[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Giuseppe Baiocchi del 11/02/2024

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1707611507705{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]

I grandi cacciatori mitteleuropei, così come le grandi cacce della nostra recente antichità venatoria europea, trasmettono sempre un fascino romantico verso un’epoca passata gloriosa e piena di tradizioni. Il “cacciatore” di questi tempi prestigiosi, aveva un profilo molto diverso dal cacciatore odierno, poiché quella che appunto veniva definita “arte venatoria”, era in realtà l’essere votati completamente verso la caccia: una vera e propria professione. Questi uomini rappresentano la vera tradizione venatoria austriaca: per lo più proprietari terrieri, fungevano anche da veri e propri “ambientalisti” della conservazione, fungendo di rimando ovviamente anche da modelli per la società dell’epoca.

[caption id="attachment_16218" align="aligncenter" width="1000"] L'imperatore Franz Joseph I posa dopo aver abbattuto un cervo presso Karapancsa nel 1896. Foto originale dell'arciduchessa Isabella d'Austria.[/caption]
Con il passare del tempo, tutto diventa storia e le memorie di questi “antichi signori”, come li chiamano affettuosamente oggi i parenti, soddisfano bene la loro passione. L’amore per la natura e la caccia erano lo stesso comune denominatore, il vivere questa passione variava a seconda del carattere di ognuno di loro. Certamente l’Austria di fine Ottocento ed inizio Novecento possedeva un numero di selvaggina molto superiore all’epoca odierna per via della minore urbanizzazione dell’uomo e soprattutto la caccia era una professione incentivata dallo Stato: da qui le grandi battute storiche e i grandi raccolti di selvaggina autoctona. Sotto l’Impero dell’Austria-Ungheria vigeva l’antico motto A.E.I.O.U. «Alles Erdreich Ist Österreich Untertan», ovvero «Tutta la terra è soggetta all’Austria», ma con la caduta della monarchia danubiana le imprese dei grandi cacciatori erano concluse e le loro tenute – in grande quantità – confiscate dai nuovi Stati nazionali.
I frammenti e i racconti ci pervengono quando nel 1984 due aristocratici sono a dialogo fra loro: da una parte il conte László Szápáry e dall’altra il barone Ernst Edwin Offermann. Capitava spesso che i due discutessero fino al mattino degli incidenti della giornata di caccia nel loro Pavillon. Durante le conversazioni non veniva mai riprodotta alcuna cassetta né presi appunti scritti perché ciò distraeva i signori da ciò che avevano da dire! Tra gli svariati invitati lo scrittore Klaus Neuberger (1955) continuava spesso tali conversazioni ascoltando incredulo l’enorme quantità di storie e aneddoti; analoga situazione avveniva con il barone Offermann. Solo successivamente, ciò che veniva ascoltato fu richiamato dalla memoria e trascritto: con il conte Karl Draskovich, il conte Franz Meran e Hans von Kienast iniziarono le trascrizioni durante le conversazioni.
[caption id="attachment_16219" align="aligncenter" width="1000"] Pranzo propiziatorio di caccia agli inizi del secolo scorso a Vienna.[/caption]
Di conseguenza, molte storie emerse gradualmente e costantemente ascoltate, sono state scritte e sono state condotte molte interviste. Nel modo in cui venivano poste le domande, venivano ricordate e interrogate varie personalità, e i narratori rivelavano i loro personali ricordi, con lo scopo di creare un piccolo monumento scritto a queste persone e ai grandi della caccia, per salvare dall’oblio odierno le loro esperienze e alcuni aneddoti e per regalare al lettore alcuni momenti belli e interessanti mentre legge il grande e glorioso passato: un riflesso storico che vedrà le gesta venatorie dei Laszlo Szapary, Albrecht von Bayer, Carl Hugu Seilern, Feri Meran, Ernst Edwin Offermann ed altri. Dunque cos’era la caccia? Il grande cacciatore dei Carpazi Herbert Nadler (1883 - 1951) scrisse: «chi non ha mai visto l’alba dopo una partita mattutina e non ha mai visto il risveglio del giorno, non sa cosa sia la caccia». Per il famoso cacciatore e scrittore di caccia conte Zsigmond Széchényi (1898 - 1967), «la caccia è devozionale», e il filosofo José Ortega y Gasset (1883 - 1955) affermava: «Si uccide per aver cacciato […] ecco perché vai a caccia, quando sarai stanco di essere nel XX secolo, prendi la tua pistola, fischietta al tuo cane e vai nel bosco e concediti qualche ora di divertimento, per tornare ad essere un uomo dell’epoca antica».
“I bei vecchi tempi” a Vienna erano dunque un’epoca in cui era ancora possibile organizzare cacce di massa e lasciare che tutta la passione e la professione diventassero quasi religiose. Un tempo che non è più, con circostanze e condizioni che non esistono più. Proprio la società dell’epoca rese possibile tale pienezza atmosferica. C’erano ancora saloni e cocktail, séjour e pomeriggi a carte. Il biliardo era ancora di moda, nei club si giocava anche a bridge (St. Johann, Jockey Club), dopodiché di tanto in tanto si faceva visita al Red Bar dell’Hotel Sacher o al Bristol Bar. Il bacia mano alle dame era più di una semplice formalità galante, era ancora uno stile di vita, non una parola popolare. Si viveva ancora in castelli, ville, palazzi cittadini o in residenze feudali lungo la Ringstrasse o in grandi appartamenti nel terzo e quarto distretto. E non sono solo i rappresentanti dell’aristocrazia erano coloro che portavano avanti l’arte venatoria, ma anche la borghesia benestante dava il suo contributo: industriali che producevano mattoni, producevano birra o barbabietola da zucchero lavorata, così come costruttori, produttori tessili e di seta, avvocati e altri. Se uno dei signori del pomeriggio voleva premiarsi, o magari incontrare qualcuno con cui discutere di questioni di caccia, si recava al Cafe Demel, il tanto decantato tempio dei dolciumi sul Kohlmarkt. Dal K.u.K. Hofzuckerbacker si poteva inoltre portare un regalo alla moglie rimasta a casa e proprio lì, dal 1936 in poi, l’artista di alto livello conte Friedrich Berzeviczy-Pallavicini (1909 - 89) decorò magistralmente le vetrine con le sue famose e ineguagliabili decorazioni, dove molti curiosi si recavano periodicamente in pellegrinaggio per ammirare le sue ultime creazioni. Successivamente si recò a New York via Parigi. Allora la comunicazione, se non parlata di persona, si chiamava ancora “corrispondenza”. C’erano ancora spettacoli di varietà e locali notturni dignitosi. I protagonisti si incontravano nei club maschili e all’ippodromo e molti avevano la propria scuderia (ad esempio Stall Seilern e Stall Meran).
[caption id="attachment_16221" align="aligncenter" width="1000"] Casa Imperiale Austriaca per l'Esposizione internazionale della caccia - Padiglione della Bucovina, 1910.[/caption]
C’erano ancora maggiordomi, autisti e personale in livrea, cuochi propri – anche loro specializzati nella cucina di selvaggina – e gioiellieri specializzati in gioielli da caccia. Il titolo professionale del K.u.K, letteralmente “Imperiale e regio”. I fornitori della corte pagavano sempre qualcosa e ciò forniva grande pubblicità alle aziende. I negozi di armi avevano ancora un’ampia scelta di fucili nei calibri 12, 16 e 20, e talvolta 28 e 410. Era ancora di moda la località di villeggiatura estiva, dove naturalmente la popolare regione del Salkammergut offriva molte opportunità per la caccia al camoscio estivo. Questa zona era estremamente frequentata all'epoca grazie all’Imperatore Francesco Giuseppe. All’epoca e prima vi era rappresentata anche l’élite culturale, che vi svolse anche la sua opera creativa, dove i protagonisti ne trassero forza e ispirazione: Johann Nestroy, i pittori, poeti e musicisti Waldmüller, Bauernfeld, Nikolaus Lenau, Carl Millocker, Johann Strauss, gli attori Katherina Schratt e Alexander Girardi, e più tardi Franz Lehar e Ralph Benatzky. Oggi Klaus Maria Brandauer, il direttore d’orchestra Franz Welser Most e gli scrittori Barbara Frischmuth e Alfred Komarek sono i rappresentanti culturali di spicco della omonima regione. L’imperatore stesso amava molto il pittore e cacciatore Friedrich Gauermann (1807 - 12) e Franz von Pausinger (1839 - 1915), di cui conservò molti dipinti a Bad Ischl. In questo periodo, anche i “baroni del sale” e gli industriali del Greater Burgh tenevano i loro ricevimenti sociali nella zona. Il tempo in cui non si cacciava lo si trascorreva con la famiglia, rendendo omaggio, giocando a tennis, a carte e occasionalmente assistendo a concerti alle terme o dal pasticcere Zauner con il suo caffè annesso. Allo stesso tempo, si facevano trattamenti termali con salamoia in una delle numerose terme. Si organizzavano anche gli amori autunnali dei cervi di montagna e si affittavano battute di caccia all’interno dei latifondi. Si poteva addirittura far realizzare sul posto una tradizionale pelle di camoscio o ritirare le famose “barbe di camoscio” legate artisticamente l’anno precedente. Nei giorni in cui a Vienna non c’era la caccia, le persone si incontravano per caso mentre stavano aggiornando o ampliando la propria attrezzatura in uno dei numerosi e rinomati negozi di caccia della città, o anche semplicemente acquistando nuove munizioni. C’era il k.u.k. Springer, fornitore del tribunale del 1° distretto e di Josefstadt. Prima con Kalezky nella Babenbergerstrasse, poi con i maestri Denk, Mulacz, Kruschitz, Gschwantner e Brandeis. Il grande magazzino Groh in Kartnerstrasse aveva un proprio reparto di caccia: venivano acquistate grandi quantità di cartucce. Oppure le persone si incontravano nel 7° distretto presso il famoso tassidermista Hodek. Eduard Hodek (1827 - 1911) accompagnò il principe ereditario Rodolfo nelle battute di caccia e fu preferito dall’aristocrazia austroungarica per le sue abilità: il maestro Hodek lavorava con precisione e stile incomparabili. Lavorò anche per il Museo di Storia Naturale di Vienna e per la Haus der Natur di Salisburgo. Oppure si poteva acquistare armi con incastonature in argento presso l’argentiere di corte Halder – il padre fondatore dell’azienda era il gioielliere Franz Josef Halder (1884 - 1972) – in Michaelerplatz; ed ancora si poteva acquistare gioielli da caccia per donne. L’imperatore Francesco Giuseppe I fu il primo acquirente della leggendaria figura mitologica dello “Jagdsau” (Cinghiale da caccia mitologico) nel 1910. La miniatura avente forma di cinghiale, possedeva in capo dei palchi di cervo ed al posto della coda due palchi di camoscio: le orecchie avevano due grandi foglie ed al centro della bestia era incastonato un rubino, che simboleggiava il sangue e il desiderio della preda. Haldersau su marmo di Salisburgo fu composto – ed è ancora in produzione presso “Halder Juwelier und Silberschmied” con argento, granato, marmo di Salisburgo e la leggenda narra che porti fortuna al cacciatore. Così nel 1910 l’Imperatore, quando aprì in suo onore la prima esposizione mondiale della caccia, Franz Halder presentò questo gioiello speciale: Francesco Giuseppe, accompagnato dal suo seguito, chiese cosa fosse questo nuovo oggetto e Halder spiegò il simbolismo umoristico a Sua Maestà; così Sua Maestà Imperiale e Regia preso il gioiello, lo consegnò a uno dei suoi aiutanti, noto per la sua mancanza di precisione, con le succinte parole «guarda, principe; forse questo migliorerà le cose». Il disegno di questa produzione proviene dal professor Waldmüller, discendente diretto del famoso pittore Biedermeier.
[caption id="attachment_16220" align="aligncenter" width="1000"] La leggendaria figura mitologica dello “Jagdsau” (Cinghiale da caccia mitologico) creato nel 1910. La miniatura avente forma di cinghiale, possedeva in capo dei palchi di cervo ed al posto della coda due palchi di camoscio: le orecchie avevano due grandi foglie ed al centro della bestia era incastonato un rubino, che simboleggiava il sangue e il desiderio della preda. Altra tradizione era rappresentata dai distintivi venatori della rispettiva zona geografica. Modelli eleganti con lavorazioni molto solide caratterizzano gli esemplari della ditta Halder, tradizione anch’essa oggi viva nell’antico negozio viennese in Reitschulgasse 4.[/caption]
Una tradizione dell’epoca d’oro della caccia era la presentazione del distintivo di caccia della rispettiva zona geografica. Modelli eleganti con lavorazioni molto solide caratterizzano gli esemplari della ditta Halder, tradizione anch’essa oggi viva nell’antico negozio viennese in Reitschulgasse 4. Le persone indossavano ancora copricapi individuali e i distintivi di caccia degli antichi maestri erano presentati sui copricapi venatori con grande orgoglio. I tessuti venivano acquistati o confezionati su misura al Loden Plankl, a pochi passi da Michaelerplatz, o da Turczynski a Wollzeile. La ditta Morz in Mariahilferstrasse ha risolto i problemi relativi alle scarpe. La già citata Esposizione Mondiale della Caccia fu un evento straordinario e un’opera d’arte in cui è stato presentato il meglio dell’arredamento e della cultura venatoria. Le officine viennesi e la ditta Thonet hanno lavorato e costruito falegnamerie appositamente per questa mostra. E i grandi detentori del territorio della monarchia hanno sfoggiato i loro trofei unici e prestigiosi. Questa è stata una parata di performance straordinaria e incomparabile. I cacciatori più famosi da ogni parte del mondo si sono riuniti. Non solo gli amministratori forestali ne hanno parlato, ma tutti i cacciatori furono molto orgogliosi di questo evento unico, che ha portato anche alti profitti. Alcune persone furono ispirate a intraprendere nuove battute di caccia, così furono stabiliti contatti e firmati contratti di tiro. Questa grande mostra ha avuto per molto tempo un’influenza duratura sulla scena della caccia e ha plasmato anche il lato dei produttori e persino l’intero settore della caccia. Fu eretto un monumento all’ego della caccia in quanto le foto venivano pubblicate in numerose riviste venatorie, quando i maestri cacciatori annunciavano i loro percorsi o, come fece ad esempio il conte Rudolf Chotek, il quale descriveva ogni giorno l’esperienza dell’amore del cervo in interi saggi che furono pubblicati insieme alle fotografie. La notizia dei grandi percorsi per la caccia-bassa di Totmegyer si diffuse all’epoca sulle riviste indiane. Durante la stagione autunnale la caccia-bassa, che proseguiva fino all’inverno, godeva di una buona reputazione e molti tiratori avevano tempo a disposizione e disponevano anche dei mezzi finanziari necessari e della relativa indipendenza, per trascorrere settimane venatorie. Tutti avevano dei buoni aiutanti con i quali si aveva già molta esperienza e routine. Il lavoro del cacciatore distrettuale, dell’allevatore di selvaggina, perfino dell’allevatore di cani, del boxmaker, del pastore e di altre professioni specializzate era molto stimato, e c’era anche la professione di maestro fagiano.
[caption id="attachment_16223" align="aligncenter" width="1000"] Gruppo di escursionisti: al centro Francesco Ferdinando, Alfonso XIII in piedi davanti a un albero a sinistra, l'arciduca Federico a destra, Halbturn, 1906.[/caption]
Grande rispetto è stato riservato al personale. Le grandi cacce si svolgevano durante la settimana, di solito martedì e giovedì, a volte per più giorni. I maestri di caccia preferivano i buoni tiratori e gli inviti arrivavano principalmente in base alla qualità di tiro dei partecipanti e non in previsione di inviti di ritorno. In alcuni casi, però, gli inviti si basavano anche sul talento dell’intrattenitore. Naturalmente qua e là il grande nome di un allevatore di piccioni di successo aggiungeva valore alle liste degli inviti. E sui percorsi e sui rifugi delle altre cacce si sapeva molto e quasi tutto, in parte pubblicato anche sulle riviste specializzate. C’erano ancora fumettisti venatori ed uno o due scrittori di caccia si univano spesso alle squadre per raccogliere esperienze e storie, raggiungendo un’alta reputazione letteraria. Di conseguenza, gentiluomini avventurosi e ben navigati stuzzicarono il loro appetito per l’Africa, il Canada e persino l’India, ed attraverso i cronisti, le loro storie di caccia attraversavano il globo tramite diverse pubblicazioni di successo. Il richiamo dell'Africa, era glorioso, ma pericoloso: Fritz Schindelar di Vienna, lavoro nel continente africano come cacciatore professionista; tuttavia, Schlinder rinomato per i suoi calzoni bianchi immacolati e gli stivali lucenti, per la sua audacia e il suo essere donnaiolo, fu ucciso intorno al 1912 mentre assisteva il miliardario regista americano Paul Rainey, nel fotografare un leone che caricava verso la telecamera. I viaggi tra le cacce individuali, alternate, tra Boemia, Moravia, Slovacchia, i paesi dei Carpazi, Vojvodina, Ungheria e Austria erano molto faticosi. E poi ci sono i viaggi all’estero. Si viaggiava molto in treno, anche con l’O.K.W., ma si verificavano comunque molti guasti, soprattutto danni ai pneumatici sulle cattive strade di campagna. Alcune persone arrivavano a caccia solo all’ultimo momento, quando si mettevano in fila, dopo aver viaggiato tutta la notte – provenendo da un’altra battuta di caccia il giorno prima. I Waidmanner e gli Schützen spesso avevano bisogno nella loro vita di diversi libri di caccia e di tiro per documentare i loro percorsi e le loro esperienze. Anche i medici partecipavano spesso alle battute di caccia, per ragioni di sicurezza e per rassicurare, così da poter intervenire tempestivamente e con competenza in situazioni di particolare importanza (colpi di rimbalzo) e in un possibile incidente di caccia. Le massaie servivano ancora il pranzo nel campo o curavano la degustazione. Ultime, ma non meno importanti, le varie mostre di caccia (come quella annuale di Budapest) mostravano agli appassionati cosa era stato ucciso da chi e dove e le persone potevano confrontare gli esemplari. I cacciatori professionisti che confermavano un determinato capriolo al loro capocaccia o l’ora della loro partenza seguivano il rintocco dell’orologio del campanile di una chiesa vicina, oppure utilizzavano il proprio orologio da tasca. In breve: era il tempo dei grandi gentiluomini, delle grandi cacce, delle grandi distanze, dei tiratori eleganti e bravi, il tempo del saper vivere e la gente amava la compagnia, soprattutto la battuta di caccia. Le persone cacciavano al massimo e si vivevano bene, nell’organicità del mondo. Oggi, coloro che ricordano quelle persone pensano ancora di poter “sentire” il suono delle loro parole e la melodia dei loro racconti: a venatione mihi salus.
 
Per approfondimenti:
_Frevert Heinke, Meine Waidmänner und ich, BLV Verlagsgesellschaft, Monaco, 1965; _Erste Internationale Jagd Austellung Wien 1910; _Nadler H., Spari nel bosco. Dal mio diario di caccia, Bietti, Milano, 1965; _Neuberger K., Tolle Zeiten & Grosse Jäger, Bernodorf, 2009.
 
 
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata
 

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"] di Giorgio Enrico Cavallo 08-02-2024 [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1704559004329{padding-top: 33px !important;padding-right: 33px !important;padding-bottom: 9px !important;padding-left: 33px !important;}" z_index=""][vc_column][vc_column_text] Gianduja...

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Giuseppe Baiocchi del 04/02/2024

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1707074247469{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]

Uno dei massimi prodotti letterari forniti per il filone mitteleuropeo ce lo fornisce il grande scrittore Franz Werfel (1890 - 1945) il quale viene considerato l’emblema di questo conservatorismo spirituale. La sua dignità democratica unita al suo cosmopolitismo, traspare in quasi tutte le sue opere, consegnandoci degli scritti che ci trasmettono pienamente il disorientamento dell’autore, incapace di reagire alla fine di un’epoca e parallelamente non in grado di analizzarla criticamente. Fautore della rivista tedesca Der jüngste Tag (Il giorno del giudizio del 1913), insieme all’editore Kurt Wolff (1887 - 1963) e allo scrittore Max Brod (1884 - 1968), che si poneva come forum per nuove poesie, col tempo divenne uno dei più importanti luoghi di pubblicazione della letteratura espressionista.

[caption id="attachment_16119" align="aligncenter" width="1000"] Franz Werfel (1890-1945).[/caption]
Esordì come lirico nell’ambito dell’espressionismo, con i volumi Der Weltfreund (L’amico del mondo del 1911), Wir sind (Noi siamo del 1913) in cui effonde l’umanitarismo e l’appassionata religiosità della sua natura, divisa fra sangue ebraico e aspirazioni cristiane. Nonostante la sua indole votata al pacifismo, allo scoppio della Grande Guerra, si arruolò nell’Imperiale e regio esercito e fu inviato sul fronte orientale come scrittore dell’ufficio stampa austriaco. Alla costante ricerca di umanità e grazia, il suo percorso fu camaleontico e mutevole, poiché intraprese e con successo, diverse correnti: dal suo essere mistico e simbolista inquadrato in Bocksgesang (1922) e Schweiger (1923); passando successivamente all’ermetico Beschwörungen (Incantesimi del 1923); per leggerlo in chiave epica con Die vierzig Tage des Mussa Dagh (I quaranta giorni di Musa Dagh del 1933), dove viene narrata l’epopea armena nei confronti delle repressioni dei Giovani turchi; concludendo con il Werfel narratore fantascientifico Stern der Ungeborenen (La stella degli uomini futuri del 1946).

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Giuseppe Baiocchi del 13/01/2024

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1708007109264{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]Joseph Roth è uno dei grandi sopravvissuti della civiltà ebraica dell’Impero danubiano.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

72°incontro Das Andere

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1704753168643{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Sabato 14/10/2023, dalle ore 18:00/20:00, presso la Sala dei Savi del Palazzo dei Capitani, si è svolto il 72°incontro dell'associazione culturale Das Andere. Ha dissertato l'incontro l'architetto Giuseppe Baiocchi, professionista specializzato nel restauro architettonico di arte sacra e beni culturali, il quale ha parlato della tematica "Progettare l'architettura sacra. Casi studio di progetto, restauro, ripristino".
La problematica della perdita del sacro all'interno dei manufatti edilizi di carattere religioso, è nel tempo odierno una questione di importante riflessione accademica e pratica. Tale perdita, si unisce - di concerto - a quella tipologica, metrica e stilistica che per secoli le Chiese di tutto il mondo hanno sempre posseduto.
Eppure questa crisi ha radici profonde che non spaziano solo nell'architettura, ma vanno ad inquadrarsi all'interno di una complessa krisis sul rinnovamento teologico e liturgico di Santa Romana Chiesa.
La conferenza pertanto, dopo un primo inquadramento storico, legato strettamente alle innovazioni e relativi sventramenti dei luoghi di culto in nome e per conto della Riforma Conciliare vaticana, ha indagato sulla necessità di ritrovare la tradizione architettonica che ha sempre contraddistinto una Chiesa, da un Centro Commerciale, fino a spaziare sul decoro architettonico, inteso come parte integrante non solo della stessa struttura architettonica, ma come elemento che riconcilia l'elemento del sacro all'interno di un luogo di culto.
       

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470767044080{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470767053433{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" css=".vc_custom_1470767563136{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos6" css=".vc_custom_1677162271365{padding-top: 45px !important;}"]
a cura di Stefano Scalella
11 febbraio 2023 – Sala dei Savi, Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo) - 63100 AP
Introduce: Arch. Marica Rella
Modera: Arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene:  Arch. Stefano Emanuele Fera
 
Sabato 11-02-2023 alle ore 18:00, si è svolto presso il Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo – 63100 Ascoli Piceno) il 66°evento dell’associazione onlus Das Andere con ospite l'architetto Stefano Emanuele Fera, il quale ha dissertato sul concetto dell'invenzione degli Ordini Architettonici - Perchè gli ordini greci e romani non esistono. L’evento è stato presentato dall'architetto Marica Rella e moderato dall’arch. e presidente Giuseppe Baiocchi. L’incontro ha visto la presenza del consigliere comunale avv. Micaela Girardi. Ordini Architettonici, Ordini Classici, o Ordini Classicisti? Ordini Greci, Ordini Romani, o Ordini Vitruviani? E quanti sono gli Ordini? Tre come i presunti Ordini Greci? Quattro come i genera di cui tratta Vitruvio? Cinque come le "maniere" di Serlio, o come gli "ordini" finalmente canonizzati dal Vignola? Il solo insorgere di queste domande e le relative contraddittorie risposte, la dice lunga sullo stato dell'arte, ossia sul "disordine" che regna incontrastato sul concetto di Ordine Architettonico. Non un tentativo di mettervi ordine, ma la proposta di un sintetico excursus storico volto a illustrare le vicende che hanno portato alla definizione quest’idea fondante della cultura architettonica mondiale che in Italia, tra XV e XVI secolo, ha avuta genesi e maggiore fioritura grazie al diffondersi e affinarsi delle teorie neoplatoniche cui, inoltre, si deve l’origine del pensiero sistematico moderno.

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470767044080{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470767053433{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" css=".vc_custom_1470767563136{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos6" css=".vc_custom_1674047427862{padding-top: 45px !important;}"]
a cura di Stefano Scalella
23 aprile 2022 – Sala dei Savi, Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo) - 63100 AP
Introduce: Giacomo De Angelis
Modera: Arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene: Dott.ssa Federica Cammarota
 
Sabato 23-04-2022 alle ore 18:00, si è svolto presso il Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo – 63100 Ascoli Piceno) il 63°evento dell’associazione onlus Das Andere con ospite la dott.ssa Federica Cammarota, la quale ha dissertato sul significato tecnico e valoriale della progettazione riguardante l’illuminazione. L’evento “Luce e Architettura. L’illuminazione dello spazio architettonico” è stato presentato da Giacomo De Angelis e moderato dall’arch. e presidente Giuseppe Baiocchi. L’incontro ha visto la presenza del consigliere comunale avv. Emidio Premici.
La lezione si è incentrata sulle tematiche della tecnologia LED, degli scenari luminosi, delle modalità di progettazione della luce e sul consumo energetico. Gli esempi dei lavori effettuati dalla lighting designer Cammarota hanno infine consolidato la discussione che ha suscitato un bellissimo dibattito finale. L’associazione Das Andere, ringrazia l’Ordine degli Architetti per il patrocinio all’evento.
Come la Cammarota ha rimarcato durante la sua Lectio Magistralis: «La progettazione della luce negli ultimi anni, e in particolare con l’avvento dell’illuminazione LED, ha subito una profonda trasformazione con la specializzazione della disciplina che sempre più gestisce la creazione di atmosfere luminose più che dei punti luce, e lo sta facendo attraverso la creazione di vere e proprie esperienze, e con l’utilizzo di dettagli luminosi sempre più minuziosi e di nuove tecnologie. L’uomo, come visitatore e fruitore dello spazio, è sempre al centro del progetto della luce, sia in riferimento alla luce funzionale che in riferimento all’illuminazione emotiva, quindi progettata per avere effetto sulla percezione degli spazi, anche quando la luce va a celebrare prevalentemente l’architettura, il visitatore resta comunque al centro della scena: stupore, curiosità, raccoglimento, entusiasmo o esaltazione, sono tutte emozioni che vengono provocate nel visitatore attraverso la narrazione e la valorizzazione di un concept luminoso che può riprendere, enfatizzandolo, o ampliare, arricchendolo, il concept architettonico.
Contemporaneamente, quella stessa tecnologia LED che permette la creazione di scenari luminosi anche estremamente complessi, viene oggi utilizzata al fine di ridurre il consumo energetico. I consumi LED sono infatti talmente bassi rispetto alle fonti luminose alogene e precedenti, che oggi è possibile incrementare di molto gli effetti luminosi e le atmosfere negli spazi – spesso molteplici e programmabili – mantenendo comunque un notevole risparmio energetico, come può avvenire ad esempio convertendo uno spazio architettonico datato o creandone uno nuovo.
Così come con tutte le tecnologie, anche nel caso dell’illuminazione la vera arte non sta nello sfrenato utilizzo delle nuove fonti di illuminazione, né in termini quantitativi che qualitativi, ma nel saperle usare con il fine di comunicare e di esprimere delle identità architettoniche e culturali mai uguali tra loro».
Per approfondimenti: https://it.federicacammarota.com/

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Jessica A. Liliane Tami e G. Baiocchi del 25-04-2023

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1702912433292{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Steglitz-Zehlendorf, periferia di Berlino: un giorno uguale agli altri in una estate di guerra. Ai vespri, un uomo attraversa il sagrato, poi si raccoglie lungamente in preghiera. È la sera del 19 luglio del 1944, tra poche ore, quest’uomo sarà protagonista di un avvenimento che cambierà la storia della seconda guerra mondiale: il suo nome è quello di Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg e la sua missione è quella di uccidere Adolf Hitler. Ricorda così l’ufficiale di Stato Maggiore, il conte Ulich de Maiziere (1912 - 2006): «per Stauffenberg deve essere stata una decisione molto difficile, poiché era un uomo profondamente religioso e inoltre sapeva che nell’attentato oltre ad Hitler sarebbero morti anche tutti quelli che erano con lui in quella stanza». La morte di un uomo, per evitare la morte di milioni, per abbattere il tiranno, per liberare la Germania dalla dittatura nazista, per porre fine alla guerra. Ma c’è un dilemma di fronte al quale l’attentatore è solo, solo di fronte alla sua coscienza: quando per un cristiano è lecito uccidere? Non c’è una risposta, neanche nei dieci comandamenti, il quinto afferma “non uccidere” neppure il tiranno, senza eccezioni.
[caption id="attachment_12861" align="aligncenter" width="1000"] Conte Claus Philipp Maria Schenk von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907 – Berlino, 21 luglio 1944) è stato un militare tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio 1944 contro Adolf Hitler (noto anche come operazione Valchiria), e nel successivo tentativo di colpo di Stato. Il suo cognome completo era Schenk Graf von Stauffenberg, in quanto la famiglia Stauffenberg aveva aggiunto il termine Graf (conte), come parte del cognome, dopo l'abolizione dei titoli nobiliari da parte della Repubblica di Weimar.[/caption] L’arma per uccidere consisteva in due chili di esplosivo. Stauffenberg è un mutilato, un grande invalido di guerra, ma nella resistenza tedesca contro Hitler, nessuno è determinato quanto lui. Philipp von Boeselager, uno dei congiunti del 20 luglio del 44 ricorda come ammirava molto Stauffenberg: «aveva solo tre dita, ma era deciso a compiere un attentato per il quale aveva un impedimento fisico e nessuno era più indicato di lui. Non poteva togliere le sicure alle bombe, non era in grado di attivare l’innesco e così via, eppure era l’unico ad avere sufficiente coraggio e la possibilità di avvicinare Hitler, tutti gli altri non avevano così tanto fegato, oppure erano nazisti convinti». La bomba, nascosta in una borsa porta documenti deve esplodere durante una riunione dell’Alto Comando Strategico. Così il 20 luglio del 1944 a Rastenburg (oggi Ketrzyn) nella Polonia occupata, nella famosa Tana del lupo (Wolfsschanze), oggi completamente abbandonata, Stauffenberg deve riuscire laddove altri hanno fallito, poiché i precedenti attentati al Führer sono andati falliti. Il dittatore sembra irraggiungibile e soprattutto invulnerabile. Secondo lo storico Matthew Fforde, Hitler aveva l’abitudine di cambiare continuamente le date dei suoi incontri e questo fatto l’aveva salvato in diverse occasioni di attentato. Tale “fortuna del diavolo” aveva addirittura dato convinzione ad Hitler, di essere “protetto” dalla provvidenza, anche se essendo ateo, nonché anti-cristiano, aveva una concezione molto “particolare” della provvidenza. Il Führer nella sua residenza bavarese di Berchtesgaden sembra vivere in un mondo irreale: a vigilare sulla sua incolumità sono una scorta speciale delle Leibstandarte Schutzstaffel (SS), (le SS-Begleitkommando des Führers), le quali hanno l’unico compito di proteggerlo. Ricorda Kurt Larson una delle guardie del corpo di Hitler: «eravamo responsabili dell’incolumità del Führer, controllavamo la zona più vicina fino a 50, 100 metri, soprattutto quando si trovava in grandi spazi o nelle piazze, in quei casi però c’erano anche molti agenti in borghese». Avvicinarsi ad Hitler ed eliminarlo, è questo l’addestramento che viene impartito, nel segreto più assoluto, negli altipiani delle Highlands scozzesi ad un’unità speciale dei servizi segreti britannici. L’operazione Foxley dal giugno del 1944 prepara degli agenti per l’attentato e il piano prevede anche la partecipazione di alcune donne. I ricognitori inglesi hanno deciso che il luogo migliore per agire è la residenza privata del tedesco, il Berghof: gli agenti progettano di contaminare l’acqua potabile e di cospargere i vestiti del dittatore di sostanze velenose. Ad Obersalzberg, durante la sua passeggiata quotidiana, Hitler diventa un bersaglio facile, ma i tiratori scelti non entreranno mai in azione, poiché non solo risultò impossibile far entrare un uomo armato all’interno della zona di sicurezza, che veniva predisposta intorno al fiume; ma il comando britannico ritenne che oramai, a quel punto della guerra, Hitler sarebbe servito più da vivo che da morto, poiché se lo avessero ucciso, gli alleati avrebbero perso il vantaggio degli errori strategici che Hitler, dal 1943 in avanti, iniziava a commettere, imponendoli ai generali.
Qualche mese prima dell’Operazione Valchiria, nome in codice dell’attentato organizzato da Stauffenberg, un memorandum del governo britannico dichiarava come non era necessario instaurare rapporti con i gruppi di resistenza tedeschi poiché gli inglesi e gli americani non volevano cambiare la situazione in Germania, ma l’idea centrale rimaneva quella di portare avanti lo sforzo bellico e di distruggere la Germania il più presto possibile. Intanto, vicino Salisburgo, in Austria, presso il Castello di Klessheim avviene la presentazione di nuove uniformi ed armi, da parte di alcuni progettisti militari, al dittatore tedesco: è il 7 luglio del 1944. Uno degli alti ufficiali si comporta in un modo inconsueto, è il Generale di Brigata Hellmuth Stieff (1901 - 44) e sta progettando un attentato a Hitler: nel suo zaino è contenuta una bomba, ma al momento dell’attentato il generale non ha il coraggio di concludere l’atto e di lì a 14 giorni verrà arrestato. Uccidere Hitler: ad alcuni manca la determinazione, ad altri l’occasione propizia o la lucidità per capire che è necessario porre fine al massacro, che nel 1944 la guerra è irrimediabilmente perduta. Determinazione e possibilità di avvicinare Hitler, Stauffenberg le possiede entrambe. Ancora von Boeselager ricorda: «Stauffenberg che era un brillante ufficiale dello Stato Maggiore, era certamente consapevole del fatto, peraltro evidente, che dal punto di vista militare Hitler avrebbe condotto la Germania alla rovina. Era ovvio che, una volta persa la guerra, la Germania sarebbe stata annientata, era chiaro fin dall’inizio; e poi Stauffenberg era anche a conoscenza dei crimini nazisti e come chiunque avesse una coscienza non poteva da un punto di vista morale, far finta di niente, sentiva l’obbligo morale di cercare di porre fine alla dittatura nazista. Chiunque fosse a conoscenza dell’esistenza dei campi di concentramento avrebbe dovuto lottare per far cadere quel regime scellerato». Il conte infatti non era il tipico “sicario”, ma proveniva da una famiglia aristocratica cattolica bavarese, poi diviene ufficiale avendo una carriera militare florida; non ha un temperamento violento, inoltre dopo la campagna africana è invalido, perdendo un occhio e una mano. Dunque non si tratta di un profilo addestrato per un attentato, ma è fuori dubbio un uomo d’azione e con grande capacità organizzativa e crede fortemente che i dettami della coscienza debbano prevalere sul giuramento di fedeltà a Hitler. Ma la strada che ha condotto von Stauffenberg fino all’attentato è lunga e difficile.
Bamberg è in Franconia e nel 1926, Claus entra nel 17° reggimento di cavalleria a 19 anni. Come a Berlino anche Bamberg nel 1933, l’ascesa al potere di Hitler viene salutata con una fiaccolata. Stauffenberg guarda con interesse alla sua ascesa e all’inizio è perfino ottimista. Segue il 26 settembre del 1933 Claus sposa la baronessa Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld, una donna degna del suo rango.
[caption id="attachment_12863" align="aligncenter" width="1000"] La moglie di von Stauffenberg: Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld (1913 - 2006). A sinistra uno scatto del matrimonio cattolico. Al centro la lapide della moglie dopo la morte nel 2006.[/caption]
Stauffenberg accoglie favorevolmente il riarmo, premessa per un radioso futuro in chiave militare, vuole servire la Patria nella Wehrmacht di Hitler. Non sarà mai un acceso sostenitore del partito nazionalsocialista, ma il nuovo corso gli piace, come a circa il 95% dei tedeschi; egli viene affascinato sicuramente dal partito e certamente oggi, tutto quel periodo, viene liquidato senza troppe discussioni, poiché non ci si immerge più nel contesto etico-culturale dell’epoca, che vedeva la Germania, un  paese sconfitto inflitto dalle sanzioni e con un alto tasso di inflazione, con il pericolo comunista alle porte.
Nel 1938, con l’Anschluss – l’annessione dell’Austria al Reich tedesco – Hitler torna a riunire sotto un unico Stato tutti i popoli di lingua tedesca: un’impresa che era riuscita solo a Carlo Magno secoli prima. Ad ogni modo, solo un anno dopo, nel settembre 1939, il giovane ufficiale bavarese giudica pericolosa l’aggressione di Hitler alla Polonia «quel pazzo, vuole fare la guerra». Da quel momento Stauffenberg immagina di rovesciare il regime con un’azione che dovrà essere necessariamente violenta e pianificata nelle alte gerarchie. Nell’ambiente militare è un soldato modello, un punto di riferimento, un esempio. I giovani ufficiali lo consideravano un personaggio di grande carisma e sono convinti che sarà destinato a ricoprire incarichi di grande importanza nelle forze armate. Il giovane ufficiale partecipa, nel 1940, alla campagna contro la Francia con grande euforia e scrive alla moglie Lydia a maggio: «è una avanzata incredibile, una vera e propria invasione, una marcia inarrestabile che i francesi non hanno nemmeno provato a contrastare, a migliaia si arrendono e quando non si sentono sorvegliati scappano, ognuno di loro porta a cuore unicamente la propria sorte: stiamo assistendo allo sconvolgente inizio del crollo di una grande nazione, una disfatta non solo militare, ma soprattutto psicologica». La vittoria fulminea della Francia fa esultare il popolo tedesco: la prima guerra mondiale è stata vendicata. Stauffenberg dirà: «Hitler ha compiuto un unico errore: Dunkerque, li stanno convergendo le truppe britanniche, un errore che certamente il Führer non ripeterà (…) quell’uomo ha fiuto per le cose militari, a differenza dei suoi generali, aveva capito che la linea Maginot doveva essere travolta». Un “piccolo borghese”, così una volta lo aveva definito, ma ora di lui dice: «il padre di questo uomo non era un piccolo borghese, il padre di questo uomo è la guerra». In Unione Sovietica, il giovane ufficiale sperimenta quanto sia criminale la guerra di Hitler, ma malgrado ciò continua a fare il suo dovere servendo la Patria, come hanno fatto i suoi antenati, poiché nelle sue scelte contava anzitutto l’educazione di famiglia e la coscienza del servitore dello Stato: questi due elementi hanno orientato le sue decisioni professionali; chi proveniva da una famiglia nobile o da una famiglia di funzionari, diventava poi un servitore dello Stato: un concetto all’epoca molto sentito. Stauffenberg si considera il rampollo di una antichissima e nobile stirpe, gli Schenk von Stauffenberg: da sei secoli nel Duomo di Bamberga è costudita la statua di un principe svevo, il cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), simbolo di dedizione al Sovrano e per il nostro protagonista la dedizione diventa uno stile di vita. Lui stesso si considera un personaggio storico, un autentico aristocratico, scelto per assumere una grande responsabilità verso il proprio casato e la propria terra. Cos’è dunque che lo indurrà a non seguire più il suo Sovrano, come esige la tradizione di famiglia? Claus viene educato in Svevia e qui viene iniziato al mondo della musica, della poesia e dell’arte: un mondo che continuerà ad affascinarlo anche quando sarà un militare di carriera. Così lo ricorda suo nipote Otto Philipp Schenk von Stauffenberg: «fece un’ottima carriera e uscì con il massimo dei voti dalla scuola militare e a 36 anni era il colonnello più giovane dell’esercito, ma di certo non era il tipico militare, poiché aveva tanti altri interessi, un orizzonte di vedute estremamente ampio; ad esempio era dotato di una sensibilità musicale davvero straordinaria».
[caption id="attachment_12864" align="aligncenter" width="1000"] Il Cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), o Cavaliere di pietra (steinerner Reiter), è una famosa statua equestre che si trova nella cattedrale di Bamberga, in Germania. La statua fu realizzata nella prima metà del XIII secolo, probabilmente prima della consacrazione della cattedrale (1237). Si trova su una mensola che decora un pilastro del coro orientale. È una statua a grandezza naturale che raffigura un cavaliere senza barba, con la corona, senza armi, il capo eretto, lo sguardo rivolto in avanti. La corona e la posizione sul cavallo indicano che si tratta di un nobile di alto lignaggio, che incarna tutte le virtù della cavalleria medievale tedesca.[/caption] Coraggioso, brillante, nobile, il giovane colonnello tedesco pensa di essere un prescelto. Nella sua città natale in Svevia si appassiona al mondo ideale di un poeta che canta la nascita di un nuovo uomo tedesco: quel poeta è Stefan Anton George (1868 - 1933) e Claus lo chiama “il mio maestro”. George definisce Stauffenberg un giovane regale, un vero e proprio ragazzo prodigio e saranno per il Nostro, gli anni dell’entusiasmo e della passione. Spesso si rifugia in un luogo segreto, nelle alture del Giura di Svevia per riflettere sui versi di George e ritiene che nella Germania segreta, si nasconda un genio creatore che egli ha il compito di risvegliare.. un genio che proviene dall’antica Grecia, poiché l’uomo tedesco è diventato (o forse lo è sempre stato) il suo erede.
La sua adesione alla resistenza maturò lentamente, all’inizio Claus era diverso. Dicembre 1941, sfuma la speranza di una vittoria rapida e i tedeschi vengono fermati alle porte di Mosca. Stauffenberg è un ufficiale di Stato Maggiore ed è perfettamente a conoscenza dell’alto numero di perdite e per la prima volta dichiara che per fermare Hitler c’è un’unica soluzione: ucciderlo, ma egli stesso non è pronto ad un passo del genere, non ancora. L’ufficiale viene messo a conoscenza dei crimini compiuti dalle truppe tedesche nelle retrovie e parla sempre più spesso del possibile tirannicidio «è giunto il momento che un ufficiale tiri fuori la pistola e faccia secco quel maiale di Hitler». Il cambio repentino proviene sicuramente per la conoscenza delle fucilazioni di massa di ebrei in Ucraina e quell’occasione si convinse del nuovo percorso da congiurato. Molti mesi prima della catastrofe di Stalingrado, Stauffenberg è pronto a portare a termine il progetto «un cambiamento radicale sarà possibile solo con l’eliminazione di Hitler ed io sono pronto a farlo». Così il 26 gennaio del 1943 si reca da Fritz Erich G. E. von Manstein (1887 - 1973) il miglior generale di Hitler, il quale potrebbe portare la Wehrmacht dalla parte della resistenza. I due uomini sono uno di fronte all’altro, il colloquio è riservato, ma sincero e alla fine Stauffenberg non otterrà l’appoggio tanto agognato: è deluso, von Manstein non vuole un suo coinvolgimento e spiga le sue motivazioni, asserendo al Colonnello come un Comandante che occupava una così grande posizione di responsabilità, non poteva in alcun modo intimare alle sue truppe di disobbedire agli ordini, perché questo avrebbe inevitabilmente portato alla disfatta del fronte e poiché i tempi non sono maturi, neanche il popolo è pronto. I generali dello Stato Maggiore dunque, erano perfettamente consapevoli della situazione, ma erano pochi quelli pronti all’azione. Famoso il detto “i Feldmarescialli prussiani non si ribellano”. Corre il primo Gennaio 1943 e Stauffenberg viene promosso Tenente-Colonnello e trasferito come ufficiale di Stato Maggiore alla Divisione Panzer che combatte sul fronte libico. Il suo nuovo comandante è Johannes Erwin E. Rommel (1891 - 1944) una leggenda vivente e rappresenta anche una fonte di speranza per la resistenza, ma per Claus l’avventura militare in Africa durerà solo pochi mesi: 7 aprile 1943 un attacco aereo britannico a bassa quota lo ferisce in maniera seria mutilandolo. Così ricorda Klaus Burk, sottotenente del 10° Panzer Divisien «d’un tratto vedemmo l’auto di Stauffenberg crivellata di colpi, lui non c’era più, non si vedeva più nessuno; il rottame era in mezzo al deserto in una distesa pianeggiante e abbiamo proseguito fino al centro di comando tattico, dove era stabilito che ci saremmo incontrati e lì seppi che Stauffenberg era rimasto gravemente ferito e che era stato portato all’ospedale militare». Dunque l’incidente parrebbe essere la fine di tutti i suoi progetti, di tutte le sue speranze? Gli viene amputata la mano destra, ha perso l’occhio sinistro e gli restano solo tre dita alla mano sinistra, ma incredibilmente vuole andare avanti lo stesso, uscire dall’ospedale militare e uccidere Hitler. Invalido, ma più ostinato di prima: tornato in famiglia affronta prima una rapida convalescenza e poi la guarigione e sempre più spesso dichiara che bisogna “salvare la Germania” e che come ufficiale dello Stato Maggiore è ancora corresponsabile di quello che accade. Le prospettive belliche tedesche oramai sono ben poche relative ad una vittoria: lo scacchiere africano è perso, è iniziata la ritirata di Russia, sono anche iniziati i bombardamenti sulle città tedesche e soprattutto un secondo fronte si è aperto con lo sbarco in Normandia da parte degli americani ed inglesi. Certamente è lecito pensare che se Hitler fosse stato ucciso, rimanevano tutti gli altri uomini del regime: Hermann W. Göring, Heinrich L. Himmler, P. Joseph Goebbels, Alfred E. Rosenberg e gli altri elementi di spicco, senza contare le Waffen SS, la Gestapo, i Gauleiter – insomma il regime nazista nell’estate del 44 è ancora ben saldo. Sicuramente il nazismo sarebbe proseguito con un altro leader. Questo problema viene posto tra gli ufficiali militari della resistenza ed è per questo che l’eventuale attentato avrebbe dovuto colpire tutti i gerarchi in un solo colpo: un’operazione difficilissima.
Così al Bendlerblock di Berlino nella sede del comando generale delle forze armate, Stauffenberg diventa Capo di Stato Maggiore delle forze armate territoriali della riserva e d’ora in poi avrà accesso diretto al Führer, diventando così il punto di riferimento della resistenza ad Hitler e sarà lui l’esecutore materiale dell’attentato. Gli uomini raccolti intorno a Stauffenberg intendono rovesciare il nazismo utilizzando un vecchio piano creato per la repressione di disordini interni con il nome in codice Operazione Valchiria (Walküre). Il copione del golpe è stato ideato dalla mente più esperta della resistenza militare, il generale Henning von Tresckow (1901 - 44), capo di Stato Maggiore del gruppo d’armate di centro sul fronte orientale. Il piano prevede i seguenti passaggi: la responsabilità del colpo di Stato sarà addossata alle SS, al partito e alla polizia, con l’esercito della riserva che li disarmerà e terrà in scacco il regime, fino a quando la Wehrmacht non assumerà il totale controllo della situazione. Nei boschi intorno a Berlino, al sicuro da spie e informatori della Gestapo i congiurati possono discutere indisturbati del golpe: soltanto la cerchia più stretta è al corrente di tutti i dettagli e tutto si basata sulla conoscenza e fiducia reciproca, poiché il tradimento di uno solo dei congiurati, avrebbe significato la morte di tutti gli altri. Ai primi significativi dissensi al regime hitleriano in ambito militare si andarono ad affiancare altri di tipo religioso, quali quelli del cardinale Clemens August von Galen e del vescovo Theophil Wurm, che protestarono contro l’attuazione del cosiddetto programma eutanasia. Anche alcuni movimenti, quali l’Orchestra Rossa e la Rosa Bianca, iniziarono sommessamente a manifestarsi nel 1938, quando gruppi dell’Abwehr e dello Heer cominciarono a pianificare un rovesciamento del regime di Hitler; i primi che ipotizzarono tale opzione furono i generali Hans Oster e Ludwig Beck ed il feldmaresciallo Erwin von Witzleben, che stabilirono in seguito contatti con numerose autorità politiche, come Carl Goerdeler e il conte Helmuth James von Moltke. Ma i militari non sono gli unici ad attuare una resistenza contro Hitler; nel 1940 a Kreisau nella Slesia un gruppo di civili di estrazione sociale molto diversa si riunisce per discutere sul futuro della Germania. Sono avvocati, religiosi, sindacalisti, politici socialdemocratici e anche aristocratici. I loro nomi: il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), Adam von Trott zu Solz (1909 - 44), il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998), Julius Leber (1891 - 1945), Carl Friedrich Goerdeler (1884 - 1945), il gesuita Alfred Delp (1907 - 45), Adolf Reichwein (1898 - 1944), Hans Bernd von Haeften (1905 - 44), Nikolaus-Christoph von Halem (1905 - 44). Saranno i membri del circolo Kreisau, completamente annientato tra l’anno del 1944 e quello del 1945. Erano alleati contro la dittatura e contro i crimini dei nazisti, ma non erano legati da una comune fede politica. Volevano far rinascere la democrazia e lo stato di diritto in Germania, dove la dignità dell’uomo fosse rispettata senza differenza di razze. Il circolo cercò di accreditarsi presso gli Alleati, affinché questi appoggino il loro temerario progetto, ma il circolo non verrà preso mai in seria considerazione dagli inglesi. Gli Alleati non volevano far capire all’opinione pubblica che anche all’interno della Germania, c’era una buona Germania, una coalizione che poteva e doveva essere rispettata, se non lodata.
[caption id="attachment_12865" align="aligncenter" width="1000"] Alcuni membri del circolo Kreisau (da sinistra a destra): il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), il conte Ulrich Wilhelm Schwerin von Schwanenfeld (1902 - 44) il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998) e Carl Dietrich von Trotha (1907 - 52).[/caption] Altra resistenza tedesca al partito avvenne con i membri intellettuali della “Rosa bianca”. All’inizio dell’estate del 1942, Hans Scholl e Alexander Schmorell formarono un gruppo di studenti dell’Università di Monaco che volevano eludere la cooptazione nazista e mantenere la loro indipendenza intellettuale. Includono Sophie Scholl, Christoph Probst e Willi Graf. Sono formati dal loro professore universitario Kurt Huber, con il quale discutono questioni fondamentali della riorganizzazione politica. Nell’estate del 1942, i primi volantini della Rosa Bianca invitavano alla resistenza contro la dittatura criminale. Seguono altri due volantini nell’inverno 1942/43. Gli studenti cercano anche di stabilire contatti in altre città. A Ulm, attorno a Hans Hirzel si formò un gruppo di studenti che rimase in contatto con Hans e Sophie Scholl. Il 18 febbraio 1943, Hans e Sophie Scholl pubblicarono il sesto volantino all’Università di Monaco e furono arrestati durante il processo. I fratelli Scholl e Christoph Probst furono condannati a morte il 22 febbraio 1943 e assassinati lo stesso giorno. Nell’aprile 1943, il “Tribunale del popolo” condannò a morte Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber e altri aiutanti e complici, inclusi membri del gruppo di Ulm, a lunghe pene detentive. Nel 1942 si formò anche ad Amburgo un gruppo che ebbe contatti con gli studenti di Monaco tramite Traute Lafrenz e Hans Leipelt. Nell’autunno del 1943, la Gestapo scoprì le attività di questo gruppo di Amburgo e arrestò più di 20 persone. Negli anni che seguirono, altri dieci oppositori del regime associati ai rami di Monaco e Amburgo della Rosa Bianca furono assassinati o portati alla morte.
Anche il generale Rommel, rientrato in Francia dall’Africa, già nel 1944 non crede più in una vittoria, e sa che la sconfitta di sta avvicinando, spera in un accordo di pace con gli inglesi e gli americani, ma non pensa ad un attentato a Hitler. Agli inizi del luglio del 1944, due membri del circolo di Kreisau vengono arrestati: sono Adolf Reichwein e Julius Leber. Continua l’eccidio degli ebrei e per la resistenza tedesca, la vergogna di non aver fatto nulla, diventa peggiore del disonore per un attentato fallito. Bisogna costruire dalle ceneri del nazismo una nuova Germania, ma nella resistenza non c’è accordo su come bisogna procedere. Una sorta di costituzione destinata non solo all’opinione pubblica, ma solo ad una cerchia ristretta di persone: una costituzione che quasi esprime un’ultima volontà per un’altra Germania. Obbedienza, silenzio e fedeltà sono i cardini di tale ordine di pensiero in cui il futuro della Germania è visto sull’ispirazione e nel segno della tradizione di Goethe, Schiller, Hölderlin, Beethoven, non di Hitler. A questo progetto è giusto sacrificare molto di più della vita. Nascosto nel complesso della Wolfsschanze, la “tana del lupo”, Hitler si appresta alla sua ennesima riunione ed è qui che Stauffenberg si appresta ad ucciderlo insieme a tutti gli altri gerarchi, tra cui vi è anche Benito Mussolini, nuovo Capo di Stato dell’auto-proclamatosi Repubblica di Salò. Il mattino del 20 luglio 1944 von Stauffenberg si recò nuovamente alla Wolfsschanze, dove era stato convocato allo scopo di riferire sulle divisioni che la milizia territoriale stava creando in previsione dell'avanzata sovietica e avrebbe dovuto presentare il suo rapporto ad Hitler durante la riunione quotidiana che questi teneva insieme al suo stato maggiore. In compagnia del colonnello vi erano il tenente Werner von Haeften e il generale Hellmuth Stieff; sia von Stauffenberg che von Haeften portavano una bomba nelle rispettive borse; ognuno dei due ordigni, preparati da Wessel Freytag von Loringhoven, era composto da circa un chilogrammo di esplosivo al plastico, avvolto in una carta di colore marrone; questi avrebbero dovuto essere innescati a tempo, attraverso un detonatore formato da una sottile molla di rame che sarebbe stata progressivamente corrosa da un acido. Una volta giunto a Rastenburg, von Haeften ordinò al pilota di tenersi pronto a ripartire per la capitale da mezzogiorno in avanti e, lasciato l'aeroporto, i tre si diressero in automobile alla Wolfsschanze; il dispositivo di sorveglianza del quartier generale di Hitler era formato da tre anelli, difesi da campi minati, casematte e barriere di filo spinato, superabili attraverso tre posti di blocco; ogni ufficiale aveva a disposizione un lasciapassare, valido una sola volta, e tutti dovevano essere soggetti alla perquisizione da parte di un ufficiale delle SS; i due cospiratori, convocati personalmente da Hitler, riuscirono facilmente a oltrepassare il dispositivo, presentandosi all'interno della "tana del lupo" intorno alle ore 11.00. La riunione in cui avrebbe dovuto essere presente il Führer era in programma per le 13.00 e i due ufficiali, dopo una breve colazione, si recarono dal generale Fellgiebel che, insieme al generale Stieff, avrebbe dovuto trasmettere la notizia della morte di Hitler e quindi bloccare qualunque comunicazione verso l'esterno, per dare tempo ai cospiratori di avviare l'operazione Valchiria. Poco dopo le ore 12:00, insieme ai generali Walther Buhle ed Henning von Thadden, von Stauffenberg si recò dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel per sottoporgli il contenuto della sua relazione e, dopo averne ottenuto l'approvazione, venne informato dell'anticipo della riunione alle 12.30 a causa dell'arrivo di Benito Mussolini, che sarebbe giunto in visita nel pomeriggio.
[caption id="attachment_12866" align="aligncenter" width="1000"] Posizioni approssimative dei partecipanti alla riunione in relazione alla bomba della valigetta quando è esplosa: 1. Adolf Hitler, 2. Adolf Heusinger, 3. Günther Korten, 4. Heinz Brandt, 5. Karl Bodenschatz, 6. Heinz Waizenegger, 7. Rudolf Schmundt, 8. Heinrich Borgmann, 9. Walther Buhle, 10. Karl-Jesko von Puttkamer, 11. Heinrich Berger, 12. Heinz Assmann, 13. Ernst John von Freyend, 14. Walter Scherff, 15. Hans-Erich Voss, 16. Otto Günsche, 17. Nicolaus von Below, 18. Hermann Fegelein, 19. Heinz Buchholz, 20. Herbert Büchs, 21. Franz von Sonnleithner, 22. Walter Warlimont, 23. Alfred Jodl, 24. Wilhelm Keitel. Foto a destra: Stauffenberg a Rastenburg, il 15 luglio 1944, sulla sinistra, con Hitler (al centro) e Wilhelm Keitel (a destra). Stauffenberg stava trasportando una bomba a tempo, che poi decise di non far esplodere.[/caption]

Mentre von Stauffenberg stava percorrendo a piedi i circa 300 metri che lo separavano dall’automobile, guidata dal tenente Erich Kretz, che lo attendeva, il generale Heusinger stava terminando la sua relazione e la sua frase «Se non facciamo ritirare immediatamente il nostro gruppo di armate che si trova accanto al lago Peipus, una catastrofe...» fu interrotta dall’esplosione che avvenne alle 12.42. Il colonnello, insieme al tenente von Haeften, salì in macchina e ordinò all’autista di partire; egli ritenne che l’attentato fosse riuscito ma, nella confusione e nella fretta, non era riuscito a vedere nulla di quanto fosse realmente accaduto, mentre il generale Fellgiebel vide un uomo barcollante uscire dall’edificio distrutto, appoggiato al braccio di Keitel; quell’uomo era Adolf Hitler, sopravvissuto quasi incolume all’attentato, riportando infatti solo alcune bruciature alla gambe e la perforazione del timpano destro. Lo scoppio della bomba aveva invece ferito a morte tre ufficiali, tra cui il colonnello Brandt, e lo stenografo. A testimonianza del suo medico Erwin Giesing, Hitler accusò un costante dolore all’orecchio destro, con sporadiche e copiose uscite di sangue dallo stesso. Tuttavia le lesioni ai timpani avrebbero potuto essergli fatali: uscendo dalla sala riunioni qualcuno aveva voluto pulirgli le orecchie con dell’acqua, ma all’ultimo momento gli era stato impedito di farlo; consultato in seguito per una cura, il professor Carl Otto von Eicken, stimato otorinolaringoiatra dell’ospedale della Charité di Berlino, aveva spiegato a Hitler che introdurre acqua, per di più sporca, non sterile, nei canali uditivi avrebbe sicuramente causato la sua morte. L’allarme generale non scattò subito perché le mine nella foresta erano spesso innescate dai cervi. Alle 12:44 von Stauffenberg uscì dalla tana del lupo telefonando a un conoscente, ritenuto membro della cospirazione, il capitano di cavalleria della riserva Leonhard von Möllendorf, con cui aveva fatto colazione, per convincere il sottufficiale di guardia, il sergente Kolbe della Führer-Begleit-Division, a lasciarlo passare al posto di controllo esterno e a recarsi all’aeroporto. Durante il tragitto von Haeften riuscì a liberarsi della seconda bomba, che fu in seguito ritrovata dalla Gestapo, ed entrambi s'imbarcarono sull’aereo messogli a disposizione dal generale Eduard Wagner per fare ritorno a Berlino. Dopo l’esplosione, da Rastenburg il generale Fellgiebel doveva informare Berlino dell’accaduto, ma i segnali a sua disposizione erano solo due, ossia quello di avvio dell’operazione Valchiria e quello di arresto; non era stata presa in considerazione l’ipotesi che la bomba scoppiasse dando quindi avvio al colpo di Stato, ma che Hitler potesse comunque sopravvivere all’attentato. Nell’impossibilità di contattare von Stauffenberg, le comunicazioni con l’ufficio del generale Olbricht furono confuse e il generale, per non compromettere definitivamente il colonnello, parlando con il generale Fritz Thiele disse semplicemente «è successa una cosa terribile, il Führer è vivo». La confusione delle informazioni fu tale che la milizia territoriale non venne messa in movimento fino all’arrivo a Berlino di von Stauffenberg. Questi diede il via al piano, comunicando a tutti i distretti la morte del Führer, nonostante il rifiuto del generale Fromm a collaborare. Fromm infatti aveva parlato personalmente con il feldmaresciallo Keitel, il quale gli aveva riferito che il Führer era vivo e che aveva ripreso il controllo della situazione. Nonostante il ritardo nell’avvio delle operazioni, riprese solo alle 16.00, furono diramate per radio le nomine per il nuovo regime, ma queste comunicazioni iniziarono a essere smentite dai messaggi provenienti da Rastenburg: la lentezza e le esitazioni nell’attuazione delle operazioni, unite al fallimento dell’attentato, furono fatali ai cospiratori.

[caption id="attachment_12867" align="aligncenter" width="1000"] I principali golpisti del 1944 nell'Operazione Valchiria oltre a Stauffenberg Da sinistra a destra - prima riga): Albrecht Cavaliere Mertz di Quirnheim (1905 - 44), Albrecht von Hagen (1904 - 44), Bernhard Klamrot (1910 - 44), Berthold Schenk Graf von Stauffenberg (1905 - 44), Cäsar von Hofacker (1896 - 1944), Eric Fellgiebel (1886 - 1944); (da sinistra a destra - seconda riga) Friedrich Karl Klausing (1920 - 44), Friedrich Olbricht (1888 - 1944), Fritz von der Lancken (1890 - 1944), Werner von Haeften (1908 - 44), Hans Ulrich von Oertzen (1915 - 44) e Henning von Tresckow (1901 - 44).[/caption]

Verso le 18.00 il comandante del III gruppo della difesa, generale Joachim von Kortzfleisch, fu convocato al Bendlerblock, ma si rifiutò di obbedire agli ordini di Olbricht, sostenendo che il Führer non era morto. Venne così arrestato e tenuto sotto sorveglianza e al suo posto venne nominato il generale Karl Freiherr von Thüngen, che tuttavia non fu in grado di mobilitare le sue truppe. Il generale Fritz Lindemann, che avrebbe dovuto leggere alla radio un proclama al popolo tedesco, non si presentò, né la radio né il quartier generale della Gestapo vennero occupati, e alle 18.45 la radio tedesca iniziò a diffondere ripetutamente un messaggio che spiegava che il Führer era stato oggetto di un attentato che l’aveva però lasciato illeso e che era in atto un colpo di stato. Inutilmente von Stauffenberg cercò di smentire la notizia; a Praga e Vienna i comandanti territoriali che avevano iniziato ad arrestare le SS liberarono i prigionieri, ristabilendo l’ordine. Alle 19:00 circa Hitler effettuò diverse telefonate, mentre il ministro della propaganda Joseph Goebbels si attivò per smentire la notizia della sua morte. Il maggiore Otto Ernst Remer, che si era presentato per arrestare lo stesso Goebbels, dallo stesso ministro fu messo in contatto con Hitler, che lo rassicurò sulle sue condizioni, lo promosse colonnello e gli ordinò di fermare il colpo di stato e arrestare i cospiratori. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un’unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Il colonnello Remer ordinò alle sue truppe di circondare ed isolare il Bendlerblock, senza entrare nell'edificio. Alle ore 20:00 Witzleben arrivò al Bendlerblock, dove discusse con Stauffenberg che insisteva ancora sul proseguimento del colpo di stato. Nello stesso momento, il sequestro del governo di Parigi venne interrotto quando il feldmaresciallo Günther von Kluge venne a sapere che Hitler era vivo. Alle 20.30 il feldmaresciallo Keitel diffuse un messaggio in cui si affermava che Heinrich Himmler era stato nominato comandante dell'esercito territoriale al posto di Fromm e che da quel momento si sarebbe dovuto obbedire solo agli ordini che provenivano da lui. Alle 22.30, dopo una breve sparatoria all'interno del Bendlerblock, i principali congiurati vennero arrestati dal generale Fromm. Poco dopo la mezzanotte del 21 luglio, il colonnello Claus von Stauffenberg, il generale Friedrich Olbricht, il colonnello Albrecht Mertz von Quirnheim ed il tenente Werner von Haeften, su ordine del generale Fromm, vennero arrestati e fucilati nel cortile del Bendlerblock. Pochi minuti dopo lo Standartenführer Otto Skorzeny arrivò con una squadra di SS e, dopo aver vietato altre esecuzioni, arrestò i congiurati rimasti e li consegnò alla Gestapo, che immediatamente si attivò per scoprire tutte le persone coinvolte nell’attentato. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un'unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Pochissimi riuscirono a sfuggire al Tribunale del Popolo: von Stauffenberg fu arrestato e fucilato alla schiena, assieme al conte Claus Schenk von Stauffenberg, il suo aiutante Werner von Haeften, al cavalier Albrecht Mertz von Quirnheim e Friedrich Olbricht nella stessa notte del 20 luglio 1944, nel cortile del Bendlerblock, sede del Comando Supremo dell’Esercito, a Berlino. Prima che la raffica lo falciasse ebbe il tempo di gridare al plotone di esecuzione: «Lunga vita alla nostra sacra Germania»!

Successivamente le ceneri dei congiurati furono sparse nelle fogne cittadine su ordine di Hitler affinché «i resti dei traditori non contaminassero il suolo tedesco». Su ordine del Führer tutti i membri delle famiglie dei colpevoli dovevano essere eliminati. Questo portò anche all’arresto, alla deportazione e uccisione di molti innocenti, che avevano la disgrazia di condividere il nome, anche senza essere parenti, dei congiurati. Per quanto riguarda la famiglia Stauffenberg, il fratello maggiore, Berthold, fu giustiziato. La moglie di Stauffenberg, Nina, e i suoi quattro figli (la donna era incinta della quinta figlia, Konstanze, che sarebbe nata il 17 gennaio 1945, a Francoforte sull’Oder, durante la prigionia), furono arrestati dalle SS. I quattro figli furono messi sotto falso nome in un orfanotrofio in Bassa Sassonia. Successivamente e fino alla fine della guerra Nina venne tenuta prigioniera per futuri scambi presso il lago di Braies in provincia di Bolzano. Liberati dall’arrivo delle truppe alleate, tutti i membri della famiglia poterono finalmente riunirsi dopo la fine della guerra. Nina è morta il 2 aprile 2006. Appena un mese dopo, il 19 agosto, altre vittime di rilievo le troviamo nel feldmaresciallo von Kluge ed i generali Wagner e von Tresckow, che si suicidarono; quest’ultimo prima della sua morte disse a Fabian von Schlabrendorff: «Il mondo intero ora ci diffamerà, ma io sono ancora del tutto convinto che abbiamo fatto la cosa giusta. Hitler è l’acerrimo nemico non solo della Germania, ma del mondo intero». Durante un interrogatorio, Karl-Heinrich von Stülpnagel fece il nome del feldmaresciallo Erwin Rommel; pochi giorni dopo, il consigliere personale di Stülpnagel, Cesare von Hofacker ammise sotto tortura che Rommel era un membro attivo della cospirazione e, nonostante non vi fosse stata alcuna partecipazione diretta da parte sua, il feldmaresciallo fu costretto a togliersi la vita il 14 ottobre 1944.

[caption id="attachment_12868" align="aligncenter" width="1000"] Nella cultura tedesca del ricordo, il 20 luglio è principalmente associato all'anno 1944. Oggi è visto dal pubblico come un simbolo della resistenza militare contro il nazionalsocialismo ed è per questo che il Governo tedesco pone ogni anno una corona di fiori sul posto dove i militari furono fucilati: Il German Resistance Memorial Center che si trova nel Bendler Block nel quartiere Mitte di Berlino.[/caption]  

Altri congiurati, tra cui l’ammiraglio Wilhelm Canaris, ex capo dell’Abwehr, e il generale Hans Oster, furono arrestati e giustiziati il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.. Oggi a Berlino, nella prigione di Plötzensee dove furono eseguite le sentenze di morte, c’è un museo commemorativo per le vittime del processo. A distanza di tanti anni, un anziano Jünger, unico scampato (per volontà di Hitler) al processo successivo all’attentato, ricorderà il valore di una Germania diversa, una Germania non nazista e che ha dato la vita per tentare quel colpo di mano che avrebbe consentito al paese di avere un immediato futuro diverso e salvare molte vite: «esistono situazioni nelle quali non bisogna badare al successo, anche se con questo ci si mette naturalmente fuori del terreno politico. Fu il loro caso: vinsero moralmente, dove storicamente naufragarono. Il loro coraggio, il loro sacrificio, non furono il coraggio e il sacrificio che s’incontrano sul campo di battaglia, ma di natura superiore; non tali da essere coronati dalla vittoria, ma dalla poesia». Nel dopoguerra, a Berlino, la Bendlerstrasse fu ribattezzata Stauffenbergstrasse. Vi è stato eretto un monumento alla Resistenza tedesca e nelle vicinanze un museo, aperto nel 1994, onora tutti i partecipanti al “complotto del 20 luglio”, insieme ad altri oppositori al nazismo.

Per approfondimenti: _Ian Kershaw, Operazione Valchiria, Bompiani, 2016; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale - Parlano i protagonisti, Rizzoli, 1992; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, sesto volume, Fabbri Editori, 1995; _David Fraser, Rommel - l'ambiguità di un soldato, Mondadori, 1993; _Daniel Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Mondadori, 1997; _Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo, il Mulino, 1994; _Ian Kershaw, Hitler. 1936-1945, Bompiani, 2001; _Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]

di Giuseppe Baiocchi del 02-08-2022

[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1705246931831{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
«Vorrei provare ancora una volta, dietro le mie persiane socchiuse, la vertigine del sole sulle aiuole fiorite, sugli scalini della gradinata. Al mattino, al risveglio, riconoscevo dal suono il cielo, il suo colore, il suo umore che, per tutta la giornata, sarebbe stato anche il mio. Ascoltavo il sole. Era già alto e caldo. Vi si mescolava un rumore che sento ancora scrivendo queste righe, fatto di silenzio, di acqua che scorre lontano sui fiori e sull'erba, di rastrelli e di api. Chiudevo gli occhi. Era la felicità. […] Sapevo che bisognava soltanto conservare il presente. Le mura, gli alberi, le abitudini, la natura. Non era neppure il caso di pensare a costruire o ad abbattere, a modificare, a cambiare. Bisognava solo conservare, salvare, preservare»1.
Presentiamo una vista panoramica del Logis de La Chabotterie sito presso Saint Sulpice le Verdon, 85260 Montréverd, Francia.
Se nel “Memorial” di Les Lucus-sur-Boulogne riposa l’anima della Vandea, è nelle architetture vernacolari dei Logis vandeani che soffia il vero spirito della controrivoluzione. Questi sono infatti i luoghi più importanti della memoria dell’intero dipartimento francese quando si parla delle Guerre di Vandea.
Ma che cos’è un Logis? Testimone privilegiato di una storia tumultuosa, lo schema del Logis vandeano viene ripetuto in tutta la regione, dalla pianura al bocage, dalla gâtine alle zone acquitrinose. Fondamentalmente si traduce in una dimora signorile tra il castello e la cascina di campagna, architettura che si diffuse nell’aristocrazia vandeana di provincia, nella hobereaux, tra il XV e il XVIII secolo. In architettura, appunto, un corps de logis è il blocco principale, classico o vernacolare, di una grande magione. Contiene le stanze principali, gli appartamenti e un’entrata ingentilita con il classico arco francese di derivazione tardo gotica in accolade, ovvero un arco carenato o in flesso composto da due ogive curve note anche come linee sigmoidali, che si specchiano l’una nell’altra .
Le stanze più grandiose e belle si trovano spesso al primo piano sopra il livello del suolo: questa quota viene appunto definita “nobile”. Il corps de logis è solitamente affiancato da ali secondarie inferiori, come le barchesse delle ville venete. Tali prolungamenti laterali formano un cortile su tre lati, detto cour d’honneur, ovvero un piazzale antistante un grande edificio signorile.
Attorno al cortile rettangolare, i fabbricati delle ali laterali sono riservati alle attività agricole, mentre la dépandance e la dimora signorile si affaccia centralmente sul giardino.
 
[caption id="attachment_12813" align="alignnone" width="1000"] Due esempi di arco in accolade: il primo a sinistra è posizionato su di un ingresso dei ruderi dello Château de la Durbelière, mentre il secondo si trova in Bretagna, nel Logis di Guyomarais a pochi passi dalla tomba del marchese di La Rouërie. Tale decoro architettonico, viene definito in ambito accademico “riconoscimento”: ovvero si tratta di una modanatura decorativa posta sopra un’apertura.[/caption]
La planimetria che si forma su quattro ali – evocante la villa gallo-romana – raggiunge il suo apogeo nella seconda metà del XVI secolo e perdura quasi immutata fino alla vigilia della Rivoluzione.
Facente parte del corpo centrale sono quasi sempre una torre ed una cappella, spesso medievale e ingentilita da elementi barocchi nel XVII secolo. Le Cappelle sono chiaramente tutte antecedenti la riforma novecentesca e non presentano stravolgimenti nel classico assetto dell’Altare previlegiatum Ad Deum. Tali altari domestico-privati fungevano non solo per la Santa Messa domenicale della famiglia, tramite il santo sacerdote che officiava la funzione, ma servivano – essendo di privilegio ad un determinato defunto (che spesso aveva i resti all’interno del paliotto stesso) – per scalare gli anni di purgatorio secondo l’uso dell’indulgenza: ogni celebrazione effettuata in un altare poteva sottrarre anni di purgatorio al defunto ed una volta che questo raggiungeva il paradiso, poteva intercedere sulla terra per i propri parenti. Spesso questi altari sono visibili nelle nicchie laterali di molte chiese.
Classico altare Ad Deum per una Cappella Signorile.
Elementi interni predominanti del Logis erano i vari spazi, secondo la distribuzione settecentesca. La cucina era sempre situata al piano terra del padiglione d’angolo: con il suo pavimento in pietra, le sue pareti imbiancate a calce e il soffitto con correnti a vista anneriti dal fuoco, aveva il forno a legna non lontano dal camino monumentale e dal girarrosto a contrappeso. Oltre all’indispensabile sedia a baule portasale, posta sempre vicino al camino, insieme ai numerosi oggetti comuni in rame e in terracotta, poteva essere presente anche un macinacaffè. Infine al centro della stanza vi era un lungo tavolo centrale, spesso con gambali vernacolari, tipici bretoni, a pera con due panche ai lati.
L’ambiente del salotto di compagnia, spesso illuminato da finestre con struttura lamellare sul vetro, e riquadri all’inglesine poteva possedere i tipici sedili del cinquecento italiano. Non poteva mai mancare il camino monumentale, spesso in pietra, con alari dove gli ospiti superato il vestibolo potevano spogliarsi e depositare gli effetti personali e accessori da viaggio: indumenti, armi, baule da carrozza, scrittoio portatile di pelle, scaldapiedi da carrozza. Questo spazio dedicato all’accoglienza, poteva fungere anche come luogo di svago. Il mobilio certamente alla moda borbonica di Luigi XV o XVI presentava un tricoteuse con elemento pivotante in mogano, un guéridon con piano ribaltabile e spesso per il cambio degli abiti era presente, al gusto orientale, un paravento.
Successivamente si arriva tramite un corridore – elemento di collegamento ripreso dalla tradizione italiana rinascimentale – alla Sala cosidetta del Camino, la quale poteva possedere la classica pavimentazione di lastre di pietra e ardesia con tecnica “à bouchons”, ed una preziosa policromia delle pareti a tinta chiara delle assi del soffitto, la quale arricchiva la già elegante boiserie lignea con specchi (riquadri). Anche qui non può mancare il camino, questa volta ingentilito ulteriormente da bracci porta candela laterali e coronato da un orologio da parete laccato Vernis Martin Luigi XV. L’arredamento spaziava dai quadri, al mobilio sempre stile Luigi XV agli accessori: sedie cannè firmate Lefèvre, rinfrescatoio per bottiglie Luigi XVI, tavolino da vassoio dove poteva essere posato un rinfrescatoio per bicchieri; così come un termometrobarometro di Réaumur e una fontana monumentale in maiolica risalente agli inizi del XVIII secolo, posta sopra una console.
[caption id="attachment_12815" align="alignnone" width="1000"] Alcuni scatti del Logis de La Chabotterie: il camino monumentale nel Salotto di compagnia, ed una sedia in stile borbonico nella Sala del Camino.[/caption]
Sempre al primo piano troviamo le camere da letto per la signoria, mentre solo al secondo piano vi sono gli alloggi per la servitù, con altezze più modeste e finestrature rimpiccolite di 1/3 rispetto a quelle del piano nobile, secondo l’estetica rinascimentale di Brunelleschi dei piani sovrapposti, in cui la luce del piano terra doveva essere 3/3, quella del piano nobile 2/3 e infine l’ultimo piano avere 1/3. Tale tecnica ottica, per un osservatore che ammirava l’edificio dal basso, conferiva uno slancio verso l’alto molto d’impatto, snellendo l’edificio ed “edificandolo” verso Dio. Nelle camere da letto non poteva mancare l’inginocchiatoio per le preghiere mattutine e i vespri, così come il mobilio in stile Reggenza ed il letto a colonne con pendoni di seta, tipico delle magioni signorili. Ed ancora cassettoni, sedia con leggio e la poltrona “per malato” con la classica spallina reclinabile dotata di due cremagliere, completano il quadro d’insieme di un ambiente standard dove riposare. Vicino la finestra, per avere a disposizione più luce possibile, spesso era presente la toeletta con i vari consoni oggetti, quali palla porta-spugna, ventaglio, scatola per nei finti e necessaire per profumi.
Durante le Guerre di Vandea alcuni Logis sono anche stati usati come quartieri generali provvisori ed è per questo che alcuni di loro hanno ancora alcune stanze adibite a sale di comando. Proprio tale predisposizione ha portato, durante tutto l’arco della guerra civile, la distruzione di molti di essi.
[caption id="attachment_12816" align="alignnone" width="1000"] Alcuni scorci del giardino posto dietro Logis La Chabotterie. Da notare la foto sulla destra che raffigura un padiglione di chiusura con sul dorso della copertura in ardesia "a mansarda" il terminale gotico "a lancia".[/caption]
Addossato al Logis, spesso sul retro può essere situato un giardino, a volte riorganizzato secondo le mode floreali dei secoli. Tale spazio verde, che riprende la tematica teologica del giardino medievale, è racchiuso tra i muri laterali e termina alle volte con un coronamento dato da due padiglioni quadragolari seicenteschi con il tetto di ardesia a punta d’ape. Elemento di rara bellezza poteva essere la presenza di un fossato, perimetrazione “in negativo”, il quale impediva dal retro l’accesso alla proprietà, liberando parallelamente una prospettiva monumentale sul lungo viale cavalcabile antistante la struttura, spesso costeggiato da alberi secolari e maestosi.
Lungo i pergolati di rose antiche, si sovrappongono nel giardino due universi separati da un pozzo centrale. Vicino al Logis, il giardino ornamentale con i suoi tappeti di fiori e siepi di bosso racchiude piante aromatiche e medicinali. Più in là l’orto poteva essere diviso in quadrati piantati con verdure e fiori da taglio per la decorazione dello stesso Logis. L’utile e il bello si coniugavano in questo esempio vivente di giardino alla francese, come era solito vedere nei Logis del Basso Poitou nel XVII e XVIII secolo.
La copertura lignea, sebbene poteva risultare per le ali laterali a falda con coppi in laterizio, vedeva nella porzione centrale la copertura alla francese detta “a mansarda” in ardesia con diversità di tecnica costruttiva: francese con ganci, doppio ligure, triplo ligure o a scala piatta. Il blu dell’ardesia, contrastava sul territorio con le abitazioni popolari di paglia o di semplici coppi, donando al Logis l’importanza sociale che meritava. Sul dorso della copertura sono sempre presente dei terminali di derivazione gotica (a lancia) o barocca (bracieri).
Un tetto a mansarda (chiamato anche tetto alla francese o tetto a cordolo) è un tetto a padiglione a quattro lati caratterizzato da due pendii su ciascuno dei suoi lati con la pendenza inferiore, perforata da abbaini, ad un angolo più ripido rispetto al superiore. Il tetto spiovente con finestre crea un ulteriore piano di spazio abitabile, un sottotetto mansardato, appunto. Il primo esempio conosciuto di tetto a mansarda è attribuito a Pierre Lescot su una parte del Louvre costruito intorno al 1550. Questo progetto del tetto fu reso popolare all'inizio del XVII secolo da François Mansart (1598 - 1666), un affermato architetto del periodo barocco francese. Divenne particolarmente di moda durante il Secondo Impero francese (1852 - 70) di Napoleone III. Mansarda in Europa (Francia, Germania e altrove) significa anche lo spazio della soffitta o della soffitta stessa, non solo la forma del tetto ed è spesso usato in Europa per indicare un tetto a spiovente.
Tra i Logis più famosi della Vandea, ricordiamo certamente Logis de la Chabotterie, dove fu catturato l’ultimo generale vandeano Charette , oggi museo sulle guerre di Vandea e luogo pedagogico per bambini e il Logis della Baronnière, il quale mantiene ancora intatte le mura del cortile quadrato dove il marchese Bonchamps fu chiamato a guidare la rivolta dai suoi villici. Infine, come non citare, lo Château de la Durbelière, luogo di nascita del conte La Rochejaquelein ed oggi ridotto a rovina, perché bruciato dai repubblicani nel 1794: proprio dalla preesistenza, si denota ancora la struttura del Logis, dove le antiche ali laterali sono diversamente rimaste in piedi e fungono dopo un saggio riuso urbano ad abitazioni per alcuni cittadini ed – a Dio piacendo – la vita continuerà a scorrere a lungo in questi luoghi magici, poiché la tradizione è custodire il fuoco, non adorarne le ceneri.
 
Per approfondimenti:1 Jean d’Ormesson, A Dio piacendo, Beat, Trebaseleghe, 2016, p.63; _Richard Levesque, Guida gratuita a cura del Dipartimento Conservazione del Patrimonio del Consiglio Generale della Vandea, Consiglio Generale della Vandea, 2010; _Olivier de la Rivière, Malouinières - Demeures d'exception, Ouest-France, Rennes, 2017.
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giuseppe Baiocchi del 16-06-2022[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1701917062536{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Jean Mallard de La Varende Agis de Saint-Denis (1887 - 1956) nacque nella Malouinières Bonneville presso il comune di Chamblac del dipartimento dell’Eure. Vi abitava costantemente e qui scriveva e coltivava le sue terre. I La Varende – gente leale, energica, di alta, antichissima nobiltà – furono, per secoli, marinai, soldati, prelati. Regionalisti soprattutto – come tutti i loro pari normanni – ma sempre partecipi alla complessa storia di Francia: cattolici e monarchici se pur non sempre docili sudditi, anch’essi, forse, si mescolarono nelle fazioni variegate: ora condottieri, ora seguaci di bande armate. In ultimo, durante e dopo la rivoluzione, versarono il loro sangue scioano (degli Chouan in lingua bretone) per il folle sogno di rimettere in trono un re fantasma. Insomma gentiluomini campagnoli – hobereaux –, fieri dei loro avi, continuatori delle loro gesta, attaccati con fede incrollabile (fin sotto Luigi Filippo che disprezzarono) alla tradizione ed alla terra. Jean de La Verande, l’ultimo discendente di questa razza, è l’animatore prodigioso d’un mondo scomparso o che va scomparendo.
[caption id="attachment_12797" align="aligncenter" width="1000"] Jean Mallard de La Varende è figlio di Gaston Mallard de La Varende (1849 - 87), ufficiale di marina, e di sua moglie di origine bretone, Laure Fleuriot de Langle (1853 - 1940). Nacque il 24 maggio 1887 a Chamblac (Eure), presso il castello di Bonneville, proprietà di famiglia. Non conoscerà suo padre, che muore lo stesso anno, il 27 luglio.[/caption] La vita d’una volta e di ieri, rurale e guerriera – e ciò che resta, insopprimibile, dell’autentico temperamento normanno – riappaiono, potentemente evocati, nelle sue novelle e nei suoi romanzi. Jean de La Verande, dal cui fondo par che riemergano, sobbollendo, antichi fermenti atavici, è scrittore realistico e magico, rude e delicato, austero e passionale, acuto indagatore di stati d’animo, a volte mistico. Da tutto ciò una prosa saporosa, pittoresca, singolare, inimitabile. Quanto alla sua biografia disse allo scrittore cattolico Domenico Giuliotti (1877 - 1956): «Fin dall’infanzia scrivo, dipingo, costruisco modellini di navi. A 10 anni, nei giorni piovosi, mi è stata affidata la classe per raccontare storie: ho solo ampliato il mio pubblico. Per le navi sono figlio di un marinaio, nipote di un ammiraglio, e quando mio padre morì, mio nonno si è preso cura di me: è stato sotto la sua guida divertita che ho iniziato questa collezione che è uscita dalle mie mani e che oggi ingombra cinque stanze di casa mia, diorami e modellini navali in 160 vetrine, le cui varie mostre avevano cominciato a farmi conoscere. Scrivevo romanzi, racconti, per me stesso, per non far morire tutto ciò che sapevo e conoscevo. Presto arrivai a pubblicare i miei scritti e qualcuno si innamorò di queste storie modeste facendo arrivare gli editori. La mia prima collezione, Pays d’Ouche, ricevette l’elogio per l'opera "I Vichinghi" e, curiosamente, la leggenda narra che noi stessi siamo discendenti dei Vichinghi: ma, rimane forse una leggenda. Il mio secondo libro, Nez-De-Cuir, fu molto vicino a vincere premio Goncourt1; certo contava il valore di Plisnier, ma forse c’erano intorno a questo premio, quell’anno, influenze non del tutto letterarie. Il terzo, “Il Centauro di Dio” ha vinto il Grand Prix de l’Académie Francaise2. Da allora, sembra che il favore del pubblico sia arrivato a me. I miei libri sono ricevuti con molta indulgenza. Infastidisco alcuni critici; mi attaccano duramente, ma forse sono più alfabetizzati che umani, e anche politici. Il Centauro di Dio giunge alla 6a edizione, il mio ultimo libro, pubblicato 5 mesi fa, dove cerco di mettere in evidenza i manutentori della terra e della tradizione che tanto hanno fatto, in tutto il nostro paese, per la bellezza e la forza della nazione, e che il movimento democratico ha voluto far sparire mentre cercava di deriderli, riducendo la loro azione»3. Il 12 dicembre 1919, sposò Jeanne Kullmann, e a coppia vive presso la magione di Bonneville. Da questa unione nacque un figlio, Éric de La Varende (1922 - 79). Dal 1920 al 1932 fu docente presso l’École des Roches, a Verneuil-sur-Avre, in Eure. In casa mantiene il suo dominio, i suoi giardini, scrive il suo primo libro, da lui pubblicato nel 1927, L’Initiation artistique, testo di una sua conferenza. Scrive anche alcuni racconti e realizza, nel tempo libero, un centinaio di modelli di navi di tutte le epoche. Gli inizi di La Varende in letteratura furono difficili. Ha subito molti rifiuti da parte degli editori parigini, per i suoi contenuti “politicamente scorretti”, ma ha pubblicato alcuni racconti al Mercure de France, l’antico giornale che ebbe direttore un certo François-Auguste-René, visconte di Chateaubriand. È l’edititrice Henriette Maugard, di Rouen, che garantirà la sua notorietà pubblicando una serie di racconti, Pays d'Ouche (1934), preceduti dal duca di Broglie. Lo stesso editore pubblicò nel 1936 il suo Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore. È il frutto di una lunga ricerca iniziata negli archivi di famiglia, quando scopre le lettere del prozio Achille Périer, conte di La Genevraye (1787 - 1853), gravemente ferito nel 1814 nella battaglia di Reims, il quale indossava una maschera che gli varrà il soprannome di “Naso di cuoio”. La Varende interrogò gli anziani e iniziò a scrivere il suo romanzo nel 1930 per farlo pubblicare nel 1936. Le edizioni Plon ripubblicarono questo primo romanzo l’anno successivo: fu un successo. Quell’anno ha ottenuto tre voti al Prix Goncourt. Le pubblicazioni si susseguiranno quindi, al Plon o al Grasset. I suoi successi letterari hanno un unico scopo, ovvero quello di rinsaldare l’antica magione di famiglia, il castello di Bonneville, a Chamblac : l’edificio è costruito in mattoni rosso-arancio, su un vecchio basamento in pietra calcarea. La residenza si presenta come una facciata composta da un piano terra, un primo piano ed un sottotetto; accostata agli angoli nord e sud da torrette quadrate con copertura a sesto acuto, e aperta da grandi finestre settecentesche con piccoli vetri all’inglesine. Su questa facciata, un balcone unico decora il piano nobile. Sul retro, due ali senza carattere gli conferiscono una pianta a U, impreziosita, nel cortile, da una torretta con tetto a mansarda, e da una solida veranda in mattoni. Tutto è ricoperto di ardesie blu, che hanno portato lo scrittore a scrivere le seguenti righe: “Le Chamblac è rosa e blu, con ferri neri. Non si può fare altro per lui. Vedendolo, penso a una signora che esce dal salone di bellezza: «Niente più speranze, signora, abbiamo tutto, ed è tutto completo»5.
[caption id="attachment_12798" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Bonneville si trova nella città di Chamblac, nel dipartimento dell'Eure. Fu la residenza dello scrittore Jean de La Varende dal 1919 al 1959. È classificato come monumento storico dal 9 maggio 1978.[/caption]
I suoi libri sono acclamati dalla critica, specialmente nei circoli di destra, come Samuel William Théodore Monod (Maximilien Vox 1894 - 1974), e dai circoli di estrema destra come Thierry Maulnier (1909 - 88) e Robert Brasillach (1909 - 45). Nel 1936 entra a far parte della Société des gens de lettres e vince il premio Vikings per la sua raccolta Pays d’Ouche pubblicata due anni prima. In pochi anni i romanzi si susseguono, dove colloca, sotto falsi nomi, i suoi personaggi spesso tratti da storie di famiglia ma che si ritrovano in molti dei suoi scritti. La famiglia di La Bare e quella di Tainchebraye, la famiglia di Anville e quella di Galart; tanti nomi che il lettore conosce vivendo accanto a loro, in terra normanna, o in soggiorno, come li concepiva La Varende. Lo scoppio della guerra vede la sua unica grande tragedia della sua vita: la morte della moglie, vittima di un bombardamento della Lutwaffe tedesca durante la guerra lampo. Durante l’occupazione nazista si concentra sulla scrittura e pubblica i suoi racconti sulle riviste dell’epoca: sfortunatamente per il suo lavoro, la maggior parte di queste riviste è conquistata da tesi collaborazioniste. È quindi erroneamente associato a questa tendenza, perché fu sempre molto critico nei confronti della democrazia, essendo egli di fede istituzionale monarchica. I suoi scritti sono solo racconti letterari, con intrighi fuori dal suo tempo. Fedele alle sue convinzioni, ha rifiutato di mettere la sua penna al servizio del regime di Vichy o dell’ideologia dei giornali collaborazionisti. Una delle sue opere maggiori possiamo inquadrarla nel Centauro di Dio. Questo romanzo appartiene al primo ciclo de La Varende, “Tainchebraye-La Bare”, che comprende i tre romanzi: Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore (1937), Man’ d’Arc (1939) e Le Centaure de Dieu (1938). Questo romanzo quando si legge, crea nel lettore un duplice ideale: quello del nobile campagnolo e quello del Santo Sacerdote, dell’apostolo. Il primo, preoccupato sopra ogni altra cosa di durare e di restar fedele a se stesso; il secondo, avido di darsi e di perdersi per salvare gli altri. L’uno, volto alla terra, uomo del tempo e della storia, forte della sicurezza delle tradizioni avite; l’altro, sdegnoso dei beni misurabili, non offuscato dagli innovamenti, sicuro com’è dell’eternità che nulla altera. Personaggi che seducono, affascinano – simbolo da parte dell’autore della più profonda ammirazione. Nel romanzo è instillato quel culto del passato, che traspare in tutti gli altri libri del Varande, il quale non scrive per rivendicare una certa forza e ragione nella nobiltà, occultata oggi dal silenzio più profondo e quindi assordante, ma per una sua personale inquietudine verso i suoi personaggi tristi e magnifici, come narrato nel suo Nez-de-Cuir (Naso di cuoio, celebrato nella cinematografia da Yves Allégret nel 1952).
Così il Centauro di Dio resterà ai posteri con la sua duplice testimonianza verso la gloria degli avi scomparsi e della parallela angoscia della coscienza dei figli. L’ideale dell’aristocrazia di campagna e quella dell’apostolo, inteso come sacrificio e liberazione: il sacrificio di Gastone, che la decaduta grandezza della famiglia protagonista dei La Bare fa finta di non avvertire, si accosta alla stima verso Manfredo, cadetto fuori dal comune in cui – per riprendere Gustav Mahler – la tradizione è trasmettere il fuoco e non adorare le ceneri. Una cosa è certa: il passato si dimostra sempre solidissimo poiché il presente non è adatto a sostituire i solidi valori d’un tempo. Aspirazioni divergenti che rendono questa fatica letteraria un riflesso storico con il presente di difficile comprensione. Del resto, il suo rispetto per l’arte gli interdiceva forse di assumere una posizione troppo netta fra gli opposti, col rischio di consegnarci un libro a mo di tesi. Nei fatti che ci narra, come nelle umili realtà quotidiane in cui penetriamo, dissimulate, all’interno dell’azione e della lotta naturale e salvifica, troviamo la luce sufficiente per rischiarare e abbastanza ombra per accecare quelli che vorranno non vedere lo scoglio del problema non di una generazione, ma di un’intera società. La stessa che con l’idealismo cartesiano e successive rivoluzioni politiche – come quella francese – hanno rovesciato il thelos (il fine) di una esistenza valoriale basata sull’organicità del mondo e sull’esistenza del Dio cristiano, messo da parte o addirittura ucciso nell’epoca del relativismo e della velocità del capitale. Per questo l’abate di La Bare diventerà – come l’autore stesso àncora di salvezza per alcuni e pietra di scandalo per altri. E come avvenne nel paese normanno quando giunse la notizia della sua morte, egli non avrà l’unanimità dei suffragi nel mondo dei lettori: “un santo” penseranno gli uni; “un rinnegato”, diranno gli altri. Il lettore verrà giudicato dalla sua stessa “sentenza”. Il Centauro di Dio esige dal lettore questo esame di coscienza, li costringe a questa libera scelta. Ecco, senza dubbio alcuno, una ragione, fra molte altre, di stimarlo con un grande libro. Questo tradizionalista cattolico dalla fede tormentata – accettò di assistere alle funzioni nella chiesa di Notre-Dame de Chamblac, dopo 29 anni di assenza (causatogli dal Novus Ordo Missae del Concilio Vaticano II), grazie alla nomina di un sacerdote tradizionalista, Quintin Montgomery Wright (1914 – 96) il quale celebrava solo secondo il Messale di San Pio V – era un devoto simpatizzante dell’Action française di Charles Maurras (1868 - 52) e negli anni Cinquanta è stato redattore della rivista monarchica Aspects de France, continuazione di Action française. Questa posizione politica molto tradizionalista lo avvicina ad altri autori che furono rapidamente dimenticati dopo la loro morte, come Henry Bordeaux (1870 - 1963), Paul Charles Joseph Bourget (1852 - 1935) o Michel de Grosourdy de Saint-Pierre (1916 - 87), ma letti durante la loro vita. Tuttavia, le sue opere, ristampate in parte grazie all’associazione Présence de La Varende, hanno avuto una certa eco in un certo ambiente cattolico e monarchico.
[caption id="attachment_12800" align="aligncenter" width="1000"] Una delle prime pubblicazioni del romanzo sulle chouannerie: Man'd'Arc - Rombaldi Editore del 1944.[/caption]
Dal 1961 si sono succedute due associazioni legate a La Varende: dal 1961 al 1989: “Amici di La Varende” e dal 1992: “Presence de La Varende” che, come il suo predecessore, pubblica ogni anno materiale inedito, oltre ad articoli dedicati all’uomo e al suo lavoro. Tra i duecento racconti pubblicati, la regione normanna (in particolare il paese di Ouche ) e il mare, costituiscono le strutture principali dei suoi intrighi. A questi, naturalmente, si aggiungono racconti e romanzi, le cui edizioni numerate sono oggi ricercate. L’attrazione del mare, la sua passione per la navigazione, ma anche, per la Bretagna e per la Spagna, la messa in scena di preti di campagna, di contadini o anche aristocratici e la nostalgia per l’Ancien Régime, costituiscono l’essenziale filo conduttore del suo lavoro. La sua opera, sia sentimentale che romantica, è molto legata alla terra, nel senso di patria. Cerca di magnificare la purezza pur sapendo come descrivere l’uomo con le sue ansie, mancanze ed errori. Le storie sono spesso basate su una sorta di trasmissione ideale delle tradizioni rurali del passato, sia nei casolari vernacolari che nei castelli: per lui tutto è legato da un doppio filo. I signori e i loro discendenti sono “contadini del re”, mentre i contadini e gli uomini del villaggio sono parte della famiglia dei castellani. In tutto ciò il castello è una residenza utile, “un organismo necessario alla ruralità, anzi, alla società”. Il suo lavoro è da mettere in linea con quelli dei suoi maestri letterari, in particolare jules-Amédée Barbey d’Aurevilly (1808 - 89) e Gustave Flaubert (1821 - 80), anch’essi Normanni. A loro dedicò saggi (uno per Barbey, due per Flaubert). La ricerca della parola giusta, compresi i “normandismi”, la frase appropriata, giri di parole a volte piacevolmente arcaici, l’immagine utile: tutto, nel linguaggio di La Varende, è fatto, si direbbe, in modo che il lettore prenda piacere nella narrazione più che nello stile del testo. L’opera di questo autore appartiene a una corrente del XIX secolo, dove si incontravano gli amanti della Francia e delle sue ex province. Il periodo tra le due guerre, nelle sue crisi sociali e politiche, ha messo in luce le correnti regionaliste risvegliate da Frédéric Mistral (1830 - 1914) e dal già citato d’Aurevilly.
Scrittori come La Varende, Alphonse Van Bredenbeck de Châteaubriant (1877 - 1951), Joseph de Pesquidoux (1869 - 1946) hanno sentito arrivare la fine di un mondo rurale che si sono affrettati a descrivere. Questi scritti nascondono poi una parte di romanticismo misto a un naturalismo da scudiero. La Varende sottolinea il dramma vissuto dai suoi personaggi, afflitti dall’onore che hanno ereditato dai loro antenati, l’onore del castello che deve essere mantenuto, l’onore della terra, che deve essere amata. Tra i demoni di La Varende c’è la Rivoluzione francese. Non a caso, non ne parla quasi mai, anche se è presente ovunque, nel senso che, con lui come nella storia di Francia, c'è un “prima” e un “dopo”. Lo scrittore salta questo periodo che detesta: «Il 13 luglio conta per me perché è l’atto di Charlotte [Corday], come il 15 luglio perché è la nascita di Rembrandt. Riesco a ingoiare il 14 tra questi due giorni»6. In alternativa racconta i grandi personaggi del 17°secolo: Anna d’Austria, Suffren, Saint Vincent de Paul, e molti altri, o trabocca nel secolo successivo, ma con parsimonia, o soprattutto fa rivivere un XIX secolo dove i suoi personaggi sono nobili al servizio del re, o alla sua causa. In Man’d’Arc la giovane Manon – una “Giovanna d’Arco” degli Chouan al servizio della causa della coraggiosa duchessa di Berry (1798 – 1870)7 –, accompagna i suoi due nobili padroni che sono “veri uomini” ma è lei, la contadina, che ha più affinità con la principessa. Questo romanzo già citato e precedente al Centauro di Dio rivela ancora una volta l’affinità tra il contadino e il nobile e la lontananza verso l’altro ceto sociale, quello di estrazione borghese, fautore – appunto – della rivoluzione. Sul tema vandeano, oltre questo romanzo sulle Chouannerie normanne, ha scritto due monografie, una sul generale bretone Georges Cadoudal (1952) e Mes contes de Chouannerie pubblicato postumo nel 2018.
[caption id="attachment_12802" align="aligncenter" width="1000"] Jean de La Varende con i suoi modellini navali.[/caption] Pertanto, la scrittura di La Varende serve ideali chiari che sono: il re, la vera nobiltà, il mondo contadino, la religione cattolica. Fa sì che i suoi personaggi cerchino onore, coraggio, avventura, rispetto. Il suo mondo è allo stesso tempo rinchiuso nelle sue tradizioni ancestrali, una certa etichetta “hobereaute”, eppure alcune figure sono ritratte con un personaggio che vuole rompere con le abitudini delle cronache delle castellane, sprofondando nel dramma oltre che nell’umorismo di leggera derivazione britannica. La Varende è, per questo, uno di quegli autori francesi che l’epoca contemporanea ha volutamente lasciato da parte facendolo cadere nell’oblio. Sebbene regolarmente ripubblicato, in particolare dalle edizioni Grasset e Flammarion, il suo lavoro è assente dalle antologie letterarie. L’attaccamento di La Varende alla sua provincia ancestrale, la Normandia, lo colloca tra gli scrittori regionalisti. Certamente è vero che i normanni dell’Ottocento, dall’archeologo Arcisse de Caumont (1801 - 73) e dal suo amico studioso Auguste Le Prévost (1787 - 1859), hanno fatto della Normandia una terra regionalista, dal punto di vista letterario, e infatti nel regionalismo, che considera l’ex provincia un’entità sopravvissuta agli sconvolgimenti rivoluzionari, c’è un innegabile attaccamento alla storia regionale, ma l’oblio dell’autore ha carattere ideologico poiché va contro il nuovo sistema di vedere il mondo che “non è il migliore possibile, ma l’unico possibile. Appassionato di mare, non avendo mai potuto imbarcarsi a causa delle fragili condizioni di salute, Jean de La Varende ha prodotto un’impressionante collezione di modellini di barche e navi, composta da oltre 2.000 modelli. Parte di questa collezione è tuttora conservata al castello di Chamblac. Era anche un membro corrispondente dell’Académie de Marine e nel dicembre 1933, Jean de La Varende fu nominato Cavaliere al Merito Marittimo come pittore e archeologo navale. La Varende ci ricorda la bellezza e la nobiltà di quel piccolo mondo antico, ed oggi dovremo mostrarci un po’ più messianici e ricordare da dove veniamo e soprattutto chi siamo, poiché altrimenti un popolo che non conosce se stesso non sa più ri-conoscersi e tutto questo patrimonio patriarcale sarà presto dissolto, fuso in una sorta di massa “culturale” informe che ci servirà vagamente da “guida storica” in cui riposeranno le nostre coscienze infantilizzate, stupefatte e, ahimè, sempre più ignoranti.
1Il Prix Goncourt è un premio per la letteratura francese, assegnato dall’Académie Goncourt all’autore della “migliore e più fantasiosa opera in prosa dell’anno”. Il premio prevede una ricompensa simbolica di soli 10 euro, ma si traduce in un notevole riconoscimento e vendita di libri per l'autore vincitore;
2Il Grand Prix du Roman è un premio letterario francese, creato nel 1914, e assegnato ogni anno dall’Académie française. Insieme al Prix Goncourt, il premio è uno dei più antichi e prestigiosi premi letterari in Francia;
3Jean de La Varende, Il Centauro di Dio, Istituto di Propaganda Libraria, 1945, post-fazione di Domenico Giuliotti;
4Alla morte di La Varende nel 1959, il castello passò al figlio Éric Mallard de La Varende (1922 - 79), poi ad una delle sue figlie che sposò una Broglie. Il castello ora appartiene al principe Charles-Edouard de Broglie, sindaco di Chamblac, e a sua moglie, la principessa Laure (nata Laure Mallard de La Varende);
5 Jean de La Varende , Castelli della Normandia. Itinerario sentimentale, Plon, Paris, 1958, p. 53.
6Jean de la Varende, Maison Vierge, 1942, p.6;
7Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone fu principessa delle Due Sicilie per nascita e duchessa di Berry per matrimonio.
 
Per approfondimenti:
_Pierre Coulomb, La Varende, éditions Dominique Wapler, Paris, 1951. _ Anne Brassié, La Varende. Pour Dieu et le roi, Paris, Librairie académique Perrin, 1993; _Michel Herbert, Bibliographie de l’œuvre de La Varende, Paris, aux dépens d’un amateur, 1964-1971, 3 vol.
 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata