivido, pensare che questa vicenda e questi personaggi hanno popolato e hanno vissuto proprio qui, nella nostra provincia».
Difatti l’opera cinematografica è ambientata attraverso paesaggi intensi e poetici: quelli della Regione Marche. Girato interamente tra Petriano, Urbania, Cagli e Apecchio - proprio in quei territori in cui imperversò la banda Grossi -, l’ambientazione donerà sempre quel guizzo epico, ma dai toni romantici e cavallereschi, attorno a cui ruotano almeno 30 attori principali, oltre 200 comparse, 60 giorni di riprese, 20 persone sul campo impiegate durante le riprese tra staff Cinestudio e maestranze.
Difatti “la Banda Grossi” è soprattutto una storia di “questioni umane”: il brigante-uomo a confronto con i politico-uomo. I nomi dei vari personaggi sono tutti esistiti nella storia risorgimentale, concedendo al film un fascino tutto unico. Non mancano anche personaggi ben combinati, come il prefetto di Pesaro Maria Enrico Catalano (interpretato da Roberto Marinelli), individuo che mira verso una rapida carriera politica nel nuovo Stato, di carattere anti-clericale, si dimostra un personaggio opportunista e cinico. Difatti da Terenzio Grossi, ai membri della banda, passando per le autorità sabaude, non esiste nel film “il buono per eccellenza”, se si scarta la figura del brigadiere dei Reali Carabinieri Francesco Cardinale (interpretato dall’ottimo Simone Baldassarri).
[caption id="attachment_10644" align="aligncenter" width="1000"] Nel fotogramma il brigadiere dei Reali Carabinieri Francesco Cardinale (Simone Baldassarri). [/caption]
Tale sistema, scandito da quella che Isaiah Berlin (1909 – 1997) definì come “libertà negativa”, in cui ogni personaggio si muove sotto un copione fortemente egoistico, rende il film mai banale e mai politicamente corretto: in poche parole è autentico.
Se il protagonista, Terenzio Grossi, sembra suggerire nella sceneggiatura e nella trama il ruolo di eroe ribelle “che combatte il sopruso”, in realtà la chiave eroica è nel corpo dei Reali Carabinieri del brigadiere Cardinale: egli è il vero eroe del film, il paladino della giustizia, il quale come nel capolavoro di Sciascia de “I giorni della civetta” sarà il Bellodi della situazione, combattendo sia un nemico esterno, sia uno interno. Sempre sul personaggio del reale carabiniere, tutta una sfumatura storica, che porta i connotati di un’origine francese, che lo lega ancor di più a Casa Savoia.
Per quanto riguarda Grossi, non siamo di-fronte ad un Robin Hood, ma ad un uomo che si pone come un ipotetico ribelle jüngeriano. Certamente il suo “passaggio al bosco” è più concreto e violento di quello descritto dal filosofo di Heidelberg, ma la prassi è la stessa: «Passare al bosco allora, cioè la prima condizione per essere ribelli, significa abbandonare questo mare del conformismo e della manipolazione organizzata. […] Tra il grigio delle pecore, si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cosa è la libertà e non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che un brutto giorno essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco: è questo l’incubo dei potenti». Il suo vagabondare con la propria banda si avvicina molto ad una forma nichilistica interpretata dal personaggio, il quale afferma di non essere «al servizio del Papa» (all’epoca Pio IX, di Senigallia), e di non fare certamente un banditismo buono per aiutare i poveri: il suo è una guerriglia verso uno Stato che non riconosce, peggiore del precedente – che non amava, dove l’altra alternativa sarebbe stata la miseria o l’arruolamento forzato nelle file del neo costituito regio-esercito. Non c’è nel protagonista un’ideologia politica ben marcata, non un ideale ma, al limite, una curiosità verso il suo operato, per cogliere una possibile occasione storica, se lo Stato italiano dovesse “sbandarsi”. Eppure nel suo essere ramingo, Terenzio è un uomo d’onore, un uomo propriamente ottocentesco, rispettato da civili e compagni, amato dalle donne. Un personaggio che, però, per operare il suo piano, si deve contornare di individui poco raccomandabili, i quali rivelano un altro aspetto del brigantaggio, ovvero l’inserimento nelle proprie fila di veri soggetti da forca. Il bandito Sante Frontini (interpretato da Rosario Di Giovanna) è uno di questi: ha alle spalle un’infinità di delitti e malignità, ma verrà ripagato con la sua stessa moneta, proprio sul finale del film.
Come tutti i grandi film, il finale non è positivo per nessuno, se non per la verità storica, di una sceneggiatura che è stata frutto di una raccolta fondi online, che grazie al crowdfunding (finanziamento collettivo in rete) è riuscito a coprire 1/3 del budget necessario alla produzione con ben 72.000 euro in 29 giorni, su una cifra complessiva di 200.000 euro.
Così come afferma lo stesso Enrico Ripalti, produttore del film: «La Banda Grossi è diventato il primo film italiano di maggior successo della storia crowdfunding: abbiamo avuto donazioni dall’America, dal Canada, dall’Inghilterra e quindi è segno di una storia, che partendo dal locale, può raggiungere chiunque con un interesse verso i paesi e i paesaggi della nostra terra».
Le riprese de “La Banda Grossi” iniziate l’otto marzo del 2017 hanno visto l’uscita pubblica il 20 settembre del 2018. Di rilievo anche il contributo del MIBAC (Ministero dei Beni Artistici Storici e Culturali), che ha riconosciuto “La Banda Grossi” come Film di Interesse Storico e Culturale.
[caption id="attachment_10648" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto i due fratelli Ripalti (da sinistra a destra): Enrico si è occupato della produzione e della musica; Claudio della sceneggiatura, fotografia e della regia. [/caption]
Ancora dall’intervista del regista Claudio Ripalti, riportiamo: «Ho avuto ed ho la fortuna di poter lavorare con dei ragazzi strepitosi, che ognuno con le sue competenze professionali è riuscito a mettere a frutto la propria passione, il proprio talento all’interno del film, con una squadra limitata di giovani professionisti. Siamo riusciti a fare un qualcosa che solitamente richiederebbe molto molto di più tempo. Abbiamo la possibilità di aprire uno squarcio, uno spiraglio interessante all’interno del panorama cinematografico italiano. Investitori lungimiranti che credono in quello che sto dicendo, potrebbero ritenere molto interessante investire in opere di questo tipo. Noi, sotto questo punto di vista, siamo molto indipendenti: siamo in una posizione ristretta con pochi elementi, pochi fronzoli e di conseguenza pochi costi. Questo ci dà la possibilità di ottenere un prodotto di qualità a costi ridottissimi e questo è un punto di forza non da poco. Il bello in questa vicenda cinematografica, la vicenda produttiva del film, è la chance di poter lavorare con ragazzi come me, che nutrono la medesima passione e hanno la medesima volontà e interesse di vedere questa opera realizzata su grande schermo. É una chance che non dobbiamo perdere se vogliamo raccontare al mondo una vicenda che ci riguarda e una tradizione che viene fuori da tutto quello che si vede all’interno del film. Una chance che ci obbliga ad andare contro-corrente per quello che è il panorama cinematografico italiano e per le difficoltà che una produzione indipendente, come la nostra, possiede nei confronti del produrre un film. L’andare contro-corrente è una necessità che storicamente a noi uomini ci ha dato la possibilità di fare le cose migliori che abbiamo mai prodotto nella nostra storia, quindi è una necessità, ma anche un dovere di andare controcorrente. Molto probabilmente è lo stesso sentimento che doveva avere un Terenzio Grossi 160 anni fa».
Nell’Italia cinematografica dei cine-panettoni, delle commedie frivole e della centralità da sempre imperante del “mito americano”, un film che ha avuto il coraggio di parlare di noi, della nostra storia, senza fronzoli; un cinema dei paesaggi quotidiani – da dietro casa –, che da una parte ci mostra le antiche cascine contadine, dove molti di noi hanno passato l’infanzia e dall’altra parte ci rivela l’immensa professionalità e la qualità tecnologica di come si deve produrre una cinematografia contemporanea con costi assolutamente contenuti.
 
Per approfondimenti:
_Isaiah Berlin, Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Torino, 2005;
_Ernst Jünger, Il Trattato del ribelle, Adelphi, Milano, 1990;
_Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano, 2002;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante, dasandere.it, ISSN: 2532-8379;
_Giuseppe Baiocchi, Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo, dasandere.it, ISSN: 2532-8379;
_Claudio Ripalti, La Banda Grossi, Trailer.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 02/09/2018

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Quando si riflette sul senso legittimo delle unioni degli Stati pre-unitari, confluiti forzatamente sotto il futuro Regno d'Italia, si deve necessariamente analizzare l'importanza dello Stato Pontificio. Difatti quelle battaglie – combattute da uomini vigorosi, valorosi e cattolicissimi –, sono avvenute per difendere una causa non solo territoriale (non solo legittimistica, dato dal regime di legittimità che attraversava i secoli, esistendo da più di mille anni), ma soprattutto etica, in quanto lo Stato della Chiesa – essendo un ente politico di difesa alla libertà del Papa –, doveva consentire al Pontefice di insegnare alle genti i dettami del Vangelo e le indicazione del Magistero Ecclesiastico, senza influenze estere.
Nella foto del 1860 Hermann von Kanzler. Tra le Onorificenze pontificie ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano, Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Gregorio Magno, Medaglia commemorativa della restaurazione dell'autorità pontificia, Medaglia di Castelfidardo, Croce di Mentana, Medaglia dell'assedio di Roma. Per Onorificenze straniere ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie), Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie), Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia).
Dopo la caduta dello Stato Pontificio (1870), la Santa Romana Chiesa è stata sempre più in balia del potere laico cavouriano del motto «libera Chiesa in libero Stato» e dei poteri civili fonte di quelli occulti, i quali portando un aumento considerevole di quella che molti storici affermano essere l’eresia «modernista» del secolo XX. Il modernismo si scatena anche per via dell’assenza di strumenti temporali dati al Papa per difendersi, poiché governa «un francobollo di terra», quello che in fondo era – prima dei patti Lateranensi (1929) – lo Stato della Chiesa. Pio IX (1792 - 1878) governa, dopo il 1870, una scrivania sopra la quale segretari male accorti, conniventi, possono coartare l’azione del Papa nella sua podestà magisteriale. La storia ci ha narrato efficacemente che tutto questo è avvenuto; addirittura l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini (1927 - 2012) cantò le lodi della caduta dello Stato Pontificio, parlando di «liberazione da un fardello»: un gesto da evitare, almeno per i tanti morti papalini, che hanno difeso la Roma millenaria dei Papi da certa invasione cattolica e straniera.
Prima dell’avvento del Risorgimento, di stampo massonico-liberale, il Pontefice non aveva mai avuto bisogno di un esercito ben organizzato, come quello del 1855-1870: difatti a nessuna potenza cristiano-cattolica sarebbe venuto in mente di invadere le terre pontificie. Per Pio IX tutto diventerà chiaro nel 1860, quando le legazioni romagnole a marzo e quelle marchigiane e umbre in novembre furono sottratte al potere dello Stato Pontificio. Difatti il piccolo esercito papalino, si componeva di circa ventimila uomini che all’epoca erano quasi tutti di lingua italica, tranne due reggimenti di Guardia Svizzera a lingua tedesca, ma con il diminuire del patrimonio territoriale di S.Pietro, scese anche il numero dei suoi soldati e nell’ultimo anno di pontificato non arrivava a 13.000 unità. Dal 1850 fu ri-organizzato nella sua formazione tattica e nella foggia uniformologica, seguendo il modello francese di Napoleone III, considerato il miglior esercito sul continente: era ben equipaggiato, ben istruito ed agguerrito.
Massimo generale, della Breccia di Porta Pia, fu il barone Hermann von Kanzler (1822 - 1888) proveniente dal Granducato di Baden (1806 - 1918). Egli è stato uno dei massimi condottieri dell’Esercito pontificio, nonché l’ultimo: dopo di Kanzler, non è stato elevato nessun militare al grado di generale (oggi il massimo grado delle Guardie Svizzere è colonnello). Per il badese la correttezza e l’onore di essere cattolici sono sempre stati posti al primo posto nella sua vita: l’essere fedele a Dio e alla sua Chiesa. Gentiluomo, abile generale, fervente cattolico: egli è stato un personaggio coltissimo e una delle più nobili figure della Roma Papale.
Due rare foto del generale badese entrambe scattate nella cittadina di Anzio (da sinistra a destra): Guardie nobili dello Stato Pontificio con il generale Kanzler; a villa Albani siede in posa insieme allo Stato Maggiore Pontificio: De Charrette, Albert, Caimi.
Figlio di Markus Kanzler e Magdalena Krehmer, nasce a Weingarten il 28 marzo del 1822 e trascorre la giovinezza a Bruchsal e nella vicina Mannheim, completerà i suoi studi. Successivamente decide di intraprendere la carriera militare, presso l’accademia di Karlsruhe, uscendone come Sottotenente del IV Reggimento fanteria. Promosso Tenente il 25 maggio del 1841, nel gennaio del 1844 si dimette dall’esercito granducale per essersi rifiutato, come cattolico, di battersi a duello con un collega sfidante. A seguito delle dimissioni deciderà di soggiornare per alcuni mesi in Inghilterra, dove – da uomo colto quale era –, apprende la lingua che parlerà insieme all’italiano, al francese e allo spagnolo. Tale caratteristica deve porci la riflessione di come Kanzler, sapendo ben cinque lingue, si prestasse già naturalmente ad entrare nell’esercito Pontificio, da sempre di carattere e caratura internazionale.
Così il primo settembre del 1845, ripresa la carriera militare, si pone al servizio del Papa-Re, venendo promosso Sottotenente il 12 marzo del 1847: è lo stesso anno in cui si unisce in matrimonio con una delle donne di spicco dell’aristocrazia bolognese, Letizia Piepoli. La loro storia d’amore non era destinata ad essere fortunata: la Piepoli morirà appena un anno dopo, nel parto per mettere alla luce suo figlio, che seguirà sfortunatamente anche la madre. Il trauma per la doppia perdita è per Kanzler molto dura e per superare l’evento si getterà a fondo nelle vita militare, dove tra il 1848 e il 1854, parteciperà a diverse battaglie per la difesa dello Stato Pontificio, le quali lo faranno avanzare di grado e insignirlo dei cavalierati di San Gregorio Magno e di San Silvestro, diventando Colonnello il primo maggio del 1859. Sempre a Roma conoscerà la sua seconda moglie, la contessa Laura Vannutelli, con la quale si unisce il 2 maggio 1860, vigilia della partenza del condottiero pontificio per le Marche, dove fino alla sede di Ancona lo seguì la consorte: donna di spiccata intelligenza che sarà sempre degna compagna, permettendogli anche negli anni successivi di estendere e mantenere le relazioni sociali adeguate allo status che avrebbe rivestito. Dalla loro unione nascerà Rodolfo von Kanzler (1864 - 1924), uno degli archeologi a capo della Santa Sede; fino al 1896 sarà membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e fu considerato il più abile conoscitore della topografia della Roma antica, avente un ruolo primario negli scavi sotto la Basilica di San Pietro e nelle catacombe.
Il 27 settembre di quello stesso anno Kanzler viene promosso Generale, mentre contrasta i moti insurrezionali contro i reparti italiani nelle Marche. Il 19 ottobre viene nominato comandante dei depositi di ogni arma esistente nella capitale. Il tedesco aveva in mano tutto l’armamento bellico dello Stato Pontificio. Cogliendo anche l’occasione della morte del generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 - 1865), Kanzler il 15 ottobre del 1865 viene promosso Tenente Generale, subentrando al belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 - 1874), come Pro-Ministro delle armi. Tale scelta provenne direttamente da Pio IX, che aveva avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. In effetti egli, il cui ultimo impegno è stato quello di Ispettore della Fanteria, è l’uomo più adatto in quel determinato momento. Lavoratore instancabile e eccellente organizzatore, costituiva un punto di equilibrio tra le milizie indigene e estere di Santa Romana Chiesa, gestendo le due brigate comandate dal marchese Giovanni Battista Zappi (1816 - 1885) e quella del conte Raphael de Courten (1809 - 1904).
Il 15 dicembre il Papa approva il suo piano organico dell’esercito, che nei mesi successivi viene posto in applicazione, così da fornire milizie per garantire l’ordine pubblico e per proteggere le frontiere contro le truppe regolari sabaude, almeno fino all’arrivo dei rinforzi francesi di Napoleone III. Viene iniziata anche una decisa campagna contro il brigantaggio, favorito inizialmente per motivi politici, ma successivamente combattuto per via delle notevoli problematiche venutasi a creare per Pio IX.
Nel autunno del 1867 si arriva verso una nuova offensiva garibaldina, che non prende impreparato il suo esercito: sfruttando le nuove linee ferroviarie esistenti il generale rintuzza le puntate offensive dei volontari, attento parallelamente a non lasciare indifesa Roma. Fu il primo caso in cui la ferrovia veniva utilizzata come arma tattica per la guerra. Tale strategia diede il tempo alla Francia Imperiale di intervenire a difesa del Sommo Pontefice. Proprio l’aver lasciato truppe di Zuavi a Roma, si rivelerà fondamentale per la capitolazione del colpo di mano garibaldino, parallelo a Mentana, dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli. I due rivoluzionari con settanta compagni e due barche cariche di armi avevano disceso il Tevere, ma giunti presso il Ponte Milvio constatarono che nessuno era ad attenderli in armi: semplicemente il popolo romano non era insorto, poiché grazie alle riforme tecnologiche e infrastrutturali di Pio IX, quest’ultimo era apprezzato dalla popolazione di Roma. Si fermarono presso Villa Glori, dove furono assaliti il 23 ottobre del 1867 dagli Zuavi pontifici e furono sopraffatti dopo un lungo combattimento, anche all’arma bianca. 
Alla testa del suo esercito il 3 novembre a Mentana, insieme al generale francese Balthazar Alban Gabriel de Polhes (1813 - 1904), marcia verso le postazioni garibaldine a Monterotondo. L’esercito pontificio era costituito da truppe veterane molto motivate (erano volontari) e di prolungato inquadramento, numericamente di 3.000 uomini di cui 2.500 del corpo di spedizione francese. Quest’ultimo veniva composto da truppe regolari e truppe mercenarie: lo stipendio dei soldati prevedeva non solo una retribuzione economica (50 centesimi al giorno), ma anche il vitto e l’alloggio. I fucili papalini erano all’avanguardia poiché erano muniti del modello Chassepot 166, a retrocarica munito di otturatore e caricato a cartuccia di cartone. Il fucile permetteva di caricare ben 12 colpi al minuto: quasi il doppio di quelli italiani. La cavalleria, costituita da circa 150 dragoni e 50 cacciatori a cavallo, possedeva un’artiglieria di circa 10 pezzi. Kanzler proseguendo con i suoi uomini lungo l’antica via Nomentana – che darà nome poi alla città di Mentana -, in direzione Monterotondo, giungono in prossimità della tappa intermedia di Mentana nel primo pomeriggio.
Il generale badese Hermann Kanzler, passa in rivista le truppe di spedizione franco-pontificie dopo la battaglia di Mentana del 6 novembre 1867.
Di fronte alle sue truppe il villaggio si presenta sul lato di una collina a forma di promontorio, cinto da un muraglione con il fronte un antico castello medievale volto proprio verso la Nomentana. Alcune miglia a sud, tre compagnie di Zuavi pontifici vengono inviati lungo il Tevere, verso Monterotondo ed il fianco destro del fronte garibaldino. La colonna principale invece con i dragoni in avanguardia e i francesi in retroguardia prosegue verso l’obiettivo lungo la Nomentana. Kanzler punta quasi ad accerchiare l’esercito che in quel momento stava avanzando, prendendo un primo e inaspettata contatto con gli avamposti di Garibaldi, già a sud di Mentana mentre è in corso un trasferimento di volontari in direzione Tivoli. Li sospingono in una località denominata Vigna Santucci, a circa 1,5 chilometri a sud-est del villaggio. Qui la posizione è difesa da tre battaglioni di camice rosse, schieratesi a sinistra sul Monte Guarnieri e da destra nella fattoria della Vigna Santucci. Alle 14:00 del pomeriggio gli assalitori conquistano le posizioni e posizionano l’artiglieria sul Monte Guarnieri in vista del villaggio e del vicino altopiano. Garibaldi schiera l’artiglieria sull’altura nord: il Monte San Lorenzo e la gran parte delle truppe all’interno e intorno al villaggio murato dal castello in posizioni fortificate. Contro tali difese si infrangono i ripetuti assalti franco-pontifici con relativi contrattacchi, continuati fino all’inizio della notte. A questo punto viene programmato un incontro con un contrattacco di aggiornamento su entrambi i fianchi dello schieramento papalino, ma senza successo da parte dei garibaldini. Nel frattempo le tre compagnie di Zuavi che hanno marciato lungo il Tevere occupano la strada fra Mentana e Monterotondo, inducendo Garibaldi a recarsi personalmente sul luogo, lasciando l’esercito a difendere Mentana. Sarà a questo punto che la strategia di Kanzler colpisce nel segno: il corpo francese attacca le camicie rosse, sfondando le linee, inducendo i difensori alla rotta verso Monterotondo o verso il castello, dove si arrenderanno la mattina seguente. Garibaldi stesso ripiega nel Regno d’Italia con 5.000 uomini, inseguito fino al confine dai dragoni pontifici. Al termine della giornata i franco-pontifici hanno registrato 32 morti e 140 feriti, mentre i garibaldini 150 morti, 220 feriti e 1.700 prigionieri. Kanzler torna a Roma trionfante e viene accolto dal beato Pio IX come un eroe, rivolgendosi a lui con la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso: «Canto l’arme pietose e ‘l capitano/che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo./Molti egli oprò co ‘l senno e con la mano,/molto soffrì nel glorioso acquisto;/e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano/ s’armò d’Asia e di Libia il popol misto./Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi/segni ridusse i suoi compagni erranti».
La battaglia di Mentana, quindi, sancisce l’allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento insurrezionale garibaldino, assicura allo Stato Pontificio tre ulteriori anni di vita dei quali il Sovrano Pontefice profitterà per tenere il Concilio Vaticano I, nel giugno del 1868, fino al luglio del 1870, quando verrà sospeso a causa della presa di Roma da parte sabauda.
Pio IX riuscì anche ad approvare il Pastor Aeternus, una costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I sulla Chiesa di Cristo, approvata il 18 luglio 1870, che definì due dogmi della Chiesa cattolica: il primato papale e la sua infallibilità.
Le speranze di pace si concludono, dopo qualche mese, poiché il 20 settembre del 1870 il Regio esercito aprirà una breccia nelle mura Aureliane nei pressi di Porta Pia, segnando così la fine del glorioso Stato Pontificio. Seppur l’attuale storiografia ha scritto di una facile vittoria del generale sabaudo Raffaele Cadorna (1815 - 1897), i combattimenti furono cruenti. La mattina di martedì 20 settembre l’artiglieria sabauda inizia il cannoneggiamento: il Ferrero sparava in direzione dei Tre Archi e un quarto d’ora dopo l’Angioletti apriva il fuoco contro Porta San Giovanni. Seguirono subito dopo il Mazè de la Roche e il Cosenz con i loro tiri contro Porta Pia e Porta Salaria. Verso le 8:00 Roma, alla sinistra del Tevere, fu circondata da un cerchio di fuoco e di fumo e Cadorna, da Villa Albani, telegrafa a Firenze asserendo: «breccia tra Porta Pia e Salaria già bene inoltrata». Nel frattempo la Porta San Giovanni brucia, sebbene il sabaudo Angioletti sia tenuto lontano dai tiri della batteria pontificia di Daudier. Ai Tre Archi il muro, che sostiene il piccolo terrapieno su cui son posati i cannoni di difesa, si sta riducendo in frantumi: per gli artiglieri papalini il maneggio dei pezzi diviene impossibile e già durante tutta la notte, da questo lato, erano avvenute delle scaramucce, con morti e feriti da ambo le parti. A Porta Pia, fin dalle 6:45, dal “gabinetto del Ministro” Ungarelli si comunica che il maresciallo Sterbini ha segnalato al comando di piazza che «a Porta Pia è stato smontato un pezzo (ce n’erano due soli), e che detta posizione è in pericolo». Proseguendo con la cronaca, alle 8:13 da Santa Maria Maggiore il generale Zappi telegrafa: «Porta Pia perduta, nostra sezione artiglieria ritirata, cioè un pezzo smontato, l’altro mandato a Monte Cavallo, perché difenda la strada di Porta Pia, ove nemico ha impiantata artiglieria». Già alle 7:35 Girolamo Bixio (1821 - 1973), con un bombardamento nel quartiere della Lungara aveva innescato delle fiamme su tre diversi gruppi di case.
Eppure il generale Kanzler, sembra non prestar fede alle parole del Pontefice Pio IX, il quale aveva lasciato disposizione, tramite una lettera, di difendersi unicamente «a una protesta atta a constatare la violenza e nulla più», prescrivendo «di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone».
La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d'epoca.
La resistenza prosegue, poiché l’esito non sembrerebbe scontato: se i cannoni dei pontifici valevano poco, i loro fucili svedesi, i Remington Rolling Block, si palesavano di molto superiori ai Carcano di cui facevano uso i sabaudi; infine la conformazione dell’urbe e le difese riequilibravano parzialmente il dislivello numerico delle due compagini belliche. Dai ricordi dello scrittore Edmondo De Amicis, soldato del regio-esercito: «il fuoco dei cannoni pontifici, da quella parte, era già cessato: ma i soldati si preparavano a difendersi dalle mura. [...] Gli Zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa molto danno».
Alle 9:30, dopo quattro ore di combattimento, il cuore di Pio IX sanguinava per il prolungato micidiale combattimento: conoscendo la fedeltà di Kanzler, non poteva sospettare che il generale, per decoro militare, intendesse resistere oltre. Il Papa comandò così, senza attendere l’avviso del generale badese, che fosse issata sulla cupola di San Pietro la bandiera bianca. Occorse del tempo prima che si riuscisse a comunicare l’ordine sovrano al colonnello Achille Azzanesi (1823 - 1888), il quale a sua volta lo trasmise al tenente Carletti. Quando alle 10:00 il dispaccio Azzanesi giunse, sulla cupola, da qualche minuto la bandiera bianca sventolava sull’asta della croce dominante la basilica e alla breccia il fuoco cessò alle 10:10, quando un ufficiale, spedito dal de Tourssures, ebbe innalzata la bandiera bianca.
Da una parte all'altra si era combattuto con grandissimo vigore e non pochi morti giacevano sul terreno, ma le truppe che avevano superato la breccia - oltre ai prigionieri Zuavi di villa Bonaparte, nelle cui adiacenze si era aperto il varco -, contro tutte le regole belliche, secondo le quali alzato il vessillo bianco ciascuno è obbligato ad arrestarsi dove si trova, tirarono diritto in città spingendosi a piazza del Quirinale, a piazza di Spagna, al Pincio e a piazza del Popolo.
Nel pomeriggio Cadorna si incontra con Kanzler, alle 14:00 presso Villa Albani, per stipulare la capitolazione; intanto le truppe pontificie dovrebbero ritirarsi nella città Leonina, che resterebbe al Papa. Sottoscritta la capitolazione, Pio IX che aveva amicizia e stima del generale badese, doveva risolvere la problematica del suo uomo migliore che non aveva rispettato i suoi ordini e che poteva dar adito alla propaganda sabauda, riguardo alla “liberazione” del Pontefice.
Infatti da ben 10 anni il governo papale aveva smentito sempre con vigore, che gli stranieri militanti nello Stato Pontificio non rappresentavano un ostacolo verso una conciliazione con il neonato Regno d’Italia. Bisognava dunque giustificare l’ordine di resistere ad oltranza che il Papa Pio IX avrebbe dato anche contro ogni speranza di buon esito, e nello stesso tempo rimanere sempre il Princeps pacis per eccellenza.
Dopo attenta riflessione e sotto consiglio dei suoi uomini più fidati, il Papa scrisse una seconda lettera in tutto simile alla prima, meno che in due frasi le quali furono così modificate: dove era scritto «ai primi colpi di cannone» si sostituì «appena aperta la breccia» e allo stralcio «a qualunque spargimento di sangue» fu eliminato il “qualunque”, mettendovi «a un grande spargimento di sangue».
La lettera, così emendata, fu pubblicata ne La Civiltà Cattolica del 7 gennaio 1871. Così per un senso cavalleresco e di amicizia verso il suo generale migliore, il Pontefice preferì lasciar ricadere su se stesso la responsabilità di una ventina di morti (i sabaudi ebbero 48 morti e 141 feriti; i pontifici 20 morti e 55 feriti) e di tutti i danni causati alla città da 5 ore di fuoco.
Con il tramonto del sole, il 20 settembre segnò l’estremo fato del principato civile della Chiesa. La mattina del 21, non appena al chiarire del giorno furono aperte le bronzee porte della Basilica Vaticana, vi si affollarono i militari pontifici, che pregarono sulla tomba di San Pietro, Principe degli Apostoli. Di lì a qualche ora l’esercito pontificio sarebbe stato un mero ricordo storico: ufficiali e soldati, disarmati, sarebbero stati tratti prigionieri a Civitavecchia, dove rimpatriati, molti di questi non avrebbero più rivisto Roma.
Anche Hermann Kanzler fa parte di questo destino, ma egli per sua decisione si stabilirà, con la famiglia, presso il Vaticano dedicandosi negli anni seguenti all’assistenza degli ufficiali e dei soldati pontifici che non hanno aderito a prestare servizio nell’esercito italiano. Si dedica con successo a studi di carattere militare ed astronomico e continua ad essere nominalmente Pro-Ministro fino al 1888, rimanendo ad esercitare le sue funzioni di comandante in Capo delle truppe e delle armi papali – anche se solo simbolicamente.
Quattro dei principali attori militari dello Stato Pontificio negli anni 1850/1870: il belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 - 1874), il badese Hermann Kanzler (1822 - 1888), il francese Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 - 1865) e il francese Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (1822 - 1860).
Dopo l’avvento al soglio pontificio di Leone XIII (1810 - 1903), che lo nominerà barone (da cui si può aggiungere l’appellativo di von), torna ad abitare a Roma, alternando la permanenza in città con lunghi soggiorni nella villa che ha acquistato a Borgo Buggiano in Toscana.
L’ultimo generale di Cristo verrà meno nella notte tra il 5-6 gennaio 1888. Tutta la sua famiglia è sepolta al Verano, accanto alle tombe di alcuni Zuavi pontifici, ma oggi la sua lapide versa in uno stato di totale abbandono, non avendo la sua linea di successione lasciato alcun erede. Francamente appare triste che la Chiesa non ricordi e soprattutto non abbia cura di coloro che l’hanno sempre servita fedelmente. Di lui ci rimangono le carte Kanzler-Vannutelli, in origine composte da 90 unità attivistiche per gli anni 1824-1906: esse costituiscono i documenti appartenuti all’ultimo comandante dell’esercito pontificio e pro-ministro delle armi di Pio IX, nonché la corrispondenza ideale del cognato, il frate domenicano Vincenzo. Le carte sono divise in due serie: le carte denominate Kanzler-Vannutelli A costituite da 75 pezzi archivistici, tra registri, volumi, rubriche e pacchi di carte sciolte, probabilmente relativi al versamento del 1931. Essa contiene numerosa documentazione relativa agli ordini del giorno: rapporti, corrispondenze, memorie, telegrammi e gli avvenimenti che videro coinvolti l’esercito pontificio tra il 1867 e 1870, nonché la documentazione precedente a partire dal 1831 di argomenti militari e successivi al 1870. La seconda serie invece, carte Kanzler-Vannutelli B, è conservata in 15 buste, ed è probabilmente la parte acquisita dopo il 1937. Essa costituisce il vero archivio privato della famiglia Kanzler-Vannutelli, contenendo la corrispondenza privata del generale, di sua moglie Laura Vannutelli, ma anche dei loro antenati, coprendo un periodo che va dal 1824 al 1906. Un’ultima parte della documentazione è relativa agli scritti personali del domenicano Vincenzo Vannutelli dove si rileva una corrispondenza molto interessante con gli attori maggiori del panorama orientale-cristiano dell’ultimo quarto dell’Ottocento.
Curioso e degno di nota, inoltre, un brano tratto da un’opera inedita di don Giuseppe Clementi (1865 - 1944) e del conte Edoardo Soderini (1853 - 1934), che ci dimostra la situazione a Roma il giorno prima del 20 settembre 1870: «Nel pomeriggio del 19 il passaggio fu animatissimo su la strada di Porta Pia; né vi mancarono preti, frati, fin qualche vescovo: questa è stata sempre una delle passeggiate predilette dagli ecclesiastici. Qualche colpo di moschetto, sparato dagli avamposti a Villa Patrizi si faceva sentire, ma non impressionava; né maggior impressione producevano i rari colpi di cannone tirati dall’Aventino in direzione di Porta San Sebastiano. C’era da domandarsi se si era proprio alla vigilia di un bombardamento o non piuttosto di una festa. Con siffatte manifestazioni dello spirito pubblico si poteva pensare sul serio a una lunga resistenza? C’era bene chi andava spargendo notizie che, se vere, l’avrebbero giustificata, anzi imposta: si sussurrava che il Cadorna dovrebbe levar presto il campo per correre a rinnovare le gesta di Palermo a Firenze dove affermavano scoppiata una rivoluzione e proclamata la repubblica; girava anche un’altra fola: quarantamila austriaci sbarcati in Ancona si dirigevano su Roma per raffermare in soglio il Pontefice-Re. Pio IX nel pomeriggio, accompagnato dai camerieri segreti De Bisogno e Samminiatelli, si andò alla Scala Santa; sebbene grave di anni e d’incomodi, volle salirla ginocchioni, appoggiandosi al braccio di monsignor De Bisogno. Giunto alla cappella del sancta sanctorum pregò a voce alta e commossa. Uscito dal santuario, pregatone dallo Charette, benedì le truppe accampate sulla spianata della basilica [...]. Mentre in carrozza se ne tornava in Vaticano, da vari gruppi di persone gli fu gridato: “Santità, non partite”. Si temeva che nella notte s’imbarcasse a Ripagrande per l’estero. Rientrato nei suoi appartamenti, diresse al Kanzler l’ordine di cessare la resistenza non appena si fosse fatta rilevare la violenza, di cui andava a esser vittima».
Diversi erano invece i militari pontifici di lingua italiana (da sinistra a destra): conte Raphael de Courten (Sierre, 2 gennaio 1809 – Firenze, 24 dicembre 1904), divenne Generale di brigata il 7 agosto 1860 e combatté nella campagna delle Marche e dell'Umbria (1860), in quella dell'Agro-Romano (1867) e infine alla Breccia di Porta Pia; il marchese Giovanni Battista Zappi (Rimini 1816 - Roma 1885), divenne Generale di brigata nel 1860 e combatté alle principali battaglie fino alla Presa di Roma nel 1870; marchese Giovanni Lepri di Rota (Roma, 15 aprile 1826 – Roma, 1 giugno 1885) divenne colonnello nel 1864 e combatté nelle principali battaglie per la difesa dello Stato, prestò servizio anche nella Guardia Nobile; Azzanesi Achille (Roma, 1823 - Roma, 1888), divenne colonnello comandante nel 1870, assumendo il comando della prima zona di difesa che comprendeva la città Leonina ed il vaticano.
Il testo esatto della lettera di Pio IX, che come abbiamo detto fu modificato, è il seguente: «Signor generale, Ora che si va a consumare un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa di un Re cattolico senza provocazione, anzi senza nemmeno l’apparenza di qualunque motivo cinge di assedio la capitale dell’Orbe, sento in primo luogo bisogno di ringraziare lei, signor generale, e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell’affezione mostrata alla Santa Sede e delle volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servigio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a constatare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone. In un momento in cui l’Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La causa nostra è di Dio, e noi mettiamo tutta nelle sue mani la nostra difesa. Benedico di cuore lei signor generale e tutta la nostra truppa».
Hermann Kanzler rivolgendosi ai suoi soldati, dopo l’avvenuta capitolazione romana, si espresse verso di loro con un congedo anticipato: «Soldati! È giunto il momento in cui dobbiamo separarci ed abbandonare il servizio a Sua Santità, che più di altra cosa ci stava a cuore: Roma è caduta, ma grazie al vostro valore, alla vostra fedeltà, alla vostra mirabile unione, è caduta onorevolmente. Taluno forse si lagnerà che la difesa non sia spinta più oltre, ma una lettera di Sua Santità, che in seguito sarà pubblicata, vi spiegherà il tutto. Questa testimonianza dell’Augusto Pontefice sarà di conforto a tutti e il più bel compenso che nelle attuali e tristi circostanze potevamo ottenere. Debbo infine farvi conoscere che venendo per forza maggiore dispersa l’armata, Sua Santità si è degnata di sciogliere tutti dal loro giuramento di fedeltà. Addio cari commilitoni, ricordate del vostro capo, il quale serberà indelebile e cara la memoria di voi tutti. Viva Pio IX, Viva Cristo-Re».
In conclusione tali avvenimenti, per la fragilità delle conquiste effettuate, imponevano al Regno d'Italia ed alla sua dirigenza una ferrea azione di difesa dei nuovi territori appena conseguiti, anche tramite una finta propaganda, oggi ampliamente svelata. A 150 anni dall'Unità d'Italia, tali nemici "reazionari" sembrano non essere più presenti e la difesa ferrea della propaganda risorgimentale non è più necessaria. Oggi possiamo permetterci di andare a conoscere esattamente che cosa è effettivamente avvenuto, come è stato interpretato e come è stato poi raccontato. Infine successivamente costruire la nostra ricerca sulla base dei documenti e dei dati oggettivi, che spesso fa emergere una realtà che è diversa da quella che si conosce come storia tramandata ed acquisita e tale piccolo contributo mira a preservare una memoria, possibilmente con una maggiore conoscenza di causa, degli eventi che hanno contraddistinto il crollo di uno degli Stati secolari di lingua italica più importanti della penisola.
 
Per approfondimenti:
_Valerio Castronovo, Un mondo al plurale - Dalla metà del Seicento alla fine dell'Ottocento, La Nuova Italia, Milano, 2009;
_Cerchiai, Di Benedetto, Gatto, Mainardis, Manodori, Matera, Rendina, Zaccaria, Storia di Roma, Newton Compton Editori, Roma, 2008;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell'ultimo Papa regnante, dasandere.it, 31-05-2018, https://riserva2.dasandere.it/il-beato-pio-ix-storia-dellultimo-papa-regnante/;
_Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994;
_Giulio Cesare Carletti, L'esercito Pontificio dal 1860 al 1870, Viterbo, Tip. Soc. Agnesotti & C., 1904;
_ Archivio Segreto Vaticano, Carte Soderini-Clementi, b. 11, cap. lxxxiv, pp. 3-27;
_Archivio Segreto Vaticano, Carte Kanzler, b 16;
_La Civiltà Cattolica, 7 gennaio 1871, pp. 107-8;
_P. Raggi, La Nona Crociata, Libreria Tonini, Ravenna, 1992;
_Edmondo De Amicis, Le tre capitali. Torino-Firenze-Roma, Vigonglo, Torino, 1997.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 14/08/2018

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Andrea di Pietro della Gondola, questo il vero nome di Palladio, (1508/1580) è un architetto del Rinascimento, nella sua architettura egli non si sofferma sul singolo aspetto ma ha avuto il talento per riuscire ad osservare la città, il tema del progetto, fino al linguaggio analizzando tipo e costruzione.
Nel suo famoso trattato di architettura consegnato alla storia: “I Quattro libri sull’architettura” l’architetto veneto sostiene che il passato è il tempo e il luogo dove cercare “quel che serve” per costruire il presente, per edificare una città immersa nella natura, ma che allo stesso tempo abbia forti caratteri di monumentalità.