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di Giuseppe Baiocchi 18/10/2017

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La Repubblica federale austriaca, giovedì ha eletto il trentunenne Sebastian Kurz (Vienna 1986) Cancelliere: il più giovane leader politico in Europa.
Appartenente al partito dell'Österreichische Volkspartei - Partito Popolare Austriaco, di ispirazione cattolica e di tendenza conservatrice (fondato nel 1945 da L. Figl, J. Raab, K. Gruber, L. Weinberger) -, il giovane viennese eredita una realtà politica in decadenza: dal 1990 l’Övp subisce un calo di consensi e quando Kurz a sedici anni - dopo la maturità – viene eletto presidente della sezione giovanile del partito, si trova in un immobilismo dall’amaro sapore giallo-nero.
Nella sua rapida carriera, nel 2013, brucia un’altra importante tappa: è il ministro degli esteri più giovane d’Europa e ricopre tale ruolo con l’attuale governo uscente a guida socialdemocratica.
Abile politico e bravissimo comunicatore – anche a livello di marketing-grafico - Sebastian Kurz si è imposto sul partito di destra dello FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs – Partito della Libertà austriaca), adattando alcuni punti a misura del suo programma e chiudendo la porta allo SPÖ (Sozialdemokratische Partei Österreichs – Partito socialdemocratico d’Austria). Lo stesso colore sociale partitico è mutato: dal nero-giallo - dall'elegia austro-ungarica - si è passati al turchese, pantone degli Asburgo di fine ottocento.
[caption id="attachment_9546" align="aligncenter" width="1000"] Il Wunderwuzzi , il «bambino prodigio», è nato il 27 agosto 1986. Suo padre era ingegnere, la madre insegnante. Ha studiato Legge, ma ha abbandonato l’università attratto dalla politica.[/caption]
Nella Repubblica d’Austria per anni si era formata una grande coalizione che comprendeva Övp e lo SPÖ, ma il giovane Cancelliere pare escludere un nuovo rimpasto governativo, preferendo l’alleanza della destra austriaca. Ciò comporterebbe un’apertura verso l’antico gruppo geopolitico del Visegrád e un raffreddamento verso l’eurocrazia e il tecnicismo di Bruxelles.
Prima dell’entrata in Europa alcuni antichi paesi mitteleuropei, dell’Europa centro-danubiana – avevano plasmato nel 1991 - il gruppo del “Visegrád”, costituito dagli Stati della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Polonia e dalla Repubblica Slovacca. Si ambiva ad un rafforzamento cooperativo per la promozione e l'integrazione unitaria verso l'Unione europea. Questo tipo di approccio fallì e si passò presto a rapporti diretti tra Bruxelles e i singoli Stati candidati. Tutti i membri del Gruppo di Visegrád sono entrati nell'Unione europea il 1º maggio 2004. La cooperazione e l'alleanza fra i quattro diversi stati proseguì comunque nei diversi campi della cultura, dell'educazione, della scienza, nonché in quello dell'economia. Nel 1999 è stato istituito il Fondo d'Investimento Internazionale di Visegrád, con sede a Bratislava, che, in accordo con la decisione dei capi di governo dei paesi membri, dal 2005 il fondo ha un budget annuale di 3 milioni di euro. Il gruppo di Visegrád riunisce quattro degli stati post-comunisti più prosperi che presentano un'economia di mercato relativamente affermata e un tasso di crescita piuttosto alto rispetto alla media europea.
Sebastian Kurz è sicuramente un politico europeo: il suo intento è modificare l’attuale assetto economico e politico di un Europa che certamente non funziona. L’ambito federalismo europeo potrebbe non essere più una lontana chimera.
Difatti il giovane Cancelliere è lontano dalle politiche di Angela Dorothea Merkel, Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron e Paolo Gentiloni Silveri, improntate su un centralismo economico e politico.
Non è un caso che tra i primi a congratularsi con Kurz sia stato il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijarto, il quale durante il Consiglio europeo ha affermato: "Sono certo che vedremo più forme di cooperazione 'V4 plus Austria’ nel futuro (…). Nel gruppo Visegrad abbiamo l’accordo di restare in quattro, ma d'altra parte abbiamo questo formato ‘V4plus', nel quale cooperiamo molto da vicino e strettamente con l'Austria e sicuramente lo faremo anche nel futuro”.
[caption id="attachment_9541" align="aligncenter" width="1000"] Péter Szijjártó è un politico ungherese, ministro degli Affari Esteri e del Commercio dal 23 settembre 2014, appartenente al governo di Viktor Orban. Precedentemente è stato Vice Ministro degli Affari Esteri e del Commercio.[/caption]
Il leader dell’Övp ha presentato il suo programma in tre porzioni. La “Lista Sebastian Kurz – La nuova Övp” , come lui stesso ha voluto ribattezzare il partito, ha inserito forte rilevanza al fisco e al lavoro. “La nuova via. Per l’Austria”, titolo forte del programma, si presta allo sviluppo economico e alle tasse, con una riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro e una riduzione delle aliquote per le fasce meno abbienti: dal 25% si passerebbe al 20%, dal 35 al 30 e dal 43 al 4%. Propone anche l’eliminazione della progressione automatica e una riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro. Lo sgravio fiscale ammonterebbe a 11,7 miliardi di euro e verrebbe in primo luogo finanziato dall’aumento dell’occupazione e dalla crescita economica. A ciò si aggiungerebbe il contenimento della spesa pubblica: oltre al taglio dei contributi, l’Övp propone per il futuro buste paga trasparenti, con il lavoratore che può controllare quanto il datore di lavoro è tenuto a pagare al fisco.
Tema scottante è stato quello dell’immigrazione: la spesa pubblica corrente, per Kurz, non dovrà superare l’1,8% del Prodotto interno Lordo. Ciò garantirebbe un risparmio tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Tra i punti relativi al risparmio ci sono ovviamente anche quelli che riguardano direttamente gli stranieri. Va inoltre bloccata quella determinata immigrazione, che punta esclusivamente ad usufruire dei servizi sociali austriaci. Il riferimento in questo caso non è solo ai migranti extracomunitari, ma anche a quelli di area Schengen, come i rumeni e i bulgari. Kurz si dichiara contrario alla politica dei tassi 0 attuata dalla Banca Centrale Europea e per motivi di privacy è anche contrario all’abolizione del contante.
Sulla sicurezza lo slogan dell’Övp è “aiutiamoli a casa propria”. Il programma dei popolari prevede anche quante persone possono entrare e con quale tipo di qualifica professionale. I migranti salvati in mare, verranno portati in centri di salvataggio fuori dall’Ue. Stessa metodologia è riservata per coloro che sono entrati in modo illegale nel paese.
Kurz insiste anche su una legge riguardo al diritto d’asilo europeo e un controllo più efficacie delle frontiere esterne. Nessuna concessione – dopo i gravi attentati che hanno colpito tutta Europa - è previsto per l’islam politico.
L’Övp vuole impedire che organismi religiosi e politici stranieri, possano esercitare attraverso organizzazioni o associazioni la loro influenza in Austria. A tal proposito si pensa a un inasprimento della normativa che regola le attività di queste associazioni. Per ogni figlio al di sotto dei 18 anni, il cancelliere viennese vuole far pagare 1500 euro in meno all’anno di tasse sui redditi, con la prima casa di proprietà non gravata da imposte aggiuntive. La quota di indebitamento pubblico dovrà passare dall’attuale 85% al 60%, con un meccanismo di controllo. Un taglio netto verrà dato ai funzionari pubblici. Infine, per chi deciderà di lavorare più a lungo dei 63 anni attualmente previsti, otterrà per ogni anno lavorativo aggiuntivo un aumento economico del 5,5%.
L’assegno di sussistenza per nucleo familiare non potrà superare i 1500 euro con un inasprimento sui controlli, per assicurarsi che il fruitore dell’assegno sociale segua veramente corsi di aggiornamento professionali. Se così non fosse verrà revocato l’assegno. Infine Kurz vorrebbe un sistema di aiuti di sussistenza light per gli aventi diritto d’asilo o di protezione sussidiaria: l’assegno non dovrà superare i 560 euro a testa. Del sistema sociale austriaco lo straniero potrà invece beneficiare solo dopo aver vissuto per cinque anni nel paese.
[caption id="attachment_9543" align="aligncenter" width="1000"] Kurz in compagnia con l'anziano esperto di geopolitica Henry Kissinger, nato Heinz Alfred Kissinger, politico statunitense di origine ebraico-tedesca e membro del partito Repubblicano. Di lui, da Ministro degli Esteri, ha affermato: "È un grande onore di incontrarmi nuovamente con l'ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, per poter scambiare con lui le idee sulle sfide globali che ci attendono".[/caption]
Forte importanza ha dato alla questione della “flessibilità”: si punta su orari più flessibili e su una sorta di “monte ore” da “spendere” in modo flessibile. Kurz ha promesso un’equiparazione dei contratti nazionali per lavoratori e impiegati, con incentivi e programmi ad hoc per incrementare la formazione professionale. Ci saranno, così come scritto nel programma, semplificazioni e agevolazioni per chi vuole mettersi in proprio e aprire un’impresa.
Sull’istruzione la scelta è decisa a scolarizzare unicamente quei bambini che padroneggiano sufficientemente la lingua tedesca: corsi di recupero obbligatori sono invece previsti per i ragazzi appena arrivati e a tal fine verrà ampliato il corpo docenti. Successivamente l’obbligo di scolarizzazione non verrà più misurato in base agli anni frequentati, ma anche in base al livello di apprendimento conseguito.
Dunque ai primi urli di austro-fascismo e nazismo, bisognerebbe non solo far lavorare il giovane Cancelliere, ma soprattutto oggi l’Europa ha bisogno di risposte certe e chiare sul tema dell’Immigrazione e su quello dell’economia. Elementi che l’attuale autocrazia centralinista non è mai riuscita a dare. Il popolo austriaco ha certamente sorriso verso la spregiudicatezza di Kurz, ma parallelamente premiante è stata la chiarezza del programma, senza grandi giri di parole.
 
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08 Giugno 2017 – Libreria Rinascita – Piazza Roma n°7, 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Dott..Manuel Scortichini
Interviene: Arch.Luca Galofaro
Interviene: Arch.Gabriele Mastrigli
 

Gli architetti Luca Galofaro e Gabriele Mastrigli hanno dialogato sulla "Forma della città", suddivisa attraverso le tematiche: "L'immagine di città" e "Utopia della città generica, per una genealogia del presente". L'incontro è stato presentato e moderato dal dott.Manuel Scortechini, il quale ha dissertato sullo sceneggiato Rai di Pier Paolo Pasolini sulla "Forma della città". I due professori, di seguito, hanno dialogato sull'Immagine della città contemporanea e sulla forma della "città utopica". La città contemporanea è generica proprio perché nasce sempre da una tabula rasa. Se all'apparenza può sembrare che la città generica sia la quintessenza dell'urbanità come dispositivo inclusivo, in realtà essa concettualmente si cancella e si ricostruisce ogni volta. E non può fare altrimenti giacché, ricorda Koolhaas, in caso contrario essa avrebbe un "carattere storico". Tuttavia è proprio questo il suo aspetto più interessante e decisivo: in quanto processo di sistematica distruzione e ricostruzione la città contemporanea è un dispositivo di produzione e consumo in sé. Non si produce nella città o per la città. Si produce (e si consuma) la città, poiché tutti gli aspetti della produzione hanno un carattere intrinsecamente urbano. I luoghi di produzione specifici, che peraltro hanno costituito storicamente l'avvio dei processi di urbanizzazione nella modernità (prima le fabbriche, poi gli uffici, quindi le tipologie ibride) ora coincidono con la città stessa in tutte le sue possibili articolazioni, tanto come spazi quanto, soprattutto, come eventi. Come già prefigurato alla fine degli anni '60 e oggi pienamente realizzato, nell'economia neocapitalistica la città è essa stessa il "piano del capitale" e ne sussume tutti gli aspetti, a partire dall'istanza di continuo sviluppo e quindi di trasformazione e riciclo. In altre parole la città è oggi, nel bene e nel male, la vera "utopia realizzata" della modernità. Interessantissimo il dibattito con il pubblico, che ha visto opinioni divergenti che hanno reso frizzante lo scambio di idee, tra professionisti e giovani architetti. L'associazione ringrazia tutti i partner istituzionali che hanno appoggiato l'iniziativa: Fondazione Carisap, Regione Marche, Ordine degli Architetti di Ascoli, Università di Camerino (UNICAM), Comune di Ascoli Piceno.

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di Giuseppe Baiocchi 22/09/2017

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Chi vuole un Regno di Spagna unito all'insegna  della tradizione e dell'identità, nel rispetto di patrie e nazioni, non può che parteggiare per una paese unito. I Catalani hanno mantenuto nel corso dei secoli una volontà costante all’autogoverno, personificato in istituzioni quali la Generalitat – creata nel 1359 dalle Cervera Corts.
Il 18 Giugno del 2006 i catalani approvarono il nuovo statuto di autonomia della Catalogna con il 73,9% dei voti su una partecipazione al voto del 49,4%: in pratica due catalani su tre non votarono il progetto di Zapatero la "Spagna plurale”. Già all’epoca fu da più parti sottolineata la bassissima partecipazione invitando tutti alla riflessione. Mentre nel referendum di ratifica dello statuto del 1979 la partecipazione era stata del 59,7%, con i voti favorevoli pari all'88,1%. Sostanzialmente siamo di fronte ad una minoranza chiassosa che vuole prevaricare una maggioranza silenziosa.
[caption id="attachment_9445" align="aligncenter" width="1000"] Il 2 giugno 2014, a seguito di un colloquio privato con il sovrano, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato l'intenzione del re di abdicare in favore del figlio. Juan Carlos ha confermato la decisione, firmando l'abdicazione il 18 giugno. Il 19 giugno il padre gli ha imposto la fascia di Comandante dell'esercito di Terra, Aria e Mare. In seguito, ha giurato davanti alle Corti Generali dicendo: "Giuro di adempiere fedelmente ai miei doveri, osservare e far osservare la Costituzione e le leggi e rispettare i diritti dei cittadini e delle comunità autonome"; Felipe è stato così proclamato re di Spagna con il nome di Felipe VI e ha tenuto il suo primo discorso al Parlamento. Tornato al Palazzo reale di Madrid si è affacciato dal balcone per salutare la folla e ha assistito a una parata militare in suo onore.[/caption]
E’ bene ricordare che la Catalogna ha già una compiuta autonomia, basta leggere il suo Statuto.
• L’autogoverno della Catalunya è fondato sulla Costituzione, così come sui diritti storici del popolo catalano che, nel rispetto della Costituzione, danno origine in questo Statuto al riconoscimento della posizione unica della Generalitat. La Catalunya desidera sviluppare la sua personalità politica all’interno della struttura di uno Stato che riconosce e rispetta la diversità di identità dei popoli di Spagna;
• La tradizione civile ed associativa della Catalunya ha sottolineato sempre l'importanza della lingua e della cultura catalane, dei diritti e dei doveri, della conoscenza, della educazione, della coesione sociale, dello sviluppo sostenibile e dell'uguaglianza dei diritti, ed oggi, soprattutto, dell’uguaglianza tra donne e uomini;
• La Catalunya, attraverso lo Stato, partecipa alla costruzione del progetto politico dell'Unione Europea, i cui valori ed obiettivi condivide;
• La Catalunya, con la sua tradizione umanistica, afferma il suo impegno insieme a tutte le persone nel costruire un ordine mondiale pacifico e giusto.
Il Parlamento di Catalunya, riflettendo il sentimento e la volontà dei cittadini - ad ampia maggioranza - ha definito la Catalunya una nazione. La Costituzione spagnola, nel suo secondo articolo, riconosce la realtà nazionale di Catalunya come nazione. I poteri della Generalitat sono emanati dal popolo di Catalunya e sono esercitati in accordo con quanto stabilito dal presente Statuto e dalla Costituzione.
Il rapporto della Generalitat con lo Stato è basato sul principio di reciproca lealtà istituzionale, e regolato dal principio generale secondo cui la Generalitat è Stato, per i principi di autonomia, bilateralismo ed anche di multilateralismo.
Siamo di fronte ad una strumentalizzazione di forze nichiliste e estremiste, che sulla carta fondamentale parlano di inclusione, ma che nei fatti propugnano un nazionalismo esclusivo.
Il tentativo ben evidente di puntare a distruggere un'istituzione monarchica costituzionale, quella dei Borbone, per instaurare una repubblica in Catalogna - in una regione che non ha nulla da rivendicare -, è quantomeno evidente, basta leggere il suo statuto o carta fondamentale.
In quest'ultima si può analizzare la piena attuazione di un'autonomia a tutto campo, nel solco della fedeltà e lealtà alla Costituzione della Spagna e all’interno dello Stato, mentre una minoranza espressione di una minoranza, si sforza unicamente nella direzione di non comprendere le differenze di una vera società inclusiva, in cui conti l'amore per la Catalogna, ma anche per la Spagna e per l'Europa.
[caption id="attachment_9440" align="aligncenter" width="1000"] L'attuale costituzione spagnola si riferisce alla monarchia come "la corona di Spagna" e il titolo costituzionale del sovrano è semplicemente rey/reina de España. La legge costituzionale, però, accenna anche alla possibilità dell'uso degli altri titoli storici della monarchia iberica, senza tuttavia specificarli. Un decreto promulgato il 6 novembre 1987 dal consiglio dei ministri regola i titoli e il trattamento spettante ai membri della casa reale, e, su queste basi, il sovrano ha il diritto di usare gli altri titoli appartenenti alla corona (El titular de la corona se denominará Rey o Reina de España y podrá utilizar los demás títulos que correspondan a la Corona, así como las otras dignidades nobiliarias que pertenezcan a la Casa Real). Contrariamente a quanto si crede, la serie completa dei titoli storici, che comprende oltre venti regni, non è attualmente in uso. L'insieme dei titoli feudali venne impiegato l'ultima volta nel 1836 con Isabella II di Spagna. Inoltre è Gran maestro del Real Consiglio degli Ordini Militari.[/caption]
La Catalogna insieme al resto della Spagna costituisce una realtà sociale e storica: il catalano, con la sua lingua, è un linguaggio e fa parte della cultura iberica. Tale linguaggio dovrebbe essere usato come mezzo di comunicazione tra gli individui, non come strumento di divisione.
Esistono sempre dei distinguo, che sono l’anima della vecchia Europa, in cui hanno convissuto varie anime, perché tante patrie, ognuna con le sue peculiarità, ma all’interno di nazioni e queste a loro volta di Stati.
Occorre a questo punto fare una precisazione su cosa sia una patria o piuttosto una nazione:
_per patria si intende il complesso degli uomini che abitano il territorio nel quale ciascuno dei suoi componenti appartiene per nascita, la terra dei propri padri, lingua, cultura, storia e tradizioni accomunati da tutto un insieme di istituzioni, tradizioni, sentimenti, ideali;
_per nazione si intende un complesso di individui che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica. Solitamente una comunanza basata su consanguineità, comune discendenza, sede comune, lingua, religione, costumi. La nazione si fonda su vincoli non giuridici, piuttosto naturali, morali;
_per Stato si intende il vincolo giuridico, l’elemento formale di cui patria/e e nazione/i ne sono i componenti. Esso è l'entità giuridica che possiede le strutture amministrative e politiche, che detiene potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti che vi appartengono.
La Catalogna ha una autonomia di fatto compiuta. Le millanterie nazionalistiche sulle affermazioni che la Spagna sottragga risorse alla Catalogna stessa o il presunto disprezzo nei confronti dei Catalani, non hanno riscontrato nessun veridicità internazionale, soprattutto dopo i tragici eventi di Barcellona. Sono gli stessi Catalani unionisti, la maggioranza a testimoniarlo. Piuttosto si può certamente biasimare la mancanza di libertà subita in Catalogna dagli unionisti, dove il discorso del nazionalismo sembra essere l'unica forma corretta per rappresentare i Catalani. L'invasione di questa politica di pensiero unico nei media ufficiali e nelle amministrazioni pubbliche locali e regionali è contraria al dovere fondamentale della neutralità e della pluralità democratica.
E’ piuttosto necessario mettere in guardia sul rischio che riguarda i rigurgiti dei sentimenti di guerra civile, della propaganda dell'argomento del nazionalismo vittimistico, che ha portato così tanta sofferenza ai suoi popoli durante il passato recente. La Carta Fondamentale di un popolo o Costituzione è lì a garantire proprio i cittadini, che ad essa si affidano per regolare i loro rapporti e ad essa fa continuo riferimento anche lo Statuto della Catalogna, anche se oggi sembra non voler rispettare il patto con essa. La certezza del diritto deve restare un valore fondante di uno Stato. Per questo in Catalogna bisognerebbe coraggiosamente difendere ciò che unisce e rigettare ciò che separa, invitando tutti gli spagnoli, catalani o meno, a mobilitarsi in difesa della coesistenza nella diversità, in una Spagna di tutti. La Catalogna è parte dell'essenza della Spagna, pertanto ricordiamo a tutti gli spagnoli che la separazione è un problema di tutti: il paese iberico senza la Catalogna non sarebbe più la Spagna.
[caption id="attachment_9441" align="aligncenter" width="1000"] Non è bastato neanche il saluto commosso del sovrano spagnolo, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia (Felipe VI), verso le vittime del brutale attentato terroristico dell'agosto 2017, per spegnere le polemiche indipendentiste catalane.[/caption]
Alla Catalogna non manca il riconoscimento della sua patria, della sua nazione. A ben vedere i nazionalisti millantano che il popolo Catalano reclama la libertà, ma la possiede già, tutelata dalla sua carta fondamentale, messa nero su bianco.
La Spagna riconosce alla Catalogna la Generalitat, un parlamento che legifera autonomamente, ha una sua polizia, la sua bandiera, il suo inno, i suoi diritti. Si può forse dire che la Catalogna non sia libera?
Invito alla lettura dello Statuto catalano. La realtà è un’altra: una classe politica anti tradizionale, anacronisticamente marxista - probabilmente sostenuta da forze di un disegno più grande che vuole colpire l’istituto monarchico e le tradizioni, di cui il popolo spagnolo è fiero custode -, vuole infliggere un colpo mortale ad un sistema che è l’ultimo baluardo contro il dilagare del relativismo più sfrenato, della società liquida e liquefatta, senza più riferimenti.
Un modello che costruirà una nuova etnia di sudditi operai, capaci solo di obbedire, perché privati anche dell’anima, della morale, delle radici cristiane, della identità e di molto altro ancora. L’autonomia è diventato solo il puntello per far breccia nelle spesse mura costruite da secoli di storia: nulla di tutto ciò è vicino alla pace e alla prosperità dei Catalani, quindi degli Spagnoli e di tutti quelli che hanno a cuore questi valori. Sì all'Autonomia no alla Secessione.
 
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di Giuseppe Baiocchi 13/09/ 2017

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L'architetto boemo, trapiantato nella Vienna Austro-Ungarica, Adolf Loos nel 1908 scrive per "Das Andere" - il giornale culturale, dal quale questa associazione prende il nome - "Ornamento e Delitto".
L’atmosfera viennese - agli inizi del secolo - si presentava alquanto tradizionalista, con la monarchia imperial-regia paralizzata  nell’immobilismo delle sue strutture istituzionali, ma parallelamente in possesso di grandi capacità innovative, le quali confluivano dall'immenso bacino di risorse intellettuali provenienti dal vasto territorio della monarchia duale. 
La capitale dell’Impero, inglobando le cittadine periferiche – causa dell'immigrazione di migliaia di individui provenienti dalla Boemia e dalla Moravia -, sostituì le antiche mura della città storica (1857), con l’edificazione della Ringstraße (1858): una via a forma di anello che circonda il centro, che sarà elemento fondamentale per la perdita del “limes” cittadino, che suddivide la città storica, dalla periferie o dalla campagna. Oggi le città europee hanno perso proprio il loro “margine”, un loro limite, trasformandosi spesso in orribili città senza più un'identità.
Planimetria urbanistica di Vienna prima del 1857. Si possono notare le antiche mura che difesero la capitale mitteleuropea dall'assedio ottomano del 1683.
Lo Jugendstil, sarà solo l’ultima innovazione di Vienna a livello architettonico: una mutazione urbanistica era già in atto una ventina di anni prima, con l’Imperatore Franz Joseph, il quale si sforzava di seguire le orme dell’eclettismo plasmate dal “secondo Impero francese” di Napoleone III, in chiave monumentale con le innovative ideologie urbanistiche. L’Imperatore nel 1870, commissionò a Gottfried Semper e Karl von Hasenauer il Kunsthistorisches Museum (museo storia dell’arte) e il Naturhistorisches Museum (museo di storia naturale) e i due imponenti progetti saranno completati solo nel 1891. Parallelamente i due architetti, storicistici, completarono la Neau Burg al complesso dell’Hofburg tra il 1881 e il 1894 (sarà completato – dopo la morte di entrambi – definitivamente nel 1913) che andava a completare l’ambizioso disegno dell’Imperatore per un moderno Kaiserforum. I due architetti tedeschi, naturalizzati viennesi, edificarono altre due grandi opere pubbliche: dal 1874 al 1888 il K.K. Hofburgtheater (oggi il Burgtheater - teatro di corte) e  la Hermesvilla una residenza di corte, con casino di caccia.
Rilevanti sono certamente le teorie di Semper che caratterizzano propriamente l’ornamento – più tardi fortemente criticato da Loos durante la Finis Austriae -, visto come simbolo di grandi ideali. L’ornamento si pone come un primitivo ideale di costruzione dell’uomo. Gottfried Semper disapprovando il gotico e il Barocco, eseguì progetti in entrambi gli stili, poiché il Barocco era stato designato – sotto consultazione imperiale – come stile appropriato per le opere pubbliche. Come ci testimoniano anche le opere neoclassiche dell’architetto danese Theophil Edvard von Hansen e  lo stile Gründerzeit - comprendente il neogotico, il neorinascimentale e il neobarocco - per i molteplici palazzi che suddividevano la lottizzazione cittadina, l’introduzione dello Jugendstil Viennese fu un’autentica “rivoluzione” per quanto riguarda l’approccio stilistico, evolutosi definitivamente con il razionalismo di Adolf Loos.
1876, vista dalla Schwarzenbergplatz al Karntnerring.
Proprio quest'ultimo, nella crisi politica che condusse l'Impero alla dissoluzione, cercò di "salvare" la sua "amata e odiata" Austria, attraverso la creazione del primo razionalismo europeo, riprendente - attraverso vari stadi progettuali - la forma pura geometrica: difatti se l'ornamento - simbolo di ideale - aveva portato alla comatosa situazione politica, Loos si pose eroicamente come l'architetto che cercò di "ripulire" la città da ogni forma di ornamento, proprio per salvare Vienna e l'Impero. Dunque per l'architetto, l'Ornamento fu visto come "il tumore" che a livello architettonico rispecchiava la situazione economico-politica. Questo scritto non fu che una piccolissima parte del processo intrapreso da uno dei protagonisti della Finis Austriae, ovvero quel periodo storico che va dal 1898 al 1918, anno della fine di un Impero sovranazionale e multietnico.
 
"L'embrione umano attraversa nel corpo materno tutte le fasi di sviluppo del regno animale. Quando l'uomo nasce, le sue impressioni sensoriali sono uguali a quelle di un cucciolo. La sua infanzia passa attraverso tutte le trasformazioni che seguono la storia dell'umanità. A due anni egli vede le cose come un Papua, a quattro come un antico Germano, a sei come Socrate, a otto come Voltaire. Quando ha otto anni, acquista coscienza del colore violetto, il colore che fu scoperto nel secolo diciottesimo, poiché prima la viola era azzurra e la murice era rossa. Il fisico ci indica oggi certi colori dello spettro che già possiedono un nome, ma la cui conoscenza e riservata alle generazioni future. Il bambino è amorale. Anche il Papua lo è, per noi. Il Papua uccide i suoi nemici e se li mangia. Non è un delinquente. Se però l'uomo moderno uccide e divora qualcuno, è un delinquente o un degenerato. Il Papua copre di tatuaggi la propria pelle, la sua barca, il suo remo, in breve ogni cosa che trovi a portata di mano. Non e un delinquente. Ma l'uomo moderno che si tatua è un delinquente o un degenerato. Vi sono prigioni dove l'ottanta per cento dei detenuti è tatuato. Gli individui tatuati che non sono in prigione sono delinquenti latenti o aristocratici degenerati. Se avviene che un uomo tatuato muoia in libertà, significa semplicemente che è morto qualche anno prima di aver potuto compiere il proprio delitto.
L'impulso a decorare il proprio volto e tutto quanto sia a portata di mano è la prima origine dell'arte figurativa. E’ il balbettio della pittura. Ogni arte è erotica. Il primo ornamento che sia stato ideato, la croce, era di origine erotica. Esso fu la prima opera d'arte, la prima manifestazione d'arte che il primo artista scarabocchia su una parete, per liberarsi di una sua esuberanza. Un tratto orizzontale: la donna che giace. Un tratto verticale: il maschio che la penetra. L'uomo che creò questo segno provava lo stesso impulso di Beethoven, era nello stesso cielo nel quale Beethoven creò la Nona. Ma l'uomo del nostro tempo, che per un suo intimo impulso imbratta i muri con simboli erotici, è un delinquente o un degenerato. E’ naturale che questo impulso assalga con maggior violenza l'uomo che presenta tali manifestazioni degenerate quand'egli si trova al gabinetto. Si può misurare la civiltà di un popolo dal grado in cui sono sconciate le pareti delle latrine. Nel bambino è una manifestazione naturale: scarabocchiare le pareti con simboli erotici è la sua prima espressione artistica. Ma ciò che è naturale nel Papua e nel bambino è una manifestazione degenerata nell'uomo moderno. Io ho scoperto e donato al mondo la seguente nozione: l'evoluzione della civiltà e sinonimo dell'eliminazione dell'ornamento dall'oggetto d'uso. Credevo di portare con questo nuova gioia nel mondo, ma esso non me ne è stato grato. Tutti ne sono stati tristi e hanno chinato il capo. Provavano un senso di oppressione di fonte all'idea che non si possa più produrre un ornamento nuovo. Ma come, ciò che può fare ogni negro, che hanno potuto fare tutti i popoli e tutti i tempi prima di noi, e precluso soltanto a noi, uomini del secolo diciannovesimo? Tutto ciò che l'umanità ha creato senza ornamenti nei millenni passati e stato gettato via senza riguardo e votato a distruzione. Noi non possediamo più nessun banco da falegname dell'età carolingia, ma qualsiasi cianfrusaglia che recasse anche il minimo ornamento e stata raccolta, ripulita e palazzi sontuosi sono stati costruiti per ospitarla. E allora gli uomini si aggiravano tristi tra le vetrine e si vergognavano della loro impotenza. Ogni età ha avuto il suo stile e solo alla nostra dovrà essere negato uno stile? Per stile s'intendeva l'ornamento. Dissi allora: non piangete! Guardate, questo appunto costituisce la grandezza del nostro tempo, il fatto cioé che esso non sia in grado di produrre un ornamento nuovo. Noi abbiamo superato l'ornamento, con fatica ci siamo liberati dall'ornamento. Guardate, il momento si approssima, il compimento ci attende. Presto le vie delle città risplenderanno come bianche muraglie! Come Sion, la città santa, la capitale del cielo. Allora sarà il compimento. Ma taluni uccelli del malaugurio non hanno potuto sopportare tutto questo. L'umanità doveva continuare ancora per lungo tempo ad ansimare nella schiavitù dell'ornamento. Gli uomini si erano già spinti cosi avanti da non sentire più nessuna eccitazione dei sensi venire dall'ornamento, cosi avanti che l'impressione estetica di un volto tatuato non esaltava il piacere estetico, come nel Papua, ma lo sminuiva. Cosi avanti da compiacersi di un portasigarette tutto liscio e da non volerne più comperare, neppure allo stesso prezzo, uno decorato. Essi erano felici degli abiti che portavano e si rallegravano di non dover andare in giro in pantaloni di velluto rosso filettati d'oro, come le scimmie alle fiere.
“Non ci si lasci spaventare dalle maiuscole gotiche delle intestazioni. «Das Andere» è certamente difficile da leggere, ma un manifesto deve essere letto soltanto da chi è interessato poiché altrimenti è inefficace”. Das Andere (L’altro) è la rivista che Adolf Loos pubblica nel 1903 a Vienna come supplemento alla rivista “Kunst” redatta da Peter Altenberg. Il sottotitolo sembra molto provocatorio: “per l’introduzione della cultura occidentale in Austria". Ma per “cultura occidentale” Loos intende solamente un “nuovo modo di vedere”. Il ritmo di “Das Andere” non è quello della critica incalzante; Loos parla dell’effimero, di ciò che vede passeggiando per la sua amata/odiata Vienna, descrive l’atmosfera della “finis Austriae“, l’inarrestabile declino cui s’avvia la civiltà asburgica. L’Italia nei primi anni del nuovo millennio si trova in un periodo altrettanto critico e quasi un secolo dopo Das Andere lo spettro della “finis Italiae” sembra materializzarsi all’interno di una più ampia crisi istituzionale dell’Unione Europea. L’ingovernabilità del multietnico Impero austro-ungarico non sembra poi così distante: i giudizi e le critiche nei confronti della contemporaneità sembrano diffondersi e radicalizzarsi. Ma aggiungere a queste grida confuse un altro lamento non servirebbe a niente: ascoltare invece di giudicare, commentare invece di criticare; il commento dell’effimero è l’unico sguardo che può aprirsi all’attimo imprevedibile, che spezza la catena degli eventi.
E io dicevo: guardate, la camera dove mori Goethe è ben più signorile di tutto lo sfarzo del Rinascimento e un mobile liscio e più bello di qualsiasi pezzo da museo intarsiato e scolpito. La lingua di Goethe è più bella di tutti i vezzi di pastorelli arcadici. Ma gli uccelli del malaugurio ascoltavano queste cose con dispetto e lo Stato, che ha il compito di frenare i popoli nel loro progresso culturale, fece suo il problema della ripresa e dello sviluppo dell'ornamento. Guai a quel paese dove sono i consiglieri aulici a sovrintendere alle rivoluzioni! Presto fu dato vedere, nel museo viennese di arte applicata, un buffet che si chiamava ‘la ricca pesca’, presto comparvero degli armadi che portavano il nome di ‘principessa incantata’, o uno simile, riferito sempre all'ornamentazione che ricopriva quei mobili sventurati. Lo Stato austriaco assolve il suo compito con tale precisione che provvede a non lasciar scomparire dai confini della monarchia austro-ungarica le pezze da piedi. Esso costringe ogni uomo civile sui vent'anni a portare per tre anni di fila pezze da piedi in luogo di calze. Perché in fondo e pur vero che ogni Stato parte dal presupposto che un popolo dal basso livello civile è tanto più facile da governare. Ebbene, l'epidemia decorativa e ammessa dallo Stato e viene anzi sovvenzionata con denaro statale. Ma per conto mio io vedo in ciò un regresso. Per me non ha valore l’obiezione secondo cui l’ornamento può aumentare la gioia di vivere in un uomo colto, per me non ha valore l'obiezione che si ammanta nella frase: "Però, se l'ornamento è bello ...!". In me e in tutti gli uomini civili l'ornamento non suscita affatto una più grande gioia di vivere. Se io voglio mangiarmi un pezzo di pan pepato me ne sceglierò uno che sia tutto liscio e non uno di quelli in forma di cuore o di bambino in fasce o di cavaliere, completamente ricoperti di ornamenti. L'uomo del quindicesimo secolo non mi comprenderà. Ma tutti gli uomini moderni mi comprenderanno benissimo. Il difensore dell'ornamento crede che il mio slancio verso la semplicità equivalga ad una mortificazione. No, illustrissimo professore della Scuola di Arti Applicate, io non mi mortifico affatto! E’ che a me piace di più cosi. Le composizioni culinarie dei secoli passati, che esibivano tutti gli ornamenti possibili per far apparire più appetitosi i pavoni, i fagiani e le aragoste, provocano in me l'effetto opposto. E’ con orrore che io mi aggiro in una mostra gastronomica, se mi passa per la mente l'idea di dover mangiare quelle carogne imbalsamate. Io mangio il roast-beef.
I danni immensi e la desolazione che il risveglio dell'ornamento produce nello sviluppo estetico potrebbero anche venir sopportati, dato che nessuno, neppure l'autorità statale, può arrestare l'evoluzione dell'umanità. Si può solo ritardarla. E noi possiamo attendere. Ma è un delitto contro l'economia del paese, perché con ciò si distruggono lavoro umano, denaro e materiali. E a questi danni il tempo non potrà portare rimedio. Il ritmo dello sviluppo culturale è disturbato dai ritardatari. Io forse vivo nel l908, ma il mio vicino nel l900 e quell'altro nel l880. Ed è una sventura per un paese quando la cultura dei suoi abitanti si distribuisce su un così lungo lasso di tempo. Il contadino di Kals vive nel secolo dodicesimo. E al seguito del corteo per il Giubileo si videro popolazioni che sarebbero apparse incivili anche al tempo delle migrazioni barbariche. Beato il paese che non ha di questi ritardatari, di questi predoni. Beata l'America! Persino nelle città vi sono tra noi degli uomini non moderni, dei ritardatari del diciottesimo secolo, che inorridiscono davanti a un quadro dalle ombre violacee solo perché loro il color viola non lo vedono ancora. A loro piace di più il fagiano su cui un cuoco abbia lavorato per giorni interi, a loro piace di più il porta-sigarette con ornamenti Rinascimento che non quello liscio. E come stanno le cose in campagna? Abiti e suppellettili appartengono completamente al secolo scorso. Il contadino non e un cristiano, è ancora un pagano. Questi ritardatari rallentano il progresso culturale dei popoli e dell'umanità, poiché l'ornamento non soltanto è opera di delinquenti, ma è esso stesso un delitto, in quanto reca un grave danno al benessere dell'uomo, al patrimonio nazionale e quindi al suo sviluppo culturale. Quando abitano l'una accanto all'altra, due persone che hanno gli stessi bisogni, le stesse esigenze nei confronti della vita, lo stesso reddito, ma appartengono a culture diverse, possiamo osservare il processo seguente: l'uomo del secolo ventesimo si arricchisce sempre di più, mentre l'uomo del diciottesimo secolo diventa sempre più povero. Io faccio l'ipotesi che ambedue seguano le loro inclinazioni. L'uomo del ventesimo secolo può soddisfare i propri bisogni impiegando un capitale di molto inferiore e realizza in tal modo dei risparmi. La verdura secondo il suo gusto va semplicemente cotta nell’acqua e condita con un po di burro L’altro resta veramente soddisfatto soltanto se è stata cotta per ore e ore e ad essa sonostati aggiunti miele e noci. I piatti molto ornati sono anche molto costosi, mentre le stoviglie bianche, che usa l’uomo moderno, sono economiche. L’uno risparmia, l’altro fa debiti. Questo vale per intere nazioni. Guai a quel popolo che resta indietro nello sviluppo culturale! Gli Inglesi diventano sempre più ricchi e noi sempre più poveri...
E ancor più grande è poi il danno che l'ornamento arreca a quelli stessi che lo producono. Siccome l'ornamento non e più una produzione naturale della nostra civiltà, e rappresenta quindi un fenomeno di arretratezza o una manifestazione degenerativa, cosi avviene che il lavoro dell'operaio che lo fa non vien più pagato al suo giusto prezzo. Sono note le condizioni di lavoro degli intagliatori e dei tornitori in legno, le paghe da fame delle ricamatrici e delle merlettaie. Il decoratore deve lavorare venti ore per giungere alla paga di un operaio moderno che ne lavora otto. L'ornamento, di regola, fa aumentare il costo dell'oggetto, tuttavia avviene che un oggetto ornato, realizzato con materiale dello stesso prezzo e che richiede, come si può dimostrare, un tempo di lavoro tre volte superiore, venga offerto a un prezzo che è la metà di quello di un oggetto liscio. L'assenza di ornamento ha come conseguenza un minor tempo di lavoro e un aumento del salario. L'intagliatore cinese lavora sedici ore, l'operaio americano otto. Se io pago per una scatola liscia lo stesso prezzo che pago per una ornata, la differenza si ritrova nel tempo di lavoro occorso all'operaio. E se non vi fossero più ornamenti a questo mondo -fatto che si realizzerà forse tra millenni- l'uomo dovrebbe lavorare quattro ore e non otto, dato che oggi metà del lavoro umano è perso nell'ornamento. L'ornamento è forza di lavoro sprecata e perciò è spreco di salute. E cosi è stato sempre. Ma oggi esso significa anche spreco di materiale, e le due cose insieme significano spreco di capitale. Dato che l'ornamento non ha più alcun rapporto organico con la nostra civiltà, esso non ne è neppur più l'espressione. L'ornamento realizzato oggigiorno non ha nessun rapporto con noi, non ha in genere nessun rapporto con gli uomini, nessun rapporto con l'ordine del mondo. Esso non è suscettibile di sviluppo. Che cosa è successo degli ornamenti di Otto Eckmann, di quelli di Van de Velde? L'artista è sempre stato pieno di forza e di salute alla testa dell'umanità. Ma il decoratore moderno è un ritardatario o un fenomeno patologico. Dopo tre anni egli stesso condanna i suoi prodotti. Per gli uomini colti essi sono insopportabili dal primo giorno, per gli altri lo divengono solo dopo anni. Ma dove sono mai oggi i lavori di Otto Eckmann? Dove saranno tra dieci anni le opere di Olbrich? L'ornamento moderno non ha predecessori né ha discendenza, non ha un passato né avrà un futuro. Uomini incolti, per i quali la grandezza del tempo nostro è un libro chiuso da sette sigilli, lo salutano con gioia al suo apparire, per sconfessarlo poi dopo breve tempo. L'umanità oggi e più sana che mai, pochi sono i suoi malati. Questi pochi però tiranneggiano l'operaio, il quale è cosi sano che non è capace di inventare un solo ornamento. Essi lo costringono ad eseguire nei materiali più diversi gli ornamenti che loro stessi inventano. I cambiamenti nello stile ornamentale hanno per conseguenza una rapida svalutazione del prodotto. Il tempo usato nel lavoro e il materiale impiegato sono capitali che vengono sprecati. Io ho coniato questo concetto: la forma di un oggetto resiste tanto a lungo, vale a dire che viene sopportata tanto a lungo, quanto a lungo dura fisicamente l'oggetto. E cercherò di spiegarmi: un abito muterà più frequentemente di forma che non una preziosa pelliccia. Il vestito da ballo della donna, destinato a vivere solo una notte, muterà più presto di forma che non una scrivania. Ma guai se si dovrà cambiare scrivania altrettanto presto quanto il vestito da ballo, perché la sua forma e diventata insopportabile! In tal caso il denaro speso per quella scrivania sarebbe denaro perduto. I decoratori ben lo sanno e i decoratori austriaci si studiano di prendere questa magagna per il suo lato migliore. Essi dicono: "Un consumatore che possiede un arredamento che già dopo dieci anni gli riesce insopportabile, e che perciò e costretto ogni dieci anni a cambiarlo, ci piace di più che non quell'altro che si compra un oggetto solo quando quello vecchio e usato fino in fondo. E’ l'industria che lo vuole. Sono milioni che entrano in movimento attraverso questi rapidi cambiamenti." Sembra che sia questo il segreto dell'economia nazionale austriaca; e quanto è frequente sentir dire, quando scoppia un incendio: "Dio sia lodato, adesso la gente avrà di nuovo qualcosa da fare". Ma allora io conosco un ottimo rimedio: si dia fuoco ad una città intera, si dia fuoco a tutto l'Impero e tutto e tutti nuoteranno nel denaro e nel benessere. Si facciano dei mobili che dopo tre anni si possono buttare nella stufa, si facciano ferramenta che dopo quattro anni si devono far fondere, perché neppure in un'asta se ne può cavare la decima parte del costo di lavoro e di materiale, ed ecco che diverremo sempre più ricchi. La perdita non colpisce solo il consumatore, colpisce in primo luogo il produttore. Continuare a ornare gli oggetti che grazie al progresso si sono sottratti all'ornamentazione, vuol dire forza di lavoro e materiali sprecati. Se ogni oggetto potesse essere sopportato per tutto il tempo della sua durata fisica, il consumatore potrebbe pagare per esso un prezzo tale da consentire al lavoratore maggior guadagno e minore lavoro. Per un oggetto che sono sicuro di poter utilizzare appieno e consumare fino in fondo, spendo volentieri quattro volte di piu che per un oggetto scadente, sia nella forma che nel materiale impiegato. Di buon grado sborso quaranta corone per i miei stivali, sebbene io li possa avere in un altro negozio per dieci corone soltanto. Ma in quelle industrie che languono sotto la tirannia dei decoratori non costituisce un problema il fatto che alla fine il risultato sia buono oppure scadente.
L'architetto Loos era molto amico dello scrittore e drammaturgo Kraus. Nella foto del 1909 osserviamo Adolf Loos (a sinistra) e Karl Kraus (al centro) e Herwarth WaldenI (a destra).
Quando nessuno intende pagare il lavoro secondo il suo giusto valore, È la sua qualità che ne risente per prima. Ed è bene cosi, perché questi oggetti ornati sono sopportabili solo se eseguiti nel modo più vile. Rimango meno colpito dagli effetti di un incendio, quando vengo a sapere che sono bruciate solo cianfrusaglie senza valore. Mi posso rallegrare della festa degli artisti alla Kiinstlerhaus, perché so che essendo occorsi pochi giorni per metter su le decorazioni, tutto viene demolito in un sol giorno. Ma divertirsi a lanciare pezzi d'oro invece di ciottoli, accendere una sigaretta con una banconota, polverizzare e quindi bersi una perla, questo è antiestetico. Un effetto decisamente antiestetico producono gli oggetti ornati quando sono stati realizzati con i migliori materiali, con la massima cura e hanno richiesto molte ore di lavoro. E’ vero che ho posto come principale esigenza la qualità del lavoro, ma va da sé che non mi riferivo agli oggetti suddetti. L'uomo moderno, che celebra l'ornamento come espressione dell'esuberanza artistica di epoche passate, riconoscerà immediatamente l'aspetto forzato, tortuoso e malato dell'ornamento moderno. Nessun ornamento può più essere inventato oggi da chi vive al nostro livello di civiltà. Altrimenti avviene per quegli uomini e quei popoli che non hanno ancora raggiunto questo livello. Io qui mi rivolgo all'aristocratico, mi riferisco cioè a colui il quale si trova al vertice dell'umanità e che tuttavia dimostra la più profonda comprensione per la spinta esercitata da coloro i quali si trovano in una posizione inferiore e per le loro esigenze. Il Cafro che, seguendo un ritmo particolare, inserisce nel tessuto certi ornamenti che sono riconoscibili soltanto quando il tessuto viene disfatto, il Persiano che annoda il suo tappeto, la contadina slovacca che ricama il suo merletto, la vecchia signora che lavora all'uncinetto cose stupende con perline di vetro e seta, tutti questi hanno la sua totale comprensione. L'aristocratico li approva, egli sa bene che sono ore felici quelle del loro lavoro. Il rivoluzionario andrebbe da loro e direbbe: "Tutto questo non ha senso". Allo stesso modo com'egli trascinerebbe via la vecchina intenta davanti al crocefisso dicendole: "Dio non esiste". Un aristocratico ateo, invece, porterebbe la mano al cappello passando davanti a una chiesa.
Le mie scarpe sono tutte ricoperte di ornamenti, formati da dentelli e forellini, lavoro questo che è stato eseguito dal calzolaio e che non gli è stato pagato. Vado dal calzolaio e gli dico: "Per un paio di scarpe lei chiede trenta corone. Io gliene darò quaranta". In questo modo ho portato quest'uomo al settimo cielo ed egli mi ricambierà con un lavoro e un materiale che, quanto a bontà, non avrà rapporto con il maggior compenso. Egli è felice. E’ raro che la felicità entri nella sua casa. Egli si trova di fronte a un uomo che lo capisce, che apprezza il suo lavoro e non dubita della sua onestà. Con l'immaginazione vede già dinanzi a sé le scarpe finite. Sa dove trovare oggi il cuoio migliore, sa a quale lavorante affidare le scarpe, e le scarpe porteranno esattamente tanti dentelli e tanti punti quanti se ne trovano in una scarpa elegante. A questo punto io aggiungo: "Però pongo una condizione. La scarpa deve essere completamente liscia". Ora, dal settimo cielo l'ho precipitato nel Tartaro. Egli avrà meno lavoro, ma gli ho tolto tutta la gioia che esso gli dava.
Io predico agli aristocratici. Sono disposto a sopportare gli ornamenti persino sul mio corpo, se fanno la gioia dei miei simili. In questo caso essi fanno anche la mia gioia. Sopporto gli ornamenti dei Cafri, dei Persiani, della contadina slovacca, gli ornamenti del mio calzolaio, poiché essi non possiedono alcun altro mezzo per esprimere se stessi nel modo più elevato. Noi possediamo l'arte che ha eliminato l'ornamento. Noi ci trasciniamo nell'affanno quotidiano e ci affrettiamo per andare ad ascoltare Beethoven o ad assistere al Tristano. Cosa questa che il mio calzolaio non può fare. Se pero uno va ad ascoltare la Nona e poi si mette a fare il disegno per una tappezzeria, allora e un truffatore oppure un degenerato. L'assenza di ornamento ha fatto raggiungere alle altre arti altezze impensate. Le sinfonie di Beethoven non avrebbero mai potuto essere composte da un uomo vestito di seta, di velluto, di merletti. Chi oggi indossa una giacca di velluto non è un artista, ma un pagliaccio o un imbianchino. Siamo diventati più fini, più sottili. Gli uomini che vivevano in branco dovevano vestirsi di vari colori per differenziarsi gli uni dagli altri; l'uomo moderno usa il suo vestito come una maschera. La sua individualità ha una forza talmente enorme che essa non può più essere espressa dagli abiti che egli indossa. L'assenza di ornamento è una prova di forza spirituale. L'uomo moderno usa ornamenti di età passate o di popoli stranieri a suo piacimento. Il proprio spirito inventivo egli lo concentra su altre cose".
 
Per approfondimenti:
_Adolf Loos, "Parole nel vuoto" - Edizioni Adelphi
 
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Prototipo dell’Unità d’Italia sotto il punto di vista culturale (non politico), Durante di Alighiero degli Alighieri - chiamato "Dante" - può essere considerato uno dei padri della nostra lingua: l'italiano. E' possibile risalire alla data di nascita del poeta fiorentino, nel periodo compreso tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265. Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 27 marzo 1266, Sabato Santo.
Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell'anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente ghibellino. Giovanni Boccaccio raccontava che la sua nascita fu preannunciata da lusinghieri auspici.
[caption id="attachment_9379" align="aligncenter" width="1000"] Maschera mortuaria di Dante Alighieri. ©Leonardo Giannini[/caption]
Dante nacque nell'importante famiglia fiorentina degli Alighieri, legata alla corrente dei Guelfi, un'alleanza politica coinvolta in una complessa opposizione ai Ghibellini; gli stessi Guelfi si divisero poi in Guelfi Bianchi e in Guelfi Neri.
Il poeta credeva che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani (Inf. XV, 76), ma il parente più lontano che egli nomina è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei (Par. XV, 135), vissuto intorno al 1100. Dal punto di vista giuridico perciò la presunta nobiltà derivatagli da questa ascendenza, già di per sé dubbia, si era comunque estinta da tempo. L’avo paterno, Bellincione, era un popolano, ed un popolano sposò la sorella di Dante.
Suo padre, Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la non gloriosa professione di cambiavalute, con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. Era un guelfo ma senza ambizioni politiche: per questo i Ghibellini, dopo la battaglia di Montaperti (4 settembre 1260) non lo esiliarono come altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso. La madre di Dante era Bella (diminutivo di Gabriella) degli Abati che era un'importante famiglia ghibellina. Di lei si sa poco e Dante non ne parlò o non ne scrisse mai al riguardo.  Dante nel 1277, a dodici anni, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent'anni. Egli politicamente apparteneva alla fazione dei Guelfi Bianchi, che, pur trovandosi nella lotta per le investiture schierati con il Papa, contavano molte famiglie della nobiltà signorile e feudale più antica ed erano contrari ad un eccessivo aumento del potere temporale papale. Con la moglie ebbe tre figli: Jacopo, Pietro ed Antonia.
A Firenze ebbe una carriera politica di discreta importanza. Dopo l'entrata in vigore dei regolamenti (1293) di Giano della Bella (seconda metà del Sec. XIII-1311-14 ca.), che escludevano l'antica nobiltà dalla politica, permettendo ai ceti intermedi di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un'Arte, Dante si iscrisse a quella dei Medici e degli Speziali.
L'esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività. Fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296; fu nel gruppo dei “Savi”, che rinnovarono le norme per l’elezione dei priori (dicembre 1296), cioè dei massimi rappresentanti di ciascuna Arte; dal maggio al settembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300, a San Gimignano. Lo stesso anno fu priore dal 15 giugno al 15 agosto. Nonostante l'appartenenza al partito guelfo, egli cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico il Pontefice Bonifacio VIII [Benedetto Caetani (nato nel 1235 ca.) 1294-1303].
Con l'arrivo del cardinale Matteo d'Acquasparta (1240-1302), inviato come paciere, almeno nominale - in realtà spedito dal Papa per ridimensionare la potenza della parte dei Guelfi Bianchi, in quel periodo in piena ascesa sui Neri -, Dante cercò, con successo, di ostacolare il suo operato. Egli stesso si recò dal Papa al fine di cercare di trovare un compromesso alla pace; ma durante il viaggio venne bloccato e condannato in contumacia.
Quale membro del Consiglio dei Cento, fu tra i promotori del discusso provvedimento che spedì agli estremi della Toscana i capi delle due fazioni. Questo non solo fu una disposizione inutile (in quanto tornarono) ma fece rischiare un colpo di Stato da parte dei Neri, che stavano per approfittare della situazione, quando i Bianchi erano senza leader, ritardando oltre misura l'inizio del loro esilio. Inoltre il provvedimento attirò sui responsabili, Dante compreso, sia l'odio della parte nemica sia la diffidenza del c. d. “amici”, e da lui stesso fu definito come l'inizio della sua rovina.
[caption id="attachment_9380" align="aligncenter" width="1000"] Giorgio Vasari, £Sei poeti toscani". Da destra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d'Arezzo. Pittura a olio, del 1544, conservata presso il Minneapolis Institute of Art, Minneapolis. Considerato uno dei maggiori lirici volgari del XIII secolo, Cavalcanti fu la guida e il primo interlocutore poetico di Dante, quest'ultimo poco più giovane di lui.[/caption]
Con l'invio di Carlo di Valois (1270-1325) in Firenze, mandato dal Papa come teorico paciere, ma di fatto conquistatore, la Repubblica spedì a sua volta a Roma Dante come membro di un'ambasceria, accompagnato da Maso Minerbetti, uomo senza volontà propria, e da Corazza da Signa. Il poeta si trovava quindi a Roma, sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano: il 9 novembre 1301 Cante Gabrielli da Gubbio (1260 ca.-1335 ca.) fu nominato Podestà di Firenze. Questi appartenente ai Guelfi Neri, diede inizio ad una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al Papa, e che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'esilio. Con due condanne successive (quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302), le quali colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi e soprattutto dei Gherardini di Montagliari (di cui l'amico Andrea Gherardini), il Sommo Poeta fu condannato da Cante Gabrielli, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Dante fu raggiunto dal provvedimento di esilio a Roma e non rivide mai più Firenze.
Fuoriuscito da Bologna, Dante riparò probabilmente a Pistoia, presso l'amico Cino. Poi si trasferì in Romagna, ove fu quindi ospite di diverse corti e famiglie, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, e dove probabilmente si trovava quando l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo (1275-1313) entrò in Italia. Qui è possibile che abbia conosciuto le opere del famoso pensatore ebreo Hillel ben Samuel (1220-1295), che era da poco morto, dopo aver trascorso a Forlì gli ultimi anni della sua vita. Dopo altre peregrinazioni, il Nostro tornò a Forlì nel 1310-1311, ed ancora nel 1316 (data incerta, quest'ultima).
Dante terminò le sue peregrinazioni in quel di Ravenna, dove trovò asilo presso la corte di Guido Novello da Polenta (1275 ca.-1333), signore della città, tuttavia i rapporti con Verona non cessarono, come testimoniato dalla sua presenza nella città veneta il 20 gennaio 1320, per discutere la “Quaestio de aqua et terra”, ultima sua opera in lingua latina.
Celeberrimi sono i versi del Canto XVII del Paradiso (58-60) in cui Cacciaguida prevede l’esilio del Poeta ed il suo peregrinare: «[…] Tu proverai sì come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e ’l salir per l’altrui scale […]». Il poeta morì a Ravenna il 14 settembre 1321 di ritorno da un'ambasceria a Venezia, avendo contratto la malaria in quel di Comacchio.
I funerali, in pompa magna, vennero officiati nella chiesa di San Pier Maggiore (oggi San Francesco) a Ravenna, dove, sotto un portico laterale, venne posto il primo sarcofago del Poeta. Intorno al sarcofago nel 1483 venne costruita una cella, su progetto dello scultore Pietro Lombardo (1430-1515); nel 1780, l’archietto Camillo Morigia (1743-1795), su incarico del cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga (1725-1808), progettò il tempietto neoclassico tuttora visibile.
Senza dubbio l’idea di una Italia unita culturalmente era molto, ma molto antecedente ai Secoli XVIII e XIX. La nostra penisola era, da secoli, divisa e per nulla tenuta in considerazione. Quindi le grandi e potenti nazioni d’Europa avevano trovato un campo aperto alle loro ambizioni. La penisola italica - così veniva definita - era considerata una semplice espressione geografica e appariva come terra di conquista. Inizialmente Francia, Spagna e Austria erano venute a conquistarvi intere provincie: le due più grandi città d’Italia, Milano e Napoli, erano cadute in mano straniera. Ed i superstiti Stati Italiani, di ridotte dimensioni geografiche - avevano conservato la loro indipendenza, ma di fatto finivano con il gravitare, come satelliti, intorno ai pianeti europei. Per lunghissimi anni (più di trecento), nelle più fiorenti regioni italiane, i francesi, i tedeschi o gli spagnoli comandavano. In questa situazione, anche attraverso i secoli, si erano levate voci che incitavano gli italiani a riconquistare la libertà perduta. Voci di poeti, di storici, di politici che testimoniavano la rivolta morale della parte più nobile del paese. Ma perché l’Italia si risollevasse dalla decadenza, non bastava il richiamo di pochi spiriti eletti. Era necessario che il risveglio penetrasse profondamente nell’animo della nazione. Per acquistare la libertà, necessitava che negli animi sorgesse il desiderio e quell’esigenza di libertà e per raggiungere questa, era opportuno superare le divisioni, acquistare la coscienza di formare un’unica famiglia, affratellata in un’unica sorte. Per ottenere l’indipendenza, gli italiani dovevano apprendere quello che, nei secoli, avevano dimenticato: a lottare, a combattere, a morire per la loro causa.
Scriveva Francesco Petrarca (1304-1374) nell’Epistola “Ad Italiam”: «O nostra Italia! Salve, terra santissima cara a Dio, salve, terra ai buoni sicura, tremenda ai superbi, terra più nobile di ogni altra e più fertile e più bella, cinta dal duplice mare, famosa per le Alpi gloriose, veneranda per gloria d’armi e di sacre leggi, dimora delle Muse, ricca di tesori e di eroi, che degna d’ogni più alto favore reser concordi l’arte e la natura e fecero maestra del mondo».
Il sogno dell’Unità politico-istituzionale del territorio che va dalle Alpi alla Sicilia è stato cullato per oltre due millenni da generazioni successive di giovani e di intellettuali, convinti che, senza unità, questo territorio non avrebbe mai trovato pace e prosperità. Diviso politicamente per secoli, debole e fragile, il territorio fu facile preda degli appetiti di quelle Nazioni vicine più grandi, più forti e potenti, come lo sono state, di volta in volta fin dal Medioevo, la Germania, la Francia, la Spagna e l’Austria. Per non aver realizzato lo Stato Unitario, come abitanti della Penisola, siamo stati - come recita il nostro inno nazionale – per secoli «calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché divisi».
[caption id="attachment_9381" align="aligncenter" width="1000"] Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 18/19 luglio 1374) è stato uno scrittore, poeta e filosofo italiano, considerato il fondatore dell'umanesimo e uno dei fondamenti della letteratura italiana, soprattutto grazie alla sua opera più celebre, il Canzoniere, patrocinato quale modello di eccellenza stilistica da Pietro Bembo nei primi del '500.[/caption]
Il primo “italiano” ad avere chiaro nella mente la necessità e l’utilità di utilizzare il modello dialettico dell’unità e della molteplicità sul piano politico, è stato Niccolò Machiavelli (1469-1527). E lo ha applicato a una realtà geograficamente molto più vasta che non la Penisola italiana. La molteplicità degli Stati all’interno dell’Europa, indicata come unica entità geografica e culturale, per il Segretario Fiorentino è fonte e garanzia di virtù, di libertà e di umanità della storia.
«Chi considererà adunque la parte d’Europa» – scrive l’autore del Principe -,«la troverà essere piena di repubbliche e di principati, i quali, per timore che l’uno aveva dell’altro, erano costretti a tener vivi gli ordini».
A garantire la libertà e, quindi, l’equilibrio tra i diversi Stati in Europa erano le stesse tensioni che li garantivano nella Roma repubblicana, laddove, come annota ancora il Segretario Fiorentino, «i tumulti intra i Nobili e la Plebe […] furono prima causa del tenere libera Roma» perché «le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione».
Era «l’Europa esaltata dal conflitto, sale della politica». Le molteplicità di tante piccole patrie nell’unità di un’unica grande Patria: il sogno millenario degli Italiani, realizzato poi a prezzo di sacrifici e di vite donate da giovani e talvolta giovanissimi, che hanno vissuto sofferto e glorificato il Risorgimento Italiano. Era il desiderio di realizzare di nuovo l’Italia unita e pacificata dagli antichi Romani, come è testimoniato dalle parole con le quali Augusto (63 a. C. – 14 a. C.) nel suo testamento, riassunse il plebiscito del 32 a. C.: «L’Italia tutta mi giurò fedeltà, spontaneamente». Era il paese che voleva risorgere e ritornare alla sua antica grandezza e prestigio. Era la stessa Italia raccontata da Dante Alighieri, nel suo “De vulgari eloquentia” regione per regione (I, X).
I Siciliani, gli Apuli, i Calabri, i Napoletani, i Toscani, i Genovesi, i Sardi, i Romagnoli, i Lombardi, i Trevigiani, i Veneziani, tutti elencati da Dante nel suo grande libro sulla lingua volgare, pur nella loro grande diversità, con la poesia e la letteratura fiorita tra il ‘200 ed il ‘300 hanno raggiunto ciò che cercavano, una lingua «volgare, illustre, cardinale, regale e curiale», che sembra non appartenere a nessuno perché deve essere comune a tutti.
Era l’Italia che Alessandro Manzoni (1785-1873) nella poesia “Marzo 1821” dedicata a Teodoro Köerner (1791-1813), poeta e soldato della indipendenza germanica - nome caro a tutti i popoli che combatterono per difendere o per conquistare una patria -, circa sei secoli dopo Dante, auspicava «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», un’Italia unita politicamente, con un solo esercito, una sola lingua nazionale, una stessa religione, una sola memoria storica, una stessa origine e identici sentimenti.
Un’Italia dove «non fia loco ove sorgan barriere tra l’Italia e l’Italia mai più». Un’Italia «che tutta si scote, dal Cenisio alla balza di Scilla». Un’Italia che ritorna al patrimonio spirituale dei suoi avi, al suo retaggio, e «il suo suolo riprende».
Nell’ode manzoniana è contenuta una fortissima carica emotiva e sentimentale verso una patria largamente vagheggiata ma mai, fino a quel momento, progettata avendo in prospettiva concrete possibilità di realizzazione. La coscienza unitaria nel tempo intercorso tra Dante e Manzoni non si appannò, non cessò di essere vigile e operativa. L’anelito a vedere l’Italia politicamente unita in un solo Stato, dopo il 1494, cioè dopo la discesa di Carlo VIII di Francia (1470-1498) nella penisola senza incontrare resistenza, era molto forte.
Machiavelli, nel cap. XXVI del Principe dal titolo eloquente “Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani dei barbari”, fa vibrare in maniera energica il potente sentimento di italianità. Incita i Medici a compiere l’opera di unificazione della Penisola, attraverso i versi della canzone Italia mia di Petrarca: «Vertù contra furore/ prenderà l’arme; et fia ‘l combatter corto:/ ché l’antiquo valore/ ne gli italici cor’ non è anchor morto».
[caption id="attachment_9383" align="aligncenter" width="1000"] Altobello Melone (1490–1543) - Ritratto di gentiluomo, detto Cesare Borgia (particolare) Galleria dell'Accademia Carrara.[/caption]
La grandezza dell’Italia nel passato e la penosa situazione che ha sotto gli occhi portano il Sommo Poeta ad una violenta invettiva contro il nostro Paese. Nel Canto VI del Purgatorio, l’affettuoso incontro di due concittadini mantovani, i poeti Sordello da Goito (1200/1210 ca.-1269) e Virgilio (70 a. C.- 19 a. C.), suscita in Dante una amara e spietata apostrofe contro l’Italia del suo tempo, terra di tiranni, di dolore e di malcostume, simile ad una nave senza capitano nel mare in tempesta, la quale inizia con il verso: «Ahi, serva Italia, di dolore ostello, […]». Gli abitanti di una medesima città si odiano e si dilaniano e non c’è pace in nessuna zona.
L’opera dell’imperatore Giustiniano, che aveva dato adeguate leggi all’Italia, risulta inutile, perché le leggi non vengono fatte rispettare. Gli ecclesiastici, invece di dedicarsi alle cose sacre, si appropriano del potere laico, in mancanza dell’autorità politica voluta da Dio stesso per tenere a freno l’Italia, simile ad una cavalla selvaggia. E' mancante l’autorità imperiale, perché Rodolfo d’Absburgo (1218-1291) e suo figlio Alberto (1255-1308) non si interessano all’Italia, la quale viene definita il "giardino dell’Impero". Dante quindi invita il suo successore, Enrico VII di Lussemburgo, a venire ad mirare la discordia che regna nella penisola: un paese che, come una sposa abbandonata, lo attende piangendo notte e giorno. Sembra che anche Cristo l’abbia dimenticata, forse per un bene maggiore futuro. Così l’invettiva contro l’Italia si conclude con un’ironica sferzata a Firenze, la quale legifera con leggi che non durano da ottobre a novembre.
La sferzata all’Italia nasce da uno sconfinato amore dell’Alighieri per quello che proprio lui ebbe a definire “Il Bel Paese”, e ciò nel Canto XXXIII, v. 80, dell’Inferno («del bel paese là dove ‘l sì sona»).
«Che Dante non amasse l’Italia» spiega Ugo Foscolo (1778-1827) «chi mai vorrà dirlo? Anch’ei fu costretto, come qualunque altro l’ha mai veracemente amata, o mai l’amerà, a flagellarla a sangue, e mostrarle tutta la sua nudità, sì che ne senta vergogna». L’Italia (“umile”) sognata da Dante ha un modello: Camilla, la leggendaria vergine guerriera, di cui parla il Libro IX dell’Eneide di Virgilio. Camilla rievoca le amazzoni Ippolita e Pentesilea, Giuturna la sorella di Turno amata da un Dio, la saracena Clorinda, la puzella d’Orleans Santa Giovanna d’Arco (412-431). Emula di Diana, alla quale il padre la consacrò ancora in fasce, Camilla rappresenta il popolo italico che lotta per la propria libertà e Dante le rende onore nella “Divina Commedia” (Inf. I, 106-107) ricordandola come la prima martire della nostra Patria: «[…] di quella umile Italia fia salute/per cui morì la vergine Cammilla».
Ed eccoci, come dicevo poc’anzi, al Risorgimento che rappresentò, come sappiamo, il riscatto di un popolo diviso al suo interno ma profondamente unito dalla lingua, dalla tradizione, dalla cultura. Per la risoluzione di tale processo storico fu di fondamentale importanza il contributo ideologico, passionale e romantico che la letteratura e la filosofia profusero. Il primo indiscusso precursore dell’Unità d’Italia non puo’ non essere considerato il Sommo Poeta.
Dante non aveva il concetto di stato nazionale secondo i parametri che si sarebbero andati definendo nella storia moderna, dopo la tanto vituperata Rivoluzione Francese. La sua teorizzazione dell’Italia risentiva ancora dell’esperienza, mitizzata nel Medio Evo, dell’Impero Romano: la concezione sovranazionale, di stampo imperiale.
Benché gli studiosi siano molto discordi sull’argomento, in lui non è difficile cogliere il desiderio di unità nazionale. Dante idealizza l’Italia, la presenta in numerose opere e soprattutto nella Divina Commedia, con le formule più disparate, lascia presagire un certo qual immaturo desiderio di unità tra le varie componenti della Penisola.
Nell’Epistola XI, inviata ai cardinali in conclave, Dante parla di «Italia nostra» e idealizza la proposta di un idioma unitario rispondente a quattro caratteristiche: illustre, aulico, cardinale e curiale. Al riguardo il Poeta vi ritorna nel suo “De vulgari eloquentia” quando, con fare frasi da profeta dell’unità linguistica italiana, al capitolo XV sostiene l’adozione di una parlata che sia l’estrema sintesi di quelle migliori presenti nella Penisola. Egli non viene meno di accennare anche ad altri importanti aspetti che caratterizzano ed unificano il potenziale popolo italiano nei capitoli XVI, XVII e XVIII del Libro I. Il poeta non si limita a teorie fittizie che quasi vogliono esplicitare i tratti comuni degli italiani e nella Commedia è particolarmente ricorrente un modo di vagheggiare l’Italia che ha quasi sempre un sapore romantico, proprio dell’innamorato più che del patriota.
Nel canto VI del Purgatorio, come detto, l’Alighieri dice senza mezzi termini che emerge in maniera chiara e nitida una visione dell’Italia molto, ma molto a carattere ideale e certamente prematura, ma sicuramente già recante in sé tratti importanti su cui la tradizione successiva poté trovare un terreno alquanto fertile.
L’idea della nazione italiana compresa nei suoi confini geografici era di già maturata nella mente dell’abate/pensatore Gioacchino Fiore (1130 ca.-1202) definito dal Nostro «[…] il calavrese abate Giovacchino/di spirito profetico dotato» (Par. XII, vv. 140-141), che ne aveva rilevato il primato fra le nazioni essenzialmente per la presenza della Chiesa Cattolica: idea poi rilanciata da Vincenzo Gioberti (1801-1852) (una confederazione di Stati con a capo il Papa).
La “renovatio” auspicata da Fiore per l’umanità, ma soprattutto per l’Italia e fatta propria da Dante, in realtà preludeva ad un’altra rinascita bramata da tanti e tanti personaggi. Ecco che si viene creando una innovativa e primitiva forma risorgimentale legata alla cultura e all'idea patriottica della penisola -, ancora non matura, ma efficace. Per questo motivo nell’ottocento il suo culto veniva proibito da certi governi tirannici della Penisola, specialmente da quelli facenti capo all’Austria, tanto che diversi patrioti furono arrestati ed imprigionati solo perché nelle loro case possedevano ed esponevano qualche ritratto dantesco.
Quando i trentini, riuscendo a farlo accettare al regime austriaco, nell’omonima piazza davanti alla stazione ferroviaria e di fronte alle Alpi (che il divino poeta con la mano indica come confine italiano), eressero il maestoso monumento a Dante (1896), nell’iconografia che lo arricchisce posero in evidenza l’incontro già ricordato con Sordello da Goito e ciò per proclamare a gran voce che Trento è una città della terra di Dante, e quindi italiana, come dimostra anche il sovrastante mausoleo di Cesare Battisti (1875-1916) poi eretto in vista del monumento dantesco. Ecco perché la dissacrazione e denigrazione del Risorgimento offende anzitutto Dante, come offende tutti gli altri intellettuali, da Petrarca a Machiavelli, da Foscolo al Manzoni, i quali con il loro magistero morale e civile contribuirono a formare una coscienza nazionale e propiziarono un’unificazione politica.
[caption id="attachment_9387" align="aligncenter" width="1000"] Andrea Pierini, "Dante legge la Divina Commedia alla corte di Guido Novello" - 1850, dipinto a olio, Palazzo Pitti-Galleria D'Arte Moderna, Firenze.[/caption]
Gli ideali ed i valori danteschi sono quelli dell’Italia: e il poeta medesimo può essere definito come profeta dell'Unità nazionale, ricongiunta a livello politico dalla dinastia monarchica dei Savoia nel 1861.
In tutto il mondo Dante è considerato il simbolo dell’Italia e dire “Dante” significa pronunciare “Italia”. Egli indicò chiaramente i confini nazionali della nostra patria, includendovi già nel ‘300 l’Istria ed il Tirolo Meridionale. Celebri i versi nel Canto IX dell’Inferno: «[…] sì com’a Pola, presso del Carnaro/ch’Italia chiude e suoi termini bagna, […]». Intuì, interpretò ed alimentò la coscienza nazionale. Ne deplorò le divisioni interne. Portò la lingua e la letteratura italiana ad un altissimo prestigio che dura tuttora.
Giovanni Gentile (1875-1944), in un suo scritto del 1918, osservò come Dante potesse essere definito il profeta dell’Italia risorgimentale e moderna. Egli riconobbe nel Nostro non solo il Sommo Poeta, ma anche il filosofo e la divergenza con Benedetto Croce (1866-1952) fu netta. Codesta divergenza solitamente la si riconduce sul piano storico al dissidio tra fascismo ed antifascismo e sul piano filosofico al divario tra razionalismo liberale di Croce e l’irrazionalismo “mistico” di Gentile. Ma Dante non è solo l’Italia, è ovunque nel mondo, anche grazie alle quattrocento sedi della Società “Dante Alighieri”, fondata nel 1889. Il poeta è nella lingua che parliamo, è nella cadenza di buona parte degli autori contemporanei, è nelle suggestioni di innumerevoli pittori dal Botticelli al Dalì e fino al Guttuso. Egli non è attuale è anche contemporaneo nella sua personale formulazione dell’idea di Europa.
Un grande sogno che il Poeta accarezzò per anni, al quale dobbiamo legare la sua visione non solo della libertà di Firenze dalle fazioni, ma dell’Italia e poi l’illusione di un’Europa-Impero ove il monarca illuminato placasse gli odi tra i comuni, all’interno delle città, così come aveva fatto Giulio Cesare 1300 anni prima, avendo intuito che la Repubblica aveva esaurito la sua funzione ed alimentava le guerre civili.
Ed infine Dante, se con il suo “De vulgari eloquentia” ricerca (ma in latino) una lingua volgare illustre, nella “Divina Commedia”, tale linguaggio accantona ogni complesso di inferiorità verso la blasonatissima lingua latina e diviene un esperimento raffinato e popolare, accessibile ed altissimo. Nella sua opera più celebre, la Divina Commedia”, all'interno della profezia “ante eventum” (l’unica del Poema) del Veltro, Dante ci parla di un cane da caccia agile e scattante (identificato nel levriero), così chiamato in lingua mediovale - ma sostanzialmente caduto in disuso - il quale viene ricordato per via della famosa profezia iniziale nel I Canto dell'Inferno, in cui Virgilio, riferendosi alla lupa che rappresenta la cupidigia, afferma che: «Molti son li animali a cui s'ammoglia / e più saranno ancora, infin che 'l veltro / verrà, che la farà morir con doglia. / Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapïenza, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro. / Di quella umile Italia fia salute / per cui morì la vergine Cammilla, / Eurialo e Turno e Niso di ferute. / Questi la caccerà per ogne villa / fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno / là onde 'nvidia prima dipartilla».
In questi versi il veltro rappresenta un'azione di riforma, evidentemente ma probabilmente promossa da Dio, che perseguiti la cupidigia nelle sue forme ristabilendo in tutto il mondo ordine e giustizia.
Il significato letterale è: la lupa - della quale si parlava nei versi precedenti e che rappresenterebbe l'avidità - si accoppia a numerosi animali (forse intesi come altri vizi), sempre di più finché il veltro arriverà, e la ucciderà con dolore. Esso non avrà bisogno né di terra né di denaro (“peltro”), ma di sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà umile. “Feltro” può essere inteso come panno di poco pregio, ma anche come un'indicazione geografica: tra Feltre e Montefeltro.
Il veltro sarà la salvezza (“salute”) dell’Italia, per la quale morirono Camilla, Turno, Eurialo e Niso (tutti personaggi dell’ "Eneide” virgiliana), come ho di già ricordato. Il veltro caccerà la lupa di città in città, finché la ricaccerà nell'inferno, da dove l'invidia primordiale di Lucifero (il riferimento è alla storia dell'angelo ribelle) l’aveva fatta uscire.
Molti hanno cercato un'identificazione con un personaggio reale [ad es. Cangrande della Scala (1291-1329)], Uguccione della Faggiuola (1250-1319), recentemente anche sulla base di un passo della celebre “Chanson de Roland" dove è menzionato un veltro all'interno di una visione; altri invece hanno pensato genericamente a una carica (il papa, l'imperatore), ma i versi sono volutamente oscuri ed è oggi ritenuto improbabile che Dante pensasse ad un personaggio particolare piuttosto che semplicemente all'azione di riforma in se stessa. Anche chi ha pensato di poter identificare il veltro liberatore con il Cristo nulla ha potuto di fronte all'argomento insuperabile per cui Dante avrebbe dovuto parlare di un “tornare”, e non di un “venire”. Né ha offerto migliori argomenti l'interpretazione di coloro che hanno voluto vedere nel paladino la figura di Dante, cioè il suo Poema, la “Commedia”.
Francesco Di Montresor detto “Veltro” fu cavaliere di ventura di origini franco-veronesi, accompagnato spesso da un falco ed un levriero con cui andava a caccia fu forse la figura che contribuì ad associare nell'immaginario collettivo l’iconografia del veltro con il mito europeo della Caccia Selvaggia. In ogni epoca, l’umanità ha dovuto combattere contro il c.d. “male”, che potevano essere i barbari nell’antica Roma, gli infedeli ai tempi delle Crociate, la cupidigia appunto.
Sarà venuto codesto “Veltro”. Ed ora ci sia permesso un ben modesto consiglio: ciascuno di noi abbia a consultare un’edizione, anche tascabile, della “Divina Commedia” e, rileggendola, applichi i versi alla nostra vita giornaliera, ma anche analizzi, confronti quanto l’Alighieri è attuale, e quanto egli aveva previsto, e con netto anticipo, per i secoli dopo di lui.
 
 Per approfondimenti:
_Tommaso Gallarati Scotti, "Vita di Dante" - Rizzoli, Milano 1957;
_Franco Valsecchi, "Storia del Risorgimento" - Edizioni Radiotelevisione Italiana, Torino 1955, passim;
_Giosuè Carducci, "L'opera di Dante" - Edizioni Zanichelli, Bologna 1888;
_Dante Alighieri, "La Divina Commedia", a cura di Natalino Sapegno, Riccardi - Edizioni Treccani, Roma 2005;
_Siebzehner-Vivanti, "Dizionario della Divina Commedia" - Edizioni Feltrinelli, Milano 1965.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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di Giuseppe Baiocchi 02/08/ 2017

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In Siberia il 17 luglio del 1918 Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la moglie Aleksandra Fëdorovna Romanova (nata Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d'Assia e di Renania) e i cinque figli, svegliati bruscamente nel cuore della notte vengono condotti in cantina. Da sedici mesi sono prigionieri nelle mani dei rivoluzionari. I carcerieri chiedono loro di posare per un ritratto: il governo bolscevico vuole mostrare al mondo che sono in buona salute. Il deposto Zar Nikolaj II stenta a comprendere: l’Imperatore di tutte le Russie, l’erede della dinastia che ha governato per tre secoli sul più grande paese del mondo, passerà alla storia come l’ultimo Zar. Quali eventi hanno travolto uno degli uomini più potenti della terra?
Questa è la storia dei tre giorni che decisero la fine degli Zar e la nascita di una Russia diversa.
Il conto alla rovescia inizia giovedì 28 Febbraio 1917, quando Nikolaj Romanov attraversa in treno le gelide steppe russe in un viaggio che avrebbe cambiato il corso della storia.
Il treno imperiale corre a tutto vapore verso Pietrogrado (dal 1914 al 1924, oggi attuale San Pietroburgo). Nikolaj è deciso a fermare la ribellione che minaccia la Russia e la sua stessa famiglia.
Tre giorni più tardi sarebbe sceso da quel treno come un cittadino qualunque, anzi come un uomo incalzato dalla morte. Travolti dagli eventi di Febbraio lo Zar e la sua famiglia vivranno abbastanza per osservare la bandiera rossa sventolare sul Palazzo Imperiale a sancire il trionfo di Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.
Nicola II Romanov, (in russo: Николай Александрович Романов), Nikolaj Aleksandrovič Romanov, nasce a Carskoe Selo, il 18 maggio 1868, (6 maggio del calendario giuliano) e sarà assassinato a Ekaterinburg, il 17 luglio del 1918. E'stato l'ultimo Zar (Imperatore) di Russia.
A Mogilev, il 27 Febbraio del 1917, lo Zar è al fronte: la Russia, alleata con la Francia e la Gran Bretagna è in guerra contro l’Impero Ottomano, l’Impero Austro-Ungarico e lo Stato tedesco a guida prussiana. L’immane tragedia della Prima Guerra Mondiale è al suo apice. Un dispaccio da Pietrogrado porta notizie allarmanti: i rivoltosi hanno occupato le zone nevralgiche della città e la situazione è sull’orlo del precipizio. L’onda della rivolta che ormai infiamma il paese, può trascinare con se migliaia di soldati ormai pronti alla ribellione.
Bisogna comprendere come la monarchia assoluta zarista vivesse “fuori dal mondo”, ricevendo sempre notizie pacate. Di contro la situazione dopo il 27 Febbraio è già catastrofica: i soldati della capitale sono in rivolta e Nikolaj II, si ostina a credere che si tratti di semplici tafferugli. Lo Zar, una volta compreso la gravità della situazione, diviene risoluto per un'azione di intervento, la quale anticipi il dilagare dei tumulti nel resto del paese.
All’alba del 28 Febbraio, il treno imperiale lascia Mogilev – sul fronte meridionale – e si dirige alla volta di Pietrogrado, 900 km più a Nord. Nikolaj Aleksandrovič Romanov si lascia alle spalle una guerra, verso la quale ogni famiglia russa aveva già pagato un pesante tributo di sangue. La guerra per la Russia zarista fu un disastro: enormi le perdite in vite umane e incalcolabili le sofferenze, ma l’evento che fa crollare il regime è l’impatto che la guerra produce sul fronte interno, sull’economia, sui rifornimenti a Pietrogrado.
Nikolaj II aveva cercato in ogni modo di evitare il conflitto contro suo cugino, il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (Guglielmo II), ma la travolgente ondata di nazionalismo anti-germanico lo aveva convinto a dichiarare la guerra. Lo Zar si era illuso che lo scontro fosse stato risolto nel giro di qualche settimana, ma a tre anni di distanza quasi sei milioni di russi sono morti e del massacro non si vede la fine. Il paese nel 1917 è spossato dalla guerra e non è casuale che la rivoluzione scoppi proprio nel terzo anno del conflitto: la rivolta bolscevica nasce dal freddo, dalla fame e dalla voglia di deporre le armi.
In quel terzo anno di battaglie il Romanov è lontano dal cuore del suo Impero, dove scoppia la rivolta, la quale genera i primi frutti. Scrive Nikolaj sul suo diario: “il problema sta nelle terribili condizioni dei nostri reggimenti, i fucili scarseggiano e non possiamo più contare sulle nostre malandate ferrovie. Disordini sono scoppiati qualche giorno fa a Pietrogrado, perfino le truppe ne prendono parte! E’ così doloroso essere lontano e ricevere solo notizie cattive e frammentarie”.
Le proteste operai degenerano in aperta ribellione solo il 25 Febbraio 1917, cioè tre giorni prima che il treno imperiale lasci il fronte. Per intercettare i rifornimenti destinati alle truppe, bande di operai e soldati allo sbando - spinti dalla fame - occupano le stazioni ferroviarie. La vera scuola della rivoluzione è stata proprio l’esercito zarista: è lì che molti contadini analfabeti, cresciuti negli sperduti villaggi della grande Russia, entrano in contatto con le idee rivoluzionarie.
I risentimenti covati per secoli nell’animo russo, esplodono improvvisamente contro l’autorità e i suoi simboli. Le ribellioni scatenate dalla fame, ora trovano un nuovo corso nel fiume della rivoluzione.
Ryzhenko Pavel Viktorovich, Il Calvario dello Zar - Trittico
Lo Zar è in ansia per le sorti dei suoi cari: le notizie sono incomplete e la Zarina è oggetto di un forte risentimento popolare in quanto tedesca.
A poche decine di chilometri dalla capitale in rivolta, nel Palazzo imperiale di Tsarskoe Selo si trascorre un’altra notte di ansia. All'esterno la temperatura è di quindici gradi sotto lo zero e a causa dei tumulti, il riscaldamento e l’elettricità funzionano a singhiozzo. La Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova è di origini germaniche, ed è nipote della Regina Vittoria, dalla quale ha ricevuto un'educazione rigorosamente britannica. Da ventitré anni vive in Russia, ma non si sente ancora a suo agio nell’alta società pietroburghese. Lei e Nikolaj hanno eletto a residenza ufficiale il palazzo di Campagna di Carskoe Selo distante cinquanta chilometri dai clamori della capitale. Negli ultimi mesi, l’origine tedesca della Zarina ha scatenato l’odio dell'opinione pubblica, che l’accusa di passare “segreti militari” al nemico.
Per lo Zar Nikolaj II invece, la moglie Aleksandra è l’unico vero sostegno, essendo la persona a cui ricorre nei momenti più difficili: “Mia amata, ti ringrazio con tutto il cuore per la tua dolce e lunga lettera. Tu sei la ricompensa al peso delle mie responsabilità e alle mie preoccupazioni. Non so come avrei potuto sopportare tutto questo se Dio non avesse deciso di darti a me come moglie e amica. Questi pensieri mi è più facile metterli su carta per la mia sciocca timidezza. Ora mi sento di nuovo forte, ma mi manchi terribilmente. Ti bacio con affetto”.
Il matrimonio tra Nikolaj e Aleksandra non fu un’unione dettata dalla Ragion di Stato, ma fu il coronamento di un amore profondo e sincero, che avrebbe accompagnato la coppia per tutta la loro vita.
Quando nel 1894 Nikolaj la chiese in sposa, lei fu al settimo cielo. Vivere in Russia non sarebbe stato facile, ma lei non esitò un solo istante. L’incanto del loro fidanzamento venne scosso da un inatteso shock: il padre di Nikolaj, lo Zar Aleksandr III Aleksandrovič, morì improvvisamente e sulle spalle del giovane Nikolaj piombarono tutte le responsabilità dell’immenso Impero russo. Quando i consiglieri di corte annunziarono allo Cesarevič che era diventato Zar, Nikolaj scoppiò in lacrime asserendo: “Non sono pronto a essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri" – e non imparò mai a farlo veramente. La parola Zar deriva dal titolo latino Caesar, attraverso l'antico slavo cĕsarĭ (цѣсарь). La contrazione della parola deriva dall'abitudine di abbreviare i titoli nei manoscritti ecclesiastici in antico slavo. Nikolaj non ebbe mai quella spinta interiore, che può far di un uomo un vero leader, quella volontà politica necessaria per governare un paese così vasto e frammentato.
Laurits Tuxen, L'incoronazione dello Zar Nikolaj II. La cerimonia avvenne presso la Cattedrale della Dormizione al Cremlino di Mosca il 14 maggio 1896. La titolatura completa degli zar di Russia iniziava con: "Per grazia di Dio, Noi Imperatore e autocrate di tutte le Russie - di Mosca, Kiev, Vladimir, Novgorod, Zar di Kazan', Zar di Astrachan', Zar di Polonia, Zar di Siberia, Zar del Chersoneso Taurico, Zar di Georgia, Signore di Pskov e Granduca di Finlandia, Smolensk, Lituania, Volinia, e Podolia; Principe di Estonia, Livonia, Curlandia e Semigallia, Samogitia, Bielostock, Carelia,Tver', Jugra, Perm', Kirov, Bulgaria e altri territori; Signore e Granduca di Novgorod, Černigov; Sovrano di Rjazan', Polotsk, Rostov, Jaroslavl', Bielozero, Udoria, Obdorsk, Kondia, Vicebsk, Mstilav e di tutti i territori del nord; e Sovrano di Iveria, Cartalia e delle terre di Kabardinia e dei territori Armeni; Sovrano ereditario e Signore della Circassia e principe delle montagne e altro; Signore del Turkestan, Erede di Norvegia, Duca di Schleswig-Holstein, Stormarn, Ditmarsch, Oldenburg e così via, così via, così via".
Il giorno dell’incoronazione milioni di persone giunsero a Mosca da ogni angolo dell’Impero, ma l’evento gioioso si trasformo in tragedia, quando più di mille persone persero la vita calpestate dalla folla, per l’incompetenza della polizia.
Nikolaj e Aleksandra ne furono sconvolti, ma gli addetti ai cerimoniali li convinsero a non interrompere le celebrazioni. L’immagine del nuovo Zar - alla memoria del popolo russo -, sarà per sempre quella di un giovane monarca che danza allegramente, nel giorno in cui centinaia di sudditi hanno perso la vita per rendergli omaggio.
Sulla reputazione di Nikolaj II pesa anche un altro massacro: quarantotto ore prima che il treno iniziasse la sua corsa, l’esercito zarista aprì il fuoco sulla folla e quaranta dimostranti vennero uccisi nella centralissima piazza Znamenskaja. L’ordine di Nikolaj di reprimere le proteste nel sangue, peggiora ulteriormente la situazione: i soldati riconosco madri e sorelle tra gli scioperanti ed è la goccia che fa "traboccare il vaso”. Quella stessa notte alcuni reggimenti si sollevano contro i loro ufficiali e si uniscono ai rivoltosi: il prestigio della monarchia non era mai sceso così in basso. Tra i primi a ribellarsi è il celebre reggimento Preobraženskij, dove a diciannove anni lo stesso Nikolaj aveva raggiunto il grado di colonnello. Lo Zar si considerava – ed in qualche modo era – un tipico ufficiale, egli avrebbe preferito comandare un reggimento, piuttosto che essere l’Imperatore di tutte le Russie.
La situazione avrebbe richiesto uno statista determinato, ma Nikolaj II era un gentiluomo, il tipico rappresentante di quella aristocrazia di teste coronate che trascorrevano la loro elegante esistenza tra feste e crociere nelle più raffinate località d’Europa. Nonostante i legami di sangue che l’univano alle Case regnanti di mezzo mondo, il Romanov aveva un’esperienza di governo assai limitata.
Per natura era un gentiluomo vittoriano: amava le battute di caccia, si dilettava nello scattare foto ai suoi cari, presenziava i salotti, conversando amabilmente e disprezzando le anime vili. Era anche un ottimo padre di famiglia. Tra il 1895 e il 1910 Nikolaj e Aleksandra mettono al mondo quattro figlie Ol'ga (1895), Tat'jana (1897), Marija (1899) e Anastasija (1901).
Tuttavia, le figlie – per effetto della legge Salica, ripristinata dallo Zar Paolo I Petrovič Romanov - non potevano ereditare il Trono. La legge Salica, difatti, prevedeva che solamente un erede maschio poteva aspirare alla successione.
Dopo la nascita dell'ultima figlia passarono ancora tre anni prima che la Zarina partorisse il tanto atteso erede: Aleksej Nikolaevič, nato nella reggia di Peterhof il 12 agosto 1904. Qualche tempo dopo il lieto evento, i genitori scoprirono con grande costernazione che il principe era affetto da emofilia, un'incurabile patologia del sangue trasmessagli dalla madre.
La vita del giovanissimo Naslednik Cesarevič (letteralmente figlio dello zar - era usato per il primogenito maschio), era fortemente in pericolo e un gigantesco soldato lo sorveglia di giorno e di notte. La famiglia imperiale si vedrà costretta a proibirgli anche i giochi più innocenti. Quello che doveva essere il giorno più felice per la coppia, fu invece l’incubo peggiore della loro esistenza.
La Zarina è sempre in ansia con il piccolo Aleksej, sentendosi in colpa, poiché la malattia è ereditaria per via femminile, ma si trasmette solo ai maschi. Per il figlio primogenito e unico erede maschio del vasto Impero, anche uno spigolo scoperto, rappresenta una minaccia letale: il più piccolo taglio o livido può causargli una emorragia inarrestabile.
Foto della famiglia Romanov. Da sinistra a destra: le Granduchesse Tat'jana Nikolaevna Romanova e Marija Nikolaevna Romanova, lo Zar Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, la Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, lo Cesarevič Aleksej Nikolaevič Romanov e la granduchessa Ol'ga Nikolaevna Romanova.
La sera del 27 Febbraio, poche ore dopo che Nikolaj II si era messo in viaggio, Pietrogrado era già nelle mani dei ribelli. Una nuova entità politica è nata e quel giorno i soldati con gli operai fondarono il primo consiglio rivoluzionario: il Soviet di Pietrogrado, che otto mesi più tardi sarà il protagonista della rivoluzione bolscevica d’Ottobre.
Nikolaj II non comprende il reale accadimento all’interno del paese, non intravede il baratro che gli si prospetta, poiché crede ciecamente – essendo stato educato fin dalla nascita in tale maniera – nel suo potere assoluto, concessogli da Dio. Per lo Zar, l’assenza della Monarchia significherebbe caos e guerra civile, ed egli si sente investito di questa responsabilità: evitare la disfatta è un suo compito strettamente personale. Il giuramento di incoronazione lo legava ai principi della autocrazia, elementi che rendevano inconcepibile l’idea stessa di una costituzione: tale concessione – stabilitasi oramai in tutte le monarchie europee – era ritenuta un peccato mortale. Vi è una palese contraddizione tra la natura dell’uomo e un essere piuttosto gentile, timido, cui non piace scendere in discussioni animate. Considera suo dovere di monarca, essere “duro”, autoritario e a volte anche dispotico.
Scrive la Zarina negli attimi di grande concitazione: “Amore mio sii determinato, la Russia ha bisogno che tu lo sia. Fai vedere a tutti che sei il padrone e la tua volontà sarà ubbidita. Il tempo della gentilezza e dell’indulgenza è finito: adesso è il tempo della volontà e dell’obbedienza. Che Dio mi aiuti ad essere il tuo angelo custode. (…) Mio prezioso e amato tesoro, gli scioperi e le rivolte in città sono sempre più irritanti, si tratta di bande di teppisti, giovinastri che vanno in giro urlando che non c’è pane e lo fanno solo per surriscaldare gli animi, come gli operai che impediscono ai loro colleghi di lavorare. Se facesse più freddo probabilmente se ne starebbero tutti a casa, ma tutto questo passerà presto”.
Già la sera del 28 Febbraio la linea ferroviaria per Pietrogrado non è più sicura per lo Zar. Dopo aver viaggiato a tutto vapore per ventisei lunghe ore, a meno di duecento chilometri dalla capitale il treno imperiale è costretto a fermarsi nella piccola stazione di Malaja Vishera, poiché la scorta dello Zar viene informata che i binari per Pietrogrado sono bloccati e la via è caduta nelle mani dei ribelli. Per la prima volta nella sua vita Nikolaj II si rende conto di non potersi muovere liberamente nel suo Regno. A malincuore lo Zar ordina di invertire la direzione e andare verso Pskov, sede del quartier generale dell’esercito del Nord.
Quale catena di eventi ha potuto portare un capovolgimento di ruoli così umiliante? La Russia si era trovata sull’orlo della Rivoluzione già qualche anno prima, quando la politica espansionistica del Giappone aveva scatenato la guerra russo-giapponese (1904/1905). Per raggiungere il mare del Giappone, alla flotta del Baltico, ci vollero mesi per circumnavigare l’Africa, poi l’Asia e solo per essere affondata dalle navi nipponiche nello stretto di Tsushima: una disfatta che umiliò la Russia di fronte al mondo intero. L’inattesa sconfitta fu un duro colpo per il prestigio dello Zar Nikolaj II e contribuì ad inasprire le tensioni sociali che attraversavano ormai tutti i settori della società russa.
Scioperi a catena paralizzarono Pietrogrado e altre grandi città. Nel Gennaio 1905, l’esercitò aprì il fuoco sui manifestanti che manifestavano per le vie della capitale e la storia ricorda quell’episodio come “La Domenica di sangue”.
Da quel giorno lo Zar divenne per i “rossi” Nikolaj "il sanguinario". La ribellione si diffuse per tutto il paese e lo Zar fu costretto a promettere riforme liberali: per la prima volta la Russia avrebbe avuto un parlamento, la cosìdetta Duma - termine proveniente dalla parola russa думать (dumat’), "pensare" o "considerare" -, ma non appena l’ordine fu ristabilito, delle azioni punitive restituirono il controllo assoluto dello Zar su tutto l’Impero. La Duma di Stato fu spogliata di ogni potere e tutto tornò all'origine o almeno così parve.
Dodici anni più tardi Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritrova in una situazione analoga, ma questa volta sedare la ribellione sarà molto più difficile. Dagli scritti della Zarina: “Che terribili giorni devono essere questi per te, Dio ti ha dato una croce pesante da portare. Il nostro caro comune amico, prega per te dall’aldilà e ci è più vicino che mai. Quanto vorrei sentire la sua voce consolatrice che arriva dritta la cuore”.
L’amico scomparso di cui parla Aleksandra è meglio noto come Grigorij Efimovič Rasputin: un contadino siberiano semi-analfabeta, la cui ascesa al potere sotto i Romanov aveva dato scandalo. Il finto monaco era un eccentrico ed era considerato da alcuni un “santo” e da altri “un arrampicatore sociale”. La sua misteriosa abilità nell’alleviare le sofferenze del piccolo Cesarevič Aleksej avevano convinto la zarina che Rasputin le fosse stato inviato da Dio.
Si potrebbe, perfino affermare, che la Monarchia cade in disgrazia per colpa “dell’effetto Rasputin”. La sua influenza sulla Casa Imperiale probabilmente non fu mai così grande, ma le voci scandalistiche sul suo libertinaggio sessuale e la sua influenza a corte distrussero l’immagine pubblica della Monarchia zarista. Il rocambolesco assassinio di Rasputin non era servito a liberare la zarina dalla sua morbosa ossessione religiosa, né tantomeno a liberare Nikolaj II dal suo progressivo isolamento. Dunque nel 1917, il treno giunge al comando di Pskov e il Romanov, vuole subito organizzare con i suoi generali più esperti una repressione efficace.
L’ultimo Zar era un patriota e un conservatore: per lui l’esercito era l’essenza stessa della Russia. Amava l’esercito più di qualunque istituzione e se vi erano personalità di cui si fidava ciecamente questi erano i suoi ufficiali. Ma giunto nel quartier generale, Nikolaj II nota nei suoi ufficiali uno strano senso di imbarazzo per l’assenza del generalissimo Nikolai Vladimirovich Ruzsky, il quale non è lì a rendergli omaggio. La sua defezione è uno schiaffo al protocollo militare, denso di significati.
Dalle memorie personali di una guardia dello Zar Nikolaj II: "Quando sono stato presentato per la prima volta a Sua Maestà, il Sovrano, egli guardandomi negli occhi affettuosamente, chiese: «Sei un parente del nostro Toumanoff?». Sentivo che Sua Maestà era felice di vedere un altro Toumanoff vicino a lui. Io avevo 21 anni, quando mi sono unito ad uno dei più brillanti reggimenti della guardia, come ufficiale. Con tutto l'ardore appassionato del mio cuore, ho riempito di adorazione la figura dello Zar. Più di tutto mi colpì il suo aspetto, in modo particolare gli occhi affettuosi, - capaci di bruciare gli angoli più nascosti delle nostre anime - i quali non potranno mai essere dimenticati da nessuno che ebbe la fortuna di vederli".
Alle 22.00 del 01 Marzo 1917 presso la Stazione di Pskov, Nikolaj convoca al quartier generale Ruzsky per un incontro privato che riveli l’umore del suo Stato Maggiore. Per capire la posizione dei generali, bisogna tener conto che erano divisi tra la lealtà verso la dinastia dei Romanov e la fedeltà alla Russia e all’esercito, che per i militari rappresentavano entrambi, elementi di pari importanza. Aleggiava, dunque, una reale preoccupazione che se avessero continuato a sostenere “quello” Zar, l’esercito si sarebbe dissolto: un ammutinamento generale li avrebbe costretti ad arrendersi alla Germania guglielmina e la Russia stessa sarebbe sparita per sempre.
Nikolai Vladimirovich Ruzsky è convinto che ulteriori spargimenti di sangue servirebbero solo ad infiammare le folle ancor di più. Il suo “consiglio” è l'autorizzazione immediata della Duma, su ordine diretto dello Zar, per formare un governo di unità nazionale, il quale conceda al popolo una costituzione.
Nessuno aveva mai parlato allo Zar di tutte le Russie, come questo generale aveva osato fare a Pskov e per Nikolaj fu certamente un dramma. Certo, Ruzsky stesso dovette fare i conti con la preoccupazione diffusa, tra gli ufficiali, che il tentativo di imporre con la forza un’autorità zarista a Pietrogrado avrebbe mandato in frantumi quello che restava dell’esercito Imperiale e della disciplina militare.
Nikolaj II è sorpreso e disgustato: non si fida dei politicanti della Duma e una costituzione per lui, equivale al caos. Quella stessa notte tra l’uno e il due Marzo 1917, lo Zar scopre che la proposta del generale indisciplinato è condivisa da quasi tutti gli altri ufficiali dello Stato Maggiore e solo in quell’istante il Romanov si rese conto di essere completamente solo.
Quando la crisi comincia, Nikolaj II crede ancora di poter controllare la situazione, ma venutosi a trovare di fronte ad una rivoluzione che dilaga nella capitale con guarnigioni intere che si ammutinano e generali che rifiutano di sedare la ribellione, si rende conto che non ha alternative. Contro tutte le sue più radicate convinzioni Nikolaj è costretto ad accettare la proposta dei suoi generali: autorizzerà un governo della Duma e darà alla Russia una Costituzione.
Via telegrafo il generale Ruzsky comunica la decisione dello Zar al presidente della Duma Michail Vladimirovič Rodzjanko: “Sua Maestà, lo Zar Nikolaj II ha dato il suo consenso per la creazione di un consiglio dei ministri che risponda alla Duma”. Nonostante la concessione Imperiale, Rodzjanko non è soddisfatto: i suoi ripetuti allarmi sono stati sistematicamente ignorati, con lo Zar che non ha voluto mai riconoscere al parlamento un ruolo attivo. Oramai è troppo tardi e il responsabile del precipitare della situazione è lo Zar stesso. La sua arroganza nel prendere decisioni senza consultare nessuno finirà per costargli la corona. Prosegue ancora il presidente della Duma: “E’ evidente che né sua Maestà, né voi vi rendete conto di quanto accade qui. E’ scoppiata una terribile rivoluzione e sedarla non sarà facile. Le truppe non si limitano a disobbedire, ma arrivano persino ad uccidere gli ufficiali”.
Da questo scambio è chiaro che solo l’abdicazione di Nikolaj Aleksandrovič Romanov poteva soddisfare la folla dei rivoluzionari e rivoltosi. Alla richiesta di ulteriori dettagli Rodzjanko aggiunge: “Ovunque le truppe prendono le parti della Duma e il popolo e chiede con forza l'abdicazione dello Zar, in favore del figlio Aleksej Nikolaevič, con la reggenza di Michail Aleksandrovič Romanov, fratello minore del sovrano”.
Se operiamo un’analisi sulle rivoluzioni, dobbiamo stabilire come gli eventi accadino sempre velocemente: quello che oggi sembra un ragionevole compromesso, domani è già un sogno impossibile. Inizialmente la Duma, chiede a Nikolaj II di formare un governo che avrebbe avuto il sostegno di una larga maggioranza parlamentare, ma quando la guarnigione di Pietrogrado si ribella e nascono i Soviet (consiglio degli operai), la Duma si convince che solo l’abdicazione dello Zar, può riportare l’ordine.
Dagli scritti di Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar di tutte le Russie: “Questa mattina è venuto Ruzsky e mi ha letto la sua lunga conversazione via telegrafo con Rodzjanko. Secondo quanto riportato la situazione a Pietrogrado è tale che un governo della Duma, sarebbe ormai impotente, perché dovrebbe competere con il partito social-democratico, rappresentato dal Comitato dei Lavoratori: i Soviet di Pietrogrado. Mi chiedono di abdicare”. Nikolaj II non si dà ancora vinto: prima di accettare l’esilio decide di consultare ancora una volta i comandanti militari, sperando ancora in un loro appoggio, ma nessuno è più disposto a sostenerlo. Per le 02:00 arrivano via telegrafo le risposte dei generali al fronte e tutti concordano: lo Zar deve abdicare.
I generali prima di ogni altra cosa, si considerano generali russi, che combattono una guerra russa e se la monarchia serve alla causa patriottica - per vincere la guerra -, sono pronti a sostenerla, ma nel tentativo di Febbraio 1917, molti di loro non si fidano più della capacità di Nikolaj II nella conduzione vittoriosa del conflitto. Messi di fronte alla scelta fra lo Zar e la Russia, scelgono sempre e solo la seconda. L’ultimo Romanov a sedere sul trono Imperiale è come stordito: tutti i generali più fidati lo hanno abbandonato al suo destino e il suo isolamento è completo e senza appello. Come appunterà sul suo diario, alle 15.00 del pomeriggio del 2 marzo 1917 Nikolaj Aleksandrovič Romanov rinuncia al Trono.
Michail Aleksandrovič Romanov, (San Pietroburgo, 28/11/1878 – Perm', 12/06/1918), è stato fratello minore dello Zar Nikolaj II di Russia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Michele chiese allo zar Nicola II il permesso di tornare in Russia e di entrare nell'esercito, con l'accordo che anche sua moglie e suo figlio sarebbero venuti. Tornò a casa come generale russo, e comandò la Divisione Selvaggia, formata da ceceni e daghestani. Le fonti archivistiche, indicano come il 12 giugno del 1918 a Michele fosse ordinato da un gruppo di uomini di lasciare l'albergo a Perm' dove viveva in reclusione forzata, anche lui prigioniero del governo rivoluzionario bolscevico. Con il suo segretario furono portati in periferia, dove furono uccisi entrambi a colpi d'arma da fuoco e i loro corpi bruciati. Secondo la versione fornita dai sovietici, gli assassini erano lavoratori locali che odiavano il regime zarista ed erano infastiditi dalla vita lussuosa di Michail. I documenti, di contro, mostrano che l'ordine di giustiziarli fu impartito dalla Čeka di Perm'.
Questo gesto sarà l’inizio della sua caduta: non potrà mai immaginare la sua amara e triste fine. Lui che fino a quel momento aveva deciso della vita e della morte di 160.000.000 di russi, adesso è un uomo come tanti. Tutto quello che aveva conosciuto e amato nella sua vita era sul punto di sparire per sempre.
Dal diario della Zarina: “Il mio cuore è in pezzi in questo momento di ribellione e angoscia. Penso a te, completamente solo. Non sappiamo nulla di te e tu non sai nulla di noi. (…) Loro ti informeranno sulla situazione: è spaventoso! Ci sono due forze contrapposte: la Duma e i Rivoluzionari. Due serpenti che spero si divorino l’uno contro l’altro. E’ chiaro che non vogliono che tu mi incontri prima di aver firmato qualche documento, magari una Costituzione o qualche altro abominio del genere”.
Sempre a Pskov alle 21:30 dello stesso 02 Marzo, arrivano due uomini esausti. Sono Vasily Vitalyevich Shulgin e Aleksandr Ivanovič Gučkov gli emissari della Duma: portano allo Zar la richiesta di abdicazione. Nikolaj II e Gučkov già si detestavano, per cui c’è un ulteriore elemento di tensione, quando ad arrivare con la scomoda richiesta è proprio il suo antagonista politico. Gučkov è uno di quei monarchici, che vorrebbe escludere i Romanov dalla politica attiva, ma è disposto a tutto pur di mantenere l’istituto monarchico come simbolo di ordine e legittimità. La grande maggioranza dei rappresentanti della Duma sono spaventati dal rischio di una rivoluzione sociale. Lo Zar fino a quel momento era stato un essere divino ed ora si trovava in questa piccola fangosa città di Pskov con questi due politicanti arrivisti – perché tali li considera – che si presentano con la richiesta di abdicazione: pensate che profonda umiliazione.
Ma Nikolaj II ha in serbo un colpo di scena: con freddezza informa gli emissari della Duma, che arrivano tardi, poiché l’abdicazione è già un fatto compiuto. Il nuovo Zar non sarà però il piccolo Aleksej Nikolaevič, ma suo fratello minore, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov.
E’ una decisione fuori da ogni protocollo, nata da un incontro privato e decisivo – avuto poche ore prima - con il dottore Sergey Petrovich Fedorov, una delle ultime personalità di cui aveva ancora fiducia. Quando la parola “abdicazione” era stata pronunciata, un pensiero lo tormentava nell’animo: l’incerta salute del figlio, avrebbe permesso ad Aleksej di regnare? Il dottore fu chiaro e diretto: Cesarevič Aleksej avrebbe forse potuto raggiungere l’età adulta, ma sarebbe sempre stato alla mercé di un incidente. Ascoltando le parole di Fedorov, Nikolaj II si rese conto delle implicazioni che l’elezione del figlio avrebbero comportato per la dinastia, già fortemente in pericolo. Inoltre se avesse firmato l’abdicazione in favore di Aleksej sarebbe stato per sempre separato da lui e in quel momento Nikolaj decide: il Cesarevič non sarà mai Zar.
Nel prendere la decisione di abdicare in favore del fratello Nikolaj Romanov non immaginava che tale scelta avrebbe creato ulteriori problemi. Sicuramente era preoccupato e si sentiva colpevole per aver spezzato la legittimità della successione, non avendone il diritto. Infine la fedeltà alla Costituzione soccombe, di fronte all’attaccamento di un padre per un figlio gravemente malato. Gli emissari del Duma, ignari dell’incontro non si aspettano un cambiamento nella linea di successione.
Aleksej Nikolaevič Romanov (Peterhof, 12/08/1904 – Ekaterinburg, 17/07/1918) è stato l'ultimo erede al trono dell'Impero russo, primo maschio e ultimogenito dello zar Nikolaj II e della zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, dopo le sorelle Ol'ga, Tat'jana, Marija e Anastasija. Fu barbaramente ucciso, nella dimora-prigione di Ekaterinburg, la notte del 17 luglio del 1918 dai sicari della Čeka bolscevica.
Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritira nel suo studio: le carte militari che fino a quel giorno avevano riempito il suo tavolo, ora non ci sono più: è presente solo il testo di abdicazione.
Così scrive quella notte: “In questi giorni di grave lotta contro il nemico esterno, che da tre anni sta cercando di assoggettare la nostra patria, il signore Iddio ha voluto sottoporre la Russia ad un’altra prova. Lo scoppio di disordini popolari, minaccia di produrre un effetto disastroso sulla futura condotta di questa dura guerra. Il destino della Russia, l’onore del suo eroico esercito, il benessere del popolo e tutto il futuro della nostra amata Patria, richiedono che la guerra – qualunque ne sia il costo – si avvii ad una conclusione decorosa. In questi giorni decisivi per la vita della Russia, noi consideriamo nostro dovere – verso la nazione – di unire tutte le forze del paese per un rapido conseguimento della vittoria. D’accordo con la Duma abbiamo ritenuto opportuno rinunciare al trono dello Stato russo e cedere l’autorità suprema. Non desiderando separarci dal nostro amato figlio, trasmettiamo la nostra successione al nostro fratello, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov e gli diamo la nostra benedizione perché ascenda al trono dello Stato russo. Voglia il signore Iddio aiutare la Russia”.
Manca poco alla 00:00 e Nikolaj Romanov raccoglie la penna, ma prima di firmare ha un ultimo moto d’orgoglio: vuole lasciare un segno sul suo ultimo atto ufficiale e retrodata la firma alle 15:05 del pomeriggio, alcune ore prima dell’arrivo degli emissari, perché nessuno pensi che la decisione dello Zar sia stata influenzata dalla Duma.
Lo Zar Nikolaj II adesso è un uomo come gli altri, il cittadino Col.Nikolaj Romanov. La notizia irrompe al Palazzo Imperiale come una cannonata e il testo dell’abdicazione è su tutte le prime pagine.
Quasi ventiquattro ore dopo, anche il nuovo Zar Michail Aleksandrovič Romanov rinuncia al trono firmando il manifesto fattogli avere dal politico socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij. Il fratello minore di Nikolaj non possiede ambizioni politiche e nessuna voglia di farsi carico di una situazione ampiamente compromessa. In tre soli giorni una delle dinastie più antiche del mondo crolla come un castello di carte: la fine della monarchia è salutata con manifestazioni di giubilo in tutto l’Impero. La popolazione, ignara del regime comunista successivo, festeggiava i lieti eventi, non rendendosi minimamente conto di cosa si sarebbe evoluto il bolscevismo della rivoluzione. 
Segue il diario di Nikolaj: “all’ 01:00 ho lasciato Pskov con il cuore gonfio, per tutto quello che ho dovuto subire: intorno a me c’è solo tradimento, codardia, inganno”.
L’ultimo Zar (de iure fu Michail) è costretto ora a proseguire il viaggio incerto, prigioniero sul suo stesso treno imperiale. Ci vorranno sette giorni perché possa riunirsi alla sua famiglia a Tsarskoye Selo. Nei mesi che seguono la Russia precipiterà in un bagno di sangue: una spaventosa guerra civile tra l’armata bolscevica – l’anima più radicale della rivoluzione, definita “Rossa” e “L’armata Bianca” dei restauratori controrivoluzionari. Tale spargimento di sangue- senza esclusione di colpi – si concluderà il 17 Giugno del 1923 con la vittoria dei rivoluzionari bolscevichi che fondarono l’Unione Sovietica.
Nikolaj, il discendente di Pietro il Grande e Ivan il Terribile, giunge il 9 Marzo alle ore 11:45 a Carskoe Selo – antica residenza imperiale – come un cittadino qualunque: le nuove guardie non lo riconoscono neppure.
Dopo tre secoli di dominio assoluto, la prima famiglia di Russia sparisce fra le quinte delle Storia. Nella Russia scossa dal terremoto della Rivoluzione, quest’uomo timido e schivo è ancora percepito come una grave minaccia. Nikolaj Romanov ha 49 anni, gli resterà ancora un anno da vivere, prima che la morte lo liberi definitivamente da quel ruolo e quel potere che non ha mai voluto. Prigioniero del Governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij, in seguito all'aggravarsi della situazione politica, il colonnello Romanov viene trasferito per ragioni di sicurezza in Siberia. In seguito alla Rivoluzione d'ottobre e alla salita al potere di Lenin, il Soviet degli Urali reclama i prigionieri reali come “bottino di guerra” della Rivoluzione.
A Ekaterinburg i prigionieri condividono l'abitazione con le guardie addette alla loro sorveglianza e sono sottoposti a numerose angherie. Vista l'avanzata della "Legione cecoslovacca" appartenente all'Armata Bianca controrivoluzionaria, il soviet locale dà ordine di accelerare i tempi dell'esecuzione. L'operazione viene affidata a un commissario della Čeka: questa fu un corpo di polizia politico, creato il 20 dicembre 1917 da Lenin e Feliks Edmundovič Dzeržinskij, il quale durò fino al 1922, per combattere i nemici del nuovo regime russo. Il commissario Jakov Jurovskij, organizza in gran segreto la fucilazione e il successivo occultamento dei corpi. Di fronte al diniego di numerosi čekisti, che si rifiutano di sparare sull'intera famiglia, è creato un commando composto da ex prigionieri di guerra austriaci e ungheresi, che hanno abbracciato - alcuni per paura, altri per sopravvivenza - la rivoluzione bolscevica.
Così nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, il commissario sveglia l'ex Zar e tutta la famiglia, dando l'ordine di preparare i bagagli per una partenza. I Romanov e gli altri prigionieri del seguito, sono condotti nello scantinato della casa e Jurovskij ordina di disporsi per una fotografia di notifica, dopodiché chiama il commando.
Letta una improbabile sentenza l'ex Zar di tutte le Russie viene falciato dal fuoco. L'esecuzione durò venti minuti e la scena dovette essere altrettanto pietosa: nella confusione che ne seguì, il primo a cadere fu proprio Nikolaj II; di seguito la Zarina Aleksandra Fëdorovna; poi i membri del séguito, e infine i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej. Alcune delle figlie non morirono con i colpi delle armi da fuoco immediatamente, per via dei gioielli che avevano sotto il corpetto: furono trucidate e finite a baionettate. Jurovskij dichiarerà: «I gioielli e i diamanti cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne che, ferite e spaventate, non smettevano di dibattersi in preda al dolore e al terrore. Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore e poi finirle a colpi di baionetta».
I corpi vennero portati nel vicino bosco di Koptiakij e, dopo una previa divisione, furono bruciati a metà strada i corpi di Aleksej e Marija, mentre gli altri vennero denudati, fatti a pezzi e gettati nel pozzo di una vecchia miniera. Infine i resti furono sciolti con acido solforico e dati alle fiamme: era necessario che i controrivoluzionari non trovassero alcuna traccia dell'esecuzione avvenuta.
Nel 1990 in un bosco di betulle alla periferia di Ekaterinenburg (un tempo Sverdlovsk) i corpi vengono ritrovati in una fossa poco profonda - identificati con la tecnica forense convenzionale delle impronte genetiche -, rinvenuta in un bosco di betulle.
Konvojcem Alexander Levčenkovym, L'inferno della casa ipatʹevskogo.
Il 16 luglio del 1998 la famiglia zarista è inumata nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo (ex Pietrogrado) in seguito a un funerale di Stato presenziato dal presidente Boris El'cin.
Il 30 aprile 2008, in seguito alla pubblicazione dei test del DNA da parte del laboratorio statunitense, il quale aveva in esame i resti ritrovati nell'estate, vengono definitivamente identificati i corpi della granduchessa Marija e dello zarevič Aleksej. Lo stesso giorno le autorità russe comunicano ufficialmente che l'intera famiglia è stata identificata.
Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nikolaj Aleksandrovič Romanov e la sua famiglia, per il contegno da loro tenuto durante la deportazione e la prigionia, per il fatto di aver – come attestano diari e lettere ritrovati dopo la morte – concesso in nome della fede il perdono ai loro carnefici e di aver auspicato la fine della guerra civile anche davanti alla possibilità di venire salvati dall'incipiente arrivo dell'armata bianca. Nikolaj II in prigionia rifiutò, addirittura, l'offerta di fuga propostagli da una lettera anonima inviata dallo stesso Consiglio dei Soviet.
L'ex Zar giustificò il diniego con un'altra lettera nella quale sosteneva che nell'azione si sarebbe sparso troppo sangue. Un'ulteriore prova di tale rassegnazione, e che è stata determinante nei lavori del Clero ortodosso, è la lettera inviata a tutti i familiari dalla granduchessa Ol'ga, dove ella scrive: "Papà chiede a tutti (...) che non cerchino di vendicarlo (...) poiché il male che adesso domina nel mondo diventerà ancora più grande. Il male, infatti, non può sconfiggere il male, ma solo l'amore può farlo (...)". San Nikolaj II, Imperatore martire e "grande portatore della Passione", unitamente a santa Aleksandra, sant'Aleksej, santa Ol'ga, santa Tat'jana, santa Marija, sant'Anastasija e santa Elizaveta sono festeggiati il 17 luglio.
Lo Zar e la sua famiglia sono stati ufficialmente riabilitati dal Presidium della corte suprema russa il 01 ottobre 2008, dopo una lunga battaglia legale. La corte ha riconosciuto come illegale l'esecuzione dello Zar e della famiglia. In questo caso sarebbe previsto il risarcimento danni, ma solo per gli eredi di primo grado, che in questo caso sono defunti.
La Russia, oggi capeggiata dal leader Vladimir Vladimirovič Putin è riuscita nella mirabile operazione di realizzare quell’analisi storica necessaria per la crescita e per il bene del paese, che l'Italia ancora non ha compiuto. Tale consapevolezza storica – che rende grande un popolo – è stata dimostrata ancora con più veemenza quest’anno, dove nella data del 17 Luglio 2017 migliaia di russi hanno sfilato a Ekaterinburg per l’anniversario della esecuzione della famiglia imperiale, il 17 luglio 1918: per una memoria storica e per una dignità culturale.
Note: Per tutte le date russe uso il calendario giuliano "vecchio stile", che, rispetto al calendario gregoriano "nuovo stile" usato in Occidente, nel XVII secolo era indietro di dieci giorni, nel XVIII di undici, nel XIX di dodici e nel XX di tredici. Quanto ai titoli, uso il russo "Zar" al posto del romano-europeo "imperatore" per la giusta connotazione slavofila. I russi sono generalmente provvisti di un nome proprio e un patronimico.
Per approfondimenti:
_Marzia Sarcinelli, L' ultimo Zar. Nicola II, Alessandra e Rasputin - Mursia Editore;
_Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924 - Edizioni Oscar Mondadori;
_Simon Sebag Montefiore, I Romanov - Edizioni Mondadori;
_Roberto Pazzi, Cercando L'imperatore - Edizioni Bompiani.
 
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di Dario Neglia 01/08/2017

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Se si vuole andare per mare, i nodi sono importanti. In particolare, ce n’è uno che di solito s’impara per primo, semplice ma al contempo molto utile. È un nodo cosiddetto di giunzione, serve a unire due corde di uguale spessore e regge anche discretamente la tensione di carico: quanto più essa aumenta, tanto più le due corde si stringono tra loro. Si chiama nodo piano, in inglese reef knot.
Un nodo piano è il simbolo scelto dalla Cancelliera Merkel per il G20 appena conclusosi. Per due giorni, il 7 e l’8 luglio, i capi di Stato e/o di governo delle prime venti economie al mondo si sono riuniti nella città fluviale di Amburgo, nel nord della Germania. È stato facile per Mme Merkel, leader del paese ospitante, spiegare la metafora del nodo durante la sessione inaugurale del vertice. A fronte della crescente difficoltà delle sfide mondiali, i leader politici devono stringersi sempre più tra di loro, unirsi, senza spezzare la corda. Ma il simbolismo va oltre. Infatti, la stessa città ospitante, Amburgo, (oltre ad aver dato i natali alla Cancelliera) è stata un emblema di apertura fin dal XVI secolo, soprattutto commerciale ma anche lato sensu (politicamente è molto progressista). Si tratta di un riferimento evidente, data la situazione attuale della vita politica internazionale. A questo si aggiunge il titolo programmatico dell’evento: “Dare forma ad un mondo interconnesso”.
[caption id="attachment_9213" align="aligncenter" width="1000"] Il G20 del 2017 è stato il dodicesimo meeting del Gruppo dei Venti (G20). Si è tenuto il 7 e 8 luglio 2017 nella città di Amburgo, in Germania. È stato il primo vertice del G20 ospitato dalla Germania e il terzo ospitato da un Paese dell'Unione europea, dopo quelli del 2009 in Regno Unito e del 2011 in Francia. La riunione è stata guidata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.[/caption]
Ad ogni modo, simboli a parte, ci sono almeno tre ragioni per le quali il vertice della settimana scorsa merita di essere ricordato. In primo luogo, la tempistica. La politica internazionale è sempre stata dominata dall’incertezza, ma il livello che si è raggiunto al giorno d’oggi è tale che molti parlano di una vera e propria età del caos. Il mondo è diventato talmente complesso da essere ingovernabile, si dice, tanto all’interno quanto all’esterno dello Stato, a causa dei profondi cambiamenti geopolitici, tecnologici, socioeconomici degli ultimi vent’anni. Terrorismo internazionale, climate change, crisi finanziarie, migrazioni di massa, hanno aumentato a dismisura le variabili in questa equazione da risolvere, rendendo immane il lavoro dei policy makers.
Il vertice di Amburgo era importante, quindi, in primis per tale motivo: benché di rado tali incontri raggiungano conclusioni espressive, stavolta le attese erano se possibile anche più alte del solito. I leader mondiali erano chiamati a pareggiare la fortissima domanda di ordine e stabilità con un’offerta adeguata. D’altronde, rappresentando circa l’85% del PIL e i 2/3 della popolazione mondiale, le decisioni prese in una sede del genere – se implementate in modo adeguato – possono davvero essere efficaci e cambiare le cose. A fortiori, peraltro, se si considera che le più importanti date elettorali sono passate da tempo. Gli Stati Uniti hanno già eletto Trump, la Francia Macron, la Brexit è alle spalle, così come le elezioni anticipate inglesi. La stessa Merkel, unica tra i grandi leader europei a dover ancora passare dalle urne a settembre (in realtà ci saremmo anche noi, ma ormai la nostra situazione è diventata una triste costante…) sembra proiettata verso una vittoria quasi sicura. Insomma, i principali partecipanti della conferenza erano in una condizione di full powers, per così dire. Avendo superato buona parte dei principali giri di boa, il momento era quello di un “ora o mai più”, considerate le circostanze e l’assenza di scusanti.
In secondo luogo, il G20 di Amburgo era di per sé importante già per la sola gravità dei problemi in agenda. Al primo posto, il cambiamento climatico, uno dei fenomeni meno appariscenti (rectius più controversi) eppure più nefasti nell’intera storia del mondo. L’Accordo di Parigi siglato nel 2015 nell’ottica di un contrasto al riscaldamento globale è stato fortemente depotenziato dall’America di Donald Trump, che ha denunciato il trattato tirandosene fuori. Quella che sembrava una questione non di certo archiviata, ma se non altro indirizzata sulla buona strada, peraltro dopo un lungo e faticoso processo negoziale durato anni, oggi è tornata prepotentemente ai primi posti della lista di questioni più spinose da risolvere.
E che dire del terrorismo? Gli Europei ne sono stati testimoni e vittime negli ultimi anni. La crisi geopolitica in Medio Oriente, specialmente Siria e Iraq, ha prodotto un’ondata di attacchi nel Vecchio Continente – ad opera del sedicente Stato Islamico – che è quasi riuscita a piegare migliaia e migliaia di persone alla dittatura del terrore. Ma questo è niente se si guarda al fenomeno delle migrazioni di massa. Si tratta del vero e proprio trend di lungo periodo dei nostri tempi, destinato a durare per decenni. Demograficamente l’Africa è una sorta di bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel prossimo futuro. Ceteris paribus, gli analisti prevedono che il continente supererà Cina e India come tasso di crescita della popolazione. Entro il 2100 quattro persone su dieci nel mondo saranno nate in Africa. Se a ciò si unisce la miseria e il sottosviluppo di molti paesi soprattutto nella fascia sub-sahariana, si capisce perché così tanti disperati provino ad attraversare il Mediterraneo rischiando la propria vita, nella speranza di ottenere un futuro migliore di quello a cui sono condannati.
[caption id="attachment_9200" align="aligncenter" width="1000"] Un gruppo di manifestanti travestito con le maschere dei leader mondiali che si incontreranno nella città tedesca il 7 e l'8 luglio. Per l'occasione è previsto anche il primo faccia a faccia tra il presidente Usa Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin.[/caption]
Il commercio e l’economia si inseriscono analogamente nell’agenda di Amburgo, quali temi anzi privilegiati, essendo appunto il G20 un forum per discutere principalmente di questioni economico-finanziarie. L’economia mondiale si è ormai quasi del tutto ripresa dalla crisi del 2008, tuttavia ora i rischi provengono dal protezionismo di matrice americana, che ha già mietuto le prime vittime, ossia i due trattati di libero scambio TTIP e TTP, rispettivamente tra USA e UE, e USA e paesi del Pacifico. Last but not least, i tre grandi focolai di crisi che avvelenano le falde della politica internazionale. Primo, la più grande crisi dell’ultimo decennio: la Siria. Secondo, il conflitto che allora si credeva avrebbe portato il mondo sull’orlo di una nuova guerra mondiale: l’Ucraina. Terzo, quello più recente e che con ogni probabilità ha il curriculum migliore per aspirare al ruolo di miccia se davvero dovesse scoppiare la Terza guerra mondiale: la Corea del Nord.
Come si vede, gli argomenti erano dunque molti, e la loro importanza era tale da fare tremare le vene e i polsi. Ma di certo Amburgo passerà ai libri di storia anche per un terzo motivo. C’era un incontro, un vero e proprio vertice nel vertice, che i media di tutto il mondo stavano aspettando, e che avrebbe dovuto avere luogo per la prima volta proprio in occasione del G20 in Germania: il primo faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin. Eufemisticamente, si è detto tutto e il contrario di tutto riguardo alla relazione più che tra i due paesi, proprio tra questi due uomini. E se le cose che i detrattori di Trump sostengono fossero vere, anche in minima parte, sarebbe forse lo scandalo più grande nell’intera storia della presidenza statunitense. In ogni caso, l’incontro c’è stato ed è durato un’ora e mezza più del previsto. Segno che evidentemente qualcosa da dirsi i due l’avevano.
È inutile negarlo, Trump è il catalizzatore dell’attenzione di tutti gli osservatori di politica internazionale, né potrebbe essere altrimenti trattandosi del Capo di Stato e di governo del paese primo al mondo per forza militare e secondo per potenza economica. Ma il 45° presidente degli Stati Uniti è a digiuno di affari internazionali, sicché quando a maggio si tenne il G7 a Taormina, l’attenzione era su di lui a causa del suo debutto sulla scena dei Grandi. Ma adesso, oltre ad attendere la sua entrata in scena su un palcoscenico più grande come il G20 e il primo incontro con l’omologo russo, si cerca di studiarlo per cercare di intuire quali saranno le sue prossime mosse. Compito alquanto difficile per un presidente che, alla meglio, è stato definito erratico.
In effetti, tutta una serie di questioni latenti ruotano attorno all’America trumpiana, vera e propria incognita della politica internazionale ancor più della Gran Bretagna post-Brexit. Anzitutto la qualità delle relazioni transatlantiche. I paesi dell’UE, padrona di casa tedesca in primis, devono ancora prendere le misure al nuovo inquilino della Casa Bianca, soprattutto sui grandi temi della lotta al cambiamento climatico e del sostegno al commercio mondiale. Dal canto suo, la Cina pare si sia già portata avanti col lavoro, alternando tra loro toni conciliatori e perentori rivolti a Washington, e soprattutto cercando di riempire il vuoto geopolitico che il neo-isolazionismo trumpiano sta creando. In ogni caso la relazione sino-statunitense è più unica che rara, data l’eccezionalità dei due soggetti, una superpotenza militare e l’altra economica. Quanto alla Russia…cela va sans dire. Sulla presunta liaison tra Trump e Putin i critici dipingono trame fosche di intorbidimento del processo democratico americano, mentre i sostenitori la sbandierano come esempio di una nuova “distensione” che potrebbe finalmente regolare la politica mondiale. Amburgo è stato il contesto in cui tutte questi temi si sono incrociati, aumentandone di molto l’importanza.
[caption id="attachment_9201" align="aligncenter" width="1000"] In occasione del vertice del G20 di Amburgo, il 5 luglio 1000 figure coperte di argilla sono apparse per le strade della città dando vita a una performance artistica e sovversiva. Una protesta silenziosa organizzata dal collettivo 1000 GESTALTEN per invitare la Germania e il mondo a combattere, una chiamata alla partecipazione politica a una società in cui il cambiamento non deriva dall’alto, ma da ciascun individuo, una critica verso l’apatia politica e l’impotenza dell’individuo nella società odierna. La performance artistica di 1000 GESTALTEN si è svolta come una storia sulla trasformazione e la crescita individuale e collettiva. I 1000 zombie hanno iniziato ad aggirarsi coperti da gusci polverosi di argilla, metafora di una società che ha perso il suo senso di solidarietà, egoista e indifferente. I gusci hanno poi iniziato a crepare, spinti drammaticamente da una seconda pelle, a simboleggiare un popolo che si è liberato dalle rigide strutture ideologiche e che lotta contro la spersonalizzazione.[/caption]
Tuttavia, sottolineare l’importanza e il valore particolare di questa conferenza, non implica che alla fine, anche in questo caso, si possa dire che si sono prese decisioni sensazionali o dall’effetto dirompente. Su molti temi la distanza tra i paesi resta troppo grande. Eppure la Merkel ha cercato in ogni modo – aiutata anche dalla sua innata capacità diplomatica – di ottenere quel minimo grado di condivisione che permette di arrivare ad un compromesso. Anche a scapito dell’efficacia delle decisioni prese. Difatti, così è stato, e traspare in un modo o nell’altro nel communiqué finale.
Riguardo al cambiamento climatico, vero e proprio pomo della discordia e tema fondamentale della conferenza, i paesi del G20 si sono limitati a “prendere atto” della decisione statunitense di abbandonare l’Accordo di Parigi, ma allo stesso tempo hanno sancito che esso è – e resta – “irreversibile” per le altre parti contraenti. Se l’UE, Germania e Francia in testa, riusciranno a legare la Cina (principale paese inquinatore al mondo) e l’India agli impegni presi nella capitale francese, come pare avverrà, e considerando anche che molti singoli Stati degli Stati Uniti hanno già detto che si impegneranno per rispettare l’accordo, la decisione trumpiana non sortirà il tanto paventato effetto di rendere de facto inefficace il trattato. Peraltro, va segnalato che – mai come in questa occasione e su questo tema – si è verificata una notevole frattura tra i paesi mondiali, e specialmente tra i paesi del G7 e gli USA. Alcuni commentatori hanno già coniato l’espressione “G19 +1” per sintetizzare l’isolamento dell’America di Donald Trump sul tema, ma forse sarebbe più corretto parlare di un “G6 +1”. Infatti, di certo nell’ambito del G7 la frattura è nettissima, mentre in ambito G20 alcuni paesi potrebbero pur sempre scegliere di schierarsi dalla parte degli USA (ad esempio Arabia Saudita, o Turchia).
Allo stesso modo, parlando di commercio internazionale – un altro tema avvelenato – si è consumata un’altra frattura silenziosa nello scontro tra i fautori del protezionismo e quelli del libero commercio. Così, quantunque nel comunicato finale si scriva che il commercio internazionale va stimolato, in qualità di volano della crescita mondiale, si aggiunge anche che contro le pratiche commerciali scorrette va riconosciuto un ruolo agli “strumenti di difesa”. Ma quali? E su quali prodotti? Come sempre, l’ambiguità dell’espressione non è un buon segno, perché indica che i diretti interessati che hanno fatto pressione per inserire questa piccola frase (ovvero gli Stati Uniti) potranno sfruttare tale vaghezza per avere più margine di manovra. Le voci di corridoio indicano l’acciaio europeo come probabile bersaglio di nuovi dazi che Washington sarebbe pronta ad imporre, arrivando anche al 25%. Così, le relazioni transatlantiche verrebbero invelenite anche sotto l’aspetto commerciale, dopo quello del climate change e il già menzionato fallimento del TTIP.
Riguardo al terrorismo poco si è fatto, ma va detto che il G20 non è il luogo privilegiato dove discuterne e prendere decisioni degne di tale nome. Tra i paesi partecipanti non si riesce nemmeno a trovare una definizione comune riguardo a quali soggetti annoverare tra i gruppi “terroristi” e quali no. Per i Turchi sono i Curdi, ma non per gli Occidentali, mentre il legame tra Arabia Saudita e frange estremiste conclamate è stato ampiamente dimostrato, ma tant’è.
Riguardo all’immigrazione e – lato sensu – alla cooperazione allo sviluppo verso l’Africa, pur in assenza di decisioni definitive, va riconosciuto che la Cancelliera si è prodotta in un notevole sforzo in prima persona per promuovere uno schema di patti bilaterali tra i paesi industrializzati e quelli africani, onde stimolare l’afflusso di capitali e sostenere lo sviluppo economico soprattutto dei paesi della fascia centrale del continente africano. Se non altro, questa rappresenta una novità che mai prima d’ora un paese organizzatore del G20 aveva messo in atto. Al contrario, il problema degli sbarchi di migranti sulle coste italiane non è stato affrontato nel forum, ma la discussione – che di sicuro ci sarà stata a livello informale – principalmente tra il nostro paese e gli altri partecipanti ha fatto registrare toni abbastanza diversi da quella solidarietà di facciata che gli altri paesi sembrano fare a gara per mostrarci, appunto solo a parole.
È stata poi la volta del colloquio Trump/Putin. Analizzato in ogni fotogramma e studiato fin nella mimica facciale o nel linguaggio del corpo, i due maschi alfa, come è stato detto, hanno optato in realtà per una sorta di basso profilo durante il summit. Il presidente statunitense, peraltro, appena il giorno prima dell’inizio del G20, a Varsavia, aveva tenuto un discorso dai toni quasi da scontro di civiltà tra l’Occidente ed il resto del mondo, ammonendo la Russia di smettere di interferire negli affari di altri paesi sovrani. D’altronde, la Polonia non è solo uno dei pochi paesi della NATO che rispetti l’impegno del 2% del PIL da destinare alle spese militari – come hanno sempre richiesto gli Americani – ma anche uno di quelli dove la russofobia è più radicata.
Ma, al dunque, tra i due uomini forti ha prevalso la sintonia o il presunto sforzo per trovare un’intesa (e – chi può dirlo – forse qualcosa di altro?). Tuttavia, l’Ucraina è argomento poco importante per l’America (mentre vale l’opposto per Putin) perché si possa giungere ad una soluzione che non sia il congelamento dello status quo. In modo analogo si è arrivati ad un nulla di fatto sulla Corea del Nord, stante la volontà della Cina di gestire un suo alleato come il regime di Pyongyang che – seppur pericoloso – fa comunque parte di quello che Pechino considera il giardino di casa sua, dove quindi non tollera ingerenze, neppure dagli Stati Uniti. Il principale risultato è stato dunque sulla Siria: un cessate il fuoco nella zona sud-occidentale del paese, che si aggiunge ad altre quattro zone di de-escalation già negoziate in altra sede. Non è un granché, ma probabilmente si voleva dimostrare che il conflitto siriano potrà essere risolto unicamente da un accordo russo-statunitense, cosa che è vera solo in parte, perché in gioco ci sono molti altri attori, dall’Iran alla Turchia, dall’ISIS ad Assad.
In fin dei conti, cosa resta del vertice di Amburgo? Senza alcun dubbio rimarrà la frattura, abbastanza profonda finora, che si è venuta a creare tra gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali. Se aumenterà o meno in futuro dipenderà dalle scelte di Trump. Gli Europei, tuttavia, sembrano aver ormai capito che devono prepararsi a tempi duri. A voler guardare il lato positivo, questo potrebbe essere lo stimolo tanto agognato per far sì che il Vecchio Continente raggiunga finalmente una maggiore unità politica. In ogni caso, l’UE dovrà iniziare a giocare quel ruolo da player mondiale che si addice al suo peso economico e demografico. O altri faranno al posto suo… Nella geopolitica esiste infatti una legge ferrea, l’horror vacui, ed è curioso che soprattutto i sostenitori della distensione Putin-Trump (piuttosto che Russia-USA) non considerino quest’ultimo aspetto.
Riguardo a quest’ultimo punto, infatti, come ha detto efficacemente Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, non si sono mai visti nella storia «due leader così amichevoli a capo di due paesi con interessi così opposti». È quindi incredibile che lo stesso Trump, pur considerando il mondo un insieme di relazioni a somma zero, dove c’è chi vince e chi perde senza che si possano dare possibilità di mutua collaborazione per una vittoria condivisa, non applichi tale struttura di pensiero alle stesse relazioni russo-statunitensi. Qui, invece, si ritiene che l’America possa collaborare proficuamente con la Russia, in vista di non si sa bene quale fine. O meglio, per Mosca l’obiettivo risulta chiaro: uscire dall’isolamento geopolitico a cui il paese (giustamente) era stato relegato dopo l’illecito internazionale dell’annessione della Crimea. Tuttavia, ad esempio proprio sulla Siria, dove in più di ogni altro caso – si dice – dovrebbero vedersi i frutti di questa tanto declamata collaborazione, si osserva da più parti che Mosca ha vinto, ma cosa ne hanno ottenuto gli Stati Uniti oltre ad un loro disimpegno dalla regione con tutte le conseguenze del caso? Nella politica internazionale, come dicevo sopra, se lasci un vuoto altri lo riempiranno.
In conclusione, forse il vero aspetto di quest’ultimo G20 che bisognerà ricordare è legato ad un’altra celebre definizione, sempre di Ian Bremmer, che indica quale sarà il futuro a cui ci avviciniamo: un «G-Zero», un mondo confuso poiché privo di quei centri di potere capaci di dar forma alle relazioni internazionali in modo sistemico. Nella seconda parte del secolo scorso sono stati gli Stati Uniti a plasmare il nostro mondo, ma adesso assistiamo ad «un’America unilateralista, una Gran Bretagna che si ritrae, una Francia che si sta ancora riprendendo, una Russia revisionista e una Cina che ancora non è potenza dominante» (The Economist online, 7 luglio). A nulla servono questi consessi di leader politici, perché il mondo ormai è diventato tutto una grande incognita, e i processi sfuggono al potere che vorrebbe controllarli, di qualunque natura esso sia.
Tutto ciò è esemplificato proprio dalla stessa Germania merkeliana: una potenza commerciale, aperta e multiculturale, legata a doppio filo alla globalizzazione e che da essa trae la propria forza ed in essa prospera. Ciò nondimeno, essa è incapace di governarla da sola, debole sotto il profilo del potere militare a causa delle cicatrici del suo recente passato, disperatamente bisognosa di alleanze e diplomazia. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 6 luglio, la Cancelliera aveva detto che il vertice di Amburgo, il «suo G20», avrebbe dovuto rifondare «un ordine globale giusto». C’è da chiedersi se questo non sia un compito irrealizzabile, non tanto per la Germania quanto per la nostra epoca tout court. Forse dobbiamo sperare che si inventino altri nodi, per resistere alle tensioni future, perché pare che quelli vecchi – incluso il nodo piano – siano pericolosamente vicini al punto di rottura. E si sa, non si può andare per mare senza nodi che tengano.
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A novant'anni dalla morte di Karl I d'Asburgo, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria, questo video propone una breve visione dell'uomo diventato - nel 2004 - beato della Chiesa cattolica. Senza l'intervento dei paesi vincitori della Grande guerra, decisi a cancellare l'equilibrio che poneva l'Austria-Ungheria sullo scacchiere europeo, Karl I avrebbe senz'altro mantenuto la corte di Vienna, rimanendo così al potere, per ricostruire tramite la democrazia - già da lui adottata - un'Europa più forte. Un imperatore che, contrariamente all'immagine che ne diede la potentissima propaganda dei Paesi vincitori della Prima guerra mondiale, era dotato di grandi qualità, umane e diplomatiche. Un ringraziamento particolare al professore Roberto Coaloa, il quale tramite il suo saggio "Carlo d'Asburgo, l'ultimo imperatore" - edito dalla casa editrice "Il Canneto" (2012) -, ha innescato la scintilla della conoscenza di questo straordinario personaggio storico della nostra Europa.

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Cadono i sessant’anni della morte dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, avvenuta a Roma, il 23 luglio 1957. Ricordarlo è essenzialmente commentare ed analizzare il suo capolavoro “Il Gattopardo”.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, duca di Palma e Montechiaro, principe di Lampedusa, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896. Partecipò alla I Guerra Mondiale come ufficiale e rimase nell’esercito fino al 1925, laureandosi nel frattempo in Giurisprudenza all’Università di Torino. Il Tomasi si ritirò, quindi, a vita privata (anche perché avverso al Fascismo), viaggiando e dimorando per lunghi periodi all’estero.
Il Tomasi divenne, quindi, saltuariamente critico di letteratura francese e di storia, negli anni 1926-27, su “Le Opere e i Giorni” (mensile culturale di Genova), ma le vicissitudini della vita interruppero codesto suo approccio professionale alle lettere. Rimase il conforto della lettura, il modo originale di smontare pezzo a pezzo, quasi come un giocattolo, gli scritti altrui. E soprattutto la ricerca, autore per autore, ed opera per opera, di una precisa collocazione biografica ed ambientale. Scrive il professor Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo del Lampedusa: «Per Lampedusa la letteratura è una sorta di diaristica cifrata, e la diaristica la sola gnoseologia; l’opera d’arte il mezzo attraverso cui una contingente esperienza umana, da individuale ed egoistica, poteva cristallizzarsi in esperienza durevole, valida oltre l’occasionalità delle circostanze».
[caption id="attachment_9165" align="aligncenter" width="1000"] Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957) è stato uno scrittore italiano.[/caption]
Il Tomasi compose diversi saggi ed alcuni racconti, che, però, non diede mai alle stampe. Accadde che il Nostro accompagnò il cugino Lucio Piccolo di Calanovella, poeta scoperto da Eugenio Montale, ad un convegno letterario a San Pellegrino Terme (Bergamo) nel 1954. Ritornato a Palermo, il Lampedusa, affascinato, ma forse anche spronato dai forieri incontri avuti durante tale convegno, iniziò a scrivere il suo romanzo. Egli scrisse “Il Gattopardo” nel periodo che va’ dal 1955 al 1956, quindi, negli ultimi anni di vita, e praticamente tutti i giorni. E ciò indipendentemente dal successo, che la sorte in vita gli negò. Secondo la testimonianza della vedova dell’Autore, l’opera fu scritta “dal principio alla fine, tra il ’55 ed il ‘56” e ciò in pochissimi mesi".
Ma il proposito di comporre e scrivere un romanzo storico, ambientato in Sicilia, all’epoca dello sbarco di Garibaldi a Marsala, ed imperniato sulla figura di un suo bisavo, era stato annunziato dal Nostro alla consorte almeno un venticinquennio prima. Ed “Il Gattopardo” ottenne un così vasto successo in Italia ed all’estero, da costituire uno dei singolari “casi letterari” degli ultimi decenni. Ma Giuseppe Tomasi di Lampedusa non lo poté vivere il successo, infatti morì a Roma il 23 luglio 1957. Vediamo brevemente la trama del romanzo.
L’intreccio è più che noto: Sicilia 1860, isola borbonica, turbata nei suoi torbidi sonni secolari dai «falò che le squadre dei ribelli accendevano ogni notte» stranamente simili a «quelle luci che si vedono ardere nelle camere degli ammalati gravi». E’ l’epoca del tramonto borbonico con l’instaurazione, anche nell’isola, della monarchia sabauda. Il c. d. “mondo vecchio”, che, per i siciliani, vecchio non era, declina per fare spazio al c. d. “mondo nuovo”, emerso dalle idee illuministe, materialistiche e giacobine della Rivoluzione Francese.
L’intera opera è incentrata ed intessuta intorno alla imponente figura ed alle abitudini del capo di un prestigioso casato isolano: don Fabrizio Corbèra, principe di Salina [da ravvisarsi, come si diceva poc’anzi, in un bisavo dell’Autore, Giulio Tomasi di Lampedusa (1814-1885), se non, come alcuni esegeti affermano, nell’Autore medesimo, nobile generoso figlio della sua radiosa terra siciliana].
Don Fabrizio, lirico e critico nello stesso tempo, con occhio disincantato, fuori dagli avvenimenti, li vede mutare, li vede sfuggire dal di lui controllo e, suo malgrado, è del tutto incapace di adeguarvisi. «(…) è meglio il male certo che il bene non sperimentato (…)» scrive l’autore, facendo suo, un proverbio millenario nel momento in cui il protagonista vota affermativamente per il plebiscito di annessione al Regno d’Italia, e ciò con stupore generale della gente di Donnafugata, restia a ratificare, sia per ragioni personali, sia che per fede religiosa, sia anche per aver ricevuto immensi favori dal passato regime. Questa gente effettuò un viaggio “ad limina Gattopardorum” in quanto stimava impossibile che un Principe di Salina, Pari del Regno delle Due Sicilie, potesse votare in favore di quella che la gente denominava Rivoluzione.
Don Fabrizio, dall’alto del suo palazzo segue, altresì, con benevolenza, velata da un’amara ironia (ed allo stesso tempo si accorge che sta invecchiando: il suo “fluido vitale” non c’è più), la deliziosa storia d’amore tra suo nipote Tancredi Falconeri, combattente garibaldino, ed Angelica, figlia di don Calogero Sedara, Sindaco di Donnafugata, rappresentante della “nuova gente”.
A tal proposito, particolare fu la reazione del Principe di Salina nel vedere salire le scale del suo palazzo di Donnafugata, il detto don Calogero in frac, e ciò nel corso del pranzo d’inizio della villeggiatura, nel quale il Principe era semplicemente vestito con un abito da pomeriggio. Scrive il Tomasi: «(…) Non rise invece il Principe al quale, è lecito dirlo, la notizia» (del frac di don Calogero) «fece un effetto maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala». Praticamente don Fabrizio, massimo proprietario del feudo, si sentiva più come tale, ma fu costretto, dagli eventi della Rivoluzione, a ricevere, vestito da pomeriggio, un invitato in abito da sera.
Tutto codesto evolversi di fatti e situazioni, ben descritte e particolareggiate dal Tomasi, ha il suo epilogo nel ballo ove il protagonista, consumando un valzer con Angelica, si accorge più che mai del suo tramonto, di essere corroso da un tragico senso della morte e praticamente esce di scena. Tutta l’opera fu scritta di getto, ma la dovizia di particolari a cui l’Autore si è dedicato con paziente attenzione è segno che egli sentiva quel “mondo” più che suo.
[caption id="attachment_9166" align="aligncenter" width="1000"] Il Gattopardo è un romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell'autore. L'autore trasse ispirazione da vicende storiche della sua famiglia, gli aristocratici Tomasi di Lampedusa, e in particolare dalla biografia del bisnonno, il principe Giulio Fabrizio Tomasi (nell'opera il principe Fabrizio Salina), vissuto durante il Risorgimento e noto anche per aver realizzato un osservatorio astronomico per le sue ricerche. Per il tema trattato è spesso considerato un romanzo storico, benché non ne soddisfi tutti i canoni.[/caption]
La figura del gesuita padre Pirrone, cappellano della Casa, il cane Benedicò, gli oggetti dell’arredamento, le figlie del principe, la tiepida e religiosa moglie, i periodi di villeggiatura (da agosto a novembre) in campagna ed a caccia in Donnafugata, con l’organista della chiesa, don Ciccio Tumeo.
Opera meditata a lungo, dunque, se pur scritta, anzi manoscritta, di getto, come si diceva poc’anzi. E’ più che lecito ritenere che la morte del Tomasi abbia impedito del tutto quel lavoro di revisione e di limatura che sarebbe valso a “Il Gattopardo” un carattere di maggior compiutezza.
Il romanzo apparve nell’autunno 1958 (dopo il rifiuto di Elio Vittorini per la Mondadori), a cura dello scrittore bolognese, ma ferrarese di adozione - città di antiche e feconde tradizioni, attraverso i secoli, di letterati, di poeti, di artisti, di politici, di giornalisti - Giorgio Bassani – al quale pervenne, a sua volta, da Elena Croce - e la compiutezza, nonché correttezza dell’edizione non venne messa in discussione fino al 1968, quando si riscontrarono centinaia di divergenze, anche cospicue, fra il manoscritto ed il testo stampato. La questione era già stata sollevata da Francesco Orlando, docente di teoria e tecnica del romanzo alla Scuola Normale di Pisa, nel suo “Ricordo di Lampedusa” (1962) (pag. 82).
Infatti, come commenta quest’ultimo, tre sono le stesure dell’opera, e precisamente: una prima stesura manoscritta e raccolta in più quaderni (1955-1956); una seconda stesura dattiloscritta da Orlando e corretta dall’Autore (1956), ed, infine, una ricopiatura autografa in otto parti del 1957, recante sul frontespizio: “Il Gattopardo (completo)”. Si è adottato la dizione “parti”, anziché capitoli, perché così volle il Tomasi nell’indice analitico. Infatti ogni sezione dell’opera è propriamente una parte, «cioè la trattazione da una angolazione diversa, ed in se stessa compiuta, della condizione siciliana», come limpidamente scrive Gioacchino Lanza Tomasi nella premessa dell’edizione dell’opera del 1969.
Infatti le otto parti in cui è composto il romanzo potrebbero tranquillamente essere a se stanti in quanto è come se ognuna iniziasse e terminasse l’illustrazione di un quadro.
Lo straordinario interesse del romanzo non sta tanto nella trama, che poi, come abbiamo visto, è la biografia del Principe di Salina, quanto piuttosto nel ricco e sottile gioco della complicata realtà interiore del protagonista, che nella finissima arte del Tomasi trova una limpida rappresentazione. Don Fabrizio - singolare temperamento, nel quale l’orgoglio e l’intellettualismo ereditati dalla madre, nobile tedesca, si scontrano in perpetuo con la sensualità e la fiacchezza ricevute in eredità dal padre – assiste inerte alla rovina del proprio ceto ed al sorgere, come si è detto poc’anzi, di una nuova classe sociale.
Il motivo della “nobiltà in sfacelo” non viene intonato a patetico rimpianto per un mondo che scompare, che viene meno, che si sfalda, così ben svolto in lirica contemplazione dell’inarrestabile fluire, perire e mutare delle cose: quel vedere andar tutto “alla deriva nei meandri” come scrive il Lampedusa “del lento fiume pragmatistico siciliano”. Peraltro la vena alquanto lirica del Tomasi trova un sapiente contrappunto in una costante venatura umoristica, la quale si ramifica per tutta l’opera, quasi elemento equilibratore ed argine all’arido ed invadente scetticismo del protagonista. Scetticismo che, quando inaridisca e non bruci entro di sé la consistenza fantastica della pagina, trova, in quel sorriso, una giustificazione ed un suo pungente limite.
Nel bisavo Giulio Tomasi di Lampedusa, alias don Fabrizio Corbèra, sembra quasi che ritroviamo il medesimo Autore, uomo aperto ai problemi ed alle complicazioni spirituali del nostro tempo, il quale nella sua realtà - alla conclusione di un ciclo storico, che è la Seconda Guerra Mondiale - crede di veder confermata la tesi del fallimento, sul piano sociale e politico del Risorgimento Italiano, che, con particolare arguzia definì «una rumorosa, romantica commedia con qualche macchiolina di sangue sulla veste buffonesca» soprattutto riguardo al sempre attuale problema del Sud d’Italia. Fallimento, d’altronde, insito nel destino d’una regione e d’una gente antichissima e di antiche tradizioni.
La continuità/immedesimazione Corbèra/Tomasi, la quale, nei momenti migliori, si risolve in un gioco di psicologici scambi e di magiche dissolvenze, direi quasi, entro cui passato e futuro vengono liricamente annullati, si infrange nel momento in cui il Tomasi di Lampedusa balza bruscamente, quasi come un anacoluto, in primo piano con polemiche digressioni. E ciò è un altro recondito aspetto de “Il Gattopardo” che ha contribuito a farlo qualificare “saggistico”.
Come quando l’Autore esprime il suo amaro giudizio sulle conseguenze di quella “nottata di vento lercio”, cioè la nottata dei risultati dell’addomesticato plebiscito, nel corso della quale nel borgo di Donnafugata era nata l’Italia, ma era stata uccisa la “buonafede” dei Siciliani, ad opera di quello «stupido annullamento della prima espressione di libertà che a questi si fosse mai presentata».
[caption id="attachment_9168" align="aligncenter" width="1000"] Il Gattopardo è un film drammatico colossal del 1963 diretto da Luchino Visconti, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d'oro come miglior film al 16º Festival di Cannes. La figura del protagonista del film, il Gattopardo, si ispira a quella del bisnonno dell'autore del libro, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, che fu un importante astronomo e che nella finzione letteraria diventa il Principe Fabrizio di Salina, e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910, in Sicilia (a Palermo e provincia e precisamente a Ciminna e nel feudo agrigentino di Donnafugata, ossia Palma di Montechiaro e Santa Margherita di Belice in provincia di Agrigento).[/caption]
Al momento storico (la piccola storia fatta di piccoli uomini) si avvicenda il più vasto motivo del fermo, eterno ed “indifferente” fluire del mitico tempo siciliano. Nell'ambiente, nel clima, nel medesimo “sole siciliano”, si direbbe che quella indifferenza trovi una mostruosa e drammatica ipostasi, nel senso della Trinità: «apparve l’aspetto della vera Sicilia (…) un’aridità ondulante all’infinito (…)»; «ondulazioni di un solo colore, deserte come disperazione», «Il sole narcotizzante (…) annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano dell’arbitrarietà dei sogni».
Codesta è una tensione costante, che trova il suo centro propulsore nella natura del protagonista, e cioè a riportare ad una sua visione interna i dati concretissimi della realtà esterna, la quale assume i riverberi e le tonalità della sostanza spirituale di don Fabrizio. E’ più spesso la realtà sensibile ad aprirsi, con le sue violente suggestioni, dei varchi fin dentro le “zone non coscienti” del protagonista, con il suggerire certe lugubri fantasie che lasciano in fondo al suo animo “un sentimento di lutto”. Ecco quindi il pessimismo dell’autore, con il tema della morte che è uno dei più fecondi delle sue ispirazioni. La coerenza fantastica del romanzo va ricercata appunto nel motivo lirico della morte, o meglio, del desolato motivo d’origine esistenziale "dell’essere per la morte”.
E qui desidero precisare che la lirica conclusione del romanzo non si ravvisa tanto nella “parte”, la settima, della morte di don Fabrizio (nel 1883, invece il bisavo del Tomasi morì nel 1885) - con quell’incontro con la donna simbolo della fredda realtà stellare e con quell’assunzione in una patria iperurania del “puro calcolo” che sembrano un’astratta e metafisica soluzione, poeticamente sterile ed arbitraria – ma bensì nella “parte ottava” che rappresenta un desolato prolungamento (fino al 1910) della terrena esistenza del Principe di Salina, il cui fluido vitale va lentamente e stancamente esaurendosi nelle tre figlie superstiti, finché tutto trova pace «in un mucchietto di polvere livida».
E’ proprio qui che poeticamente si risolve il sentimento di quella “compiaciuta attesa del nulla” che domina tutto il libro. Analizziamo, per sommi capi, la figura di don Fabrizio.
Scrive il Tomasi di Lampedusa, don Fabrizio era “immenso e fortissimo”. Egli è per parte di madre erede di un’antica dinastia tedesca. La carnagione lattea ed i capelli biondo miele, segno evidente di questa discendenza, non ne rappresentano però l’aspetto più profondo, che invece riguarda il temperamento. Autoritario ed incorruttibile, orgoglioso difensore delle tradizioni e del proprio casato ma anche aperto alla scienza e singolarmente incline alle matematiche, apprezzato astronomo ed addirittura scopritore di due piccoli pianeti (il bisavo dell’Autore era un astronomo). Il Principe deve conciliare la sua anima germanica con la sensualità superficiale ed impulsiva, la facile irritabilità ed il disfattismo fatalista che gli vengono dal padre. Don Fabrizio è ironico e pessimista “in perpetuo scontento”, osserva, come abbiamo accennato, con inquietudine ed indolenza la rovina che sta per travolgere i privilegi della sua classe e la consistenza del suo patrimonio. Egli si considera l’ultimo Gattopardo.
L’ultima personificazione dell’araldico animale che campeggia nell’azzurro stemma della sua famiglia. Dopo di lui banali logiche di mercato stravolgeranno il senso medesimo dell’aristocrazia trasformandola in un vuoto decoro, utile forse ad agevolare carriere borghesi.
Il rifiuto che il principe oppone al nobile piemontese Aimone Chevalley di Monterzuolo, giunto da Torino con l’incarico di offrirgli il laticlavio di Senatore del Regno d’Italia, non è un gesto di orgoglio, ma la disperata fedeltà alle proprie radici, alle proprie tradizioni, al carattere dei siciliani, alla propria, ormai disillusa, “decenza” morale, perché, dice il Principe: «(…) i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: (…) ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza». Dice padre Pirrone al Principe: «Senatores boni viri, senatus autem mala bestia».
La grandezza, ma anche l’originalità del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sta nel fatto della immensa cultura dell’Autore.
Infatti il suo leggere, il suo documentarsi quasi quotidianamente lo spinsero a rivedere gli sciapi, ma veri diari dell’avo Giuseppe (1838-1908), il quale amava annotare la giornata incorniciata da rosari (il romanzo inizia con la quotidiana recita del Santo Rosario) e pratiche di devozione.
E qui nasce il naturale raffronto fra “Il Gattopardo” e “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, che descrivono effettivamente una civiltà al tramonto. Ma il Lampedusa, come scrive il Lanza Tomasi: «fa suonare il campanello di allarme non appena la volontà di descrivere è sostituita dalla volontà di sembrare, mentre Nievo puo’ abbandonarsi alla retorica della patria e dell’amore per interi capitoli. Letterariamente Nievo è un grande cittadino veneto e un cattivo italiano; Lampedusa stava all’erta di non esserlo mai».
In Ippolito Nievo ed in Giuseppe Tomasi di Lampedusa i loro racconti, entrambi altamente biografici, si rifanno alle impressioni ed alle annotazioni dei loro avi.
Altro raffronto con il romanzo storico lo possiamo comodamente e tranquillamente trovare ne “I Viceré” di Federico de Roberto, romanzo anch’esso che narra il trapasso dal Regno delle Due Sicilie a quello d’Italia, ponendo in risalto i problemi politici e sociali della Sicilia, raccontando le vicende di una famiglia dell’alta aristocrazia siciliana di origine spagnola (anche don Fabrizio lo era) gli Uzeda, i cui componenti, con il mutare delle generazioni e delle circostanze, continuano a distinguersi per alcune sinistre caratteristiche, come l’egoismo, la prepotenza e l’avidità.
Ma tutto ciò non c’è ne “Il Gattopardo”, ove don Fabrizio è tutt’altro che egoista, prepotente ed avido. Forse un larvato egoismo, ma misto all’invidia, lo troviamo in Concetta, la figlia maggiore di don Fabrizio, innamorata da sempre del cugino Tancredi, la quale non accetterà mai l’unione di quest’ultimo con Angelica.
La vicenda descritta ne “Il Gattopardo” può, a prima vista, far pensare che si tratti di un romanzo storico. Il Tomasi ha sicuramente tenuto presente, come abbiamo visto poc’anzi , una tradizione narrativa siciliana (la novella “Libertà” di Giovanni Verga, “I Viceré” del de Roberto e la novella “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello, ispirata al fallimento risorgimentale, drammaticamente avvertito in Sicilia, dove erano vive le speranze di un profondo rinnovamento).
Ma mentre de Roberto è, senza dubbio, per codesta tematica il più significativo, indagando le motivazioni del fallimento con una complessa rappresentazione delle opposte forze in gioco, il Lampedusa presenta la vicenda risorgimentale attraverso il machiavellismo della classe dirigente, che “in extremis” si mette al servizio dei garibaldini e dei piemontesi, convinta che fosse il modo migliore perché tutto restasse com’era.
[caption id="attachment_9185" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Donnafugata si trova nel territorio del comune di Ragusa, a circa 15 chilometri dalla città. L'attuale costruzione, al contrario di quanto il nome possa far pensare, è una sontuosa dimora nobiliare del tardo '800. La dimora sovrastava quelli che erano i possedimenti della ricca famiglia Arezzo De Spuches. Fin dall'arrivo il castello rivela la sua sontuosità: l'edificio copre un'area di circa 2500 metri quadrati ed un'ampia facciata in stile neogotico, coronata da due torri laterali accoglie i visitatori.[/caption]
Questa rappresentazione è naturalmente ristretta, per la prospettiva da cui è descritta. Restano fuori dal romanzo molti eventi importanti (per esempio la rivolta dei contadini di Bronte del 2 agosto 1860, stroncata da Nino Bixio e descritta dal Verga). Da questo punto di vista quindi le mancanze de “Il Gattopardo” quale romanzo storico del Risorgimento in Sicilia sono evidenti. Scrive il giornalista ed uomo politico Mario Alicata: «Una cosa è cercare di comprendere come e perché si affermò nel processo storico risorgimentale una determinata soluzione politica, cioè la direzione di determinate forze politiche e sociali, un’altra cosa è credere, o far finta di credere, che ciò sia stato una sorta di presa in giro condotta dai furbi (dai potenti di ieri e di sempre) ai danni degli sciocchi (coloro che si illudono che qualche cosa di nuovo possa accadere non solo sotto il sole di Sicilia ma sotto il sole “tout court”)».
E quindi l’originalità del valore de “Il Gattopardo” va ricercata al di fuori della prospettiva del romanzo storico. Nell’avviarmi alla conclusione, mi sia concesso di citare alcuni tratti del romanzo.
L’arrivo del Principe e della sua famiglia a Donnafugata era considerata una festa per l’antico borgo. Ed è bellissimo quello che scrive il Tomasi al riguardo: «(…) perché i villici di Donnafugata non avevano nulla contro i loro tollerante signore, che così spesso dimenticava di esigere i canoni e i piccoli fitti; e poi, avvezzi a vedere il Gattopardo baffuto danzare sulla facciata del palazzo, sul frontone delle chiese, in cima alle fontane, sulle piastrelle maiolicate delle case, erano curiosi di vedere adesso l’autentico Gattopardo in pantaloni di piqué distribuire a tutti zampate amichevoli e sorridere nel volto di felino cortese. “Non c’è da dire tutto è come prima, meglio di prima anzi».
Il non riuscire ad adeguarsi alla nuova situazione da parte di don Fabrizio è limpidamente dipinto dal Tomasi nel seguente passo: «(…) le mille astuzie alle quali doveva piegarsi lui, il Gattopardo, che per tanti anni aveva spazzato via le difficoltà con un rovescio della zampa».
Ed infine, la splendida, ma amara conclusione della “parte settima”, cioè la morte del Principe di Salina: «(…) [la morte] era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com’era si fosse arresa a lui; l’ora della partenza del treno doveva essere vicina. Giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad esser posseduta, gli apparve più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari. Il fragore del mare si placò del tutto». Ed il romanzo è tutto qui. I pensieri del Principe di Salina oscillano nel corso dell’opera tra “έρως” e “θάνατος”, amore e morte.
Nel romanzo esistono anche tratti pieni di curiosità: L’ultima “parte”, "l’ottava”, ambientata a Villa Salina nel maggio 1910, esattamente mezzo secolo dopo, la “prima parte”, con protagoniste le tre figlie sopravvissute al Principe, rimaste nubili. Fatto centrale di tale parte è la visita alla villa del Cardinale di Palermo, del quale il Tomasi scrive «(…) era davvero un sant’uomo;». Nell’affermare ciò, l’Autore si è sicuramente ispirato al suo antenato, Giuseppe Maria Tomasi (1649-1713), sacerdote dell’Ordine dei Teatini, cardinale di Santa Romana Chiesa, beatificato nel 1803, canonizzato da San Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla, 1920-2005) il 12 ottobre 1986 e sepolto nella Chiesa romana di Sant’Andrea della Valle. Il Lampedusa nell’affermare la santità del cardinale, auspicava sicuramente la canonizzazione del suo antenato.
Tra le numerosissime recensioni al romanzo, è molto interessante quella del padre gesuita Giuseppe de Rosa sulla rivista dell’Ordine “Civiltà Cattolica” dell’aprile 1959. E’ una recensione molto ampia [ben quattordici (14) pagine] che tocca, oltre a quello morale e religioso, molti altri aspetti dell’opera. E’ un libro “bellissimo” ma che merita di «richiamare l’attenzione per i problemi umani che offre alla nostra meditazione».
Quindi il de Rosa analizzando la semplicità della trama, sviluppa il suo discorso critico partendo da una distinzione già effettuata dagli altri numerosi recensori, tra lo sfondo storico (“il tema che potremmo chiamare sociale”) e le meditazioni del protagonista (“il tema della morte”). Anche se entrambi in tutto questo don Fabrizio è “il portavoce dell’autore”. Non sappiamo nulla dei sentimenti intimi religiosi del Tomasi: «ma il Gattopardo non lo rivela un credente», ma «visibilmente un figlio della sua epoca, incredula e liberaleggiante in fatto di religione».
Infine, scrive Giorgio Bassani, nell’introduzione del romanzo del 1958: «(…) ampiezza di visione storica unita a un’acutissima percezione della realtà sociale e politica dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso; delizioso senso dell’umorismo; autentica forza lirica; perfetta sempre, a tratti incantevoli, realizzazione espressiva: tutto ciò (…) fa di questo romanzo un’opera d’eccezione. Una di quelle opere, appunto, a cui si lavora o ci si prepara per tutta una vita».
Il romanzo ebbe anche la sua fortuna con il regista Luchino Visconti (1906-1976), il quale, nel 1963, ne trasse un vero ed autentico capolavoro di arte cinematografica.
Da poco la Feltrinelli ha dato alle stampe una nuova edizione del romanzo, sempre a cura di Gioacchino Lanza Tomasi, con una più ampia introduzione, una parte inedita e delle poesie attribuite a Don Fabrizio ed a Padre Pirrone.
Filo conduttore dell’opera, come abbiamo visto, è la massima di Tancredi «(…) se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». E’, quindi, una spietata analisi del Risorgimento, accettato dall’aristocrazia siciliana nel senso di detta massima. Ed infatti come si fa a sradicare un popolo ed una terra da antiche tradizioni ed usi con superficiali avvenimenti imposti in un momento di generale turbamento? Se si vuole veramente cambiare, si deve procedere con attenzione e cautela, ed allora si avrà l’adeguamento necessario. Quindi solo chi conosce bene queste tradizioni ed usi puo’, restando dove il destino lo ha giustamente collocato, cambiare ed adeguare certi valori alla realtà (ogni riferimento alla odierna situazione italiana e del tutto “puramente casuale”).
Tutto questo ne “Il Gattopardo”, attualissimo sempre per chi voglia leggerlo o chi desideri leggerlo nuovamente, è dipinto in maniera magistrale e nulla viene meno all’intreccio ed al romanzo tanto cari a tutta la narrativa europea del secolo XIX. Le immagini offerte della Sicilia narrata sono vive, animate da uno spirito alacre e modernissimo, anche se ampiamente consapevole della problematica storica, politica e letteraria contemporanea; tutto ciò risente dei canoni e dei modelli del romanzo moderno da Proust in poi.
Se si richiede di tornare alle vere tradizioni, quindi, non è per nostalgismo, ma per attuare un vero mutamento, si deve provare questa "forza del passato" per un futuro più costruttivo e migliore. Se ciascuno di noi potesse si sforzasse di compiere codesto pensiero, la lezione de “Il Gattopardo” sarebbe ben compresa e sempre animata da uno spirito costruttivo e degno della nostra nobile indole.
Ecco la vitalità e la vivacità dell’opera, la quale oltre mezzo secolo dalla sua pubblicazione, rimane sempre un'opera educativa. Forse questo voleva intendere Giuseppe Tomasi di Lampedusa per le nuove generazioni, le quali tendono a costruire un futuro senza conoscere le tradizioni, la saggezza e la moralità di chi fu prima di noi.
 
 Per approfondimenti:
_Tomasi di Lampedua, "Il Gattopardo" - Edizioni Feltrinelli
_Maria Antonietta Ferrarolo, "Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo" - Edizioni Pacini
_Maria Antonietta Ferrarolo, "L'opera-orologio. Saggi sul Gattopardo" - Edizioni Pacini
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10 Giugno 2017 – Libreria Rinascita – Piazza Roma n°7, 63100 Ascoli Piceno
Introduce: Arch.Giuseppe Baiocchi
Saluti: Arch.Valeriano Vallesi
Interviene: Arch.Rosario Pavia
 

L’urbanista Rosario Pavia ha dissertato sul “Waterfornt” come infrastruttura ambientale. Ripartire – per le città costiere – da un riuso urbano di tutti quei manufatti esistenti sulla zona litoranea italiana e non svolgere continue riqualificazioni interne alla costa che non svolgono un vero ricongiungimento del tessuto urbano tra territorio e costa, con quest’ultima spesso isolata. Forse è giunto il momento di accettare fino in fondo questa condizione di conflitto, resa ancora più difficile dalla crisi finanziaria che frena sia gli investimenti infrastrutturali dei porti sia quelli di riqualificazione urbana. L’associazione ringrazia l’Assemblea legislativa delle Marche per aver finanziato il progetto delle due giornate di Studi su “La Forma della città” e “Ri-Costruire la città”.