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18 febbraio 2017 – Libreria Rinascita (Piazza Roma n°7 – 63100 Ascoli Piceno)
Introduce: Giuseppe Baiocchi 
Interviene: Orlando Donfrancesco
 

Das Andere ha estrapolato la figura novecentesca del dandy, tra stile, gusto e decadenza operando una vera e propria riflessione sul nichilismo e la perdita del soggetto all’interno dell’epoca contemporanea. ll romanzo dello scrittore romano Orlando Donfrancesco "Sole a Occidente" è questo in fondo: un parallelismo tra secoli diversi, governati dagli stessi problemi. Laddove i valori cadono, la nostalgia incombe; laddove l’uomo non ha più una tradizione, la società crea idoli decadenti, un nuovo che puzza di marcio. Intanto si ammirano le rovine, i segni della trascorsa Bellezza e in questo vuoto esistenziale ognuno salva il salvabile. L’ Italia non è stato un paese per dandy, ma per gagà – una imitazione del dandy che abbracciava più l’arte che la vita stessa – poichè il dandismo ha affascinato l’italiano, ma solo in chiave modaiola, ed è stato il suo esatto opposto, poiché il dandy ha creato sempre la Sua moda. La vita del dandy è stata una provocazione vivente alla società ed è per questo che divenne un fenomeno scomodo, soprattutto per l’Inghilterra Vittoriana. Questo movimento è stato una possibilità che ha voluto offrire alla civiltà occidentale una alternativa alla volgarità dell’utile. Nessun dandy è voluto mai essere un esempio, ma oggi nell’epoca del nichilismo, lo è diventato proprio per il suo ideale sulla bellezza e sulla visione di un mondo, oramai inabissatosi nella Gaia Scienza di Nietzsche.

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28 gennaio 2017 – Libreria Rinascita (Piazza Roma n°7 – 63100 Ascoli Piceno)
Introduce: Giuseppe Baiocchi 
Interviene: Sebastiano Caputo
 

C’è stato un tempo in cui Siria e Iraq erano ancora il nome di due Paesi, di due nazioni, non soltanto di guerre infinite. La Siria da cinque anni e l’Iraq da tre decenni sono il luogo di massacri indicibili e che pure abbiamo testimoniato. Siria e Iraq oramai esistono quasi soltanto con un acronimo: Il Siraq che a sua volta ne rievoca un altro il l’Afpak. E’ un illusione che la sconfitta del califfato porterà a soluzioni pacifiche: la guerra al terrorismo verrà sostituita ad altri conflitti perché lo Stato islamico non è la causa, ma il sintomo della disgregazione dei popoli.

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di Giuseppe Baiocchi 28/02/2017

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Nel campo accademico della storiografia Marc Léopold Benjamin Bloch è una leggenda, sia per quello che è stato in vita, ma anche per come ci ha lasciato. Lo storico francese sembrava il perfetto borghese del novecento: pacato, con baffi e occhialini tondi da intellettuale. Diversamente dietro l’apparenza – come vedremo – vi era qualcosa di inaspettato. Marc Bloch nasce nel 1886 a Lione, per via di suo padre – professore all’università - e quasi subito si trasferisce a Parigi: patria per eccellenza nel campo dell’istruzione.
Il giovane ragazzo cresce nel clima parigino, dove studia in uno dei grandi licei della capitale, il “Louis-le-Grand” e successivamente entra presso “l’École normale supérieure”. Tutto è nella norma, tranne un dettaglio: quel cognome che suona tedesco: Bloch. Difatti proviene dall’Alsazia (Alsace) e la famiglia dello storico è di origine ebraica: quando nel 1870, dopo la guerra franco-prussiana, il Reich tedesco si impadronisce dell’Alsazia e della Lorena. Ai cittadini francesi viene offerta l’opzione di rimanere (acquisendo la cittadinanza tedesca) o andarsene e restare francesi. La famiglia Bloch decide di tornare in Francia. Sono francesi al 100% i Bloch, sono ebrei , ma l’origine ebraica non viene assolutamente avvertita come elemento di rilievo all’interno dell’identità famigliare.
A ventotto anni Marc Bloch è professore di liceo, ha già fatto il servizio militare ed è sergente della riserva, ma gli eventi storici iniziano ad entrare nella vita di questo straordinario personaggio: siamo nel 1914 e scoppia il primo conflitto mondiale. Marc viene mobilitato come sergente di fanteria e combatte tutta la guerra fino al 1918, raggiungendo il grado di capitano. All’interno della gerarchia militare iniziare la carriera da semplice sergente ed essere promosso a rango di capitano, significa aver operato una brillante carriera e essere propensi per il mestiere di soldato, tanto che nei quattro anni di trincea viene citato per ben quattro volte per atti di valore all’ordine del giorno. Aver combattuto al fronte, significa avere vissuto le atrocità della guerra e Bloch nei suoi diari ricorderà con lucidità anche i dettagli più crudi: “quando la pallottola colpisce il cranio da una determinata angolatura, lo fa esplodere. In questo modo morì il mio amico Luis: metà del volto pendeva come un’imposta scardinata e si vedeva l’interno della scatola cranica, quasi vuota. Con un asciugamano ricoprii quell’orribile ferita: volevo nasconderla ai miei soldati. (…) I contadini e gli operai, considerati dei «duri» spesso sono particolarmente impressionabili. Da parte mia sopporto senza troppe difficoltà gli spettacoli cruenti”.
[caption id="attachment_7988" align="aligncenter" width="1000"] Nelle immagini da sinistra verso destra: il sergente Marc Bloch nel 1914 in posa per una foto; Il capitano Bloch (il secondo da sinistra) in una foto con altri ufficiali d'armata; soldati francesi posano in una foto nel 1918 a conflitto terminato.[/caption]
Nel 1918 concluso il conflitto, viene smobilitato e riporta dalla guerra una salute compromessa: ferito leggermente due volte, in cinque mesi di trincea ha contratto il tifo che gli lascerà un’artrite alle mani – portata dietro tutta la vita – che gli renderanno difficoltoso il suo mestiere di storico e scrittore. Il bagaglio di esperienze portate dalla guerra gli saranno utilissime per il suo mestiere. Ha constatato quanto è labile la memoria umana: lo storico avrà difficoltà a ricordare esattamente tutti i suoi ricordi del fronte, presenti come tanti fotogrammi inseriti in punti diversi della memoria, che gli impediscono di ricostruire un filo mnemonico completo. Dalle sue riflessioni nascerà un problema comune a molti storici nella ricostruzione degli eventi, poiché lo studioso fonda i suoi documenti su i ricordi degli individui e su come sono stati scritti. Marc Bloch metterà in dubbio proprio la “testimonianza storica” delle fonti.
Insieme all’amico e collega Lucien Febvre fonderà la rivista Les Annales (“Annales d'histoire économique et sociale”), probabilmente, il più importante raggruppamento di storici francesi del XX secolo, che divenne celebre per aver introdotto rilevanti innovazioni metodologiche nella storiografia (nouvelle histoire).
I due amici spesso avevano accese discussioni: “gli storici sono giudici istruttori” - asseriva dire Bloch -, dove lo storico è colui che conduce un’inchiesta, mentre Lucien Febvre ribatteva come a livello accademico, gli storici non dovevano “giudicare”, ma descrivere. Asserì in una sua famosa frase: “Il bravo storico, assomiglia all’orco delle leggende: quando sente odore di carne umana, sa che lì c’è la sua preda”.
Altra indagine importante è quella sulle false notizie in tempo di guerra: il francese inizia una ricerca sulla metodologia usata dalle truppe riguardo il giudizio valutativo degli accadimenti bellici, poiché quando un evento quadra con i pregiudizi di una persona, questa inizia a credere alle contingenze, le quali corrispondono alla sua aspettativa. Questo agire è di grande rilievo nella storia accademica di tale mestiere, poiché significava porsi delle domanda, che all’epoca non erano mai state concepite: non si discute sui “fatti”, ma sulla psicologia collettiva. Come ragiona l’individuo? E’ un problema storico. Uno dei grandi saggi di Bloch, scritti dopo il primo conflitto mondiale, si intitola “I Re Taumaturghi” dove si analizza la credenza collettiva: in passato le persone credevano che i Re di Francia potessero curare una certa malattia (la scrofola) toccando i malati. Regolarmente – fino alla fine del settecento – i Re di Francia inscenavano queste cerimonie in cui venivano i malati, i quali venivano “toccati” dal Re, e vi era sempre qualcuno che “guariva”. Prima di Marc Bloch gli storici asserivano che tali questioni fossero meramente popolari e di carattere superstizioso: di poco interesse in ambito accademico.
Altra questione di rilievo per lo storico di Lione è il contatto con il popolo francese: in guerra Bloch – da intellettuale parigino – incontra contadini e minatori, già scossi per via dell’invasione tedesca della Francia, fermata poi con la battaglia della Marna. L’effetto dei profughi francesi che si ritirano dai territori occupati dai tedeschi gli farà avere un senso di colpa molto forte: “questi contadini di Francia, in fuga da un nemico da cui non potevamo proteggerli”.
Bloch, il militare che sta perdendo la grande guerra, si sente responsabile verso una popolazione civile che non può difendere e da quel momento la sua attenzione è rivolta verso i ceti meno abbienti della società. Era rispettoso verso le persone meno fortunate di lui, che non avevano studiato, ma che sapevano ragionare e vivevano il mondo con la loro intelligenza. Osservare, dunque, il mondo con altri occhi: ragionare con il punto di vista degli altri, per giustificare usi e costumi diversi, per capire le differenze fra agricolture, architetture e prodotti enogastronomici. La ricerca di Bloch scende nel dettaglio: dagli attrezzi utilizzati nei campi – con differente posizione geografica – al modo di lavorare diverso che spaziava da regione a regione. Si poneva domande semplici come conoscere la fisionomia di un aratro medievale e venire a conoscenza del periodo in cui il manufatto si evolve e di conseguenza cambia. Sono domande che oggi possono sembrare banali, ma nel dato periodo storico non lo erano affatto. Il primo ventennio del novecento è un periodo epocale per la storiografia e Marc Bloch è un protagonista di questo rinnovamento accademico.
Conclusosi il conflitto, in Europa si apre un mondo nuovo: durante la pace gli viene assegnata la cattedra all’università di Strasburgo – nell’Alsazia recuperata ai tedeschi – e rimarrà nella cittadina per quasi tutta la sua vita. A Strasburgo nel 1929, Marc Bloch e Lucien Febvre pubblicano il primo numero della già citata rivista de “Les Annales” all’interno della quale si sforzano – insieme ad altri storici di comprovato valore – di creare l’innovazione in campo accademico storiografico. La storia economica entra al centro della questione accademica: prezzi, monete, lavoro. Lo storico abbraccia un campo di studio più grande, grazie a Bloch: deve conoscere l’economia, deve comprendere la differenza fra i gruppi sociali, deve divenire antropologo; insomma si vuole porre un freno alla separazione delle discipline. Altro scopo che la rivista si poneva era l’abbattimento delle barriere ideologiche e dei pregiudizi storici, come ad esempio il medioevo da sempre considerato “un evo oscuro”. Allo studio dello storico interessa tutto.
[caption id="attachment_7989" align="aligncenter" width="1000"] Nelle immagini da sinistra a destra: Marc Bloch, Lucien Febvre e un numero della rivista "Les Annales".[/caption]
Sempre alla fine della guerra Bloch si sposa – siamo nel 1919 – con una ragazza ricchissima e molto bella - anche lei ebrea - Simone Vidal e sarà un matrimonio felice dal quale saranno concepiti sei figli. La famiglia dello storico francese appartiene all’alta borghesia che all’epoca significava possedere tre persone di servizio in casa – la cuoca, la domestica, la bambinaia -, possedere un automobile e una casa di campagna (tra la città e la campagna vi era molto distacco), avere il telefono (lo possedevano negli anni venti pochissimi fortunati). La vita di campagna oggi non esiste più, così come la poteva concepire uno storico dell’epoca, il quale lavorava – chiuso nel suo studio – tutta la giornata per apparire solo a colazione e a pranzo, essendo aiutato soltanto dalla moglie nella stesura a macchina dei suoi scritti. La figura della moglie all’epoca, diveniva per lo storico fondamentale poiché questa rileggeva e scriveva in bella tutto l’immenso lavoro prodotto dal marito: oggi non è più così, tranne rarissimi casi.
Arrivano così gli anni trenta e nessun europeo in questo periodo storico può vivere – specialmente un intellettuale che conosce gli eventi geopolitici – una vita serena, senza apprendere i grandi mutamenti europei con l’affermazione del partito nazionalsocialista in Germania.
Solo alla metà degli anni trenta Marc Bloch comprende come il suo cognome – fuori dalla Francia – può creargli alcuni problemi, data la sua origine ebraica. Nel frattempo vorrebbe trasferirsi al “Collège de France” la massima università parigina per l’epoca. Il Collegio è l’espressione della libertà dello studioso e del sapere: si occupa di ricerche in campo storiografico e filologico, ma anche nelle discipline della fisica, della matematica, della chimica, delle scienze della terra, della psicologia cognitiva e della filosofia, spesso con intenti interdisciplinari. I suoi insegnamenti non sono diretti solo ad altri professori e ricercatori, ma rivolti a chiunque desideri seguire i suoi corsi. Nel vocabolario del Collège de France si afferma che i professori non hanno studenti ma solo uditori. Ma una volta mosse le prime telefonate e dialogato con alcune persone in grado di far scegliere lo storico nella prossima investitura universitaria (la scelta avviene per cooptazione) gli viene spesso riferito che la causa di eventuali ritardi sulla nomina è dovuta al suo cognome: ci sono troppi ebrei nel collegio. In una sua corrispondenza con Febvre affermerà: “Si, è proprio vero. Nel nostro paese sta tornando l’antisemitismo”. Lo storico si interroga anche sul suo essere ebreo, elemento etnico fino all’ora non considerato affatto, ma con il quale fare i conti; continua ancora con Febvre: “Sono ebreo, se non per la religione che non pratico – come non ne pratico nessuna -, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio, né vergogna perché sono, spero, abbastanza buono storico da sapere che le predisposizioni razziali sono un mito. Non rivendico mai la mia origine tranne quando mi trovo davanti ad un antisemita”.
In Francia si ha il timore di una installazione totalitaria, come già era avvenuta nella stragrande maggioranza dei paesi europei. “Di questo passo ci faranno finire come Matteotti” asserì una volta al suo amico e collega francese di stanza a Parigi. Nel 1933 la dittatura – oltre che in Italia, Spagna, Portogallo e altri paesi europei – arriva anche in Germania: Strasburgo è sul confine tedesco e si possono osservare le sfilate naziste al di la del fiume. La sensazione da parte di Bloch è di vivere in un epoca che sta scivolando verso l’abisso dell’ennesima guerra civile europea, accorgersi che sta arrivando qualcosa di spaventoso e non si capisce bene come comportarsi nel merito.
In Francia il clima politico è pesantissimo: nel 1934 ci sono manifestazioni di piazza della destra che rovesciano il governo e molti hanno paura di essere ad un passo dall’italiana “Marcia su Roma”. Dirà sempre Bloch nelle sue lettere: “Nei licei si compra una pistola per dieci franchi”.
Ma che idee politiche ha Marc Bloch? Suo figlio Etienne sostiene di non conoscere le idee politiche del padre, ma ipotizza che sia stato un uomo di sinistra, ma era altrettanto un uomo d’ordine. In linea più generale il personaggio di Bloch nella società è inquadrabile nella borghesia, la quale non fa politica perché è ricca, il loro ceto sociale è tutto di destra, ma poco assoggettabile allo strumento della propaganda, perché colto e indipendente. Sicuramente non sono comunisti, perché hanno orrore del dogmatismo, ma hanno il senso dei movimenti popolari, delle ingiustizie sociali. La risultante di tutta questa descrizione è - agli occhi del suo mondo - l'etichettatura a “rosso”: in quell’epoca si doveva “stare” da una parte o dall’altra: se non si apparteneva all’esercito e se non si facevano proprie idee nazionaliste, allora si diventava automaticamente un “rosso”.
Lettera del dicembre 1935: “Non essendo profeta, non so dove sarò nell’agosto del 1938. Voglio dire in che mondo e se in questo, sotto che cielo o magari in che rifugio anti-aereo o in un campo di concentramento. La vita con i tempi che corrono non abbonda in certezze”.
Altra lettera del 1937, da Londra: “Vorrei vedere impiccare Mussolini, Hitler e Laval (quest’ultimo è il filo-fascista francese, vissuto durante la terza repubblica della Francia). Non succederà e in fondo sarebbe una magra consolazione: uno nel suo angolino, non vede modo di far niente. Mi scusi per questi discorsi inutili, meglio lavorare, penso”. In questo momento fra le due guerre arriva l’interrogativo dello storico, addentro al corso degli eventi, con il suo sentirsi inutile, ma soprattutto la non consapevolezza di come poter operare.
Si arriva, inesorabilmente, al secondo conflitto (1939) e il capitano Marc Bloch viene richiamato per fare la guerra. Dopo la capitolazione dello stato retto dai militari in Polonia, dal settembre 1939 al maggio del 1940 lo schieramento tedesco e quello anglo-francese si osservano senza sparare un colpo.
Lo storico di Lione, potrebbe farsi esentare poiché ha cinquanta anni e possiede sei figli, ma non vuole chiedere l’esonero e va in guerra – non più in trincea – nello stato maggiore dell’armata. Anche qui, non perderà il suo consueto umorismo: “Devo essere il capitano più vecchio dell’esercito francese” dichiarerà agli amici. Sarà sistemato in ufficio, inizialmente come ufficiale di collegamento con il corpo di spedizione inglese, e successivamente gestirà tutti i rifornimenti di benzina di una armata: un compito di grande responsabilità e competenza.
Come già dimostratosi nel primo conflitto, all’interno dell’elemento bellico, il capitano Bloch si trova nel suo ambiente e tutto quello che opera, lo compie con magistrale disinvoltura. Passano i primi mesi e arriviamo al 1940 dove l’umore delle truppe francesi – dopo mesi di attesa – si guasta tra pensieri di troppo e mancanza di certezze: “Qui si vive nella noia più totale, nell’attesa di qualche cosa. Magari spaventoso, ma che renda un po’ meno assurda la nostra esistenza qui”. Il 10 maggio 1940 i tedeschi attaccano e nel giro di pochi giorni sbaragliano l’esercito francese: sfondano il fronte, invadono la Francia e gran parte dell’esercito – compresa l’armata, dove Bloch è stanziato – si trova circondato dalla wehrmacht. I francesi compiono una ritirata frenetica, per arrivare ad un porto qualunque e imbarcarsi per mettersi in salvo dai tedeschi che incalzano. Arriveranno a Dunkerque, dove la flotta inglese effettivamente riesce a salvare e a portare in Inghilterra gran parte delle forze franco-britanniche circondate da quella che gli storici definirono “La guerra lampo”.
[caption id="attachment_7991" align="aligncenter" width="1000"] Due fotogrammi: Il primo rappresenta un momento cruciale del film "Suite francese" (Suite française) del 2014 diretto da Saul Dibb, basato sulla seconda parte - intitolata Dolce - dell'omonimo romanzo di Irène Némirovsky, pubblicato postumo nel 2004, a più di sessant'anni dalla sua stesura. Viene rappresentato l'evento in cui la wehrmacht reimposta il fuso orario francese, modificandolo con quello tedesco: un simbolo dell'occupazione tedesca del 1940. Nella seconda immagine la motorizzata tedesca sfila, passando sotto l'arco di Trionfo a Parigi.[/caption]
La scrittrice ucraina, naturalizzata francese Irène Némirovsky, scriverà nel suo romanzo capolavoro “Suite francese” l'evento della disfatta, ponendo la questione sotto un profilo "umano" dell'invasore: “Non erano ancora i tedeschi ad arrivare, ma UN tedesco: il primo. Dietro le porte sprangate, dagli spiragli delle imposte socchiuse o dall'abbaino di un solaio, tutto il paese lo guardava avanzare. Il soldato fermò la motocicletta sulla piazza deserta; portava i guanti, un'uniforme verde e un elmetto con visiera sotto il quale, quando alzò la testa, apparve un volto roseo, magro, quasi infantile. «Come è giovane!» sussurrarono le donne. Inconsciamente si aspettavano una qualche visione apocalittica, un qualche mostro orrendo. Il tedesco scrutava tutto intento alla ricerca di qualcuno. Allora il tabaccaio che aveva fatto la campagna del '14 e sul risvolto della vecchia giacca grigia portava una croce di guerra e la medaglia militare, si fece incontro al nemico. Per un attimo i due uomini restarono immobili, l'uno di fronte all'altro, senza parlare. Poi il tedesco mostro la sigaretta che teneva in mano e chiese del fuoco in cattivo francese. Il tabaccaio rispose in cattivo tedesco giacché aveva preso parte alla occupazione di Mainz nel '18. Il silenzio era tale (tutto il villaggio tratteneva il respiro) che si coglieva ogni loro parola. Il tedesco domandò la strada. Il francese rispose, poi fattosi coraggio: «E' stato firmato l'armistizio?». Il tedesco allargò le braccia. «Non lo sappiamo ancora. Speriamo» disse. E la risonanza umana di quella parola, quel gesto, tutto l'insieme provava in modo evidente che non ci si trovava di fronte ad un mostro assetato di sangue, ma a un soldato come gli altri, e il ghiaccio fra il paese e il nemico, fra il contadino e l'invasore si ruppe immediatamente".
Marc Bloch è lì, nella ritirata, ed è più che mai è nel suo elemento. Conosceva tutti i luoghi di rifornimento per la benzina e nella ritirata li fa incendiare tutti: “Da Mons a Lille ho fatto bruciare a tutti gli incroci della ritirata: migliaia di ettolitri di benzina. Ho appiccato più incendi di quelli che può avere appiccato Attila”, scrisse nelle sue memorie.
Un ufficiale di mestiere durante la ritirata gli affermerà: “Ci sono dei militari di mestiere che non saranno mai dei guerrieri e ci sono dei civili che per natura sono dei guerrieri. Prima del dieci maggio non l’avrei mai immaginato, ma lei è un guerriero”. Lo storico rimarrà talmente colpito da tale affermazione che la inserirà all’interno dei suoi diari. La guerra a Bloch non piace, ma l’avventura si: riuscirà ad imbarcarsi a Dunkerque, ma una volta in Inghilterra i francesi – credendo fortemente che la guerra non fosse ancora persa – per ordine degli alti comandi vengono, la mattina successiva, rispediti nella Normandia con l’idea di rimettere in piedi l’esercito e continuare la guerra. Nel frattempo l’esercito tedesco avanza inesorabile e dai diari di Bloch si evince come l’alto comando francese non avesse minimamente compreso l’innovazione della macchina bellica tedesca: “Ogni giorno ci spostavamo indietro di venti chilometri: non abbiamo mica capito che dovevamo spostarci di duecento chilometri! Non avevamo capito niente”.
Il professore si reca a Rennes e dopo qualche settimana, uscendo dal suo ufficio in divisa da ufficiale, osserva l’ingresso della wehrmacht nella città: i tedeschi hanno occupato inesorabilmente tutta la Francia.
Bloch, riesce a nascondersi e spogliatosi degli abiti militari, si reca nel più vicino hotel prenotando una stanza: i tedeschi non lo scoprono. Dopo aver lasciato Rennes nel mese di luglio incontra – dopo molto tempo – la sua famiglia alla quale affermerà stizzito: “dopo, ci saranno molti conti da regolare”. Emerge in lui – nel mezzo dello sfracelo della Francia - una sorta di durezza e di spietatezza verso gli alti comandi, ma soprattutto verso il sistema politico francese prima del conflitto, incapace di autoregolarsi spaccando ideologicamente il paese. Con la famiglia si reca nella casa di campagna, tagliata fuori dalla nazione, invasa da una forza straniera e vive alla giornata.
Durante questo periodo terribile, Marc Bloch torna a scrivere e lo fa con la produzione di un altro piccolo capolavoro della storiografia: “La strana disfatta”, una lucida e perfetta disamina della guerra, con l’analisi delle motivazioni politiche e sociali di questa grande sconfitta. Scriverà: “noi eravamo vecchi e i tedeschi erano giovani. Noi eravamo comandati da vegliardi. Noi abbiamo combattuto una guerra di altri tempi: una volta si facevano le guerre coloniali e noi con il fucile sconfiggevamo i neri armati di zagaglie. Qui è stata la stessa cosa, solo che noi eravamo quelli con la zagaglia e i tedeschi quelli con il fucile. (…) I tedeschi correvano in macchina, con i motori e noi non abbiamo capito niente di che cosa era questa guerra”. Successivamente nei suoi scritti analizzerà anche la nazione francese prima della disfatta, non ritenendo possibile che la Francia si sia spaccata prima del conflitto. Vi erano manifestazioni operaie in piazza: rumorose, piene di rancore, pugni alzati e ostili, ma Bloch vi intravedeva anche tanta speranza nei manifestanti. La classe dirigente francese, invece, memore dell’esperienza russa, prese paura: i politici, i militari, il clero, gli industriali. La classe dirigente è spaventata e nell'alternativa preferirebbe un uomo forte come Hitler alla controparte “rossa” e su questo punto viene meno – per Bloch – l’unità del paese che ha smarrito il vero pericolo: il nemico tedesco.
La riflessione porterà un’interrogazione anche sul periodo intercorso fra le due guerre, dove il paese francese non ha prodotto molto – a differenza di quello tedesco – se non lo studio accademico. Ripartisce la colpa della disfatta anche alla sua categoria: quella degli storici, i quali convinti che gli eventi si plasmano intorno al movimento delle masse, sono rimasti immobili e passivi davanti agli eventi.
Dopo l'invasione tedesca, la Francia viene suddivisa il 10 luglio del 1940 in tre zone di influenza: una nazista, una francese ed una italiana. Bloch si rifugia nello “Stato francese” che successivamente verrà denominato “Governo di Vichy” con l'eccezione della zona di Mentone, occupata dall'Italia, e della costa atlantica, governata dalle autorità tedesche. Mantenne la sua neutralità militare - ma non politica, vista la dipendenza dai nazisti - nel corso di tutto il conflitto che ne seguì.
In una Francia dipendente, umiliata e sconfitta, Bloch inizialmente continua ad insegnare, ma viene spedito in una piccola università di provincia senza poter tornare a Parigi, occupata dai tedeschi e dalle famigerate Schutz-staffeln.
La sua casa a Parigi è confiscata dai vincitori ed affidata agli ufficiali di stanza nella capitale, così come la sua biblioteca che sparisce per sempre in Germania.
Marc Bloch insegna in un clima di antisemitismo crescente e successivamente anche la Francia di Vichy viene occupata dai tedeschi. Lo storico alsaziano è costretto a nascondersi per via delle sue origine ebraiche e nel 1942 la famiglia si rifugia nella casa di campagna, mentre i due figli maggiori li fa espatriare in Spagna con la speranza di poter dar loro la possibilità di raggiungere de Gaulle comandante della “Francia libera” in Africa. Sistemata la famiglia si reca a Lione e contatta la resistenza francese clandestina che lo accoglie tra le sue fila. Il movimento è quello promosso da Georges Altman della frangia dei “Franchi-tiratori”. Dopo essersi distinto in varie operazioni rischiose, come portare lettere e giornali clandestini, anche la resistenza si rende conto della sua bravura e Bloch torna per la terza volta in “guerra” contro lo storico nemico.
Inizia così a fare carriera all’interno del suo movimento, arrivando ad esserne il rappresentante del direttivo della resistenza della Francia meridionale. In maniera provvisoria diventerà anche capo di tutto il direttivo della resistenza non comunista (la resistenza comunista opera in maniera individuale) in tutta la Francia meridionale: possiede degli uffici clandestini, delle identità false e una moltitudine di uomini sotto il suo comando. La raccolta informazioni e l’invio di notizie false ai tedeschi è all’ordine del giorno nella cittadina di Lione, dove – nel frattempo – a comandare la Gestapo (Polizia segreta di stato) arriva l’ufficiale Nikolaus Barbie detto Klaus, il quale diverrà tristemente noto come il “boia di Lione” e verrà processato solo negli anni ottanta dopo aver collaborato per anni con gli Stati Uniti nel dopoguerra.
[caption id="attachment_7994" align="aligncenter" width="1000"] Nella prima immagine, cartina politica della Francia nel 1941. Nelle due immagini successive Nikolaus Barbie detto Klaus (Bad Godesberg, 25 ottobre 1913 – Lione, 25 settembre 1991) è stato un ufficiale tedesco. Fu il comandante della Gestapo nella suddetta città francese durante l'occupazione nazista della Francia. Scampato al processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale ha partecipato ad attività di intelligence, lavorando per i servizi segreti americani e nascondendosi, dal 1955, in Bolivia, dove operò attivamente per i servizi boliviani sotto lo pseudonimo di Klaus Altmann, venendo infine arrestato e processato negli anni ottanta.[/caption]
Mentre la Gestapo di Klaus Barbie cerca di annientare la resistenza, Bloch continua il suo operato clandestino ed è un organizzatore nato: preciso, intelligente, astuto. Inizia una caccia alla volpe per l’ufficiale tedesco che non ha precedenti nella Francia occupata. Bloch contatta stabilmente tutte le organizzazioni clandestine, coadiuvandosi con loro e una volta al mese si reca addirittura a Parigi per partecipare alle riunioni. Sempre nella capitale in totale segretezza, torna a trovare l’amico Febvre con il quale si promette che dopo la guerra, dovranno essere tra coloro che rifonderanno la scuola universitaria del paese. Prepareranno anche un futuro assetto istituzionale francese, poiché i vertici della resistenza operano anche in questa direzione e pianificano anche i movimenti da attuare quando gli anglo-americani sbarcheranno sulle coste francesi: Bloch è un patriota, tutto deve essere pronto per la rivincita.
Con il passare dei mesi il clima a Lione si fa sempre più pesante, perché Klaus Barbie è bravo a fare il suo mestiere e Bloch si rende conto pian piano che le sue operazioni sono sempre più rischiose e che ogni giorno le probabilità di un arresto aumentano. A Febvre confida: “Ogni tanto ho delle premonizioni di una morte orribile”. L’ultima lettera alla moglie la scrive il mattino dell’otto marzo del 1944: “Lo so che sei sola e ci sono tante decisioni da prendere. Scusami se sono lontano”, poi uscito di casa, una macchina della Gestapo si ferma davanti al suo portone: dopo averlo rincorso lo arrestano su un ponte di Lione. Negli stessi giorni di quel fatidico mese di marzo, verrà arrestata l’intera direzione regionale della resistenza francese meridionale: qualcuno, sotto tortura, ha confessato. L’importanza del nostro storico la si denota dalla stampa di Vichy, la quale dopo l’arresto annuncia: “la resistenza a Lione è distrutta. Il capo dei terroristi era un ebreo”. I tedeschi sono ancora più espliciti, tramite il Völkischer Beobachter (“Osservatore popolare”) il giornale del partito nazista: “un ebreo dirigeva i terroristi in Francia”. L’ambasciatore tedesco a Vichy scrive al ministero degli esteri a Berlino asserendo: “il capo della direzione del movimento di resistenza a Lione era un ebreo francese, chiamato Bloch”.
Marc Bloch viene condotto al quartier generale della Gestapo, a casa di Klaus Barbie e ci pervengono informazioni da un leader della resistenza – rimasto libero - che ha raccontato il susseguirsi degli eventi a Lione: “il 14 marzo, lo storico Marc Bloch è stato arrestato a Lione. (…) 20 marzo Marc Bloch è stato visto in un corridoio: il viso tumefatto e insanguinato. (…) A Lione Marc Bloch è stato torturato: immersioni nell’acqua gelida, bruciature della pianta dei piedi, tre costole rotte. E’ appena uscito da una broncopolmonite (la Gestapo, con l’immersione nell’acqua gelida, spesso comprometteva la salute degli interlocutori, i quali venivano curati in ospedale e successivamente interrogati per avere altre informazioni) ed è chiuso nella prigione di Montluc a Lione, insieme a centinaia di altri uomini catturati”.
Il sei giugno del 1944 gli anglo-americani sbarcano sulle coste della Normandia, dando inizio all’operazione “Overlord” e questa sarà l’ultima notizia che il nostro storico riesce a conoscere sul conflitto: sbarcati gli americani, i tedeschi si preparano ad evacuare la Francia senza lasciare dietro prigionieri vivi. Le Waffen-SS cominciano a fucilare tutti i prigionieri di Montluc: in totale tra giugno e settembre vengono uccisi 713 prigionieri. Marc Bloch è fra i primi, il 16 giugno, viene scortato ammanettato su un camion e condotto fuori Lione dove– insieme ad altri trenta – viene abbattuto in piena notte da raffiche di mitra. In queste fucilazioni collettive, in piena notte, succedeva abbastanza spesso che qualcuno si salvava: dei trenta portati fuori con Bloch, due vengono solo feriti ed in qualche modo riescono a salvarsi ed hanno raccontato - finita la guerra - cosa è successo veramente quella notte. Dirà uno dei due superstititi: “ho sentito molti compagni cadere gridando «addio mamma», oppure «addio moglie», oppure «viva la Francia». (…) Hanno portato fuori dalla camionetta i primi, abbiamo sentito le raffiche di mitra e Bloch mi ha detto «quel che c’è di buono è che non si ha il tempo di soffrire»". Questa frase si tramuterà in una leggenda ben diversa - che si diffonde già nel 1945 – la quale narra che prima di morire Bloch aveva accanto a se un ragazzo che tremava di paura (non c’era nessun sedicenne tra i condannati) e il professor gli afferma poco prima dell’esecuzione: “non aver paura piccolo, non fa male”. Per riprendere il suo saggio sulle “false notizie” oserei affermare come il professore alsaziano, ancora una volta, si sarebbe divertito a smontare “i falsi miti”. Ripropongo - per concludere - le parole del suo testamento, pochi mesi prima del suo omicidio, quando chiese funerali civili: “non ho chiesto che sulla mia tomba fossero recitate le preghiere ebraiche, anche se le loro cadenze hanno accompagnato all’ultimo riposo tanti dei miei antenati e anche mio padre. Non l’ho chiesto, ma mi sarebbe ancora più odioso che qualcuno potesse vedere in questo mio sforzo di sincerità un rinnegamento. Affermo dunque, davanti alla morte, che sono nato ebreo e che non ho mai pensato di negarlo. Non voglio preghiere, perché anche in questo caso non voglio mentire: non ci credo. Vorrei che sulla mia pietra tombale fossero incise queste semplici parole: «dilexit veritatem» (amò la verità)".
 
Per approfondimenti:
_Marc Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico - Edizioni Einaudi, Torino, 1998;
_Marc Bloch, La guerra e le false notizie - Edizioni Donzelli, 1994;
_Marc Bloch, La strana disfatta - Edizioni Einaudi, 1995
_Marc Bloch, I re Taumaturghi - Edizioni Einaudi, 2005
 
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di Alberto Peruffo 26/02/2017

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La fine del XIII secolo e l'inizio Del XII secolo a.C. vide grandi sconvolgimenti nel Mediterraneo orientale e nel vicino oriente con la distruzione di grandi città e la caduta di importanti imperi come quello egizio e quello ittita. Le distruzioni e le battaglie che ci sono state tramandate dai resoconti egizi sono però solo una parte di quello che accadde in quel periodo mentre, nel resto dell'Europa, non essendoci culture dotate di scrittura, non sappiamo cosa accadde esattamente in quest'epoca di grandi cambiamenti. Come per la caduta dell'impero romano, dove i primi responsabili dei cambiamenti furono i Germani, alla fine dell'età del bronzo furono invece i misteriosi "Popoli del Mare" a portare lo scompiglio tra le civiltà del Mediterraneo orientale. Dell'origine di queste popolazioni si è molto dibattuto e ancora non si è raggiunto una visione concorde tra gli storici. Fino a pochi anni fa si riteneva che i popoli che formavano questa coalizione marina, fermata da Ramesse III nella battaglia del delta del Nilo, provenissero per la maggior parte dall'Anatolia e dalla Libia. In realtà oggi si comincia a accettare l'idea che questi popoli appartenessero a un più grande contesto di migrazioni e spostamenti epocali che interessarono aree anche molto lontane dal Mediterraneo orientale.
Nella seconda metà del II millennio fu gran parte dell'Europa continentale a essere interessata da importanti spostamenti di popolazioni alla ricerca di condizioni di vita più favorevoli in un momento in cui le temperature globali si abbassavano, rendendo più difficoltosa la vita nell'emisfero settentrionale.
Proprio alle trasformazioni climatiche e a un veloce irrigidirsi del clima nel corso del XIII secolo a.C. che si deve imputare una serie di spostamenti di popoli da nord a sud del continente europeo, migrazioni i cui protagonisti più famosi furono la cosiddetta cultura dei Campi delle Urne, popoli indoeuropei che andarono ad interessare in particolare l’Europa centro occidentale e l’Italia.
[caption id="attachment_7962" align="aligncenter" width="1200"] La distruzione dell'Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie "Il corso dell'Impero" del 1836,[/caption]
Gli storici non conoscono i nomi di questi popoli, definendoli come appartenenti a un unica cultura materiale indoeuropea con il nome di “Cultura dei Campi delle Urne”, chiamati così per le loro usanze funebri di incenerire i morti. Civiltà proto celtica ma anche proto italica che si diffuse in Italia, in Francia e nei Balcani in quel periodo sottomettendo le popolazioni autoctone.
In Italia a farne le spese furono le locali e ricche e fiorenti culture delle Terramare costituite da popoli di razza Alpina e Mediterranea, presenti fin dal Mesolitico con l'antica cultura della ceramica Epi-Cardium. La fine delle Terramare sarà traumatico con lo spopolamento di intere zone lungo l'asta del Po e la conseguente migrazione verso l'Appennino centro meridionale. Se vaste zone dell'Italia settentrionale resteranno spopolate altre saranno occupate dai nuovi venuti, portatori della nuova cultura dei Campi delle Urne.
Molti i popoli di questa cultura che a più riprese varcheranno le Alpi verso l'Italia nel corso del XIII secolo a.C., i nomi delle stirpi coinvolte in questo processo epocale non ci sono note direttamente. Possiamo dedurre che la cultura Atestina sia l'espressione dei Paleoveneti, i cui mercanti e artigiani almeno due secoli prima del XIII secolo a.C. avevano cominciato a stanziarsi nell'Italia nord orientale, come dimostrano le prime necropoli a incinerazione della regione . Paleoveneti che, per il mondo accademico slavo, polacco e sloveno in particolare, presentano forti legami con la cultura di Lusazia (attuale Polonia), cultura affine a quella dei Campi delle Urne anche se con peculiarità proprie.
Interessante notare che in quella stessa area in epoca alto medioevale vi era stanziato il popolo Vendel che perpetua la sua esistenza nelle attuali popolazioni slave, così come i Vandali originano da quella stessa regione. Si può, poi, ipotizzare che i Veneti celtici dell'Armorica, protagonisti della prima battaglia navale oceanica documentata durante la conquista della Gallia da parte di Cesare, originassero dallo stesso ceppo dei Veneti stanziati alla fine dell'età del bronzo in Italia.
Parenti stretti dei Veneti dal punto di vista linguistico furono gli Illiri e i Latini, appartenenti alla cultura dei Campi delle Urne. Questi ultimi, insieme agli Italici, si stanzieranno in Italia centrale intorno al XIII secolo a.C. trovandosi isolati dal resto dei popoli dei Campi delle Urne più a nord separati dalla cultura Villanoviana, fusione quest'ultima tra i nuovi venuti indoeuropei e gli autoctoni che crearono una loro peculiare civiltà.
In Italia settentrionale i Campi delle Urne sono rappresentati dalla cultura di Canegrate che soppianta l'autoctona cultura di Polada, affine alle Terramare, la successiva assimilazione tra le nuove popolazioni indoeuropee e gli antichi abitanti genererà la cultura di Golasecca le cui genti rimarranno sempre in contatto con i popoli a nord delle Alpi condividendone l'evoluzione culturale. Le regioni dell'Insubria faranno da collegamento tra il mondo Mediterraneo e le culture centro Europee (in particolare con la cultura di Hallstatt), grazie proprio al facile accesso ai valichi alpini che garantiranno una certa prosperità a quei popoli stanziati nella Padania settentrionale.
Ci si può ora chiedere se queste conquiste dei popoli dei Campi delle Urne in Italia e nei Balcani di questo periodo possano essere connesse agli sconvolgimenti nel Levante e alla distruzione dei grandi imperi. Sempre più studiosi ritengono infatti che popoli provenienti dalla penisola italica possano essere stati coinvolti nella più famosa e studiata invasioni di quegli anni turbolenti in quella che fu la confederazione di vari popoli di diversa natura e provenienza, anche se ancora misteriosa per molti aspetti, che gli storici catalogano sotto il nome generico di Popoli del Mare così come vengono menzionati dai documenti egizi.
Viene oramai generalmente accettato che la civiltà Nuragica sia da associare al popolo dei Shardana o Sherden che già all'epoca di Ramesse II erano impiegati come mercenari dagli Egizi dopo che, da tempo, subivano i loro atti di pirateria.
Recenti ritrovamenti archeologici nel Mediterraneo occidentale indicano come questa bellicosa popolazione isolana costituisse una importante realtà talassocratica con ramificazioni importanti sulle coste spagnole dove, nella piana di La Mancha nella regione della Castiglia, si sono scavati torri fortificate concentriche simili ai nuraghi appartenenti alla cultura detta Los Millares risalente all’inizio del II millennio, civiltà bellicosa associata alla cultura megalitica e a quella della cultura dei Vasi Campaniformi entrambe diffuse nell’Europa di quel tempo, che aveva il monopolio dei minerali presenti in Spagna, in particolare lo stagno fino al 1800 a.C. quando venne soppiantata dalla cultura detta di El Argar anch’essa collegata commercialmente con la Sardegna e l’area micenea. La composizione etnica della Sardegna mostra inoltre una continuità dal suo sviluppo fino all'arrivo dei Punici in età storica.
Nel periodo delle invasioni dei Popoli del Mare i Shardana ebbero un ruolo determinante all'interno della coalizione, sempre presenti ad ogni tentativo di conquista dell'Egitto. È possibile che abbiano anche avuto la guida di popoli molto diversi tra loro, questi erano gli Ekwesh, Teresh, Lukka, Peleset, Tjekker, Sheklesh, Danu (Denyen), e Weshesh, oltre agli Shardana.
Tra questi interessanti sono i Teresh che diversi studiosi associano ai più tardi Tirreni.
Se si accetta l’assonanza dei nomi con i Teresh, associata alla loro perizia marinara sviluppatasi nel Tirreno intorno al XIII secolo a.C., si può pensare a un popolo di cultura Villanoviana installatosi in quel periodo lungo le coste dell’Italia occidentale, strettamente collegato alla cultura centro-europea dei Campi delle Urne che usava cremare i corpi nello stile appartenente ai popoli indoeuropei di quel periodo, tanto che questa cultura materiale viene spesso considerata come proto-celtica. Dai dati antropologici relativi agli Etruschi abbiamo una certa variabilità dei resti ossei, dove, pur rimanendo la morfologia mediterranea quella più diffusa, si trovano anche etnie provenienti da oltralpe come il tipo Dinarico e, più raramente, quello Nordico, ciò a conferma che vi fu comunque una contaminazione da parte dei popoli di cultura villanoviana che rimase nei caratteri morfologici degli Etruschi storici. Così come dal punto linguistico troviamo diversi termini di origine indoeuropea, molto probabilmente desunti dagli invasori dei Campi delle Urne i quali, una volta assimilati dagli indigeni non indoeuropei, cederanno molti termini del loro idioma alla lingua etrusca, in un processo non dissimile a ciò che accadde alla lingua dei Longobardi con l'italiano, tributario di molti termini germanici una volta che il processo di assimilazione tra i due popoli si concluse.
[caption id="attachment_7964" align="aligncenter" width="1000"] Nelle immagini: Ulpiano Checa, "L'Invasione dei barbari" 1887. Nella cartina di sinistra: L'Italia divisa in aree culturali e sociali.[/caption]
Una importante prova della relazione tra i Tirreni e il mondo Egeo è la Stele di Lemno, in cui è incisa una lingua dai caratteri molto simili all'etrusco, dove alcuni studiosi vedevano la possibile origine degli etruschi nell'area dell'Egeo orientale. Vi è però la difficoltà nello spiegare come gli abitanti del territorio angusto di questa piccola isola abbiano potuto colonizzare ed influenzare una vasta regione dando vita ad una civiltà del tutto nuova. Inoltre non vi sono notizie storiche antecedenti ai Popoli del Mare di questo popolo stanziato in Egeo e, anzi, successivamente avremo la presenza dei Teresh nelle aree palestinesi e del Mediterraneo orientale.
A ogni modo già molti autori dell’antichità ritenevano la cultura etrusca autoctona e non influenzata da significativi apporti orientali, Dionigi d’Alicarnasso era convinto assertore dell’origine autoctona degli Etruschi mentre per Tito Livio sarebbero giunti in Italia dal nord. Alcuni antichi autori greci come Porfirio affermarono che l’isola di Lemno non fosse altro che una colonia, fondata in tempi remoti, dai Tirreni e non la loro patria d’origine.
Lo stesso Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.) racconta di come i Tirreni si dispersero verso l'Egeo e il Levante dopo una grave carestia in Italia.
Strabone poi riporta una tradizione che indicava come i Tirreni fossero salpati dai porti di Regisvilla o da Maltano nei pressi di Tarquinia e Vulci, unendosi a popolazioni sicule per imperversare nell’Ellade per poi stabilirsi lungo le coste orientali dell’Egeo. L’accenno ai Siculi è interessante poiché i Teresh sono spesso associati ai Shekelesh nei documenti egizi così come forte doveva essere la loro alleanza con i Shardana che li vedeva colonizzare insieme i territori della Palestina e dell’Anatolia.
L’ipotesi che associa i Shekelesh ai Siculi li vedrebbe come un popolo indoeuropeo associato alla cultura dei Campi delle Urne discesa nella penisola italica con altri popoli proto italici proprio durante il XIII secolo a.C., andando a formare la cultura Villanoviana. Alcuni storici hanno collegato i Siculi trasferitisi in Italia con l’antico popolo ungherese dei Siculi (Székely in ungherese, Secui in rumeno, in latino Siculi) che rimase in Pannonia ed oggi è presente in Transilvania dove si caratterizzano come una minoranza etnica coesa che li vede uniti nel chiedere una sempre maggior autonomia al governo centrale rumeno.
Al tempo delle invasioni dei Popoli del Mare i Shekelesh/Siculi non avevano ancora raggiunto la Sicilia ma si trovavano sul continente tanto che una tradizione latina riferita da Dionigi di Alicarnasso li vuole stanziati nel territorio laziale, nell’area di Albalonga, per un certo periodo di tempo prima della loro conquista della Sicilia orientale dove si stabilirono definitivamente, imponendosi sulle popolazioni autoctone degli Elimi e dei Sicani, la vicinanza dei Siculi con i latini verrebbe peraltro confermata dall’analisi linguistica fatta su iscrizioni del V secolo a.C. che indicherebbero il siculo imparentato al latino avvalorando la stirpe osco-ausonica dei Siculi. La stessa ricerca archeologica ha messo in evidenza la presenza di capanne nei pressi di Lentini uguali a quelle ritrovate sul Palatino a Roma.
Probabile che lo spostamento e la nuova migrazione dei Siculi dall'Italia centrale verso la Sicilia sia stato causato dall'arrivo successivo di nuove popolazioni indoeuropee come gli Osco-Umbri.
Un altro collegamento tra la Cultura dei Campi delle Urne e i nuovi arrivati nel Mediterraneo si ha con i ritrovamenti archeologici. Ad esempio il vaso a staffa di Skyros, dell'inizio del XII secolo prima della nostra era, presenta una nave con il motivo decorativo a prua della testa d’uccello in tutto uguale a quella delle navi dei Popoli del Mare, denotando un associazione culturale di questo simbolo nel Mediterraneo e l’Europa centrale della cultura indoeuropea dei Campi delle Urne dove il motivo ornamentale dell’uccello sulla prua della nave (Vogelbarke, letteralmente “nave uccello”) era molto diffuso, con la decorazione dei due cigni che trainavano la nave del sole, leggende che si tramanderanno fino all’epoca medioevale e oltre nei cicli epici del Graal e del Lohengrin.
[caption id="attachment_7965" align="aligncenter" width="1000"] Reperti bronzei e di rame, raffiguranti la "Vogelbarke".[/caption]
Vi è da notare poi come la diffusione delle “spade terribili”, cioè le spade Naue II o Griffzungenschwert (letteralmente “spade con impugnatura a forma di lingua") sia associata alla diffusione degli Indoeuropei in quel periodo in tutto il bacino del Mediterraneo. Queste “spade terribili” rappresentano una delle armi più longeve, venendo impiegate in Europa per oltre 700 anni, avendo il loro centro di maggior sviluppo in Europa settentrionale per poi raggiungere le zone toccate dalle incursioni dei Popoli del Mare.
L'ipotesi che alcuni popoli dei Campi delle Urne che si affacciavano allora sul Mediterraneo abbiano, in una certa misura, partecipato alla coalizione dei Popoli del Mare è accreditato da diversi studiosi, come Renato Peroni che presume come i Micenei presenti in Italia abbiano indotto gli Italici a seguirli in scorribande lungo le loro rotte del Mediterraneo orientale, o come Gilda Bartoloni che intravvede rapporti pacifici tra le comunità italiche e quelle micenee. Più probabile che, come dice lo storico Alberto Palmucci, gli Italici e i loro alleati abbiano solamente sfruttato le conoscenze delle rotte dei Micenei stanziati in Italia non facendosi scrupolo di distruggere tutti i loro empori nella Penisola, come infatti è attestato dai recenti studi archeologici.
Di certo la fine del II millennio prima della nostra era fu un periodo di grandi migrazioni e di spostamenti di popoli indoeuropei, tra cui Persiani e Medi nell’altopiano iranico, e Semiti che si ricollocarono spesso a spese di civiltà stanziali dalla cultura materiale più progredita. In Europa la cultura dei Campi delle Urne rappresentò il fenomeno più importante di migrazione armata mai verificatosi fino ad allora, paragonabile alle invasioni germaniche del primo medioevo, questo portò ad un cambiamento nella composizione etnica di gran parte del continente e non vi è da escludere che alcuni Popoli del Mare possano essere appartenuti all’ampia famiglia della cultura dei Campi delle Urne che sottomisero con la forza varie popolazioni autoctone dell’Europa mediterranea, per poi andare a minacciare le civiltà più progredite del Levante, finendo poi per essere sconfitte da Ramsete III nella grande battaglia anfibia alle foci del Nilo.
 
Per approfondimenti:
_Alberto Palmucci “Le origini degli Etruschi. Da occidente ad oriente e da oriente a occidentale.” Corito Tarquinia DNA mito archeologia. Roma 2013
_Alberto Peruffo, “Le guerre dei popoli del mare. La battaglia del delta del Nilo e la fine dell’età del Bronzo”. Arbor Sapientiae Editore
 
 
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11 dicembre 2016 – Libreria Rinascita, Piazza Roma n°7 – 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Alessandro Poli
Interviene: Andrea Fioravanti
 

Il cinema noir possiede una ambientazione prettamente urbana dove la città appare allo spettatore maligna e nello stesso tempo si impone per la sua monumentalità. Il noir ci descrive una società in gran parte priva di spirito comunitario: demistifica un mondo ove si è erosa sia la fede nella lealtà verso un bene comune, sia la fiducia, disattesa, nell’American Dream. Questo genere cinematografico, che accresce la sua diffidenza e critica sociale dopo il crollo di Wall Street, si lega sin da subito all’architettura, se non in senso stretto l’urbanistica: questa è la vocazione e base socio-spaziale del genere e della disciplina, dove l’incontro negato e la mancata realizzazione del naturale bisogno di comunione si discostano dall’ambizione duratura dell’architettura. Spesso nel cinema noir i paesaggi urbani diventano i veri attori assoggettando, attraverso l’ortogonalità e la longitudinalità della prospettiva, i protagonisti, sempre più inseriti in un contesto meccanico e schizofrenico. La crisi del soggetto è quindi uno dei temi centrali e più indagati nel cinema americano dagli anni Venti e fino agli anni Quaranta grazie ai capolavori di grandi maestri quali Friedrich Wilhelm Murnau, Howard Hawks, Fritz Lang, John Huston, Otto Preminger, Orson Welles, Billy Wilder.

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di Giuseppe Baiocchi 04/02/2017

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Gli ultimi anni dell’Impero asburgico vedono come assoluto protagonista Francesco Giuseppe I d’Austria – diventato imperatore a soli diciotto anni – marito di Elisabetta di Baviera, da tutti ricordata come Sissi, ed è stato per quasi sette decenni l’incarnazione della monarchia Austro-Ungarica.
La famiglia degli Asburgo segna in maniera significativa la storia europea ottocentesca, novecentesca e la morte dell’imperatore sarà notizia di immensa drammaticità per tutto l’impero che iniziava ad osservare la disgregazione politica e successivamente sociale dei suoi territori. Lo scrittore Joseph Roth immortala l’evento della morte dell’Imperatore e ce ne fa percepire l’atmosfera: “Quando fu seppellito, ero lì, uno dei tanti soldati della guarnigione di Vienna, con la nuova uniforme grigio-azzurra che di lì a qualche settimana avremmo portato al fronte, uno dei tanti che riempivano le strade. La commozione che nasceva dalla consapevolezza di vivere una giornata storica che si accompagnava alla contraddittoria tristezza per il declino di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione (…) e mentre misuravo esarcerbato la vicinanza della morte, cui mi mandava incontro il defunto imperatore, mi sentivo preso dalla cerimonia per la sepoltura di Sua Maestà (…) capivo con chiarezza l’assurdità dei suoi ultimi anni, ma non potevo nascondermi che questa assurdità era stata anche una parte della mia fanciullezza (…) il freddo sole degli Asburgo si spegneva, ma era stato pur sempre un sole”.
[caption id="attachment_7740" align="aligncenter" width="1531"] Nella prima immagine: Francesco Giuseppe I d'Austria, (1830 – 1916), è stato Imperatore d'Austria (1848-1916) e Re d'Ungheria (1867-1916). Regnò sul neo riformato Impero austro-ungarico dal 1867 e sul Regno Lombardo Veneto fino al 1866. Apparteneva alla casa d'Asburgo-Lorena. Nella immagine di destra: cartina politica dell'Impero Austro-Ungarico.[/caption]
A cent’anni dalla scomparsa dell’Imperatore, la figura di Francesco Giuseppe viene valutata molto positivamente dagli abitanti della sua capitale: Vienna. Molte sono state, difatti, le iniziative e i festeggiamenti, organizzati in occasione del centenario della morte. La memoria di Francesco Giuseppe – come tutti gli altri sovrani asburgici – è molto forte in Austria e la motivazione non si ritrae solo nel “mito asburgico” celebrato dal grande filone letterario, ma è la consapevolezza storica - diffusasi nell’immaginario collettivo del paese -  che la stessa Austria è stata resa grande solo durante il periodo degli Asburgo: ovvero quel lasso di tempo storico che intercorre i secoli che vanno tra la metà del XVI secolo, fino alla prima metà del XIX secolo.
Il nome "Asburgo" deriva dall'Habichtsburg (contratto in Habsburg), castello situato nell'omonimo comune del cantone svizzero di Argovia, sulle sponde del fiume Aare. La "Rocca dell'Astore" - questo il significato in tedesco - è stata la sede originaria e feudo comitale della famiglia. Difatti erano cortigiani dell'Imperatore Federico I Hohenstaufen detto "Barbarossa", che seguivano nei cortei reggendo l'astore, da cui il nome. Il motto della dinastia A.E.I.O.U. viene in genere interpretato in: "Austriae est imperare orbi universo", tradotto "spetta all'Austria regnare sul mondo".
Il nome di Francesco Giuseppe è già di per sé singolare, poiché sembrerebbe riunire due grandi sovrani asburgici: il nonno Francesco (Francesco Giuseppe Carlo Giovanni d'Asburgo-Lorena) e lo zio Giuseppe II (Giuseppe Benedetto Augusto Giovanni Antonio Michele Adamo Davide d'Asburgo-Lorena). Per tre lunghi secoli questa famiglia porta l’eredità del Sacro Romano Impero (anche dopo la soppressione di “imperatore dei romani”).
Il cinquantesimo anno di Regno di Francesco Giuseppe è festeggiato con grandi opere pubbliche e manifestazioni imponenti. Alla soglia dei sessanta anni (nato nell’estate del 1830), è il sovrano di un impero di 624.856 chilometri quadrati con 45.000.000 di abitanti tra varie etnie: tedeschi, cechi, polacchi, ruteni, rumeni, croati, slovacchi, serbi, sloveni, italiani e ungheresi. La capitale Vienna è una delle città più vive e importanti dal punto di vista culturale in Europa e di conseguenza del mondo, come ci racconta lo scrittore austriaco Stefan Zweig, ne “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, 1942”: “Fra tutte le città europee, Vienna era sicuramente quella in cui questa aspirazione alla cultura era più appassionata. Poiché l’Austria e la sua monarchia avevano da secoli perduto ogni ambizione politica e non avevano conosciuto particolari vittorie nelle loro imprese militari, l’orgoglio patriottico aveva cominciato a manifestarsi nel desiderio di una supremazia in campo artistico. (…) Di qui erano passati i Nibelunghi, qui gli immortali sette astri della musica – Gluck, Haydn e Mozart, Beethoven, Schubert, Brahms e Johann Strauss – avevano illuminato il mondo con il loro fulgore, qui erano confluiti tutti i movimenti e le correnti della cultura europea. A corte, tra i ranghi dell’aristocrazia e in seno al popolo al sangue tedesco si univano quello slavo, ungherese, spagnolo, italiano, francese e fiammingo; saper fondere armonicamente questi contrasti in una nuova e peculiare realtà – quella dello spirito austriaco, della “viennesità” – fu l’elemento di vera genialità proprio di questa città musicale. Accogliente e dotata di una sensibilità particolare, questa città sapeva attrarre a sé, conciliandole, mitigandole e addolcendole, le forme più disparate. Era dolce vivere in una simile atmosfera di intesa e di accordo spirituale in cui ciascun cittadino riceveva quasi senza rendersene conto un’educazione cosmopolita e internazionale. Quest’arte dell’assimilazione, questa capacità di cambiare e adattarsi in modo armonico e impercettibile, si manifestava già nell’aspetto esteriore della città”.
[caption id="attachment_7741" align="aligncenter" width="1024"] Nella foto scorcio di Vienna, nella Mariahilfer Stra§e ai primi del 1900.[/caption]
Tornando ai festeggiamenti per il suo cinquantesimo anno di Regno, solo una persona sembra volersene restare in disparte: è l’Imperatrice Elisabetta (Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach) che tutti nell’Impero chiamano Sissi. Dopo il suicidio del figlio Rodolfo d'Asburgo-Lorena (1889) si è progressivamente ritirata a vita privata e il 16 luglio del 1898 - su consiglio dei medici della casa reale - parte per un viaggio curativo in Svizzera. L'Imperatore spera di vederla tornare rinfrancata dall'aria di montagna, ma il 10 settembre del 1898 alle 16.30 gli perviene la tragica notizia che la moglie è deceduta dopo un accoltellamento da parte di un anarchico italiano Luigi Lucheni, il quale poco dopo l’arresto confessò alla polizia le motivazioni del suo gesto: “Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi”.
Quella dell’Imperatore e della sua consorte fu una grande storia d’amore, duratura nel tempo, malgrado alcune interpretazioni sui viaggi della regina apostolica d'Ungheria, regina di Boemia e di Croazia. E’ una storia d’amore che non viene intaccata dalla diversità caratteriale dei due personaggi: Francesco Giuseppe era nato, cresciuto e educato all’interno della corte degli Asburgo; Elisabetta è estroversa, amante dello sport, si sforza di vivere a corte. I loro rapporti non vengono incrinati neppure dalle grandi disgrazie familiari della corte, né dalle loro diverse visioni politiche, con l’Imperatrice Sissi anti-italiana e protettrice degli ungheresi:  avrà peso politico nel riconoscimento dell’Ungheria del 1867, trasformando l’Impero nella duplice monarchia austro-ungarica.
Un Impero multietnico retto con saggezza dall’Imperatore che dimostra grande capacità di tenere uniti tanti popoli e tante lingue. L’Impero austriaco è una costruzione che nasce nel 1804 come monarchia ereditaria, in seguito alla formazione del primo Impero francese da parte di Napoleone Bonaparte (Napoleone I). Il primo imperatore d'Austria fu Francesco I, che al tempo aveva anche il titolo di Sacro Romano Imperatore. Questo titolo fu abbandonò nel 1806 in seguito al disfacimento del Sacro Romano Impero. Per mantenere il titolo si proclamò imperatore d'Austria.
Dopo alcuni tentativi di riforma costituzionale, per gli Asburgo arriva la pesante sconfitta militare contro l’espansionismo tedesco a guida prussiana (a guida originale degli Hohenzollern che acquisiscono il titolo reale nel 1701) che con la battaglia di Sadowa (1866) impone la guida della cultura tedesca non più agli austriaci, ma ai prussiani. Francesco Giuseppe crea così il 12 giugno del 1867 “L’impero Austro-Ungherico” per poter avere ancora sul quadro geopolitico il titolo di Imperatore e non lasciarlo solamente a Napoleone III.
L’Impero di Francesco Giuseppe ha diversi punti di forza, come la sua multi-nazionalità, multi-confessionalità e multi-culturalità che vigono come carattere unico - in quel momento storico - sul  continente. Inoltre l’imperatore – per capacità e bravura personali - era riuscito ad essere percepito come il punto di riferimento e come garante della sicurezza di tutti gli stati facenti parte dell’Impero. Tuttavia all’inizio dell’ottocento all’interno delle singole nazioni, parte un travaglio sociale – di carattere nazionalista – derivante dalla nascita, in Francia, del concetto di nazione derivato dall’illuminista Rousseau. Successivamente i moti europei del 1848, accelereranno il flusso dell’autodeterminazione, che esploderà nei moti delle “rivoluzioni del 1848” chiamate “primavere dei popoli”, che si identificarono come movimenti rivoluzionari massonico-borghesi.
Questo nazionalismo era incrementato dopo l'Ausgleich, - “compromesso” utilizzato per indicare “l'Österreichisch-Ungarischer Ausgleich" (il compromesso Austro-Ungarico) -, ovvero la riforma costituzionale promulgata il 12 giugno 1867 da Francesco Giuseppe, con il quale l'Ungheria otteneva una condizione di parità con l'Austria all'interno della monarchia asburgica, segnando il passaggio dall'Impero Austriaco all'Impero Austro-Ungarico.
L'accordo non risolse il problema etnico, facendo rimanere molte disparità tra i popoli: la duplice monarchia mantenne su un livello piramidale le varie popolazioni dell'impero multi-etnico, ponendo al vertice solo gli austro-tedeschi e gli ungheresi, ed inserendo in minoranza le popolazioni slave. Infatti in base al ristretto suffragio censitario presente in entrambe le entità statali, i tedeschi ottennero il 67% dei seggi nel parlamento di Vienna e i magiari il 90% di quello di Budapest, anche se entrambe le popolazioni non superavano il 40-50% nei rispettivi Stati.
Ironicamente Robert Edler von Musil, nel suo celebre “L'uomo senza qualità”, sul problema dell'Ausgleich si esprimeva: “Questo concetto dello stato austro-ungarico era così stranamente congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza. Non era fatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si completavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austroungarico, e quest'ultimo stava di casa in Austria, per cui il concetto statale austriaco era in fondo senza patria. L'austriaco esisteva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della Monarchia austroungarica rappresentati alla Camera, che sarebbe come dire un austriaco più un ungherese meno quest'ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un'idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non potevan soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più complicata. Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cèchi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni”.
Il 28 Giugno del 1900 Francesco Giuseppe e la famiglia si trovano riuniti presso la sala del consiglio di Hofburg (la residenza ufficiale dell’Imperatore a Vienna), dove l’erede al trono Francesco Ferdinando (Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d'Asburgo Este) pur di sposare la contessa Sophie Chotek von Chotkowa (aristocratica di rango inferiore) rinuncia ad ogni diritto di successione. Per l’anziano Imperatore - dopo i dolori causati dalle morti del figlio e della moglie - spera di essersi assicurato così una vecchiaia tranquilla.
Dal punto di vista politico – come detto – l’Impero è eroso dai vari nazionalismi, soprattutto nell’area dei Balcani a causa della progressiva disgregazione dell’Impero Ottomano e dalle mire espansionistiche della Serbia. La monarchia asburgica si sente sempre più accerchiata a Sud dalla Serbia, ad Est dalla Russia zarista e ad ovest dall’Italia, che - pur facendo parte della Triplice alleanza -, non nasconde di volersi annettere il Trentino. Solo la Germania di Guglielmo II – con il suo temibile esercito – continua a restare saldamente al fianco degli austriaci.
[caption id="attachment_7742" align="aligncenter" width="1444"] Franz von Matsch, Omaggio dei Principi tedeschi all'Imperatore Francesco Giuseppe. I principi tedeschi guidati dall'Imperatore Guglielmo II porgono gli auguri all'Imperatore Francesco Giuseppe per i sessantanni del suo Regno. La scena si svolge nella sala da ricevimento dell'Imperatrice Maria Teresa e che oggi porta il nome di Maria Antonietta.[/caption]
Il 12 Giugno del 1914 i sovrani dei due paesi alleati si incontrano per discutere le voci di una alleanza della Romania con la Russia, elementi che inquietano l’animo dell’anziano Imperatore. Il Kaiser tedesco si dichiara pronto a tutto – anche ad una guerra – pur di difendere il prestigio degli Asburgo, ma Francesco Giuseppe vuole a tutti i costi evitare un conflitto che ritiene mortale per la sopravvivenza dell’Impero. Ovunque si respira un senso di fine imminente: scrittori, artisti, filosofi, architetti riflettono su questo senso di ineluttabile decadenza che diventerà l’inconfondibile marchio di tutta un’epoca. A Vienna Karl Kraus su una rivista satirica “la Fiaccola” scrive: “tutto è in attesa della fine imminente. A vostra grazia auguro una bella fine del mondo”.
Nonostante le problematiche politico-sociali, Vienna è la culla della civiltà. La civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, uno malinconico di consapevole declino - sopportato con tacita dignità - e una elegante leggerezza spensierata. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell’ultima illusione mitteleuropea.
Nella sua accezione culturale, la mitteleuropa richiama la specifica civiltà vissuta dal multinazionale mondo asburgico, dov’è essenziale la componente ebraica. Si viene a creare una vita e una produzione culturale in ogni campo del pensiero e dell’arte che raggiunge vertici altissimi.
[caption id="attachment_7743" align="aligncenter" width="1648"] Tra i più noti esponenti della Finis Austriae ricordiamo Ludwig Josef Johann Wittgenstein, Adolf Loos, Arnold Franz Walter Schönberg, Oskar Kokoschka, Robert Edler von Musil, Arthur Schnitzler, Hugo von Hofmannsthal , René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, Franz Kafka, Aron Hector Schmitz (Italo Svevo), Joseph Roth, Karl Kraus, Elias Canetti, Alexander Lernet-Holenia, Gregor von Rezzori.[/caption]
La cultura diviene così espressione della crisi epocale dell’Occidente, intesa come perdita dell'identità del soggetto, il quale cerca di differire la fine e strapparle qualche momento di piacere e d’abbandono nella letteratura, nell'arte, nell'architettura, nella filosofia, nella musica e in ogni campo culturale. Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità. Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro, e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell’imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata, ma più danzante e sorridente di quella parigina. La musica - l’arte piú apolitica - era sempre stata la liberazione e la catarsi dell’anima austriaca. "L’Austria è diventata dapprima spirito nella sua musica" , dirà Hofmannsthal quando già infuriava la guerra mondiale. Negli ultimi anni dell’imperial-regia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa piú intenso e pressante, assume delle proporzioni piú vaste e scende a un livello piú popolare; la dolce medicina si fa piú superficiale e accessibile. Dalla serenità di Mozart e dall’idillio di Schubert si giunge a Strauss e a Lehàr. Vienna capitale del piacere sarà anche capitale della musica, creando una notevole civiltà culturale per quanto riguarda il legame e l’affiatamento tra arte e pubblico. Anche i grandi musicisti come Gustav Mahler e Richard Strauss collaborano, a loro modo, allo splendore raffinato dell’età di Francesco Giuseppe. Gli anni che vedono Mahler alla direzione dell’Opera di Stato (1897-1907) segnano l’apogeo di questa festa culturale.
In campo architettonico, se i valori etici venivano ricoperti da valori estetici, dove quest’ultimi non si sviluppavano su base etica - un valore estetico che non si sviluppi su una base etica è esattamente sofisticazione -, l’architettura si trasforma proprio nel suo contrario, ovvero nel suo artificio, in una sola parola nel Kitsch.
La reazione in campo architettonico è immediata in Adolf Loos – architetto boemo, trapiantato a Vienna - che nei suoi scritti per la rivista Das Andere asserirà: “L’ornamento è delitto”. Come capitale del Kitsch, Vienna era diventata anche la capitale del vuoto di valori dell’epoca. Il lavoro, per certi versi straordinario in campo accademico e sicuramente precursore di un linguaggio architettonico successivo, portò Loos a razionalizzare l’architettura, ponendolo come uno dei padri fondatori del razionalismo europeo: semplificazione delle superfici, rigoroso studio volumetrico, superfici ampie e coperture nette, uso dell’intonaco bianco dove vige il decoro e non l’ornamento.
Il suo pensiero architettonico è alla base della salvezza di Vienna, alla base della sua purificazione - “ornamentale”- architettonica, quindi spirituale.
Lo scrittore Roberto Calasso, ne “La muraglia cinese, - la morgue dei simboli” coglie appieno il concetto, creando un parallelismo calzante con Kraus: "L'aura di queste due potenze indivise è l'equivoco. (...) In disparte «parlando nel vuoto», due esseri non concilianti insistono che fra i due oggetti sussiste una differenza: sono Adolf Loos e Karl Kraus. Rispettivamente nel 1908 e nel 1910 pubblicheranno ciascuno uno scandaloso saggio-manifesto in proposito, "Ornamento e delitto" e "Heine e le conseguenze". Già dai titoli si può capire come li spingesse una furia giuridica, che imponeva di coinvolgere la civiltà intera nelle loro insofferenze estetiche. Con uno dei suoi bruschi gesti da finto «buon americano», Loos constata subito un dato capitale - e cioè che, nel presente, «l'ornamento non ha alcun rapporto organico con la nostra civiltà» e perciò ha carattere degenerativo. Come un immenso corpo tatuato di delinquente, la città è distesa di fronte all'occhio impaurito. Sirene aberranti sporgono dalle rispettive facciate. «La casa ha un tumore, il bow-window. Sarà il surrealismo a dipingerlo: dalla casa prolifera un'escrescenza carnosa». L'insistente nominalismo ha dissolto, con un lavoro che occupa tutta la storia, il corpo delle immagini e dei simboli - la città ne è divenuta la morgue. Loos, nel suo slancio, vede già un'umanità illuminata che preferirà oggetti lisci, sgombri da immagini necrotiche, e dimenticherà l'ornamento che ha distrutto. Così non è stato: pur non avendo una apparente giustificazione liturgica, un corpo di immagini è risorto e ha ripreso possesso del mondo, guidato dalla Beatrice infera del Kitsch. Ma la nostra età è segretamente docetista e quel corpo è fantasmatico, puro involucro. Kraus volle ripercorrere all'indietro la storia della forma come involucro, fissarla nell'emblema di un nome. Incontrò Heine, veleno e ferita, il poeta disinvolto nello strazio, cosciente della degradazione e troppo dotato per non tentare di camuffarla: «Ma la forma, questa forma che è un involucro del contenuto, e non esso stesso, che è il vestito per il corpo, non la carne per lo spirito, questa forma doveva pur essere scoperta una volta, prima di stabilirsi per sempre. Se n'è incaricato Heinrich Heine». La precisione dell'attacco, che toccava la debolezza peculiare del romanticismo, incapace di produrre valori medi, per cui «ogni scivolata dal livello del genio significava uno scivolar giù a capofitto dal cosmo bel Kitsch», ha spesso impedito di vedere che in quel saggio non si osava tanto una «valutazione della poesia di Heine, ma la critica di una forma di vita». La stessa vita che trionfa oggi in una versione più scaltra. Ornamento e strumento reggono tuttora le sorti, nel chiasmo di due tendenze: «per l'una l'arte è uno strumento; per l'altra la vita è un ornamento». Questo mutuo omaggio, che corrompe l'arte e la vita, produce una compatta eufonia; ciò che va perduto è soltanto un ricordo: «l'arte mette in disordine la vita. I poeti dell'umanità ristabiliscono ogni volta il caos. I poeti della società cantano e si lamentano, benedicono e maledicono entro l'ordinamento del mondo»".
La vecchiezza dell’imperatore - monotono e puntuale - riverbera di un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano - uno dopo l’altro - la monarchia danubiana. “Mir bleibt doch nichts erspart(Proprio nulla mi è risparmiato): la frase tante volte ripetuta da Francesco Giuseppe di fronte alle sciagure familiari e politiche, riassume il passivo dramma della Finis Austriae e suggerisce subito la trasfigurazione mitica di questo crepuscolo, ammantandolo di dignitoso e burocratico senso del dovere.
Altro personaggio tangibile di tal epoca è Francesco Ferdinando Carlo Luigi Giuseppe d'Asburgo Este, individuo molto diverso dall’Imperatore: pragmatico con tendenze assolutistiche molto superiori a quelle dell’Imperatore, ha in mente un’idea dell’impero che confligge con l’idea di Francesco Giuseppe.
Francesco Ferdinando ha il sogno di trasformare la “Duplice monarchia” in una “Triplice monarchia” – il cosìdetto trialismo – dove la terza testa dell’aquila sarebbe dovuta essere quella del popolo slavo. L’imperatore – dal suo punto di vista – teme il mondo balcanico, soprattutto il suo carattere d'esaltazione, da sempre ritenuto pericoloso nei confronti degli altri popoli dell’Impero.
Inoltre, va citata, la scomoda situazione del suo matrimonio: Ferdinando si sposa nel 1900 con Sophie Chotek von Chotkowa – donna appartenente ad una antica famiglia nobiliare boema – ed essendo questa “di rango inferiore” agli Asburgo, vede la negazione da parte dello zio (l’Imperatore Francesco Giuseppe) da sempre legato ai matrimoni da un passo “politico” e non sentimentale. Francesco Giuseppe è consapevole che la grandezza degli Asburgo si è costruita tramite la politica matrimoniale, dove l’atto delle nozze è elemento fondamentale della costruzione del successo geopolitico della casata e quindi dell’impero.
Corre il 1912, quando una sera, lo scrittore Hugo von Hofmannsthal da Rodaun annotava: “La nostra vecchia Austria è assediata da ombre nere, da torbidi presagi. A volte mi domando con angoscia verso quali decenni sono avviati i nostri figli, a quale avvenire. Se fossimo uno Stato come gli altri, noi potremmo agire o rimandare l’azione ad altri tempi. Ma per l’Austria – è la mia sensazione – può venire soltanto il peggio. Nella monarchia, quanti problemi, un problema immenso. Quasi in rivolta gli slavi del Sud, non solo i serbi, ma i croati stessi (c’è la legge marziale, e gli arresti e le fucilazioni si susseguono, ma nessuno ne parla). In agguato i boemi, con gli occhi bene aperti, pronti ad approfittare e ad azzannare. In Galizia i ruteni sobillati da mestatori russi. In Italia un odio forte più dell’alleanza. E i russi che fremono, impazienti di saltarci alla gola. All’interno, metà indolenza e metà incoscienza, e problemi ormai troppo aggrovigliati, troppi nodi gordiani. Noi andiamo verso un tempo di tenebre. Ognuno, dentro di sé, lo sente. Noi possiamo perdere tutto da un momento all’altro. E, quello ch’è più grave, anche vincendo in realtà non conquistiamo nulla se non problemi e perplessità”.
Si giunge, così, al giugno del 1914. A Vienna presso il ministero della Guerra si stilano i piani per il viaggio che Sua Altezza Francesco Ferdinando, l’arciduca ereditario, compirà in Bosnia alla fine del mese. È deciso - nonostante minacce e avvertimenti - che l’arciduca assumerà il comando delle grandi manovre delle truppe imperial-regie che si terranno in quell'anno tra gli slavi del Sud. L’itinerario: Francesco Ferdinando salperà da Trieste il 24 giugno, farà una crociera tra le isole della Dalmazia, sbarcherà a Metkovic, proseguirà per Mostar e per Tercin. È deciso che vada a Sarajevo. Il 28 giugno del 1914 si compie l’assassinio dell’arciduca da parte del serbo-bosniaco Gavrilo Princip appartenente ai nazionalisti serbi della Mlada Bosna (Giovane Bosnia): è l’inizio della fine.
[caption id="attachment_7744" align="aligncenter" width="1637"] A sinistra: il serbo-bosniaco Gavrilo Princip. Nella foto centrale l'arciduca Francesco Ferdinando con la moglie, poco prima di essere uccisi. Nella foto di destra l'uniforme dell'erede al trono conservata in museo.[/caption]
Francesco Giuseppe convoca – in tutta fretta e per la prima volta in pubblico - Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Umberto Giorgio Mario d'Asburgo-Lorena-Este (futuro Carlo I d’Austria) che fino al 1916 sarà l’erede a trono dell’Impero, dopo la scomparsa di suo zio Francesco Ferdinando.
Molti nell’Impero gridano alla vendetta, ma l’Imperatore frena, consapevole che un coinvolgimento in una guerra potrebbe portare economicamente e logisticamente l’Austria-Ungheria al collasso. L’appoggio militare incondizionato della Germania del Kaiser fanno si che il 25 luglio del 1914 l’ambasciatore asburgico rompa – senza autorizzazione dell’Imperatore – le relazioni con lo stato serbo, creando i presupposti per la guerra. Francesco Giuseppe è costretto suo malgrado a firmare la mobilitazione generale: “in questo momento solenne, sono perfettamente conscio di tutta la portata della mia decisione e della mia responsabilità davanti all’Onnipotente. Ho vagliato e ponderato tutto, con coscienza tranquilla intraprendo il cammino che il destino mi addita”. Martedì 28 luglio l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, credendo che il conflitto rimanga circoscritto ai Balcani, ma quando due giorni dopo anche la Russia dello Zar mobilita l’esercito è chiaro a tutti che lo spazio per la diplomazia è finito: sta per iniziare la “Grande Guerra”. Il morale a Vienna è comunque alto, altissimo: Sigmund Freud - professore straordinario all’Università di Vienna – asserirà “Tutta la mia libido ora è per l’Austria, non sono mai stato tanto austriaco”.
Francesco Giuseppe, fino all’ultimo è contrario al conflitto. Asserirà ai suoi generali “ho conosciuto la guerra, ho ancora il ricordo di Solferino” – come ci racconta splendidamente Roth nella “Marcia di Radetzky” – è un evento che traumatizzò l’imperatore e che rimane in lui come un punto di riferimento. Ma alla guerra pensa il mondo politico, militare – non soltanto austriaco – perché si pensa e si ritiene che un breve conflitto avrebbe potuto costituire un elemento di aggregazione interna e quindi eliminare il pericolo del nazionalismo. Dunque rafforzare la coesistenza dall’interno, tramite una guerra breve e di piena efficacia, contro uno stato modesto e debole.
Sotto questo punto di vista, Francesco Giuseppe sapeva osservare più lontano “della Serbia” cogliendo i rischi di un conflitto ad effetto domino, che avrebbero poi trascinato l’Austria-Ungheria in un conflitto di logoramento che non permise la sopravvivenza dell’Impero, a causa dell’autodeterminazione dei popoli impostagli dagli Stati Uniti e dalle potenze vincitrici.
Unico punto, invece, di convergenza con lo Stato Maggiore dell’Imperial-regio esercito era nell’annientamento serbo, il quale avrebbe potuto rappresentare un punto di forza per eliminare il luogo di aggregazione del mondo slavo e di conseguenza il suo tramite verso la Russia – altra potenza multinazionale, situata alle porte dell’Impero.
Dal punto di vista militare, la situazione dell’Imperial-regio esercito è buona: è considerato uno degli eserciti più efficienti d’Europa, con l’Imperatore che in prima persona si occupa di curare l’apparato bellico, dotandolo di armamenti ed equipaggiamenti moderni, costruendo una serie di infrastrutture (strade e ferrovie) di rilievo, soprattutto nella penisola balcanica.
[caption id="attachment_7745" align="aligncenter" width="1000"] Alexander Pock, 4º Reggimento di fanteria "Ordine" - 1896[/caption]
Il modello tecnologico dell’esercito, mal si rispecchiava con l’apparato gestionale di questo: si trattava di un esercito – come molti altri corpi militari dell’epoca – che era stato costruito da un punto di vista tattico per operare con manovre di tipo settecentesco/ottocentesco - secondo la tattica napoleonica - con le grandi manovre per un attacco frontale di sfondamento, che durante la guerra mondiale non sarà più possibile (per lo sviluppo tecnologico dell’apparato bellico, in particolare quello della mitragliatrice, la quale rendeva impari il movimento di offesa con quello di difesa) come già avevano appurato gli Stati Uniti nei lunghi anni della guerra civile della seconda metà dell'ottocento.
Dopo pesanti sconfitte, nel 1915 l’Imperatore propone una pace negoziata, ma nessuno dei suoi generali, né i suoi alleati tedeschi ne vogliono sapere: “le cose ci stanno andando male, forse anche peggio di come sospettiamo: un popolo affamato non può sopportare molto altro”.
La sua salute è sempre più cagionevole e il venti novembre del 1916 si ammala di polmonite, ma nonostante la febbre, continua a lavorare fino alla sua ultima ora. Si spegne alle 21:05 del giorno successivo all’età di ottantasei anni. Per nove giorni, come da tradizione, i sudditi dell’Impero accorrono ad omaggiare la salma del loro vecchio Imperatore. Il trenta novembre, giorno delle esequie, per l’ultima volta si ripete un rituale vecchio di secoli: le porte della chiesa di Sant’Agostino – sepoltura degli Imperatori d’Austria – sono chiuse; il Gran Ciambellano dell’Impero – conte di Montenuovo – per due volte picchiava al portale ed ogni volta un frate cappuccino chiedeva “chi è?”. “Sono Francesco Giuseppe Imperatore d’Austria” rispondeva il Ciambellano, “non conosco Imperatori” asseriva il frate. Alla terza volta il conte di Montenuovo cambiava linguaggio: “sono tuo fratello Francesco Giuseppe, un miserabile peccatore” e le porte si aprivano. Fu l’ultimo funerale di un Imperatore d’Austria.
La scomparsa di Francesco Giuseppe, rappresenta solo simbolicamente la fine dell’Impero asburgico. Il suo lento declino va inscritto già nel “compromesso” del 1867, quando per placare la “questione ungherese” l’Imperatore concesse alla nobiltà magiara il regno in condizioni di parità con l’Austria. Questa operazione portò - come per paradosso – un aumento (e non una diminuzione) del nazionalismo, poiché a livello politico tutte le undici realtà etniche volevano pari diritti e pari rappresentanza in parlamento: diritti che non furono mai concessi e che portarono l’Austria-Ungheria a lotte intestine, molto prima del primo conflitto mondiale.
Il nazionalismo ambiva – come ci hanno tristemente descritto i regimi totalitari – alla perfezione umana. Lo stato Asburgico affidandosi alla fede cattolica – di contro – ambiva al perdono umano, dato dall’imperfezione naturale dell’uomo.
Un impero che perdonava il suo suddito – in quanto imperfetto – era una potenza tollerante, ma le regole erano rigide, proprio a protezione di quei valori cattolici che rappresentavano le fondamenta dell’Austria-Ungheria.
Questo spirito religioso, insieme ai valori, inizia a venire meno negli ultimi dieci anni dell’Impero. Lo scrittore che ne immortala l’essenza è Joseph Roth ne “La Cripta dei Cappuccini”: "Io ero miscredente, come i miei amici, come tutti i miei amici. Non andavo mai alla messa. (...) Per la verità, oggi sono credente, non so più perché l'odiassi. Era di 'di moda', per così dire. Mi sarei vergognato se avessi dovuto dire ai miei amici che ero andato in chiesa. Non c'era in loro una vera ostilità verso la religione, bensì una specie di orgoglio nel non riconoscere la tradizione nella quale erano cresciuti. Non è che volessero rinunciare alla sostanza della loro tradizione; ma essi, anzi noi - io ero dei loro - ci ribellavamo alle forme della tradizione, perché non sapevamo che la vera forma è identica alla sostanza e che era puerile scindere l'una dall'altra. Era puerile, come ho detto: e infatti noi allora eravamo puerili. La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili. Noi non la sentivamo la morte. Non la sentivamo perché non sentivamo Dio. Fra di noi il conte Chojnicki era l'unico che si attenesse ancora alle formalità religiose, ma anche lui non già per fede, bensì per il sentimento che la nobiltà lo obbligasse a seguire i precetti della religione. Noialtri che li, trascuravamo, ci considerava semianarchici. «La Chiesa romana» usava dire «in questo mondo marcio è l'unica ormai in grado di dare, di conservare una forma. In quanto racchiude nella dogmatica, come in un palazzo di ghiaccio, l'elemento tradizionale delle cosiddette 'antiche usanze', procura e concede ai suoi figli tutt'intorno, fuori da questo palazzo di ghiaccio che ha un ampio e spazio vestibolo, la libertà di coltivare l'indolenza, di perdonare l'illecito, e anzi di commetterlo. Mentre statuisce dei peccati, già li perdona. Non ammette assolutamente uomini perfetti: questo è il suo contenuto eminentemente umano. I suoi figli perfetti essa li santifica. Con questo ammette implicitamente l'imperfezione degli uomini. Anzi, ammette l'inclinazione al peccato nella misura in cui non considera più come umani quegli esseri che al peccato non sono soggetti: questi diventano beati o santi. Con ciò la Chiesa romana dà testimonianza della sua fondamentale propensione al perdono, alla remissione. Non esiste più nobile propensione del perdono. Considerate che non ne esiste di più volgare della vendetta. Non c'è nobiltà senza generosità, come non c'è brama di vendetta senza volgarità». Era il più vecchio e il più saggio fra noi, il conte Chojnicki; ma noi eravamo troppo giovani e troppo sciocchi per tributare alla sua superiorità quell'omaggio che essa certamente meritava. Lo ascoltavamo più per compiacenza che per convinzione e, per giunta, c'immaginavamo anche di fargli una gentilezza a starlo ad ascoltare. Per noi, cosidetti giovani, era un uomo maturo. Solo più tardi in guerra, ci fu dato di vedere quanto fosse veramente più giovane di noi. Ma solo troppo tardi, troppo tardi, ci accorgemmo che in realtà noi non eravamo più giovani di lui, bensì semplicemente senza età, per così dire 'innaturalmente' senza età. Mentre lui era naturale, degno dei suoi anni, autentico e benedetto da Dio".
Concluso il conflitto 1914-1918, l’Impero Asburgico esce sconfitto e la sentenza dei vincitori è scioccante per gli austriaci: “Delenda Austriae”. Lo avevano annunciato le forze socialiste, lo avevano proclamato i settori liberali, lo avevano decretato le logge massoniche, come dimostra lo storico François Fetjö in “Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico”.
Il torto dell’Austria? Essere una “monarchia papista”, come affermava con sdegno il primo ministro francese Georges Clemenceau. Cioè un impero, che all’ideale di Fede cattolica univa inscindibilmente un ideale di Civiltà cristiana. Era proprio questo, forse, che dava tanto fastidio alle forze rivoluzionarie. Nonostante deformazioni e manchevolezze, l’Austria esalava ancora il profumo del Sacro Romano Impero - del quale era legittima erede - soprattutto attraverso la dinastia degli Asburgo. Questo, per la Rivoluzione, non era tollerabile.
In extremis, l’imperatore Carlo I, palesemente esente da colpa politica poiché era asceso al trono quasi sul finire del conflitto dopo la morte di Francesco Giuseppe (1916), si appellò al presidente statunitense Woodrow Wilson, la stella ascendente nel panorama mondiale. Da oltreoceano arrivò la stessa sentenza: l’impero andava abolito e l’Austria smembrata in nome della libertà e dell’uguaglianza, elementi che si traducevano nella “autodeterminazione dei popoli” – ideologia che poi non sarà applicata con serietà e omogeneità, dagli stessi vincitori del conflitto soprattutto in ambito coloniale. L’Impero era tramontato.
 
Per approfondimenti:
_Marco Bellabarba, L'impero asburgico - Edizioni Il Mulino
_H. Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, - Editori Riuniti 1981
_Gilberto Forti, Il piccolo almanacco di Radetzky - Edizioni Adelphi 1983
_Hugo von Hofmannsthal, L’Austria e l’Europa: saggi 1914-1928 - Edizioni Marietti, Casale Monferrato 1983
_Joseph Roth, La cripta dei Cappuccini - Edizioni Adelphi 1988
_Robert Musil, L’uomo senza qualità - Edizioni Einaudi 1970
_Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo,1942 - Edizioni Mondadori
_Claudio Magris, Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna - Edizioni Einaudi 2009
_Karl Kraus, Detti e contraddetti - 1992
_Alexander Lernet-Holenia, Lo Stendardo - Edizioni Adelphi
_Thomas Mann, Considerazioni di un Impolitico - Edizioni Adelphi
_Joseph Roth, La Marcia di Radetzky - Edizioni Adelphi
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi 31/01/2017

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Albert Speer nella storiografia contemporanea è considerato un personaggio molto controverso fin dalla giovane età, quando a soli ventisei anni, dopo aver aderito al partito nazionalsocialista, – nella Germania degli anni trenta – gli vengono affidati i primi incarichi importanti. Sicuramente fu un architetto di straordinario talento, come anche un nazista convinto: scavalcò gli architetti delle avanguardie, per la sua accuratezza e grazie ad una serietà organizzativa, senza precedenti.
Di estrazione borghese e proveniente dalla Germania sud-occidentale, riesce tramite i progetti per le strutture di raduno del partito, ad entrare in stretto contatto con il cancelliere del Reich Adolf Hitler. Nel 1933 gli viene designato di progettare a Norimberga una trionfale tribuna - di impronta neoclassica - nel complesso dove già sorgevano due manufatti usati per fini propagandistici: la Liutpoldarena e il “campo Zeppelin”.
Planimetria del progetto della Tribuna (al centro) nel 1933. Nella foto di sinistra il manufatto della Liutpoldarena, come si presenta oggi: in uno stato di semi-abbandono, all'interno di un verde parco. Nella foto di destra: parata nazista all'interno dell'area.
In questo progetto l’architetto tedesco di Mannheim ebbe un intuizione forte, ma nello stesso tempo elegante e delicata: progettò le “cattedrali di luce”, un sistema di potenti fasci di luce verticali dietro i palchi degli oratori e delle autorità che davano l’impressione di un colonnato. Tale idea venne per via dei raduni, i quali presentavano degli apparati di bandiere e stendardi enormi e la sua creazione – installata sull’estradosso della tribuna – diede quel senso anche di sacralità all’intera scenografia. La Germania dominava. 
Riproduzione evocativa del campo, in vista notturna, nel fotomontaggio.
Ma per comprendere appieno tale atteggiamento sociale, morale e architettonico, dobbiamo necessariamente eseguire una riflessione sul contesto culturale della Germania nazista. L’architettura nei regimi totalitari novecenteschi pone una fondamentale attenzione ai piani urbanistici e alle forme architettoniche, elementi in grado di poter legittimare l’ideologia dominante sia internamente al paese, sia – parallelamente – come grandezza della nazione all’estero. Dunque, come si evince con la mano raffinata di Alber Speer, l’architettura monumentale diventa la vera propaganda del regime nazista.
Nella Germania, una volta avvenuto il totale rafforzamento del nazionalismo patriottico, torna in auge la virtù indigena: elemento da preservare dagli assalti della frammentazione moderna. Il totalitarismo si fonda sull’impressione del diritto di governo dato dal popolo, dove il III Reich muoveva con cautela i suoi passi tra l’evocazione del potere imperiale (reich appunto) e le suggestioni popolari del partito nazionalsocialista.
Il nazionalismo – come gli altri regimi totalitari, in particolare quello russo - osservava l’architettura moderna marginalmente, ma allo stesso modo la considerava una minaccia da sopprimere. Spesso, nell’imbarazzo generale, veniva considerata una novità “internazionalista” creata da un’avanguardia marginale, la quale operava indipendentemente dai valori dominanti di ordine e disciplina.
L’architettura moderna, difatti, non aveva l’obiettivo del “messaggio diretto alla nazione” come strumento utile per la causa nazista e veniva spesso indicata come “non tedesca”, quindi straniera.
L’architettura totalitaria fu monumentale per un concetto molto semplice: l’uomo era nulla davanti all’ideologia e quest’ultima era rappresentata tramite il gigantismo delle proporzioni e attraverso – in Germania – uno stile dorico neoclassico raffinato, ricercato e ripetitivo. Come per gli edifici religiosi – si pensi al Pantheon – l’uomo doveva sentirsi nullo di fronte alla grandezza del partito incarnato nel manufatto architettonico. La potenza della serialità delle immagini era elemento ineluttabile di continuità e grandezza del regime.
Nonostante ciò la Germania – a differenza della Russia comunista – fu molto più aperta all’internazionalismo di matrice architettonica, riprendendo l’economia di stampo strutturale ed anche l’immaginario della tecnologia appartenente – appunto – all’architettura moderna. In molti edifici funzionali della Luftwaffe – l’aereonautica tedesca dell’epoca – il concetto “internazionale” fu ripreso per forma architettonica e struttura, ma in linea generale rimaneva il concetto del materialismo e della mancanza di radici. Gli ideologi del nazismo asserivano sul movimento del Bauhaus: “Secondo i leader del Bauhaus le stanze devono assomigliare a studi, a teatri operanti; per loro tutto il colore deve essere bandito. Pertanto niente legno; tappeti e tappezzeria sono peccati contro lo spirito Santo della “Sachlichkeit. Il vetro invece, tutti i tipi di metallo o di pietra artificiale – questi sono i materiali eleganti! L’uomo nuovo non è più un uomo, è un “animale geometrico”. Non ha bisogno di un’abitazione, di una casa, ma soltanto di una “macchina abitativa”. Quest’uomo non è un individuo, non una personalità, ma un’entità collettiva, un frammento della massa umana. E perciò costruiscono “immobili residenziali”, blocchi di un appartamenti di un’omogeneità desolante, in cui tutto è standardizzato. Si tratta di abitazioni, non costruite per necessità, come nelle città in rapido sviluppo durante la seconda guerra metà del XIX secolo, ma per una questione di principio. Vogliono uccidere la personalità negli uomini, vogliono il collettivismo, poiché il più alto obiettivo di questi architetti è il marxismo, il comunismo”.
Dunque il regime nazionalsocialista non intravedeva nell’architettura moderna l’elemento della trasfigurazione storica e soprattutto materica.
L’accostamento al comunismo fu un’aggravante che l’architettura moderna portò con se, per via dei tetti piani, “non-germanici” che contemporaneamente davano un riflesso orientale, bolscevico ed ebreo. L’architettura moderna era vista anche come creazione semplicemente “non piacevole” e quindi non nobilitante per il popolo tedesco, ma l’elemento fondamentale che la rendeva inadeguata era il simbolismo nelle tipologie edilizie: il Reich aveva bisogno di affermare la gerarchia dei tipi edilizi come evidenza formale della gerarchia del potere. Un genere architettonico che tendeva a confondere la distinzione tra tipi edilizi non era consono a questa importante differenziazione dottrinale.
Nel clima teso degli anni trenta in Germania Erich Mendelson – ebreo – fu il primo ad espatriare e parallelamente nel 1933 la prima scuola di architettura della storia occidentale, il Bauhaus, veniva chiusa con Ludwig Mies van der Rohe come ultimo direttore. L’architetto tedesco si vide rifiutare, dalla commissione istituita dal Fuhrer, il progetto per il concorso alla Reichsbank e successivamente nel 1935 il progetto volto a rappresentare la Germania nazista all’esposizione di Parigi del 1937. Lo stile dorico – nel frattempo – si imponeva sempre più come pietra di paragone per la modernità e Mies pagò senza alcun dubbio, la sua visione architettonica “idealista” che successivamente fece fortuna negli Stati Uniti, dove emigrò nel 1937. All’esposizione internazionale fu accolto proprio il progetto dell’ architetto Albert Speer il quale presentò un manufatto di grande monumentalità, dove il gigantismo delle forme si univa alla verticalità, la quale modellava una elegante tribuna neoclassica sormontata dall’aquila nazista.
Nella foto di sinistra, l'architetto Albert Speer mostra ad Adolf Hitler il progetto da presentare nel 1937 all'esposizione internazionale di Parigi. A destra una immagina restaurata della parte centrale dell'Expò francese. Curiosa la "guerra fredda" che avvenne tra i padiglioni dei due paesi totalitari quali il nazismo (a sinistra) e il comunismo sovietico (a destra).
Il classicismo fu usato da Speer, poiché lo stile classico greco rappresenta la trasfigurazione perfetta dell’elemento naturale, creato da Dio, dove la natura è vista come perfezione assoluta della creazione. L’uomo, difatti, nei secoli ha sempre cercato e trovato nell’architettura una forma di identificazione ed appartenenza che ponesse il suo essere in uno stato di felicità, dove questo elemento si pone come obiettivo ultimo. Per questo lo stile classico ha avuto sempre il suo “futuro del classico” ovvero la ripresa architettonica di quella perfezione che semplicemente noi chiamiamo neoclassico.
Particolare fu la presentazione del padiglione sovietico che presentava il progetto di Boris Iofan: un assemblaggio di immensi gradoni sovrastato da enormi figure umane, di un uomo e una donna, intenti a mostrare - anche qui - i simboli del regime comunista: energia e populismo. Le tecniche sono completamente mutate dal padiglione del 1925 di Melnikov e da quello spagnolo del 1929 di Mies van der Rohe.
Di fondamentale importanza – in questo contesto storico – è il pensiero di Adolf Hitler di lasciare dopo la “vittoria finale” una Berlino Imperiale che fosse ricordata nella storia e invidiata al mondo a livello urbanistico.
Scelse, il suo amico Speer per questo difficile compito e l’architetto tedesco si dimostrò all’altezza del gravoso incarico, che consisteva nel progettare la città che in quel dato momento storico era la più importante capitale europea, avendo a disposizione tutti i fondi desiderabili: un sogno per qualsiasi architetto.
Il modello del piano di Berlino intercorse fra gli anni 1937/1940 ed era costituito da un asse principale, ripreso dallo schema ippodameo classico, il quale doveva riorganizzare urbanisticamente la capitale attorno ad un viale lungo 5 km che attraversava il quartiere di Tiergarten – chiuso al traffico, per lasciar posto alle parate -, mentre i veicoli avrebbero dovuto utilizzare una autostrada sotterranea che correva lungo tutto il viale: una operazione di grande innovazione per l’epoca, tant’è che alcune sezioni, esistono ancora oggi.
All'estremità nord del viale, Speer pianificò la costruzione di un enorme edificio a cupola, il Volkshalle, o Sala del popolo, che sarebbe dovuto diventare il più grande spazio chiuso al mondo. Anche se la guerra iniziò prima della costruzione dell'edificio, vennero acquistati i terreni e avviati i progetti di ingegneria. Il Volkshalle sarebbe stata alto più di 200 metri, con un diametro di 250 metri, sedici volte la cupola della basilica di San Pietro in cui potevano trovare posto al coperto 180 mila persone. L'edificio mastodontico, avrebbe dovuto essere sormontato da una colossale aquila metallica, che - ad ali spiegate - affondava gli artigli in un globo terracqueo. 
Welthauptstadt (Capitale Mondiale) Germania era il nome dato da Adolf Hitler alla nuova capitale della Germania - Berlino -, che avrebbe dovuto sostituire e rinnovare quella esistente. Questo ambizioso progetto era parte della visione del futuro della nazione dopo la vittoria della Seconda guerra mondiale.
All'estremità sud sarebbe invece stato costruito un arco, simile all'Arco di Trionfo di Parigi, ma anche in questo caso, molto più grande: alto quasi un centinaio di metri, avrebbe potuto contenere quello di Parigi all'interno della sua apertura.
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939 fece rimandare la costruzione alla fine della guerra per risparmiare materiali strategici.
Nel 1938 le autorità decisero che il Palazzo della Cancelleria avrebbe dovuto essere ricostruito in scala di grandezza superiore al precedente e Alber Speer produsse in tempi brevissimi uno scenario adeguato. Grazie all’amicizia e al suo talento di fine disegnatore, ogni suo pensiero e proposta veniva approvata dal Führer. Grande elemento che contraddistingue l’architetto tedesco è la sua incredibile precisione, anche nel minimo dettaglio. Il salone e l’ufficio personale di Hitler si dipartivano da un lungo corridoio di stampo imperiale e neoclassico, che attraversava una serie di spazi formali per giungere in una corte d’onore, un atrio, una stanza interamente decorata da mosaici ed un salone rotondo. Dalla parte opposta, invece, si trova la sala del Consiglio dei Ministri. A livello planimetrico va concesso all’architetto grande sensibilità e eleganza nella scelta della forma assiale, con una composizione spaziale viva e un tratto elegante unito all’ornamento. L’uso di materiali pregiati – prelevati dai territori occupati e da tutta la Germania – rendeva il complesso vivace a livello cromatico, pur mantenendo la raffinatezza datagli dalle forme doriche. Nel 1945 con la sconfitta della Germania nazista questo piccolo gioiello architettonico fu interamente distrutto dalle armate comuniste e dai bombardamenti alleati. Quasi nessun edificio progettato per la “Nuova Berlino” venne mai costruito, simbolo – insieme all’abbandono della Liutpoldarena – di come in Germania la questione nazionalsocialista sia una ferita aperta, ancora da rimarginare.
E’ il 1942 e dopo la morte – per incidente – del ministro Fritz Todt, l’architetto tedesco viene nominato ministro degli Armamenti e della Guerra. La sua precisione e soprattutto l’organizzazione torneranno utili al tedesco, che organizzò la produzione dell’industria bellica nazista con grande efficacia fino a raddoppiare la produzione.
L’uso di mano d’opera tedesca sotto-retribuita e l’utilizzo di operai stranieri che lavoravano in totale costrizione coercitiva, gli furono fatali alla fine della guerra, nel processo di Norimberga.
In molti gli attribuiscono anche un grande merito: quello di aver ostacolato con tutti i mezzi il cosiddetto "Ordine Nerone", con cui Hitler ordinava di fare terra bruciata di fronte agli alleati, che avevano ormai invaso la Germania e che fecero perdere all'architetto molto consenso da parte dei vertici del partito.
L’Albert Speer del 1946 è un uomo disilluso anche nella sua fede più ferma: il nazismo e la tecnica. Scrisse nelle sue memorie di Spandau: "Abbagliato dalle possibilità della Tecnica, l'ho servita negli anni decisivi della mia esistenza. Ora, al termine di questa mia esistenza, essa, la Tecnica, trova davanti a sé il dubbio". Quale il significato di questa frase per un architetto? Speer si è servito fortemente dell’industria, ma ha compreso che questa – senza un’altra importante componente che plasma il termine architettura non ha valore e diventa dubbio.
Il problema posto da Speer non è isolato ed ancora oggi attuale per tutti coloro che studiano la scienza dell’architettura: il termine architettura si compone in archè (dal greco ἀρχή) e da tèchne (dal greco τέχνη). In maniera semplice questi due termini riassumono i principi primi a guida delle tecniche: il bello, il vero, il buono. In archè risuona tutta la filosofia dell’occidente e in tèchne viene rappresentato il mondo reale, della presenza dei manufatti tangibili. La parola architettura possiede due dimensioni tangibili: la tècne che lavora sulle cose concrete (che puoi misurare, prendere in mano, elaborare) su ciò che è visibile, mentre l’archè è quella radice che ci fa capire l’indominabilità, poiché noi non possiamo dominare la verità, la bellezza, la bontà, non possiamo dominare nulla, noi possiamo interpretare, questi indominabili. L’archè lavora su ciò che è invisibile, che appartiene all’indominabile e ciò è molto più potente del visibile e del dominabile della Tecnè. L’assenza, nel regime, del secondo elemento ha fatto crollare il suo mito, gli ha fatto capire i “limiti” dell’esserci del possibile dati dalla Tèchne.
Durante il processo fu l’imputato che parlò con maggiore sincerità e autocritica del suo coinvolgimento nel regime, riconoscendo di avere colpe e responsabilità nei crimini della Germania nazista e negandone altre che gli venivano imputate.
Speer fu certamente consapevole di molti dei crimini del regime nazista: era a conoscenza che fosse in atto la deportazione della popolazione ebraica, ma per tutta la vita negò di sapere dell’Olocausto. La sua figura è una delle più discusse nel giudizio degli storici: amico personale di Hitler, ma con scarso interesse nella formazione dell’ideologia del partito, nonostante la sua iscrizione alla fine degli anni venti. Uno dei ministri più importanti del Reich, ma poco coinvolto nell’organizzazione delle principali atrocità del regime. Forse proprio il suo “tecnicismo” fu l’elemento che non lo spinse a compiere quelle barbarie che molti dei suoi colleghi hanno compiuto.
A Norimberga venne condannato a venti anni di carcere per crimini di guerra e crimini contro l’umanità: l’uso di manodopera straniera nelle fabbriche di armamenti fu la prova dell’accusa.
Nella foto di sinistra: Albert Speer sul fronte orientale nel 1943 nella veste di Ministro degli armamenti. Nell'immagine di destra lo si riconosce, tra gli imputati in fondo a destra della fotografia.
Li scontò interamente, per la maggior parte nella prigione berlinese di Spandau e durante la prigionia leggeva e scriveva le sue memorie - nella prima versione, di diverse migliaia di pagine – le quali dopo il suo rilascio confluirono in due libri autobiografici. Fu liberato nel 1966 e con lui venne rilasciato il capo della Gioventù Hitleriana Baldur von Schirach, lasciando a Spandau come unico prigioniero Rudolf Hess, che vi morì nel 1987. Dopo il suo rilascio, Speer collaborò con grande frequenza insieme a storici e giornalisti, pubblicando diversi libri sul tema della Germania nazista, continuando a riflettere sul proprio ruolo e sul proprio coinvolgimento nel regime di Hitler: “Nella mia responsabilità di alto esponente di una potenza tecnologica altamente sviluppata, che aveva usato tutto e tutti i suoi mezzi, senza coscienza né freni, contro l'umanità, cercavo non soltanto di addossarmi quanto era avvenuto, ma anche di capirlo”.
Nell’ultimo periodo di vita – dismessa la professione di architetto – la sua popolarità e la sua dignità sembravano ristabilite e scomparve così impercettibilmente come era apparso nel 1926. Il primo settembre del 1981, un infarto lo stroncava, in un viaggio lavorativo a Londra per partecipare a un programma della BBC.
Le leggende narrano che nei giorni del 24 o 25 aprile del 1945 - prima del suicidio di Adolf Hitler nel bunker a Berlino -, l’amico Speer sia passato a trovarlo un ultima volta, gesto estremo per quella amicizia che “il funzionario moderato” aveva con il leader perdente e indiscusso di un epoca. Durante il processo la corte gli chiese conto della sua amicizia con il Führer. Speer rispose con una frase secca: “Se Hitler avesse avuto degli amici, io sarei stato suo amico”. Preciso e serio fino alla fine del suo percorso. La macchia del nazismo, non ha ancora pienamente dato merito allo straordinario talento dell’architetto di Mannheim.
 
Per approfondimenti:
 _Albert Speer, Memorie del Terzo Reich - Edizioni Mondadori 1996
_ William J. Curtis, L'architettura moderna dal 1900 - Edizioni Phaidon 
 
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a cura di Radio9
Il presidente della associazione Arch.Giuseppe Baiocchi disserta sull'associazione Das Andere e spiega il programma culturale 2017 "FUTURO-PASSATO. Oltre il già detto". Annunciato anche il prossimo evento che andrà in scena per il 28 Gennaio 2017 a cura del giornalista romano Sebastiano Caputo.

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di Giuseppe Baiocchi del 01/01/2017

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Negli anni del Tardo Impero romano (III-IV secolo) la musica da pagana deve divenire sacra per le nuove esigenze cristiane. In una situazione confusa, la nuova tradizione musicale doveva sforzarsi di unificare il mondo cristiano, senza rompere totalmente con la tradizione. Inizialmente tale tradizione è orale, difatti le testimonianze letterarie come i Vangeli, le lettere di San Paolo usano la prassi del “salmodiare”, pratica legata al salmo davidico di derivazione ebraica, modificato alle nuove esigenze liturgiche cristiano-giudaiche che raggiunse nel III secolo l’Europa romana, partendo dall’attuale Siria (Antiochia e Damasco).
L’idea di educazione musicale riprende il concetto di “formazione dell’uomo” già espresso in età classica da Platone e Aristotele. Tale concetto sparito in età imperiale romana, viene ripreso come strumento per avvicinare l’uomo alla vera fede. Nei primi anni medievali della Chiesa, la musica era ritenuta uno strumento del demonio, fonte di corruzione e lasciva per i giovani, ma l’uso sempre più massiccio – in ambito ecclesiale – di tale disciplina come parte integrante della liturgia, fa si che l’idea iniziale muti pian piano, fino ad arrivare alla consapevolezza che il canto poteva essere uno strumento di salvezza e di elevazione spirituale, se ben impiegato.
Il canto sacro diviene strumento ausiliare della preghiera favorendone la divulgazione al popolo. Con il passare dei secoli le esigenze musicali si rendevano sempre più indispensabili e sempre più ampie: dal canto dei primi secoli, affidato ai fedeli, successivamente questo fu di competenza di cantori professionisti, data la forte elaborazione canora che rischiava di essere banalizzata e profanata da voci inesperte. La memorizzazione di testi musicali sempre più complessi – con l’invenzione dei tropi e delle sequenze – richiese anche un sistema di notazione più preciso (che non si limitasse ad un vago ricordo a memoria).
Dal punto di vista teorico i modi del canto Gregoriano rimangono con gli stessi nomi dell’antichità greca (frigia-dorica-lidia-misolidia), ma non hanno nulla a che vedere con le armonie greche.
Il Canto Gregoriano nasce nell’VIII secolo come genere musicale vocale, monodico e liturgico. Prima di ciò, l’unico punto di riferimento cristiano era rimandato al canto sinagogale ebraico (tradizione ancora viva nelle comunità ebraiche moderne) il quale anch’esso non presentava una notazione, non prima dell’VIII secolo (la notazione alfabetica greca era del tutto inadatta per i fedeli per lo più analfabeti).
Dunque la tradizione primitiva musicale cristiana si basa essenzialmente sul modello ebraico di tradizione sinogale (musica semitica) con nuovi modi Gregoriani (VIII secolo) che continueranno a portare i nomi delle armonie dei greci. I canti dei primi cristiani, in ebraico o aramaico, mutarono successivamente in lingua greco e latina che si codificò in forme più rigide nel IV e V secolo dopo Cristo.
Il Cantus Planus (Canto Piano) è un genere musicale sacro che possiede diverse caratteristiche: è una musica vocale, si esegue “a cappella” ovvero senza accompagnamento musicale, è di tipo monodico venendo eseguito all’unisono, non presenta modulazioni armoniche essendo modale e ha un ritmo verbale.
E’ utilizzato generalmente in canti religiosi, ma non è esclusivo dei canti cattolici. Il canto Gregoriano è un repertorio liturgico cristiano del Canto Piano e prende il nome da Papa Gregorio I, vissuto nel IV secolo d.C. , il quale non fu propriamente favorevole a questa tipologia di musica vocale, né fu il creatore.
[caption id="attachment_7254" align="aligncenter" width="1131"] Stomer Matthias, San Gregorio Magno - Olio su tela del 1630-1640 ca. [/caption]  
In Occidente la struttura musicale fu ripresa anche da quella bizantina – struttura responsoriale e antifonaria – ma il repertorio fu unificato grazie all’utilizzo dell’unica lingua ufficiale occidentale: quella latina. Esistono, tuttavia, alcune differenziazioni come il canto Ambrosiano a Milano o il canto Gallico nella penisola iberica, ma è il canto Gregoriano ad imporsi nell’immenso repertorio del canto Occidentale.
E’ certo che Gregorio Magno I non è l’autore diretto delle importanti e fondamentali innovazioni nel campo musicale che avvennero sotto il suo pontificato, il quale riassestò tutto il mondo cristiano-cattolico con importanti riforme. Le semplificazioni e migliorie sotto il suo regno furono l’antifonario riformato, una raccolta dei testi dei canti Liturgici, e la creazione della “Schola cantorum” ovvero dei cantori professionisti che seguivano e tramandavano il repertorio.
Il Francia l’imposizione del Canto romano si consolida e diviene franco-romano per le influenze del canto gallicano, il quale apporterà definitivamente importanti influenze al Canto gregoriano adottato nell’Europa Cristiana. E’ solo nell’anno XI che si sviluppa la scrittura musicale, la quale muove i suoi primi passi gradualmente a sostituzione della tradizione orale. I cantori delle “scholae” dovevano imparare le formule melodiche da applicare ai testi della liturgia con l’aiuto di segni grafici essenziali (detti neumi) per facilitare l’apprendimento mnemonico. I cantori iniziano, così, a leggere il Repertorio come in una moderna partitura. Difatti la notazione greca era finalizzata a scopi di carattere teorico, mentre la notazione gregoriana era finalizzata a scopi meramente pratici. Tra i suoi scopi si individua l’obiettivo di riprodurre l’andamento della melodia per fissare una modalità esecutiva distinta e in secondo luogo i neumi (i segni) vengono ricondotti a derivazione dati dalla trasformazione degli accenti latini oratori, strettamente legati alla “Scuola Cantorum”. I primi neumi furono tracciati sopra il testo, senza rigo per indicarne il moto (né altezza, né intervalli tra suoni diversi) e furono nominati come “notazione adiastematica” o “notazione in campo aperto”.
[caption id="attachment_7258" align="aligncenter" width="1404"] Tonale di Saint-Bénigne di Dijon[/caption]
Successivamente si inventò un sistema ritmico di notazione che permettesse di definire il valore di durata di ogni singola nota. Fu introdotta la linea e le relative chiavi per indicare i neumi che cadevano sulle linee. Dalla metà del X secolo si cominciò ad usare una o due linee orizzontali, di colore rosso per indicare il FA e di colore giallo per indicare il DO; Infine dal XI secolo si arriverà al Tetragramma, un sistema di quattro righi, che rimarrà adottato in tutto l’ambiente musicale occidentale.
Sempre a partire dal IX secolo si impiegò accanto alla notazione neumatica alcune notazione di carattere alfabetico per indicare i suoni (soprattutto nei brani polifonici). Per segnare con più precisione la melodia si usò un sistema con un numero di linee variabili, dove i “segni” furono definiti “dasiani” con derivazione greca. Tale sistema era noto per l’uso – nel tetracordo – di quattro segni per i suoni, i quali vengono usati per annotare rispettivamente un tetracordo più basso e i due tetracordi e mezzo più alti. I neumi del sistema dasiano furono anche chiamati “di notazione quadrata” (neumi quadrati, di forme grosse e quadre) a partire dall’XI secolo quando l’esattezza e la precisione delle singole note aumentò notevolmente.
[caption id="attachment_7256" align="aligncenter" width="1000"] Nell'immagine riportiamo una antifonario della fine del cinquecento. Da notare i neumi con notazione quadrata, iscritti nel tetracordo. [/caption]
Secondo la notazione quadrata – fondata sulla equivalenza ritmica delle note – che si discosta dell’interpretazione mensurale (successione di valori lungo e breve) vi sono neumi che rappresentano da una a tre note: Virga, Punctum (1 nota); Pes, Clivis (2 note); Scandicus, Climacus, Torculus, Porrectus (3 note). Nel 1904 con il decreto del Motu proprio, Papa Pio X adotta ufficialmente i neumi quadrati.
Bisognerà aspettare il 1100 d.C. per avere un sistema pratico di notazione comprendente sia note quadrate singole, che raggruppamenti di note dette ligarurae (le legature) per definire la durata di queste.
[caption id="attachment_7257" align="aligncenter" width="1000"] Tipologia di neumi completa. [/caption]
La scuola parigina di Notre Dame (prima scuola polifonica sacra del 1175 d.C.) introdusse e elaborò tale notazione, la quale nel basso medioevo verrà definita “modale” (notazione modale) esprimendosi in sei modi ritmici. Ogni modo ritmico è scandito dalle ligaturae che arrivano a racchiudere fino a cinque note. Il modo ternario (una ligaturae da tre) si impone sul binario (imperfetto), poiché deriva dal numero della Trinità, considerato perfetto. Si deve al tedesco Francone da Colonia l’introduzione della semibrevis (semibreve) espressa in forma romboidale, la quale ebbe l’efficacia di fissare ancor di più il valore di durata della nota. Nel 1200 d.C. si vedrà l’inserimento anche del punctus divisionis (punto di divisione), ovvero di un punto posto appena dopo la nota, che diventerà successivamente il moderno punto (anche se nel medioevo non ebbe il carattere di allungare la nota di metà del suo valore). La piena legittimità del sistema binario arriverà nel 1300 con Jehan des Murs (1300-1350) teorico e matematico parigino. Parallelamente il compositore Philippe de Vitry (1291-1361) nel suo trattato Ars nova (arte nuova) definirà un nuovo sistema di notazione che prenderà il nome di mensurale: un rapporto tra breve e semibreve (tempus) e semibreve e minima (prolatio) con entrambi i rapporti trasformabili in tempi perfetti (ternario) o imperfetti (binario). Nel tardo medioevo (XV secolo) i valori di tempo più lunghi - nel sistema della notazione - furono contraddistinti dallo scrivere solo la parte perimetrale della singola nota, lasciando il centro bianco: nasce la “mensurale bianca”. Le note “nere” si lasciano per valori piccoli.
Bisogna dunque tener presente nel canto gregoriano il rapporto tra la parola e la musica, comprendendo il tutto attraverso gli archi melodici, l’accento delle parole e l’andamento prosodico.
Carlo Magno (742-814, re dal 768) impose l’uso – attraverso l’emanazione di atti legislativi – dei libri liturgici romani in tutte le aree dell’impero, per ammirazione verso le usanze romane oltre che per ragione di natura politica. Papa Leone III incoronò Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo Magno il 25 dicembre dell’800 d.C. decretando la prosecuzione naturale del glorioso Impero Romano d’Occidente. La legislazione carolingia contribuì al processo di unificazione ecclesiastica che promuoveva l’uso liturgico, anche nelle scuole. L’apprendimento e l’esecuzione dei canti romani in terra francese doveva avvenire su basi sicure e le melodie dovevano essere fissate su basi certe. Così insieme al canto Gregoriano, nasceranno i primi Tonari: dei libri liturgici che classificano i brani del repertorio sacro secondo la loro appartenenza ad uno degli otto toni ecclesiastici (octo echoi – anche se i primi tonari recano solamente l’incipit dei testi liturgici e non la musica).
Il supporto mnemonico scritto, si basava sulle cadenze conclusive dei salmi, suddividendosi in tono per tono (modi) con le differenze inerenti ai singoli toni stessi. I toni non furono semplici scale, ma vere e proprie formule melodiche, le quali si aggiravano intorno all’asse della corda di recita, quest’ultima era nel canto fondamentale poiché intorno a lei, insisteva la cantillazione salmodica.
Successivamente gli otto modi furono classificati in scale costruite tramite una sovrapposizione – dei modi autentici – e di una sottoposizione con i modi plagali. Vi sono otto modi (toni) medievali (ogni modo possiede la classificazione autentico e plagale):
_protus (re-la) per il primo modo
_deuterus (mi-si) per il secondo modo
_tritus (fa-do) per il terzo
_tetrardus (sol-re) per il quarto
Vi era poi la finalis su cui terminava la melodia e la repercussio attorno alla quale la melodia ruotava.
Dunque il Gregoriano vocale si elabora attraverso i canti, organizzati secondo i periodi dell’anno liturgico. I testi sono raccolti all’interno del Breviarium (notazioni musicali) e l’Antifonario (antifone, responsori, versetti). La figura centrale del culto Cristiano è Gesù Cristo con i suoi eventi scanditi tra nascita-morte-resurrezione. I riti della Chiesa di Roma si articolano in due Servizi Fondamentali:
_la liturgia delle Ore (l’Ufficio). Otto sono le ore canoniche attraverso le quali viene scandita la giornata per i fedeli: mattutino (2.00), Lodi (alle 5.00), Ora Prima (7.00), Terza (9.00 – segue liturgia Eucaristica), Sesta (12.00), Nona (15.00), Vespri (17.00) e Compieta (20.00) - contenuti nel libro Liber Usualis;
_la liturgia Eucaristica (La Messa) – la quale si suddivide in tre momenti: riti di introduzione, Liturgia della parola, Liturgia eucaristica. Questa struttura si consoliderà intorno al IX-XI secolo e sarà solo in lingua latina, fino al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1962-1965) che permise l’utilizzo delle lingue correnti nei paesi dove la messa veniva celebrata. I canti della messa si suddividono in Ordinarium Missae (Ordinario della Messa: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei – contenuti nel tomo liturgico del Kyriale) e Proprium Missae (Proprio della messa: Introito, Graduale, Alleluia/Tractus, Offertorio, Communio – contenuti nel tomo liturgico del Graduale).
Inizialmente si richiedeva la partecipazione canora dei fedeli, ma successivamente il coro fu affidato a cantori professionisti. Per i canti della Proprium Missae si hanno due diverse esecuzioni: l’esecuzione dei canti antifonali (Introito, Offertorio, Communio) distribuiti tra due cori alternati e l’esecuzione dei canti responsoriali (Graduale, Alleluia/Tractus) affidati alternativamente a solista e coro. All’interno dei canti responsoriali – infine – vi sono due differenze vocali: il melismatico e il sillabico; il primo ha una fioritura melodica vasta (melisma) fino a 30/40 note per singola sillaba del testo, mentre il sillabico ad ogni nota corrisponde una sillaba.
Sempre a partire dal IX secolo d.C. i cantori dell’Impero Franco coltivarono e svilupparono per i Canti della liturgia Eucaristica, una interpolazione ai testi che prese il nome di Tropi, i quali avevano lo scopo di approfondire il senso teologico del testo liturgico.
Altro grande protagonista per la musica medievale, possiamo riscontrarlo in Guido D’Arezzo (990 circa-1050 circa), il quale per meglio definire i caratteri dei modi e per facilitarne la memorizzazione creò l’esacordo, - che sostituendosi al tetracordo – facilitò l’operato dei cantori, dove la scala di sei suoni aveva l’aggiunta di una nota all’inizio e alla fine. Il monaco per facilitare la letture introdusse anche un primitivo solfeggio cantato. Per facilitare l'apprendimento da parte dei cantori del sistema della solmisazione si congegnò un aiuto visivo, che prese il nome di "mano guidoniana" - presente in numerosi trattati medievali - dove su ciascuna falange e alle estremità delle dita (mano sinistra) sono presenti le diverse sillabi delle scale esacordali. 
[caption id="attachment_7272" align="aligncenter" width="1000"] Guido monaco, conosciuto anche come Guido d'Arezzo o Guido Pomposiano (991-992 circa – dopo il 1033), è stato un teorico della musica e monaco italiano. Fu un importantissimo teorico musicale ed è considerato l'ideatore della moderna notazione musicale, con la sistematica adozione del tetragramma, che sostituì la precedente notazione adiastematica. Il suo trattato musicale, il Micrologus, fu il testo di musica più diffuso del Medioevo, dopo i trattati di Severino Boezio. A sinistra la "mano guidoniana".[/caption]  
In Età Carolingia (l'impero retto da Carlo Magno) si crearono due realtà: il classico repertorio liturgico del canto gregoriano monodico e parallelamente il dramma liturgico con la polifonia. Il risultato fu il mantenimento del canto Gregoriano, il quale poteva – pur mantenendo l’originale come fondamento – essere variato con aggiunte di carattere musicale e testuale. Il tropo, dunque, ebbe rilevanza anche per possibile fatture di un primo mutamento in campo accademico musicale. Forma particolare del tropo è la sequenza, ovvero una aggiunta di testo letterario al melisma alleluiatico del testo. Il testo liturgico diviene il pilastro della costruzione polifonica e viene utilizzata come abbellimento della liturgia al fianco dei tropi e delle sequenze. Sempre in epoca carolingia è il tropario di Winchester (raccolta di tropi), il quale contiene al suo interno il primo esempio di dramma liturgico: il “Visitatio sepulchri” – consiste in un dialogo fra gli angeli (coelicole) e le pie donne (christicole) sul comportamento di queste ultime recatesi al Sepolcro di Gesù già risorto. Il dramma liturgico fu traslato come tropo nella messa pasquale per via della possibilità di un ampliamento maggiore del dramma con l’aggiunta di nuove parti musicali, nuovi episodi e la migliore sincronizzazione tra la celebrazione liturgica insieme a quella narrativa evangelica. Il dramma liturgico tematicamente più ricco è quello del Ludus Danielis dove sono presenti una cinquantina di melodie, mentre del dramma dello Sponsus vedrà la compresenza di parti in latino e parti in francese dialettale: primo crocevia tra il dramma liturgico e quello extraliturgico in volgare, il quale avrà molta importanza in ambito teatrale.
Nell’888 d.C. con Carlo il Grosso, l’Impero Carolingio si disgrega con la conseguenza di importanti trasformazioni a livello musicale date dall’instaurazione del feudalesimo. I monasteri, detentori del monopolio culturale musicale, iniziarono a non essere più i soli a produrre musica, poiché questa inizia ad essere anche ad uso privato, all’interno dei Castelli e dei borghi – aprendo la nuova strada della musica di derivazione laica. Tale miscellania tra canto gregoriano (melopea sacra), contenuti poetici cortesi, mezzi linguistici profani, influssi popolari creano “la tradizione poetico-musicale profana”. Nasce la figura del trovatore o trovadore o trobadore (forma arcaica, derivante da tropo – tropator): un compositore ed esecutore di poesia lirica occitana (ovvero di testi poetici e melodie) che utilizzava la lingua d'oc, parlata, in differenti varietà regionali, in quasi tutta la Francia a sud della Loira. I modelli politici e culturali della tradizione laica riuscirono gradualmente ad affermare l’importanza della Cattedrale, come luogo per eccellenza delle attività musicali, con il monastero che viene emarginato in maniera progressiva. La cattedrale diviene così la sede delle pratiche liturgiche collettive. Dopo la “Scuola di Parigi” la polifonia inizia ad avere un carattere profano, dando vita all’Ars Nova, che osservava l’elemento musicale come prodotto piacevole per l’animo e non ragionava più come un duplicato ritmico e numerico dell’ordine cosmico.
[caption id="attachment_7260" align="aligncenter" width="1000"] Simone Martini - L'investitura di San Martino a cavaliere (particolare). [/caption]
La monodia divenne, così, profana e concesse i suoi temi poetici all’arte polifonica. Manteneva ovviamente alcuni fondamentali equivalenze con il canto liturgico: la terminologia, l’andamento melodico con l’alternanza tra i sillabismi e i melismi, l’articolazione dello sviluppo melodico intorno alle note polari (una o due), libera concordanza metrica tra testo e musica. Uno dei massimi esponenti dell’Ars Nova è stato Guillaume de Machaut (1305-1377), compositore francese, grande fautore di questa contiguità.
L’Ars Nova si sviluppa anche in Italia, dove sono presenti più espressioni monodiche devozionali (le laudi). In Italia, difatti, avviene in anticipo il passaggio tra la civiltà feudale e la società comunale, che vedrà la nascita della borghesia urbana. Tale nuova società, vuole elevarsi – come quella aristocratica – e cercherà di implementare il campo musicale. Nascono le corporazioni musicali e si fisseranno vere e proprie tariffe per le prestazioni di cantori e musici. Si avranno le performance di giullari e trovatori unite ad una dimensione urbana congestionata di eventi sonori e di manifestazioni musicali che soddisferanno le più disparate esigenze. Nelle regioni meridionali della Francia – di lingua occitana – si introduce una nuova visione dell’amore e una innovativa modalità canora. Nasce l’amor cortese: una sublimazione dell’amore erotico il cui la cortezia (corteggiamento amoroso) tre modello e simbolo dai valori cavallereschi di qualche secolo prima. Tale comportamento diviene un nuovo mezzo per la purificazione spirituale, che riesce a far giungere l’uomo alla joi, ovvero la beata estasi, di cui la stessa “gioia” sarebbe già una riduzione del termine.
[caption id="attachment_7262" align="aligncenter" width="1000"] Edmund Blair Leighton, La fine del canzone - Olio su Tela del 1902.[/caption]  
Così i trovatori suddivideranno l’amor cortese in tre grandi generi poetici che toccano la canzone d’amore, la situazione poetica e il soggetto poetico: la canso, l’alba e la pastorela. Parallelamente all’amore verrà sviluppato anche l’argomento satirico e politico (il sirventes) con gare poetico-canore (la tenso). La maggior parte dei codici è in notazione neumatica quadrata senza indicazioni mensurali (relative al valore ritmico delle note). Dopo duecento anni, anche la tradizione trovadorica decadde per la fusione della cultura della Francia meridionale (lingua doc) con quella della Francia settentrionale (lingua doil). Le cause, come sempre, sono diverse: dai giullari, questi artisti saltinbanchi itineranti che vagavano di corte in corte – entrando spesso in maniera fissa nelle corti come menestrelli (ministeriales, da ministerium ovvero servizio fisso) – esportando il canto trobadorico; ai matrimoni tra nobili fino alle crociate come quella effettuata nel 1208-1229 che devastò la Linguadoca materialmente e culturalmente. Infine la decadenza, come spesso accade, è avvenuta anche per esaurimento del fenomeno culturale, il quale una volta raggiunto l’apice può solo scendere: semplicemente si era esaurito lo spirito. Nella Francia nel Nord vi era la figura del troviere (non quella del trobadore, figura – come detto – della Francia meridionale) che prediligeva i canti di genere narrativo come la Chanson de toile, la quale riprende elementi narrativi delle antiche chanson de geste (di cui la Chanson de Roland è la più famosa) intonate su una stessa melodia che si ripeteva.
Nella seconda metà del XII secolo il canto tovadorico e trovierico influenza le aree a lingua tedesca. Il trovadore prende il nome di Minnesänger ed il canto del Minnesang. Il tutto era organizzato in corporazioni che attuavano la parafrasi dei testi dal francese al tedesco. Una particolare struttura tedesca era quella di Bar (poema) che consiste nella successione di due piedi e una chiusa: AAB che sotto il profilo ritmico-esecutivo riprende la medesima tradizione francese.
In Italia la monodia extraliturgica fiorì nell’ambito del movimento dei laudesi, suddiviso in confraternite che praticavano i canti delle laude. Sulla scia di S.Francesco e degli ordini mendicanti, i quali proponevano una rivoluzionaria forma spirituale di devozione, rielaborano i temi dei due cicli dell’anno liturgico in un volgare vibrante di commossa partecipazione e ricco di immagini colorate. Tra i vari tipi di laudari riscontriamo quello di Cortona e quello Magliabechiano. Le laude sono uniche poiché uniscono gli elementi del canto liturgico con quelli della tradizione profana.
 
Per approfondimenti:
_Baroni, Fubini, Petazzi, Santi, Vinay – Storia della musica – edizioni Piccola biblioteca Einaudi
_Elvidio Surian – Manuale di storia della musica, vol.1 – edizioni Rugginenti (6°)
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi del 19/12/2016

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Alla conclusione di questa crisi di Governo si possono trarre due conclusioni, una positiva, l'altra negativa: la prima è la rapidità con cui ha agito Sergio Mattarella, che ha mostrato piena consapevolezza delle urgenze del Paese, imponendole alle forze politiche sin dall'inizio del percorso tenendo conto delle scadenze della nazione; la seconda conclusione poco positiva è dettata dalla stessa lista dei Ministri letta il 12-06-2016 da Paolo Gentiloni, il quale suggerisce l'idea di un Governo pensato per reggere il "minimo" sia nelle sfide che nella durata. Un pensiero riconducibile a Matteo Renzi (suo predecessore) che ha disegnato un percorso congressuale con lo sguardo a elezioni ravvicinate con l'esecutivo in piena continuità con il Governo dimissionario.
[caption id="attachment_7186" align="aligncenter" width="1000"]governo-gentiloni Prima fila da sinistra a destra: Pinotti, Orlando, Minniti, Alfano, Mattarella (Presidente della Repubblica), Gentiloni, Lotti, De Vincenti, Costa, madia, Finocchiaro. Seconda fila da sinistra a destra: Lorenzin, Franceschini, Fedeli, Poletti, Delrio, Galletti, Martina, Calenda, Padoan.[/caption]
Un analisi di tutti i Ministeri con obiettivi e scadenze.
_Il ministro all’economia Pier Carlo Padoan (tecnico) prima di entrare nel governo con l’arrivo di Renzi al Palazzo Chigi, è stato un economista sia all’università, sia in organismi internazionali come l’Ocse dove ha ricoperto il ruolo di vice-segretario generale e il fondo monetario internazionale. Nel suo curriculum anche le consulenze per la banca mondiale, la Commissione Ue e la Bce.
Le sue priorità passano anche per i dossier più caldi del suo tavolo: il primo impegno sarà la risoluzione della questione “banche”, dal Monte dei Paschi di Siena agli altri aumenti di capitale in difficoltà – Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige – fino alla difficile cessione delle quattro “banche buone” nate dalla risoluzione di Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. Nell’agenda di Via XX Settembre spicca anche la prosecuzione del confronto con l’Europa sulla manovra di bilancio 2017, in vista di una possibile correzione che dovrebbe essere chiamata a marzo dalla Commissione.
_il ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda (Pd) ha occupato già lo stesso ministero nel governo Renzi. Nominato per tale ruolo lo scorso maggio dopo le dimissioni di Federica Guidi. Calenda, nei precedenti quattro mesi aveva ricoperta il ruolo di Rappresentante permanente d’Italia presso la Ue. Nel 2013 era stato nominato vice-ministro proprio al Mise con il governo Letta con la delega per le politiche di internazionalizzazione. Calenda è stato direttore dell’Area Strategica Affari internazionali di Confindustria e ha avuto incarichi sky Italia, Ferrari e Interporto Campano. Tra le sue priorità che dovrà affrontare nei prossimi mesi, spicca l’implementazione del piano Industria 4.0, soprattutto con la creazione di centri di competenza pubblico-privati. Calenda continuerà a lavorare alla nuova strategia energetica nazionale che potrebbe essere presentata ad aprile prima del prossimo G7 energia. Vanno poi completati la riforma delle agevolazioni per gli energivori e vanno resi operativi i riassetti del Fondo di garanzia Pmi e dei contratti di sviluppo.
_il ministro dell’interno è il sessantenne Marco Minniti (Pd) di Reggio Calabria – da sempre legato al mondo della sicurezza nazionale: sottosegretario alla Difesa, vice-ministro all’Interno e con delega all’intelligence nei governi Letta e Renzi.
I suoi obiettivi sono l’emergenza più immediata e attuale dell’immigrazione: dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono arrivati a 175.323 record storico assoluto. Al Viminale si calcola che alla fine dell’anno potrebbero raggiungere quota 190 mila. Minniti dovrà fare i conti con l’Anci e un piano di distribuzione dei migranti in tutti i centri urbani. Oggi solo 2800 comuni accolgono immigrati – finora fermo per le proteste della maggioranza dei sindaci italiani. Ma al ministero dell’interno si giocherà anche la questione più importante e più strategica dello stesso governo Gentiloni: la riforma elettorale. Proprio negli uffici dell’Interno sono possibili verifiche e simulazioni di un nuovo modello. E’ lo sbocco decisivo per la prossima legislatura.
_Arriviamo al Ministero degli Esteri: Angelino Alfano (Ncd) è stato ministro dell’Interno dei Governi Letta-Renzi. Dal 2008 al 2011 è stato ministro della giustizia del governo Berlusconi. A Novembre 2013 è stato promotore della scissione dal Pdl e del lancio di Ncd di cui viene eletto presidente il 13 aprile 2014.
Da Gennaio il nostro Paese presiederà il G7 con tutte le riunioni preparatorie che culmineranno con il vertice dei capi di Stato e di Governo di Taormina il 26 e 27 maggio. Da Gennaio l’Italia siederà anche nel consiglio di sicurezza dell’ONU (per un anno) e a novembre avrà la presidenza di turno del consiglio.
Sempre con il nuovo anno, l’Italia farà parte della trojka dell’Osce e presiederà il gruppo di contatto per il Mediterraneo con responsabilità sul “Processo sui Balcani Occidentali” nel vertice di capi di stato e di Governo di quei paesi tra Giugno e Luglio in Italia. Il 25 marzo a Roma è invece fissato il Consiglio europeo per le celebrazioni della firma dei Trattati istitutivi della comunità europea.
_Il Sottosegretario alla Presidenza Maria Elena Boschi (Pd) è stata eletta deputata nel 2013 e nel dicembre dello stesso anno entra come responsabile delle riforme istituzionali. L’anno successivo, dopo la caduta del governo Letta, viene nominato ministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento. In questo ruolo ha coordinato direttamente la definizione dell’Italicum e del disegno di legge di riforma costituzionale.
Nella sua nuova veste di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la funzione di segretario del consiglio dei ministri dovrà curare la verbalizzazione e la conservazione del registro delle deliberazioni del Cdm, secondo la lettera della legge 400 sulla presidenza del Consiglio. In realtà il suo ruolo sarà più ampio e politico: dovrebbe garantire uno snodo cruciale di mediazione e coordinamento sui principali dossier che saranno gestiti direttamente da Palazzo Chigi. Tra le priorità anche quello di definire il ruolo e le delghe da affidare ad altri sottosegretari alla Presidenza del Consiglio.
_Alla Giustizia Andrea Orlando (Pd) parlamentare dal 2006. E’ al terzo mandato ministeriale in questa legislatura: prima all’ambiente con Letta, poi alla Giustizia con Renzi e ora con Gentiloni. Esponente di spicco della corrente interna “Giovani Turchi” è considerato un possibile candidato alla segreteria.
Tra i dossier aperti, c’è soprattutto la riforma della giustizia penale, una delle più qualificanti per il governo Renzi: 40 articoli (molti di delega) sui temi scottanti come prescrizione, intercettazioni, carcere, bloccati al senato per volontà di Renzi, contrario ad andare al voto (anche di fiducia) prima del Referendum su un provvedimento che divide la maggioranza e il Pd, malgrado le pressioni di Orlando. Ancora alle prime battute la riforma del Processo Civile. Da sciogliere, poi, il nodo assunzione dei cancellieri (gli emendamenti alla Bilancio sono stati fermati) e proroga delle pensioni dei magistrati: l’Anm ha sospeso la proclamazione dello sciopero in attesa di interventi del governo promessi a Renzi.
_Roberta Pinotti (Pd) è confermata al Ministero della Difesa. Il modello di difesa è in evoluzione, ma ci sono criticità contingenti: come l’impiego dei 7mila militari dell’Esercito nell’operazione “Strade Sicure”, dislocati in funzione di controllo del territorio e anti-terrorismo. Il ministro Pinotti, poi, deve seguire con il dicastero degli Esteri il dossier Libia, dove il governo Serraj stenta a decollare. In attività nel Mediterraneo davanti alle coste libiche ci sono le unità della Marina militare, un gruppo ristretto di militari sul campo, un lavoro d’osservazione d’intesa con l’Aise (agenzia informazioni e sicurezza esterna). Corposo poi il capitolo nomine: oltre al capo di gabinetto da designare, entro febbraio 2017 scadono il capo di Smd, Claudio Graziano, il numero uno dell’Estero Danilo Errico e il comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette.
_Altra conferma quella delle infrastrutture: Graziano Delrio (pd) ricopre il ruolo dal 2 aprile del 2015. Subito prima aveva ricoperto la carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ stato anche ministro per gli affari regionali del Governo Letta, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci.
In cima alla lista delle priorità c’è il trasporto pubblico locale. Lo ha detto chiaramente la legge di Bilancio, che ha gettato le basi per un maxi piano di rinnovo del parco autobus in tutta Italia. Contemporaneamente iniziaerà anche la fase operativa del programma di messa in sicurezza delle ferrovie regionali. Entro aprile 2017 andranno chiusi – anche – due provvedimento strategici. Il primo è il decreto correttivo del codice appalti. Il secondo è il Documento pluriennale di pianificazione delle infrastrutture che indicherà le priorità nazionali. Dal Mit dipendono anche l’attuazione del sisma-bonus e il nuovo glossario unico che semplificherà i titoli edilizi per gli interventi privati.
_Il Ministero del lavoro ha avuto un’altra conferma: Giuliano Gentiloni. Proviene dal mondo della cooperazione e sotto il governo Renzi ha varato il Jobs act, mentre nella legge di Bilancio 2017 ha introdotto risorse per la lotta alla povertà e messo a punto un pacchetto di misure per anticipare la pensione. Ora dovrà completare le riforme lavoristiche: a partire dalla riduzione strutturale del cuneo sui rapporti stabili, annunciata più volte nei mesi scorsi, come prosecuzione naturale degli annunciati sgravi contributivi. Bisogna poi far decollare il nuovo sistema di politiche attive, ora in capo all’Anpal; e attuare – con provvedimenti amministrativi – il pacchetto previdenziale contenuto in manovra, dall’Ape agli usuranti. Resta poi da affrontare il nodo crisi aziendali considerato che a fine anno usciranno di scena due ammortizzatori sociali: la mobilità e la cassa integrazione in deroga.
_Veniamo ora a Beatrice Lorenzin, ministro della salute (Ncd) al suo terzo mandato nello stesso ministero. Dal governo Letta in quota Forza Italia, a quello Renzi e adesso come rappresentante di Ncd.
Numerosi i dossier aperti che Lorenzin si ritrova sul tavolo. A partire dai nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea), una partita da 800 mln l’anno vincolati dal Fondo sanitario: si attende il parere delle Commissioni Sanità di Camera e Senato, ma toccherà al consiglio dei Ministri l’assenso finale anche se l’applicazione verrà conclusa nel 2017. Altro nodo è il rinnovo dei contratti per medici e tutto il personale del Ssn, ma anche delle convenzioni per medici di famiglia e farmacie. C’è poi l’applicazione della manovra 2017 alla voce farmaci, in particolare per quelli oncologici e innovativi e per i vaccini. Sul fronte parlamentare spicca la legge sul rischio clinico per gli operatori sanitari, problema sempre più urgente sia per i medici che per gli ospedali: il Ddl è al Senato, ma dovrà tornare in terza lettura alla Camera.
_Altro ministero che ha ricevuto conferma è il Ministro dei beni Culturali e Turismo Dario Franceschini (Pd). E’ stato ministro per i rapporti con il parlamento nel Governo Letta, Sottosegrtario alla Presidenza – con deleghe alle riforme – nel scondo Governo D’Alema. Proviene dalla Dc ed è stato tra i fondatori della Margherita. Franceschini ha avviato un profondo riassetto del ministero, sia a livello centrale sia in periferia: rivisto numero e accorpamento delle direzioni centrali, conseguenza della riorganizzazione delle soprintendenze – elemento che fu molto criticato per gli addetti ai lavori.
Sono stati creati 20 super-musei con direttori scelti attraverso un bando internazionale a cui se ne sono aggiunti altri dieci. Obiettivo principale è mandare a regime la riforma che deve vedere anche completato il reclutamento straordinario di 500 tecnici. Ci sono poi da fare tutti i decreti attuativi della legge sul cinema, in vigore da dicembre 2016. Sul versante turismo, dopo la riorganizzazione di Enit, è atteso il varo definitivo del piano strategico.
_Proseguendo con l’analisi Valeria Fedeli (Pd) è il nuovo Ministro dell’Istruzione, unico ministero ad aver avuto una vera e propria bocciatura in difformità con lo scorso governo (l’uscente Stefania Giannini).
Valeria fedeli nasce a Treviglio nel bergamasco il 29-07-1949 con diploma tramutato in laurea in Scienza Sociali dall’Unsas. Scende in politica dopo una lunga esperienza di oltre trent’anni nella Cgil. Sul sito istituzionale del Pd si definisce “femminista, riformista, di sinistra”.
Tra i dossier più urgenti c’è l’attuazione della riforma della Buona Scuola che è stata una spina nel fianco dell’ex premier Renzi. Resta innanzitutto da capire cosa succederà alle nuove deleghe attuative della riforma, finora rimaste sulla carta. Va poi decisa la sorte del concorsone presidi: doveva arrivare a fine anno, ma ora si è tutto fermato. Con il rischio di trovarsi a settembre il solito boom di istituti retti a reggenza. Tra le prime priorità per l’università c’è l’attuazione delle misure previste dalla manovra: dalle super-borse di studio, alla no tax area per gli studenti più indigenti fino a 270 milioni per i migliori dipartimenti universitari. Da capire anche il destino del decreto sulle cattedre Natta contestato dal mondo accademico.
_Alle Politiche agricole il Ministero è stato affidato nuovamente a Maurizio Martina (Pd). Diplomato all’istituto tecnico agrario di Bergamo e laureato in scienze politiche, il 22 febbraio 2014 è stato nominato nel governo Renzi ministro delle Politiche agricole, con delega all’Expo. Con il precedente esecutivo Letta era sottosegretario nello stesso ministero. E’ a capo dell’area Pd “sinistra e cambiamento”.
Ha ottenuto con le ultime due manovre consistenti sgravi fiscali per gli agricoltori (1,3 miliardi) e agevolazioni (anche previdenziali) per i giovani. In agenda la priorità è innanzi tutto il negoziato che si apre a Gennaio per la riforma della Politica agricola comune, partita strategica per l’Italia che incassa ogni anno 4 miliardi di aiuti diretti all’Ue. Sul fronte interno dovrà completare la ristrutturazione degli enti vigilati, con la Riforma dell’Agea. Resta aperta anche la questione dell’etichettatura super trasparente dei prodotti alimentari. Dopo il latte, ora viene la pasta. Tra le sfide anche nuovi strumenti per favorire l’aggregazione delle filiere e il rilancio della ricerca.
_Gian Luca Galletti (Udc) è stato riconfermato all’Ambiente. E’ stato sottosegretario al ministero dell’Istruzione del governo Letta tra maggio 2013 e febbraio 2014, subito prima di entrare nell’esecutivo Renzi. La prima sfida arriva dall’emergenza smog: l’anno scorso Galletti ha dato vita al tavolo sulla qualità dell’aria. Ora che le polveri sottili tornano a salire, si attendono i primi risultati. Nel giro di qualche settimana dovrà firmare anche il parere sul nuovo piano ambientale dell’Ilva di Taranto. Le prossime settimane saranno, poi, decisive per l’attuazione di un pacchetto di interventi sul rischio idrogeologico: soprattutto è al traguardo un prestito Bei da 800 milioni. Ancora bisognerà lavorare sulla gestione delle acque reflue. Dopo la maxi multa chiesta da Bruxelles, andranno sbloccati i fondi fermi. Infine, c’è la partita del Dpr sulla gestione delle terre da scavo: approvato in estate, è atteso ancora in Gazzetta Ufficiale.
_Nel ministero degli Affari regionali si è operato ancora verso una riconferma: Enrico Costa (Ncd) ricopre il ruolo già da 11 mesi e mezzo, dopo essere stato sottosegretario e vice-ministro alla Giustizia.
Avamposto dei rapporti con le autonomie, il ministero (senza portafoglio) per gli Affari regionali gestisce per conto del Governo i diversi dossier da trattare con Regioni e Comuni. Partita che vede nelle conferenze la sede decisionale. L’agenda è ricca di temi caldi: il trasporto pubblico locale e la sanità, capitoli cruciali per le finanze locali. Dopo il jobs-act si sono lasciate irrisolte diverse questioni come i centri per l’impiego e il finanziamento per gli ammortizzatori. Capitolo attualissimo è quello dell’azione di rivalsa verso le autonomie in conseguenza delle multe da parte della Ue, in primis le sanzioni per le discariche abusive. Senza dimenticarci le concessioni demaniali e i nuovi limiti di distanza per l’installazione di macchinette per le scommesse.
_Il Ministero dei Rapporti con il Parlamento vede – di contro – una nuova figura. Anna Finocchiaro (Pd) è stata ministro per le Pari Opportunità durante il Governo Prodi I ed era attualmente presidente della Commissione Affari costituzionali al Senato. La lotta alla corruzione nel settore privato, lo scambio autonomatico e obbligatorio di informazioni fiscali, insieme alla gestione dei diritti d’autore sono tra le deleghe attuative della legge di delegazione Ue che sono in scadenza questa settimana. Senza il decreto inviato alle Camere il 16 il Governo non potrà dare attuazione alle tre distinte direttive con inevitabile richiamo della Commissione Ue. Entro la fine della settimana, poi, ci sarà da portare a termine anche il decreto sul terremoto all’esame definitivo della camera e in scadenza sabato 17 dicembre. Nelle stesse ore il nuovo ministro per i rapporti dovrà coordinare il lavoro di messa a punto del decreto di fine, più noto come il “milleproroghe”. Sempre entro la fine dell’anno andranno recepite anche le condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi nei trasferimenti intra societari.
_Ancora un nuovo ministro per la Coesione Territoriale e Mezzogiorno, che vede nella figura di Claudio De Vincenti (Pd) l’individuo prescelto. Nel Governo Renzi ha curato dossier caldi come quello delle crisi aziendali e dei patti territoriali. Sottosegretario allo Sviluppo Economico prima, e poi vice-ministro – dal 10 aprile 2015 – è stato sottosegretario alla Presidenza. Dal novembre 2011 ha ricoperto la carica di Sottosegretario allo Sviluppo Economico fino al febbraio 2014. Ha svolto attività di ricerca e di insegnamento come professore ordinario di Economia Politica all’università La Sapienza di Roma.
Le sue priorità si aggirano intorno alla coesione gestionale (più che programmatica) già parzialmente analizzata da Sottosegretario. Dovrà far funzionare i Patti per il Sud, e aumentar dunque la spesa per le aree svantaggiate del Paese, Sud e non solo: progetti per infrastrutture materiali, sviluppo economico, servizi sociali, utilizzando per la prima volta l’Agenzia per la coesione. I soldi ci sono (circa 100 miliardi di euro da ora al 2023), ma vanno spesi.
_Torniamo ad una riconferma per il Ministero della Pubblica Amministrazione e Semplificazione. Marianna Madia (Pd) ha debuttato in politica nel 2008 quando allora era sottosegretario del Pd e Walter Veltroni la scelse come candidata alla Camera. Laureata in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma e specializzata in economia del lavoro all’Istituto di Studi avanzati di Lucca, è entrata nella segreteria nazionale del Partito democratico nel 2013 e l’anno successivo ha debuttato al governo come ministro per la PA e la Semplificazione nel governo Renzi.
Due impegni principali: i correttivi ai decreti attuativi della riforma della Pa, a cui ha legato il suo nome, su partecipate, assenteisti e dirigenti sanitari, e la prosecuzione nel cammino dei decreti con le nuove regole per il pubblico impiego. Da questo passaggio – chiamato a riscrivere le norme sul rapporto di lavoro - contrattazione integrativa e licenziamenti per giusta causa, dipende la possibilità di tradurre in pratica gli impegni dell’intesa del 30 novembre fra Governo e sindacati in vista del rinnovo dei contratti pubblici.
_ per concludere – altra nuova nomina – Luca Lotti (Pd) al Ministero dello Sport. Toscano, classe 1982 è considerato tra i fedelissimi dell’ex premier Matteo Renzi. Lotti ha seguito molti dei dossier delicati del Governo Renzi. E’ stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’editoria e segretario del Comitato interministeriale per la programmazione economica. Due deleghe pesanti che mantiene. Tra le priorità del ministero dello Sport la prosecuzione del Piano avviato dal Governo Renzi con il Coni per il risanamento degli impianti sportivi nelle periferie italiane e seguito direttamente da Luca Lotti. La definizione delle garanzie del Governo per la Ryder Cup che sarà ospitata a Roma nel 2022. L’Italia si è infatti aggiudicata la prestigiosa competizione internazionale di golf. Tra gli altri dossier anche quello sui mondiali di sci che sono stati assegnati a Cortina per il 2021.
 
Mai in questa storia repubblicana, la cittadinanza è stata bombardata mediaticamente sulla scelta politica da compiere nell'appena concluso referendum. Mai. E' stata una violenza inaudita, una vergogna. La politica è una cosa estremamente seria, è assolutamente necessaria - nello stesso tempo - ed è una cosa molto dura da sopportare, poichè non ammette "anime belle".
Politica è anche sempre conflitto e competizione per il potere. Nella lotta per il potere - come scrisse Machiavelli nel principe - c'è il virtuosismo: prima considerazione realistica da porre in atto. La seconda è la virtus (virtù): cioè avere il potere per realizzare alcuni obiettivi, per realizzare alcuni fini. Non si deve avere il potere per il potere. Si deve avere il potere per fare. Questa la virtus del realismo politico che ritroviamo in Machiavelli.
Il politico è valutato per il fine che persegue. Quali sono i fini da realizzare politicamente oggi? Per un lungo periodo questo paese non è riuscito a porre mano a quelle necessarie riforme atte a compiere lo sforzo di far tornare il nostro paese, un protagonista della vita politico-economico-culturale della nostra epoca contemporanea.
Machiavelli sullo Stato asseriva come la mancanza del "riformarsi" e del "non riuscire a mutare le proprie costituzioni" porta questo alla decadenza. Gli esseri forti sono quelli capaci di "essere in relazione con l'altro da sè" non di isolarsi, non di resistere, non di conservarsi, ma di trasformarsi.
[caption id="attachment_7194" align="aligncenter" width="1000"] Niccolò di Bernardo dei Machiavelli ( 1469 – 1527) è stato uno storico, filosofo, scrittore, politico e drammaturgo italiano.[/caption]
Il nostro paese è da più di una generazione che non si trasforma, che chiacchiera di trasformazione, che polemizza su idee di trasformazione, ma sostanzialmente non si trasforma sui suoi elementi fondamentali. E' un paese che è rimasto stretto nel corso della sua ultima generazione tra una ideologia ormai sotterrata dalla crisi del 2007/2008, sepolta ovunque. Una ideologia liberista male interpretata (intesa come general generica deregulation) e sovrastata da una crisi economica di portata globale che ancora oggi stiamo vivendo con buona pace di chi afferma il contrario.
Di fronte a questa pseudo-innovazione - questa mal digerita ideologia liberista - sostanzialmente si finiva con l'esprimersi in una sorta di insofferenza per ogni regola, per ogni controllo ed è una delle cause della crisi globale non soltanto nel nostro paese.
Questa economia si è sposata anche con un carattere demagogico populistico variamente intesa da alcuni partiti del Nord Italia, nati federalisti e regionali e oggi "garanti della nazione italiana". Dunque nel nostro paese a questa tendenza mai morta e sepolta, si è contrapposta una tendenza sostanzialmente conservatrice.
Di fronte al liberismo della deregulation (che non ha niente da vedere con il liberalismo, che invece è una tendenza culturale-politica che vuole il controllo del mercato e del capitale-finanziario) si è posta la conservazione, anche perchè la metodologia di cambiare costituzione si presenta raffazzonata, non coerente, non presenta nulla di sistemico. Un movimento di conservazione anche legittimo e motivato, ma bloccante. Nel nostro paese c'è bisogno di riforme, eccome! Riforme costituzionali in senso federalistico, di come vada inteso il federalismo soprattutto nel mezzogiorno, soprattutto per il mezzogiorno. Riforma del sistema del Walfare previdenziale, riforme necessarie, inevitabili se vogliamo affrontare la questione di questo paese che è la questione dei giovani e dei non-nati, che stiamo già compromettendo. Bisognava rifondare le politiche industriali, attraverso opportuni sostegni mirati, con strategie industriali, perché se è vero che lo Stato non deve essere capitalista, questo deve avere funzioni immense in tutto il mondo per orientare le scelte di investimento. Questa è la realtà ed è inutile giraci intorno.
Non esiste il popolo “bello, buono e sano” e i politici tutti “cattivi”, vi è sempre una complicità tra governanti e governati. Non c’è mai la purezza e la bontà e dall’altra la cattiveria: sono solo forme complesse di intrecci più o meno virtuosi o più o meno perversi.
Altro punto del realismo politico di Machiavelli, quando ragionava sugli antichi romani - sopra la prima Deca di Tito Livio - esso ci insegnava a ragionare sull'intreccio tra forme di governo, rappresentanze politiche e i rappresentati.
Io credo che la responsabilità - di questo paese - anzitutto debba iniziare suoi ceti dirigenti, non soltanto dei ceti politici, ma anche su quelli "che dirigono" le strutture del paese: i professori universitari, ad esempio, non hanno fatto nulla che non fosse corporativismo, molti di loro insegnano benissimo - senza dubbio - ma le loro politiche sono state tutte improntate nella stragrande maggioranza a logiche di tipo corporativo.
Gli industriali hanno mantenuto in tutti questi venticinque anni, la tendenza tipica dell’industrialismo italiano: essere assicurati e chiedere favori al politico, invece di contrattare seriamente sulla base di strategie industriali condivise, giusto comportamento da tenere. L’industriale che si basa sul rapporto mercato/stato (che porta strategia, idee, danaro) è un imprenditore intelligente che guarda al futuro con rinnovato vigore. Alle volte questa ultima strategia è stata adottata, ma non in maniera sufficiente per mutare gli indirizzi fondamentali di questo paese.
L’assuefazione ha raggiunto anche molte organizzazioni: ordini professionali che non hanno saputo assolutamente riformarsi a partire dalla stessa confindustria e sindacati. Non solo - dunque - non vi è stata una riforma politica, ma soprattutto non è avvenuta una riforma sociale e si è giunti al limite estremo: o tutto ciò viene affrontato, oppure l’Italia non riuscirà a superare questa crisi globale.
I paesi occidentali hanno una chance di essere per il futuro protagonisti dello sviluppo economico e quindi sociale/culturale a livello globale: investire sul capitale umano, sostenere imprese innovative e operare nel settore della ricerca e sviluppo.
In una situazione economica di crisi che non permette né di aumentare le tasse, né stampare moneta, come possiamo garantire innovazione, ricerca, sviluppo, formazione di capitale umano?
Il blocco dei salari dei dipendenti subordinati pubblici e privati e le prospettive cupe dei giovani all’interno dei nuclei famigliari ci presentano la prospettiva di un impoverimento del ceto medio e questo è deleterio per le democrazie, le quali si reggono con un ceto medio che ha delle prospettive sociali alte.
Quando manca la prospettiva di mobilità sociale, per il ceto medio, le democrazie cessano di funzionare e si entra in una fase di carattere demagogico e populista di carattere meramente sociale. Si arriverà allora al “ci penso io” al “fidati di me”, è fisiologico.
La politica diventa “promessa assicurante”. Cattura del consenso attraverso rassicuranti promesse, cessa di essere "costituente" (in cui le forze politiche responsabili, trovano accordo su alcuni fondamentali). Dunque il vero obiettivo dovrebbe essere, l'unità del paese, il futuro della nazione con lavoro per le nuove generazioni: ma non un lavoro qualsiasi! Non un lavoro schiavistico, precario - che gli ultimi governi stanno cercando di attuare - (garanzia giovani ecc..), non come i free-lance del committente, ma un lavoro autonomo, responsabile, certo e con alcune sicurezze di base previdenziale. Nessuno può lavorare, per quanto vi sia mobilità, senza sapere se a sessanta anni o settanta, alla soglia della pensione, potrà vivere o morire sotto un ponte. Si può ammettere la mobilità, ma non si può accettare la frase: "chi sa, se avrò la pensione?” Se non si fa ciò, di fronte a questa crisi sarà impossibile uscire.
 
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