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di Giuseppe Baiocchi 20/07/2017

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Che l'aria era mutata nel paese di lingua francese, gli addetti ai lavori lo avevano compreso nei primi attimi della brillante vittoria di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron all’Eliseo. Il leader di "En Marche" (in marcia) - definito dallo stesso Macron “né di destra né di sinistra” -, è stato eletto presidente della Repubblica in Francia domenica 7 maggio del 2017.  Ma chi è Macron? Coinvolto proprio nel mese di luglio nelle "poco eleganti" dimissioni del generale Pierre Le Jolis de Villiers Saintignon? 
Il nuovo politico transalpino si diploma all’Institut d’études politiques (Iep), presso l’Ecole nationale d’administration (l'ente che rappresenta l'inizio della formazione politica in Francia). Dopo la laurea in filosofia, conseguita nel 2004, la sua carriera inizia nell’amministrazione statale come vice-ispettore alle Finanze e nel 2008 entra a far parte della Commissione Jacques Attali, una sorta di think tank voluto dall’allora presidente di destra Nicolas Sarkozy, con l’obiettivo di individuare strategie utili a rilanciare la crescita economica del paese. Una volta esaurito l’incarico, Emmanuel Macron cambia strada e accetta un posto nell’alta finanza. Entra così in Banque Rothschild, della quale diventa in breve un alto dirigente, concludendo nel 2012, un accordo da nove miliardi di euro tra la Nestlé e il gruppo Pfizer, rimasto negli annali della banca d’affari: come ricorda il quotidiano Le Monde, “il soprannome di ‘banchiere di Rothschild’ non lo abbandonerà più”.
Anche per via degli stipendi galattici intascati nel corso dell’esperienza nella finanza: 2,4 milioni in soli 18 mesi, secondo le informazioni riferite dalla tv Bfm.
[caption id="attachment_9130" align="aligncenter" width="1000"] Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron (Amiens, 21 dicembre 1977) è un funzionario e politico francese che ha ricoperto la carica di ministro dell'economia, dell'industria e del digitale dal 2014 al 2016, nel secondo governo Valls. Il 7 maggio 2017 viene eletto Presidente della Repubblica francese, ruolo che ha assunto il successivo 14 maggio, subentrando a François Hollande.[/caption]
Per chi ha poca dimestichezza con il sistema politico francese, questo possiede una repubblica semi-presidenziale. La Costituzione della "Quinta repubblica" dichiara come il paese sia "una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale". La Costituzione prevede la separazione dei poteri e proclama il legame della Francia ai diritti dell'uomo e ai principi di sovranità nazionale come definiti dalla Dichiarazione del 1789.
L'installazione di Macron, avviene in un contesto dove le istituzioni francesi seguono il principio classico della separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Il presidente è in parte responsabile della gestione del potere esecutivo, ma dirigere l'attività di governo il primo ministro. Sebbene quest'ultimo sia di nomina presidenziale, deve ricevere la fiducia dall'Assemblea nazionale, ossia la camera bassa del Parlamento. Il primo ministro è quindi espresso dalla maggioranza all'Assemblea nazionale, che non necessariamente appartiene al medesimo schieramento politico del presidente. In Francia il Parlamento è composto dall'Assemblea nazionale e dal Senato: il primo approva le leggi e il bilancio dello Stato, controllando l'operato del potere esecutivo attraverso interrogazioni e costituendo commissioni d'inchiesta (il controllo sulla costituzionalità delle leggi è devoluto al Consiglio costituzionale, i cui membri sono nominati dal presidente della Repubblica e da quelli di Assemblea nazionale e Senato). Fanno parte del Conseil anche gli ex presidenti della Repubblica. Il potere giudiziario si divide tra la giurisdizione ordinaria (che cura i casi civili e penali) e quella amministrativa (che giudica i ricorsi contro i provvedimenti amministrativi). L'ultima istanza della giurisdizione ordinaria è la Corte di cassazione, mentre la suprema corte amministrativa è il Consiglio di Stato. Esistono diverse agenzie indipendenti, come organismi che svolgono attività di controllo contro gli abusi di potere. La Francia è uno Stato unitario, ma gli enti locali (régions, départements e communes) hanno diverse attribuzioni, il cui esercizio è tutelato dalle ingerenze del governo centrale.
Questa brevissima descrizione dell'apparato statale è fondamentale per capire le funzioni di Emmanuel Macron all'Eliseo e le promesse effettuate in campagna elettorale. Se si pone la lente d'ingrandimento sulla sanità e istruzione il leader di "En Marche!", ha in mente il rimborso al 100% delle spese per occhiali, apparecchi dentali e auditivi da qui al 2022. Un piano da 5 miliardi che prevede anche il raddoppiamento delle case di cura sul territorio, per sopperire al fenomeno dei “deserti medici”. Per quel che riguarda l’istruzione, Macron vuole riformare la scuola investendo di più sulle periferie e pagando meglio gli insegnanti. Promette la creazione da 4.000 a 5.000 cattedre e di ristabilire le classi bi-lingue. Per la cultura invece propone un assegno da 500 euro per gli under 18, finanziati dallo Stato e dalle grandi multinazionali.
Sul tema dell'etica - molto caro ai francesi - il trentanovenne presidente della Repubblica crede che non esista un unico modello che rappresenti la famiglia “reale”. In campagna elettorale asserisce: «Le famiglie sono sempre più diverse: è necessario riconoscere e permettere a tutti di vivere le responsabilità dei genitori». Per questo spiega che difenderà il matrimonio per tutti, che si batterà contro l’omofobia quotidiana, in particolare nei luoghi di lavoro, moltiplicando le operazioni di controllo a campione (“test”) e individuando le società offensive in tal senso (“name and shame”). Macron promette di garantire la partecipazione della Francia ad un’iniziativa internazionale per la lotta contro il traffico e la mercificazione delle donne coinvolte dal fenomeno della surrogazione di maternità nel mondo. Il leader centrista vuole, inoltre, concedere il riconoscimento giuridico ai figli nati da maternità surrogata all’estero.
Macron nel 2007, è sposato con Brigitte Trogneux, (nata ad Amiens il 13 aprile 1953 e sua ex-insegnante di lettere e latino al liceo di Amiens) con cui aveva intrecciato una relazione a sedici anni. Brigitte è diventata sua moglie dopo aver divorziato dal precedente marito (2006), il banchiere André Louis Auzière, dal quale aveva avuto tre figli, ed è nonna di sette nipoti. Dunque l'ex banchiere Macron ha dato nel suo programma politico molto rilievo all'essere femminile.
Per il leader francese si tratta di una lotta culturale e interessa tutti i settori della vita. L’ex ministro del governo Valls, si pone come primo obiettivo quello di aiutare le donne a conciliare vita familiare e vita professionale attraverso, ad esempio, la creazione di un unico congedo di maternità garantita per tutte le donne indipendentemente dal loro status. Il candidato di "En Marche!" rivendica il diritto per le donne di poter vivere del loro lavoro e propone di accelerare la parità professionale e salariale nelle grandi aziende.
Altro tema scottante è quello dell'immigrazione, correlata al terrorismo in Francia: Macron ha promesso di occuparsi delle richieste di asilo nei primi sei mesi della sua presidenza e crede che la Francia debba essere un luogo dove i rifugiati sono i benvenuti. È contrario a chiudere i confini, ma afferma che occorre essere più severi con i controlli sull’immigrazione, non approfondendo come intervenire. Il francese ha elogiato il ruolo della cancelliera tedesca Angela Merkel nella crisi dei migranti e crede che la Francia dovrebbe fare di più. Vuole lavorare a stretto contatto con l’Europa per risolvere il problema e non vuole affatto rifuggire simili discussioni
«In tema di sicurezza, efficienza deve essere la parola d’ordine (...) dobbiamo disporre di leggi e servizi di intelligence che conducano una lotta efficace contro il terrorismo (...) dobbiamo anche essere efficaci contro la criminalità in tutte le sue forme. Il crimine affligge la vita quotidiana di coloro che lo subiscono. Solo un modello di polizia rinnovata, presente sul campo e ovunque sul territorio, ridurrà il crimine e migliorerà i rapporti con i cittadini», ha affermato in una recente intervista. 
 
Macron ha dichiarato come l’ecologismo sia una dei tre perni su cui poggia il suo movimento, assieme alla cultura social-democratica e quella liberale. L’ambizione del giovane candidato è rendere la Francia un leader mondiale nella ricerca in materia di transizione ecologica: intende quindi rispettare i trattati di Parigi, eliminando le centrali a carbone entro cinque anni e impedendo lo sfruttamento di nuove fonti energetiche da idrocarburi. Di contro prevede di raddoppiare la potenza ricavata da fonti rinnovabili in un quinquennio, anche grazie al piano di investimento da 50 miliardi di euro. Il candidato francese ha inoltre dichiarato guerra ai pesticidi e vuole promuovere l’acquisto di automobili a basse emissioni, grazie ad un bonus all’acquisto di 1000 euro.
Sicuramente il suo primo scivolone politico è arrivato dal settore militare: la "Grande Muette" ha detto una parola di troppo. L'armata francese è "muta" dal 1848, quando venne introdotto il suffragio universale maschile, con l’eccezione dei militari: fu negata loro l’espressione nelle urne per non sguarnire la difesa della nazione. Nel 1945 il generale De Gaulle attribuì anche ai soldati il diritto di voto, ma il soprannome è rimasto. I militari sono chiamati a obbedire, in silenzio, al potere politico. Il generale Pierre de Villiers, molto stimato dai francesi come capo di Stato Maggiore delle forze armate transalpine, protestava da mesi contro i tagli al budget della Difesa e ha pronunciato una frase di troppo.
Il 19/07/2017 ha presentato le dimissioni, le quali sono state subito accettate. Davanti ai deputati della commissione di Difesa, mercoledì scorso De Villiers ha spiegato che gli 850 milioni di risparmi (secondo altri calcoli un miliardo) non avrebbero permesso alle forze armate di svolgere le crescenti missioni alle quali sono chiamate. “Non mi farò ingannare”, ha apostrofato il Capo di Stato Maggiore francese. L’udienza è avvenuta a porte chiuse, ma lo sfogo del generale è arrivato al Presidente Macron, il quale alla vigilia della parata militare del 14 luglio, ha tenuto al ministero della difesa un discorso durissimo rivolto ai vertici militari: “Non è dignitoso portare certi dibattiti sulla piazza pubblica” ha asserito stizzito il leader di “En Marche!” - e continuando conclude – “Non ho bisogno di alcun commento. Sono il vostro capo”.
Domenica 16 luglio Macron insiste nuovamente: “Se qualcosa oppone il capo di Stato Maggiore al presidente della Repubblica, il capo di Stato Maggiore cambia”. Così a 61 anni Pierre de Villiers – da 43 anni nell’esercito e dal 2014 massima autorità militare del Paese – si è dimesso sostenendo di non essere più in grado di “garantire la protezione della Francia e dei francesi”.
Infatti i militari di uno degli eserciti più importanti del vecchio continente, sono chiamati già da troppo tempo a “fare uno sforzo” cioè a risparmiare, proprio quando sono in prima linea in patria, con l’operazione “Sentinelle” di protezione dal terrorismo, e all’estero con le missioni nel Sahel e in Siria e Iraq. Attualmente le forze armate francesi sono al 130% del loro utilizzo, per riprendere il dimissionario De Villiers che lamentava anche l’equipaggiamento troppo vecchio dei soldati che dovevano “come Démerde” letteralmente “arraggiarsi”. Al suo posto è stato nominato il 54enne François Lecointre, l’eroe di Sarajevo contro i Serbi nel 1995.
[caption id="attachment_9122" align="aligncenter" width="1000"] Pierre Le Jolis de Villiers Saintignon (Boulogne, 26 luglio 1956) è un militare francese, generale capo di Stato Maggiore dell'esercito francese dal 15 febbraio 2014 al 19 luglio 2017.[/caption]
Un evento che certamente stride con i primi propositi del nuovo presidente, il quale in campagna elettorale aveva proposto un aumento del budget dedicato alla Difesa pari al 2% del PIL (che è tra l’altro l’obiettivo NATO), e di riformare lo stato maggiore, rendendolo direttamente dipendente al consiglio di difesa, una sorta di consiglio dei ministri ristretto con la partecipazione del Presidente della Repubblica.
Sul tema della sicurezza, Macron vuole creare 10.000 posti di lavoro in più nella polizia, ripristinando la figura del poliziotto di quartiere “police de sécurité quotidienne” che era stata soppressa da Nicolas Sarkozy. Non è invece prevista una riforma del sistema giudiziario, ma la creazione di 15.000 posti in più per i detenuti nelle carceri di tutto il Paese. Il tema del carcere sembra - data la minaccia terroristica - essere molto rilevante per Macron, che vuole aumentare i posti disponibili nelle carceri francesi: 15.000 in più durante i 5 anni di presidenza, cioè un quarto più degli attuali per poter garantire che almeno l’80% dei detenuti sia in una cella individuale. Inoltre è prevista la creazione di centri penitenziari esclusivi per i foreign fighters. Questa proposta viene fatta, probabilmente, alla luce della capacità dei fondamentalisti di reclutare in carcere, un problema comune nel sistema penitenziario francese che preoccupa abbastanza l’intelligence transalpina. Riguardo proprio la lotta al terrorismo, Macron ritiene indispensabile potenziare i servizi di intelligence: proponendo la creazione di un’unità speciale permanente anti-Isis, comporta da 50-100 agenti, che coinvolga i servizi segreti principali, sotto la supervisione del Presidente della Repubblica. «Creeremo uno staff permanente che pianifichi le operazioni di sicurezza interna e che si combinerà ai servizi e al personale dei Ministeri dell’Interno e della Difesa, e vedrà in alcuni casi la partecipazione dei Ministeri dei Trasporti, Salute e Industria».
Il banchiere prodigio di Banque Rothschild, riuscirà a migliorare il paese? Domanda di difficile risposta: attendiamo gli esiti.
 
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La rappresentazione metafisica europea del “male”, si incarna spesso in un unico personaggio letterario e cinematografico: il conte Dracula.
Nella letteratura del vecchio continente, il “Castello di Otranto” è il primo romanzo dove possiamo percepire il senso letterario gotico, ma nel “Dracula” di Bram Stoker l’inquietudine, la paura e la malvagità stessa si impersonificano all’unisono. Il conte dell’Impero Austro-Ungarico, funge da legante di tutta la trama, rendendo straordinaria la lettura.
Un vecchio alto, accuratamente sbarbato, ma con lunghi baffi bianchi, vestito di nero dalla testa ai piedi, senza una nota di colore in tutta la persona. Teneva in mano una antica lampada d’argento, la cui fiamma ardeva senza un tubo, né un globo di sorta, e proiettava lunghe, tremule ombre mentre oscillava nella corrente della porta aperta. (…) Un viso d’aquila, caratterizzato da un naso sottile e decisamente arcuato, con narici assai dilatate; una fronte alta e bombata, con capelli radi sulle tempie, ma fitti altrove. Le sopracciglia foltissime quasi si congiungevano sulla radice del naso, i peli tanto cespugliosi da sembrare arricciati. La bocca, per quello che potevo vedere sotto i grandi baffi, era ferma e di taglio crudele, con denti particolarmente bianchi e aguzzi, che gli sporgevano dalle labbra, il cui notevole colore rosso dimostrava una stupefacente vitalità in un individuo così anziano. Quanto al resto, orecchie pallide ed estremamente appuntite, il mento forte e deciso, le guance sode sebbene magre. (…) Le mani erano invece alquanto grossolane, larghe, con dita tozze. Particolarmente strano, il centro del palmo era peloso. Le unghie, sottili e belle, tagliate molto a punta”.
Così appare il male – facente parte di una razza diversa da quella dell'uomo – agli occhi del britannico Jonathan Harker, arrivato al castello del conte per risolvere una pratica per il suo studio legale, dove egli era impiegato.
[caption id="attachment_7030" align="aligncenter" width="1303"] Adattamento dell'omonimo spettacolo teatrale di Broadway del 1927, Dracula è un film del 1931 diretto da Tod Browning e da Karl Freund. E' una delle più note trasposizioni cinematografiche dell'omonimo romanzo di Bram Stoker del 1897. Nella foto Bela Lugosi interpreta il conte Dracula.[/caption]
Ma chi è il conte Dracula nell’immaginario europeo? Il vampiro può definirsi l’archetipo del male assoluto?
Seguendo un profilo storico, Vlad Dracula o Vlad Tepes governò la Valacchia nel tardo medioevo (1448) fino agli inizi del rinascimento (1476) diventando tristemente noto, come vero e proprio tiranno impalatore di uomini. Elemento non trascurabile fu la sua lotta contro l’esercito dell’impero ottomano: i turchi nel medioevo erano considerati uomini che il demonio aveva mandato sulla terra, erano l’incarnazione del male nel panorama cristiano. La Valacchia – provincia romena della Transilvania (oggi) – diviene così terra di lotta tra bene e male. Le fondi storiche sono state considerate di grande importanza per l’irlandese Bram Stoker poiché hanno conferito autorevolezza al malvagio personaggio. Difatti l’immaginario del “vampiro” era già stato toccato da John Polidori e Francis Varney.
[caption id="attachment_7032" align="aligncenter" width="1000"] La Fortezza di Poenari (rumeno: Cetatea Poenari), nota anche come Castello di Poenari, è una fortezza situata nel comune di Arefu, nel Distretto di Argeș (Romania), affacciata sulla valle scavata dal fiume Argeş. Fu eretto nel XIII secolo durante il regno di Valacchia, divenendo nel XIV secolo il castello più importante della famiglia dei Basarabidi. A distanza di pochi decenni il castello venne abbandonato e versò in rovina fino al XV secolo, quando venne recuperato e rafforzato da Vlad III di Valacchia, il personaggio storico ispiratore del mito di Dracula. A seguito della morte di Vlad III, nel 1476, il castello fu nuovamente abbandonato. Attualmente è raggiungibile salendo una scalinata di 1.480 gradini.[/caption]
La potenza di questa storia è ricercabile all’interno dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Il conte-vampiro Dracula è la personificazione del male: fascinoso e ammaliante da un lato, demonio irascibile dall’altro.
Queste due distinte personalità sono inserite anche in uno scenario fiabesco con tono di orrore: Dracula può assumere forme animali richiamando la metamorfosi delle fiabe ed è assetato di sangue essendo un “nosferatu” – un non-morto. Il sangue ha un forte valore simbolico nella cultura mitteleuropea, poiché è simbolo di vita: dopo aver succhiato il sangue, egli diviene persino giovane, mentre senza non può vivere tra i morti. Riferimenti ci sono anche sotto il carattere religioso, poiché Cristo trasforma il pane in corpo e sangue del Signore e così dà la vita agli uomini: lo trasforma in sangue perché senza di questo il corpo non vive. Del resto il conte della Valacchia oserà uccidere anche un infante – strappato alla propria madre – poiché il sangue di un bambino è ancora più ricco di linfa vitale. Segue breve descrizione: “Mentre ci guardava, i suoi occhi brillavano di una luce malvagia, il viso si atteggiava a un voluttuoso sorriso (…) Con un gesto d’indifferenza, ha gettato per terra, insensibile come un demonio, il bambino che fino a quel momento aveva tenuto fortemente stretto al seno, ringhiando come farebbe un cane sul suo osso”.
Il sangue di Dracula è comunque un sangue sporco, contaminato dal male stesso. E’ per questo motivo che si userà la tecnica della trasfusione quanto questi colpirà le sue vittime: il male presente nel sangue deve essere esportato come un veleno, per guarire l’animo. Occorre aggiungere che il succhiare è elemento di vita, modalità con cui il neonato vive. Un non-morto che vive, appunto. Dracula esercita quella libertà negativa che Isaiah Berlin descrive in “quattro saggi sulla libertà”. La libertà dell’egoismo personale e della travalicazione del proprio benessere a discapito del prossimo, il quale acquisisce il ruolo di vittima, che in questo caso  - per il conte - diventa  azione di sopravvivenza.
Demoniache sono le sue azioni e le sue fattezze fisiche, come si evince dalla descrizione di uno dei protagonisti del romanzo – il professore olandese Van Helsing: “Il vampiro sempre vive, e non può morire per solo passare del tempo. (…) Può anche diventare più giovane. (…) Lui non fa ombra, lui non fa riflesso in specchio. (…) Può trasformarsi in lupo (…) lui può essere pipistrello (…) Può venire in nebbia. (…) Lui viene su raggi di luna come pulviscolo. (…) Lui può vedere nel buio. (…) Il suo potere cessa (…) quando sopraggiunge il giorno. (…) mentre può fare come vuole (…) quando ha la sua casa-terra, la sua casa-bara, la sua casa-inferno… Esistono poi cose che talmente lo disturbano, che lui non ha più potere come l’aglio (…) crocifisso”.
Tra le metamorfosi possibili la più importante è quella del pipistrello: un essere strano, perverso, poiché appartiene ai mammiferi e non alla specie degli uccelli – un animale notturno, che nella notte diviene elemento del peccato. La simbologia dell’uccello è sconfinata ed è anch’essa parte di vita. Il pene è popolarmente chiamato “uccello”: proprio perché si eleva e in quel volo che da la vita, il seme. Il pipistrello è la nemesi del volatile: è repellente e di giorno non ha vitalità, rimanendo appeso e molle all’interno della caverna. Il sangue (vita) richiama la simbologia dell’uccello-pene ed è suggestiva l’immagine del battesimo di sangue con la signora Mina attaccata al petto di Dracula in una posizione che richiama la fellatio.
L’oscurità acquisisce un ruolo fondamentale, poiché è elemento di grande fascino ponendosi a dimensione dove esercitare azioni di gruppo. Se si considera la discoteca, questa diviene – per un ragazzo – una sorta di antro, di utero in cui compiere, senza essere visti, azioni proibite o comunque misteriose. Nel buio si cerca la prostituzione, i nostri desideri perversi e proibiti. Dracula è tutto questo.
Il colore nero, gioca anch’egli un ruolo fondamentale: esso è indefinizione, buio, morte e eleganza con cui certo è bene presentarsi al giudizio divino. Difatti il pipistrello è nero, come il mantello del conte.
Una caratteristica toccata è anche quella della solitudine: il conte è un uomo solo, isolato – a volte può intenerire – come si evince all’inizio del romanzo quando prepara con cura, da solo, la cena a Jonathan Harker con estrema eleganza e nobiltà, elemento di un glorioso passato, che parallelamente si accosta allo stesso stato Austro-Ungarico, in lento declino, dove la Valacchia non è altro che una regione di confine. Nello sfondo di questo antico passato si percepisce il sangue blu di Dracula – vittima di se stesso e ancorato nelle tenebre eterne.
Van Helsing è il sacerdote del Bene, che qui - dati i tempi della “morte di Dio” - non indossa le vesti di un chierico, ma l’abito della scienza – interpretando benissimo la corrente del positivismo. Un sacerdote che miscela alla perfezione ragione e scienza insieme a strumenti sacri e magici – elementi dello spiritismo di fine ottocento. Possiamo certamente affermare che l’opera di Stoker viene permeata da queste due entità che si fronteggiano con i propri diaconi: Dracula da una parte e Van Helsing dall’altra.
Per avere un quadro generale nel 1897 – data in cui esce il romanzo – il positivismo domina l’Europa. Questa corrente di pensiero si basa sempre su fatti concreti, verificabili, e la scienza positiva era proprio la ricerca degli eventi. La possibilità di descrivere e di misurare la realtà era il primo cardine di questo movimento culturale legato a regole ben precisi e controllabili. Tutto ciò che non viene comprovato dall’esperimento e dalla scienza non poteva definirsi positivista. Da qui nascerà la sociologia con lo studio antropologico, la psicologia sperimentale del dott.Wundt, la misurazione della personalità di Cesare Lambroso. Insomma l’atmosfera europea trepida di scienza. Di contro nello stesso periodo si assiste al più grande sviluppo dello spiritismo, alla convinzione della presenza del male tra streghe e spiriti. Tuttavia tale conflitto accademico avviene pacificamente e si arriverà anche al successo dell’elettromagnetismo, dell’ipnosi e della realtà ultra-terrena – tutte operazioni a metà tra scienza e spiritualità. Lo stesso socialista Lambroso – laico – credeva negli spiriti, entità certamente non positive. Ed è nel tema spirituale che si inserisce il letterato irlandese con il suo romanzo gotico, capolavoro della letteratura moderna. I morti e il divino sono inseriti nello spiritismo, non come teorie o teologie, ma come concetto di esperienza, in forte sintonia con il positivismo.
Dracula può essere definito un romanzo psichiatrico, poiché l’attenzione rivolta sempre verso comportamenti anomali. Sovente viene usata la parola “pazzia”.
Il comportamento aberrante è uno dei temi diffusi nella società colta di fine ottocento, basti citare Robert Louis Stevenson con “lo strano caso del dott. Jekyll e del signor Hyde” del 1886. Uno dei luoghi importanti nel romanzo è il manicomio, dove è internato l’omicida Renfield – individuo sfruttato dal malvagio conte per i suoi fini.
Si saprà, successivamente nel romanzo, che il "paziente" è stato "iniziato" da Dracula che lo utilizza come fonte di sostentamento. La furia omicida della povera vittima la si deve attribuire al conte - di cui rimane vittima - quando tenterà di ribellarsi e l'unico a poter rivoltarsi al male è solo un pazzo.
[caption id="attachment_7040" align="aligncenter" width="1000"] Scena del set-cinematografico di Tod Browning nel Dracula del 1931. nella foto il manicomio fungeva anche da laboratorio di analisi e esperimenti.[/caption]
Tornando alla figura di Van Helsing, lo psichiatra olandese è anche chirurgo e dottore in scienze occulte – tentativo da parte di Stoker di sedare la contraddizione tra il positivismo e lo spiritismo.
Sempre elemento psichiatrico è il comportamento pericoloso: Dracula viene spesso descritto come un criminale e non a caso – sempre alla fine dell’ottocento – si sviluppano importanti teorie sulla criminologia.
In questo scenario già di per sé contraddittorio nella coesistenza di tendenze positive (che riducono il comportamento all’intelletto) nasce con Sigmund Freud la psicoanalisi che traslerà la contrapposizione – nel romanzo – tra biologia come scienza positiva e psicoanalisi con riferimento all’inconscio e alla spiegazione tramite il sogno. Proprio l’ipnosi – nel romanzo di Stoker – avrà un ruolo chiave: dopo il “battesimo di sangue” di Mina Harker – da parte del conte – dove grazie a questa tecnica sarà possibile  localizzare l’esatta posizione di Dracula, che porterà i protagonisti verso l'epilogo ultimo dello scontro finale.
La morte in tutto il libro è un richiamo straordinario, drammatico e di grande simbolismo. La nostra società ha spettacolarizzato la morte, conferendogli un volto estetico: cinematografo, una finzione degna della celluloide. Una morte che essendo ineliminabile, occorre accettare e si può giungere persino ad amarla, come un male minore – rispetto alla dannazione eterna del demonio. Non-morte e morte, un gioco di parole, che il romanzo continuamente ripropone e dove l’interrogativo della post-mortem si sposa con la vita religiosa che si interseca tra desiderio e tensione. Dracula è un capolavoro della simbologia anche nella cinematografia: dal primo adattamento cinematografico del romanzo di Stoker, “Nosferatu il vampiro”, film muto di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922, al film diretto da Tod Browning nel 1931 con l’eterno attore romeno Bela Lugosi (il suo nome originario era Béla Ferenc Dezso Blaskó) il quale interpretò il ruolo che lo renderà celebre in Dracula. La celebrità arrivò anche al regista per l’utilizzo di pellicole in cui il ruolo del diverso e del mostro era stato trattato. Il film di Lugosi e Browning ha creato l’archetipo scenico del vampiro classico europeo e anche la stessa pellicola è considerata una delle versioni del romanzo di Stoker più celebri, ed è un classico del cinema horror.
[caption id="attachment_7041" align="aligncenter" width="10008"]senza-titolo-1 Locandine dei tre film: Murnau del 1922, Browning del 1931 e Coppola del 1992.[/caption]
Altro capolavoro indiscusso è il film diretto da Francis Ford Coppola del 1992 “Dracula di Bram Stoker” che ancora oggi domina la scena cinematografica del genere horror-vampiresco.
Tornando al romanzo, il finale sarà all’insegna della violenza – che per paradosso – non è applicata dal malvagio Dracula, ma da quei protagonisti “buoni” che gli danno la caccia: per tutto il romanzo, il lettore immagina il momento dello scontro finale, per poi – una volta giunto all’epilogo – rimanere di stucco, per la celerità della lotta conclusiva, la quale si consuma in poche righe. Un parallelismo finale può essere fatto proprio sull’assurdità della vita (per il conte, una non-vita) di cui spesso l’uomo è oggetto, che di colpo ci sbalza da una realtà terrena, sempre molto labile. Così avviene il trapasso: “Il coperchio ha cominciato a cedere sotto gli sforzi dei due uomini; i chiodi stridevano mentre venivano strappati, e infine il coperchio è stato rovesciato indietro. (…) Il sole stava per scomparire dietro le vette dei monti, e le ombre del gruppo di uomini si proiettavano lunghe sulla neve. E io ho visto il conte giacere nella cassa sopra la terra, una parte della quale si era sparpagliata addosso a lui, a causa della brusca caduta del carro. Era di un mortale pallore, simile all’immagine di cera, e nei suoi occhi rossi brillava l’orrido sguardo vendicativo che io conoscevo anche troppo bene. Mentre io guardavo, i suoi occhi hanno visto il sole tramontare, e il loro sguardo di odio si è trasformato in un’espressione di trionfo. Ma in quell’istante stesso, il gran coltello di Jonathan è piombato lampeggiando su di lui. Ho lanciato un urlo, nel vederlo recidergli la gola; in quel momento il coltello ricurvo del signor Morris si affondava nel cuore di Dracula. E’ stato una specie di miracolo: sotto i nostri occhi, il tempo di trarre un respiro, e l’intero corpo si è dissolto in polvere, scomparendo dalla nostra vista”.
 
Per approfondimenti:
_Bram Stoker, Dracula - Edizioni Oscar Mondadori
_Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica - Edizioni BUR 1966
_David Punter, Storia della letteratura del terrore - Editori Riuniti 1985
_Marinella Lörinczi, Nel dedalo del drago. Introduzione a Dracula - Edizioni Bulzoni 1992
_Clive Leatherdal, Dracula. Il romanzo e la leggenda - Edizioni Atanor 1989
 
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Il Ribelle è il singolo, l'uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice".
Vorrei iniziare questo articolo riprendendo il noto Trattato del Ribelle del filosofo tedesco Ernst Jünger e avvicinandolo, se possibile, all’antifascista Leone Ginzburg.
Può essere considerato un ribelle? Questa è la domanda che mi sono posto e che voglio porre raccontando questo letterato. Perché Ginzburg, nato ad Odessa nella Russia zarista (oggi Ucraina), ha nella sua ordinarietà la sua straordinarietà “molto umana”.
[caption id="attachment_6059" align="aligncenter" width="1000"] Leone Ginzburg Odessa, 4 aprile 1909 – Roma, 5 febbraio 1944. E' stato un letterato e antifascista italiano.[/caption]
Nella grande battaglia della storia e della cultura del novecento Leone è “gettato” nei reali accadimenti.
La scelta, come per Ernst Jünger, è quella di appartenere al mondo degli eroi, realtà che fa da contro-altare alla dimensione di quella normalità che il letterato si sforzava di portare avanti come un buon padre di famiglia.
Il meno eroico degli eroici non dal punto di vista dell’etica, non dal comportamento, ma dal punto di vista dello stile. Riprendendo il sopra citato Trattato del ribelle di Jünger, il suo dire NO al giuramento di fedeltà al regime che veniva richiesto ai docenti universitari, fa entrare Ginzburg come una figura intellettualmente Ribelle, perché libera di operare la propria scelta, la propria convinzione. Nel 1931 saranno solo 12 su 1225, i docenti “ribelli” di un regime, che soprattutto nel primo decennio era considerato da tutti un modello all’avanguardia come sistema politico ed era una creazione tutta italiana, la quale era stata importata in molti paesi Europei.
Basta osservare le folle, per farci capire come il consenso sia stato vero e soprattutto storico, ma mai Leone ha avuto esitazioni nel suo dissentire le teorie fasciste anche, appunto, al culmine di popolarità della rivoluzione fascista, poi sfociata in regime.
Dunque già finito il liceo avviene in Leone una opposizione naturale che per riprendere le parole di Jünger possiamo citare come “la libertà del singolo che passa al bosco”, in cui il singolo (sotto il regime) non pensa autonomamente ed eticamente, ma è totalmente disciplinato dalle logiche dell’anonimo impersonale Sì, per cui pensa come si pensa, vive come si vive, produce come si produce e cioè permeato totalmente dalla impersonalità anonima ed autoreferenziale del singolo.
Passare al bosco” allora, cioè la prima condizione per essere ribelli, significa abbandonare questo mare del conformismo e della manipolazione organizzata.
Nato da situazioni complicate e divenuto uomo sotto il regime fascista, la sua è stata una vita piena, vissuta nell’ombra, ricca di piccoli episodi cospirativi. Ha vissuto il carcere, ha vissuto il confino e durante la resistenza non ha neanche avuto modo di imbracciare un fucile: era un uomo di lettere.
E’ tra il gruppo storico degli intellettuali di area socialista e radical-liberale che collaborarono alla nascita della casa Editrice Einaudi, ma se nel gruppo dei fondatori Giulio Einaudi era l'anima imprenditoriale, si può dire che Leone Ginzburg fu, di fatto, il primo direttore editoriale della casa editrice. Vicino all'eredità gobettiana e al liberalismo radicale, Ginzburg intendeva tutte le sue attività (lo studioso, l'editore, il traduttore, il militante politico) come una missione.
[caption id="attachment_6067" align="aligncenter" width="1035"] Da sinistra a destra: Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli.[/caption]
Non era un “eroe” del nostro immaginario collettivo, ma come per Marc Bloch, “uomini comuni in circostanze non comuni” riprendendo un aforisma sui giacobini di Robert Darnton (storico statunitense della rivoluzione francese).
Fu tra i primi in Italia ad aderire al movimento "Giustizia e Libertà". Fu per questo arrestato nel 1934 in seguito alla segnalazione dello scrittore Dino Segre (membro dell’OVRA) e condannato a quattro anni di carcere.
Questo dettaglio ci lascia immaginare come il fascismo per essere un regime totalitario era abbastanza morbido rispetto alle realtà parallele portoghesi, spagnole e tedesche e deve essere contestualizzato nel suo periodo storico e non certamente oggi, nell’epoca della democrazia (“pax romana”) dove ovviamente risulta tutto enormemente deprecabile. Altro concetto non da poco è la comprensione di come sotto il fascismo era molto facile (senza prove) essere accusato da un membro che aveva la tessera, rispetto ad uno dei pochi cittadini italiani che non la possedevano.
Il ricatto era dunque usato dal regime per tenere sotto-scacco tutta una classe dirigente, ma il nostro letterato non si piega e verrà rilasciato solo nel 1936 in seguito a un'amnistia dove proseguì la sua attività letteraria e di antifascista.
Il suo spirito di ribellione pacato, ma imperturbabile ci richiama ancora ad un verso del Trattato del Ribelle del filosofo tedesco: “Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi all'automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo”.
Nel 1938 sposò Natalia Levi (meglio nota come Natalia Ginzburg), dalla quale ebbe tre figli: Carlo divenuto noto storico, Andrea divenuto un economista, e Alessandra psicanalista di rilievo.
[caption id="attachment_6062" align="aligncenter" width="1000"] Leone Ginzburg e Natalia Levi[/caption]
Le scelte prese da Ginzburg non possono essere considerate comuni, ma il fine “comune” invece è quello di voler mettere ordine in un mondo dove la necessità dell’eroe era sempre più richiesta, di contro egli auspicava il suo vissuto in una società della pace e del benessere. Gli uomini come Leone hanno intravisto, nel massimo momento della catastrofe, un vissuto facile e lieto. Non sarà vero nello specifico per il ragionamento di quel preciso momento da parte del letterato, ma può essere vero in generale per gli uomini e le donne che hanno combattuto la guerra civile. Tutti gli schieramenti: Repubblica di Salò, Movimento Partigiano e Monarchia, tutti hanno intravisto un orizzonte roseo in quel momento tragico. Quell’orizzonte siamo noi nel bene e nel male. Viviamo in quello stesso mondo, che poi è uscito dal più grande suicidio Europeo.
La scelta che farà, sarà quella di dire sempre una serie di NO e di mantenere un enorme rigore: gli atti che segneranno la sua vita di ribelle, saranno il NO al giuramento e il NO che lui disse in Via Tasso ai nazisti che lo interrogavano, fino a farlo morire sotto le torture.
[caption id="attachment_6063" align="aligncenter" width="1065"] Ernst Junger insieme a Carl Schmitt nel 1940.[/caption]
Sandro Pertini (anche lui prigioniero) ancora ricorda quando lo incrociò nel carcere (ala a gestione tedesca) di Regina Coeli: “Guai a noi, se in futuro odieremo l’intero popolo tedesco” gli disse. Ma questa necessità di distinguere tra nazisti e tedeschi Leone Ginzburg la argomentò in alcuni numeri di “Italia Libera” giornale romano clandestino che dirigeva nella capitale e proprio a causa del quale fu arrestato nel momento proprio più duro, più aspro e più feroce della lotta. Tedeschi, appunto, non nazisti - tedeschi come il filosofo di Heidelberg che insieme alla Wehrmacht a guida prussiana partecipò all'operazione Valchiria finita male. Tenne fermo a questo discernimento intellettuale. Tutto questo non per instaurare un mondo corollato, un mondo epico, ma per installare un mondo della prosa, un mondo della normalità.
Guerra e pace, la migliore traduzione ancor oggi che si trova per il capolavoro di Tolstoj, fu scritta in confino mentre avveniva la cruenta battaglia di Stalingrado che rovesciò le sorti della guerra. Nel mentre possiamo immaginare le difficoltà di Leone nello scrivere l’introduzione, la revisione e la traduzione del testo con le vicissitudini gigantesche, ciclopiche che avvenivano in Europa.
Ginzburg distingue tra uomini della storia e uomini della vita e la lezione del letterato che proviene dal romanzo (sia attraverso i personaggi noti, che le comparse) è stato proprio quella di preparare il mondo della prosa, della quale poi si lamenterà concependo come “tempo migliore” proprio gli anni della gioventù e del dinamismo, quali: confini di polizia, interrogatori, vite stroncate, leggi razziali, bombardamenti, guerre, torture ed è forse questa la vera lezione che ci ha lasciato il novecento.
Il tema sospeso della narrativa del 900 (l’eroe) sempre ricercato dagli autori più disparati forse con Ginzburg finalmente si placa. Egli per tutto il tempo del fascismo corregge bozze e questa modalità fa sì, che si possa scorgere dietro questo personaggio un “fare pace” con il tempo nostro, che costantemente ricerca la figura del super-uomo di Friedirich Nietzsche.
L’intellettuale che rifiuta continuamente tutti i vantaggi, tutti i compromessi, tutte le comodità che il suo stato gli conferiva. Vantaggi che ancora oggi gli intellettuali posseggono ed accettano quando si trovano ad operare.
Da questo punto di vista la figura rimane strana, diversa e attraverso una temporalità che non si può conoscere arriva dritta fino al mito.
In “Storia notturna” del figlio Carlo Ginzburg si commenta come l’origine di tutti i racconti ci sia il viaggio nel mondo dei morti e se pensiamo alle circostanze della sua vita (non poteva firmare con il proprio nome per le leggi razziali del 1938) soprattutto legate al ruolo “molto velato” della gestione della casa editrice Einaudi, possiamo capire come la sua identità apparteneva ad un uomo che “è stato via”, non necessariamente nel mondo dei morti, ma come se fosse celato dalla realtà che lo accompagnava.
Leone Ginzburg non era sotto i riflettori: sia per scelta e sia per possibilità, ma rimane affascinante e ribelle per questo: il fascismo era un regime dei riflettori, un movimento totalitario che dava popolarità a tutti gli intellettuali che avevano sposato la causa, ma anche a quelli che non si opponevano (si veda Longanesi).
Il compromesso faceva vivere abbastanza nell’agio “intellettuale” gli scrittori e i giornalisti, come d'altronde oggi non è necessario fare grandissimi compromessi per rimanere “a galla”. Il nostro letterato, invece, è quello che per tutta la vita è stato Via, è straordinario perché si oppone al compromesso nell’epoca del totalitarismo. Si oppone al destino dell’uomo comune, vivendo una vita con pochi soldi, poche soddisfazioni, con pochissime capacità anche nell’agire: si pensi alla sua vita cospirativa che rispetto a quella del francese Bloch non ha paragoni. Ma nella sua modestia è straordinariamente eroico ed eticamente commuovente proprio perché ha accettato di essere in un luogo modesto, ed il fondamento della sua persona è il suo essere velato, il suo vivere nell’ombra, elemento oggi divenuto impossibile (se non a pochi grandi) nel contesto intellettuale.
Il suo non essere in vista, il suo “essere via”, tra “i morti viventi” che lo collocano storicamente fra i dissidenti del regime nel momento storico in cui il fascismo sembrava non dover finire mai (poiché Gitzburg, non è tra quelli che rompono con il fascismo negli ultimi anni) lo rendono tanto più eroico, quanto i suoi No fin dalla prima ora.
Dunque non si può che concludere questo articolo con un ultimo tratto del Trattato del Ribelle: “Il Ribelle deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore né con i mezzi della propaganda né con la forza. Il Ribelle inoltre è molto determinato a difendersi non soltanto usando tecniche e idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento”.
 
Per approfondimenti:
_Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita - Edizioni Bompiani
_Ernst Jünger, Il trattato del ribelle - Edizioni Adelphi, piccola biblioteca
_Lev Tolstoj, Guerra e pace - Edizioni Einaudi - traduzione di Leone Ginzburg
_Goetz Helmut, Il giuramento rifiutato_I docenti Universitari e il Regime Fascista - La nuova Italia Milano 2000
 
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Premessa: "Die Welt von gestern (Il mondo di ieri) del 1942, è la ricostruzione autobiografica di un'epoca, che nella consapevolezza di Zweig - fuggito in terra brasiliana, per la persecuzione nazista in Austria - è ormai prossima all'imminente catastrofe politica e morale; una catastrofe alla quale egli non sopravviverà. Riportiamo la prefazione del romanzo autobiografico, che ci descrive in un'esposizione lucidissima l'epoca del secolo breve, quel novecento capace di creare progresso e barbarie. Il libro verrà pubblicato postumo, segnando la consapevolezza della definitiva scomparsa degli antichi valori e dalla rassegnazione (siamo in pieno secondo conflitto) di fronte all'irreversibilità degli eventi, un'atmosfera autunnale che imprime all'intera opera il severo suggello della modernità". Giuseppe Baiocchi
[caption id="attachment_8832" align="aligncenter" width="1000"] Stefan Zweig (Vienna, 28 novembre 1881 – Petrópolis, 23 febbraio 1942) è stato uno scrittore, drammaturgo, giornalista, biografo e poeta austriaco naturalizzato britannico. Animato da sentimenti pacifisti e umanisti, è noto come autore di novelle e biografie. Politicamente era internazionalista, cosmopolita ed europeista, e come ebreo laico, considerava il sionismo nazionalista di Theodor Herzl un'idea errata, propugnando una pacifica assimilazione degli ebrei. Oppositore fermo dei totalitarismi, lasciò l'Europa dopo l'avvento al potere del nazionalsocialismo, rifugiandosi infine in Brasile dove si suicidò nel 1942.[/caption]
Non ho mai attribuito tanta importanza alla mia persona da sentire il desiderio di raccontare ad altri la storia della mia vita. Molte cose dovevano accadere, molti più eventi, catastrofi e prove di quanto solitamente tocchi a una singola generazione, prima che trovassi il coraggio di iniziare un libro che ha il mio io come protagonista, o per meglio dire quale centro. Lungi da me l’idea di mettermi alla ribalta, o almeno se lo faccio, è soltanto quale commentatore in una conferenza con proiezioni. L’epoca offre le immagini e io vi aggiungo le didascalie e non narrerò tanto il destino di me solo, quanto quello di tutta una generazione, della nostra inconfondibile generazione, la quale forse più di ogni altra nel corso della storia è stata gravata di eventi.
Ciascuno di noi, anche il più piccolo e trascurabile, è stato sconvolto sin nell’intimo della sua esistenza delle quasi ininterrotte scosse vulcaniche della nostra terra europea, e fra questi innumerevoli io non mi posso attribuire che un privilegio: come austriaco, come ebreo, come scrittore, quale umanista e pacifista, mi sono volta a volta trovato là dove le scosse sono erano più violente. Esse per tre volte hanno distrutto la mia casa e trasformato la mia esistenza, staccandomi da ogni passato e scagliandomi con la loro drammatica veemenza nel vuoto, in quel “dove andrò?” a me già ben noto. Ma non lo voglio deplorare, giacché appunto chi è senza patria ritrova una nuova libertà, e solo chi non è più a nulla legato non ha bisogno di avere riguardo per nulla.
[caption id="attachment_8829" align="aligncenter" width="1000"] Cartina europea satirica del 1914.[/caption]
Per questo spero almeno di rispondere a una delle condizioni essenziali di ogni onesta cronaca: sincerità spregiudicata. Io sono in verità come raramente altrui fu mai, divelto da tutte le radici, persino dalla terra che queste radici nutrivano. Sono nato nel 1881 in un grande possente Impero, nella monarchia degli Asburgo, ma non si vada a cercarla sulla carta geografica: essa è sparita senza traccia. Sono cresciuto a Vienna, metropoli supernazionale bimillenaria, e l’ho dovuta lasciare come un delinquente prima che venisse degradata a città provinciale tedesca. La mia opera letteraria nella lingua in cui fu scritta fu ridotta in cenere, e proprio nel paese dove i miei libri si erano resi amici milioni di lettori. Io ora non appartengo a nessun luogo, sono dovunque uno straniero e tutt’al più un ospite; anche la vera patria che il mio cuore si era eletto; l’Europa, è perduta per me da quando per la seconda volta, con furia suicida, si dilania in una guerra fratricida. Contro la mia volontà ho dovuto assistere alla più spaventosa sconfitta della ragione e al più selvaggio trionfo della brutalità.
Mai una generazione – non lo affermo certo con orgoglio bensì con vergogna – ha subito un siffatto regresso morale da così nobile altezza spirituale. Nel breve lasso da quando cominciò a crescermi la barba a quando prese a farsi grigia, in meno di mezzo secolo, si sono determinate più metamorfosi radicali che nel corso di dieci generazioni; e ognuno di noi sente che furono anche troppe! Il mio oggi è così differente dal mio ieri, le mie ascese e i miei crolli, che a volte mi sembra di aver vissuto non una, ma molteplici esistenze totalmente staccate e diverse. Spesso mi accade, se dico distrattamente: “La mia vita”, di domandarmi poi: “Quale vita?”. Quella antecedente alla guerra mondiale, alla Prima o alla Seconda, oppure la vita di oggi? Poi mi sorprendo a dire: “La mia casa”, e non so quale delle mie case di un tempo alludo, se a quella di Bath o a quella di Salisburgo o alla casa paterna viennese. Oppure dico: “Da noi”, e mi accorgo spaventato che non faccio più parte della gente della mia patria più che degli inglesi o degli americani, che là non sono più organicamente congiunto e che qui non sarò mai del tutto inserito; il mondo nel quale sono cresciuto, il mondo odierno e ancora il mondo posto fra questi due si scindono sempre più nel mio sentire in tre mondi del tutto dissimili.
[caption id="attachment_8830" align="aligncenter" width="1000"] Stefan Zweig (a sinistra) e Joseph Roth (a destra) nella città portuale belga di Ostenda nel 1936.[/caption]
Tutte le volte che conversando con amici più giovani rievoco episodi dell’epoca precedente la prima guerra, mi avvedo alle loro domande stupite come infinite cose, che sono ancora per me realtà naturalissima, sono già per loro o storiche o inimmaginabili. E un istinto segreto mi induce a dare loro ragione: sì, fra il nostro oggi, il nostro ieri e il nostro altroieri tutti i ponti sono crollati. Io stesso debbo stupire rievocando la quantità e la molteplicità di vita per noi compressa nel breve spazio di un’unica esistenza, sia pure incomoda e pericolosa; e tanto più mi stupisco se la paragono al modo di vivere dei miei predecessori. Che cosa hanno veduto mio padre e mio nonno? Ciascuno di essi ha vissuto un’unica volta, un’unica esistenza dal principio alla fine, senza vette e senza cadute, senza scosse né pericoli; una vita di piccole emozioni, di inavvertiti paesaggi; l’onda del tempo li ha portati con ritmo regolare, tacito e calmo, dalla culla alla tomba. Hanno vissuto sempre nello stesso paese, nella stessa città e quasi sempre persino nella stessa casa; quel che accadeva fuori nel mondo non si svolgeva in fondo che nel giornale e non batteva alla loro porta. Ai tempi loro in qualche punto del mondo si combatté bensì una qualche guerra, ma, commisurata alle dimensioni odierne, una guerricciola, che si svolgeva lontano dai confini; non si sentivano le cannonate e dopo sei mesi tutto era finito, dimenticato, ridotto foglia secca della storia mentre già riprendeva la solita monotona vita. Noi invece tutto sperimentammo senza ritorno, nulla restò del passato, nulla si ripeté; a noi toccò il privilegio di partecipare a ciò che la storia suole suddividere con parsimonia si un paese e su di un secolo. Una generazione aveva tutt’al più fatto una rivoluzione, un’altra una sommossa, la terza una guerra, la quarta aveva subito una carestia, la quinta un fallimento dello Stato, e vi erano persino dei paesi benedetti, delle generazioni fortunate, che nulla di tutto questo avevano conosciuto. Ma noi, che abbiamo oggi sessant’anni, e che de jure avremmo ancora un certo tempo da vivere, che cosa non abbiamo veduto, che cosa non abbiamo sofferto?
Abbiamo percorso da cima a fondo il catalogo di tutte le catastrofi pensabili, e non siamo giunti ancora all’ultima pagina. Per conto mio sono stato contemporaneo delle due più grandi guerre dell’umanità e le ho anzi vissute ciascuna si un fronte diverso, la prima su quello tedesco, l’altra su quello anti-tedesco. Nel periodo prebellico ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli; sono stato festeggiato e perseguitato, libero e legato, ricco e povero. Tutti i cavalli dell’Apocalisse hanno fatto irruzione nella mia vita, carestie e rivolte, inflazione e terrore, epidemie ed emigrazione; ho visto crescere e diffondersi sotto i miei occhi le grandi ideologie delle masse, il bolscevismo, in Russia, il fascismo in Italia, il nazionalsocialismo in Germania, e anzitutto la peste peggiore, il nazionalismo che ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea.
Inerme e impotente, dovetti essere testimone dell’inconcepibile ricaduta dell’umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece con il suo potente e programmatico dogma dell’antiumanità. A noi fu concesso di vedere, dopo secoli e secoli, guerre senza dichiarazioni di guerra, ma con i campi di concentramento, torture, saccheggi e bombardamenti sulle città inermi, di vedere orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile non più tollereranno.
D’altra parte, quasi per paradosso, nello stesso periodo in cui il nostro mondo regrediva moralmente di un millennio, ho veduto la stessa umanità raggiungere mete inconcepite nel campo tecnico e intellettuale, superando in un attimo quanto era stato fatto in milioni di anni: la conquista dell’aria con l’aeroplano, la trasmissione della parola umana nello stesso secondo per tutto il pianeta e quindi il superamento dello spazio, la disgregazione dell’atomo, la guarigione delle più subdole infermità, la quasi quotidiana attuazione insomma di quanto ieri era ancora attuabile. Mai prima d’oggi l’umanità nel suo insieme si è comportata più satanicamente e non mai d’altra parte ha compiuto opere così prossime a Dio.
Testimoniare questa nostra esistenza tutta tensione e drammatiche sorprese, mi pare un dovere, giacché, lo ripeto, ognuno fu costretto a essere testimone di quelle inaudite metamorfosi. Per la nostra generazione non ci fu modo, come per le precedenti, di esimersi, di trarsi in disparte; in grazia della nuova, organizzata contemporaneità, noi fummo sempre legati al nostro tempo. Quando bombe distruggevano le case di Shanghai, noi in Europa lo apprendevamo nelle nostre stanze prima che i feriti fossero portati fuori da quelle case. Quello che accadeva a mille miglia oltre l’oceano, ci veniva incontro, vivo, nell’immagine. Non v’era modo di difendersi da questo perenne essere informati e chiamati in causa. Non v’era paese ove rifugiarsi, non v’era pace da conquistare, sempre e dovunque la mano del destino ci afferrava per trascinarci nel suo gioco mai sazio.
Di continua bisognava subordinarci alle esigenze dello Stato, farsi preda della più stolta politica, adattarsi ai mutamenti più inauditi; eravamo sempre incatenati alla sorte comune; per quanto ci si difendesse, questa ci portava irresistibilmente co sé.
Chi dunque ha percorso, o meglio è stato rincorso e incalzato attraverso quest’epoca – ben poche pause ci furono concesse! – ha vissuto più storia di qualunque dei suoi avi. Anche oggi siamo di nuovo a una svolta, a una conclusione e a un inizio. Non senza intenzione dunque io lascio per ora che questo sguardo retrospettivo alla mia vita si chiuda con una data precisa. Quel settembre 1939 segna infatti il limite definitivo dell’epoca che ha plasmato ed educato noi sessantenni. Se però con la nostra testimonianza tramanderemo alla generazione futura anche soltanto una scheggia di verità, non avremo lavorato invano.
Ho chiara coscienza delle circostanze sfavorevolissime, e pure caratteristiche del nostro tempo, in cui tento dar forma a questi miei ricordi. Li scrivo in piena guerra, in terra straniera e senza il minimo soccorso alla mia memoria. Nella camera d’albergo non ho a disposizione né un esemplare dei miei libri, né appunti, né lettere di amici. A nessuno posso chiedere una notizia, perché in tutto il mondo la posta da paese a paese è interrotta o ostacolata dalla censura.
Viviamo separati come centinaia d’anni or sono, prima che fossero stati inventati navi a vapore, ferrovie, aeroplani. Di tutto il mio passato non ho quindi con me altro che quanto porto dietro la fronte. Il resto è in questo momento irraggiungibile o perduto. Ma la nostra generazione ha imparato a fondo l’arte preziosa di non rimpiangere il perduto, e forse la mancanza di documentazione e di particolari tornerà di vantaggio al mio libro. Considero infatti la nostra memoria un elemento che non conserva casualmente l’una cosa per perdere fortuitamente l’altra, bensì un’energia ordinatrice e saggiamente selezionatrice. Tutto quanto si dimentica della propria esistenza era già da un pezzo condannato per istinto a essere dimenticato. Solo ciò che io stesso voglio conservare può aspirare a essere conservato per gli altri. Parlate e scegliete dunque, o i miei ricordi, al posto mio, e restituite almeno un riflesso della mia vita, prima che essa scenda nel buio!
 
Per approfondimenti:
_ Stefan Zweig, Il mondo di ieri - Edizioni Oscar Mondadori
 

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Sei anni di fatiche, dubbi e emozioni sono il quantitativo temporale che Lev Tolstoj ha impiegato per scrivere il suo maggiore capolavoro: Guerra e pace – dal 1863 al 1869 con la pubblicazione solo nel 1878.  Si può già capire il romanzo di Guerra e pace da questa definizione dello stesso scrittore del 31 ottobre 1910.
Dio è quell'infinito Tutto, di cui l'uomo diviene consapevole d'essere una parte finita. Esiste veramente soltanto Dio. L'uomo è una Sua manifestazione nella materia, nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell'uomo (la vita) si unisce alle manifestazioni (alle vite) di altri esseri, tanto più egli esiste. L'unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l'amore. Dio non è amore, ma quanto più grande è l'amore, tanto più l'uomo manifesta Dio, e tanto più esiste veramente”.
Nella disastrosa campagna russa di Sebastopoli, attraverso cui l’autore assiste alla disfatta delle truppe russe, nel conte Lev Nikolaevič Tolstoj si attiva un desiderio di riscatto storico e patriottico: offrire alla madre patria attraverso Guerra e pace una vittoria che sostituisse l’umiliante sconfitta nella guerra di Crimea (conflitto combattuto dal 4 ottobre 1853 al 1º febbraio 1856 fra l'Impero russo da un lato e un'alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Regno Unito e Regno di Sardegna dall'altro) sforzandosi di far emergere il carattere popolare della lotta contro Napoleone. Inizialmente fu aspramente criticato in patria, soprattutto dagli stessi veterani-sopravvissuti della Guerra d’Oriente, i quali condanneranno il romanzo
La grandezza di Tolstoj è descrivere “l’uomo nel tempo” da qui la sua definizione “ogni uomo - di ieri, di oggi, di domani - valga un altro uomo”.
Siamo di fronte ad un romanzo che descrive una trama e dei personaggi, ma solitamente nei romanzi di Lev Tolstoj avviene un evento nuovo che ha del miracoloso: all’interno di queste storie che egli non inventa, poiché riscrive eventi della tradizione russa zarista, lo scrittore compie una operazione straordinaria sui personaggi, i quali vengono trasformati in archetipi e le storie in racconti universali. Dunque lo scrittore russo riesce ad organizzare tutta una serie di trame e personaggi all’interno del suo romanzo, che sono correlati con elementi fondamentali della psiche dell’animo umano.
Così quando narra dei tre protagonisti principali del romanzo, ovvero Pierre Bezuchov, Nataša Rostova e Andrej Bolkonskij noi non siamo solo di fronte a dei personaggi, ma a figure fondamentali che rappresentano l’uomo in quanto tale.
Il conte Pierre Bezuchov è un individuo che potremmo definire forse il più “umano” di tutti. Pierre incarna totalmente l’uomo con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, il suo essere determinato per alcuni frangenti e il suo essere incerto per altri – spesso nel romanzo si coprirà, agli occhi del lettore, di ridicolo – ma rimane il vero vincitore morale del libro. Pierre, insegue “lo scopo della vita” o “la verità assoluta” perdendosi per quasi tutto il romanzo (sempre a fin di bene) in una vita sopra le righe con compagnie “poco raccomandabili” e successivamente, dopo un matrimonio forzato, cercherà questa certezza nella massoneria russa, senza però trovare mai il senso di appagamento spirituale. Dopo essere stato preso prigioniero dei francesi nella conquista di Mosca, patirà le pene della prigionia e in questo periodo durissimo in cui sfiorò la morte, avviene in lui quel cambiamento intimo che aveva sempre ricercato inutilmente per tutta la sua esistenza.
Questo scopo della vita tanto cercato non esisteva più per lui, (…) E questa assenza di scopo gli dava quella piena, lieta coscienza di libertà che in quel momento formava la sua felicità. Egli non poteva avere uno scopo perché ora aveva la fede, - non la fede in certe regole, parole o pensieri, ma la fede in un Dio vivo, di cui si ha la sensazione continua. Prima egli Lo cercava negli scopi che si proponeva. (…) In prigionia aveva appreso che Dio era più grande, infinito e incomprensibile in Karatàjev che nell’Architetto dell’Universo riconosciuto dai massoni. Provava il sentimento dell’uomo che ha trovato sotto i piedi ciò che cercava, mentre aguzzava la vista per scoprirlo lontano da sé”.
Dunque Pierre si lascia andare allo spirito destinale di un essere che ci permea, ci nutre, ci crea e ci consuma. Non si può comprendere o definire un elemento che ci include, sarebbe impossibile. Bezuchov avendo vissuto le asprezze del conflitto, afferra il concetto e inizia finalmente a vivere in armonia con l’essere. Riprendendo un pensiero heideggeriano sull’essere, possiamo porci la domanda: che cosa è l’essere? “si manifesta attraverso l’ente, ma non è l’ente perché l’essere è niente”. Dunque l’essere (per semplificare Dio) è l’Uni-cum attraverso il quale noi uomini siamo gettati nell’esistenza e attraverso cui tutto ci sfugge. Questo, Pierre lo avverte fin dal primo attimo e dunque è alla costante ricerca materiale di un elemento, invece, spirituale che si deve scoprire solo alla ricerca della chiarezza interiore e non della certezza esteriore. Proprio qui è situata la grande operazione di Lev Tolstoj. Portare il romanzo russo ad un livello di racconto magistrale per contenuti e espressività, tanto da coprire tutte le gamme della possibile espressività umana e nello stesso tempo, creare un romanzo universale che ci riguarda tutti come uomini.
Si prenda la paura della morte: anche questa mirabilmente descritta. Una situazione che non arreca invidia al miglior Franz Kafka.
In sogno si vide disteso nella medesima camera dove realmente giaceva, ma non ferito, bensí sano. Molte persone insignificanti, indifferenti apparivano davanti al principe Andréj. Egli parlava con loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano ad andare in qualche posto. (...) Dopo poco, inavvertitamente, tutte queste persone cominciavano a sparire e tutto cedeva il posto a una sola quistione: come chiudere la porta. Si alzava e andava verso la porta per spingere il chiavistello e chiuderla. Dal riuscire o non riuscire a chiuder la porta dipendeva tutto. Egli andava, si affrettava, ma le sue gambe non si muovevano, ed egli sapeva che non sarebbe riuscito a chiudere la porta, ma pure tendeva disperatamente tutte le sue forze. E una tormentosa paura lo assaliva. E questa paura era la paura della morte: dietro alla porta stava quella cosa. Mentre egli si trascinava impotente, malsicuro verso la porta, questa cosa tremenda stava già dall'altra parte e premeva e spingeva. Qualcosa di non umano - la morte - spingeva la porta, e bisognava trattenerla. Egli si aggrappava alla porta, tendeva le ultime forze: chiuderla ormai era impossibile - almeno avesse potuto trattenerla! Ma le sue forze erano deboli, impacciate, e, spinta da quella cosa orribile, la porta si apriva e di nuovo si richiudeva. Ancora una volta quella cosa spingeva fuori. Gli ultimi sovrumani sforzi erano vani, e i due battenti si aprivano senza rumore. Quella cosa entra, ed è la morte. E il principe Andrèj morí".
[caption id="" align="aligncenter" width="1000"] Girata in Russia, Lettonia e Lituania (anche nei luoghi originari del libro), la serie kolossal BBC si è composta di 8 episodi da 60′ ciascuno, diretti da Tom Harper e sceneggiati da Andrew Davies. Stellare il cast, composto da Paul Dano, Lily James e James Norton nei ruoli dei protagonisti (rispettivamente Pierre Bezuchov, Nataša Rostova e Andrej Bolkonskij).[/caption]

Ma come accade tutto ciò? Solitamente nei racconti di Tolstoj noi abbiamo una vicenda esterna, difatti in Guerra e pace siamo al centro delle guerre napoleoniche. Allora lo scrittore con impareggiabile maestria pone l’obiettivo all’interno degli stati d’animo dei tre protagonisti principali che attraverso le loro storie mirabilmente intrecciate danno la vera chiave di lettura agli eventi. Il grande scrittore russo apre “queste polveriere” che tengono fermo l’animo umano e ci proietta dentro noi stessi, dove esistono delle forze inimmaginabili che se vengono scatenate, fuoriescono e possono far arrivare l’uomo al suo limite estremo. Così noi ci accorgiamo di essere nella stessa posizione di gioia o tristezza dei protagonisti. Siamo di fronte a quella che potrebbe essere denominata come una storia esteriore, una storia politica: Napoleone invade la Madre Russia zarista e punta dritto su Mosca. Per raccontare questa storia che avviene nel 1812, quasi cinquanta anni prima dello scritto, lo scrittore ha bisogno di elementi psichici affinché la storia sia fondamentalmente politica perché Tolstoj vuole narrarci come e perché Bonaparte e il suo esercito imbattibile si sia sciolto nella conquista dello spazio sterminato che è la Russia. Questa riflessione epocale è correlata alla apocalisse che consegue il sanguinoso pareggio della battaglia campale di Borodino che suona forte come una sconfitta, dalla quale la Grande Armée napoleonica non si riprenderà più: dopo le sue splendide vittorie ottenute sia contro gli austriaci, che contro i prussiani e inizialmente contro i russi, l'esercito francese si spezza nello spirito. Osservando il lato storico, della vicenda narrata, si evince il senso patriottico di Tolstoj. Solamente a tratti lo scrittore russo si sofferma, generalmente all’inizio di ogni libro, sulla situazione militare e politica vista dagli occhi di un freddo storico. Nel romanzo appare spesso la figura di Napoleone Bonaparte e quella di Michail Illarionovič Kutuzov. Siamo di fronte all’eroe europeo e all’anti-eroe: Tolstoj cercherà infine di rovesciare anche questo luogo comune. Il primo è descritto come un tiranno, un egocentrico e una persona egoista e fortunata; il secondo viene descritto per tutto il romanzo come una persona poco stimata dai russi, molto schiva, ma con un animo nobile che antepone sempre gli interessi della nazione ai suoi. Nel finale l’autore (dopo la disfatta napoleonica) si prende la sua rivincita su tutto e tutti esplicitando la descrizione di Kutuzov e smentendo la concezione di Eroe europeo:

Le sue azioni - tutte, senza la minima eccezione - sono dirette ad un medesimo triplice scopo:
1) tendere tutte le forza per combattere i francesi;
2) vincerli;
3) scacciarli dalla Russia, alleviando, per quanto era possibile, le sofferenze del popolo e dell'esercito.
Lui, quel lento Kutúzov, il cui motto è "pazienza e tempo", il nemico delle azioni decisive, (…) Solo, durante tutto il tempo della ritirata si ostina a non dar battaglie ormai inutili, a non cominciare una nuova guerra, a non varcare le frontiere della Russia. (...) La fonte di questa straordinaria capacità di penetrare il significato degli avvenimenti consisteva in quello spirito nazionale che egli portava in sé in tutta la sua purezza e la sua forza. Soltanto perchè aveva riconosciuto in lui questo spirito, il popolo fu costretto, per vie cosí strane, contro la volontà dello Zar, a scegliere questo vecchio in disgrazia come rappresentante della guerra nazionale. E soltanto questo spirito lo pose a quella superiore altezza umana dalla quale egli, essendo comandante in capo, diresse tutta la sua forza non a uccidere e annientare degli uomini, ma a salvarli e a risparmiarli.
Questa figura semplice, modesta e perciò veramente grande non poteva esser plasmata nella forma menzognera dell'eroe europeo, preteso guidatore di uomini, che la storia ha inventato. Non può esistere grand'uomo per il suo cameriere, perché il cameriere ha un suo particolare concetto della grandezza".
[caption id="attachment_6299" align="aligncenter" width="1000"] Aleksey Danilovich Kivshenko. Il consiglio militare in Fili nel 1812. Dipinto del 1882, Olio su tela, 64 x 117 cm[/caption]
Sempre emozionante sono i brevi tratti del romanzo, dove si descrive il generale còrso, ma per Napoleone la situazione è capovolta: non assistiamo alla sua situazione politica, ma alla sua crisi interiore. E’ una crisi che più tardi la psicanalisi avrebbe chiamato narcisistica, vale a dire la perdita da parte del soggetto del controllo sulla realtà: dall’illusione che il mondo dipenda dal nostro principio di piacere alla consapevolezza terribile che il mondo risponde al principio di realtà. La realtà è sempre più dura, rispetto a quella che noi ci siamo costruiti e questa ha sempre a che fare con qualcosa di diverso, rispetto a quella che è il nostro semplice volere. Ed ecco, allora, la grandezza di questo romanzo che unisce la politica con la psicologia e il sentimentalismo, rendendolo eterno per la sua multidisciplinarietà.
Riporto uno stralcio del libro terzo, capitolo XXXVIII – volume secondo dell’Edizione Einaudi, la migliore delle traduzioni, di Leone Ginzburg che riguarda la figura di Bonaparte:
E non soltanto in quell'ora e in quel giorno furono ottenebrate la mente e la coscienza di quell'uomo, che più duramente di ogni altro, che avesse partecipato a quell'azione, portava il peso di quanto avveniva; ma mai, sino alla fine della sua vita, egli riuscì a intendere né il bene, né la bellezza, né la verità, né il significato dei propri atti, troppo contrari al bene e al vero, troppo lontani da ogni sentimento umano perché egli ne potesse intendere il significato. Egli non poteva sconfessare i suoi atti, esaltati da mezzo mondo, e perciò doveva rinunziare al vero, al bene e a tutto quello che è umano”.
[caption id="attachment_6306" align="aligncenter" width="1000"]History enthusiasts take part in a re-enactment of the Battle of Austerlitz to mark its 207th anniversary near the city of Brno, Czech Republic, Saturday, Dec. 1, 2012. The Battle of Austerlitz is widely considered to be Napoleon's greatest victory, as he destroyed the troops of the Third Coalition made up of Russian and Austrian forces, giving France a glorious victory and prompting other changes in the European diplomatic area. (AP Photo/Petr David Josek) Paul Delaroche. Ritratto di Napoleone a Fontainebleau nel 1814 (particolare), olio su tela.[/caption]
Per riavvicinarmi alla frase iniziale dello stesso Tolstoj dobbiamo riprendere il vero conoscitore del romanzo, quel Leone Ginzburg che differenziava i personaggi storici dai personaggi umani, infatti quest’ultimi amano, soffrono, sbagliano, si ricredono – in una sola parola vivono. Nel momento che questi tentano di divenire “storici” e cercano di dominare non più la loro vita, ma quella della nazione o di altri uomini, magari legandosi a qualche massoneria o credendosi ormai all’apice della carriera militare, falliscono sempre. I personaggi storici come lo Zar Alessandro I o Napoleone Bonaparte, invece, sono condannati a recitare una parte che non è raccontata da loro stessi, anche se tutti tentano di viverla.
Dunque i racconti delle grandi battaglie come quella di Austerlitz o di Borodino appartengono al mondo che egli definisce “storico” mentre al mondo della “pace” con le sue frivolezze e i suoi stati di gioia e di ansia appartiene al mondo della vita, al mondo umano: poiché tutto il mondo degli uomini si riduce ad un unicum creato da Dio stesso e solo quando l’uomo si lascia andare e vive veramente, come l’esserci del possibile, allora nei romanzi di Tolstoj - proprio l’uomo acquisisce valore e senso in questo mondo troppo grande.
In conclusione il personaggio incontrato da Pierre, durante la sua prigionia, più di tutti incarna il pensiero collante di tutto il romanzo: la ricerca di Dio e dell’Uni-cum, poiché questo contadino strappato alla terra e dato alle armi non è altro che la rappresentazione di Dio. Dal capitolo XIII, libro quarto, volume secondo dell’Edizioni Einaudi:
"Platòn Karatájev rimase per sempre nell'animo di Pierre come il ricordo più forte e più caro e come la personificazione di quanto c'è di russo, di buono e di rotondo. (…) Platòn Karatájev doveva avere oltre cinquant'anni, a giudicare dai suoi racconti delle campagne alle quali aveva partecipato da soldato, molto tempo prima. Egli stesso non sapeva e nessuno avrebbe potuto precisare quanti anni avesse. (…) Il suo viso, malgrado le piccole rughe rotonde, aveva un'espressione d'innocenza e di giovinezza; la voce era simpatica e melodiosa. Ma la principale particolarità dei suoi discorsi erano la franchezza e la praticità. Le sue forze fisiche e la sua prontezza erano tali che, nei primi tempi della sua prigionia, pareva che non capisse che cosa fosse stanchezza o malattia. (...) Egli sapeva far tutto, non molto bene, ma neppure male. Cucinava, faceva il pane, cuciva, faceva il falegname, faceva il calzolaio. Era sempre occupato e solo di notte si permetteva di chiacchierare, cosa che gli piaceva molto, e di cantare. (...) Fatto prigioniero ed essendogli cresciuta la barba, si vedeva che aveva rigettato a sé ogni elemento estraneo, soldatesco, acquisito, e involontariamente era tornato al suo antico carattere campagnuolo, popolare. (...) Gli piaceva ascoltare le fiabe che un soldato raccontava la sera (sempre le stesse), ma più di tutto gli piaceva ascoltare racconti della vita vera. (...) Karatájev non aveva nessun' affezione, nessun' amicizia, nessun amore, secondo il modo che aveva Pierre d'intendere questi sentimenti; ma amava tutti e viveva in rapporti affettuosi con tutto ciò a cui la vita lo avvicinava, e specialmente con l'uomo: non con un dato uomo, ma con tutti gli uomini che erano davanti ai suoi occhi. Amava il suo botolo, amava i compagni, amava i francesi, amava Pierre che era suo vicino; ma Pierre sentiva che Karatájev malgrado tutta la sua affettuosa tenerezza per lui (con la quale involontariamente rendeva omaggio alla vita spirituale di Pierre), non si sarebbe afflitto neppur un momento se avessero dovuto separarsi. E Pierre cominciava a provare lo stesso sentimento per Karatájev. (...) Ma la sua vita, com'egli stesso la riguardava, non aveva senso in quanto vita isolata. Aveva un senso soltanto come particella di un tutto, che egli sentiva di continuo. Le sue parole e i suoi atti sgorgavano da lui con la stessa regolarità, necessitá e immediatezza con cui il profumo emana dal fiore. Egli non poteva capire né il valore né il senso di un azione o di una parola prese isolatamente".
 
Per approfondimenti:
_Guerra e Pace, Edizioni Einaudi 2014
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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18 aprile 2017 – Libreria Rinascita – Piazza Roma n°7, 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Alessandro Poli
Interviene: Andrea Fioravanti
 

Riportiamo il quarto evento della stagione culturale 2017 della associazione Das Andere “Futuro-Passato. Oltre il già detto”. Ospite dell’incontro – introdotto dal dott. Alessandro Poli – è stato il Dott.Andrea Fioravanti che ha dissertato su: “La città del male. L’architettura nella cinematografia". L’evento si è svolto presso la libreria Rinascita, dove il critico cinematografico ha tracciato un’analisi sulla città degli anni quaranta, la quale è radicalmente diversa da quella precedentemente rappresentata: se prima era un luogo fisico da conquistare, pezzo di territorio prestigioso per affermare la propria potenza criminale, durante i quaranta, essa acquista sempre più autonomia, rendendosi entità a sé stante capace di spaesare e dominare l’individuo assoggettandolo ai suoi meccanismi.  Il dott.Poli e il dott.Fioravanti hanno toccato anche il binomio “città e follia”: due tematiche che spesso si incontrano nel genere noir perché la prima inevitabilmente genera la seconda ma, con uno sguardo doppio incentrato sulla produzione cinematografica degli anni quaranta e cinquanta.Il trait d’union che lega il cinema noir e l’architettura, se non in senso stretto l’urbanistica, è la vocazione e base socio-spaziale del genere e della disciplina. L’incontro negato, la mancata realizzazione del naturale bisogno di comunione, ambizione duratura dell’architettura, relegano l’uomo all’universo delle paure e delle aspirazioni inibite, quelle espresse dal noir. Un ringraziamento speciale va – come di consueto – al pubblico, sempre numerosissimo, al quale va il nostro ringraziamento. L’associazione ringrazia l’Ordine degli Architetti di Ascoli Piceno, la Fondazione Carisap e l’università dell’UNICAM per la concessione dei crediti formativi.

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di Giuseppe Baiocchi 06/05/2017

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"Non mi snudare senza ragione - Non mi impugnare senza valore". Le lettere incise sul manufatto marmoreo, dallo scultore Temistocle Guerrazzi, non devono condurci all’abuso del nostro narcisismo, ma queste parole si prefissano di guidarci verso il suo vero significato più intrinseco: la fusione – come è plasmata la spada – delle più alte qualità umane, come la razionalità, l’eccellenza di mente, il valore etico e tecnico che conducono l’arma stessa ad essere dotata di una personalità e una sua missione, nei confronti del suo possessore.
La spada apparteneva a Ludovico di Giovanni de' Medici il formidabile capitano di ventura italiano, il quale visse durante l’epoca rinascimentale e fu attore protagonista dei disegni geopolitici della nostra penisola.
[caption id="attachment_8632" align="aligncenter" width="1000"] Temistocle Guerrazzi, Giovanni delle Bande Nere, agli Uffizi (particolari). Il condottiero nasce a Forlì, il 6 aprile del 1498 e muore a Mantova il 30 novembre 1526, è stato un condottiero italiano del Rinascimento.[/caption]
Il Rinascimento, per un’anime giudizio, sorse a Firenze - città tra le più vivaci e ricche d’Europa - nella metà del quattrocento. In essa si concentravano molteplici fattori, come quello politico, economico e sociale, che favorirono la nascita del movimento. Ma non fu l’unica città italiana, ad essa si associarono Venezia, Milano, Ferrara, Mantova, Urbino e tante altre città che, vissuta la felice esperienza dell’autonomia comunale nel XIII°– XIV° secolo, avevano poi affidato il loro governo e difesa a Signorie che passeranno alla storia per magnificenza e lungimiranza. Tali Signorie, che anticiperanno la nascita degli Stati italiani preunitari, svolgeranno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’arte militare del tempo. L’arte militare del XV° secolo fu caratterizzata dal grande sviluppo tecnologico rappresentato dalle armi da fuoco che aveva radicalmente cambiato il modo di combattere ma anche l’essenza stessa delle formazioni militari.
L’utilizzo del termine arte anziché scienza non è causale giacché la prima esalta le caratteristiche personali del militare - come il carisma, il coraggio e l'esperienza - mentre la seconda attiene più ad una disciplina, o metodo, da tutti applicabile e basata sulla conoscenza piuttosto che le qualità personali del singolo. La scienza militare si sostituirà all’arte anche in ragione della complessità dei conflitti moderni, che renderà necessarie una serie di conoscenze e funzioni un tempo inesistenti o inutili alla soluzione dei conflitti. La logistica, la tattica, l’organica e la strategia, già conosciute e applicate ai tempi della rivoluzione militare del XVII° secolo - l’organicità data loro dagli studi di Raimondo Montecuccoli rimarrà insuperata fino agli studi di Clausewitz, per il quale arte e scienza militari erano concetti inseparabili -, sono branche della scienza militare intuite, ma non approfondite dall’arte militare. Ad ogni modo, non va mai dimenticato che quando si parla di scienza militare non si può mai far riferimento ad una scienza esatta, ma sempre ad una scienza umana e quindi fallibile.
[caption id="attachment_8636" align="aligncenter" width="1000"] Nelle tre immagini, da sinistra a destra: L'Italia nel 1494, all'albore della campagna di Carlo VIII. La cartina mostra i vari Stati in cui era divisa la penisola; ritratto di Francesco I (nato François d'Orléans; 1494 – 1547) è stato Re di Francia dal 1515 alla sua morte; Pieter Paul Rubens, Allegoria di Carlo V dominatore del mondo - 1607, Salisburgo, Residenz Galerie.[/caption]
In tale contesto storico Ludovico di Giovanni de' Medici - detto anche “gran diavolo” -, per il talento all’interno dei singoli duelli, definiti “gran tenzone”, nasce al tramonto del XV secolo e fin da primissima nascita viene segnalato a corte per la sua attitudine al comando. Di animo focoso e vivace, alla morte della madre Caterina Sforza a soli undici anni, viene affidato al fiorentino Jacopo Salvati. Il giovane verrà presto bandito da Firenze per aver accoltellato a morte un suo coetaneo di tredici anni. Tornati i Medici del 1512 al capitano romagnolo gli verrà permesso il reintegro nell’urbe e subito si conquista la fama – già citata – di gran cavaliere, vincendo a ripetizione giostre e tornei cittadini. Ma non solo: il suo animo burrascoso e attaccabrighe, lo porterà a vari duelli di strada, arrivando ad assassinare anche il cancelliere di Piombino: nella sarabanda della lotta all’arma bianca, Giovanni è nel suo elemento.
Nonostante il suo trasferimento romano, presso il Papa – dovuto al trasloco del suo protettore Salvati, divenuto intanto ambasciatore pontificio – i suoi comportamenti non si placano e le frequentazioni nei bassifondi della città sono frequenti. Corre il cinque marzo del 1516, quando arriviamo al suo battesimo di fuoco: è guerra contro Urbino al seguito di Lorenzo de' Medici.
La guerra fu breve di soli ventidue giorni, che vide la conclusione con la resa di Francesco Maria I Della Rovere. Giovanni è giovane, impavido e sprezzante del pericolo, ma è un arguto osservatore ed un attento stratega: duecento anni prima di Napoleone Bonaparte, capisce il declino tattico della guerra di posizione in favore di una guerra di movimento e logoramento. Intuì il declino della cavalleria pesante e così al momento di crearsi una propria compagnia, scelse l’impiego di cavalli piccoli e leggeri, preferibilmente turchi o berberi, adatti a compiti tattici, quali schermaglie d'avanguardia o imboscate, individuando nella mobilità la tattica militare più utile da usare. I suoi addestramenti erano dei più duri, ma riuscì ad insegnare ai propri uomini, indisciplinati, rozzi e individualisti, la disciplina e l’obbedienza.
Dopo la breve e vittoriosa guerra torna nella città eterna, dove – dopo un acceso diverbio – sul ponte di Castel S.Angelo, uccide in singolar tenzone il capitano d’arme di una delle famiglie romane più prestigiose: gli Orsini. L’episodio suscita, fin da subito, clamore per via della grande differenza di età e di esperienza tra i due duellanti, con il capitano della famiglia Orsini di dieci anni più grande di lui e combattente rinomato: per Giovanni de' Medici si aprirà una carriera militare senza precedenti. Di lui disse il cardinale di Santa romana chiesa Giovanni Salvati: “ Faceva più danno alli inimici lui solo che tucto lo exercito”.
Papa Leone X stravede per lui e lo invia a sanare spesso diatribe politiche nelle Marche. Nel 1520 sconfigge diversi signori marchigiani e nel frattempo il Papa si allea con l'imperatore Carlo V contro Francesco I, per consentire agli Sforza di tornare padroni di Milano e per rioccupare le città perdute di Parma e Piacenza.
Il rinascimento, soprattutto negli anni che corrono tra il 1526 e il 1530, vedeva la penisola italica contesa da due potenze europee: da una parte Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, e dall’altra Francesco I, Re di Francia. L’attuale Italia si presentava come un territorio diviso in molteplici, deboli città stato in perenne conflitto fra le parti. Il papato di Roma, terza potenza, fungeva spesso da ago della bilancia fra le due super-potenze.
In questo caos geopolitico Ludovico di Giovanni de' Medici partecipò in novembre alla battaglia campale di Vaprio d'Adda, per il possesso del ducato milanese, dove una volta oltrepassato il fiume - controllato dai francesi - li mette in fuga, aprendo la strada per Pavia, Milano, Parma e Piacenza.
In breve tempo fonda la migliore compagnia di ventura italiana, plasmando dal nulla una vera e propria “Banda”: i suoi uomini – altamente addestrati – rispondono solo al suo comando ed hanno una fedeltà verso il condottiero romagnolo senza precedenti, per quanto concerne la fedeltà delle compagnie di Ventura: eserciti mercenari al soldo.
La sua fedeltà per lo stato pontificio sarà sempre costante e duratura, tanto da indurlo – nel 1521, per la morte di Papa Leone X – a modificare i colori dei suoi vessilli da bianco e viola a neri, in segno di profondo e cristiano lutto. Si crea il mito dell’uomo che fu leggenda: “Giovanni dalle bande nere”.
[caption id="attachment_8638" align="aligncenter" width="1000"] Fotogramma del film "Il mestiere delle armi" di Ermanno Olmi. Nell'immagine l'attore Hristo Jivkov, il quale interpreta Ludovico di Giovanni de' Medici, detto Giovanni delle Bande Nere o dalle Bande Nere.[/caption]
Nel XIV secolo, si avrà una “rivoluzione dell'artiglieria” che si sviluppò nel corso del XV secolo con una “rivoluzione delle fortificazioni”, proseguì nel XVI secolo con la “rivoluzione delle ami da fuoco” - fra il 1580 ed il 1630 -, ed infine vi fu una crescita della consistenza delle armate europee fra il 1650 ed il 1715.
Infatti l’epoca che corre tra il tardo medioevo e l’ultimo rinascimento non può essere appresa totalmente in ambito militare, se non si conoscono gli enormi mutamenti nell’arte bellica, sia questa comprenda l’architettura che la tecnologica.
L’architettura militare del tardo medioevo e successivamente del rinascimento si caratterizza per l’aumento sostanziale dello spessore delle fortificazioni, il quale raddoppia per permettere lo sbalzamento o l’assorbimento delle palle di bombarde o cannoni, derivate dall’artiglieria con la scoperta nel 1324 della polvere nera, la quale verrà migliorata in maniera sostanziale nel 1425 quando i francesi riuscirono ad inventare la polvere in grani omogenei, di grandezza costante.
Il risultato fu che la velocità di tiro e la potenza di fuoco dell’artiglieria si trovarono a raddoppiare quasi da un giorno ad un altro, anche se grandi miglioramenti erano ancora necessari sia riguardo alle tecniche costruttive degli archibugi, sia dei cannoni per quanto riguarda la robustezza degli stessi. Parallelamente, com’è ovvio, aumentò la forza d’impatto dei proietti, cioè il loro potere distruttivo; diventò così vitale, per i proprietari di fortificazioni, esaminare le proprie difese alla luce dei nuovi sviluppi e preparare adeguate contromisure atte a parare il nuovo pericolo.
Anche la condotta delle battaglie campali fu rivoluzionata dal diffondersi delle armi da fuoco, dove la forza dei combattenti fu superata dalla potenza delle armi a polvere nera. I quadrati di picchieri, che dominavano i campi di battaglia del Quattrocento e Cinquecento avevano ulteriormente ridotto l'importanza della cavalleria sul campo di battaglia, ma parallelamente divennero vulnerabili contro l'artiglieria da campagna e il fuoco degli archibugi. Così furono inseriti, nei quadrati di picchieri, dei moschettieri nel rapporto di uno a tre. Tale rapporto, crebbe sempre più a favore degli moschettieri, fino a raggiungere una proporzione 4:1 attorno al 1650.
[caption id="attachment_8639" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di sinistra: rievocazione di picchieri svizzeri, posizione di resistenza ad una carica di cavalleria; nella foto di destra: ricostruzione di quadrato di picchieri e moschettieri.[/caption]
Tornando a Giovanni dalle bande nere, egli è ancora un “cavaliere crociato”, come stile di combattimento, ma è tuttavia un ottimo stratega, che legge bene le situazioni tattiche.
Nel 1523 viene ancora una volta ingaggiato dagli imperiali, che nel gennaio del 1524 attaccano il campo del francese Cavalier Baiardo, mettendolo in fuga e facendo prigionieri oltre trecento soldati. Successivamente affrontò gli Svizzeri, la più temuta fanteria dell'epoca, che intanto erano scesi dalla Valtellina in aiuto dei francesi; Giovanni li sconfisse a Caprino Bergamasco, costringendo l'armata francese a lasciare l'Italia. Intanto a Roma diviene Papa, Clemente VII, della famiglia Medici, cugino della madre di Giovanni, Caterina.
Il nuovo Papa, allarmato per la potenza di Carlo d’Asburgo si fece promotore della Lega di Cognac per contrastarlo e si alleò – oltre che con le città stato di Firenze e Venezia – con il Re di Francia, Francesco I. Per l’Imperatore del Sacro Romano Impero, tale gesto significò un tradimento gravissimo e per rappresaglia, incarico le truppe dei Lanzichenecchi a marciare su Roma per punire il pontefice. Il leader di tale esercito è il Landsknecht, - cioè servo della regione - Georg von Frundsberg il luterano, che provava odio verso una Roma che consideravano corrotta e papista.
La guerra non procede bene, soprattutto con la pesante sconfitta dei francesi presso Pavia e nelle battaglie successive lo stesso Giovanni viene leggermente ferito ad una gamba da un colpo di arma da fuoco. Rimossosi in forma e resosi nuovamente agibile in un successivo scontro – nel 1526 - Ludovico di Giovanni de' Medici e la sua banda nera, vengono – sul campo di battaglia – abbandonati dalle truppe francesi, e si vedono costretti a caricare i Lanzichenecchi, prima che questi attraversino il Po nel territorio dei Gonzaga. Qui nella ressa e nella mattanza del combattimento Giovanni dalle bande nere viene colpito ad una gamba da un colpo di falconetto e viene tratto in salvo dai suoi uomini, i quali presto lo porteranno a Mantova presso il palazzo di Luigi Gonzaga, dove il chirurgo Abramo Arié, che già lo aveva curato con successo due anni prima, gli amputò la gamba. Per effettuare l'operazione il medico chiese che dieci uomini tenessero fermo Giovanni. Nel frattempo i lanzichenecchi avanzano. Da una descrizione di Francesco Guicciardini si annota:
«Camminorono dipoi i tedeschi, non infestati più da alcuno, lasciato indietro Governo, alla via di Ostia lungo il Po, essendo il duca d'Urbino a Borgoforte; e a' venti otto dí, passato il Po a Ostia, alloggiorono a Revere: dove, soccorsi di qualche somma di denari dal duca di Ferrara e di alcuni altri pezzi di artiglieria da campagna, essendo già in tremore grandissimo Bologna e tutta la Toscana, perché il duca di Urbino, ancoraché innanzi avesse continuamente affermato che passando essi Po lo passerebbe ancora egli, se ne era andato a Mantova, dicendo volere aspettare quivi la commissione del senato viniziano se aveva a passare Po o no. Ma i tedeschi, passato il fiume della Secchia, si volseno al cammino di Lombardia per unirsi con le genti che erano a Milano. [...] I fanti tedeschi intanto, passata Secchia e andati verso Razzuolo e Gonzaga, alloggiorono il terzo di dicembre a Guastalla, il quarto a Castelnuovo e Povì lontano dieci miglia da Parma; dove si congiunse con loro il principe di Oranges, passato da Mantova con due compagni, a uso di archibusiere privato. A' cinque, passato il fiume dell'Enza al ponte in su la strada maestra, alloggiorno a Montechiarucoli, standosi ancora il duca d'Urbino, non mosso da' pericoli presenti, a Mantova con la moglie; e a' sette, i tedeschi passato il fiume della Parma alloggiorno alle ville di Felina, essendo le piogge grandi e i fiumi grossi. Erano trentotto bandiere, e per lettere intercette del capitano Giorgio al duca di Borbone, si mostrava molto irresoluto di quello avesse a fare. Passorono agli undici dí il Taro, alloggiorono a' dodici al Borgo a San Donnino, dove contro alle cose sacre e l'immagini de' santi avevano dimostrato il veleno luterano; a' tredici a Firenzuola, donde con lettere sollecitavano quegli di Milano a congiugnersi con loro: ne' quali era il medesimo desiderio».
Tornando al capitano di ventura, la cancrena fu però inarrestabile e nel giro di pochi giorni lo portò alla morte. Il valoroso condottiero si spense il 30 novembre 1526, e venne sepolto tutto armato nella chiesa di San Francesco a Mantova. Prive del loro capo e del suo carisma, le bande si sciolsero. Il sacco di Roma del 1527 fu un evento traumatico, il quale segnò la fine degli splendori dell'epoca rinascimentale in Italia.
[caption id="attachment_8640" align="aligncenter" width="1000"] Nell'immagine di sinistra: Johannes Lingelbach, "Il sacco di Roma"; a destra statua bronzea di Frundsberg presso il municipio di Mindelheim.[/caption]
Il capitano italiano morì a soli 28 anni, una esistenza intenza, ma breve ed una fama enorme presso i contemporanei, che lo considerano uno dei migliori generali militari di tutto il rinascimento. A livello artistico, molti pittori lo hanno immortalato, mentre a livello marmoreo è presente la statua  degli uffizi, che meglio di ogni altro rappresenta la quint’essenza dello spirito guerriero rappresentato da Ludovico di Giovanni de' Medici.
Infine nel 2011 il regista italiano Ermanno Olmi, lo ricorda nel film – di altissima caratura, dove lo vede protagonista – “il mestiere delle armi” presentato al 54°Festival di Cannes. La pellicola ha ridato smalto a questo straordinario personaggio storico: in un periodo povero di genti italiche di comprovato valore militare, Giovanni rappresentò un’eccezione. Alla fine del secolo la nostra futura Italia si ritrovò asservita a dominio straniero per ben due secoli.
Giovanni dalle bande nere fu certamente un mercenario irrequieto e senza padroni, ma parallelamente si è dimostrato uomo di comprovato valore morale ed etico, riportando spesso il discorso filosofico novecentesco della “questione morale” del soldato. Uno degli ultimi esempi di valore cavalleresco – tema ripreso nella letteratura di Chervantes, con Don Chichiotte - elemento caratterizzante della sua Europa, poi successivamente perso con l’ulteriore sviluppo della tecnè, che portò la sempre più irrilevanza della cavalleria, elemento che ci conduce – parallelamente – alla tragica morte del “Gran Diavolo” e che successivamente portò l’Europa ad esercitare quella “volontà di potenza” che avrebbe colonizzato l’intero globo terrestre. Ludovico di Giovanni de' Medici era un nobile e poteva avere tutto. Scelse di diventare soldato.
 
Per approfondimenti:
_Cesare Marchi, Giovanni dalle Bande Nere, Milano, 1981
_Giovanni Delle Donne, Giovanni delle Bande nere, l’uomo e il condottiero – edizioni Websterpress
_Sacha Naspini, Il Gran Diavolo, Giovanni delle bande nere, l’ultimo capitano di ventura – edizioni Rizzoli
 
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di Giuseppe Baiocchi 25/04/2017

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Il 25 aprile, a torto o a ragione, è una festa politica che divide il paese. L'Italia il 25 aprile è stata liberata dall'occupazione nazista - di stampo militare, simile al colonialismo di tipo francese (nazionalista) - ed invasa da un'iniziale occupazione militare da parte di un'altra forza straniera: quella degli anglo-americani, i quali conclusosi il conflitto hanno attuato un colonialismo di tipo commerciale, di stampo anglosassone. Va riconosciuto alle forze alleate, l'attuazione del "piano  Marshall", il quale  consentì  all'Italia  ed  alla  Germania occidentale di  risollevarsi  economicamente grazie ad economisti della scuola liberale Soleri ed Einaudi in Italia, ed Ehrard in Germania.
La sinistra - storicamente - ha fatto sua questa festa etichettandola come l'orgoglio partigiano e il coraggio dei tanti comunisti (molti dei quali erano fascisti, appena un anno prima) che hanno liberato il paese. Tale affermazione è storicamente non proprio veritiera, poiché l'Italia è stata liberata dai reparti statunitensi, canadesi, delle Indie Britanniche, dai sudafricani, dagli australiani, dai neo-zelandesi, dalla Francia libera,polacchi , dai brasiliani , dalla brigata ebraica e dal "Regio-Esercito Cobelligerante Italiano", informalmente definito "Esercito del Sud" - comandato dal generale Vincenzo Cesare Dapino (comandante  del  Raggruppamento  che  entrò  in linea  a  Montelungo) e diventato poi verso il termine del conflitto "Corpo di Liberazione italiano", comandato dal generale Umberto Utili.
Infine - merito e spazio - va concesso anche alle forze partigiane, le quali è bene dividere al proprio interno in cinque principali raggruppamenti: i partigiani di derivazione comunista (1/5), le formazioni  "Matteotti" di orientamento  socialista (1/5), i partigiani di "Giustizia e libertà" appartenenti all'ala azionista (1/5) - anche  se  nelle  stesse  presero  posto anche  militari che  non  condividevano  il  programma  del partito  d'azione -, i partigiani patrioti dell'ex regio-esercito (1/5) e i partigiani liberali e democristiani (1/5).
[caption id="attachment_8508" align="aligncenter" width="1000"] Nella foto di sinistra: il principe di Piemonte Umberto di Savoia, in operazioni militari a Tavernelle (Appenino tosco-emiliano) al comando della 210a divisione. Nella foto di destra: Il Generale Vincenzo Dapino con il Comandante della V Armata USA, Mark Clark.[/caption]
L'unico corpo Italiano addestrato e sufficientemente equipaggiato per la lotta alla liberazione fu appunto proveniente dal Regio-Esercito Cobelligerante Italiano con sede principale la città pugliese di Brindisi, luogo dal quale il Re Vittorio Emanuele III riorganizzò i reparti armati, i quali  successivamente furono affidati al figlio, il principe di Piemonte Umberto di Savoia, il quale non  poté  mai  assumerne il comando  diretto. Il Regno del Sud fu sempre riconosciuto dagli alleati con il titolo di cobelligerante, elemento fondamentale per concedere all'Italia quella libertà che ha usufruito nel dopoguerra. Addirittura  nel marzo 1944,  l'Unione Sovietica  - con una mossa  abilissima, prodromica, al  successivo rientro  di  Togliatti, alias  "Ercole  Ercoli" ed alla  "svolta di  Salerno" -  riallacciò  i rapporti  diplomatici  con  il Regno  d'Italia. Il nuovo Governo, del servitore dello stato Badoglio, dichiara guerra alla Germania di Hitler, ma non alla Repubblica Sociale Italiana, che non riconosce in quanto non eletta dal popolo, ma soprattutto frutto di una  ribellione al  Governo legittimo ed al Sovrano.
Diamo uno sguardo anche sui partigiani, ai quali va fatto il nostro ringraziamento per aver fornito il contributo - non fondamentale - per la liberazione del paese, ma oggi le copertine di platino sono riservate unicamente a loro.
Di interesse sono anche le formazioni partigiane di stampo e simpatie monarchiche e badogliane (chiamati anche Partigiani Azzurri) erano principalmente composte da partigiani di estrazione borghese e di idee liberali o conservatrici, accomunati dalla fedeltà alla monarchia.
Facevano riferimento alla Casa Reale e riconoscevano in Raffaele Cadorna il loro capo militare. Erano nati dai reparti del regio esercito che rifiutarono la logica del «tutti a casa», abbracciando la lotta partigiana. Avendo conservato la loro struttura gerarchica, i partigiani azzurri poterono apportare alla resistenza l'esperienza bellica e la consuetudine di rapporti coi militari alleati, essenziale per ricevere rifornimenti ed aiuti, tra questi ricordiamo il 1º Gruppo Divisioni Alpine comandato da Enrico Martini. Gruppi come l'Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno rappresentavano il Partito Liberale Italiano ed i monarchici. Non sempre le denominazioni originarie erano strettamente collegate ai partiti di riferimento. Ad esempio le Brigate Osoppo del Friuli, che erano nate con un grande contributo del Partito d'azione, accentuarono la loro dipendenza dalla DC e dal clero friulano. Le Brigate Fiamme Verdi si diversificarono nel territorio: quelle lombarde, nate dagli intellettuali cattolici, si trasformarono in formazioni solo "militari".
Ed, infine, un'analisi doverosa e di grande rispetto, poiché non li considero morti di serie B, va a tutte le donne, a tutti i ragazzi e a tutti gli uomini che hanno creduto - non conoscendo o non capendo, i crimini del regime (in ambito razziale e di corruzione) - dell'ideale fascista repubblichino. Nascere sotto un unico dogma, per poi osservare il mito cadere nella polvere non è cosa facile da accettare. 
Eseguendo una brevissima analisi - non esaustiva - va semplicemente riferito che Mussolini, prima di essere arrestato nella residenza reale di Villa Savoia, alle ore 17,20 del 25 luglio 1943, come capo dell'esercito (il Re aveva delegato il compito al Capo del Governo) aveva perduto la seconda guerra mondiale.
[caption id="attachment_8511" align="aligncenter" width="1000"] 1944: uomini repubblichini della Xª Flottiglia MAS ©recolored[/caption]
Una persona di coscienza, si sarebbe dimessa, invece il duce, non compie tale gesto e arriva alla sfiducia - non da parte del Re, che lo riceve a cose fatte - ma dal Gran Consiglio del Fascismo che con 19 voti contro 3 (7  furono  quelli  all' Ordine del Giorno  Scorza , allora  Segretario  del  Partito nazionale fascista), fa decadere il maestro elementare di Predappio. Lì si sarebbe dovuta concludere la parabola della rivoluzione fascista, sfociata poi in regime, ma ciò non avvenne e il gesto di fondare una Repubblica non eletta dagli italiani e imposta da una forza straniera è imperdonabile, almeno da parte mia. Così molti altri ragazzi sono morti, per una falsa causa - quella dell'onore - che dovrebbe essere rivisitata e discussa al pari dei meriti dei partigiani comunisti, esistiti, ma mai determinanti come si cerca di far credere oggi.
Finché in questo paese non si riuscirà a superare la barriera politica "della storia" e non si tornerà a parlare con coscienza e pacatezza di alcune tematiche fondamentali per la coscienza del paese, non saremo mai veramente "liberi" e il 25 aprile non potrà essere ancora la festa di tutti gli Italiani.
 
NOTE: Una analisi sui reparti dell'Esercito Cobelligerante Italiano:
Unità di prima linea
 
1) Gruppo di combattimento Cremona (del V Corpo britannico, 9 aprile 1945) - comandante generale di brigata Clemente Primieri
_21º Reggimento fanteria "Cremona" (3 btg)
_22º Reggimento fanteria "Cremona" (3 btg)
_7º Reggimento artiglieria "Cremona" (-1 btg)
_CXLIV battaglione genio
 
2) Gruppo di combattimento Folgore (del XIII Corpo britannico, 9 Apr 1945) - comandante generale di brigata Guido Morigi
 _Reggimento paracadutisti "Nembo" (3 btg)
_Reggimento San Marco (3 btg)
_184º Reggimento artiglieria Folgore
_CLXXXIV Battaglione genio
 
3) Gruppo di combattimento Friuli (del X Corpo britannico, 9 aprile 1945) - comandante generale di brigata Arturo Scattini
_87º Reggimento fanteria "Friuli" (3 btg)
_88º Reggimento fanteria "Friuli" (3 btg)
_35º Reggimento artiglieria "Friuli"
_CXX Battaglione genio
 
4)  Gruppo di combattimento Legnano (del II Corpo statunitense), 9 aprile 1945 - comandante generale di divisione Umberto Utili
_68º Reggimento fanteria "Legnano" [3 btg]
_Reggimento fanteria speciale (2 battaglioni Alpini (resti del 3º Reggimento alpini) ed 1 battaglione Bersaglieri (dal 4º Reggimento bersaglieri))
_11º Reggimento artiglieria "Mantova"
_LI Battaglione genio
 
_Gruppo di combattimento Legnano (ingrandito e riassegnato alla Quinta armata statunitense, 23 aprile 1945)
_quartier generale Autoparco "Legnano"
_Officina meccanica campale "Legnano"
_34ª Sezione Carabinieri Reali
_51ª Sezione Carabinieri Reali
_51ª Compagnia rifornimenti e trasporti
_51ª Sezione medica
_LI Battaglione genio
_52nd BLU (British Liaison Unit- unità inglese di collegamento)
_244º Ospedale da campo
_332nd Field Hospital
_11º Reggimento artiglieria
_68º Reggimento fanteria "Legnano"
_I battaglione fanteria
_II battaglione fanteria
_III battaglione fanteria
_405ª Compagnia mortai (mortai Stokes)
_56ª Compagnia anticarro (pezzi inglesi da 6-pounder)
_69º Reggimento fanteria speciale
_I battaglione Bersaglieri
_II battaglione Alpini
_III battaglione Alpini
_15ª Compagnia mortai (da 3 pollici)
_16ª Compagnia anticarro (pezzi inglesi da 6-pounder)
 
5) Gruppo di combattimento Mantova - comandante maggior generale Bologna
_76º Reggimento fanteria "Napoli"
_114º Reggimento fanteria "Mantova"
_155º Reggimento artiglieria "Emilia"
_CIV Battaglione genio
 
6) Gruppo di combattimento Piceno - comandante maggior generale Beraudo di Pralormo
_235º Reggimento fanteria "Piceno"
_336º Reggimento fanteria "Piceno"
_152º Reggimento artiglieria "Piceno"
_CLII Battaglione genio
 
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di Giuseppe Baiocchi 04/04/2017

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All’interno della disciplina architettonica odierna, le periferie sono il primo elemento di indagine e di progettazione. Dopo le dimenticanze del dopoguerra, negli anni sessanta fulcro di analisi furono i centri storici: da dimenticati luoghi urbani, sono stati ripensati e l’architetto sembra aver vinto la propria battaglia negli anni settanta e ottanta. Dal 2010, la professione dell’architetto si sta cimentando sempre più nella sfida del “riuso urbano” delle periferie. Sicuramente questa battaglia ideologica durerà a lungo, poiché tali luoghi, ovvero quella parte urbana che possiamo anche chiamare città diffusa, compongono la città del divenire o del “non” divenire.
Se questa sfida verrà perduta, l’Italia più di molti altri paesi europei pagherà un prezzo molto alto.
Non ci sarebbero negatività se mediamente, l’80% delle persone vivesse in una periferia, ma oggi tale nome viene associato all’aggettivo degradato, lontano, abbandonato, triste e oggi francamente questo non può più essere immaginabile, poiché nella periferia risiede il futuro dell’urbe. Questa la grande scommessa. Come primo punto, sicuramente si deve partire dal presupposto di non crearne di nuove per la semplice motivazione della insostenibilità: oggi si parla spesso di sostenibilità e il nuovo costruito è la prima insostenibilità. Bisognerebbe cessare l’edificazione di nuove periferie e nel contempo si dovrebbe estendere a macchia d’olio le città, per creare quartieri che devono essere serviti da strade, da impianti, dalla raccolta dei rifiuti, dalle fogne, da molteplici fattori che rendono insostenibile l’urbe stessa, la quale si frammenta, si disperde in forza. Questa aspetto può essere considerato sia tecnico/economico, sia umano: un luogo non connesso, si trasforma proprio in una “periferia” come la si può intendere nel suo carattere di mono-funzionalità più becero.
Il caso londinese è di esempio per tutto il vecchio continente: gli inglesi hanno deciso di adottare la green belt con il sindaco Ken Livingstone e Londra si è dotata di una “cintura” una “linea verde” che perimetra la city oltre alla quale non si deve costruire, oltre la quale la campagna resta campagna.
[caption id="attachment_16065" align="aligncenter" width="1000"] Fornace Penna. Fatta erigere dal Barone Penna e realizzata su progetto dell’ingegner Ignazio Emmolo, la Fornace, iniziata a costruire nel 1909, fu completata nel 1912 e da quel giorno si affaccia sul meraviglioso mare della provincia di Ragusa, Punta Pisciotto, sulla spiaggia di Sampieri a Scicli, sito scelto non a caso, in posizione strategica tra il mare, dove attraccavano le navi per il trasporto e la ferrovia. Non ultimo in quelle vicinanze c’era una cava di argilla cui attingere la materia prima.[/caption]
La green belt (cintura verde), nel Regno Unito, è una norma che regola il controllo dello sviluppo urbano. L'idea è che debba essere mantenuta, attorno ai centri abitati, una fascia verde occupata da boschi, terreni coltivati e luoghi di svago all'aria aperta. Lo scopo fondamentale di una cintura verde è impedire la scomposta proliferazione di costruzioni che vadano ad inquinare questo spazio di rispetto. Cosa vuole dire questo? Bisogna osservare questa azione con una impossibilità alla crescita? Niente affatto. Si deve crescere per implosione, non per esplosione. Bisogna completare il tessuto che già esiste: costruendo sul costruito e andando ad occupare tutti quegli spazi che normalmente vengono definiti in inglese “brownfield” ovvero spazi compromessi, spazi cementificati. Abbiamo cementificato troppo, dobbiamo smetterla di farlo esternamente, ma possiamo trasformare serenamente molto cemento interno alle città in quartieri urbanizzati. Questi vuoti urbani sono spesso aree industriali dismesse e linee ferroviarie: ve ne sono certamente molte.
Vi è anche la possibilità di intensificare gli spazi già costruiti: riprendendo il caso londinese, si noti come vi è stato una intensificazione urbana soprattutto in altezza, aumentando la densità. La città è vivibile solo se ha una certa intensità, una città troppo diluita (città territorio) non crea empatia al cittadino, il quale si sente sempre più smarrito. Ogni città ha la possibilità di crescere dall’interno, per implosione, e questo fattore è sempre successo nella storia dei nostri centri abitati: si è sempre costruito sul costruito. Naturalmente è più facile costruire su un terreno vergine, in periferia, ma per rigenerare quest’ultima occorrono certamente più abilità, rendendo la professione dell’architetto molto più stimolante.
L’opera del riuso, implica una grande attenzione e capacità diagnostica: catapulta la capacità di costruire in un mondo diverso, nuovo, più scientifico e organizzato. L’architetto può crescere molto, ma è chiaro che si tratta di una vera e propria sfida. Costruire sul costruito, costruire da aree dismesse, significa confrontarsi con temi complessi, di contesto idrogeologico, contesto minerario, bonifiche. Entrano in gioco temi completamente nuovi rispetto allo standard della progettazione che hanno una stretta relazione con il campo diagnostico.
Passare da una “zona cementificata” ad una “decementificata” (brownfield e greenfield ) risulta dunque decisivo: recuperare il verde urbano risulta l’operazione più semplice nei centri urbani diffusi o compatti, che in seconda battuta porta sempre ad abitare persone. L’uomo è attratto dal verde, dalla natura, l’ossigeno da benessere e questo deve essere il primo cardine della urbanizzazione dei vuoti urbani.
Nelle città dove il verde viene recuperato o riusato, sono luoghi urbani di nuovo vigore e soprattutto permettono di rinserrare la vita nelle periferie, le quali devono essere vissute non per poche ore, ma per un arco temporale molto più lungo, pena l’essere dei meri dormitori: luoghi dove si torna per dormire o per lavorare.
Le città devono tornare ad essere luoghi di urbanità e la parola urbano non è solo un aggettivo che certifica l’appartenenza alla città, ma anche un modo di essere: una persona urbana è una persona civilizzata e non a caso città e civiltà hanno la stessa radice. L’idea, dunque, di trasformare delle zone mono-funzionali in zone plurifunzionali, dove oltre alla residenza si possono fare acquisti, vi sono uffici, aree di aggregazione sociale e verde pubblico è una parte della città restituita alla civiltà e all’uomo.
Immettere attività pubbliche nelle periferie è un altro tassello fondamentale per “fertilizzare” queste aree: ospedali, tribunali, chiese, scuole, biblioteche, università, musei. I luoghi di incontro sono fondamentali, le persone devono dialogare, ridere, condividere dei valori per inserire proprio questa multifunzionalità oggi, troppo spesso, mancante. Da non trascurare è certamente il lato estetico: la battaglia per i centri storici del secolo scorso, avevano come elemento inclusivo la bellezza di ciò che si andava a salvaguardare. L’architetto contemporaneo deve possedere la sensibilità di intravedere la bellezza delle periferie, nel loro aspetto grigio che spesso possiede.
Queste sono belle, sono fotogeniche e troppo spesso godono di una bellezza per la quale non sono state costruite: sono state pensate male, senza affetto, quasi con disprezzo talvolta e nonostante ciò vi è bellezza che fuoriesce, come la bellezza umana dei bambini che giocano a calcio sotto i portici, la bellezza degli orizzonti, gli scorci di luce e la natura spesso aiuta. Nella città gli spazi verdi sono pochi, nella periferia sono molto di più. Questa interessante avventura alla quale assisteremo nei prossimi cinquanta anni ci vedrà coinvolti nel rendere luoghi grigi in luoghi verdi, luoghi brutti in luoghi belli.
Se si eviterà l’ampliamento delle nuove periferie, questo significherà che la campagna, al di là della “linea verde anglosassone” debba essere presente sui piani regolatori. La campagna deve essere preservata, altrimenti questo luogo di confine tra la città/periferia/campagna, diviene qualcosa di impossibile - poiché non è più città, né campagna, non è più nulla: ha perso tutti i valori e per questo poi diviene degradata moralmente e fisicamente. Oggi dobbiamo avere il coraggio di stabilire un nuovo limes tra la città e la campagna, soprattutto in paese come il nostro, dove potremmo consumare il suolo ad un ritmo francamente folle. Bisogna sfatare la teoria che questo ragionamento impedisca le città di crescere.
Gli consente di crescere, ma in una crescita sostenibile.
Per quanto concerne i materiale da costruzione, anche questi devono essere rivisitati: si deve sempre tornare all’origine delle cose e all’origine dell’architettura ci sono i materiali. I materiali di sempre come il legno, la pietra, il cemento devono essere anch’essi reinventati: il legno ad esempio lamellare può essere incollato e ricostruito, la pietra può essere conformata con dei macchinari esattamente come deve essere (per fare magari archi straordinari, che in passato solo mille scalpellini avrebbero potuto fare), la resistenza del cemento è un altro tema di interesse (cemento ad alta resistenza), il ferrocemento.
Bisogna esplorare anche nuovi materiali come la fibra di carbonio, poiché ognuno possiede un suo potenziale recondito e espressivo. Ogni materiale porta con se una promessa di forma e devono essere riusati, reinventati, approfonditi coinvolgendo l’uomo in questa scommessa umana dell’andare a fondo negli elementi, i quali mantengono comunque sempre una loro storia.
Altro fattore è il settore geologico: in città sono spesso presenti le preesistenze romane e paleocristiane, oppure fogne, cavi elettrici. Il fattore della complicanza, spero sia una scommessa per i costruttori migliori, non è meno interessante, ma richiede maturità e abilità. Inoltre in un ambiente urbano, anche sul piano di un’organizzazione di cantiere, sono sconsigliabili camion carichi di terreno sporco che operano movimenti reiterati creando caos alla mobilità. La tecnica del “top down” fa sì che man mano che si salga con la struttura, si scenda con le fondazioni, in maniera meticolosa; questo consentirebbe il rallentamento del numero dei camion, ma nel tempo stesso senza diminuire la velocità di costruzione dell’edificio. In zone urbane dove sia presente un fiume è possibile usare un canale artificiale navigabile per trasferire detriti e portare materiale. Talvolta possono essere usate le linee ferroviarie, poiché nelle aree ferroviarie dismesse, c’è sempre qualche linea che lo consente. Insomma l’abilità del costruttore diventa sempre più alta, rimanendo sempre quello che è: un inventore.
 
Per approfondimenti:
_Danilo Santi, Riuso urbano. Ipotesi e interpretazioni - Edizioni Alinea
_Fontana-Di Battista-Pinto, Flessibilità e riuso. Recupero edilizio e urbano. Teorie e tecniche - Edizioni Alinea
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19 marzo 2017 – Sala Cola dell'Amatrice, Chiostro di San Francesco – 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Nicoló Cingolani
modera: Giuseppe Baiocchi
Interviene: Francesco Giubilei
 

Riportiamo il terzo evento della stagione culturale 2017 della associazione Das Andere “Futuro-Passato. Oltre il già detto”. Ospite dell’incontro – introdotto da Nicolò Cingolani e moderato dall’arch.Giuseppe Baiocchi – è stato il Dott.Francesco Giubilei che ha dissertato su: “Il pensiero conservatore. Dalla rivoluzione francese ai giorni nostri“. L’evento si è svolto presso la Sala Cola dell’Amatrice dove l’editore Giubilei ha tracciato la storia culturale del conservatorismo dalle origini ai giorni nostri soffermandosi sull’Europa centro-occidentale e sull’Italia. Ponendoci le domande del “perché nel nostro paese non esiste un partito conservatore?”, e “quali sono le cause e le motivazioni storico, politico, culturali?” Abbiamo analizzato opere e profili biografici di decine di pensatori conservatori, sforzandoci di far emerge un quadro organico del conservatorismo europeo. Essere conservatori non significa restaurare il passato in modo aprioristico o rigettare in toto le innovazioni, ma rimettere in discussione il mondo contemporaneo dominato dal materialismo e dall’individualismo, dove i valori spirituali e il concetto di comunità sono ormai al crepuscolo. Bellissimo dibattito finale – come di consueto – con il pubblico, sempre numerosissimo, ed al quale va il nostro ringraziamento. L’associazione ringrazia i politici ascolani presenti all’iniziativa.