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di Giuseppe Baiocchi del 20-06-2021

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Rivale di La Fayette e di Lauzun, precursore di La Rochejaquelein, il marchese de La Rouërie aveva più ingegno di loro: si era battuto più spesso del primo; aveva rapito delle attrici all’Opéra come il secondo; sarebbe diventato compagno d’armi del terzo. In Bretagna, frugava i boschi in compagnia di un maggiore americano e di una scimmia seduta sulla groppa del cavallo. Agli studenti di diritto di Rennes piaceva, perché era ardito nell’agire e libero nel pensare: era stato uno dei dodici gentiluomini bretoni rinchiusi nella Bastiglia. Aveva corporatura e modi eleganti, un’aria audace, un volto affascinante, e somigliava ai ritratti dei giovani signori della Lega. Queste poche righe, del letterato francese R. A. de Chateaubriand (1778 - 1848), possono inquadrare bene lo spirito di quest'uomo, dalla vita incredibile.
[caption id="attachment_12425" align="aligncenter" width="1000"] Jean Fréour, Statua della Rouërie (1993) - Fougères, Ille-et-Vilaine, Bretagna, Place Aristide Briand (Square des Fusillés),[/caption]
Per capire quanto perse la Francia durante le guerre di Vandea (1793-95-99-1815), è bene conoscere gli uomini singolarmente, tentare di tracciare – per quanto difficile – un percorso di completezza ad un periodo storico complicato. Tra i diversi generali, sicuramente un posto speciale merita il marchese de la Rouërie (1751 - 93). In un secolo generoso di grandi destini, pochi uomini avevano conosciuto tanta gloria e tanta disperazione, tanta elevazione e tanta umiliazione che questo signore bretone. Il bicentenario dell’indipendenza americana ha portato gli storici a riscoprire l’eroe dei due mondi, ingiustamente immerso nell’oblio nonostante il lavoro di Gosselin Lenotre (1855 - 1935).
Quando venne a stabilirsi definitivamente nella sua terra a Rouërie, vicino a Fougères, il colonnello Armand – come amava farsi chiamare – fu preceduto lì dalla fama delle sue brillanti imprese belliche, come anche dai frammenti di una giovinezza turbolenta. Nato il 13 aprile 1751, presso l’Hôtel de la Belinaye, Charles-Armand Tuffin de la Rouërie era figlio di Anne-Joseph-Jacques Tuffin, cavaliere e conte di La Rouërie e Dame Thérèse de la Belinaye.
A diciassette anni, partito per Parigi e messosi sotto l’egida di suo zio Charles de la Belinaye, mentore poco serio, entrerà nel corpo della Guardia francese della Maison du Roi. Difatti poco dopo, il giovane si era già invaghito di una attrice da operetta, Marie-Anne-Florence Bernardy-Nones (Miss Beaumesnil, 1766 - 1818), che da donna di mondo, gli dimostrò la follia di un simile progetto.
Il giovane, disperato, corse a chiudersi in un piccolo villaggio fuori Parigi, La Trappe, con la ferma intenzione di finire lì i suoi giorni. Non resistette una settimana, che riprese immediatamente la sua vita dissoluta a Parigi. Le sue goliardate furono memorabili: ha ballato una danza classica sul palcoscenico dell’Opera, ha avuto litigi, duelli, ha contratto debiti, e fortificato da questi talenti e dai suoi straordinari precedenti, non esitò a chiedere al conte de Ranconnet de Noyan, il suo vicino, la mano di una delle sue figlie. Nessuno del “bel mondo” fu sorpreso nell’apprendere il diniego del vecchio Tenente-generale.
Qualche tempo dopo, a seguito di una lite con il conte di Bourbon-Busset, cugino del re, riguardo la giusta gradazione per la cottura di un pollo, lo sfidò a duello; La Rouërie ferì il suo avversario, che morì dopo dieci giorni; il Re, informato del fatto, si arrabbiò e minacciò di impiccare La Rouërie che decise di porre fine alla sua vita. Per sfuggire alla corda, si somministrò l’oppio, ma la dose non fu sufficiente e ripresosi, fuggì a Ginevra, nella placida Svizzera.
Da lì fece spedire le sue dimissioni dalla compagnia di Radepont da Tenente della Guardia; dopodiché, dopo aver salutato sua madre, partì improvvisamente per il Nuovo Mondo, l’America, cedendo alla febbre contagiosa della libertà che ammaliò poi molti nobili. Prese tre domestici e lasciò in Francia un figlio a cui aveva dato il suo nome.
La traversata durò due mesi. Appena raggiunte le coste, la nave che trasportava Armand de la Rouërie fu attaccata da una fregata inglese. Lo scontro portò la distruzione dell’imbarcazione e il marchese, completamente nudo, si vide costretto – con i suoi tre domestici – ad arrivare a riva a nuoto. Era la fine dell’aprile del 1777, poco prima che arrivasse il talentuoso La Fayette a dare manforte a quegli inglesi ribelli che si erano auto-proclamati americani. Si era in piena guerra d’indipendenza americana (1775 - 83).
Il suo battesimo di fuoco avverrà nella battaglia di Short Hills il 26 giugno del 1777, nel quale con il grado di Colonnello, comanda una libera compagnia straniera dell’esercito Continentale.
La battaglia si concluse, tuttavia, con una sconfitta per gli americani contro gli inglesi, che erano meglio addestrati e due volte più numerosi. Il corpo di Armand viene decimato: 30 uomini su 80 vengono uccisi. Nonostante tutto, riesce a salvare un cannone, un’arma rara e preziosa per gli americani. La guerra prosegue e la sua leggenda cresce: nell’agosto del 1779 riesce a catturare John Graves Simcoe (1752 - 1806), comandante dei famigerati Queen’s Rangers, una truppa resosi celebre per le sue devastazioni. Ma l’azione più notevole di La Rouërie durante la campagna militare fu quella che fu chiamata il “Raid di Westchester”. La Rouërie comanda sia una truppa di fanteria che una di dragoni e con solo venti cavalieri, riesce nell’impresa di catturare un altro importante comandante inglese, il Maggiore Baremore capo di un corpo di partigiani lealisti, particolarmente temuti dalla popolazione1
Traslato nell’armata continentale meridionale nel 1780, la sua legione viene decimata nella Battaglia di Camden del 16 agosto, ma il suo essere bonario, allegro, coraggioso ai limiti dello spericolato, lo fecero rimanere simpatico agli americani e il nome di “colonnello Armand” divenne in breve tempo popolare come quello di La Fayette; così che François Jean de Beauvoir, marchese de Chastellux (1734 - 88) notò, nel 1780 come: «il Colonnello Armand è famoso in America per il suo coraggio e le sue capacità».
Dovendo ricostituire e riarmare la sua legione, torna in Francia per sei mesi, cercando di convincere la royal army a formare sotto il suo comando una forza armata all’interno dell’esercito continentale statunitense, ma la proposta viene rifiutata. Desideroso di riorganizzare la sua truppa, impegna le sue ricchezze e le sue terre avendo in prestito 50.000 sterline al 5% di interesse. La Rouërie acquistò così 100 selle di cuoio, 150 sciabole da ussaro, 160 paia di pistole, 975 camicie, 160 coperte, 150 paia di stivali con speroni, 320 elmetti di rame, metà dei quali con pennacchi, 4 trombe e 4 shako. Grazie ad una lettera di servizio di Washington, ottenne anche la croce di Saint-Louis il 15 maggio 1781 e la sua riabilitazione.
Di ritorno in America, prese parte all’assedio di York: in testa alle sue truppe, in mezzo a palle di cannone e fuoco d’artiglieria nemico, fu visto avanzare all’arma bianca in mezzo alla polvere da sparo che ben presto lo travolse occultandolo alla vista. Dato per morto, il marchese era vivo e vegeto: così George Washington (1732 - 99), per riconoscere il suo valore, lo autorizzò a raccogliere 50 uomini, tra i migliori dell’esercito, per rafforzare la sua compagnia completamente decimata.
Ha mostrato lo stesso coraggio ovunque: forse era, a suo piacimento, un modo per riscattare le sue follie passate. Due lettere conservate negli archivi del Ministero della Guerra, una da La Fayette, del 26 novembre 1778, l’altra dal Generale Washington, del 16 febbraio 1780, concordano di lodare «il suo illustre merito, il suo grande zelo, il suo attivismo, la sua intelligenza, prontezza e coraggio».
Terminata la campagna, lascio il nuovo mondo per ultimo, per rendere i servizi dei suoi compagni d’armi al Congresso e tornò in Francia nel 1783, da eroe, con 50.000 franchi di debito, la Croce di Cincinnatus, una scimmia e un amico, il Maggiore Chafner, un ufficiale americano che non avrebbe mai più lasciato.
Fu il ricordo del suo passato rumoroso o il tono leggermente sprezzante ed eccessivo che mise nella sua richiesta di servizio, ad impedirgli di ottenere il comando che cercava al suo ritorno? Resta il fatto che la sua richiesta fu respinta: nel vecchio mondo gli errori non si riparano.
All’inizio del 1786, La Rouërie cerca di riprendere la carriera delle armi, grazie ai suoi servizi in America, dove fu nominato colonnello, spera di ottenere una posizione equivalente all’interno dell’esercito francese. Il generale Washington raccomandò il marchese al conte Jean-Baptiste Donatien de Vimeur de Rochambeau (1725 - 1807) in una lettera del 16 maggio 1784.
Ma La Rouërie è tornato troppo tardi in Francia per beneficiare delle promozioni che sono già state concesse agli altri ufficiali. Anche Anne-César de La Luzerne (1741 - 91), ambasciatore francese negli Stati Uniti, cerca tuttavia di intervenire per suo conto.
[caption id="attachment_12429" align="aligncenter" width="1000"] Charles Willson Peale (1741 – 1827), Armand Tuffin de La Rouërie, olio su tela 1783.[/caption]
Così Luigi XVI pensò che lo avrebbe soddisfatto nominandolo colonnello di un reggimento di cacciatori di piedi. Ma non conosceva l’orgoglio bretone: La Rouërie rifiutò, egli voleva mantenere il prestigio di un reggimento di cavalleria e non concepì di servire nella fanteria. Sperando di migliorare la sua posizione agli occhi del Sovrano, discusse invano con il Ministro della Guerra Louis-Marie-Athanase de Loménie, conte di Brienne (1730 - 94), che aveva notoriamente ottenuto la stima di Washington, ed era stato nominato colonnello anche prima di La Fayette. Ottenne tuttavia unicamente l’assicurazione dall’ex Ministro della Guerra, il Maresciallo Philippe Henri, marchese di Ségur, che i suoi servizi in America sarebbero stati considerati come se fossero stati al servizio della Francia. Con un nulla di fatto, ritornò in Bretagna, costretto, a trentatré anni, a vivere pigramente nel suo Hôtel a Fougères o nel suo castello a Rouërie. La sua fortuna era, inoltre, compromessa: possedeva una passività di 65.000 franchi.
Armand fu costretto a ripensare ad un matrimonio che risanasse le sue finanze. La figlia maggiore del conte de Noyan, di cui una volta aveva chiesto la mano, aveva sposato il conte di Kersalaün. Era verso la signorina Louise Charlotte Guérin marchese di Saint-Brice2 che pose gli occhi e dalla quale fu ricambiato: una delle più belle donne e soprattutto una delle ricche ereditiere della Bretagna.
La madre del Marchese de la Rouërie, l’amico Chafner, sua cugina Thérèse de Moëlien de Trojoliff, firmarono il contratto stipulando, in regime comunitario secondo l’usanza bretone – con l’esclusione, tuttavia, dei debiti contratti prima ed eventualmente dopo il matrimonio – una successione paterna di 24.000 libbre di mobili dalla futura moglie. Il matrimonio ebbe luogo nella cappella del castello di La Motte à Saint-Brice-en-Coglès, il 27 dicembre del 17853.
Dopo tre mesi di unione, la giovane marchesa de la Rouërie si ammalò di tubercolosi polmonare. Suo marito chiamò un giovane medico di ventisette anni, il dottor Valentin-Marie-Magloire Chevetel (1758 - 1834), eminenza grigia che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella vita del marchese. Chévetel, figlio di un onorevole dottore di Bazouges, che da bambino prestava le sue cure a Chateaubriand, aveva un aspetto gradevole, modi eleganti, spirito distinto e fece subito colpo a la Rouërie, che lo trattò da amico al pari del maggiore Chafner. Il medico, ordinò alla moglie le acque termali di Cauterets, ma la permanenza nei Pirenei non alleviò Louise Charlotte: morì dopo alcune settimane, il 18 luglio 1786, appena sei mesi dopo il matrimonio.
La morte improvvisa della giovane moglie, pose fine anche all’idea di un viaggio in Prussia con il maggiore Schaffner, per studiare la strategia militare dell’esercito alemanno-tedesco, che era particolarmente famoso.

Inattivo e rattristato, il marchese si dedica alla caccia nelle sue selvagge tenute della Bretagna. Vi erano allora in Bretagna sei foreste nere: l’ausilio dell’elemento silvano fu fondamentale per la rivolta in Vandea. La foresta di Fougères, sbarrava il passaggio fra Dol e Avranches; quella di Princé, di otto leghe di circuito; quella di Paimpont, piena di torrenti e di ruscelli, quasi inacessibile dalla parte di Baignon con una ritirata facile su Concornet; la foresta di Machecoul che avrebbe avuto Charette per bestia feroce; la foresta di la Garnache che era in mano dei La Trémoille, dei Gauvain e dei Rohan; la foresta di Broceliande, che apparteneva alle fate.

Durante questo periodo, frequentò principalmente il maggiore Schaffner e sua cugina Thérèse de Moëlien de Trojolif (1759 - 93). Queste tre persone quasi mai si lasciano, Schaffner e Moëlien si stabiliscono addirittura nel castello di La Rouërie. Talvolta è stato affermato che il marchese e Thérèse erano amanti, ma sono voci che rimasero sempre nei corridoi. Essendo diventato amico del dottor Valentin Chevetel, La Rouërie ottenne per lui un posto come medico a Parigi nella casa del conte di Provenza, fratello del Re.
La Rouërie, sempre più annoiato fu “salvato” dagli eventi che stavano per succedere in Bretagna. Il suo pensionamento sembra concludersi quando iniziò una lite governativa tra la corte di Versailles e la nobiltà bretone, sostenuta dal parlamento della Bretagna. Personaggio noto in tutta la Provincia, il “Colonnello Armand” non si lasciò scappare questa nuova interessante difesa politica per il suo popolo.
L’8 maggio del 1788, il Luigi XVI approvò gli editti di Brienne e Lamoignon, attraverso i quali annullò i poteri politici e diminuì la competenza giudiziaria dei parlamenti. Ma il parlamento della Bretagna, provincia di Stato, rifiuta la nuova applicazione regia, poiché considera tali editti contrari al trattato dell’Unione di Bretagna alla Francia del 1532. Antoine-François Bertrand conte di Molleville (1744 - 1818) intendente della Bretagna, recatosi a Rennes, per registrare gli editti in Parlamento, trova le barricate e insulti con tanto di lancio di pietre e persino alcuni colpi di pistola. La truppa furono inviate per ripristinare l’ordine, ma alcuni ufficiali, anch’essi bretoni, sono riluttanti verso la repressione. Scontri si svolgono a Rennes, ma alla fine i soldati governativi sono costretti a battere in ritirata. La nobiltà degli Stati di Bretagna firmò una petizione di massa al Re, decidendo di inviare una delegazione di dodici nobili bretoni per portare una rimostranza a Versailles. Gli chevalier scelti sono tutti celebri: i marchesi, Maurice Gervais Joachim Geslin de Trémargat (1740 - 1819), Charles Sévère Louis de la Bourdonnaye de Montluc (1737 - 98), César de Carné-Trécesson (1742 - 1825), Claude Henri du Bois de La Féronnière (1740 - 1800) e La Rouërie; i conti di Nétumières, Becdelièvre, La Fruglaye, Bedée, Cicé e Godet de Chatillon, e infine lo chevalier di Guer.
La delegazione inizia portando una dichiarazione a Henri Charles Gabriel de Thiard de Bissy, conte di Thiard (1723 - 94), comandante delle truppe reali a Rennes: «Dichiariamo infami coloro che potranno accettare alcuni posti, sia nella nuova amministrazione della giustizia, sia nell’amministrazione degli Stati, poiché non sono riconosciuti dalle leggi della Bretagna»4.
Il 5 luglio all’arrivò a Versailles, l’atmosfera era tesa: i deputati bretoni erano sgraditi. Il re rifiuta di riceverli in pubblico. Dopo aver informato il Parlamento, la delegazione rimane a Parigi, in attesa del “buon piacere di Sua Maestà”. Incredibilmente la sera del 14 luglio 1788, i deputati bretoni vengono arrestati da agenti reali provvisti di lettere con tanto di timbro reale: li aspetta la Bastiglia. Informato il parlamento della Bretagna, questo si sforza di provvedere ai loro bisogni e persino nell’assicurare loro un certo conforto. Ai prigionieri furono quindi consegnate 240 bottiglie di Bordeaux e il 21 agosto, fu affittato un tavolo da biliardo per i detenuti.
Il maggiore Schaffner scrisse una lettera al marchese de La Fayette per lamentarsi della prigione dei deputati bretoni. Gilbert du Motier rispose: «Non hai nulla da temere per il nostro amico comune, se non la noia della prigione e ho motivo di credere che la situazione non durerà molto. Le sofferenze di Armand, per il suo paese, aumenteranno la sua fama e gli manterranno un rispetto pieno di onore nell’assemblea generale»5.
[caption id="attachment_12432" align="aligncenter" width="1000"] Château de la Rouërie à Saint-Ouen-la-Rouërie ©-Sten-Duparc - Originariamente basato sulle fondamenta di un'antica rocca dell'XI secolo, il castello fu costruito in diverse campagne, principalmente nel 1624, 1730, 1824. Proprietà del marchese Armand Tuffin de la Rouërie. La madre del marchese, nata Thérèse de la Belinaye, decise prima della sua morte nel 1808, di vendere l'intera tenuta , che fu rilevata nel 1813 da Georges-Bourges du Pré de Saint-Maur. La famiglia Barbier du Mans de Chalais è proprietaria del castello dal 1822, per acquisizione della famiglia du Pré de Saint-Maur.[/caption]
Il 25 agosto 1788, il ministero guidato da Étienne-Charles de Loménie de Brienne cadde, causando il rilascio dei dodici deputati lo stesso giorno. Il ritorno in Bretagna, e in particolare a Fougères per il marchese La Rouërie, è un trionfo. Le parole di La Fayette si avverano: Armand è uno degli uomini più popolari di Bretagna, la sua fama lo precede. Ma la discordia, che avrebbe portato il Paese alla rovina, non era ancora finita. Apparve un altro spettro, questa volta interno, che si opponeva ai deputati della nobiltà a quelli del Terzo Stato. Così come ampiamente descritto da Chateaumbriand in Memorie d'Oltretomba, gli Stati della Bretagna, convocati nel dicembre del 1788, si conclusero in un conflitto armato che portò ad un nulla di fatto.
Il 26 gennaio, un giovane leader studentesco Jean Victor Marie Moreau (1763 - 1813), rimasto celebre in seguito per un tradimento militare contro Napoleone, già capo degli studenti della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Rennes – dove insegnava il liberale Jean Denis, conte di Lanjuinais (1753 - 1827), Isaac René Guy Le Chapelier (1754 - 94) e Louis-Jérôme Gohier (1746 - 1830) –, ebbe l’idea di costituire un Club bretone, e con un una rivolta armata studentesca, assalire gli Stati Generali per costringere i nobili ad accettare le clausole del Terzo Stato.
Ma quello che Moreau non si aspettò fu certamente la reazione dei nobili, che armi alla mano uscirono dall’assemblea il 27 gennaio. La Rouërie, ovviamente, è il primo ad uscire spada al vento fuori dal convento. Quel gruppo folto di nobili vedeva anche un giovane Chateaumbriand bagnarsi del suo primo sangue e diventare poi il poeta guerriero emigrato nelle armate dei Prìncipi.
Certamente la vista del mito La Rouërie, che avanzava alla loro testa, non sconcertò solo gli stessi giovani rampolli bretoni, ma anche e soprattutto gli studenti con i quali era diventato personaggio noto e popolare. Ci furono morti e feriti e i nobili forzarono il blocco. La data di apertura degli Stati Generali a Parigi si stava avvicinando e La Rouërie ambiva ad essere eletto deputato. Ma quando presentò la sua candidatura a Rennes, incontrò l’opposizione del resto della Nobiltà. In effetti, la noblesse e l’alto clero della Bretagna si decisero di disertare, per protesta, gli Stati Generali che di lì a poco si sarebbero tenuti. Secondo loro, l’ordinanza di Necker, che come spiegato, aveva abilmente regolato la modalità delle elezioni per gli Stati Generali, non tiene conto delle leggi e dei costumi della Bretagna. Inoltre, la nobiltà intende protestare contro l’aumento dei deputati che il Parlamento ha concesso al Terzo Stato. La Rouërie è uno dei rari nobili bretoni ad opporsi a questa misura. Tentò di convincere, quasi uno per uno, tutti i nobili membri del Parlamento, ma senza successo.
Un uomo, “il Colonnello Armand” davvero singolare, che ispira simpatia: liberale, combattente per gli Stati Uniti, ammiratore della Rivoluzione Americana, legato al governo repubblicano statunitense, in Francia rimane ferocemente un realista. Perché? Il motivo è semplice: è un uomo mosso dagli ideali politici, che sono sempre legati alla storia e alla tradizione di un Paese. Come è vero che un asino non è un cavallo, così il giovane Stato americano, non assomigliava al Regno di Francia, che con tutti i suoi errori, doveva conservare la figura del Sovrano. Se si può esprimere un paragone, questo può essere fatto con le idee vicine a quelle dello statista e filosofo inglese Edmund Burke (1729 - 97), controrivoluzionario di tendenza liberale, che in seguito avrebbe scritto le sue “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”.
Infastidito di non poter partecipare alle Tenute Generali, il marchese tornò a Saint-Ouen-la-Rouërie, ma continuò comunque a seguire gli eventi a Parigi e Versailles. Si ripete anche per lui, il profilo ideologico di tutti gli uomini che presero parte alla controrivoluzione vandeana: anche La Rouërie ambiva ad una Monarchica Costituzionale. Sebbene favorevole alle riforme, la piega che gli eventi prendono lo rattrista molto. Molto legato ai diritti della provincia della Bretagna, disapprova totalmente l’istituzione dell’Assemblea Costituente che soppianta i parlamenti locali. Credeva che i poteri del Re dovessero essere limitati dai parlamenti provinciali e non da un’unica assemblea seduta nella capitale. Abbastanza indifferente alla presa della Bastiglia, si oppose in particolare agli eventi della notte del 4 agosto, dove, con l’accordo dei deputati bretoni del Terzo Stato, tutte le leggi, gli statuti e le usanze speciali della Bretagna, erano considerate unicamente dei privilegi e vengono rimosse.
Irritato e profondamente deluso dalla Rivoluzione francese, incapace di opporsi agli eventi della storia che lo sommergono, La Rouërie pensa anche di emigrare negli Stati Uniti, ma scappare non sarebbe stato da lui. Cominciò a frequentare uno dei suoi vicini, il conte Louis-René conte di Ranconnet-Noyan (1730 - 1810), un antico Signore che viveva a La Mancelière, nel Baguer-Pican, il quale condivideva le idee del marchese. Dalle loro discussioni, nascerà l’idea di dare vita ad una associazione per la difesa delle leggi specifiche della Bretagna.
A metà dell'anno 1789, La Rouërie scrive al suo amico George Washington, dove gli espone i suoi propositi: «Gli eventi in questa parte del mondo non stanno andando come le persone oneste e imparziali vorrebbero. Eccellenza dovete aspettarvi notizie molto angoscianti sotto questo punto. Temo due grandi mali per questo paese: l’anarchia e il dispotismo. […] Ogni spirito qui si afferma genio e crede di essere un legislatore. Uomini di spirito, li abbiamo. Uomini di conoscenza, virtuosi delle arti e delle scienze, li abbiamo. Ma uomini straordinari per la profondità delle loro opinioni e la loro devozione al bene pubblico, questi non li abbiamo. La nobiltà si aggrappa ai loro diritti di nascita. Per quanto riguarda il clero, avrebbe combattuto se avesse avuto più coraggio e meno figli naturali. […] Mio caro generale, non è così che voi e il vostro Paese avete ottenuto la libertà»6.
In un’altra lettera a Washington, che nel frattempo divenne presidente degli Stati Uniti, risalente all’agosto del 1790, scrive: «Ho mantenuto tutti i miei amici del passato, tranne quelli che hanno un posto nella nostra Assemblea Nazionale, che disprezzo profondamente, qualunque parte scelgano, perché hanno tutti tradito la loro carica»7.
Il 22 marzo 1791 a Fougères, il marchese de La Rouërie ricevette la visita di François-René de Chateaubriand che doveva partire per l’America. La Rouërie gli scrisse una lettera di raccomandazione per Washington: sarebbe stata l’ultima corrispondenza effettuata dal marchese al Presidente degli Stati Uniti.
La soppressione delle particolari leggi della Bretagna indigna soprattutto la nobiltà, che rimpiange fortemente la sua assenza agli Stati Generali di Parigi. All’inizio del 1791, René-Jean de Botherel du Plessis (1745 - 1805), procuratore generale sindacale degli Stati della Bretagna, denunciò le misure dell’Assemblea costituente.
«Dichiariamo solennemente, in nome e per la felicità del popolo bretone, che la cosiddetta Assemblea Nazionale è illegalmente costituita, ed è contraria alla costituzione e ai diritti e delle franchigie della Bretagna, poiché tende a sovraccaricare questa di tasse come già avvenuto nelle altre parti del Regno […] e adottiamo tutte le precauzioni prese e da prendere per annullare, e ripristinare la maestosità del Trono e mantenere i diritti della provincia che nessuna autorità può distruggere e dalla quale potrebbe essere spogliata solo dall’ingiustizia e dalla malafede»8.
[caption id="attachment_12433" align="aligncenter" width="1000"] Un agente dei principi durante la Rivoluzione: il marchese de la Rouërie e la congiura bretone 1790-93, secondo documenti inediti di Lenotre, G., (1855-1935) del 1901.[/caption]
Per tutto l’anno 1790, La Rouërie lavorò per convincere i suoi conoscenti ad unirsi all’Association bretonne (Associazione bretone), rivolgendosi a nobili e personalità influenti del popolo. Cerca soprattutto di limitare l’emigrazione dei nobili, ma senza molto successo, arrabbiandosi con coloro che gli avevano promesso aiuto, come de Botherel du Plessis, e che infine emigrarono. La Rouërie inviò così una prima lettera al Charles-Philippe conte di Artois (futuro Carlo X di Francia, 1757 - 1836), all’epoca capo dell’emigrazione francese in Inghilterra: «Sarebbe necessario, Monsignore, opporsi al numero crescente di emigranti. In Inghilterra non servono a niente; mentre qui, nelle province, possono riguadagnare la loro influenza familiare e, se necessario, combattere con gli uomini a loro devoti. Potrebbero esserci attacchi isolati contro la loro gente, ma più siamo visti come numerosi e determinati, meno cercheranno di attaccarci»9.

Affinché questa associazione ottenga la vera legittimità, deve essere approvata dal Re. Ma Luigi XVI è considerato dai realisti un prigioniero dei rivoluzionari. La Rouërie decide quindi di rivolgersi al conte di Artois, fratello del re, poi emigrato a Coblenza nel Sacro Romano Impero degli Asburgo. La Rouërie salpò così per Saint-Malo alla volta dell’Inghilterra nel maggio 1791, accompagnata dal maggiore Schaffner, Teresa di Moëlien, sua cugina Gervais Marie-Eugène Tuffin de La Rouërie e tre dei suoi domestici. Dopo un breve passaggio attraverso l’Inghilterra, i viaggiatori raggiungono Ostenda, arrivando a Coblenza il 20 maggio, quindi vanno a Ulm dove vengono accolti dal conte di Artois. Quest’ultimo dà la sua approvazione al progetto, ma non avendo denaro sufficiente con sé, non può fornire i fondi necessari. Tuttavia, raccomanda di contattare Charles Alexandre de Calonne, il quale diede dei preziosi suggerimenti inerenti l’organizzazione dell’associazione, in particolare sulla necessità di reclutare un tesoriere e un ufficiale di collegamento. Il “Colonnello Armand” non ama gli emigrati, tuttavia trova reclita tra loro una sua vecchia conoscenza americana: lo chevalier Jean-Baptiste Georges de Fontevieux (1759 - 93), uno dei suoi ex-ufficiali. Fontevieux, originario del Palatinato-Deux-Ponts, è di origine franco-tedesca. Antrò nell’Associazione, accettando di diventare ufficiale di collegamento e responsabile della trasmissione di spedizioni e posta tra Coblenza e la Bretagna.

Dopo aver sbrigato la pratica burocratica con il Conte d’Artois – un documento firmato che conferma il suo accordo sulla creazione dell’Associazione –, i bretoni riattraversano il confine e ritornano in Francia. Il documento, cucito in una cintura, è indossato da Thérèse de Moëlien. Mentre i bretoni viaggiano attraverso la Lorena, il re Luigi XVI e la sua famiglia, in fuga, vengono arrestati a Varennes, non lontano da lì. I bretoni conosceranno questo luogo durante il loro tragitto. Fatalità, arrivarono a Parigi il 25 giugno del 1791, il giorno stesso del ritorno del Re nella stessa città. Alla ricerca di un posto dove trascorrere la notte a Parigi, La Rouërie va con i suoi compagni dall’amico Valentin Chevetel che li ospita. Con l’amico medico discute come sempre di politica, poiché fin dalla loro conoscenza si erano ritrovati nelle idee liberali. La Rouërie, in serenità, gli espone i suoi piani senza il minimo sospetto. Tuttavia, il povero marchese non poteva sapere che l’ideologia di Chevatel era cambiata radicalmente per causa della rivoluzione.
Vicino al Club dei cordiglieri, divenuto ardente patriota, era vicino a Marat e Danton. Astutamente accogliendo La Rouërie e i suoi compagni a casa sua, sta attento a non condividere le sue idee politico-rivoluzionarie con i suoi ospiti. All’inizio, l’Association bretonne fu semplicemente un’organizzazione civica di persone oneste contro estremisti rivoluzionari, ma l’evoluzione della Rivoluzione portò l’associazione a divenire un apparato militare organizzato, già all’inizio del 1792.
Di ritorno in Bretagna, La Rouërie riporta il potere concesso dal conte di Artois: «Essa è molto lontana da qualsiasi progetto tendente al dispotismo, i suoi princìpi sono fortemente contrari al governo arbitrario e ambiscono unicamente a rimettere il re in una posizione di forza per rafforzare le basi della monarchia, donando felicità al popolo, ed esercitando un’autorità temperata dalle leggi che ristabiliranno la vera Costituzione francese che può essere facilmente riconciliata con una ragionevole libertà; L’aiuto dato è di carattere gratuito; la restaurazione dell’ordine non prevede smembramenti o perdite delle province; uno dei primi effetti della controrivoluzione sarà quello di ripristinare le province nei loro diritti ereditari e di restituire loro gli Stati, la cui convocazione avverrà nel momento stesso in cui il ritorno del buon ordine sarà nuovamente consentito; che risparmieremo il più possibile i mezzi repressivi; quella forza sarà usata solo per reprimere la ribellione testarda; inoltre tutti coloro che, al momento della pubblicazione del Manifesto, rientreranno nella fedeltà regia, saranno assolti dalla precedente condotta intrapresa, a patto che questa non sia stata macchiata da un grande crimine che non possa essere rimosso. In tal caso il procedimento giudiziario, sarà giudicato in base alle leggi e alle forme giudiziarie del Regno»10.
Successivamente, l’associazione riceve anche il sostegno del conte di Provenza, il futuro Luigi XVIII, anch’egli emigrato. Il 4 ottobre 1791, scrive con la sua notoria affabilità: «Potete, signore, assicurarvi da parte mia che il marchese La Rouërie è stato incaricato direttamente dal conte di Artois sui punti statutari dell’Associazione, proposta unicamente per il bene della provincia di Bretagna. Non esito ad unire la mia approvazione a quella di mio fratello e che, conoscendo i sentimenti e la condotta saggia di M. de La Rouërie, esso merita di avere la nostra fiducia e il nostro appoggio a quello che mio fratello ha già concesso. Vi esorto nel continuare il supporto a questa organizzazione, che ci vede già condivisori»11.
La Rouërie decise quindi di organizzare l’associazione. In ogni città del vescovato furono collocati sei commissari e un segretario dell’associazione dei tre Stati. L’amministrazione è detenuta da due segretari Deshayes e Joseph Marie Loaisel de Tréogate (1752 - 1812), mentre il tesoriere sarà colui che tristemente si rese celebre come l’eroe dell’affare di Nancy12, Antoine-Joseph-Marc Désilles (1767 - 90); due uomini, Henri, un oste di Saint-Servan e Vincent sono responsabili dei collegamenti con l’isola di Jersey.
Gli uomini ricevettero così la consegna, attraverso l’Inghilterra, di argento, 6.600 fucili, polvere nera, 300 uniformi complete e 4 cannoni. Viene organizzata l’assunzione dei volontari e si cerca il sostegno delle guarnigioni della Guardia Nazionale. Per regolare i ranghi, si adatta una metodologia davvero innovativa e inusuale. Difatti le truppe si formano, così come i gradi militari, in base alla «quantità numerica di uomini che ciascuno candidato potrà fornire. Chiunque fornisca venti uomini d’armi verrà graduato; trenta, sarà un sottotenente; quaranta, tenente, e così via. Tutto ciò avviene senza richiedere nessun rango di nobiltà per nessun grado e senza dar peso al ceto sociale».
La Rouërie trova sostegno anche tra la popolazione bretone, molto delusa dalla Rivoluzione. Dopo un periodo iniziale favorevole ad essa, adesso è anche fortemente ostile alla Costituzione civile del clero. Sebbene non particolarmente pio, La Rouërie è cattolico. Respinse la Costituzione civile del clero e lo fece con decisione nel manifesto dell’Associazione che stava preparando: «Non possiamo nascondere il fatto che il malcontento popolare si sta diffondendo sempre di più; l’alienazione generale che il popolo mostra per i sacerdoti costituzionali, unita alla stessa diserzione generale della vera chiesa di Roma, che si unisce fin troppo chiaramente al desiderio della grande maggioranza del popolo, contrario alla legge che ha diviso perfino la vecchia chiesa e ha spazzato via il clero francese, senza alcun motivo di pubblica utilità»13.
Denuncia anche, dopo l’abolizione degli Stati di Bretagna, un aumento della povertà e un aumento delle tasse ora tre volte più elevato. «Non possiamo più nascondere che la miseria pubblica sta peggiorando di giorno in giorno, che il commercio sta languendo sempre di più; lasciare che le antiche risorse del popolo vengano spazzate via; e che, tuttavia, […] persino la religione diventa per lui la questione di una nuova tassa»14.
La Rouërie porta con sé tre aiutanti di campo: Aimé Casimir Marie Picquet, chevalier du Boisguy, (detto Bois-Guy 1776 - 1839), di soli quindici anni, Michel-Alain de Limoëlan (1734 - 93) e suo cugino Marie Eugène Charles Tuffin de La Rouërie (1765 - 96), elemento prezioso per i contatti con il porto di Saint-Malo per i collegamenti con i prìncipi emigrati in Inghilterra.
Altri nobili, che in seguito si sono distinti nelle guerre delle Chouannerie, si sono uniti allo Stato Maggiore dell’associazione bretone: Amatore-Jérôme Le Bras des Forges de Boishardy (1762 - 95), Charles Olivier Marie Sévère conte di la Bourdonnaye-Montluc (1766 - 1859), Toussaint du Breil, visconte di Pontbriand, (1776 - 1844), Vincent de Tinténiac (1764 - 95), Sébastien de la Haye, conte di Silz (1756 - 95), Louis-Anne Pontavice (1766 - 93), Jean du Buat, Charles-Edouard de La Haye-Saint-Hilaire (1775 – 1807), Louis Joseph Bénigne de La Haye-Saint-Hilaire (1766 - 1838), Auguste Hay de Bonteville (1775 - 1846) e il principe de Talmont. Se persone di umili origini, come Pierre Guillemot (1759 - 1805) e René Guiheneuf (1746 - 93) si uniscono all’Associazione, la maggior parte dei soci proviene dall’aristocrazia.
Quando il 20 aprile 1792, la Monarchia Costituzionale che vigeva ancora in Francia dichiarò guerra all’arciducato d’Austria del Sacro Romano Impero, che ricevette lo stesso giorno, il sostegno del Regno di Prussia e dell’esercito degli emigrati di Condé. Quando la prima coalizione contro i giacobini è formata, l’Association bretonne è pronta per il combattimento, con una forza di 10.000 soldati.
Da parte loro, i rivoluzionari nel paese di Fougères, intimiditi, non sanno davvero come agire. Sospettano che il marchese mantenga uomini armati e che si svolgano manifestazioni, ma non possiedono prove necessarie. Inoltre, “il Colonnello Armand” non ha mostrato alcun desiderio di conquista, ma pubblicamente presenta la sua associazione come votata alla difesa dal brigantaggio.
Per quanto riguarda Valentin Chevetel, il suo amico dottore, ha ancora le sue amicizie in ciascuna delle due parti, ma tende a non informare più di nulla il suo vecchio amico. Così fino al maggio 1792, le autorità patriottiche del paese non intrapresero alcuna azione contro il marchese o i membri della sua associazione.
Alla fine dello stesso mese, un apparente raduno di diverse decine o centinaia di persone, che vede riuniti tutti i capi dell’associazione, si svolge a Saint-Ouen-la-Rouërie, presso il castello del marchese. Il giorno successivo, gli amministratori dei comuni di Saint-James e Pontorson segnalarono al distretto di Avranches che era in programma un complotto nel castello di La Rouërie. Il sindaco di Saint-Ouen-la-Rouërie Thomas de Lalande, finora tiepido nell’iniziativa, si decide ad intervenire, rivolgendosi al generale Augustin René Christophe de Chevigné (1737 - 1805) di Rennes che ordinò una perquisizione. Il 31 maggio, guidato da Varin e Hévin, membro del consiglio di amministrazione del dipartimento di Ille-et-Vilaine, 400 uomini, penetrarono nel castello del marchese, ma la ricerca fu infruttuosa: il castello era vuoto, tranne alcuni servi e la scimmia che certamente spaventa i soldati. Non viene trovato nulla di compromettente, nessun documento, nessuna arma. I soldati battono la campagna circostante in cerca di prove, senza alcun risultato.
Durante questo periodo, i suoi collaboratori si disperdono. Prevedendo il disastro, La Rouërie trasmette tutti i suoi documenti a Jean du Buat, il quale fuggì in Inghilterra con altri aristocratici dell’Associazione. L’importanza dei documenti affidati, come il documento del duca d’Artois, mostra la fiducia tra i membri. La Rouërie si rifugiò quindi a Mayenne, nel castello di Launay-Villiers, che appartiene a uno dei suoi amici, il cavaliere di Farcy. Cambiando dipartimento sfugge dalla giurisdizione di Ille-et-Vilaine. La Rouërie adotta il falso nome di “Monsieur Milet”, un commerciante di vini presso Bordeaux. Rimane tuttavia in contatto con Schaffner, Moëlien, Fontevieux, Gervais e du Pontavice. Ora deve solo attendere il segnale pianificato per scatenare la rivolta. Ai margini del parco del castello di Launay-Villiers si trova la foresta di Misedon. Questa foresta era la tana di Jean Cottereau (detto Jean Chouan 1757 - 94) e i suoi uomini che avevano preso il nome di Chouans15. Ma da dove deriva questo nome? Ebbene Jean Cottereau e i suoi fratelli ereditarono tutti il cognome Chouan già dal padre, un mercante di zoccoli di Saint-Berthevin a Mayenne, al confine con la Bretagna. Il soprannome ha avuto origine dal suo talento per impersonare il grido del gufo bruno (chouette in francese), chiamato così anche nell’antico francese (chat-huant), una designazione sopravvissuta nell’Ovest dalla lingua d’oïl, il dialetto parlato in Mayenne. Il loro nonno praticando, di nascosto al Signore, la caccia di contrabbando, usava il suono del gufo come segnale di avvertimento per i suoi compagni nel caso di intrusi all’interno del bosco.
Verso la fine di settembre del 1792, avviene un’altra ricerca del famigerato ex Colonnello La Rouërie. A Mayenne, alcune truppa di guardie nazionali, provenienti da Andouillé, La Brûlatte, La Baconnière e Saint-Germain-le-Guillaume non trovando nuovamente il sospetto, decidono di saccheggiare il castello di Fresnay e il castello di Villiers. Avvisati, i contadini di Launay-Villiers e Bourgon si radunarono a Launay-Villiers, un luogo che il marchese aveva appena lasciato dopo essere rimasto lì illegalmente per tre mesi.
[caption id="attachment_12435" align="aligncenter" width="1000"] Incisione del marchese de la Rouërie.[/caption]
Al cavaliere Jacques de Farcy, proprietario del castello di Villiers, che chiese agli insorti di non andare a perdere la vita per la sua proprietà, i contadini replicarono che dopo i castelli dei nobili, sarebbero state le loro fattorie a essere bruciate dai patrioti. Decidono quindi di continuare la loro azione punitiva e si dirigono verso Bourgneuf. Uno degli agenti di La Rouërie, Jean-Louis Gavard, comandato da Jean Chouan, prese quindi il comando degli insorti. I contadini partirono immediatamente alla ricerca delle guardie nazionali, che raggiunsero a Bourgneuf-la-Forêt la sera. Quest’ultimi vengono sconfitti con la perdita di 18 morti. Fonti riportano di uno sconosciuto apparso improvvisamente durante la battaglia con una scimmia al seguito, che preso il comando dei vandeani, li lasciò solo a vittoria conseguita. Essendo Cottereau iscritto alla l’Association bretonne, tutto suggerisce che l’uomo in questione potrebbe essere La Rouërie.
Il giorno dopo, le truppe regolari della città di Laval, accorse per porre fine all’insurrezione, ricevono un’altra imboscata nei pressi dello stagno de la Chaîne. Il combattimento di Bourgneuf-la-Forêt ebbe sarà il primo combattimento che precederà la Chouannerie.
Più tardi, i rivoltosi, applicarono alle loro insegne un curioso “scudo araldico” della rivolta delle Chouannerie. Lo stemma reale dei Re di Francia, veniva infatti sorretto da un gufo per lato, con un doppio motto: In sapientia robur sic Reflorescent16.
Il contadino bretone avrà due punti d’appoggio: il campo per il nutrimento e il bosco per l’occultamento. Sarebbe difficile oggi far comprendere cosa poteva signifiare e soprattutto cosa era la foresta per un bretone: erano città. Le sterminate boscaglie sarebbero state dei nidi di immobilità e di silenzio; se si fosse improvvisamente diboscato una di queste foreste, durante le guerre di Vandea, sarebbe comparso un brulichio di uomini.
L’ingegno dei bretoni fu tale che usarono all’interno delle foreste dei pozzi rotondi e stretti, mascherati al di fuori da coperchi di pietra e di fronde, verticali e orizzontali, che si aprivano in terra a forma di imbuto e terminavano in camere tenebrose. Una delle radure più selvagge del bosco di Misdon, fu traforata da gallerie e da loculi dove andava e veniva un popolo misterioso, veniva chiamata «la grande città». Una radura non meno deserta al di sopra e non meno abitata al di sotto si chiamava «la Piazza reale».
Questa vita sotteranea durava da moltissimo tempo in Bretagna. Dal tempo dei druidi risalivano le cripte, le quali erano antiche come i dolmen. Per sfuggire si erano rifugiati prima nelle foreste poi sotto terra. Risorsa delle bestie, questi covi erano ancora pronti nei boschi quando la rivoluzione scoppiò. La Bretagna si rivoltò trovandosi oppressa da questa liberazione forzata.
Il sottosuolo di tali foreste era una specie di madrepora traforata in tutti i sensi da un labirinto sconosciuto di cellule e di gallerie. Ognuna di quelle cellule cieche dava asilo a cinque o sei uomini. Difficile era respirarvi. In Ile-et-Vilaine, nella foresta del Pertre, asilo del principe di Talmont, non si sentiva un soffio, non si notava una traccia di uomo e vi si sarebbero trovavano seimila uomini; con Focard nel Morbihan, nella foresta di Meulac, non si vedeva nessuno, e vi si nascosero ottomila uomini. Battaglioni invisibili stavano all’agguato. Questi eserciti ignorati sarebbero serpeggiati sotto gli eserciti repubblicani, uscivano ad un tratto da terra e vi rientravano, balzavano innumerevoli e scomparivano, dotati del potere di ubiquità e di quello di disperdersi, valanga, polvere, colossi con la possibilità di rimpicciolirsi, giganti per combattere, nani per scomparire. Giaguari con i costumi di talpe.
Non vi erano solo le foreste, vi erano i boschi. Come al di sotto delle città vi sono i villaggi, al di sotto delle foreste vi sono le boscaglie. Le foreste erano collegate fra loro dai labirinti, dappertutto sparsi, dei boschi. Gli antichi castelli, che erano fortezze, i villaggi che erano accampamenti, le fattorie che erano recinti fatti di imboscate e di trabocchetti, pieni di burroni, di fossati e di palizzate di alberi erano le maglie di quella rete dove rimarranno impigliati gli eserciti repubblicani. Quell’insieme era quello che veniva chiamata la Bocage. Le donne vivevano nelle capanne, gli uomini nelle cripte. Utilizzavano per questa guerra le gallerie delle fate e i vecchi passaggi celtici. Portavano da mangiare agli uomini nascosti sottoterra. Alcuni, dimenticati, morirono di fame. Abitualmente il coperchio fatto di muschio e di fronde era composto con tanta arte che era impossibile distinguerlo dal di fuori fra l’erba ed era molto facile ad aprirsi e chiudersi dall’interno. Questi covi erano scavati con cura. La terra tolta dal pozzo veniva gettata in qualche stagno vicino. La parete interna e il pavimento erano tappezzati di felci e di muschio. Chiamavano quei rifugi «il palco». Risalire fra i vivi senza precauzioni e uscire di terra senza scopo sarebbe stato il loro pericolo più grave. Potevano trovarsi in mezzo a un esercito in marcia. Boschi temibili, trabocchetti doppi. Gli azzurri non oseranno entrare, i bianchi non oseranno uscire.
Per diverse settimane, i soci attendono le direttive dei fratelli del Re. L’attesa provoca nervosismo in alcuni dei soci. Da un lato La Rouërie deve calmare l’ardore di alcuni di loro che desideravano sollevare le armi sul posto, dall’altro chiede ordini al comitato di Saint-Malo il quale vuole attendere la cattura di Parigi, da parte della Coalizione, prima di ordinare l’inizio della rivolta. Da parte sua, Valentin Chevetel arrivò, durante questo periodo, al castello di La Fosse-Hingant, a Saint-Coulomb, che apparteneva al defunto André Désilles, già quartier generale dell’Associazione. Il medico chiese di incontrare La Rouërie, il quale ancora una volta lo aggiorna, senza sospettare minimamente del suo tradimento.
L’11 agosto da una lettera ricevuta, La Rouërie apprende della notizia dell’imminente attacco degli eserciti della Coalizione anti-francese e informa tutti i comitati di prendere le armi per il 10 ottobre, data prevista per la presa di Châlons-en-Champagne, da parte degli eserciti della Coalizione. Il 19 agosto 1792, dopo aver respinto l’offensiva dei rivoluzionari, le truppe prussiane e austriache entrarono in Francia.
Preoccupato lo Chevetel ritorna a Parigi e il 2 settembre, il giorno del suo arrivo, si presenta alle 03.00 del mattino da Danton, l’allora Ministro della Giustizia. Il medico informò il rivoluzionario del pericolo rappresentato dalla Association bretonne e condivise con lui tutto ciò di cui è a conoscenza.
Tuttavia, Danton sceglie di negoziare con La Rouërie. Informato da Chevetel delle opinioni liberali del marchese, scriverà la seguente lettera: «Se tutto ciò che mi ha detto il portatore della lettera è vero, M. de La Rouërie possiede in Bretagna una base militare. Credo che, per salvare la Francia dalla brutta situazione in cui è scivolata, gli uomini non debbano ambire alla rovina del proprio Paese, ma devono riunirsi in uno sforzo comune. Non si tratta più di discussioni su princìpi più o meno condivisibili; il Trono costituzionale e l’integrità del territorio devono essere salvati. Nel probabile caso in cui la Bretagna si renda conto della realtà di quanto affermato, autorizzo il portatore della presente lettera a trattare per mio conto e per quello dei miei amici che, come me, non vogliono affondare nell’anarchia»17.
Ovviamente, vista l’avanzata delle forze della Coalizione che sembravano inarrestabili, Danton sperava segretamente – in caso di sconfitta delle armate francesi che ancora si definivano “costituzionali” –, di poter mantenere il potere grazie al sostegno del marchese de La Rouërie, invece di un ritorno dell’Ancien Régime. Nello stesso periodo il giovane Chateaumbriand, membro dell’armata dei Prìncipi, stilava un breve ritratto dell’avvocato di provincia George Jacques Danton: «Danton, più franco degli inglesi, diceva: «Noi non giudicheremo il Re, lo uccideremo». Diceva anche: «Questi preti, questi nobili, non sono colpevoli, ma debbono morire, perché sono fuori posto, intralciano la marcia degli eventi e disturbano l’avvenire». Tali parole, sotto un’apparenza di orribile profondità, non hanno nessuna grandezza di genio: esse infatti presuppongono che l’innocenza non sia niente, e che l’ordine morale possa essere separato dall’ordine politico senza farlo perire, il che è falso. Danton non credeva nei principî che sosteneva; si era rivestito col mantello rivoluzionario soltanto per arrivare al successo. «Venite a sbraitare con noi - consigliava a un giovane, - quando vi sarete arricchito, farete quel che vorrete». Confessò che, che se non si era venduto alla corte, è che questa non aveva voluto pagarlo abbastanza: sfrontatezza di un’intelligenza che si conosce e di una corruzione che si rivela senza ritegno. Inferiore, persino in bruttezza, a Mirabeau di cui era stato agente, Danton fu superiore a Robespierre, senza avere, come lui, legato il suo nome ai suoi crimini. Non aveva perso il senso religioso; diceva: «Noi abbiamo distrutto la superstizione per instaurare l’ateismo». [...] nell’epoca in cui si sbraitava: «Viva l’inferno!», in cui si celebravano le allegre orge del sangue, dell’acciaio e del furore, in cui si brindava al niente, in cui c’era chi ballava tutto nudo la tarantella dei trapassati, per non avere il fastidio di doversi spogliare al momento di andarli a raggiungere; in quell’epoca bisognava, in conclusione, spingersi fino all’ultima festa, all’ultima facezia del dolore»18.
Il giorno successivo, Chevetel parte per la Bretagna. Al suo arrivo presso lo Château de La Fosse-Hingant fu ricevuto di nuovo da La Rouërie. Louis du Pontavice, allora spia parigina, aveva scoperto i legami di Chevetel con i cordiglieri e ne aveva informato il marchese. Chevetel, tuttavia, non negò i suoi rapporti con Danton, mostrando la lettera con la quale affermava falsamente di aver convinto il Ministro della Giustizia verso il mantenimento della Monarchia Costituzionale, che già traballava. Da uomo d’onore La Rouërie vuole credere al suo amico e si scusa per i suoi sospetti, congratulandosi con Chevetel, facendo rimanere basiti gli altri membri dell’associazione.
La rivolta è imminente, così La Rouërie sta realizzando i manifesti per le città e i villaggi: «Cittadini. [...] appaio in mezzo a voi, alla testa di una forza imponente, nel nome e sotto gli ordini dei prìncipi, fratelli del Re. State tranquilli, sono armato solo per difendere il vostro popolo e le vostre proprietà. E voi bretoni, miei cari amici, voglio aiutarvi a recuperare solo le vecchie franchigie e gli antichi diritti che erano allo stesso tempo il baluardo più solido della vostra libertà politica e religiosa, in quanto organo garante più sicuro della vostra pace interiore e della vostra prosperità che esso produce». Ma a spegnere le fiamme dell’entusiasmo ci penserà la sconfitta degli eserciti della Convenzione a Valmy, il 20 settembre 1792, a soli 35 chilometri da Châlons. Le truppe della coalizione si ritirano, riattraversano il confine e lasciano la Francia. Il 22 settembre, la monarchia fu rovesciata e la Repubblica proclamata.
Il risultato della battaglia di Valmy è un vero disastro per l’Association bretonne. Non appena la notizia trapelò, La Rouërie organizzò un incontro al castello di La Fosse-Hingant. Oltre a La Rouërie, gli unici che possono essere presenti sono Thérèse de Moëlien, Désilles, Schaffner, du Buat de Saint-Gilles, Fontevieux e Chevetel. La Rouërie, nella speranza di un’esplosione popolare realista in Bretagna, con l’aiuto di uno sbarco degli emigrati dall’Inghilterra, propose di mantenere la data del 10 ottobre per insorgere, ma grazie all’opposizione di Fontevieux, Désilles e Saint -Gilles concorda al rinvio delle operazioni fino al 10 marzo 1793. Essendo il leader dell’organizzazione gli viene consigliato di fuggire a Jersey in Inghilterra, ma rifiuta di lasciare la Bretagna.
Nel frattempo, grazie alla complicità di Chevetel, un carico di 3.000 fucili provenienti da Jersey e procurati da du Plessis vengono bloccati alla partenza. Il medico, oramai spia dei rivoluzionari, nel suo rapporto a Danton, afferma di aver convinto personalmente il governatore a ordinare l’embargo delle armi. Tornato a Parigi, il Ministro della Giustizia non ha più alcun problema nella condanna ferma dei cospiratori. Così il 5 ottobre, Danton ordinò a Chevetel di arrestare La Rouërie, insieme agli altri capi della cospirazione. Su consiglio di Philippe François Nazaire Fabre D’Églantine (1750 - 94), a Chevetel viene affiancato un uomo di nome Pierre-Bénigne Lalligand (chiamato Morillon, 1759 - 94), che aveva già avuto un ruolo contro una cospirazione a Grenoble. Subito i due uomini non vanno d’accordo e partono per la Bretagna il 7 ottobre separati. Chevetel adottò il soprannome di Latouche con i repubblicani. Ritornato al Fosse-Hingant gli fu affidata una nuova missione e sempre con Fontevieux, partì il 13 ottobre per Liegi con i fratelli del re, per ricevere notizie sulla situazione e ricevere possibili nuove linee guida.
Su consiglio di Chevetel, Lalligand rimane inattivo a Saint-Servan, in attesa del momento propizio per far scattare la trappola. La Rouërie, ricercato, vaga nelle campagne della Bretagna. Su di lui il rivoluzionario Claude Basire (1764 - 94) scrisse: «La Rouërie non ha perso nulla del suo zelo. Questo instancabile cospiratore, che raramente si riposava, correva da un castello all’altro, da un comitato all’altro per riaccendere le speranze. Vagando costantemente nei boschi o sulle colline, sempre armato, non prendeva mai le strade battute e spesso passava la notte in grotte, inaccessibili agli altri, ai piedi di una quercia o in un burrone. Tutti i nascondigli erano buoni per lui; e non sarebbe mai morto due volte nello stesso posto. Si può immaginare la difficoltà di afferrare un uomo tanto attento quanto impavido».
Dunque un maestro della guerriglia. Armand adotta il falso nome di Gasselin ed è accompagnato solo da Joseph-Anne Loaisel (1752 - 93), il suo segretario19 e Saint-Pierre, uno dei suoi servi. Questi spostamenti lo faranno allontanare sempre più dall’Ille-et-Vilaine, per concentrarsi maggiormente sulla Côtes-d’Armor.
Il 12 gennaio 1793, dopo aver galoppato nella foresta di La Hunaudaye, La Rouërie e i suoi due compagni andarono a trovare rifugio nello Château de La Guyomarais, appartenente all’omonima famiglia, nella parrocchia di Saint-Denoual. Ha nevicato quel giorno e Saint-Pierre ha la febbre.
Monsieur de La Guyomarais è membro dell’Associazione e ha già ospitato La Rouërie tre volte nei mesi precedenti. Anche questa volta, sono alloggiati in una stanza del castello, ma lo stato di Saint-Pierre non migliora. Quando arrivò il 18 gennaio Saint-Pierre si riprese, ma disgrazia volle che La Rouërie dovette ammalarsi a sua volta. La Rouërie soffriva di brividi da febbre e violenti attacchi di tosse: le intemperie lo avevano esposto ad una polmonite. La caccia all’uomo non si ferma: il 24 gennaio, la Guardia Nazionale di Lamballe fa irruzione nel castello di Guyomarais. Avvertiti da un vicino, i castellani riescono comunque a nascondere il marchese, nella fattoria di La Gouhandais, situata a cento metri dal castello. I repubblicani non scoprono nulla, ma questo trattamento fa peggiorare la sua già delicata situazione.
Il giorno successivo, Schaffner e Fontevieux arrivano a Guyomarais, portano con sé un giornale recante la notizia dell’esecuzione di Luigi XVI del 21 gennaio. Tuttavia i soci decidono di non rivelare la morte del Re al marchese, credendo che l’agitazione possa peggiorare la febbre. Costretto a letto, La Rouërie chiese tuttavia di essere di essere informato sulle notizie del processo del re, ed infine scoprirà la verità. Come previsto avrà un delirio, che gli procura un collasso. Per tre giorni, il “Colonnello Armand”, eroe dei due mondi, sarà sempre appeso tra il delirio e l’incoscienza, ma nonostante la presenza di ben tre medici, muore il 30 gennaio 1793, alle 04:30 del mattino20.
Era tuttavia necessario nascondere il corpo, il 31 gennaio, durante la notte, Schaffner, Fontevieux, Loaisel, Lemasson, il giardiniere Perrin, servi e membri della famiglia La Guyomarais, seppellirono La Rouërie nascondendosi nel bosco di Vieux Semis, che appartiene al castello. Fino alla metà di febbraio, la morte di La Rouërie rimane segreta.
[caption id="attachment_12434" align="aligncenter" width="1000"] Sulla sinistra: memoriale dedicato al marchese de la Rouërie; sulla destra: Tomba del Marchese de la Rouërie nel bosco attiguo al castello di Guyomarais.[/caption]
Poco dopo il funerale, Schaffner e Fontevieux lasciarono il maniero. Per quanto riguarda Saint-Pierre, prese i documenti e la corrispondenza del marchese e li portò a Désilles, presso La Fosse-Hinguant, dove lo informò anche della morte del capo dell’associazione. I documenti, posti in un recipiente, vengono seppelliti. Tuttavia la rivoluzione doveva compiere l’ennesimo misfatto. A fine di gennaio, Teresa de Moëlien, sapendo La Rouërie malato, scrive a Valentin Chevetel per chiede il suo aiuto, ricordando la sua professione di medico. Chevetel quindi, arrivato a La Fosse-Hinguant viene a sapere della morte del marchese de La Rouërie, nonché il luogo e le circostanze della sua morte. Chevetel trasmette immediatamente tutte queste informazioni a Lalligand-Morillon.
Il 25 febbraio, quest’ultimo, alla testa di 15 soldati repubblicani, irruppe a La Guyomarais: tutti vengono interrogati per lunghe ore nella casa padronale stessa e i suoi occupanti vengono successivamente arrestati. La famiglia La Guyomarais cerca di negare l’ospitalità, tuttavia il giardiniere Perrin cede e finisce per parlare. Si arriva allo scempio: Lalligand e alcuni soldati si recano sul punto della sepoltura, il corpo viene riesumato e Lalligand lo fa decapitare.
Quindi tornato dai La Guyomarais gettò a terra la testa di La Rouërie, che rotolò ai piedi dell’uomo, che in moto d’orgoglio affermò: «No, non c’è più da negare. Questa è la nobile testa dell’uomo che vi ha fatto tremare per così tanto tempo»21.
Il corpo di La Rouërie straziato viene riposto sottoterra, ma la sua testa fu abbandonata dai repubblicani. Verrà recuperata da due ragazze di La Guyomarais e nascosta sotto una lastra di pietra nella cappella del castello. Il teschio fu scoperto nel 1877 e consegnato alla famiglia La Belinaye.
A seguito delle denunce di Chevetel, Lalligand fece arrestare diversi membri della cospirazione bretone. Scoprì anche i documenti sepolti da Désilles. Ma la maggior parte dei soci è sfuggita alla cattura grazie a Teresa di Moëlien, che poco dopo la morte di La Rouërie, bruciò l’elenco dei membri dell’Associazione.
In totale, Lalligand arrestò 27 persone, che furono deportate a Parigi per essere processate. Dopo diversi mesi di prigione – il processo iniziò il 4 giugno 1793 e terminò il 18 giugno –, alla fine della sentenza, furono assolti tredici accusati, due furono condannati alla deportazione e dodici furono condannati a morte il 26 giugno del 1794, tra cui ricordiamo Monsieur e Madame de La Guyomarais, Louis du Pontavice, La Chauvinais, Madame de la Fonchais, Morin de Launay, Locquet de Granville, Jean Vincent, Groult de La Motte, Picot de Limoëlan, Georges de Fontevieux e Thérèse de Moëlien.
La data prevista dell’insurrezione associativa del 10 marzo 1793, non ebbe mai luogo: morto Charles-Armand Tuffin de la Rouërie i suoi membri si dispersero. È certo che la successiva rivolta delle Chouannerie vedrà nuovamente nelle sue fila gli antichi chevalier della Association bretonne22.
 

1 La Rouërie è con la sua legione a Tarrytown, quando apprende da un informatore che Baremore è a riposo in una casa situata in Morrisania a cinquanta chilometri dalla sua posizione. Armand decide quindi di metterlo fuori pericolo e inizia un lungo giro con i suoi dragoni. Il giorno dopo la partenza, poco prima dell’alba, la legione di Armand attraversò le linee britanniche. Quindi, percorre 8 chilometri nel territorio inglese accompagnato da soli 22 dragoni per passare inosservato. Individuano la casa di Baremore, la circonda. Penetrando senza spari, sorprende Baremore nel sonno completo e lo riporta indietro prigioniero senza cadere mano delle truppe britanniche. Di ritorno a Camp Scott, vengono accolti trionfalmente dai soldati americani.

2 Figlia di Anne Gilles Jacques Guérin marchese di Saint-Brice, padre anche del cavaliere Champinel di Saint-Louis, signore di Saint-Etienne, Parigné, le Sollier e di Rocher Sénéchal, capitano di cavalleria nel reggimento Conty, e di Jacquette Le Prestre Hyacinthe de Châteaugiron.

3 Tra gli invitati fi invitato anche lo stesso Washington con consorte. Naturalmente il presidente degli Stati Uniti d’America per motivi lavorativi non riuscì a concedersi i mesi necessari alla traversata, ma ebbe sempre il rimpianto di non essere stato presente al felice giorno del suo amico: «Il minimo dei miei rimpianti è stato quello di non essere in Francia per partecipare alla tua felicità».

4 P. Carrer, La Bretagne et la guerre d’Indépendance américaine, Les Portes du Large, Parigi, 2005, p.219.

5 C. Bazin, Le marquis de la Rouerie «Colonel Armand» de la guerre américaine à la conjuration bretonne, Perrin, Parigi, 1990, p.154.

6 Ivi, pp.163-164.

7 Ivi, p.164.

8 Ivi, p.166.

9 Ivi, p.173-74

10 Archives Départementales des Pyrénées-Orientales, Series W, 31-W-274.

11Ivi, 31-W-274.

12 L’affare di Nancy comunemente indicato come l’ammutinamento di Nancy, fu una repressione militare francese del 31 agosto 1790, due anni prima del rovesciamento finale della monarchia. Ebbe un significato particolare in quanto illustrava il grado di affidabilità dell’esercito reale, minato da tredici mesi di tumulti rivoluzionari. Il giovane Désilles, chiamato anche André, durante gli scontri tra le guardie nazionali del generale Bouillé e i tre reggimenti della Royal Army ammutinati (Régiment du Roi, il Régiment de Châteauvieux – uno dei dodici reggimenti di mercenari svizzeri nella fanteria francese – e la cavalleria Mestre-de-camp), si frappose nel mezzo dei due schieramenti per evitare che una palla di cannone colpisse le truppe dell’Assemblea Costituente. Il gesto, che gli costò la vita, fu preso come esempio della crudeltà della guerra civile, in quanto il giovane ufficiale apparteneva alle truppe rivoltose del Régiment du Roi. Oggi a Nancy l’arco di Trionfo (1782 - 84) dell’architetto Didier-Joseph-François Mélin, porta il suo nome. 

13 C. Bazin, Le marquis de la Rouerie «Colonel Armand» de la guerre américaine à la conjuration bretonne, Perrin, Parigi, 1990, pp.247-48.

14 Ivi, p.248.

15 Il termine Chouan è un cognome francese. Fu usato come nome da guerra dai fratelli Chouan, in particolare Jean Cottereau, meglio noto come Jean Chouan, che guidò una grande rivolta nel Bas-Maine contro la Convenzione parigina. I partecipanti a questa rivolta divennero noti come Chouans, e le battaglie che ne seguirono furono note come le Chouannerie.

16 «La forza è nella saggezza, in tal modo essa rifiorirà». Riferito a questo significato moderno: «La forza sta nella pazienza, i gigli fioriranno di nuovo».

17 Bazin C., Le marquis de la Rouerie «Colonel Armand» de la guerre américaine à la conjuration bretonne, Perrin, Parigi, 1990, p.207.

18 R. A. de Chateaubriand, Memorie D’oltretomba (I), Einaudi, Torino, 2015, pp.302-303.

19 Fu anche direttore generale e responsabile dell’Associazione bretone per la corrispondenza con Londra e Jersey.

20 Nel bosco del castello fu sollevata la tomba del marchese de La Rouërie, dove fu eretta una stele dall’Ambasciata degli Stati Uniti.

21 G. Lenôtre, Le Marquis de la Rouërie et la Conjuration bretonne (1790 - 1793), Perrin, Parigi, 1927, p.250.

22 Un’insurrezione ebbe ancora luogo nel mese di marzo del 1793. La coscrizione di massa della Repubblica provocò la rivolta dei contadini in Bretagna, nel Maine e in Vandea. I contadini ribelli si chiamarono con il nome dei primi insorti del Mayenne: gli Chouans. Nei nuovi leader riconosciamo Sébastien de La Haye de Silz, Aimé Picquet du Boisguy, Vincent de Tinténiac e Amateur-Jérôme Le Bras des Forges de Boishardy. Nel 1794, Joseph-Geneviève, conte di Puisaye (1755 - 1827) si presentò come successore di La Rouërie, al fine di unificare i gruppi della Chouannerie, tentò di rianimare l’Association bretonne.

 
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di Giuseppe Baiocchi del 03-02-2021

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Mario Draghi (1947), romano, ha accettato con riserva l’incarico – concessogli dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – per la nuova formazione del nuovo Governo per l’anno solare 2021. Al netto dell’autorevolezza del personaggio, il quale vanta un curriculum vitae forse tra i più invidiabili in circolazione, la Repubblica italiana è dalla XVI Legislatura bloccata da Governi tecnici o Governi non eletti: si guardi al Governo Monti (2011-12), al Governo Letta (2013-14), Renzi (2014-16), Gentiloni (2016-18), Conte I (2018-19) e Conte II (2019-21).
La totalità dei media italiani suonano squilli di tromba trionfali, asserendo come in questo momento di emergenza – l’Italia vive in uno Stato emergenziale dal 1946 –, la soluzione “tecnica” sembra inevitabile, scontata, “responsabile”. Come affermavano i latini De gustibus non est disputandum.
Con Mario Draghi, addirittura individuo più europeista di Giuseppe Conte, l’Italia grida presente all’Europa. Un ente, quello europeo a cui l’Italia si è affidata già da parecchio tempo ed a cui continua – per usare termini bollati come “populisti” – a versare sangue nel più tradizionale romanzo gotico di stokeriana memoria.
Ironie: Sua Eccellenza l’Arcivescovo da domani alle 12 consentirà l’esibizione al pubblico - presso il museo diocesano - della sua collezione di Draghi impagliati.
Il Paese Italia, araldo dell’Euro-zona, è costretto a finanziarsi con una moneta di cui non possiede il controllo dell’emissione (art. 128 TFUE), e che viene procurata solo ed esclusivamente sui mercati finanziari con l’emettendo di titoli di Stato a tassi d’interesse che rispondono alle logiche speculative degli “animal spirits” di keynesiana memoria. Tali trattati, oramai del datato credo liberista vietano infatti alla Banca Centrale Europea (BCE) di finanziare l’investimento pubblico acquistando direttamente titoli di Stato sulle aste primarie, cioè monetizzando la spesa degli Stati (art. 123 TFUE).
Dunque molto prima di Draghi, già l’Italia nel 1981 aveva sancito – con brindisi di europeismo antinazionale – la divisione tra il Tesoro e la Banca d’Italia, iniziando quel processo a valanga chiamato semplicemente “debito pubblico” dato dall’aumento del costo di finanziamento dello Stato.
La firma in Olanda del trattato di Maastricht (1992) ha fatto sì che l’Italia abbia consegnato la ricchezza nazionale nelle mani di mercati speculativi, trasformando il danaro in risorsa scarsa che lo Stato presentava “a prestito” dai privati: non è un caso che dal 1971 abbiamo una moneta sganciata dalla risorsa scarsa dell’oro, la quale si crea dal nulla – senza debito pubblico.
Fu proprio il nuovo eroe nazionale Draghi – per parafrasare le testate giornalistiche nazionali – che varò il celebre allentamento quantitativo, accreditando da una camera scura migliaia di miliardi di euro sul conto di riserva delle banche commerciali presso la Banca Centrale Europea.
La crisi pandemica legata al COVID19 ha semmai ulteriormente confermato che non sussiste nessun requisito geopolitico, né spirituale per una solidarietà para-nazionale che possa estrinsecarsi su scala continentale. Ciò che viene effettivamente offerto all’Italia è un Meccanismo di Stabilità a condizionali ridotta: una trappola che il nostro Paese doveva assolutamente evitare e che con Draghi diversamente attuerà (si guardi il MES).
Proprio quest’ultimo sembra la grande ghigliottina che ci aspetta tra le urla festanti dei giacobini: l’attivazione di tale meccanismo presuppone, secondo le norme del trattato che lo disciplinano, l’accettazione di un protocollo d’intesa – definito “programma di correzioni macroeconomiche” -, con cui lo Stato ricevente s’impegna al “consolidamento fiscale” e, nel caso di alto rapporto debito/PIL, alla “ristrutturazione del debito”. In traduzione corrente, tale descrizione sta ad indicare l’attuazione di grandi tagli alla spesa pubblica, alle politiche sociali, alla sanità, alle infrastrutture e ulteriori privatizzazioni, con effetti destabilizzanti sul tessuto economico e sociale. Ironico il suo soprannome: Meccanismo di instabilità.
Quello di Draghi era un profilo gradito in tutta Europa. Durante l’estate si era ingraziato i paesi indebitati dell’eurozona appoggiando la decisione del suo predecessore di effettuare acquisti straordinari per sostenere il valore dei loro titoli di stato. Allo stesso tempo, però, aveva evitato l’inimicizia dei paesi ricchi del Nord firmando insieme a Trichet le dure lettere in cui la BCE elencava le riforme e i tagli di spesa che i vari governi dovevano impegnarsi a fare per avere accesso ai programmi di acquisto straordinario. Come hanno raccontato Alessandro Speciale e Jana Randow nella loro biografia di Draghi, L’Artefice, il futuro governatore della BCE riteneva di aver capito quale fosse la ricetta del successo. Ad alcuni amici spiegò che bisognava abbracciare la linea dura tedesca, dimostrandosi allo stesso tempo sensibili verso i problemi della periferia europea. Il risultato fu che quando a novembre Draghi si insediò ufficialmente nella Eurotower di Francoforte, il popolare tabloid tedesco Bild, che sarebbe diventato poi il suo più feroce critico, gli regalò un pickelhaube, il famoso elmetto chiodato di cuoio e ottone indossato dai militari prussiani (l’elmetto era un cimelio storico e risaliva alla guerra del 1870 tra Prussia e Francia).
Dunque sembra tramontato il progetto di emissioni straordinarie di titoli, sulle aste primarie, per almeno 100 miliardi. Ovvero l’emissione dei Minibot, quei biglietti di Stato aventi corso legale (cioè ad accettazione obbligatoria) esclusivamente sul territorio nazionale per l’acquisto di beni e servizi, avrebbe comportato il più classico potere legislativo di uno Stato sovrano. Si trattava dunque dell’emissione di denaro senza debito che de facto non avrebbe violato la lettera dell’art. 128 del TFUE, poiché non si sarebbe denominato in euro avendo un corso legale solo entro i confini nazionali, e non nell’Eurozona. Insomma, biglietti di Stato, messi in circolazione dal Ministero delle Finanze e garantiti dalla Stato in attesa del ripristino della piena funzionalità della Banca d’Italia. Si avrebbero così due monete a corso legale in circolazione sullo stesso territorio nazionale, come nei primi tempi della moneta unica, fino a quando non si sarà pronti a ripudiare il corso legale dell’euro.
Sicuramente l’Europa – oramai più matrigna, che madre –, avvertendo il rischio di una deriva italiana assolutamente non contraria, ma semplicemente non allineata, con la tecnocrazia di Bruxelles, ha pensato bene di “felicitarsi ampiamente” per la scelta fatta dall’Italia di inserire il deus ex machina europeo per eccellenza Mario Draghi, antico studente dei gesuiti, come nuova guida per il Paese, per apportare il giusto “coraggio” nelle scelte obbligate che la penisola deve contrarre con l’Unione Europea. Draghi certamente è unicamente il prodotto finito di un processo: quello della perdita della Sovranità economica, prodomo di un abbattimento dello Stato nazionale, seguito da uno smarrimento culturale e sociale. Pessimismo cosmico leopardiano? Nulla affatto.
La nostra società, italiana ed europea, non è minata solo dal nostro mero dato economico, ma in egual misura da quello sociale e culturale. Viviamo in una società secolarizzata, orizzontale, piatta che persegue esattamente i principi illuministici, quindi massonici, della Rivoluzione francese e che – parafrasando il tutto in chiave contemporanea – potremo riassumere con la volontà (non immediata) di voler imporre una società multietnica, multirazziale, fondamentalmente atea e panteistica con il nuovo mito dell’uomo androgino: una società dove il femminismo è di casa e la macchina del fango sempre pronta in azione.
Tale sistema per riuscire totalmente nel suo intento – ammesso che già non abbia stravinto la sua sfida storica –, sta usando i mezzi di informazione come “propaganda Goebbels”.
Non è un caso che la piattaforma cinefila Netflix – insieme a tutte le marche di moda (tramite i cartelloni pubblicitari) – oggi proponga sotto la luce del giorno e con totale normalità, film e serie tv – di carattere storico – totalmente fantasiosi e devianti.
Se inquadrabile in tre grandi macro-filoni, i film propinati indicano innanzi tutto un elemento totalmente relativista dove – soprattutto oggi – il male non è più il male e il bene non è più il bene (si guardi Dracula o altre serie tv). Non esiste più il mito dell’eroe europeo, senza macchia, intriso di valori morali ed etici che è di insegnamento al lettore, ma si assiste ad un modesto “antieroe” un po' buono ed un po' cattivo che guida la trama degli eventi. Dunque la mistificazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: tutto è relativo. Non a caso un grande scrittore britannico come Gilbert Keith Chesterton (1874 - 1936) nel suo capolavoro Ortodossia asseriva come: «Questa è anche la ragione per cui i nuovi romanzi muoiono così velocemente, mentre le vecchie fiabe durano per sempre. Nella vecchia fiaba l'eroe è un comune mortale; sono le sue avventure a essere straordinarie, e lui rimane turbato perché è ragazzo normale. Ma nel romanzo psicologico moderno l'eroe è anomalo, e l'elemento centrale della storia non è centrato. Ecco perché le avventure più sfrenate non riescono a sortire un effetto adeguato su di lui, e il libro risulta monotono. Si può creare una storia su un eroe circondato da draghi, ma non su un drago circondato da draghi. La fiaba racconta che cosa farà un uomo sano di mente in un mondo impazzito. Il sobrio romanzo realistico di oggi narra che cosa farà un uomo sostanzialmente matto in un mondo monotono».
[caption id="attachment_12370" align="aligncenter" width="1000"] Elliot Page, l'attore nominato all'Oscar meglio conosciuto per il film del 2008 “Juno”, è uscito come transgender, condividendo la notizia in un lungo post sui social media. Page, 33 anni, che è stata accreditata in ruoli cinematografici e televisivi come Ellen Page, attualmente recita nella serie di supereroi di successo di Netflix "The Umbrella Academy". Pochi istanti dopo il suo annuncio, sia il servizio di streaming che l' account Twitter dello show hanno twittato il loro supporto: “Sono così orgoglioso del nostro supereroe! TI AMIAMO ELLIOT! Non vedo l'ora di vederti tornare nella terza stagione! " ha scritto Netflix.[/caption]
Secondo punto del filone è quello del ritorno al mito pagano-barbarico, del ritorno al primitivismo, datoci da serie tv, nelle quali germani o celti, in sostanza barbari, combattono l’impero romano (fonte di inesauribile civiltà per la nostra cultura), spesso lo vincono e che ci ricordano le antiche tesi, oramai smentite, di Jean-Jacques Rousseau e del suo “mito del buon selvaggio”. Anche qui ci perviene il simbolo del tatuaggio, del piercing, della donna leader indiscussa anche in battaglia (sic!) e di quanto questa civiltà decadente possa proporci. Ultimo, ma non meno importante, l’inserimento di elementi trans-gender e multi-razziali in tutti i film storici propinati. L’obiettivo in questo caso è quello di far entrare nella memoria collettiva che il nostro continente ha avuto sempre sia gli uni, che gli altri: il che ovviamente è falso.
Con tale, raffinato, sistema di controllo e monitoraggio della cultura e della società tutta, in breve tempo le future generazioni, non ricorderanno più che il francese Arsenio Lupin è un ladro gentiluomo protagonista (e soprattutto di pelle bianca) ideato da Maurice Leblanc nel 1905, ma semplicemente diverrà il nero Assane Diop della Netflix: rivisitazione della classica storia francese del ladro gentiluomo, che purtroppo dall’abbigliamento appare poco gentiluomo e pochissimo ladro.
Questo per far comprendere semplicemente che l’obiettivo finale, che spero noi di questa generazione non ricorderemo, sarà quello di creare – seguendo i diritti utopici dell’uomo e del cittadino – una società mondializzata, all’interno della quale non vi sia più uno Stato-nazione (forma statale creata dalla stessa Rivoluzione Francese, ma oramai per gli stessi fondatori datata); non vi sia più una razza distinta con le proprie etnie sottostanti, ma un’unica razza: quella fantasiosa definita “umana” (vi è la Specie umana: piccoli rimasugli di antropologia. Per Darwin, non proveniamo forse dagli animali? Eppure non si può quasi più parlare di razze!); infine l’eliminazione (già in corso: genitore 1, genitore 2) del genere: non più dunque l’uomo e la donna, ma l’uomo androgino, il potente, ma sterile, umanoide fornito da entrambi i sessi, come uno dei diavoli sconfitto dal Principe delle Milizie Celesti San Michele Arcangelo. Non è certamente un caso che siamo prossimi all’approvazione in senato del Ddl Zan-Scalfarotto, il testo di legge che si aggiunge alla legge Mancino con alcune modifiche, quali il genere, l’orientamento sessuale e l’identità di genere e che vuole sanzionare gesti e azioni violenti di stampo omo-transfobico. Appare lampante che si tratterebbe di una legge per una parte esigua e minoritaria – non superiore allo 0,2% della popolazione – totalmente anti-costituzionale, come più di un giurista ha effettivamente proclamato. Eppure tale legge non era stata mai inserita all’interno dell’accordo di programma del Conte I, governo – come precedentemente affermato -, mai eletto dai cittadini. Possiamo dunque parlare di democrazia diretta?
Dunque tale appiattimento etnico, culturale e soprattutto consapevole è mirato propriamente al controllo delle masse. Popolazione che è oramai ai minimi storici per la lettura, per la comprensione del testo – con la scuola ridotta ad un quiz televisivo – e per la capacità di elaborazione cognitiva. Una popolazione che perde il proprio Io, non percepisce più la propria provenienza, elimina il fuoco della tradizione, si spoglia dell’elemento del sacro, è destinata a scomparire. “L’altro da me” diviene arricchimento, solo unicamente quando l’individuo è ben consapevole della propria dimensione storico-cultuale: contrariamente avviene l’esatto opposto, “l’altro” ti fagocita.
Questa sembra la nostra triste fine. Non ci saranno rivolte – per quanto romanticamente se ne parli nei caffè – e sapete perché? Perché questo sistema è sufficientemente arguto e professionale da lasciare non solo la libertà di espressione (che nel muro di gomma del web si perde e dunque diviene elemento sostanzialmente inutile), ma grazie ai “sussidi” concede in misericordia un pasto caldo a tutti: le grandi rivolte sono sempre avvenute per fame.
L’eliminazione dell’identità avviene non solo nel campo economico e in quello culturale, ma in tutte le discipline, quali l’architettura e l’arte. Non è un caso che l’architettura internazionalista, ovvero “razionale”, dell’angolo retto, dal colore bianco e dal tetto piano, sia oramai una costante che rovina i nostri paesaggi. Difatti tali architetture se traslate in altri punti terrestri del globo, apparrebbero sempre gli stessi e non darebbero nessuna identificazione di matrice tipologica, vernacolare e soprattutto di identità culturale di un popolo che nell’architettura si è sempre saputa riconoscere e far conoscere. Diviene pacifico che in un mondo ideale globalizzato, anche nell’architettura tutto deve divenire ugualitario, identico, senza più differenze materiche, metriche, stilistiche o decorative. Stesso procedimento con l’arte, dove l’astrattismo più analitico è oramai padrone della scena. Dipinti, di cui non si comprende oramai più nulla, sono sponsorizzati come grandi opere d’arte, in cui il pathos è da lungo tempo scomparso e l’unica felicità dell’acquirente è quella di leggere la didascalia del dipinto per possedere quella “felicità nozionistica” oramai di moda. Tale sottocultura si è oramai ramificata in tutti i settori disciplinari della società e tale sistema, statene certi, imploderà unicamente dal di dentro.
 
[caption id="attachment_12371" align="aligncenter" width="1000"] Nell'aprile 2019, "l'attivista per l'ambiente" Greta Thumberg,16enne, mostra in San Pietro lo slogan "Unitevi allo sciopero per il clima". E riceve la benedizione del Papa: "Vai avanti così". Le tematiche socio-politiche prendono la priorità su quelle dell'interiorità e dell'anima.[/caption]
Ultima, ma non meno importante è Santa Romana Chiesa, la quale è scesa dal ruolo divino, verticale, Santo, ultraterreno e si è fatta materia, socialità, partito. Papa Francesco incarna certamente tutta questa società, essendo un Pontefice duro nella realtà ecclesiale e sorridente ai media, un ottimo attore del sistema che ci circonda che parla solo di ambiente, migranti, politica e poco o niente di santi, miracoli, liturgia (ammesso che ne abbiamo ancora una), dottrina sociale della Chiesa. Per questo ultimo settore, quello ecclesiastico, unicamente un miracolo della provvidenza può certamente – in qualsiasi momento – rimettere le cose a posto.
La nostra società dunque appare in caratteri molto più parossistici come il capolavoro letterario mitteleuropeo di Joseph Roth “La marcia di Radetzky” (1932), nel quale le ultime generazioni non sono che un sole pallido delle precedenti: sempre peggio, sempre verso il baratro, simbolo di un’Italia sempre più “espressione geografica”, ritrovandosi con giustezza nelle parole di Klemens von Metternich (1773 - 1859). 
   
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a cura di Stefano Scalella
17 ottobre 2020 – Bottega del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 AP
Introduce: Arch. Giuseppe Baiocchi
Modera: Diego Della Valle
Interviene: Dott. Alfredo De Giglio
 
Sabato 17 ottobre 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 57°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere. L'evento ha visto la presenza del Dott. Alfredo De Giglio- sarto, giornalista e editore dal 2010 di Stilemaschile, il primo progetto editoriale cross-mediale dedicato al vivere elegante. La tematica introdotta dall’architetto e presidente Giuseppe Baiocchi e moderata dal consigliere Diego Della Valle, ha trattato l’eleganza maschile: una guida per i gentlemen e per chi vuol avvicinarsi al mondo della sartorialità, del “su misura”, del concetto di Classico maschile. L’eleganza è stata raccontata attraverso le voci, il pensiero, le parole di grandi arbiter elegantiarum in un viaggio che spiega quanto sia importante conoscere e apprendere le regole dello stile.

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di Giuseppe Baiocchi del 03/01/2021

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Giuro di essere fedele a sua maestà il Re ed ai suoi reali successori, di osservare fedelmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, ad adempiere a tutti i doveri del mio Stato col solo scopo del bene indivisibile del Re e della Patria”. Tale giuramento, adottato in tutte le scuole italiane, deve averlo pronunciato anche il conte Carlo Fecia di Cossato classe 1908 nato a Roma, quarto di sei figli dal matrimonio tra il padre Carlo Fecia di Cossato e Maria Luisa Gené.

La famiglia di colui che oggi è considerato un vero e proprio asso della storia della marina italiana con il conferimento della medaglia d’oro, si presentava di stampo fortemente monarchico, come molte famiglie della nobiltà militare, le quali mettevano a disposizione la propria esperienza al servizio del regio esercito.

[caption id="attachment_6758" align="aligncenter" width="1024"] Conte Carlo Fecia di Cossato (Roma, 25 settembre 1908 – Napoli, 27 agosto 1944) è stato un militare italiano.[/caption]
Il legame tra casa Savoia e la Marina italiana risale ancor prima dell’Unità di Italia: nel basso medioevo con Amedeo V il Grande, fino ad arrivare al Regno sabaudo di Sardegna e Piemonte dove si identificò l’appellativo “regia-nave” corrispondente al “regio legno”, nome usato per indicare le imbarcazioni sotto il Regno di Sardegna e Piemonte. Nel 1861 il neonato regno d’Italia riusciva ad unire le marine dello stato Pontificio (con solo Roma, rimasta ancora autonoma), il naviglio toscano e la potente flotta napoletana, imponendosi in poco tempo come una delle flotte più importanti del Mediterraneo e d’Europa.
Per non far nascere rivalità tra settentrionali e meridionali, il 6 novembre del 1881 decretò la creazione di un’unica Accademia navale: quella di Livorno, esistente ancora oggi, la quale è una delle migliori scuole navali del mondo. L’educazione civica di tale scuola è fondamentale per capire appieno il comportamento di Fecia di Cossato, profondamente fedele alla casa reale di predominanza piemontese.
[caption id="attachment_6760" align="aligncenter" width="1000"] Constantine Volanakis, la battaglia di Lissa - 1867, olio su tela cm 283 x 169, museo di belle arti di Budapest.[/caption]
Il continuo scambio, fra prestazioni pubbliche richieste e fedeltà concessa, di questi servitori dello Stato era caratteristica di tutti gli ufficiali di marina, che seguivano rigidi giudizi: “sappia che un militare ha doveri, e non ha niun diritto. Neppure la paga s’ha diritto; essa è un dono di sua maestà il Re, nient’altro” asserivano spesso i comandanti di marina alle giovani generazioni, che potevano ambire ad un cambio di mentalità.
Il conte Fecia di Cossato cresce sotto questa istruzione secolare, amando praticare sport fin dalla primissima età. Il nuoto e l’equitazione sono le sue due discipline più amate, venendo da una famiglia di forte tradizioni militari. A vent’anni nel 1928 dopo aver superato brillantemente gli esami, si imbarca l’undici luglio sull’incrociatore Ancona con il grado di guardiamarina.
Siamo in piena epoca fascista: gli anni del consenso. Carlo non solo non è fascista, ma ha una forma di ostilità velata per la politica di corruzione dell’ormai ex-rivoluzione, essendo di elevata rettitudine e incapace a compromessi. Dopo la modifica dello Statuto Albertino nel 1925, Mussolini con un abile mossa mise la monarchia in secondo piano. Questa operazione non sfuggì al conte, che si rifiutò di avere la tessera e per due anni non avanzò di grado, rimanendo come tenente di vascello. Solo il padre, riuscì con l’inganno a far iscrivere il figlio a sua stessa insaputa: inutile l’ira del giovane che rimase esterrefatto, ma iniziò l'avanzamento di carriera militare.
La marina italiana rappresentava nel mediterraneo una forza poderosa: 6 corazzate (2 in allestimento), 7 incrociatori pesanti e 26 leggeri, 15 esploratori, 130 cacciatorpediniere e torpediniere, 115 sommergibili da media e grande crociera e un numero imponente di unità minori. Non possedeva portaerei perché non erano ritenute necessarie nel mediterraneo: uno degli errori fatali della sconfitta della regia-marina, insieme al mancato sviluppo del Radar (inventato in Italia, ma mai sviluppato. Sarà utilizzato dai britannici e farà la differenza). Sarà l’unica forza armata che arriverà preparata al conflitto che vedrà coinvolta l’Italia quel fatidico 11 giugno 1940.
Il romano dopo un breve periodo sull’incrociatore pesante "Trento" veniva destinato al sommergibile "Bausan" (dal dicembre del 1929 all’agosto del 1930), iniziando la sua esperienza sui battelli subaquei. Dal 17 aprile 1932 al maggio del 1933 navigò con l’incrociatore "Libia" e fu stanziato nelle acque dell’estremo oriente, in Cina. Successivamente dal 1934 al 1936, comandò le difese portuali in Africa Orientale, diventando a ventisei anni comandante delle difese portuali di Massaua, capitale nella colonia italiana eritrea.
La lunga successione di imbarchi e di destinazioni esotiche faranno scoprire al conte Fecia di Cossato nuove culture e nuove mentalità, arricchendo già il suo nutrito bagaglio culturale. Il 20 giugno del 1938 viene nominato comandante della torpediniera "San Martino" e successivamente comandante della "Polluce".
La leggenda di Fecia di Cossato entra nel vivo quando il 25 febbraio del 1940, dopo un breve trascorso nel sommergibile "Colonna" (in preparazione alla scuola comando sommergibili) e imbarcato in brevi lasso-temporali sui sommergibili "Menotti", "Bragadin" e "Settimo", fu poi imbarcato del "Tazzoli" come comandante in seconda per fare il tirocinante nella guerra in atlantico: compie a Bordeaux un apprendistato magistrale.
[caption id="attachment_6761" align="aligncenter" width="1000"]betasom Betasom (Bordeaux Sommergibile) è ottenuto dall'unione della prima lettera della parola "Bordeaux", espressa con il nome della lettera dell'alfabeto greco equivalente dal punto di vista fonetico "beta" e la prima sillaba della parola "sommergibile", la base navale dei sottomarini della regia marina a Bordeaux (costa atlantica meridionale francese) durante la seconda guerra mondiale.[/caption]  
Nel settembre del 1939 l’Inghilterra dichiarò il blocco totale alle forze tedesche, forte della sua supremazia marittima: era considerata indiscussa padrona del Mare del Nord. I tedeschi come risposta dichiararono un contro-blocco, inserendo anche la guerra sottomarina totale. In pochi giorni il mare del Nord e la Manica vengono disseminate di mine. Il naviglio britannico fu gravemente danneggiato.
Alla fine di agosto iniziava la guerra dell’atlantico, la quale portò grandi successi ai famosi U-Boote tedeschi contro il traffico mercantile britannico (i due terzi del fabbisogno inglese deve essere importato). Sul continente, invece, la Francia era già invasa dalla wermacht tedesca.
Saranno queste e molte altre le condizioni favorevoli a spingere Benito Mussolini ad entrare in guerra a fianco dell’alleato tedesco e giapponese l’undici giugno del 1940. Nonostante i suoi malumori Carlo esegue gli ordini del Re asserendo: “Possibile che, nel mazzo, vadano a scegliere proprio i due più antipatici!”.
Intanto il 24 giugno la Francia firma l’armistizio con l’Italia. L’evento aumenta l’influenza sul mediterraneo della regia-marina, la quale diventa un avversario ancora più ostico alla royal marine britannica. In tal senso grave fu il diniego di Hitler riguardante l’uso della marina francese in chiave italiana, per il timore che Mussolini successivamente, potesse prendere ancor più slancio in politica estera di quella che già deteneva. Inoltre il führer voleva tenere un equilibrio con il governo filo-nazista di Vichy.
Il 9 luglio mentre la regia marina, comandata dall’ammiraglio Campioni riporta un’importante vittoria morale contro gli inglesi, che per la prima volta battono in ritirata contro gli italiani, perdendo un caccia, un piroscafo e 18 aerei, Carlo Fecia di Cossato si trova in operazioni di protezione, nel Mediterraneo (tra Grecia, Nord Africa e Italia), a bordo del sommergibile "Ciro Menotti".
Dopo queste operazioni il conte lascia il mediterraneo per essere nominato al bordo del "Tazzoli" di base a Betasom, ufficiale in seconda. Fecia di Cossato è profondamente avverso a questo conflitto che ritiene inutile: “(…) ma tutto quello che ti ho detto circa la inevitabile sconfitta che ci aspetta, non può avere e non avrà mai nessuna conseguenza sull’impegno che io metterò a combattere questa guerra in cui tutti siamo impegnati. Una mia opinione personale, che a me purtroppo sembra inconfutabile, potrebbe anche essere errata, e, in ogni caso, si vinca o si perda, il mio dovere di ufficiale e di comandante è quello di tener duro, di pestare il nemico finché avrò mezzi ed ordini per farlo, e di infondere nel mio equipaggio la sicurezza di lottare per una giusta causa verso la vittoria”. Anche da queste, poche, parole si evince il forte spirito di serietà e professionalità che accompagnerà il romano per tutta la sua breve vita.
In Atlantico sono presenti 26 sommergibili italiani, i quali hanno superato lo stretto di Gibilterra (britannico) senza perdite. Sono di base a Bordeaux, che prese l’appellativo di “Betasom”. I marinai italiani sono stimati dai tedeschi per il loro coraggio e la loro perizia tecnica e riportano importanti successi con affondamenti eccellenti: il bollettino di guerra n°71 del 18 agosto del 1940 riguarda, addirittura, l’affondamento di una petroliera di 9000 tonnellate. Con questo episodio comincia per la regia marina una lunga avventura di gloria e di sacrificio. Fecia di Cossato si trova nel bel mezzo di questa situazione ed è uno dei migliori. Scriveranno di lui: “il comandante perlustra instancabile l’orizzonte. Per lui la notte e il riposo non esistono. Sono parecchie “lune” come dice il signor Gazzana, che non tocca la sua cuccetta e non riusciamo proprio a capire come faccia a stare in piedi”. Dunque un uomo di notevole resistenza che dimostra spesso una aggressività, verso il nemico, esasperata che gli fa avere tutta la stima dell’equipaggio, anche quando diviene comandante del "Tazzoli", avendo in seconda l’altro formidabile asso Gianfranco Gazzana Priaroggia che successivamente al comando del “Da Vinci” divenne il comandante con più tonnellaggio di navi affondate.
[caption id="attachment_6762" align="aligncenter" width="926"] Anno 1942 - il conte Carlo Fecia di Cossato, comandante del regio stato maggiore generale "Tazzoli" e il tenente di vascello Gazzana Priaroggia, comandante in seconda del "Tazzoli", in coperta in occasione dell'incontro in Atlantico con altro sommergibile italiano.[/caption]
I siluratori atlantici italiani sono molti: Longobardo, Tosoni-Pittoni, Grossi, Gazzana, Leoni, Todaro, Pollina, Giovannini, Longanesi, Prini, Piomarta – tutti gentiluomini che hanno vissuto in un clima infernale dovuto al calore tremendo che vi era a bordo dei sommergibili, del fetore insopportabile e dello stress della morte, che poteva essere in agguato in qualsiasi momento.
Nel frattempo la Gran Bretagna, trovatasi dopo Dunkerque, in una situazione disperata capisce che i convogli devono avere l’adeguata protezione da parte del naviglio sottile (impegnato nel mediterraneo) e stipula con gli Stati Uniti uno scambio: 50 cacciatorbediniere di vecchio tipo “Flush Deck” per la concessione (99 anni) di cinque basi navali ed aeree britanniche nelle Antille e nell’America centrale. La situazione si riequilibra.
Nel novembre del 1940 nel mediterraneo avvenne il famoso “disastro di Taranto” dove sei navi italiane, nella base portuale, furono distrutte nella notte: un grave colpo. Un anno dopo nel 1941 nei giorni del 26-27-28-29 marzo avvenne la tragedia di "Capo Matapan" nel mediterraneo orientale: in un offensiva poderosa della regia-marina, il nemico grazie all’intelligence (che conosceva gli ordini cifrati italiani) e all'uso del radar era informato sulle mosse delle navi da guerra italiane. La sconfitta di Gaudo e Matapan si concluse con la perdita di tre incrociatori, il siluramento della Vittorio Veneto e la morte di tremila uomini. La marina italiana non si riprese più del tutto da questa sconfitta. Sempre nel 1941 la marina tedesca entrava con 21 sommergibili nel Mediterraneo con base a Salamina, nella Grecia occupata. Continuano gli insuccessi strategici, come quello del 20 marzo del 1942, quando un convoglio britannico salpato da Alessandra arriva a Malta, rifornendo l’isola (luogo strategico fondamentale per la vittoria nello scacchiere mediterraneo). Il 16 giugno del 1942 la regia-marina riporta, una vittoria in inferiorità numerica nella battaglia di Pantelleria affondando ai britannici 1 incrociatore (Kenya), 5 caccia di squadra (Bedouin, Hasty, Nestor, Grove, Aredale), 1 nave di scorta (Kujavak) e 4 piroscafi, tra cui la petroliera Kentucky. Per parte italiana solo il Vivaldi subì gravi danni.
Traslandoci di nuovo in Atlantico, Cossato appare sempre più un uomo di ferro, ma inizia ad avere un forte travaglio psicologico e fisico.
Il 15 luglio 1941 il conte guidò il "Tazzoli" in una nuova missione: il dodici agosto, affonda il piroscafo inglese "Sangara" e il diciannove la petroliera norvegese "Sildra" per rientrare in base l'undici settembre. In questa seconda missione Fecia di Cossato fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare e da parte dei tedeschi con la croce di ferro di seconda classe. Successivamente nel dicembre del 1941 partecipò, partendo da Bordeaux, al salvataggio di oltre 400 naufraghi tedeschi, che gli valsero l'importante decorazione tedesca della croce di ferro di 1ª Classe conferitagli dall'ammiraglio Dönitz.
Il marinaio Dilda il 5 settembre del 1942 annota sul suo diario: “E’ sceso a cambiarsi per il rientro (alla base). Gli tiro fuori dallo stipetto una camicia e lo osservo mentre si toglie il maglione di navigazione. Rimango di stucco: le costole sporgono esageratamente dal torace sul quale non c’è altro che bruna pelle tesa come quella di un tamburo; la spina dorsale e le scapole stanno per saltargli fuori! Gli arti sono fasci secchi di nervi e di muscoli: il ventre e lo stomaco non ci sono più”.
Carlo riesce ad ottenere risultati straordinari: l'11 febbraio 1942 partito per una nuova missione presso le coste americane (gli Stati Uniti erano nel frattempo entrati in guerra) affonda il sei marzo il piroscafo olandese "Astrea" e il giorno successivo la motonave norvegese "Torsbergfjord". Il nove marzo colpisce e affonda il piroscafo uruguayano "Montevideo", l'undici fu invece il turno del piroscafo panamense "Cygney". Il tredici marzo fu la volta dell'inglese "Daytoian" e il quindici della petroliera inglese "Athelqueen". L'asso Fecia di Cossato è oramai famoso e temuto da tutti gli avversari.
L’incarico del "Tazzoli" è molto lungo: dal 5 aprile del 1941 al 28 febbraio del 1943 (22 mesi). Appena torna in patria per le licenze, riposa continuamente, conducendo una vita spartana. I reparti tedeschi raramente in atlantico ebbero incarichi così prolungati, spiegando forse in parte l’esaurimento fisico e il logoramento nervoso di questo incredibile ufficiale di marina sempre lucido, preciso, pieno di carica e capacità umane.
Fecia di Cossato continua a mietere vittime eccellenti: Il diciotto giugno del 1942 è diretto ai Caraibi dove il due agosto affonda la greca "Castor" e il sei la petroliera norvegese "Havsten".  L'italiano in atlantico è un vero e proprio incubo per i convogli alleati: Il dodici dicembre del 1942 furono intercettati ed affondati il piroscafo inglese "Empire Hawk" e l'olandese "Ombilin". Il ventuno è il turno dell'inglese "Queen City" e il venticinque della motonave americana "Dona Aurora".
Queste importanti missioni gli varranno una medaglia di bronzo al valor militare, oltre ad una fama eccezionale.
A tutto questo bisogna aggiungere alcuni difetti dei sommergibili italiani, inferiori tecnologicamente a quelli tedeschi. I sommergibili avevano una età media di dieci anni, possedevano scafi robusti e autonomia sufficiente, così come l’abitabilità. Le qualità nautiche erano più che buone, così come gli apparati motore e energia elettrica. Di contro mancava una centralina di tiro (notevole imprecisione nel lancio dei siluri), le false torri erano troppo voluminose (aumentando la visibilità al nemico), i limiti nello scafo ritardavano l’immediata immersione, rendendoli vulnerabili all’offensiva aerea nemica. Ultima, ma non meno importante, una tattica attendista obsoleta, in una guerra (anche marina) di movimento dove la stessa kriegsmarine tedesca e royal navy andavano spesso ad attaccare le basi nemiche.
Il conte Carlo Fecia di Cossato, conclusa l’esperienza nell’atlantico, come tutti i reparti della regia-marina risente fortemente delle sconfitte terrestri dell’esercito che fanno tendere la bilancia sempre più verso la disfatta, che arriva il 25 luglio del 1943 con l’arresto di Mussolini. Il romano si trova a bordo del torpediniere "Aliseo" in Corsica a Bastia. Dopo il maggio del 1943 con la conquista alleata della Tunisia, la guerra si avvicina alla penisola e nel luglio avviene lo sbarco alleato in Sicilia.
Il ministro della marina Raffaele De Courten convoca a Roma tutti gli ufficiali superiori allertandoli di future operazioni contro i tedeschi. Si arriva all’otto settembre e per Carlo Fecia di Cossato è un duro colpo al suo spirito già fortemente provato: tradire l’alleato tedesco, con il quale aveva condiviso gli anni francesi. Costante, però, era l’opinione in marina, che questo sacrificio di onore militare era richiesto dal Re, per cui l'ambiente si compattò ed eseguì alla lettera gli ordini. La sera dell’otto settembre il comando tedesco cerca di impadronirsi dei comandi italiani in Corsica, sfruttando lo sbandamento delle truppe italiane rimaste senza ordini.
[caption id="attachment_6765" align="aligncenter" width="1754"] L'Aliseo è stata una torpediniera di scorta della Regia Marina. Dopo il termine del conflitto, il trattato di pace assegnò l’Aliseo alla Jugoslavia, in conto riparazione danni di guerra. Con la sigla provvisoria Y9 la torpediniera venne consegnata il 3 maggio 1949.[/caption]
Avviene la battaglia di Bastia e qui viene fuori l’uomo. Qui Carlo Fecia di Cossato non ebbe tentennamenti e la sua reazione davanti al nemico fu decisa, senza dubbi. Toltosi i nastrini delle croci di ferro tedesche (si narra come fossero state gettate in mare) alle 7,15 di mattina aprì il fuoco a distanza ravvicinata: i tedeschi dello "Uj2203", si auto-affondano per le lesioni allo scafo appena un’ora dopo. Fecia di Cossato dirige successivamente le sue bocche da fuoco sul sottomarino tedesco "Uj2219" che dopo trenta minuti viene affondato. Stessa sorte il conte decide di farla fare alla motozattera tedesca "F612". Nella confusione della nottata e della mattinata successiva il colpo di mano tedesco in Corsica fallisce. Carlo Fecia di Cossato giunge per ordine di Nomis di Pollone (su ordine dell’ammiraglio Somigli) prima a Portoferraio (provincia di Livorno) e successivamente, insieme a Aimone Savoia duca di Spoleto, a Palermo. La città ospita tutta la regia-marina fedele a Vittorio Emanuele III, il quale in accordo con gli anglo-americani aveva creato il governo Badoglio a Brindisi. Alcuni reparti di marina confluiranno a Nord dove aderiranno alla repubblica sociale italiana con gli ammiragli Legnani e Ferrini.
Dopo essersi fermate una settimana a Palermo, le unità sottili fra cui "l’Eliseo", raggiunsero Malta, dopo una sosta ad Augusta. Lasciata l'isola, ai primi di ottobre, Carlo giunge a Taranto dove inizia la cobelligeranza, la quale prevede scorte ai convogli degli Alleati.
Nel frattempo nell’aprile 1944 Vittorio Emanuele III nominava Umberto Savoia principe di Piemonte “luogotenente generale del regno” asserendo come: “questa mia decisione che, ho ferma fiducia, faciliterà l’unità della nazione è definitiva e irrevocabile”. Una volta presa Roma il 4 giugno 1944, colui che successivamente sarà il “Re di Maggio” Umberto II, per volontà degli Alleati scioglie il governo Badoglio e forma un comitato di liberazione nazionale (CLN) formato dai vari Croce, Rodinò, Togliatti, Mancini, Sforza solo per citare le persone più di rilievo. Questo comitato non giura, come lo Statuto Albertino richiede, la fedeltà al Re e sarà solo l’intervento del diplomatico Alberto Tarchiani a giustificare l’imposizione, decretando un governo civile. Così il Governo Bonomi si obbligava a rispettare tutti gli impegni assunti dal precedente governo Badoglio e stabilì con Umberto Savoia che i ministri non giurassero con la formula rituale, bensì con una formula che li impegnava soltanto ad esercitare la loro funzione “nell’interesse supremo della nazione”. Inutile dire che questa azione, rispecchia il colpo di mano avvenuto nella notte del 13 giugno 1946 da Alcide De Gasperi.
Questa soluzione viene adottata anche nella regia-marina del Ministro De Courten. Il giuramento del nuovo governo poneva quindi un problema istituzionale che ebbe un impatto tremendo sulla realtà della marina italiana fortemente monarchica. Chi avrebbe seguito De Courten combattendo con un governo non fedele al sovrano? Il 9 settembre si era chiesto alla regia-marina di cambiare schieramento per espresso ordine del Re e successivamente molti comandanti di marina che avevano compiuto il sacrificio di mettere l’onore e la lealtà da parte, si vedevano schierati con un governo non fedele al loro stesso giuramento.
Carlo è stanco, è tormentato dai dubbi, ma con i suoi occhi di ghiaccio emanava sempre un grande carisma tra i marinai. Quando il 22 giugno l’amico Nomis di Pollone lo convocò insieme ai comandanti delle torpediniere per tenere loro un discorso sulla calma e l’obbedienza, il conte esce dal coro e asserisce come non avrebbe eseguito gli ordini di un governo che non prestava fedeltà al Re e il giorno seguente l’Aliseo non sarebbe uscito. Convocato dal ministro in persona a Taranto, il romano rimane fermo nella sua decisione, che lo porterà agli arresti in fortezza. L’agitazione della regia-marina, che aveva preso come un tradimento la questione del giuramento del governo Bonomi, vedevano in Fecia di Cossato un alfiere della loro battaglia etica. Il ministro è costretto il giorno dopo a scarcerarlo per calmare gli animi e invitarlo ad una “licenza” lunga tre mesi a Napoli. La città partenopea è allo sbando: affamata e distrutta, vige la corruzione in tutti i settori. Per un uomo tormentato e sfiduciato Napoli non era sicuramente la città migliore.
Qui si consuma il dramma, l’ufficiale che più di tutti era stato ligio al dovere, l’ufficiale che viene disonorato per non essersi piegato al “politicamente corretto” crolla.
[caption id="attachment_6766" align="aligncenter" width="1243"] Il conte Carlo Fecia di Cossato in plancia durante la navigazione.[/caption]
Riporto la lettera alla madre Luisa Gené:
Mamma carissima, quando riceverai questa mia lettera saranno successi fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile.
Non pensare che io abbia commesso quel che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuravo. Da nove mesi ho soltanto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, resa a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come ordine del Re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della monarchia al momento della pace. Tu conosci che cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa triste constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi mi circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo alla vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è più con loro che con i traditori e i ladruncoli che ci circondano. Spero, mamma, che tu mi capirai e che, anche nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai sempre capire la nobiltà dei motivi che la guida. Tu credi in Dio, ma se c’è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora. Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno. Abbraccia papà e le sorelle e a te, mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. In questo momento mi sento molto vicino a tutti voi e sono certo che non mi condannerete”.
Il conte si toglie la vita il 28 agosto verso l’una di notte, sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Nel 1946 nell’immediato dopoguerra la marina italiana lo dimentica per molti anni con l’Italia repubblicana che gli assegna una medaglia d’argento per l’ultima missione del Tazzoli e una di bronzo per l’azione di Bastia. Solo il 27 gennaio del 1949 gli viene assegnata, con giusto merito, la medaglia d’oro al valor militare che fu appuntata al padre in Piazza S.Marco a Venezia. La marina militare ha quasi totalmente riparato alle sue dimenticanze mettendo in servizio nel 1979 il sottomarino “Fecia di Cossato” appartenente alla classe Sauro.
Il conte Carlo Fecia di Cossato è stato un fedele suddito del Re, tradito dalle circostanze storiche, ha ricevuto spesso una mistificazione totale del suo dramma. Il suo è stato un gesto estremo fuori dal comune che lo rende eroico alla posterità proprio perché rappresenta il più grande degli sconfitti che non si piega agli eventi che gli impongono nella storia. Il sommergibilista è stato l’esempio di quella unità d’Italia voluta dai Savoia, dove il concetto storico della dichiarazione di guerra era ancora un concetto personale fra sovrani e non fra stati. Il fascismo cercò di creare un’identità nazionale scavalcando la monarchia, ma la metodologia del totalitarismo a medio-lungo termine si rilevò fallimentare e cercò di trascinare nel suo crollo anche la dinastia sabauda che aveva cercato di emarginare. Con il crollo della monarchia italiana nel 1946, si concluse "un’idea italiana", che il fascismo -  nonostante tutto -  non aveva eliminato e che la repubblica, sorta dalle ceneri di questa idea, ha cercato per anni di trovare una legittimità storica di “sangue” come ogni rivoluzione creativa nella resistenza partigiana, ma era un concetto debolissimo che si sbriciolò con l’onestà intellettuale di una guerra fraticida di tre schieramenti distinti: fascisti, monarchici, partigiani.
Il nostro eroe cresciuto con questa idea esistenziale non poteva capire i problemi di fondo che un governo Bonomi esprimeva, giocando sul sentimento di metà della nazione italiana, ed è proprio in questo senso che Carlo Fecia di Cossato rimane il vincitore morale di questa grande sconfitta nazionale.
 
Per approfondimenti:
_Achille Rastelli, Carlo Fecia di Cossato. L'uomo, il mito e il marinaio - Edizioni Mursia 2009
_Antonio Maronari, Un sommergibile non è tornato a casa - Edizioni Rizzoli
_Gianni Oliva, I Savoia - Edizioni Mondadori 1999
 
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Ebbene se i greci e i romani hanno plasmato lo stile classico, massima di perfezione, per il genio nella riuscita trasfigurativa dell’elemento naturale (quindi divino) nell’architettura, il romanico e il gotico rappresentano nella storia dell’uomo una rottura stilistica e figurativa che non avrà precedenti. Difatti già lo stile rinascimentale è da considerarsi il primo neo-classico, proprio per la ripresa di elementi di spiccata sensibilità antica, come la cupola o il cassettone. L’architettura nella storia umana ha sempre rappresentato un elemento di identità, ed è per questo che l’individuo nei secoli, non avendo trovato nuove vie si è sempre rifatto ideologicamente, come matrice archetipa, allo stile classico: tutti i secoli, tranne il medioevo, epoca lunghissima che va dal 900 d.C. al XV secolo. Eppure nel Seicento e nel Settecento, lo stile gotico e romanico attraversano – per paradosso – un’epoca di abbandono e disinteresse, poiché veniva considerato uno stile oramai passato di moda e fuori metrica.
[caption id="attachment_12314" align="aligncenter" width="1000"] Augustus Welby Pugin Northmore (1812 - 52) è stato un architetto inglese, designer, artista e critico che è principalmente ricordato per il suo ruolo pionieristico nello stile neogotico di architettura. Il suo lavoro è culminato nella progettazione degli interni del Palazzo di Westminster a Westminster, Londra, Inghilterra, e della sua iconica torre dell'orologio, in seguito ribattezzata Elizabeth Tower, che ospita la campana nota come Big Ben. Pugin progettò molte chiese in Inghilterra e alcune in Irlanda e Australia. Creò anche il castello di Alton ad Alton, nello Staffordshire.[/caption]
Ebbene la grandezza dello stile architettonico medievale che ha posto un’architettura stilisticamente unica nella storia – se si esclude l’epoca contemporanea dove vige una architettura decostruttivista minimalista, che si conforma al nichilismo odierno –, che noi riconosciamo con il romanico e il gotico, nasce dalla fede. Il barbaro che ha conquistato l’Impero romano è stato l’uomo scelto da Cristo per la sua salvezza: dunque vige nella mente umana quel meccanismo di distacco dall’epoca antica pagana.
Il poeta tedesco Christian Johann Heinrich Heine (1797 - 1856) meglio di chiunque altro identifica la forza del medioevo con tutta l’essenza di questa frase: «un amico mi chiese perché non si costruivano più cattedrali come le gotiche famose, e gli dissi: gli uomini di quei tempi avevano convinzioni; noi moderni, non abbiamo altro che opinioni, e per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un'opinione».
Pioniere del neo-gotico l’architetto inglese Augustus Welby Pugin Northmore (1812 - 52) è stato il primo intellettuale che abbia rivalutato il gotico nella coscienza pubblica, dopo secoli di indifferenza.
Contrasts è considerato uno dei libri manifesto che ha segnato una svolta nella storia dell’architettura, per il suo atteggiamento moralistico nei riguardi di quest’ultima. Il saggio, fu un gesto di provocazione per creare una svolta nella storia del gotico, che da problema di “gusto” passa a problema etico. La fortuna di questa architettura medievale, ha tre filoni principali: il primo si può identificare nel fenomeno edonistico, in cui gioca un ruolo accessorio, presto sentimentale; il secondo prende l’aspetto di un richiamo alla razionalità di fondo illuministico (il gotico inteso come “storia della ragione”); infine vi è un ritorno alla fonte storicistica che coincide in Gran Bretagna con una forma di ricerca archeologica autoctona, la quale si indirizza ai monumenti medievali.
Questo libro è importante perché contribuisce a dare al gotico la carica di stile cattolico che entra in polemica con la religione inglese protestante e Pugin crea un’opera singolare, poiché costituisce una anticipazione di metodi propri dell’operare dell’architetto moderno.
L’architetto inglese, rende riduttivo il modello classico e neoclassico ed enfatizza il modello del gotico. L’opera architettonica di Pugin, infatti, tende sostanzialmente a introdurre in questo stile un’austerità che porta l’uomo alla suggestione; la tendenza va all’indietro, risalendo alle fonti della tradizione sassone-romanica nel suo innestarsi con il gotico.
L’autore brucerà queste esperienze nell’arco di una formidabile attività di due decenni, fino alla soglia della follia che lo colpisce poco più che quarantenne. Contrasts, oggi rinominato anche Contrasti Architettonici o la questione del gotico, rappresenta il momento più felice e positivo del pensiero dell’architetto britannico.
Un tema introdotto è quello della morale ed ecco l’etichetta di “manifesto”: servire o guidare è il compito dell’architetto, il quale dovrà farlo in modo giusto. Nelle pagine del piccolo volume, serpeggia l’odio per quella Londra che presto si sarebbe detta Vittoriana, caratterizzata per le ciminiere fumose, per le banche pretenziose e per le chiese monotone e spoglie, costruiti secondo i criteri della più severa economia: produci e avrai l’anima salva. Pugin scrisse l’opera nel 1835, nel cuore delle campagne violentate dalle ferrovie, nelle città sfigurate e dai ritmi di vita mutati. Come conseguenza di questo disorientato sgomento per molti ci fu il riaffermarsi e la riscoperta dell’età medievale: modello di unità civile e religiosa, l’arte appariva al servizio di esigenze collettive pure e disinteressate e si esprimeva non nel linguaggio “universale del classicismo”, ma nelle forme molteplici e fortemente accentuate in senso locale del gotico. Dunque il ritorno al Medioevo in Inghilterra prese varie strade. Nel tardo Settecento vi fu un primissimo revival gotico, nei primi decenni dell’800 vi fu un’indagine estesa e sistematica degli archeologi che indagarono sulla conoscenza scientifica dello stile nelle cattedrali. Il gotico è dunque stimato da Pugin, proprio per l’unità della fede cattolica medievale non ancora incrinata dagli scismi, né inquinata dalle istanze umanistiche che diede una stabilità sociale e dell’eccellenza artistica proprio in quel periodo. Il cattolicesimo di stampo medievale aveva permesso rapporti di lavoro più sereni ed umani ed il medioevo si identificava come uno strumento di concreta partecipazione alla vita sociale.
D’altronde la sua avversità per il mondo umanistico e rivoluzionario è di antica origine, poiché era figlio di un trattatista e disegnatore architettonico francese Auguste Pugin (1762 - 1832), che come molti altri era immigrato in Inghilterra a seguito della Rivoluzione francese e aveva sposato Catherine Welby della famiglia Welby di Denton, nello Lincolnshire.
[caption id="attachment_12315" align="aligncenter" width="1000"] L‘ampio frontespizio è dedicato, come annuncia la scritta entro il fastigio, all’ipotetico concorso per costruire una nuova chiesa: “per la gioventù disoccupata e per aspiranti architetti”. Numerose altre scritte, nell’ironica forma di avvisi pubblicitari e offerte di lavoro, esprimono il sarcasmo di Pugin per la mercificazione del linguaggio architettonico.[/caption]
L'autore, nel trasferire in campo architettonico i temi di un dibattito religioso e sociale, si mostrò agguerrito oppositore del protestantesimo conoscendo appieno le interpretazioni negative della riforma anglicana con le sue iniquità. Per l’architetto dunque la realtà disgregata che aveva seguito lo Scisma di Enrico VIII (1491 - 1547) poteva recuperare la compattezza spirituale perduta solo attraverso la via della restaurazione.
Rinnovamento e restaurazione auspicati da Pugin non investono il solo campo politico, ma coincidono con un semplice riuso dello stile gotico, il quale ricompone lo spirito del passato e imprime quel carattere medievale (quindi pre-riformistico) che informava della sola vita, le opere delle antiche devote generazioni. L'architetto, difatti, si convertirà al cattolicesimo intorno al 1835, ma il messaggio di Contrasts non è solo quello che riguarda il ripristino della vera architettura cattolica. Da questi pochi concetti, decisivi non possiamo non osservare la straordinaria contemporaneità del suo messaggio. Attuando una brevissima regressione, oggi le chiese non si sono forse protestantizzate? Non hanno perso forse la loro sacralità e addirittura la loro forma tipologica? Esempi lampanti certamente ce lo dimostrano e ci indicano gli errori che si sono succeduti dal Concilio Vaticano II.
L’oggetto deve essere fatto bene e bisogna immettere nel lavoro la qualità per il dettaglio. L’architetto inglese criticò anche la produzione in serie, la quale alienava l’uomo e contestò anche i nuovi materiali, quali il cristallo e il ferro.
Uno dei limiti dell’autore sarà sempre l’aver pensato grandi idee e progetti, finalizzati poi con realizzazioni mediocri per una mancanza perenne di fondi.
In Contrasts, però, non parla l’architetto deluso, bensì il teorizzatore ancora convinto della possibilità di ricreare la purezza e l’onestà dell’artigianato antico, tutto ciò condizione indispensabile per un buon risultato: la presenza sincera e costante dello spirito cattolico.
Pugin si opponeva al revival indiscriminato dello stile gotico – detestava soprattutto la contraffazione volgarmente goticheggiante di qualunque oggetto di uso comune, ma avrebbe apprezzato un’edilizia gotica sorta sotto l’egida della fede cattolica. Questo volume contribuì a diffondere il già vivo interesse per lo stile gotico. Un altro tema affrontato nel libro è il restauro; Pugin rimane profondamente offeso dai restauri arbitrari che mutilavano gli antichi organismi reintegrandoli poi con interventi anacronistici, stiticamente incoerenti e peggio malamente eseguiti, addirittura a questi interventi scellerati, preferisce la pace dell’abbandono. Non è forse un altro suo pensiero attualissimo? Anche in concomitanza con molti restauri contemporanei alquanto discutibili, all’interno dei quali la corrente accademica del contrasto “vecchio/nuovo” si è oramai imposta da anni, con l’antica scusante del “falso storico”.
Secondo Pugin nell’Inghilterra Ottocentesca non vi era una consapevolezza di come conservare e mantenere in buono stato i monumenti: così la città diventa la prima illustre vittima del vandalismo e dell’industria e tutti si muovono nella profana vitalità della metropoli. Infine la città moderna, clamorosa e sgradevole, aveva definitivamente travolto anche il ricordo della quiete comunità medievale. Agli intellettuali non restava che ricostruirla nel pensiero nostalgico e commosso per commemorarne la scomparsa. L’aspirazione a ritmi e ambienti di vita più umani, collocano Pugin tra gli iniziatori di un nuovo e non ancor decaduto modo di sentire.
Nel suo capitolo sullo stato di decadenza degli edifici ecclesiastici, in questo capitolo cruciale del testo dell'autore, quest’ultimo esamina con attenzione forte critica - spesso con il classico sarcasmo britannico -, lo stato degli edifici ecclesiastici, dopo che su di loro sono passati tre secoli di devastazioni di ogni genere, di abbandono, di restauri orribili. Come punto iniziale, parla delle cattedrali a suo dire i monumenti più splendidi che restano del passato e che meritano perciò più di ogni altro la massima considerazione.
In un’epoca dove c’era scarsa sensibilità verso l’antico, Pugin fu il primo intellettuale che pose l’attenzione sulle fabbriche che superavano tutte le altre strutture per altezza e per splendore: sintomo di una mancanza di rispetto verso Dio e verso la storia. Il suo rimpianto e disgusto nel constatare che larghe parti di queste costruzioni sono state inutilmente sfigurate, e che gli attuali proprietari di tali edifici, non meritano di occuparli per la loro grande superficialità ed ignoranza. L’architetto continua la sua trattazione, parlando della funzionalità delle chiese, le quali venivano edificate destinando ad ogni singola parte un uso ben specifico. Così il coro era destinato ai soli ecclesiastici, ognuno dei quali sedeva nel proprio stallo, la navata centrale era progettata per ospitare l’immensa congregazione di fedeli, i quali erano uniti gli uni agli altri, senza considerare il proprio grado sociale; mentre i bracci del transetto offrivano ampio spazio per le processioni solenni del coro; i chiostri formavano un deambulatorio quieto e riparato per la meditazione degli ecclesiastici e infine la sala capitolare era un nobile ambiente dove essi si incontravano sovente e risolvevano questioni di tipo spirituale. Ora, denuncia, le chiese hanno perso la loro funzione, partendo dalla loro apertura, che a differenza del passato, sono aperte solo poche ore ogni giorno, questo per evitare, già nell’Ottocento, deturpazioni e profanazioni da parte del popolo ignorante che ha perso la fede. Secondo l’inglese, il suo popolo ha perso la moralità e la religiosità, un tempo caratteristiche inscindibili di un popolo forte come quello inglese. Pugin, inizia ad elencare le varie categorie di persone che frequentano oggi le chiese: dalla persona che vi entra solo perché vi abita vicino, a quella che vi accede solo per sentire le melodie, sempre più scadenti, a quelle che entrano solo per vedere la chiesa perché turista. In sostanza non si entra più in chiesa con il giusto spirito, ma con superficialità e proprio quest’ultima viene presa d’esempio dalla gente, che guardando il parroco agisce di conseguenza. Questi sono i principali tipi di visitatori di questi mirabili edifici, nessuno dei quali avverte minimamente la santità del luogo o la maestosità del progetto.
Pugin sposta il suo argomento, proprio sulla figura citata pocanzi, ovvero quella del prete il quale ha smarrito la propria funzione d’esempio. Ancora grandi scintille di contemporaneità che oggi possiamo ritrovare nel clero europeo, sempre meno pastore e sempre più “impiegato statale”.
[caption id="attachment_12317" align="aligncenter" width="1000"] Alcuni esempi dei "Contrasti" presenti del volume.[/caption]
Il prete moderno, ben curato, appare nella sincerità dell’autore come meschino e qui Pugin si pone un quesito: che ruolo e che legame spirituale possiede ancora rispetto agli ecclesiastici del mondo antico? Nessuno, questa è la risposta al quesito.
Un sacerdote che entra in chiesa solo quando vi è costretto da un dovere, ne esce appena può, considerando l’edificio nient’altro che la fonte del suo reddito, vive dunque come un parassita della religione, senza un minimo di gratitudine verso i padri fondatori delle grandiose strutture. Il pretestantesimo anglicano, apriva la via a quel problema – tutto contemporaneo – che la Chiesa di Roma sta vivendo drammaticamente oggi con la crisi del sacerdozio: una vocazione alleggerita dalle idee relativiste di una Chiesa che vuol sempre più adeguarsi al mondo e “stare al passo con i tempi”.
Qui si avverte certamente una nota quasi “apocalittica” del britannico, il quale afferma che finché questi personaggi sono in tali costruzioni non vi è possibilità di conseguenze positive. Seguono nel testo una serie di colpe, come la spesa in denaro per il restauro o il mantenimento delle strutture che avviene senza una giusta progettualità e con l’assurda incoerenza delle loro modifiche catastrofiche; oppure – e qui cita un esempio concreto –, l’abbellimento della chiesa di Salisbury condotta dal vescovo Barrington, il quale demolì il campanile che si ergeva sul alto Nord-Ovest con la vendita di materiale e campane; continua denunciando l’abbattimento delle cappelle di Hungerford e Beauchamp, con la discutibile sistemazione delle tombe – separate le une dalle altre – tra i pilastri della navata e una quantità di barbarie e alterazioni troppo numerose da aggiungere.
Sempre per riaprire il parallelismo con la contemporaneità: dopo il Concilio Vaticano II non è avvenuto uno dei più grandi mercati neri, per la svendita degli oggetti liturgici appartenenti alle celebrazioni in Vetus Ordo? La domanda è emblematica, poiché la storia pare essersi ripetuta.
Pugin afferma con fermezza altri risultati disastrosi che la Chiesa Protestante Anglicana avrebbe compiuto senza il ben che minimo rispetto dei luoghi di culto, come lo sventramento dei cori e degli altari. Il discorso si sposta ora sulle modifiche apportate al coro: uno degli elementi più importanti di una Chiesa. I nuovi cori del clero hanno iniziato con l’immettere dei banchi, uno stravolgimento di effetto tra i più meschini che le cattedrali abbiano mai subito, poiché lo stravolgimento dell’aspetto canoro non solo è irrispettoso, ma riduce lo spazio aperto e grandioso ad una piccola corsia che conduce ai banchi.
Altra denuncia dell’architetto viene ricondotta al pessimo stato di conservazione delle Chiese in cui l’acqua penetra dalle aperture della copertura del tetto e porta rovina nel cuore dell’edificio, le cui crepe (delle grandi torri e delle sale capitolari) già presenti rischiano il collasso.
Come già affermato precedentemente dall’amministrazione del tempo non ci si può aspettare nulla di positivo, con le cattedrali che sono divenute luoghi di spettacolo per la gente e son considerate soltanto una fonte di reddito per gli ecclesiastici.
A questo punto della trattazione il discorso si sposta sulla nostalgia di Pugin verso i tempi passati, quel gotico che riunificava gli spiriti e che era simbolo di unità nazionale, difatti, se uno possedesse anche solo una scintilla di quell’amore per il suo paese e di quell’orgoglio nazionale che dovrebbe alloggiare nel cuore di ogni uomo, si considererebbe un religioso rispetto per ogni pietra delle nobili strutture ecclesiastiche.
Non manca di criticare anche la nobiltà inglese, in specificato modo i reali britannici, i quali avrebbero un’apatia deprimente verso il sacro, prendendosi poco cura del luogo ove riposano i loro antenati, rifiutandosi così di contribuire ad un restauro di piccole somme, ma non sottraendosi così alle piccole spese quotidiane. Ad ogni modo denota un lieve miglioramento delle sculture e dei dettagli ornamentali. L’aspetto tecnico dell’architettura gotica è stato ben compreso, ma sono deplorevolmente assenti quei prìncipi cardine che determinarono le antiche costruzioni, e lo spirito che si manifestava in tutte le opere del passato: bisogna in sostanza, restaurare prima gli antichi sentimenti, poiché le antiche opere dipendevano da questi e senza di essi l’architettura gotica non potrà mai sollevarsi al di sopra della mera copia dell’aspetto tecnico di questa arte.
Non vi è affinità tra questi vasti edifici di culto protestante. La nuova religione può adattarsi alle conventicole e alle sale di riunione, ma non ha niente a che vedere con la gloria dei tempi antichi, la moderna chiesa Anglicana è l’unica, tra tante che si sono create dall’eresia – afferma – ad aver mantenuto il principio delle cattedrali e della giurisdizione episcopale. Questi resti dell’antica struttura della chiesa sono accozzati così male con le opinioni moderne e con la giurisdizione temporale, che essi si sono sempre rivelati un argomento del clamore popolare, e che potrebbero essere soppressi in qualunque momento da un atto legislativo.
Per Pugin un solo raggio di speranza splende nel fosco quadro: prima che giunga il momento fatale, siano tornati all’unità cattolica tanti uomini devoti e ragionevoli, capaci di proteggere queste fabbriche illustri, da ulteriori profanazioni e riportarle all’antica gloria e al culto primevo.
[caption id="attachment_12318" align="aligncenter" width="1000"] John Birnie Philip, Complesso scultoreo del lato ovest e nord: scultori e architetti sul fregio del parnaso dell'Albert Memorial presso Londra. Sulla sinistra è presente Augustus Welby Pugin Northmore.[/caption]
Il discorso, si sposta ora alle cattedrali, le quali hanno perso il loro progetto originario. Difatti tutte le antiche caratteristiche sono radicalmente mutate. Il cambiamento di stile di vita ecclesiastico, porta il mutamento in peggio delle strutture religiose. Guardando i palazzi vescovili, i quali sono stati demoliti e ricostruiti in scala ridotta e modesta o le loro parti più grandi sono state lasciate in abbandono, come porzioni inutili di edificio con le parti abitate restaurate con il peggior gusto possibile; o le rettorie e le canoniche le quali non sono sfuggite a un trattamento anche peggiore, molti degli antichi edifici sono stati interamente distrutti e tutti hanno subito miserande alterazioni: le cappelle private sono state distrutte e intorno alle cattedrali sono stati edificati edifici dalla massa inqualificabile. Nelle biblioteche si perdono molti manoscritti. Pugin torna nel finale a parlare dei sacerdoti, i quali facevano spesso doppi lavori che non gli permettevano di adempiere alle loro funzioni con tutte le categorie di edifici e di dignitari ecclesiastici siano stati spaventosamente rovinate e declassate dall’introduzione del sistema attuale. Il discorso prosegue parlando dei protestanti un po’ in tutta Europa, a partire dalla Francia, in cui gli Ugonotti in un breve spazio di un anno, commisero tali distruzioni che i più importanti tesori delle chiese, e molte delle più belle opere d’arte, furono saccheggiate e demolite. In Scozia i fanatici della chiesa presbiteriana di John Knox (1514 – 72) commisero grandi atrocità sulle cattedrali e in generale pur essendo divisi su vari punti delle loro dottrine (come tutte le eresie) erano uniti nella rapina e nella distruzione, nella sfrenata sete d’oro e nel selvaggio fanatismo che li indussero a commettere atrocità verso le belle arti in generale. In conclusione Pugin tratta della nuova metodologia, secondo lui assurda, di costruire le moderne cattedrali: l’autore lo definisce un sistema abbietto e mercenario lontano dall’onore del culto divino da meritare la più severa censura. Si cerca infatti di costruire i luoghi di culto cercando di calcolare la somma minima necessaria per costruire e la percentuale che può rendere il denaro avanzato dalla costruzione se lo impiega per acquistare e affittare banchi. Dunque la costruzione delle chiese è degenerata in commercio puro e semplice con gli ornamenti (che per Pugin sono uno degli elementi più importanti), che debbono rientrare nelle modestissime cifre messe a disposizione. Comunque con la pochezza del culto attuale è impossibile creare un progetto grandioso, poiché la mancanza di zelo religioso, unito ad un’indifferenza verso la gloria del culto divino, sono ritenute dall’autore vergognose per la nazione, così come debbono essere offensive per l’Onnipotente.

 Augustus Welby Pugin Northmore, dall’immensa potenza del suo scritto, a due secoli di distanza si dimostra un trattatista non solo lucido e conoscitore del bello, ma fortemente attuale ancora oggi e per questo considerato un classico della trattatistica che ogni facoltà di architettura che si rispetti dovrebbe mettere a disposizione degli studenti. La sua scomparsa, chiamiamola polemicamente damnatio memorie, dai piani di studi universitari di architettura, ci fa piombare nuovamente nella cruda e modesta realtà delle facoltà italiane di architettura.

Per approfondimenti: _Augustus W. Pugin, Contrasti Architettonici o la questione del gotico, casa editrice Uniedit Biblioteca di Architettura.
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Sándor Károly Henrik Groschenschmied de Mára, noto al pubblico italiano semplicemente come Sándor Márai, non viene considerato propriamente un autore della finis Austriae, ma se si vuole parlare di Mitteleuropa, non si può ignorare colui che fu uno dei più grandi autori magiari, anche lui – nonostante un nazionalismo mal celato – nostalgico dell’Impero dell'Austria-Ungheria. In questo scrittore vi è infatti tutta l’atmosfera mitteleuropea in un pulviscolo di attesa, dove tempo e psiche si intrecciano in un abbraccio meraviglioso.
[caption id="attachment_12245" align="aligncenter" width="1000"] La sua residenza in via Mikó a Buda era protetta da dodici castagni, di cui solo uno rimane oggi. Un'agenzia di viaggi ora opera nello stesso posto in cui nessuno dei venditori ha letto Márai, nonostante ci sia un busto solitario con il suo nome accanto. Nessuno dà informazioni su di lui negli uffici turistici, il suo nome non compare nelle guide di viaggio e i suoi libri scarseggiano negli antiquari. È come se Budapest insistesse per ignorarlo. Dai commenti sussurrati dei librai si scopre che Sándor Márai è ancora indesiderabile per i nostalgici del vecchio regime, anche se l'Ungheria si è sbarazzata del Cremlino più di due decenni fa. Tuttavia, in mezzo a tanta indifferenza, c'è un uomo che ha dedicato metà della sua vita a recuperare la memoria di Sándor Márai. Si chiama Tibor Mészaros, lavora al Museo di Letteratura Petöfi.[/caption]

Nato a Kassa nel 1900 – oggi Košice nell’attuale Slovacchia – Márai apparteneva ad un’antica famiglia sassone della piccola nobiltà ungherese (ricevente da Leopoldo II, il feudo di Mára nel 1790) anche se si considerò per tutta la vita e con orgoglio un borghese ungherese. Ma un piccolo-grande inganno che spesso si travisa del magiaro è la sua considerazione di borghesia, spesso confusa ad arte dallo stesso autore: Márai quando si riferisce alla sua "grande famiglia", intende propriamente la piccola nobiltà terriera dalla quale proveniva. Anche lui, come tutti gli autori dell'Europa danubiana, possiede una cultura a trazione austro-tedesca, indice di come l'Impero possedeva sì molte etnie e lingue al suo interno, ma la formazione della classe dominante era tedesca – non a caso prima lingua ufficiale dell'Impero –, nonostante l'Ungheria esercitò un importante ruolo di implosione politica con il processo della magiarizzazione: un fenomeno pari al sionismo di matrice ebraica, l'irredentismo italiano e altri piccoli focolai nazionalistici disgregatori.

Larga parte della sua produzione di successo arrivò alcuni decenni dopo la fine del secolare Impero della Monarchia Duale, dove i suoi scritti si presentano con atmosfere assorte e contenute. I protagonisti vengono coinvolti in un flusso emotivo che si dipana con gradualità. Nel famoso romanzo A gyertyák csonkig égnek (Le Braci del 1942) i due uomini che rimettono in gioco la propria personale esistenza e amicizia – dopo 41 anni –, verranno sapientemente divisi proprio dall’elemento temporale, il quale trascorre inesorabile e fa sì che entrambi abbiano amato in quel lontano passato la stessa donna, fra tradimenti, desiderio di vendetta e separazioni impossibili da rimarginare.Nel celebre romanzo Eszter hagyatéka (L’eredità di Eszter del 1939) stilato anch’esso alle porte della seconda guerra mondiale, continua la psicologia dell’attesa. Ogni parola viene «pesata» e il segreto della narrazione si espande, dilatandosi nell’attesa del ritorno dell’uomo follemente amato dalla donna che lo aspetta da vent’anni, ma dal quale non ha avuto che delusioni e opportunismi. È la psiche che accende il racconto, con accesi pensieri passionali da parte della protagonista – tutta femminile – e retropensieri, verso la vita passata. L’interlocutore, molto spesso, non è necessario; a Sándor Márai non interessa. In Az igazi (La donna giusta del 1941) i tre apparenti dialoghi sono in realtà riflessioni solitarie sull’amore inseguito e su quello vissuto, ma si percepisce l’instabilità dei rapporti che parallelamente viene unita alla fermezza della Vienna imperiale e regia in cui il romanzo è ambientato. Il magiaro penetra nei sentimenti di un’epoca ormai sull’orlo della conclusione, lo splendore della Mitteleuropa e la sua Austria felix. Particolari le descrizioni di austerità dell’alta borghesia austriaca, la quale parallelamente annuncia la sua imponenza nelle vibrazioni di una società che seguiva cadenze più private, più intimistiche rispetto agli stravolgimenti e alle nuove modalità di comunicazione che si sarebbero imposti di lì a poco. Leggere Márai, significa comprendere l’orgoglio ferito di tutta una classe sociale: quella della piccola nobiltà terriera mitteleuropea.

La dignità viene costantemente inserita in una situazione di pericolo e ancora una volta «il tempo» non funge da elemento positivo, ma da contraltare negativo delle vicende, poiché crea una presa di contatto con una sofferenza meditata a lungo, ma sopita spesso nel passato. Non assistiamo a romanzi d’azione, ma d’emozione e d’atmosfera. Il sentimento umano è al primo posto rendendo le opere letterarie «lontane» apparentemente, dalla sensibilità contemporanea di concepire l’esistenza e le relazioni, le quali mostrano nitidamente le trasformazioni che la soggettività dell’esperienza ha subito nell’ultimo secolo. Ne sono un esempio le opere che narrano la sua vita: Egy polgár vallomásai (Le confessioni di un borghese del 1934-35), Föld, föld...! (Terra, terra…! del 1972) e Csöndben akartam lenni (Volevo Tacere del 1943). Con tali autobiografie Sándor Márai si è rivelato poeta delle intermittenze del cuore e sismografo della catastrofe novecentesca, guadagnandosi un posto di prima fila nella psico-storiografia della Mitteleuropa, accanto ad altri grandi ungheresi, anch’essi esiliati, come Arthur Koestler (1905 - 83) e François Fejtö (1909 - 2008). Difatti per uno scherzo del destino, la sua vita sarà divisa in due «esistenze» di pari durata, ma vissute diversamente, quasi in opposizione. Abbiamo un «primo periodo» pieno di successo nazionale, viaggi alla scoperta del continente – di quell’Europa così diversa dalla sua Mitteleuropa –, di una vita spirituale piena e colma di socialità; di contro il «secondo periodo» – comprendente tutto il post 1939 – è caratterizzato dalla crisi del soggetto, dalla solitudine crescente, che porterà l’autore alla fuga in povertà, fino al suicidio americano di San Diego del 1989.

All’interno di questa cornice – come nei suoi racconti – vi è il sentimento umano che torna sempre verso l’ultimo bastione che non crolla: l’Impero Duale di Franz Joseph. Il grande letterato registra impassibile la fine della civiltà aristocratica – la quale segue quella borghese, entrambe anime della Mitteleuropa scomparsa, umiliata e ferita –, pur consapevole che quella tragica conclusione comporterà anche la sua dipartita. Un atteggiamento di sdegnosa fierezza, perfettamente ripreso nella statua che gli è dedicata nella sua città natale, ad opera dallo scultore (slovacco) Márian Gladis.

[caption id="attachment_12251" align="aligncenter" width="1000"] Statua dello scrittore magiaro Sandor Marai, presso Kosice in Slovacchia.[/caption]
Tale consapevolezza è presente nel già citato romanzo La Donna giusta, dove si descrive – con grande potenza – la fine del mondo mitteleuropeo: «Il vecchio sistema cominciava a barcollare... […] quella che mi raccontava era anche una favola, una storia dell’altro mondo. Di un mondo al quale sarebbe piaciuto anche a me dare una sbirciata, il paradiso dei ricchi... Ma io non ero mai riuscito ad andare oltre le camere da letto. Le gran dame non mi avevano mai invitato né in salotto né in sala da pranzo. […] oramai la lotta di classe è arrivata alla fine, e che stiamo vincendo noi proletari. I signori stanno solo cercando di prendere tempo, di tirare le cose per le lunghe. […] Davvero ho vinto io, il proletario? […] Ho una macchina, una bella vedova irlandese, la tivvù, il frigorifero... Ho perfino una carta di credito, insomma, sono un vero signore, un gentleman. Mi sono fatto appioppare tutta questa roba, a credito. E se un bel giorno mi venisse lo sghiribizzo della cultura, mi comprerei anche dei libri. Ma mi trattengo, perché nei tempi duri della mia vita ho imparato che è meglio non avere troppe pretese. Anche senza bisogno di libri ho l’impressione che ormai, al giorno d’oggi, la lotta di classe non infuria più per le strade. Il proletario è ancora proletario, e il signore continua ad essere signore. Ma adesso si affrontano in maniera diversa. Sa il diavolo com’è che siamo arrivati a questo punto, ma una volta succedeva che il proletario sgobbava fino a che riusciva a mettere insieme tutto quello che serviva al signore. Adesso è invece il signore che si scervella per trovare il modo di convincere me, il proletario, a consumare tutto quello che produce lui, il borghese. Mi vuole imbottire di ogni genere di roba, come l’oca per la festa di S.Martino, mi vuole fare ingrassare per bene, perché lui riesce a rimanere borghese solo se io il proletario, mi metto a comprare tutto quello che lui cerca di sbolognarmi. Che mondo pazzo chi ci si raccapezza più?... Perché qua mi si vuole appioppare ogni sorta di carabattole, a credito. To’, una macchina!... la tengo parcheggiata qui all'angolo, la mia macchina nuova. Quando ci salgo e la accendo, mi torna in mente che cosa voleva dire una macchina per me quando ero pischello!... Ero un ragazzetto scalzo e restavo come fulminato già soltanto se per la strada mi passava accanto un tiro a due, a cassetta ci stava il cocchiere, con il gilè con i bottoni dorati e una berretta con la frangia, che faceva schioccare la frusta come gli sbirri i ceffoni. La carrozza era tirata da due cavalli, era così che viaggiavano i signori! Ma adesso nel mio carro di cavalli ce ne stanno centocinquanta. […] Di sabato ogni tanto mi faccio un giro con la vedova, andiamo in riva al mare, lì ci mangiamo un hamburger, ma non scendiamo nemmeno, e per andare dove?... Poi di nuovo a casa. Però la macchina ci vuole, per lo status. […] Perché ormai è tutto mio, del proletariato […]. Quando sono arrivato in questo paese, in questa enorme America, non avevo il becco di un quattrino. E adesso invece? Guardami bene, dalla testa ai piedi, che tu ci creda o no, la sacrosanta verità è che oggi ho la bellezza di ottomila dollari di debiti! Provaci tu, bello mio! […] Perché io ho fatto carriera nel mio campo, sono un vincente, un vero signore!... E se aspetti ancora un po’ anche tu avrai un tosaerba, e pure uno di quei forni elettrici che cuociono il polpettone con una luce rossa, in maniera scientifica. E tutto quanto a credito, perché il borghese ha la lingua penzoloni dalla smania di farti diventare un vero signore, proprio te, il proletario. Te la beccherai pure tu la febbre del consumismo, come me la sono beccata io, come le pecore la rogna». Il lettore assaporerà così sprazzi di Impero, alcune frasi, un dialogo – senza un nitido contesto – a cui ci si possa aggrappare, per avere un rilievo narrativo: una scoperta individuale che non chiude mai a nuove interpretazioni.
[caption id="attachment_12252" align="aligncenter" width="1000"] Gli affetti personali di Sándor Márai in esilio: il cappello di feltro verde, la pipa inseparabile, il portafoglio di pelle, il coltellino svizzero e la penna che ha tradotto in parole il flusso immaginifico dei suoi romanzi.[/caption]

Sándor Márai fu anche un conservatore del "Bel Mondo", dal quale proveniva: una realtà a tinte nere-oro. Difatti l'aristocrazia e l'alta borghesia, prima dell’avvento dei totalitarismi, erano eredi dell’umanesimo occidentale, sospeso tra l’arroganza feudale, tipica della nobiltà, e le tendenze rivoluzionarie del proletariato. Si definirà «borghese» sempre con atteggiamento di sfida coraggiosa, verso una nuova terribile realtà, la quale fu portatrice di morte e disperazioni non solo al piccolo mondo agiato dello scrittore, ma – nel 1939 – si estese ben oltre ogni limite immaginabile. Pur rimpiangendo l’Impero, vissuto durante la placida infanzia, l’ungherese fu un patriota, dimostrando il suo attaccamento – nonostante le origini sassoni, con nome originario Grosschmid, mutato legalmente in Márai nel 1939 – nei duri anni quaranta. Fu con questo spirito che Márai, si impegnò nel rimanere fedele sempre alla sua lingua ungherese, la quale – durante le occupazioni tedesche e russe – lo condannò a quell’emarginazione che non conobbero i Nabokov e i Koestler, passati all’inglese, i Cioran, gli Ionesco, i Fejtö e i Kundera, divenuti scrittori francesi, il Canetti bulgaro-tedesco, l’italo-polacco Gustaw Herling e molti altri ancora. Lo scrittore iniziò a peregrinare attraverso l’Europa: prima in Germania, dove soggiornò a Lipsia, Francoforte, Weimar e Berlino, successivamente Parigi e Londra. Non si riscontrano lunghe permanenze a Vienna ed è forse per tale motivo che viene definito, da alcuni, uno «scrittore europeo». Di contro definirei tale interpretazione discutibile, proprio perché l’atmosfera della finis Austriae si ritrova in moltissimi dei suoi scritti, i quali hanno come ambientazione le due capitali imperiali, Vienna e Budapest. Lo stesso Márai, legato alla sua lingua e alla sua cultura propriamente mitteleuropea, si definirà sempre uno straniero in casa d’altri, anticipando lo stesso Albert Camus con il suo romanzo Lo straniero, dove appare il dramma del sentirsi sempre "fuori posto" e non far parte mai pienamente di una comunità e di un popolo. L’ambientazione dei Cafe, degli appartamenti, delle piazze, dei costumi non rivestono solo il ruolo di una mera comparsa sterile finalizzata ai personaggi, ma acquisiscono, all’interno dell’autore, una consapevolezza interiore del suo mondo scomparso per sempre: in tale veste Sándor Márai è da considerarsi, a livello letterario, pienamente mitteleuropeo.

Lo scrittore magiaro ci segnala anche la crisi della famiglia e dell'educazione che la nuova società impartiva. Nel suo piccolo capolavoro, Divorzio a Buda (1935), ci ricorda l'importanza dell'organicità che la Chiesa Cattolica riusciva a dare nei confronti dell'educazione dei ragazzi: «Padre Nobert gli aveva dato quello che il più delle volte nemmeno una madre è capace di dare, nemmeno la famiglia, nemmeno i fratelli: con tatto e oculatezza, il genio pedagogico di padre Norbert lo aveva posto sotto la protezione di una comunità umana. Lì ogni individuo sentiva di appartenere a qualcosa, a un luogo, ecco il semplice obiettivo da raggiungere. [...] A quei tempi era in voga l'educazione di matrice psicoanalitica, e i figli delle famiglie borghesi erano tenuti sotto costante controllo psicologico, protetti, avvezzati a nutrimenti spirituali - la pedagogia moderna proibiva ai genitori i castighi, i burberi divieti, la parola d'ordine era spiegare, permettere e informare. Kristóf Kőmíves era convinto di essere un padre buono e coscienzioso pur non tenendo conto di quei nuovi precetti educativi. Aveva compreso che era "tutto l'insieme" a risultare decisivo, il clima familiare, il fatto stesso di essere interiormente, profondamente, una vera famiglia nella quale il padre, madre e figlio si stringono l'uno all'altro. E se era questa concordia interna a tenere unita la famiglia, i genitori avrebbero anche potuto litigare, i bambini avrebbero anche potuto ricevere qualche castigo, la mamma distribuire qualche ceffone, il padre essere di cattivo umore, burbero o taccagno, la famiglia nel suo insieme sarebbe ugualmente rimasta unita, nessuno avrebbe tremato, e i bambini non avrebbero subito alcun trauma dagli scappellotti paterni».

[caption id="attachment_12259" align="aligncenter" width="1000"] Il passaporto dello scrittore.[/caption]

Ed ancora sul divorzio: «Dopo alcuni anni di pratica con le cause di divorzio sentiva che, fra tutti i compiti di un giudice, il suo era il più ingrato; con mani profane si doveva unire e sciogliere là dove in precedenza solo Dio univa e soltanto Egli poteva dividere. [...] anche lui chinava il capo quando pronunciava la sentenza, poiché sapeva che le sue parole rispecchiavano soltanto una legge umana, e quel che dichiarava era contrario allo spirito della legge divina. [...] E dopo, tanti anni, a volte gli pareva di aver già visto tutti i malanni di questa terra: dalle pratiche di divorzio, come da una goccia di sangue infetto, si rivelavano morbi segreti che affliggevano l'intero organismo, emergeva la sindrome della decomposizione della famiglia [...] dubitava che l'uomo potesse ancora essere capace di risanare: esistevano forse una speranza, una guarigione diverse da quelle che Dio manda agli uomini»?

Ma ben presto, come documentano con scansione degna di un thriller le pagine di Terra, terra…! fu chiaro che non restava altra via che l’esilio. Così ci descrive minuziosamente il regime comunista che si era installato con la forza in Ungheria: «Gli stalinisti volevano contrabbandare il comunismo nell’Occidente europeo per poi – quando e come fosse stato possibile – controllarne le risorse industriali e tecniche. [...] I russi, inoltre, erano spinti dall’ossessione messianica di portare il comunismo al di là dei confini dell’Unione Sovietica. [...] Stalin e gli stalinisti, che con l’imperialismo comunista avevano provocato dapprima la resistenza spirituale, morale e poi – in Polonia, nella Germania dell’Est, in Ungheria – quella fisica, si comportarono in modo incomprensibile per i contemporanei. Con una strategia non aggressiva, con la maschera del socialismo, avrebbero probabilmente ottenuto risultati migliori che col terrore attuato dalla costrizione comunista, sia nei paesi “satelliti” sia in Occidente e altrove. [...] In quel periodo in Occidente era già comparso qualche libro che faceva luce sulle purghe staliniane. I testimoni oculari sfuggiti ai finti processi, alle “autoaccuse” morbosamente pubblicate – tra cui c’erano anche molti comunisti che davano notizie di comportamenti disumani basandosi su esperienze personali dirette – scrivevano libri la cui pubblicazione aveva un’eco in Occidente. La propaganda ufficiale comunista, com’è ovvio, denigrava aspramente queste testimonianze, definendo gli autori dei fedifraghi patentati, rinnegati, prezzolati, scribacchini al soldo delle potenze imperialiste. Ma con il passare del tempo emerse il dubbio che gli stalinisti, si rallegrassero in segreto per quelle denunce, che non provocavano soltanto l’indignazione dei “compagni di strada” occidentali, ma anche la paura delle masse. E a parlare erano i testimoni oculari, con dimostrazioni convincenti, uomini turbati che una volta avevano creduto nel comunismo e poi si erano dovuti rendere conto di cosa fosse in realtà questo sistema. E sostenevano che il comunismo non tollera critiche, tentennamenti, revisionismi liberali. Non ha bisogno di adepti “idealisti ed entusiasti” che poi restano delusi perché la realtà li disinganna, ma colpisce spietatamente e sistematicamente tutti coloro che concepiscono il bolscevismo in maniera diversa da come esige l’ortodossia. Per i comunisti, che erano buoni strateghi e facevano progetti a lunga scadenza, simili libri erano utili, perché dimostravano all’uomo comune che opporsi era inutile, che non ci si poteva difendere dai metodi e dagli strumenti di sistema. I comunisti sapevano che tale sistema poteva funzionare solo in un clima di paura permanente e perciò disapprovavano a voce alta quei libri che segretamente approvavano, fregandosi le mani, poiché attestavano l’irresistibile forza del terrore. Non volevano e neanche potevano sperare nell’esistenza di un uomo pensante il quale, pur avendo conosciuto concretamente il comunismo, ne fosse ancora entusiasta: a loro bastava la paura che quelle testimonianze generavano nelle vittime.
Non temevano di non essere amati. Temevano solo di non essere temuti. L’ossessione messianica slava era solo in parte all’origine della strategia di aggregazione bolscevica, fulminea e senza riguardi, che aveva provocato la guerra fredda. In realtà i comunisti non temevano l’Occidente, che ritenevano corrotto, fiacco e maniacalmente bisognoso di sicurezza (e in questo spesso avevano ragione), né paventavano i fascisti con i quali, al cambiar del vento, ci si poteva sempre accordare, ma temevano il proprio sistema, il comunismo.
Sapevano che un sistema fondato sull’inganno e la prepotenza poteva essere mantenuto solo perpetuando inganno e prepotenza – e che il solo mezzo per ottenere ciò era la minaccia perenne del terrore. Temevano la situazione nazionale interna, che dopo la seconda guerra mondiale si era radicalmente modificata: dopo l’isolamento e l’ignoranza totali dei primi tre decenni era arrivata l’ora in cui frotte di soldati rientrati dall’Occidente riferivano che altri sistemi e altri metodi potevano produrre – velocemente e con risultati migliori – benessere per le masse e condizioni più degne per l’uomo. [...] Una simile spinta è irresistibile, al pari di una catastrofe naturale, un terremoto. E perciò si affrettarono dappertutto, anche in Ungheria, a realizzare il comunismo: sapevano che il tempo sarebbe rimasto loro alleato solo finché potevano incutere paura alle masse. Temevano che a un certo momento la gente potesse smettere di avere paura della paura (nella tabella oraria del terrore questo momento ha un tempo preciso) e cominciasse a protestare.
Erano spietati e avevano fretta anche perché nella storia, fra tante altre cose, era comparsa la radio a batteria. Non avevano ancora valutato il ruolo della radio a pile – che invia informazioni nelle regioni più lontane di un impero su quello che sta succedendo nel mondo in quell’istante – nei processi storici. La radio è in grado di svelare in pochi secondi menzogne ben radicate: ad esempio quella secondo cui un’utopia concepita cento anni prima e completamente ammuffita e sorpassata possa ancora essere realizzata concretamente nell’interesse delle masse lavoratrici.
I nazisti furono tradotti davanti ai tribunali speciali, detti popolari, e coloro che si difesero dichiarando di aver solo “eseguito degli ordini” vennero giustiziati. In casi particolari, quando c’era bisogno di uomini senza scrupoli, li si graziò e li si inquadrò nelle file del potere comunista. [...] Vissi un anno e mezzo in quest’atmosfera, che conobbi non per sentito dire o dai libri, ma attraverso l’esperienza quotidiana. [...] In quel periodo appariva ancora qualche giornale dell’opposizione. Le case editrici e i teatri non erano ancora stati nazionalizzati. I comunisti – muniti di cronometro – lavoravano con prudenza: facevano a pezzi il corpo della nazione articolazione dopo articolazione, come un sapiente professore quando seziona le membra del corpo umano nel corso di un esame di anatomia pubblico. Cercavano di risparmiare gli organi più nobili, i nervi più importanti, ma tagliuzzavano e sezionavano le viscere con pinze e forbici. Nessuno sapeva fino a quali profondità sarebbero arrivati, talvolta sembrava che nemmeno i comunisti sapessero fino a che punto avrebbero potuto affondare il bisturi nel corpo vivo. Avevano ricevuto l’ordine da Mosca; probabilmente avevano anche ricevuto le istruzioni per la messa in pratica, ma al tempo stesso avevano paura di indugiare in inutili scrupoli di coscienza, poiché la responsabilità finale era loro, dei tecnici mandati da Mosca. Se qualcosa fosse andato storto, se il malato fosse morto dissanguato o avesse cacciato un urlo, avrebbero dovuto risponderne loro. Per questo lavorarono un anno e mezzo con l’attenzione del ragno che tesse la tela. [...] Non lo si poteva percepire subito, ma tutti i giorni il Ragno produceva un filo. Ora i libri di testo, ora la scuola. Ora i lavori pubblici. [...] Oggi scompariva un uomo, domani una vecchia, solida istituzione. Oppure un’idea. [...] Quello che ancora ieri era la norma – partiti politici, libertà di stampa, vita senza paura, libertà di opinione – c’era anche il giorno dopo, era soltanto più esangue, come durante certe notti di angoscia, quando gli elementi della realtà quotidiana continuavano a vivere benché più pallidi. [...] Eppure vi era qualcosa di più importante del posto di lavoro e del pane. Una cosa che, pur nell’estremo bisogno, per la maggior parte degli uomini è più importante di tutte quelle che può perdere in una grave prova: la stima di sé.

[caption id="attachment_12269" align="aligncenter" width="1000"] La Rivoluzione ungherese del 1956 schiacciata dalle forze sovietiche.[/caption]

Dopo tante menzogne e logore parodie, le persone avevano riconosciuto la realtà: quanto pericolo ci fosse nell’essere costretti ad accettare quello in cui non credevano. Si voleva che accettassero sinceramente ciò che disprezzavano. E si voleva togliere loro l’unico bene rimasto, più importante del ruolo sociale, del benessere, della carriera: il diritto di essere uomini degni di questo nome, uomini che costruiscono e migliorano la società nella quale intendono vivere.
Ed era proprio questo quel che voleva il Ragno: succhiare dalla vittima tutto ciò che somigliava alla consapevolezza umana. Come avevano fatto i nazisti nei campi di concentramento, dove le vittime, ridotte a livelli subumani, non solo venivano uccise e soffocate dal lavoro ma, attraverso umiliazioni e torture, avrebbero dovuto perdere il senso della coscienza e della dignità umana. I nazisti in definitiva, si accontentarono, “modestamente”, di annientare fisicamente le proprie vittime. I comunisti volevano qualcosa di più e di diverso: esigevano che la vittima restasse in vita e che celebrasse il sistema che annientava in lei la coscienza umana e la stima di sé».

Dopo il suo quarantottesimo compleanno, l’undici aprile del 1948, lo scrittore ungherese scelse la fuga dal suo Paese, ma per il periodo storico – degli anni cinquanta – coloro che «sceglievano la libertà» erano spesso visti come rinnegati e reietti. Basti pensare che i tre principali attori della politica filo-tedesca dell’Ungheria erano già usciti di scena: Bethlen, deportato a Mosca, vi morì in circostanze mai chiarite nell’ottobre 1945; Szalasi fu processato e impiccato a Budapest nel marzo 1946; Horthy, che era stato arrestato e deportato dai tedeschi nel 1944, fu brevemente imprigionato poi rilasciato dagli americani alla fine della guerra e si spense in esilio in Portogallo nel 1957. Molti loro seguaci si distinguevano per lo zelo con cui militavano nei ranghi del nuovo regime. Un dissidente come Márai diventava un testimone scomodo. Fu così che il giovane scrittore di successo, divenne un esule del destino. La sua trasformazione fisica lo testimonia ampiamente,  e anticipando lo scacco amaro di un cancro, abbracciò il suo tragico destino, che portò l’autore ad un amaro suicidio oltreoceano il 21 febbraio del 1989.

 

Per approfondimenti:
_Márai S., (1935 – 1939), Divorzio a Buda, Adelphi, Milano, 2002;
_Márai S., (1934 – 1935), Confessioni di un borghese, Adelphi, Milano, 2003;
_Márai S., (1941), La Donna giusta, Adelphi, Milano, 2004;
_Márai S., (1934 – 1935), Terra, terra!, Adelphi, Milano, 2005;
_Márai S., (1942), Le braci, Adelphi, Milano, 2008;
_Márai S., (1949 – 1950) Volevo tacere, Biblioteca Adelphi 666, Milano, 2017;
_Zweig S., (1942), Il mondo di ieri, Mondadori Libri S.p.A., Milano, 2016.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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a cura di Stefano Scalella
19 settembre 2020 – Bottega del Terzo Settore, Corso Trento e Trieste n.18 - 63100 AP
Introduce: Dott. Maurizio Seghetti
Modera: Arch.Giuseppe Baiocchi
Interviene: don Nicola Bux
 
Sabato 19 settembre 2020, presso la Bottega del Terzo Settore è andato in scena il 58°incontro dell'associazione culturale onlus Das Andere. L'evento ha visto la presenza del penitenziere del Duomo don Giuseppe Bachetti e il consigliere comunale avv. Emidio Premici per i saluti istituzionali. Ospite don Nicola Bux, fine teologo dell'Arcidiocesi di Bari, introdotto da dott. Maurizio Seghetti e moderato dall'arch. Giuseppe Baiocchi. Il presbitero don Nicola, spaziando inizialmente sulla diversità liturgica che separa il rito romano straordinario, da quello del Messale di Paolo VI, si è soffermato anche sullo status della fede nel mondo, la quale va via via spegnendosi. Ed ecco così che il rito romano antico rivela una potenza evangelizzatrice, come attesta il movimento internazionale di giovani, che sempre più numerosi si avvicinano alla Chiesa, a motivo del misticismo della Messa in forma straordinaria, simile alla liturgia. Lo stesso Papa Francesco I ha rilevato come: “Le Chiese ortodosse, hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione” (Intervista ai giornalisti sul volo di ritorno dal Brasile, 28 luglio 2013). Si può dire a questo punto che il Motu proprio Summorum Pontificum sia la messa in prova dell’ermeneutica della continuità: la proposta di una ‘riforma della riforma liturgica’. Se si rifiuta vuol dire che non si è capito il Concilio Vaticano II. Il numero dei luoghi dove viene celebrata la liturgia tradizionale in Italia è passata nell'anno 2019, da 129 a 134, ossia 5 nuovi luoghi e quindi una crescita del 4% in 71 delle 222 diocesi latine d'Italie e le richieste di celebrazioni diventano sempre più numerose in Italia (ve ne sono almeno trenta domande in gran parte provenienti dalle diocesi dove attualmente non è ancora celebrata la liturgia tradizionale). Vi sono stati, da cinquant’anni, tentativi rivelatisi infruttuosi di soffocare questa liturgia. E lo saranno ancor più, col rischio di veder scoppiare una guerra liturgica ben più viva di quella degli anni ’70 in un organismo ecclesiastico oggi estremamente indebolito… Tutti questi sacerdoti e fedeli rappresentano un insieme nella Chiesa che potrà essere sempre meno ignorato a fronte del crollo numerico di sacerdoti e religiosi (in Occidente) e della dottrina (dovunque). A dieci anni dal Motu Proprio sono per lo più raddoppiati i luoghi dove si celebra la Messa tradizionale, e la crescita continua. Per non parlare delle comunità Ecclesia Dei che sono, in piena crescita quanto a preti e ad apostolato, ma il movimento Summorum Pontificum è ormai diffuso soprattutto nelle diocesi e nelle parrocchie, uno sviluppo rapido e pressoché illimitato.

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di Giuseppe Baiocchi del 24-09-2020

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[caption id="attachment_12217" align="aligncenter" width="1000"] Un giovane rampollo della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità.[/caption]
Oggi tale corpo militare è scomparso: San Paulus PP. VI il 14 settembre 1970 ne sopprime l’apparato. Fu così che gli antichi membri di quell’ultimo glorioso stendardo sopravvivono nell’associazione delle «Lance Spezzate», nella quale si mantiene l’osservanza del rito romano antico.
Il Corpo che ha origine nel 1485 con l’istituzione della «Guardia dei Cavalleggieri» da parte di Innocentius PP. VIII (1432 - 92), vanta tradizioni gloriose: dall’immolazione completa del 1527 per difendere la tomba di San Pietro dai lanzichenecchi di Carlo V (1500 - 58); passando per la reclusione presso Castel Sant’Angelo nell’aprile del 1808 da parte dell’usurpatore esercito francese per essere rimasto fedele al Sommo Pontefice; fino alla difesa della Salma del Beato Pius PP. IX (1792 - 1878), quella aggressione al corteo papalino, da parte dei alcuni gruppi anticlericali e massonici romani, il 13 luglio 1878.
La storia si fa più affascinante proprio per la composizione di tale corpo: alla «Guardia dei Cavalleggieri» l’undici dicembre del 1555 si uniscono i «Cavalieri di Guardia di Nostro Signore», che Paulus PP. IV (1476 - 1559) consacrò con il noto motto «Cavalieri della Fede» e che parallelamente la popolazione romana battezzò «Lance Spezzate».
Entrambi i raggruppamenti militari, con i rovesci del 16 febbraio del 1798, ad opera “dell’anti-Cristo Napoleone Bonaparte”, vengono sciolti e l’allora Pontefice Pius PP. VI (1719 - 99) incarcerato, morirà martire a Valenza in Francia.
Lo strapotere francese non tanto sullo Stato Pontificio, ma sul resto dell’Europa, sembra mettere la parola fine al corpo appena costituito, ma come ci ricorda il conte Monaldo Leopardi (1776 - 1847): «dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata; la republica ha finito colla tirannia come era da aspettarsi; e quel bricconcello di Corso che mangiava i miei regni uno dopo l’altro, come confetti, ha dovuto metterli fuori, e se ne è andato a digerire la scomunica, e a trastullarsi con le ostriche, e coi gabbiani».
Dunque sconfitto Napoleone, Pius PP. VII (1742 - 1823) ripristina la rinnovata «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità», fondendo insieme – tramite Motu Proprio Pontificio dell’undici maggio del 1801 – i due corpi precedentemente creati. Inoltre confluiscono anche i Cavalieri della primaria nobiltà.
Successivamente fu Leo PP. XIII (1810 - 1903), il diciotto dicembre 1824, ad approvare un regolamento organico e disciplinare per il Corpo di Guardia. Poteva così essere ammesso al Corpo il giovane rampollo la cui nobiltà di nascita in «una città in tal rango considerata negli ordini Gerosolimitano e di Santo Stefano» da almeno 60 anni, successivamente 100, doveva possedere l’esercizio della Nobile Magistratura da parte della famiglia del candidato.
Lo Stendardo del Corpo era molto semplice: inizialmente vi erano le due chiavi incrociate su sfondo rosso, mentre successivamente le chiavi furono sostituite dallo stemma del pontefice regnante che la Guardia Nobile serviva. Parimenti rossi, con l’arme del Pontefice, erano infatti i due vessilli, per ogni compagnia, che la precedente Guardia dei Cavalleggeri aveva in assegnazione.
Successivamente al trentuno maggio del 1820 Pius PP. VII concesse alle sue Guardie lo stendardo bianco quadrato, bordato di ricami d’oro ed ai quattro angoli concesse l’utilizzo di fregi, armi e trombe ricamate; al centro del vessillo bianco si sono succeduti da allora gli stemmi di dodici Pontefici: Pius PP. VI (Braschi), Leo PP. XII (della Genga), Pius PP. VII (Chiaramonti), Gregorius PP. XVI (Cappellari), Pius PP. IX (Mastai-Ferretti), Leo PP. XIII (Pecci), Pius PP. X (Sarto), Benedictus PP. XV (della Chiesa), Pius PP. XI (Ratti), Pius PP. XII (Pacelli), Ioannes PP. XXIII (Roncalli), Paulus PP. VI (Montini).
Come ci racconta il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, (1921 - 2020, duca di Castelgaragnone), uomo integerrimo e di specchiata condotta, autore del significativo tomo “Quell’ultimo glorioso stendardo”: «entrambe le insegne, quella più antica rossa, quella successiva bianca, sono ora custodite dal Museo Storico Lateranense insieme agli altri preziosi cimeli donati dalle Guardie Nobili».
[caption id="attachment_12219" align="aligncenter" width="1000"] Nelle tre immagini (da sinistra a destra): il marchese don Giulio Patrizi di Ripacandida, duca di Castelgaragnone, autore del saggio "Quell'ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall'11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970". Sulla destra, la bandiera del corpo con stemma Papale corrente alla foto su fondo bianco.[/caption]
Certamente va ribadito come la totalità di quella che viene definita come “aristocrazia nera”, ovvero quella parte nutrita e numerosa della nobiltà romana che rimase sempre fedele al Papato anche dopo l’invasione dello Stato Pontificio, senza dichiarazione di guerra, da parte delle truppe sabaude. Piccola curiosità non meno significativa delle altre la riscontriamo nel colore di questi amministratori pontifici, i quali in segno di lutto per la già citata invasione e soppressione temporale del Regno papalino, indossavano abiti scuri: un’usanza interrotta unicamente con la Chiesa Conciliare di Paulus PP. VI che soppresse tutta la corte pontificia.
I comandanti della «Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità» all’inizio furono ben due, uno per Compagnia, ognuno assistito da un Capitano Coadiutore. Dal 1814, diversamente, fu nominato un unico comandante, così come nel 1895, fu eliminata anche la figura del Capitano Coadiutore.
Il Comandante esercitava l’azione di comando tramite due ufficiali preposti: l’Esente Aiutante Maggiore ed il Cadetto Aiutante. Il primo di queste due figure, assumeva il comando effettivo del Corpo sul campo, quando si muoveva come unità; parallelamente il Cadetto Aiutante presiedeva l’organizzazione dei servizi di Guardia e curava le relazioni con gli altri apparati di servizio quali il Maggiordomo ed il Maestro di Camera. In ogni manifestazione protocollare e visita ufficiale queste due figure erano pressoché inseparabili. Di contro il servizio giornaliero del Corpo era invece comandato dall’Esente di settimana, che presiedeva a tutti i Corpi Militari presenti in Anticamera, e dal Cadetto di servizio che comandava specificatamente il Distaccamento di Servizio della Guardia.
Sempre del sistema di comando, facevano parte sia il Cadetto Tesoriere, che curava l’amministrazione economica e l’Archivista del Corpo, il quale custodiva e ordinava i fascicoli personali, i rapporti giornalieri degli Esenti ed ogni altro atto.
Le Guardie Nobili Pontificie hanno avuto ben undici Comandanti. Il primo, Don Giuseppe Mattei (1735 - 1809), duca di Giove, romano, rimasto celebre per gli eventi dell’aprile del 1808 attraverso i quali – insieme al secondo comandante, il duca Luigi Braschi Onesti e cinquanta Guardie Nobili –, subì la detenzione presso Castel Sant’Angelo da parte degli invasori francesi per essersi opposto al dominio straniero ed essere rimasto fedele al Sommo Pontefice indossando la coccarda bianco-gialla. Secondo leader del Corpo è il già citato Don Luigi Braschi Onesti (1746 - 1816), duca di Nemi, cesenate, divenuto primo Comandante dopo il ritorno del Pontefice, dalla cattività francese, nel 1814. Il Terzo Comandante della Guardia lo troviamo nella figura del principe romano Don Paluzzo Altieri (1760 - 1834): lasciò il comando nel 1819 per essere stato nominato Principe Assistente al Soglio e Senatore di Roma. Il Quarto è un altro principe romano: Don Francesco Barberini di Palestrina (1772 - 1853); egli fu il primo comandante insignito dell’Ordine di Cristo.
Don Carlo Berberini (1817 - 80), duca di Castelvecchio, romano, fu il quinto comandante.
In successione troviamo i romani Don Emilio Altieri (1814 - 78, principe di Oriolo); Don Paolo Altieri (1849 - 1901, principe di Viano); il fiorentino Don Camillo Rospigliosi (1850 - 1915, principe) che prima di divenire Comandante nel 1901, prese parte all’ultima resistenza delle truppe del generale Hermann Kanzler (1822 - 88) all’interno delle mura leonine nel settembre del 1870; Don Giuseppe Aldobrandini (1865 – 1939, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 giugno del 1915; Don Francesco Chigi della Rovere (1881 - 1953, principe romano) Comandante del Corpo dal 14 dicembre del 1939; infine troviamo l’ultimo Comandante della Guardia Nobile: Don Mario del Drago (1899 – 1981, principe romano), il quale fu Comandante dal 1957 ed ebbe la forza di sciogliere il Corpo, dopo previo ordine pontificio del Cardinale Segretario di Stato.
Il ruolo di questo prestigioso Corpo Militare dopo l’undici maggio del 1801 fu quello di operare alcune “missioni” di scorta per il Pontefice – come accadde per l’elezione ad Imperatore di Napoleone I a Parigi, da parte di Pius PP. VII (1804), oppure scortare un Cardinal Legato che rappresentava il Pontefice in eventi particolari: congressi eucaristici, grandi celebrazioni religiose, incoronazioni, matrimoni o battesimi di prìncipi regnanti. Altra mansione erano propriamente le spedizioni, all’interno delle quali la Guardia Nobile fungeva da “corriere speciale del Pontefice” per consegnare lo zucchetto cardinalizio ad un Vescovo o Arcivescovo creato Cardinale, oppure la berretta ai Capi di Stato cattolici che godevano del privilegio della imposizione al neo Cardinale.
[caption id="attachment_12218" align="aligncenter" width="1000"] Giuseppe Capparoni, Guardie Nobile Pontificia (sotto Leo PP. XII), dalla "Raccolta della gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sacre, e civili usate da quelli li quali la compongono", Roma 1827 - incisione all’acquaforte acquerellata 176 x 124 mm (matrice) 290 x 220 mm (foglio).[/caption]
La guardia nobile disponeva di due uniformi distinte a seconda delle diverse occasioni in cui il membro del corpo si trovava a dover operare. La prima era l’uniforme d’onore utilizzata per le occasioni più importanti e per le celebrazioni liturgiche in cui la guardia era presente. Essa era composta da un elmo da corazziere piumato di bianco e crinato di nero, una giubba rossa con bandoliera e spalline dorate, una cintura bianca in vita, pantaloni bianchi e stivali neri da cavallerizzo. In tutti questi particolari l’uniforme ricordava chiaramente quella dei corazzieri e tale rimase sino alla soppressione del corpo, in ricordo dell’originaria funzione svolta da questi uomini.
L’uniforme di servizio era invece utilizzata quotidianamente, ed era composta da un elmo da corazziere con impresso sul davanti lo stemma papale, una giacca color blu di Prussia bottonata a due file d’oro e bordata di rosso con una cintura nera a fibbia dorata con le armi pontificie e un paio di pantaloni azzurro-cupo rigati di rosso.
L’unico armamento della guardia nobile era costituito da una sciabola da cavalleria ed era l’unico, oltre alla Guardia Svizzera Pontificia, ad essere autorizzato a portare le armi anche in chiesa e alla presenza del Pontefice.
Prima di affrontare i vari ruoli all’interno della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità, bisogna necessariamente capire come era strutturata la nobiltà così detta romana, poi aristocrazia nera.
Il Patriziato Romano si divideva in due categorie: i Patrizi romani, che discendevano da coloro che, nel Medioevo, avevano occupato incarichi civili di governo nella Città Pontificia; e dai Patrizi romani coscritti, che appartenevano a una delle sessanta famiglie che il Sommo Pontefice aveva riconosciuto come tali in una Bolla Pontificia speciale, nella quale erano citati nominalmente; questi costituivano il fior fiore del patriziato romano.
La nobiltà romana si divideva anch’essa in due categorie: i nobili che discendevano dai feudatari, ossia dalle famiglie che avevano ricevuto un feudo dal Sommo Pontefice; ed i semplici nobili, la cui nobiltà proveniva dall’affidamento di un incarico a Corte oppure direttamente da una concessione pontificia.
Così l’ossatura del Corpo dall’undici maggio del 1801 era composta dai Tenenti (Brigadieri Generali): le due antiche Cornette della Guardia dei Cavalleggeri, poi chiamate definitivamente “Tenente in I” e “Tenente in II”; gli Esenti (Colonnelli): le sei Lance Spezzate di numero; i Cadetti (Tenenti Colonnello): le sette Lance Spezzate in soprannumero, i due cadetti Aiutanti dei Comandanti ed un decimo Cadetto; le Guardie Comuni (Capitano): composte da trenta elementi denominati cavalieri della prima nobiltà – solo dopo il venti dicembre del 1815 verranno denominati Sottotenenti per poi passare a “Guardia Tenente” e “Guardia Capitano”.
Diversamente, il congedo dal lavoro attivo per una Guardia, si concretizzava attraverso la formula del Giubilato, ovvero la conclusione per anzianità, con il conseguente passaggio in “giubilazione” con una pensione e diritto all’uso dell’uniforme nelle riunioni del corpo, in udienza e nei riti in San Pietro e il Pensionato, ovvero la Guardia che aveva interrotto il servizio prima della Giubilazione, per giustificato motivo, ed al quale era concessa talvolta la pensione e l’uso dell’uniforme.
Nella storia del corpo, spiccano sicuramente alcune Guardie sia per dei pregi, che per dei difetti. Sicuramente il male maggiore per un soldato è l’espulsione dal Corpo. Tralasciandone una per duello formale eseguito a disfida della Guardia maceratese Carlo Costa (1834 - 66), troviamo le espulsioni più rilevanti nel gravissimo reato di aver aderito alla Repubblica Romana (1849). La sorte della radiazione toccò così al ternano Giuseppe Nicoletti nato nel 1799, pensionato dal 1833, il quale schieratosi a favore del triunvirato mazziniano, fu condannato all’unanimità dal Consiglio di Guerra e conseguentemente radiato dal Corpo. Stessa sorte per Luigi Filippi; Alessandro Savini (1814 - 89); Domenico Silveri (1818 - 1900) divenuto celebre per la composizione musicale “Le trombe d’argento”, melodia eseguita al primo pontificale di Pius PP. IX; Antonio Stefanoni (dimissionario); Luigi Capranica (1820 - 91); Prospero Cansacchi (1817 - 90) il quale fu poi, per clemenza, reintegrato e ebbe il giubilato per anzianità; Giuseppe Caccialupi; Giacomo Frischiotti, Girolamo Zelli-Jacobuzzi ed infine altra espulsione avverrà per Giulio della Porta (1827 - 67) per aver commesso un assassinio.
Ovviamente nella storia delle 570 Guardie Nobili, di cui sono state predisposte solo 218 Ammissioni tali casistiche rimangono comunque casi isolati. Difatti molte guardie nobili spiccano per la loro fedeltà e il loro coraggio.
[caption id="attachment_12220" align="aligncenter" width="1000"] Uniforme di gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manichino dell'uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.[/caption]
[caption id="attachment_12221" align="aligncenter" width="1000"] Uniforme di mezza gala della Guardia Nobile del Corpo di Sua Santità. Il manchino dell'uniforme si trova presso il Museo del Palazzo Mastai-Ferretti presso la città di Senigallia.[/caption]
Emblematico e singolare il percorso della Guardia Flavio Chigi (1810 - 85), romano, il quale dopo una spedizione a Lione presso l’Arcivescovo De Bonald, ottenne le dimissioni nel 1849 per ottenere lo stato ecclesiastico. Dopo aver compiuto gli stadi necessari per la sua formazione, fu ordinato sacerdote da Sua Santità e Suo personale Cameriere Segreto Partecipante; successivamente Nunzio Apostolico a Parigi, e nel Concistoro del 1873 fu infine creato Cardinale.
Onorificenze al merito, come quella del cavalierato di San Silvestro, furono donate dal Papa per la resistenza e la tenacia di alcune Guardie durante la sommossa del 16 novembre del 1848. Ricordiamo così Lodovico Bischi (1809 - 61), Francesco Pietramellara (1802 - 69), Pietro Dandini de Sylva; Paolo Del Bufalo della Valle (1822 - 97); Decio Bentivoglio (1822 - 71).
Per virtuosismo musicale la Guardia Giovanni Longhi (1811 - 98) ebbe incarico nel 1846 di comporre la marcia trionfale in occasione del primo pontificale celebrato da Sua Santità Pius PP. IX: marcia che da quell’epoca si è poi sempre eseguita all’ingresso del Sommo Pontefice nella Chiesa ove celebra il Pontificale.
Ed ancora Augusto Baviera (1828 - 1909) viene ricordato come la Guardia che ha fondato un noto giornale vaticano “L’Osservatore Romano”.
La Guardia Mario Filippo Carpegna (1856 - 1924) dopo varie missioni in Spagna e Russia, sarà spettatore, per conto della Santa Sede, dell’incoronazione Imperiale dello Zar di tutte le Russie Nikolaj II (1868 - 1918). Altra incoronazione di rilievo fu vissuta dalla Guardia Lelio Nicolò Orsini (1877 - 1952), il quale in missione a Londra assistette all’incoronazione di Re Edoardo VII e in missione presso Madrid al matrimonio di Re Alfonso XIII. Ignazio Honorati (1873 - 1959) in missione a Madrid nel 1907, presso il Nunzio Rondanini, fu nello stesso tempo latore, oltreché dello zucchetto cardinalizio, anche delle fasce benedette per il neonato Principe delle Asturie, figlioccio di Sua Santità. Giorgio Salimei (1889 - 1950), dopo una missione a Siviglia, ne ebbe una nella stessa città eterna per accompagnare il Pontefice Pius PP. XII nella storica visita ai Reali d’Italia. Elemento di spicco del Corpo, raggiunse il grado di Tenente, fu trattenuto oltre i limiti del servizio.
Come non ricordare Vincenzo di Napoli Rampolla (1898 - 1965) in missione prima a Parigi (1925), poi a Lourdes (1935) per il Giubileo straordinario. Seguì il Pontefice Pius PP. XII nella visita dei reali d’Italia a Roma (1939), fu giubilato nel 1956 con il grado di Tenente e ricoprì anche i ruoli di Cadetto Aiutante (1938-50) ed Esente Aiutante Maggiore (1951-58).
Anche il marchese Angiolo Pagani Planca Incoronati (1902 - 69) ebbe l’onore di essere in missione a Domrémy il 31-05-1939 con l’Arcivescovo Mgr. Villeneuve, legato Pontificio per le celebrazioni di Santa Giovanna D’Arco.
Oggi, che la Chiesa non festeggia più determinate ricorrenze, ricordiamo con importanza la missione della Guardia Pietro Aluffi (1905 - 58) a Vienna, dove nel 1933 era all’interno della Legazione Pontificia per il 250° anniversario della liberazione dall’assedio ottomano.
[caption id="attachment_12222" align="aligncenter" width="1000"] Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).[/caption]
[caption id="attachment_12223" align="aligncenter" width="1000"] Rare foto di Guardie Nobili sotto il Pontificato di Pius PP. IX (Mastai-Ferretti).[/caption]
Spazio va dedicato anche alla Guardia Guido Avignone di San Teodoro (1909 - 90), presente a Fatima per la chiusura dell’Anno Santo, accompagna le sante spoglie di Pius PP. X nel 1959 da Venezia a Roma. Dal 1962 al 66 fu Esente Aiutante Maggiore, Giubilato nel 1967 con il grado di Tenente, fu richiamato in servizio quale archivista del Corpo e tale rimase fino allo scioglimento dello stesso, curando anche il Museo dell’Antico Esercito Pontificio.
Anche in paesi senza passato monarchico, le aristocrazie erano costituite dal corso naturale degli eventi, di fatto se non di diritto. Anche in questi paesi l’ondata di egualitarismo demagogico nata dalla Rivoluzione Francese del 1789 e portata al suo culmine dal comunismo, ha creato in certi ambienti un'atmosfera di risentimento e incomprensione nei confronti delle élite tradizionali.
Le allocuzioni riportate all’inizio di questo scritto di Sua Santità Pius PP. XII hanno quindi portata universale.
Queste “Guardie Nobili del Corpo di Sua Santità” servirono i dodici Pontefici che governarono la Chiesa dal 1801 al 1970. In tale lasso di tempo eroismo, fedeltà, obbedienza, dedizione, umana debolezza hanno contraddistinto i loro comportamenti e le loro gesta. 170 anni sotto lo “Stendardo Bianco” di cui le gloriose tradizioni furono della «Guardia di nostro Signore», dal 1485 al 1798.
 
Per approfondimenti:
_Giulio Patrizi di Ripacandida, Quell'ultimo glorioso stendardo. Le guardie nobili pontificie dall'11 Maggio 1801 al 15 settembre 1970, Città del Vaticano, 1994;
_Giulio Sacchetti, I due Stendardi della Guardia Nobile Pontificia, in Strenna dei Romanisti, 1990;
_Giuseppe Capparoni, Raccolta della Gerarchia ecclesiastica, Giacomo Antonelli editore, 1827.
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di Giuseppe Baiocchi del 04/09/2020

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Uno dei personaggi celebri che cercarono di rovesciare nel 1944 Adolf Hitler (1889 - 1945), così affermava poco prima della sua esecuzione: «Colui che conserva nel suo petto puro ed immacolato la fede di un fanciullo e osa vivere contro la derisione del mondo – come sognava da bambino – fino all’ultimo giorno: questo è un uomo»! Quell’uomo era Henning Hermann Robert Karl von Tresckow (1901 - 44), martire della Germania moderna e forse questa frase, più di ogni altra, identifica il nuovo saggio edito dalla casa editrice tedesca Wolff Verlag. Leggendo l’opera di don Philipp Maria Karasch (1984) e del professore Daniel Plassnig (1990) non si può non rimanere impressionati dalla singolarità della loro fatica letteraria, che prende il titolo tedesco di Träumer Kämpfer Gentleman: una guida per la moralità dell’uomo di oggi, all’insegna dei valori tradizionali dell’Europa. 
In una realtà sociale, dove dominano modelli di moralità contrari alla nostra storia e esempi degenerativi sui comportamenti e sulla presentabilità delle persone, sicuramente questo prezioso scritto, formalmente un vademecum per l’uomo contemporaneo, dimostra di scavare davvero in fondo al nostro animo.
Le epoche passate, con tutte le loro vicissitudini e i diversi sistemi sociali, avevano una cosa in comune: la conoscenza di dove si trovava l’uomo e cosa ci si poteva aspettare da lui. È stato procreatore e produttore, guerriero e inventore, avventuriero e poeta. Ha sempre avuto qualcosa da offrire. Ma poi, il suo stesso successo sembrò distruggerlo: la tecnologia lo ha privato del lavoro, l’intera produzione alimentare è stata industrializzata, e anche le guerre diventarono in gran parte anonime. L’uomo può vegetare in casa, perdendo metà della sua vita in mondi digitali illusori. Egli non è più legato ad un ciclo biologico – né in guerra, né nel guadagnarsi da vivere, né nella procreazione. Tutto è a sua disposizione sempre e ovunque. Così, le sue pulsioni mentali e fisiche sembrano essere diventate paralizzate, adipose e desolate.
Come spiegare altrimenti che l’uomo sfugge in larga misura al ruolo che Dio gli ha destinato? Molti padri lasciano i propri figli da soli (se di figli ancora ne vengono fatti), la frammentazione sociale viene silenziosamente accettata, il patrimonio culturale viene distrutto e non si trova nessuno che lo difenda. La lista potrebbe continuare all’infinito. D’altro canto, come il saggio ci invita a riflettere, la virilità nel culto del corpo è caricaturale su ogni manifesto pubblicitario, oppure si creano talvolta piccoli rifugi che prendono la forma di centri estetici o di templi del fitness, dove l’uomo può chiudersi in se stesso e abbandonarsi a un culto superficiale della mascolinità. Spuntano anche innumerevoli riviste per il “Signore del Creato”, il quale però si presenta come guscio vuoto, pallido nell’aspetto, che parallelamente mostra anche la volontà di riscoprire la consapevolezza del pericolo per la propria identità.
Sotto tutte le ceneri delle certezze bruciate, vi è un desiderio segreto installato nei cuori di molti uomini che risplende per quel qualcosa di Grande che vogliono servire, che vogliono scoprire e conquistare – per il quale vogliono morire. La repressione ed il tabù delle caratteristiche e delle virtù maschili sono penetrati persino nel sacro regno della vita ecclesiale. Anche se si dovrebbe assumere il contrario, considerando che l’ordinazione sacerdotale è riservata agli uomini, questi ultimi spesso si sentono fuori posto nella Chiesa, in quanto sembra che quest’ultima venga appannata da una patina di femminismo confuso e vuoto. Anche se ciò non parla in favore dell’uomo, al quale l’inganno del sentimentalismo superficiale impedisce di vedere la pretesa di Gesù sui suoi discepoli, l’obiettivo contrariamente deve essere quello di dimostrare che egli stesso ha bisogno della Chiesa, come quest’ultima ha bisogno di lui. Che egli troverà la propria vocazione solo attraverso un cristianesimo vero e sentito, che richiede sacrificio e dono di sé.
Da questo sentimento nasce il “vademecum per l’uomo”, al quale si antepone la triade del sognatore, del guerriero e del gentiluomo. Così che ogni lettore incline si ritrovi già nel titolo e intraprenda il viaggio esplorativo di una virilità raffinata.

Negli Stati Uniti d’America, ci sono innumerevoli opere contemporanee sul mercato del libro cristiano che si presentano in modo accattivante. Nei paesi di lingua tedesca e in Italia, tuttavia, l’editoria in questo contesto si distingue per la sua scarsa produzione. Nella misura in cui in Europa, prevale una diversa sensibilità linguistica, gli autori hanno deciso di raccontarsi e raccontare la loro idea maschile, che in realtà risulta poi essere quella dei nostri nonni e con uno sguardo più generalizzato, risulta essere quello della nostra storia. Alcune lobby, come sappiamo, stanno cercando di eliminare la storia: è sotto gli occhi di tutti.

Ed è proprio per questo che questo piccolo tomo, che tratta di virtù e atteggiamenti diversi che dovrebbero contraddistinguere un uomo, acquisisce ancor di più maggior valore. Ad ogni tematica trattata, con intelligenza, si prende un “personaggio” ad esempio che, nel concreto e come figura storica, da buon cattolico, può servire da mentore e da esempio per noi lettori scoraggiati. Ma questa Europa, oggi tecnocratica, nella quale non conta più l’appartenenza culturale di ogni popolo, ma unicamente viene osservato il mero dato finanziario per essere comunità, non si basa ancora sulla grecità, sulla cristianità, sulla filosofia tedesca del 900 e sulla storia delle grandi famiglie europee che l’hanno – de facto – plasmata? E non sono forse gli uomini citati in Träumer Kämpfer Gentleman ad essere tasselli di quella terra che calpestiamo e di quell’aria che respiriamo?

Uno dei punti fermi del saggio sembra essere la citazione di Ernst Jünger (1895 - 1998): «il coraggio è il vento che spinge verso lidi lontani, la chiave di tutti i tesori, il martello che forgia grandi imperi, lo scudo senza il quale non esiste cultura. Il coraggio è l’impegno della propria persona ad affrontare la conseguenza più dura, il salto dell’idea contro la materia, indipendentemente da ciò che ne può scaturire. Coraggio significa lasciarsi crocifiggere come individuo per la propria causa; coraggio significa confessare, nell’ultimo spasmo dei nervi, con il respiro spento, il pensiero per il quale si è resistito e si è caduti. Al diavolo un tempo che vuole portarci via il nostro coraggio e i nostri uomini»!

Sul tema della paternità, ad esempio, troviamo il Lord Cancelliere Thomas More (1478 - 1535) o Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg (1907 - 44), i quali divengono sinonimo di orgoglio cristiano; il padre della Chiesa Aurelio Agostino d’Ippona (354 d.C. - 430 d.C.) ci fa riflette sulla vera amicizia e lo scrittore John Ronald Reuel Tolkien (1892 - 1973) viene citato come esempio di cavalleria. Alcuni fra gli altri temi trattano l’amore per la Patria, l’identità, la bellezza, il corpo e lo sport, il perdono, il desiderio.

Ogni capitolo inizia con un brevissimo profilo biografico del personaggio, seguito dall’argomento vero e proprio e si conclude con domande di riflessione o suggerimenti per l’attuazione di quanto letto. Gli autori austriaci, nella scelta dei personaggi, si sono soffermati su modelli di riferimento di lingua tedesca, sicuramente come atto d’amore e dolore che lo stesso odio tedesco ha avuto su se stesso. Ma anche l’attuale Italia trova alleati nativi in Filippo Romolo Neri (1515 - 95) e Pier Giorgio Frassati (1901 - 25). Ovviamente nessuno è specialista quando si tratta di tracciare modelli per il prossimo, tuttavia, gli autori sembrano comprendere quale è il loro personale obiettivo: un libro per se stessi e per tutti coloro che vorranno assaporarne l’incipit. Tuttavia, una delle riflessioni più toccanti del testo si installa propriamente sullo smarrimento dei valori giovanili, senza più cardini e punti di riferimento. L’affidarsi spesso a “consiglieri” sbagliati, spesso agli stessi media, sta facendo crollare la morale e l’etica dei giovani: gli autori sperano con questo piccolo saggio, di aver fatto un servizio a se stessi e agli altri. In realtà, tale vademecum, fornisce al lettore anche spunti per approfondimenti e indici di lettura su altri testi e saggi: affinché ci sia qualcosa anche per il sognatore, poiché non sono incluse solo opere filosofiche, teologiche o pratiche, ma anche una piccola selezione di narrativa. Il tutto si completa con una breve sezione di preghiera. L’opera è certamente arricchita da Sua Eccellenza Reverendissima Athanasius Schneider (1961), vescovo di Astana in Kazakistan, il quale ha contribuito alla prefazione: «Come Dio ha iscritto l’esser madre, la maternità, nella natura della donna, così ha iscritto l’essere padre, la paternità, nella natura dell’uomo. Ogni uomo dovrebbe quindi, con l’aiuto di Dio, elaborare sempre più chiaramente nella sua vita le caratteristiche del Padre; e queste sono soprattutto: prendersi cura degli altri, proteggere, difendersi, sacrificarsi per gli altri. Anche se non tutti gli uomini in questa vita sono un padre biologico, cioè un padre di famiglia, ogni uomo dovrebbe vivere le qualità paterne. Solo allora dà alla sua virilità una vera dignità e solo allora diventa felice, anche se con fatica e non senza una croce, ma felice». L’augurio certamente è quello di una rinascita spirituale, prima che fisica, che porti conforto sia all'Heimat degli autori e in seconda istanza anche a questa travagliata Europa: che sia di nuovo benedetta da uomini forti e disposti a fare sacrifici.
Per approfondimenti:
_Karasch-Plassnig, Träumer Kämpfer Gentleman, Wolff Verlag, Berlino, 2020.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi del 01-09-2020

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Per chiarire il rapporto tra il Mutu ProprioSommorum Pontificum” di Benedictus PP. XVI (1927) e il processo di secolarizzazione della società contemporanea, bisogna necessariamente analizzare quest'ultimo termine. Non a caso lo stesso Ioannes Paulus II (1920 - 2005), in un suo discorso del febbraio 2002, affermava come: «purtroppo la metà dello scorso millennio, avuto inizio dal Settecento in poi, si è particolarmente sviluppato un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto di arrivo di tale processo è stato il laicismo, il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio, della legge morale naturale, da tutti gli ambiti della vita umana. Si è relegata la religione cristiana entro i confini della vita privata di ciascuno».
[caption id="attachment_12137" align="aligncenter" width="1000"] Xilografia Flammarion, un'opera enigmatica di un artista sconosciuto. La prima apparizione documentata è all'interno di L'atmosphère: météorologie populaire di Camille Flammarion (Parigi 1888, pagina 163, un lavoro sulla meteorologia per un pubblico generale), raffigurante un uomo che scruta attraverso la cortina dell'atmosfera terrestre che avvolge l'universo esterno (del 1888).[/caption]
Da tali parole emerge come la secolarizzazione sia un processo storico che ha inizio alla metà dello scorso millennio con l’umanesimo rinascimentale, che si articola nel Settecento con l’illuminismo e avrà il suo punto di arrivo nel laicismo e nel già citato – appunto – secolarismo agnostico e ateo che caratterizzano prima il marxismo e poi la società post-moderna. La meta, l’obiettivo è l’esclusione di Dio e del cristianesimo dalla sfera pubblica e la riduzione della religione a fenomeno puramente individuale. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato, sia da Giovanni Paolo II, sia da Benedetto XVI. Il primo Pontefice citato, considera il secolarismo come l’esito radicale necessario della secolarizzazione e con ciò cade la distinzione tra una secolarizzazione “buona” ed una porzione di secolarismo vista come “perversione dell’idea di secolarizzazione”.
Difatti tra secolarizzazione e secolarismo non esiste una logica e coerente continuità. C’è chi crede che per evitare il secolarismo anti-cristiano, la Chiesa dovrebbe fare propria e “battezzare” la secolarizzazione: quasi una inevitabilità data dal processo storico. Se, diversamente, si rifiuta questa visione immanente e storicistica e si stabilisce un criterio che ci permetta di valutare gli eventi della storia alla luce di princìpi organici e trascendenti, non possiamo considerare in sé “positivo e buono” nessun fatto storico solo perché avvenuto. Come gli atti umani, i fatti storici – prodotti razionali e liberi dell’uomo – devono essere giudicati o in positivo o in negativo.
La società secolarizzata non può definirsi in sé neutra, ma va giudicata proprio perché siamo davanti non ad un processo inevitabile, ma ad un frutto di scelte culturali e morali dell’uomo. L’accettazione della secolarizzazione come un fatto storico inevitabile, porta inevitabilmente verso una filosofia e una teologia della secolarizzazione. La filosofia della secolarizzazione già implicita nell’umanesimo pagano, si forma nei circoli illuministici, viene portata nel XX secolo ad una sua coerenza logica da Gramsci nei suoi “Quaderni del Carcere” e penetra nella seconda metà del XX secolo nella teologia, prima protestante, poi cattolica con Dietrich Bonhoeffer (1906 - 45). Quest’ultimo, celebre pastore luterano, concepisce la storia del cristianesimo in chiave evolutiva, come un passaggio dall’età dell’infanzia, all’età adulta. Secondo Bonhoeffer l’adulto sarebbe quello che abbraccia il mondo e nel mondo si immerge e si immedesima, trovando a questa realizzazione la sua maturità: la sua celebre “maturità del mondo”, nella quale avviene l’espulsione del sacro da ogni ambito sociale e con l’estirpazione delle radici cattoliche dalla società.
Nel Seicento, un giurista Huig de Groot (1583 - 1645) aveva auspicato la nascita di un diritto liberato dalla metafisica. Fu proprio il batavo a coniare la formula etsi deus non daretur: un diritto naturale, come se Dio non esistesse. Bonhoeffer sapientemente, riprende questa formula e la applica alla teologia. Dissidente del partito nazionalsocialista tedesco, in carcere scriverà: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur e appunto questo riconosciamo davanti a Dio. Dio stesso ci obbliga a questo riconoscimento, così il nostro diventare adulti, ci conduce a riconoscere in modo più veritiero la nostra condizione davanti a Dio. Egli ci dà la conoscenza, che dobbiamo vivere come uomini capaci di far fronte alla vita senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona, il Dio che ci fa vivere nel mondo senza ipotesi di lavoro, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo».
[caption id="attachment_12138" align="aligncenter" width="1000"] Dietrich Bonhoeffer (1906 - 1945) è stato un pastore luterano, teologo, dissidente anti-nazista e fondatore della Confessing Church. I suoi scritti sul ruolo del cristianesimo nel mondo secolare sono diventati ampiamente influenti e il suo libro The Cost of Disipleship è stato descritto come un classico moderno.[/caption]
Da questa allocuzione, sappiamo come l’oggi Papa Emerito Joseph Ratzinger, prima di divenire Benedetto XVI, in un suo dialogo con Marcello Pera (1943) contrappose un’altra formula: etsi deus daretur e tale formula contiene chiaramente un’opposta visione alla secolarizzazione, poiché è la proposta fatta a chi non crede, di accettare una società cristiana, in cui il cristianesimo riacquisti il suo spazio pubblico. I cattolici, in tale prospettiva, devono evangelizzare il mondo e non farsi secolarizzare da esso.
Certamente è dato notorio come le tesi del luterano tedesco penetrarono nella teologia cattolica, come ha dimostrato Cornelio Fabro (1911 - 95), in particolar modo nel teologo Karl Rahner (1904 - 84). Nel quattordicesimo volume dei suoi scritti teologici Sulla teologia del culto divino, padre Rahner scriveva che «la liturgia per il principio lex credendi, lex orandi, avrebbe dovuto esprimere questo nuovo rapporto con il mondo, farsi essa stessa liturgia del mondo». Fu così che don Fabro affermò propriamente come la radice della secolarizzazione consiste nel far sprofondare inarrestabilmente l’uomo nel mondo, e nel riconoscersi proprio nell’homo mundanus, ovvero l’essere dell’uomo come essere in e per il mondo.
L’illusione è quella di fondare un ordine mondano, all’infuori del cristianesimo, dove questo si invererebbe. Esiste tuttavia un significato positivo di mondo. Oggi ci dimentichiamo troppo facilmente l’esistenza di un mondo inteso invece nel senso delle tre concupiscenze e del rifiuto di Dio, un mondo che tende a divenire dell’apostasia. C’è un mondo che è costituito da uomini che devono essere salvati dalla redenzione. Ce ne parlava San Giovanni, di un mondo terreno in cui il suo Re, non era Dio, ma il demonio. Tale mondo si fonda sulle tendenze disordinate dell’animo umano, così come amava affermare l’intellettuale brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908 - 95). Tale concezione, oggi ancora evocata dalla politica, porta il nome di nuovo umanesimo. Tale termine raccoglie certamente gli altri già citati: secolarizzazione, secolarismo, laicismo. Non più Dio al centro dell’uomo, ma l’uomo stesso e la sua volontà di potenza. L’umanesimo, difatti, assegna all'uomo due fini: uno spirituale – da raggiungere in paradiso, di cui si occuperebbe la Chiesa –, e un fine terreno in cui la Chiesa dovrebbe rimanere estranea. Si separa così l’ordine naturale da quello spirituale, pretendendo di realizzare un ordine umano al di fuori della Chiesa. Lo sguardo dal cielo, si sposta sulla terra. Nei suoi scritti il cardinale Giuseppe Siri (1906 - 89) affermava come «una redenzione puramente terrestre non ha significato per l’uomo, essa può finire al contrario col rendere il nostro mondo invivibile, un segno di inferno nella vita degli uomini. La Chiesa non è un potere mondano, né può divenirlo. Le parole di Cristo al tentatore hanno segnato l’indole della Chiesa. La Chiesa – corpo mistico di Cristo – ha certamente un fine soprannaturale, ma oltre ad essere una società invisibile è anche una società visibile che opera nel mondo, è un’istituzione pubblica, dotata di una sua struttura giuridica e i suoi membri hanno come fine il cielo, ma sono uomini composti di anima e di corpo che vivono nel mondo, lottano contro il mondo, devono affermare nel globo le proprie idee e i propri valori».
[caption id="attachment_12139" align="aligncenter" width="1000"] Giuseppe Siri (Genova, 20 maggio 1906 – Genova, 2 maggio 1989) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano. Convinto difensore della tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa e avversario delle ideologie totalitarie del XX secolo, che riteneva incompatibili con la fede cattolica, Giuseppe Siri salì rapidamente i gradi della gerarchia ecclesiastica fino a diventare vescovo ausiliare a 38 anni, arcivescovo di Genova a 40 e cardinale a 47. Governò l'arcidiocesi ligure dal 1946 al 1987, e, con i suoi 41 anni di durata, il suo episcopato fu probabilmente il più lungo della chiesa genovese. Partecipò a quattro conclavi, durante i quali venne sempre indicato fra i papabili. Siri fu anche, fra le varie cariche ricoperte, presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1959 al 1965. Il suo carattere deciso, poco incline ai compromessi, e la tenace difesa delle proprie convinzioni divisero spesso l'opinione pubblica, suscitando grandi consensi e forti opposizioni. A Genova, città cui fu profondamente legato, fondò e sostenne numerose organizzazioni assistenziali, pastorali e culturali. Scrittore molto prolifico, la sua vastissima produzione si articola in centinaia di titoli, suddivisi fra lettere pastorali, libri, discorsi, omelie, articoli e relazioni.[/caption]
In tal senso la Chiesa non può assolutamente essere una madre part-time, ma deve svolgere la sua funzione a tempo pieno. Non a caso l’autorità della Chiesa non ha una fonte umana, ma si esercita su tutto il mondo e questa autorità sulle “cose” temporali è esercitata dalla Chiesa per difendere la propria libertà, ma per difendere anche la libertà dei propri figli, poiché ordinando gli uomini alla vita eterna la Chiesa non assicura loro solo la felicità eterna in cielo, ma offre loro anche il miglior modo di vivere nella sua terra. Il Vangelo non è una dottrina politica e sociale, ma solo nel rispetto del Vangelo l’ordine politico e sociale è fecondo e l’uomo è felice.
La tesi neo-modernista che si andava affermando negli anni Settanta era quella che occorreva purificare invece la Chiesa dalla sua “compromissione” con il potere: da una parte immergerla nel mondo, ma dall’altra liberarla “dalle incrostazioni”. La Chiesa sarebbe dovuta uscire dall’epoca costantiniana per sciogliere ogni legame con le strutture antiche del potere, farsi povera ed evangelica in ascolto del mondo.
L’avvento dell’era della secolarizzazione è ancora oggi presentato negli ambienti progressisti come «fine dell’epoca costantiniana». Per tale epoca si intende ovviamente quella inaugurata dall’Imperatore romano Flavio Valerio Aurelio Costantino (272 d.C. – 337 d.C.) il quale non solo restituì la libertà alla Chiesa con il celebre editto di Milano (313 d.C.), ma avviò con la Chiesa una politica di collaborazione, poi proseguita dai suoi successori.
Uno dei padri della Nouvelle Théologie, il domenicano Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990) in una celebre conferenza tenuta nel 1961, rifiutava a piene mani la politica di Costantino, ma pretendeva di emancipare la Chiesa da quelli che definiva come i tre fattori decisivi della sua intromissione con il potere: il primato del diritto romano, quello del logos greco-romano e quello del latino come lingua liturgica. Non bisognava più porsi il problema di evangelizzare il mondo, ma contrariamente accettarlo così come si presentava e collocarsi al proprio interno. In pieno Concilio Vaticano II, nel 1963, continuava nella sua opera La Chiesa e il mondo l’affermazione della sua idea-progetto che insisteva sulla fuoriuscita dalla cristianità per liberarsi dall’influenza costantiniana che gravava ancora sulla Chiesa: «usciamo dalla preistoria, il mondo esiste. Tale realtà, rispetto al Vaticano I, è la grande originalità del Concilio».
L’undici ottobre del 1962, giorno della solenne inaugurazione del Concilio Vaticano II, un discepolo e confratello di Chenu, tale padre Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 95) nel suo diario, pubblicato una decina di anni fa, deplorava il fatto che la Chiesa non aveva mai avuto in programma l’uscita dall’era costantiniana. Per Congar simbolo dell’era costantiniana era lo sventurato Pio IX che con il procedere della storia «non aveva compreso nulla» e inorridito da una possibile notizia di beatificazione di Papa Mastai-Ferretti, il sacerdote francese scrisse: «più ci penso, più trovo che Pio IX sia stato un uomo meschino e rovinoso. Quando gli eventi lo invitavano ad abbandonare l’orribile menzogna della donazione di Costantino e ad assumere l’atteggiamento evangelico non ha avvertito questa chiamata e ha sprofondato la Chiesa nella rivendicazione del potere temporale. Nulla avverrà di decisivo finché la Chiesa romana non avrà completamente abbandonato le sue pretese feudali e temporali ed è necessario che tutto questo sia distrutto e lo sarà».
Vale la pena sottolineare che Chenu presenta come coincidenti due prerogative che per il Papato sono assolutamente distinte: da una parte l’autorità indiretta della Chiesa su tutte le cose temporali che implicano questioni di fede e di morale e dall’altra la podestà terrena, rivendicata da Pio IX – mai sulla base della donazione di Costantino – del possedere quei domini temporali che garantivano la libertà di espressione e di culto dei cattolici in piena autonomia e senza ingerenze straniere. Questo diritto irrinunciabile della Chiesa, sempre negato dai suoi nemici nel corso della storia, si manifesta oggi nella presenza simbolica, ma reale, dello Stato della Città del Vaticano.
[caption id="attachment_12143" align="aligncenter" width="1000"] Da sinistra a destra, tre dei principali pensatori della Nouvelle Théologie: Karl Rahner (1904 - 84), Marie-Dominique Chenu (1895 - 1990), Yves Marie-Joseph Congar (1904 - 95).[/caption]
La perdita delle teorie concettuali cattoliche avvenuta negli anni Sessanta e Settanta, come la rinuncia alla Dottrina Sociale della Chiesa, significò de facto una subordinazione indiretta al socialismo francese di matrice marxista. Dunque al tramonto dell’epoca costantiniana, seguì l’alba dell’era anti-cristiana. Il silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo, non interruppe la persecuzione comunista del cattolicesimo e favorì contrariamente la migrazione dei cattolici verso il comunismo a tutti i livelli. Negli anni Settanta, mentre si intensificava la persecuzione anti-cattolica, i brigadisti “cattolici” come Renato Curcio (1941) – formatosi culturalmente in una facoltà cattolica a Trento –, imbracciavano le armi in favore del comunismo e nasceva in America Latina la Teologia della Liberazione.
La riforma liturgica del 1969 fu attuata in questo clima. La conclusione dell’epoca costantiniana, esigeva la fine della liturgia, che di quell’era della Chiesa era stata espressione. Ma quale era il principio di quella liturgia che si voleva sopprimere? La stessa che come ribadì Benedetto XVI, «resta liturgia della Chiesa».
La visione cristiana del mondo afferma che Dio è creatore e Signore del cielo e della terra: il riconoscimento e l’amore che a lui si deve, tende al suo dominio, ad ogni cosa che egli ha creato e che mantiene in vita e nella creazione e nel dominio del Signore avvengono tutte le cose private e pubbliche, materiali, spirituali e sociali. Dunque da ogni cosa si deve elevare il riconoscimento, ossia il culto a Dio. Proprio quest’ultimo è la relazione dell’uomo con Dio. Aristotele ha definito l’uomo un «essere sociale», ma il filosofo che non possedeva l’idea della creazione, ha ridotto la socialità degli uomini al loro rapporto con i propri simili. In realtà ciò che fa di un uomo un essere estroflesso, dipendente, è la sua relazione con Dio Creatore. Tale rapporto si può esprimere unicamente con la preghiera, che fa dell’uomo non un «animale sociale», ma un «homo religiosus».
Poiché Dio non è homo-homini-lupus (uomo, nemico dell'uomo), ma homo-homini-Deus (si è fatto uomo egli stesso, è Dio per l’uomo), e per salvare l’umanità – colpita dal peccato originale – ha fondato la Chiesa, la preghiera per eccellenza dell’uomo, l’unica che lo redime, è quella che lui fa all’interno della Chiesa, attorno all’Altare. La liturgia è la preghiera pubblica della Chiesa, l’atto non privato del singolo uomo, ma della comunità dei battezzati riuniti intorno al Santo Sacrificio dell’Altare. Questa liturgia non è solo la trasmissione della parola di Dio, l’uomo e la sua santificazione attraverso i sacramenti, ma essa è anche un insieme di forme sensibili che elevano l’uomo verso Dio e che lo aiutano a glorificarlo e a rendergli il culto dovuto.
La concezione secolarista pretende l’emancipazione del Creato da Dio stesso, relegare la sovranità di Cristo, di eliminarne l’autorità e l’influenza della Chiesa dalla società. Il secolarismo afferma il primato del profano sul Sacro, anzi l’espulsione stessa del sacro da ogni ambito della società: la perdita e la rinuncia di ogni legame trascendente e quindi dell’essenza stessa della religione, poiché quest'ultima ri-lega l’uomo a Dio. La condizione dunque della realtà ad un orizzonte terrestre e mondano e l’essenza di questo secolarismo è propriamente quel relativismo culturale che è a sua volta la maschera delle tendenze sregolate dell’uomo. La maschera intellettuale della ricerca del proprio piacere, dell’appagamento dei propri bisogni, del culto del proprio Io, all’interno di una gnosi creata appositamente che non dialoga con la realtà organica, proprio perché questa diviene separata da Dio, non coordinata a Lui.
Al contrario “sacro” è ciò che è ordinato a Dio e in questo senso è separato dal profano. La civitas Dei, radicalmente separata dalla civitas diaboli, è la sociètà di cui Gesù Cristo è il Capo. La perfezione della sacralità sta nella persona stessa di Gesù Cristo, perché in Gesù Cristo, Dio si dà massimamente ad una natura umana unita inscindibilmente a Lui in unità di persona. «In Lui – afferma San Paolo – abita corporalmente, tutta la grandezza della Trinità». E dunque nulla vi è di più antitètico alla secolarizzazione della Liturgia espressa dal sacrificio della Messa: quel sacrificio in cui trovano compimento quei misteri quali la passione, la resurrezione e l’ascensione di Gesù Cristo.
I protestanti hanno negato che la Santa Messa sia vero sacrificio, perché in essa non c’è immolazione del corpo di Cristo, che ora è glorioso e impassibile, ma il Concilio di Trento e la dottrina della Chiesa rispondono che il sacrificio non comporta necessariamente una immolazione reale e cruenta. Nella Santa Messa vi è una immolazione incruenta o sacramentale che rappresenta l’immolazione cruenta della Croce e ne applica i frutti. Il sacrificio della Messa non è dunque un memoriale o una semplice oblazione, ma è un vero sacrificio offerto da Cristo medesimo, sacerdote e vittima. Non a caso Réginald Garrigou-Lagrange (1877 - 1964) ci ricordava come San Giovanni nell’Apocalisse contempla l’Angelo che incensa con un turibolo d’oro l’Altare si cui sta l’agnello immolato. La celebrazione liturgica ha ricordato Giovanni Paolo II, nella lettera alla Congregazione per il culto divino del 21-09-2001 «è un atto della virtù di religione che coerentemente con la sua natura deve caratterizzarsi per un profondo senso del sacro. In essa l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di trovarsi in modo speciale dinanzi a colui che è tre volte Santo e trascendente. Di conseguenza l’atteggiamento richiesto non può che essere permeato dalla riverenza e dal senso dello stupore che scaturisce dal sapersi alla presenza della Maestà di Dio. Non voleva forse esprimere questo Dio nel comandare a Mosè di togliersi i sandali davanti al rogo ardente»?
Certamente si può affermare come nulla meglio della Santa Messa Tradizionale esprime ciò che la celebrazione è nella sua intima essenza: il Santo sacrificio. Se c’è un luogo in cui il mondo secolarizzato non è penetrato, questo luogo e questo momento si ritrova nel rito romano straordinario. Dopo le parole introibo ad Altare Dei, la marea schiumosa della secolarizzazione che tutto sembra inquinare, si arresta davanti alle porte del santuario. Questa marea non penetra davanti al recinto immacolato in cui viene offerta e immolata a Dio, una vittima pura e senza macchia.
Il punto più sacro della Messa è il canone romano, la formula consacratoria composta – come ricorda il Concilio di Trento – in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli apostoli e in parte da ciò che è stato stabilito dai Pontefici. Le parole immutabili del Canone, sono pronunciate nella Liturgia Tridentina a bassa voce, proprio per sottolineare la sacralità. Il silenzio esprime la distanza infinita, tra il Dio ineffabile che non può essere conosciuto nella sua essenza e l’umile creatura che senza di lui cadrebbe nel nulla. Ma questo Dio adorato nella sua Maestà divina non è lontano, anzi infinitamente vicino, perché si è donato in Cristo ed è presente sull’Altare: in corpo, sangue, anima e divinità e solo nella assoluta trascendenza divina si esprime la radicale ed estrema vicinanza di Dio all’uomo. Così il linguaggio del silenzio, si accompagna alle parole liturgiche per rendere somma gloria a Dio in questo rito. Nel suo saggio Introduzione allo Spirito della liturgia l’allora cardinale Ratzinger si espresse così: «il silenzio si oppone al frastuono, alla confusione, che Regna nella civitas diaboli e permette che più perfettamente si renda a Dio creatore la riverenza che spetta a Sua Maestà».
La Riforma Liturgica del 1969 venne considerata come espressione della svolta antropologica degli anni Sessanta e Settanta. Una grande novità che pretendeva colmare l’infinita distanza tra Dio e l’uomo, spogliando leggermente – qualora ciò fosse possibile – Dio della sua gloria ed elevando molto, se fosse possibile, l’uomo verso Dio, nell’illusione di abbreviarne la distanza.
Si può certamente discutere se la riforma di Paolo VI abbia apportato quella continuità o quella rottura con la tradizione precedente della Chiesa, ma il solo fatto che se ne discuta è sufficiente per denotarla quanto meno come una riforma ambigua. Difatti se la Riforma liturgica avesse avuto un rapporto di inequivocabile continuità, tale dibattito non si sarebbe aperto.
Il rito romano antico non permette equivoci di alcuna sorta e in esso vi è un senso ineguagliabile della trascendenza divina. Esso evidentemente non è l’unico rito possibile, ma è un rito che esprime con perfetta chiarezza l’ecclesiologia cattolica: quell’unica ecclesiologia, anche con differenti riti che la esprimono.
Ed allora come non poter ricordare il Mutu Proprio del 2007 di Benedetto XVI e definito come Summorum Pontificum, il quale concede una categorica, quanto fondamentale chiave interpretativa secondo cui «il rito antico non è stato e non avrebbe potuto essere abrogato». Le conseguenze di queste affermazioni sono più vaste di quanto si possa a prima vista immaginare, perché in primo luogo cadono le speranze o i timori di chi aveva evocato l’ipotesi di una «riforma della riforma», intesa come ibridazione tra le due tipologie della Santa Messa: la nuova e l’antica.
Di riforma è certamente possibile parlare per il nuovo rito, ma non per l’antico che non potendo essere abrogato non può essere strutturalmente modificato. Oggi, l’aumento importante dei coetus fidelium in tutta Europa – nonostante alcune difficoltà -, deve fornire un dato oggettivo di come il rito romano straordinario promosso dal Pontefice tedesco abbia ripreso piena forza non solo per il suo impianto teologico, ma anche dalla sua storia pressoché millenaria.
La storia delle nazioni europee – ha affermato Giovanni Paolo II – procede di pari passo a quella della sua evangelizzazione. L’Europa medievale si è costruita attorno al Vangelo, ossia attraverso la trasmissione di una fede annunciata dai successori degli apostoli, secondo la consegna data da nostro Signore: andate e battezzate tutte le genti. Non a caso il vecchio continente a partire dal IV secolo inizia a formarsi intorno ad una traditio, ovvero ad una consegna e trasmissione di Verità. La dimensione rituale e in un certo senso una dimensione costitutiva della nascita e dello sviluppo della società europea e cristiana dei primi secoli. Perché la parola traditio nel suo senso originale si riferisce alla trasmissione dei singula fidei, ovvero quelle formule verbali confermate dalla autorità ecclesiastica destinate alla pubblica professione della fede e fin dal quarto secolo il simbolo è rappresentato come la quinta essenza del Vangelo nelle cerimonie della traditio simboli e della redditio simboli che precedono il battesimo. La traditio e la redditio del simbolo, significano che il catecumeno riceve la fede della Chiesa e si impegna a vivere e a confessarla pubblicamente davanti alla comunità cristiana. Ma la traditio se si esprime nella consegna di verità destinate a formare il Depositum Fidei e anche ricerca dei modi in cui queste verità vengono trasmesse. Ogni verità si traduce in una liturgia secondo la nota formula di Sant’Ireneo, poiché «si custodiva fedelmente la tradizione venuta dagli apostoli» e l’Europa medievale in questo senso nasce intorno ad una tradizione liturgica, attorno ad un rito. Tale considerazione ci viene confermata anche dallo storico inglese Christopher Henry Dawson (1889 - 1970), il quale osserva come «dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) l’ordine sacro della liturgia rimase intatto nel caos, mentre tutto crollava mutando». Dunque la liturgia costituì il principale legante interiore della società e nello stesso tempo fu sede della tradizione e della fede, poiché in essa le due realtà si incontravano conciliandosi.
L’affermazione del primato romano, sotto Dàmaso I (305 d.C. - 384 d.C.), corre parallela all’affermazione dell’Ordo liturgico romano, la cui definitiva configurazione avviene fra il IV e il VI secolo, culminando nella creazione del Liber Sacramentorium di Papa Gregorio I (540 d.C. - 604 d.C.). La Liturgia dàmaseno-gregoriana, così come affermava Monsignor Klaus Gamber (1919 - 89), si andò imponendo progressivamente in Occidente rimanendo quello che è stata celebrata nella Chiesa latina fino alla riforma liturgica del 1969. Questo è esattamente il rito che Benedetto XVI ripropone alla Chiesa: tale liturgia gregoriana, espressione del rito romano antico, ci ricorda attraverso il suo silenzio, le sue genuflessioni, la sua riverenza, l’infinita distanza, che separa il cielo dalla terra; ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza sacrificio e che il dono della vita naturale e soprannaturale è un mistero. Scrivendo ciò non possiamo certamente dimenticare l’esistenza di una nuova messa celebrata che rinnova anch’essa il sacrificio della croce in tutto il mondo promulgata e autorizzata dagli ultimi Pontefici.
Non si deve, né si può porre in contrapposizione il rito antico con la nuova Messa, ma si tratta unicamente di comprendere come la restituzione della libertà del rito antico opponga una nuova barriera al secolarismo avanzato. La messa degli apostoli aprì e chiuse tutti i 21 Concili Ecumenici della Chiesa, da Nicea al Vaticano II. Il rito romano straordinario di oggi, viene celebrato sotto le volte grandiose di San Pietro e nelle più umili e remote cappelle agli estremi confini della terra, ma fu anche la Santa Messa di tutti gli ordini religiosi fondati nella storia: fu celebrata sui campi delle Crociate, sulle galee pontificie prima della Battaglia di Lepanto e sulla collina di Kahlenberg prima della liberazione di Vienna. Questo rito romano, costituisce oggi la risposta più radicale e più perfetta alla sfida della secolarizzazione, quel guanto di sfida dell’umanesimo, orizzontale e laicista al mondo organico e verticale. Il Papa nel 2007 ha restituito a questo rito piena legittimità, piena cittadinanza e nessuno può impedirne la celebrazione o l’espressione dell’amore dei fedeli. Amiamo il rito romano perché amiamo la Chiesa e ringraziamo il Papa Emerito Benedetto XVI per aver restituito piena libertà a questa celebrazione troppo a lungo mortificata, essendo consapevoli che potrà donare alla Chiesa e alla società, nei prossimi anni e decenni, un nuovo sviluppo e un nuovo splendore.
 
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