[vc_row css=".vc_custom_1470767044080{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470767053433{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1579814848635{padding-bottom: 15px !important;}"]J. de Maistre. Nuovi Paradigmi sulla rivoluzione francese. G. E. Cavallo[/vc_column_text][vc_separator css=".vc_custom_1470767563136{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos6" css=".vc_custom_1579814625217{padding-top: 45px !important;}"]
a cura di Stefano Scalella
18 gennaio 2020 – Bottefa del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 AP
Introduce: Francesca Angelini
Modera: arch.Giuseppe Baioccchi
Interviene: dott. Giorgio Enrico Cavallo
 
Sabato 18 gennaio 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 55°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere. L'evento ha visto la presenza dei consiglieri comunali Emidio Premici ed Alessio Rosa, avendo come ospite il giornalista Giorgio Enrico Cavallo il quale ha presentato al pubblico la figura poco conosciuta del filosofo e giurista sabaudo Joseph de Maistre. L'appuntamento presentato dalla vice-presidente Francesca Angelini, è stato moderato dall'architetto e presidente Giuseppe Baiocchi.
Solo recentemente il mito rivoluzionario in Francia ha cominciato a incrinarsi: nel 1989, alle stanche celebrazioni ufficiali del secondo bicentenario del 1789, si opposero vivaci e moderne anti-celebrazioni che riaprirono la diatriba dialettica, mai sopita, su antiche questioni considerate risolte e vetuste divisioni credute superate. Giorgio Enrico Cavallo prosegue la sua lectio magistralis parlando della damnatio memoriae di De Maistre. Oggi, di contro, appare come un vero e proprio storico dell’avvenire: non solo seppe valutare le negatività rivoluzionarie, prevedendone i tragici postumi che ancor oggi tormentano la società odierna, ma riuscì mirabilmente ad intuire le condizioni basilari della sua terapia. Non meraviglia dunque che, fin dal contestato bicentenario del 1789, per riprendere il celebre storico Jacques Solé (1932 – 2016) «molti ritrovano […] gli accenti di un Joseph de Maistre che si erge contro Satana», riaffermando con forza, l’inconciliabilità tra due civiltà e culture in opposizione polare: quella antropocentrica della Rivoluzione e quella teocentrica della Tradizione. La lezione è apparsa come un'importante riflessione sulla nostra società e sulla straordinaria vita di uomo e diplomatico del Regno dei Savoia; quel De Maistre che ancora oggi ha molto da insegnarci e molto su cui far riflettere l'opinione pubblica. L'Anti-cattolicità rivoluzionaria degli illuministi traspare sempre marginalmente in secondo piano, di contro è essenziale per capirne il vero significato estrinseco di un nuovo mondo che si affermava in cui "Dio è morto", perché ucciso dall'uomo stesso.

[vc_row css=".vc_custom_1470767044080{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470767053433{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1579787173122{padding-bottom: 15px !important;}"]Il Regno di Napoli tra tradizione e rinnovamento. Gabriele Pezone[/vc_column_text][vc_separator css=".vc_custom_1470767563136{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos6" css=".vc_custom_1579787281495{padding-top: 45px !important;}"]
a cura di Stefano Scalella
07 dicembre 2019 – Chiesa di San Cristoforo, Via d'Argillano n.21 - 63100 AP
Introduce: arch.Giuseppe Baioccchi
Si esibisce: Maestro Gabriele Pezone
 
Sabato 07-12-2019 dicembre, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via d'Argillano n.21, 63100 Ascoli Piceno) è andato in scena il 54°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere alle ore 18:30. L'evento ha avuto come ospite il direttore d'orchestra Gabriele Pezone, il quale si è esibito nel Concerto d'organo dedicato al Regno di Napoli tra tradizione e rinnovamento. L'appuntamento è stato introdotto dall'architetto e presidente Giuseppe Baiocchi. Napoli è stata una delle grandi capitali delle cultura europea. Ogni compositore coinvolto ha avuto un profondo legame con l'Italia del Sud. Musica e storia si sono intrecciate per un programma che ha sfiorato i grandi episodi storici legati all’Unità d’Italia, le cui cronache ufficiali sono a tratti lacunose. Le musiche hanno dato voce a chi - storicamente -, è riuscito a parlar meno. Tra i compositori che sono stati trattati, spicca il belga Jacques- Alexandre de Saint Luc: Maestro di Cappella e liutista di corte del Principe Imperiale Eugenio di Savoia, gran maresciallo e condottiero dell’esercito asburgico. Una delle sue più grandi vittorie fu appunto la presa di Gaeta del 1707, quando entrò trionfalmente in città strappando il regno di Napoli dal dominio spagnolo. Proprio per questa occasione, De Sain Luc dedicò al Principe Eugenio una bellissima suite di 8 brevi brani dal titolo Pour la prise de Gaeta, completata dal sottotitolo italiano “agli eroi dell’assedio”. Per quel che riguarda Attwood, il suo brano è legato alla figura dell’ammiraglio inglese Horatio Nelson, grande trionfatore a Trafalgar a discapito della flotta napoleonica (battaglia a cui prese parte anche il Sud Italia). Nelson, seppur ferito a morte durante il combattimento, diede ordine di farsi ritagliare la propria bara usando il legno dell’albero maestro della nave ammiraglia francese, come un voler ricordare a se stesso che, nonostante l’immensa gloria militare ricevuta, rimaneva un comune mortale. Davvero un bell’esempio di valori rispetto a una società come la nostra. La musica coesiste con una forte componente religiosa: si è riportata anche la marcia trionfale di Pio IX, il Pontefice che promulgò il dogma dell'Immacolata Concezione alla Vergine Maria. Crediamo che il ruolo di un musicista deve anche essere quello di divulgatore.

[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1579447502524{padding-bottom: 15px !important;}"]55°incontro DAS ANDERE[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]Joseph de Maistre. Nuovi Paradigmi sulla rivoluzione francese. Giorgio E. Cavallo[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1579448156119{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Sabato 18 gennaio 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 55°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere. L'evento ha visto la presenza dei consiglieri comunali Emidio Premici ed Alessio Rosa, avendo come ospite il giornalista Giorgio Enrico Cavallo il quale ha presentato al pubblico la figura poco conosciuta del filosofo e giurista sabaudo Joseph de Maistre.
L'appuntamento presentato dalla vice-presidente Francesca Angelini, è stato moderato dall'architetto e presidente Giuseppe Baiocchi. Solo recentemente il mito rivoluzionario in Francia ha cominciato a incrinarsi: nel 1989, alle stanche celebrazioni ufficiali del secondo bicentenario del 1789, si opposero vivaci e moderne anti-celebrazioni che riaprirono la diatriba dialettica, mai sopita, su antiche questioni considerate risolte e vetuste divisioni credute superate.
Giorgio Enrico Cavallo prosegue la sua lectio magistralis parlando della damnatio memoriae di De Maistre. Oggi, di contro, appare come un vero e proprio storico dell’avvenire: non solo seppe valutare le negatività rivoluzionarie, prevedendone i tragici postumi che ancor oggi tormentano la società odierna, ma riuscì mirabilmente ad intuire le condizioni basilari della sua terapia. Non meraviglia dunque che, fin dal contestato bicentenario del 1789, per riprendere il celebre storico Jacques Solé (1932 – 2016) «molti ritrovano […] gli accenti di un Joseph de Maistre che si erge contro Satana», riaffermando con forza, l’inconciliabilità tra due civiltà e culture in opposizione polare: quella antropocentrica della Rivoluzione e quella teocentrica della Tradizione.
La lezione è apparsa come un'importante riflessione sulla nostra società e sulla straordinaria vita di uomo e diplomatico del Regno dei Savoia; quel De Maistre che ancora oggi ha molto da insegnarci e molto su cui far riflettere l'opinione pubblica. L'Anti-cattolicità rivoluzionaria degli illuministi traspare sempre marginalmente in secondo piano, di contro è essenziale per capirne il vero significato estrinseco di un nuovo mondo che si affermava in cui "Dio è morto", perché ucciso dall'uomo stesso.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1578064392120{padding-bottom: 15px !important;}"]Joseph de Maistre a fronte della Rivoluzione[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giorgio Enrico Cavallo del 04-01-2020[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1581164838232{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Joseph-Marie de Maistre nasce a Chambéry, in Savoia, il 1° aprile 1753, da François-Xavier (1705-1789), magistrato, e dalla nobile Christine Demotz (1722-1774). È primogenito di dieci figli. Joseph non è dunque nato nobile: il padre viene nobilitato soltanto nel 1778 per i servigi resi alla corona, e creato conte. Il giovane Joseph studia giurisprudenza a Torino e inizia l’attività di magistrato nella sonnolenta Chambéry, città periferica di un regno periferico, lontana dai fermenti della cultura e della politica del suo secolo.
[caption id="attachment_11727" align="aligncenter" width="1000"] Joseph-Marie, conte di Maistre (1753-1821) era un filosofo, scrittore, avvocato e diplomatico savoiardo di lingua francese che sosteneva la gerarchia sociale e la monarchia nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione francese.[/caption]
Una delle rare forme di intrattenimento era la locale loggia massonica di rito inglese dei Trois Mortiers, della quale entrò a far parte nel 1774. Cattolico osservante e fedele, De Maistre entrò in massoneria un po’ per curiosità, ma soprattutto per cercare di ristabilire tramite il suo formidabile apparato una restaurazione cristiana nel mondo, concetto che ingenuamente esprime nella celebre Memoria al Duca di Brunswick del 1782.
Pochi anni dopo, nel 1786, sposa la nobile Françoise-Marguerite de Morand, che gli darà tre figli. Due anni dopo, nel 1788, entra a far parte del Senato. Allo scoppio della Rivoluzione francese, nel 1789, ritiene che i prodromi del movimento in Francia facciano ben sperare per una riforma dell’Ancien Régime positiva; giudizio che egli stesso smentirà poco dopo, grazie anche alla lettura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, del 1789, e delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, del 1790, di Edmund Burke (1729-1797). Da quella data, De Maistre comprese l’urgenza di schierarsi contro il mostro rivoluzionario; mostro che, nel 1792, invase la Savoia costringendolo all’esilio in Svizzera. Tutta la sua vita fu caratterizzata dallo scontro con la Rivoluzione, che scosse profondamente anche la sua famiglia: con l’occupazione francese egli riparò ad Aosta, intendendo offrire il proprio servizio a Vittorio Amedeo III. Ad Aosta fu raggiunto dalla notizia che, per mantenere i propri beni, sarebbe stato costretto a prestare giuramento a Chambéry alla Repubblica. Egli rifiutò. La moglie, incinta ed all’ottavo mese, pensò che se suo marito rifiutava, lei poteva comunque sperare di salvare qualcosa: si recò pertanto in Savoia valicando le Alpi pur nella sua condizione. Fu raggiunta dal marito, il quale temeva di trovarla morta; davanti al Consiglio municipale di Chambéry, chiese conto dei suoi beni rifiutando di prestare giuramento e di sottoscrivere una elargizione alla causa repubblicana per sostenere la guerra. Come è facile immaginare, non ottenne nulla; da ciò, ebbero origine molte delle traversie e delle difficoltà economiche della sua famiglia.
Povero, abbandonato ma fiero per essere rimasto fedele ai suoi ideali, De Maistre riparò a Losanna, dove visse tre anni. Qui, nel 1797, diede alla luce l’opera che gli diede fama internazionale: le Considerazioni sulla Francia. Val bene partire da questo testo famoso per analizzare il pensiero del Savoiardo. De Maistre è convinto del ruolo determinante giocato da Dio nella storia umana. Ne è una prova la Rivoluzione, che egli identifica come una necessaria “purga” attraverso la quale deve passare il mondo. «Non sono gli uomini che guidano la Rivoluzione, ma la Rivoluzione che guida gli uomini», sosteneva nelle Considerazioni sulla Francia. E la motivava: «Questa frase significa che la Divinità non si era mai chiaramente mostrata in alcun avvenimento umano. Se, invece, impiega i più vili strumenti, è perché punisce per generare». De Maistre affermerà ancora questo concetto anni dopo, in occasione della ritirata napoleonica dalla Russia: «Gli uomini più irreligiosi sono colpiti da questa spaventosa catastrofe. Quanto a me, credo che mai Dio abbia detto agli uomini con voce più alta e più chiara: SONO IO»1.
De Maistre diventa allora il portavoce della Contro-Rivoluzione; che non è una “rivoluzione al contrario”, come si potrebbe facilmente pensare, ma “il contrario della Rivoluzione”. In lui, che ha compreso l’importante momento storico e il ruolo che l’uomo e Dio hanno nella storia, la Rivoluzione non sembra soltanto una mostruosità, ma anche un nemico da combattere con diversi canoni. Non con una Rivoluzione alla Rivoluzione, bensì con una ferma opposizione, basata sui princìpi che hanno, da sempre – e non soltanto nell’Antico Regime – guidato l’azione dell’uomo.
[caption id="attachment_11729" align="aligncenter" width="1000"] Joseph-François-Marie De Martinel, dipinto di Chambéry intorno all'anno 1780, a quel tempo città del Regno di Sardegna, oggi dipartimento della Savoia, Francia.[/caption]
Si può dunque definire il filosofo sabaudo un sovranista? L’aggettivo è sicuramente fuori luogo, ma provocatorio: perché De Maistre è senza dubbio il più alto rappresentante dell’alleanza trono-altare. Ebbe a dire: «Ovunque vediate un altare, lì c’è una civiltà»2. Dunque, è la religione che legittima la sovranità: «Il sacro dei re si lega alla stessa radice»3. De Maistre è convinto che le grandi istituzioni politiche sono perfette e durevoli nella misura in cui l’unione della politica e della religione vi si trova più perfetta»4. È quindi questo che lui vede nella sovranità, che è data da Dio e per Dio; tanto più un popolo, come quello romano, si allontana dalla religione, tanto più esso perde la sua ragion d’essere e, naturalmente, si infiacchisce e scompare dalla storia. E quando un popolo manca di rispetto al re? Quando, addirittura, lo caccia o lo uccide?
Infatti dal suo "Considerazioni sulla Francia" si evince come: «Ora, tutti i delitti nazionali contro la sovranità sono puniti senza ritardo ed in una maniera terribile; è questa una legge che non ha mai avuto alcuna eccezione. Pochi giorni dopo l’esecuzione di Luigi XVI, qualcuno scrisse sul Mercure Universel: "Forse non sarebbe stato necessario idi andare tant’oltre; ma, poiché i nostri legislatori han preso l’avvenimento sotto la loro responsabilità, riuniamoci attorno ad essi: estinguiamo tutti gli odii, e più non se ne parli". Benissimo: sarebbe stato forse meglio non assassinare il re, ma poiché ormai è cosa fatta, non se ne parli più e diventiamo tutti buoni amici. Che demenza! Shakespeare ne sapeva un po’ di più, quando diceva: "La vita di ogni individuo è preziosa per sé; ma la vita da cui tante vite dipendono, quella cioè dei sovrani, è preziosa per tutti. Un delitto fa forse sparire la maestà reale? Nel posto che ella occupava, si forma uno spaventevole abisso, e vi si precipita tutto ciò che lo circonda". Ciascuna goccia del sangue di Luigi XVI ne costerà dei torrenti alla Francia; forse quattro milioni di francesi pagheranno con le loro teste il gran delitto nazionale di una insurrezione antireligiosa ed antisociale, coronata da un regicidio»5.
Sullargomento religioso abbiamo già denotato l’importanza cruciale che De Maistre riserva alla religione. «Ogni istituzione immaginabile poggia su un’idea religiosa, altrimenti non è che transitoria», scrisse nell’Essai. La grande colpa del secolo XVIII è stata quella di frapporre la scienza a Dio, usandola contro l’autore della natura e contro la religione. Si affermò che non si poteva fare lavoro scientifico senza negare la religiosità, laddove invece la religione non esprime ostilità nei confronti della scienza6. De Maistre avverte il pericolo di essere abbruttiti dalla scienza, qualora questa prenda il sopravvento sulla religione, che deve essere necessariamente al primo posto: «se non si torna alle antiche massime, se l’educazione non è restituita al clero, se la scienza non è collocata da per tutto al secondo posto, i mali che ci aspettano sono incalcolabili: saremo abbruttiti dalla scienza, ed è l’ultimo grado dell’abbruttimento»7. Si può ben dire che il filosofo di Chambéry anticipi, con questa affermazione, quanto avvenuto realmente negli anni a venire.
[caption id="attachment_11730" align="aligncenter" width="1000"] Ernest Henri Dubois, Memoriale a Joseph e Xavier de Maistre in bronzo. In basso vi è la rappresentazione femminile della Savoia, terza statua andata perduta. Castello di Chambery, Francia, 1899.[/caption] De Maistre nutre, infine, una forte sfiducia nei confronti delle costituzioni scritte. È necessario, secondo il Savoiardo, un elemento di santità e di immutabilità che le leggi scritte non danno: serve in altre parole, constatare che il diritto è «già dato» all’uomo, e non è l’uomo che lo crea8. Lo si osserva dal momento che si constata che più leggi si scrivono, più le istituzioni sono deboli: l’elefantiasi legislativa nuoce grandemente tanto al diritto pubblico quanto alle tradizioni religiose. L’esempio, nuovamente, si trova nella Rivoluzione: «Il legislatore somiglia al Creatore: non lavora tutto il tempo; mette al mondo e poi si riposa […]. Se la perfezione fosse alla portata della natura umana, ogni legislatore parlerebbe una volta sola; ma benché tutte le nostre opere siano imperfette, e benché il sovrano sia obbligato, man mano che le istituzioni politiche si corrompono, a venire in loro soccorso con nuove leggi, pur tuttavia la legislazione umana può avvicinarsi al suo modello grazie a quell’intermittenza di cui ho appena parlato. […] Osservate i lavori delle tre assemblee nazionali di Francia, che numero prodigioso di leggi! Dal primo luglio 1789 all’ottobre 1791, l’Assemblea nazionale ne ha fatte 2557; L’assemblea legislativa, in undici mesi e mezzo, ne ha fatte 1712. La Convenzione nazionale, dal primo giorno della repubblica al IV brumaio dell’anno IV (26 ottobre 1795) ne ha fatte, in 57 mesi, 11210. Totale 15479. Dubito che le tre dinastie dei re di Francia abbiano mai prodotto una collezione così abbondante. […] Perché tante leggi? Perché non c’è nessun legislatore. Che hanno fatto da sei anni a questa parte i pretesi legislatori? Niente, giacché distruggere non è fare9.
Tra il 1797 al 1798, De Maistre visse a Torino. Fu un soggiorno breve: nel dicembre 1798 le truppe francesi occuparono la capitale sabauda e il conte dovette trasferirsi momentaneamente a Venezia. Vi arrivò dopo una perigliosa traversata sul Po, nella quale l’imbarcazione rischiò più volte di affondare. Giunto a Venezia salvo ma povero, vendette tutti gli oggetti d’oro per sostenere la sua famiglia10. Vi rimase poco: quando giunse notizia, nella primavera 1799, che Suvorov stava sconfiggendo i francesi in Piemonte, De Maistre tornò in patria ma non vi trovò il suo re, Carlo Emanuele IV, che si era fermato a Firenze per ordine dell’esercito austriaco. Carlo Emanuele, dal suo soggiorno fiorentino, decise di sollevare il conte della sua situazione di misero esule assegnandogli il compito di reggente di Sardegna, vale a dire primo magistrato dell’isola, con il non disprezzabile appannaggio di 20mila lire11. Alla fine del 1799 l’arrivo della corte sabauda a Cagliari rese il suo ruolo più importante (ed ingombrante) che mai. Va premesso: De Maistre detestava la Sardegna, così come non ebbe particolare amore per la sua natia Savoia. Scrisse, anni dopo: «Nulla può togliermi dalla testa l’idea fatale di non essere affatto l’uomo giusto per Sua Maestà, in qualunque modo io mi comporti. Qualche volta, nei miei sogni poetici, immagino che la Natura mi abbia un tempo portato nel suo grembo, da Nizza in Francia, che abbia fatto un passo falso sulle Alpi (ben scusabile da parte di una donna anziana) e che io sia caduto dritto su Chambéry. Bisognava spingersi fino a Parigi o almeno fermarsi a Torino, dove io mi sarei formato. Ma l’irreparabile sciocchezza risale al 1° aprile 1754. Riconosco in me stesso non so quale elemento gallico che non mi mette in armonia con il nostro Gabinetto, verso cui nutro il dovuto rispetto»12.
In Sardegna egli si sentì come un recluso. I costumi e gli abitanti dell’isola gli risultarono insopportabili. «Nessuna razza umana è più estranea a tutti i sentimenti, a tutti i gusti, a tutti i talenti che onorano l’umanità. Sono vili senza essere obbedienti e ribelli senza essere coraggiosi […]. Il Sardo è più selvaggio del selvaggio, perché il selvaggio si limita a ignorare i lumi, il Sardo li odia. Egli è sprovvisto del più bell’attributo dell’uomo, la perfettibilità»13. A cavarlo dall’impiccio e da quel luogo da lui aborrito ci pensò Carlo Felice, che convinse il re suo fratello a destinarlo all’ambasciata sarda a Pietroburgo, rimasta vacante. Era il 7 settembre 180014.
Il 29 aprile 1803, dopo un disastrato viaggio durato oltre due mesi, Joseph de Maistre entrava in Russia passando il confine a Brest Litovsk. Era accompagnato da un solo domestico ed era diretto a Pietroburgo, città che lo avrebbe ospitato forse più a lungo di ogni altra nel corso della sua vita (ben 14 anni). La capitale del Nord fu per De Maistre una prigione. A mandarlo in Russia era stato il governo sabaudo, nella fattispecie Carlo Felice, fratello del re Vittorio Emanuele I, che detestava De Maistre e che intendeva levarselo dalle scatole.
Egli giunse a Pietroburgo il 13 maggio. Città d’arte, europea in mezzo all’ultimo avamposto dell’Asia, doveva suscitare poche emozioni nel filosofo sabaudo, che vi soggiornò povero e triste, al freddo in un appartamento di second’ordine (passò un inverno senza nemmeno una pelliccia15), costretto a licenziare anche il domestico per le sue ristrettezze economiche. Egli sopportò tutto questo in nome del suo re, che pure non lo aveva in stima, e per la sua famiglia, che egli poteva sostenere soltanto accettando questo ingrato incarico. «Io non so – scrisse – io non so cosa sia la vita di uno scellerato: non lo sono mai stato; ma la vita di un onest’uomo è abominevole»16.
In patria lasciava la sua famiglia, tanto amata. «Io leggo, scrivo, impiego ogni sforzo per stordirmi, per stancarmi, se fosse possibile. Terminando le mie monotone giornate, mi getto sopra un letto, ove il sonno che invoco non è sempre compiacente. Allora, pensieri strazianti sulla mia famiglia vengono a lacerarmi. Mi pare di sentir piangere a Torino: faccio mille sforzi per raffigurarmi la fisionomia di questa fanciulla di dodici anni, che non conosco. Vedo quest’orfanella di un padre vivente. Chiedo a me stesso se un giorno dovrò conoscerla»17. De Maistre si riferiva a Costanza, la figlia ultimogenita, che egli conobbe soltanto nel 1814, al suo ritorno in patria.
A Pietroburgo De Maistre scalpitava. Si sentiva ingiustamente isolato e, consapevole del suo genio, credeva di essere penalizzato oltremodo nel rimanere in una città sì capitale di un grande impero, ma anche periferica, scomoda, lontana dalla Storia con la S maiuscola. Proprio quella Storia gli offrì, nel 1812, l’incredibile occasione di essere spettatore diretto di uno degli avvenimenti più tragici della sua epoca: l’invasione napoleonica della Russia. Ma, nell’attesa di ciò, De Maistre non perse tempo e arrivò a scrivere a Napoleone avendo l’ardire di chiedergli un abboccamento. Per maggior gloria della Casa di Savoia, si capisce, al fine di sostenere la causa del suo re a Parigi (ed uscire dalla “prigionia” russa). A Cagliari, non appena si seppe del memoriale che egli aveva scritto al Bonaparte, la reazione non fu di gratitudine, bensì di piccato risentimento. De Maistre, già insopportabile agli occhi di Carlo Felice e poco amato da Vittorio Emanuele I, venne etichettato con l’antipatica definizione di traditore.
Traditore no, ma smanioso di mostrare al mondo il suo genio, questo sì. E smanioso, soprattutto, di servire la causa della contro-rivoluzione. Già ammirato nei salotti di Pietroburgo e capace di ammaliare il pubblico, specialmente quello femminile, Joseph de Maistre riuscì ad essere finalmente ascoltato dallo zar Alessandro I. Carezzò il sogno di diventare una sorta di “eminenza grigia” della Russia. L’entourage dello zar, però, guardava con sospetto il conte, fiero esponente della cattolicità ed accusato di aver convertito alcuni dei beni nomi della nobiltà russa. Alessandro I lo sfruttò, assegnandogli una rendita di 20mila rubli, speranzoso che avere dalla sua il più noto esponente della reazione cattolica gli valesse l’appoggio del papa. Poi, vinto Napoleone, avrebbe in fretta disconosciuto i rapporti con l’ambasciatore sardo, già per altro messo in un angolo dal suo stesso governo con l’infamante ed esagerata accusa di tradimento.
In Russia, De Maistre lavorò al suo più corposo e celebre lavoro, le Serate di San Pietroburgo, opera filosofica scritta in forma di dialogo tra tre personaggi, poderosa prova di dialettica e di capacità retorica. Sullo sfondo, una Pietroburgo che guardava con il cannocchiale gli avvenimenti del mondo e il genio distruttore di Napoleone. Genio che De Maistre conobbe in prima persona nel 1812, quando l’imperatore dei francesi invase la Russia zarista. Inizialmente, il filosofo savoiardo ritenne folle la ritirata del generale Kutuzov. Quando Napoleone entrò in Mosca, lanciò il suo più alto grido di dolore: «Da venti anni vedo gli imperi cadere uno dopo l’altro, senza avere neppure l’idea di ciò che bisognerebbe fare per salvarsi»18. La caduta della Russia significava la fine dell’ultimo baluardo del mondo di Ancien Régime. Ma, ripresa la sua lucidità, De Maistre osservava che Napoleone era in grande pericolo a Mosca: «[…] sono molto lontano dal credere che la situazione sia così disperata. Napoleone ha creduto di poter firmare la pace a Mosca ma si è sbagliato; la Russia tiene bene, la sua armata cresce di giorno in giorno, alcune armate minori, ma tuttavia consistenti, si gettano sulle linee di collegamento dei francesi; diventa quindi molto pericolosa, e secondo tutte le leggi della probabilità, bisogna scommettere contro di lui. So bene che anche un grande giocatore di dadi deve immancabilmente, in un momento come questo, tirar fuori dal fondo del suo bussolotto qualche tiro straordinario, perciò non garantisco niente; ma dico che è in grandissimo pericolo»19. L’implosione dell’esercito francese, letteralmente scomparso nel terribile inverno russo, non poté non suscitare una viva impressione nel filosofo sabaudo che, come a suo tempo aveva letto nella Rivoluzione qualcosa di satanico – e di “purga” divina – così adesso leggeva nell’incredibile evento una chiara firma di Dio. Il passo è già stato citato e val bene ripeterlo, perché ferma era la convinzione di De Maistre dell’azione di Dio nella Storia: «Gli uomini più irreligiosi sono colpiti da questa spaventosa catastrofe. Quanto a me, credo che mai Dio abbia detto agli uomini con voce più alta e più chiara: SONO IO»20.
La fine di Napoleone significò anche la fine dell’ambasciata di De Maistre a Pietroburgo. Il governo di Torino lo richiamò in patria. Nonostante tutto, in Russia il Savoiardo si era trovato bene; aveva avuto un momento di gloria presso la corte di Alessandro I, suo fratello Xavier aveva avuto un importante incarico nell’ammiragliato, suo figlio Rodolfo aveva servito lo zar nell’esercito. Lui stesso si era fatto naturalizzare russo, benché non avesse mai visitato il paese (del quale conosceva la sola capitale) e nonostante il fatto non avesse imparato una parola di russo. Tutto questo, il governo sabaudo gli aveva perdonato; ma a Torino, ora tornata capitale del Regno di Sardegna, non potevano digerire il sogno malcelato del conte di diventare esponente della Reazione europea. Sapevano che De Maistre scalpitava, che aveva intrattenuto rapporti con la Francia e con lo zar, allo scopo di diventare il nume della contro-rivoluzione cattolica. Sapevano che il Savoiardo detestava l’isolamento nel quale era tenuto, e che alla prima occasione buona avrebbe fatto le valigie e se la Francia di Luigi XVIII – come lui sperava – lo avesse chiamato ad essere plenipotenziario e demiurgo della Reazione, lui sarebbe stato pronto. Per la placida monarchia di Savoia, avere un ministro del genere era troppo: il 27 marzo 1817 De Maistre si imbarcò sulla Neva diretto a Torino. aveva finito la sua missione, sostituito quando la Russia aveva vinto e si apprestava a diventare attore di primo piano sulla scena mondiale.
Messo da parte dal suo governo che non lo mandò al Congresso di Vienna, De Maistre soffrì negli ultimi anni constatando che, in tutta la sua carriera, non gli era riuscito altro che diventare l’ambasciatore di un regno di secondaria importanza in una capitale periferica, ingiustamente dimenticato. Cercò comunque di portare giovamento alla Casa Savoia, evidenziando come il suo destino dovesse essere legato a quello dei popoli italiani. Scrisse al segretario del re: «Io non cesserò di ripeterlo, signore, le sciagure di Casa Savoia non saranno mai deplorate abbastanza; ma poiché la Provvidenza ha voluto che ciò avvenisse, bisogna desiderare che in una rifusione generale degli Stati europei questa sovranità piemontese sia interamente dimenticata, e che non si occupino più che dell’idea più vasta di una sovranità italiana fra la Francia e l’Austria»21.
In un dispaccio del 1804, negli anni di maggior fulgore dell’astro napoleonico, egli sapeva già vedere che per la Casa Savoia il maggior pericolo veniva dagli Asburgo e non dai Bonaparte. «La dinastia di Savoia non ha altro nemico essenziale e naturale che Casa d’Austria; noi dobbiamo dunque cercare principalmente un appoggio contro l’Austria, e non possiamo trovarlo che nella Francia»22. Sembra l’anticipo dell’esperienza risorgimentale di mezzo secolo dopo.
Avvertì il cambiamento in arrivo? Si può rispondere, affermando che comprese senza dubbio che il “suo” mondo era finito. E, con esso, il senso stesso della storia. Per De Maistre, il senso della storia deve essere cercato nella continuità. Continuità tra passato e presente, spezzata dall’esperienza demoniaca della Rivoluzione. «Il compimento dell’atto sacrilego della Rivoluzione significa la fine dell’Europa»23. «Muoio con l’Europa», avrebbe scritto De Maistre, prima di morire, all’amico Louis de Bonald; aggiungendo, però, con amara soddisfazione «ma sono in buona compagnia»24.
 
Note:
1 J. DE MAISTRE, Napoleone, la Russia, l’Europa, dispacci da Pietroburgo 1811-1813, Donzelli, Roma, 1994; Lettera da S. Pietroburgo 17-29 dicembre 1812, p. 196.
2 J. DE MAISTRE, Le Serate di San Pietroburgo, Fede&Cultura, Verona 2014, p.86.
3 J. DE MAISTRE, Scritti politici (Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche; Studio sulla sovranità), Cantagalli, Siena, 2000, XXXI, pp. 69.
4 J. DE MAISTRE, Scritti politici, op. cit., p. 158.
5 J. DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Napoli 1828, II.
6 D. FISICHELLA, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2015, p. 32.
7 J. DE MAISTRE, Scritti politici, op. cit. p. 77.
8 D. FISICHELLA, op. cit., p. 84.
9 J. DE MAISTRE , Considerazioni, op. cit., VII.
10 G. SAREDO, Giuseppe de Maistre, Torino, Utet, 1860, p. 27.
11 Prefazione di E. GALLI DELLA LOGGIA, in: J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., p. XIV.
12 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 1-13 ottobre 1812, p. 123.
13 Cit. in. GALLI DELLA LOGGIA, Napoleone ecc., op. cit., p. XIV.
14 Galli della Loggia, p. XIV.
15 G. Saredo, op. cit. p. 66.
16 G. Saredo, op. cit. p. 67.
17 G. Saredo, op. cit. p. 65.
18 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 11-23 settembre 1812, p. 116.
19 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Dispaccio 1-13 ottobre 1812, p. 121.
20 J. DE MAISTRE, Napoleone ecc., op. cit., Lettera da S. Pietroburgo 17-29 dicembre 1812, p. 196.
21 G. Saredo, op. cit. p. 48-49.
22 G. Saredo, op. cit. p. 53.
23 Fisichella, p. 145.
24 Fisichella, p. 145.
 
Per approfondimenti:
_D. FISICHELLA, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2015;
_J. DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Napoli 1828;
_J. DE MAISTRE, Napoleone, la Russia, l’Europa, dispacci da Pietroburgo 1811-1813, Donzelli, Roma, 1994;
_J. DE MAISTRE, Scritti politici (Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche; Studio sulla sovranità), Cantagalli, Siena, 2000;
_J. DE MAISTRE, Le Serate di San Pietroburgo, Fede&Cultura, Verona 2014;
_G. SAREDO, Giuseppe de Maistre, Torino, Utet, 1860.
 
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Nelle memorie di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte (1769 - 1821) dettava alcuni suoi ricordi sull’oggi dimenticato esercito di Condé: «Dipendevano dai nostri nemici, è vero; ma combattevano per la causa del loro Re. La Francia ha dato la morte alla loro azione e le lacrime al loro coraggio; ogni dedizione è eroica»1. La rivoluzione francese ha reciso l’equilibrio sociale e politico non solo dell’antico Regno di Francia, ma successivamente di tutta l’Europa. Per tale motivazione la rivoluzione riscuote da sempre grande attenzione. Tale approfondimento si estende meno per i numerosi oppositori al regime dei giacobini.
[caption id="attachment_11696" align="aligncenter" width="1000"] Jean-Baptiste-Jacques Augustin, Bildnis Louis Joseph de Bourbon, Prince de Condé, 1790 - tempera e acquerello su avorio. Louis Joseph de Bourbon (9 agosto 1736 - 13 maggio 1818) fu Principe di Condé dal 1740 alla sua morte. Membro della Casa di Borbone, ricoprì il prestigioso grado di principe di sangue.[/caption]
Tra questi, gli eserciti degli emigrati sono di particolare interesse, come giustamente afferma lo storico francese Jean Tulard (1983): «La controrivoluzione non era solo ideologica [...], ma [...] era anche – e forse soprattutto – militare»2. Ma da chi era composto questo esercito di emigrati? Nato in seguito alla Rivoluzione francese e composto da nobili e truppe rimaste fedeli alla precedente istituzione monarchica, erano coloro che letteralmente emigrarono fuori dalla Francia, a partire dalla presa della Bastiglia, sfuggendo a morte certa: si stimano 140.000 persone fuggite dal suolo francese.
Così ci ricorda la magiara Emma M. R. M. J. B. Orczy (1865 - 1947) sulla questione, nella sua opera celebre “La primula rossa”: «Quegli aristocratici erano così stupidi! Erano tutti traditori del popolo, naturalmente, uomini, donne e bambini discendenti dai grandi uomini che dal tempo delle Crociate avevano fatto la gloria della Francia: la sua antica noblesse. [...] Ogni aristocratico era un traditore, come i suoi antenati prima di lui: per duecento anni il popolo aveva sudato e faticato e patito la fame per mantenere una corte libidinosa nel lusso e nell'abbondanza; ora i discendenti di coloro che avevano contribuito allo sfolgorio di quella corte dovevano nascondersi o fuggire per evitare la tardiva vendetta dei loro sudditi. E infatti tentavano di nascondersi e di fuggire: tutto il divertimento stava proprio lì. [...] ce n’erano di tutti i generi: ci-devant conti, marchesi, persino duchi, che volevano fuggire dalla Francia, raggiungere l’Inghilterra o qualche altro paese altrettanto maledetto, e lì tentare di radunare un esercito per liberare gli sventurati prigionieri del Tempio, che un tempo si chiamavano sovrani di Francia»3.
L’esercito reclutava privatamente i soldati, spesso tra i realisti delle truppe repubblicane francesi, per rimpolpare e costituire i reparti. A livello storico parteciparono alle “guerre rivoluzionarie francesi” (1792 – 1802), suddivise in guerra della prima coalizione (1792 - 97), che terminò con il trattato di Campoformio e dei conflitti della seconda coalizione (1798 - 1802). Le ostilità cessarono ufficialmente col Trattato di Amiens (1802). Gli eventi militari successivi vengono storicamente indicati come guerre napoleoniche.
L’esercito degli emigrati fu sostenuto e finanziato dalle potenze Trono e Altare coalizzate contro l’auto-costituitasi nazione di Francia, e da fondi privati recuperati dagli stessi prìncipi dell’esercito, provenienti dai loro patrimoni in patria. Esisteva difatti un’eterogenesi dei fini con le potenze monarchiche europee, le quali erano interessate non solo a contenere la rivoluzione, ma a distruggerla e ripristinare il legittimo regnante: Luigi XVI, imprigionato nella Torre del Tempio il 13-08-1792 a Parigi. Tale veduta era quantomeno allineata con le quinte colonne nobiliari interne al paese francese, come quelle che combatterono la Guerra di Vandea (1793 e seguenti) dell’Esercito cattolico e reale del generalissimo Jacques Cathelineau (1759 - 1793).
Difatti il 10 marzo 1793 la Convenzione, per contrastare le Monarchie Europee a cui aveva dichiarato guerra, aveva approvato la legge sul reclutamento di 300.000 uomini che, applicata in modo arbitrario con un sistema di designazione iniquo e confuso e con la requisizione diretta con premio di arruolamento, fu la causa scatenante dell’estesa insurrezione cattolica e realista in Vandea che mise in ulteriore grave pericolo la Rivoluzione. Provocata soprattutto dalla catastrofe economica e dalle misure anticattoliche adottate, la rivolta vandeana si diffuse tra la popolazione umile clericale e realista e fu guidata da leader popolari e da nobili. Lo stesso Jules Verne, ce ne fornisce un ricordo: «I contadini dell’Ovest non si erano commossi né per la proscrizione dei nobili, né per la morte di Luigi XVI; tuttavia la dispersione dei loro preti, la violazione delle loro chiese, l’insediamento dei parroci giurati nelle parrocchie e, finalmente, quest’ultima misura della coscrizione, li spinsero all'estremo. “Visto che dobbiamo morire, moriamo a casa nostra”! esclamarono. Si avventarono contro i commissari della Convenzione e, armati di soli bastoni, misero in rotta la milizia di posta, al fine di evitare che dei disordini potessero turbare le operazioni di sorteggio. Quel giorno incominciava la guerra di Vandea; il nucleo dell'esercito cattolico e realista si formava sotto la direzione del carrettiere Cathelineau e del guardacaccia Stofflet»4.
La nobiltà francese era già divisa prima della rivoluzione, grazie all’ala dei nobili che desideravano una monarchia costituzionale. Tali linee divisorie non si spensero subito: da un lato vi furono così gli “eserciti dei prìncipi”, formati dai fratelli e parenti più prossimi a Luigi XVI e dai loro cortigiani; dall’altro “l’esercito dei prìncipi di Condé”, membri della casa reale francese, che però erano al di fuori dalla cerchia interna del Re Luigi XVI.
Il primo esercito, formato di nobili della corte, non era un esercito di militari ed era abituato ad ottenere i gradi in base al rango nobiliare. Carlo Ferdinando d’Artois, Duca di Berry (1778 - 1820) era uno dei leader del movimento, così come il clan del duca Jules François Armand de Polignac (1746 - 1817). Ciò portò all’incapacità di svolgere un ruolo autonomo durante la breve campagna campale che vide questo esercito protagonista.
[caption id="attachment_11697" align="aligncenter" width="1000"] Henri-Pierre Danloux, Charles Ferdinand d'Artois (1778 - 1820), duca di Berry (particolare del dipinto ad olio). Uno dei comandanti dell'armata dei prìncipi che si sciolse nel 1792.[/caption]
I prìncipi francesi dovevano essere divisi in tre corpi d’armata: un primo sotto il comando del principe di Condé, destinato a entrare in Francia attraverso l’Alsazia e ad attaccare Strasburgo; un secondo denominato “dei prìncipi”, sarebbe stato al seguito del re di Prussia, per fare il suo ingresso in Francia passando dalla Lorena, ed entrare direttamente su Parigi; e il terzo corpo d’armata, quello del principe di Borbone, figlio di Condé, che sarebbe dovuto penetrare attraverso i Paesi Bassi e attaccare Lille dalle Fiandre.
Con appena 10.000 uomini, alle spalle dell’esercito di Brunswick, contribuiranno passivamente al tentativo di invasione prussiana dello Champagne. A guidare le operazioni militari vi fu il marchese Charles Eugène Gabriel de La Croix de Castries (1727 - 1801) insieme al maresciallo Victor-François de Broglie (1718 – 1804). Questo corpo sarà licenziato il 24 novembre del 1792, due mesi dopo la vittoria francese a Valmy (20-09-1792) che contribuì allo smantellamento dell’esercito, il quale non brillò per operatività, né per capacità militare.
Il secondo esercito, quello del principe di Condé, che attrasse meno uomini e non tutti di antica nobiltà, possedeva diversamente militari di carriera, fedeli all’ideale monarchico. Efficiente e temerario ebbe una vita molto più lunga ed autonoma, diventando una forza professionale mercenaria al soldo delle potenze più ostili al nuovo regime, pur con una sua propria agenda politica reazionaria. Così lo ricorda François-René de Chateaubriand (1768 – 1848): «ero ansioso di incontrarmi con i miei pari, degli emigrati come me, con seicento lire di rendita. Eravamo proprio stupidi, senza dubbio, ma almeno la nostra vecchia spada la tenevamo sguainata, e se avessimo ottenuto dei successi, non è a noi che la vittoria avrebbe portato profitto. [...] Andavo a raggiungere quegli uomini di guerra che mettono la loro gloria in simili imprese, per diventare uno di loro»5.
Dopo il Trattato di Campoformio (1797), l’Austria sospese le ostilità con la Francia: l’armata del principe Condé riuscì a non smobilitare, passando al servizio di varie nazioni fino al trattato di Lunéville (1801), scioltasi solo l’anno successivo con la pace tra Francia e Gran Bretagna. Molti membri di questo esercito militarono poi negli schieramenti prussiano e russo, diventando parte delle rispettive nobiltà. Altro indimenticabile episodio narratoci nelle monumentali Memorie D’Oltretomba del visconte Chateaubriand: «Fra Coblenza e Treviri, m’imbattei nell’esercito prussiano: tiravo diritto lungo la colonna quando, giunto all’altezza delle guardie imperiali, mi accorsi che marciavano in ordine di battaglia, con tanto di artiglieria in linea; il re e il duca di Brunswick occupavano il centro del quadrato, composto dai vecchi granatieri di Federico. La mia uniforme bianca attirò lo sguardo del re; mi fece chiamare: sia lui che il duca di Brunswick si tolsero il cappello, e salutarono in me l’antico esercito francese. Mi chiesero il mio nome, quello del mio reggimento, dove andassi a raggiungere i prìncipi. Quest’accoglienza militare mi commosse: risposi emozionato che, essendo venuto a conoscere in America la sventura del mio re, ero tornato per versare il mio sangue al suo servizio. Gli ufficiali e i generali che circondavano Federico Guglielmo fecero un cenno di approvazione e il monarca prussiano mi disse: “Signore, i sentimenti della nobiltà francese si riconoscono sempre”. Si tolse di nuovo il cappello, e rimase a capo scoperto, immobile, finché non fui scomparso dietro alla massa di granatieri. Oggi si inveisce contro gli emigrati: sono tigri che straziavano il seno della loro madre; nell’epoca di cui parlo, ci si atteneva ai vecchi esempi, e la patria contava quanto l’onore. Nel 1792, la fedeltà al giuramento passava ancora per un dovere; oggi è divenuta così rara che la si considera una virtù»6.
[caption id="attachment_11698" align="aligncenter" width="1000"] Incisione di François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) scrive le sue memorie sul campo militare dell'armata dei prìncipi nel 1792. Sarà congedato con onore per alcune ferite riportate dopo l'assedio di Thionville.[/caption]
Grazie a questa sua maggiore durata, quasi tutti i reparti di maggiore successo degli eserciti dei prìncipi, oltre a diversi esponenti delle rivolte legittimiste in Francia, continuarono a combattere nell’esercito dei Condé (1792-1801), che fu il vero erede di tutte le armate degli emigrati francesi. Fu anche l’unico reparto che riuscì ad autofinanziarsi - grazie alle ricchezze dei nobili -, dove i comandanti si decurtarono la paga per favorire i subordinati e i soldati semplici7.
La nazione francese come vendetta verso gli emigrati, privava loro dei diritti civili e delle loro terre, le quali venivano vendute come beni nazionali. Sono decretati fuorilegge con decreti che prevedono la loro condanna a morte se tornano a mettere piede su suolo francese: parallelamente le loro famiglie vengono ricercate e perseguitate. Nel 1802 Napoleone, da Primo Console, decretò un’amnistia generale, dalla quale furono esclusi solo pochi generali dall’esercito di Condé.
Come per l’armata dei prìncipi, l’esercito di Condé conta tra i suoi ranghi alcuni aristocratici come suo figlio, Luigi VI Henri de Bourbon-Condé (1756 - 1830); Louis Antoine Henri duca d’Enghien (1772 - 1804); Armand-Emmanuel-Sophie-Septimanie de Vignerot du Plessis - duca di Richelieu (1766 - 1822); Pierre Louis Jean Casimir de Blacas d’Aulps - principe di Blacas (1771 - 1839); Claude-Antoine-Gabriel duca di Choiseul (1760 - 1838); Andrault Alexandre Louis - conte di Langeron (1763 - 1831); Cesare Carlo, duca di Damas-Antigny (1758 - 1829); François Dominique de Reynaud, conte di Montlosier (1755 - 1838); Louis-Gabriel-Ambroise, visconte di Bonald (1754 - 1840) e molti gentiluomini come il già citato Chateaubriand.
Inizialmente vi sono quasi più ufficiali che soldati: i primi diventano improvvisamente militari per devozione alla monarchia, ma è una truppa armata male: «Avevamo delle tende; quanto al resto, ci mancava tutto. I nostri fucili, di fabbricazione tedesca, erano armi di scarto spaventosamente pesanti che ci rompevano le spalle e spesso non erano in grado di sparare. Ho fatto tutta la campagna con uno di quei moschetti, e il cane non scattava»8.
Contrariamente l’elemento del coraggio e della devozione all’ideale non mancava affatto. Philippe-Jacques de Bengy de Puyvallée (1743 - 1823), ex deputato della nobiltà del baliato di Bourges, fuggito dalle prigioni rivoluzionarie, osservava nel novembre 1791: «Non c’è né lo schema di un vasto piano abilmente concepito, né un insieme dei dettagli, né connessione tra i rapporti, tutto è coperto dal velo della nudità totale… Comunque organizziamo la legione tutti i giorni e ho sentito che saremo in Francia al più tardi di gennaio a capo di 80.000 uomini»9.
L’esercito del principe Condé possedeva diversi ceppi linguistici francesi: quello normanno, il bretone, il picardo, l’alvernia, il guascone, il provenzale, e la linguadoca. Essi sognarono di riportare gli emigranti verso una patria in cui non avevano più il diritto di vivere, perché considerati “nemici di classe”. Tra le varie correnti interne all’esercito, dagli aristocratici Trono e Altare, a quelli più moderati semi-costituzionali vi erano molti “aristos” che credevano che qualsiasi cambiamento politico alla Francia rivoluzionaria giacobina andasse perpetrato. Difatti i principî del diritto naturale, appoggiati da numerosi esempi storici, ci portano alla riflessione che ogni governo quando non offre più garanzie alle leggi fondamentali della società, diventa il primo a trasgredire le leggi dell’equità e della giustizia, cessando di esistere e facendo tornare l’uomo al suo stato di natura: questo è quello che era accaduto in Francia. Dunque diveniva lecito difendersi come si poteva, ricorrendo ai mezzi che sembravano più adatti a rovesciare la tirannia e ristabilire i diritti di ognuno e un ordine sociale verticale.
L’esercito di Condé all’inizio combatte a fianco degli austriaci: gli 80.000 uomini promessi a Puyvallée sono in definitiva solo 20.000. Ansiosi di controllare strettamente i movimenti degli emigrati francesi, gli austriaci e i prussiani subordinano l’armata di Condé sotto il comando austriaco nel 1793.
Dopo questa quasi forzata inazione del 1792, l’esercito di Condé sfugge alla dissoluzione generale delle forze: di stanza a Baden, e successivamente a Villingen, i condeani rimangono per tutto l’inverno in attesa del loro destino. Il 25 gennaio 1793, l’armata partecipa al funerale in memoria del re Luigi XVI, nel frattempo giustiziato – con un processo farsa - quattro giorni prima a Parigi.
Tale funesto evento è significativo nel corpo armato: dopo la morte del Borbone, l’esercito adotterà una nuova fascia di seta al braccio sinistro, all’interno della quale venivano rappresentati tre fleur-de-lis neri al posto dell’unico giglio borbonico rappresentato nel 1792, di colore blu.
Alla fine, l’emissario del principe, il marchese di Ecquevilly Armand François Hennequin (1747- 1830), riuscì a convincere l’Imperatore austriaco a mantenere questo corpo nella sua paga dal marzo del 1793, senza fornire però l’assistenza dell’artiglieria e degli ospedali da campo. Condé diventa Generalfeldmarschall, suo figlio, Luigi VI Henri de Bourbon-Condé, Generalmajor. La maggior parte degli altri gradi militari interni all’esercito non viene riconosciuta. I soldati ricevono sette sous (francesi) al giorno. Condé riunisce la massa di stipendi (compresa la sua) e la distribuisce equamente tra tutti indipendentemente dal grado: una bella misura democratica per questo esercito di aristocratici.
[caption id="attachment_11700" align="aligncenter" width="1000"] Mostriamo tre miniature di ufficiali dell'armata di Condé (da sinistra a destra): François-Joseph Desvernois (pittore), Colonnello del reggimento dei Cavalieri della Corona Félix-Jean-Baptiste-Basile, visconte di Borne d'Altier (1752 - 1828) - 1797-98. Diametro 5,3×4 cm, in avorio, acquerello, guazzo; Maresciallo delle case del nobile reggimento a cavallo del duca di Berry, Charles-Michel-Elisabeth, Marchese di Borne d'Altier (1770 - 1812) -1797-98. Diametro 5,3×4 cm, in avorio, acquerello, guazzo; Charles Henard (pittore), ritratto del Conte di Baschi du Cayla (1747-1826) in abito del suo reggimento con spalline del colonnello, circa 1794. Diametro 85 mm, avorio, acquerello, tempera.[/caption]
Il corpo posto sotto l’autorità del maresciallo alsaziano conte Dagobert Sigmund von Wurmser (1724 – 97), si riorganizza in aprile sul modello militare austriaco. Si concorda che la divisione Condé non può superare i 6.000 uomini, e gli eventuali esuberi - come le 400 unità eccedenti, il giorno dell’accordo - saranno a carico personalmente del principe Condé. Gli eserciti Alleati della Prima Coalizione vedono nell’esercito del Sacro Romano Impero, in quello prussiano e britannico gli elementi principali del blocco.
Una delle prime battaglie campali è quella di Neerwinden il 18 marzo del 1793 che vide l’esercito repubblicano francese di Charles François Dumouriez attaccare un esercito della coalizione comandato dal principe Giosia di Sassonia-Coburgo-Saalfeld. Dopo aspri combattimenti i francesi concessero la sconfitta, ritirandosi dal campo: la posizione francese nei Paesi Bassi austriaci crollò rapidamente, ponendo fine alla minaccia per la Repubblica olandese e permettendo all’Austria di riprendere il controllo della sua provincia perduta. Segue il conflitto di Raismes che ebbe luogo l’otto maggio 1793: il marchese rinnegato de Dampierre riceve una sconfitta decisiva dal principe di Sassonia-Coburgo. Il 23 maggio 1793 per gli eserciti della Coalizione anti-francese arriva anche la vittoria nella battaglia di Famars; il 20 luglio, 23 e 28 dello stesso mese avviene la presa di Condé-sur-l’Escaut, Magonza e Valenciennes: la situazione per la Repubblica francese è critica.
Così all’inizio delle ostilità, il 19 agosto 1793, l’esercito di Condé cattura le cittadine tedesche Jockgrim, Wörth e Pfotz, lungo il Reno. Il contrattacco dei repubblicani avviene di notte, ma è respinto consentendo all’armata di Condé di impadronirsi dell’attuale cittadina francese di Hagenbach e di quella tedesca di Büchelberg: le perdite repubblicane dei “blue” sono pesanti, 3000 uomini e 18 cannoni lasciati sul campo. L’esercito degli aristocratici ha bagnato il campo con il primo sangue, tornando al compito originario dell’aristocrazia, ovvero quello dell’auto-affermazione sul campo di battaglia, elemento che grazie a Luigi XIV si era perso, poiché il Re Sole ambiva ad un controllo dei suoi “pari di sangue”, che andavano indeboliti con l’allontanamento subdolo dalla terra, dal popolo e dall’esercito. Come amava asserire Charette de la Contrie: «La nostra patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra Fede, la nostra terra. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disonore e irreligione? Per loro, sembra che la patria non sia che un’idea; per noi, è una terra. Loro, ce l’hanno nel cervello: noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. È vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e vogliono fondare sull’assenza di Dio. Si dice che siamo i fautori delle vecchie superstizioni… Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà»!
In questi giorni cruenti, il maggiore del Reggimento di nobili cacciatori, Jean-Baptiste Symon de Solémy (1746 - 1834) con appena 80 emigrati sequestra una ridotta, difesa da 300 repubblicani. Quest’ultimi si aspettano una terribile rappresaglia dei vincitori, ma de Solémy disse loro: «Ci avete tagliato la gola quando siamo stati abbastanza sfortunati da cadere nelle vostre mani; ma essendo noi fedeli ai principî di religione ed umanità di cui siamo veri osservanti; il principe Condé che ci comanda, mi ha ordinato di darvi tutto l’aiuto di cui avete bisogno».
[caption id="attachment_11701" align="aligncenter" width="1000"] Jean-Marie Evrare, Ippolito d'Espinchal dell'Ordine della Corona di Malta alla battaglia di Biberach - Olio su tela; 57×43 cm. Va da sé che questo lavoro deve essere visto con estrema cautela. D'Espinchal, ha in mostra delle spalline e una sciabola. È dipinto nella forma di un ufficiale minore del reggimento dei Cavalieri della Corona, sebbene durante il suo servizio nell'esercito di Condé non raggiunse il grado di ufficiale o ufficiale di basso rango. L'acconciatura corta dell'inizio del XIX secolo (dal maggio 1800), gli ornamenti d'oro delle rivolte e la croce di cavaliere maltese (ricevuta il 16 aprile 1807) testimoniano che questo ritratto è stato dipinto negli anni 1807-1809, prendendo anche in considerazione lo stile arcaico di lavoro provinciale caratteristico di quel tempo. Ma, prendendo in considerazione un attento studio dei dettagli, possiamo supporre che d'Espinchal durante questo periodo abbia ancora mantenuto oggetti dal suo reggimento.[/caption]
A favore dei francesi repubblicani arrivano solamente le vittoria nella battaglia di Hondshoote l’otto settembre e quella di Wattignies il 16 ottobre del 1793, lo stesso giorno in cui veniva ghigliottinata la regina francese Maria Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena (1755 - 1793).
Nel mezzo di queste due vittorie francesi arriva però la vittoria della coalizione nella battaglia di Wissembourg del 13 ottobre, dove il generale Wurmser lanciò un attacco vincente sulle linee nemiche.
Il primo dicembre 1793, il generale dei “blue” Jean-Charles Pichegru (1761 -1804) compie un attacco senza successo al centro del villaggio alsaziano di Berstheim, di fronte alla cittadina di Haguenau, occupata dall’esercito di Condé. Il giorno successivo, dopo un bombardamento dell’artiglieria, la fanteria repubblicana è impegnata nello scontro fratricida con i corrispettivi della legione nera di Mirabeau e del reggimento Hohenlohe diretta Ludwig Aloysius Joachim, principe di Hohenlohe-Waldenburg-Bartenstein (1765 - 1829). L’entrata nel villaggio, su quattro colonne, dello stesso principe di Condé sbaraglia la cavalleria repubblicana, che viene sconfitta e costretta alla rotta: vengono sequestrati sette cannoni e messo fuori combattimento circa 200 uomini della nuova nazione francese. Così ricorda il conte Signier del reggimento appiedato di Condé: «Il principe fermò immediatamente la nostra colonna, esitò per un momento nel farci andare avanti, ma vide il desiderio che avevamo per la carica e la colonna iniziò a muoversi. Senza sparare un colpo, camminando con la baionetta montata, assorbendo il fuoco dei plotoni dei “blue” e senza dare loro il tempo di ricompaginarsi, li seppelliamo sotto le nostre grida “Lunga vita al re”. La confusione iniziale si trasforma in terrore. Nello stesso istante, in cui tutti i ranghi vengono scompaginati e mentre gridano “Lunga vita alla nazione”, alcuni repubblicani lanciano le loro borse, altri i loro fucili, l’artiglieria abbandona i suoi pezzi, una rotta totale avviene nei battaglioni e ciascuno nella debacle si salva come può. Nel mentre, il duca di Borbone alla testa della nobile cavalleria e il duca d’Enghien alla testa dei cavalieri della Corona caricarono la cavalleria patriottica dei “blue”, la quale per proteggere la loro fanteria, era venuta a schierarsi di fronte al villaggio di Batzendorf . All’inizio l’ala destra tiene bene il campo e combatte molto duramente, ma l’ala sinistra è in rotta prima ancora di venire ai colpi. Presto anche l’ala destra fugge e la fuga fu tale che la cavalleria e la fanteria si ritirarono senza far nulla fino al momento in cui, dopo aver riguadagnato la cresta della montagna, si trovarono protetti da numerose artiglierie».
[caption id="attachment_11709" align="aligncenter" width="1000"] Johann Jakob Schillinger (1750-1829), Gli ufficiali della Legione di Mirabeau - 45x67 cm. Da sinistra a destra, i nomi degli ufficiali sono i seguenti: 1) il Marchese d'Aubonne, primo luogotenente dei granatieri comandato dal Barone de Corsac.; 2) un volontario della compagnia "la Générale" comandata dal capitano di Blaire; 3) un capo maresciallo della compagnia degli ulani comandato dal capitano di Bellerose; 4) M. il visconte di Mirabeau nell'uniforme dei cacciatori a piedi; 5) il suo unico figlio, di tre anni, capitano del "Generale a cavallo"; 6) Conte Vitré, capitano cornetta, comandante del corpo cavalleria; 7) Mr. Bernard, capitano assistente maggiore di cavalleria; 8) M. le Marchese de Garigand, tenente colonnello, comandante del battaglione volontario; 9) Conte Alexandre d'Ollone, colonnello al comando della cavalleria; 10) un soldato della compagnia di Voltigeurs; 11) un maresciallo capo degli ussari; 12) Mr. Baron de Kruchy, capitano che comanda i cacciatori a piedi; 13) M. le Comte d'Eberstein, capitano al comando dei volontari a cavallo.[/caption]
[caption id="attachment_11706" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra alcuni dipinti della legione nera di Mirabeau dell'esercito del principe di Condé: Joseph Combette (artista 1770-1840) - coppia di ritratti di ufficiali - olio su tela con vista ovale firmata e datata sul retro del 1794. Il terzo ovale è un acquerello su avorio del 1792 e infine il quarto è di artista sconosciuto, Ritratto di un comandante del personale della cavalleria o di un aiutante di campo del conte di Olonne della legione nera del visconte Mirabeau, dell'esercito di Condé - Olio su tela, 1792-93 circa. Il capitano indossa una giacca nera con i risvolti di un blu chiaro, con sotto un gilet in panno nero con bottoni e trecce d'argento. Il colletto possiede risvolti anch'essi blu chiari, mente le spalline dorate hanno una fodera a frange argentate. I pantaloni militari hanno lo stile culotte e sono in panno blu chiaro con trecciatura d'argento. Il guanto in pelle è scamosciato e l'Imbracatura a sciabola in pelle bianca con placca rettangolare in bronzo dorata, porta l'acronimo "LM" (Legion de Mirabeau). Il capitano indossa anche il bracciale Armée de Condé in seta bianca con tre fleurs-de-lis sul braccio destro ed è armato con una sciabola con guardia d'acciaio multi-ramo. È decorato dall'onorificenza con la croce di San Luigi sul petto. L'elmo, decorato da una testa leonina, porta la scritta al "Rumford" sullo stemma in ottone dorato, dove una criniera di crine bianco completa l'assemblamento. Questo ritratto può essere datato tra l'estate 1792 e l'aprile del 1793, poiché successivamente la legione ha dovuto adottare la fascia condeana a tre fiori neri di gigli per ufficiali e gentiluomini al posto dell'unico giglio blu (presente nel dipinto). L'ufficiale raffigurato indossa una divisa simile a quella del colonnello Alexander d'Olonne, comandante della cavalleria di Mirabeau, con tre squadroni da circa 300 uomini: 1° squadrone: ussari e ulani; 2° squadrone: volontari del generale e volontari a cavallo; 3° squadrone: 2 compagnie di cacciatori a cavallo. Il taglio dell'uniforme è propriamente francese (alcuni ufficiali lo indossavano soprattutto al posto del mantello) e anche i segni di rango del tipo di cavalleria leggera (galloni d'argento sopra il binario di raccordo e in cima alle brache, ma anche il tipo di gilet ricamato). La legione nera di Mirabeau si distingueva per i suoi colori distintivi (nero e blu-cielo) e due marchi di cui se ne distingue uno soltanto: le lettere LM intorno a un fiore di giglio, al centro della fibbia dell'imbracatura e, dettaglio che qui non si vede, il motto del corpo portava i bottoni: "Onore al Preux". La sciabola a tre rami è del tipo palatino, o di un tipo francese fatto in Baviera, con la guardia in acciaio; d'altra parte, il cinturino d'oro è certamente francese. Altezza 62 cm e larghezza 47,50 cm. Presentato in una cornice in legno dorato più moderno.[/caption]
[caption id="attachment_11705" align="aligncenter" width="1000"] Nelle immagini (le prime tre da sinistra a destra): reggimento della legione nera di Mirabeau, granatieri, ussari e ufficiali. Nell'ultima immagine unità di emigrati che sbarcano a Quiberon nel luglio del 1795. Indossano divise britanniche.[/caption]
Dopo l’azione, il maresciallo de Wurmser è in visitata al principe Condé per rallegramenti. Il secondo chiede al primo: «Monsieur le Maréchal, come trovate la mia piccola fanteria»? E l’austriaco risponde: «Oh! Monsieur, è cresciuta sotto il fuoco».
Ancora, nonostante i successi, vi sono ancora delle perplessità sul corpo. Il principe Louis-Antoine-Auguste de Rohan-Chabot (1733 - 1807), comandante del Reggimento di Dresnay afferma: «Le legioni dei nobiluomini, ridotte al pagamento del servizio militare, sono state decimate dalle malattie; fatta eccezione per alcuni individui vigorosamente costituiti, tutti coloro che sono sfuggiti alla morte sono ora in uno stato di sfinimento e infermità che sperimenteranno per tutta la vita. Formare un corpo di gentiluomini significherebbe quindi completare la distruzione dei resti della nobiltà francese, la metà dei quali è già morta».
Nonostante il successo, con l’esercito francese in netta ripresa dopo alcuni cambi di comando, il 26 dicembre del 1793 con la vittoria di Geisberg il generale Louis Lazare Hoche (1768 - 1797) sconfigge l’esercito austro-prussiano del duo von Wurmser e Karl Wilhelm Ferdinand duca di Brunswick (1735 - 1806), conquistando Landau e penetrando nella regione del Palatinato.
Il 1794 non vede l’impiego diretto dell’armata del principe di Condé, che riceve il mantenimento dagli inglesi, grazie al fine lavoro diplomatico del britannico William Wickham (1761 - 1840).
Nel 1795, l’armata di Condé combatté insieme all’esercito austriaco, sotto il comando dell’arciduca Carlo, duca di Teschen. Nello stesso anno, l’esercito era composto dal “nobile reggimento a piedi di Condé” comandato da Gabriel-Auguste de Mazancourt (1725 - 1809), che comprendeva sei unità terrestri: la Legione nera di Mirabeau avente granatieri e ussari, il reggimento Hohenlohe-Schillingsfurts; il reggimento Roquefeuil-Blanquefort, il reggimento Alexandre de Damas e il Reggimento Montesson. Le unità di cavalleria si dividevano in due reggimenti nobili che comprendevano: il Reggimento di cavalleria dei delfini; gli Ussari della legione di Damasco, gli Ussari di Cayla Baschi, i Cacciatori di Noinville, i Dragoni di Fargues, i Cacciatori di Astorg, i Dragoni di Clermont-Tonnerre, i Corazzieri Furange e i Cavalieri della Corona.
[caption id="attachment_11720" align="aligncenter" width="1000"] Nelle due immagine, quella di sinistra è attribuita a Jean-François Alexandre Boudet, il conte Puymaigre (1778-1843), sottotenente del reggimento dei Cavalieri della Corona: disegno dell'uniforme dei Cavalieri della Corona dal 1795-1797. Prima metà del XIX° secolo, carta, inchiostro, 17,5×25 cm. Nell'immagine di destra, scuola francese del XIX secolo, viene raffigurato il disegno delle uniformi dei prìncipi dell'armata di Condé. Acquaforte di un cavaliere nobile dell'armata di Condé nel 1792.[/caption]
Nel frattempo la Gran Bretagna decide di organizzare, sotto la direzione di Joseph de Puisaye (1755 – 1827) e con il consenso di William Windham (1750 – 1810), una grande spedizione di emigrati realisti per riattivare la sollevazione dell’Ovest, che nel frattempo era stata schiacciata con le battaglie decisive di Cholet ad opera del generale Jean-Baptiste Kléber (1753 – 1800) e di Le Mans e Savenay (facenti parte del ciclo bellico “Virée de Galerne”), tutte nel 1793.
Dopo otto mesi di sforzi attivi, Puisaye aveva ottenuto che la spedizione sarebbe stata resa possibile da reggimenti francesi, dalla retribuzione inglese, formati da quattro corpi d’armata, ognuno dei quali, dopo essere sbarcato sul continente, sarebbe diventato un regolare reggimento. I loro comandanti erano il Principe Leon de Rohan-Chabot, M. d’Oilliamson, il visconte di Chambray e il conte Armand Jean d’Allonville e l’organizzazione avvenne sull’isolotto atlantico di Guernsey delle isole del Canale.
Il reggimento di Allonville è un reggimento composto da signori bretoni, 186 ex ufficiali dell’esercito reale, i cui ranghi sono composti da ex sottufficiali, tenenti o ufficiali di marina.
Si costruirono alla fine due reparti di circa 12.000 uomini, vestiti con giubbe rosse, organizzate con emigrati e volontari tra i prigionieri francesi; era inoltre prevista una ripresa della guerriglia degli chouans in Vandea e Bretagna. Ma la spedizione fu organizzata male e, grazie all’intercettazione di alcuni dispacci, il Comitato di salute pubblica venne a conoscenza dei piani realisti: le truppe rivoluzionarie guidate dal generale Hoche intervennero duramente contro la guerriglia in Bretagna.
Nonostante questi contrattempi la spedizione, guidata da de Puisaye, proseguì; la squadra navale dell’ammiraglio Louis Thomas Villaret (1748 - 1812) fu battuta e respinta dalle navi britanniche dell’ammiraglio Alexander Bridport (1726 - 1814) il 23 giugno 1795, una divisione di emigrati sbarcò nella baia di Quiberon il 27 giugno dove fu accolta da un raggruppamento di contadini organizzati in precedenza da emissari realisti. Nonostante questo successo iniziale, le discordie tra i capi della spedizione intralciarono le operazioni che furono sospese in attesa dello sbarco di rinforzi. La problematica principale fu quella che i generali vandeani e degli chouans non gradivano le interferenze britanniche sui posti di comando: leadership che sarebbe dovuta passare in mano ai nobili emigrati. Il generale Hoche ebbe quindi il tempo di accorrere con l’armata rivoluzionaria; gli chouans furono dispersi poiché non ricevettero l’aiuto del reggimento Royal-Louis che prenderà il nome dal commodoro di marina dei migranti Louis Charles Le Cat, conte di Hervilly (1755 - 1795), che si rifiutò di combattere insieme ai contadini, perché non aveva fiducia delle loro capacità belliche: «il dipartimento del Morbihan, che Georges (Georges Cadoudal 1771 - 1804) tiene tra le mani, è più pronunciato che mai contro la nobiltà e contro gli emigrati: stanno facendo una guerra popolare, dicono, e non una guerra di restaurazione. In questo corpo militare, i signori sono senza credito, perché Georges ha saputo concentrare tutti i poteri e catturare tutta la fiducia. Dobbiamo aspettarci di vederlo fuggire da un giorno all’altro: non per vederlo sfilare nelle file repubblicane, poiché egli sarà sempre il nemico più implacabile della repubblica, ma per combattere a modo suo la Rivoluzione che odia. L’opposizione ai nostri progetti verrà sempre da questi realisti che vogliono stabilire l’uguaglianza sotto la bandiera bianca del re. [...] Ciò che apparentemente sta accadendo in questa regione è segretamente prefigurato in tutti gli altri della Bretagna»10.
Così il comandante repubblicano fece costruire in una settimana un solido sistema di trinceramenti che bloccò completamente le forze realiste nella penisola di Quiberon. Il generale Hoche sferrò l’attacco decisivo nella notte del 21 luglio; sotto un violento temporale, dove le colonne rivoluzionarie ebbero la meglio e l’armata realista venne dispersa o catturata: solo pochi scamparono sulle navi britanniche. L’armata repubblicana dell’Ovest catturò circa 7.000-8.000 uomini tra emigrati, chouans e prigionieri, di cui 718 vennero fucilati.
La spedizione termina così nei disastri, chiamati Plouharnel e Quiberon. La rabbia dei Chouan sarà insanabile contro gli emigrati, che furono accusati di aver causato il fallimento della spedizione. L’aristocratico Antoine-Henry d’Amphernet, visconte di Pontbellanger (1759 - 1796) viene arrestato e condannato a morte dagli Chouan ingiustamente con la scusa di aver abbandonato l’esercito, ma verrà graziato e bandito dal generale Georges Cadoudal. Quest’ultimo rifiuterà di dare il benvenuto a qualsiasi ufficiale emigrato nel dipartimento del Morbihan, e in una lettera a Vauban, il 7 settembre descrive gli emigrati come «mostri che avrebbero dovuto essere inghiottiti dal mare prima di arrivare a Quiberon».
[caption id="attachment_11703" align="aligncenter" width="1000"] Jean Sorieul, I Combattimenti di Quiberon nel 1795.[/caption]
Nell’agosto del 1795, il conte di Artois tenta di unirsi ai vendeani con un esercito di emigrati e truppe inglesi. Anche questa seconda spedizione, sull’isola di Yeu, è un fallimento. Diversi emigrati sbarcano comunque in Vandea per arruolarsi nell’esercito del generale François Athanase de Charette de la Contrie (1763 - 1796). Sono comunque accolti freddamente dai vendeani, perché ancora una volta l’annuncio che un corpo di ufficiali emigrati era stato formato per comandare, dopo anni di guerra, i contadini diede nuova irritazioni si capi della rivolta popolare controrivoluzionaria. Il comportamento “orgoglioso e sdegnoso” della maggior parte degli emigrati ha attratto l’ostilità dei combattenti della Vandea, come ci descrive nelle sue memorie l’ufficiale della Vandea Pierre-Suzanne Lucas de la Championnière (1769 - 1828): «eravamo arrivati a odiarci come se non fossimo stati dalla stessa parte».
Alcuni emigranti tuttavia diventarono generali di alcuni eserciti Cattolici e Reali, come ad esempio; Louis Auguste Victor de Ghaisne, conte di Bourmont, (1773 -1846), Marie Pierre Louis de Frotté (1766 - 1800), Pierre Louis Godet conte di Châtillon (1740 - 1807), Louis-Marie-Antoine-Auguste d’Andigné de La Blanchaye (1765 -1857), Henri-René Bernard de la Frégeolière (1759 - 1835), Pierre Jean Baptiste Constant, conte di Suzannet (1772 - 1815).
Nel giugno del 1796 il contingente, sempre sotto il comando dell’arciduca Carlo duca di Teschen, combatté in Svevia, come parte della divisione di Karl Aloys von Fürstenberg (1760 - 99). Dopo che il contingente austriaco è congedato, il Corpo rimane in Baviera, partecipando ai combattimenti estivi. Il 24 ottobre del 1796, durante la Battaglia di Schliengen, i soldati di Condé attuarono un energico attacco contro il villaggio di Steinstadt, che conquistarono con una carica all’arma bianca con le baionette innestate sul fucile. Ancora una volta arrivano i complimenti e le felicitazioni, per l’impresa, da parte della Convenzione con una lettera formale inviata al principe Condé in persona.
Nel 1797, l’Austria firmò il Trattato di Campo-Formio con la Prima Repubblica francese, ponendo fine ufficialmente alle ostilità contro i francesi.
Con la fine della Prima coalizione, il Corpo stanziato sul Lago di Costanza, apprende della fine dell’accordo negoziato tra Condé e Wickham. L’esercito entra così sotto il servizio dello Zar di Russia di Paolo I: «Per magnanimità affine a noi, non potremmo fare a meno di dare ascolto alla petizione del Principe Condé per l’accettazione delle truppe sotto il suo comando nel nostro glorioso esercito, e di conseguenza abbiamo deciso di dare rifugio a quelle persone che si sono sacrificate in fedeltà al legittimo sovrano di Francia».
L’esercito di Condé, abbandonò così le uniformi alla francese, dopo un accordo franco-russo sull’inclusione dei migranti nel corpo armato russo, e indossarono uniformi militari russe identiche ai reggimenti della fanteria e della cavalleria zarista. Condé fu ospitato presso il palazzo di Tauride a San Pietroburgo e al corpo furono dati stendardi speciali, sui quali, secondo il Comando supremo, insieme ai simboli dell’Impero russo, c’erano i gigli d’oro del Regno Francia. Fino alla primavera del 1799, il corpo del Principe Condé prestò servizio nella provincia di Volyn, essendo di stanza sul territorio dei distretti di Vladimir, Lutsk e Kovel. In totale, il corpo consisteva di cinque reggimenti: la fanteria del principe Condé; i granatieri del duca di Borbone; la fanteria tedesca del duca di Hohenlohe; i nobili Dragoni Duca di Berry e i dragoni del Duca di Enghien.
[caption id="attachment_11708" align="aligncenter" width="1000"] Vessilli zaristi di tre dei cinque reggimenti dell'esercito del principe Condé in Russia: la fanteria del principe Condé, i granatieri del duca di Borbone, la fanteria tedesca del duca di Hohenlohe. Nella litografia di destra: uno degli ultimi comandanti dell'esercito, il giovane Louis-Antoine-Henri de Bourbon, il duca d'Enghien (1772–1804), il principe della casa reale francese e nipote del principe Condé. Fu successivamente assassinato al comando di Napoleone Bonaparte nel fossato del castello della prigione di Vincennes.[/caption]
In ottobre, l’intera armata, che contava circa 10.000 soldati, lasciò la regione del Bodensee e marciò verso la Polonia dove furono stanziati. Combattono nel 1799 in Renania con Alexander Vasilyevich Suvorov (1730 - 1800) e successivamente quando nel 1800, la Russia abbandona la Seconda Coalizione, tornarono al servizio degli eserciti inglesi e combatterono in Baviera fino al 1801.
In segno del massimo rispetto al servizio dei “condeani”, lo Zar lasciò al corpo tutti gli stendardi, le armi e le loro proprietà in Russia.
Dopo aver fatto meraviglie di valore a Wissembourg, Haguenau, Bentheim, il principe è costretto a licenziare il suo esercito e si ritirò nel 1800 in Gran Bretagna con suo figlio.
Dunque perché ricordare l’esercito di Condé dell’armata dei migranti realisti francesi? Sicuramente perché avevano un concetto di equilibrio europeo: non a caso combatterono sotto i comandi austriaci, prussiani, inglesi e russi, sempre contro i francesi. Avversari del nazionalismo giacobino che li aveva estromessi dalla loro patria, cercarono eroicamente attraverso il combattimento leale di riavere la loro terra indietro. Fallirono per diverse motivazioni, ma emerge quella della coesione, che spesso durante una guerra civile risulta decisiva: le molteplici forme di opposizione al regime repubblicano, hanno in conclusione fatto fallire il piano di ristabilire Luigi XVI sul suo Trono. Come ebbe a dire Joseph de Maistre: «Non c’è che violenza nell’universo; ma noi siamo corrotti dalla filosofia moderna, che ci ha detto che “tutto è bene”, mentre invece il male ha tutto insozzato, e in un senso verissimo si può dire che “tutto è male”, poiché nulla sta al proprio posto. [...] Ma stiamo attenti a non perdere coraggio: non esiste castigo che non purifichi, non esiste disordine che l’amore non ritorca contro l’origine del male. È dolce, in mezzo al generale sovvertimento, presentire i piani di Dio»11.

 

Note:
1 Bossange, 2a  edizione, 1830, t. 8, p. 278.
2 Tulard J., “Emigrants and ultras”, Journal des savants, n ° 3-4, 1962, p. 245 - edizione De la Sabretache, 1957.
3 Orczy E. M. R. M. J. B., La Primula rossa, pp.15-16-17.
4 Verne J., Il conte di Chanteleine, Edizioni Gondolin, p.15.
5 Chateaubriand F.R.de, Memorie D’Oltretomba, Libro Nono, Einaudi, p.271.
6 Ivi, pp.272-73.
7 Dopo la svolta repubblicana della rivoluzione e l’esecuzione del Re anche i militari e i nobili monarchico-costituzionali (ed infine anche liberali, orleanisti e repubblicano-moderati), tra cui si annoveravano alcuni dei migliori o più famosi ufficiali francesi - come il conte Louis Marie Jacques Almaric de Narbonne-Lara (1755 – 1813), il duca di Lauzun Armand Louis de Gontaut-Biron (1747 - 1793) e Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese di La Fayette (1757 - 1834) -, furono costretti all’emigrazione o furono ghigliottinati; solo pochissimi di questi furono accolti negli eserciti degli emigranti: erano considerati comunque dei traditori della vecchia monarchia, e ai loro occhi poco diversi dai giacobini.
Per questo molti di costoro emigrano in America, o in Gran Bretagna, oppure entrarono direttamente al servizio di potenze estere impiegate nella guerra contro la Francia, anche se non pochi di costoro reputarono, come il conte di Narbonne, disdicevole e disonorevole combattere contro la Francia quale che ne fosse il regime, fino a negare al primo ministro britannico William Pitt il Giovane (1759 - 1806) qualsiasi informazione sull’esercito francese.
8 Chateaubriand F.R.de, Memorie D’Oltretomba, Libro Nono, capitolo Decimo, Einaudi, pp.274-75.
9 Jean-Paul Bertaud, Il duca di Enghien, Librairie Arthème Fayard, 2001, p.123.
10 Crétineau-Joly J., Histoire de la Vendée militaire, Libro terzo, p.243.
11 Maistre J. de, Considerazioni sulla Francia, edizioni il Giglio, p.53.

 

Per approfondimenti:
_René Bittard des Portes, Histoire de l'armée de Condé, edizioni Perrin, 2016;
_Dimitri Gorchkoff, Ritratti di ufficiali dell'esercito di Condé di François-Joseph Desvernois, 1797-1798: analisi e identificazione, in napoleonica. La Revue 2016/3 (N ° 27);
_Maistre J. de, Considerazioni sulla Francia, edizioni il Giglio;
_Chateaubriand F.R.de, Memorie D’Oltretomba, Einaudi;
_Crétineau-Joly J., Histoire de la Vendée militaire, Libro terzo;
_Vasiliev A.A. Il corpo reale emigrato del principe Conde nell'impero russo (1798-1799) -  1989;
_Jean-Paul Bertaud, Il duca di Enghien, Librairie Arthème Fayard, 2001;
_Orczy E. M. R. M. J. B., La Primula rossa, Fazi editore, 2018;
_Verne J., Il conte di Chanteleine, Edizioni Gondolin, 2019;
_La vita di Suvorov da lui descritta o una raccolta di lettere e le sue opere pubblicate con appunti di Sergei Glinka - 1819;
_La descrizione storica dell'abbigliamento e delle armi delle truppe russe, con disegni, compilata dal Comando supremo. San Pietroburgo - 1900;
_Milyutin D.A., La storia della guerra tra Russia e Francia durante il regno dell'imperatore Paolo I nel 1799, San Pietroburgo;
_Corrispondenza di Suvorov e Prince Conde, Bollettino storico militare, Parigi - 1972;
_Trubetskoy N. Prince, Gli stendardi e le norme dell'esercito del principe Conde, concessogli dall'imperatore Paolo I, Bollettino storico militare, Parigi - 1957;
_Schepkina E.M., L'esercito realista in Russia, Rivista del Ministero della Pubblica Istruzione - 1889.
_Tulard J., “Emigrants and ultras”, Journal des savants, n ° 3-4, 1962 - edizione De la Sabretache, 1957;
_Bossange, 2a  edizione, 1830.

 

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a cura di Stefano Scalella
30 novembre 2019 – Bottega del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 AP
Saluti: Notaio Francesca Filauri
Modera: arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene: Avv. Daniele Paolanti
 
Sabato 30 novembre, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 53°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere alle ore 18:00. L'evento ha visto la presenza dell'Assessore alla Pubblica Istruzione e al turismo Monica Acciarri ed ha avuto come ospite l'avvocato Daniele Paolanti, il quale ha presentato la sua seconda raccolta di canti poetici del Trittico "Le ombre", intitolata "Le ombre del dolore" (dopo le ombre del silenzio). L'appuntamento è stato moderato dall'architetto e presidente Giuseppe Baiocchi e ha visto la ospite il presidente dell'associazione Cultural-mente insieme il notaio Francesca Filauri. Daniele è un'umile e sapiente raccoglitore del kairos della vita e si sforza di annotare tutto sul suo taccuino, dal quale generare poi l'attività di spietata sintesi e di faticosa levigatura delle parole in versi. Oggi certamente fare poesia è difficile: è mestiere di coraggio in questa epoca secolarizzata, dove spesso la remunerazione poetica è ben lontana dalla realtà della vita concreta. Lo stesso scrivere per cristallizzare delle situazioni, catturare frammenti - parafrasando Peter Altenberg - è sempre più dileggiato in un' epoca che non comprende più lo spirito che ha sempre mosso l'uomo europeo e che lo ha sempre portato verso la sua grandezza nel mondo concreto. Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un delicato pensare, connotato da corposi approdi conditi da ricercata parola, quasi desueto favellare, nell'orbita di un piacevole esercizio musicale; infatti la poesia, quella per così dire più alta - viepiù complessa, nella misura in cui anche la metrica - non può trascendere da una sua intrinseca melodia, che va armonicamente a compendiarsi ed a risuonare nel momento decisivo in cui è recitata. Nelle poesie di Daniele vi è incentrata una forte matrice culturale: ogni verso richiama spesso all'insegnamento che i grandi classici della cultura europea ci hanno insegnato e continuano ad insegnare tutt'oggi. Un Rinnovamento attuale del saper comporre poesia in maniera tradizionale e quanto più ci occorre in quest'epoca dove il Dio è morto, perché ucciso da noi stessi.

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Vedere l’invisibile. La rappresentazione di Dio nella storia dell’arte
[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Michele Lasala 24-12-2019[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1577137509112{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Aristotele, nella Metafisica, afferma che l’essere si dice in molti modi. Ciò potrebbe andar bene anche per il Dio della tradizione cristiana, che – a ben guardare – può essere detto e espresso in molteplici maniere. Una di queste è senz’altro l’arte, che è in grado, per sua stessa natura, di farci vedere ciò che normalmente sfugge alla percezione dei sensi. Essa può essere considerata a buon diritto come il punto di congiunzione tra il particolare e l’universale. Se da un lato infatti è qualcosa di fisico e di contingente, concretizzandosi particolarmente in un quadro, in una scultura, in un’architettura; dall’altro lato essa esprime pur sempre un concetto, un’idea, cioè qualcosa di universale. Per questo, si può affermare che essa attraversi le epoche e travalichi i confini, unificando così le culture in un linguaggio comune.
Il Dio cristiano è stato espresso mirabilmente nell’arte, e ciò grazie alla storia di Cristo, suo figlio, che ha reso visibile l’invisibile, il Trascendente, e che sfugge agli occhi di tutti, credenti e non credenti, rimanendo – utilizzando un lessico heideggeriano – innanzitutto e per lo più celato, nasco-sto dietro la coltre dell’apparenza; offuscato dall’esperienza spazio-temporale. Dio si fa così storia, narrazione. E non solo mediante la vita di Cristo, ma anche attraverso le vite dei santi. Primo fra tutti San Francesco, raccontato per esempio nel ciclo di affreschi della basilica superiore di Assisi dipinto da Giotto.
Nella storia dell’arte, questo Dio ha però assunto molteplici significati; o meglio, è stato espresso lungo i secoli in maniera sempre diversa. Ora come luce e ora come perfezione del Creato, ora come meraviglia e ora come forza della Natura. Ma tutto questo sino al Settecento, e parte dell’Ottocento; poi, gradualmente, l’arte ha smesso di raccontare Dio, nel senso che gli artisti hanno abbandonato il genere dell’arte sacra, per dedicarsi di più ad altri generi, come può essere quello di storia, oppure il paesaggio, la natura morta. E nel Novecento, accanto alla negazione della storia di Cristo, si assiste addirittura a un sempre più massiccio rifiuto della figurazione, e ciò grazie alle avanguardie. In questo periodo, ciò che gli artisti vogliono è distruggere la tradizione, determinando una frattura quasi insanabile col passato, per poter fondare un mondo del tutto nuovo, con linguaggi e valori estetici altri. Perché in effetti la realtà si può sovvertire, e i parametri con cui valutiamo le cose essere rovesciati, sovvertiti, ribaltati o sostituiti. Tuttavia, alcuni artisti hanno sentito l’esigenza, quasi il bisogno, di un ritorno alla dimensione spirituale; di recuperare, in altri termini, la sfera forse più autentica dell’uomo. Lo dimostra Kandinskij che attraverso l’astrattismo cerca di giungere via via all’essenza dell’arte, che è allo stesso tempo l’essenza dell’anima. Oppure Gauguin, dotatissimo pittore simbolista, che va alla ricerca di una umanità genuina spostandosi da Parigi alle isole della Polinesia, nella speranza di ritrovare quel Dio che l’Occidente aveva quasi del tutto negato, rifiutato, anzi ucciso.
Quello che l’arte attraversa sul finire dell’Ottocento e poi in tutto il XX secolo è, in sostanza, l’espressione e la manifestazione più lampante di quello che Nietzsche già chiamava “trasvalutazione di tutti i valori”, formula con la quale egli preannunciava l’avvento di quell’ospite inquieto chiamato nichilismo, quel senso del nulla che in effetti avrebbe poi caratterizzato e innervato con la sua fitta ombra tutto il Novecento. Nell’aforisma 125 de La gaia scienza (1882), il filosofo tedesco immagina che in pieno giorno al mercato, un folle, con la lanterna in mano, urli alla folla: «Dio è morto! Dio re-sta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini?
Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino a oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli – chi detergerà da noi questo sangue?».
Questo significa che l’uomo dell’età contemporanea vive in una dimensione che esclude Dio, esclude Cristo, e rifiuta tutti i vecchi valori. È infatti un uomo che crede nel profitto, nel guadagno, nello sviluppo economico e tecnologico; crede soltanto al dio danaro. In questa dimensione, l’anima fa fatica ad emergere, e conseguentemente l’arte – sua più diretta espressione – non può che rappresentare il nulla, la decadenza, la morte, il vuoto.
Con la fine degli anni Settanta del Novecento, poi, si assiste al tramonto di un’epoca, al tra-monto della modernità, grazie allo sgretolamento di quelle che Lyotard chiama “grandi narrazioni”, ovvero i grandi sistemi filosofici, come l’illuminismo, l’idealismo e il marxismo. Lo smantellamento di questi grandi sistemi avrebbe fatto emergere via via la pluralità e le differenze, un tempo appiatti-te e annullate dalle filosofie onnicomprensive; e gli uomini, dal canto loro, avrebbero sostituito il mero “dato” al significato, al simbolo, al concetto. Si è così passati da una visione simbolica del mondo a una visione prettamente materialistica. I grandi racconti, in un modo o nell’altro, offrivano dei punti di riferimento saldi per orientarsi nel mondo, ma soprattutto garantivano un orizzonte di senso entro cui l’uomo poteva dare forma e struttura alla propria vita. Ma quella della post-modernità si presenta in effetti come l’epoca del disincanto, dove valgono non già i fatti ma soltanto le interpretazioni. E dove non esiste nessuna eterna Verità, ma solo un caos senza strutture chiamato mondo.
Nel Medioevo invece il senso religioso riempiva le vite degli uomini; e questa religiosità è stata espressa molto bene nell’arte. In questo periodo, Dio viene rappresentato come luce, la stessa che in origine rese possibile il mondo. Questa luce la si può vedere bene sia nella miniatura, dove le figure sembrano brillare di luce propria, e sia nelle vetrate, che sfruttano i raggi del sole per raccontare in immagini policrome le storie narrate nelle Scritture. Oppure nelle tavole dai fondi oro e nei mosaici, dove la luce naturale viene riflessa e trasfigurata in luminosità divina, paradisiaca.
Tommaso d’Aquino ricordava che alla bellezza sono necessari tre elementi: la proporzione, l’integrità e la claritas, ovvero la chiarezza, la luminosità. Tommaso infatti scrive nella Somma di Teologia: «Come si può rilevare dalle parole di Dionigi [l’Areopagita], il bello viene costituito e dal-lo splendore e dalle debite proporzioni: infatti egli afferma che Dio è bello “come causa dello splendore e dell’armonia di tutte le cose”. Perciò la bellezza del corpo consiste nell’avere le membra ben proporzionate, con la luminosità del colore dovuto».
L’origine dell’estetica della claritas, che nel Medioevo si diffonde, può comunque essere ricondotta al fatto che in numerose civiltà antiche Dio veniva identificato con la luce; ne è un esempio l’Ahura Mazda dei Persiani. Queste divinità sono infatti personificazioni del sole o dell’azione bene-fica della luce stessa.
Giovanni Scoto Eriugena, dal canto suo, nel Commento alla Gerarchia celeste scrive: «Perciò avviene che questa fabbrica universale del mondo è un grandissimo lume composto dalle molte parti come di molte luci per rivelare le pure specie delle cose intelligibili e intuirle con la vista della mente, cooperando nel cuore dei sapienti fedeli la divina grazia e l’aiuto della ragione. Bene pertanto il teologo chiama Dio il padre dei Lumi, poiché da Lui sono tutte le cose, per le quali e nelle quali Egli si manifesta e nella luce del lume della sua sapienza le unifica e le fa». Anche nel Paradiso dantesco appaiono visioni luminose. Beatrice è, nella sua luminosità, la manifestazione di Dio, della bellezza divina.
La religiosità del Medioevo porta gli uomini a credere che ogni cosa nell’universo abbia un significato soprannaturale, metafisico. Il mondo viene visto come un vero e proprio libro scritto direttamente da Dio. Ogni animale, per esempio, ha una significazione di carattere morale, così come ogni altra cosa, dalle pietre alle piante. Da qui la diffusione di bestiari, lapidari, erbari. Si arrivava così ad attribuire un significato, positivo o negativo, anche ai colori. Il blu, per esempio, agli inizi del Medioevo, era considerato di scarso valore, mentre già sul finire del Duecento questo colore assume una valenza positiva, diventando un colore pregiato. Ma tra tutti i colori, è l’oro quello che domina. Basterebbe guardare all’Incoronazione della Vergine di Beato Angelico (1435, Firenze, Uffizi).
Dal punto di vista architettonico, possiamo dire che tra il secolo XI e il secolo XII comincia a svilupparsi e a diffondersi in maniera sempre più fitta in tutta Europa lo stile ‘romanico’. Lo storico francese Raoul Le Chauve (italianizzato come Rodolfo il Glabro), uno dei più importanti cronisti del Medioevo (nonché monaco di Cluny), descrive il fenomeno della massiccia attività edilizia che portò l’Europa medievale ad arricchirsi sempre più di chiese, cattedrali e monasteri, nelle sue Cronache dell'Anno Mille (1047). «Mentre si avvicinava il terzo anno dopo il Mille», egli scrive, «in quasi tutto il mondo, ma soprattutto in Italia e in Gallia, le chiese furono rinnovate. Benchè la maggior parte di loro, di solida costruzione, non avesse bisogno di essere restaurata, tuttavia i cristiani sembravano rivaleggiare tra loro per edificare chiese che fossero le une più belle delle altre. Era come se il mondo si fosse scosso e, liberandosi dalla sua vecchiaia, si fosse rivestito di un candido manto di chiese. I fedeli, in effetti, non soltanto abbellirono quasi tutte le cattedrali e le chiese dei monasteri dedicate a diversi santi, ma anche le piccole cappelle situate nei villaggi».
La chiesa doveva, in un certo senso, rappresentare una sorta di enciclopedia dell’universo, del Creato, e, attraverso immagini dipinte o scolpite dal portale all’abside, doveva accompagnare l’uomo nel suo percorso di comprensione e conoscenza del divino. Accostandosi alla chiesa, il fedele – come scrive anche Salvatore Settis – doveva cogliere immediatamente il salto fra il mondo e lo spazio sacro. E la porta doveva essere intesa come una vera e propria porta coeli.
Il Cinquecento è un secolo drammatico dal punto di vista filosofico, politico, religioso, artistico. È un secolo pieno di contraddizioni e, con la trasformazione di tutti i valori, esso è il secolo delle riforme. La Riforma protestante costringe la Chiesa cattolica a rivedere le sue stesse strutture. La religione non è più rivelazione di verità eterne, ma ricerca affannosa e ansiosa di Dio all’interno dell’anima umana. L’uomo capisce che può cercare Dio in maniera autonoma. E, allo stesso modo, la nuova scienza non è più sapienza tramandata dalle Sacre Scritture, ma indagine empirica e problema sempre aperto.
Se Dio è dentro l’uomo, è inutile continuare a cercarlo nell’armonia del Creato. Dio è nella lotta dell’anima per la propria salvezza. Un’anima in bilico tra il tormento e l’estasi.
Le ansie e il senso della problematicità della vita non nascono però con la lotta religiosa del XVI secolo, perché sono già presenti nel neoplatonismo fiorentino della seconda metà del Quattro-cento. Ficino, dal canto suo, aveva opposto una filosofia dell’anima alla filosofia della natura. Aveva descritto l’ansia come condizione tipica dell’uomo; aveva inoltre scritto che la conoscenza di Dio comincia con la conoscenza di sé e che ciascuno è l’artefice della propria natura. E in questo Ficino vedeva il principio della libertà.
La filosofia della natura si riflette molto bene nell’opera di Leonardo; mentre la filosofia dell’anima ha i suoi riflessi nell’opera di Michelangelo. Per Michelangelo, tra le varie forme d’arte, è la scultura quella più nobile e più spirituale. E questo perché la scultura si fa levando o distruggendo la materia, piuttosto che aggiungendo. Togliere materia significa astrarre; significa, per Michelangelo, liberare sempre più la figura dal blocco di marmo che la imprigiona e la occulta. E la figura è già di per sé il concetto che l’artista ha in mente. Cioè l’dea cui lui vuole giungere per esprimere e dare concretezza alla Bellezza. E raggiungere la Bellezza ideale significa vedere Dio. Michelangelo non a caso, in una delle sue Rime, scriverà: «Non ha l’ottimo artista alcun concetto / c’un marmo solo in sé non circoscriva / col suo superchio, e solo a quello arriva / la man che ubbidisce all’intelletto».
Tutte le opere del Buonarroti, dalla Madonna della Scala sino al David, dalla Pietà sino alla volta della Sistina, dal Giudizio universale sino alla estrema e tormentata Pietà Rondanini, sono l’esempio di questa ricerca affannosa di Verità, di Bellezza ideale; espressione di un’anima sempre tesa verso il Trascendente. Questo potrebbe spiegare il perché molte opere di Michelangelo sono non-finite. “Finire” un’opera significava per lui porre fine alla ricerca del Bello, e siccome il Bello in sé è assoluto, nessuna forma compiuta e de-finita avrebbe mai potuto esprimerlo e racchiuderlo. Nessun marmo perfettissimo avrebbe mai potuto essere l’immagine dell’Infinito, né dare la misura dell’Eterno.
Se, come si è visto, Michelangelo voleva esprimere col marmo l’universale; Leonardo, labirinti-ca mente da scienziato, voleva rappresentare, attraverso la pittura, la natura in quanto tale, in tutti i suoi particolari. Per Leonardo, Dio è già nelle cose, è già nella natura, nel miracolo della sua esistenza. Ogni fenomeno fisico per lui esprime la grandezza e il mistero di Dio. Anzi, si potrebbe perfino dire che la natura è essa stessa Dio, Deus sive Natura, esattamente come la Natura di cui parlerà Spinoza nel Seicento, cioè puro meccanicismo, mera concatenazione necessaria di cause ed effetti.
Per Leonardo, l’artista prende il posto del Dio della tradizione, in un certo qual senso, perché crea, anzi è capace di ricreare la natura, e di dare e conferire anima ai personaggi che ritrae. Se guardiamo la Gioconda, capiamo subito di non essere davanti a un semplice ritratto. Leonardo ha voluto esprimere infatti il mistero della esistenza, dalle cose naturali (il paesaggio sullo sfondo) alla donna in primo piano, che per lui rappresenta evidentemente il vertice nella scala ontologica degli enti mondani. Lo stupore e la meraviglia delle cose esistenti affiora anche nelle opere più prettamente sacre di Leonardo. L’Adorazione dei Magi, l’Annunciazione, la Vergine delle rocce, l’Ultima Cena nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, ne sono la dimostrazione più evidente. In tutte queste opere le figure sono immerse nella natura e sono parte integrante di essa. Nell’Ultima Cena colpisce non solo la psicologia dei personaggi che animano la scena, quegli apostoli che si agitano non appena i loro orecchi percepiscono la frase “uno di voi mi tradirà”, ma colpisce soprattutto la figura di Cristo stesso, inscritta in un triangolo ideale, simbolo della Trinità. Un’apparizione, un corpo che è allo stesso tempo spirito, anima; un uomo che dubita e riflette è questo Gesù solitario. La sua figura è al centro della composizione, e rappresenta non solo il vertice della piramide prospettica dell’intera scena, ma anche il centro del mondo e del creato, così come l’uomo è, per i rinascimentali, un micro-cosmo che riflette e porta nella sua stessa anima la complessità dell’universo. L’uomo, punto di giuntura tra materiale e spirituale, particolare e universale; esattamente come l’arte. E Leonardo così in-tendeva la pittura: una finestra che ci consente di cogliere l’essenza delle cose attraverso la loro fenomenica presenza.
Nell’Europa del Seicento, soprattutto attraverso le vite dei santi, gli artisti realizzano rappresentazioni in grado di suscitare il senso del sacrificio, e nello stesso tempo l’importanza del penti-mento. Con l’esperienza esemplare dei martiri, e la loro raffigurazione, sembrava si volesse offrire una nuova visione della religione. Questa doveva essere basata sul dolore e sulla mortificazione e ciò doveva quindi riflettersi anche e soprattutto nell’arte. Federico Borromeo (1564 – 1631) arriverà in-fatti a scrivere De pictura sacra (1624), dove – seguendo i precetti in materia, dettati da suo cugino Carlo Borromeo – cercava di suggerire regole precise per la produzione di immagini sacre. Il concetto base, qui, era quello di decoro; le immagini dovevano persuadere, essere fonte di ispirazione e in-durre alla meditazione e alla preghiera. Le opere d’arte dovevano avere un forte impatto psicologico e poi dovevano coinvolgere emotivamente. Attraverso le immagini, dunque, la Chiesa poteva diffondere la sua dottrina, ma soprattutto poteva penetrare nel cuore dell’uomo.
Già Gabriele Paleotti, vescovo di Bologna, nel 1582, nel suo Discorso intorno alle immagini sacre e profane, in pieno clima controriformistico seguito al Concilio di Trento (1545 – 1563), scriveva che le immagini sono «istrumenti per unire gli uomini a Dio […] per persuadere il popolo e tirarlo col mezzo della pittura ad abbracciare alcuna cosa pertinente alla religione».
Ad essere rappresentata è l’esperienza mistica dei santi, come quella di santa Teresa d’Ávila, scolpita da Bernini (Transverberazione di santa Teresa d’Avila, Roma, Santa Maria della Vittoria, 1647-1652); e nella pittura – in modo particolare – abbondano le immagini di santi a cui appare la Vergine.
L’arte ha quindi una vera e propria funzione pedagogica e diventa a tutti gli effetti strumento per avvicinare l’uomo a Dio; un modo – in altri termini – per educare alla bellezza e alla virtù.
«Le nuove chiese», scrive Rudolf Wittkower, «imponevano, specie ai pittori, un compito immane. Essi dovevano non soltanto coprire di affreschi enormi superfici murali, ma dovevano soprattutto creare una nuova tradizione iconografica.
[caption id="attachment_11683" align="aligncenter" width="1000"] Rudolf Wittkower (Berlino, 22 giugno 1901 – New York, 11 ottobre 1971) è stato uno storico dell'architettura, storico dell'arte e saggista tedesco.[/caption]
Santi quali san Carlo Borromeo, sant’Ignazio, san Francesco Saverio e santa Teresa, dovevano essere glorificati: la loro vita, i loro miracoli, la loro missione terrena e spirituale, doveva essere solennizzata. Inoltre, di fronte alla sfida della religione pro-testante, i dogmi della Chiesa cattolica dovevano essere riaffermati in dipinti che rafforzassero la fede del credente e facessero presa sulla sua emotività. Infine, per quello che riguarda molte scene dell’Antico e Nuovo Testamento e della vita dei santi, fu avvertita la necessità di un cambiamento nella tradizione, per porre l’accento su soggetti eroici (Davide e Golia, Giuditta e Oloferne), su esempi di pentimento (San Pietro, il figliol prodigo), sulla gloria del martirio e su visioni ed estasi mistiche, oppure su particolari avvenimenti dell’infanzia di Cristo, finora sconosciuti» (Arte e architettura in Italia. 1600-1750).
Un’iconografia della controriforma, dunque, che poi si ritrova anche in Caravaggio. Il realismo brutale e spietato di Caravaggio, autore antiaccademico, è servito a far comprendere che Dio in fon-do è umano, vive nella quotidianità, così come nella miseria dell’uomo. La luce, nelle opere del Me-risi, è una luce naturale, non soprannaturale – come quella del Medioevo – e serve a descrivere e a far vedere la realtà per quello che essa è, senza reticenze, né stucchevoli abbellimenti. Le drammatiche figure che emergono dal buio, nei suoi dipinti, a cominciare dalla prima opera pubblica, la Vocazione di san Matteo (1599) nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, sono santi, Madonne e Cristi; uomini e donne che mettono a nudo una verità umana, troppo umana. Basterebbe pensare alla Morte della Vergine (1605, Parigi, Louvre) o alla Madonna dei pellegrini (1604, Roma, Sant’Agostino), dove la figura e il volto della Madonna sono quelli di una prostituta.
Ma è proprio in questa misera umanità, con tutte le sue oscure inquietudini, sofferenze, miserie e contraddizioni, che, per Caravaggio, si annida la verità di Dio. Dio, per lui, non è qualcosa di tra-scendente, di distaccato dall’uomo, ma è dentro la storia, nella carne e nelle ossa degli uomini. Nel loro stesso sangue. E il superbo gioco di luci e di ombre, nelle sue teatrali composizioni, è un modo per esprimere le inquietudini dell’uomo sempre in lotta con se stesso, sempre in bilico tra il dubbio e la verità, tra il tormento e l’estasi; tra il visibile e l’invisibile.
 
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Sabato 07-12-2019 dicembre, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via d'Argillano n.21, 63100 Ascoli Piceno) è andato in scena il 54°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere alle ore 18:30.
L'evento ha avuto come ospite il direttore d'orchestra Gabriele Pezone, il quale si è esibito nel Concerto d'organo dedicato al Regno di Napoli tra tradizione e rinnovamento. L'appuntamento è stato introdotto dall'architetto e presidente Giuseppe Baiocchi. Napoli è stata una delle grandi capitali delle cultura europea. Ogni compositore coinvolto ha avuto un profondo legame con l'Italia del Sud. Musica e storia si sono intrecciate per un programma che ha sfiorato i grandi episodi storici legati all’Unità d’Italia, le cui cronache ufficiali sono a tratti lacunose. Le musiche hanno dato voce a chi - storicamente -, è riuscito a parlar meno.
Tra i compositori che sono stati trattati, spicca il belga Jacques- Alexandre de Saint Luc: Maestro di Cappella e liutista di corte del Principe Imperiale Eugenio di Savoia, gran maresciallo e condottiero dell’esercito asburgico. Una delle sue più grandi vittorie fu appunto la presa di Gaeta del 1707, quando entrò trionfalmente in città strappando il regno di Napoli dal dominio spagnolo. Proprio per questa occasione, De Sain Luc dedicò al Principe Eugenio una bellissima suite di 8 brevi brani dal titolo Pour la prise de Gaeta, completata dal sottotitolo italiano “agli eroi dell’assedio”.
Per quel che riguarda Attwood, il suo brano è legato alla figura dell’ammiraglio inglese Horatio Nelson, grande trionfatore a Trafalgar a discapito della flotta napoleonica (battaglia a cui prese parte anche il Sud Italia). Nelson, seppur ferito a morte durante il combattimento, diede ordine di farsi ritagliare la propria bara usando il legno dell’albero maestro della nave ammiraglia francese, come un voler ricordare a se stesso che, nonostante l’immensa gloria militare ricevuta, rimaneva un comune mortale. Davvero un bell’esempio di valori rispetto a una società come la nostra. La musica coesiste con una forte componente religiosa: si è riportata anche la marcia trionfale di Pio IX, il Pontefice che promulgò il dogma dell'Immacolata Concezione alla Vergine Maria. Crediamo che il ruolo di un musicista deve anche essere quello di divulgatore.
_D. Zipoli (1688 - 1726)
Serie di versi e canzona in Re minore All'offertorio
_J.A. De Saint Luc (1663 - 1710)
Suite in Re maggiore "pour la prise de Gaeta"
Allemande
Courante
Sarabande
Gigue a la maniere angloise
Menuett Passepied Rigaudon pour la trompette
Caprice en passacaille
_G. Paisiello (1740 - 1816)
Coro sacro in onore di Re Ferdinando
_G. Rossini (1792 - 1868)
Marcia solenne (grido di esultanza riconoscente al Sommo Pontefice Pio IX)
_G. Puccini (1858 – 1924)
Salve Regina
_G. Donizetti (1797 - 1848)
Grande offertorio in Do minore
Grande offertorio in Re maggiore
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1575297586924{padding-bottom: 15px !important;}"]53°incontro DAS ANDERE[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]Le ombre del silenzio. Raccolta di canti. Daniele Paolanti[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1575297277589{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Sabato 30 novembre, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 53°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere alle ore 18:00. L'evento ha visto la presenza dell'Assessore alla Pubblica Istruzione e al turismo Monica Acciarri ed ha avuto come ospite l'avvocato Daniele Paolanti, il quale ha presentato la sua seconda raccolta di canti poetici del Trittico "Le ombre", intitolata "Le ombre del dolore" (dopo le ombre del silenzio).
L'appuntamento è stato moderato dall'architetto e presidente Giuseppe Baiocchi e ha visto la ospite il presidente dell'associazione Cultural-mente insieme il notaio Francesca Filauri. Daniele è un'umile e sapiente raccoglitore del kairos della vita e si sforza di annotare tutto sul suo taccuino, dal quale generare poi l'attività di spietata sintesi e di faticosa levigatura delle parole in versi. Oggi certamente fare poesia è difficile: è mestiere di coraggio in questa epoca secolarizzata, dove spesso la remunerazione poetica è ben lontana dalla realtà della vita concreta.
Lo stesso scrivere per cristallizzare delle situazioni, catturare frammenti - parafrasando Peter Altenberg - è sempre più dileggiato in un' epoca che non comprende più lo spirito che ha sempre mosso l'uomo europeo e che lo ha sempre portato verso la sua grandezza nel mondo concreto. Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un delicato pensare, connotato da corposi approdi conditi da ricercata parola, quasi desueto favellare, nell'orbita di un piacevole esercizio musicale; infatti la poesia, quella per così dire più alta - viepiù complessa, nella misura in cui anche la metrica - non può trascendere da una sua intrinseca melodia, che va armonicamente a compendiarsi ed a risuonare nel momento decisivo in cui è recitata.
Nelle poesie di Daniele vi è incentrata una forte matrice culturale: ogni verso richiama spesso all'insegnamento che i grandi classici della cultura europea ci hanno insegnato e continuano ad insegnare tutt'oggi. Un Rinnovamento attuale del saper comporre poesia in maniera tradizionale e quanto più ci occorre in quest'epoca dove il Dio è morto, perché ucciso da noi stessi.
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a cura di Stefano Scalella
19 ottobre 2019 – Bottega del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 AP
Saluti: don Riccardo Patalano
Modera: arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene: Maestro Giovanni Gasparro
Interviene: dott. Michele Lasala
 
Sabato 19 ottobre si è svolto il 52°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere presso la Bottega del Terzo Settore, che ha visto ospiti il Maestro Giovanni Gasparro e il critico d'arte Michele Lasala, insieme al Vice Cancelliere di Curia don Riccardo Patalano il quale ha portato i saluti del vescovo Mons.Giovanni D'Ercole. L'evento introdotto dal presidente arch.Giuseppe Baiocchi ha trattato la tematica dell'arte sacra tra tradizione e innovazione. Dopo l'intervento di don Patalano in ambito teologico e filosofico inerente il modo di vedere un'arte che rappresenti il bello e il buono, il dott.Lasala ha trattato l'evoluzione del sacro dal medioevo fino, alla cosidetta "morte dell'arte", all'età moderna e a quella postmoderna. Infine il Maestro Gasparro ha risposto alle domande inerenti il suo modo di vedere un'arte che sia figurativa, possegga alti riferimenti teologici e soprattutto mantenga vivo il fuoco della tradizione pittorica italiana in ambito barocco ma nel contempo dimostri di possedere quella contemporaneità che lo contraddistingue e che gli ha permesso di divenire in breve tempo uno dei pittori più importanti del panorama artistico italiano ed europeo.