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a cura di Stefano Scalella
22 Giugno 2019 – Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Giacomo De Angelis
Modera: Giuseppe Baiocchi
Interviene: Raffaele Mennella
 
Sabato 22 giugno presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 50°evento dell'associazione onlus Das Andere. L'incontro ha visto la presenza dell'architetto e professore Raffaele Mennella, il quale ha magistralmente spiegato il periodo storico della Repubblica di Weimar analizzando cause ed effetti del primo esperimento politico liberale su suolo europeo. Il professore ha analizzato nel particolare la prima scuola di architettura del Bauhaus, spiegando limiti e innovazioni. Dopo la breve introduzione del consigliere Giacomo De Angelis il presidente arch.Giuseppe Baiocchi ha modererà l'evento, che ha mostrato, attraverso l'arte, le critiche dell'intellighenzia tedesca nei confronti della classe politica liberale. Grande affluenza di professionisti e studenti che hanno arricchito il dibattito finale.

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a cura di Stefano Scalella
25 Maggio 2019 – Libreria Rinascita, Piazza Roma n.7 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Giuseppe Baiocchi
Modera: Edoardo Cellini
Interviene: Giorgio Leonardi
 
Sabato 25-05-2019 si è svolto il 49°evento dell'associazione onlus Das Andere. L'incontro ha visto ospite il dott.Giorgio Leonardi, scrittore per la Casa Editrice romana "Edizioni della Sera" dell'editore Stefano Giovinazzo. La conferenza, introdotta dal presidente Giuseppe Baiocchi e moderata dal consigliere Edoardo Cellini, ha presentato l'ultima fatica letteraria dell'autore "Ugo Foscolo. Imprese, amori e opere di un ribelle": un'appassionata biografia del poeta di Zante, tra grandezza dell'atto poetico, fervore rivoluzionario e leggerezza nella vita privata. Leonardi ha fatto scoprire il Foscolo segreto: quell'uomo pieno di attività politica rivoluzionaria, di stampo repubblicano, che tanto ha operato per destabilizzare i governi Trono e Altare degli antichi Stati Pre-Unitari. L'appassionante racconto ha portato l'autore del saggio a descriverci un poeta che senza paura ha seguito la sua idea, anche quando realizzò l'impostura bonapartista, perseguendo l'unità politica italiana, sicuramente in tempi non ancora maturi per il definitivo rovesciamento valoriale. Parallela è stata la sua vita privata: un'uomo d'azione, ma anche ben dedito agli intrighi amorosi, alle allegre bevute e alle risse con tanto di duelli d'onore, che ben rispecchiavano un carattere geniale e tormentato, pienamente giacobino. L'incarnazione romantica di Foscolo, come afferma Leonardi, ci consegna un poeta contemporaneo. Frizzante il dibattito con il nutrito pubblico, sempre molto attento, che si è incentrato sia sul personaggio, sia sulla storia. Un pensiero, quello dell'autore, innovativo e interessante, poiché riesce a far emergere un Foscolo, completamente misconosciuto al grande pubblico. L'associazione ringrazia il direttore della Libreria Rinascita Giorgio Pignotti per i graditi saluti finali.

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a cura di Stefano Scalella
04 Maggio 2019 – Bottega del Terzo Settore - Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Giuseppe Baiocchi
Modera: Diego Della Valle
Interviene: Lorenzo Vitelli
 
Riportiamo il consueto video delle nostre attività culturali. Sabato 04-05-2019 si è svolto il 48°evento dell'associazione onlus Das Andere. L'incontro ha visto ospite il dott.Lorenzo Vitelli, editore della casa editrice Gog e direttore dell'Intellettuale Dissidente di Roma. La conferenza, presentata dal consigliere Diego Della Valle e moderata dal presidente Giuseppe Baiocchi, ha presentato l'ultima curatela di Vitelli "Élites - Le illusioni della democrazia": un viaggio critico verso la forma politica della democrazia apportato da 4 teorici del Novecento, che portano il nome di Robert Michels, Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Antonio Gramsci. L'autore ha spiegato anche l'uso del "popolo" come strumento per la presa del potere di una determinata nuova élites, affermando come la massa non abbia mai nella storia avuto un vero potere decisionale. Vitelli ha inserito nella sua dissertazione anche l'elemento della letteratura, trattando autori come Tolstoj, inerente il carattere destinale della storia nei confronti dell'élites (Guerra e Pace) e Tomasi di Lampedusa per l'adattamento opportunistico delle élites al corso degli eventi (Il Gattopardo). Frizzante il dibattito con il nutrito pubblico, sempre molto attento, che si è incentrato sia sulla storia che sull'attualità. Un pensiero, quello di Vitelli, controcorrente e dissidente, poiché esce fuori dal buonismo di credere ancora ad una politica che possa salvaguardare il cittadino. Una conferenza certamente necessaria poiché ha toccato elementi politici che hanno generato discussione e approfondimento, elemento vitale per l'elevazione culturale di una città.

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di Giuseppe Baiocchi del 25/04/2019

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Parigi ha usato la ghigliottina, assurta a simbolo dei tumulti rivoluzionari, anche come forma d'intrattenimento: nell'istante in cui la lama inizia a scivolare, il popolo conosce il silenzio, poi lo sbigottimento e infine si desta e torna agli schiamazzi ubriachi e alla gioia scomposta. Nel 1791, la rivoluzione giacobina raggiunge anche il possedimento oltremarino francese di Côte française de Saint-Domingue (attuale Haiti): la popolazione nera, aiutata dai repubblicani, insorge contro il governo coloniale dell’Ancien Régime.
François-Auguste Biard - L'abolizione della schiavitù nelle colonie francesi del 1848 (particolare) - dipinto del 1849. Anche se la rivoluzione francese abolì la schiavitù nel 1794, rimase ancora forte la superiorità repubblicana dei bianchi nei confronti dei neri, i quali erano considerati inferiori. Napoleone Bonaparte ristabilì la schiavitù nel 1802 nelle Antille. La schiavitù fu abolita definitivamente durante la seconda repubblica francese, per opera del Sottosegretario di Stato Victor Schoelcher (1804 - 1893) nel 1848. Il Regno Unito l'aveva abolita nel 1834, ma altre nazioni come Stati Uniti , Portogallo o Spagna avrebbero impiegato ancora molti anni.
Si da vita ad una Repubblica più effimera di quella francese e sicuramente più “colorata”. Chi la narra è sicuramente un esperto di rivoluzioni: Alejo Carpentier (1904 - 1980) autore de “Il secolo dei lumi”, un romanzo che narra il problema della Rivoluzione francese esportata, collegandola indissolubilmente alla “sua” Rivoluzione, quella cubana di Fidel Alejandro Castro Ruz (1926 - 2016), che ispirandosi alla Rivoluzione russa, porrà quest’ultima a modello della sua futura politica nazionale. Ma quando nasce il concetto di Rivoluzione? Di quale assetto auspica l'insorgenza? Quanto il programma di rinnovamento proposto nelle teorie, diverge dalle sue applicazioni? Esso è stato tratteggiato nel secolo “dei Lumi” o ha trovato formulazioni e tentativi di realizzazione anche in epoche precedenti? E soprattutto, quand'è che una rivoluzione può dirsi conclusa? L’uomo contemporaneo non può fuggire di fronte a tali interrogativi.
Per rispondere a tali domande, bisogna capire come era strutturata la società europea, ed in particolare quella francese, prima del 1789. Simbolo del potere regio nella Francia del XVIII secolo è certamente il Palazzo di Versailles, al cui interno viveva tutta la corte del Re di Francia Luigi XVI di Borbone (1754 - 1793) e di sua moglie Maria Antonia Giuseppa Giovanna d'Asburgo-Lorena (1755 - 1793). I due personaggi, come testimonierà Charles Maurice Talleyrand (1754 - 1838), sono i due fulgidi esempi di quello che oggi è definito Ancien Régime (Antico Regime), ovvero il sistema governativo che caratterizzerà la monarchia assoluta francese delle casate dei Valois e dei Borbone (1328 - 1789). Il mondo prima della rivoluzione era dolce, nessun individuo post-rivoluzione può immaginare come fosse morbida la società di quell’epoca per i pochi eletti che la conducevano.
Un primo scivolamento dell’aristocrazia verso la rivoluzione è dato dal suo abbandono della terra: la nobiltà feudale possedeva durante tutto il periodo medievale e successivamente in quello rinascimentale (con ampia temporalità anche nel 1600) oneri e onori con la popolazione. L’incastellamento aveva certamente prodotto i suoi migliori frutti: vigeva un sistema gerarchico sociale, dettato da norme e convenzioni che portava l’aristocrazia ad essere rispettata e temuta dal popolo, avendo in cambio l’ordine giuridico e la difesa del territorio.
Il carattere assolutistico, sviluppatosi con l’abbandono della terra, per prediligere una vita cittadina “quasi alto-borghese” nei grandi centri urbani (come accadde nella Penisola italica) avevano allontanato la nobiltà dal rapporto stretto con la popolazione. In Francia, questo carattere, con la costruzione di Versailles (1623 - 1683) si accentua, traslando l’aristocrazia all’interno di un mondo parallelo, dove questa inizia gradualmente – poi più assiduamente – a disinteressarsi alla gerarchia statale. Centralizzando, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo una superstruttura burocratico-statale a forme virili e dirette di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità, essi crearono il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare (la Maison du Roi) era ormai priva di rapporti diretti con il paese: distrutta la struttura differenziata che faceva da medium fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella sovrastruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L'assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall'avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche.
In realtà la reggia di Versailles, fu edificata da Luigi XIV di Borbone, detto il Re Sole (1638 – 1715, Le Roi Soleil). Egli difatti traslando tutta la nobiltà a corte e costringendola ad un regime sfarzoso, avrebbe ottenuto un duplice risultato: impoverire l’aristocrazia, poiché da sempre i suoi Pari rappresentavano un pericolo per il suo stesso Trono; e parallelamente indebolirla nei suoi rapporti con i territori, poiché essendo una Monarchia feudale, la sua ricchezza e la sua forza politica derivavano esclusivamente dal suo essere radicata - appunto - alla terra. Così la nobiltà vivendo presso tale manufatto edilizio, veniva definitivamente subordinata al potere centrale, assolutistico, del Sovrano: non farne parte avrebbe significato essere abbandonata alle periferie di quello che all’epoca era il paese più popolato d’Europa.
Pierre Patel, Chateau de Versailles (particolare) - 1668.
All’origine della Rivoluzione vi è il processo di accentramento politico, con il conseguente indebolimento del sistema feudale, che per secoli aveva garantito lo Stato di diritto e la difesa del Regno. Da sempre infatti i ci-devant (appellativo dato dai rivoluzionari agli aristocratici) avevano trattato il Re sempre alla pari, poiché nella storia francese, l’aristocrazia aveva combattuto le sue più cruenti battaglie, sempre al fianco del Sovrano, da pari appunto, avendo versato esattamente lo stesso quantitativo di sangue del Re.
La filosofia della parità diviene dunque essenziale per capire l’antropologia di sangue blu: le campagne belliche dei secoli precedenti avevano fatto sì, che lo sforzo dell’aristocrazia, doveva essere ripagato dal Sovrano, con l’esenzione dalla tassazione statale; i tributi non venivano pagati
dai nobili proprio a fronte di questo meccanismo storico ed atavico; il Re non pagando le tasse, acconsentiva alla nobiltà l’esenzione dei queste per i meriti militari e statali del passato.
Altrettanto interessante è l’analisi della società del tempo strutturata in forma piramidale ed imperniata sull’immagine triadica medievale degli orantes (il clero, anch’esso esentato dalle tasse poiché lavoravano per il passaggio delle anime nell’aldilà e i cui vertici erano anch’essi di lignaggio aristocratico), dei bellantes (la nobiltà) e dei laborantes (commercianti, banchieri o semplicemente contadini, i quali pagavano la tassazione). I primi due Stati, così come venivano denominati, possedevano un alto tasso economico per le casse dello Stato, sempre più appesantito dai ritmi crescenti di sfarzo della corte e del clero annesso, che aveva portato già per tre volte il Regno sull’orlo della bancarotta. Per cercare di risolvere la spinosa questione economica, il 25 agosto del 1788, viene chiamato a corte il banchiere svizzero di Ginevra Jacques Necker (1732 - 1804), che ricopre il ruolo del Contrôleur général des finances (Controllore generale delle finanze). La situazione per il ginevrino si presenta subito allarmante: i danari per il risanamento non ci sono, poiché la spesa pubblica per la nobiltà e il clero è altissima ed un aumento della tassazione al Terzo Stato, già provato dalle tasse, è impensabile.
In un celebre dipinto del pittore Jean Siffreid Duplessis (1725 – 1802) Necker viene raffigurato in abiti scuri: difatti non a caso viene chiamato da Luigi XVI un economista austero e parsimonioso, difatti possiamo denotare subito l’utilizzo del nero per i suoi abiti. Tale colore è sinonimo di sobrietà, i colori – tipici del 700 sfarzoso – vengono meno, per anticipare il gusto sartoriale tutto ottocentesco per l’utilizzo dell’abito scuro: sicuramente un indumento che si adattava bene a tutte le occasioni e che rimaneva comunque elegante. Difatti anche la storia dell’arte può aiutarci a capire il passaggio epocale che ci porterà alla Rivoluzione Francese, poiché nel Settecento l’uso dei colori per gli indumenti, nelle classi nobiliari, è imperante; così come nei quadri il colore vivace ne è il protagonista assoluto. Jacques Necker deve risolvere il problema del debito pubblico e lo svizzero sembra essere l’ultima carta che rimane al Sovrano Borbone per ristabilizzare una situazione economica oramai fuori-controllo. I suoi predecessori avevano optato una strategia economica oggi chiamata “finanza allegra”, cioè prestiti che coprivano altri prestiti, creazione di quelli che oggi chiameremo buoni del tesoro – che però poi non venivano coperti: vi erano troppi e inesorabili “castelli finanziari”. Necker asserisce al Re che tali pateracchi economici non riuscirebbero più neanche a mascherare la situazione, per via dell’altissimo debito presente nelle casse del Regno e propone a Luigi XVI la via della tassazione anche al Primo Stato (la nobiltà) e al Secondo Stato (il clero). Il Re Luigi XVI non è stato un pessimo Sovrano, come poi i vincitori hanno scritto successivamente con la conseguente vulgata storica: un Re dalla vita tranquilla, ma le giornate serene e assolate erano orami un lontano ricordo del passato. L’intraprendenza della moglie austriaca Maria Antonietta, uno Asburgo appunto, non lo aiutava certamente, poiché la consorte non poteva capire la motivazione economica che spinse Necker a convincere Luigi XVI verso una tassazione alla sua nobiltà d’armi. Difatti il Borbone capisce che l’economista ha ragione e tenta l’impossibile: avvicinare la Francia verso un modello di Monarchia Costituzionale, già in uso in Inghilterra, dopo la rivoluzione di Oliver Cromwell (1648) che portò alla Gloriosa Rivoluzione del 1688-89 a colpi di frase “Non c’è tassazione, se non c’è rappresentanza”.
Nell'acquaforte vengono rappresentati i tre Stati che avrebbero composto il quadro degli Stati Generali. Da notare, ancora una volta, il colore degli abiti dell'aristocrazia, simbolo del 700, e il nero usato dalla classe borghese del Terzo Stato, simbolo dell'800.
Il Sovrano poteva infatti prendere delle decisioni di propria autonomia, dopo aver ascoltato il suo consiglio più ristretto, che dovevano essere vidimate, certificate, approvate dal Parlamento di Parigi: un’unione di forze sociali, tra cui l’aristocrazia era prevalente, ma dove era presente anche una buona dose di borghesia cittadina. Luigi XVI è un uomo prudente, ma inizia ad operare una serie di editti Sovrani, ovvero quelli che non hanno bisogno della registrazione del Parlamento di Parigi. Gli abbozzi di riforme per la tassazione dell’aristocrazia e del clero vengono prese malissimo dai due Stati che minacciano ritorsioni al Sovrano, rivendicando il loro supporto alla macchina statale, non certamente di stampo economico. Eppure contrariamente a quanto ci hanno raccontato gli storici allineati, Luigi XVI trova il suo coraggio interiore: non si intimidisce di fronte alla contrarietà della moglie, non ha paura di inimicarsi una parte dell’aristocrazia più tradizionalista, così come il clero pienamente contrario. Oggi non si può non apprezzare il suo sforzo, però non basta. Così si pensa alla convocazione degli Stati Generali il 5 maggio del 1789: un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali esistenti in un’assemblea, di origine feudale (ultima convocazione era avvenuta nel 1614), che disponeva della funzione di limitare il potere monarchico, da convocare quando incombeva sul paese un pericolo imminente. De facto il Re convocava il Regno, per ascoltare tutti i componenti dello Stato, che lo avrebbero aiutato nell difficili decisioni da intraprendere.
Gli Stati Generali (1139 membri) sono un’altra trovata del geniale Necker: egli fece sì che, a differenza delle precedenti edizioni, Luigi XVI approvò la richiesta del Terzo Stato (borghesia e clero minore) di rappresentarsi con la metà dell’assemblea generale – mentre in passato le porzioni erano 1/3 nobiltà, 1/3 clero e 1/3 borghesia -, ovvero del 100% dei partecipanti, vi era il 50% appartenente al Terzo Stato, il 25% appartenente alla nobiltà e il 25% appartenente al clero. In questo modo il sistema di voto rimaneva immutato, perché per mutare era necessario il voto del singolo Stato e non per testa, che viene respinto, così come la riunione in un’unica camera. La voce della Francia “che lavora” asserì Necker, sarà certamente più evidente.
Delle richieste che perverranno al Sovrano possiamo già leggere una prima interpretazione per la costruzione delle origini della Rivoluzione Francese. Il Terzo Stato è in possesso di numerosi cahier (libretto) da far leggere, tra cui spicca quello dell’abate Emmanuel Joseph Sieyès (1748 - 1836) intitolato “Che cos'è il Terzo Stato?”. Nel pamphlet asserisce tra scrosci di applausi: «Che cos'è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa». In soldoni Sieyès, con coraggio, afferma a Luigi XVI che la Francia viveva al di sopra dei propri mezzi, e soprattutto sopravviveva sul lavoro del 90% della popolazione che lavorava per tutti, pagava per tutti e non aveva nessuna voce in capitolo. Dunque la vera questione degli Stati Generali sembra sempre essere riconducibile al già citato motto britannico «Non c’è tassazione, se non c’è rappresentanza».
Aprendo il consueto parallelismo con la storia dell’arte, nel celebre dipinto del pittore Louis-Charles-Auguste Couder (1789 - 1873), “Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali” si possono evincere interessanti particolari: nella parte destra del dipinto vi sono dei signori vestiti in una certa maniera, più sobria dove predomina il colore nero, che dominerà tutto l’Ottocento; mentre nella parte sinistra degli individui che indossano dei vestiti di altra fattura, più sgargianti e colorati, simbolo del Settecento. I signori “in nero” sono i borghesi e il clero minore che non avendo la potenza economica per vestirsi in maniera costosa prediligono l’eleganza scura adatta per tutte le occasioni. Le due “Francie” nel dipinto si fronteggiano e non sembrano essere destinate a capirsi, poiché alcuni vivono in una Francia multi-colore e altri pensano che è arrivato il momento di vivere in una Francia più umile, assestata, monocromatica. A quest’ultima Francia, inoltre, si operano piccoli sgarbi sciocchi, ma significativi, come quello del copricapo: l’aristocrazia poteva indossare il cappello davanti al Sovrano, la borghesia doveva toglierselo; l’aristocrazia poteva uscire dall’assemblea volgendo le spalle al Re, la borghesia doveva fuoriuscire arretrando e non dando mai le spalle a Luigi XVI. La borghesia, dobbiamo asserirlo per precisione, entra agli Stati Generali con spirito riformatore e non rivoluzionario: ha discusso per mesi in ogni occasione, ha scritto, ha spiegato cosa si può fare per risanare lo Stato e lo ha spiegato con intelligenza, si è presentata in numero doppio rispetto agli altri due Stati, ma alla fin fine si vedono restituire le convenzioni di sempre, che fanno solo che aumentare lo strappo già avviato con la loro classe sociale, facendo tradire le attese e facendo vanificare i propri sforzi. In realtà il voto per testa e non per Stato, sarebbe stata un’innovazione devastante per i primi due Stati, sotto il punto di vista degli equilibri politici: oggi può apparirci chiaramente innocua.
Louis-Charles-Auguste Couder, Inaugurazione degli Stati Generali, 5 maggio 1789 (particolare), olio su tela, 400 x 715 cm, Versailles, Musée national du château et des Trianons.
Dopo sei settimane di stasi i rappresentanti del Terzo Stato abbandonano l’assemblea e si auto-proclamarono Assemblea nazionale, attribuendosi il potere esclusivo di legiferare in materia fiscale e riconoscendo in esso l’unico vero rappresentante della Francia, determinando la fine degli Stati Generali. Decisiva sarà la promessa, fatta da Necker, di far votare per testa e non per Stato. Un’iniziativa che non sarà attuata e che avrà il sapore della derisione per l’alto numero di rappresentanti presenti del Terzo Stato, pari al 50% dell’assemblea. Così 20 giugno 1789 il Re ordinò la chiusura della sala dove si riuniva abitualmente l’Assemblea (una sala dell’Hôtel des Menus-Plaisirs a Versailles) con il pretesto di eseguirvi dei lavori di manutenzione, cercando in questo modo di impedire qualsiasi riunione. Su proposta del deputato Joseph-Ignace Guillotin (1738 - 1814) tutti i membri si spostarono in una vicina sala adibita al gioco della pallacorda; mentre il presidente dell'assemblea, l’astronomo Jean Sylvain Bailly (1736 - 1793) si premunì di avvisare i colleghi di spostarsi. Da qui il giuramento successivo che viene appunto definito della “Palla Corda”. Qui l’importanza del tempo, che diviene strumento essenziale per capire le rivoluzioni: siamo passati dalla scala dei secoli, alla scala degli anni, poi dei mesi e infine ora a quella dei giorni, da tale data il calendario correrà come un orologio. Dal 5 maggio al 20 giugno passano 45 giorni e non sono pochi, ma sono pochissimi, rispetto al fatto che ci erano voluti due anni e mezzo per convocare gli Stati Generali (1787 - 1789), c’erano voluti almeno dieci anni per convincere Luigi XVI a prestare consiglio a Necker, c’era voluto un secolo per far capire al Regno di Francia che le leggi imposte da Luigi XIV avevano portato conseguenze economiche nefaste per il suo erede. Nella storia il tempo non è mai uniforme: a volte cammina più lentamente, altre più velocemente e in tutte le rivoluzioni corre ed è sempre molto spedito.
Dunque il Terzo Stato si riunisce qualche giorno prima del 20 giugno 1789 e inizia a prendere delle decisioni economiche senza più ascoltare l’altra frangia della società dirigente. Luigi XVI si sforza così di recuperare la situazione, già scivolata verso un punto di non ritorno, mandando il marchese Henri Evrard di Dreux-Brézéa (1762 - 1829) a parlamentare con i borghesi, per far ritornare quest’ultimi all’Hôtel des Menus-Plaisirs. Fu a questo punto che il già citato astronomo Bailly esclamò la famosa frase che racchiude storicamente la stessa Rivoluzione Francese: «La Nazione unita, non riceve ordini da nessuno». L’antico Regime viene scavalcato, superato: la borghesia ha rovesciato la piramide politica di Luigi XVI, non esistendo più la legittimità dall’alto, ma il Sovrano deve “scendere” all’interno della società, contrattando socialmente con essa. Ciò sta a significare che il contratto sociale fa nascere una nuova società, formata da individui singoli, tutti in condizioni di uguaglianza (il che ovviamente non corrispondeva a verità, poiché la rappresentanza borghese non rappresentava gli interessi di tutte le categorie sociali), che successivamente poteva dar vita alla forma di Stato istituzionale più idonea secondo “il popolo”. L’origine di questo processo è la carta Repubblicana, oggi in auge in tutte le repubbliche parlamentari, che nel primo articolo cita: «La Sovranità appartiene al popolo», dunque il popolo è Sovrano. Il Re non è Sovrano, ma eserciterebbe da adesso in avanti, la sua sovranità perché il popolo gli concede e ritiene utile, che egli rivesta tale carica. Da qui anche la famosa frase che si sussegue in tutte le Monarchie Costituzionali: «Per diritto di Dio e della Nazione» e non più solo «Per diritto di Dio» - il Trono e l’Altare si spezzano. Questa è la Rivoluzione Francese: il concetto umano, dove l’individuo si pone come fondamento del reale, vuole sostituirsi al carattere della Tradizione divina, vuole decidere al posto di Dio, perché tutto è frutto dell’intelletto e non della fede ultraterrena. Da qui l’importanza, sempre crescente, della scienza che deve risolvere per la borghesia, le domande ultime che la fede rispondeva all’uomo.
In realtà tale concetto politico non si poneva ancora come un moto rivoluzionario, ma voleva imporsi come un cambio istituzionale, traslando da una Monarchia Assoluta, ad una Costituzionale (a sovranità popolare).
La convocazione degli Stati Generali animò nei mesi seguenti il dibattito politico che si estese fino ai salotti e alle piazze della capitale, a tal punto da indurre il Monarca a schierare i suoi soldati mercenari svizzeri e tedeschi attorno a Versailles, Parigi, Sèvres e Saint-Denis. Sabato 11 luglio il Ministro delle Finanze Jacques Necker venne destituito dal re, essendosi guadagnato l’inimicizia di parte della corte per aver manifestato in parecchie occasioni delle idee filo-borghesi.
Arriviamo così al primo atto violento – ampiamente trattato dal conte Joseph-Marie de Maistre (1753 - 1821) nel suo “Considerazioni sulla Francia” –, ovvero la presa della Fortezza denominata Bastiglia, oramai in disuso e simbolo del potere regio. In realtà la sollevazione popolare è frutto di false voci fatte circolare in città dalle sette massonico-borghesi, che avevano perfettamente capito che l’occasione per acquisire il potere, tramite il Terzo Stato, non si sarebbe ripetuta. Si vocifera per le strade della capitale che le truppe regie, composte dai soldati stranieri svizzeri e tedeschi, avrebbero massacrato ben presto la popolazione se i moti fossero proseguiti.
Il marchese Bernard-René Jourdan de Launay (1740 - 1789) è l’anziano governatore della prigione politica: un uomo legato alle antiche convenzioni e in piena sintonia con l’Assolutismo monarchico. Ai suoi ordini ci sono 82 invalidi di guerra e 32 Guardie svizzere comprensive di 30 cannoni, al comando dello svizzero Ludwig Ignaz von Flüe (1752 - 1817), capitano-luogotenente nel reggimento Salis-Samade. Dai ricordi dell’elvetico, il vecchio marchese era così descritto: «Era un uomo che non aveva né grandi conoscenze militari né esperienza, e aveva poco cuore. […] Fin dal primo giorno, imparai a conoscere quest’uomo da tutti i preparativi insensati che organizzava per sua difesa della sua posizione, e dalla sua continua inquietudine e irresolutezza. Vedo chiaramente che saremmo mal comandati se venissimo attaccati. Era talmente terrorizzato che la notte prendeva per nemici le ombre degli alberi e di altri oggetti circostanti. I capi dello Stato Maggiore, il luogotenente del re, il maggiore e io stesso gli facevamo molto stesso delle rappresentazioni, da una parte per tranquillizzarlo sulla debolezza della guarnigione della quale si lamentava continuamente, e dall’altra per non farlo preoccupare di dettagli insignificanti e di non trascurare le cose importanti. Ci ascoltava, sembrava approvare, dopo agiva in tutt’altro modo e in un istante cambiava opinione; in una parola, in tutti questi fatti e gesti, faceva prova della più grande irresolutezza».
Dunque il 14 luglio 1789, una guarnigione poco efficiente e poco numerosa, vede insorgere quasi 1000 rivoltosi, che vengono affiancati da 61 Guardie francesi disertrici e ben 5 cannoni. La fortezza, nonostante il coraggio delle Guardie svizzere (vi saranno 98 morti da parte dei ribelli), viene espugnata e la prima testa conficcata nella picca sarà quella del governatore della Bastiglia de Launay. È il primo gesto di una violenza esibita.
Jean-Baptiste Lallemand - L'arresto del comandante della Bastiglia (particolare) - 1790.
Un anno dopo, il 14 luglio del 1790, la Francia pare essere riconciliata: siamo allo Champ-de-Mars (Campo di Marte), dove avviene la Fête de la Fédération (Festa della Federazione) una cerimonia festosa che celebra la Monarchia Costituzionale: è presente un’Assemblea Legislativa che funge da Parlamento.
Una messa fu celebrata da Talleyrand, già vescovo di Autun sotto l’Ancien régime. A quel tempo, la prima Costituzione francese non era ancora stata completata, e non sarebbe stata ufficialmente ratificata fino al settembre 1791. Ma il succo di ciò, era compreso da tutti e nessuno era disposto ad aspettare. Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marquis de La Fayette (1757 - 1834) guidò il presidente dell’Assemblea nazionale e tutti i deputati in un solenne giuramento alla Costituzione in arrivo: «giuriamo di essere sempre fedeli alla Nazione, alla Legge e al Re, di sostenere con tutte le nostre forze la Costituzione decisa dall’Assemblea Nazionale e accettata dal Re, e di rimanere unita a tutti i francesi dai legami indissolubili di fratellanza». In seguito, Luigi XVI affermò: «Io, re dei francesi, giuro di usare il potere che mi è stato dato dall’atto costituzionale dello Stato, di mantenere la Costituzione come decretata dall’Assemblea nazionale e accettata da me stesso». Il titolo “Re dei Francesi”, usato qui per la prima volta al posto di “Re di Francia (e Navarra)”, era un’innovazione destinata a inaugurare una monarchia popolare che collegava il titolo del monarca al popolo piuttosto che al territorio della Francia.
La Rivoluzione sembra cessare, concludersi con una decina di morti dell’anno prima, ma non sarà così, poiché Luigi XVI non aveva “scelto” tale tipo di Istituzione Statale, ma gli era stata imposta. Il suo bisnonno, il Re Sole, aveva avviato un procedimento sociale irreversibile per il Regno di Francia; come detto pocanzi, per depotenziare la stessa aristocrazia, aveva fatto emergere la nuova classe della borghesia, verso la quale la nobiltà si affidava. Tale meccanismo, dopo essersi oliato per un secolo, non poteva arrestarsi bruscamente, ma Luigi XVI non comprende la portata degli eventi.
Il 21 giugno del 1791, dopo una serie di avvenimenti che non saranno trattati nel dettaglio, Luigi XVI decide di andarsene: dopo aver giurato, dopo aver creato le condizioni democratiche, dopo aver approvato i governi e aver avviato la vita parlamentare in Francia cerca di portare la sua persona, insieme alla sua famiglia, a Varennes con la speranza di giungere alla piazzaforte monarchica di Montmédy. Il piano però fallisce e la famiglia reale viene catturata al confine di Varennes-en-Argonne dalla Guardia nazionale comandata da La Fayette.
Quando la famiglia reale deve tornare a Parigi, si intuisce che l’Istituzione di una Monarchia Costituzionale in Francia sarà di breve durata. Il Re a Varennes chiude una stagione, perché tutto ciò che accadrà successivamente sarà un precipitare degli eventi storici: il 16 luglio l’Assemblea sospende il Re dalle sue funzioni fino alla nuova Costituzione. Difatti sul ritorno di Luigi XVI a Parigi, si innestano le preoccupazioni di tutte le Monarchie europee di Antico Regime.
La situazione politico-sociale disastrosa della Francia favorì un forte incremento dell’emigrazione (in gran parte nobili), confermando la progressiva radicalizzazione della Rivoluzione francese. Per cercare di contenere questa espansione rivoluzionaria entro i confini francesi, il 27 agosto 1791 Leopoldo II (imperatore del Sacro Romano Impero) e Federico Guglielmo II (re di Prussia), al termine di un incontro avvenuto a Pillnitz (dal 25 al 27 agosto) rilasciarono la Dichiarazione di Pillnitz, con la quale invitarono le potenze europee a intervenire contro la Rivoluzione francese per restituire i pieni poteri a Luigi XVI.
L’indignazione della popolazione dovuta alla maldestra fuga e successivamente per la dichiarazione di guerra di due Stati stranieri è al culmine. Per la popolazione francese, se un Re doveva essere mantenuto sul Trono da armate straniere, quel Sovrano perdeva completamente la sua legittimità. Dunque il Regno di Francia, che per secoli si era mantenuto forte e aveva espanso i propri domini nel mondo grazie alla Monarchia, nel 1792 perde completamente la propria autorevolezza.
Sarà in tale contesto che sorgerà la Repubblica: il 10 agosto 1792, 25.000 dimostranti muovono verso il Municipio, situato all’Hotel de la Ville, e sollevano dal potere il consiglio comunale per instaurare la Commune insurrezionale. Il primo obiettivo è quello di assaltare il Palazzo delle Tuileries, residenza del Re difesa dai migliori soldati di sempre della Maison du Roy: 1330 guardie svizzere, i militari più affidabili e fedeli di Luigi XVI ai comandi del marchese e tenente-colonnello Jean-Roch-Frédéric, di Maillardoz (1727 - 1792) . L’ordine è chiaro per la massa sanguinaria: «assediare il castello, sterminare tutti coloro che ivi si trovano, in particolare gli svizzeri e condurre il Re e la sua famiglia a Vincennes». La situazione dalle prime ore del mattino appare disperata: il Sovrano insieme alla famiglia si fa scortare alla Sala del Maneggio, chiedendo protezione all’Assemblea Legislativa, mentre nel palazzo avviene la più cruenta battaglia della Rivoluzione Francese. Le Tuileries è presieduto oltre che dagli svizzeri, anche da nobili della corte armati che respingono con prontezza quattrocento assalitori. La massa degli insorti si ingrossa e per i difensori non ci sarà quartiere: 600 uomini e 15 ufficiali vengono trucidati, ma il corrispettivo per gli assalitori è impressionante, con 3000 uomini lasciati sul campo.
Jean Duplessis-Bertaux, Presa del palazzo delle Tuileries (particolare), 1793.
Con la presa delle Tuileries, si dichiara decaduta la monarchia costituzionale e si convoca una nuova assemblea costituente, con Luigi XVI sospeso dalle sue funzioni e imprigionato con i suoi familiari nella Torre del Tempio, antico complesso fortificato medievale. Fu così che il 21 settembre la Convenzione proclamò la Repubblica.
L’anno successivo vedrà inesorabilmente inasprirsi il comportamento dei rivoluzionari, che introdussero la micidiale arma di decapitazione chiamata ghigliottina. La scrittrice ungherese, naturalizzata britannica, Emma Magdalena Rosalia Maria Josefa Barbara Orczy (1865 - 1947) ce ne fornisce una inquietante descrizione: «Era formata da due supporti paralleli in legno in quercia dell’altezza di poco più che tre metri, uniti in alto da una sbarra trasversale e ben fissati su una base sorretta da solidi contrafforti nella parte posteriore ai due lati. Era ben visibile, via via che ci si avvicinava al luogo angoscioso, la mannaia costituita da una lama di otto pollici sorretta da una corda a due capi che il boia pilotava, lasciandola andare quando la vittima, sdraiata sul ventre, stentava a muoversi con il collo impigliato nella cavità del ceppo. Tutt’intorno, la folla dei curiosi e dei vendicatori a stento trattenuta dalle guardie; mai più agitati, e soddisfatti, erano quei personaggi chiamati le “furie della ghigliottina”, che in gran parte si raccoglievano sotto il nome un po’ ironico di Società Fraterna». 
Con i primi eccidi la società tutta, reazionaria e rivoluzionaria, inizia a percepire che avviene in Francia un qualcosa di superiore ad un semplice cambiamento: sono stati tutti scivolamenti, non vi è stato momento nel quale, la società dell’epoca comprendesse l’attuazione di un vero e proprio progetto rivoluzionario e tanto meno chiamare tutta questa carneficina “Rivoluzione”. Passo dopo passo, il calendario diventa un orologio, accelerazioni, speranze che vengono bruscamente frenate e generano altrettante impennate. Nel gennaio del 1793, possiamo certamente annunciare quello che, Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre (1758 - 1794) definirà come il periodo del Terrore rivoluzionario. A farne le spese il 21 gennaio sarà proprio Luigi XVI di Borbone dopo una condanna quanto mai combattuta da parte dell’Assemblea Nazionale Costituente (17 gennaio) che si impose solamente con 387 voti contro i 334 degli oppositori.
Un eroico tentativo di difendere il Sovrano era compiuto dal barone Jean-Pierre de Batz (1754 - 1822) con il marchese Amable-Charles de La Guiche (1747 - 1794) al grido: «A nous, ceux qui veulent sauver leur roi»! Ma venivano subito aggrediti dalla folla inferocita e costretti alla fuga.
Un resoconto di quei drammatici istanti venne descritto dalla rivista Magicien républicain: «La carrozza arrivò alle dieci e un quarto ai piedi del patibolo eretto in Place de la Révolution, già Place Louis XV, di fronte al piedistallo su cui era stata innalzata e poi abbattuta la statua del tiranno di tal nome. Le strade di accesso erano difese da numerosi pezzi d’artiglieria. Arrivato a quel luogo terribile, Luigi Capeto fu consegnato ai carnefici. Questi si impadronirono di lui, gli tagliarono i capelli, lo spogliarono e gli legarono le mani dietro la schiena. Poi gli domandarono per tre volte consecutive se avesse ancora qualcosa da dire o da dichiarare al suo confessore. Poiché continuava a rispondere di no, l’abate lo abbracciò e, lasciandolo, gli disse: “Andate, figlio di San Luigi, il Cielo vi attende”».
Unico privilegio che venne concesso all’oramai ex-Sovrano fu la concessione di una carrozza che lo scortò sul luogo dell’esecuzione in Piazza della Rivoluzione, oggi Place de la Concorde. Libro dei salmi alla mano, vestito bianco, Luigi Capeto – come era stata ribattezzato dai rivoluzionari – giunto ai piedi della ghigliottina, mostrandosi estremamente calmo proferì le sue ultime parole: «Muoio innocente dei delitti di cui mi si accusa. Perdono coloro che mi uccidono. Che il mio sangue non ricada mai sulla Francia»! Avrebbe forse voluto pronunciare un’ultima arringa, ma i gendarmi non gli permisero oltre modo nulla. La situazione si era fatta concitata e la ghigliottina venne fatta calare prima che il collo del Re fosse nella giusta posizione: così più che una decapitazione fu uno smembramento. La testa maciullata di Luigi XVI fu comunque raccolta da un giovane membro della Guardia Nazionale che la mostrò alla folla in delirio, facendo un intero giro del patibolo.
Ucciso il Re, la Francia sarà in mano agli “ottimi avvocati di provincia” Robespierre, Georges Jacques Danton (1759 - 1794) e al medico Jean-Paul Marat (1743 - 1793): inutile dire che ben presto il Terrore rivoluzionario avrebbe travolto anche i propri paladini giustizialisti.
Arriviamo infine alla battaglia storica di Valmy del 1792. Perché storica? Ebbene la sua importanza fu di carattere filosofico. Difatti fu la prima decisiva vittoria degli eserciti rivoluzionari francesi contro le armate europee della conservazione austriache, prussiane e dell’Assia comandante dal duca di Karl Wilhelm Ferdinand di Brunswick-Wolfenbüttel (1735 - 1806), che avevano dichiarato guerra alla Rivoluzione.
Jean-Baptiste Mauzaisse, La battaglia di Valmy (particolare) – 1792.
Tale trionfo repubblicano, scardinò per la prima volta la tesi atavica riguardante l’aristocrazia dell’ex Regno di Francia, per la quale le tasse erano esentate: da questa battaglia decisiva il popolo si fa carico della difesa della Nazione (non più, appunto, del Regno). Avviene quella che lo storico francese Alphonse Dupront (1905 - 1990) definì «l’appropriazione della spada»: la spada era stato il segno del privilegio e anche naturalmente il segno dell’onore per il mondo nobiliare, ma adesso «la spada» appartiene all’intero popolo di Francia, che è pronto a morire per se stesso, per la Patria, dopo “aver ucciso” la Patria stessa.
 
Per approfondimenti:
_Giorgia Penzo, I processi a Luigi XVI e Maria Antonietta. Dal trono al patibolo - Genesis Publishing, 2017;
_Antonio Spinosa, Luigi XVI: L'ultimo sole di Versailles - Mondadori, 2010;
_Cesare Giardini, Varennes. La fuga di Luigi XVI. (1791) - Mondadori, 1932;
_Daria Galateria, L'etichetta alla corte di Versailles. Dizionario dei privilegi nell'età del Re Sole - Sellerio, 2016;
_Gabriele Mendella, La Maison du Roi 1690-1792 - Catalogo Mostra Milano;
_B.Buongiovanni, L.Guerci, L'Albero della rivoluzione: Le interpretazioni della Rivoluzione francese - Einaudi, 1989;
_François-René de Chateaubriand, Memorie d’oltretomba - Einaudi, 2015;
_Federico Chabod, Alle origini della Rivoluzione Francese - Passigli Editore, 1998;
_Orczy E. M. R. M. J. B., La primula rossa, Newton, 1997.
_Giuseppe Baiocchi, La crisi rivoluzionaria a partire da Joseph de Maistre - dasandere.it, 2018;
_Giuseppe Baiocchi, Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni - dasandere.it, 2018.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 15/04/2019

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Architetto, incisore, pittore e urbanista: Karl Friedrich Schinkel (1781 - 1841) ha sempre indicato dietro un discorso tecnologico, precisi problemi formali che riguardano il rivestimento, il rapporto struttura-tamponamento, l’invenzione tipologica e lo stretto legame tra architettura e paesaggio. Architetto di estrazione monarchica, legato al Regno di Prussia, Schinkel non adottò unicamente un classicismo di Stato, ma le 174 incisioni dei 28 fascicoli del suo celebre “Raccolta di Progetti Architettonici” (1819 - 1840) hanno lasciato all’architettura occidentale la singolarità del suo pensiero architettonico.
Friedrich Drake, Karl Friedrich Schinkel (particolare), statua bronzea del 1867-69 sita in Schinkelplatz (Berlino).
Nato a Neuruppin, una piccola cittadina del Land brandeburghese, si formerà nella bottega berlinese degli architetti tedeschi David & Friedrich Gilly (1772 - 1800), dai quali verrà influenzato sui canoni architettonici della monumentalità classica a partire dal 1798. Difatti appena un anno prima il giovane, fresco di studi classici, si era recato presso l’Esposizione accademica annuale, dove ammirò il progetto manifesto di Gilly riguardante “Un mausoleo da erigere alla morte di Federico II il Grande”, dove la figura del tempio ipetro si impone come sintesi architettonica tra tettonica e paesaggio (nota 1). Il giovane Schinkel fu ammaliato dal nuovo modo di intendere l’architettura dopo il periodo barocco. La rivoluzione francese del 1789 influenzò difatti anche l’architettura con un ritorno alla sobrietà simbolica che si traduceva nella forma atea del ritorno al Tempio, dove lo stile dorico tornava, per comodità, pietra di paragone per la modernità (Nota 2). Gilly fu fortemente influenzato dall’architettura francese visionaria e rivoluzionaria degli architetti Étienne-Louis Boullée (1728 - 1799) e Claude-Nicolas Ledoux (1736 - 1806). Dunque la successiva reazione architettonica di Schinkel, non può che colpire, poiché le influenze ideologiche del XIX secolo quali liberalismo, industrialismo, positivismo, rivoluzione tecnologica, sono state apprese dal maestro prussiano, senza troppo alterare quello che sarà per l’epoca un pensiero sì innovativo, ma legato alla tradizione e ai luoghi. L’architettura visionaria, di contro, si lega parallelamente all’odierno internazionalismo architettonico: ateo e astratto, sradicato dal contesto nel quale si innesta. Il giovane architetto prussiano prende le distanze dai maestri di Francia massonici, inizialmente sotto il punto di vista pittorico: non riprenderà gli effetti artistici, cari alla rivoluzione, della fredda magnificenza eroica rappresentativa e maestosa, ma si concentrerà sulle valenze simboliche del progetto e sulla volontà di mettere in luce l’aspetto spirituale e interiore di ogni costruzione. I quadri ad olio che Schinkel dipinge a cavallo tra il 1813 e il 1815 presentano sempre una composizione avente in primo piano l’azione principale e sullo sfondo un fondale scenografico; tra il primo piano e lo sfondo la scena coopera con la prospettiva, rendendo la distanza molto stretta, così da prediligere una prospettiva aerea. Il maestro sceglie nella sua pittura di coinvolgere l’osservatore nella scena rappresentata, vestendo i personaggi con abiti di antichità classica, poiché tali costumi aumentano l’intensità romantica dell’osservatore. Altra innovazione di Schinkel, consiste, nel cosiddetto “principio di gradazione”, ovvero lo studio attraverso cui l’infinito può essere espresso in architettura senza causare l’indeterminatezza della sua forma. Seguendo il principio di distinzione pittorica, Schinkel analizza l’elemento della cupola, che non deve essere lasciata completamente liscia (sia in pittura che in architettura), ma introdurre una “gradazione” che renda – per legge di natura –, attraverso l’uso di nervature in estradosso, la superficie della cupola (oggetto unico della nostra percezione) un’esperienza dell’infinito nella sua totalità d’insieme. La percezione dell’occhio umano ci indica che se la superficie della cupola viene suddivisa in nervature i suoi rapporti interni di proporzione ci indicano indirettamente la nozione di infinito. La stessa tessitura dell’involucro si forma dalla composizione delle nervature secondarie che si dipanano da quelle principali in maniera progressiva. Per citare Edmund Burke (1729 - 1797): «ogni oggetto sublime la cui forma rispetta i principi di “successione e uniformità” ci solleciterà a non abbandonare la percezione dell’oggetto stesso una volta giunti con il nostro sguardo ai suoi limiti, ma anzi a prolungarla attraverso l’immaginazione nella nostra mente, come un’eco che nel superare i limiti della nostra finitezza ci fornisce per la prima volta la precisa esperienza di quell’infinito che egli definisce “artificiale”».
Dunque Schinkel si preoccupa di dare finitezza percettiva all’infinito movimento della ragione e parallelamente vuole riacquisire sotto il proprio controllo la finitezza dell’oggetto. Successivamente David Gilly (1748 - 1808) introduce il giovane Karl al realismo e alla logica del mestiere, insegnandogli la massima economia e semplicità nel costruire. Sarà dalla scuola tedesca che gli giungerà l’attenzione dell’architettura verso l’ambiente e lo studio della dei luoghi. Particolare attenzione Schinkel lo dedicherà al rapporto che deve sussistere tra la preesistenza e il nuovo, evitando di pensare a progetti avulsi e isolati dal contesto, ma piuttosto a enfatizzare l’opera attraverso l’intorno, ponendo così in stretta correlazione natura e architettura nell’ambito di composizioni armoniose e funzionali. La prima commissione gli perviene dal consigliere di corte Carl Ludwig von Oesfeld (1741 - 1804) di Potsdam che lo incarica dell’edificazione della sua personale Casina di delizia (nota 3), denominata successivamente “Pomonatempel” (Tempio di Pomona).
Il Tempio di Pomona (in tedesco Pomonatempel) è un piccolo padiglione neoclassico sito sul colle del Pfingstberg nella città tedesca di Potsdam.
Da un piccolo padiglione in rovina, dedicato alla dea romana dei frutti Pomona, Schinkel ne ricava un tempietto prostilo-tetrastilo neoclassico di ordine ionico ornato da un frontone. La scelta elegante dello stile ionico non è casuale poiché quest’ultimo riprende le misure della donna (nota 4), sesso a cui il tempio a pianta quadrata viene dedicato. Sul retro una scala a chiocciola conduce verso una terrazza panoramica situata in copertura, mentre l’unico ambiente del manufatto edilizio è composto dalla cella o naos centrale.
L’interesse verso l’elemento classico lo spinge nel 1803 a effettuare il suo primo Grand Tour europeo – il viaggio intrapreso dai ricchi aristocratici per migliorare le proprie conoscenze sulle discipline artistiche e architettoniche. Visita Dresda, Praga, Vienna, Trieste, Venezia, Roma e Napoli, ammirando l’architettura “saracena” e gotica. Proprio da quest’ultima rimarrà molto colpito fino ad esserne influenzato, per via della pienezza di carattere dello stile medievale: crogiolo ed unione architettonica tra i romani e i barbari. Studierà anche le soluzioni compositive e distributive derivanti dalle variazioni volumetriche che provenivano dal libero raggrupparsi di ambienti nel contesto dei ruderi antichi. Per un architetto, da sempre abituato a lavorare in stretto contatto con l’élite della classe dominante - da sempre appannaggio storico dell’architetto di professione -, Schinkel ebbe la non banale intuizione di capire che le città spesso non vengono progettate tramite utopistici piani urbanistici (che avevano caratterizzato tutto il Settecento e che continueranno ad influire nell’Ottocento), ma si ergono sul costruito. Questa stocasticità può divenire un valore dell’individualità degli elementi architettonici, unici e irripetibili in serie.
Sempre nei tre anni di viaggio, scrive un’interessante trattato di architettura intitolato “Il principio dell’arte in architettura”, attraverso il quale identifica i criteri da osservare per una giusta progettazione, ispirandosi alla trattatistica classica-vitruviana. Come primo perno del suo pensiero, il costruito spirituale e materiale deve mostrarsi idoneo allo scopo, poiché quest’ultimo è il principio fondamentale della costruzione; l’edificio materiale presuppone sempre un manufatto edilizio spirituale; l’adeguatezza al fine ultimo di un edificio si può esaminare dagli scopi congiunti della distribuzione, della costruzione o dalla composizione di materie appropriata al progetto, dall’ornamento o dalla decorazione; tali regole determinano la forma, la proporzione e il carattere dell’edificio; la corretta sistemazione interna si basa sull’utilizzo corretto della spazialità in termini di utilità, distribuzione e comodità; l’adeguatezza della costruzione si basa sulle seguenti caratteristiche principali, quali l’utilizzazione dei materiali disponibili migliori, i più alti livelli di esecuzione costruttiva, l’evidenza visiva dei materiali, dell’esecuzione e della costruzione migliore; l’adeguatezza dell’ornamento e della decorazione si basa sulle seguenti caratteristiche principali, quali la miglior scelta della posizione dell’ornamento, la migliore selezione del tipo adeguato dell’ornamento, i più alti livelli di esecuzione dell’ornamento.
Karl Friedrich Schinkel, Visioni della fioritura della Grecia - 1825.
Tornato in patria si pone la questione, attraverso ben 400 disegni maturati dal suo viaggio, dell’uso dei materiali storici per fini progettuali. Asserirà: «io mi propongo di scegliere degli oggetti eccellenti che rappresentino il vero carattere del Paese e della loro destinazione. A tal fine io mi prendo la libertà di cambiare, nell’oggetto realmente disegnato sul posto, quelle parti che siano ordinarie o prive di carattere sostituendole con altre più belle trovate sempre sul luogo, in modo da accrescere l’interesse per il singolo oggetto». Dunque l’architetto prussiano si sforza di osservare come reale, ciò che ancora non lo è, poiché il momento della progettazione inizia già nell’atto del vedere e mai potrà essere assimilato come gesto passivo.
Durante il primo decennio dell’Ottocento, Schinkel, preso dall’amore patriottico per la casata degli Hohenzollern, inizia ad affermare il primato del gotico antico-tedesco sull’architettura classica e la volontà di ridestarne la tradizione presso Berlino. In un’epoca dove il gotico era ancora considerato uno stile “barbarico” inteso in senso meramente dispregiativo, la restaurazione della bellezza dell’architettura medievale ebbe per tale periodo storico un’importante intuizione didattica, in perfetta armonia con l’opposizione prussiana “Trono e altare” ai valori bonapartisti della rivoluzione francese. Per l’architetto, i manufatti edilizi gotici, riprendendo la concezione intellettiva medievale – ovvero la mano dell’artista (o architetto) era guidata da Dio stesso, per cui l’opera era da sé spirituale -, possedevano un alto dettaglio in ogni loro parte e un’armonia inscindibile. Come affermò lo stesso Schinkel, accantonato lo stile propriamente espresso «tutto era in comune con le opere dei Greci e le superano di gran lunga quanto a volume. L’architettura antica, con la sua maggiore capacità artistica si compie nella materia, l’architettura gotica, nello spirito. Il Gotico riesce a innalzarsi audacemente con pochi mezzi [...] disdegna lo sfarzo, tutto in esso scaturisce da un’idea e, pertanto, ha il carattere della necessità, della solennità, della dignità e del sublime; l’architettura antica è vanitosa, pomposa poiché l’ornamento vi è casuale». L’alta produzione artistica di incisioni e pitture ad olio lo portano ad affermarsi presso la corte prussiana, la quale concede diverse commissioni all’architetto, che viene premiato ufficialmente con il titolo di Oberbauassessor (Assessore alla pianificazione) nel 1810 a soli 29 anni di età. Egli deve scrupolosamente supervisionare i progetti nella loro totalità: dall’estetica dei palazzi per uso civile, della real-casa, fino a quelli religiosi con attenzione verso il controllo sulla conservazione dei monumenti. Il suo metodo architettonico parte dal confronto con il passato e dallo studio dei luoghi: due caratteristiche che oggi l’architettura contemporanea ha perduto o compromesso. Tra il 1816 e il 1821 Schinkel si allontana dallo stile gotico e si riavvicina – questa volta in forma definitiva – al classicismo. La sua produzione è di forte rilievo ed ogni opera riesce a possedere, grazie alla sua eccellente conoscenza dell’uso delle proporzioni, una variazione in stile. Dopo le turbolenze delle guerre napoleoniche che avevano congelato l’edilizia nel Regno di Prussia, una prestigiosa commissione gli fu affidata da Friedrich Wilhelm Hohenzollern III (1770 - 1840) per il Neue Wache nel 1816 nel centro di Berlino.
Nelle immagini (da sinistra a destra): prospetto principale della Neue Wache, planimetria del complesso e infine una foto della costruzione agli inizi del 900.
Nonostante il lotto non presentasse dimensioni rilevanti, Schinkel riesce a donare alla struttura una monumentalità neoclassica, grazie all’imponente spazialità del pronao, al culmine del quale sono poste sei colonne in ordine dorico. La monumentalità si evince anche dal posizionamento di quattro avancorpi angolari, ispirati al castrum romano e disposti intorno alla pianta quadrata: la ripresa di elementi militari dal classicismo romano non sono certamente casuali, ma si ricollegano all’utilizzo del manufatto, destinato a sacrario delle guerre napoleoniche per i soldati del Regno di Prussia. Nonostante la staticità muraria delle pareti laterali, il sacrario riesce ad essere in armonia, grazie al colonnato del pronao, dal quale si evince chiarezza formale e grande rispondenza stilistica. L’edificio, sprovvisto di cupola, ha l’interno illuminato da un oculo. In tale progetto realizzato si evince un’altra caratteristica di Schinkel: la tessitura delle fughe. Il suo carattere ottico riguardante la muratura con le sue linee d’ombra che si producono accostando due materiali diversi o due porzioni di edifici differenti. Nel caso della Neue Wache avviene l’unione con la pietra arenaria del pronao con l’uso dei mattoncini per le pareti laterali di chiara ispirazione romana. Come afferma lo stesso Johann Joachim Winckelmann (1717 - 1768), tale tessitura viene definita dagli antichi “armonia” (armos dal greco, significa “fuga”). La “fuga” ha una doppia natura, poiché contemporaneamente pone in evidenza le caratteristiche dei materiali usati in termini di colore, consistenza, compattezza e parallelamente sospende la materia fisica tramite l’ombra, poiché la “fuga” è “un’ombra vuota”. Il grande architetto con questa tecnica ripresa dall’antichità si sforza di far riemergere l’esperienza spirituale dell’osservatore, di far tornare l’immaginazione. L’occhio umano scorgendo le cavità scure nella cui profondità vi è un vuoto figurato, realizza il kunstwollen eletto dal critico Alois Riegl (1858 – 1905). Difatti per Schinkel un’idea innovativa può fare la sua comparsa solo con presagi oscuri, mentre ancora è in auge quella strada antica e conosciuta: figura la sua epoca come un nuovo medioevo (in senso positivo, poiché il negativo di tale termine è un falso storico), a cui applica nuovi valori stilistici da applicare alla storia della tradizione architettonica europea. Un pensiero da riprendere pienamente oggi, dove l’architettura internazionalista deve “trapassare” verso un ritorno allo studio dei luoghi e degli stili architettonici dei popoli europei. Siamo figli di personaggi dottrinali come l’architetto francese Jean-Nicolas-Louis Durand (1760 - 1834), secondo il quale in architettura le figure e le forme storiche perdono significato e divengono intercambiabili (relativismo socialista) per ricoprire il vuoto e inutile decorativismo di epidermide. Schinkel non è di tale avviso poiché ogni architetto può avere una libertà di progettazione più elevata, senza essere influenzato dalle mode del proprio tempo, seguendo semplicemente i precetti immutabili e eterni delle leggi architettoniche greche: «c’è un solo periodo di rivelazione: quello dei Greci. Costruire in modo greco è costruire in modo corretto e da questo punto di vista si devono definire greche le più alte realizzazioni del Medioevo [...]. Essendo sconfinato il patrimonio della storia, bisogna individuare le leggi che lo hanno regolato, che sono servite da base per la determinazione delle forme che si sono prodotte nel corso dello sviluppo dell’arte. Solo così si può trovare la maniera per generare le forme del futuro».
Non a caso, poco tempo dopo il poeta tedesco Christian Johann Heinrich Heine (1797 - 1856) si interrogava sul perché non si costruissero più importanti cattedrali religiose. Egli stesso concluse da sé che «gli uomini di quei tempi avevano convinzioni; noi, i moderni, non abbiamo altro che opinioni, e per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un’opinione».
L’architetto seguendo una sua visione romantica pittoresca già sperimentata nell’arte si misura, in diverse occasioni, con il paesaggio circostante dei suoi progetti, poiché mira a giungere verso una rappresentazione di un ordine architettonico in perfetto equilibrio tra artificio e natura, considerando il contesto non come un semplice fondale, ma come elemento di congiunzione tra l’iperuranio e il reale. Sarà con tali ideali che raccoglierà le proprie idee nelle 174 tavole del “Sammlung architektonischer Entwürfe” (collezione di disegni architettonici), all’interno del quale il genio di Neuruppin voleva far conoscere il suo approccio all’elemento del progetto nell’architettura e creare un inedito strumento utile per il lavoro di studenti e accademici. La presentazione è di forte impatto e totalmente innovativa per l’epoca: la maestria dell’uso degli acquerelli rende vivace la presentazione ispirata ad artisti del calibro di Asmus Jacob Carstens (1754 - 1798), Joshua Reynolds (1723 - 1792) e al gusto accademico di presentazione di Winckelmann. Sembra di seguire le parole di uno dei fondatori del romanticismo tedesco, lo scrittore Wilhelm Heinrich Wackenroder (1773 - 1798), che a tal proposito afferma: «non posso non ammirare la città con crescente stupore [...]. Si viene trapiantati nell’antichità e ci si aspetta sempre di imbattersi in un cavaliere o in un monaco oppure in un cittadino in abiti antichi; perché gli abiti moderni non si accordano con il costume dell’architettura».
Nel 1826 in previsione di alcuni allestimenti museali berlinesi e su proposta dello stesso König Friedrich Wilhelm III, Schinkel si reca in Francia e in Inghilterra, per raccogliere nozioni sull’organizzazione interna dei musei pubblici più all’avanguardia. A ventiquattro anni Schinkel, durante il suo soggiorno francese, studia il sistema amministrativo: la centralizzazione da forte importanza al paesaggio, diviso in riquadri dalle vie di comunicazione, regolare. In Francia si predilige il tessuto globale, rispetto alla monumentalità del singolo edificio, dove la piazza reale non è più punto di riferimento culturale, ma diviene meramente un punto nevralgico all’interno del nuovo sistema funzionale nato con la Rivoluzione francese. Infine vi era una distinzione tra i compiti dell’architetto e quello dell’ingegnere: in Francia l’architettura idraulica, la costruzione di ponti e strade i problemi di allineamento non rietravano nelle competenze dell’architetto, ma degli ingegneri civili o del Genio; diversamente dal Regno di Prussia dove Schinkel poteva occuparsi anche di tali tematiche disciplinari.
In Inghilterra la sua attenzione sarà rivolta invece alle innovazioni introdotte dalla Rivoluzione industriale. Studia con interesse le opere dell’ingegnere scozzese Thomas Telford (1757 - 1834), degli architetti britannici John Soane (1753 -1837) e John Nash (1752 - 1835). Il paesaggio della Gran Bretagna in piena epoca industriale lo lascia sconsolato di fronte alla desolazione del grigio paesaggio urbano inglese disseminato di ciminiere che fumano. L’architetto prussiano inizia così a studiare un rapporto tra l’ornamento e le nuove strutture industriali per formare uno stile tecnologico generale puro e gradevole comunque alla vista. In tal senso presta attenzione verso nuove tipologie secondo cui darvi forma e approfondisce la tettonica della costruzione anche sotto il profilo estetico: con l’obiettivo di individuare la problematica legata all’ornamento e alla bellezza delle architetture industriali. Asserirà: «Fare di una cosa utile, funzionale e pratica qualcosa di bello, questo è il compito dell’architettura. Questo termine deve avere un significato opposto a quello di edificio toutcourt che, appunto, indica solo ciò che è funzionale, solido, utile e fatto a dovere, senza essere ancora permeato però dall’elemento della bellezza. Questa bellezza che poi è quella del monumento porta alla definizione dell’opera d’arte: di conseguenza un’opera d’arte che in qualche modo non sia e non voglia essere un monumento, non può essere definita tale [...]. In essa deve albergare uno spirito capace di vivificare altre creazioni umane e con essa questo deve sopravvivere fino a quando dura la materia portatrice della sua forma».
Sarà così che tra il 1821 e il 1824 progetterà il nuovo ponte per Friedrich Wilhelm III, al fine di ristrutturare l’intera area di Unter den Linden tra Spree e l’attuale Bebelplatz.
Schlossbrücke è un ponte nel quartiere Mitte di Berlino, in Germania. Nuovamente ampliato nel 1912 e dotato di una struttura in cemento armato negli anni '20, il ponte subì solo lievi danni nella seconda guerra mondiale . Nel 1951 le autorità della Germania dell'Est la ribattezzarono Marx-Engels-Brücke, insieme all'adiacente Marx-Engels-Platz (l'attuale Schloßplatz). Il suo nome originale fu restaurato il 3 ottobre 1991, un anno dopo la riunificazione della Germania .
Schlossbrücke è un ponte ad arco costruito in pietra arenaria, nel quale Schinkel pone una cura particolare per l’ornamento dei parapetti, con lo scopo di elevare l’opera architettonica oltre la sua pura funzione utilitaria. Il carattere economico della costruzione è caratterizzato dall’uso di un materiale meno costoso, sul quale viene applicato in epidermide l’elemento ornamentale (Nota 5). Ancora il disegno, strumento di studio e di conoscenza attraverso il quale egli indaga la realtà, riconosce il ruolo della forma tecnica dell’architettura dal cui sviluppo dipende la forma architettonica quale manifestazione dell’idea. Pubblica nel 1821 dei quaderni di incisioni “Vorbilder für Fabrikanten und Handwerker” (Modelli per fabbricanti e artigiani), per favorire un modello per i prodotti dell’industria leggera in via di sviluppo, quali ceramica, vetro, lavorazione di metalli, tessuti e decorazioni architettoniche: primo tentativo di innalzare la qualità media della produzione in serie.
Sul versante religioso, l’unica chiesa in stile neogotico che Schinkel realizza è la Chiesa protestante di Friedrichswerder a Berlino, edificata su pressione della Corona, nel 1821.
La Friedrichswerdersche Kirche è una chiesa sconsacrata di Berlino, nel quartiere Mitte. È posta sotto tutela monumentale (Denkmalschutz). Il museo ospitava una collezione permanente di sculture dalla fine del XVI secolo fino alla metà del XIX secolo. A causa dei gravi problemi statici causati da due cantieri edilizi adiacenti, l’edificio è stato chiuso al pubblico nell’ottobre 2012 e le opere trasferite in un luogo sicuro.
Se si osserva lo stile utilizzato, si nota come questo sia caratterizzato da forme pure, superfici lisce, profili e dettagli quasi classici, molto lontani dalle forme del gotico tedesco. Il corpo di fabbrica lungo 88m e largo 18,30m, preclude all’architetto la scelta di suddividere la chiesa in tre navate (e trasformala così in basilica) per scegliere la navata unica. I muri perimetrali, in mattoni a vista, vengono alleggeriti da ben cinque bifore traforate che ne alleggeriscono l’aspetto; mentre in planimetria l’ambiente viene suddiviso in cinque campate costituite da cinque volte stellate che poggiano su contrafforti. La copertura in intradosso presenta una voltatura a crociera e sia al livello inferiore della chiesa, che a livello dei matronei, i vani aperti tra i pilastri polistili – ovvero pilastri fasciati da colonne più piccole che si elevano altissime e ininterrotte fino all’imposta delle volte -, fanno apparire questi ultimi isolati in pianta mentre nella realtà sono collegati ai muri perimetrali. Esternamente il fronte della chiesa viene incastonato tra due eleganti e bassi campanili a pianta quadrata, che nonostante l’altezza ridotta riescono ad apportare al manufatto edilizio una buona leggiadria, mentre il rosone viene sostituito da una finestrone ampio e luminoso. Schinkel concede la possibilità di utilizzare la copertura come un’affaccio, per godere dell’ampia veduta panoramica sull’ambiente circostante. All’interno delle torri sono ubicate le scale che conducono al piano del matroneo, sulla copertura della chiesa e infine sulle torri.
Lo stretto legame con il Kaiser Friedrich Wilhelm III, porta quest’ultimo nel 1822 a chiedere a Schinkel la progettazione del museo reale degli Hohenzollern, che sarà denominato Altes Museum: una costruzione imponente, i cui lavori dureranno fino al 1830. Il progetto prevede anche la riorganizzazione dell’area con la chiusura di un canale e l’ampliamento di una parte del fiume Sprea per le operazioni commerciali. Schinkel riprende il modello ellenico della Stoà (Nota 6), discostandosi dal pensiero romantico legato all’uso – per i luoghi di cultura – del tempio periptero a frontoni, simboleggiante la perduta religione. Diversamente riprende la concezione monumentale neoclassico-romantica, per quanto riguarda il posizionamento dell’edificio, posto in posizione elevata rispetto al piano stradale, per stabilire una relazione con la Cattedrale, con il Palazzo Reale e con l’Arsenale.
L'Altes Museum (Museo vecchio) è un museo di Berlino, parte della cosiddetta Isola dei musei. Fu chiamato inizialmente Königliches Museum, (museo reale). Nel 1845, con l'apertura del Neues Museum (museo nuovo) assunse il nome attuale.
L’alto podio su cui poggia è internamente adibito a spazio di servizio, fungendo anche da isolamento dall’umidità per le sale espositive al di sopra del terreno umido e acquitrinoso dell’isola, proteggendo il tutto da eventuali inondazioni, mentre parallelamente una piattaforma sorretta da 3.000 pali di legno lunghi più di 15m, assicura un solido appoggio sul terreno poco stabile. Ancora una volta la geometria si impone sul progetto: l’edificio a pianta rettangolare (84m x 53m), possiede un blocco centrale a pianta quadrata, la quale sovrasta il complesso architettonico rendendola visibile anche dall’esterno; infine inscritta nel quadrato vi è un cerchio, occultato dall’osservatore esternamente, che si presenta a tutta altezza, sacralizzando e monumentalizzando lo spazio interno principale del complesso. L’esterno, di forte matrice orizzontale, presenta sul prospetto principale diciotto colonne ioniche in-antis (1,3 di diametro e 12m di altezza), accompagnate ai lati da due spalle murarie anch’esse in-antis rispetto al corpo di fabbrica dell’edificio. Il museo apre ai visitatori grazie ad una lunga scalinata disposta in facciata, alta ben 25 metri. Il manufatto edilizio si sviluppa internamente su tre livelli, dove il fulcro progettuale è pensato nella sala rotonda (21m. di diametro e alta 24m.), posta al centro della costruzione coperta da una cupola il cui intradosso è chiaramente derivato dal Pantheon, decorato con una serie di lacunari culminanti con un lucernario centrale che lascia penetrare dall’alto la luce. Questo spazio circolare è articolato al piano terra, da una corona interna di venti colonne corinzie che sorreggono un ballatoio in corrispondenza del livello superiore che crea ulteriore spazio espositivo per la sistemazione di sculture, arricchita dal disegno della tessitura muraria, della pavimentazione, con la differenziazione delle parti scure da quelle chiare, e del decoro del cassettonato. Il centro di vista corrispondente all’altezza dell’osservatore, è posizionato in modo da far intravedere, attraverso la porta d’accesso, una parte del colonnato esterno con lo zampillo della fontana ubicata nella piazza, un modo per rapportare l’interno del costruito con il contesto urbanistico in cui l’edificio si colloca.
Vista interna dell'Altes Museum: porzione centrale circolare a tutta altezza.
In questo progetto, come negli altri, si inserisce l’uso del mezzo scultoreo che colpisce l’osservatore per la dimensione e la spazialità che sembrano anelare una vera e propria espansione spaziale. Particolare attenzione bisogna porre ancora una volta sull’ombra delle sculture: quest’ultima appoggiata alla parete della liscia superficie del corpo edilizio crea profondità prospettica agli spazi. Non a caso le sale espositive del museo al pianterreno sono dedicate alla scultura: lo spazio è scandito da coppie di colonne, di ordine dorico, che si affiancano alle statue ritmando il percorso. La soluzione schinkeliana dell’allestimento museale farà scuola, influenzando gli architetti delle generazioni future. Il messaggio didattico che Schinkel propone si compone nell’ambiente del primo piano dedicato all’elemento pittorico, dove un nuovo sistema di articolazione spaziale, evita che le opere appaiano simultaneamente, distraendo dal godimento del singolo pezzo garantendo così, in uno spazio più piccolo e raccolto, una migliore osservazione dell’opera. Inoltre, tale sistemazione consente di godere di una illuminazione laterale, quindi, diffusa e non diretta, aumentando la superficie espositiva disponibile e rendendo possibile realizzare qualsiasi raggruppamento o distinzione sia richiesta dal carattere delle opere. Nell’allestimento interno Schinkel dimostra di essere poco interessato ad impressionare i visitatori attraverso lo splendore di grandi spazi, a scapito di una buona visibilità dei singoli quadri, bensì cerca e trova condizioni favorevoli di illuminazione e collocazioni adeguate delle singole opere, studiando distanze di osservazione adeguate e suddivisioni tematiche, lasciando all’arte il ruolo di protagonista assoluta della scena.
Nel 1830, verrà nominato Oberbaurat (urbanista), ovvero capo architetto del Regno di Prussia per arrivare, nel 1838, a essere insignito della nomina di Oberlandesbaudirektor (direttore nazionale delle costruzioni), carica pensata appositamente per lui, quale riconoscimento del suo duraturo servizio in Prussia e della sua raggiunta fama internazionale come architetto di eccezionale talento.
Nelle opere della maturità e in particolare nei progetti per le residenze di campagna, Schinkel utilizza liberamente forme greche, romane e italianeggianti. La maniera mediterranea di costruire è fonte di ispirazione per l’ormai maturo architetto che reinterpreta gli esempi delle semplici case agresti viste in Italia e in Sicilia e raccolti sotto forma di schizzi e di appunti grafici durante i suoi viaggi. Nell'entroterra della Repubblica di Venezia, analizzerà l’architettura palladiana, basata sul rispetto delle regole classiche, con facciate sobrie, ma imponenti, linee armoniose e maestosi colonnati. Prende nota dei singoli elementi e della composizione di queste architetture, contemporaneamente classiche e pittoresche, per reinterpretarli in nuove tipologie. Tra le tante costruzioni che realizza, presteremo particolare attenzione a Schloss Granitz, dove Schinkel fu chiamato per l’ultimazione della torre del manufatto edilizio per conto del principe di Putbus Wilhelm Malte I (1783 - 1854) nel 1846.
Nelle tre immagini (da sinistra a destra): foto aerea del complesso di Schloss Granitz; planimetria e infine la foto del vestibolo a tutta altezza che porta al corpo centrale.
Residenza estiva del principe e casino di caccia per l’arte venatoria, la magione si presentava in uno stile neogotico progettato ed edificato dall’amico di Schinkel , architetto Johann Gottfried Steynmaier (1780 - 1851), del 1837. A livello planimetrico il castello si presenta a pianta quadrangolare con agli angoli la presenza di torri gentilizie neogotiche, sormontati da merli guelfi. L’edificio in mattoni è ricoperto da intonaco color salmone con coronature d’azzurro. Qui Schinkel riprende le tesi di Winckelmann il quale distingueva in un edificio la sua parte essenziale (Wesentliche) dalla sua grazia accessoria (Zierlichkeit); da una parte i materiali e le tecniche costruttive, dall’altra l’apparato ornamentale concepito come un vestito che copra la nudità. La facciata esterna presenta sette finestre bifore a tutto sesto per i due livelli previsti; mentre il portale d’ingresso da l'accesso verso il vestibolo a tutta altezza che monumentalizza lo spazio al visitatore e conduce tramite una breve scalinata al blocco centrale circolare che, su proposta del principe, prevedeva una scala elicoidale di 154 gradini per un totale di altri tre piani di calpestio (38m in altezza). Le forze statiche della pesante scala di ferro sono interamente assorbite dalle pareti laterali. Ancora una volta internamente ed esternamente, vengono alla luce molti degli accorgimenti usati da Schinkel: lo studio del luogo in relazione all’architettura, il linguaggio classico per taglio dei materiali e uniformità che si unisce all’elemento “saraceno” dalla forte vitalità romantica, lo studio del colore, il carattere ottico della superficie muraria e lo studio distributivo interno.
La figura di Schinkel rimane ai posteri come quella di un architetto perseverante, volitivo, tenace, assorto nella contemplazione e nell’ammirazione del passato, tutto spirito e interiorità, diligente, preciso e meticoloso nello svolgimento del suo lavoro, rapido nell’esecuzione, ingegnoso, nonché uomo abile e pratico allo stesso tempo. Modesto come pochi, non ha mai esitato a citare le proprie fonti e ad elogiare i propri maestri. Le tavole, basate su suoi personali disegni e realizzate dai migliori incisori dell’epoca sotto la sua supervisione, sono una testimonianza viva dei principi guida e dei criteri progettuali espressi da Schinkel: esse dimostrano la sua padronanza nella progettazione alle diverse scale, cosa che implica il fine ultimo dei suoi progetti e cioè essere visti come esempio e guida per le future generazioni.
 
Nota 1: la tettonica deriva dal greco tektoniké (téchne, arte del costruire), ed è il principio secondo cui tutte le forme risultano modellate dalle leggi della statica e dalla qualità dei materiali. Per estensione è l’arte del comporre le parti della costruzione.
Nota 2: L’architettura visionaria settecentesca di matrice francese, si caratterizza per le proporzioni colossali, assolutamente oltre i limiti delle risorse del tempo, dove le esigenze funzionali sembrano non aver più alcuna rilevanza. Si vuole trattare l'architettura esclusivamente come una raffigurazione pittorica: una rappresentazione spesso oscura e intrisa di riferimenti esoterici.
Nota 3: La casina di delizia fu un genere architettonico particolarmente diffuso fra la nobiltà a partire dal XVI secolo. Si trattavano infatti di residenze suburbane, poste lontano dalla città, in cui i nobili si ritiravano nei periodi di villeggiatura. Tale definizione fu assegnata nel XVIII secolo da Marc'Antonio Dal Re (1697 - 1766) alla propria collezione di incisioni ritraenti diverse ville suburbane milanesi. Elemento imprescindibile di ciascuna villa era quello del proprio giardino, col quale essa era indissolubilmente in relazione.
Nota 4: il Kunstwollen è un termine introdotto nella critica d’arte dallo storico austriaco Alois Riegl (1858 – 1905). Considerando l’opera d’arte come il risultato di una determinata e consapevole volontà artistica che emerge faticosamente dal fine pratico, dalla materia e dalla tecnica, Riegl sostituisce un’ipotesi teleologica a una concezione puramente meccanica della natura dell’opera d’arte, superando così le posizioni del materialismo e del causalismo storico. Riegl ha formulato esplicitamente il concetto di Kunstwollen nell’introduzione della sua opera “Die spätrömische Kunstindustrie” del 1901.
Nota 5: Il ponte comprende anche otto bellissime statue che rimandano alla mitologia della Dea Athena e della Dea Nike intorno alla metà dell’Ottocento, scolpite da Karl Heinrich Möller (1802 - 1882), Albert Wolff (1814 - 1892), Gustav Bläser (1813 - 1874), Friedrich Drake (1805 - 1882), Friedrich Anton Hermann Schievelbein (1817 - 1867), August Wredow (1804 - 1891), Ludwig Wilhelm Wichmann (1788 - 1859) e Emil Wolff (1802 - 1879).
Nota 6: Stoà (dal greco στοά; dal latino porticus) è un edificio di forma prevalentemente rettangolare allungato, che presenta un lato lungo aperto e colonnato su una via, una piazza, un ambiente; di solito al lato con colonne, o con pilastri, è opposto l’altro lato lungo parallelo al primo costituito da un muro. La copertura può essere a terrazza, a spioventi, ovvero una soprelevazione che ripete con gallerie o navate lo schema planimetrico del piano-terra.
 
Per approfondimenti:
_Luciano Semerani, Augusto Romano Burelli, Oswald Zoeggeler e Gottfried Riemann, 1781-1841 Schinkel L'architetto del Principe, Albrizzi Editore, Venezia, 1982;
_Burrelli A. R., Le epifanie di Proteo. La saga nordica del classicismo in Schinkel e Semper, Rebellato, Fossato di Piave, 1983;
_Paul Ortwin Rave, Karl Friedrich Schinkel, Electa, Milano, 1989;
_Schinkel K. F., Disegni di architettura, F.Motta, Milano, 1991;
_Marco Pogacnik, Karl Friedrich Schinkel. Architettura e paesaggio, F.Motta, Milano, 1993;
_Martin Steffens, Schinkel, Taschen, Colonia, 2016.
 
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a cura di Stefano Scalella
23 Marzo 2019 – Libreria Rinascita - Piazza Roma n.7 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Giuseppe Baiocchi
Interviene: Massimo Viglione
Interviene: Giovanni D'Ercole
 
Sabato 23-03-2019 è andato in scena il 47°incontro dell'associazione onlus Das Andere, il terzo del programma 2019 "Aristosophia". L'evento ha incentrato la sua tematica sugli scontri di civiltà tra Islam Ottomano e Cristianità, correlato al titolo del saggio "La conquista della mela d'oro" edito da Solfanelli. L'incontro oltre alla presenza del vice-sindaco dott.ssa Donatella Ferretti, ha ospitato l'autore del libro prof.Massimo Viglione e il vescovo Mons.Giovanni D'Ercole. Davanti ad una sala gremita, il presidente arch.Giuseppe Baiocchi moderando l'incontro, ha fatto emergere 450 anni di storia politica, militare, economica e religiosa che ha visto milioni di morti da ambo gli schieramenti e centinaia di eccidi da parte islamica, come quello di Otranto. Seguendo il corso delle battaglie, Viglione partendo dalla conquista di Costantinopoli (1453), ha toccato la famosa battaglia di Lepanto (1571), fino all'Assedio di Vienna (1683), per poi concludere con la santa liberazione dei Balcani da parte del condottiero Amedeo di Savoia. Saggio l'intervento del vescovo Giovanni D'Ercole, il quale ha ammonito: "L'Europa oggi hanno smarrito la propria identità, sradicando il cristianesimo dai punti cardini della sua identità. Un popolo che perde quest'ultima, smarrisce le proprie radici e rischia di non riconoscersi più. La storia maestra di vita - afferma - deve farci ricordare degli errori commessi nel passato, e non farli riaccadere nuovamente.

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di Giuseppe Baiocchi e Liliane Jessica Tami del 28/02/2019

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L’architettura post-moderna detiene oramai, dagli anni sessanta del Novecento, un primato incontrastato sia all’interno delle Accademie Universitarie, sia nel primato delle costruzioni. Nonostante tale indirizzo dottrinale sia molto marcato, timidamente, con quieta grandezza e sobria eleganza, diversi architetti hanno riscoperto le forme e le armonie dell’architettura classica e revivalista. I più importanti teorici del nuovo stile architettonico, denominato Neourbanesimo e Nuovo Classicismo, sono Pier Carlo Bontempi (1954), Quinlan Terry (1937) e Léon Krier (1946), quest’ultimo architetto di fiducia del principe di Galles Charles Philip Arthur George Mountbatten-Windsor (1948).
Nella foto da sinistra a destra: Pier Carlo Bontempi (Fornovo di Taro, 1954) è un architetto italiano, esponente del Neourbanesimo e del Nuovo classicismo. Egli pone una particolare enfasi in merito al contesto urbano e alla continuità con le tradizioni architettoniche; John Quinlan Terry CBE (24 luglio 1937 a Hampstead) è un architetto britannico. È stato educato alla Bryanston School e alla Architectural Association . Era un allievo dell'architetto Raymond Erith , con il quale ha formato la partnership Erith & Terry; Léon Krier (7 aprile 1946) è un architetto lussemburghese , teorico dell'architettura e urbanista , il primo e più importante critico del Modernismo architettonico e fautore di New Traditional Architecture e New Urbanism .
In un’epoca svuotata dall’elemento del sacro, dal modesto studio dei luoghi e da una approssimativa progettazione in moduli, il gusto irrazionale è arrivato ad erigere il brutalismo e il parametrismo. Dopo quasi un secolo di sperimentazioni razionaliste, post-moderne, avanguardistiche, decostruttiviste, l’elemento geometrico puro, correlato da materiali quali vetro, cemento, acciaio delle “archistar” hanno trovato una diversa corrente architettonica, la quale possiede matrici ideologiche molto diverse.
Storicamente Albert Speer (1905 - 1981), con il suo elegante neoclassicismo, percorse una strada molto diversa dal razionalismo dei contemporanei Adolf Loos (1870 – 1933), Charles-Édouard Jeanneret (Le Corbusier, 1887 - 1965), Ludwig Mies van der Rohe (1886 - 1969) e Walter Adolph Georg Gropius (1883 - 1969).
Verso la fine degli anni sessanta del Novecento, in Inghilterra avvenne la prima reazione al razionalismo con alcuni architetti legati alla tradizione. Raymond Erith (1904 - 1973) è stato forse il primo architetto britannico, noto per i suoi lavori di ristrutturazione di case in stile georgiano tradizionale, ad inaugurare la corrente anti-modernista. I suoi allievi continuarono a progettare manufatti edilizi classicheggianti durante l’epopea post-modernista e decostruttivista.
Nonostante le iniziali critiche d’anacronismo, le sue opere oggi sono quotatissime e apprezzatissime. Egli, sordo al richiamo delle sirene della società di massa, continuò a perseguire la strada dei valori architettonici vitruviani incarnati dalla triade venustas, firmitas e utilitas. Come lui solo pochi altri ebbero il coraggio d’opporsi alla moda relativista che legittimava qualsiasi sperequazione urbanistica, ma le poche opere di questi rari arbitri d’eleganza sono destinate a sopravvivere alle effimere sperimentazioni post-moderne della moltitudine.
Il già citato architetto Quinlan Terry è uno dei maggiori esponenti contemporanei dell’architettura del Nuovo Classicismo, innovando nell’epoca odierna i pensieri di Andrea Palladio (1508 - 1580).
L’architettura di Terry è stata estremamente lodata dallo storico di architettura David Watkin (1941), che scrisse la monografia “Radical Classicism: The Architecture of Quinlan Terry” (2006), e da Roger Scruton che lo chiamò «un lungo respiro di aria fresca».
Architetto Quinlan Terry: Ferne Park, costruito nel 2002 presso il villaggio di Donhead St. Andrew nel Wiltshire, Regno Unito.
Nel suo saggio “Origin of the Orders” (che gli valse il premio Rotthier nel 1982) sostiene infatti che l’origine degli ordini architettonici sia la massima perfezione raggiunta dall’uomo in architettura, poiché essendo la natura, elemento creato da Dio, simbolo di perfezione, gli architetti greci e romani sono riusciti a trasfigurare alla perfezione l’elemento naturale. Se attuiamo una riflessione, l’elemento architettonico è sempre servito all’uomo per avvalorare una identità politica e culturale nel corso di ogni singolo secolo.
Oggi nell’epoca della perdita dei valori e dello smarrimento identitario, l’architettura internazionalista contemporanea riflette unicamente tale realtà: vengono aboliti gli stili, i materiali di pregio, l’uso dell’artigianato di cantiere e lo studio dei luoghi, per adattare un’architettura astratta che con forza e senza riguardo alcuno per il contesto, si inserisce all’interno di un dato luogo: un elemento di rottura con l’ambiente fine a se stesso.
In ogni secolo, ad esclusione del lungo medioevo, l’uomo ha sempre ricercato il classicismo, appunto definito neoclassico, il quale ha interpretato forme e stili leggermente differenti a seconda del secolo in questione, ma possedendo sempre gli elementi basici della sua dottrina, che sono poi quelli della cultura occidentale. L’uomo non avendo la forza spirituale di creare nuovi stili per affermare la propria identità temporale, si è sempre affidato al classicismo – simbolo di perfezione - per dar vita a quello che Salvatore Settis (1941) definisce “futuro del classico”: neoclassico appunto. Questa epoca di contro, ha applicato un principio “rovesciato”: non ha trovato la forza di creare un nuovo stile – come accadde nel Medioevo con il romanico e il gotico -, e per arroganza ha scelto di non affidarsi alla matrice neoclassica, per abbracciare uno stile nichilista che non esprime nulla, se non ostentazione materica e vuoto interiore. Esso ha diversi nomi: stile decostruttivista, internazionalista, organicista e parametrista, ma tutti convergono verso un incastro casuale di elementi geometrici lisci e ad angolo retto che rispecchiano appieno la non-identità della nuova società vigente europea e soprattutto mondiale. Difatti il grande paradosso di questa architettura contemporanea consiste proprio nel non avere punti di riferimento con i luoghi, ma unicamente ostentare la firma dell’architetto, che plasma il progetto. Molte architetture di tale risma, se traslate dall’Europa all’Asia o dall’Africa alle Americhe, non si adattano a nessun luogo, proprio perché sono formalmente astratte. Internazionalismo non a caso: come per il pensiero comunista di Leon Trotsky (1879 - 1940) - dove il comunismo doveva essere esportato in tutto il mondo per abbattere l’appartenenza “nazionale” ed essere tutti “figli del partito” -, queste architetture non sono pensate per la cultura identitaria di un dato contesto, ma unicamente devono generare un’uguaglianza, dove il “non-stile” porti verso un abbattimento dell’identità dei popoli attraverso l’architettura.
Questa teoria figlia dell’idealismo cartesiano - che vuole l’uomo pronto ad abbattere le differenze e le identità, le quali in natura esistono da sempre -, può farci comprendere il pericolo che la nostra epoca rischia di correre. Non a caso i centri commerciali, dei "non luoghi" (per citare l'antropologo francese Marc Augé), hanno sostituito i centri storici con le piazze, da sempre centro nevralgico della vita culturale e sociale di ogni paese. 
Fu sulla base di tale pensiero che due studenti, Andrew Anderson e Malcom Higgs, fondarono una corrente architettonica che metteva in discussione l’estetica ed i principi del Modernismo rigoroso, a favore di un’architettura rivolta ad un recupero degli ideali passati, come il gotico lo stile palladiano, sino all’Arts and Craft, trasfigurati in chiave contemporanea. Questo gruppo di architetti la cui etica antimodernista faceva perno sul sentimento cristiano divenne noto come “The Force Triangle” o “Christian Weirdies”, a causa delle loro solide posizioni religiose.
Pian piano, seguendo tale matrice di pensiero, sempre più architetti iniziarono, silenziosamente, ad appassionarsi a questo nuovo stile classico all’insegna della sobria eleganza e del riuso dei materiali presenti nei luoghi di progetto. Un ottimo libro che enuncia, tramite accattivanti disegni e schemi, i punti basilari di tale architettura - in perfetto equilibrio tra stile classico e vernacolare, tra pubblico e privato -, è il saggio dell’architetto Léon Krier dal titolo “L’armonia architettonica degli insediamenti”, pubblicato in italiano da la Libreria Editrice Fiorentina. Krier, nato a Lussemburgo nel 1946, si è laureato all’Università di Stoccarda e in seguito è diventato professore. Con le sue opere ha inaugurato il movimento per la rinascita dell’urbanistica tradizionale ed è diventato architetto ed urbanista di fiducia della corte reale britannica. Recentemente un altro grande contributo alla causa classica è stato dato dall’imprenditore e filantropo Richard H. Driehaus (1942), il quale ha indotto un premio architettonico classico, in alternativa al modernista Premio Pritzker. Il premio Driehaus, conferito ai più meritevoli architetti di opere in stile classico a partire dal 2003, si svolge presso l’Università di Notre Dame di Parigi. Nel 2014 il premio è stato vinto dall’architetto italiano Pier Carlo Bontempi. Egli, coerente col suo stile ispirato all’età classica e neoclassica, ha scritto svariati saggi in cui promuove i valori estetici, tali la bellezza e la coerenza con l’ambiente circostante delle costruzioni, e i valori etici dei materiali adoperati, che debbono essere naturali, tradizionali e duraturi.
Architetti Pier Carlo Bontempi & Dominique Hertenberger: Val d’Europe, Paris – 2006. A est di Parigi, nella ville nouvelle di Val d’Europe, nel comprensorio di Marne-la-Vallée, tra un grande centro commerciale e la piazza del Comune di Serris, sorge un isolato di forma quadrangolare con all’interno una piazza ellittica delle stesse dimensioni dell’anfiteatro romano di Lucca. Una sequenza di edifici tutti diversi tra loro, ma nello spirito dell’architettura locale dell’Ile de France, progettata con la sensibilità dell’architettura italiana. Nel progetto torna anche lo studio cromatico dei manufatti edilizi che si sposano alla perfezione con il contesto ambientale e la piazza torna tema centrale della progettazione. Place de Toscane ha vinto il Palladio Award 2008, Boston USA.
Nel suo saggio “Architettura e Tradizione” S.A.R. il principe del Galles ha firmato l’introduzione del volume, asserendo l’estremo bisogno di un architetto “difensore” di città, architettura e paesaggio a misura d’uomo. Il senso di appartenenza deve tornare al centro della progettualità, la quale deve possedere un linguaggio storico applicato alle nuove costruzioni funzionali, poiché ogni edificio deve necessariamente tornare ad avere una misura di benessere fisico e spirituale. Bontempi testimonia piuttosto, con progetti suggestivi e sorprendenti, che le dimensioni storiche, la simmetria classica e l’artigianato hanno posto nell’architettura contemporanea. Il suo lavoro obbliga gli altri architetti a chiedersi se la dedizione alla pura utilità non arrivi a schiacciare altri elementi essenziali in edifici considerati avanzati. Dei tanti elementi condivisi da tutte le architetture fanno parte anche le emozioni, come lo stupore ispirato da una chiesa gotica, oppure il senso di pace di un palazzo Beaux-Arts. Non si può continuare ad ignorare l’armonia dei paesaggi naturali e l’architettura deve tornare a comprendere, dopo l’ubriacatura sessantottina, che la progettazione può contribuire enormemente a migliorare il paesaggio: fenomeno oramai divenuto raro nell’architettura contemporanea.
È oggetto di discussione notare che oggi le università in Italia, patria dei più grandi architetti della storia dell’umanità, siano vittima di una dottrina architettonica internazionalista che viene divulgata come “il solo dei mondi possibili”, senza lasciare uno spazio didattico allo storicismo architettonico e al Nuovo Classicismo. Non a caso le opere dei trattatisti classici e rinascimentali, come Vitruvio Pollione (De Architectura), Leon Battista Alberti (De re ædificatoria del 1450), Sebastiano Serlio (I sette libri dell’architettura del 1554) e Andrea Palladio (I quattro libri sull’architettura del 1570) -, sono stati classificati tutti fuori dal programma didattico, per lasciar posto ad architetti contemporanei con opere di interesse, ma di non marcata essenzialità come quelle di Aldo Rossi, Renzo Piano o Rem Koolhaas. Le svariate teorie architettoniche perché non possono coesistere nel percorso di studi? La domanda è emblematica. La maggior parte degli architetti italiani, attualmente, sembra rinnegare le proprie origini storiche e culturali: le nuove “archistar” fanno a gara non a chi edifica l’opera più bella ed armoniosa, bensì a chi costruisce «l’edificio più scioccante», citando Walter Benjamin (1892 - 1940). Questi artisti che amano essere posti al centro delle attenzioni mediatiche, producono discutibili edifici in vetro e cemento incoerenti con la tradizione europea, inserendo elementi di disturbo nei panorami del Vecchio Continente. Inoltre l’architettura contemporanea non essendo costruita in pietra o con materiali duraturi, è destinata a soccombere sotto al peso della storia e il susseguirsi delle mode. I materiali da costruzione moderni come acciaio, vetro, e plastiche hanno una aspettativa di vita che va dai 30 ai 60 anni, il loro coefficiente di espansione sotto stress termico è 3-4 volte maggiore rispetto alla pietra, al mattone o al marmo. Ciò implica una costosa e continua manutenzione ed un inevitabile decadimento dell’edificio in tempi molto brevi. Nel 2010 è stato pubblicato il saggio “New Palladians: Modernity and Sustainability for 21st Century Architecture” di Alireza Sagharchi (1959) e Lucien Steil. Tale opera è sia una rassegna che un manifesto di questa corrente artistica contemporanea fedele ai valori quali la venustas, la firmitas e l’utilitas vitruviani (bellezza, fermezza, utilità) che erano tanto cari a Palladio. Il libro, un vero atto di dissidenza nei confronti del decostruttivismo e dell’architettura degenerata, è quasi introvabile e ha un prezzo di circa 700 euro. Dal punto di vista etico, un primo grande tentativo di risvegliare le coscienze di tecnici e non, poiché solo la bellezza può far redimere l’uomo dai nuovi discussi tempi storici e far ricordare, ovvero "rimettere nel cuore", l'essenza della progettazione architettonica.
Per approfondimenti:
_Léon Krier, L’armonia architettonica degli insediamenti - Libreria Editrice Fiorentina;
_Pier Carlo Bontempi, Architettura e Tradizione – Franco Maria Ricci;
_Salvatore Settis, Futuro del classico – Einaudi, 2004;
_Salvatore Settis, Se Venezia muore - Einaudi , 2014.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 19/03/2019

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Eugenio, principe Pacelli, 260° Vicario di Cristo in terra: non ha la disarmante mitezza di Papa Giovanni, non la sofferta modernità di Paolo VI, non il fuggevole sorriso di Albino Luciani. Pius PP. XII (Papa Pio XII) è il Pastor Angelicus, è l’ultimo principe di Dio: alto, elegante, magrissimo, diafano, ieratico, statuario, è il primo Papa degli immensi raduni, è il primo Papa della radio, del cinema, dei cinegiornali, dei rotocalchi, è il primo Papa della televisione, è Pius XII il più discusso, il più tormentato, il più indagato. [caption id="attachment_11128" align="alignnone" width="1024"] Prelato domestico, cameriere segreto, ciambellano papale, curato, Monsignore, Arciprete, Vescovo, Arcivescovo, Nunzio, Cardinale, Segretario di Stato, Legato Pontificio, Camerlengo, Pontefice Massimo: Papa Pio XII (nato Eugenio Maria Giuseppe Pacelli; Roma, 2 marzo 1876 – Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958), è stato tutto questo ed anche 2º sovrano dello Stato della Città del Vaticano dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958. Nel 1990, a conclusione della prima fase di beatificazione, ha ricevuto il titolo di Servo di Dio. Nel 2009, a conclusione della seconda fase, ha ricevuto il titolo di Venerabile, che ne attesta l'eroicità delle virtù per la Chiesa. La causa di canonizzazione è affidata alla Compagnia di Gesù.[/caption]
 

Papa della Chiesa incarnata in un tempo lungo, tragico, impietoso: ha visto i Piemontesi invasori, la disfatta di Caporetto, la massoneria messicana, la Rivoluzione Bolscevica, il duce del fascismo, l’apoteosi del Reich, i morti di Spagna, gli spietati Ustaša, le vane parole contro la guerra, gli appelli alla pace disattesi, la disarmata potenza della preghiera, le visioni, i presagi, le eclissi, ma su tutto — sempre — quasi l'interrogativo del suo silenzio sulla questione ebraica. La storia dell’ultimo principe di Dio inizia nell’Anno Domini del 1876, il 2 marzo è giorno di Quaresima: Eugenio Maria Giuseppe Pacelli nasce all’alba di un martedì piovoso. Pontefice Massimo alla sua nascita è Pius IX (1792 - 1878), il quale ha appena decretato il dogma dell’infallibilità papale, mentre è Re d’Italia Vittorio Emanuele II (1820 - 1878) che ha invaso lo Stato Pontificio appena sei anni prima della sua nascita, nel 1870. Gli italiani sono 28.000.000 e il 78% lavora la terra, più del 50% non pratica la scrittura e la lettura, mentre l’80% dei bambini non frequenta corsi scolastici. Eugenio nasce da un’aristocratica famiglia papalina, la quale (come tutte le famiglie dell'aristocrazia nera) teneva oscurate le persiane, in segno di lutto a favore del Pontefice, durante gli anni dell’occupazione sabauda della capitale: è una protesta contro gli invasori mal graditi. Era stato suo nonno Marcantonio a dare lustro ai Pacelli, lasciando la natia Onano — piccolo borgo del viterbese —, nel 1819 per seguire a Roma uno zio Cardinale. Quando nel 1848 i mazziniani proclamano la repubblica romana, Pius IX scappa a Gaeta e Marcantonio lo segue: sarà la sua fortuna. Due anni e Papa Ferretti torna trionfalmente a Roma, nominando suo nonno membro del Concilio di Epurazione; le gazzette scrivono: «la città è finalmente pulita di ogni sozzura mazziniana». Il nonno del futuro Pontefice fonda L’Osservatore Romano, vuole un foglio combattente in difesa della cristianità. Ma gli eventi proseguono senza pietà: il 20 settembre del 1870, i piemontesi conquistano Roma, l’ultimo lembo terrestre dello Stato Pontificio, e Pius IX si auto-proclama prigioniero in “Vaticano”, promulgando l’inflessibile non-expedit, il divieto tassativo per i cattolici di partecipare alla politica attiva del Regno; le ferite tra Stato e Chiesa sono profondissime. Tre anni dopo la morte del Pontefice, le sue spoglie sono trasferite alla Basilica di San Lorenzo, ed una corte massonico-mazziniana si avventa sul corteo funebre per gettare la salma del beato Ferretti nel Tevere. All’epoca di questi lugubri fatti, il futuro Pius XII ha cinque anni e l’aver riportato tali accadimenti è fondamentale per capire la formazione culturale di Pacelli, l’humus nel quale è vissuto, l’aria che ha respirato.

Eugenio cresce stentatamente, «mingherlino e pelle e ossa», ma uno dei suoi giochi preferiti è far finta di celebrare Messa; studia violino ed ha una grande passione per le musiche romantiche tedesche; le sue pagelle sono un’impressionante sfilata di nove e dieci. Ad Onano, sulle rive del lago di Bolsena, conosce Lucia, una ragazza a cui dedicherà un sonetto: «ella è verginella, grata, dolce, pietosa, docile, pura, rifulge qual stella per virtude e per beltà», ma arriva l’ora delle scelte ed Eugenio sceglie di dire Messa e questa volta non sarà un gioco. Il 2 aprile del 1899 diviene sacerdote all’età di ventitré anni e subito sotto la guida del Cardinale Pietro Gasparri (1852 - 1934), inizia il suo cursus honorum nella Curia Romana. L’Osservatore Romano scrive: «è un giovane di cui è facile prevedere una carriera ammirabile al servizio di Dio e della Chiesa». Il 1899 è anche l’anno in cui nasce la FIAT con appena 50 operai e appena otto auto prodotte: il Regno d’Italia entra nella modernità e su di essa il Paese cerca di attuare una liberalizzazione nella politica, nella ricerca e nella scienza; su questa modernità, il nuovo Papa – il sanguigno ed energico Pius X (Pio X, 1835 - 1914) – ha molte riserve: «il modernismo – decreta Papa Sarto – è la sintesi di tutte le eresie».
Nel 1910 vi sarà il primo incarico ufficiale del giovane Pacelli: è a Londra e presenzia l’incoronazione di Re Giorgio V (George Frederick Ernest Albert, 1865 - 1936) come rappresentante ufficiale del Papa di Roma. La cerimonia che apparve agli occhi dell’aristocratico romano, fu quella di una corte che rispecchiava ancora la potenza delle Monarchie in Europa, prima del crollo definitivo del Trono e dell’Altare appena quattro anni dopo. In seguito continua la sua ascesa: Cameriere segreto, Monsignore, Prelato domestico, finché non arriva la Grande Guerra del 1914-18, che vide il Regno d’Italia subentrare con l’Intesa un anno dopo, nel 1915. Nel frattempo Pius PP. X morirà nell’estate del'inizio del conflitto, dicono di crepacuore: ripeteva sconsolato «verrà il guerrone». L’arcivescovo di Bologna Giacomo Paolo Giovanni Battista della Chiesa (1854 - 1922) diventa Benedictus PP. XV (Papa Benedetto XV): un Papa nuovamente senza più la forza temporale, che deve necessariamente usare l’arma della diplomazia per essere ancora una volta al centro della geopolitica. Pacelli sarà inviato inizialmente come “autorevole persona” all’Imperatore d’Austria-Ungheria Franz Joseph I (1830 - 1916) e successivamente all’Imperatore di Prussia Wilhelm II von Hohenzollern (1859 - 1941), il quale asserì su di lui: «Questo Pacelli, vale più di un esercito». Durante la guerra Benedictus XV inoltra appelli di pace e si mantiene neutrale, fino alla sua frase più famosa «questa guerra è un’inutile strage», monito preso seriamente solo dall’Imperatore dell’Austria-Ungheria Karl I d’Asburgo-Lorena (1887 - 1922), oggi beato per aver seguito le parole del Pontefice. Il Papa promuove Pacelli Nunzio Apostolico in Baviera e pochi anni dopo, il 13 maggio del 1917, Eugenio è ordinato Vescovo all’età di 43 anni (e elevato in pari tempo arcivescovo recante titolo di Archidioecesis Sardiana in partibus): una strana coincidenza o forse un segno. Quello stesso giorno a Fatima una misteriosa signora annuncia a tre pastorelli un messaggio celeste, il quale attraverserà come un filo rosso, tutta la storia del XX Secolo, per spingersi fino ai nostri giorni.
Il 24 ottobre del 1917 con la disfatta di Caporetto il Regio Esercito è allo sbando e gli austro-tedeschi avanzano per 150 km all’interno della linea del fronte italiano: 11:000 soldati morti, 29.000 feriti, 280.000 prigionieri e 350.000 sbandati. Nel caos il Vescovo Pacelli si reca dietro le nuove linee del fronte e apporta conforto ai soldati, si adopererà come può per i feriti più gravi, parla con chi ha subito traumi psichici, per ricordarci che il sacerdote ha sempre avuto nei confronti dei malati d’anima un atteggiamento salutare, benedicente e confortante, ponendosi come vero conduttore per eccellenza della Grazia, poiché egli è il vertice di tutte le grandezze create, poiché opera il ponte spirituale tra Dio e i suoi figli: oggi questa figura è soppiantata dallo psicologo che “offre” come rimedio all’anima psicoterapie e psicofarmaci.
Per Pacelli arriva un altro appuntamento con la storia, sembra essere il suo destino: mai nell’epoca moderna, un futuro Papa si era trovato coinvolto in prima persona in tanti e decisivi eventi e questa volta incontra faccia a faccia la Rivoluzione dei Soviet. La Germania è in ginocchio, da Berlino a Monaco avanza inarrestabile il movimento comunista: la chiamano “Rivoluzione spartachista”. A Monaco di Baviera il 19 aprile 1919, presso la sede della Nunziatura, gli spartachisti accerchiano il palazzo e una giovane suora Pascalina Lehnert si interpone tra il manipolo e il Nunzio Pacelli che sbarrava loro la strada. Il capo ebreo del nucleo comunista, di nome Seidl, affronta Eugenio a muso duro «togliti di mezzo Prelato» e gli punta la rivoltella sul petto: il Nunzio è terreo, ma non cede e il capo-manipolo non va oltre la minaccia, facendo ritirare i rivoluzionari per convogliarli altrove. Scriverà Pacelli: «Sono dei veri e propri russi bolscevichi»! Eugenio ha visto in faccia quello che dicono essere il nuovo anticristo: il comunismo.
Nel frattempo a Monaco si è trasferito un giovane pittore austriaco di nome Adolf Hitler (1889 - 1945) ed è in cerca di fortuna: Pacelli lo vede all’opera ed a lui si riferisce quando scrive «è da condannare l’estremismo di certa gente non bavarese» - ricordiamo questa frase: non afferma “Adolf Hitler”, ma “certa gente”, non dice “austriaco”, ma “non bavarese” e sarà questa la raffinata arte diplomatica che Eugenio Pacelli userà durante tutto il suo difficilissimo pontificato.
[caption id="attachment_11129" align="aligncenter" width="1000"] Il Segretario di Stato Eugenio Pacelli ha lavorato dal 1917 al 1929 come Nunzio apostolico a Monaco e Berlino. Nell'ottobre 1927, lascia il palazzo presidenziale del Reich a Berlino, dove si svolgono le celebrazioni per l'ottantesimo compleanno di Paul von Hindenburg.[/caption]
Benedictus XV promuove ancora Eugenio il 22 giugno 1920, ora è Nunzio per tutta la Germania: Pacelli è organizzato, metodico, fa confluire grandi folle, è amato dai credenti cattolici e rispettato dai protestanti. Primo obiettivo di Adolf Hitler sarà quello di intercettare prima e organizzare poi le grandi masse dei cattolici tedeschi, ma Eugenio Pacelli sembra essere il vero leader carismatico della Chiesa tedesca. Il Vaticano, dopo la perdita del potere temporale, vuole trovare un modus vivendi con le nazioni, vuole stabilire patti che regolino e garantiscano l’esercizio del culto, fare proseliti, educare i giovani: è quella che verrà chiamata la “politica concordataria”. Chi meglio del poliglotta, diplomatico, aristocratico Nunzio a Berlino per questa missione. Pacelli tesse la sua tela e il 29 marzo del 1924 firma un concordato con la Baviera; l’anno successivo con il Baden e infine con la Prussia. Il giornale Deutsche Allgemeine Zeitung lo elogia «ha risolto in modo sovrano ogni difficoltà». Achille Ratti (1857 - 1939) è succeduto a Benedictus XV, diventando Pius PP. XI (Papa Pio XI), era prefetto della Biblioteca Ambrosiana, solo da poco Arcivescovo di Milano. Altro evento di rilevante importanza avviene l'11 febbraio del 1929 alle ore 12:00, quando il Segretario di Stato Cardinale Pietro Gasparri e il Capo del Governo del Regno d’Italia, Cavaliere Benito Mussolini, firmano il concordato tra Stato e Vaticano nella sala papale del Palazzo Apostolico Lateranense e quella data non è per caso: l’undici febbraio sarà parallelamente anche il giorno della prima apparizione della Vergine di Lourdes. A nome del Vaticano aveva brillantemente condotto le trattative con Mussolini, l’avvocato Francesco Pacelli (1872 - 1935), fratello maggiore di Eugenio, insignito dal Pontefice Massimo con il blasone di marchese. Dal 1870 nessun Pontefice si era più affacciato in piazza San Pietro. Pius XI affermerà su Mussolini: «forse ci voleva un uomo come quello che la provvidenza ci ha fatto incontrare». In segno di riconciliazione, il Re Vittorio Emanuele III, si reca in visita al Papa in Vaticano e questo concordato sembra vantaggioso per la Chiesa poiché pone fine alla ferita Risorgimentale, che faceva del Papa ancora un prigioniero a Roma. Autorizza la nascita dello Stato del Vaticano, ci sarà incertezza tra il nome “Santa Sede” e “Città libera del Papa”, ma alla fine prevarrà “Città del Vaticano”, con il Re sabaudo che ha deliberatamente abdicato ad uno stralcio del suo territorio nazionale e laico. Gli sforzi dei predecessori di Pius XI, partendo da Pius IX, hanno ripagato la Chiesa di un suo nuovo Stato indipendente e libero, poiché per i Savoia diveniva fondamentale, per il collante del Paese, essere riconosciuto dal Papa come Re legittimo e autorevole, dopo le tre scomuniche di Vittorio Emanuele II. Il 16 dicembre del 1929, il Papa richiama Pacelli a Roma e lo eleva alla porpora cardinalizia, nel rimpianto generale dei tedeschi: Papa Ratti lo nomina anche Segretario di Stato, a cinquantatré anni è l’uomo più potente del Vaticano, dopo il Santo Padre, naturalmente. Di fronte a Pacelli si erge un unico nemico, il comunismo nelle sue diverse incarnazioni. Dal 1920 al 1924 in Messico una rivoluzione socialista aveva insediato un governo anticlericale con a capo Tomás Garrido Canabal (1891 - 1943), il quale in spregio alla Chiesa chiamò i suoi tre figli Lenin, Satan e Lucifer e successivamente espulse tutti i sacerdoti che rifiutavano di sposarsi: il culto è praticamente impossibile. Dice Pius XI «il Messico è totalmente infeudato dalla Massoneria». In Unione Sovietica il giornale della Pravda chiede la condanna a morte del Papa, le Chiese sono requisite o abbattute, le immagini sacre distrutte, i sacerdoti sono perseguiti per il reato di “istruzione illegale di catechismo”, le reliquie dei Santi vengono ingiuriate e profanate. Il Vaticano denuncia: «dal 1917 al 1930 sono scomparsi misteriosamente 250.000 cattolici, i preti sono passati da 255 a 70, le 3.300 chiese e le 200 cappelle sono ridotte a numero di due». Per la chiesa di Roma è un secondo martirio, che vede uniti dalla sofferenza ortodossi e cattolici, paragonabile al grande bagno di sangue di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano (284 - 305 d.C.), ma il Segretario di Stato Pacelli deve anche guardarsi in casa, poiché Mussolini presenta il conto: decreta lo scioglimento di tutte le organizzazioni giovanili non-fasciste, tra cui ricade l’Azione Cattolica, quasi un porto franco per dissidenti e oppositori. Il Vaticano e Pacelli fanno orecchie da mercante, poiché tutti conoscono oramai – mandano voce al Duce – che P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), significa in realtà “per necessità familiare”. L’Osservatore Romano denuncia: «siamo vittime di sopraffazioni, devastazioni, profanazioni di crocifissi», ma Mussolini è irremovibile e Pius XI reagisce nel 1931 con l’Enciclica “Non abbiamo bisogno”: un atto di accusa contro le pretese del regime di egemonizzare l’educazione dei giovani; il livello dello scontro verbale supera i limiti di guardia, ma Pacelli non avendo il carattere sanguigno del Papa, lavorando dietro le quinte ottiene un risultato prestigioso e importante: convince il regime a non sciogliere l’azione cattolica, purché essa rimanga fuori da ogni attività politica. Due anni più tardi il 20 luglio del 1933, presso il Palazzo del Laterano, il Cardinale Pacelli firma il concordato (Reichskonkordat) con la Germania nazionalsocialista di Hitler: il concordato fra i due paesi è tuttora valido. I principali punti del concordato sono: Il diritto di libertà della religione cattolica romana (art. 1); i concordati di Stato con Baviera, Prussia e Baden rimangono validi (art. 2); libera corrispondenza tra la Santa Sede e i cattolici tedeschi (art. 4); il diritto per la Chiesa di riscuotere la tassa ecclesiastica (art. 13); il giuramento di lealtà dei vescovi (art. 16); l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole (art. 21): gli insegnanti di religione cattolica possono essere assunti solo tramite l'approvazione del vescovo (art. 22); protezione delle organizzazioni cattoliche e libertà di pratica religiosa (art. 31); i chierici non possono essere membri di partiti (art. 32). Un accordo di fondamentale importanza in vista dell'arianesimo a cui parte del partito nazionalsocialista iniziava ad ispirarsi. Quando il governo nazista violò il concordato (in particolare l'articolo 31), vescovi e papato protestarono contro queste violazioni. Le proteste culminarono nell'enciclica Mit brennender Sorge del 1937.
[caption id="attachment_11130" align="aligncenter" width="1024"] Foto del Reichskonkordat dove il Cardinale Pacelli è attorniato da Monsignor Kars (ex- presidente del Centrum), Franz von Papen (1879 - 1969) e dai Monsignori Giuseppe Pizzardo (1877 - 1970), Alfredo Ottaviani (1890 - 1979) e Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini (1897 - 1978).[/caption]  

Un uomo integèrrimo come l’Arcivescovo di Monaco, il Cardinale Michael von Faulhaber (1869 - 1952) scrive al Führer: «questa stretta di mano con il papato costituisce un fatto di immenso benefico significato, che Dio conservi il Cancelliere del Reich al nostro popolo»; poi esorta anche i fedeli a votare “Sì” al plebiscito voluto da Hitler per approvare il suo operato e il 12 novembre del 1933, voteranno per il Cancelliere tedesco più del 92% dei tedeschi. Il Führer confida ai suoi come «sono uno dei pochi uomini della storia ad avere ingannato il Vaticano». Poche settimane e il regime scioglie tutte le organizzazioni cattoliche tedesche e Hitler affermerà ancora: «sarà il nazionalsocialismo ad educare la gioventù ai veri valori e questi valori non potranno che essere anticristiani». Ma perché tanta fretta negli accordi con Hitler? Dietro questa ansia concordataria c’è l’urgenza, per la Chiesa di Roma, di ritrovare ruolo e centralità nella politica internazionale, poiché piazza San Pietro non è più uno dei crocevia del mondo: Pacelli lo ha compreso e diventa uno dei primi viaggiatori della Chiesa moderna. Nel settembre del 1934, Eugenio Pacelli presenzia al Congresso Eucaristico a Buenos Aires e in Argentina davanti a più di un milione di fedeli è accolto come un Re, divenendo primo interprete di quello che si chiamerà “Cattolicesimo planetario”, primi esempi dei grandi raduni cattolici in tutto il mondo. Nel 1935 Pacelli è a Lourdes per il solenne Giubileo della redenzione che lo videro parlare davanti a 300.000 pellegrini: intorno a lui 5 Cardinali, 20 Arcivescovi, 50 Vescovi, quasi un’icona della Chiesa che vuole tornare ad essere trionfante. Nell’ottobre del 1936 parte per l’America da Napoli ed è accolto dal presidente Roosevelt alla Casa Bianca. Incontra Joseph Patrick Kennedy (1888 - 1969) uomo di spicco della società americana che lo presenta nelle alte sfere degli Stati Uniti. Pacelli si sposta in aereo: Washington, Chicago, St.Francisco, Los Angeles – tanto da essere denominato “il Cardinale volante”, ed un giornale scrive «quale contrasto con il carro trainato dai buoi sul quale viaggiavano i primi missionari californiani». Ancora nel luglio del 1937 è in Francia, a Liseaux, per inaugurare la Basilica consacrata a Santa Teresa del Bambin Gesù; il presidente francese offre in suo onore un festoso ricevimento all’Eliseo, è un viaggio che lascerà il segno: Pacelli pronuncerà una dura requisitoria contro l’idolatria della stirpe. Perfino l’Humanité – il quotidiano comunista – plaude a quelle parole che per molti condannano le leggi razziali vigenti in Germania.

Il Ministro tedesco della propaganda Paul Joseph Goebbels (1897 - 1945) lo attacca personalmente «fa accordi con i socialisti francesi» lo accusa, ma il Cardinale Pacelli ha le spalle larghe ed ha solo anticipato la pubblica condanna del Pontefice. Il 14 marzo dello stesso anno Pius XI promulga l’Enciclica Mit brennender Sorge: il Pontefice romano condanna il provocante neo-paganesimo imperante in Germania, deplora certi banditori moderni che perseguono il falso mito della razza e del sangue; l’Enciclica attacca poi le liturgie del Reich «queste cerimonie – si legge – sono false monete». L’Enciclica denuncia i governanti tedeschi, poiché si legge «con ripugnante superbia, stoltamente, rappresentano l’umiltà cristiana come avvilimento e meschinità». Tra gli autori del testo vi è anche il Cardinale Eugenio Pacelli: sembrano lontanissimi i tempi del Concordato, eppure sono passati solo quattro anni. La reazione è violenta, Goebbels annuncia alla radio: «7.000 religiosi sono sotto processo per reati sessuali» e lo scontro si alza ancora quando il Vaticano richiama quei Prelati troppo indulgenti con il regime nazionalsocialista. Il 12 marzo del 1938 il Reich annette la cattolica Austria e la croce uncinata è issata sul campanile della Cattedrale di Vienna. L’Arcivescovo Theodor Innizer (1875 - 1955) proclama: «i preti e i fedeli devono sostenere senza riserve il Führer, la sua lotta contro il bolscevismo, risponde ai disegni della provvidenza». Pacelli convoca Innizer a Roma e gli consegna una nota ufficiale di duro biasimo. I rapporti tra Santa Sede e Terzo Reich sono forse al punto più basso. Dal tre all’otto maggio del 1938 Hitler è a Roma – capitale del nuovo Impero italiano – e l’Osservatore Romano commenterà come «il Papa è partito per Castel Gandolfo – aggiungendo non senza ironia –, l’aria dei castelli romani gli fa molto bene alla salute», il giornale non fa il minimo accenno alla visita del Capo del Reich e come se non bastasse Pius XI ordina «i musei Vaticani devono restare chiusi per tutti», si specifica nella nota. Papa Achille Ratti accusa: «a Roma è stata inalberata l’insegna di un’altra croce che non è certo la croce di Cristo». L’intransigente durezza del Papa, suscita una reazione furiosa di Hitler, il quale vieta ai cattolici tedeschi di partecipare al congresso Eucaristico che si tiene a Budapest in quegli stessi giorni: presenzia “il cardinale volante” Eugenio Pacelli, ed è ancora un tripudio di folla e sarà una straordinaria processione notturna sul Danubio.

Arriviamo all’inverno del 1938 e un’onda lunga di fango, melma e detriti sommerge la capitale della cristianità: quasi un’anticipazione degli eventi del sei ottobre dello stesso anno, quando il Gran Consiglio del fascismo promulga le leggi razziali, una delle pagine più vergognose della storia d’Italia. In privato Pius XI sbotta: «ma perché l’Italia si è messa disgraziatamente a imitare la Germania»? Mussolini è fuori di sé e minaccia «basterebbe un mio cenno per scatenare tutto l’anti-clericalismo del popolo italiano il quale ha dovuto faticare non poco per ingurgitare un Dio ebreo». Il Pontefice proclama «l’antisemitismo è un movimento odioso, siamo tutti spiritualmente dei semiti» e Mussolini lancia un ultimatum: «se il Papa continua a parlare, perderò la pazienza e allora farò il deserto»; allora il Pontefice si rivolge al Re Vittorio Emanuele III, asserendo che il Duce vuole far saltare il concordato. Trapelata la notizia, Mussolini ironizza al suo Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano (1903 - 1944): «spero proprio che questo Papa muoia al più presto». Il destino, ironia della storia, lo ascolterà poiché Pius PP. XI non sta bene, ma è deciso ad andare avanti, come se la Chiesa preparasse i suoi eserciti. Accade un fatto davvero poco conosciuto, quasi un giallo, il mistero dell’Enciclica scomparsa: Pius XI in accordo con Pacelli, incarica il gesuita John LaFarge Jr. (1880 - 1963) di preparare il testo di una Enciclica chiedendo una condanna chiara del nazismo e della sua religione neo-pagana. Una rottura della cui portata politica, spirituale e teologica sono tutti consapevoli. Alla fine del settembre del 1938 LaFarge si reca a Roma con il testo pronto, ma anziché inviarlo direttamente al Papa lo consegna al Padre Generale della Compagnia di Gesù, questi lo passa solo l’otto ottobre ad un autorevole redattore della civiltà cattolica. Pochi giorni e Goebbels scatena la notte dei cristalli: è una caccia esplicita e spietata agli ebrei. Pius XI si racconta, chiederà la consegna del testo dell’Enciclica, ma quei fogli arriveranno sulla sua scrivania solo alla fine di gennaio: troppo tardi, pochi giorni ed un attacco cardiaco stroncherà Papa Ratti. Circolano strane voci, «c’è aria torbida» – annota Ciano nei suoi diari; si dice che il Duce abbia il timore di essere scomunicato e trapelano voci che egli si sia rivolto per una missione di fiducia “molto speciale” al professore Francesco Petacci, il quale oltre ad essere il padre di Claretta – la sua giovane amante – e anche il medico del Papa. Quale sia lo scopo di questa missione e se la missione esista o meno non è documentato ad oggi da nessuna parte. Certamente con la dipartita di Pius XI anche la sua Enciclica pronta per la firma è riposta in un faldone e archiviata per sempre.

Morto il Papa, Pacelli diviene Camerlengo – colui che sovrintende alla preparazione del Conclave. Nel pomeriggio del primo marzo, un mercoledì alle ore 11:00, suona una piccola campanella e i Cardinali entrano nel Sacellum Sixtinum, lo stesso giorno in cui Eugenio compie 63 anni, come il numero dei Cardinali presenti, 35 sono italiani e per eleggere un nuovo Pontefice occorrono 42 voti: al primo scrutinio ottiene 36 suffragi, al secondo scrutinio Pacelli guadagna 5 voti, infine al terzo la sua elezione è trionfale, netta – si chiamerà Pius PP. XII (Papa Pio XII) e alla domanda di rito risponde «Accipio in crucem» (accetto come una croce), una impressionante, profetica premonizione. Il Cardinale Camillo Caccia-Dominioni (1877 - 1946) annuncia il 260° Vicario di Cristo dal balcone di San Pietro: «habemus Papam» – è dal 1670 che non viene eletto un Papa romano di Roma. Il 12 marzo del 1939 vi sarà la Solenne Incoronazione e il nuovo Papa si compiace che nel suo stesso cognome sia contenuta la parola pace: pax-coeli, la pace del cielo. Sono presenti alla cerimonia 40 delegazioni ufficiali da tutti i governi del mondo, ed è assente la delegazione del Terzo Reich. Il settimanale delle Schutzstaffel (SS) Das Schwarze Korps scrive lapidario: «in lui si possono riporre ben poche speranze»; il Ministero degli Esteri del Reich, incarica l’Ambasciatore presso la Santa Sede di portare al nuovo Papa, le congratulazioni del Führer, ma solo oralmente. In una nota riservata si precisa: «in considerazione del ben noto atteggiamento dell’ex-Cardinale Pacelli verso la Germania e il movimento nazionalsocialista, i complimenti non devono essere formulati in maniera particolarmente calda».

 
[caption id="attachment_11131" align="aligncenter" width="1000"] Pius PP. XII saluta la folla in Piazza San Pietro per la sua elezione a 260°Vicario di Cristo nel 1939.[/caption]  

La situazione precipita e da Berlino il Nunzio Apostolico tedesco Cesare Vincenzo Orsenigo (1873 - 1946) scrive: «i tedeschi sono tutti pronti alla guerra con una freddezza terrificante. Va incontro alla guerra marciante, quasi esultante, un popolo di ben ottanta milioni di tedeschi, armati fino ai denti». Pacelli compie un ultimo tentativo per salvare la pace e invia un messaggio a Hitler, gli ricorda gli anni passati con piacere in Germania, lo esorta a dedicarsi al vero benessere spirituale del popolo tedesco, ma per tutta risposta la notte del 23 agosto 1939, Ulrich Friedrich Wilhelm Joachim von Ribbentrop (1893 - 1946) e Vyacheslav Mikhailovich Molotov (1890 - 1986) firmano un patto di non aggressione: Hitler e Stalin si sono alleati - Pius PP. XII è esterrefatto. Papa Pacelli lancia allora un messaggio al mondo intero il 24 agosto, affermando come «nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», una frase che rimane scolpita nella storia: c’è tutta la potenza e l’impotenza del Papato. La risposta tedesca non tarda ad arrivare il 20 settembre, alle ore 15:25, la Wehrmacht invade la Polonia; alle 6:00 il Papa viene informato e si racconta, non riesca a trattenere le lacrime. Il 20 ottobre 1939 Pius XII proclama l’Enciclica Summi Pontificatus: è una condanna, seppur indiretta, dell’idolatria dei totalitarismi, la condanna verso un mondo che ha abbandonato le leggi di Dio, per sostituire quest’ultimo con il dominio della macchina, l’esaltazione della tecnica, tristi alleati del male che hanno condotto l’uomo dentro il nulla – l’uomo moderno non ha risposto al richiamo di Dio, è stato sedotto dal neo-paganesimo innaturale e ora è guerra, sangue, dolore, morte – quasi con malefica voluttà. La preoccupazione di Pius XII ora è per l’Italia, poiché il rischio di essere trascinati in una guerra è alta. Pacelli spera nel Re e in Galeazzo Ciano per raffreddare le mire di Mussolini e scongiurare un’entrata in guerra. Invita SAR Vittorio Emanuele III in Vaticano per discutere e dopo otto giorni restituisce la visita: è un fatto storico, poiché per la prima volta dal 1870 un Pontefice torna al Quirinale, per chiedere la neutralità dell’Italia. Mussolini è furente per questa strana alleanza e proibisce ai media di riportare qualsiasi dichiarazione espressa pubblicamente in politica internazionale e pacifismo da Pacelli. Ma il Pontefice procede con il suo piano politico, senza timori: il 24 dicembre lancia un radio-messaggio natalizio con tono accorato e commosso, stigmatizza le atrocità della guerra, ma la condanna più dura è per l’Unione Sovietica, la quale viene accusata di avere premeditato l’aggressione contro l’inerme e pacifica Finlandia; poco racconta dell’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche. Non vi è dubbio che per la Chiesa e per Pacelli il nemico numero uno della cristianità sia il comunismo. L’undici marzo 1940 Pius XII riceve in visita von Ribbentrop ed a questi gli rimprovera apertamente l’inammissibile alleanza con i sovietici; il Ministro degli Esteri non risponde e esce dalla stanza senza inginocchiarsi, né salutare. Il Papa compie un tentativo anche con Benito Mussolini, inviandogli un messaggio autografo dal tono amichevole, si rivolge con il “Tu”, pregandolo di evitare «più vaste rovine e più numerosi lutti» e il Duce sbotta nel privato: «questi preti vogliono rammollire, svirilizzare il popolo italiano». A partire dal 10 maggio 1940 la Wehrmacht invade Belgio, Olanda e Lussemburgo. Pius XII è fortemente impressionato e batte a macchina tre messaggi di solidarietà; l’Ambasciatore belga commenta «un conto è la simpatia per chi soffre e un’altra la condanna per il delitto compiuto». È la maledizione della neutralità: ciò che è poco per gli uni è troppo per gli altri. Solo l’Osservatore Romano pubblica quei messaggi di solidarietà, vendendo quel giorno 100.000 copie: le edicole assalite dalle squadracce fasciste vengono bruciate. Sarà con questo clima che il 10 giugno anche il Regno d’Italia entra in guerra di fianco della Germania neo-pagana – Papa Pacelli è sempre più solo. «Nulla lasciammo di intentato» affermerà, riferendosi molto probabilmente all’operazione – denominata dalla Gestapo – “Orchestra nera”, dell’autunno 1939 e primavera del 1940, dove alcuni pastori protestanti e alcuni preti cattolici misero un piano per neutralizzare Hitler e nel complotto vi furono molti ufficiali prussiani e aristocratici capeggiati dal leader dell’intelligence tedesca Wilhelm Franz Canaris (1887 - 1945) e dal generale Ludwig August Theodor Beck (1880 - 1944); proprio quest’ultimo conoscente di Pacelli ai tempi della nunziatura di Berlino. I congiurati chiedono al Papa di essere il garante dell’operazione e operare come intermediario con gli inglesi: Pius XII accetta, poiché tale soluzione è coerente con la Dottrina Cattolica riguardante le soluzioni da ottemperare verso una dittatura e salvare il mondo da certo inferno. Gli inglesi, di contro, non credono alla fattibilità del colpo di mano o non si fidano e de facto l’operazione fallisce.

Gli anni della guerra sono anche quelli dove Pacelli ringrazia la Nobiltà Romana, tramite diverse Allocuzioni, la quale si impegnò molto negli aiuti economici verso la popolazione civile. Pius PP. XII riconosce alla nobiltà un’importante e peculiare missione nel contesto della società contemporanea, missione che compete alle altre élites sociali. In quel Papa c’era un qualcosa che faceva pensare alla nobiltà: la sua figura alta e slanciata, il suo portamento, i suoi gesti, perfino le sue mani. Quel Pontefice, di spirito così universale e così amico dei piccoli e dei poveri, era allo stesso tempo molto romano e rivolgeva la sua attenzione, la sua considerazione e il suo affetto anche all’aristocrazia romana nell’Allocuzione del 26 dicembre 1941: «si; la fede rende più nobile la vostra schiera, perché ogni nobiltà viene da Dio, Ente Nobilissimo e fonte di ogni perfezione. Tutto in Lui è nobiltà dell’essere. [...] Dunque il modo della nobiltà di una cosa corrisponde al modo con cui possiede l’essere; giacché una cosa si dice che è più o meno nobile, secondo che il suo essere si restringe a qualche grado speciale maggiore o minore di nobiltà. [...] Anche voi avete da Dio l’essere; Egli vi ha fatti, e non voi stessi. ‘Ipse fecit nos, et non ipsi nos’ (Ps. 99,3). Vi ha dato nobiltà di sangue, nobiltà di valore, nobiltà di virtù, nobiltà di fede e di grazia cristiana. La nobiltà di sangue voi la mettete al servigio della Chiesa e a guardia del Successore di Pietro; nobiltà di opere leggiadre dei vostri maggiori, che nobilita voi stessi, se voi di giorno in giorno avrete cura di aggiungervi la nobiltà della virtù [...]. Tanto degna di lode riluce la nobiltà congiunta con la virtù che la luce della virtù spesso eclissa la chiarezza della nobiltà; e nei fasti e negli atri di grandi famiglie unica e sola nobiltà resta talora il nome della virtù, come non dubitò di affermare anche il pagano Giovenale (Satyr. VIII, 19-20): ‘Tota licet veteres exornent undique cerae atria, nobilitas sola est atque unica virtus’ (Benché le vecchie figure di cera ornino dappertutto i palazzi delle grandi famiglie, l’unica ed esclusiva loro nobiltà è la virtù)».

[caption id="attachment_11132" align="aligncenter" width="1000"] Pius PP. XII nel 1939 viene portato dalla Corte Romana sulla sedia gestatoria; intorno la Guardia Nobile, l'antico corpo di Cavalleria pesante, all'epoca appiedato, composto unicamente da membri dell'aristocrazia romana, che fungeva da guardia del corpo del Pontefice Massimo. Il Corpo militare è stato soppresso, così come la sedia gestatoria, dopo il Concilio Vaticano II nel 1965.[/caption]  

Nel frattempo si accende nell’Europa occupata, l’antisemitismo ebraico. Il 12 maggio de 1942 Don Pirro Scavizzi (1884 - 1964) scrive a Roma: «la lotta anti-ebraica è implacabile con deportazioni ed esecuzioni di massa»; il 29 agosto l’Arcivescovo metropolita di Leopoli scrive al Vaticano: «non passa giorno senza che si commettano i crimini più orrendi, gli ebrei sono le prime vittime»; lo stesso Monsignor Montini (futuro Paulus VI) scrive: «i massacri degli ebrei hanno raggiunto proporzioni e forme esecrande spaventose, incredibili eccidi sono operati ogni giorno». Il 7 ottobre del 1942 ancora Don Scavizzi afferma «l’eliminazione degli ebrei, con le uccisioni di massa è quasi totalitaria, senza riguardo ai bambini, nemmeno se lattanti – si dice che 2.000.000 di ebrei siano stati uccisi». L’ambasciatore inglese presso la Santa Sede chiede al Pontefice una pubblica denuncia, il Papa è incerto, ma i fatti incalzano: l’attesa è enorme. Il 24 dicembre del 1942 Pius XII inoltra un radiomessaggio natalizio «questo voto l’umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali senza veruna colpa propria, talora solo per ragioni di nazionalità o di stirpe, sono destinati alla morte o ad un progressivo deperimento». Questo sarà il primo dei due pronunciamenti ufficiali, parla secondo il suo stile: mai è pronunciata la parola “nazismo”, mai la parola “ebrei”. Il 5 maggio del 1943 la stessa segreteria di Stato compila una nota agghiacciante, si legge: «situazione orrenda: in Polonia stavano prima della guerra, circa 450.000 ebrei. Si calcola che non ne rimangano nemmeno 100.000. Non è da dubitare che la maggioranza sia stata soppressa. Si racconta che siano chiusi parecchie centinaia alla volta in cameroni dove finirebbero sotto l’azione di gas, trasportati in carri bestiame – ermeticamente chiusi – con pavimento di calce viva». Ancora un messaggio al mondo di Papa Pacelli sulla questione: «l’animo nostro risponde con sollecitudine particolarmente premurosa alle preghiere di coloro che a noi si rivolgono con occhio di implorazione ansiosa, travagliati – come sono – per ragione della loro nazionalità o della loro stirpe, da maggiori sciagure o da gravi dolori e destinati – talora – anche senza colpa, a costrizioni sterminatrici». Per la seconda volta due parole decisive non vengono pronunciate “ebrei” e “nazismo”, perché? Il linguaggio innanzi tutto: il Papa è vissuto all’interno del mondo della diplomazia ed egli pensa che quanto detto in quel linguaggio sia chiaro e sufficiente; i suoi pronunciamenti sono considerati “troppo poco” dagli Alleati e “troppo” dall’Asse. Da un rapporto del Reichssicherheitshauptamt, l’ufficio centrale per la sicurezza del Reich fa accuse pesantissime: «egli virtualmente accusa il popolo tedesco di ingiustizia nei riguardi degli ebrei». Non è inoltre meramente una questione di puro linguaggio, difatti per la religione cattolica il Papa è “Padre di tutti” e non può prendere posizione fra i suoi figli in lotta, la Chiesa di Roma è universale e per questo neutrale. Sulla scelta di neutralità del Vaticano, un peso enorme fu dato dai 45.000.000 di cattolici tedeschi. Quali ripercussioni per un eventuale conflitto con il Terzo Reich? Quali le imprevedibili conseguenze? Forse una persecuzione? Forse un altro drammatico scisma? Vi è un altro tassello che aiuta a capire l’atteggiamento neutrale di Pacelli, per il quale il nemico storico della Chiesa è il bolscevismo e l’Unione Sovietica: questi ultimi – a differenza dei nazisti – sbarrano ai fedeli qualsiasi libertà di culto e distruggono gli edifici religiosi, di qualsiasi natura. Infine il Pontefice è figlio del suo tempo e proviene da una tradizione cristiana fortemente permeata di ostilità anti-ebraica: nazismo e fascismo strumentalizzano questa tradizione. Hitler afferma: «per 1500 anni la Chiesa Cattolica ha considerato gli ebrei come esseri nocivi, anche io li considero nocivi e forse sto rendendo alla cristianità, il più grande servizio». Un brevissimo, ma indispensabile passo indietro ci può aiutare per capire le affermazioni del dittatore tedesco. Da sempre nella storia della chiesa, gli ebrei per essere accettati devono mantenere un ruolo subordinato a quello dei cristiani, ma dopo il XII secolo, la situazione va peggiorando: il secondo Concilio Laterano del 1179 stabilisce che il giuramento degli ebrei non vale come quello dei cristiani ed è loro proibito di possedere terre o abitazioni. Nel 1215 il quarto Concilio Lateranense decreta che l’ebreo debba portare un segno distintivo: un cappello o una rotella gialla sul vestito. È in questi anni che si sviluppa maggiormente il sacrificio rituale ebraico, il quale prevede il rapimento dei bambini cristiani e la loro uccisione per avere il sangue necessario per il loro rito di purificazione e per ripetere ritualmente l’uccisione di Cristo. Con il Trecento l'Inghilterra e la Francia espellono gli ebrei e nel 1492 anche la Spagna impone agli ebrei la scelta tra conversione ed esilio. I marranos, cioè i convertiti, sono distinti in base al sangue: è una delle distinzioni razziali storiche. Nel 1500 la Chiesa istituisce il ghetto, dove gli ebrei devono vivere rinchiusi dal tramonto all’alba, senza poter possedere nessuna proprietà, allontanati dalla maggior parte dei mestieri. Dopo l’Unità d’Italia, l’ostilità della Chiesa si accentua ancora di più: gli ebrei, non a torto, vengono associati ai massoni, ai rivoluzionari e sono visti come i principali artefici da condannare. Fin dall’inizio del Novecento la Chiesa e i Gesuiti attaccano con virulenza gli ebrei. Nel 1885 l’Osservatore Cattolico scrive: «questa bella razza di individui arriva al numero di 6.377.602, dei quali in Italia ve ne sono 26.289, imperò che, sono églino i nostri padroni, ossia i padroni di 30.000.000 di anime, come sono i padroni in Austria-Ungheria, in Germania, in Francia e dappertutto quasi. L’ebreo domina le Loggie, cioè la Massoneria e ispira il liberalismo rivoluzionario; l’ebreo poi è padrone dell’oro, l’oro è del mondo signor, dunque l’ebreo è il sovrano universale». La rivoluzione bolscevica accentua questa paura della Chiesa. Una rivista cattolica pubblica nel 1922, una statistica dalla quale risulta che ben 477 funzionari statali sovietici su 545 sono ebrei e ben 17 Commissari del Popolo su 21 sono sempre ebrei. Ma a determinare le scelte di Pius XII contribuisce anche un’altra drammatica circostanza: in Olanda, nell’estate 1942, i rappresentanti della Chiesa cattolica e protestante inviano un telegramma di biasimo al comandante delle SS contro la persecuzione degli ebrei e annunciano una pubblica condanna. Il Reichskommissar avverte: «un’altra parola e i rastrellamenti saranno estesi a tappeto». La Chiesa Protestante per evitare la rappresaglia, rinuncia alla pubblica accusa, la Chiesa Cattolica no. I Vescovi olandesi pronunciano la condanna e le SS si scatenano: migliaia le vittime tra ebrei e cattolici. Qualcuno ha redatto anche una lugubre precisazione: a Roma sono stati salvati quasi il 90% degli ebrei, in Olanda – dove ci fu la condanna esplicita – solo il 20% è sopravvissuto. In Pius XII è forte il timore, forse la certezza, di aggravare la tragedia dei perseguitati a seguito di un pubblico pronunciamento. Anche questo è uno dei tasselli del “silenzio” pontificio. Ma per il Venerabile Eugenio Pacelli i problemi non sembrano avere fine: in Slovacchia uno dei fedeli alleati di Hitler porta il nome di Jozef Tiso (1887 - 1947), un prete cattolico, è Monsignore: il Parlamento slovacco ha 63 deputati e ben 16 sono religiosi – la Slovacchia è ribattezzata “Repubblica parrocchiale”. Tiso afferma: «il cattolicesimo e il nazismo hanno molti punti in comune, essi operano le mani nelle mani per riformare il mondo». La notizia giunge a Roma e Pius XII in persona minaccia di privare il prete del titolo di Monsignore, ma la cosa finisce in un nulla di fatto. Nessun provvedimento contro Tiso, uno dei più fanatici membri delle gesta di Adolf Hitler: nell’aprile del 1947 sarà processato per crimini contro l’Umanità e condannato a morte mediante impiccagione. Altro problema di Papa Pacelli è quello sulle conversioni forzate dei serbi ortodossi in Croazia. Il 10 aprile 1941, la Croazia si costituisce in Stato indipendente con a capo del Governo Ante Pavelić (1889 - 1959), il quale assume il titolo di “Poglavnik” – ovvero Duce –, militi fedelissimi sono gli Ustaša. Lo Stato ha 6.000.000 di abitanti in maggioranza di religione cattolico-croata, ma vi sono anche 2.000.000 di serbi ortodossi. Gli Ustaša pongono un ultimatum: o i serbi-ortodossi si convertono al cattolicesimo, o saranno messi a morte. Per chi rifiuta è la fine: secondo una stima, le vittime nel 1942 arrivano a più di 350.000 – note di protesta arrivano in Vaticano. Roma chiede spiegazioni al primate cattolico di Croazia Monsignor Alojzije Viktor Stepinac (1898 - 1960): quest’ultimo invia una missiva rassicurante e la questione viene ritenuta chiusa. La Chiesa del Pontificato di Pius XII ha compiuto uno sforzo straordinario durante la guerra ed ha perennemente condannato le stragi, con un ritorno macabro: 6 vescovi, 1932 preti, 580 religiosi, 113 chierici, 289 religiose perderanno la vita a causa delle persecuzioni naziste. Un esempio lo studiamo nel beato padre Otto Neururer (1882 - 1940), primo sacerdote ucciso in un campo di concentramento. L’austriaco è deportato a Dachau per aver celebrato un matrimonio misto non ariano e viene messo a morte per aver insegnato catechismo ad un compagno di Lager: viene crocifisso a testa in giù per 36 ore, poi finalmente rende l’anima a Dio. Il padre francescano polacco, oggi santificato, Maksymilian Maria Kolbe (1894 - 1941) viene deportato ad Auschwitz e morirà per aver chiesto di prendere il posto di un condannato, padre di famiglia, nella “cella della morte” – una botola sottoterra in cui si viene posti nudi, senza cibo e senza acqua, senza luce: due settimane, poi la fine; quando aprirono la cella, una guardia così lo descrive «la sua intera persona sembrava essere in uno stato di estasi: non dimenticherò mai quella scena finché vivrò». In questa lotta della cristianità cattolica non possiamo ricordare Angelo Rotta (1872 - 1965), il Monsignore che fece evacuare migliaia di profughi ebrei dalla Romania; o Monsignor Giuseppe Angelo Roncalli (futuro Ioannes PP. XXIII) che a Istanbul aiuta i convogli dei fuggitivi e poi ci sono le suore che nelle scuole di Assisi nascondono i bambini ebrei. Ci saranno 152 istituti religiosi che nella sola Roma hanno nascosto più di 4.000 ebrei. Il 19 luglio del 1943, in un afoso lunedì, alle 11.30 del mattino 500 B-24 Liberator americani rombano minacciosi su Roma: quattro incursioni e 1.200 tonnellate di esplosivo per l’obiettivo strategico dello scalo ferroviario di San Lorenzo. L’inferno cessa alle 14:00 e Pius XII poco dopo le 16.00 lascia il Vaticano per San Lorenzo, prelevando tutto il denaro contante disponibile: lo distribuirà agli sfollati. Ovunque manifestini lanciati dagli aerei statunitensi con scritto «volete morire per Mussolini o vivere per l’Italia della civiltà»? Pacelli a San Lorenzo si inginocchia e prega il Salmo 129, il De Profundis, poi torna in Vaticano dopo le 20:00 passate e solo allora si accorge che la sua veste bianca è macchiata di sangue. Pochi giorni e per Mussolini è l’inizio della fine, poiché il 25 luglio del 1943 al Gran Consiglio del Fascismo, l’ordine Grandi non lascia scampo al Duce: è sfiducia.

[caption id="attachment_11133" align="aligncenter" width="1000"] Papa Pacelli, prega il De Profundis a San Lorenzo nel 1943 davanti alla folla.[/caption]  

Il 4 agosto 1943 avviene il secondo bombardamento di Roma e Pius XII è ancora nei quartieri del Tuscolano, Appio Latino, Tiburtino, Casilino, Prenestino. L’otto settembre il generale Pietro Badoglio (1871 - 1956) firma l’armistizio con gli anglo-americani e il nove settembre, in assenza delle Camere e nell’impossibilità di legiferare il Re Vittorio Emanuele III trasla il governo a Brindisi, una città non ancora occupata dagli anglo-americani e abbandonata dai nazi-fascisti, e ripristina la giurisprudenza del Regno, ma per far ciò lascia Roma con tutta la famiglia reale. Il regio-esercito è privo di comandi e la città eterna viene occupata dalle truppe tedesche, le quali pongono un controllo davanti Piazza San Pietro, la linea di demarcazione è data dalla perimetrazione della piazza stessa: il confine di demarcazione tra il Regno d’Italia e la Città del Vaticano. Mussolini liberato da Hitler riorganizza i fedelissimi a Salò e chiede alla Santa Sede di riconoscere la neonata Repubblica sociale e Pius XII risponde seccamente: «i Patti Lateranensi non sono stati sottoscritti con Mussolini, ma con lo Stato italiano e quello Stato ora è legittimamente insediato a Sud di Roma». Una storia di oro e sangue sotto le finestre del Vicario di Cristo: il 25 settembre del 1943 il maggiore delle SS Herbert Kappler (1907 - 1978) impone alla comunità ebraica una taglia di 50 chili d’oro da pagare entro 36 ore, pena la deportazione e la morte certa. Pius XII è pronto a dare un forte contributo, ma non sarà necessario, poiché la comunità ebraica ha messo insieme tutto l’oro richiesto. All’alba del 16 ottobre 1943, di un sabato grigio e piovoso, le SS si scatenano: gli ebrei deportati sono 1.024, con destinazione i Lager e la morte. Questa volta il Papa non ha davanti un problema politico, ma la violenza nella sua Diocesi. Il Vaticano, segretamente, da asilo e rifugio a ebrei e fuoriusciti; numerosi gli ebrei nascosti a San Callisto, all’isola Tiberina, negli scantinati di Santa Maria in Trastevere, a San Paolo fuori le mura e in tante chiese Canoniche e conventi. In quegli stessi giorni a San Giovanni in Laterano, a poche centinaia di metri da via Tasso – sede del quartier generale di Kappler – sono nascosti gli antifascisti Nenni, Saragat, Bonomi, Ruini, Segni, De Gasperi. Hitler dice: «noi staneremo quel branco di porci in Vaticano, poi faremo sempre in tempo a chiedere scusa» e convoca il comandante supremo delle SS in Italia Karl Friedrich Otto Wolff (1900 - 1984) ordinandogli di occupare il Vaticano e di deportare in Germania i Cardinali della Curia presenti e il Papa stesso, per poi trafugare gli oggetti artistici e i documenti degli archivi. Hitler è adirato e accusa il Vaticano di aver tramato per far cadere il fascismo, ma il leader delle SS Heinrich Luitpold Himmler (1900 - 1945) frena il Führer, poiché ha paura che vadano distrutti antichi cimeli runici contenuti in Vaticano e di fondamentale importanza per gli scopi di propaganda neo-pagani del Terzo Reich. Ancora per il momento il rapimento del Papa è rimandato, ma Pius XII sa di essere un sorvegliato speciale e prepara una lettera di dimissioni da usare nel caso le SS invadano la Città del Vaticano. Dà licenza poi, ai membri del Sacro Collegio di allontanarsi da Roma e mettersi al sicuro, ma lui Eugenio principe Pacelli, 260° successore di Pietro, Vicario di Cristo in terra non fuggirà. Sono mesi cupi per tutti e lui il principe non vuole privilegi, si racconta moltiplichi le penitenze, mangia pochissimo, dà disposizione di non riscaldare il proprio appartamento, fa rammendare i risvolti sdruciti della veste, per risparmiare la carta scrive le tracce dei suoi discorsi sul retro delle buste usate. Nell’inverno del 1944 il Vaticano distribuisce 100 minestre al giorno, a Castel Gandolfo trovano asilo quasi 15.000 tra sfollati e rifugiati; nella stessa canonica di San Pietro si nascondono centinaia di ricercati, tra loro anche 40 ebrei e per giustificare tanta gente il Papa ricorre allo stratagemma di arruolare i rifugiati nel Corpo della Guardia Palatina i cui soldati in pochi mesi arrivano a ben 4.000 unità, prima della guerra erano solo 400. Roma sprovvista di un Re, si stringe intorno all’ultimo difensore della civiltà, il quale si comporta come un nobile Sovrano d'altri tempi: in Vaticano vengono raddoppiati i turni di guardia e le stesse Guardie Nobili vengono munite di armi da fuoco. La stima di Pius XII per la nobiltà ereditaria risalta anche con speciale nitore nelle seguenti parole rivolte alla Guardia Nobile pontificia qualche anno prima, nel dicembre del 1942: «voi Guardia della Nostra persona, siete il Nostro usbergo, bello di quella nobiltà ch’è privilegio di sangue, e che già prima della vostra ammissione nel Corpo splendeva in voi quale pegno della vostra devozione, perché, secondo l’antico proverbio, ‘bon sang ne peut mentir’. Vita è il sangue che trapassa di grado in grado, di generazione in generazione, nelle illustri vostre prosapie e tramanda seco il fuoco di quell’amore devoto alla Chiesa e al Romano Pontefice, cui non scema ne raffredda il mutar degli eventi, lieti o tristi. Nelle ore più oscure della storia dei Papi, la fedeltà dei vostri antenati rifulse più splendida e aperta, più generosa e ardente, che non nelle ore luminose di magnificenza e di materiale prosperità. [...] Così eletta tradizione di virtù familiare, come nel passato fu tramandata di padre in figlio, continuerà, non ne dubitiamo, a trasmettersi di generazione in generazione, quale retaggio di grandezza d’animo e di nobilissimo vanto del casato».

Questa la strana guerra e lo strano esercito di Papa Pacelli: piccolo e disciplinato. Intanto gli Alleati avanzano verso Roma, i tedeschi hanno già minato i ponti sul Tevere e alla fine di maggio Pacelli afferma: «chiunque osi levare la mano contro Roma si macchierà di matricidio». È l’ultimo difensore di Roma, lo chiamano Defensor Civitatis, difensore della città. Con coraggio convoca il generale Wolff in Vaticano e chiede di risparmiare la Città Eterna, facendo ritirare le truppe della Wehrmacht da Roma, senza far saltare i ponti, compreso quello di Castel Sant’Angelo: i tedeschi accettano, ma non conosciamo la controfferta del Sommo Pontefice. Come l’otto giugno del 452 d.C., Attila “si fermò” davanti a Papa Leone I (390 – 461 d.C.), il male si arresta davanti al Vicario di Cristo e nella notte del quattro giugno i tedeschi si ritirano da Roma senza sparare un colpo. Scrive Monsignor Domenico Tardini (1888 - 1961): «i tedeschi hanno requisito tutti i mezzi possibili di trasporto: automobili, carrozzelle da piazza, carri con i buoi, finanche biciclette». All’alba dell’otto giugno 1944 gli Alleati entrano a Roma e Papa Pacelli si affaccia alla loggia centrale: la folla è enorme, poiché è stata l’unica autorità – non solo religiosa, ma anche morale e politica – che è rimasta a Roma nei mesi cupi dell’occupazione nazista. All’alba del sette maggio del 1945 la Germania firma la resa con la guerra durata cinque anni, otto mesi e sette giorni, ed è una resa totale e incondizionata, tutti i tedeschi sono considerati “prigionieri di guerra” e Pius XII ammonisce i vincitori: «non infierite sui vinti». L’ufficio Vaticano delle informazioni lavora giorno e notte per rintracciare i dispersi e i profughi: per milioni di italiani quello ufficio è l’unico aiuto concreto; per molte ore al giorno la Radio Vaticana trasmette una lunga lista di nomi trasmessi per Diocesi.

Dopo la guerra inizia l’ultima porzione del Pontificato di Papa Pacelli: si alza alle 5:00 e non va a dormire prima dell’01:00 di notte, è solitario, decisionista. Afferma: «io non voglio collaboratori, ma esecutori»; per lungo tempo non nomina Cardinali, non nomina il Segretario di Stato, ha un solo vero, fidatissimo collaboratore Suor Pascalina Lehnert, il cui potere in Vaticano – dicono – è secondo solo a quello del Pontefice: suor Pascalina è la sua ombra da quel lontano assalto dei bolscevichi durante la sua nunziatura a Monaco nel 1919. Ma perché tanta operosità? «gli orrori della guerra non dovranno mai più essere, per questo è necessario ricreare una potente civiltà cristiana fondata su valori forti, tradizionali, indiscutibili» amava asserire – quasi il progetto di una città di Dio su questa terra: è questo il suo progetto e per questa missione ha chiamato a servirlo Luigi Gedda (1902 - 2000) capo della falange dei comitati civici e l’instancabile gesuita napoletano don Riccardo Lombardi (1908 - 1979), soprannominato il “microfono di Dio”. Le parole d’ordine di Pius XII sono “risveglio del popolo cristiano”, “fuoriuscita dal letargo”, “Costruzione di una res-publica cristiana”. Il Papa invita a cattolicizzare la società in tutti i settori, dal cinema alla stampa, dalla moda allo sport, dalla radio alla televisione, dalla scuola al tempo libero. Il 18 aprile del 1948 avvengono le elezioni e per Papa Pacelli è la prima battaglia. La domenica di Pasqua, Pius XII attua un discorso memorabile, lo sguardo sul colonnato del Bernini è impressionante, sembra quasi una piazza d’armi, un esercito schierato pronto all’obbedienza e al combattimento. Eugenio alzando gli occhi al cielo scandisce con tono apocalittico «o con Dio o contro Dio [...] nella vostra coscienza non vi è posto per la pusillanimità, per la comodità, per l'irresolutezza, di quanti in questa ora cruciale credono di poter servire due padroni»; le elezioni saranno una clamorosa sconfitta per i social-comunisti del Fronte Popolare, ma la partita non è ancora vinta.

A Est si alza la cortina di ferro ed e il Papa conia una definizione terribile: quella della “Chiesa del silenzio”. Arrivano notizie drammatiche: la condanna a 16 anni di lavori forzati dell’Arcivescovo di Zagabria Monsignor Aloysius Stepinac (1898 - 1960); l’incarcerazione in un Gulag siberiano del metropolita ucraino Monsignor Josyf Slipyi (1893 - 1984); la condanna all’ergastolo del Primate d’Ungheria Cardinale Jozsef Mindszenty (1892 - 1975). Il primo luglio del 1949 il Santo Uffizio decreta la scomunica per quanti professano la dottrina comunista, definita materialista e anti-cristiana. In quei giorni, simbolicamente, Pius XII beatifica con una maestosa cerimonia Papa Innocentius XI (1611 - 1689) e lo elegge a suo modello. Benedetto Odescalchi è stato l’ultimo difensore della cristianità contro i turchi alla metà del 1600: i Turchi moderni sono i comunisti. E la battaglia continua nella primavera del 1952 con le elezioni al comune di Roma, quando Pius XII paventa la vittoria dei social-comunisti, chiedendo a De Gasperi la formazione di un governo a trazione conservatrice tra cui il movimento sociale e i monarchici. De Gasperi rifiuta categoricamente e l’alleanza non si farà. I social-comunisti perderanno comunque le elezioni, ma per De Gasperi è una vittoria di Pirro, poiché i suoi rapporti con il Papa sono irrimediabilmente deteriorati. In quel anno si consuma anche il distacco con Montini, il quale viene visto, molto correttamente da Pacelli, troppo vicino alle idee di De Gasperi: lo nomina arcivescovo di Milano: promoveatur ut amoveatur (sia promosso affinché si possa allontanarlo), per il futuro Papa Paulus VI è quasi un esilio. Un Papa dunque schiacciato su un Occidente sempre più liberista e consumista? No, Pacelli predica una civiltà alternativa ad entrambi i sistemi «la società occidentale è ridotta a puro automatismo, è un mondo che solo e impropriamente ama definirsi mondo libero»; il Pontefice ad una precisa richiesta degli Stati Uniti, rifiuta di entrare nel Patto Atlantico e respinge la richiesta americana di rinunciare alla neutralità quando scoppia la guerra di Corea nel 1950, sempre per seguire il principio di "padre" di tutti i popoli. Nello stesso anno un’altra grande mobilitazione è quella per l’anno Santo e l’Osservatore Romano scrive: «è stato il più grande colloquio che il papato abbia mai avuto con il mondo». Convengono a Roma, più di 1.500.000 pellegrini e sarà il primo evento di massa della cristianità – qui il Papa chiama al “risveglio” tutti i fedeli, li esorta ad uscire dalla letargia, a vivere un cattolicesimo militante. L’anno Santo si conclude con un altro grande evento: la proclamazione del dogma dell’assunzione, ultimo dogma proclamato da Santa Romana Chiesa. In questa devozione mariana c’è qualcosa di inquietante: mediatrice di un Dio lontanissimo, la Madonna sembra l’ultimo rifugio, prima che l’inevitabile scoppi, prima che qualche tragico segreto, si abbatta sull’umanità. Nel 1951 vi sarà un’altra grande mobilitazione, quella della “Crociata per la bontà e la purezza”, con Papa Pacelli che innalza agli onori degli altari la martire adolescente Maria Goretti e a San Pietro c’è una folla immensa. In un mondo amorale e indifferente Maria Goretti deve essere un esempio per tutti. E su tutti si informa, su tutto di documenta, su tutto scrive, con meticolosità e pignoleria quasi maniacale – qualcuno mormora che anche in questo vuole essere “infallibile”.

[caption id="attachment_11134" align="aligncenter" width="1000"] Giovanni Gasparro, Venerabile Pio XII Pontefice Massimo (particolare) - Olio su tela, 90 X 70 cm, 2016.[/caption]  

Le masse, le grandi masse: Pius XII è il Papa degli immensi raduni e mai fino a quel momento un Pontefice era stato così ricercato, osannato, ossequiato; ha carisma, personalità, autorità: gli occhi rivolti in alto, le braccia larghe, i gesti studiati; sembra perennemente muoversi su di un invisibile palcoscenico. Nella mediazione tra terra e cielo, lui si pone naturalmente in alto, verso il cielo e sembra costantemente assiso su un ideale trono piantato su 2.000 anni di storia. Di fronte ad un mondo che forse non vuole più capire, Pacelli sembra ritirarsi sempre più in se stesso e gli ultimi anni del Pontificato, sembrano svolgersi in un graduale calo dello slancio dottrinale. I rotocalchi popolari lo ritraggono come un San Francesco che parla agli animali, lo fotografano con il cardellino “Gretel” sulla mano. È come se fosse “già oltre” questa vita terrena, ma non solo: accade qualcosa di strano, poiché il suo tempo ultimo è segnato da sorprendenti e misteriosi fenomeni, premonizioni, visioni, apparizioni. Confida a Monsignor Tardini che gli è apparso Gesù ed egli lo ha chiamato «voca me, voca me» (chiamami a te, portami con te), «credo che il Signore mi chiamasse, sarebbe stato bello morire in quel momento». Confida poi di aver assistito – come rapito – ad un miracolo del sole: mentre passeggia per i giardini del Vaticano alza gli occhi al cielo ed ecco che il sole comincia a girare vertiginosamente su se stesso e di fronte a lui si è ripetuto lo straordinario evento che concluse le visioni di Fatima in quello che oramai è un lontanissimo giorno del 1917. L’ultimo discorso di Pius XII è come una cupa visione, quasi egli avesse avvertito – con straordinaria chiarezza – il rischio che poteva correre la Chiesa nello smarrirsi nel caldo abbraccio del modernismo; parla di sé come un viandante smarrito, perso in un’ombra quasi di morte, confessa di sentirsi «nel mezzo della notte», l’umanità dice «non ha la forza di rimuovere la pietra tombale che essa stessa ha fabbricato» e conclude con una supplica «vieni o Signore, manda il tuo Angelo e fa che la nostra notte si illumini come il giorno». È quasi un’invocazione apocalittica, in cui c’è tutta l’intuizione di una crisi societaria che pone la Chiesa erroneamente “fuori dalla storia”, la quale sembra – per tale punto di vista – non riuscire a farsi intendere dai fedeli e non riuscire a leggere le nuove cose del mondo. Pius XII è malato e lo sa, è anemico, soffre di ulcera, ha l’artrite, un singhiozzo lo tormenta per settimane e settimane; pensa anche alle dimissioni e dice a Monsignor Tardini: «noi siamo afflitti da troppi mali, essi fanno di noi una cariatide, siamo solo di peso alla Chiesa». Sulla stampa nazionale e internazionale c’è una grande assenza del Papa e della Chiesa e solo la malattia del Pontefice fa notizia. Il nove ottobre del 1958 alle 3:00 di notte l’ultimo affannoso respiro. Così è morto e così è vissuto Papa Eugenio Pacelli, Pius XII, l’ultimo principe di Dio: dopo di lui, lo spirito invierà un vecchio Papa contadino riformatore e sarà lui a creare quelle difficoltà teologiche che la Chiesa oggi vive, dopo gli eventi del Concilio Vaticano II, chiuso da Paulus VI.

 
 Per approfondimenti:
_Saul Friedländer, Pio XII e il Terzo Reich, Feltrinelli, Milano, 1965;
_Michael Phayer, La chiesa cattolica e l'olocausto, Newton & Compton, Roma, 2001;
_Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Rizzoli, Milano, 2000;
_Andrea Riccardi, Il secolo del martirio, Mondadori, 2009;
_Antonio Spinosa, Pio XII, Mondadori, Milano, 2004;
_Emanuele Dal Medico, All'estrema destra del padre: tradizionalismo cattolico e destra radicale, Ed. La Fiaccola, 2004;
_Andrea Tornielli, Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro, Mondadori, Milano 2008;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa ReL'altro - Das Andere, 2018;
_Hubert Wolf, Il Papa e il diavolo, Donzelli, Pomezia, 2008.
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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a cura di Stefano Scalella
02 Febbraio 2019 – Libreria Rinascita - Piazza Roma n.7 - 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Giuseppe Baiocchi
Modera: Alessandro Poli
Interviene: Donatella Ferretti
 
Sabato 02 febbraio 2019 è andato in scena il 45°incontro della associazione culturale onlus Das Andere, il primo del programma culturale 2019 “Aristosophia”. L’evento, introdotto dal presidente arch.Giuseppe Baiocchi e moderato dal dott.Alessandro Poli, ha avuto come ospite la professoressa Donatella Ferretti, già vice-sindaco della città di Ascoli Piceno. La tematica dell’incontro si è incentrata sul significato, nel mondo classico, del binomio dei termini “Ariston” e “Agathos”. La dott.ssa Ferretti introducendo il concetto di nobiltà, ha rimarcato – riprendendo l’etimologia classico-antica del termine – come questa sia indissolubilmente legata alla parola virtù. Fondamentale diviene dunque il concetto di aretè (virtù, dal greco ἀρετή) che in origine significava la capacità di qualsiasi cosa, animale o persona di assolvere bene il proprio compito. In una società odierna dove vige una continua strumentalizzazione dei fenomeni, legati anche ad una banalizzazione degli stessi, il concetto “del meglio” si può ritrovare unicamente nelle caratteristiche di nobiltà d’animo, integrità morale e sincerità spirituale. Da qui il compito annuale dell’associazione che si è prefissa l’obiettivo di operare una chiarezza sui valori culturali europei, nella sarabanda culturale che ci permea. Le scelte simboliche della civetta – simbolo di sapienza, di conoscenza e non di sventura – e del San Giorgio che sconfigge il Draco-serpente – ovvero il bene che vince sul male (male inteso come banalità e appiattimento valoriale) -, ci indicano la via simbolica della nostra ri-nascita spirituale.

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di Giuseppe Baiocchi del 10/02/2019

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Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (1869 - 1941) fu il nono e ultimo König di Prussia. Quando il primo novembre del 1918, il suo ministro degli interni Bill Drews (1870 - 1938) gli propose l’abdicazione, dovuta alle pressioni popolari di Berlino, Wilhelm II di Prussia rispose: «come può lei, un funzionario prussiano, uno dei miei sudditi che mi ha giurato fedeltà, avere l’insolenza e la sfrontatezza di sottopormi una richiesta del genere»? Eppure gli eventi furono largamente maturi per la sua abdicazione, la quale avvenne il 9 novembre, dopo lo scoppio della rivoluzione novembrina alemanno-tedesca.
Nella foto (da sinistra a destra) sono ritratti tre familiari imperiali tedeschi durante l'esilio in Olanda: il principe ereditario della casata degli Hohenzollern Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 - 1951); segue il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albert (Wilhelm II); infine il figlio primogenito del principe ereditario Wilhelm Friedrich Franz Joseph Christian Olaf (1906 - 1940), morto durante le operazioni belliche del 1940 in Francia.
Esiliato in Olanda, dal 10 novembre del 1918, il Kaiser visse la vita di un gentiluomo di campagna e sebbene pensasse costantemente ad un restauro del suo Trono, la Germania in pochi anni cambiò terribilmente. Dal Castello di Amerongen, sede della sua residenza, non uscì quasi mai. I pochi estranei che riescono ad avvicinarlo dicono che appariva molto invecchiato, ma i giornali di tutto il mondo sono alla caccia di una sua foto. L’ex Kaiser non riceve fotografi, finché un giornalista olandese riuscì nell’impresa sul finire dell’estate del 1919. Travestitosi da contadino e appostatosi su un carro carico di fieno, fermo presso l’alto muro di cinta del castello, aveva immortalato Wilhelm uscito con la moglie a passeggiare nel grande parco: gli era cresciuta una foltissima barba. Durante l’esilio dorato olandese, la sua religione cristiano-protestante aumentò di portata e precedentemente alla presa del potere (1933) di Adolf Hitler (1889 - 1945), il partito nazionalsocialista iniziò un lungo corteggiamento politico, con la promessa di restaurare la Monarchia. Hitler chiese al Kaiser Wilhelm, una richiesta semplice: l’appoggio dell’elettorato reazionario alle elezioni del luglio del 1932, trovando un accordo con il capo della casata degli Hohenzollern. In verità il primo Führer, di stampo nazional-socialista, era molto lontano dalle ideologie monarchiche, ma da ottimo politico aveva un necessario bisogno di voti. Quando nel 1933, Hitler diventando Cancelliere del Reich, pose un rigoroso silenzio sulla “questione monarchica”, i rapporti con il Kaiser si raffreddarono, fino ad arrivare ad un disprezzo reciproco. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale rifiutò l’offerta di salvataggio da parte degli inglesi e, si deve dire, provò una certa gioia nel vedere la Francia sconfitta e le truppe tedesche che marciavano trionfanti attraverso Parigi. Dopotutto rimaneva pur sempre un conservatore, ed un convinto sostenitore del militarismo. Soltanto quando saprà delle persecuzioni di Hitler contro gli ebrei asserirà: «per la prima volta mi vergogno di essere tedesco». Di lì a poco spirò il 4 giugno del 1941, dove nel suo testamento vietò l’esibizione di eventuali svastiche al suo funerale e rifiutò anche di essere sepolto in Germania, purché non vi fosse restaurata la sua Monarchia. Ciò impediva a Hitler di dare spettacolo della sua scomparsa e, nonostante il divieto del leader nazista, molti ufficiali e funzionari tedeschi di alto livello assistettero al sobrio funerale. Le sue spoglie riposano fino ad oggi presso il castello di Huis Doorn nei Paesi Bassi.
Durante gli anni della dittatura nazista in Germania, alcuni reali abbracciarono il nuovo regime mentre altri si opposero con convinzione. Coloro che si unirono ai nazisti provenivano principalmente da famiglie minori che sentivano di non avere nulla da perdere nel farlo e avrebbero guadagnato poco se il vecchio sistema monarchico fosse stato restaurato. Tuttavia, furono i reali prussiani a essere al centro dell’attenzione mediatica, in quanto prima rappresentavano il nucleo familiare imperiale di tutta la Germania. Del ramo dinastico degli Hohenzollern è importante ricordare che solo un figlio dell’ex Kaiser, il principe August Wilhelm Heinrich Günther Viktor principe di Prussia (1887 – 1949) abbracciò la causa nazista. Un coinvolgimento politico, che gli causò, da parte di suo padre Wilhelm II, la rinnegazione come proprio figlio. Alcuni pensarono che il principe August Wilhelm nutrisse l’ambizione di conquistare il Trono imperiale per se stesso o forse per suo figlio, ma, naturalmente, tale operazione non fu mai presa in considerazione da parte del movimento nazista. Alla fine Hitler si rivolgerà a lui, quando i reali tedeschi non rientrarono più nei propri piani politici. Come la tradizione esigeva, numerosi principi prussiani, mentre sfidavano il partito nazional-socialista, si unirono alla Wehrmacht, l’organo militare più conservatore e reazionario nella Germania degli anni Trenta e Quaranta, combattendo il secondo conflitto mondiale nella sua parte iniziale. È importante capire chi fossero questi uomini e perché servissero ancora la Germania, nonostante il partito nazista usava nei loro confronti una politica denigratoria al punto di farli apparire come caricature fittizie e ridicole. È bene affermare che non tutti i tedeschi erano legati al partito nazional-socialista: molti possedevano la tessera per scopi opportunistici, altri per paura e infine alcuni per devozione nazionale. Ne è un esempio il famoso caso dell’imprenditore tedesco Oscar Schindler (1908 - 1974) membro del partito, onorato fino ad oggi per aver salvato le vite di molti ebrei (1.100 persone) durante l’Olocausto.
Potsdam, marzo del 1933: il principe ereditario Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 - 1951) in compagnia del leader nazional-socialista Adolf Hitler, davanti alla Chiesa protestante di Garrison.
Il problema che affliggeva i reali tedeschi era lo stesso di molte teste coronate di tutta Europa, i cui paesi avevano abolito le loro monarchie: se mettersi in opposizione al proprio paese a causa del proprio governo o difendere la propria patria indipendentemente dalla situazione politica.
In assenza del Kaiser, esiliato in Olanda, il sovrano più alto in Germania era il principe ereditario prussiano Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 - 1951). Alto, magro, dal contegno rilassato, con un collo slanciato che la satira dell’Intesa, durante la Grande Guerra, prese di mira. Era ritratto come un dandy, ma tutto ciò fu largamente ingiusto per il defunto principe ereditario. In quasi tutti i casi il ritratto esagerato di lui è completamente falso. Nato ed educato per ereditare un Impero, si formò come un pangermanista convinto, ma pochi conoscono la sua avversità verso il conflitto bellico che trascinò l’Europa verso la sua guerra civile: il principe ereditario non era un guerrafondaio. Quando scoppiò la guerra nel 1914, che definì «stupida», al principe fu dato il comando del quinto esercito tedesco sul fronte occidentale e, nonostante ciò che molti pensano ora, fu un abile comandante sul teatro bellico. Ha ottenuto ottimi voti per la sua leadership nelle Ardenne durante l’iniziale invasione tedesca e, sebbene non fosse un genio militare, era certamente capace, degno del suo rango e immeritevole del dileggio avversario di cui fu vittima. All’inizio del 1916 le sue forze guidarono l'offensiva contro Verdun, per la quale è stato spesso anche molto e ingiustamente criticato. Nel 1917 cominciò a parlare in favore della fine della conflitto. Le sue armate vinsero nella battaglia dell’Aisne nel 1918 e con l’abdicazione del Kaiser, andò in esilio come suo padre. Gli fu permesso di tornare in Germania nel 1923, dove continuò a sostenere il restauro degli Hohenzollern. Durante il nazismo, tutti i suoi figli in grado di prestare servizio militare, durante la seconda guerra mondiale, si arruolarono. L’unico a non arruolarsi fu il figlio più giovane, il principe Friedrich Georg Wilhelm Christoph di Prussia (1911 - 1966), che stava studiando in Inghilterra quando scoppiò la guerra. Fu arrestato dalle autorità britanniche come “nemico straniero” e posto in un campo di internamento in Inghilterra e in seguito trasferito in Canada. In entrambi i campi, i suoi compagni di reclusione lo elessero loro capo e divenne un cittadino britannico dopo la guerra nel 1947. Il primogenito Wilhelm Friedrich Franz Joseph Christian Olaf (1906 - 1940) e il terzo figlio Hubertus Karl Wilhelm (1909 - 1950) prestarono servizio nella Wehrmacht; mentre il secondo Louis Ferdinand Viktor Eduard Albert Michael Hubertus (1907 - 1994) prestò servizio nella Luftwaffe. Il loro padre, principe ereditario Wilhelm, è stato spesso ritratto come membro o sostenitore del partito nazista: nulla di più falso. Egli fu un patriota tedesco, conservatore, in pieno contrasto con il trattato di Versailles come qualsiasi tedesco patriottico e si oppose alla Repubblica di Weimar, per il suo carattere largamente progressista. Non è mai stato un membro o un sostenitore del partito nazista. Le ipotesi contrarie derivano in gran parte dal fatto che numerose sue foto, indossano quella che sembra la classica uniforme nazista degli Sturmabteilung (SA). Nonostante le apparenze, il principe ereditario non apparteneva alle SA (di stampo socialista e protestante), ma apparteneva al National Socialist Motor Corps (NSKK), un’organizzazione sussidiaria per gli appassionati di automobili e motocicli. Era un fatto comune nella Germania degli anni Trenta che tutte queste organizzazioni dovevano adottare uniformi conformi al partito nazional-socialista, tra cui le onnipresenti camicie brune e le cinghie con la svastica. Tuttavia non vi era nulla di sinistro nello stesso NSKK: si addestravano conducenti, si tenevano manifestazioni e si aiutato gli automobilisti, in modo simile alle organizzazioni anglosassoni come la “AAA” begli Stati Uniti o la “British Automobile Association” in Gran Bretagna.
Il principe ereditario Wilhelm non è mai stato membro del partito nazista e non ha mai appoggiato Adolf Hitler o il suo movimento. La leadership nazista non ha mai visto il principe ereditario come un alleato, ma piuttosto il contrario e i loro sentimenti su quel punto sarebbero diventati molto chiari nel corso della seconda guerra mondiale. Mentre, all’inizio, cercavano di reclutare i reali come vetrine per aggiungere legittimità alle riunioni naziste, i membri del partito erano paranoici riguardo a qualsiasi solidarietà per la vecchia monarchia e agivano contro i reali anche se stavano prestando servizio in uniforme con le forze armate tedesche.
Il primogenito di “Wilhelm III”, anche lui di nome Wilhelm, quando nel 1933 - contro il volere di suo nonno -, sposò Dorothea von Salviati (1907 - 1972) incontrata mentre era a scuola a Bonn, per le leggi dinastiche dovette rinunciare alla sua pretesa al Trono e ai diritti di successione per eventuali futuri figli. Così facendo, il futuro della casa di Hohenzollern divenne responsabilità del fratello minore, il principe Louis Ferdinand. Lontano dalla Germania per lungo tempo - essendosi stabilito negli Stati Uniti e avendo iniziato un lavoro a Detroit (Michigan), dove è stato accolto da Henry Ford (1863 - 1947) -, quando le azioni di suo fratello lo richiamarono in Germania nel 1934, accettò il compito senza riserbo. Bisogna comunque segnalare che il principe Louis Ferdinand non era contento del matrimonio di suo fratello e di come le sue azioni lo avessero spinto verso una posizione di futuro capo della famiglia, ma sarà unicamente la sua linea di sangue che porterà avanti il lascito della casata degli Hohenzollern fino ai giorni nostri.
Il principe Louis Ferdinand lavorò nel settore dell’aviazione tedesca e in seguito si unì alla Luftwaffe come ufficiale di addestramento.
Il primogenito, principe Wilhelm, parallelamente dopo il matrimonio divenne un ufficiale del Primo Reggimento della Prima Divisione, ricoprendo il comando della 11a Compagnia nel 1938. Il terzogenito, il principe Hubertus, doveva assistere all’ottavo reggimento, presso la terza divisione di fanteria (anche lui in seguito si trasferì alla Luftwaffe). Quando scoppiò la seconda guerra mondiale i due principi, arruolati nella Wehrmacht, parteciparono entrambi all’azione bellica di offesa alla Polonia nel 1939. Un altro reale prussiano, di ramo cadetto, il principe Oskar Wilhelm Karl Hans Cuno von Hohenzollern (1915 - 1939), ufficiale di riserva, fu ucciso in azione a Widawka, in Polonia, il 5 settembre 1939. Hitler per la prima perdita “Imperiale” non permise alcuna manifestazione, non facendo sollevare la questione, attraverso i propri canali mediatici. Più tardi, tuttavia, quando il primogenito degli Hohenzollern (principe Wilhelm) - che stava combattendo al fronte nell’invasione della Francia (1940) -, fu ferito a morte a Valenciennes (spirò pochi giorni dopo a Nivelles il 26 maggio 1940), la notizia non poté essere repressa: due principi prussiani uccisi in un anno sul fronte, disturbarono molto la leadership nazista, la quale non gradiva clamori sulla questione.
Principe Wilhelm di Prussia (1906 - 1940) nell'aprile del 1933, figlio del principe ereditario Wilhelm III.
Quando le notizie sulla morte del principe Oskar e del principe Wilhelm arrivarono in Germania, ci fu un'ondata di simpatia nei confronti della famiglia reale prussiana. I funerali del principe Wilhelm furono celebrati nella Chiesa della Pace e più di 50.000 tedeschi dimostrarono il loro sostegno alla Casa di Hohenzollern. L’enorme numero di persone in lutto causò il panico dei dirigenti nazisti, che immediatamente emanarono il cosiddetto “decreto del principe” che vietò a tutti i reali prussiani il servizio militare. Il terzogenito, principe Hubertus, fu estromesso dal fronte e praticamente costretto a porre fine alla sua carriera militare; mentre al secondogenito, principe Louis Ferdinand della Luftwaffe, gli fu impedito di volare. Il proclama, sotto il profilo della propaganda di partito, voleva esentare dalla leva i reali per «non creare ulteriori lutti, verso una grande famiglia tedesca e risparmiare dolore alla popolazione».
L’unico principe prussiano a cui fu permesso di rimanere al suo posto nell’esercito fu Alexander Ferdinand Albrecht Achilles Wilhelm Joseph Viktor Karl Feodor (1912 - 1985), unico figlio di August Wilhelm Heinrich Günther Viktor (1887 - 1949), quarto figlio del Kaiser in esilio, Wilhelm II, poiché era membro del Partito nazista (come il padre) e originariamente membro delle Camicie brune.
Una volta emesso il decreto, questo coincise con una repressione nazista sui reali e sui monarchici in generale. Ogni pretesa di essere in qualche modo solidale con la vecchia monarchia fu abbandonata e anche i pochi reali filo-nazisti in Germania furono messi da parte e sottoposti a controllo dello Stato. Il principe Alexander Ferdinand, che un tempo aveva nutrito la speranza di divenire il successore di Adolf Hitler, fu estromesso politicamente dal partito, ritrovandosi isolato, poiché la sua adesione al nazismo gli aveva chiuso le porte della Casa Imperiale. Quando si sposò nel 1938 nessuno dell’aristocrazia degli Hohenzollern partecipò al matrimonio. La maggior parte della famiglia reale prussiana aveva legami molto più stretti con i dissidenti del partito.
Il principe ereditario Wilhelm III, rilevò la sua avversione al partito con il palese regalo che inviò al monarchico e anti-nazista Reinhold Wulleche, spedito successivamente in un campo di lavoro per aver tentato l’organizzazione di un movimento di opposizione monarchico. Dopo tale gesto di solidarietà la vita di Wilhelm fu controllata in ogni istante dai nazisti: durante la guerra, ma soprattutto dopo l’Operazione Valchiria, il tentativo di assassinio di Hitler del 1944. Alla Gestapo fu ordinato di pedinare il principe in ogni momento. Il gruppo reazionario-conservatore di stampo prussiano, che organizzò il tentativo di omicidio ha avuto numerosi legami con la famiglia reale prussiana. Secondo i piani dell’attentato del 20 luglio del 1944, il nuovo Cancelliere della Germania sarebbe stato il monarchico e conservatore Carl Friedrich Goerdeler (1884 - 1945), e rilievo politico sarebbe stato concesso al secondogenito principe Louis Ferdinand come potenziale Kaiser tedesco che avrebbe ripristinato la Monarchia e trattato la resa, come nuovo Governo Tedesco. Molti dei cospiratori erano anche membri del ramo tedesco dei Cavalieri di San Giovanni di Rodi e Malta, presieduto dal principe Oskar Karl Gustav Adolf di Prussia (1888 - 1958), il cui figlio (e successore in quella posizione) scrisse in seguito una storia del movimento di resistenza tedesco.
Quasi tutti gli esponenti della Wehrmacht del colpo di Stato monarchico furono catturati, processati e uccisi. Uno dei pochi coinvolti che miracolosamente fu risparmiato, per volere di Hitler (che non voleva fucilare un personaggio amato dal popolo tedesco), fu il filosofo Ernst Jünger, eroe della Grande Guerra e capitano durante il secondo conflitto; così ricordò l’evento: «fu sotto l’egida del generale Speidel che potemmo formare a Parigi, all’interno della macchina militare, nel cuore stesso del mostro, un circolo ristretto fedele allo spirito e ai valori cavallereschi. Dei gruppi dovevano entrare in azione contro Hitler: il luogotenente von Hokafcker e lo stesso comandante von Stulpnagel mi spiegarono che bisognava violare il sistema di sicurezza “numero uno” della Wolfs.Schanze e riuscire a stare cinque minuti con un’arma nel quartier generale del Führer. Bisognava far saltare Hitler per trattare con l’Occidente in previsione di una catastrofica disfatta ad Oriente. Non era quindi resistenza ideologica, ma fronda sulle scelte militari. Io, però non credevo negli attentati. La storia dimostra che in genere giovano solo al potere in carica. Ero scettico e da certi segnali avevo intuito lo scacco. Andò male e il nostro circolo fu decimato».
Il già citato Goerdeler fu catturato dalla Gestapo il 12 agosto del 1944 e impiccato come traditore della Patria. Prima di morire dichiarò: «Chiedo al mondo di accettare il nostro martirio come atto di penitenza in nome del popolo tedesco».
Sebbene non fosse personalmente coinvolto nel complotto dell’assassinio, i legami tra la resistenza e il secondogenito Louis Ferdinand Hohenzollern furono sufficienti per il suo arresto. Fu interrogato dalla Gestapo e successivamente imprigionato nel campo di concentramento di Dachau. Lo stesso Adolf Hitler affermò che «il principe ereditario è l’istigatore» dell’attentato alla sua vita. Il ministro della propaganda Paul Joseph Goebbels (1897 - 1945) proclamò, verso gli aristocratici tedeschi, «dobbiamo sterminare questa sporcizia», e il capo delle Schutzstaffel (SS) Heinrich Luitpold Himmler (1900 - 1945) riferì come: «non ci saranno più principi. Hitler mi ha dato l’ordine di finire tutti i reali tedeschi e di farlo immediatamente».
Nell'immagine (da sinistra a destra): il filo-nazista Alexander Ferdinand Albrecht Achilles Wilhelm Joseph Viktor Karl Feodor (1912 - 1985); il principe e generale delle SS Josias Georg Wilhelm Adolf Waldeck e Pyrmont (1896 - 1967) e l'anti nazista e principe Oskar Karl Gustav Adolf di Prussia (1888 - 1958).
Per motivi temporali e soprattutto bellici, le minacce naziste non furono attuate, ma il principe Louis Ferdinand fu come citato mandato in un campo di concentramento e la repressione antireale fu così diffusa che vide l’arresto del principe filo-nazista Philipp von Hessen-Kassel und Hessen-Rumpenheim (1896 – 1980, Filippo d’Assia) e di sua moglie la principessa Mafalda di Savoia (1902 - 1944), la quale trovò la morte nel campo di concentramento di Buchenwald il 28 agosto 1944. Le stime riportano che seimila reali e aristocratici furono uccisi nelle purghe dopo il complotto. Himmler voleva che tutti i principi tedeschi sfilassero attraverso Berlino, per essere oltraggiati, prima della loro esecuzione e le loro proprietà sequestrate e ridistribuite ai fedeli nazisti. Sembra paradossale che ancora oggi alcuni storici moderni facciano di tutto per collegare la monarchia tedesca con il partito nazional-socialista, quando proprio quest’ultimo era assolutamente certo che gli Hohenzollern fossero il cuore e il centro della loro più pericolosa opposizione interna. Quei prussiani e altri principi reali che combatterono nelle forze armate tedesche, quasi senza eccezione, lo fecero puramente per la loro devozione alla Germania e al popolo tedesco e non per simpatia verso il regime nazista. Quei principi e aristocratici che erano veramente devoti alla causa nazista erano pochissimi e si trovarono traditi dal partito che servivano e scacciati dal resto della loro classe e spesso dalle loro stesse famiglie. Gli aristocratici contro cui il partito non si è scagliato, come il principe e generale delle SS Josias Georg Wilhelm Adolf Waldeck e Pyrmont (1896 - 1967), furono condannati dopo la fine della guerra dagli Alleati. Dopo il conflitto la casata degli Hohenzollern, vide la morte di Wilhelm III nel 1951 e la leadership della famiglia passò nelle capaci mani del principe Louis Ferdinand Hohenzollern, un uomo dai legami amichevoli con gli alleati e uno strenuo oppositore del regime nazista per tutta la sua vita.
 
Per approfondimenti:
_Walter Henry Nelson, Gli Hohenzollern - Odoya, Bologna 2016;
_Giovanni Ansaldo, L'ultimo Junker. L'uomo che consegnò la Germania a Hitler - Le Lettere, Grassina (Fi), 2007;
_Stephan Malinowski, Vom König zum Führer: Der deutsche Adel und der Nationalsozialismus - Fischer Taschenbuch, 2004;
_Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario 1941-1945 - Guanda, Milano, 1995.
 
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