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di Giuseppe Baiocchi del 01-09-2020

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Per chiarire il rapporto tra il Mutu ProprioSommorum Pontificum” di Benedictus PP. XVI (1927) e il processo di secolarizzazione della società contemporanea, bisogna necessariamente analizzare quest'ultimo termine. Non a caso lo stesso Ioannes Paulus II (1920 - 2005), in un suo discorso del febbraio 2002, affermava come: «purtroppo la metà dello scorso millennio, avuto inizio dal Settecento in poi, si è particolarmente sviluppato un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto di arrivo di tale processo è stato il laicismo, il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio, della legge morale naturale, da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno».
[caption id="attachment_12137" align="aligncenter" width="1000"] Xilografia Flammarion, un'opera enigmatica di un artista sconosciuto. La prima apparizione documentata è all'interno di L'atmosphère: météorologie populaire di Camille Flammarion (Parigi 1888, pagina 163, un lavoro sulla meteorologia per un pubblico generale), raffigurante un uomo che scruta attraverso la cortina dell'atmosfera terrestre che avvolge l'universo esterno (del 1888).[/caption]
Da tali parole emerge come la secolarizzazione sia un processo storico che ha inizio alla metà dello scorso millennio con l’umanesimo rinascimentale, che si articola nel Settecento con l’illuminismo e avrà il suo punto di arrivo nel laicismo e nel già citato – appunto – secolarismo agnostico e ateo che caratterizzano prima il marxismo e poi la società post-moderna. La meta, l’obiettivo è l’esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato, sia da Giovanni Paolo II, sia da Benedetto XVI. Il primo Pontefice citato, considera il secolarismo come l’esito radicale necessario della secolarizzazione e con ciò cade la distinzione tra una secolarizzazione “buona” ed una porzione di secolarismo vista come “perversione dell’idea di secolarizzazione”.
Difatti tra secolarizzazione e secolarismo non esiste una logica e coerente continuità. C’è chi crede che per evitare il secolarismo anti-cristiano, la Chiesa dovrebbe fare propria e “battezzare” la secolarizzazione: quasi una inevitabilità data dal processo storico. Se, diversamente, si rifiuta questa visione immanente e storicistica e si stabilisce un criterio che ci permetta di valutare gli eventi della storia alla luce di princìpi organici e trascendenti, non possiamo considerare in sé “positivo e buono” nessun fatto storico solo perché avvenuto. Come gli atti umani, i fatti storici – prodotti razionali e liberi dell’uomo – devono essere giudicati o in positivo o in negativo.
La società secolarizzata non può definirsi in sé neutra, ma va giudicata proprio perché siamo davanti non ad un processo inevitabile, ma ad un frutto di scelte culturali e morali dell’uomo. L’accettazione della secolarizzazione come un fatto storico inevitabile, porta inevitabilmente verso una filosofia e una teologia della secolarizzazione. La filosofia della secolarizzazione già implicita nell’umanesimo pagano, si forma nei circoli illuministici, viene portata nel XX secolo ad una sua coerenza logica da Gramsci nei suoi “Quaderni del Carcere” e penetra nella seconda metà del XX secolo nella teologia, prima protestante, poi cattolica con Dietrich Bonhoeffer (1906 - 45). Quest’ultimo, celebre pastore luterano, concepisce la storia del cristianesimo in chiave evolutiva, come un passaggio dall’età dell’infanzia, all’età adulta. Secondo Bonhoeffer l’adulto sarebbe quello che abbraccia il mondo e nel mondo si immerge e si immedesima, trovando a questa realizzazione la sua maturità: la sua celebre “maturità del mondo”, nella quale avviene l’espulsione del sacro da ogni ambito sociale e con l’estirpazione delle radici cattoliche dalla società.
Nel Seicento, un giurista Huig de Groot (1583 - 1645) aveva auspicato la nascita di un diritto liberato dalla metafisica. Fu proprio il batavo a coniare la formula etsi deus non daretur: un diritto naturale, come se Dio non esistesse. Bonhoeffer sapientemente, riprende questa formula e la applica alla teologia. Dissidente del partito nazionalsocialista tedesco, in carcere scriverà: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur e appunto questo riconosciamo davanti a Dio. Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento, così il nostro diventare adulti, ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Egli ci dà la conoscenza, che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona, il Dio che ci fa vivere nel mondo senza ipotesi di lavoro, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo».
[caption id="attachment_12138" align="aligncenter" width="1000"] Dietrich Bonhoeffer (1906 - 1945) è stato un pastore luterano, teologo, dissidente anti-nazista e fondatore della Confessing Church. I suoi scritti sul ruolo del cristianesimo nel mondo secolare sono diventati ampiamente influenti e il suo libro The Cost of Disipleship è stato descritto come un classico moderno.[/caption]
Da questa allocuzione, sappiamo come l’oggi Papa Emerito Joseph Ratzinger, prima di divenire Benedetto XVI, in un suo dialogo con Marcello Pera (1943) contrappose un’altra formula: etsi deus daretur e tale formula contiene chiaramente un’opposta visione alla secolarizzazione, poiché è la proposta fatta a chi non crede, di accettare una società cristiana, in cui il cristianesimo riacquisti il suo spazio pubblico. I cattolici, in tale prospettiva, devono evangelizzare il mondo e non farsi secolarizzare da esso.
Certamente è dato notorio come le tesi del luterano tedesco penetrarono nella teologia cattolica, come ha dimostrato Cornelio Fabro (1911 - 95), in particolar modo nel teologo Karl Rahner (1904 - 84). Nel quattordicesimo volume dei suoi scritti teologici Sulla teologia del culto divino, padre Rahner scriveva che «la liturgia per il principio lex credendi, lex orandi, avrebbe dovuto esprimere questo nuovo rapporto con il mondo, farsi essa stessa liturgia del mondo». Fu così che don Fabro affermò propriamente come la radice della secolarizzazione consiste nel far sprofondare inarrestabilmente l’uomo nel mondo, e nel riconoscersi proprio nell’homo mundanus, ovvero l’essere dell’uomo come essere in e per il mondo.
L’illusione è quella di fondare un ordine mondano, all’infuori del cristianesimo, dove questo si invererebbe. Esiste tuttavia un significato positivo di mondo. Oggi ci dimentichiamo troppo facilmente l’esistenza di un mondo inteso invece nel senso delle tre concupiscenze e del rifiuto di Dio, un mondo che tende a divenire dell’apostasia. C’è un mondo che è costituito da uomini che devono essere salvati dalla redenzione. Ce ne parlava San Giovanni, di un mondo terreno in cui il suo Re, non era Dio, ma il demonio. Tale mondo si fonda sulle tendenze disordinate dell’animo umano, così come amava affermare l’intellettuale brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908 - 95). Tale concezione, oggi ancora evocata dalla politica, porta il nome di nuovo umanesimo. Tale termine raccoglie certamente gli altri già citati: secolarizzazione, secolarismo, laicismo. Non più Dio al centro dell’uomo, ma l’uomo stesso e la sua volontà di potenza. L’umanesimo, difatti, assegna all'uomo due fini: uno spirituale – da raggiungere in paradiso, di cui si occuperebbe la Chiesa –, e un fine terreno in cui la Chiesa dovrebbe rimanere estranea. Si separa così l’ordine naturale da quello spirituale, pretendendo di realizzare un ordine umano al di fuori della Chiesa. Lo sguardo dal cielo, si sposta sulla terra. Nei suoi scritti il cardinale Giuseppe Siri (1906 - 89) affermava come «una redenzione puramente terrestre non ha significato per l’uomo, essa può finire al contrario col rendere il nostro mondo invivibile, un segno di inferno nella vita degli uomini. La Chiesa non è un potere mondano, né può divenirlo. Le parole di Cristo al tentatore hanno segnato l’indole della Chiesa. La Chiesa – corpo mistico di Cristo – ha certamente un fine soprannaturale, ma oltre ad essere una società invisibile è anche una società visibile che opera nel mondo, è un’istituzione pubblica, dotata di una sua struttura giuridica e i suoi membri hanno come fine il cielo, ma sono uomini composti di anima e di corpo che vivono nel mondo, lottano contro il mondo, devono affermare nel globo le proprie idee e i propri valori».
[caption id="attachment_12139" align="aligncenter" width="1000"] Giuseppe Siri (Genova, 20 maggio 1906 – Genova, 2 maggio 1989) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano. Convinto difensore della tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa e avversario delle ideologie totalitarie del XX secolo, che riteneva incompatibili con la fede cattolica, Giuseppe Siri salì rapidamente i gradi della gerarchia ecclesiastica fino a diventare vescovo ausiliare a 38 anni, arcivescovo di Genova a 40 e cardinale a 47. Governò l'arcidiocesi ligure dal 1946 al 1987, e, con i suoi 41 anni di durata, il suo episcopato fu probabilmente il più lungo della chiesa genovese. Partecipò a quattro conclavi, durante i quali venne sempre indicato fra i papabili. Siri fu anche, fra le varie cariche ricoperte, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1959 al 1965. Il suo carattere deciso, poco incline ai compromessi, e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l'opinione pubblica, suscitando grandi consensi e forti opposizioni. A Genova, città cui fu profondamente legato, fondò e sostenne numerose organizzazioni assistenziali, pastorali e culturali. Scrittore molto prolifico, la sua vastissima produzione si articola in centinaia di titoli, suddivisi fra lettere pastorali, libri, discorsi, omelie, articoli e relazioni.[/caption]
In tal senso la Chiesa non può assolutamente essere una madre part-time, ma deve svolgere la sua funzione a tempo pieno. Non a caso l’autorità della Chiesa non ha una fonte umana, ma si esercita su tutto il mondo e questa autorità sulle “cose” temporali è esercitata dalla Chiesa per difendere la propria libertà, ma per difendere anche la libertà dei propri figli, poiché ordinando gli uomini alla vita eterna la Chiesa non assicura loro solo la felicità eterna in cielo, ma offre loro anche il miglior modo di vivere nella sua terra. Il Vangelo non è una dottrina politica e sociale, ma solo nel rispetto del Vangelo l’ordine politico e sociale è fecondo e l’uomo è felice.
La tesi neo-modernista che si andava affermando negli anni Settanta era quella che occorreva purificare invece la Chiesa dalla sua “compromissione” con il potere: da una parte immergerla nel mondo, ma dall’altra liberarla “dalle incrostazioni”. La Chiesa sarebbe dovuta uscire dall’epoca costantiniana per sciogliere ogni legame con le strutture antiche del potere, farsi povera ed evangelica in ascolto del mondo.
L’avvento dell’era della secolarizzazione è ancora oggi presentato negli ambienti progressisti come «fine dell’epoca costantiniana». Per tale epoca si intende ovviamente quella inaugurata dall’Imperatore romano Flavio Valerio Aurelio Costantino (272 d.C. – 337 d.C.) il quale non solo restituì la libertà alla Chiesa con il celebre editto di Milano (313 d.C.), ma avviò con la Chiesa una politica di collaborazione, poi proseguita dai suoi successori.
Uno dei padri della Nouvelle Théologie, il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990) in una celebre conferenza tenuta nel 1961, rifiutava a piene mani la politica di Costantino, ma pretendeva di emancipare la Chiesa da quelli che definiva come i tre fattori decisivi della sua intromissione con il potere: il primato del diritto romano, quello del logos greco-romano e quello del latino come lingua liturgica. Non bisognava più porsi il problema di evangelizzare il mondo, ma contrariamente accettarlo così come si presentava e collocarsi al proprio interno. In pieno Concilio Vaticano II, nel 1963, continuava nella sua opera La Chiesa e il mondo l’affermazione della sua idea-progetto che insisteva sulla fuoriuscita dalla cristianità per liberarsi dall’influenza costantiniana che gravava ancora sulla Chiesa: «usciamo dalla preistoria, il mondo esiste. Tale realtà, rispetto al Vaticano I, è la grande originalità del Concilio».
L’undici ottobre del 1962, giorno della solenne inaugurazione del Concilio Vaticano II, un discepolo e confratello di Chenu, tale padre Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 95) nel suo diario, pubblicato una decina di anni fa, deplorava il fatto che la Chiesa non aveva mai avuto in programma l’uscita dall’era costantiniana. Per Congar simbolo dell’era costantiniana era lo sventurato Pio IX che con il procedere della storia «non aveva compreso nulla» e inorridito da una possibile notizia di beatificazione di Papa Mastai-Ferretti, il sacerdote francese scrisse: «più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. Quando gli eventi lo invitavano ad abbandonare l’orribile menzogna della donazione di Costantino e ad assumere l’atteggiamento evangelico non ha avvertito questa chiamata e ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali ed è necessario che tutto questo sia distrutto e lo sarà».
Vale la pena sottolineare che Chenu presenta come coincidenti due prerogative che per il Papato sono assolutamente distinte: da una parte l’autorità indiretta della Chiesa su tutte le cose temporali che implicano questioni di fede e di morale e dall’altra la podestà terrena, rivendicata da Pio IX – mai sulla base della donazione di Costantino – del possedere quei domini temporali che garantivano la libertà di espressione e di culto dei cattolici in piena autonomia e senza ingerenze straniere. Questo diritto irrinunciabile della Chiesa, sempre negato dai suoi nemici nel corso della storia, si manifesta oggi nella presenza simbolica, ma reale, dello Stato della Città del Vaticano.
[caption id="attachment_12143" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra, tre dei principali pensatori della Nouvelle Théologie: Karl Rahner (1904 - 84), Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990), Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 95).[/caption]
La perdita delle teorie concettuali cattoliche avvenuta negli anni Sessanta e Settanta, come la rinuncia alla Dottrina Sociale della Chiesa, significò de facto una subordinazione indiretta al socialismo francese di matrice marxista. Dunque al tramonto dell’epoca costantiniana, seguì l’alba dell’era anti-cristiana. Il silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo, non interruppe la persecuzione comunista del cattolicesimo e favorì contrariamente la migrazione dei cattolici verso il comunismo a tutti i livelli. Negli anni Settanta, mentre si intensificava la persecuzione anti-cattolica, i brigadisti “cattolici” come Renato Curcio (1941) – formatosi culturalmente in una facoltà cattolica a Trento –, imbracciavano le armi in favore del comunismo e nasceva in America Latina la Teologia della Liberazione.
La riforma liturgica del 1969 fu attuata in questo clima. La conclusione dell’epoca costantiniana, esigeva la fine della liturgia, che di quell’era della Chiesa era stata espressione. Ma quale era il principio di quella liturgia che si voleva sopprimere? La stessa che come ribadì Benedetto XVI, «resta liturgia della Chiesa».
La visione cristiana del mondo afferma che Dio è creatore e Signore del cielo e della terra: il riconoscimento e l’amore che a lui si deve, tende al suo dominio, ad ogni cosa che egli ha creato e che mantiene in vita e nella creazione e nel dominio del Signore avvengono tutte le cose private e pubbliche, materiali, spirituali e sociali. Dunque da ogni cosa si deve elevare il riconoscimento, ossia il culto a Dio. Proprio quest’ultimo è la relazione dell’uomo con Dio. Aristotele ha definito l’uomo un «essere sociale», ma il filosofo che non possedeva l’idea della creazione, ha ridotto la socialità degli uomini al loro rapporto con i propri simili. In realtà ciò che fa di un uomo un essere estroflesso, dipendente, è la sua relazione con Dio Creatore. Tale rapporto si può esprimere unicamente con la preghiera, che fa dell’uomo non un «animale sociale», ma un «homo religiosus».
Poiché Dio non è homo-homini-lupus (uomo, nemico dell'uomo), ma homo-homini-Deus (si è fatto uomo egli stesso, è Dio per l’uomo), e per salvare l’umanità – colpita dal peccato originale – ha fondato la Chiesa, la preghiera per eccellenza dell’uomo, l’unica che lo redime, è quella che lui fa all’interno della Chiesa, attorno all’Altare. La liturgia è la preghiera pubblica della Chiesa, l’atto non privato del singolo uomo, ma della comunità dei battezzati riuniti intorno al Santo Sacrificio dell’Altare. Questa liturgia non è solo la trasmissione della parola di Dio, l’uomo e la sua santificazione attraverso i sacramenti, ma essa è anche un insieme di forme sensibili che elevano l’uomo verso Dio e che lo aiutano a glorificarlo e a rendergli il culto dovuto.
La concezione secolarista pretende l’emancipazione del Creato da Dio stesso, relegare la sovranità di Cristo, di eliminarne l’autorità e l’influenza della Chiesa dalla società. Il secolarismo afferma il primato del profano sul Sacro, anzi l’espulsione stessa del sacro da ogni ambito della società: la perdita e la rinuncia di ogni legame trascendente e quindi dell’essenza stessa della religione, poiché quest'ultima ri-lega l’uomo a Dio. La condizione dunque della realtà ad un orizzonte terrestre e mondano e l’essenza di questo secolarismo è propriamente quel relativismo culturale che è a sua volta la maschera delle tendenze sregolate dell’uomo. La maschera intellettuale della ricerca del proprio piacere, dell’appagamento dei propri bisogni, del culto del proprio Io, all’interno di una gnosi creata appositamente che non dialoga con la realtà organica, proprio perché questa diviene separata da Dio, non coordinata a Lui.
Al contrario “sacro” è ciò che è ordinato a Dio e in questo senso è separato dal profano. La civitas Dei, radicalmente separata dalla civitas diaboli, è la sociètà di cui Gesù Cristo è il Capo. La perfezione della sacralità sta nella persona stessa di Gesù Cristo, perché in Gesù Cristo, Dio si dà massimamente ad una natura umana unita inscindibilmente a Lui in unità di persona. «In Lui – afferma San Paolo – abita corporalmente, tutta la grandezza della Trinità». E dunque nulla vi è di più antitètico alla secolarizzazione della Liturgia espressa dal sacrificio della Messa: quel sacrificio in cui trovano compimento quei misteri quali la passione, la resurrezione e l’ascensione di Gesù Cristo.
I protestanti hanno negato che la Santa Messa sia vero sacrificio, perché in essa non c’è immolazione del corpo di Cristo, che ora è glorioso e impassibile, ma il Concilio di Trento e la dottrina della Chiesa rispondono che il sacrificio non comporta necessariamente una immolazione reale e cruenta. Nella Santa Messa vi è una immolazione incruenta o sacramentale che rappresenta l’immolazione cruenta della Croce e ne applica i frutti. Il sacrificio della Messa non è dunque un memoriale o una semplice oblazione, ma è un vero sacrificio offerto da Cristo medesimo, sacerdote e vittima. Non a caso Réginald Garrigou-Lagrange (1877 - 1964) ci ricordava come San Giovanni nell’Apocalisse contempla l’Angelo che incensa con un turibolo d’oro l’Altare si cui sta l’agnello immolato. La celebrazione liturgica ha ricordato Giovanni Paolo II, nella lettera alla Congregazione per il culto divino del 21-09-2001 «è un atto della virtù di religione che coerentemente con la sua natura deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a colui che è tre volte Santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della Maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rogo ardente»?
Certamente si può affermare come nulla meglio della Santa Messa Tradizionale esprime ciò che la celebrazione è nella sua intima essenza: il Santo sacrificio. Se c’è un luogo in cui il mondo secolarizzato non è penetrato, questo luogo e questo momento si ritrova nel rito romano straordinario. Dopo le parole introibo ad Altare Dei, la marea schiumosa della secolarizzazione che tutto sembra inquinare, si arresta davanti alle porte del santuario. Questa marea non penetra davanti al recinto immacolato in cui viene offerta e immolata a Dio, una vittima pura e senza macchia.
Il punto più sacro della Messa è il canone romano, la formula consacratoria composta – come ricorda il Concilio di Trento – in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato stabilito dai Pontefici. Le parole immutabili del Canone, sono pronunciate nella Liturgia Tridentina a bassa voce, proprio per sottolineare la sacralità. Il silenzio esprime la distanza infinita, tra il Dio ineffabile che non può essere conosciuto nella sua essenza e l’umile creatura che senza di lui cadrebbe nel nulla. Ma questo Dio adorato nella sua Maestà divina non è lontano, anzi infinitamente vicino, perché si è donato in Cristo ed è presente sull’Altare: in corpo, sangue, anima e divinità e solo nella assoluta trascendenza divina si esprime la radicale ed estrema vicinanza di Dio all’uomo. Così il linguaggio del silenzio, si accompagna alle parole liturgiche per rendere somma gloria a Dio in questo rito. Nel suo saggio Introduzione allo Spirito della liturgia l’allora cardinale Ratzinger si espresse così: «il silenzio si oppone al frastuono, alla confusione, che Regna nella civitas diaboli e permette che più perfettamente si renda a Dio creatore la riverenza che spetta a Sua Maestà».
La Riforma Liturgica del 1969 venne considerata come espressione della svolta antropologica degli anni Sessanta e Settanta. Una grande novità che pretendeva colmare l’infinita distanza tra Dio e l’uomo, spogliando leggermente – qualora ciò fosse possibile – Dio della sua gloria ed elevando molto, se fosse possibile, l’uomo verso Dio, nell’illusione di abbreviarne la distanza.
Si può certamente discutere se la riforma di Paolo VI abbia apportato quella continuità o quella rottura con la tradizione precedente della Chiesa, ma il solo fatto che se ne discuta è sufficiente per denotarla quanto meno come una riforma ambigua. Difatti se la Riforma liturgica avesse avuto un rapporto di inequivocabile continuità, tale dibattito non si sarebbe aperto.
Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta e in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso evidentemente non è l’unico rito possibile, ma è un rito che esprime con perfetta chiarezza l’ecclesiologia cattolica: quell’unica ecclesiologia, anche con differenti riti che la esprimono.
Ed allora come non poter ricordare il Mutu Proprio del 2007 di Benedetto XVI e definito come Summorum Pontificum, il quale concede una categorica, quanto fondamentale chiave interpretativa secondo cui «il rito antico non è stato e non avrebbe potuto essere abrogato». Le conseguenze di queste affermazioni sono più vaste di quanto si possa a prima vista immaginare, perché in primo luogo cadono le speranze o i timori di chi aveva evocato l’ipotesi di una «riforma della riforma», intesa come ibridazione tra le due tipologie della Santa Messa: la nuova e l’antica.
Di riforma è certamente possibile parlare per il nuovo rito, ma non per l’antico che non potendo essere abrogato non può essere strutturalmente modificato. Oggi, l’aumento importante dei coetus fidelium in tutta Europa – nonostante alcune difficoltà -, deve fornire un dato oggettivo di come il rito romano straordinario promosso dal Pontefice tedesco abbia ripreso piena forza non solo per il suo impianto teologico, ma anche dalla sua storia pressoché millenaria.
La storia delle nazioni europee – ha affermato Giovanni Paolo II – procede di pari passo a quella della sua evangelizzazione. L’Europa medievale si è costruita attorno al Vangelo, ossia attraverso la trasmissione di una fede annunciata dai successori degli apostoli, secondo la consegna data da nostro Signore: andate e battezzate tutte le genti. Non a caso il vecchio continente a partire dal IV secolo inizia a formarsi intorno ad una traditio, ovvero ad una consegna e trasmissione di Verità. La dimensione rituale e in un certo senso una dimensione costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli. Perché la parola traditio nel suo senso originale si riferisce alla trasmissione dei singula fidei, ovvero quelle formule verbali confermate dalla autorità ecclesiastica destinate alla pubblica professione della fede e fin dal quarto secolo il simbolo è rappresentato come la quinta essenza del Vangelo nelle cerimonie della traditio simboli e della redditio simboli che precedono il battesimo. La traditio e la redditio del simbolo, significano che il catecumeno riceve la fede della Chiesa e si impegna a vivere e a confessarla pubblicamente davanti alla comunità cristiana. Ma la traditio se si esprime nella consegna di verità destinate a formare il Depositum Fidei e anche ricerca dei modi in cui queste verità vengono trasmesse. Ogni verità si traduce in una liturgia secondo la nota formula di Sant’Ireneo, poiché «si custodiva fedelmente la tradizione venuta dagli apostoli» e l’Europa medievale in questo senso nasce intorno ad una tradizione liturgica, attorno ad un rito. Tale considerazione ci viene confermata anche dallo storico inglese Christopher Henry Dawson (1889 - 1970), il quale osserva come «dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) l’ordine sacro della liturgia rimase intatto nel caos, mentre tutto crollava mutando». Dunque la liturgia costituì il principale legante interiore della società e nello stesso tempo fu sede della tradizione e della fede, poiché in essa le due realtà si incontravano conciliandosi.
L’affermazione del primato romano, sotto Dàmaso I (305 d.C. - 384 d.C.), corre parallela all’affermazione dell’Ordo liturgico romano, la cui definitiva configurazione avviene fra il IV e il VI secolo, culminando nella creazione del Liber Sacramentorium di Papa Gregorio I (540 d.C. - 604 d.C.). La Liturgia dàmaseno-gregoriana, così come affermava Monsignor Klaus Gamber (1919 - 89), si andò imponendo progressivamente in Occidente rimanendo quello che è stata celebrata nella Chiesa latina fino alla riforma liturgica del 1969. Questo è esattamente il rito che Benedetto XVI ripropone alla Chiesa: tale liturgia gregoriana, espressione del rito romano antico, ci ricorda attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza, che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza sacrificio e che il dono della vita naturale e soprannaturale è un mistero. Scrivendo ciò non possiamo certamente dimenticare l’esistenza di una nuova messa celebrata che rinnova anch’essa il sacrificio della croce in tutto il mondo promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici.
Non si deve, né si può porre in contrapposizione il rito antico con la nuova Messa, ma si tratta unicamente di comprendere come la restituzione della libertà del rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzato. La messa degli apostoli aprì e chiuse tutti i 21 Concili Ecumenici della Chiesa, da Nicea al Vaticano II. Il rito romano straordinario di oggi, viene celebrato sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra, ma fu anche la Santa Messa di tutti gli ordini religiosi fondati nella storia: fu celebrata sui campi delle Crociate, sulle galee pontificie prima della Battaglia di Lepanto e sulla collina di Kahlenberg prima della liberazione di Vienna. Questo rito romano, costituisce oggi la risposta più radicale e più perfetta alla sfida della secolarizzazione, quel guanto di sfida dell’umanesimo, orizzontale e laicista al mondo organico e verticale. Il Papa nel 2007 ha restituito a questo rito piena legittimità, piena cittadinanza e nessuno può impedirne la celebrazione o l’espressione dell’amore dei fedeli. Amiamo il rito romano perché amiamo la Chiesa e ringraziamo il Papa Emerito Benedetto XVI per aver restituito piena libertà a questa celebrazione troppo a lungo mortificata, essendo consapevoli che potrà donare alla Chiesa e alla società, nei prossimi anni e decenni, un nuovo sviluppo e un nuovo splendore.
 
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di Giuseppe Baiocchi del 15-08-2020

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Note:
Losanga è un termine utilizzato in araldica per indicare una figura geometrica di quattro lati con l’angolo superiore e quello inferiore acuti, mentre i due laterali sono ottusi. È simile al fuso che però è più allungato.
2 Il marchese di Castelnau fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785.
La Belle-Poule era una nave francese, che in una fregata di quattro navi, il 17 giugno 1778, sconfisse la fregata inglese Arethuse, inaugurando l’ingresso della Francia nella guerra d’indipendenza americana. La battaglia navale ebbe luogo al largo delle coste Lèonardes, vicino alla baia di Goulven.
Charles Joseph Patissier, Marchese de Bussy-Castelnau (1718 - 7 gennaio 1785) o Charles Joseph Patissier de Bussy fu governatore generale della colonia francese di Pondicherry dal 1783 al 1785. Prestò servizio distinto sotto Joseph François Dupleix nelle Indie orientali e ricevette l’Ordine di Saint Louis. Contribuì al recupero dalla Gran Bretagna di Pondicherry nel 1748, e fu nominato nel 1782 per guidare tutte le forze militari francesi oltre il Capo di Buona Speranza. Coordinò le sue operazioni con Pierre André de Suffren e combatté con distinzione contro gli inglesi numericamente superiori durante le campagne indiane della Guerra d'indipendenza americana.
Il capo squadra, in francese Chef d’escadre, era un grado della marina militare francese durante l’Ancien Régime. Il caposquadra è un ufficiale generale che comanda una squadra, composta da una flotta di meno di venti vascelli di linea.
L’ammiraglio Pierre André de Suffren de Saint-Tropez venne soprannominato “Jupiter”.
Il catogan è un tipo d’acconciatura settecentesca maschile che deve il suo nome al generale e conte inglese William Cadogan (1675 - 1726), il quale legava la lunga chioma con un nastro. Questo particolare tipo di coda divenne molto alla moda tra i soldati della fanteria.
Pierre André de Suffren de Saint-Tropez ( 1729-1788), terzo marchese di Saint-Tropez, è stato un ammiraglio francese. Nacque nel castello di Saint-Cannat, presso Aix-en-Provence nell’attuale dipartimento di Bocche del Rodano. Deve la sua fama alla campagna nell’Oceano Indiano, nella quale contese, senza successo, la supremazia alla forza britannica guidata dal viceammiraglio sir Edward Hughes.
Nel 1520 i Portoghesi sbarcarono a Pondichéry, seguiti da Olandesi e Danesi. Nel 1674 divenne colonia francese. Nel 1750 la colonia francese in India era composta da una cinquantina di villaggi. Per mettere fine all'espansione francese in India, gli Inglesi tentarono più volte di conquistare Pondichéry con una serie di assedi. La città fu catturata tre volte e altrettante volte forzatamente sgomberata. Dal 1816, a seguito dell'ultimo trattato con i Britannici, la Francia continuò a mantenere il controllo di Pondichéry per altri 138 anni, finché non la abbandonò nel 1954 cedendo la città all'India.
10 Claude François Dorothée, marchese de Jouffroy d’Abbans, (1751 - 1832) era un architetto navale, ingegnere, industriale e massone francese. Il suo maggiore merito è quello d’aver inventato i primi battelli a vapore.
11 La battaglia navale di Provédien è la seconda delle battaglie navali ingaggiate tra la flotta britannica del vice-ammiraglio Edward Hughes e la flotta francese del balivo de Suffren nell’oceano indiano durante la guerra d’indipendenza americana. La battaglia ha avuto luogo il 12 aprile 1782 lungo le coste est di Ceylon.
12 Hyder Ali (1721 - 82)   è stato un monarca e militare indiano. Fu sultano e de facto regnante del Regno di Mysore, in India meridionale.  Egli oppose una strenua resistenza anti-coloniale all'avanzata militare della Compagnia britannica delle Indie Orientali e fu l’innovatore nell’uso militare dei razzi Mysore.
13 Lo jabot è un ornamento cucito o semplicemente applicato sul petto di camicie o di bluse, realizzato in pizzo o nello stesso tessuto del capo. Storicamente nato nell'abbigliamento maschile alla corte di Luigi XIV, re di Francia, lo jabot entra a far parte della moda femminile nel 1800, come accessorio ornamentale, pur continuando ad apparire sulle camicie eleganti da uomo, prima di essere sostituito dalla cravatta.
 
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di Giuseppe Baiocchi  del 12-08-2020

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Così si esprimeva Karl I von Habsburg-Lothringen-Este – che seguendo la linea della corona ungherese è denominato come Károly IV – il 26 Marzo del 1921 tornato dall’esilio in Ungheria per ripristinare la Monarchia, del defunto Impero dell’Austria-Ungheria.
[caption id="attachment_12091" align="aligncenter" width="1000"] Karl I successe ai Troni nel novembre 1916 dopo la morte di suo prozio, l'imperatore Francesco Giuseppe. Il 2 dicembre 1916 assunse il titolo di comandante supremo dell'intero esercito, succedendo all'arciduca Federico . La sua incoronazione a Re d'Ungheria avvenne il 30 dicembre. Nella foto: Re Karl IV d'Ungheria, la regina Zita e il loro figlio, il principe ereditario Otto, nel dicembre 1916.[/caption]
«Un sentimento indescrivibile nel ritrovarsi, sconosciuti, in casa propria... Sul confine, dalla parte ungherese, c'era un vecchio maresciallo dei gendarmi nativo di Debreczen, un tipico figlio della puszta, bruno di colorito, che non sapeva nemmeno da che parte dovesse incominciare a controllare un passaporto. Accanto a lui c'era un soldato con i calzini estivi di tela.. proseguimmo per Pinkafö, dove mangiammo nella Gasthaus Jenner. Il primo pasto caldo dopo due giorni: Schnitzel con cetrioli sott'aceto. Dopo, l'oste conservò le posate e i resti del mio cetriolo come ricordo. Era interessante vedere con quale entusiasmo la gente accettava valute estere. Pagammo il pasto in franchi francesi, la macchina in franchi svizzeri. Da Pinkafö continuammo per Oberwarth, dove in quel momento si snodava la processione del Resurrexit.
Quando ci passò davanti scendemmo dall'auto e ci inginocchiammo. La seguiva la guarnigione della cittadina, con gli uomini vestiti delle uniformi del buon tempo andato e l'artiglieria con i cartocci. Fu un momento di indicibile sollievo, specie alla vista delle mie vecchie uniformi. Da Oberwarth proseguimmo per St.Mihály.. Chiesi ad alcune persone che aspetto aveva il loro Re. Come avevo immaginato, mi fecero vedere delle fotografie, però nessuno mi riconobbe. Alla fine brindammo tutti alla salute del sovrano; mi rimproverarono perché non avevo vuotato anch'io il bicchiere in solo sorso come loro. Non ne ero stato capace perché il vino era troppo forte per me. Siccome la macchina era rimasta in panne, continuammo verso la nostra prima destinazione, Szombathely, su un calesse tirato da cavalli. Vi arrivammo verso le dieci di sera, e ci fermammo proprio davanti al palazzo vescovile. Il vescovo stava ancora pranzando e aveva come ospite un ministro ungherese, il dottor Vass. Quando Tamás mandò su un domestico incaricato di chiedere ospitalità per la notte per lui e un altro signore, il vescovo a tutta prima si dimostrò abbastanza irritato. Ma siccome era un anfitrione scese nel salone per accoglierci. Ci porse la mano e poi rimanemmo un momento in silenzio. Tamás gli chiese se non riconosceva il gentiluomo in sua compagnia. Il vescovo disse no. Allora Tamás gli dichiarò, in tono solenne, che era nientemeno che Sua Maestà apostolica il Re. Il vescovo ebbe un sussulto e mi condusse in una stanza attigua, dove chiese: «È lei veramente?». Gli confermai che ero io. Il ghiaccio era rotto».
Dopo la conclusione del conflitto mondiale nel 1918, le potenze vincitrici con tre trattati di pace, rispettivamente Versailles (per la Germania 1919-20), Saint German (per l’Austria 1919) e Trianon (per l’Ungheria 1920), impongono la pace agli sconfitti. Il bilancio sotto il profilo geopolitico è catastrofico: l’Impero dell’Austria-Ungheria per gli interessi anglo-francesi viene smembrato in tanti piccoli Stati nazionali, appellandosi ai fatali punti Wilsoniani riguardanti il concetto dell’autodeterminazione dei popoli.
L’ultimo Imperatore, Karl I von Habsburg-Lothringen-Este, nel 1919 è costretto all’esilio. Così scrive in una lettera negli istanti più concitati da Feldkirck il 24 marzo: «Nel momento in cui m’accingo a lasciare l’Austria tedesca per entrare nella Svizzera ospitale, elevo solenne protesta per me e per la mia Casa, di cui fu cura continua la felicità e la pace dei suoi popoli, contro le misure che ledono i miei secolari diritti di Sovrano, prese dal Governo e dalla Assemblea Costituente l’11 novembre 1918, e contro la mia deposizione dal trono, l’esilio mio e dei membri della Casa Asburgo-Lorena proclamate per l’avvenire. Nel manifesto dell’11 novembre 1918 ho dichiarato di rimettere all’Austria tedesca il diritto di decidere sulla forma di Stato. Il Governo austro-tedesco, lasciando a parte il mio manifesto scritto in un’ora assai penosa, decise lo stesso giorno di proporre all’assemblea Nazionale provvisoria, che doveva aver luogo il 12 novembre, la proclamazione della Repubblica austro-tedesca, anticipando così quella decisione che, secondo il mio manifesto, spettava di diritto soltanto all’intero popolo austro-tedesco. Questa proposta del Governo austro-tedesco, sotto la pressione della flotta radunata, venne approvata il 12 novembre 1918 da un’Assemblea Nazionale provvisoria, i cui membri si erano da 
[caption id="attachment_12092" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Prangins, residenza svizzera dell'ultimo Imperato dell'Austria-Ungheria Karli I, è un castello nel comune di Prangins nel Canton Vaud in Svizzera . Si tratta di un sito del patrimonio svizzero di importanza nazionale. Ospita una parte del Museo nazionale svizzero. La terrazza regala viste sul Lago di Ginevra e sulle Alpi.[/caption]
soli conferiti il mandato di rappresentare il popolo austro-tedesco senza potersi considerare rappresentanti eletti, poiché essi provenivano dall’antico parlamento austriaco che non aveva avuto dagli elettori la autorità di oltrepassare le funzioni costituzionali. Oltre a ciò ha avuto luogo la contraddizione che gli stessi elementi che hanno determinato il crollo e che fino ad allora avevano vivacemente combattuto la riunione dell’Assemblea Nazionale provvisoria, vollero poi lasciar decidere a questa Assemblea il destino dell’Austria in una delle sue questioni più vitali.
La Costituente, eletta il 16 febbraio 1919, si sostituì all’assemblea Nazionale provvisoria e confermò le sue deliberazioni riguardo la forma di Stato e l’annessione alla Germania. Anche tali deliberazioni non hanno alcun potere impegnativo, perché la costituente non è l’espressione dell’opinione e della volontà dell’Austria-tedesca. Il pubblico anche fuori dall’Austria tedesca sa che le elezioni per la Costituente ebbero luogo sotto il regno del terrore, e che gli elettori che il 16 febbraio 1919 andarono alle urne, non votarono affatto spontaneamente ma sotto l’influenza di un metodico incitamento e sotto la pressione di una milizia di partito della Volkswehr. La Costituente eletta il 16 febbraio 1919 andarono alle urne, non votarono affatto spontaneamente, ma sotto l’influenza di un metodico incitamento e sotto la pressione di una milizia di partito. La Costituente eletta il 16 febbraio 1919 non è affatto rappresentanza della Nazione austro-tedesca, come l’ha definito il governo austro-tedesco. Vasti territori reclamati da questo stesso governo, come ad esempio le zone abitate da Tedeschi del Sud Tirolo, della Boemia, della Moravia, della Corinzia, della Carnia e della Stiria, non sono rappresentate in questa Costituente, mentre invece hanno votato stranieri, come i Tedeschi di Germania che vivono in Austria. Una rappresentanza nazionale di uno Stato senza confine composta così arbitrariamente si è arrogato il diritto di decidere sulla forma e l’ordinamento di uno Stato non ancora costituito secondo il diritto del popolo. Tutto ciò quindi che il Governo austro-tedesco e l’Assemblea Nazionale provvisoria e costituente hanno deciso e decretato dall’11 novembre in poi, e ciò che disporranno in avvenire, è nullo e non valido per me e per la mia Casa.
La permanenza mia e della mia famiglia a Eckartsau non fu mai il riconoscimento di uno sviluppo rivoluzionario che interrompeva la continuità del diritto, ma un pegno di fiducia nel popolo col quale io e i miei abbiamo condiviso i dolori e i sacrifici dell’infausta guerra. In mezzo a questo popolo non ho mai temuto per la sicurezza della mia amata Consorte e dei figliuoli.
Ma siccome il Governo austro-tedesco mi fece sapere a mezzo del suo Cancelliere che, rifiutando di abdicare sarei stato internato qualora non avessi abbandonato il Paese, e poco tempo fa lo stesso Governo a mezzo della “Corrispondenza di Stato” mi aveva dichiarato posto fuori legge, mi trovai di fronte all’importante problema se dovesse essere risparmiata all’Austria la vergogna di abbandonare il suo legittimo capo in preda a un’ondata contro la quale oggi non sta alcuna diga. Per questo motivo io lascio l’Austria. Profondamente commosso e riconoscente ricordo in quest’ora di fedeli che in me e nella mia Casa amano la cara Patria. All’Esercito che mi ha giurato fedeltà e che è legato a me dal comune ricordo dei dolorosi avvenimenti della guerra, un mio particolare pensiero. Durante la guerra fui chiamato al Trono dei miei Padri, mi sforzai di guidare i miei popoli alla pace, e in pace volli e voglio essere per loro un Padre giusto e sincero».
Per la famiglia reale un breve periodo nella placida Svizzera, presso Prangins sul lago di Ginevra, ad intrattenere relazioni diplomatiche con la Francia repubblicana e il Vaticano del Papa Benedetto XV. Obiettivo di Karl è ripristinare la Monarchia in Ungheria, dove le possibilità sono molto più favorevoli rispetto all’Austria: il Paese magiaro infatti dal 1º marzo del 1920, è retto da una vecchia conoscenza dell’Imperatore, Miklós Horthy de Nagybánya (1868 - 1957), paradossalmente l’ultimo ammiraglio della marina austro-ungarica, in una nazione che dopo Trianon, aveva perso l’unico sbocco marittimo, Fiume.
Il nuovo reggente dopo diversi rovesci politici, tra le riforme mancate di Mihály Károlyi e il terrore rosso di Béla Kun, sembrava finalmente aver ristabilito un nuovo equilibrio restaurando la monarchia, con il compito gravoso di decidere se richiamare un Asburgo o scegliere un nuovo Monarca magiaro. Con la fallimentare contrattazione nel trattato di Trianon, dove all’Ungheria vengono sottratti i 2/3 dei sui territori a favore dei nuovi Stati che avrebbero composto la “Piccola Intesa” (Cecoslovacchia, Romania, Regno dei Serbi Croati e Sloveni) il consenso di Horthy sembra traballare.
[caption id="attachment_12093" align="aligncenter" width="1000"] Miklós Horthy de Nagybánya è stato un ammiraglio e statista ungherese di stampo conservatore, che divenne reggente dell'Ungheria, dopo la caduta dell'Impero d'Austria-Ungheria.[/caption]
Dalla Svizzera, Karl continua la trattativa con la Francia per avere il consenso tacito ad effettuare la restaurazione: si vedono due ideologie distanti a livello geopolitico, da una parte Philippe Berthelot (1866 – 1934) - appoggiato anche dal marchese George Nathaniel Curzon - ambiva a creare la Piccola Intesa (1920), per far possedere alla Francia una tenaglia militare contro l’Ungheria e le pretese filo-germaniche degli austriaci; dall’altra Aristide Briand (1862 – 1932) preferiva una confederazione economico-danubiana, filo-francese, che abbia in Karl I il legante tra i vari popoli del suo ex Impero, per porlo come limes all’espansionismo alemanno-tedesco. Sempre nel 1920 si conclude il breve mandato, da Presidente della Repubblica francese, di Paul Deschanel (1855 – 1922) per una grave malattia personale e subentra il socialista Alexandre Millerand (1859 – 1943), il quale non vedeva lesi in alcun modo gli interessi della Francia in una politica asburgica di restaurazione magiara.
Saranno tali premesse e un tacito accordo presidenziale (successivamente pubblicamente smentito per non causare un incidente diplomatico tra Ungheria e Francia) che faranno partire a piedi l’ultimo Imperatore dallo Château de Prangins in Svizzera fino a Gex, cittadina francese sul confine svizzero occidentale. Nella cittadina della Regione dell’Ain lo aspetta una macchina che lo condurrà a Strasburgo dove il giorno dopo, l’Orient-Express lo condurrà direttamente a Vienna. La storia di Karl I ci appare come una sorta di viaggio leggendario, ed in verità deve essere stato così anche per lui: nella capitale del suo ex-Impero saranno in suo possesso due passaporti falsi, uno spagnolo, ed un secondo della croce rossa inglese.
Il beato Karl raggiunge appena arrivato, la sede di un suo antico amico: il conte Thomas Graf Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), antico compagno e ufficiale ussaro. La sera del 25 marzo del 1921 fu l’unica notte, nei numerosi anni di esilio, che l’Imperatore trascorse a Vienna. L’indomani la meta è Budapest: prima tappa del viaggio si compie, sempre con il conte Thomas, fino alla cittadina di Seebenstein nel Burgenland (Bassa Austria); successivamente Aspang, Mönichkirchen ed infine il confine ungherese con la cittadina di Sinnersdorf.
Verso sera Karl arriva nella cittadina di Szombathely: deve parlare, all’interno del palazzo vescovile, con il conte e vescovo Gróf zabolai Mikes János (1876 - 1945) e con il ministro e sacerdote Vass József (1877 – 1930); quest’ultimo riferirà all’Imperatore: «il gabinetto del reggente è finito nel momento in cui il re incoronato rimette piede sul suolo ungherese». Viene chiamato al cospetto di Karl anche l’ex ufficiale imperiale e regio, colonnello Anton Lehár (1871-1962), che ora comanda l’intera armata dell’Ungheria Occidentale: è un fedelissimo.
Il presidente del Consiglio conte Pál Teleki de Szék (1879 – 1941) viene svegliato in piena notte e raggiunge la cittadina di Szombathely, la quale si trova ad appena 10 km dalla frontiera austriaca (dopo Trattato di Trianon). Appena giunto dal vescovo il Primo Ministro rimane spiazzato dalla figura del Sovrano e manterrà un atteggiamento di indecisione per tutta la durata del primo golpe reazionario. Tutte le alte cariche dello Stato sono comunque concordi a rimettere sul Trono il loro Re legittimo. Karl non a caso si reca nella cittadina di confine: le fedeli truppe di Lehár, se abilmente mosse in anticipo, potevano costringere Horthy ad una resa immediata, ma egli si fida eccessivamente del “Reggente”, considerandolo ancora fedele alla causa monarchica.
[caption id="attachment_12094" align="aligncenter" width="1000"] Protagonisti del primo colpo di restaurazione del marzo 1921 (da sinistra a destra): Thomas Erdödy von Monyorókerék und Monoszló (1886-1931), conte e vescovo di Szombathely (1911 - 35) Zabola János Mikes (1876 - 1945), József Vass (1877 - 1930), Anton Freiherr von Lehár (1876 - 1962), Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (1879 - 1947), László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), Conte Pál Teleki de Szék (1879 - 1941).[/caption]
Durante la discussione su come agire, il Primo Ministro Pál Teleki propone di entrare a Budapest senza la scorta militare, convinto che il dittatore ungherese gli lasci il potere e si metta da parte: Karl si fida e acconsente. Sarà un primo errore fatale. Il piano prevede che il giorno seguente il ministro Vass e il Presidente del Consiglio Teleki anticipino l’arrivo di Karl a Budapest per preparargli il terreno e parlare anticipatamente con Horthy. L’Imperatore verrà accompagnato nel viaggio dal conte Sigray Antal Mária Fülöp Alajos (politico legittimista ungherese e feroce oppositore al nazismo 1879 – 1947) e da László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (1895 – 1951), colui che diventerà celebre grazie alla penna di Michael Ondaatje nel 1992 con il romanzo The English Patient (Il Paziente inglese), poi reso ancor più celebre dal film di Anthony Minghella del 1996 dall’omonimo titolo. Prima di partire la mattina seguente, il vescovo Mikes celebra la messa, poi l’Imperatore parte sicuro e speranzoso: saprà solo davanti al Palazzo di Budapest che il Primo Ministro Teleki non è mai giunto da Horthy e dovrà farsi annunciare dal conte Sigray che si esprimerà sulle scale, rivolto verso Karl: «Vostra Maestà si dovrà mostrare molto energico».
Furono due ore di trattativa con il “Reggente” ungherese, il quale esclamo: «È una catastrofe. Vostra Maestà deve ripartire subito e rientrare immediatamente in Svizzera! […] che cosa mi offre in cambio Vostra Maestà?». Miklós Horthy dimostrerà un cinismo, che lo farà passare alla storia come uno degli alti tradimenti più gravi verso l’aristocrazia e l’istituto monarchico. Le scuse che il dittatore prende davanti a Karl sono la sicura ostilità dei paesi confinanti, il pericolo di un’invasione straniera, l’inaffidabilità dell’esercito e l’impossibilità di trovare un Ministro che svolga la funzione sotto di un Re. Karl cerca di promettergli titoli per farlo desistere, ma Horthy prende tempo e si aggiudica lo scontro verbale. Sarebbe bastata un’arma da fuoco per riprendere il potere e far desistere il reggente, ma come sappiamo bene, Karl I era un autentico gentiluomo.
Alcuni giorni dopo l’ex Imperatore è nuovamente nella cittadina di Szombathely affranto, ma non ancora piegato: possiede ancora alcune carte da giocare, nonostante la situazione geopolitica si sia complicata, poiché Horthy parlando con l’ambasciatore francese Maurice-Nicolas Fouchet, chiede verità sull’appoggio tacito francese, che da Parigi viene ovviamente smentito.
[caption id="attachment_12095" align="aligncenter" width="1000"] I protagonisti del secondo colpo di restaurazione nell'ottobre 1921: Gyula Gömbös de Jákfa (1886 - 1936), il conte István Bethlen de Bethlen (1874 - 1946), Őrgróf Pallavicini György Mária Arthúr József Ede István Gusztáv Károly (1881 - 1946), Tibor Farkas de Boldogfa ( 1883 - 1940), il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 - 1929),[/caption]
Il Reggente magiaro inoltre approfittò della prima ritirata di Karl per irrobustire le linee del suo esercito a lui fedeli ed epurare gli ufficiali legittimisti. Mentre l’ultimo imperatore degli Asburgo tornava sul suolo Svizzero, dopo essere stato acclamato in Ungheria il giorno della sua partenza, fu subito da principio chiaro a Karl che un secondo colpo di restaurazione si sarebbe dovuto progettare in brevissimo tempo: difatti gli effettivi del colonnello legittimista Anton Lehár erano stati rinforzati da un nuovo battaglione di gendarmeria, che gli Stati vincitori avevano predisposto alla frontiera con l’Austria per via dell’incidente diplomatico avvenuto con la prima restaurazione primaverile di Karl.
Horthy inizia a temere e con ordine scritto richiama le ulteriori truppe a Budapest per essere riassegnate: il tempo stringe.
Passano solo diversi mesi perché Karl, assorbito il colpo, possa far ritorno nelle sue antiche terre imperiali: arriviamo al secondo colpo di restaurazione di ottobre. Il 20 del mese, insieme a sua moglie Zita Maria delle Grazie Adelgonda Micaela Raffaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese di Borbone-Parma (1892 – 1989), parte per l’Ungheria a bordo di un monoplano Junkers denominato “Ad Astra” di 180 cavalli e sei posti. Artefici del piano sono due personalità molto vicine a Karl: il barone Albin Schager von Eckartsau (1877 – 1941) e Aladar Boroviczény (1890 – 1963). L’aereo si alza da Dübendorf e fu il primo volo, durato quattro ore, di un sovrano nella storia continentale europea.
Nel frattempo in Ungheria al Presidente del Consiglio Pál Teleki de Szék era succeduto il conte István Bethlen de Bethlen (1874 - 1946) e Horthy continuava a prendere tempo, mandando telegrammi all’Imperatore: «la visita fatta a Pasqua da Vostra Maestà – inerente la restaurazione - appare momentaneamente impossibile […]. Tuttavia desidero cogliere l’occasione per assicurare alla Maestà Vostra che nulla è più lontano da me dell’idea di aggrapparmi alla carica che copro ora; al contrario, attendo con impazienza il momento in cui mi sarà dato abbandonare questa scomoda poltrona». Parole che suonano poco veritiere come ci testimonia lo storico Roberto Coaloa: «Come tutti gli avventurieri politici che l’avevano preceduto e che gli succedettero, Horthy aveva identificato a tal punto l’ambizione col patriottismo, l’egoismo con l’idealismo e addirittura il lusso fastoso con il sacrificio da non riuscire probabilmente a distinguerli più neppure lui».
[caption id="attachment_12096" align="aligncenter" width="1000"] Domenica 23 ottobre del 1921: nella foto Karl I e Zita di Borbone-Parma (a destra in piedi) pregano davanti al convoglio ferroviario di Sopron celebrando la messa mattutina.[/caption]  
Karl e Zita arrivati in pieno pomeriggio in territorio magiaro, nei pressi del castello di Denesfa, capiscono subito che la corrispondenza postale – effettuata in precedenza, durante i preparativi del golpe – non ha avuto esito sperato: tutti i protagonisti e alleati dell’Imperatore lo attendono per le 24 ore successive. Nonostante i primi disagi sia il colonnello Lehár, che il conte Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (1860 - 1929) leader del partito legittimista ungherese e ex Ministro degli Esteri dell’ultimo anno imperiale dell’Austria-Ungheria, si mettono a disposizione del Sovrano. Il gruppo di comando trasla velocemente verso quello che sarà il nuovo e spartano quartier generale a Sopron: lì sono attesi da altri due collaboratori di Karl, il politico reazionario István Rakovszky de Nagyrákó et Nagyselmecz (1858 - 1931) e dal dottor Adolf Gratz Gusztáv (1875 - 1946).
La folla che accoglie i regnanti è immensa: sia i militari, che la popolazione civile inneggiano a Károly IV. Il piano è semplice: servirsi del convoglio ferroviario che avrebbe riportato la guarnigione a Budapest e deporre Horthy dalla reggenza del Regno. Lo scacco sembra essersi compiuto e il 22 ottobre il convoglio legittimista, composto da circa 1500 militari e politici reazionari è diretto a Budapest, all’oscuro del Reggente. Il treno giunge a 12:00 presso la cittadina di Győr, dove ad attenderli vi sono altre truppe legittimiste che compiono il giuramento: «Attraverso l’acqua e il fuoco, sul mare, per terra e nell’aria per Dio, per il re e per la patria».
Il primo tradimento verso Karl, lo compie il comandante della guarnigione di Győr, che fa avvertire Horthy, il quale è completamente impreparato e spaventato. Nonostante alcuni ordini frettosi del Reggente, di smantellare parti ferroviarie dirette a Budapest da Occidente, il piano di rallentamento, pare non funzionare, anzi le guarnigioni dirette ad affrontare l’Imperatore non solo non sparano un colpo, ma si uniscono ai legittimisti: così avviene presso diverse cittadine magiare, come Komarom, Tata, Potis e Bcske.
[caption id="attachment_12097" align="aligncenter" width="1000"] Il giuramento di fedeltà al beato Imperatore Karl, da parte delle truppe legittimiste magiare.[/caption]
In linea generale nonostante Karl fosse arrivato senza preavviso sul suolo Ungherese e nonostante il piano iniziale della sorpresa era venuto meno, tutto sembra proseguire per il meglio. La mattina seguente il treno arriva nei pressi di Buda con 4000 uomini effettivi. Nella capitale Horthy sembra non avere più in mano carte da giocare e si affida completamente alle doti dell’ambizioso Gyula Gömbös de Jákfa (1886 – 1936), futuro generale filo-nazista. Quest’ultimo non trovando truppe a lui fedele, rimedia 300 studenti universitari, armati in tutta fretta, inventando un’inesistente invasione ceca della capitale. Gli studenti nazionalisti ebbero una prima scaramuccia con un contingente mandato avanti da Lehár, provenienti da Budaörs e mandati ad occupare il sobborgo di Kelenföld. Ci furono diverse perdite tra i legittimisti, i quali ripiegarono, comportando un abbassamento del morale al colonnello Lehár (nel frattempo promosso generale), che dichiarò inaspettatamente le sue dimissioni, fidandosi di lasciare l’incarico al generale Pál Hegedűs (1861 – 1944). Come testimonierà un giornale italiano “L’illustrazione italiana” sull’accaduto: «Quanto al colonnello Lehár, lasciamolo stare. Ogni condottiero trova gli uomini che si merita. Napoleone ha tratto fuori dal popolo, persino dalla bassa forza, i suoi grandi marescialli; Karl ha trovato Lehár. Quelli uomini della Marsigliese, questo, del Valzer, bella cosa è il valzer. Ma le trombe, se vogliamo davvero far crollare le mura di Gerico, han da suonare altre musiche! Se valzereggiano, Gerico resta in piedi; e Karl resta a piedi».
[caption id="attachment_12098" align="aligncenter" width="1000"] Truppe leali all'Imperatore accolgono il vagone dei legittimisti magiari presso Sopron.[/caption]
Sulla fedeltà del generale nei confronti di Karl non ci fu nulla da eccepire, ma il morale basso delle truppe era dovuto alla forte instabilità politica, economica e militare magiara, che proseguiva da almeno quattro anni dalla fine della Grande Guerra.
Contrariamente sarà il generale Pál Hegedűs a tradire l’Imperatore Karl operando il passaggio degli artiglieri, fondamentali nell’operazione bellica, dalla parte di Horthy il giorno seguente, grazie ad una tregua proposta dallo stesso generale magiaro voltagabbana, che aveva fatto sistemare le truppe del Reggente su posizioni favorevoli verso un eventuale assalto legittimista del giorno seguente.
Hegedűs rivelò il tradimento quando tornato a Torbágy, nei sobborghi della capitale, chiese l’esonero accampando la scusa che i propri figli si erano arruolati nelle truppe nazionali del Reggente. Resta un mistero ancora oggi, del perché Hegedűs non fosse stato arrestato. Durante la notte alcune guarnigioni di Karl vengono fatte prigioniere, poiché la tregua non viene rispettata da parte di Horthy, il quale giocò una partita sporca dall’inizio alla fine della vicenda: le uniformi dei due eserciti non avevano motivi differenti e molto spesso tale ambiguità giocò contro i legittimisti.
La mattina seguente il reggente propone le “condizioni di pace”, le quali vengono lette sul treno in partenza, diretto verso la capitale per l’ultimo scontro: quello decisivo. Le condizioni proponevano la consegna del materiale bellico e l’abdicazione al trono d’Ungheria da parte di Karl, con la sicurezza garantita alla sua persona e alla sua famiglia in territorio magiaro. Nel mentre della lettura, fuori dallo scompartimento, partono alcuni colpi, che creano molta confusione tra le truppe legittimiste, le quali in brevissimo tempo capiscono di essere state accerchiate. Sarà lo stesso Karl I ha dichiarare ai suoi uomini il “cessate il fuoco” poiché oramai tutto sarebbe stato inutile. Ancora una volta Karl perse poiché il suo animo nobile non vide la meschinità dietro alcuni suoi collaboratori: per un individuo della sua virtù era inconcepibile il tradimento senza scrupoli. Il destino di una intera generazione di ungheresi veniva segnato il 23 ottobre del 1921: il treno tornò indietro verso Bicske, concludendo il secondo e ultimo tentativo di restaurare il legittimo re d’Ungheria.
[caption id="attachment_12099" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto, truppe leali a Károly IV, attendono il re nella stazione ferroviaria di Győr, il 20 ottobre del 1921.[/caption]
 
Lo spazio geopolitico ed economico di cui gli Asburgo erano stati espropriati dopo la Grande Guerra diverrà ostaggio di dittatori filo-fascisti e successivamente satellite dell’Imperialismo bolscevico. Lo stesso Karl scrisse: «Il territorio situato sulle due parti del medio Danubio dopo la scomparsa dell’Austria-Ungheria non è soltanto la patria di uomini disperati che soffrono duramente, ma un focolare di pericoli di grande importanza. E non poteva essere altrimenti, poiché la disgregazione dell’Austria-Ungheria fu la violazione di principi storici, geografici, etnografici, economici, sociali e culturali. Nel territorio fra Teschen e Buda, Bregenz e Czernovitz vivevano e vivono, in alcuni luoghi in massa compatta, in altri confusi tra loro, Tedeschi, Magiari, Cechi, Slovacchi, Polacchi, Ucraini, Croati, Serbi, Sloveni, Italiani, Rumeni, Ladini, Turchi, Armeni, Zingari e alcune altre frazioni di popoli. Nessuna di queste nazioni possiede un territorio ben determinato e non intaccato da altre nazionalità. Perfino in mezzo agli italiani (un tempo austriaci) che si sono uniti ai connazionali d’Italia e il cui confine linguistico settentrionale è abbastanza evidente, si trovano isole di lingua straniera, ad esempio quelle tedesche del Piano di Lavarone e di Folgaria, della Val di Non, a nord-est di Trento, ed altre ancora. […] Voler soddisfare in modo generale ed effettivo il diritto di autonomia nazionale porterebbe ad una scomposizione in atomi della Vecchia-Ungheria sì da far sorgere dalle sue citate isole linguistiche altrettanti Stati. […] Fu un grande danno per l’Europa che l’antica formazione economica danubiana sia andata perduta, poiché nessuna nuova può sostituirla ed ivi oggi esiste un vuoto. Non si deve ritenere che un sistema fluviale abbia sempre e dovunque la forza di formare e mantenere Stati, ma in base a un sistema fluviale si costruisce un sistema economico quando le parti vitali di un tale sistema sono state già un tempo riunite in uno Stato, sistema economico che è frutto del lavoro dei secoli e che non può essere cambiato dall’oggi al domani […]. Distruggere un’opera così portentosa, delicata come un congegno d’orologio, pensiero, volontà e prodotto dell’economia moderna significa creare un cumulo di macerie».
 
Per approfondimenti:
_Baiocchi G., Finis Austriae. Sul tramonto dell'Europa, Il Cerchio, Rimini, 2019;
_Brook-Shepherd G., La tragedia degli ultimi Asburgo, Rizzoli, Milano, 1974;
_Coaloa R., Carlo d’Asburgo, l’ultimo imperatore, Il canneto editore, Genova, 2012;
_Werkmann K., Il morto di Madeira – L’esilio di Carlo I in Svizzera – I tentativi di restaurazione in Ungheria – La morte, Felice Le Monnier, Firenze, 1924.
 
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Il filone letterario della Finis Austriae, non può certamente  ignorare Robert Edler von Musil (1880 - 1942). Nato nell’austriaca Klagenfurt, lo scrittore si pone come uno degli autori più importanti del periodo. Durante gli studi, superò l’esame di ingegnere nel luglio del 1901 e si appassionò verso alcuni autori, tra cui ricordiamo Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844 - 1900) dal quale trasse il concetto dell’irrazionalismo, Ralph Waldo Emerson (1803 - 1882), Maurice Polydore Marie Bernard Maeterlinck (1862 - 1949) e Ernst Waldfried Josef Wenzel Mach con la psicologia della Gestalt.
[caption id="attachment_12076" align="aligncenter" width="1000"] Nel luglio 1888, la famiglia Musil fece un'escursione ad Achensee. Ce n'è una fotografia che sembra un sociogramma della famiglia: l'amico di casa, l'insegnante di affari Heinrich Reiter, è in trono al centro dell'immagine, nelle immediate vicinanze della sua destra Hermine Musil, Alfred Musil in piedi sullo sfondo, e il piccolo Robert Musil, appena otto anni, in costume tradizionale di Steyr, con un lungo bastone e un'espressione piuttosto seria visibilmente seccato vicino a quest'uomo, contro il quale si appoggia. A destra il letterato in età giovanile.[/caption]
Il giovane Musil, si porrà come anti-metafisico, criticando aspramente l’immutabilità di alcuni aspetti etico-morali, poiché questi possono essere svalutati dal continuo fluire delle energie interrelazionali fra individui, dovuti dall’attività analitico-sperimentale.
Tale pensiero fu rafforzato facendo sue le teorie empiristiche e sensitive di Mach, dove le sensazioni – non vincolate ad un individuo umano – sono plasmate meramente dai rapporti funzionali – i quali una volta stabilizzatosi divengono sostanze. Queste «finzioni» – legate ad un principio utilitaristico – permetteranno all’uomo, l’orientamento fra il suo Io e gli enti, al cui novero Musil inserisce anche il tempo e lo spazio. Più il fine è funzionale, più la realtà può essere plasmata: questa modalità sarà la sua chiave per uscire dalla crisi di senso della sua epoca.
Ciò che permetterà a Musil di superare il pensiero di Mach, sarà proprio l’applicazione alle forme del carattere reale e non fittizio: tale pensiero – di forte vincolo intellettuale – proviene nella speranza del continuo mutamento. Dunque la forma dell’Io deve essere definita dall’interno e non da forme imposte dalla società, poiché è plasmato in forma organica ed è soggetto al mutamento, che lo apre al possibile, rendendolo vivo con il reale. Essenziale nel suo pensiero sarà la logica motivazionale: tale concetto si riconosce partendo dai valori essenziali, i quali devono necessariamente emergere fra il soggetto, l’oggetto e l’anima del mondo.
Sarà proprio questa funzionalità, insieme alla variabilità dei valori, a slegare la logica motivazionale dall’arbitrio e dal soggettivismo.
[caption id="attachment_12080" align="aligncenter" width="1000"] Edizione tedesca de L'uomo senza qualità di Robert Musil.[/caption]
Sono tutti concetti che ritroviamo in alcune sue novelle, come Vereinigungen (Unioni) del 1910 e attraverso il suo saggio Der mathematische Mensch (L’uomo matematico del 1913), dove l’equazione differenziale consente di determinare il valore di una variabile ponendo questa in rapporto con le altre ed inserendo i presupposti per far sì, che tale valore non risulti definito come indipendente in sé, ma divenga determinabile unicamente con il sistema cui è avvalorato. Celebre la sua citazione: «L’intelletto però si spande all’intorno, e appena tocca il sentimento, diventa spirito». Spirito, dunque, come vero luogo costruttivo in cui la forma-uomo viene a crearsi, in quanto insieme organico, dove tutto è in costante ridefinizione. Sarà proprio questa proprietà umana intrinseca salvarlo dalla rigidità degli Asburgo.
Siamo all’origine della sua fenomenologia, la quale nel 1913 si affermerà in Confessione politica di un giovanotto dove l’unione tra scienza e arte – spregiudicatezza e libertà – porta l’uomo a riconoscere il buono nel malvagio e il brutto nel bello, stravolgendo il pregiudizio atavico tramandato dalla società.
Nasce, nell’autore austriaco, la struttura del saggismo: la forma soggettiva dell’esserci del possibile che aumentando di potenza e perfezione entra in relazione con la mutevolezza dell’unicum esistenziale. Come scrive la professoressa Bianca Cetti Marinoni: «Vivere "saggisticamente" significa dunque per Musil sottrarsi alla pretesa del reale di porsi come immutabile e di imporre i suoi valori come univocamente definiti. E d’altra parte il suo stesso abito mentale di uomo di scienza induceva l’ingegnere e psicologo sperimentale Musil, al massimo rispetto della realtà fattuale e dei suoi valori, la cui certezza e stabilità sono il presupposto non solo di ogni calcolo e di ogni ipotesi scientifica, ma più in generale di ogni forma di vita organizzata».
È la formalizzazione intellettuale il vero pericolo: il rischio che la forma – con la sua capacità di ridefinizione – si assolutizzi, creando i presupposti per la società borghese di fine Ottocento, dove l’identità dell’individuo si irrigidisca non consentendo così il suo umano sviluppo. Prima del suo capolavoro letterario Robert Musil ha combattuto la Grande Guerra come ufficiale dell’Imperiale e regio esercito.
Fu di stanza come ufficiale al fronte italiano in Südtirol oltre che al confine con l’altopiano di Asiago, dove partecipò alla Quinta battaglia dell’Isonzo. Durante la permanenza al fronte sud-tirolese – dove gli fu conferita la medaglia di bronzo – fu redattore a Bolzano dal 1916, del Tiroler Soldaten-Zeitung, una rivista di propaganda per la quale scrisse diversi articoli pubblicati anonimamente.
[caption id="attachment_12077" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra: soldati austroungarici leggono il Tiroler Soldaten-Zeitung di Musil; Robert Musil nel 1917, infine gruppo di soldati davanti alla canonica di Palu del Fersina: il quinto da sinistra (1915). Museo-storico-della-guerra-di-Rovereto.[/caption]
Tali scritti, pur con i limiti imposti dal carattere militare della pubblicazione, presentano una critica esplicita alle svariate manchevolezze, errori, difetti, dell’Austria-Ungheria e alla sua assenza esistenziale: quella del senso dello Stato, di un’idea unificante della compagine imperiale. Nel 1917 il padre di Musil fu nobilitato dall’Imperatore Karl I e ricevette il titolo di Edler von, che Robert eredita. Nonostante il titolo e la promozione a capitano (novembre 1917), lo scrittore aveva scarsa attitudine alla presunzione.
Nel 1918 venne fondato un nuovo giornale propagandistico, Heimat, nella cui redazione Musil conobbe lo scrittore Franz Werfel. L’autore ha trattato anche l’argomento spinoso del pangermanismo. Nel 1923 scriverà, non concludendolo, il saggio Der deutsche Mensh als Symptom (L’uomo tedesco come sintomo), ponendo la cultura tedesca come problematica alla civiltà, in quanto aveva già intravisto uno allontanamento culturale da Goethe e Kant, dove la téchne dell’industria nazista aveva prevalso sullo spirito tedesco, portando alla distruzione tale civiltà.
In questo interessante scritto, rilevante è come Musil aveva perfettamente compreso le mire pangermaniste dei ministri militari dell’Imperatore, i quali osservavano un’Austria-tedesca e non dell’Austria-Ungheria. Una critica a tal pensiero può giungerci, diversamente, dal fattore – centrale – in cui il "meticciato razziale" che componeva l'Impero multietnico asburgico non fu un fattore di forza, ma di dissoluzione. Difatti le più grandi menti che l'Austria-Ungheria produsse, siano esse di carattere letterario, musicale, architettonico, filosofico e artistico avevano tutti il legante culturale tedesco. La forza trainante spirituale, culturale era germanica e non certamente slava, boema o ungherese. Bisogna abbandonare il falso mito dell'Austria-Felix, che strizza l'occhio a determinati ambienti progressisti, nei quali l'inter-nazionalità veniva vista come un vantaggio nei confronti dell'organizzazione politico-culturale: fu l'esatto contrario.
Di contro la grandezza, di questo primo esperimento politico europeo, rimaneva sì l'unione di più popoli uniti sotto un'unica grande bandiera, ma con dei cardini prettamente occidentali e tedeschi: crollati gli ultimi, per via dei focolari nazionalisti delle altre etnie - complice una errata politica di rappresentanza, ad ogni modo normale per quell'epoca - l'Impero è collassato su se stesso.
Non a caso Franz Werfel osservò come : «Anche l'idea dell'antica Austria volle che l'uomo che l'abitava fosse trasformato e rifuso. Pretese da esso che non fosse soltanto un Tedesco, un Ruteno, un Polacco, ma qualcosa di più, qualcosa al di sopra. Sarebbe un'esagerazione chiamare questo sacrificio richiesto dall'idea un vero e proprio sacrificium nationis. Ma certo fu qualcosa di simile. Rinuncia ad una comoda affermazione di se stessi, rinuncia all'eccitante abbandono degli istinti del proprio sangue, rinuncia all'indomito bisogno di trionfo della propria stirpe. Solo chi compiva questa rinuncia, chi era deciso a questo sacrificio, poteva ottenere la consacrazione superiore dell'idea, veniva ricreato, si trasformava, da Tedesco o Ceco che era, nell'uomo nuovo, nell'Austriaco (pur sempre a trazione culturale tedesca). La grande idea destinava quest'uomo ricreato, questo Austriaco, a divenire un maestro. Egli doveva diffondere la luce della propria umanità provata dal sacrificio, affinché tutti quelli che erano ancora giovani, ancora barbari, ancora legati alla terra, fossero illuminati e convertiti da questa luce. Questa destinazione [...] si è conclusa col tramonto della vecchia Austria».
Furono proprio le spinte centrifughe nazionali a distruggere l'apparato monarchico-istituzionale degli Asburgo. Quando si parla di perdita di sé, perdita delle radici, bisogna ricondurre tale pensiero proprio a questo fattore decisivo. Paradossalmente l’austriaco, antesignano del proprio tempo, capì l’impossibilità nazionalistica della volontà di potenza che - dopo il primo conflitto mondiale - portò alla distruzione di ogni fede, di ogni regola di vita. L’individuo mitteleuropeo rimasto privo di una cultura crolla sotto i colpi di un capitalismo che plasma e unisce egoisticamente la nuova società dominante. Lo storico Roberto Coaloa scrive: «Oggi, non c’è più la Kakania di Musil, ossessionata dal Reich guglielmino come modello. C’è il Quarto Reich di Angela Merkel, che esercita spavaldo il suo predominio. Non c’è più il partito tedesco dell’Austria-Ungheria, che prima della Grande Guerra aveva, di fatto, esautorato il potere degli Asburgo alleandosi pericolosamente con Guglielmo II. Oggi c’è il Quarto Reich di Frau Merkel, che con il suo eccesso di burocratismo minaccia gli equilibri economici e le conquiste sociali in Europa, sviluppatesi nel corso del Novecento. È il ritorno dell’uomo tedesco, compiaciuto, che osserva la sua pancia piena e non vede al di là del proprio ombelico, antesignano dell’uomo senza qualità».
Edler von Musil si sentiva essenzialmente austriaco con tutte le sue complessità e contraddizioni: con l’esautorazione imperiale, nel dopoguerra, divenne uno scrittore tedesco.
Dopo la presa del potere di Hitler (1933) avendo sposato Martha Heimann (1874 - 1949), di origini ebraiche, nel 1938 emigrò con la famiglia in Svizzera a Ginevra, dove lavorò a Der Mann ohne Eigenschaften (L’Uomo senza qualità) iniziato a Berlino nel 1930, senza tuttavia completarlo per il decesso avvenuto il 15 aprile del 1942.
Sarà proprio nel già citato capolavoro (1930 - 42), che avverrà il trionfo della razionalità strumentale, in cui «l’azione parallela» diviene contenitore astratto dove tutte le cose ritornano per meccanica determinazione esteriore.
[caption id="attachment_12079" align="aligncenter" width="1000"] Immagine di Robert Musil in età avanzata.[/caption]
Nella crisi del soggetto della Mitteleuropa, l’apatia del protagonista Ulrich, il cui personaggio è privato delle sue qualità – per via dell’irrigidimento metafisico –, fa divenire il soggetto propriamente «senza qualità».
Riprendendo ancora una volta il concetto greco gnōthi seautón (conosci te stesso), il protagonista potrà uscire dal dedalo ideologico, unicamente «saggiando» tutte le alternative e le possibilità che si presenteranno, per riuscire nel mirabile intento di ricondurle all’uomo, ovvero reindirizzarle al proprio Io, per operare nuovamente la propria crescita interiore. Paradossali sono i vari personaggi del romanzo, i quali osteggiano la ricchezza interiore, ma in realtà sono oggetto e specchio della società cristallizzata.
Lo scritto, facente uso di una perfetta ironia tutta musiliana, risparmierà – di contro – ad alcuni personaggi, che non osteggiano superiorità o cambiamento, la sua satira più aspra.
La pietà invece la riserverà per alcune figure che, contrariamente ai suoi princìpi, negano il dominio delle forme oggettive, assolutizzando l’elemento soggettivo: anche l’angoscia subentra a tratti, poiché la ragione viene pietrificata da un elemento motivazionale, che rifiuta l’oggettività in quanto tale. L’accento posto da Musil, in questo capolavoro della letteratura occidentale, è stato quello di porre il problema sul rapporto uomo-vita, lottando contro l’assolutizzazione dell’individuo.
Per approfondimenti:
_Baiocchi G., Finis Austriae. Sul tramonto dell'Europa, Il Cerchio, Rimini, 2019;
_Bartocci C., Racconti matematici, Einaudi, 2006;
_Musil R., Sulla stupidità e altri scritti, Mondadori, Milano, 1986;
_Cetti Marinoni B., L’uomo senza qualità, Enaudi, Torino, 2014;
_Werfel F., Nel crepuscolo di un mondo, Mondadori, Milano;
_Coaloa R., Robert Musil. «Gli uomini di qualità vengono da Berlino», 03-03-2015;

 

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di Giuseppe Baiocchi  del 29-07-2020

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Nato nel 1909 a Piacenza da famiglia aristocratica, con una lunga tradizione militare, il barone Amedeo Guillet è un brillante gentiluomo che conduce una vita spensierata tra ricevimenti, incontri galanti e gare di equitazione. Divenuto sottotenente nel 1931, dopo aver studiato all'accademia militare di Modena, entra ben presto nella squadra italiana equestre selezionata per le olimpiadi del 1936 a Berlino, nella Germania nazista di Hitler. Tutto sembra scritto per Amedeo, quando nell’inverno del 1934 gli eventi precipitano e Mussolini annuncia al mondo le sue mire coloniali in Africa orientale: in poche settimane l’Italia si ritrova in uniforme.
Guillet non è un membro della rivoluzione fascista, ma il patriottismo e la fedeltà alla casa Savoia hanno il sopravvento inducendolo a lasciare la sua vita comoda e agiata per un'avventura dagli esiti imprevedibili, in nome di una guerra lontana. Nell’Agosto del 1935 Amedeo Guillet arriva nel Corno d’Africa e per il giovane italiano è l’inizio di un' avventura che durerà otto anni.
[caption id="attachment_6699" align="aligncenter" width="1000"]amedeo-guillet Amedeo Guillet, noto anche con il nome di Ahmed Abdallah Al Redai (احمد عبد الله‎). Nato a Piacenza il 7 febbraio 1909 e deceduto a Roma il 16 giugno del 2010, è stato un ufficiale, guerrigliero e diplomatico italiano.[/caption]
Le ostilità iniziano il 3 ottobre 1935 quando le truppe italiane varcano il confine tra Eritrea ed Etiopia, cogliendo di sorpresa le truppe del Negus, Hailè Selassiè.
Il tenente Guillet è a capo di un contingente di duecento combattenti libici, in maggioranza beduini, chiamati “Spahis”: soldati mercenari che combattono con il proprio cavallo e le proprie armi per 10 lire al giorno. Il Barone conquisterà la loro fiducia, apprendendo la loro lingua e trattandoli come fratelli. Instaurerà con loro quella correttezza e serietà reciproca, tanto che uno dei suoi spahis gli salverà la vita nel suo primo combattimento durante la campagna. Nel conflitto si distinguerà per un sanguinoso corpo a corpo con il nemico, salvandosi miracolosamente per ben due volte da morte certa.
L’avanzata dell’esercito italiano appare inesorabile: corre il cinque maggio del 1936 e le truppe di Badoglio entrano ad Addis Abeba. Quattro giorni dopo le milizie del generale Rodolfo Graziani occupano Dire Dawa: la guerra è finita, l’Etiopia è italiana e Adua vendicata. Amedeo Guillet torna in patria dove gli verrà conferita la sua prima medaglia.
[caption id="attachment_2563" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra disegno di uno Spahis libico. A destra il tenente Guillet insieme ad uno Spahis.[/caption]
La vittoria in Etiopia segna il trionfo del fascismo, ma Amedeo Guillet non è ad Addis Abeba per festeggiare l’arrivo delle truppe italiane: da Roma gli si ordina di recarsi in Libia, nella bianca Tripoli fatta edificare in gran parte dal governatore Italo Balbo. E' proprio quest’ultimo a chiedere a Guillet di organizzare la solenne cerimonia per l’arrivo in Libia di Benito Mussolini, essendo stato nominato organizzatore e responsabile della parte equestre della cerimonia.
Il piacentino provvede al reperimento e all’addestramento dei cavalli che monteranno il Duce e i gerarchi al suo seguito: la cerimonia prevede che il Capo del Governo, seguito da Achille Starace e dagli altri fascisti, attraversi a cavallo la città, salga sulla collina e sollevi solennemente in aria la cosìdetta “spada dell’Islam” (fatta forgiare a Firenze). Quello che agli occhi contemporanei potrebbe essere inteso come un eclatante gesto propagandistico del regime aveva uno scopo ben preciso. Nel 1934, Mussolini avviò una politica di incoraggiamento nei confronti della religione islamica, definendo le popolazioni locali "musulmani italiani della quarta sponda d'Italia", adoperandosi in prima persona per far costruire e restaurare scuole coraniche e moschee, installando strutture per i pellegrini diretti alla Mecca, ordinando l'edificazione a Tripoli di una Scuola Superiore di Cultura Islamica.
[caption id="attachment_6700" align="aligncenter" width="1000"] Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini, benché firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di protettore dell'islam. Secondo l'interpretazione del Duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell'autorità del califfo.[/caption]
Come leggere oggi questo gesto umanitario, da parte di un totalitarismo che nel 1938 avrebbe promulgato, per scelte geopolitiche, le leggi razziali? Ebbene il  fascismo (dopo l'embargo) insieme ad alcuni settori del mondo islamico riconoscevano nella Francia, nel Regno Unito dei nemici comuni e il regime voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa unione era venuta alla luce dopo gli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato dalle potenze definite "plutocratiche" franco-anglo-americane le quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dal Regno d'Italia, né quelle avanzate dal mondo islamico.
Dopo i trionfi di Tripoli, il nostro protagonista torna in Italia per essere operato alla mano ferita, in un paese che si dibatte fra le sanzioni economiche e l’autarchia.
Nella convalescenza napoletana, dagli zii, ritrova una delle sue cugine: Beatrice Gandolfo. Per tutti Bice, conosciuta da bambina, questa ormai  ha 18 anni ed è divenuta affascinante. Dopo una rapida frequentazione i due non hanno dubbi: vogliono sposarsi.
Ancora una volta nella vita del Barone un imprevisto: il governo fascista promulga la "legge matrimoniale" stabilendo come, per i dipendenti pubblici (quindi anche gli ufficiali militari), il matrimonio debba fungere come elemento obbligatorio per l'avanzamento ad incarichi superiori. Guillet, che non aveva mai voluto sposarsi fino a quel momento, comprende che maritarsi con sua cugina semplificherebbe la sua ascesa militare. Contrariamente Amedeo decide di non ottemperare il matrimonio con Beatrice per una mera questione di onore e lealtà verso questa, non volendo approfittare del rito per effettuare l'avanzamento di carriera. Prometterà alla sua futura moglie il matrimonio, solo dopo la sua promozione. Esiste solo una strada per l'avanzamento di grado: quella dell'acquisizione del merito sul campo di battaglia. Arriva la giusta occasione con la guerra del generalissimo Franco in Spagna. Nell’agosto del 1937 accetta la proposta del generale Luigi Frusci, comandante della Divisione Fiamme Nere di prender parte alla spedizione di sostegno italiana ai nazionalisti nella guerra civile spagnola (1936-1939).
Asserirà sulla guerra spagnola: “non ero un fascista, ma ho fatto la guerra di Spagna e direi che la rifarei perché altrimenti tutta e dico tutta la Spagna, sarebbe diventata comunista. Io non sono contro a questo e quello, ma la Spagna comunista non la vedo di buon occhio né per l’Italia, né per l’Europa".
L’Italia del governo fascista non dichiara ufficialmente guerra alla Spagna per ragioni diplomatiche, ma invia reparti sotto la dicitura "Corpo Truppe volontarie" - un vero e proprio esercito nella realtà.  Guillet, con a capo uno squadrone di arditi, organizza i primi camuffamenti: vestito con pantaloni alla zuava e scarponi da montagna si introduce nella penisola iberica sotto falso nome, spacciandosi come "Alonso Grazioso". Guiderà eroicamente l’assalto di San Pedro de Romeral permettendo la conquista di Santander e sarà lo stesso Francisco Franco a premiare il suo valore con medaglie e decorazioni. Dopo otto mesi, essendo ferito ad una gamba, per il tenente arriva il momento di tornare in Africa. Ricoverato allo ospedale di Tripoli, Amedeo conosce una giovane libica ebrea che studia medicina. Per le nuove leggi razziali, volute dal regime, deve lasciare l’Università. Per Guillet tutto ciò risulta intollerabile e l’ufficiale chiederà aiuto addirittura ad italo Balbo, riuscendo alla fine ad aiutare la ragazza. In questo frangente in Guillet si è spezzato qualcosa. Inizia a mettere in discussione i dogmi del regime in nome di una giustizia regia superiore, morale.
Amedeo Guillet è un uomo libero che si oppone alle ingiustizie e la sua indole generosa gli permette di costruire un rapporto privilegiato con le popolazioni indigene.
Nel 1939 deve tornare in Africa Orientale, nel frattempo sotto l'amministrazione di Amedeo Savoia Duca D'Aosta. Per le sue grandi doti umane, il piacentino viene scelto per una missione delicatissima: il vicerè d’Etiopia, offre a Guillet  il comando di un reparto indigeno: avrà il compito di portare ordine e legalità in una vasta area infestata da bande guerriere e predoni.
[caption id="attachment_6702" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto si sinistra: il Barone Amedeo Guillet (di spalle) riceve istruzioni dal Viceré D'Etiopia Amedeo Savoia Duca D'Aosta nella zona di Amba Ghiorghis sui monti etiopi del Semièn, vicino all'attuale città etiope di Shire sul confine dell'Eritrea. Nella immagine di destra, mappa politica dell'Impero coloniale italiano nel 1939.[/caption]
Il tenente tornando in Eritrea trova un paese molto diverso da quello lasciato: l’Italia aveva cambiato il volto della sua stessa colonia. Asmara è simile alla sua patria, gli eritrei sono affezionati agli italiani, un affetto che non trova similitudini in Libia, dove la situazione è molto diversa.  Guillet assume ora il controllo del territorio. In una delle sue quotidiane ronde a cavallo, il gruppo squadroni Amhara torna dal recupero di alcuni capi bestiame rubati. Il capo indigeno, felicissimo del recupero, ospita il suo reggimento, ed è qui che il Barone conoscerà la bellissima Khadija, la figlia del capo-villaggio. La ragazza vuole sposare un capo-guerriero e la passione per Guillet esplode subitanea. Amedeo si congeda, ma alcuni uomini lo seguono: vogliono arruolarsi e diventare suoi soldati; anche Khadija si unisce al gruppo, decisa a condividere la guerra di Guillet. La bella indigena cerca in ogni modo di attirare la sua attenzione, ma il comandante la tratta con distacco. Un giorno, complice la morte di un commilitone, Amedeo sconfortato, cede alle lusinghe della donna, la quale da quel momento diventa la sua compagna.
Con a suo fianco Khadija e sempre accompagnato dalla sua banda di fedelissimi, il tenente Guillet prosegue la sua missione.
Qualcosa in lui sta già cambiando, questa guerra gli appare insensata, lontana dai principi appresi in accademia. Le sue convinzioni vacillano, non si riconosce più nell' immagine del perfetto soldato italiano. Il giovane ufficiale inizia così a prendere decisioni impensabili: una volta catturata la banda del principale guerrigliero del Negus, deciderà di sua iniziativa di sovvertire il regolamento, che asseriva come "Qualunque ribelle armato deve essere passato per le armi".
Il Barone osserva i volti fieri di quei nemici, decide di risparmiarli, proponendo loro di arruolarsi nei suoi reparti e di diventare suoi soldati: "Chi non vuol venire, può non venire, chi vuol venire viene ma il primo che tradisce lo uccido. Chiedo scusa, ma io ho parlato così" si espresse Amedeo in una intervista Rai di quasi dieci anni fa.
Queste decisioni verranno tacitamente accettate da Amedeo Savoia Duca d'Aosta, che conosce la bravura del suo comandante e vi si affida pienamente.
Il Viceré deciderà, addirittura, di creare un intero reggimento di cavalleria indigena: un'unità speciale autonoma e di grande impatto, incaricando nuovamente Guillet, il suo uomo migliore. In un mese e mezzo Amedeo darà vita al “Gruppo Bande Amhara a cavallo” comprendente combattenti diversissimi per etnia, religione e tradizioni, un'amalgama inconsueta che soltanto un grande conoscitore di uomini come il piacentino, poteva riuscire a governare.
[caption id="attachment_6703" align="aligncenter" width="1000"] La foto a sinistra ritrae il Barone Amedeo Guillet nel 1940 agli ordini della sua "Banda Amhara a cavallo" in operazione di guerra. A sinistra il logo del gruppo armato indigeno.[/caption]
Nel frattempo il mondo scivola inesorabile verso la seconda guerra mondiale: il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra.
L’Africa Orientale italiana nel 1940 non era preparata per sostenere una guerra prolungata. Le scorte disponibili erano valutabili in 6 mesi e la colonia era nell’impossibilità di ricevere rifornimenti. La consistenza numerica delle truppe era decisamente superiore a quella del nemico, ma la scarsità di mezzi e materiali era gravissima. Per tali motivi le operazioni offensive si limitarono all’occupazione della città di Cassala (4 luglio 1940), venti chilometri oltre la frontiera Eritrea in Sudan e successivamente alla conquista della Somalia britannica e francese. Nonostante ciò, fu subito chiaro quanto la situazione dell’esercito coloniale italiano in Africa Orientale fosse disperata, visti i ritardi dell’operazione Leone Marino (l’invasione dell’Inghilterra da parte dei tedeschi) e gli scarsi progressi in Africa Occidentale da parte del generale Graziani. Le forze in Africa Orientale sarebbero state alla mercé di un nemico che riceveva con continuità aiuti e rifornimenti. Cassala era stata presa come primo obbiettivo di una strategia di conquista di parte del Sudan, rivelatasi poi velleitaria a causa dell’inferiorità, soprattutto qualitativa in mezzi meccanizzati rispetto all’esercito inglese. Nel gennaio del 1941, incapaci di resistere alla pressione britannica, le truppe coloniali italiane dell'Africa orientale, tallonate dal vicino nemico, si ritirarono ordinatamente in direzione Agordat per tentare una prima difesa, attestando le truppe, circa 17.000 uomini, sulla linea Cherù – Aicota. I tre giorni di aspri combattimenti, consentiranno al Regio esercito di respingere gli attacchi dei reparti inglesi sulla direttrice di Cherù e su quella di Aicota.
A questo punto, il comandante dello scacchiere nord, generale Luigi Frusci (già comandante di Guillet in Spagna), ordinò il ripiegamento su Agordat, commettendo un gravissimo errore di valutazione: le truppe inglesi, per lo più meccanizzate, al contrario di quelle italiane appiedate, riuscirono ad attaccare separatamente le due colonne in ripiegamento, arrecando gravissime perdite. I "tank" Matilda MK II, sbilanciavano la situazione verso la vittoria britannica, poichè tali carri armati erano invulnerabili all’artiglieria italiana. Il Regio esercito ripiegò in disordine per sfuggire al contatto con i carri armati inglesi. 
Il 21 gennaio, durante il ripiegamento delle truppe italiane verso le posizioni fortificate di Agordat, Amedeo Guillet entra nella leggenda: gli viene chiesto di rallentare il nemico di un nutrito reparto esplorante: "la Gazelle Force" per permettere all'esercito in rotta di arrivare alle montagne e riordinarsi.
Così racconta l'ufficiale britannico della gazelle Force: “Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò da Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando dalla sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”.
La carica della cavalleria, portò lo scompiglio fra i terrorizzati soldati anglo-indiani. Le cariche sono diverse e nella seconda carica l'esercito anglo-indiano è scompaginato nello schieramento. L'azione spericolata è un' idea geniale, molto coraggiosa: attaccare nel mezzo dello schieramento, facendo affidamento sul fatto che le mitragliatrici e l'artiglieria  non potevano sparare senza rischiare di colpire la fanteria indiana, coinvolta all'arma bianca. 
[caption id="attachment_6714" align="aligncenter" width="1754"] Nella cartina di sinistra, movimenti del Regio esercito nelle operazioni in Africa Orientale. Nella foto di centro il tenente Renato Togni, nato a Frascati (Roma) autore dell'eroica "carica di alleggerimento". A destra: soldati italiana battono in ritirata nel marzo del 1941.[/caption]
Nel combattimento, eroica la carica del tenente di Cavalleria Renato Togni (medaglia d’oro al Valore Militare alla memoria) vice-comandante del gruppo e amico personale di Amedeo. Togni accortosi, dopo il successo della prima carica, che tre carri Matilda stavano per prendere alle spalle Guillet, carica con i suoi trenta cavalleggeri. Salvò la situazione, ma rimase ucciso giungendo a ridosso dei mezzi inglesi, falciato da una scarica di mitragliatrice, cadde sul cofano di un carro britannico. Quel giorno il Gruppo Bande Amhara ebbe 176 morti, la perdita di 100 cavalli e 260 feriti.
Nonostante le pesanti perdite subite dal nemico (nel frattempo riavutosi dalla sorpresa), il tenente Barone Guillet ottiene una importante vittoria, permettendo alle truppe italiane in ritirata di raggiungere indisturbate gli altipiani etiopi dove i carri armati britannici non potevano raggiungerli. Quella di Amedeo Guillet fu l’ultima carica di cavalleria nella storia militare dell’Africa.
Gli eventi precipitano anche in Africa del Nord, dove il cinque gennaio del 1941 gli inglesi spezzano il fronte italiano e riconquistano Sīdī Barrānī in Libia (Presa dal generale Bergonzoli il 16 Settembre del 1940). All’inizio del 1941 l’avanzata dell’esercito inglese sta ormai travolgendo le truppe italiane in Africa orientale. Dopo sei giorni di resistenza nella gola di Ad Teclesan in Eritrea, l’esercito italiano viene spazzato via dal nemico: è la disfatta. Gli italiani si arrendono e lasciano Asmara agli inglesi.
[caption id="attachment_6705" align="aligncenter" width="1000"] Scatto sulla strada per Sīdī Barrānī. Truppe inglesi avanzano verso il territorio italiano in Libia. ©Recolored-war in colour.[/caption]
Nell’Aprile del 1941, le truppe britanniche conquistano l'Eritrea: l'Italia non ha più il suo Impero e l’esercito italiano è costretto alla ritirata. Nel caos che ne consegue gli indigeni disertano, i civili fuggono. Il tenente Guillet ferito ad un piede, si rende conto di essere isolato dal resto dell’esercito italiano e contemporaneamente dimenticato dal nemico. Così rimasto solo con un centinaio di soldati indigeni a cavallo, decide di non arrendersi e sulla sua testa arriverà presto una taglia di mille sterline d’oro: vivo o morto. Dismessa l’uniforme militare, il tenente indossa il turbante e la futa, tipica dell’abbigliamento indigeno, i tratti del volto mediterranei e la conoscenza perfetta della lingua araba lo aiutano a cambiare identità: il suo nuovo nome è Ahmed Abdallah al Redai. Ha con sé la sua compagna indigena e alcuni suoi fedeli combattenti: la sua guerra diviene una guerriglia facendo nascere il mito del “Comandante Diavolo” (Cummandar es Shaitan).
Io mi considero l’uomo più fortunato che abbia mai visto (…) naturalmente ho sofferto, ma la fortuna si paga” queste sono state le parole di Amedeo Guillet, una vera e propria leggenda italiana, un eroe per questo paese, oggi quasi sconosciuto. 
Una scelta difficile quella di rimanere in territorio africano, ma decisa.  Il tenente italiano pensava che finché avesse combattuto in Eritrea, avrebbe trattenuto le truppe inglesi, che altrimenti sarebbero finite in Libia, ma il diritto internazionale di guerra non prevedeva che una parte di un esercito nemico sconfitto o arreso, potesse continuare un conflitto, dopo la firma della resa da parte del generale. Il comandante firmando per tutti, compresi gli ufficiali, aveva decretato la sconfitta.
Amedeo ha in mente una strategia precisa: far credere che gli italiani sono ancora in grado di reagire, per nulla sfiancati dal conflitto e capaci di negoziare con determinazione un ruolo in Africa. Per il tenente Amedeo Guillet inizia una nuova guerra: la sua guerra privata africana.
Cacciati gli italiani, il Negus torna in Etiopia (da ricordare come il negus ristabilì la schiavitù del suo stato feudale) e ha l'obiettivo, sempre sognato, di annettere l’Eritrea avvalendosi del contributo strategico inglese. Amedeo non ha intenzione di abbandonare la causa e cerca di infiammare gli animi eritrei, facendo leva sui sentimenti anti-etiopico. Il nostro uomo riarma dunque i volontari che hanno avuto l’intenzione di seguirlo e lo fa sfruttando le caserme abbandonate del Regio Esercito che non sono state prese in consegna ancora dai britannici. Guillet in breve tempo diventa un eroe nazionale eritreo, idolatrato dai soldati che in lui vedono un combattente vicino alla cultura eritrea: coraggio, devozione, sacrificio sono i valori universali che scatenano il consenso tra le truppe. Nel nome di questi valori i suoi uomini lo seguiranno ovunque: nessuno di loro tradirà mai il leggendario "comandante diavolo".
Vivendo costantemente sotto falsa identità di semplice "yemenita" rimasto bloccato in Africa dopo il crollo dell’impero italiano, in Guillet avviene una conversione interiore: inizia a pregare cinque volte al giorno come un musulmano, crede in Dio ma non dà peso al rito devozionale cattolico.
Il tenente italiano non è più l'uomo arrivato nel 1940 in Africa: non è più un italiano, non è più un ufficiale, non è più un cattolico. Si è spogliato della sua identità: è diventato un indigeno tra gli indigeni, come la figura leggendaria di Lawrence d’Arabia. Ma a differenza dell’inglese che aveva un impero alle spalle ed era foraggiato da milioni di sterline d’oro, con cui poteva comprare la fedeltà delle bande arabe che lo portarono ad occupare la città di Aqaba, Amedeo Guillet non ebbe denaro e sostegno da nessuna forza politica. Il piacentino Guillet, travestito di tutto punto, condusse le sue bande eritree in una lotta contro i britannici senza quartiere e senza esclusioni di colpi: sabotò ferrovie, linee telegrafiche, fece saltare ponti, saccheggiò depositi militari; fu una guerriglia che non dette tregua. Le azioni della sua banda vennero considerate inizialmente opera di fuorilegge locali, poi la stampa (sempre in cerca di notizie) iniziò a comprendere l'importanza del soldato italiano, iniziando a ricamare merletti intorno al mito del “comandante diavolo" e attorno alle sue gesta: capaci in una carica di cavalleria di sconfiggere i carri armati di sua maestà britannica.
Qui scese inesorabile il velo della censura inglese: tutto venne inserito in un rapporto “Top Secret” dagli agenti britannici, che consideravano prioritario eliminare Guillet. Con la sua morte, la ribellione eritrea sarebbe scemata e il Negus avrebbe potuto espandere i propri domini.
Il capo dell’Intelligence inglese in Africa Orientale è a quel tempo il maggiore Max Harari, il quale bracca sempre più il Barone Amedeo Guillet. L’alta taglia messa sopra la sua testa lo rende una preda appetitosa per i cacciatore di taglie arabe, ma nessuno intende tradirlo, nè lo tradirà mai. 
Amedeo si recherà, travestito da arabo, al presidio britannico in Eritrea denunciando l’avvistamento di se stesso in altri luoghi, depistando così le indagini dell’Intelligence. Mai fu riconosciuto o catturato (intascò anche i soldi della taglia) nessuno comprese mai che sotto i panni del delatore indigeno si celava il nemico.
Guillet dunque non si arrende anche se braccato, continua a combattere e si permette perfino di prendersi gioco dei servizi segreti inglesi.
Ma la storia di Guillet non è un frutto del caso, Amedeo ha una disciplina ed un' educazione ferrea che, unite ad una vasta cultura e intelligenza, lo portano a diventare il genio che conosciamo. Il maggiore Max Harari, nel frattempo, interroga chiunque lo abbia conosciuto: raccoglie metodicamente qualsiasi informazione, documento o pettegolezzo che lo riguardi. Oramai Guillet sa di avere i giorni contati, la messa in scena con gli inglesi non può continuare ancora a lungo, le ferite riportate in diverse battaglie e le febbri malariche lo stanno stremando e saranno i suoi stessi uomini a convincerlo a curarsi. Una volta catturato l’italiano, anche la loro guerriglia sarebbe precpitata verso una rapida fine. Nel rassegnato dolore Amedeo Guillet scioglie la banda e cerca di recarsi in Yemen. Lascerà anche la sua donna Khadija, tra le lacrime, rimanendo solo. Accompagnerà l’italiano solo lo yemenita Daifallah. I due uomini in poco tempo raggiungono Massaua, per poi ripartire.
Guillet e Daifallah durante il viaggio per lo Yemen, vengono buttati in mare dai contrabbandieri e sfuggendo ai pescecani raggiungeranno a nuoto la penisola di Buri, addentrandosi nel deserto della Dancalia, dove stanchi e affamati verranno malmenati da alcuni pastori nomadi e lasciati in fin di vita, vicino ad un pozzo. Durante la notte verranno salvati da un mercante che fu scambiato da Guillet per un angelo dell’aldilà. Il tenente era in preda alle allucinazioni.
Al Sayed Ibrahim al Yemani, come un buon samaritano, sfama e disseta i due sventurati e li accoglie nella sua casa. Guillet dopo essersi ripreso decide di tentare nuovamente la strada per lo Yemen. Giunto nuovamente a Massaua: spacciandosi per uno yemenita malato di mente, riesce ad ottenere il permesso per un passaggio regolare. Alla fine del dicembre del 1941, finalmente arriva nel porto di Hodèida dove pronuncerà le parole che lo consacreranno alla fede islamica: “non vi è altro Dio all’infuori di Dio e Maometto è il mio profeta”. Gli yemeniti si insospettiscono: credendolo una spia inglese lo incarcerano. Saranno proprio gli inglesi, nel frattempo venuti a sapere di Guillet, a volere la sua estradizione. L’Imam Ahmed Ibn Yahia, vicino politicamente allo Stato italiano, lo libera e lo promuove Gran Maniscalco di corte.
[caption id="attachment_6706" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra Guillet in abiti arabi. A destra l'Imam yemenita Ahmed Ibn Yahia.[/caption]
Tra l’Imam e Amedeo nasce un rapporto di stima, il sovrano lo fa curare è gli elargisce uno stipendio da colonnello. Dopo un anno trascorso nello Yemen, per l'italiano è tempo di ripartire: gli inglesi mettono una nave della crociera a disposizione di tutti i civili italiani che vogliono tornare in patria. Guillet non si lascia sfuggire l’occasione, passando ancora una volta sotto al naso dei britannici, imbarcandosi clandestinamente al porto di Massaua. Guillet viaggierà nascosto nel manicomio della nave per 40 giorni di navigazione, compiendo il periplo dell’Africa, arrivando in Italia il 2 settembre del 1943. Dopo anni di guerre, avventure e peripezie, Amedeo Guillet è di nuovo a casa, ma l’Italia che trova è un paese allo sbando: siamo alle porte della guerra civile. Amedeo è già maggiore, la sua ambita promozione l’ha ottenuta da tempo, ma nessuno era riuscito a comunicarglielo. Possiede una sola idea: mantenere la parola data ai guerrieri che lo stanno aspettando in Africa. Per questo motivo tiene segreta la sua presenza verso i familiari che lo stanno aspettando, compresa la sua promessa sposa Beatrice Gandolfo. La scelta del Barone è quella della via più difficile, la più illogica, la meno conveniente: continuare a combattere. Chiede di essere inviato e paracadutato in Etiopia, in modo da poter ricontattare le tribù a lui fedeli e continuare così la guerriglia. Il ministero della guerra autorizza il Barone piacentino ad attuare il suo piano in Etiopia, ma in pochi giorni si arriva all'otto settembre. L’Italia è nel caos con i nemici inglesi che diventano alleati. Al quartier generale Guillet trova le porte sbarrate, ma non si arrende. Ha giurato fedeltà al Re che vuole intercettare. Il sovrano è fuggito da Roma e si è recato a Brindisi. Solo lui può scioglierlo dal suo impegno e restituirlo alla vita civile. Qui si denota come la monarchia è l'unico faro, l'unica luce che guida Amedeo attraverso l’Italia divisa in due, alla ricerca del monarca.
Amedeo arriva a Brindisi e dialoga con Vittorio Emanuele III il quale, ascoltata la sua storia, asserisce: “Lei ha fatto il suo dovere, le sono molto grato. Si ricordi che noi passiamo, ma l’Italia rimane e bisogna sempre servirla in ogni modo, perché la cosa più grande che possiamo avere è la nostra patria”.
Tornato a casa, Amedeo Guillet si riunisce a Beatrice Gandolfo, non prima di averla informata del suo trascorso africano.
A Napoli, il 21 settembre 1944 il “comandante diavolo” si sposa. Dal matrimonio nasceranno due figli: Paolo e Alfredo. A soli 37 anni Guillet viene promosso generale. Passano due anni e l’Italia è già Repubblica. Per Amedeo la carriera militare non ha più senso, ma sciolto dal vincolo di fedeltà voluto da Umberto II, accetterà di lavorare con i servizi segreti militari: le sue conoscenze linguistiche facevano di lui un operatore di grande valore e affidamento.
[caption id="attachment_6707" align="aligncenter" width="1000"] Le due donne della vita di Amedeo: Khadija e Beatrice Gandolfo.[/caption]
Guillet tornerà anni dopo in Eritrea, in missione per lo Stato italiano, e avrà modo di rincontrarsi con Khadija per volere soprattutto di Beatrice. Sua moglie voleva ringraziare l’africana per essersi presa cura del marito, facendole avere in dono un bracciale. Amedeo e Khadija si incontrano in una sala da tè: entrambi sanno che quella è l’ultima volta che si vedranno. Si trattengono alcune ora senza parlare. L’africana lo saluterà stringendo il bracciale della moglie con grande dignità e fierezza.
Con questo viaggio in Africa, la storia di Amedeo Guillet sembra conclusa ed invece negli anni cinquanta Guillet decide di sfruttare l’esperienza e le conoscenze accumulate: inizierà la carriera diplomatica insieme alla moglie Beatrice Gandolfo. Sarà ambasciatore d’Italia in Egitto (1950), in Yemen (1952), in Giordania (1962), in Marocco (1968) e in India (1971).
Il singolare destino di Amedei Guillet è quello di trovarsi in situazioni estreme, sempre accompagnato dalla sua proverbiale fortuna. Sopravvissuto illeso a due incidenti aerei nella stessa giornata, sarà anche testimone diretto e indenne di ben due colpi di stato, sia in Yemen che in Marocco. Senza farsi scoraggiare dalle difficoltà, l’ambasciatore Guillet promosse il dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani: custodiva nella propria casa, la reliquia di una spina della corona di Cristo, mentre nella sua scuderia si trovava l’ultimo discendente del cavallo di Maometto. Dettagli simbolici, certo, ma indici di valori concreti.
Amedeo ha vissuto gli ultimi anni in Irlanda, la patria dei suoi antichi nemici. Diventò fraterno amico di Max Harari, il maggiore che nel 1941 gli aveva dato la caccia. Vittorio Dan Segre divenne suo biografo. Nel novembre del 2000 il capo dello Stato italiano Carlo Azelio Ciampi conferisce al generale Amedeo Guillet la massima onorificenza italiana: la Gran Croce dell’ordine militare della Repubblica.
[caption id="attachment_6713" align="aligncenter" width="1000"] Il Barone Amedeo Guillet in età avanzata, dopo aver ricevuto l'onoreficenza nel 2000.[/caption]
A 91 anni Amedeo torna in Africa per rivedere i luoghi della sua guerra e gli eritrei lo accolgono come un eroe, anzi come il primo patriota dell’indipendenza eritrea. E' lo stesso presidente Isaias Afewerki ad ospitarlo con onori degni di un capo di stato.
Prima di concludere la sua vita a Roma il 16 giugno del 2010 all’età di 101 anni, Amedeo Guillet torna a trovare l’uomo che nel deserto della Dancalia gli salvò la vita: Al Sayed Ibrahim al Yemani. Il mercante non riconosce l’anziano italiano, rammaricandosi di non potergli offrire dell’acqua poiché il crollo del muro del pozzo ha reso quest'ultimo inutilizzabile. Accogliendo cordialmente l'ospite, gli narra la storia a chi lo viene a trovare: il salvataggio nel deserto di due yemeniti moribondi. Il vecchio mercante è sicuro che quegli uomini siano stati inviati da Allah, che spesso mette alla prova la fede e la carità dei suoi fedeli ponendo sul loro cammino eventi speciali e soprannaturali. Amedeo non ha dubbi: quel viandante yemenita di cui parla Al Sayed è lui. Amedeo sta per svelare la sua identità, ma non volendo distruggere il mito dei due forestieri inviati da Dio, tace.
Congedatosi Amedeo paga alcuni operai, che nella stessa notte aggiusteranno il pozzo del vecchio mercante, per far avere ad Al Sayed un’altra straordinaria novella da raccontare ai pellegrini del deserto. Quello stesso deserto dove si sono incrociati i destini di eroi senza nome e senza tempo: testimoni delle prodezze del tenente Guillet, delle scorrerie del comandante diavolo e dei miracoli di Allah.
 
Per approfondimenti:
_La guerra privata del tenente Guillet, di Vittorio Dan sagre - Edizioni Corbaccio;
_Gli italiani in africa orientale - la nostalgia delle colonie, di Angelo del Boca - Edizioni Mondadori;
_Gli italiani in africa orientale - la caduta dell'Impero, di Angelo del Boca - Edizioni  Mondadori;
_7 anni di guerra;
_Sebastain O’Kelly, Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet un eroe italiano in Africa Orientale - Edizioni Rizzoli, Milano;
_Mario Mongelli, Amedeo Guillet un gentiluomo italiano senza tempo - Edizioni Rivista Militare, Roma 2007.
 
Un ringraziamento particolare al Dott. Emidio Ciabattoni per aver innescato quella scintilla che poi mi ha portato all'approfondimento dell'uomo Guillet.
 
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a cura di Stefano Scalella
27 giugno 2020 – Bottega del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 AP
Introduce: Francesca Angelini
Introduce: arch.Giuseppe Baioccchi
 
Sabato 27 giugno 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 56°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere. L'evento ha visto la presenza del Sindaco di Ascoli Piceno, il dott. Marco Fioravanti avendo come ospite lo stesso presidente associativo, l'arch. Giuseppe Baiocchi, il quale ha presentato al pubblico la figura del letterato e politico francese François-René de Chateaubriand (1768 - 1848). L'appuntamento è stato presentato dalla vice-presidente Francesca Angelini. Baiocchi, incentrando la conferenza sul grande scrittore, padre del romanticismo francese ed europeo, è partito dalle primissime origini di Saint-Malo e Combourg nella Bretagna, fino ad arrivare alla grande carriera politica del francese, passando per il successo letterario, analizzato in profondità per far comprendere il pensiero dell'autore. Ma la conferenza si è incentrata anche sull'uomo Chateaubriand: individuo fuori dagli schemi. Un personaggio che ha posto di fronte a sé sempre la libertà politica, seguendo il filone della Monarchia Costituzionale, ma al contempo con i piedi ben piantati nel cattolicesimo del suo "Genio del Cristianesimo" e nel riconoscere nel ramo legittimo dei Borboni, la soluzione istituzionale per una Francia devastata dalla Rivoluzione e dalle guerre Napoleoniche.La conferenza ha visto anche delle digressioni verso il presente: stiamo assistendo ad un periodo storico particolare, nel quale assistiamo al tentativo da parte di pochi di cancellare la storia di molti. L'assassinio di George Floyd oramai appare come una drammatica scusa per perpetrare quella "rivoluzione del senso e della normalità" a fronte della solita libertà, amore e caos. Non a caso questa associazione si pone sempre le domande "Ultime" del "Chi siamo?" e "da dove veniamo". L'uomo europeo deve tornare a volersi bene e non cedere verso una barbarie, camuffata da progresso. Non a caso Chateaubriand appare come un pilastro di fronte al caos a cui lui stesso assistette nei suoi anni: sconvolgimenti politici, esecuzioni, guerre, persecuzioni religiose, fughe e il grande successo letterario, così come quello politico. Un uomo liberale, ma nello stesso tempo legato indissolubilmente alla sua tradizione bretone, francese e europea. Un esempio certamente, che in questa epoca secolarizzata, svuotata di senso e relativista appartiene tra il novero di quegli autori fagocitati da un piatto culinario.

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56° incontro DAS ANDERE

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Sabato 27 giugno 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 56°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere. L'evento ha visto la presenza del Sindaco di Ascoli Piceno, il dott. Marco Fioravanti avendo come ospite lo stesso presidente associativo, l'arch. Giuseppe Baiocchi, il quale ha presentato al pubblico la figura del letterato e politico francese François-René de Chateaubriand (1768 - 1848). L'appuntamento è stato presentato dalla vice-presidente Francesca Angelini.
Baiocchi, incentrando la conferenza sul grande scrittore, padre del romanticismo francese ed europeo, è partito dalle primissime origini di Saint-Malo e Combourg nella Bretagna, fino ad arrivare alla grande carriera politica del francese, passando per il successo letterario, analizzato in profondità per far comprendere il pensiero dell'autore. Ma la conferenza si è incentrata anche sull'uomo Chateaubriand: individuo fuori dagli schemi.
Un personaggio che ha posto di fronte a sé sempre la libertà politica, seguendo il filone della Monarchia Costituzionale, ma al contempo con i piedi ben piantati nel cattolicesimo del suo "Genio del Cristianesimo" e nel riconoscere nel ramo legittimo dei Borboni, la soluzione istituzionale per una Francia devastata dalla Rivoluzione e dalle guerre Napoleoniche.
La conferenza ha visto anche delle digressioni verso il presente: stiamo assistendo ad un periodo storico particolare, nel quale assistiamo al tentativo da parte di pochi di cancellare la storia di molti. L'assassinio di George Floyd oramai appare come una drammatica scusa per perpetrare quella "rivoluzione del senso e della normalità" a fronte della solita libertà, amore e caos. Non a caso questa associazione si pone sempre le domande "Ultime" del "Chi siamo?" e "da dove veniamo". L'uomo europeo deve tornare a volersi bene e non cedere verso una barbarie, camuffata da progresso.
Non a caso Chateaubriand appare come un pilastro di fronte al caos a cui lui stesso assistette nei suoi anni: sconvolgimenti politici, esecuzioni, guerre, persecuzioni religiose, fughe e il grande successo letterario, così come quello politico. Un uomo liberale, ma nello stesso tempo legato indissolubilmente alla sua tradizione bretone, francese e europea. Un esempio certamente, che in questa epoca secolarizzata, svuotata di senso e relativista appartiene tra il novero di quegli autori fagocitati da un piatto culinario.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi del 10-05-2020

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Uno dei problemi drammatici della contemporaneità è il paesaggio della città che, a partire dalla sperequazione urbanistica del secondo dopo guerra e successivamente con l’aggressione della nuova architettura internazionalista, ha creato situazioni drammatiche al cittadino che le abita. Osservare i quartieri popolari, così come i centri storici, invasi dal cemento armato può scioccare un visitatore occasionale, ma nello sfortunato residente tale stato comatoso diviene una angosciante normalità. C’è bisogno di uno sforzo univoco per tornare a guardare con un occhio critico questo panorama quotidiano che ci circonda e sforzarci di trovare alcune soluzioni.

Un'immagine del celebre film "Le mani sulla città" (1963) di Francesco Rosi: un film di denuncia sulla spietata corruzione e speculazione edilizia dell'Italia degli anni 60.

Pier Paolo Pasolini (1922 - 1975), uno degli intellettuali italiani che ha prestato più sensibilità al paesaggio dell’urbe, nella celebre foto del video “La forma della città” del 1974, criticherà la città moderna poggiando le spalle su un pezzo di muratura classica fatta di pietre e mattoni, quasi questa potesse sorreggerlo nel suo sforzo intellettuale. La sua riflessione attualissima esattamente riportava: «La forma della città e la salvezza della natura che la circonda sono un problema unico».

Quando dunque, si è incrinato l’equilibro che aveva garantito, per migliaia di anni, una vita civile all’interno delle città? Ebbene l’abbattimento della perimetrazione muraria che oltre a difendere i cittadini dai pericoli esterni, proteggeva anche la campagna e il territorio circostante dal dilagare dell’urbe stessa. Vi era equilibro tra città, luogo raccolto di vite di scambio, e la campagna ovvero il luogo che forniva sussistenza alla città. Nei malaugurati giorni ottocenteschi in cui si è optato per l’abbattimento delle mura cittadine e negli istanti in cui il modello della città storica fosse considerato superato, l’uomo ha pensato di aver raggiunto un grande progresso. Oggi tale situazione deve essere necessariamente rimessa sotto la lente di ingrandimento, poiché quasi tutte le città europee hanno vissuto una dilatazione della periferia e ciò ha comportato una graduale perdita del punto di riferimento urbano più importante, quello della piazza. Quest’ultima proprio nell’ultimo decennio ha perso la propria vocazione più importante: l’aggregazione. Difatti oggi in molte piazze italiane ed europee le sedute pubbliche stanno scomparendo per lasciare il posto a caffè o semplici bar, che implicano la grave usanza di non poter sostare in tale luogo se non a pagamento, come clienti che consumano. Inoltre fulgidi sono i casi in cui nuove piazze vengono progettate senza i suoi due elementi più importanti: un palazzo governativo e una chiesa. Sempre più locali di intrattenimento sostituiscono le attività commerciali, vere e proprie, storiche presenze comunitarie all’interno delle piazze.

La città storica non si presenta come un organismo obsoleto, ma è un enorme repertorio di insegnamenti che ancora oggi ci possono servire per capire qual è il modo per costruire le città nuove. Purtroppo il male diffuso della periferia, ha intaccato nella sua credibilità la città storica: molteplici i casi dove la periferia è riuscita ad entrare all’interno del centro storico. Ma come veniva strutturata l’urbe? La civitas composta dalla res-publica (monumenti) e res-economica (strade, piazze) veniva divisa in quartieri, i quali dal Nord al Sud o da Ovest a Est avevano un’estensione massima intorno agli 800-900 metri, senza ovviamente possedere piani regolatori cittadini o normative europee che potessero regolare l’edificazione di queste città. Esse tuttavia erano incredibilmente regolari: quando un quartiere raggiungeva la sua saturazione per la dimensione standard, si generava un altro quartiere; un uomo, sia esso bambino o anziano, riesce a percorrere 800 metri senza stancarsi, ed è questa la misura d’uomo per fare correttamente un quartiere, dove al suo interno era abituato a trovare i servizi e i luoghi di aggregazione quali Chiese, piazze e palazzi governativi.

Oggi negli Stati Uniti esiste un movimento di rinnovamento urbanistico che prende il nome di “New Urbanism” ovvero “Nuovo urbanesimo”, il quale riprende il concetto della città storica per sviluppare le nuove città del futuro. Come sappiamo negli Stati Uniti d’America la crisi della città è arrivata prima, poiché la costruzione stessa dell’America è avvenuta senza regola, grazie anche ai grandi spazi. In Italia il centro storico funge da antidoto all’angoscia delle periferie, poiché – grazie alla breve distanza – il cittadino può far visita agli antichi palazzi e rigenerarsi l’anima, ritrovarsi in un luogo del cuore. Questo meccanismo aumenta la tolleranza verso gli elementi di degrado della periferia.

Le gigantesche mani di Lorenzo Quinn a Venezia "a sostegno” di un palazzo vicino alla Ca' d'Oro nel Canal grande. Un esempio di come l'esibizionismo di certi "artisti" sia diventato uno schiaffo alla dignità ed autenticità della bellezza dei luoghi d'Italia.

Il paesaggio italiano, opera d’arte naturale - creatosi in tremila anni grazie al talento di molteplici architetti del passato, ma anche grazie all’elemento contadino che con piantate e  terrazzamenti ha de facto plasmato tale meraviglioso territorio che tutto il mondo ancora oggi continua a visitare -, ha ricevuto un grave colpo dalla grande edilizia speculativa di cemento della ricostruzione post-bellica degli anni cinquanta dove non importava come e dove si ricostruiva, ma lo scopo consisteva nell’immediatezza della costruzione. Per riprendere le parole del celebre architetto britannico Quinlan Terry: «Un paesaggio incontaminato non è un paesaggio senza edifici, ma senza edifici modernisti», difatti il paesaggio non è un ambiente naturale senza architettura, ma esso esiste unicamente allorquando è l’uomo che interviene su di esso. Oggi di contro, sempre più spesso, la mano dell’architetto che interviene sul paesaggio non fa prevalere il suo equilibrio, ma - preso da una nuova volontà di potenza - il suo artificio tra natura ed edificato. Ne sono esempi le sconcertanti geometrie delle architetture internazionaliste bianche o trasparenti che dimostrano ancora una volta la vuotezza dottrinale dietro la tecnica esposta. Un’architettura che non crea un nuovo stile che ragioni con il contesto, che dialoghi con esso, ma che sia completamente astratta: un non-stile fatto di materia contemporanea che mal si adatta alle forme del paesaggio e che trasmette all’uomo estraneità.

Eppure i riflessi storici architettonici, per chi li sappia cogliere, continuano ad insegnare giuste metodologie; se prendiamo ad esempio la città medievale di Carcassonne, qui anche un intervento massiccio fatto sul paesaggio è capace di integrarsi con l’ambiente circostante. Come mai? La scelta dei materiali è fondamentale: in questo caso si tratta di pietra, mattoni, terracotta e la città è luogo turistico e una delle principali mete dei francesi. In Italia un massiccio intervento sul paesaggio è stato quello del Corviale a Roma, che con una lunghezza di 1 km e 800 m era considerato un esperimento dell’architettura nostrana, poiché doveva fungere a nuovo modello per lo sviluppo delle periferie. Oggi è il luogo più degradato di tutta la città di Roma, nonostante sia stato costruito in un tempo relativamente recente. Per diversi decenni, oggi per fortuna non più, in tutte le facoltà di architettura italiane il Corviale era uno dei modelli che si presentava agli studenti per fargli comprendere quale doveva essere l’aspirazione alla progettazione contemporanea nel proprio paese. Oggi il timido passo indietro dei boriosi architetti modernisti sta a farci capire che qualche errore c’è stato e che forse è il caso di un ripensamento.

Altro esempio che non posso non citare è quello di Pienza, creata sull’esistente cittadina di Corsignano dalla lungimiranza di Papa Pio II Piccolomini e che oggi è il manifesto di un equilibrio perfetto tra l’edificato e il paesaggio. Per chi ad esempio spesso asserisce che oggi le grandi masse non permetterebbero di vivere negli antichi paesi per questioni spaziali e per questo bisogna necessariamente sviluppare in altezza, Pienza presenta al suo interno anche bellissime case popolari del XVI secolo, utilizzate inizialmente per gli stessi costruttori della città, che dimostrano che ancora oggi è possibile costruire una gradevole abitazione anche per le grandi masse. Riprendendo sempre la conformazione urbanistica del Corviale e analizzando la sua densità abitativa, racchiusa principalmente nel condominio ballardiano rovesciato in orizzontale, impallidiamo leggermente se paragoniamo il tutto alla stessa scala territoriale del centro storico di una qualsiasi città media italiana, attraverso la quale possiamo notare la perfetta distribuzione spaziale della densità abitativa progettata nel passato. Ciò ci può condurre alla riflessione sull’uso dissennato del territorio nelle zone di città compatta e diffusa.

Case popolari del XVI secolo della cittadina di Pienza in Toscana.

Il capitalismo, di contro, ha caratterizzato l’edificazione in verticale per “vendere” nello stesso luogo più cellule abitative possibili, aprendo così le premesse per le grandi metropoli americane.

Dunque uno dei principali problemi dell’architetto oggi è anche il contesto in cui vive. Un elemento da non sottovalutare, poiché è dalla società stessa che l’architetto ottiene le commissioni e spesso per sopravvivere ed esercitare la professione deve scendere a compromessi.

Preoccupante è la preparazione dei nuovi laureati in architettura, i quali non studiano in maniera approfondita la saggistica del loro settore, conoscono a malapena la storia dell’architettura, e limitandosi a leggere le riviste, sempre ben presenti nelle biblioteche universitarie, escono dal percorso di studi con una grande impreparazione sia teorica che pratica. Dunque come potrà l’architetto del futuro avere una concezione di ciò che è bello, da ciò che è brutto se non sarà più preparato? E, data la scarsa preparazione, come riuscirà ad imporsi sulla società vigente sempre più spietata e legata al denaro per speculare? Infine quali esempi seguono gli studenti?

In Italia uno degli architetti più affermati è certamente Renzo Piano, il quale qualche anno fa affermò «quando mi chiedono come sarà la città del futuro, io rispondo: spero come quella del passato»; ebbene certamente una bellissima affermazione che purtroppo non ha nulla a che vedere con una delle sue ultime realizzazioni, come quella dell’Auditorium Parco della Musica del 2002. Le forme dei tre manufatti edilizi raffigurano un insetto appartenente alla famiglia delle blatte e hanno ben poco a che vedere con il contesto con cui si relazionano; parallelamente la piazza centrale del complesso non rispecchia la convivialità della piazza storica a cui noi siamo usualmente abituati.

Discorso diverso possiamo farlo invece per Place de Toscane, una piazza ellittica progettata nel 2006 presso Val d’Europe a Parigi dall’architetto Pier Carlo Bontempi. La piazza che all’incirca possiede le stesse dimensioni della piazza del Teatro di Lucca ed è aperta su due lati, mostra dimensioni consuete alla nostra cultura e alla nostra identità e si incastona perfettamente nel paesaggio urbano anche grazie ad un raffinatissimo studio del decoro e dei colori. Bisogna operare un ritorno al buon senso del passato, innestando su di esso le innovazioni ecosostenibili del presente. Connubio difficile? Certamente, ma la figura dell’architetto deve trovare la giusta trasfigurazione tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra natura e edificato: le nuove tecnologie, in questo tipo di architettura, sono certamente installate, ma vengono celate, poiché sono brutte alla vista. Ecco che ci appare la possibilità di creare un manufatto edilizio bello e nel contempo tecnologico e che si adatti perfettamente a tutti i regolamenti edilizi moderni.

Altro elemento importante su cui bisogna riflettere consiste nell’altezza degli edifici: la questione del numero dei piani negli edifici. I manufatti edilizi di tutte le città storiche hanno un massimo di cinque e in rarissimi casi sei piani: la percorrenza massima che un individuo può compiere senza affaticarsi e questo in forma naturale ha limitato in altezza gli edifici. Con l’introduzione degli ascensori e delle energie fossili è stato possibile superare questo limite in altezza, facendolo diventare quasi un elemento “normale” e abbiamo compiuto uno sforzo maggiore: abbiamo regolato con strumenti urbanistici ed edilizi l’altezza di questi piani. Per cui ci troviamo con piani molto bassi, poiché la limitazione è metrica e non in numero di piani e questo costringe ad una ottimizzazione. Per cui in linea generale si paventa una disposizione di edifici aventi tutti o quasi la stessa altezza, non permettendo quello skyline variato della città storica, ma si verifica lo skyline uniforme della città contemporanea.

Monotonia e riproduzione di modelli sembra dunque lo slogan dell’architettura contemporanea. Alcuni esempi ce lo dimostrano come l’estrema somiglianza tra la Torre Glòries dell’architetto Jean Nouvel (1945) a Barcellona e la Torre 30 St Mary Axe di Norman Robert Foster (1935) a Londra.

Altra problematica dell’architettura contemporanea consiste negli oggetti “nominabili”: un tempo si riusciva ad identificare con una idea precisa l’archetipo di un determinato manufatto edilizio come una casa o una chiesa e le parole avevano un significato, ma oggi molti edifici si presentano abbastanza imbarazzanti sotto questo punto di vista, perché pongono l’osservatore nella difficoltà di comprendere di fronte a che cosa ci stiamo trovando. Se noi ci troviamo di fronte alla Chiesa del Redentore a Venezia di Andrea Palladio (1508 - 1580) sappiamo benissimo cosa abbiamo davanti, ma se poniamo lo stesso quesito davanti alla chiesa romana “Dives in misericordia”, edificata nell’anno 2000 per il Giubileo, assegnata grazie ad un concorso a Richard Meier (1934), non possiamo affermare la stessa cosa. Inizialmente la chiesa non possedeva neanche una croce e solo dopo numerose proteste dei fedeli fu posta sulla struttura. Altra “chiesa” che ha smarrito il suo concetto di origine è quella di Mario Botta (1943) a Torino denominata del Santo Volto.

La Chiesa di San Paolo Apostolo costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas (1944) si presenta come un mero volume cubico di cemento armato con lo scopo voluto di impattare visivamente con il contesto che lo circonda. Forse nella parte bassa, con un gioco curioso di linee, sulla porta si forma una croce stilizzata. La stessa Conferenza Episcopale Italiana ha volutamente fatto vincere il suo progetto per il grande “respiro di innovazione” che vuole essere oltre i confini nazionali.

Come può essere una chiesa? La Chiesa di San Paolo Apostolo costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas.

Ciò purtroppo ci testimonia lo stato di sbandamento spirituale che Santa Romana Chiesa sta attraversando dal 1968. Si parla di innovazione che vada oltre i confini nazionali: ma l’architettura gotica e romanica non è forse internazionale? Perché dunque creare un parallelismo laicizzante per un manufatto edilizio religioso? La domanda è emblematica. Eppure lo stesso Giovanni Paolo II in riferimento alle nuove costruzioni religiose asserì come «si stenta a riconoscere che lì abita il sacro» e forse aveva avuto una intuizione non del tutto sbagliata, anche perché la percentuale degli architetti credenti che edifica chiese contemporanee è bassissima.

Recentemente, sempre su questi argomenti poco confortanti è uscito un articolo sull’espresso che riportava esattamente questo titolo: «la bellezza è terapeutica, e i centri di cura progettati con criteri anche estetici migliorano la vita dei malati». Ebbene viene sicuramente da sorridere se pensiamo a cosa è riuscito ad edificare presso Las Vegas il canadese Frank Owen Gehry (1929) con il centro di salute mentale “lou ruvo center”: un vero e proprio volume scultoreo, astratto in acciaio inox, dove l’estremo plasticismo confonde, ad un normale osservatore, la facciata dalla copertura e dove le pareti si piegano su se stesse come un’allucinazione.

Frank Owen Gehry: Centro di salute mentale “lou ruvo center”.

Non a caso Frank Kloyd Wright asserì come «un medico può sempre seppellire i propri errori, un architetto può consigliare il cliente di piantare dei rampicanti», il che fa riflettere perché l’architetto americano sembra proprio essere stato preso in parola dall’architetto Stefano Boeri (1956) a Milano nel suo “bosco verticale”.

Queste archistar hanno poco rispetto per i luoghi, poiché ogni ambiente esprime un carattere proprio che deve essere rispettato e purtroppo uno dei limiti dell’architettura contemporanea globalizzata è stato propriamente quello di presentare modelli uguali a se stessi in qualsiasi parte del continente. Si prenda per modello di quanto affermato, la nuova Città della Giustizia a Barcellona (2002-2009), progettata da David Alan Chipperfield (1953) e parallelamente il progetto di Renzo Piano a Londra denominato Central St. Giles: per tale pensiero, che amo definire trotskista, l’architettura non deve più possedere quelle identità peculiari che naturalmente contraddistinguono i popoli fratelli, ma secondo tale modo di vedere la città, ogni tipo di differenza deve essere abbattuta. Dunque una città europea, africana, asiatica o americana può tranquillamente contenere gli edifici descritti in precedenza e tra questi addirittura non si deve identificare nemmeno la diversa funzione degli identici palazzi scatolari posti uno vicino all’altro.

Ma chi ha generato questa corrente di pensiero? Chi è stato il primo architetto moderno a voler degenerare la città? Ebbene il suo nome è Charles-Édouard Jeanneret-Gris (1887 - 1965), architetto svizzero, più famoso e conosciuto con il suo pseudonimo Le Corbusier, vecchio collaboratore nazista del governo di Vichy in Francia. Un angelo sterminatore che ha inventato la delirante idea di città che l’architettura ha seguito nell’ultimo secolo e che il mondo ha iniziato a conoscere con il Plan Voisin: una soluzione urbanistica per il centro di Parigi, progettata tra il 1922 e il 1925. Gli edifici dell’architettura manifesto, sono tutti uguali, l’uno vicino all’altro e ripetuti nel centro storico di Parigi. Per fortuna il suo progetto non è stato mai realizzato e la capitale francese ancora può mostrare il profilo della sua parte centrale. Purtroppo la periferia parigina, si guardi il quartiere la Défense, sembra aver ripreso esattamente lo schema mentale dell’architetto svizzero.

Sulla sinistra mostriamo il progetto manifesto del Plan Voisin di Les Corbusier. Sulla destra un saggio storico in francese, consigliatissimo per gli amanti oltre che dell'architetto dell'uomo: Xavier de Jarcy, Le Corbusier, un fascisme français. Tra il 1920 e nel 1930, alcuni sono attratti dal fascismo, e Le Corbusier era uno di questi. I fascisti volevano costruire un mondo rigenerato, virile, macchinista, gerarchico e autoritario. L'architetto, l'immaginazione dei villaggi ultramoderni, all'attenzione, standardizzata, taylorizzata. Formicai con un'estetica austera e altera al servizio di una nuova civiltà del lavoro. Le Corbusier pubblica le sue teorie in una rivista di stampo autoritario che si oppone alla democrazia. Perché questo personaggio con sogni totalitari, con il cinismo del cemento armato, rimane considerato il più grande architetto del 20° secolo? Come ha fatto la Francia, questo strano paese, a renderlo un eroe nazionale? Questo è ciò che questo libro cerca di capire. L'avventura di Le Corbusier romane un storia spaventosamente reale.

Questo tipo di architettura contemporanea internazionalista ha anche altissimi costi di manutenzione, il che ci sembra davvero paradossale poiché le architetture contemporanee che usano materiali tradizionali hanno una vita nominale dell’edificio dieci volte più lunga dei manufatti edilizi internazionalisti. Il Centro Georges Pompidou (Bobur) di Renzo Piano del 1977, che spicca per la poca omogeneità con il contesto urbano cui è posto, è sempre stato un edificio poco sostenibile, il che è paradossale poiché si tratta di un edificio contemporaneo. Il Bobur dopo 25 anni dalla sua costruzione è stato chiuso tre anni per lavori di restauro. I costi di manutenzione stratosferici di questo edificio nell’arco di trenta anni sono stati cinque volte il costo iniziale: è denaro pubblico speso male e usato in maniera dissennato. A Roma, invece, il Pantheon dell’architetto Apollodoro di Damasco (50/60 – 130 a.C.) da 2.000 anni svolge onoratamente le varie funzioni che il tempo gli ha imposto, mantenendo la sua grande rilevanza civica. Oggi tutti parlano di architettura ecosostenibile, ma sarebbe bene il caso di iniziare a parlare di architettura durabile: bisogna fare i conti con il tempo e un edificio che dura 2.000 anni, anche se non ha i pannelli fotovoltaici, è sicuramente molto più sostenibile di un edificio che costruiamo oggi e che forse ha una durata di 25 anni. Il cemento, ad esempio, elemento principe di Le Corbusier e di molti suoi adoratori, può durare al massimo cento o centoventi anni.

L’Italia fortunatamente ha generato colui che viene definito «il padre dell’architettura americana», ovvero Andrea di Pietro della Gondola: il maestro degli ultimi 5 secoli d’architettura, che trasfigura con grande maestria Marco Vitruvio Pollione. Dunque perché non riprendere oggi i grandi concetti degli antichi e dei moderni, simbolo di magnificenza di potere e bellezza? Perché la società è cambiata rispondo alcuni benpensanti. Niente affatto: un’architettura bella, come un’opera d’arte è bella sempre, ieri, oggi e domani e mantiene inalterata la sua funzione.

Dunque è nella trasfigurazione tra le nuove tecnologie contemporanee e la bellezza classico-moderna la chiave per un’architettura del futuro, poiché l’architetto è responsabile verso ciò che costruisce. Di contro oggi con estrema arroganza un folto gruppo di colleghi avendo modeste idee ha deciso di abbandonare il passato per abbracciare un’architettura astratta e spogliata della sua sacralità.

Fortunatamente non è accaduto solo questo, ma in tutto il mondo il mito palladiano è stato eseguito con diverse varianti, a seconda del gusto del luogo. In America il terzo presidente degli Stati Uniti e architetto Thomas Jefferson (1743 – 1826) ha progettato la sua residenza a Monticello in stile neopalladiano: sono mutati i materiali, le pendenze della copertura, ma restano alcuni insegnamenti fondamentali del grande maestro vicentino, poiché bisogna essere globali nel pensiero, ma locali nell’azione. Lo stesso architetto Allan Greenberg (1938), continua in questa scia palladiana elegante con attenti studi cromatici e stilistici. In Gran Bretagna Quinlan Terry (1937) è un grande interprete dell’insegnamento di Palladio.

Poi ci sono altri casi di una giusta pianificazione urbanistica, come la periferia londinese di Richmond rivers, la quale si trova su un’ansa del Tamigi e quasi tutti gli edifici di tale periferia sono stati edificati nel 1987 dall’architetto tradizionalista Terry, il quale è riuscito nel mirabile proposito di riconciliare architettura, edilizia e urbanistica con la grande tradizione della città.

In Grecia, ad esempio, Dimitris Pikionis (1887 - 1968), architetto che ama la piccola scala è un esempio di come non necessariamente la via verso la tradizione può e deve essere monumentale.

La sequela degli esempi continua con la grande scommessa urbanistica vinta dal principe Charles Philip Arthur George Mountbatten-Windsor (1948). Il principe di Galles, negli anni Ottanta, ha progettato insieme all’architetto Leon Krier (1946) la periferia di Dorchester Poundbury, la quale rifiuta concettualmente la crescita indefinita della città secondo i principi dello “zoning”, all’interno del quale la divisione funzionale delle zone d’uso deve avvenire tramite l’utilizzo di uffici e residenze. Propone invece una gerarchia di nuclei relativamente autosufficienti e identificabili, di dimensione e limiti ben definiti e tali da non necessitare l’uso dell’auto, con compresenza di usi urbani come nella città pre-moderna. L’urbanistica di Krier non è un’urbanistica quantitativa, come quella oggi istituzionalizzata in Italia, ma qualitativa. Rispetto alle molte periferie degradate e senza progettualità, dove spesso all’interno sono presenti dei veri e propri “eco-mostri” il paragone non può essere effettuato.

Infine vorrei citare l’esempio del porto francese di Grimaud per opera dell’architetto François Spoerry (1912 - 1999), il quale aveva intuito che la qualità tradizionale dell’architettura poteva consentire di edificare un luogo completamente nuovo in una zona di paesaggio bella, arricchendo l’ambiente e non impoverendolo.  Situata sulla costa meridionale francese al fondo del Golfo di Saint Tropez, Spoerry, grande amante del mare e delle barche a vela, riuscì a trasformare un’ansa paludosa in una reale città lacustre in stile provenzale riscuotendo un’enorme successo sia di pubblico che finanziario.

Nella foto il porto francese di Grimaud per opera dell’architetto François Spoerry.

Veniamo poi alla tanto spinosa, quanto contestata, teoria del ricostruire un singolo edificio, colpito da calamità naturale, con la metodologia “com’era e dov’era”. Il 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia crolla all’improvviso e resta soltanto una montagna di pietre e mattoni. Per fortuna l’allora sindaco Filippo Grimani (1850 - 1921), cognome degno di un Doge, coniò quel bel motto “com’era e dov’era” e nell’arco di dieci anni riuscì nell’intento di ricostruire (non senza polemiche) il campanile. Oggi quando si entra in piazza San Marco, nessuno si pone il problema di quando è stato costruito, ma sicuramento ognuno di noi si sarebbe posto il quesito se al posto del noto campanile ne appariva un altro di una diversa epoca stilistica. Altri virtuosi esempi europei li abbiamo in Germania, dove il capolavoro barocco della chiesa Frauenkirche di Dresda, viene ridotta dagli anglo-americani nel 1945 in un cumulo di macerie. Sessanta anni dopo i tedeschi sono riusciti a ricostruirla esattamente identica, concedendo dignità storica al profilo della città di Dresda.

Il bisogno di identità oggi sembra essere tornato sempre più forte, dopo i numerosi esperimenti falliti legati della globalizzazione.

 
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La rivoluzione, così come il dispotismo napoleonico, ebbero degli intellettuali che combatterono, attraverso la letteratura, l’andamento socio-politico che ne fu progenie. Oltre al lavorio della sua penna, certamente François-René, visconte di Chateaubriand ci aggiunse a tratti anche la spada. Questo straordinario personaggio a cavallo tra due secoli è di difficile inquadratura: fedele alla causa dei Borboni per tutta la sua vita, militò nel partito legittimista, solo per essere la sua ala riformatrice; liberale, ha combattuto l’ateismo con il Génie du Christianisme e il dispotismo con un giornale controcorrente, il Mercure de France.

[caption id="attachment_11931" align="aligncenter" width="1000"] François-René de Chateaubriand (1768 - 1848) è uno degli sfortunati autori fagocitati nella nostra epoca da un piatto. Un aspetto questo, di cui la nostra epoca dovrà fare i conti prima o poi e che fa riflettere.[/caption]  

Nella sua discutibile coerenza di uomo, Chateaubriand divenne grande per una qualità rara, la quale gli permise di “tenerlo unito” nella sua vita sempre simile ad un’alternarsi tra ricchezza e povertà. Quella caratteristica è stata la coerenza dell’idea di libertà, mai abusata, mai plagiata per volontà di potenza, mai violentata dall’egoismo. Una libertà che vedeva nella gerarchia organica, dunque divina, l’equilibrio che solo un Istituto Monarchico sa concedere. Questo piccolo mondo antico, tanto amato dal bretone, giace da tre secoli sotto le macerie della rivoluzione e sotto i detriti delle guerre napoleoniche, ma le sue voci, sublimi espressioni di quello stesso Regno di Francia, continuano a parlarci nel grande eco eterno delle sue parole. A chi le sappia ascoltare, esse continuano ad offrire frammenti e indicazioni per comprendere la crisi spirituale in cui scivolò, dalla fine del XVIII secolo con sempre maggiore autocoscienza, la Francia, araldo della crisi europea che avrebbe trascinato il Vecchio continente nel relativismo e nella sua nichilistica crisi di coscienza.

Nel 1834, François-René terminò le sue Memorie d’Oltretomba con delle riflessioni che possono ancora oggi farci riflettere a 186 anni di distanza: "L’Europa corre verso la democrazia. Cos’altro è la Francia, se non una repubblica tenuta a freno da un Presidente? I popoli sono cresciuti e si sono affrancati: i prìncipi ne hanno avuto l’affidamento; al giorno d’oggi le nazioni, arrivate alla maggiore età, sostengono di non aver più bisogno di tutori. Da David ai nostri giorni, si sono chiamati i Re: adesso sembra che sia il turno delle nazioni. [...] La Francia e l’Inghilterra, come due enormi arieti, colpiscono ripetutamente e con violenza i bastioni cadenti della vecchia società. Le dottrine più ardite sulla proprietà, l’uguaglianza, la libertà vengono proclamate dalla mattina alla sera in faccia ai monarchi, che tremano dietro una triplice barriera di soldati infidi. Il diluvio della democrazia li incalza; salgono da un piano all’altro, dal pianterreno alla soffitta del palazzo, e da lì si butteranno a nuoto nei flutti che li inghiottiranno. L’invenzione della stampa ha mutato le condizioni sociali: il torchio, macchina che è ormai impossibile frantumare [...]. Tutto è stato calcolato a questo scopo [...] ogni assioma della vecchia politica diventa inapplicabile. [...] Come sarà la nuova società? Lo ignoro. Le sue leggi mi sono sconosciute; non la capisco più di quanto gli Antichi capissero la società senza schiavi prodotta dal Cristianesimo. [...] Finora, la società è andata avanti per aggregazioni e per famiglie; quale aspetto presenterà, quando sarà soltanto individuale, come tende a diventare, come già la vediamo formarsi negli Stati Uniti? Molto probabilmente la specie umana si ingrandirà, ma c’è da temere che l’uomo rimpicciolisca, che alcune facoltà eminenti del genio si perdano, che l’immaginazione, la poesia, le arti muoiano nelle celle di una società-alveare, in cui ogni individuo sarà come un’ape, una rotella in una macchina, un atomo nella materia organica. Se la religione cristiana morisse, si arriverebbe attraverso la libertà alla pietrificazione sociale alla quale la Cina è arrivata attraverso la schiavitù. La società moderna ha impiegato dieci secoli per comporsi, adesso si sta decomponendo[1]".

Correva l’anno del Signore 1768, quando il 4 settembre, nasceva François-René Chateaubriand in un nuovo appartamento occupato dalla sua famiglia in rue des Juifs presso Saint-Malo nella Bretagna.

Il suo ceppo familiare è di antico lignaggio, il nome della mia famiglia veniva scritta in origine Brien, poi Briant e Briand, per l’invasione dell’ortografia francese. Guglielmo il Bretone li chiamava Castrum-Briani, ma non c’è un solo nome in Francia che non presenti queste variazioni di lettere. I Brien verso l’inizio dell’XI secolo trasmisero il loro nome a un importante castello di Bretagna, e questo castello divenne il capoluogo della baronia degli Chateaubriand. Lo stemma araldico recava inizialmente delle pigne con il motto: «Io semino l’oro».

[caption id="attachment_11933" align="aligncenter" width="1000"] Stemma araldico nel frontespizio del luogo di nascita di François-René de Chateaubriand a Saint-Malo.[/caption]  

Geoffroy, barone di Chateaubriand, passò con San Luigi in Terrasanta: fatto prigioniero nella battaglia della Mansura, tornò in patria e il Sovrano per ricompensare i suoi servigi, concesse a lui e ai suoi discendenti, in cambio del vecchio stemma, uno scudo a fondo rosso cosparso di gigli d’oro a lui e ai suoi eredi. Come ogni famiglia nobile che si rispetti, il suo prestigio si instaurava nelle armi e San Luigi, allora Re dei francesi, conferì dei gigli d’oro, in cambio delle pigne d’oro, con il motto che esclamava: «Il mio sangue si è macchiato negli stendardi della Francia».

Ma la famiglia, già nel 1718[2], non navigava in buone acque e il padre rimise in sesto la fortuna del suo nome, adattandosi prima con il commercio della pesca e successivamente, durante la guerra di Successione austriaca, dandosi alla pirateria. Intorno al 1753 René-Auguste sposatosi con la nobile bretone Apolline de Badée, commercia in Africa Occidentale la tratta dei neri con le Antille: se solo avesse saputo che il figlio, che nascerà di lì a poco, avrebbe simpatizzato per l’abolizione della tratta insieme ad un’associazione di istanza liberale, il gruppo di Coppet, che oggi non avremo paura a definire radical-chic.

Ebbene il padre, grazie ai profitti ottenuti, già nel 1758 si era trasferito a Saint-Malo, occupando nel 1760 un appartamento più signorile del precedente. Sarà proprio l’anno successivo che René-Auguste acquista dal duca di Duras, lo château di Combourg e il titolo di conte ad esso legato: soddisfa così la propria ambizione di resuscitare l’onore e la passata fortuna degli Chateaubriand. Anche per questa famiglia la scalata era appena iniziata e doveva proseguire di generazione in generazione.

Dopo il fratello Jean-Baptiste (1759), nascono nell’ordine le quattro sorelle dell’autore: Marie-Anne (1760), Bénigne (1761), Julie (1763) e Lucile (1764). Altri figli muoiono in tenera età (ben quattro). L’ambizioso padre, cerca di assicurare il patrimonio restaurato, con un secondo figlio maschio: il bimbo di Saint-Malo, che viene al mondo nel 1768. Il ragazzo riceve fin dall’infanzia un’educazione cattolica, grazie a padre Chopin, presso il convento dei Benedettini insieme ai figli della nobiltà e dell’alta borghesia.

L’8 settembre del 1775 in occasione della festa della natività della Vergine, a Notre-Dame-de-Nazareth di Plancoët, François-René, votato dalla nutrice a quella Madonna, tornò al villaggio per sciogliere l'impegno religioso, che lo aveva preservato dalla morte quasi certa, data dalle sue cagionevoli condizioni di salute da infante.

Come è noto Chateaubriand, è uno dei fondatori del romanticismo francese, ma come poteva non creare un movimento letterario che nascesse dal puro sentimento intimo? Innanzi tutto la Bretagna, questa terra immersa nel mistero era degno teatro di un grande spettacolo. Le leggende narrano che qui la primavera venga annunciata tre settimane prima di Parigi da cinque uccelli: la rondine, il rigogolo, il cuculo, la quaglia e l’usignolo che arrivano con le brezze che albergano nelle insenature della penisola armoricana. La terra è coperta di margherite, di viole del pensiero, di giunchiglie, di narcisi, di giacinti, di ranuncoli, di anemoni, mentre le radure si adornano di alte felci eleganti. I campi di ginestre e ginestroni risplendono di fiori che sembrano farfalle d’oro e le siepi, lungo le quali abbondano fragole, lampioni e viole, sono decorate di biancospini, di caprifoglio, di rovi i cui virgulti bruni e arcuati si rivestono di foglie e fiori magnifici. Tutto brulica di api e di uccelli; gli sciami e i nidi fanno fermare i bambini a ogni passo. In certi angoli separati il mirto e l’oleandro crescono spontanei; il fico matura, come in Provenza; i meli, con i loro fiori color carminio, sembrano grossi bouquets per le fidanzate di campagna.

Poi arrivava il castello medievale, il quale magicamente si affaccia ancora oggi sul mare: Saint-Malo è uno scoglio collegato alla terra ferma solo da un istmo chiamato poeticamente le Sillon. Quest’ultimo elemento viene assalito da un lato dal mare aperto, dall’altro è lavato dalla marea che gira per entrare nel porto. Il giovane bretone, futuro poeta-guerriero, ricorda nelle sue memorie come: «durante le ore di bassa marea, il porto resta a secco, e al limite Est e Nord del mare si scopre una spiaggia di sabbia bellissima. Si può fare allora il giro del mio nido paterno. Vicino e lontano, sono sparsi scogli, fortini, isolotti disabitati»[3].

[caption id="attachment_11934" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Combourg , dove Chateaubriand trascorse la sua infanzia.[/caption]  

Lo château dal prospetto austero e smorto, presenta una cortina sormontata da una galleria coperta con caditoie dentellate. Tale elemento serviva per collegare le due torri diverse per età, materiali, altezza e diametro, che terminavano con merli guelfi sormontati da una copertura blu notte a punta d’ape. Qua e là sulla nudità dei muri apparivano finestre munite di inferriate; una larga rampa, ripida e dritta, di ventidue scalini, senza ringhiera né parapetto, stava al posto dell’antico ponte levatoio del fossato riempito: raggiungeva la porta della magione che si apriva sulla cortina. Sopra l’architrave della porta veniva riportato il glorioso cimelio araldico della casata dei Signori di Combourg. Una cuoca, una cameriera, due lacchè e un cocchiere formavano tutta la servitù: un cane da caccia e due vecchie giumente erano confinate in un angolo della scuderia.

Basterebbe questa descrizione per renderci conto della realtà visiva e ambientale che permeò François-René. La vita da castellano nei dintorni di Parigi discostava fortemente dalla vita in una roccaforte di una remota provincia dell’Ovest. Tutte le terre appartenenti a Combourg consistevano in alcune lande, qualche mulino e le due foreste di Bourgouèt e Tanouarn, in un paese in cui il bosco non vale quasi nulla. Ma Combourg era ricco di diritti feudali; tali orgogli erano di diversi tipi: gli uni stabilivano determinati canoni per determinate concessioni, o fissavano usi nati dal vecchio ordine politico; gli altri sembrava che in origine fossero stati semplicemente dei divertimenti. Il padre, ad esempio, aveva resuscitato alcuni di questi ultimi diritti, per prevenirne la prescrizione. Quando tutta la famiglia era riunita, si partecipava a tre principali divertimenti medievali: il salto dei pescivendoli, la quintana e una fiera chiamata l’Angevine. Contadini con zoccoli, corquen blu e bragou braz, costumi persi nell’oblio del tempo, assistevano a questi giochi di una Francia che non esisteva più[4]. C’era un premio per il vincitore e una ammenda per il vinto. Questa piccola società, la prima che il letterato osserva nella sua vita, è stata anche la prima a scomparire al suo sguardo. Per tutta la durata dell’anno nessun forestiero si presentava al castello. Uno isolamento che gli fece tentare addirittura il suicidio:

Possedevo un fucile da caccia con il grilletto consumato che partiva spesso da solo. Caricai quel fucile con tre pallottole e mi recai in un angolo appartato del grande Pallamaglio[5]. Misi il fucile in posizione di sparo, mi introdussi in bocca la punta della canna, battei il calcio per terra; reiterai più volte la prova: il colpo non partì; la comparsa di un guardiacaccia differì la mia decisione. Fatalista senza volerlo e senza saperlo, pensai che la mia ora non era ancora arrivata[6].

Questa solitudine fece soffrire molto il piccolo, che sopravvisse di fantasia, quella stessa immaginazione che poi gli tornò utile per divenire il grande scrittore che preparava la strada all’arte della diplomazia. Il 12 aprile del 1781 riceve, da buon cattolico, la prima comunione al collegio di Dol e nel luglio successivo viene unto dal sacramento della Cresima presso Combourg, dove, secondo costume, riceve un nuovo nome, quello di Auguste. L’adolescenza, passata con la sorella preferita Lucille, le altre tre sorelle e il fratello, si conclude la mattina del 9 agosto del 1786[7]: "il giorno dopo alle otto mi vengono a chiamare. Scendo: mio padre mi aspettava nel suo studio. «Signore cavaliere, – mi dice –, dovete rinunciare alle follie. Vostro fratello ha ottenuto per voi un brevetto di Sottotenente nel Reggimento di Navarra. Partirete per Rennes, e di là per Cambrai. Ecco cento luigi; non sprecateli. Sono vecchio e malato; non mi resta molto da vivere. Comportatevi da galantuomo e non disonorate mai il vostro nome». [...] Trattenendosi in tal modo il braccio e dopo avermi consegnato la sua vecchia spada, senza darmi il tempo di raccapezzarmi, mi condusse al calessino che aspettava nella Corte Verde[8]".

Giunto al reggimento in borghese, ventiquattro ore dopo, rivestiva già l’habit militare; «mi sembrava di averlo sempre portato» amava affermare. Il reggimento di Navarra, uno dei più prestigiosi dell’epoca con i colori blu e bianco, risparmiò il bretone delle prove che i sottotenenti sono soliti infliggere a un nuovo venuto; forse per il nome non osarono abbandonarsi a quelle puerilità militari. Dopo nemmeno quindici giorni che era nel battaglione lo trattarono già come un anziano. Apprese facilmente l’uso delle armi e la teoria; ottenne i gradi di caporale e di sergente col plauso degli istruttori. La sua camera era spesso luogo di ritrovo sia dei vecchi capitani che dei giovani sottotenenti. In quel periodo si ostentava nella tenuta un rigore alla prussiana: cappello piccolo, ricciolini aderenti alla testa, coda legata stretta, uniforme completamente abbottonata.

[caption id="attachment_11936" align="aligncenter" width="1000"] Nell'incisione l'appartamento occupato dalla sua famiglia in rue des Juifs presso Saint-Malo nella Bretagna. A sinistra uniforme del Reggimento di Navarra, dopo la riforma militare del 1778.[/caption]  

Una volta a Cambrai dove è stanziato il Reggimento, il giovane riceve il primo vero dolore della sua vita, dato dalla morte del padre il 6 settembre dello stesso anno.

L’esistenza di Chateaubriand verrà però scandita da tre passaggi decisivi che in ordine possiamo raggruppare come la Rivoluzione francese, Napoleone e l’attività letteraria e politica. Prima degli sconvolgimenti che macchiarono di rosso la Francia, il bretone ci fornisce un ultimo resoconto dell’Ancien Régime. Il fratello maggiore, rivenduta la sua carica di magistrato, entra nel Reggimento di Cavalleria reale e sposa Aline de Rosambo di sedici anni, un matrimonio particolarmente brillante poiché la famiglia acquisita era parte integrante del governo dell’epoca. Sarà per tali conoscenze che François-René verrà presentato a corte, prendendo parte alla battuta di caccia del Re di Francia e Navarra, Luigi XVI. Questo episodio, che potrebbe sembrare marginale nella sua vita di letterato, diventa fondamentale per iniziare a delineare quello che fu il suo carattere. Da troppo tempo, una certa retorica modesta, legata al mondo della tradizione, inquadra Chateaubriand come il paladino del Trono e dell’Altare, solo perché più tardi decise di dar fastidio – iscrivendosi – al partito legittimista. In realtà, senza falsa retorica, egli è stato sì fedele ai Borboni, ma nel contempo – aprendo un interessante parallelismo con quasi tutti i generali vandeani -, fu un interessato riformatore della Monarchia assoluta: egli ambiva, difatti, ad un’istituzione monarchica di carattere costituzionale, dove vigeva la libertà di stampa e all’interno della quale la religione cattolico-romana fosse riaffermata. Come vedremo riuscì in questi intenti presto o tardi nella sua vita longeva: "Giunse il giorno fatale; dovetti partire per Versailles più morto che vivo. [...] La mattina del giorno seguente mi recai da solo al castello. Non si è visto nulla quando non si è ammirato lo sfarzo di Versailles, anche dopo la soppressione del vecchio apparato di servizio: Luigi XIV c’era ancora. [...] quando entrai nell’Occhio di bue e mi trovai in mezzo ai cortigiani, allora cominciò la mia angoscia. Mi guardavano; sentivo chiedere chi fossi. Bisogna ricordare il vecchio prestigio della monarchia per comprendere l’importanza che aveva allora una presentazione. Il destino dell’esordiente era misterioso; gli veniva risparmiata l’aria sprezzante di protezione che contraddistingueva, insieme all’estrema cortesia, le maniere inimitabili del gran signore. [...] Quando fu annunciato che il re si alzava, le persone non presentate si ritirarono; sentii un moto di vanità: non ero fiero di restare, ma sarei stato umiliato di dover uscire. La camera del Re si aprì: vidi il re che, secondo l’uso, finiva di vestirsi, cioè mentre prendeva il cappello dalla mano del primo gentiluomo di servizio. Il re si fece avanti per andare a messa; m’inchinai; il maresciallo di Duras mi presentò «Sire, il cavaliere di Chateaubriand». Il re mi guardò, ricambiò il saluto, esitò, ebbe l’aria di volersi fermare per rivolgermi la parola. [...] Il re più imbarazzato di me, non trovando niente da dirmi, passò oltre. [...] Il duca di Coigny mi fece sapere che avrei cacciato con il re nella foresta di Saint-Germain. M’incamminai di buon mattino verso il mio supplizio, in uniforme da esordiente, giacca grigia, corpetto e pantaloni rossi, ginocchiere, stivali da cavallerizzo, coltello da caccia al fianco, cappello francese piccolo gallonato d’oro. [...] L’usanza voleva che i cavalli della prima caccia a cui assistevano coloro che erano stati presentati fossero forniti dalle scuderie del re. [...] Arrivammo al punto di ritrovo, in cui numerosi cavalli da sella tenuti per le briglie sotto gli alberi, davano segni di impazienza. Le carrozze ferme nella foresta con le guardie; i gruppi di uomini e di donne; le mute trattenute a stento dai bracchieri; i latrati dei cani, i nitriti dei cavalli, i richiami dei corni, formavano un quadro molto animato. [...] Non ero giunto al termine delle mie prove. Circa una mezz’ora dopo quella mia magra figura, cavalcavo in un luogo varco attraverso zone di bosco deserte: in fondo si ergeva un padiglione [...] parte un colpo di fucile; l’Heureuse fa uno scarto, s’infila a testa bassa nel folto, e mi porta proprio nel punto in cui il capriolo era stato appena abbattuto: compare il re. [...] Il re guarda e vede solo un esordiente arrivato prima di lui alla morte dell’animale; aveva bisogno di parlare; invece di andare in collera mi disse bonariamente e con una gran risata: «Non ha resistito molto». Sono le sole parole che mi siano state rivolte da Luigi XVI. Arrivava gente da ogni parte; destò stupore il fatto di trovarmi a conversare con il re. Le due avventure dell’esordiente Chateaubriand suscitarono scalpore; ma, come da allora in poi gli è sempre successo, non seppe approfittare né della buona né della cattiva sorte. Il re stanò e sfiancò altri tre caprioli. Siccome gli esordienti potevano inseguire soltanto la prima bestia, andai al Val con i miei compagni ad aspettare il ritorno dei cacciatori. [...] Questo fu il mio primo contatto con la città e con la corte. La compagnia degli uomini mi sembrò ancora più odiosa di quanto avessi immaginato; ma, se mi spaventai, non mi persi d’animo; sentivo confusamente che ero superiore a quanto avevo visto. La corte m’ispirò un’avversione invincibile[9]".

I più acuti avranno già compreso che il giovane non aveva simpatia, verso un mondo che non apparteneva a quella sua libertà genuina per quel suo essere uomo di ideali che mai piegò la schiena di fronte al potere, anzi tendeva ad evitarlo. Allora perché Chateaubriand fu fiero oppositore della Rivoluzione? Perché ripristinò la religione in Francia con il Genio del Cristianesimo? Ebbene perché odiava il dispotismo, la cattiveria e soprattutto la falsa morale: elementi imprescindibili di qualsiasi rivoluzione. Le sue descrizioni degli uomini, così come degli eventi, sono ancora memorabili e meritano spazio e visibilità.

Prima di addentrarci in coccarde tricolori e alberi della libertà, egli ci concede un ultimo sguardo all’antica monarchia, con il suo ingresso nel Sovrano militare ordine di Malta: "Fu in quell’epoca che mio fratello, sempre preso dai suoi piani, decise di farmi ammettere nell’ordine di Malta. A tal fine bisognava che fossi fatto chierico [...] dal vescovo di Saint-Malo, che però aveva degli scrupoli: dare le insegne ecclesiastiche a un laico e a un militare gli pareva una profanazione che sapeva di simonia. Courtois de Pressigny, oggi arcivescovo di Besançon e Pari di Francia, è un uomo probo e meritevole. Era giovane allora, sotto la protezione della regina, e in cammino verso la fortuna, cui arrivò più tardi seguendo una via migliore: la persecuzione. Mi misi in ginocchio, in uniforme, con la spada al fianco, ai piedi del prelato, il quale mi tagliò due o tre capelli sulla sommità della testa; questa sarebbe stata la tonsura, che fu poi certificata da lettere in piena regola. Con tali lettere, quando i miei titoli di nobiltà fossero stati riconosciuti a Malta, avrei avuto in sorte duecentomila lire di rendita: un abuso, indubbiamente, nell’ordine ecclesiastico, ma cosa utile nell’ordine politico sancito dalla vecchia costituzione. [...] La chiericatura, conferitami per le ragioni suddette, ha fatto affermare a qualche mio biografo male informato che in un primo tempo ero entrato nella Chiesa[10]".

[caption id="attachment_11943" align="aligncenter" width="1000"] Incisione di François-René de Chateaubriand in uniforme da sottoufficiale del reggimento di Navarra, che riceve la tonsura per il suo ingresso nel Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta - Parigi, Ed. E. e V. Penaud frères, 1849-1850.[/caption]  

Già nel gennaio del 1789 aveva assistito presso Rennes ai disordini sanguinosi che precedettero lo scioglimento degli Stati di Bretagna e a fine giugno, recatosi a Parigi con la sorella Lucile vide dalla sua finestra le teste di Foulon e Berthier issate sulle picche dei rivoltosi. Il giovane Chateaubriand furioso urla ai plebei: «Briganti! È questa la vostra libertà?». La scena rivoluzionaria lo disgusta, ma da buon liberale assiste al pranzo offerto dallamarchese de Villette nipote di Voltaire, per il ritorno di Necker.

La rivoluzione fece saltare anche l’idea da esploratore di Chateaubriand, che rinunciò al passaggio a Nord-Ovest per un’ipotetica nuova influenza francese, nelle ex colonie, di carattere culturale[11]. Non solo: la sua carriera militare è interrotta, poiché nel settembre viene anche abolito il grado di «gentiluomo cadetto». Sebbene nelle primissime fasi, il suo ascendente liberale gli aveva fatto osservare i cambiamenti politici con un moto di speranza per uno svecchiamento istituzionale di un apparato che continuava ad amare, certamente si oppose appena osservò il primo sangue. Inizia così una descrizione dettagliata degli uomini, dei profittatori, della modestia di coloro che fecero avanzare la rivoluzione: "In quel tempo tutto era confuso nelle menti e nei costumi, sintomo di una rivoluzione prossima. I magistrati arrossivano a portare la toga e volgevano in derisione la gravita dei loro padri. [...] Le mogli dei magistrati, abbandonando la veste di venerabili madri di famiglia, uscivano dai loro cupi palazzi pronti a trasformarsi in donne dalle avventure brillanti. Il prete, sul pulpito, evitava il nome di Gesù Cristo e parlava soltanto del legislatore dei cristiani; i ministri cadevano l’uno dopo l’altro; il potere sfuggiva di mano a tutti. Il massimo della raffinatezza era essere americano in città, inglese a corte, prussiano nell’esercito; essere tutto eccetto che francese. Ciò che si faceva, ciò che si diceva, non era che un susseguirsi d’incongruenze. Si pretendeva di mantenere preti commendatari, e non si voleva saperne di religione; nessuno poteva essere ufficiale se non era gentiluomo, e s’inveiva contro la nobiltà; si introducevano contemporaneamente l’uguaglianza nei salotti e le bastonate negli accampamenti militari. [...] La Rivoluzione mi avrebbe coinvolto se non avesse esordito con dei crimini: vidi la prima testa portata in cima a una picca e arretrai. L’omicidio non sarà mai ai miei occhi un oggetto di ammirazione e una prova di libertà; non conosco niente di più servile, di più spregevole, di più vigliacco, di più limitato di un terrorista. [...] Gli egualitaristi, i rigeneratori, gli sgozzatori, si erano trasformati in domestici, spie, sicofanti, e, cosa ancor meno naturale, in duchi, conti e baroni: che medioevo[12]"!

Il bretone, testimone oculare non risparmia nessuno, soprattutto i tre avvocati di provincia, che successivamente divennero famosi per aver creato quel direttorio, che ancora oggi si ricorda con tristezza. Eccovene uno: "Secondo l’ordine di questa gerarchia di bruttezza, apparivano, insieme ai fantasmi dei Sedici, una serie di teste di gorgoni. L’ex medico delle guardie del corpo del conte di Artois, l’aborto svizzero Marat, con i piedi nudi negli zoccoli o nelle scarpe ferrate, era il primo a perorare in virtù dei suoi incontestabili diritti. [...] nella cerchia delle bestie feroci attente ai piedi del pulpito, aveva l’aria di una iena vestita. Fiutava i futuri affluvi del sangue; aspirava già l’incenso delle processioni di asini e di boia, nell’attesa del giorno in cui, cacciato dal club dei Giacobini come ladro, ateo, assassino, sarebbe stato scelto come ministro. Quando Marat era sceso dalla sua tribuna di tavole [...] non gli impedì di diventare il capo della moltitudine, di salire fino all’orologio dell’Hôtel de Ville, di suonare da là il segnale di un massacro generale, e di trionfare al tribunale rivoluzionario. Marat, come il peccatore di Milton, fu violato dalla morte: Chénier ne fece l’apoteosi, David lo dipinse nel bagno rosso di sangue [...]. In un cenotafio coperto di erba in place du Carrousel si poteva visitare il busto, la vasca da bagno, la lampada e lo scrittoio della divinità. Poi cambiò il vento: l’immondizia, versata dall’urna di agata in ben altro vaso, fu vuotata nella fogna".

L’aria divenuta certamente pesante lo indusse a partire per il Nuovo Mondo: l’America. Qui Chateaubriand ci fornisce un altro lato del suo carattere liberale: la stima massima nei confronti di George Washington, culminata con una colazione fatta insieme all’americano, grazie ad una lettera di raccomandazione di un altro bretone, Charles Armand Tuffin, marchese de la Rouërie. Ma il viaggio negli Stati Uniti, iniziato il 10 luglio del 1791, non solo evocherà più tardi Les Amours de deux sauvages dans le désert (la novella “Atala” del 1801) – che ebbe un impatto enorme nel primo romanticismo francese, inaugurato dalla baronessa Madame de Staël –, ma al suo ritorno egli pone ai posteri un altro ritratto socio-politico e geografico che possiamo definire illuminante su questo Nuovo Continente, all’epoca ancora inesplorato, che destava tante meraviglie.

Come poteva dunque Chateaubriand essere un araldo della Monarchia, se era tanto attratto da un Paese – costruito da coscritti, schiavi e reietti –, che di un Re non ne aveva avuto neanche l’ombra? Era una persona moderata, colta ed intelligente. Aveva capito perfettamente che non esiste “il migliore dei mondi possibili”, che la grandezza dell’uomo, come per disegno divino, consiste nella diversità: così come un cavallo è diverso da una tigre, gli Stati Uniti d’America dovevano essere amministrati diversamente dalla Francia. Per questo non vide mai bene un’istituzione repubblicana nel suo Paese d’origine, proprio perché ogni Stato, con la sua storia, usi e costumi, possiede la diversità.

Il bretone, tuttavia, nota dei “pericoli” che minacciano questa giovane terra. Teme una divisione degli Stati, poiché aveva compreso grandi differenze tra un Nord più denso e con meno territorio e un Sud più vasto con meno abitanti. Un Nord che commercialmente poteva fare a meno della schiavitù – non perché la ritenesse deprecabile, ma perché aveva altre fonti di guadagno –, e un Sud che ne faceva un punto di forza ineluttabile. Si chiede «gli Stati del Nord e del Sud non sono forse opposti per spirito e interessi? Gli stati dell’Ovest, troppo lontani dall’Atlantico, non vorranno un regime loro proprio?». Domande legittime. Si interroga aprendo un parallelo con la Svizzera, che viene però subito risolto: «La Svizzera federale continua a esistere in mezzo a noi: perché? Perché è piccola, povera, isolata e al sicuro nel grembo delle montagne; vivaio di soldati per i re, meta di escursioni per i viaggiatori». Teme che gli Stati Uniti, che hanno conosciuto dopo l’indipendenza solo la pace, non riescano a mantenete la loro indipendenza, con un Europa sempre agguerrita e ricca di nuove conquiste. Osserva con attenzione l’origine del capitalismo di matrice protestante e lo condanna, asserendo come la disparità sociale e di patrimoni rischiava di compromettere lo spirito di uguaglianza dei Lumi a stelle e strisce.

Infine, da segnalare, condanna l’ipocrisia del parvenu, dei nuovi ricchi ignoranti e sgraziati, che cercano di imitare un’Europa antica e bella, alla quale non possono tuttavia rubargli il sangue: "Mentre dilaga la disparità dei beni e nasce un’aristocrazia, il grande impulso dell’uguaglianza obbliga gli imprenditori o i proprietari terrieri a nascondere all’esterno il loro lusso, a dissimulare la ricchezza, per paura di essere ammazzati dai vicini. Il potere esecutivo non viene riconosciuto; le autorità locali, appena scelte, possono esser cacciate a piacimento e sostituite con altre. Ciò non turba affatto l’ordine pubblico. [...] Lo spirito di famiglia è scarso non appena il bambino di una famiglia è in grado di lavorare bisogna, come l’uccello che ha messo le penne, che voli con le sue ali. [...] Nelle città regna un freddo e duro egoismo [...] sembra di essere in borsa o al banco di un grande negozio[13]".

Come antesignano del proprio tempo, nota anche l’estrema voglia di movimento, unita alla noia che coglie negli individui, quasi meccanizzati dal lavoro frenetico: «produci e avrai l’anima salva», ama asserire l’eresia. Il suo ritorno in Europa è curioso: in Carolina, bollendo patate dolci, si accorge di un giornale inglese, lo raccoglie da terra e leggendo, apprende che il Re Luigi XVI è stato arrestato dopo la sventurata fuga da Varennes. Il giornale raccontava inoltre, dell’estendersi dell’emigrazione, e di come gli ufficiali dell’esercito si riunissero sotto la bandiera dei prìncipi francesi. Un cambiamento improvviso operò nel suo animo e decise d’un tratto di interrompere la sua esperienza americana. Un semplice confronto fra Chateaubriand e la sua coscienza lo gettò sul teatro del mondo, ma un genio maligno gli avrebbe troppo presto strappato la spada per mettergli in mano una penna.

Tornato il 16 gennaio del 1792, non farà in tempo a salutare la madre che già i ranghi degli emigrati in Belgio lo accoglieranno. Prima di partire si sposa: era necessario avere una moglie che proteggesse i suoi beni in patria. Lucile aveva trovato l’ereditiera adatta allo scopo nell’amica Céleste Buisson de la Vigne, orfana di ambedue i genitori e allevata dal nonno, ex governatore di Lorient. La ragazza ha diciotto anni e il matrimonio viene celebrato da un prete refrattario. Fu così che l’unione fu dichiarata nulla dalla legge e la giovane donna reclusa in un convento.

Solo più tardi, si avrà la serenità di un secondo matrimonio, il 19 marzo, da un prete costituzionale. Tuttavia la “fortuna” di de La Vigne, con gli sconvolgimenti rivoluzionari, si rivela molto più effimera di quella che invece ci si aspettava: i beni furono svalutati, poiché erano stati investiti alla Chiesa e allo Stato con interessi assegnati.

Chateaubriand, a livello politico, è vicino al club Les Enragés, passato alla storia come gruppo anarchico responsabile dell’espulsione dei Girondini dalla Convenzione nazionale, che consentì ai Montagnardi di assumere il pieno controllo; in realtà nell’anarchia generale del movimento, militavano anche monarchici radicali e il bretone era uno di loro.

Arrivato a Treviri, dopo non pochi problemi per espatriare, Chateaubriand si arruola nell’armata del conte d’Artois, composta da 100.000 uomini, di cui 12.000 emigrati. Poco dopo il suo arrivo, gli emigrati sono distaccati dal corpo dell’armata e ricevono la missione di assediare, insieme a 20.000 austriaci, la fortezza di Thionville, sulla riva sinistra della Mosella. François-René ritrova nella sua compagnia il cugino Armand de Chateaubriand. Dopo un assedio inconcludente, durante il quale il bretone viene ferito ad una gamba, gli emigrati hanno l’ordine di marciare su Étain, poi su Verdun. I ricordi della guerra sono sempre crudi, nonostante la sua carriera militare doveva essere prossima alla fine: "Eravamo troppo male armati per rispondere al fuoco; avanzammo con la baionetta in canna. Gli attaccanti si ritirarono, non so perché; se avessero resistito, ci avrebbero annientati. Nelle nostre file ci furono parecchi feriti e qualche morto, fra gli altri il cavaliere de La Baronnais, capitano di una delle compagnie bretoni. Gli portai sfortuna: la pallottola che gli tolse la vita rimbalzò sulla canna del mio fucile e lo colpì con una forza tale, che gli attraversò entrambe le tempie; il suo cervello mi schizzò in faccia. Inutile e nobile vita di una causa persa[14]"!

[caption id="attachment_11961" align="aligncenter" width="1000"] Incisione di François-René de Chateaubriand (1768 – 1848) scrive le sue memorie sul campo militare dell’armata dei Prìncipi nel 1792. Sarà congedato con onore per alcune ferite riportate dopo l’assedio di Thionville.[/caption]  

Il 20 settembre 1792 il generale Brunswick, a capo dell’armata è sconfitto a Valmy. Il 30 i reduci dell’assedio di Thionville, ricevono l’ordine di unirsi alla ritirata verso la frontiera. Non risparmiò giuste critiche all’armata dei Principi, parente lontano dell’esercito di Condé, che seguirà la storia degli emigrati francesi con più onore e gloria: "Deploravo la cecità dei Prìncipi, che credevano di poter tornare in patria con un pugno di servitori, e di poter rinsaldare la corona sulla testa del loro fratello grazie al braccio dello straniero. [...] ma il re sarebbe perito sul patibolo, e che, verosimilmente, la nostra spedizione contro Thionville sarebbe stata uno dei principali capi d’accusa contro Luigi XVI. Ferron fu colpito dalla mia predicazione: era la prima della mia vita. Da allora, ne ho fatte molte altre, altrettanto veritiere, altrettanto inascoltate [...]. Comunque, gli emigrati suscitavano allora la simpatia generale; la nostra sembrava la causa dell’ordine europeo: una sventura, se onorata, è pur sempre qualcosa, e la nostra lo era[15]".

Tornato in patria, dopo aver rischiato la morte per dissenteria e varicella, la storia corre veloce: Luigi XVI è giustiziato il 21 gennaio del 1793 e suo zio Malesherbes, difensore del Borbone durante il processo, fu perseguitato. Gli Chateaubriand non sono da meno e dal momento che La Rouërie è morto e l’insurrezione normanna è soffocata, François-René decide di emigrare in Inghilterra per salvarsi la vita. Sarà proprio nell’isola di Albione che inizierà la sua attività di scrittore in assoluta povertà.

Sono anni difficili dove inizia la stesura, il 21 maggio dello stesso anno, dell’Essai historique, politique et moral sur les révolutions anciennes et modernes, considérées dans leurs rapports avec la Révolution française (Saggio sulla rivoluzione), un’opera letteraria di denuncia sui crimini della rivoluzione che concluderà solo nel 1797. L’Essai fu una sorta di enciclopedia storica, la quale suscitò grande scalpore da parte degli emigrati: fu in contrasto con i sentimenti dei francesi in esilio, ma nel contempo gli aprì le porte londinesi dei personaggi emigrati di alto rango.

A Londra conosce un polemista conservatore Jean-Gabriel Peltier, il quale trova un lavoro al bretone come precettore nella cittadina di provincia di Beccles: in realtà insegnerà francese alle fanciulle di buona famiglia.

In patria le cose non procedono bene: la madre viene imprigionata alla casa circondariale chiamata Égalité, un annesso della Conciergerie[16]; il castello di Combourg è confiscato e il mobilio venduto all’asta. La rivoluzione gli porta via anche suo fratello: fu ghigliottinato il 22 aprile del 1794, insieme a sua moglie Aline.

Nel frattempo al pastore anglicano della cittadina di Beccles John Ives, il giovane francese piace e lo accoglie con simpatia. Una caduta da cavallo immobilizza per alcune settimane Chateaubriand, che viene curato a casa del pastore. Ne nasce un idillio tra l’ospite e la figlia quindicenne Charlotte. Dimentico del legame matrimoniale con Céleste, ex castellano di Combourg è costretto a rivelare il proprio stato civile quando la signora Ives gli propone la mano della ragazza.

Alla fine dell’anno scolastico, probabilmente nel mese di giugno 1796 lascia Suffolk e torna a Londra: "Di quegli avvenimenti, mi è rimasto un ricordo di grande dolcezza, tenerezza e riconoscenza. Prima della mia celebrità, la famiglia Ives è l’unica che mi abbia voluto bene, e che mi abbia accolto con vero affetto. [...] se avessi sposato Charlotte Ives, il mio ruolo sulla terra sarebbe stato diverso: sepolto in una contea della Gran Bretagna, sarei diventato un gentleman cacciatore: dalla mia penna non sarebbe caduta nemmeno una riga, avrei persino dimenticato la mia lingua [...] avrei trascorso molti giorni di calma, invece dei giorni tempestosi che mi sono toccati alla sorte. [...] Non avrei dovuto ogni mattina rimediare a sbagli, combattere errori[17]".

[caption id="attachment_11967" align="aligncenter" width="1000"] Chateaubriand e Charlotte in un incisione del XIX secolo.[/caption]  

Questo prima episodio, creerà in Chateaubriand le prime crepe di un temperamento che con la morte successiva dei familiari, lo avvicinarono alla religione cattolico-romana grazie alla quale riabilitò in Francia il cattolicesimo.

Tragedia nella tragedia. Il 31 maggio 1798 il bretone riceve dallo zio Bedée la notizia che la madre era morta. Più di un anno dopo, nell’agosto del 1799, gli giunse con ritardo di 13 mesi una lettera della sorella Julie che gli dava la stessa notizia, lo accusava di aver contribuito con le idee dell’Essai alla morte della madre, e gli augurava di non scrivere più. La lettera non poté avere risposta; quando arrivò, Julie era morta da pochi giorni.

In questo tremendo periodo, inizia il suo progressivo avvicinamento non solo al cattolicesimo, ma a quello che verrà definito come il proto-romanticismo francese. Parlo dell’Atala, demolitore del buon selvaggio di Rousseau, ma da quest’ultimo prende spunto per la trama, grazie al romanzo epistolare del 1761 La Nouvelle Heloïse[18]. In quello che sarà uno dei suoi successi letterari, esprime le sue profonde convinzioni cristiane, spirituali e morali. Sostiene Madame de Staël nella sua lotta tra i Moderni (i futuri romantici) di cui è portavoce contro gli Anziani (i classicisti).

Atala è una novella concepita per integrarsi in un’epopea in prosa, I Natchez sono una tribù ispirata dal già discusso viaggio negli Stati Uniti, in particolare nella Lousiana e in Florida lungo le rive del Mississipi, chiamato dagli indiani Meschacebé: l’episodio di “Atala o gli Amori di due selvaggi nel deserto” è pubblicato al ritorno di Chateaubriand in Francia, prima di essere inserito nel successivo capolavoro, Genio del Cristianesimo.

Il racconto inizia con il vecchio Chactas, ormai settantreenne, indiano della tribù dei Natchez, figlio di Outalissi, raccontare al giovane francese Renè, giunto in Lousiana dopo aver abbandonato la patria, gli episodi più importanti della sua vita e in particolare della sua gioventù.

Appena ragazzo, egli è costretto a separarsi dalla sua terra madre a causa della sconfitta della sua tribù da parte dei Muscogulgi, che hanno sterminato quasi interamente il suo popolo.

Quindi Chactas viene accolto e cresciuto dallo spagnolo Lopez e dalla sorella di quest’ultimo, i quali cercano di convertirlo al cristianesimo, che il protagonista però rifiuta come religione. Dopo poco tempo, il protagonista inizia a sentire una forte nostalgia per la sua vita precedente e decide di lasciare la famiglia adottiva per tornare a vivere come un selvaggio.

A causa della sua inesperienza della vita rude e turpe degli indigeni, il ragazzo viene fatto quasi subito prigioniero dai Muscogulgi, che hanno intenzione di bruciarlo sul rogo e mangiare il suo cuore. Chactas, tuttavia, verrà salvato durante la notte, dalla bella Atala, figlia del capo dei Muscogulgi, ma educata dalla madre alla religione cristiana.

Durante la fuga, i due giovani si innamorano l’uno dell’altra, ma purtroppo vengono subito ripresi e riportati all’accampamento. Fortunatamente, la sera prima dell’esecuzione di Chactas, Atala riesce a liberarlo nuovamente e così i due iniziano una vita insieme nella foresta ai confini del deserto. La vita insieme avvicina i due protagonisti sempre di più in un amore bello e pieno di rispetto, anche se Atala non si concede e sembra tormentata dal ricordo della madre. Però la ragazza ha fiducia nel giovane indiano e infatti gli confida che, in realtà, il suo vero padre è uno spagnolo e, ironia della sorte, è lo stesso Lopez che si era preso cura del giovane.

Una notte, durante una tempesta, i due giovani si rifugiano nella foresta e Atala è sul punto di cedere al suo amore per Chactas, quando compare un cane seguito da un missionario francese, padre Aubry, giunto per soccorrerli, che li ospita nella caverna dove vive.

Il mattino seguente, mentre Atala dorme, il prete conduce il ragazzo al villaggio dove si sono stabiliti gli indiani che è riuscito a convertire e ai quali fa ancora da guida spirituale, per cercare di convertirlo e rendere possibile il matrimonio con la ragazza amata. È qui che Chactas si rende conto della pace e della felicità della vita civilizzata sotto la religione cristiana.

Ritornati alla grotta, i due uomini trovano la ragazza morente nel proprio letto e si chiedono cosa sia successo. È la stessa Atala, che con le ultime forze, spiega di essersi avvelenata perché temeva di non poter mantenere il voto di castità fatto alla madre in punto di morte. Allora padre Aubry le spiega che il voto poteva essere sciolto e che la madre, indotta dal fanatismo, le aveva fatto fare un giuramento che poteva essere invalidato. Purtroppo, a causa della propria ignoranza, Atala aveva deciso di uccidersi con un veleno senza rimedio e prima di morire conforta il suo amato e gli fa promettere di convertirsi al cristianesimo per poi ritrovarsi dopo la morte.  L’indomani Chactas e padre Aubry seppelliscono la giovane e poi il prete esorta il ragazzo a ricongiungersi al resto della sua tribù.

Nell’epilogo, un viaggiatore europeo narra di aver incontrato dei superstiti della tribù dei Natchez, vicino alle cascate del Niagara, che si portano dietro le ceneri dei loro antenati. Una donna, figlia di René, svela al viaggiatore la fine violenta del suo avo, di padre Aubry e di Chactas, che prima di morire era riuscito a convertirsi alla religione cristiana.

Questa storia d’amore è caratterizzata da uno stile fortemente lirico dove lo scrittore fa emergere sia la poesia descrittiva, sia quella drammatica.

Infatti si intravedono tutti gli elementi della letteratura romantica, come l’attenzione dedicata agli stati d’animo, il gusto per la natura, il ritorno alle radici cristiane come fondamento dell’identità dei popoli europei. Proprio quest’ultima voce diviene araldo del racconto, poiché si evince il contrasto tra la crudeltà dei selvaggi indiani, con la santità del missionario cattolico. Da qui avviene la condanna dei philosophes per l’elogio al buon selvaggio: questo essere astratto, senza macchia, che vive a contatto con la natura, perché puro.

Tutta l’opera di Chateaubriand è percorsa dallo sgomento davanti alla fatale corruzione dell’essere. Questa ossessione si concretizza, nella figura della maternità che genera morte: legata dalla madre al voto di castità, la giovane Atala si uccide per non infrangere il voto.

In quella estate, mentre lutti e missive si ripresentano con la velocità della ghigliottina, lo scrittore era impegnato in un’opera di circostanza di sicuro successo, una brochure, un pamphlet molto cattolico di 48 pagine, l’embrione, l’incunabolo del futuro Génie du Christianisme.

[caption id="attachment_11968" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra il busto in bronzo di François René de Chateaubriand nel Dol de Bretagne. La statua di Chateaubriand è stata apposta nel 1998 per celebrare il 150° anniversario della sua morte. A destra la testata del Genio del Cristianesimo del 1802.[/caption]  

Ancora oggi vi sono dubbi sulla sincerità di Chateaubriand verso la fede cristiano-cattolica. Ebbene i dubbi possono essere fugati conoscendo la sua vita retta, senza compromessi, con tanti sacrifici verso il prossimo, dove quest’ultimo aveva sempre le sembianze o della Francia o dello stesso popolo. Un lavoro politico e letterario oscuro, irradiato solo dalle critiche e dalle minacce dei despoti di turno. Certamente non fu uomo coerente: ebbe delle amanti, uccise in guerra, ma l’abbraccio vero della religione romana lo ebbe grazie al perdono: qui la grandezza del Cristianesimo; non più homo-homini-lupus, ma homo-homini-Deus, poiché Cristo si è fatto uomo, è Dio per l’uomo, la rettitudine di una vita, sta nell’essere perdonati dai propri sbagli. Ad una Rivoluzione che rimettendo al centro l’uomo, voleva renderlo perfettibile e auto-cosciente di sé usando qualsiasi mezzo necessario, il Cristianesimo cattolico ci insegna che l’uomo è imperfetto e proprio questa caratteristica è la sua forza, poiché fa tendere l’uomo – tramite un percorso “di santità” fatto di autoconsapevolezza e pentimento –, verso il paradiso. Chi è il santo? È colui che si dona al prossimo e grazie a questa bontà di spirito, sempre difficilissima per la natura umana, compie del bene agli altri, migliorando se stesso. Io credo che Chateaubriand avesse perfettamente capito quest’essenza straordinaria della Verità.

Pubblicato in Francia nel 1802, il Génie du Christianisme (Genio del Cristianesimo) è un’opera apologetica scritta tra il 1795 e il 1799 durante il suo esilio britannico. Lo scritto contribuirà molto anche alla riscoperta dell’arte gotica (precursore anche qui del britannico Augustus Pugin), della cavalleria e degli scrittori cristiani. Rappresentante di una generazione assetata di sentimenti religiosi che la Rivoluzione aveva adombrato, Chateaubriand vuole riabilitare il cristianesimo, la religione che lui considera la “più poetica, più umana, più favorevole alle lettere”. Il successo di quest’apologia ha portato l’autore a essere una vera guida spirituale. Opera fortemente didattica, il Genio del Cristianesimo o la bellezza della religione cristiana è arricchito di passaggi fondamentali che focalizzano lo sviluppo del Romanticismo in Francia, grazie alle meraviglie della natura o all’episodio di René. Fu un autentico successo in tutta Europa, soprattutto in Francia. Il libro è diviso in quattro distinte suddivisioni: Dogmi e dottrine, che evocano la bellezza e la nobiltà morale del cristianesimo; Poetica del cristianesimo, che mira ad evidenziare la superiorità delle opere d’ispirazione cristiana in confronto alle opere di origine pagana; Belle Arti e letteratura, attraverso la quale l’autore prova che i principali capolavori artistici e letterari si basano sul cristianesimo; Culto, dove sottolinea l’importanza e la grandezza della liturgia cristiana. Lo stesso bretone è felice dal suo successo che lo consacrò ai posteri: "Frattanto terminavo il Génie du Christianisme [...]. L’impero dei seguaci di Voltaire cacciò un grido e corse alle armi. [...] che speranze potevo avere io, privo di fama e di sostenitori, di distruggere l’influenza di Voltaire che aveva innalzato l’enorme edificio terminato dagli enciclopedisti e consolidato da tutte le celebrità d’Europa? Come! I Diderot, i D’Alembert, i Duclos, i Dupuis, gli Helvétius, i Condorcet erano spiriti senza autorità? Come! Il mondo doveva tornare alla leggenda aurea, rinunciare all’ammirazione dovuta ai capolavori di scienza e di ragione? Potevo mai vincere una causa che Roma armata dei suoi fulmini, il clero della sua potenza non avevano potuto difendere; una causa sostenuta invano all’arcivescovo di Parigi, Christophe de Beaumont, con l’appoggio dei decreti del Parlamento, della forza armata e del nome del Re? Non era ridicolo quanto temerario, per un uomo oscuro, opporsi ad un movimento filosofico così irresistibile da aver prodotto la Rivoluzione? Era curioso vedere un pigmeo tendere le braccia gracili per soffocare il progresso del secolo, fermare la civiltà e far retrocedere il genere umano! Grazie a Dio, sarebbe bastata una parola per polverizzare quell’insensato: così Ginguené, maltrattando il Génie du Christianisme sulla “Décade”, dichiarava che la critica giungeva troppo tardi, perché le mie farneticazioni erano già dimenticate. Lo diceva cinque o sei mesi dopo la pubblicazione di un’opera che neppure l’attacco dell’intera Académie Française, in occasione dei premi decennali, ha potuto distruggere. Pubblicai il Génie du Christianisme tra le rovine dei nostri templi. I fedeli si credettero salvi: si sentiva all’epoca un bisogno di fede, un’avidità di consolazioni religiose che derivavano dalla lunga privazione di tali consolazioni. Quante forze soprannaturali da invocare per tante avversità subite! Quante famiglie mutilate dovevano cercare presso il Padre degli uomini i figli perduti! Quanti cuori spezzati, quante anime rimaste sole imploravano una mano divina per guarirli! [...] cercavano rifugio nell’Altare[19]".

I passi in cui lo scrittore bretone dimostra che scacciando le divinità pagane dai boschi il culto cristiano, allargandosi, ha riportato la natura alla sua solitudine; i paragrafi in cui tratta l’influenza della religione cattolica sullo stile della visione pittorica, o il cambiamento religioso operato nella poesia e nell’eloquenza; i capitoli dedicati alle ricerche sui nuovi sentimenti introdotti nei modelli drammatici dell’Antichità, racchiudono il germe della nuova critica.

L’azione del Génie du Christianisme sulle opinioni, non si limita a una momentanea resurrezione di una religione data per morta: ebbe luogo una metamorfosi più duratura. L’ateismo e il materialismo non furono più la base del credo o della miscredenza dei giovani ingegni; l’idea di Dio e dell’immortalità dell’anima riacquistò il suo potere. Il pregiudizio antireligioso fu annientato, si dileguò con la stessa velocità con cui era comparso; il cattolico non fu più una mummia del nulla, avvolto in bende filosofiche.

In Francia il 9 novembre del 1799 (18 brumaio) arriva il colpo di Stato che innalza Bonaparte al potere. Il cambiamento politico induce gli emigrati a tornare in patria. Mentre i francesi si occupavamo del vivere e del morire comuni, la storia compiva la marcia gigantesca del mondo; l’Uomo del tempo prendeva la guida della specie umana.

Quando nel 1801 il suo amico Joubert lo introduce nella cerchia di intellettuali che si riuniva regolarmente in rue Neuve-du-Luxembourg, da Pauline de Beaumont, passando per Fontanes, Bonald, Molé, Pasquier, Chênedollé e la stessa madame de Staël-Holstein. Molti di questi personaggi manterranno anche in seguito strette relazioni di amicizia con Chateaubriand. Pauline de Montmorin Saint-Hérem, contessa di Beaumont (1768 - 1803) era figlia del Ministro degli Esteri di Luigi XVI, perito nei massacri del 2 settembre del 1792 con tutta la sua famiglia, ad eccezione della giovane donna. Joubert e la moglie aveva conosciuto Paoline nel 1794, quando la ragazza si era rifugiata in Borgogna, dai cugini Sérilly. In seguito l’accolsero nella loro residenza di Villeneuve-sur-Yonne. Così tra Joubert e Pauline nascerà un grande legame affettivo. Nel 1798 de Beaumont era tornata a Parigi: tra Chateaubriand e la donna scatta la scintilla, che si trasformerà in amore e affetto duraturo. Per permettere a Chateaumbriand, divenuto suo amante, di lavorare in maniera confortevole al Génie du Christianisme, Pauline affitta in aprile una casa a Savigny-sur-Orge, dove i due abitano insieme a partire dal 20 maggio fino alla fine di novembre.

Grazie alla relazione con Fontanes, che è amico di Luciano Bonaparte e di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, Chateaumbriand ottiene la radiazione dalla lista degli emigrati.

[caption id="attachment_11969" align="aligncenter" width="1000"] Parigi, Panthéon: scultura di dedicata agli oratori e ai pubblicisti della Restaurazione (1903) di Laurent Honoré Marqueste (1848 - 1920), monumento in pietra. Il gruppo di oratori e pubblicisti della Restaurazione è composto da Benjamin Constant, Pierre de Serre, Casimir Perier, Armand Carrel, dal generale Maximilien Foy, Jacques-Antoine Manuel e François-René de Chateaubriand.[/caption]  

Il 14 aprile la pubblicazione del Génie du Christianisme con Migneret è un successo strepitoso: l’opera appare in concomitanza con il Te Deum che, il 18 aprile, giorno di Pasqua, celebra solennemente, a Notre-Dame, il ripristino del culto (in seguito Concordato). L’eco arriva fino allo stesso Napoleone, che lo invita ad un ricevimento per conoscerlo: "Fui invitato perché avevo radunato le forze cristiane e le avevo fatte tornare alla carica. Ero nella galleria quando entrò Napoleone: mi colpì favorevolmente; [...] Il suo sorriso era carezzevole e bello; [...] non aveva ancora nessuna ciarlataneria nello sguardo, niente di teatrale e di affettato. Il Génie du Christianisme, che all’epoca destava molto scalpore, aveva agito su Napoleone. Una prodigiosa immaginazione animava quel politico tanto freddo [...] Bonaparte mi scorse e mi riconobbe, non so da che cosa. Quando si diresse verso la mia persona, non si sapeva chi cercasse; le file si aprivano l’una dopo l’altra; ognuno sperava che il console si sarebbe fermato davanti a lui; egli pareva provare una certa impazienza di fronte a tali equivoci. Io sprofondavo dietro ai miei vicini; a un tratto Bonaparte alzò la voce e mi disse: «Monsieur de Chateaubriand»! Allora rimasi da solo alla vista, perché la folla si ritirò e in breve si riformò in cerchio intorno ai due interlocutori. Bonaparte mi rivolse la parola con semplicità: senza farmi complimenti, senza domande oziose, senza preamboli, mi parlò immediatamente dell’Egitto e degli Arabi, come se fossi stato in confidenza con lui ed egli si limitasse a continuare una conversazione già avviata tra noi. «Rimanevo sempre colpito, - mi disse -, quando vedevo gli sceicchi cadere in ginocchio in mezzo al deserto, volgersi a Oriente e toccare la sabbia con la fronte. Qual era la cosa ignota che adoravano in direzione dell'Oriente»? Bonaparte s’interruppe, e passando senza transizione a un'altra idea: «Il Cristianesimo? Gli ideologi non hanno forse voluto ridurlo a un sistema di astronomia? Se anche così fosse, credono di convincermi che il cristianesimo sia poca cosa? Se il cristianesimo è l’allegoria del movimento delle sfere, la geometria degli astri, gli atei hanno un bel dire, hanno pur sempre lasciato, loro malgrado, sufficiente grandezza all’infame». Bonaparte si allontanò seduta stante. Come a Giobbe, nella mia notte, uno spirito mi è passato davanti; i peli della mia carne si sono drizzati; è rimasto lì: non conosco il suo volto e ho udito la sua voce come un lieve soffio[20]".

Inizialmente anche Chateaumbriand è attratto da Napoleone, come tutti. Come si spiega allora la grande battaglia che intraprese dopo contro di lui? È presto detto. Il còrso ristabilì la civiltà in Francia, eseguì riforme, attuò il nuovo concordato con il clero, rese grande militarmente la Francia. Quest’ultimo punto attrae il bretone: allo scrittore, Napoleone piaceva per il coraggio delle scelte, giuste o sbagliate che fossero; la capacità di Napoleone di prendersi le responsabilità di fronte al popolo e alla Nazione. Certamente intravedeva già il dispotismo, ma di fronte ai crimini rivoluzionari, il generale appariva un moderato, poiché abolì il terrore, riconsegnò parzialmente il potere alla nobiltà. Quello che Chateaumbriand scoprirà successivamente, in formato simile alla Rivoluzione, segnò il suo allontanamento e la sua personalissima guerra al despota. Se vi era qualcosa che François-René non sopportava era la prepotenza, la corruzione: Napoleone si contornò di profittatori, di ipocriti, di regicidi e da tutti coloro che lo adulavano solo per trarci profitto. In verità anche Napoleone nutriva stima di Chateaumbriand: dopo aver letto le sue opere, aveva capito che possedeva talento, ingegno e un elemento per lui molto importante, la riservatezza e la poca ambizione di potere – i due potevano davvero andar d’accordo.

Quale dunque l’elemento che mise fine alla loro conoscenza, nonostante il futuro Imperatore dei Francesi gli avesse assegnato la segreteria dell’ambasciata dello Stato Pontificio nel 1803 al seguito del Cardinale Joseph Fesch (1763 - 1839)? Fu un omicidio. Fu l’assassinio del duca d’Enghien, l’ultimo della grande famiglia dei Condé, a Vincennes. Perché dunque Napoleone avrebbe mai commesso omicidio così efferato? Ebbene, grazie anche agli intrighi di Talleyrand, il còrso voleva pubblicamente far comprende come egli non poteva mai essere il restauratore tanto desiderato del Trono e dell’Altare in Francia. L’abolizione del terrore, il riavvicinamento della nobiltà, il Concordato con la Chiesa, avevano fatto sperare l’esiliato Luigi XIII e molti dei realisti, compreso Chateaumbriand, in una nuova svolta per la Francia. Come sappiamo non sarà Regno, ma Impero. Il letterato non perdona il gesto materiale, non comprende l’atto politico: il 21 marzo del 1804 scrive una lettera di dimissioni a Talleyrand, non assumendo neanche l’incarico di Sion che Napoleone gli aveva appena conferito. Da quel momento è un oppositore di Napoleone, l’unico che elevò un grido in Europa, tramite il giornale del Mercure. Paradossalmente Napoleone nelle sue Memorie di Sant’Elena elogia Chateaumbriand per la sua franchezza e la sua opposizione fiera e leale. Dopo tanti colpi bassi, dati e ricevuti, l’ex Imperatore dei Francesi in esilio gli diede merito.

Così riporta il racconto dell’omicidio di colui che aveva militato, insieme al bretone, nell’armata degli emigrati francesi, poi esercito di Condé: "Un ordine di Bonaparte, del 29 ventoso anno XII, aveva stabilito che una commissione militare, composta da sette membri nominati dal generale governatore di Parigi (Murat), si sarebbe riunita a Vincennes, per giudicare il «ci-devant» duca d’Enghien, accusato di essersi armato contro la Repubblica. [...] La morte dello sventurato duca d’Enghien è uno degli avvenimenti che hanno più afflitto la nazione francese: esso ha disonorato il governo consolare. Un giovane principe, nel fiore degli anni, sorpreso a tradimento su suolo straniero, dove dormiva in pace protetto dal diritto dei popoli; trascinato con violenza verso la Francia; tradotto di fronte a sedicenti giudici che non potevano in nessun caso essere i suoi; accusato di reati immaginari; privo del soccorso di un difensore; interrogato e condannato a porte chiuse; giustiziato di notte nei fossati della roccaforte che fungeva da prigione di Stato; tante virtù misconosciute, speranze tanto care distrutte, faranno per sempre di questa catastrofe uno degli atti più rivoltanti cui si sia mai abbandonato un governo assoluto! [...] Il duca d’Enghien non è stato arrestato in Francia; non era prigioniero di guerra, perché non era stato catturato con le armi in pugno; non era prigioniero a titolo civile, perché non era stata chiesta l’estradizione; si trattava di un sequestro violento di persona, paragonabile alle catture dei pirati di Tunisi e di Algeri, di una scorreria di ladri, incursio latronum. [...] Riassumendo questi fatti, ecco che cosa mi hanno dimostrato: Bonaparte ha voluto la morte del duca d’Enghien; [...] la separazione definitiva del Primo console dai Borboni. [...] Quanto a Talleyrand, prete e gentiluomo, ispirò e preparò l’assassinio assillando Bonaparte con le sue ansie: temeva il ritorno della monarchia legittima. [...] fu lui a convincere il console a ordinare l’arresto fatale[21]". Questa morte, sul momento, gelò di spavento tutti i cuori; si temette un ritorno del regno di Robespierre. Parigi credette di rivedere uno di quei giorni che si vedono solo una volta, il giorno dell’esecuzione di Luigi XVI. I servitori, gli amici, i parenti di Bonaparte erano costernati.

[caption id="attachment_11971" align="aligncenter" width="1000"] Luigi Antonio di Borbone, Duca di Enghien (Chantilly, 2 agosto 1772 – Vincennes, 21 marzo 1804), era un parente dei sovrani borbonici di Francia. Fu giustiziato per accuse inventate durante il consolato francese. Fu educato privatamente dall'Abbé Millot e, nelle questioni militari, dal Commodoro de Vinieux. Mostrò precocemente lo spirito bellicoso del Casato di Condé, e cominciò la sua carriera militare nel 1788. Allo scoppio della rivoluzione francese, emigrò con il padre e il nonno pochi giorni dopo la caduta della Bastiglia e rimase in esilio, cercando di aumentare le forze per l'invasione della Francia e la restaurazione della monarchia. Nel 1792, allo scoppio delle guerre rivoluzionarie francesi, ricoprì un comando nel corpo degli émigré organizzato e comandato da suo nonno, il Principe di Condé. Questo esercito di Condé condivise la fallimentare invasione della Francia del Duca di Brunswick.[/caption]  

All’estero, il linguaggio diplomatico soffocò subito la reazione popolare, ma essa scosse ugualmente le viscere della folla. Nella famiglia esiliata dei Borboni, il colpo penetrò a fondo: Luigi XVIII restituì al re di Spagna l’Ordine del Toson d’Oro, di cui era stato da poco insignito Bonaparte; la decorazione era accompagnata dalla lettera seguente, che fa onore all’anima regale: «Caro signor cugino, non può esservi niente in comune tra me e il grande criminale che l’audacia e la fortuna hanno posto su un Trono che egli ha avuto la barbarie di macchiare con il sangue puro di un Borbone, il duca d’Enghien. La religione può impormi di perdonare un assassino; ma il tiranno del mio popolo dev’essere sempre mio nemico. La Provvidenza per motivi inspiegabili, può condannarmi a finire i miei giorni in esilio; ma né i miei contemporanei né i posteri potranno mai dire che nel momento avverso io mi sia mostrato indegno di occupare fino all’ultimo respiro il trono dei miei antenati».

Non bisogna dimenticare un altro nome, associato a quello del duca d’Enghien: Adolph Gustav IV (1778 - 1837), poi detronizzato e messo al bando, fu l’unico tra i Re allora regnanti che osò alzare la voce per salvare il giovane principe francese. Fece partire da Karlsruhe un aiutante di campo latore di una lettera a Bonaparte; la lettera arrivò troppo tardi: l’ultimo dei Condé non era più. Gustavo Adolfo restituì al re di Prussia il cordone dell’Aquila Nera, come Luigi XVIII aveva reso il Toson d’Oro al re di Spagna. Gustavo dichiarava all’erede del grande Federico che «secondo le leggi della cavalleria non poteva acconsentire ad essere fratello d’armi dell’assassinio del duca d’Enghien» (Bonaparte aveva l’Aquila Nera).

Il giudizio su Napoleone, più tardi, sarà tremendo, crudo, veritiero: "Napoleone poteva ripercorrere il corso della sua vita: poteva chiedersi se con un po' più di moderazione non avrebbe conservato la sua prosperità. Adesso non erano degli stranieri, dei nemici, a metterlo al bando; non se ne andava quasi da vincitore, lasciando la nazione piena di ammirazione per il suo passaggio, dopo la prodigiosa campagna del 1814; si ritirava sconfitto. Erano dei francesi, degli amici, a esigere la sua immediata abdicazione, a sollecitare la sua partenza; non lo volevano più nemmeno come generale [...] gridavano che Bonaparte era stato davvero troppo criminale a violare i trattati del 1814. Ma i veri colpevoli non erano forse coloro che avevano favorito i suoi piani? [...] si prestarono alle passioni del loro capo, tornato indietro; contribuirono ad accecarlo, sicuri com’erano di trarre profitto sia dalla sua vittoria che dalla sua sconfitta. Solo il soldato morì per Napoleone con una lealtà ammirevole; tutti gli altri non furono che gregge al pascolo, intento a ingrassarsi a destra e a manca. [...] Non si vide mai un tale abbandono; Bonaparte stesso l'aveva reso possibile: insensibile com'era alle pene altrui, il mondo gli rese indifferenza per indifferenza. Come la maggior parte dei despoti, si trovava bene con i suoi domestici; in fondo non gli importava di nessuno: uomo solitario, bastava a se stesso; la sventura si limitò a renderlo al deserto della sua vita[22]". Nel marasma, tre eventi distinti lo abbattono e lo ravvivano. Inizia una seconda relazione con Delphine de Sabran, una nobildonna vedova, che si era stabilita nel castello di Fervacques: luogo di incontri proibiti con il letterato. Durante l’ambasciata di Roma muore nel 1803 la sua amante Paoline. François-René sarà al suo capezzale, proprio nella città eterna, provvederà ai suoi funerali e alla sua sepoltura nella splendida Chiesa romana di San Luigi dei Francesi. L’addio all’Italia gli vale la pubblicazione di un opuscolo, tramite il Mercure, Lettere sulla campagna romana del 3 marzo 1804. La data coincide con lo stesso giorno in cui la sua vita coniugale riprende con la moglie Céleste: una relazione che per gli eventi storici si era gioco-forza interrotta nel 1792. I due erano quasi degli sconosciuti, si erano visti solo quattro volte. Nonostante questo nasce un amore sincero, leale, che metterà fine alle “scappatelle” di Chateaumbriand. Nel 1804 spira anche la sorella Lucile, morta per cause misteriose, si pensò ad un suicidio. La pena e lo sconforto sono duraturi nel letterato, che vede nuova linfa con la pubblicazione di René nel 1805. Uscito nel 1802 nel capitolo del Genie dedicato al “vago delle passioni”, René ne è stato distaccato tre anni dopo e unito al seguito di Atala. Questo racconto conoscerà un successo prodigioso in tutta l’Europa. Nelle intenzioni dell’autore l’episodio doveva servire a dare l’esempio della “potenza di una religione”. Chateaubriand ammetterà più tardi, nelle Memorie d’oltretomba (1848 - 50), l’importanza di quest’opera a riguardo del romanticismo nascente: «Se René non esistesse, non lo scriverei più; se mi fosse possibile distruggerlo, lo distruggerei. Una generazione di René poeti e René narratori è cresciuta a dismisura […] Non c’è stato un solo ragazzo che, dopo il collège, non abbia sognato di essere il più dannato degli uomini». René è un giovane europeo che sfugge dalla civiltà, alla ricerca di se stesso. Si rifugia nelle foreste americane, presso i Natchez. Qui lo accolgono due anziani, Chactas e Padre Souël che si possono considerare le autorità politiche e religiose. Il romanzo inizia con la sollecitazione degli anziani, ad abbandonare la reticenza del protagonista e indurlo a raccontare la sua storia della vita. L’arrivo di una lettera, che annuncia la morte della sorella, convince finalmente lo sconvolto René a narrare la sua storia. Come suggerisce il titolo, ci sono numerosi elementi autobiografici nel libro, che attinge ampiamente ai ricordi di Chateaubriand della sua infanzia in Bretagna e ai suoi viaggi in Nord America nel 1791. Chateaubriand è stato criticato per il suo uso del tema dell’incesto e non c'è prova che sua sorella Lucile aveva una tale passione per lui nella vita reale. Noia, disincanto, rifiuto del mondo che non si comprende più, ricerca della solitudine, ma allo stesso tempo disgusto, passioni vaghe e senza esito, incertezze e indecisione: sono questi i sentimenti del giovane René, primo eroe romantico vittima del “male del secolo”. René si è rivelato un’ispirazione immensa per i giovani romantici che hanno ritenuto che fosse l’espressione perfetta del mal du siècle vissuto dalla loro generazione. Tra gli ammiratori ricordiamo il compositore Louis-Hector Berlioz (1803 - 69) e il drammaturgo Alfred Louis Charles de Musset-Pathay (1810 - 57). La sua fama raggiunse l’estero; i viaggi di René attraverso l’Europa furono imitati da Lord Byron nel Pellegrinaggio di Childe Harold. Sia René che Harold, sono irrequieti ed estraniati con un disprezzo aristocratico per la banalità del mondo. Come Goethe con Werther, negli anni successivi Chateaubriand arrivò a risentirsi della popolarità dei suoi primi lavori. Date le dimissioni e braccato dal regime napoleonico, partì per un lungo viaggio in Oriente che evocherà in L’itinerario da Parigi a Gerusalemme (1811). Quando tornò in Francia, si stanziò alla Vallée-aux-loups e si oppose al regime imperiale. Pubblicò un’epopea della religione cristiana, I Martiri (1809), e iniziò le sue Memorie d’Oltretomba. Eletto all’accademia francese, non poté pronunciare il suo audace discorso, censurato dal governo, dovette aspettare la caduta dell’Impero. Chateaubriand sempre dalla parte della causa borbonica, entrò in politica dove si succederanno momenti di favore e di disgrazia. Diventò ambasciatore a Berlino e a Londra, ministro degli Affari Esteri, ambasciatore a Roma. Durante questo periodo Chateaubriand scrisse opere politiche Dei Buonaparte e dei Borbone (1814), vero pamphlet contro Napoleone, elogio alla monarchia legittimista.

[caption id="attachment_11972" align="aligncenter" width="1000"] Louis-François Lejeune, Ingresso di Carlo X a Parigi, vicino alla barriera della Villette, dopo la sua incoronazione. 6 giugno 1825. Testatina dei Bonaparte e dei Borboni, edito in italia dalla Adelphi, piccola Biblioteca.[/caption]  

Tuttavia il rapporto con Luigi XVIII non è buono: c’è il rispetto per l’entità divina che rappresenta, non vi è stima umana, la stessa che invece permeò il rapporto con il successivo Carlo X:

"Luigi XVIII non perse mai la consapevolezza della supremazia dei suoi natali; era re dappertutto, così come Dio è Dio dappertutto, in una mangiatoia o in un tempio, su un altare d’oro o d’argilla. La sua sventura non gli strappò mai la minima concessione; più cadeva in basso, più s’innalzava; la sua corona era il nome; sembrava che dicesse: «Uccidetemi, non ucciderete i secoli scritti sulla mia fronte». Se al Louvre avevano raschiato via il suo blasone, poco gli importava: non era inciso sul globo? [...] L’idea fissa della grandezza, dell’antichità, della dignità, della maestà della propria stirpe, dava a Luigi XVIII una vera autorità. Se ne avvertiva l’imperio; gli stessi generali di Bonaparte lo ammettevano: erano più intimiditi al cospetto di quel vecchio impotente che davanti al terribile padrone che li aveva comandati in cento battaglie. A Parigi, quando Luigi XVIII accordava ai monarchi trionfanti l’onore di pranzare alla sua tavola, passava per primo senza complimenti davanti a quei prìncipi i cui soldati erano accampati nel cortile del Louvre; li trattava come vassalli che, portando uomini d’arme al loro Signore e Sovrano, avevano fatto soltanto il loro dovere. In Europa esiste soltanto una monarchia, quella di Francia; il destino delle altre è legato alla sorte di quella. Tutte le stirpi regali sono vecchie di un giorno in confronto alla stirpe di Ugo Capeto, e quasi tutte ne sono figlie. Il nostro antico potere regale era l’antica monarchia del mondo: la messa al bando dei Capeto ha datato l’era della cacciata dei re. [...] L’incrollabile fede di Luigi XVIII nel suo rango è il potere reale che gli ha restituito lo scettro; è questa fede che, per due volte, gli fece cadere in testa una corona per la quale l’Europa non immaginava, né aveva intenzione, di consumare popoli e tesori. L’esiliato senza soldati si trovava al termine di tutte le battaglie che non aveva ingaggiato. Luigi XVIII era la legittimità incarnata, quando è scomparso l’uno, è scomparsa anche l’altra[23]".

Quasi da storico nelle sue memoria riporta la crisi morale e politica, che farà poi crollare il successore del conte di Provenza, Carlo X. Principalmente non perdonava a Luigi XVIII di essersi contornato, anch’esso dai profittatori e da antichi regicidi. A differenza di Bonaparte era un tiepido, sposando ora una causa, per interesse, ora un’altra. Un Re che non vuole problematiche, fatica a tenersi issato sul Trono. Le prime opere della Restaurazione furono affidate all’infecondità del vescovo di Autun, quel Talleyrand che dopo esser sopravvissuto a tutte le stagioni politiche inflisse alla Restaurazione la sterilità, trasmettendole un germe di infamia e di morte. Luigi XVIII era insensibile, questa l’accusa principale. Gli eccessi del Terrore, il dispotismo di Bonaparte avevano fatto tornare indietro le idee, ma appena gli ostacoli opposti furono annientati, esse affluirono nel letto che dovevano al tempo stesso seguire e scavare – «le cose furono riprese al punto in cui si erano fermate; ciò che era accaduto fu come annullato: la specie umana, riportata all’inizio della rivoluzione, aveva solo perduto quarant’anni di vita».

[caption id="attachment_11970" align="aligncenter" width="1000"] Tomba di Chateaubriand sull'isola di Grand Bé nei pressi di Saint-Malo.[/caption]  

Si ritirò della politica nel 1830, rifiutando di riconoscere la Monarchia di Luglio, di Luigi Filippo di Borbone-Orléans (Luigi Filippo I, 1773 - 1850), quell’Égalité fil che con tanta malizia e abilità, riuscì a sottrarre a Carlo X il Trono, tramite intrighi di Palazzo. Indubbiamente la sua scrittura lirica e il suo stile complesso e musicale, lo classificheranno tra gli autori che hanno rappresentato al meglio il malessere di tutta una generazione di scrittori. Ammirato da poeti come Lamartine e Charles Baudelaire e dal romanziere Marcel Proust, Chateaubriand è stato un autore influente tra l’Ottocento e il Novecento, per il ruolo ricoperto di avanguardista letterario del movimento romantico. «L’uomo e lo scrittore sono inseparabili», Chateaubriand spiega questo concetto nel suo prefazio testamentario mandato al direttore della Rivista dei due mondi per descrivere il suo progetto autobiografico. Le Memorie d’Oltretomba sono la testimonianza della coscienza dell’autore di fronte a un mondo che sta cambiando. Un giudizio personale sui fatti e sui personaggi si sovrappone a una descrizione obiettiva e a un autoritratto fedele. Muore il 4 luglio del 1848, quando altri vagiti rivoluzionari erano alle porte. Oggi riposa sull’isola di Grand Bé nei pressi di Saint-Malo, la sua città natale. La sua tomba in realtà non contiene alcuna iscrizione, una targa non nominativa è stata comunque posizionata sul muro dietro il manufatto, con l’iscrizione: «Un grande scrittore francese ha voluto riposare qui per ascoltare solo il vento e il mare. Passando rispetta il suo ultimo desiderio».

 

[1] Ivi, pp. 834-835.836.837-838.

[2] Nascita del padre, René-Auguste de Chateaubriand.

[3] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p.27.

[4] In realtà, la guerriglia futura della Chouannerie, rese famosi questi contadini bretoni come i temuti Chouans.

[5] La pallamaglio è un antico gioco all’aperto, originario di Napoli, che ha dato origine a numerosi sport moderni, come il golf, il croquet, l’hockey nelle sue varianti e il polo.

[6] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p.95.

[7] Nel 1780 vengono maritate contemporaneamente due delle sue sorelle. Marie-Anne, a diciannove anni, sposa il conte di Marigny; Bénigne, a diciotto, il conte di Québriac. Ambedue gli sposi sono capitani del corpo di cavalleria dei dragoni, di buona nobiltà bretone. Le nuove famiglie vanno ad abitare a Fougéres, a circa cinquanta chilometri da Combourg, in belle dimore gentilizie. Frattanto Jean-Baptiste ha finito gli studi a Rennes, e il padre gli ha comprato una carica di consigliere al Parlamento (1779). Nell’aprile del 1782 si sposa anche la sorella Julie all’età di diciotto anni con il cavaliere Annibal de Farcy, altro nobile bretone, capitano del reggimento di fanteria di Condé.

[8] Ivi, p.98.

[9] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.119-120-121-122-123

[10] Ivi, pp. 143-144. È affiliato all’Ordine di Malta l’11 settembre del 1789.

[11] Si scoprirà poco dopo, grazie agli esploratori Mackenzie, Gray e Vancouver, che tale passaggio era inesistente, poiché bloccato dalle invalicabili Montagne Rocciose. Ciò fu possibile grazie all’esplorazione della costa nord dell’America.

[12] Ivi, pp. 131-132-133.

[13] Ivi, p.242.

[14] Ivi, p.280.

[15] Ivi, p.286-231.

[16] Sarà liberata solo il 18 ottobre del 1794.

[17] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, p. 320.

[18] Peraltro Rousseau confonde clamorosamente il concetto di “stato di natura” con quello di “natura” o “legge naturale”. Per tutti gli illuministi la natura di un essere nella sua auto-sussistenza coincide con la perfezione, poiché per se stessa la natura contiene “in nuce” il dispiegamento di una serie di virtualità positive: quegli istinti genuini che rischiano di corrompersi nelle convenzioni artificiose che la società impone.

[19] R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.

[20] Ivi, pp.419-420

[21] Ivi, pp. 462-465-466-469-470-478.

[22] Ivi, 827-828-829.

[23] Ivi, pp.776-786-787.

 
Per approfondimenti:
_R.A.de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015;
_R.A.de Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, Einaudi, Torino, 2014;
_R.A.de Chateaubriand, Atala - ­René, Garzanti, Milano, 2006;
_R.A.de Chateaubriand, Saggio sulle rivoluzioni, Medusa, Milano, 2006.
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi del 05-04-2020

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La storia delle guerre di Vandea (1793-95-99 - 1815) nell’arte ufficiale del XIX secolo è strettamente legata a quella dei diversi regimi politici che si sono susseguiti. Gli eventi hanno lasciato un segno profondo e duraturo nella regione. Non esiste alcun potere politico che non abbia tentato di difendere la causa dell’una o dell’altra delle forze coinvolte. Poco dopo la fine della guerra, assistiamo a una vera “eroizzazione” della Repubblica.
[caption id="attachment_11896" align="aligncenter" width="1000"] Charles-Melchior Descourtis (1753 - 1820), Il giovane Darruder. Il tamburino Darruder vendica suo padre ucciso dai vandeani, nella battaglia di Fougères, nel 1793. [/caption]
Attraverso le immagini, la giovane Repubblica cerca di mettere in evidenza gli eroi popolari che si sono distinti durante le guerre della Vandea: i Blues. Come gli scultori, ai pittori viene chiesto di fissare nell’eternità le caratteristiche di tali personaggi. Il coraggio è il pretesto per tutte le produzioni nazionali siano esse incisioni, poesie, canzoni. Ci sono figuranti umili, riuniti, ognuno più coraggioso dell’altro, il che servì alla propaganda rivoluzionaria, come il giovane Darruder di Charles-Melchior Descourtis (1753 - 1820), oppure il granatiere di Bressuire, l’eroina di Milhier di Jean-Baptiste Lesueur (1749 - 1826), o il fabbro della Vandea che curiosamente, non hanno lasciato tracce nella storia della Vandea militare.
Sotto l’aspetto pittorico i dipinti dei generali vandeani e più in generale l’arte che ha raffigurato gli scontri delle guerre di Vandea hanno ricevuto quasi interamente l’influsso della pittura romantica. Difatti in Germania, a Jena, nel 1796, i fratelli Wilhelm August (1767-1845) e Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772-1829), Johann Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (Novalis 1772-1801) diedero vita a un cenacolo intellettuale dal quale ebbero origine le idee di un nuovo movimento artistico-letterario, il Romanticismo che modificò radicalmente il modo di considerare l’uomo, la natura, l’arte, la religione, la politica. In primo luogo per i romantici la natura – al pari dell’anima – si fondava su un principio di ordine spirituale ed era un’entità organica, vivente e in divenire, non riconducibile a schemi oggettivi o meccanici e non conoscibile per via razionale.
Secondo i romantici gli antichi vivevano in una comunione immediata con la natura, irrimediabilmente persa nella modernità, che aveva prodotto una frattura insanabile, fonte di infelicità, tra l’uomo e il suo ambiente naturale e spirituale. A tale comunione ormai perduta l’uomo moderno continuava ad aspirare spinto dalla nostalgia, pur essendo consapevole della sua irraggiungibilità. La vita umana veniva caratterizzata così da una tensione infinita verso ciò che stava al di là della realtà concreta. I romantici tedeschi coniarono il termine “Sehnsucht” – letteralmente desiderio di desiderare – per indicare l’insaziabile inquietudine che portava l’uomo a tendere verso una realtà ulteriore, pur sapendo che essa, nella sua più intima essenza, era impossibile da attingere, poiché i processi di meccanizzazione, poi accellerati dalla rivoluzione industriale, furono la causa della frattura insanabile tra l’uomo e la natura prodotta dalla modernità.
La potenza della téchne, della scienza – ovvero tutte quelle modalità di dominio sull’ente –, che con la filosofia moderna e contemporanea avrebbero fatto dell’uomo il fondamento del reale, hanno sostanzialmente svuotato di contenuto il Dio della tradizione, il Dio cristiano.
L’uomo moderno e contemporaneo – che fonda i suoi cardini intorno al concetto di metafisica, derivante dall’idealismo tedesco –, ha sostituito il divino, con il credo di poter essere proprio “lui” il fondamento ultimo del reale, in quanto soggettività assoluta: individualismo. Non a caso Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse che: “Dio è morto”, annunciandolo nelle piazze. Tuttavia il grande filosofo tedesco, era consapevole che non si trattasse di una chiacchiera da pazzo, di un folle. Di contro, la presa di coscienza drammatica di un avvenimento che ha completamente ribaltato la comprensione di tutta la nostra epoca.
Con la prima Restaurazione del 1815, la situazione si modifica in modo significativo: in effetti, in un disegno permanente di riconciliazione e pacificazione nazionale, Luigi XVIII deve soddisfare sia coloro che lo accusano di voler dimenticare i sacrifici fatti dai suoi seguaci per il suo ritorno sul trono di Francia, sia i liberali che augurano una nuova Francia. Il re, sempre tiepido per non scomodare tutti, ordinò nel 1816 di ritrarre postumi i generali vandeani, da collocare nella sala delle guardie del castello di Saint-Cloud. I primi dipinti prodotti furono presentati all’Esposizione parigina del 1817. Le famiglie coinvolte e sopravvissute alle plurime guerre vandeane furono chiamate da Luigi XVIII per recepire le risposte che il re riceveva dopo la richiesta emessa ai pittori ufficiali.
Le opere presentarono fin da subito alcune contraddizioni: alcune delle famiglie non riconobbero i loro generali che avevano cresciuto, altri hanno stigmatizzato le posizioni scelte. Ad ogni buon conto le famiglie che fornirono ai pittori elementi di autenticità furono generalmente soddisfatte.
Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson (1767 - 1824) è uno dei primi pittori francesi ad aderire al progetto del Regno. In questo ritratto a figura intera, si mostra il generalissimo dell’Esercito Cattolico e Reale l’umile Jacques Cathelineau (1759 - 1793) rappresentato in piedi, di fronte, con la testa rivolta verso sinistra. Esposto al Salon tra il 1831 e il 1869, questo olio su tela del 1825 è alto 2,20x1,50m.
[caption id="attachment_11897" align="aligncenter" width="1000"] Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, Jacques Cathelineau, olio su tela del 1825 è alto 2,20x1,50m. [/caption]
Le saint de l’Anjou, così come venne ribattezzato, non è nel mezzo di una battaglia, ma è intento a dare ordini vicino ad una vegetazione dal gusto romantico. Afferra in mano una sciabola su cui è inciso il suo nome e un giglio. Porta il rosario reliquiario conservato tutt’oggi al Museo della Dobrée a Nantes. Sullo sfondo, dietro gli alberi, sono rappresentati due elementi simbolici: una croce e una bandiera bianca bianca con fleur-de-lis: Dio e il Re, sono in realtà un unicum. Questo ritratto è stato dipinto su richiesta della Maison du Roi e già nel 1817, Luigi XVIII l’aveva ordinato per il suo castello a Saint-Cloud. Successivamente, il Re accettò l’esecuzione di repliche di questo capolavoro destinato alle famiglie. Completato nel 1825, dopo la morte di Luigi XVIII, ha inciso sul retro il marchio del Re Carlo X e dei Musei reali.
Secondo generale eseguito da un pittore dalla non minore bravura è quello dello storicista Léon Cogniet (1794 - 1880), famoso per aver insegnato ad una generazione artistica di fenomeni. Anche lui non sfugge al fascino di dipingere un generale vandeano. Ne sarà un esempio “il principe di Talmont Antoine-Philippe de La Trémoille”, (1765 - 1794) olio su tela del 1825, conservato al Museo di storia dell’arte di Cholet.
[caption id="attachment_11898" align="aligncenter" width="1000"] Léon Cogniet “il principe di Talmont Antoine-Philippe de La Trémoille”, olio su tela del 1825. [/caption]
L’energico e simpatico personaggio, di rilievo nelle guerre vandeane, è letteralmente in posa. Stride leggermente con lo sfondo cupo di un bastimento repubblicano ligneo che sta per essere assaltato e preso. Sempre sulla destra dello sfondo, si intravedono contadini realisti che impugnano il vessillo bianco e oro del Re di Francia Luigi XVI. Talmont rappresenta l’eroe classico, in prima fila, che senza paura incoraggia, alzando il cilindro, i suoi uomini. L’impatto cromatico è di una perfezione sconvolgente se osservato da vicino, così come dettagliatissimi sono i particolari del quadro.
La monarchia zoppa di Louis-Philippe I d’Orléans (1773 - 1850) adottò un nuovo atteggiamento nei confronti della memoria delle guerre di Vandea. Dal 1830 al 1848, il regime mise tutta la sua energia nel combattere ciò che poteva ricordare la guerra civile e di conseguenza rievocare rancori mai sopiti. Tutte le forme di espressione artistica sono influenzate da questa volontà ostile, che si impegna contemporaneamente in una politica di riabilitazione repubblicana.
Molti architetti e scultori sono certamente preoccupati, poiché la monarchia di luglio interrompe i lavori di costruzione della cappella neogotica di Mont-des-Alouettes (1825 - 1968) su progetto dell’architetto diocesano Maurice Ferré e demolisce la statua di Charrette del 1826 davanti alla La cappella di Notre-Dame della pietà presso Legé e interrompe il progetto di costruzione del monumento di Fortuné Parenteau (1814 - 1882) a Quatre-Chemins-de-l’Oie.
Durante la costituzione delle Gallerie storiche di Versailles, i ritratti dei leader vandeani vengono catalogati per essere respinti. L’assenza di alcune memorie militari è quindi giustificata: «Se ci sono alcuni che sono sorpresi di non trovare i dipinti, la motivazione è data dal pensiero che ha presieduto questo lavoro, che non ha voluto perpetuare il triste ricordo della nostra discordia civile» .
Fu così che il dipinto di Thomas Degeorge (1786 - 1854) evocante "La morte di Bonchamps" commissionato nel 1828, fu rifiutato dalla giuria del Salon nel 1837. Lo Stato si impegnerà a proporre un compromesso acquistando l’opera per donarlo alla città di Clermont-Ferrand. Tale opera sarà particolarmente singolare nello stile, poiché possiede anche molti elementi dello stile artistico neoclassicista: innanzi tutto la posa, poiché Bonchamps è adagiato morente come nelle antiche tragedie greche e spirando con la sua celebre frase «Ho servito il mio Dio, il mio re, la mia patria. Ho saputo perdonare», lasciava le sue ultime volontà, tra cui il perdono di circa 5.000 repubblicani catturati il giorno prima nella battaglia di Cholet (1793) al suo attendente Charles Marie di Beaumont conte d’Autichamp (1770 - 1859). Oltre ai due protagonisti principali in pose greco-antiche – da osservare con attenzione anche il panneggio delle vesti e dei teli –, un prete sta per concedergli l’estrema unzione e un contadino vandeano invoca il miracolo, ma per i martiri Dio ha sempre altre vie. Infine la luce è magnificamente inserita per dare risalto al gruppo principale del dipinto ad olio.
[caption id="attachment_11899" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra possiamo osservare due particolari del dipinto di Thomas Degeorge, "La morte di Bonchamps", olio su tela del 1828. A destra una foto del sepolcro del generale nella chiesa di Saint-Florent-le-vieil, capolavoro dello scultore David d’Angers. [/caption]
Ancora più neoclassica è l’opera marmorea per la tomba del generalissimo, eretta nella chiesa di Saint-Florent-le-vieil, capolavoro dello scultore David d’Angers (1788 - 1856), e sicuramente il più bel monumento elevato alla memoria di un generale vandeano. Qui in questo angolo di pace, sopra le insegne borboniche e della famiglia, tutto si rifà squisitamente alla scultura classica della Roma antica, grazie all’estremo pathos che la scultura trasmette.
Le morti eroiche o il ricordo dei generali sono i motivi che attirano di più l’adrenalina degli artisti: è il caso del celebre Julien Le Blant (1851 - 1936). Pittore storicista del periodo, è considerato uno dei massimi artisti del genere vandeano: molte le scene della chouannerie e delle guerre della Vandea. Nel 1874 partecipò al Salon di Parigi e fu più volte premiato. Una delle sue opere più celebri è il cupo quadro “Esecuzione del generale Charette a Place de Viarmes a Nantes, marzo 1796” un olio su tela, del 1883 alto 1,60 m. e largo 2,80 m. Il 29 marzo del 1796, fu eseguita un’altra esecuzione celebre che stroncò la controrivoluzione: a Nantes in Place des Agriculteurs, che in seguito divenne Place Viarme, il generale vandeano François Athanase de Charette de la Contrie (1763 - 1796), è posto in primo piano di spalle. Il dipinto anche se scuro, attira l’attenzione proprio sul generale in veste bianca con dettagli rossi. Il portamento è fiero, nobile, sereno.
[caption id="attachment_11900" align="aligncenter" width="1000"] Julien Le Blant,“Esecuzione del generale Charette a Place de Viarmes a Nantes, marzo 1796”, un olio su tela, del 1883, alto 1,60 m. e largo 2,80 m. [/caption]
Ferito alcuni giorni prima durante un combattimento a Guyonnière, la sua testa è fasciata da uno dei famosi fazzoletti di Cholet: davanti a lui un compagno si dispera; il soldato che gli è davanti quasi si vergogna, abbassando lo sguardo. Determinato davanti al plotone di esecuzione in arrivo in terzo piano, senza macchia, affermerà prima del trapasso indicando il cuore: “Regolate bene la mira, è qui che dovete colpire un uomo coraggioso” – il romaticismo, insieme allo storicismo regnano in questo dipinto. Un sacerdote “giurato” è retrocesso in fondo alla piazza, accanto ai soldati: il militare rifiuta i sacramenti da quello che considerava un eretico. La pennellata sulle pietre lucenti per lastricati, che occupa la maggior parte dell’opera, contribuisce alla gravità della scena. Questa tela fu esposta al Salon di Parigi nel 1883.
Qualche anno prima (1878) Le Blant presentò al Salon l’opera “Morte del generale d’Elbee” del 1878. Fucilato il 4 gennaio 1794, Maurice Joseph Louis Gigost d’Elbée (1752 – 1794) verrà giustiziato nella sua poltrona, accanto ad altre vittime, dopo che le truppe del generale Turreau situate a destra, lo trascinarono, ferito, a ridosso del castello di Noirmoutier che domina la costa occidentale dell’antica contea di Poitou.
[caption id="attachment_11901" align="aligncenter" width="1000"] Julien Le Blant, “Morte del generale d’Elbee” olio su tela del 1878. A destra la poltrona dell'esecuzione del generale con ancora i fori di proiettile del 1794. Si trova anch'essa presso il museo di Noirmoutier. [/caption]
Tecnica pittorica legata allo storicismo, questo olio su tela 140x206cm oggi si trova al museo Noirmoutier. La scena è cruda: il generale franco-tedesco è già morto, trapassato con la testa leggermente inclinata sul corpo floscio. Sullo sfondo, con un grande realismo e minuzia di dettagli, si intravede il mare e le truppe repubblicane che si allontanano.
Nella seconda metà del XIX secolo, il ricordo delle guerre di Vandea è ancora molto presente. Ma sempre più, i criteri religiosi prevalgono sui motivi politici. L’era fu particolarmente propizia per il movimento cattolico. Con l’esaltazione dei martiri e l’inizio del processo di beatificazione, il culto delle reliquie contribuisce in gran parte a guidare il ricordo della difesa della fede e i quattro territori della Vandea militare si prestano al loro ricordo grazie alle numerose chiese.
Dal 1850 al 1913, le 90 opere d’arte che evocano le guerre di Vandea furono inviate nei saloni parigini. Ciò rappresenta una media annuale che varia tra quattro e nove dipinti. Per alcuni artisti, la guerra del 1793 non fu solo un tema occasionale, ma divenne una specialità a sé stante. Il soggetto si inserisce in un campo particolarmente apprezzato che rappresenta quindi il vertice dell’arte pittorica: la pittura dello storicismo, nella quale avviene lo sforzo massimale dell’artista per il realismo e il dettaglio dei particolari. Inizialmente è quello delle scene di battaglie, il pretesto per riproporre al grande pubblico le uniformi e le vesti della fine del Settecento.
Sarà di impatto visivo sicuramente il dipinto “Generale Lescure, ferito, attraversala Loira a Saint-Florent” di Jules Girardet (1856 - 1938); un olio su tela del 1882. Questo straordinario dipinto si trova nella Williamson Aryt Gallery di Birkenhead. La scena è epica: dopo la sconfitta del 19 settembre 1793 di Cholet, Louis Marie de Salgues, marchese di Lescure (1766 - 1793) fu ferito gravemente da un proiettile alla testa a Tiffauges.
[caption id="attachment_11902" align="aligncenter" width="1000"] Jules Girardet, Generale Lescure, ferito, attraversala Loira a Saint-Florent”, un olio su tela del 1882. [/caption]
Nel ripiegamento ciò che resta del suo esercito attraverso il tratto denominato dal nome del quadro. Grande realismo e tensione emotiva in tutto il dipinto, gli sguardi sui volti di ogni individuo sono molto espressivi, le nuvole possiedono un grado di realismo parossistico, aleggia una rassegnazione mista a paura: il paesaggio, ben eseguito, rende a questa opera una grande profondità prospettica.
Come in passato, la pittura storica rimane un mezzo di propaganda al servizio dei regimi politici. Lo stato è un mecenate che incoraggia la produzione artistica per la Repubblica. Questo desiderio è particolarmente evidente dopo la nomina di Edmond Turquet (1836 - 1914) alla carica di Sottosegretario di Stato per le Belle Arti per quasi quattro anni, tra il 1879 e il 1887.
Alcuni artisti sono sensibili a non irritare la committenza statale e cercano sempre di dipingere un il soggetto rappresentandolo in una luce favorevole alla causa governativa. Ad esempio, “La battaglia di Le Mans” di Jean Sorieul (1825 - 1871) del 1852 raffigura la profonda umanità di un giovane generale repubblicano. Al contrario, altri artisti lavorano per difendere la causa monarchica, sia per affermare la propria libertà artistica, sia per rispondere a commissioni private di legittimisti.
Tuttavia, i pittori evocano le guerre di Vandea senza indulgere in alcun atto di attivismo politico. Le critiche mosse ai Saloni parigini evidenziano la popolarità di questi temi, ma anche i loro limiti.
La pittura del genere nel XIX secolo inserirà della confusione, creando una nuova immagine: la figura del vandeano-chouan bretone. Non è raro infatti osservare nelle scene dei dipinti, dei personaggi della guerra di Vandea presi in prestito direttamente dal repertorio iconografico di Bretagna, Finistère o Morbihan, vestiti con pantaloni a sbuffo stretti alle ginocchia, gilet ricamati e grandi cappelli. I paesaggi stessi a volte sembrano più ispirati alla brughiera bretone che alla Vandea. Inoltre, la letteratura popolare ha anche contribuito a diffondere questa immagine della “Vandea-Chouan”, che combina due diverse realtà storiche.
Parallelamente alle scene di battaglia, i pittori ufficiali evocano molto spesso il tema della difesa della fede, in particolare attraverso la rappresentazione di messe celebrate in segreto: appaiono i famosi preti “refrattari”, ovvero i religiosi che non giurarono sulla Costituzione civile del clero (1790), l’eresia che divise la Chiesa francese durante l’epoca rivoluzionaria.
Durante la Terza Repubblica i soggetti assumono tutta l’acuità del tormentato. Essendo la religione oggetto di incessanti minacce, non è inutile invocare le reminiscenze di un passato ancora chiuso nei ricordi e mettere sotto gli occhi di ognuno le qualità dei suoi antenati cristiani, tramite l’arte.
Chiudiamo questa esperienza riavvolgendo il nastro, con un dipinto di Paul-Émile Boutigny (1853 - 1929) “Henri de La Rochejaquelein combatte a Cholet (1793)” del 1899 conservato al Museo di storia dell’arte di Cholet. In questo tardo quadro del genere, lo storicismo domina la scena di una delle battaglie più significative dell’inizio del conflitto. C’è frenesia, l’olio dei colori sulla tela rende la scena accesa. Il giovane La Rochejaquelein, forse l’eroe più amato per la sua gioventù e coraggio, crea entusiasmo allo spettatore. Posto semi-girato in primo piano con una giacca verdastra e fascia blancs attira l’attenzione per le poche persone che ha intorno.
[caption id="attachment_11903" align="aligncenter" width="1000"] Paul-Émile Boutigny “Henri de La Rochejaquelein combatte a Cholet (1793)”, olio su tela del 1899. [/caption]
La scena è in movimento e la luce è diffusa su quasi tutto il dipinto. Intorno a lui la battaglia si è trasformata in uno scontro all’arma bianca. Il giovane sembra quasi dire a chi lo segue: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi»!
 
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