[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1480680568928{padding-bottom: 15px !important;}"]Encomio a Camus: l’assurdo generatore di un uomo in rivolta[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Maurilio Ginex del 02/12/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1480814444418{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Albert Camus nasce il 1913 a Mondovi, l’allora Algeria francese. Sin da subito manifesta una forte inclinazione per la speculazione filosofica, cosa che verrà avallata e incalzata, ai fini di un’iscrizione all’università di Algeri, dal suo professore nonché amico Jean Grenier.
Camus rappresenta una delle figure più influenti della cultura del Novecento. Una di quelle figure apparentemente controverse, ma che in realtà fanno giungere al palato il sapore della più alta e limpida coerenza in vita rispetto alle proprie tesi e al proprio pensiero. Un autore che diagnosticò i problemi che si trovavano a fondamento della realtà di quegli anni: un’Europa segnata dai totalitarismi radicati dalla Seconda guerra mondiale. Egli descrisse i luoghi in cui si manifestarono queste forme sociali e politiche, dove il delirio dello spirito divenne il protagonista effettivo di ogni agire.
[caption id="attachment_6992" align="aligncenter" width="1000"] Albert Camus nasce a Mondovi, il 7 novembre 1913 e muore a Villeblevin, il 4 gennaio 1960. E' stato uno scrittore, filosofo, saggista e drammaturgo francese.[/caption]
All’interno di questo scenario socio-politico - tutto europeo -  Camus fonda la sua filosofia. Quella parte dell’intellettuale che era stata inizialmente emarginata, da questo contesto sociale, prende forma e si plasma intorno alla scrittura con la stesura de“Lo straniero” e de “La peste”. La sua filosofia si fonda su tematiche esistenziali. L’assurdo , inteso come condizione di vita dell'individuo, diventa la tematica di fondo per gli sviluppi del suo pensiero.
Nel 1942, a Parigi presso Gallimard, viene pubblicato il suo primo saggio filosofico, intitolato “Il mito di Sisifo”, che sancirà la personalità filosofica di Camus. L’assurdo è la rappresentazione di un’incompatibilità tra le aspirazioni dell’uomo e le possibilità ontologiche dell’essere. Una condizione che permanentemente pervade l’esistenza, come se fosse una condizione con naturale legittimità di essere e di esistere. Nella mancanza di senso della vita, generata dall’assurdità dell’essere dei fenomeni che costituiscono la realtà, Camus riscontra l’assoluta incapacità dell’uomo - a causa di tale assurdo - di scorgere un legame con l’altro e con gli altri individui.
L’assurdità dell’esistenza è oggettivamente data dal fatto, che la realtà si sviluppa e si compie provocando - attraverso le sue svariate manifestazioni - la scissione tra gli individui. Quest’ottica di vita vede nell’atto umano il tentativo di trovare legami con l’altro, il tentativo di combattere l’assurdo e la negatività dei fenomeni che attraversano l’uomo, ma allo stesso tempo, vede nel fallimento di questo tentativo di coesione la metafora di un Sisifo, che sempre sfida il suo Dio con il masso sulle spalle e sempre ricadrà verso il fondo.
[caption id="attachment_6993" align="aligncenter" width="1000"] José de Ribera, Sísifo, olio su tela del XVII secolo.[/caption]
L’assurdo che pervade il singolo individuo - all’epoca di Camus - è un assurdo che abbraccia in realtà una comunità generale, quella dell’Europa del Novecento. Un secolo che vede il continente dilaniato dalla guerra, uno spirito annientato dall’abominio dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici, un’atmosfera generale intrisa dei segni indelebili dei vari totalitarismi, i quali liquidano le speranze dei singoli che accumulandosi generano le comunità, in cui la speranza sembra ormai una parola scritta senza finalità morali. Dunque, “il mito di Sisifo”, diventa un’interpretazione della realtà circostante, in cui però Camus non sembra rientrare negli schemi canonici di un pessimismo esistenziale che fa dell’esistenzialismo una corrente sensibile alla finitezza dell’uomo e alla negatività di fondo che abbraccia la sua esistenza. L’autore sembra proporre all’uomo una via d’uscita da quest’assurda condizione di vita senza significazioni e senso. Qui subentra l’importanza del secondo testo filosofico che Camus pubblica sempre presso Gallimard, nel 1951, “L’uomo in rivolta”. Questo, un secondo capolavoro, si prefissa di segnare la via all’interno del caos che regna nella sfera esistenziale. Camus affronta il concetto di Rivolta, visto come un insieme di valori che portano l’uomo a resistere contro il male che incombe, in qualsiasi forma esso si manifesti: una dittatura coercitiva che piega un’intera nazione o una delusione che dilania l’anima del singolo. Il senso della rivolta è la concretizzazione del concetto di lotta contro l’assurdo. Nella lotta rivoltosa risiede il rifiuto di una coercizione che oggettiva lo stato esistenziale e osserva nella sopportazione la volontà del singolo di autodeterminarsi, senza che ci sia un qualcosa di esterno ad esso che possa deciderne il destino. Tale sentimenti si avvicina al senso che la ribellione assume in Stirner, autore da cui poi l’autore francese rievocherà le sue posizioni politiche arnarco-individualiste. Camus cita autori, da Nietzsche, con il suo smarrimento esistenziale frutto della morte di Dio, ad Heidegger, con la sua “gettatezza” nel mondo che prevede un’autodeterminazione del sé tramite una progettualità del dover-essere, passando per Kierkegaard, con il concetto di “malattia mortale” che ha come identità pratica la disperazione nel vivere dell’uomo. Tutti autori attraverso i quali il nostro autore forma questa personalità che si erge a paladino della lotta contro l’assurdo. Il senso della rivolta è proprio quello di riuscire a “sconfiggere”, o quanto meno propriamente tener testa senza chinarla mai, l’ineluttabilità dell’essere e trovare all’interno di questo uno spirito di adattamento - come prevedeva il Superuomo nietzschano l’autodeterminazione del sé. E’questo il senso della rivolta, il senso dell'opposizione, il motivo probabilmente del perché nasce la resistenza nella guerra o perché naturalmente l’individuo non può sedare le proprie pulsioni nel momento in cui si vede annientato e represso.
[caption id="attachment_6994" align="aligncenter" width="1000"] Algeri il 11 Novembre 1960, giorno dell'armistizio durante i disordini: studenti caricano la polizia nazionale sulla strada dando vita ad una guerriglia urbana. Tale scontro avvenne per la paura dei francesi residenti stabili in Algeria di essere abbandonati dal governo De Gaulle che si apprestava a riconoscere - appena due anni dopo - la nuova nazione algerina.[/caption]
I diritti, il proprio destino, la propria dignità diventano valori essenziali da difendere con l’azione, poiché qualcosa che resta fermo senza muoversi non ha che un destino malsano e passività dell’essere che sta alla base. Se ti fai manipolare dalla realtà oggettiva senza tentare di decostruirla, per definizione diventi uno strumento che -riposto nella realtà - si presenta come funzionale al progresso dei sistemi assurdamente costituiti. La geniale intuizione di Camus di rimodellare il cogito cartesiano secondo la sua ottica della rivolta, “mi rivolto, dunque sono”, è la perfetta rappresentazione analitica della morale e dell’atmosfera che attraversava la sua epoca in cui l’uomo deve "ritornare ad essere mediante l’agire". Quest'epoca prevede un’intenzionalità di fondo che porta l’uomo a voler cambiare l’essere attraverso la soggettività delle azioni. Un autore che venne dichiarato a accusato di ogni cosa, dal nichilista, al misantropo, al pessimista, ma che in realtà si è rivelato più ottimista e forte che mai. La svolta "rivoltosa" fu una grande, anche se pur sporadica, via d’uscita dalla “putrida” esistenza che i grandi uomini del potere mondiale hanno dato agli individui. Camus rientra tra le figure che nel Novecento hanno creato lo scandalo, una di quelle figure che ha rotto con la normalità e con i canonici schemi delle credenze. Le sue posizioni politiche da anarco-individualista che presero forma con “l’uomo in rivolta” e con la sua feroce critica al marxismo-leninismo , isolarono Camus all’interno del panorama intellettuale francese degli esistenzialisti. Ruppe l’amicizia con Sartre, dopo la sua critica senza mezze misure del blocco sovietico e le degenerazioni etiche della Rivoluzione Russa. Criticò Lenin, quanto Stalin, per una cattiva interpretazione del marxismo per fini disumani. Insomma fu un intellettuale che volle mantenere sana la sua integrità davanti alle sue idee.
[caption id="attachment_6995" align="aligncenter" width="1000"] Rarissima foto di Jean-Paul Sartre e Albert Camus (accovacciati in primo piano, rispettivamente a sinistra e destra). Nella foto sono presenti: Jacques Lacan, Eugène Émile Paul Grindel, Pierre Reverdy, Louise Leiris, Zanie Aubier, Pablo Picasso, Valentine Hugo, Simone de Beauvoir.[/caption]
Le quali gli costarono il prezzo di quell’assurdo tanto combattuto che, proprio nella sua vita, si andava manifestando in quella tanto odiata recisione del legami umani e nell’isolamento del singolo. Era la mattina del 4 Gennaio 1960, un incidente insolito porta via al mondo una delle menti più lucide e brillanti del Novecento. Quella di Albert Camus è una morte particolare, inaspettata. Chi spende parole delineando la forma di un omicidio a sfondo politico, chi invece - ancora oggi - pensa che il fato sia stato non solo suo nemico, ma allo stesso tempo avverso anche del progresso della cultura.
Chissà quanto avrebbe scritto, cosa avrebbe fatto oggi quell’uomo. Quanti altri saggi presso Gallimard avrebbe potuto pubblicare. Molto spesso si esagera nel ricordare la storia e quasi ci si erge a eredi di tradizioni passate, attraverso la memoria. In questo caso la memoria è stata annullata, sopita, resa muta. Di Camus rimangono i suoi scritti, ma si tende sempre a ricordare i più “conosciuti” probabilmente, o meglio, i più “comodi”.
 
Per approfondimenti:
_ Albert Camus, il mito di Sisifo. Edizioni Bompiani;
_Albert Camus, l’uomo in rivolta. Edizioni Bompiani;
_Albert Camus, la peste. Edizioni Bompiani;
_Bruno Thürlimann e Giovanni Fornerole, Filosofie del Novecento. Edizioni Mondadori.
 
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1480522141136{padding-bottom: 15px !important;}"]Rocket men: Glenn Hughes. Sniffarsi la dignità, il tossico talentuoso[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Simone Ciccorelli del 30/11/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1480522199036{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Glenn Hughes è il  bassista di Deep Purple e Black Sabbath: vanta una discografia da solista alle spalle. Artista Britannico nato nel 1952, diviene noto per aver apportato al Rock un nuovo suono, grazie alla sua predisposizione al canto e la sua voce calda e vibrante, che mescola al rock generi come il soul e il rhythm'n'blues.
Oggi ha 64 anni e sicuramente ricorda, con un po' di nostalgia, i tempi in cui ne aveva da poco compiuti venticinque ed era appena stato scelto dai Deep Purple per sostituire Roger Glover.
[caption id="attachment_6972" align="aligncenter" width="1000"] I Deep Purple sono un gruppo musicale hard rock inglese, formatosi a Hertford nel 1968. Insieme a gruppi come Led Zeppelin e Black Sabbath, sono considerati fra i principali pionieri del genere heavy metal. Nella foto un giovanissimo Glenn Hughes (a sinistra). A destra uno dei fondatori della band: Jon Lord.[/caption]
Era stato considerato un piccolo prodigio dalla scena hard rock inglese e infatti ci misero davvero poco ad accorgersi di lui ai “piani alti” dell'Olimpo del Rock.
Da quel giorno si ritrova catapultato in una realtà - a lui molto cara -  che con il passare del tempo gli si rivolterà contro.
L'uso spropositato di cocaina lo trascina notti e giorni interi, senza sonno e senza nemmeno sentire la necessità di mangiare. E' successo tutto gradualmente, ma ad una velocità tale che quasi non si riesce a cogliere la fase di progressione. La cocaina arriva infatti ad essere il suo unico pensiero e il suo unico vero amore.
Nonostante questo, il suo rapporto con la musica non cambia mai e riesce comunque a confermare le sue qualità, tanto che Steve Wonder, che registrava nel suo stesso Studio, arriverà a dire che è proprio Glenn Hughes il suo cantante bianco preferito.
Le groupies, nemmeno a dirlo, non si facevano mancare nulla e Glenn si perde in un mare infinito; Groupies, cocaina, musica, feste: un vortice da cui potrebbero nascere sillogismi metaforici da fare invidia a Dalì. Ci sono squadroni di spacciatori in lotta per accaparrarselo come cliente.
Una volta, durante la tappa in Canada del tour di fine 1974, Glenn conosce lo spacciatore dei Rolling Stone. Solo per chiarire l'affettività della cosa: questo “signore” girava con due cucchiai, che aveva ribattezzato Mick e Keith. Come i leader dei RS, esatto. Erano di due misure diverse, uno era il doppio dell'altro.
Ecco, giochino: come era chiamato il più grande secondo voi? Ma certo, Keith, e fu proprio quello che Glenn scelse.
Un'altra volta, invece, verso la fine del 1974 - a una settimana da Natale - Glenn decide di dare una festa a casa sua. Senza una vera ragione, naturalmente. Ma non servono ragioni a Glenn Hughes per dare una festa e così decide di invitare nella sua camera d'hotel decine di persone, le quali in poco tempo si precipitano nell'appartamento e passano l'intera notte a suonare, sniffare e fare baldoria, mentre il vicino di stanza passa l'intera notte a battere colpi sul muro e a sbraitare implorando la fine.
[caption id="attachment_6973" align="aligncenter" width="1000"] Glenn Hughes (Cannock, 21 agosto 1952) è un bassista e cantante britannico, soprannominato dai fan The Voice of Rock.[/caption]
Fino a quando, verso le sei del mattino, si decide finalmente di andare a suonare alla porta e lo fa con insistenza. Sembra un'imposizione, lui di lì non se ne va senza aver ottenuto quello che vuole. Così Glenn aprendo si ritrova Yul Brinner! Uno degli attori simbolo degli anni '50 e '60. Il bassista inglese smette all'istante di fare chiasso e chiude la festa. Tutto questo soltanto dopo aver richiesto un autografo: in fondo è pur sempre un ragazzotto di provincia.
Ad aprile del 1975, Glenn è ormai in un punto di non ritorno. E' completamente dipendente dalla cocaina e nient'altro ha più importanza. Le persone intorno a lui lo guardano ormai come un tossicodipendente e talvolta con disprezzo. Ma sempre con una nota di rammarico per quello che era, per quello che avrebbe potuto ancora essere e per quello che invece era ormai diventato.
Tommy Bolin entra a far parte dei Deep Purple poco dopo l'aprile del 1975 e da subito tra lui e Glenn si instaura un rapporto basato sull'abuso di cocaina in ogni dove.
Il primo agosto dello stesso anno i Purple sono a Monaco per registrare Come Taste The Band e i due decidono, dopo le registrazioni, di fare un giro in qualche locale del posto in cerca di alcool, ma soprattutto della “roba”, la quale iniziava a scarseggiare dall'ultimo rifornimento fatto. 
Si siedono in un locale e conoscono un signore che alla loro richiesta, gli stende sul bancone qualche riga di polvere bianca che i due fanno scomparire senza complimenti. Non passano molti minuti prima che il ragazzo di Cannock, cominci a sentirsi male e entra in una situazione di disorientamento fisico, quasi tale da spingerlo alla follia. Sente addosso un calore che non sentiva prima e si precipita fuori dal bar. Lo portano di corsa in una sauna in cui trascorre tre ore consecutive per espellere con il sudore quello che aveva preso e che lo stava facendo impazzire. Era eroina. Lo spacciatore nel frattempo viene pestato dagli amici di Glenn, su sua richiesta esplicita. Asserirà dopo l'episodio: “Mai più questa merda”. Tal frase in riferimento all'eroina, non era certamente rivolta alla sua amata cocaina.
I purple avevano a quel punto pochi giorni ancora di vita, poco dopo la mini-tournee Inglese in cui Glenn sotto l'effetto di cocaina rimase sveglio dal 10 al 15 marzo, date di inizio e di fine tour, sei date dopo.
L'addio della band, ormai sciolta definitivamente, non gli fa bene. Raschia il fondo, conciandosi malissimo e dando più di una volta l'impressione di andarsene da un momento all'altro. Ma gradualmente torna in sé, seppur rimanendo comunque fedele alla sua inesauribile dipendenza. Il suo amico Tommy muore proprio in questo periodo per overdose di whisky, champagne, cocaina ed eroina mentre Glenn, anche se travolto dalla sua dipendenza, resiste.
A dicembre dello stesso anno, 1976, Glenn si ritrova alla cena della vigilia di Natale con i suoi futuri suoceri, a casa loro in un contesto riconducibile alle commedie americane in cui le famiglie sono tutte perfette e profumate, colorate, felici e, categoricamente, con un cane. Un doberman chiamato Thor, appunto.
Glenn passa la notte nella dépandance ed è completamente fatto. Il suocero lo invita a rimanere e lui accetta, pur sapendo che non avrebbe mai potuto addormentarsi in quello stato e che molto più probabilmente avrebbe passato il resto della notte con gli occhi spalancati a fissare il soffitto e a contare i secondi passare, rivoltandosi su se stesso con l'impossibilità di mantenere la calma e di placare la bestia che si era ormai impossessata di lui.
Trascorrono diverse ore e finalmente, riesce ad addormentarsi e a rilassarsi, forse troppo: arriverà fino al punto di defecarsi addosso. E' “normale”, nella dimensione di un tossico. Il corpo non ti appartiene quasi più. Viene svegliato dal cattivo odore e immaginare la sua faccia in quel momento è un'esperienza quasi mistica.
E adesso? Adesso ecco cosa. Vado a seppellirla nel giardino sul retro e nessuno se ne accorgerà” Deve aver pensato questo, Glenn. Anzi. Lo ha anche fatto e poi è tornato a dormire.
[caption id="attachment_6974" align="aligncenter" width="1000"] Glenn Hughes, in età avanzata.[/caption]
E' Natale, tutti in piedi e tanti auguri, è ora della colazione tutti insieme riuniti attorno a questa tavola ricca di qualunque cosa si voglia per colazione.
E' proprio questo il momento in cui Thor, dall'alto della esperienza, entra in cucina la vestaglia tra le mandibole. Un'immagine sublime che, sei mesi dopo, trova il suo lieto fine nelle nozze tra Glenn e la sua fidanzata. Tanti auguri anche dal suocero che per perdonarlo avrà dovuto ascoltare chissà quale disco. Chissà quale. Ma forse ne sarebbe bastato uno a caso, uno qualunque, per perdonarlo.
 
Per approfondimenti:
_Dave Thompson - Smoke on the water
_Giorgio Stefanel - Sesso droga e calci in bocca
_Keith Richards - Life
 
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1480204666270{padding-bottom: 15px !important;}"]António de Oliveira Salazar: l'Estado Novo[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Davide Quaresima del 27/11/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1480521612761{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
"Tutta la mia esperienza, da quando sono al governo, mi ha mostrato che il potere temporale non è in grado di compiere la sua missione senza il sostegno del potere spirituale. Questo è - per altro - l’insegnamento della storia".
Da questa breve frase possiamo apprendere molto dalla concezione politica di António de Oliveira Salazar. Questi nacque da una famiglia di agricoltori a Santa Comba Dão il 28 aprile 1889. La difficile situazione economica in cui crebbe non gli impedì di compiere gli studi e di laurearsi in giurisprudenza nel 1914. Specializzatosi in economia politica quattro anni dopo, diventerà un rinomato professore presso l’Università di Coimbra.
Attuando una breve analisi della nazione iberica, in Portogallo nel 1910 la forma istituzionale - presente nel paese - era la Repubblica, ma di fatto il vero potere si trovava nelle mani dell’esercito. Di lì ad un quindicennio si succedettero ben 45 governi, quasi tutti guidati da militari, e addirittura due capi di governo furono uccisi.
I medesimi problemi si potevano riscontrare anche in campo religioso e sociale. Da tempo era in atto uno scontro tra clericali e anticlericali, e continui erano i conflitti tra le diverse anime del mondo sindacale.
Salazar, da sempre interessato alla politica, si candiderà alle elezioni del 1921: inaspettatamente il verdetto del popolo lo vedrà vincitore con la “Gioventù Cattolica Portoghese”, ma rinuncia al mandato poco tempo dopo. La sua scelta, molto probabilmente, fu dettata dalla difficile situazione istituzionale del paese.
Nel paese portoghese nel 1919, sussisteva la teoria della “vittoria mutilata” - proprio come in Italia - rafforzata da una esaltazione del sacrificio per la patria, che sopravvisse nei monumenti e nella Lega dei combattenti della Grande guerra. La popolazione, appoggiata dalla politica, si costruì l’idea del miracolo religioso, come le apparizioni di Fatima, le quali rappresentavano il bene assoluto. Dunque l’aumento della forza religiosa e la crescita di influenza della chiesa, andarono a rafforzare i movimenti di destra. Possiamo ben comprendere come fosse difficile gestire uno Stato in simili condizioni.
Dal 1926 le cose cambiano: il potere passa nelle mani del generale Carmona che con la sua dittatura pose fine allo Stato repubblicano. A Salazar venne offerto il ministero delle Finanze; si dovranno aspettare ancora quattro anni per vederlo leader del paese.
[caption id="attachment_6959" align="aligncenter" width="1000"]salazar-allesposizione-internazionale-in-portogallo-nel-1940 Salazar (il secondo partendo dalla destra) in uno scatto fotografico del 1940 all'esposizione internazionale in Portogallo in compagnia del generale António Óscar Carmona.[/caption]
Una piccola precisazione: Salazar non fu mai capo dello Stato, difatti il presidente del Portogallo rimase Carmona fino alla sua morte, avvenuta nel 1951. A succedergli saranno poi Francisco Craveiro Lopes e Américo Thomaz. Di fatto però le chiavi del paese vennero affidate a Salazar in qualità di Presidente del Consiglio, ma riuscì a cumulare temporaneamente le due cariche solo per tre mesi e tre giorni, in attesa del successore di Carmona.
La grande conoscenza della materia e la scelta di manovre decisamente austere (impose infatti un rigido controllo della spesa pubblica) porteranno il bilancio del Portogallo in attivo, un risultato epocale ed impensabile al tempo. Inoltre, introdusse organismi di finanziamento come la “Caixa Nacional de Crédito” e la “Caixa Nacional de Depositos” per un sostegno finanziario al mondo agricolo, investì inoltre il denaro pubblico per la costruzione di nuove infrastrutture come ponti, strade e reti per le telecomunicazioni.
Prima di parlare di quella che fu a tutti gli effetti la più lunga dittatura del novecento (rimase per ben 35 anni al potere, dal 1932 al 1968) occorre delineare i tratti caratteristici di questo dittatore -  molto spesso dimenticato - il quale seppe ritagliare per se e per il suo paese, un ruolo di primo piano nello scacchiere globale a cavallo degli anni della Seconda Guerra Mondiale. L'aspetto più interessante, che colpisce, è il suo carattere, legato all'enorme carisma.
Tutti coloro che lo conobbero ne parlarono come di un uomo tenace e di grande tempra, un esempio di integrità morale. Molto probabilmente fu grazie a queste caratteristiche, unite alle sue grandi conoscenze in settori chiave come l’economia e la politica a farlo divenire Presidente del Consiglio.
Solitario, distaccato ed eclettico sono alcuni degli termini più utilizzati per tratteggiare quello che divenne un eroe del popolo portoghese (verrà amato fino gli anni ’50-’60, quando in Portogallo si inizieranno a risentire i primi effetti negativi della sua politica), in grado di ingraziarsi militari, agrari, esponenti del mondo cattolico fino a divenire con il suo stato, membro della NATO nel 1949 (unica dittatura presente al suo interno).
Amante dell’ordine e contrario al “potere della folla”, riprese il concetto mussoliniano del "Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato" trasformandolo in "tutto per la nazione, nulla contro la nazione". 
Voleva rendere reale la visione corporativa della società che aveva in mente. Prese molti spunti dallo Stato Fascista italiano (pur discostandosene pubblicamente) e molte idee dalla Chiesa Cattolica di cui ammirava l’aspetto moralizzante. “Dio, Patria e Famiglia” saranno i capisaldi del pensiero salazarista. 
António Oliveira Salazar formatosi in un partito cattolico - al contrario di Mussolini - non aveva una formazione “rivoluzionaria”. Tuttavia, la sua ammirazione per il Duce fu grande almeno fino al 1938, motivata dalla comune avversione per democrazia liberale e comunismo, nonché da comuni obiettivi politico-sociali. Come tutti i nazionalisti, voleva creare un regime “originale”: si collocò al fianco di Mussolini, cercando di attenuare quei tratti della dittatura fascista che giudicava strettamente legati alla realtà italiana. Si potrebbe dire che Salazar volle dar vita a un “Mussolini portoghese” in vesti sacerdotali e dall’aspetto severo di un docente universitario.
Sul piano ideologico, attiva una ricerca per una “terza via” - tra la democrazia liberale e il socialismo - comune a vari movimenti politici europei. Cattolici, integralisti monarchici, nazional-sindacalisti, repubblicani nazionalisti e presidenzialisti con tendenze all’autoritarismo, intellettuali modernisti (figure simili a D’Annunzio o Marinetti), formavano un’élite che si rappresentava come una “generazione nuova”, proponeva una cultura differente dalla “cultura borghese”, e aspirava alla creazione di uno “Stato nuovo”. Da qui deriva l'istituzione "dell’Estado Novo".  La Repubblica - per i suoi errori politici - preparò il terreno fertile per la nascita dello "Stato Nuovo", difatti molti repubblicani, sia liberal-democratici, sia conservatori come Cunha Leal, finirono per opporsi al regime di Salazar. Ma nel frattempo altri autentici repubblicani - sul piano culturale attratti da Bergson, Nietzsche, Wagner, D’Annunzio e da un nazionalismo che trovava espressione in movimenti come la Cruzada Nacional Nun´Álvares manifestarono la loro sintonia con il progetto dell’Estado Novo. Analogamente, anche tra gli anarchici vi fu chi si trasformò in nazional-sindacalista o in repubblicano di destra. Si noti, inoltre, che da un punto di vista costituzionale l’Estado Novo rimase uno stato repubblicano: era infatti una “Repubblica corporativa”, non del tutto difforme da quella liberal-democratica. Tanto che si continuò a celebrare come festa nazionale il 5 ottobre - in ricordo del 5 ottobre 1910, quando venne proclamata la Repubblica portoghese - e non il 28 maggio, sebbene il golpe del 1926 fosse considerato una sorta di “marcia su Roma” del “fascismo alla portoghese”, ossia l’avvio del processo che portò allo "Stato Nuovo".
[caption id="attachment_6951" align="aligncenter" width="1200"] António de Oliveira Salazar (Santa Comba Dão, 28 aprile 1889 – Lisbona, 27 luglio 1970) è stato un politico ed economista portoghese, dittatore del Portogallo dal 1932 al 1968. La sua venerazione per il mito del Duce d'Italia, Benito Mussolini, era talmente forte da arredare parte del suo studio con una cornice del leader della rivoluzione fascista italiana.[/caption]
L'antropologo rumeno Mircea Eliade  definì il salazarismo "una forma cristiana di totalitarismo" - intendendo con ciò,  sottolineare che attraverso il cristianesimo veniva proposta una particolare pratica totalitaria. In quell’epoca, il cristianesimo manifestava una tendenza totalitaria, benchè avversa al modello “cesarista”, perché riteneva che l’unica via alla salvezza passasse dalla piena adesione alla propria dottrina. Analogamente, per Salazar la democrazia liberale e il comunismo dovevano essere sconfitti attraverso la “conversione” - concetto centrale nell’ideologia dell’Estado Novo. Beninteso, non si trattava di un “totalitarismo totale” - poiché il totalitarismo perfettamente compiuto rimane sempre una meta irraggiungibile - né di un espediente puramente retorico, ma di una pratica di governo tendenzialmente totalitaria. Per esempio, Salazar permise lo svolgimento delle elezioni con regolare scadenza come stabilito dalla Costituzione, ma tutte furono falsate per impedire il ritorno a un sistema liberal-democratico. Quando per le elezioni presidenziali del 1958 si candidò Humberto Delgado, Salazar modificò immediatamente la legge, facendo passare l’elezione del Presidente della Repubblica attraverso un collegio formato da figure necessariamente aderenti al regime (membri dell’Assemblea nazionale e della Camera corporativa, presidenti delle Camere ecc.). Da tale punto di vista, Marcelo Caetano (suo futuro successore) era più coerente: già nel 1938 affermò che uno Stato corporativo non doveva prevedere elezioni, ma l’adesione incondizionata all’União nacional (Unità nazionale).
Si trattò, dunque, di un corporativismo non integrale. In altri termini, il sistema era presentato come un corporativismo nazionale  - espressione della comune volontà di lavoratori e datori di lavoro - ma in realtà tutte le istituzioni corporative erano di formazione statale. D’altra parte, Salazar difficilmente avrebbe accettato l’idea di uno Stato nel quale gli organi di potere fossero costituiti davvero in modo corporativo, anche se in prospettiva le assemblee legislative avrebbero dovuto essere sostituite da nuovi organi composti per metà da tecnici. Questa forma ambigua e incompleta di Stato corporativo non soddisfaceva Marcelo Caetano, che aspirava a un corporativismo più compiuto e rapidamente costruito.
La sua fu una dittatura a tutti gli effetti; e come ogni totalitarismo che si rispetti aveva la propria polizia segreta, la PIDE (Polícia Internacional e de Defesa do Estado), formata nel 1933, e delle strutture di inquadramento di massa, tra le quali troviamo "l’Estatudo do Trabalho Nacional” e il “Segretariado pela Propaganda Nacional”. Pochissime furono le associazioni riconosciute nel paese e molto dure furono le repressioni perpetrate nei confronti di coloro che si fossero avvicinati ad ideali “distanti” dal regime salazarista (come il comunismo). Venne limitata la libertà di stampa e l’unico partito riconosciuto fu "l’União Nacional”, fondato nel 1931.
Una grande afflusso culturale, venne anche dal continente europeo, in particolare la Francia: senza dubbio la tradizione letteraria, filosofica e sociologica francese ebbe grande influenza, poiché se da un lato svolse un ruolo di opposizione alle dottrine razionaliste, dall’altro suscitò un particolare interesse per la produzione filosofica, musicale, giuridica e letteraria tedesca, nonché per quella italiana. Inoltre, l’ordinamento corporativo dell’Estado Novo traeva ispirazione sia dal corporativismo cattolico di Leone XIII, sia dal corporativismo fascista e sia dal “socialismo della cattedra” tedesco. La forma culturale portoghese si plasmò nel contesto europeo, in una logica di scambi e circolazione di idee. Non fu assolutamente una cultura autoctona, esclusivamente riversa su se stessa e sui suoi valori, anche se questi - come da visione nazionalista - fossero affermati con grande impeto.
Intanto nella vicina Spagna, scoppia la guerra civile e per il regime portoghese una vittoria dei “rossi” era percepita come una forte minaccia.
Così nella guerra civile spagnola (1936-1939), Salazar annunciò la neutralità del suo paese, inviando reparti di volontari - chiamati “viriatos” - i quali si recarono in Spagna a sostegno delle truppe del generale Francisco Franco. Provenienti in parte dalla Legião Portuguesa (LP), Salazar permise il passaggio di materiale bellico a favore dei franchisti (anche se storicamente i documenti che lo comprovano sono andati distrutti o persi). Di sicuro resta anche il fatto che alcuni portoghesi, si arruolarono volontariamente anche a fianco delle truppe repubblicane, nella lotta contro le forze nazionaliste. 
[caption id="attachment_6952" align="aligncenter" width="1000"] A destra una foto di gruppo in terra spagnola dei volontari portoghesi "Viriatos". A destra, tre figurini rappresentanti le divise di questi.[/caption]
La parola d’ordine per il Portogallo nel secondo conflitto mondiale fu: neutralità.
A costo di perseguitare fascisti e nazisti sul proprio territorio Salazar non vorrà mai entrare in guerra, professandosi sempre estraneo al conflitto in corso, anzi, sforzandosi di essere un vero e proprio equilibratore tra le potenze in gioco.
Si avvicinerà molto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti ancora una volta per sottolineare la sua distanza dalle forze dell’Asse; intraprese relazioni economiche con la Germania alla quale fornì tungsteno, metallo ideale per armamenti e proiettili perforanti; con la Spagna intavolò trattative diplomatiche che sfociarono in un accordo nel quale quest’ultima si impegnava a non entrare in guerra, un grande successo per Salazar poiché evitava di far allargare il conflitto anche alla penisola iberica; ed infine permise agli USA di istallare delle basi nelle Azzorre per controllare l’Atlantico e l’accesso occidentale al Mediterraneo.
Salazar fu un politico ed un diplomatico accorto, in grado di ragionare lucidamente in un’Europa impazzita, sapendo sempre scegliere la via meno dolorosa per il suo paese. La vicinanza alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti permetteranno al Portogallo nel 1949 di aderire alla Nato e di essere ammesso poi nell’Onu.
Il portoghese è stato  un innovatore anche nella comunicazione, come lo fu parallelamente Mussolini in Italia. Per tutti i totalitarismi la propaganda rappresenta uno strumento fondamentale. Nel caso del Portogallo salazarista questa funzione-chiave venne affidata ad António Ferro, che diresse il Secretariado de propaganda nacional dal 1933 al 1949 - elemento che sta a significare la “moderna” concezione del potere. Saggia la scelta anche di Ferro, il quale proveniva dalla corrente del modernismo lusitano e poteva vantare conoscenze dirette con Fernando Pessoa e Almada Negreiros, dandogli un forte spessore e rendendolo una figura centrale all'interno del salazarismo. Come per Ferro, un ruolo fondamentale lo giocarono anche i nuovi cineasti, come António Lopes Ribeiro (che andò in Russia, incontrò Eisenstein e realizzò documentari di regime e film di finzione e propaganda) o Leitão de Barros (regista di opere di genere storico e organizzatore di grandi spettacoli popolari).
António Ferro, però, fu la vera mente della propaganda, il grande amplificatore dell’ideologia salazarista. Se il ruolo della propaganda in uno Stato totalitario è quello di riprodurre fedelmente l’ideologia ufficiale, attraverso grandi marce e pubbliche acclamazioni, nel caso del Portogallo vennero adottate modalità più discrete che portavano alla collaborazione di “tutti”. Per questo la rivista "Panorama" (organo del Secretariado nacional de informação che alla fine della guerra sostituì il Secretariado de propaganda nacional) arrivò a pubblicare testi di oppositori che raccontavano il paese senza manifestare dissenso verso l’Estado Novo.
[caption id="attachment_6953" align="aligncenter" width="1042"] 1932. Simpatica fotografia che vede immortalati Mendes dos Remedios, Antonio de Oliveira Salazar e Antonio Ferro. Da notare come Salazar abbia una scarpa "bucata".[/caption]
Lo stesso accadde con le raccolte di poesia o di racconti curate da scrittori che non s’identificavano con il salazarismo, o con le opere architettoniche e artistiche commissionate dal regime. Ritengo insomma che, soprattutto nel periodo in cui fu guidato da Ferro, il Secretariado ebbe poteri molto significativi.
Un altro aspetto fondamentale del regime portoghese fu il suo rapporto con le colonie. Storicamente queste ultime ricoprirono sempre un ruolo decisivo per quel piccolo paese ai margini della penisola iberica. Nel XV secolo, a fronte di una oggettiva impossibilità ad espandersi verso il continente il popolo portoghese diventò molto esperto di cose di mare. Alla corte di Enrico “il Navigatore” e dei suoi successori si svilupparono strumenti sofisticati per migliorare la navigazione e alle soglie dell’età moderna venne progettata la caravella, passata alla storia per il viaggio di Cristoforo Colombo. Il legame con il grande impero coloniale portoghese dei secoli XV e XVI era troppo forte per non essere difeso dalla dittatura salazarista.
Era necessario mantenere quelle terre per ovvi motivi: per l’acquisto di materie prima sconosciute e molto ricercate in Europa e per garantire allo stesso tempo al Portogallo una valida valvola di sfogo in caso di eccesso di manodopera metropolitana.
In Africa ne facevano parte la Guinea-Bissau, il Mozambico, le Isole di capo verde, Sao Tome e Principe e l’Angola; Timor e Goa erano invece in Asia. Salazar decise di tenere sotto controllo quelle terre mediante l’afflusso di popolazione bianca mandata in loco con lo scopo di arginare le sommosse e le rivendicazioni degli anni cinquanta. Per Salazar, queste, saranno sempre dei territori, da sfruttare e sottomettere anche con la forza. Sicuramente qui, il portoghese riprende a piene mani la tradizione dello sfruttamento coloniale europeo. 
[caption id="attachment_6956" align="aligncenter" width="1000"] Tutte le colonie dell'impero portoghese con le date della perdita dei territori.[/caption]
Il Portogallo salazarista dava l’immagine dell’Impero, un'espressione usata fino agli anni Cinquanta, quando le “colonie” divennero “province d’oltremare”, avviando un processo che portò nel 1962 alla revoca della “legge sull’indigenato” e al riconoscimento di tutti gli abitanti d’oltremare, bianchi o neri che fossero, come “cittadini portoghesi”. E la difesa di questo impero era il principale compito delle forze armate, in un secolo in cui il Portogallo non avrebbe comunque potuto giocare alcuna politica di potenza “offensiva”. Tale situazione accentuava, più che uno stato di soddisfazione, un diffuso orgoglio imperiale, un sentimento che accompagnerà il “fascismo portoghese” fino al suo capolinea nel 1974. Nonostante un'educazione scolastica fortemente ideologicizzata, pochi conoscevano la Guinea, Capo Verde, S. Tomé e Príncipe, l’Angola, il Mozambico, Timor o Macao (che non era propriamente una colonia), ma la maggioranza aveva una relazione sentimentale con l’Impero o con queste colonie. Perciò, solo tardivamente l’opposizione cominciò a parlare con chiarezza di autodeterminazione, il che avvenne nel 1958 con la candidatura alla Presidenza della Repubblica di Arlindo Vicente, appoggiata dai comunisti (designato come candidato del Fronte democratico nazionale, Vicende poi rinunciò a favore di Delgado, candidato unico dell’opposizione). Questa relazione sentimentale con "l’Oltremare” cominciò a svanire con la guerra coloniale. Fu il contatto con la realtà bellica a depotenziare il mito delle colonie, soprattutto per chi si ritrovò nel 1968-69 in Guinea, il “piccolo Vietnam” portoghese.
La guerra contribuì allo sfaldamento del regime e alla formazione del Movimento das Forças Armadas, artefice del golpe del 25 aprile 1974. Proprio il problema coloniale, iniziò a far delineare nel paese gruppi antisalazaristi - alcuni provenienti dalle file repubblicane più conservatrici, altri da quelle anarchiche o comuniste, mentre i cattolici mantennero quasi sempre una posizione filo-governativa - e il lento processo di formazione dell’opposizione, approdò a risultati significativi solo negli anni Sessanta-Settanta, con la disillusione nei confronti di Caetano,  con la guerra coloniale e la nascita del movimento militare.
Quando l’Onu riconobbe, nel 1961 l’autodeterminazione dei popoli d’Oltremare, immediatamente si accentuarono ancor di più i focolai delle rivolte (anche in patria). Il secolare impero portoghese, iniziò così a sgretolarsi di fronte ad un fenomeno oramai mondiale ed impossibile da arginare.
Negli anni ’60 si iniziò a comprendere quale direzione avrebbe preso il paese. Una dialettica più aperta e democratica all’interno della politica fece perdere molti consensi al partito salazarista e studenti, insegnati, operai e liberi professionisti si sentirono sempre più lontani da quegli ideali così opprimenti e asfissianti che avevano soggiogato il paese per così tanto tempo.
Nel 1968 Salazar venne colpito da un infarto invalidante a seguito di un incidente domestico e per questo fu costretto a lasciare il potere all’ex allievo Caetano, pronto a ricercare una politica di compromesso tra le varie anime del paese con l’intento, forse, di mantenere la situazione vigente ed evitare grossi sconvolgimenti.
Caetano si annunciava portatore di un “rinnovamento nella continuità”, ma alla fine la successione prevalse nettamente sul rinnovamento. Se si prende ad esempio la rinuncia ad una politica aperta verso le colonie, creata per non turbare i “falchi” del regime, si può capire la sua debolezza politica. Paradossalmente, furono simili decisioni a provocare la rivolta militare contro la dittatura; rivolta animata non solo da ufficiali di basso grado, ma anche da alcuni esponenti di alto rango delle forze armate come i generali Costa Gomes e Spínola.
Di fronte alle oggettive difficoltà economiche (vi erano enormi squilibri fra le diverse aree del paese) e ai moti insurrezionali delle colonie pronte a raggiungere la loro libertà anche attraverso la guerra, il governo Caetano resse fino - come detto - al 25 aprile 1974.
“Rivoluzione dei garofani” è la denominazione assegnata all’incruento colpo di Stato che riportò la democrazia in Portogallo. Venne chiamata così per un gesto di una fioraia che in una piazza di Lisbona offrì dei fiori ai soldati che li inseriranno nelle canne dei fucili. L’intento era quello di calmare le truppe governative ed evitare spargimenti di sangue. Il regime dittatoriale che aveva guidato il paese per quasi mezzo secolo era concluso. António de Oliveira Salazar se ne era già andato da quattro anni. Spirò a Lisbona il 27 luglio 1970.
 
Per approfondimenti:
_Adinolfi G., Ai confini del fascismo. Propaganda e consenso nel Portogallo salazarista (1932-1944), Edizioni Franco Angeli.
_Costa Pinto A., Fascismo e nazionalsindacalismo in Portogallo: 1914-1945, Roma: Antonio Pellicani (ed. or. 1994);
_Documenti diplomatici italiani 1994,Ottava serie 1935-1939, vol.V, Roma: Istituto poligrafico e Zecca dello Stato;
_Gentile E., La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista - Edizioni Carocci, Roma 2006
_Martins H. 1968, Portogallo, in: S.J. Woolf (ed.) 1968;
_Payne S.G., Il fascismo. Origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre - Edizioni Newton Compton, Roma
_Torgal L.R. 2009, Estados Novos Estado Novo Edizioni Imprensa da Universidade, Coimbra
_Woolf S.J., Il fascismo in Europa- Edizioni Laterza, Bari
 
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1480088068631{padding-bottom: 15px !important;}"]Neorealismo e Esistenzialismo: due correnti apparentemente lontane[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Maurilio Ginex del 25/11/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1480088244595{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]

Quale potrebbe essere il punto d’incontro tra una corrente cinematografica come quella del Neorealismo e una corrente filosofica come quella dell’esistenzialismo? Il dopoguerra è il campo in cui si dipanano questi due universi di rappresentazione. Tutto è crollato e all’orizzonte non vi è che un mondo inerte di fronte ad ogni forma di ripresa. Periodo in cui il concetto di fulgido non esiste e non trova più casa, una dimensione costituita dal tragico che abita e si arena nelle vite dei singoli individui.

Uno spirito generale in cui diventa elemento caratterizzante quella disperazione che soltanto un’anarchica , folle e implacabile logica criminale come quella della seconda guerra mondiale ha potuto generare. Una realtà costituita da quelle che Jaspers definisce “situazioni limite”, come la sofferenza, il dolore, la morte, il passare del tempo e in cui le vite degli individui si dipanano all’interno di un generale senso di precarietà misto a una dispersione interiore che porta l’uomo al brancolare nel buio.
Il Neorealismo incarna coerentemente lo spirito del tempo. Roberto Rossellini , probabilmente il maestro del neorealismo, nella creazione della sua a dir poco perfetta trilogia che dedica alla guerra, rappresenta alla lettera quel mondo. Un mondo a metà tra la follia psicopatica e violenta della guerra che genera odio su odio e la disperazione che fa da fondamento all’esistenza dell’uomo dell’immediato dopo guerra. Da Rossellini, a Vittorio De Sica, fino a giungere a Luchino Visconti, passando per tutto questo cinema - tragicamente neorealista - vi si scorge un unico legame di fondo, che accomuna tutti gli autori che ne hanno fatto parte. Si parla di una forza che muove i vari personaggi di queste storie , personaggi come Pina di “Roma Città Aperta” , come Cesira de “La ciociara”, come Antonio Ricci dei “Ladri di biciclette”, come il piccolo Edmund della “Germania Anno Zero”, tutte figure che rappresentano e incarnano il destino di chi è vittima di un assurdo incondizionato che si slega da ogni morale e che si scaraventa sugli individui. Alla disperazione viene fornita un’identità filmica che non si sintetizza soltanto su quei primi piani caratteristici di questa corrente ma viene sintetizzato nella rappresentazione di una continua ineluttabilità di condizioni che al proprio dramma non riescono a porre mai una fine. La realtà del Neorealismo, vera vita vissuta, risulta un terreno fertile per la pragmatizzazione di quella che fu la filosofia dell’esistenza.
L’esistenzialismo con la sua “passione” per l’essere e la comprensione del suo significato, non può che essere una pratica forma analitica della realtà in questione, come la chiama Heidegger “un’ermeneutica della fatticità”. Un occhio critico sull’esistenza che scorge fino all’essenza le trame dell’essere. In storie come quelle del Neorealismo vi è messo in primo piano quel rapporto, su cui si dipana tutta la filosofia esistenziale e in particolare ciò che si avvicina al concetto di Assurdo, tra l’infinitezza delle aspirazioni intenzionali dell’uomo e la finitezza, soprattutto nel dopoguerra, delle possibilità che la realtà offre ad esso. Heidegger, per esempio vede nella realtà non un qualcosa di fisso e precostituito, ma al contrario qualcosa che sia il prodotto delle scelte dell’individuo che farà come conseguenza delle possibilità che ha di giungere al proprio obiettivo. Quasi una forma di esistenzialismo più “ottimista” che apre una via d’uscita dall’ineluttabilità di determinate condizioni esistenziali e apre determinate possibilità di adempiere alla propria rivolta metafisica. Quest’ultima porterà nuovamente al brandire energicamente la cura del sé. Cioè il filosofo tedesco mira a un uomo che è stato gettato nel mondo e dove è lui stesso a progettare senza essere manipolato da situazioni date da una determinata condizione storica. Una via d’uscita che i neorealisti probabilmente non prendono in considerazione, proprio perchè il caratterizzante “elementare” del loro cinema, e del loro tempo in cui questo cinema si sviluppa, è l’ineluttabilità dell’essere. Un’impossibilità di fondo di riuscire a cambiare situazioni date. Una negatività che alberga lo spirito del tempo. Proprio in questo realismo crudo si vede il tentativo di denuncia della crisi non soltanto materiale che genera la povertà e disperazione più assoluta dei personaggi , ma anche e soprattutto una povertà spirituale che condiziona fino alla fine le loro vite.
Emblematica rappresentazione di questa forma di assurdità che genera quella che Kierkegaard definisce come “malattia mortale”, una forma di disperazione che ti uccide internamente fino a dominare le tue azioni, è il destino che in “Germania Anno Zero” Rossellini scrive per il personaggio di Edmund.
[caption id="attachment_6930" align="aligncenter" width="1000"] Roberto Rossellini: Germania, Anno Zero del 1948.[/caption]
Questo un innocente ragazzino che nel camminare, disperso, tra le macerie della sua Berlino bombardata, trova come unica via d’uscita il suicidio. Ne “Il Mito di Sisifo” Camus affronta il tema del suicidio e definisce il concetto di uccidersi come una forma di confessione, una modalità per dire ciò che stando in vita non puoi esprimere proprio perché la disperazione voce non ha. Ma ciò che stimola più la coscienza è che Rossellini non fa suicidare un individuo qualunque, ma fa suicidare un ragazzino al quale fa prendere consapevolezza della disperazione spirituale di un mondo e gli delega nella sua inconsapevolezza l’enorme peso di un gesto drammatico e contemporaneamente assurdo. Quelle possibilità che Heidegger scorge nella realtà non precostituita che potrebbero essere un leitmotiv per autodeterminarsi. Ciò non esiste nell’universo neorealista dove l’assurdo è generato dal divario quantitativo che vi è tra capacità e possibilità. Il personaggio di Edmund sintetizza l’approdo finale di questa decadenza dell’essere in cui la vita diventa inconsistente anche ad un adolescente di fronte alla totalità del negativo. Profonde e toccanti sono le parole di Rossellini nel cartello introduttivo di “Germania Anno Zero”:
Quando le ideologie si discostano dalle leggi eterne della morale e della pietà cristiana, che sono alla base della vita degli uomini, finiscono per diventare criminale follia. Persino la prudenza dell'infanzia ne viene contaminata e trascinata da un orrendo delitto ad un altro non meno grave, nel quale, con la ingenuità propria dell'innocenza, crede di trovare una liberazione dalla colpa.
Parole amare, ma che rendono lo spirito che aleggia in quei tempi. Con queste parole può perfettamente essere compreso l’apparentemente azzardato raffronto fatto tra la teoria esistenzialista che parte dalla ricerca dell’essere nella sua totalità e il cinema neorealista che rappresenta un’esistenza che ha smarrito la propria identità. Il dopoguerra ha alimentato il senso della negatività dell’essere, paralizzato nel suo divenire dalla finitezza delle possibilità umane e la filosofia dell’esistenza parte da una condizione esistenziale come questa, per poi adempiere al tentativo di modifica dell’ineluttabile.
 
Per approfondimenti:
_Heidegger, Essere e tempo - Edizioni Longanesi
_Kierkegaaed, malattia mortale - Edizioni Bompiani 
_Camus, il mito di Sisifo - Edizioni Bompiani 
_Tassinari e Fornero, filosofie del Novecento - Edizioni Mondadori
 
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1479822654431{padding-bottom: 15px !important;}"]Von Werra, il pilota che sfuggì alla Regina d'Inghilterra[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Davide Bartoccini del 22/11/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1479838243883{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Eccentrico, brillante, folle; possedeva un cucciolo di leone prelevato dallo zoo di Berlino che portava sempre con se come mascot: Simba. Finì su decine di copertine di giornali dell’epoca, cosa che lo rese eccessivamente vanitoso, e il suo tentativo di fuga divenne leggenda. I suoi anni di guerra sono la sceneggiatura perfetta per un film di Hollywood. E infatti un film fu girato: Sfida agli inglesi del 1957.
[caption id="attachment_6894" align="aligncenter" width="1000"] Franz von Werra (Leuk, 13 luglio 1914 – Vlissingen, 25 ottobre 1941) è stato un aviatore tedesco che prestò servizio nella Luftwaffe durante la seconda guerra mondiale.[/caption]

Il Barone Franz von Werra, che si era arruolato nel 1939 con la Luftwaffe e aveva fin da subito partecipato alla campagna polacca: dove condusse la sua prima missione di mitragliamento a terra, appartenendo alla squadriglia tedesca della Jagdgeschwader 3 (JG/3). Il 19 maggio del 1940 il suo stormo, che era stato trasferito sul fronte occidentale. Qui si scontrò per la prima volta con un gruppo di Hurricane della Belgian Air Component incontrati nei cieli di Arras, nei pressi del Pas de Calais.

In quell’occasione von Werra mietè la sua prima vittima. Sempre nei pressi di Arras, una settimana dopo abbattè il suo prima aereo confermato: un Hurricane della RAF. Venne abbattuto il 5 settembre del 1940 dallo Spitfire del P/O Stapleton appartenente al 603° Sqd. (o secondo un’altra versione dall’australiano Paterson Hughes del 234° Sqd.) mentre volava sul suo BF-109, durante una missione nei cieli di Marden nell’Inghilterra meridionale. In seguito all’atterraggio di fortuna che ne preservò la vita, venne catturato dall’esercito inglese, condotto e interrogato al Kensington Palace a Londra e tradotto al campo per prigionieri di guerra di Grizedale Hall, nel Distretto dei Laghi.
Il 7 ottobre tentò la prima evasione, con scarso successo, motivo per il quale in novembre venne trasferito nel più sicuro campo di Swanwick, nei pressi di Derbv.
Inteso a evadere a tutti i costi, intraprese diversi tentativi di fuga, che si risolsero sempre in fallimenti, più o meno brillati. Il più celebre e rocambolesco lo vide spacciarsi, una volta evaso, per un pilota olandese (dunque alleato) che era stato vittima di un incidente in volo durante una missione di massima segretezza su di un bombardiere Wellington. Sotto il nome di Capitano Albert van Lott - necessaria copertura per giustificare il suo accento da “crucco” - indossò una tuta che si era fatto modificare da un altro detenuto, sarto da civile, facendosi accompagnare dalla polizia inglese al più vicino campo d’aviazione (Hucknall, Nottinghamshire), dove tentò di rubare un aereo in rullaggio sulla pista, un Hawaker Hurricane Mk.II, per poter tornare in Germania. Nello stesso frangente, obiettivo del barone, era quello di portare a termine - con inaspettato successo - una rocambolesca operazione di spionaggio sugli apparecchi avversari. Fermato mentre era in procinto di decollare dal maggiore Boniface, che saltò sull’ala impugnando la sua revolver d’ordinanza, venne trasferito via mare in Canada dove tentò nuovamente la fuga. Durante un trasferimento in una struttura di prigionia ad Halifax, saltò giù dal treno dei detenuti, riuscendo a nascondersi per giorni. Percorse a piedi 48 km, fino al fiume San Lorenzo, il quale fu attraversato approfittando del ghiaccio per raggiungere gli Stati Uniti, all’epoca ancora neutrali. Gli USA lo espulsero clandestinamente in Messico, di lì viaggio in treno: in Perù e successivamente in Brasile.
L’ambasciata tedesca lo fece rimpatriare. Tornò in Germania da eroe: il 18 aprile venne promosso al grado di Hauptmann dal Fürher in persona. Riprese a combattere durante l’invasione dell’Unione Sovietica al comando del I°/JG 53° equipaggiando con i Bf-109F finché il 25 ottobre del 1941 , a causa di un guasto al motore, precipitò nel Mare del Nord neo pressi di Vlissingen, per non essere più ritrovato. Franz von Werra, 22 vittorie accreditate, insignito della Crocie di Cavaliere di 1° classe, passò alla storia come l’unico pilota tedesco ad essere evaso da un campo di prigionia britannico.
Quando il maggiore Boniface lo fece scendere dall’Hurricane, puntandogli contro la canna della sua rivoltella "Webley", Von Werra gli disse che avrebbe scommesso una stecca di sigarette e che prima o poi sarebbe riuscito a tornare in Germania. L'inglese rilanciò scommettendo contro una bottiglia di champagne. Mentre von Werra era in Brasile, in procinto di tornare e imbarcarsi per l’Europa, si ricordò della scommessa vinta e inviò una cartolina alla base RAF di Hucknall: il destinatario era lo Squadron Leader Boniface, il quale gli doveva una bottiglia di champagne.
 
Per approfondimenti:
_Palmiro Boschesi, Il chi è della Seconda Guerra Mondiale, vol. 2 - Edizioni Mondadori 1975
 
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Mentre la Grande Guerra soffocava l'Europa, le diplomazie delle grandi potenze mondiali si spartivano il Vicino e Medio Oriente. In un risiko gigantesco quanto tragico si delegavano territori, si tracciavano nuovi confini, si cambiavano nomi, si assoggettavano colonie smembrando imperi e stati nemici. Tra questi divertissement geopolitici risalta, per la sua importanza nelle fonti future del mondo arabo-musulmano gli accordi Sykes-Picot nel marzo 1916, i quali mutilarono quella che veniva chiamata la "Grande Siria", vale a dire un territorio vasto confinante con il mar Mediterraneo a Ovest, con il deserto arabico ad Est, con l'Egitto a Sud e con l'Anatolia a Nord.
[caption id="attachment_6848" align="aligncenter" width="1013"] In questa immagine d'epoca viene rappresentata la città di Damasco in Siria, nel primo decennio del 1900.[/caption]
Dato per scontato il trionfo dell'Intesa sul debole e decantato Impero Ottomano, Francia e Regno Unito si accordarono, insieme alla Russia, per spartirlo in tre zone di influenza. In segreto venne dunque deciso il destino di milioni di arabi, desiderosi di affrancarsi dall'odiato dominio turco e unirsi in un unico regno indipendente (idea foraggiata in un primo momento dall'Intesa in chiave anti-ottomana e poi abbandonata una volta crollato il sultanato di Istanbul): Siria, Libano, la parte superiore dell'Irak e il confine meridionale turco alla Francia; tre quarti dell'Iraq, la Giordania e la Palestina all'Inghilterra.
Del famoso regno arabo indipendente nessuna traccia. E come se non bastasse, con la successiva Dichiarazione di Balfour voluta da Londra, veniva dato il via all'insediamento sionista in Palestina, che culminò nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele. Gli accordi Sykes-Picot non presero minimamente in considerazione le aspirazioni locali, ma soprattutto la diversità etnica di quei luoghi così complessi. Così Londra e Parigi, che già si erano spartite l'Africa e l'Estremo Oriente, entrarono in possesso di questi vasti e importantissimi territori, ricchi di risorse energetiche, vere cerniere strategiche tra Asia e Europa, Mediterraneo e Oceano Indiano. Ai tavoli di versailles, una volta finita la guerra, lo sbandierato principio di autodeterminazione dei popoli, non fu applicato per le grandi potenze. Con lo strumento fittizio dei mandati la Società delle Nazioni avallava l'asservimento coloniale sancito dagli accordi del 1916.
Dovrà venire un'altra guerra mondiale per affrancare questi popoli dal dominio economico-militare anglo-francese, definitivamente esautorato con le grandi nazionalizzazioni petrolifere degli anni Sessanta, quando il socialismo arabo sembrava finalmente permettere l'unione, nel segno della laicità e della giustizia sociale, del proprio mondo, oggi nuovamente minacciato dai gruppi terroristici che giocano la loro partita proprio su questo mosaico etnico-religioso costruito a tavolino secoli fa.
Prima ancora di capire cos'è lo Stato Islamico, com'è nato e come si finanzia, è necessario approfondire la corrente religiosa che c'è dietro un gruppo che usa il terrorismo in nome dell'Islam. Ecco che all'origine del fondamentalismo troviamo il Wahabismo, un movimento di riforma religiosa nato per riaffermare quello che secondo i suoi sostenitori sarebbero "i principi primi contenuti nel Corano" (una sorta di protestantesimo all'interno del Cristianesimo che ritorna appunto al Vecchio Testamento abbandonando il Nuovo). Prende nome dal suo fondatore Muhammad ibn Abd al Wahhab (1703-1792) un predicatore nato nella città di Uyaynah nel Najd, una vasta regione della penisola arabica (odierna Arabia Saudita) che allora era suddivisa in diverse aree di influenza sotto il protettorato degli Ottomani (era il sultano di Istanbul, che si proclamava "custode dei luoghi santi", come le due città Mecca e Medina). La parte orientale era controllata dagli shaykh dei Bani Khalid e del Kuwait,  mentre nel Sud della Penisola (Yemen, Oman) e al di là delle distese desertiche del Rub al Khali, dominavano imam e sultani prevalentemente di fede scita. L'Arabia Centrale (Nejd) invece era caratterizzata dalla presenza di emirati in rapporto di alleanza o conflitto con le tribù beduine, o con le loro fazioni.
A dieci anni Muhammad ibn Abd al Wahhab aveva memorizzato tutto il Corano, e già da adolescente aveva compiuto lo hajj il pellegrinaggio canonico a La Mecca che ogni fedele musulmano che ne abbia le possibilità fisiche ed economiche deve fare almeno una volta nella vita. Il più noto dei suoi 15 trattati si chiama Kitab al Tawhid, il Libro dell'Unicità Divina, e sul quale si fonda l'intera dottrina religiosa. Dopo anni e anni di spostamenti nella regione, si recò ad al-Dyriah, vicino Riyadh, dove incontrò Muhammad ibn Saud, il fondatore della Casa reale dei Saud, quella che unificherà la penisola e la governa ancora oggi. Da lì la religione diventò uno strumento di espansione e dominazione. A partire da allora l'emirato saudita conquistò velocemente i villaggi limitrofri sia grazie alla forza militare che al sempre crescente numero di proseliti che affluivano nella capitale al richiamo del Verbo wahabita.
Muhammad ibn Saud morì nel 1765 e sotto suo figlio Abd al-Aziz il potere e la ricchezza del clan dei Saud crebbe notevolmente. Nel giro di un secolo e mezzo, pur tra alterne vicende, ed essendo stato sul punto di essere completamente cancellato dagli ottomani nella prima metà dell'ottocento, l'emirato saudita (che dal 1824 aveva per capitale Ryadh), si espanse progressivamente. Nella seconda metà del XIX secolo, tuttavia, indebolitasi in seguito a lotte interne, l'emiro lasciato il potere fu esiliato in Kuwait, per poi tornare definitivamente da trionfatore nel 1902.
[caption id="attachment_6849" align="aligncenter" width="1000"]isis Da sinistra a destra: Muhammad ibn Abd al-Wahhab, Abd al-Aziz, Abu Bakr al Baghdadi, Ayman al-Zawahiri, Osama Bin Laden.[/caption]
Nel 1913 Abd al-Aziz si lanciò alla riconquista dei territori che avevano fatto parte agli inizi del XIX secolo dell'Emirato Saudita quando era all'apice della sia potenza. Egli riuscì ad espellere gli ottomani e a conquistare La Mecca, Medina e Jedda tra il 1914 e il 1926. Il Wahabismo, da movimento di rivoluzione jihadista e di purificazione teologica, divenne un movimento di conservazione sociale, politica e ideologica nei confronti della famiglia reale saudita. E con la scoperta del petrolio - come riporta lo studioso Gilles Kepel - gli obiettivi sauditi si incentrarono nel "diffondere e divulgare il Wahabismo all'interno del mondo musulmano", riducendo quindi la "moltitudine di voci all'interno della religione" ad unico credo. Miliardi di dollari furono investiti e lo sono tuttora - in questa manifestazione cultura-religiosa del soft power. Il Daesh infatti appare come un prodotto del Wahabismo, tanto che ad al Bab, nel Governatorato di Aleppo, è stato distribuito recentemente ai miliziani dalle autorità dello Stato Islamico ed è l'unico libro libro scritto dal suo fondatore. E non è un caso che il primo numero di Dabiq - la rivista dell'Isis apparsa nel luglio del 2014 che si chiama come il luogo nel nord della Siria dove secondo i precetti della Sunna dovrà svolgersi la "battaglia finale" - aveva come titolo "The return of Khilafah" (il ritorno del Califfato). Oggi l'Arabia Saudita, il più oscurantista degli Stati islamici, è la roccaforte del sunnismo ma anche la nazione musulmana con il più antico patto con gli Stati Uniti, firmato tra Ibn Saud e Roosevelt nel 1945 , pochi giorni dopo Yalta.
Vinto il confronto con l'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno come obiettivo di conservare il loro ruolo di superpotenza globale impedendo che qualsiasi potenza ostile domini una regione - l'Europa occidentale, l'Asia orientale, il territorio dell'ex Unione Sovietica e l'Asia sud occidentale - le cui risorse sarebbero sufficienti a generare un concorrente pari. In questo senso il Pentagono e la Casa Bianca hanno riorientato dal 1991 la propria strategia con la complicità delle cancellerie Europee che rientrano nell'Alleanza Atlantica (Nato). Da allora sono stati frammentati e demoliti con la guerra, uno dopo l'altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale - Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina e altri - mentre altri ancora (tra cui l'Iran) sono nel mirino. Queste guerre, che hanno mietuto milioni di vittime, hanno disgregato intere società, creando una enorme massa di disperati, la cui frustrazione e ribellione sfociano da un lato in reale resistenza, ma dall'altra vengono recuperati dalle potenze occidentali e strumentalizzati per tutelare i propri interessi. Non è un caso che in alcune aree si combattono i gruppi terroristici e in altri ci si allea tacitamente. Come in Siria, dove a combattere il governo di Assad ci sono Jabhat Al Nusra (Fronte della Vittoria) e lo Stato Islamico (che noi chiamiamo Isis, mente i suoi nemici nel mondo arabo-musulmano e persiano lo chiamano Daesh, acronimo arabo di Al Dawla al Lslamiyya fi'Iraqwa l-Sham ovvero "Stato islamico dell'Iraq e del Levante". Tuttavia vale la pena approfondire il secondo, sicuramente più strutturato e minaccioso, e in qualche modo dominante nella galassia anti-governativa.
L'Isis, che a differenza di Al Nusra ha rinnegato la sua matrice qaedista nonostante inizialmente si chiamasse Aqi (al Qaeda in Iraq), nasce bene armato e ben foraggiato dal punto di vista dei finanziamenti per opera di Abu Musab al Zarqawi, ucciso poi nel 2006 dai bombardamenti americani. Così la leadership passa nelle mani di Abu Omar al baghdadi e - dopo la sua morte, nel 2010 - ad Abu Bakr al Baghdadi (il suo vero nome è Awwad Ibrahim Ali al-Badri al-Sammarrai), un uomo misteriosamente liberato nel 2009 dalle carceri militari statunitensi in Iraq (Camp Bucca) dove era rinchiuso dal 2004 con l'accusa di terrorismo. Nel 2013, dopo un periodo di diatribe interne, il gruppo rinasce sotto la sigla Isis, vedendo nel conflitto siriano la possibilità di espandersi in quella parte del Levante che rientra nei confini del super Stato trans-nazionale del Califfato. Nel febbraio del 2014 Al Baghdadi rompe di fatto con al Zawahiri, attuale leader di Al Qaeda ed erede di Osama Bin Laden, il quale invece voleva che in Siria operasse Jabhat Al Nusra, e proclama il 29 giugno dello stesso anno lo Stato Islamico con capitale Raqqa.
[caption id="attachment_6850" align="aligncenter" width="1000"] Due mappe della situazione negli ultimi anni: a sinistra l'espansione dello Stato islamico in Siria, a destra l'espansione dello Stato islamico nel Medio-Oriente.[/caption]
Sono tante le cellule che immediatamente di uniscono al Califfato - si contano ex affiliati di al Qaeda, ex baathisti e militari dell'era Saddam - tanto che in poco tempo questo si espande fino a Mosul dove fissa il confine. Il segreto del consenso è nelle sue efficaci tecniche di propaganda, simili a quelle utilizzate nelle strutture occidentali. La rivista "Dabiq" assomiglia al "Time" come impaginazione, i video pubblicati sui loro canali sono in altissima definizione e montati con tecniche raffinate. Sono tante e dislocate in tutto il mondo le cellule connesse a questa organizzazione che all'improvviso è riuscita a ribaltare il rapporto di forza con Al Qaeda. Ma c'è un elemento ancora più interessante e tutto da analizzare. Segnalate anonimamente sui mass media siriani, circolano sul web, foto che ritraggono il repubblicano McCain insieme a Mohammad Nour, portavoce di Jabhat al Nusra. In un'altra invece, il senatore americano è ritratto in una folta riunione, in cui vengono immortalati Salem Idris, capo del Free Syrian Army - i cosidetti "ribelli moderati" e lo stesso Al Baghdadi, nella foto senza barba. Difficile dire se fosse lui veramente, ma è anche vero che gli Stati Uniti appoggiano i rivoltosi - anche di matrice terroristica - dai tempi dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan (vedi con i "mujahidin").
[caption id="attachment_6846" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di sinsistra il senatore John Sidney McCain III in una riunione insieme al terrorista Abou Bakr Al Baghdadi. Nella foto di destra il senatore americano vicino al neo-nazista Oleh Tyahnybok.[/caption]
Sul leader dell'Isis, la Casa Bianca ha messo una taglia da 10 milioni di dollari e lo stesso Califfato ha messo McCain nella losta nera dei nemici, eppure non è la prima volta che il senatore repubblicano si destreggia in questi contesti. Dal 1993 è presidente dell'IRI - international Repubblican Institute, specie di ramo repubblicano della NED - un'agenzia intergovernativa, ufficialmente una Ong, creata da Ronald Reagan per estendere le attività della CIA - in collegamento coi servizi di Gran Bretagna, Canada, Australia - e "diffondere la democrazia" nel mondo. Già altre volte infatti è stato fotografato con i "ribelli" prima delle insurrezioni o colpi di Stato più o meno riusciti: in Venezuela, Haiti, kenya, per non dire alle "rivoluzioni colorate" e primavere arabe, e di recente in Ucraina.
La capitale del terrore dello Stato islamico è Raqqa, antica città ellenistica, romana e bizantina. Oggi è governata dalla frusta del Califfato di Al Baghdadi. L'urbe è una città di duecento mila abitanti, situata a 160 chilometri a Est di Aleppo e fu conquistata il 6 marzo del 2013 dai miliziani dell'Esercito Libero Siriano (Esl) che in un'offensiva coordinata con i gruppi jihadisti e salafiti di Jabhat al Nusra e Ahrar ash Sham, riuscirono a sconfiggere l'esercito regolare di Assad. Ma poco dopo ebbero la meglio i secondi che scacciarono i primi. Appena dopo la cacciata dell'Esl i salafiti affiliati ad Al Qaeda, pensavano di avere in pugno la situazione, quando nel Gennaio 2014 cadde sotto l'occupazione dei combattenti dello Stato Islamico.
Di Raqqa si sa poco, i documenti che girano sono pochi. Dal poco che è uscito fuori, la città traspare un luogo soffocante che si regge sulla Hisba, la polizia religiosa, ma anche su un Welfare primitivo che distribuisce gratuitamente cibo e bevande alla popolazione. Quest'ultimo finanziato dalla zakat, la tassa religiosa del 10% sui redditi, ma soprattutto dai saccheggi, le estorsioni, i rapimenti, la vendita del petrolio, delle armi e delle opere d'arte.
In un video girato nel centro storico e pubblicato dal quotidiano inglese Telegraph si intravede la quotidianità della capitale del Terrore. La Naem plaza, in arabo "paradiso", prima nucleo di un luogo pulsante e vivo, ora non è nient'altro che rovina spettrale decorata da bandiere nere. Le strade sono semi-deserte. La gente sembra barricata dentro casa. Eppure da altri documentari pubblicitari dal Wall Street Journal che raccolgono testimonianze,  l'atmosfera sembra diversa. Non gioiosa, ma vivace. Al-Baghdadi e i suoi, in sostanza, non mirano solo a diffondere il terrore tra la popolazione, ma desiderano fondare il loro Stato moderno sul consenso. Eppure il confine tra consenso e sottomissione è sottile. Le prime imposizioni si concretizzano sotto il velo della religione che da sincera fede è diventata un vero e proprio strumento di dominazione. Sfogliando i numeri della rivista governativa Dabiq vediamo come le autorità del Califfato avrebbero istituito tutta una serie di strutture nell'interesse del bene comune. Tuttavia accanto a questi progetti volti a migliorare la vita della popolazione, la propaganda del Califfato è martellante. Ad Esempio: si può leggere in città lo svolgimento della dawa, una sorta di attività pubblica per chiamare "l'Islam", intrattenendo la popolazione con la lettura del Corano e su corsi di memorizzazione delle Sure con l'aggiunta di eventi-divulgativi rivolti soprattutto alle donne. Le esecuzioni in pubblico sono all'ordine del giorno e servono principalmente a terrorizzare la popolazione. La polizia religiosa, Hisba, inizia a pattugliare le strade con l'incarico di segnalare ogni violazione: da come si indossa uno chador (indumento tradizionale iraniano simile ad una mantella), all'entusiasmo nelle preghiere quotidiane.
[caption id="attachment_6865" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di sinistra viene mostrato un componente della polizia locale dell'Hisba. Nella foto di destra alcune miliziane di al Khansa.[/caption]
Le pattuglie femminili, al Khansa, come si può vedere nelle immagini di Dabiq affiancano la polizia locale che gestisce le detenzioni degli arrestati nelle prigioni dello stato Islamico. Ad Hisba tocca il compito di monitorare la presenza di minoranze non musulmane, nel caso si tratti di yazidi, considerati "pagani", vengono uccisi o cacciati e spesso schiavizzati. I cristiani, invece, hanno l'obbligo di non professare pubblicamente la propria fede e devono pagare un imposta, chiamata "tassa di protezione" o "jizya". La brigata della polizia religiosa si occupa dell'arresto degli uomini, mentre quella femminile, composta al 90% da straniere, delle donne, che vengono catturate e obbligate ad unirsi in matrimoni combinati.  I metodi di tortura maggiormente diffusi sono le percosse, eseguite con generatori di corrente, cavi solidi e bastoni per obbligare i detenuti a piegarsi o a restare in posizioni scomode. Nelle scuole sono abolite l'arte, la musica e la filosofia ed è stato cancellato ogni riferimento alle nazioni Siria o Iraq. Inoltre nessun contatto misto può esservi tra uomini e donne con alcune interruzioni nei momenti dedicati alla preghiera. Le ordinanze del Califfo vengono emanate dall'editto del Dwan della Conoscenza, il ministero dell'educazione del Califfato. La volontà di eliminare ogni riferimento agli Stati post-coloniali deriva dal desiderio di sedimentare l'idea immaginario comune, che il Califfato è sempre esistito ed è destinato a durare.
La Siria possiede un territorio ricco di petrolio e gas naturale tanto che prima del conflitto era uno dei più grandi produttori di energia del Levante. I suoi 130 pozzi di oro nero, dislocati nella parte nord-est del Paese e i giacimenti di gas per 284 miliardi di metri cubi, rendeva possibile esportare il greggio seppur con qualche flessione rispetto agli anni precedenti a causa della crescita della domanda interna. Oltre che all'ampliamento della Arab Gas Pipeline, che porta gas dall'Egitto alla Turchia passando da Giordania, Libano e Siria, il governo di Damasco aveva stretto accordi con Iran e Iraq per la costruzione di gasdotti e oleodotti con origine nell'Azerbaijan, nel Caucaso meridionale, il che avrebbe fatto della Siria il più importante corridoio energetico della regione.
Peccato però che da quando i miliziani dello Stato Islamico si sono impossessati dell'area, facendo di Raqqa la sua capitale, le cose sono cambiate radicalmente. "L'Isis ha preso il controllo della maggior parte delle infrastrutture petrolifere della Siria" sostiene Yevgeny Satanovski, presidente dell'Istituto di Medio Oriente della Russia, citato da canale Russia1. Nei documenti ottenuti recentemente e rivendicati dal Financial Times il Califfato è diventato il produttore monopolista di un'azienda gestita perfettamente grazie al contributo di ingegneri, esperti manager provenienti anche dall'Occidente. Secondo il FT la compagnia petrolifera dell'Isis è infatti capace di produrre tra i 34 mila e i 40 mila barili di greggio ogni giorno venduti all'ingrosso per cifre che vanno dai 20 ai 40 dollari al barile per un reddito percepito di almeno 1,5 milioni di dollari al giorno. Mentre Al Qaeda, la rete terroristica globale, dipendeva dalle donazioni di sponsor stranieri, l'Isis è riuscito a diventare autosufficiente sul piano economico. Pur non avendo la capacità di esportare, il suo Pil riesce a crescere grazie all'enorme mercato interno siro-iracheno.
I maggiori clienti sarebbero proprio i ribelli di Jabhat Al Nusra che combattono il governo di Damasco principalmente nella parte Ovest, nell'asse che collega Aleppo e Dara. Questo è uno dei tanti motivi che fa di loro una organizzazione subordinata al Califfato e non dei "ribelli democratici" slegati dal terrorismo internazionale. La maggior parte dei siti petroliferi e delle raffinerie controllate dallo Stato Islamico si trovano Iraq (Ajil, Allas, Qayyara ecc..), eppure anche quelle siriane garantiscono un business da centinaia di migliaia di dollari. Le principali strutture si trovano a Deir al Zor, al Omar e Al Jabsah, in provincia di Hassakeh. Da quelle parti le aree sono sorvegliate minuziosamente da Amniyat, la polizia segreta e dai miliziani che controllano i camion commerciali che si riforniscono nelle stazioni di pompaggio.
Pertanto, secondo il Financial Times, questa economia dell'oro nero non può durare per sempre. Da un lato i raid dell'aviazione russa e quelli della Coalizione internazionale guidata da Washington seguono una strategia volta a colpire questi siti, dall'altro i prezzi al ribasso potrebbero mettere pressione sui ricavi derivanti dal petrolio. Inoltre c'è il problema più grande dell'esaurimento dei vecchi giacimenti siriani legato alle ingenti quantità di carburante utilizzate per le operazioni militari che di conseguenza sottraggono beni da immettere sul mercato. I tempi dei Califfati sono lontani, l'Isis come gli amici-nemici di Al Qaeda, rischiano di non consolidare l'edificazione di una vera e propria struttura statale e amministrativa di stampo jihasista. Per quanto organizzata, siamo di fronte all'ennesima rete terroristica isolata con il resto del mondo.
Ultimo elemento, non meno importante è la "furia iconoclasta" del regime. Paolo Gentiloni e Dario Franceschini, rispettivamente ministri degli Esteri e dei Beni e delle attività culturali e del Turismo, celebravano il "successo" per il "sì" del Consiglio esecutivo dell'Unesco alla proposta italiano di istituire meccanismi per l'uso dei "caschi blu della cultura". Una task force internazionale, la quale dovrà intervenire laddove il patrimonio dell'umanità viene messo a rischio da catastrofi naturali o da attacchi terroristici. La decisione è infatti arrivata dopo i video pubblicati dallo Stato Islamico sulla distruzione dei siti archeologici come Nimrud, Hatra, Khorsabad, Palmira in Iraq e in Siria da parte dei suoi miliziani. Peccato però che gli indignati non fanno altro che rinsaldare la strategia mediatica e le casse del Califfato, invece che impedire questo scempio. In realtà dietro alla furia iconoclasta si nasconde un business da milioni di dollari. A rivelarlo è stata l'archeologa franco-libanese Joanne Farchakh intervistata dal giornalista Robert Fisk per l'Independent. "L'Isis prima vende le statue, i reperti, qualunque cosa richiesta dai compratori sul mercato internazionale - racconta al quotidiano inglese - poi prende il denaro e fa saltare in aria il tempio da cui queste cose provenivano, così da distruggere tutte le prove". Da un lato dunque le riprese possono essere vere e proprie messe in scena per nascondere questo commercio di statue, ceramiche, mosaici, bassi rilievi, monete, frontoni di pietra e affreschi; dall'altro può accadere che la demolizione avviene solo parzialmente così da non far sapere quali pezzi sono stati venduti dopo il saccheggio. La scoperta di questo traffico occulto che coinvolge lo Stato Islamico, compratori privati delle capitali del mondo dell'arte e gruppi organizzati della criminalità turca, i quali permetterebbero il transito verso l'Europa e gli Stati Uniti, è stato ampiamente documentato da diversi esperti.
Tra questi Mark Altaweel, archeologo americano di origini irachene nonché docente all'Università College di Londra, il quale in un'intervista rilasciata all'emittente televisiva "Russia Today" ha mostrato i siti di antiquariato inglesi che vendono a prezzi stratosferici resti artistici provenienti da Siria e Iraq. Altaweel è una figura molto autorevole, tanto che il quotidiano The Guardian si era fatto portare quest'estate a spasso nella regione per svolgere un'inchiesta volta a scoprire il logo di provenienza di molti oggetti sparsi nel mercato occidentale dell'antiquariato. Le sue conclusioni vanno nella stessa direzione di quelle di Joanne Farchakh che nell'intervista ha spiegato "l'Isis ha saputo imparare dai suoi errori, quando iniziò a distruggere i siti in Siria e in Iraq, arrivarono con i martelli, gli autocarri, distrussero ogni cosa più velocemente possibile e ne fecero un filmato brevissimo. Nimrud venne fatta saltare in aria in un giorno, ma il filmato che ne uscì fu di soli venti secondi. Non so quanta sia l'attenzione che si può catturare con un video così breve". Ora però che ci sono i compratori è cambiata la strategia. L'arte è un guadagno raffinato quanto quello del petrolio e delle armi.
[caption id="attachment_6858" align="aligncenter" width="1000"] Una nazione è viva quando è viva la sua cultura. Sono queste le parole che sanciscono la nascita dei Caschi blu della cultura, diventati realtà il 16 febbraio del 2016, con un accordo storico tra il Governo italiano e l’Unesco. A firmare il memorandum per la costituzione della task force italiana ‘Unite for Heritage’ a difesa del patrimonio culturale a rischio, presso l’Aula X delle Terme di Diocleziano a Roma, il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, e il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette. A destra: un casco blu della Cultura cileno.[/caption]
Adesso infatti - spiega l'archeologa franco-libanese "l'evento viene annunciato da una grande esplosione, poi arrivano, frammentate, le sequenze dettagliate di quello che è avvenuto". Come la distruzione di Palmira dove sono state documentate prima le esecuzioni dei soldati siriani nel tempio romano, poi sono stati mostrati gli esplosivi legati attorno alle antiche colonne, ancora la decapitazione del coraggioso custode - in pensione - del tempio e soltanto alla fine la distruzione del sito. Un evento costruito ad arte sia per i media, che ormai si erano rifiutati di mandare in onda altro sangue, sia per i mercanti d'arte, perchè "più a lungo dura la devastazion, più salgono i prezzi dei reperti rubati". Insomma i "caschi blu della cultura" più che recarsi nelle aree minacciate dallo Stato Islamico dovrebbero seguire il traffico occulto che conduce nelle principali capitali occidentali.
 
Per approfondimenti:
_Sebastiano Caputo, Alle porte di Damasco, viaggio nella Siria che resiste - Edizioni Circolo Proudhon 2016
 
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Raymond Carver era figlio di un operaio di segheria e di una cameriera. Il padre affilava le lame, pensate che bel mestiere per il padre di un futuro scrittore. E’ cresciuto nell’America dell’ovest, quella parte statunitense piena di boschi, montagne, fiumi. In una famiglia molto proletaria, nel vero senso della parola. La prima disgrazia della sua vita è stato crescere in una casa in cui non era presente nemmeno un libro. La seconda è stata quella di mettersi con la prima moglie: Maryann Burk di 19 anni e farci subito due bambini. Aveva questo sogno così prepotente, e allo stesso tempo irrealizzabile, date le condizioni della sua esistenza, di diventare scrittore nonostante avesse letto non più di tre o quattro libri in vita sua.
[caption id="attachment_6822" align="aligncenter" width="1000"] Raymond Clevie Carver Jr. (Clatskanie, 25 maggio 1938 – Port Angeles, 2 agosto 1988) è stato uno scrittore, poeta e saggista statunitense.[/caption]
Così inizia questo percorso epico e drammatico. La prima componente che lo ha fin da subito caratterizzato è stata quella del suo essere ramingo: vagherà con la sua compagna da una cittadina all’altra, percorrendo la costa ovest dell’America, in una condizione di povertà assoluta con due bambini a carico.
Carver cerca anche di frequentare corsi di scrittura all’università, mentre nel frattempo la compagna per anni lo manteneva. A volte viaggia con pochi soldi, fermandosi con la moglie in una tavola calda: qui lei chiedeva se poteva servire ai tavoli in cambio di cibo. Andavano avanti cosi, in una vita molto estrema e precaria.
Problematiche ancor più serie arriveranno quando lo scrittore inizia ad avere  problemi di alcolismo, dovuti probabilmente al rapporto distruttivo con la moglie e per la grande frustrazione di una vita che non era quella che lui avrebbe desiderato avere.
Verso i 35 anni, ha lavorato in un ospedale di notte, facendo le pulizie, ma era sempre ubriaco, tanto che verso i trentotto anni è stato ricoverato tre volte per coma etilico. Gli dissero: "guarda che ci stai per rimettere le penne". Lei era una donna forte, che si è sempre amorevolmente presa cura di lui anche nei loro momenti peggiori, ma stare con uno scrittore è sempre dura. Lo diceva lui stesso: "non so perché le donne lo facciano", mettersi con uno scrittore è sempre una pessima idea, probabilmente la peggiore della vita.
Tutte questi elementi nei quali galleggia la sua vita, sono presenti nella sua narrativa. Questa è la sua forza. Perché per la prima volta, lui ha portato alla luce questa umanità. Questo essere disgraziati, questa classe bianca sottoproletaria: obesa, alcolizzata, disoccupata e disperata.
Miracolosamente e anche non del tutto per sua volontà, il raccontare questa parte di mondo lo ha portato ad essere uno scrittore di racconti. Cosa che lui non desiderava affatto. Per un gran pezzo della sua vita infatti, ha provato a scrivere romanzi senza mai riuscirci, perché l’essere così dispersivo, sempre ubriaco, impedisce di portare a termine un progetto ben strutturato come un romanzo, ma non impedisce certamente, - in una giornata di lucidità - di tirar fuori dei capolavori.
Quindi, forse, non del tutto consapevolmente è diventato l’emblema dello scrittore di racconti. Perché prima di lui, nella letteratura americana non esisteva nessuno che avesse scritto solo racconti. Lui ha scritto soltanto racconti e poesie, usando quest'ultima come una sorta di diario autobiografico. Nella poesia c’è lui, c’è sua moglie, ci sono gli eventi che gli capitano, ed è molto facile leggerne la sua vita attraverso.
Ha iniziato a pubblicare i suoi racconti per una rivista e successivamente ha pubblicato la sua prima raccolta “Vuoi star zitta per favore?” a 38 anni.
Drammaticamente l'evento più atteso, diviene dramma: sarà il punto più basso della sua vita. Raymond Carver si separa dalla moglie Maryann Burk: oramai il rapporto diventato troppo distruttivo per entrambi, con continui tradimenti e l'uso di violenza domestica, aveva portato lo scrittore ad una crisi nervosa.
La prima pubblicazione, uscirà al limite di questo stato, prima che lui si lasciasse andare del tutto. La situazione si risolleverà con una seconda compagna, Tess Gallagher, grazie sempre la scrittura.
[caption id="attachment_6823" align="aligncenter" width="1000"] La poetessa, scrittrice statunitense Tess Gallagher con il marito Raymond Carver.[/caption]
La sua seconda raccolta di racconti nel 1981 è stata “Di cosa pariamo quando parliamo d’amore” e la terza, che è quella che poi lo ha portato al trionfo consacrandolo, è stata “Cattedrale” nel 1983. La seconda relazione, lo trasforma: dopo la stesura di Cattedrale è un altro uomo. Consacrato dal mondo letterario e non solo, ormai è riconosciuto come un Dio.
Carver nel corso del suo percorso, ha avuto un rapporto molto conflittuale con il suo editor, Gordon Lish, un genio dell’editoria ma professionalmente autoritario, che tagliava molto spesso i suoi racconti, uno stralcio da venti pagine diventava sette. E qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sul lavoro dell'editor, su quanto a volte l'invadenza dl mestiere sia un arma a doppio taglio. E' giusto che un editor, abbia il potere e il diritto di trasformare l'opera di un autore?
[caption id="attachment_6824" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra il suo più celebre romanzo "Cattedrale". a destra Gordon Jay Lish, scrittore statunitense. In qualità di direttore responsabile di riviste letterarie e di editor ha aiutato l'affermazione di diversi scrittori statunitensi, in particolare quella di Raymond Carver e di Richard Ford.[/caption]
Questa pratica provocava in Carver molta sofferenza, poichè egli da semi-sconosciuto non poteva opporsi in maniera convincente all'atto, ma raggiunto il successo alcuni romanzi sono stati ripubblicati in maniera completa. Uno di questi è il suo capolavoro "Cattedrale", poi successivamente il romanzo“Principianti”. Parlando a titolo personale, si nota molto la differenza: i racconti integrali sono tutta un'altra storia.
La maggior parte dei suoi racconti, sono intrisi del suo rapporto con l'alcool e con la prima moglie Maryann. A lei ha dedicato i testi più intensi. La prima moglie ha continuato a far parte della sua vita narrativa fino alla fine.
Quando amo uno scrittore, ho questa smania di voler sapere tutto di lui, perchè incrociare la sua esistenza con la sua letteratura mi sembra l'esperimento psicologico più bello del mondo. È incredibile quanto di privato ci sia in una dichiarazioni pubblica, come un racconto edito in decine di paesi e lingue. Ma soprattutto è stupefacente quanto la vita di tutti gli scrittori, abbia curve e percorsi comuni. Quello che amo dì Carver è la fragilità di una scrittura crudele e irresistibile, come la vita.
 
Per approfondimenti:
_Carol Sklenicka, Raymond Carver, Una vita da scrittore - Edizione Minimum Fax 2011 _Raymond Carver, Vuoi star zitta per favore? - Edizione Minimum Fax 1976
_Raymond Carver,  Di cosa parliamo quando parliamo d'amore - Edizione Minimum Fax  1981
_Raymond Carver, Cattedrale - Edizione Einaudi 1987
_Raymond Carver, Da dove sto chiamando - Edizione Minimum Fax 1988
_Raymond Carver,  Principianti - Edizione Einaudi 2009
_Raymond Carver, Orientarsi con le stelle - Edizione Minimum Fax 2013
 
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1479125751133{padding-bottom: 15px !important;}"]La controversa epopea sulla protezione dei Diritti umani[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Miriana Fazi del 14/11/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1479125596473{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Un primordiale meccanismo di di protezione dei diritti umani è stato articolato sulla scorta d’una complessa costruzione giuridica, quale fu quella ideata e prevista nella Carta ONU. A tal proposito, considerata la rilevanza della suddetta “rete protettiva”, non è d’uso far passare sotto silenzio le vicende storiche e geopolitiche, delle quali la sua elaborazione fu spettatrice. Di fatto, dietro alla Carta delle Nazioni Unite si cela un animato dibattito che ha visto schierati sui più disparati fronti i maggiori Stati firmatari, sovente in forma di coalizioni latrici d’un unico intento comune.
[caption id="attachment_6798" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di sinistra, la conferenza di Dumbarton Oaks dal primo agosto al sette Ottobre del 1944 presso Washington, D.C., Stati Uniti[/caption]
Il foro che prestò voce alla disquisizione fu senz’altro la Conferenza di Dumbarton Oaks, alla quale presenziarono i rappresentanti di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Cina. Il fine astratto e unanimemente perseguito si risolveva nel delineare i profili fondamentali che – di lì a poco - sarebbero valsi ad attribuire un nuovo volto all’organizzazione in procinto d’essere creata, l’Onu, atta a rimpiazzare l’ormai acclaratamente decaduta “Società delle Nazioni”.
Nel corso delle discettazioni, tuttavia, non tardarono a presentarsi forti incongruenze tra le manifestazioni di volontà operate da uno Stato e le sue prese di posizione giuridicamente vincolanti. Le prime, munite di mero carattere programmatico, non obbligavano il Paese che le avesse rilasciate ad attenervisi strettamente senza possibilità di deroga. Per contro, le seconde, figuravano come elementi normativi lesivi del principio della piena sovranità statale. A tal proposito, il concetto di Comunità Internazionale, a quel tempo, era ancora agli albori della propria esistenza e ogni Stato, fino ad allora, era sempre stato inteso come dotato del potere di non riconoscere superiori a sé (c.d. superiorem non recognoscentes, ndr).
Tuttavia, la necessità d’istituire meccanismi di tutela giurisdizionale in seno a un’organizzazione “imparziale” fu il moto propulsore che spinse ogni Stato a limare in parte le proprie pretese autocratiche, almeno riguardo alcuni profili specifici d’interesse collettivo.
Pertanto, fin dalla Conferenza di Dumbarton Oaks, la posizione iper garantista degli Stati Uniti – cristallizzata in una proposta di disposizione sui diritti umani - si pose inizialmente in contrasto con quella di Gran Bretagna e URSS, che presentavano mozioni decisamente più caute sull’argomento.
Le prime scintille di disaccordo presero una forma meno fumosa in un secondo momento, ovvero nella Conferenza di San Francisco: entro quest’ultima si delinearono nettamente tre schieramenti di vedute antitetiche. Da un lato emergevano i Paesi Latino Americani (in special modo Brasile, Colombia, Cile, Cuba, Repubblica Dominicana, Equador, Messico, Panama, Uruguay), congiuntamente ad alcuni Stati Occidentali (Australia, Nuova Zelanda, Norvegia) e ad altri Paesi come l’India. Il primo schieramento in parola avanzò la proposta di sancire un vero e proprio obbligo internazionale ai fini del rispetto dei diritti umani.
[caption id="attachment_6797" align="aligncenter" width="1000"] San Francisco, Stati Uniti. Si svolge la Conferenza delle Nazioni Unite per l'Organizzazione Internazionale (UNCIO), la quale vide partecipi i delegati provenienti da 50 nazioni Alleate che ha avuto luogo dal 25 aprile al 26 giugno 1945. In questa conferenza i delegati riesaminarono e riscrissero gli accordi di Dumbarton Oaks. La conferenza ha portato alla creazione della Carta delle Nazioni Unite, che fu aperta alla firma dal 26 giugno.[/caption]
In seconda istanza, un altro schieramento tentò di stemperare la forza delle dichiarazioni rilasciate dal primo. I Paesi del Secondo schieramento, ossia i Paesi Occidentali, non mancarono di dirsi favorevoli al piano congegnato per lo sviluppo dei diritti umani, ma si ritraevano di fronte al carattere della sua vincolatività. Il malumore che attanagliava tali Stati era legato al rischio di un’eccessiva delega di poteri alle Nazioni Unite; delega dalla quale sarebbe inevitabilmente derivata un’espansione della sfera d’azione in seno all’ONU.
Capofila del secondo schieramento furono senz’altro gli Stati Uniti, che si opposero vigorosamente a un ampliamento dell’art.56 della Carta delle Nazioni Unite. L’effetto di tale serrata ebbe le sue ripercussioni nella formulazione del medesimo articolo, il quale venne orientato in chiave programmatica e non obbligatoria. Peraltro, gli Stati Uniti proposero l’inserimento di una “clausola di tutela della sovranità degli Stati”, contro eventuali ingerenze dell’ONU. Quest’ultima richiesta si è concretata nella stesura dell’art 2 par 7, in virtù del quale le Nazioni Unite non possono intervenire su questioni annoverabili entro il margine della competenza interna di uno Stato.
Idee ancora differenti vennero adottate nell’ambito del terzo gruppo di Stati, quelli Sovietici (Bielorussia, Cecoslovacchia e Ucraina) capeggiati dall’URSS. Costoro, pur allineandosi sul comportamento restrittivo del secondo gruppo, imperniava la propria linea dialettica sulla rivendicazione di un “diritto all’autodeterminazione dei popoli”, vieppiù fortemente avversato da parte dei Paesi Occidentali, affiancati da alcune ex potenze coloniali come il Belgio.
Benché finora si sia tentato di analizzare il nucleo essenziale delle pretese di ogni fazione, è assai arduo saper enucleare una linea concettuale comune che sappia efficacemente esprimere il concetto di “diritti umani nel 1945”. Infatti, mentre l’URSS propugnava un’esplicita menzione dei “diritti al lavoro e all’istruzione”, gli Stati Uniti si mostravano recalcitranti all’idea di tipizzare legislativamente una categoria tassonomica di diritti meritevoli di tutela, ritenendo che un inevitabile corollario di tale specificazione sarebbe stata la declassazione implicita e la subordinazione gerarchica di altri diritti parimenti rilevanti, quali - a titolo esemplificativo - erano stimati il diritto alla libertà di informazione e alla libertà religiosa.
A un’attenta analisi, persino nell’attuale versione della Carta ONU manca un catalogo che acclari quali siano i “diritti umani” tutelati di fatto, per quanto la voce “diritti umani” figuri ben sette volte nella Carta ONU medesima. Con buona approssimazione, si può ipotizzare che una così evidente lacunosità derivi dalle vedute contrapposte di USA e URSS fin dal secondo dopoguerra.
Peraltro, la riottosità generale dei Paesi a operare una delega di poteri esclusivamente appartenenti allo Stato ha ingenerato una depressione a tratti patologica, nel funzionamento dell'Assemblea Generale e dell’ECOSOC (Comitato Economico e Sociale). Le funzioni ad essi riconosciute si ascrivono entro la possibilità di “intraprendere studi” e di "indirizzare raccomandazioni agli Stati” (c.d. norme Soft law).
Ad aggravare il quadro già precario si è aggiunta l’ecumenica pretesa – in danno dell’Onu - di potersi esprimere soltanto mediante delibere di carattere generale e astratto, senza rivolgersi direttamente contro uno Stato, che si sia reso eventualmente responsabile di una violazione dei diritti umani.
Ne “I diritti umani oggi”, Antonio Cassese saluta la Dichiarazione Universale come “il frutto di più ideologie: il punto d’incontro e di raccordo di concezioni diverse dell’uomo e della società”. Di fatto, la travagliata genesi del succitato documento annovera tra le proprie fonti ideali la matrice giusnaturalistica, l’influenza dello statalismo dei paesi socialisti, il principio nazionalistico della sovranità (supportato, quest’ultimo, con largo favore da tutti gli stati).
[caption id="attachment_6799" align="aligncenter" width="1000"] Antonio Cassese (Atripalda, 31 marzo 1937 – Firenze, 22 ottobre 2011) è stato un giurista, scrittore e giudice italiano, docente universitario di Diritto Internazionale. Fra i suoi incarichi vi sono stati quello di Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti e di primo presidente del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia.[/caption]
La Carta ONU, per quanto densa di precetti garantistici, presentava una lacunosità rilevante e inescusabile, considerati i fini che le Nazioni Unite si erano prefissate di perseguire. Da tali manchevolezze sul piano del diritto positivo derivava un’impasse procedurale inaggirabile. Pertanto la comunità internazionale nella sua interezza aveva avvertito la necessità di emanare un nuovo documento, che sanasse i profili deficitari della Carta ONU, in vista di attribuire una maggiore effettività ai meccanismi di tutela dei diritti già debitamente e precedentemente declamati.
A tal fine, nel 1946 il Consiglio Economico e Sociale, esercitando i poteri conferitigli dall’art 68 della Carta ONU, provvide alla creazione di una “Commissione di diritti umani”, organo composto da 18 Stati, rappresentativi dei compositi schieramenti insediatisi in seno all’Assemblea Generale.
All’epoca dei dibattiti preliminari alla costituzione della Dichiarazione, i Paesi coinvolti non formulavano voci concordi sulla natura della stessa, né sulla valenza giuridica che avrebbe dovuto esserle stata accordata. Tali discrepanze prendevano le mosse da presupposti di partenza notevolmente divergenti, dai quali i Paesi medesimi facevano derivare le proprie posizioni. Dalle prime discettazioni, a tal proposito, emerse uno scenario popolato da quattro schieramenti: Paesi Occidentali, America Latina, Europa Socialista, Paesi Asiatici.
[caption id="attachment_6800" align="aligncenter" width="1200"] Anna Eleanor Roosevelt (New York, 11 ottobre 1884 – New York, 7 novembre 1962) è stata un'attivista e first lady statunitense. Qui, nel 1948, mostra la Dichiarazione dei Diritti Umani.[/caption]
La tesi occidentale era imperniata su poche pretese, ma perentorie. Tra queste, figurava la proposta di proclamare sul piano interstatuale le concezioni giusnaturalistiche, che avevano permeato e ispirato i grandi testi giuridici interni. Infatti, secondo la testimonianza di Joseph P. Lash, pare che John P. Hendrick (rappresentante del Dipartimento di Stato USA) avesse affermato che - “la politica degli Stati Uniti consisteva nel produrre una Dichiarazione, che fosse la copia in carta carbone della Dichiarazione americana d’indipendenza e della Dichiarazione americana dei diritti dell’uomo” -. Eppure, a una seconda analisi, la posizione degli occidentali sembrava viziata da alcune incongruenze: in effetti, secondo i programmi propinati, alle laute dichiarazioni di tutela non avrebbe fatto seguito una piena effettività. Questo perché si riteneva di voler proclamare a livello mondiale soltanto i diritti civili e politici, nel limite della loro connotazione sostanzialmente individualistica, che essi avevano rivestito nel Settecento e nell’Ottocento. I paesi Latino Americani e Socialisti riuscirono a temperare il rigore occidentale, orientando la sua visione in senso migliorativo. Si postulò così anche l’inserimento di una serie di diritti economici e sociali, in parte ignoti ai testi occidentali presi a riferimento.
Per quanto i paesi socialisti si fossero mostrati ben disposti alla recezione del messaggio di Roosevelt del 1941, essi miravano verso orizzonti più lontani di quelli circoscritti alla tutela della “libertà dal bisogno e dalla paura”, baluardo dei riferimenti occidentali.
L’azione dei Paesi in parola fu rilevante nella fase deliberativa, ma non spiegò i suoi effetti al momento della firma. Tali stati, infatti, si astennero dall’esprimere un voto sull’insieme della Dichiarazione, dacché gran parte degli emendamenti da essi proposti non erano stati accolti.
Per ragioni d’altra natura si astennero dal voto anche Sud Africa e Arabia Saudita. Ad ogni modo, le direttrici d’azione proposte dai Paesi Socialisti furono varie. Anzitutto questi ultimi sostennero l’inserimento - nella Dichiarazione - di diritti rilevanti, come il diritto di ribellione contro autorità oppressive; il “diritto di manifestare nelle strade” come parte della libertà di associazione; il diritto delle “minoranze nazionali” a vedersi riconosciute e tutelate; il diritto all’autodeterminazione dei popoli coloniali; il principio d’eguaglianza (che si sostanziava nel divieto di discriminazioni basate su razza, sesso, colore, lingua, religione, opinioni politiche, origini nazionali, statut et cetera). Altresì, l’attenzione dei Paesi socialisti si focalizzò sull’urgenza di dare attuazione ai diritti sanciti nella Dichiarazione con meccanismi ad hoc; affinché nessuno stato firmatario avesse potuto aggirare il loro carattere vincolante in un futuro prossimo.
Quanto alla “libertà di pensiero”, i Sovietici ritennero di volerla inibire agli apologeti del fascismo e ai suoi proseliti, tacciati d’essere flagello della libertà e dunque indegni di poterla esercitare in questo senso.
 
Per approfondimenti:
_Antonio Cassese, I diritti umani oggi - Editore Laterza
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1478952359184{padding-bottom: 15px !important;}"]Bach: dalla musica vocale strumentale alla polifonia dei Sei Solo[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Carlotta Travaglini del 12/11/2016[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1478955090603{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Molti musicologi sostengono sia opportuno denominare l'epoca Barocca età del basso continuo, per determinare, in ambito strettamente musicale, quella che ne è una costante caratteristica – un brano diventa facilmente riconoscibile dal suono di un clavicembalo, di un organo o di un liuto, o di un arco grave come il contrabbasso o il violoncello, che insieme ne abbraccia e sostiene la melodia. La musica viene conchiusa su strutture ben delineate e le forme strumentali esplorate si vanno via via stigmatizzando; i diversi strumenti, distaccatisi dalla voce, iniziano così a profilarsi e ad emergere nelle loro vesti più caratteristiche.
Il ruolo del violino nell'epoca barocca era già consolidato in due prassi fondamentali, quella solistica e quella dell'accompagnamento orchestrale; musicisti provenienti da diverse aree ci testimoniano questo tipo di approccio allo strumento. Nell'opera di personalità autorevoli del periodo immediatamente successivo, ad esempio, l'eredità della profonda ricerca teorica e pratica di più di due secoli di musicisti si fa già abitudine e studio quotidiano.
[caption id="attachment_6783" align="aligncenter" width="1000"] Bonaventure Migliore, Natura morta con strumenti musicali - Olio su tela, fine XVII[/caption]
Secondo Leopold Mozart:
Non si deve suonare da solisti se prima non si sa bene accompagnare (…) si deve essere capaci di interpretare correttamente e in modo appropriato le più svariate composizioni prima di accingersi a eseguire concerti solistici. Così come si può riconoscere immediatamente se un quadro è stato dipinto da un artista, allo stesso modo si può capire subito se uno che esegue con criterio il suo assolo abbia mai imparato ad accompagnare in modo appropriato una sinfonia o un trio, o se sappia apportare il miglior affetto in un'aria”.
Questo autore, di grande levatura nella letteratura violinistica, considera infatti essenziale una formazione a tutto tondo del musicista, che fin da subito sia ben indirizzata ad una costante e consapevole ricerca.
Diverse fonti fanno risalire pressappoco agli inizio del XVI secolo la nascita del violino, frutto di numerosi nomi della celebre scuola di liuteria italiana; già nella musica vocale cinquecentesca le parti delle voci vengono gradualmente sostituite da strumenti ad arco. Ad esempio, nelle Sacrae Symphoniae di Giovanni Gabrieli, organista e maestro di cappella della Basilica di S. Marco, compaiono specifiche designazioni strumentali; il maestro affronta approfonditamente ed assume tutte le possibilità che la polifonia possa offrirgli, creando una musica sinfonica vocale in cui gli strumenti non raddoppiano semplicemente le voci ma si muovono secondo altre linee melodiche che arricchiscono l'armonia. Con Claudio Monteverdi, in particolare nel VIII libro di Madrigali guerrieri et amorosi abbiamo invece un'evoluzione: egli è il primo ad indicare, nello specifico per il violino, delle ben precise “affezioni”, dei ben precisi modi di eseguire delle note che obbediscono al gusto e all'intenzione del testo e della melodia. Trattasi di effetti che si ottengono con un ben preciso modo di far scorrere l'arco sulle corde: è Monteverdi, ad esempio, ad inventare il caratteristico tremolo.
La capacità espressiva del violino viene rivelata, ma lo strumento è ancora al di sotto della voce, protagonista indiscussa del panorama musicale; la accompagna e ne segue strettamente le parole.
La nozione 'corale' della composizione musicale permea la produzione di questo periodo. Iniziano ad apparire composizioni esclusivamente strumentali (prive, cioè, di parti vocali) basate su una polifonia garantita dall'esecuzione di più strumenti o da uno strumento a tastiera.
La nozione di concerto grosso compare per la prima volta con il compositore Arcangelo Corelli.
Prima di allora, questa forma non viene istituzionalizzata, ma ne troviamo dei precedenti nelle opere di numerosi compositori, anche nei rinascimentali: nei cori spezzati di Andrea e Giovanni Gabrieli, compositori del periodo, troviamo un embrione di quello che sarà poi la sua alternanza tra ripieno e concertino.
[caption id="attachment_6784" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra: Leopold Mozart, Giovanni Gabrieli, Claudio Monteverdi, Arcangelo Corelli (particolari di ritratti).[/caption]
E' qui che il violino assolve nell'esecuzione questi due ruoli insieme, svolti alternativamente e in due gruppi differenti dell'orchestra – di questi due il secondo (anche detto, appunto, soli), quello “concertante”, tiene le redini dell'intera orchestra. Non c'è contrapposizione tra due gruppi dell'orchestra, bensì su un dialogo vero e proprio, in cui i soli si trovano a convergere col resto dell'orchestra nel momento del ripieno orchestrale, creando, per l'incremento degli strumenti in uso, il caratteristico contrasto tra piano e forte. Il concertino è formato da due violini ed un violoncello, sulla scia dell'immediato antecedente: la sonata a tre barocca.
La forma del concerto grosso viene in seguito “superata” - ma non interrotta – da quella del più evoluto concerto solista. Verrà tuttavia a più riprese rielaborata e riutilizzata: si pensi al Concerto brandeburghese n.3 di Johann Sebastian Bach, o all'Op.3 e all'Op.6 di Georg Friederich Haendel.
Nel concerto solista sicuramente la voce del violino viene maggiormente esplorata e valorizzata nelle sue sfumature e potenzialità. Il lascito che Antonio Vivaldi ci fornisce risulta a questo punto di sconfinato valore. Nei suoi innumerevoli concerti per violino solo e orchestra si avverte uno stacco netto dai modelli precedenti: il dialogo strumentale scompare e i ruoli di orchestra e solista si stabilizzano, rigorosamente distinti e ben profilati all'interno della strumentazione. Il solista spicca su tutti, ha una parte propria e possiede una chiara identità ed autonomia ragionata.
Così il violino troneggia nelle composizioni a lui dedicate, e, di pari passo con l'incremento del suo studio nelle sue diverse scuole, crescono, all'interno dei brani, la potenza di suono, lo scarto dinamico, la varietà espressiva, la difficoltà oggettiva, l'ambito di note che viene toccato (che procede sempre di più verso l'acuto), la velocità, il modo di eseguire singoli passaggi.
Il violinista ha modo di esprimere la propria voce ed il proprio virtuosismo quanto più trionfalmente possibile, potendo anche a tratti cimentarsi in un'inventiva propria in passi di larga libertà. La melodia era, infatti, al più un canovaccio, una linea guida sulla quale poter apporre variazioni sancite da serie di abbellimenti e fioriture di uso consolidato all'epoca.
Questo filone di ricerca viene seguito e notevolmente coltivato da numerosi successori e cultori di questo stesso (Geminiani, Locatelli, Tartini, etc.). La direzione che prendono i loro studi non è che un incremento, un'amplificazione della sua stessa - la voce del violino è vista come un unicum che per sua virtù di potenza sonora e naturale attitudine al virtuosismo può levarsi al di sopra degli altri strumenti: le sue possibilità appaiono sconfinate e la ricerca è prolifica, aprendo sempre nuovi interrogativi e strade da percorrere.
[caption id="attachment_6786" align="aligncenter" width="1000"]documento-foto-per-sito2 Da sinistra a destra: Antonio Vivaldi, Francesco Geminiani, Pietro Antonio Locatelli, Giuseppe Tartini (particolare dipinti).[/caption]
Appaiono così singolari, in tale frangente, le Sei sonate e partite per violino solo BWV 1001-1006, di Johann Sebastian Bach.
Scritte nel 1720, data in cui compare la partitura autografa, nel periodo in cui l'autore era maestro di cappella presso Cöten, rimangono inedite per l'intera vita dell'autore. Come suggerisce lo stesso titolo impressovi, non è assolutamente previsto l'accompagnamento di un basso continuo. La composizione strumentale viene privata delle sue “fondamenta”; la sola voce dello strumento deve 'compensarne' la mancanza e rendersi l'intero canto.
Di queste, tre sono indicate con il nome Sonata e tre con quello di Partita (sinonimo di Suite, in francese): includono tempi rapidi e veloci, alcuni nella forma strutturale di danze. Il violino, per la propria conformazione, non ammette l'esecuzione simultanea di più di due note appartenenti a due corde contigue, poiché sono facilmente suonabili appiattendovi sopra l'arco e facendolo scorrere. Di qui la tradizionale presenza di altri strumenti, nelle composizioni in cui è presente anche in veste di protagonista, che completassero l'armonia che da solo non era capace di coprire. Anche il termine “sonata”, di per sé, in epoca barocca, designava una composizione polifonica, dunque resa dalla compresenza di strumenti o almeno di un solista ed un basso continuo. Bach impone al violinista di eseguire da solo con il proprio strumento anche tre o quattro voci insieme.
[caption id="attachment_6787" align="aligncenter" width="1000"] Due particolari: Sonate e partite per violino (a sinistra). Statua di Johann Christian Bach a Lipsia in Sassonia, Germania.[/caption]

 I musicisti del tempo rimangono sicuramente sconcertati da un tale apparato musicale. Sappiamo che al tempo di Bach circolassero sì numerose copie manoscritte, ma che l'opera intera non fu mai pubblicata da editore se non successivamente. Risulta però essere già argomento di studio, come scrive Carl Philip Emanuel Bach, il secondo e il più famoso dei venti figli del compositore, in una lettera a Johann Nikolaus Forkel del 1774: "Uno dei maggiori violinisti mi disse una volta che non aveva mai visto nulla di più perfetto per diventare un buon violinista, né avrebbe potuto consigliare nulla di più utile per l'insegnamento, di questi Soli per violino senza basso".

L'apparato musicale dei Sei Solo è una costruzione architettonica rigorosa e impeccabile: nessuno è mai riuscito a trovarvi alcun segno di cedimento, alcuna struttura più debole al livello esecutivo. Come ammette lo stesso Forkel, musicologo e musicista tedesco, "I sei Soli per violino e i sei per violoncello [...], privi di accompagnamento, non ammettono assolutamente l'aggiunta di un'altra voce cantabile". Egli stesso fu uno dei massimi estimatori del compositore, contribuendo già al tempo alla diffusione della sua musica (fu anche il primo a comporre una sua biografia). Aggiunge, inoltre, che "Bach seppe combinare tutte le note necessarie all'autonomia della modulazione, in una sola parte, rendendone una seconda non solo superflua, ma addirittura impossibile".

Si può trovare un esempio di questo tipo di autosufficienza musicale nella Fuga dalla Sonata I in sol minore, nella quale il violinista arriva ad eseguire fino a quattro note in simultanea, in lunghi passaggi dal notevole impatto emotivo.
In epoche successive, nonostante il progresso musicale avvenuto, gli esecutori devono trovare ancora 'incompleto' il discorso musicale; ne vengono eseguite infatti numerose edizioni con una parte di accompagnamento svolta dal pianoforte (ad esempio, quella scritta da Robert Schumann), nel tentativo di attenuarne la difficoltà interpretativa. Si trattò soltanto, tuttavia, di una prova: tutt'ora l'opera originale resta di uno dei pilastri dell'intera letteratura violinistica, uno dei pochi sui quali si sia effettuato, e si effettui tutt'ora, un vero e proprio culto, destinato a perdurare e ad amplificarsi per l'eternità; è inevitabile che ogni esecutore di ogni tempo si cimenti e si confronti con una tale opera di ingegno.
La parte del violino è del tutto autonoma; questo aspetto è chiaramente verificabile all'ascolto, dove ogni intenzione musicale sembra aver trovato il suo posto. Non mancano ampi soli, in cui la melodia si “desquama” e si riappropria della monodia originale, propria del violino: è il caso del Presto o dei lunghi divertimenti della Fuga nella Sonata I.
[caption id="attachment_6788" align="aligncenter" width="1000"] Dettaglio delle prime battute del “Presto” dalla Sonata I[/caption]
Ma ad una mancanza di note non corrisponde una carenza di difficoltà tecnica o di perizia esecutiva; anche i lunghi “soli” bachiani hanno uno spessore senza pari, ed una delicatezza che si leva al cielo.
Con la sua opera Bach ha conseguito un atto risolutivo senza precedenti, ponendo a conclusione uno degli studi più maestosi e complessi che un'intelligenza potesse concepire. Il ruolo dello strumento viene emancipato, ed allo stesso musicista viene conferito un compito superiore ed universale: conservare ed innalzare una musica destinata a non perire, perché mai liberata dalla sua stessa costante spinta interiore di perenne rinnovamento.
 
Per approfondimenti:
_Leopold Mozart, Versuch einer grundlinchen Violinschule, 1756
_Giovanni Gabrieli, Sacrae Symphoniae tam vocibus, quam instrumentis, editio nova, ibid., 1597, Venezia
_Johann Sebastian Bach, «Sei solo / à / Violino / senza / Basso / accompagnato. /Libro primo / da Joh.Seb.Bach», 1720
_Johann Sebastian Bach, Suites a Violoncello solo senza basso, 1717-1723, Cöten
_Sechs Sonaten für die Violine von J.S. Bach mit hinzugefügter Begleitung des Pianoforte, Lipsia, 1885
 
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Il Cortile della frontiera. De Vecchis, Demaria, Chada

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21-22 ottobre 2016 - Libreria Rinascita (Piazza Roma n°7 - 63100 Ascoli Piceno)
Introduce: Giuseppe Baiocchi 
Modera: Primo De Vecchis
Intervengono: María Belén Pérez Chada, Dolores Pérez Demaria
Si esibisce: Luigi Travaglini e Luigi Sabbatini
 

Il cortile della frontiera è un seminario interculturale diviso in due sezioni, tenuto da María Belén Pérez Chada, artista e architetto, e Dolores Pérez Demaria, drammaturga e laureanda in Storia. Si tratta di due giovani artiste argentine, che hanno unito le proprie competenze per portare avanti orizzonti di ricerca comune. Attualmente sono concentrate attorno all'indagine urbano-drammaturgica, un tentativo di far emergere esperienze urbane narrative. Il tema del seminario, pur partendo quindi dal preciso contesto argentino, si dirama verso storie a noi vicine, ma spesso dimenticate. Stiamo parlando della grande emigrazione italiana all'estero, un fenomeno vastissimo e articolato, che interessò l'Argentina in varie ondate, dal 1880 circa fino almeno al 1960. Questa storia collettiva complessa e in parte caotica, vissuta da tante famiglie e individui, caduti nell'oblio, viene inquadrata grazie all'analisi perspicace e rapida di una spazialità architettonica ancora presente e visitabile nel contesto della metropoli di Buenos Aires. Si tratta dei conventillos, edifici una volta signorili, situati nella zona vicino al porto (si pensi alla Boca) trasformati poi in abitazioni per immigrati. Lo schema classico del conventillo prevedeva una forma a parallelepipedo, pianoterra e primo piano, con un cortile interno in cui, in comune, trovavano posto i servizi essenziali. Proprio questi umili cortili, animati dai migranti provenienti dall'Italia e dal resto d'Europa, divengono i protagonisti del seminario, che spiega con dovizia di particolari come da quella cultura popolare (frutto di una forte mescolanza anche linguistica) siano nati il tango e altri fenomeni assimilati dalla cultura colta: si pensi alla drammaturgia, ma anche a una certa letteratura "neorealista" in voga negli anni Venti e Trenta del Novecento. Quindi dallo spazio architettonico si passa all'esperienza teatrale di Alberto Vacarezza, autore di tanghi e farse teatrali popolari. Successivamente viene anche affrontato un autore di grande spessore, attualmente rivalutato anche in Italia (dove è stato ristampato e tradotto di recente) ovvero Roberto Arlt, scrittore per certi versi opposto e speculare a Jorge Luis Borges. Roberto Arlt, cronista e romanziere, è stato infatti un grande narratore urbano e ha descritto con sagace perspicacia la vita quotidiana della città negli anni Trenta. Non era l'unico: proveniva da un gruppo chiamato di Boedo, che rivalutava autori russi come Dostoevskij e che si nutriva di idee anarchiche e socialiste (importate non a caso dai migranti). L'osservazione della vita brulicante della città non si può quindi scindere dalla critica sociale, che mette in luce le disuguaglianze e la miseria, ma anche la "disperata vitalità" (per citare Pasolini) del sottoproletariato urbano e persino della piccola-borghesia urbana, resa più povera e cattiva dalla crisi economica del 1929. Nel seminario ad ampio raggio, che vuole fornire una serie di spunti da approfondire, si affrontano anche temi più astratti come il conflitto in atto tra globalizzazione culturale e identità nazionali, meticciato e autonomia delle culture. Come si vede si tratta di temi cocenti nell'attuale contesto italiano ed europeo, che affronta problematiche legate alla sempre crescente crisi dell'unione economica e monetaria europea, la quale si accompagna alla crisi umanitaria dei nuovi flussi migratori, che generano reazioni di stampo populista e identitario. Tuttavia i temi affrontati non evadono dal circuito comparatistico di storia-architettura-arte. Il seminario si terrà in spagnolo. Sarà chiamato a moderare e a tradurre i testi Primo De Vecchis, dottore di ricerca in Letterature comparate e studioso di Roberto Arlt.