[vc_row css_animation="" row_type="row" use_row_as_full_screen_section="no" type="full_width" angled_section="no" text_align="left" background_image_as_pattern="without_pattern" css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_separator type="normal" color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Jessica A. Liliane Tami e G. Baiocchi del 25-04-2023[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1692637849815{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Figlio di un duca d’Aquitania, vescovo di Tongres, fondatore della città di Liegi, apostolo delle Ardenne piene di selvaggina, santo taumaturgo della rabbia, Monsignor Saint Hubertus delle Ardenne è venerato soprattutto come patrono dei cacciatori. Nel corso dei secoli, l’agiografia ha arricchito la sua breve biografia facendo emergere una storia leggendaria in cui, nell’interesse dell’edificazione cristiana, si combinano fatti storici ed invenzioni. La leggenda però ha preso il sopravvento sulla storia. Nonostante ciò, i secoli sono passati e i cacciatori si raccomandano ancora alla sua Santa protezione.
[caption id="attachment_13583" align="aligncenter" width="1024"] Museo del Prado, Madrid: Rubens Peter Paul, La visione di Saint Hubert, olio su tela, 1617-20 - 63x100 cm.[/caption]   Le vite di Saint Hubertus sono numerose e la loro veridicità rasenta il meraviglioso trascendendo il dato meramente storiografico. La letteratura leggendaria è un terreno ingrato ma il raccolto non è assolutamente nullo. Intorno al 1520 è stato pubblicato, a Parigi, un libro dal titolo La Vie de Monseigneur Dardeine. Tratta da un manoscritto composto nel 1459 da Hubert il prevosto, che si è espirato a sua volta ad un testo scritto da un chierico nel 744. Nonostante le distorsioni storiche, gli elementi attorno a cui è stata costruita la sua leggenda, possono essere conservati. Hubertus nacque intorno al 665 nella Gallia orientale, nel pieno della cristianizzazione. Fu consacrato vescovo a Roma nel 709 e succedette a san Lamberto sul trono episcopale di Tongeren-Maastricht, che trasferì a Liegi nel 718. Continuando la sua opera pastorale nelle Ardenne, egli combatté contro i culti pagani e morì il 5 novembre 728. Il 3 novembre 744, il suo corpo fu traslato per la prima volta nella Chiesa Superiore di San Pietro a Liegi. Nell’825 i suoi resti furono posti nelle Ardenne, nell’Abbazia benedettina di Andage, che prese il suo nome. Divenne un importante luogo di pellegrinaggio e si sviluppò il mito hubertiano. Da quel momento in poi, la tradizione vuole che egli fosse un cacciatore colpito dalla grazia in mezzo alla foresta come San Paolo sulla via di Damasco. Molto presto i cacciatori iniziarono ad offrirgli, in occasione dell’anniversario del primo trasferimento del suo corpo, i frutti dell’inizio della stagione di caccia e la decima parte della selvaggina catturata durante il resto dell’anno. Già dalla fine del XV secolo, gli si attribuisce la visione del cervo crocifero di Sant’Eustachio che arde i cuori dei cacciatori. La sua genealogia viene delineata e lo si fa entrare a far parte dell’illustre famiglia dei Pipinidi, discendenti del “famoso Pharamond primo re dei Francesi”, pronipote di Clodoveo e figlio di Bertrando d’Aquitania. Allevato devotamente da sua zia, Sant’Ode, seguì fin da piccolo il padre nelle battute di caccia. Acquisì una tale abilità in questo esercizio che i Signori più abili erano spesso stupiti dalle sue osservazioni sagge e prudenti. All’età di diciotto anni entrò alla corte di Thierry, Re di Neustria, prima di emigrare in Austria dove il duca Pipino di Heristal, suo parente, lo nominò Gran Cacciatore. Lì Hubertus condusse una vita dissipata, abbandonandosi alla sua passione preferita: l’arte venatoria. Hubert aveva anche un grande successo con le signore e fu così che sposò Floribanne, la figlia del Re Dagoberto nel 682. La sua vita cambiera il giorno del Venerdì Santo del 683, quando Hubertus andò a caccia di cervi nella foresta delle Ardenne, con una decina di uomini, muniti di corni e cani. Dopo situazioni convulse legate all’inseguimento all’interno della selva, il cervo si fermò ed incredibilmente iniziò ad avanzare verso Hubertus. Il cacciatore, in quel momento, vide risplendere tra le corna dell’elegante animale un crocifisso in cui risplendeva il Cristo. Il suo cavallo si impennò e una voce risuonò nella foresta: “Hubertus, Hubertus, perché mi insegui? Fino a quando la tua passione per la caccia ti farà perdere la salvezza? Vai a Maastricht dal mio servo Lambert: ti dirà cosa devi fare”.
[caption id="attachment_13586" align="aligncenter" width="499"]
Miniatura medievale del Santo.
[/caption]
 

Ciò che fu ordinato, fu eseguito. Uberto implorò la protezione del Cristo e annunciò il suo desiderio di conversione. Prese i voti dopo la morte della moglie Floribane, avvenuta dando alla luce Floribert1. Si ritirò quindi come eremita nella foresta, che lasciò unicamente per un pellegrinaggio a Roma. Il giorno del suo arrivo, nel 709, San Lamberto viene assassinato. Papa Sergius I (650 - 701), avvertito e consigliato in sogno, nomina Hubertus Vescovo. Sostenendo di non essere degno, cerca di fuggire, ma così come scrivono alcune testimonianze, un angelo gli dona il bastone pastorale, i paramenti di San Lamberto e una stola tessuta dalla Vergine. Non gli resta che sottomettersi alla decisione papale e, durante l’incoronazione, San Pietro stesso gli consegna una chiave d’oro. Saint Hubertus, che voleva cacciare e prendere, si ritrova cacciato e preso. Le circostanze della conversione di Saint Hubertus si rifanno a quelle di sant’Eustachio2, il cui culto si diffuse in Francia nel XI secolo.

La leggenda Aurea racconta la storia di Placido, un generale al servizio di Traiano, che un giorno, mentre era a caccia, “incontrò un branco di cervi, tra i quali ne notò uno più bello e più grande degli altri. Dopo una corsa affannosa, il cervo urtò una roccia. Placido lo osservò e vide un crocifisso tra le corna, ed è Cristo che gli parla «Placido, perché mi perseguiti? Io sono il Cristo che voi onorate senza saperlo: la vostra elemosina è salita prima di me, ed è per questo che sono venuto; era per inseguirvi io stesso per mezzo di questo cervo che correvate. Placido fu quindi battezzato con il nome di Eustachio. Venuto a conoscenza della sua conversione, l’Imperatore Adriano condannò lui e la sua famiglia a essere bruciati in un toro di bronzo. Confusione di date, usurpazione di un miracolo, “trasferimento epico” o “trasferimento politico”, le ragioni del dirottamento della leggenda di Sant’Eustachio a favore di Sant’Uberto restano oscure. L’ipotesi oggi più credibile è quella di Colette Beaune (1943), la quale osserva che Eustachio «fu sostituito, in seguito all’occupazione inglese, da Sant’Uberto, protettore di Liegi, tradizionale alleato del Re di Francia contro la Borgogna3». La leggenda non scelse impunemente il cervo come araldo della parola divina. Fin dalla notte dei tempi, è stato sacro e venerato come animale psicopompo. La sua pelle, ritenuta imputrescibile, permetteva il passaggio dalla vita alla morte e i primi cristiani credevano di scorgere sulla sua fronte il segno del tau, il segno della croce. La Santa Chiesa riprese l’immagine del cervo come simbolo di Cristo. San Girolamo paragona la sete religiosa al cervo che si disseta4. La caduta annuale dei suoi palchi, poi la loro ricrescita, è assimilata alla resurrezione e gli conferisce un simbolo di longevità, eternità e perennità, correlata all’istituto monarchico.

Presentato da Plinio come l’implacabile nemico del serpente, è anche un feroce avversario del male. Infine, le dieci punta dei suoi palchi ricordano i Dieci Comandamenti e, in quanto animale da caccia sacrificato secondo un rituale codificato, la sua uccisione non è forse un’immagine della Passione di Cristo? «I Padri e i teologi ne fanno [...] un attributo o un sostituto di Cristo allo stesso modo dell’agnello o in altri settori dell’unicorno. Per fare questo non esitano a giocare con le parole e a stabilire un legame tra cervus e servus, dove il cervo è il salvatore»5.

«Il ruolo degli ecclesiastici in questa promozione del cervo era essenziale. Per la Chiesa, che da tempo si opponeva a tutte le forme di caccia, il cervo era il male minore. Questo simbolismo fece del cervo il gioco reale dei principi cristiani, che si distinguevano così dalla forza bruta che i re barbari usavano contro le bestie selvatiche, gli orsi, i cinghiali e i lupi»6. La visione di un cervo, portatore di un messaggio divino, è un tema ricorrente nelle leggende cristiane, profane e nei romanzi. San Giuliano l’Ospitaliere, la cui leggenda ha ispirato Flaubert, viene fermato durante una caccia da un cervo che gli predice che distruggerà suo padre e sua madre. Un altro episodio ci perviene da San Meinulphe, il quale fondò il convento di Böddeken nel luogo in cui gli apparve un cervo. La seconda traslazione delle reliquie di Sant’Uberto, nell’825, diede al suo culto un notevole impatto, poiché la sua devozione divenne molto comune anche in ambito terapeutico.

  [caption id="attachment_13587" align="aligncenter" width="1024"] Alcune statue di Saint Hubertus (da sinistra a destra): complesso scultoreo presente nella città di Praga; statua di Saint Hubertus e il giovane cervo del XVIII sec., alta 184 cm; statua di Saint Hubertus nella chiesa di Saint-Martin d'Arc-en-Barrois.[/caption]  

Dopo la conversione e lasciata la caccia, il Santo delle Ardenne divenne esorcista e moltissimi pellegrini andarono alla sua abbazia, dove i miracoli si moltiplicarono. Il suo potere antirabbico, legato al suo passato di cacciatore, per tradizione gli attribuisce anche poteri taumaturgici alla stola che un angelo gli donò7: «Questa stola che Dio vi manda avrà un potere efficace sui demoni, sui posseduti, sui frenetici e sui poteri infernali. Chiunque sia stato morso da animali rabbiosi sarà preservato dalla rabbia grazie alla sua virtù, che si perpetuerà di secolo in secolo nella tua memoria». La stola e la chiave d’oro divennero presto oggetti di venerazione e strumenti di guarigione. Una delle pratiche più diffuse era la “potatura”, praticata dai monaci del Santo. Il malato veniva inciso con un coltellino e il sacerdote sollevando l’epidermide, inseriva un filamento della stola santa. La ferita veniva poi coperta con una benda che il paziente si impegnava a tenere per nove giorni, durante i quali non doveva radersi né lavarsi il viso e le mani, doveva astenersi dal vino, dormire da solo in un letto con lenzuola bianche e infine confessarsi e fare la comunione. Oltre alla “potatura”, la “tregua” era praticata anche per le persone morse da un animale che mostrava solo lievi segni di rabbia o il cui morso era poco profondo. La tregua poteva essere concessa dai Cavalieri di Sant’Uberto. «Come il cervo crocifero, la creazione dell’Ordine di Saint-Hubert de Barrois nel 1422 [...] fa parte del rinnovato fervore che circonda il santo patrono dei cacciatori»8. Anche le confraternite di Sant’Uberto, ponendosi sotto la sua protezione, giocarono un ruolo importante nella crescita della credenza popolare. Le imitazioni in ferro della chiave di San Pietro, nota anche come chiave di Sant’Uberto, consacrate dai monaci di Andage, venivano utilizzate per marchiare i cani e “vaccinarli” contro la rabbia.

Ai cani veniva poi dato del pane benedetto per nove giorni. Questo rito si diffuse e si diversificò. Fu così che venne istituita un rito per proteggere i cani dalla scabbia, dai vermi e soprattutto dalla rabbia. Alla fine dell’Ancien Régime, l’usanza rimase in alcuni luoghi in forme semplificate. Nel 1784, il re decise che l’usanza di distribuire focacce ai cani da caccia il giorno di Saint Hubertus venisse abolita. Ormai la celebrazione di Saint Hubertus del 3 novembre è solo un rituale in cui si associano arte venatoria e banchetti. Il santo delle Ardenne è stato sostituito da Saint Marcel o Saint Martin de Porrès nei calendari e dall’ottava di Ognissanti nel rituale. «Questa cerimonia religiosa, che ci saremmo guardati bene dall’immaginare, non era più empia per coloro che vi partecipavano di quanto debba esserlo per noi che la riportiamo con la stessa innocenza di spirito. Inoltre, aveva uno scopo: si trattava di pregare il cielo di tenere lontani dai cani i morsi dei serpenti, le punture delle piante velenose, le ferite dei cinghiali e soprattutto la rabbia» . La messa di Saint Hubertus, così come è praticata oggi, deriva dal parziale ripristino, tra il 1832 e il 1848, di questo uso. Nella seconda metà dell’XI secolo furono composte numerose messe: la più famosa delle quali è quella di Obry del 1860. Napoleone III celebrò il giorno di Saint Hubertus a Compiègne con una fredda fiaccolata nel cortile del castello in cui invitò i guardiacaccia che si occupavano dei cani, guidati dal barone Lambert. I fedeli andarono alla messa delle 4:00 del mattino, ma senza i cani. San Giovanni di Matha e San Felice di Valois crearono il capo dell’Ordine trinitario quando videro arrivare un cervo bianco con una croce rossa e blu tra le corna. Luogo di divertimento profano dove il cacciatore insegue con passione il trofeo, la foresta è anche un luogo di ricerca spirituale, di rivelazione e di epifania. L’anima in preda alle passioni si confronta con le forze della natura e trova la salvezza. Rendendo sacra la caccia, essa diventa un percorso iniziatico. La foresta è per certi versi isomorfa al deserto, il luogo in cui l’uomo trasgredisce i limiti della condizione umana, disprezzando il proprio corpo, ma a vantaggio di un rapporto privilegiato con l’oltre. Dalla scoperta del vaccino antirabbico da parte di Pasteur nel 1881 sino alle moderne forme di devozione, i simboli legati a questo Santo restano nella memoria collettiva, ben vivi.

  [caption id="attachment_13585" align="aligncenter" width="890"] L' Ordine di Sant'Uberto del Ducato di Bar è un ordine cavalleresco creato nel 1422 da Luigi I , cardinale - duca di Bar per sostituire l' Ordine del Levriero. Con l'installazione della Repubblica francese, l'Ordine è stato abolito e quindi si è estinto.[/caption]  

Nel giorno di Saint Hubertus, il 3 novembre, si svolge ancora la distribuzione del pane e la benedizione degli animali, che però adesso non possono più entrare nelle chiese. Quasi ovunque in Francia, nonostante la scristianizzazione delle campagne, le chiese e le foreste risuonano dell’amore verso questo Santo Signore, inneggiato col suono dei corni da caccia. Per molto tempo la devozione dei cacciatori è rimasta però nell’ombra. Il santo vescovo delle Ardenne non doveva forse la sua salvezza proprio all’abbandono della caccia? Il culto legato all’arte venatoria è un’interpretazione contemporanea di questo Santo. La visione del cervo cristoforo, del Venerdì Santo del 683, ha perso il suo significato: i cacciatori ora ricordano solo la giovinezza di Hubertus, quando era un esuberante cacciatore, prima della conversione, riscrivendone così a loro volta la leggenda . Un secolo dopo la sua morte, nell’anno 825, una parte delle reliquie di Saint Hubertus fu data al monastero di Andage nelle Ardenne belghe. L’abbazia e il villaggio presero il nome di Saint Hubert. La leggenda di Sant’Uberto si sviluppò più tardi in questa regione. Purtroppo, la chiesa e il monastero furono saccheggiati e bruciati nel 1568: da allora non si sa che fine abbiano fatto i resti di Saint Hubertus. Il santo divenne il patrono dei cacciatori (ma anche dei forestali) in quasi tutti i paesi, indipendentemente dalle affinità e dalle appartenenze religiose. Infatti, la parola “Santo”, “Sankt”, “Sanctus” o “St” spesso non viene nemmeno usata: si parla solo di Hubert o Hubertus.

Come molti altri dipartimenti francesi, i cacciatori della Vandea rimangono, ancora oggi, molto legati al loro santo patrono, Hubertus. Questa fedeltà si esprime in vari modi. Sono molte le compagnie di caccia che portano il suo nome e non è raro vedere che le squadre di cacciatori di segugi dedicano ogni anno uno o due giorni di caccia a Saint Hubertus. Qualche occasione speciale, evento o vero e proprio rito? Questo attaccamento si concretizza in una messa solenne dedicata al patrono dei cacciatori e celebrata prima della partenza per la caccia. I cani del branco vengono poi benedetti e posti sotto la sua protezione proprio come i bottoni della ciurma e del loro seguito. Queste messe vengono celebrate in piccole chiese di campagna, in luoghi straordinari come il Parc Soubise a Mouchamps, a volte anche ai margini delle foreste. I cani che possono mordere vengono tenuti verso la fila vicino all’altare. L’ufficio è scandito dal suono dei corni da caccia. Questo rispetto per le tradizioni di caccia fa parte di una storia più antica in Vandea, dove la presenza di Saint Hubertus appare nelle chiese, nei libri o nelle opere d’arte. Saint Hubertus negli edifici religiosi della Vandea. Molte chiese della Vandea avevano o hanno ancora oggi cappelle dedicate a Saint Hubertus. L’opera dell’abate Aillery, Pouillé de l’eveché de Lucon, consente di stilare un elenco più o meno esaustivo di questi edifici religiosi per i quali il culto di Saint Hubertus era di particolare importanza. L’autore si basa principalmente sui resoconti di due importanti visite pastorali; il primo è quello di André Outin, decano di Fontenay, che visita le parrocchie del suo decanato nel 1655, il secondo è quello di monsignor Roch de Monou, vescovo di La Rochelle, che visitò la sua diocesi nel 1738-40. A seguito di questi spostamenti sono stati redatti un certo numero di verbali ufficiali che permettono di precisare le merci esistenti in questi luoghi. Così, l’esistenza di altari dedicati a Saint Hubertus è menzionata nelle chiese di Saint-Hilaire d’Antigny, Saint-Hilaire-de-Mortagne, e in quella di Saint-Laurent-sur-Sèvre, Saint-Malo-du -Bois e La Verrie. A volte, in queste cappelle, una vetrata raffigurante l’episodio della visione di Saint Hubertus era associata a una statua. Il periodo rivoluzionario poi, nel secolo successivo, la ricostruzione e il restauro del patrimonio religioso, componente importante della rinascita del dipartimento per tutto l’Ottocento e fino al 1930, sono all’origine della scomparsa di molti luoghi di culto dedicati a Saint Hubertus. Oggi solo la chiesa di Saint-Malo-du-Bois conserva ancora a destra del coro un altare dedicato al santo patrono dei cacciatori. Sopra l’altare, una statua policroma rappresenta il santo vestito da cacciatore e con in mano una lancia. Accanto a lui c’è il cervo crocifero. Dietro, una vetrata illustra la visione di Saint Hubertus. Le vetrate della chiesa furono realizzate nel 1886, qualche tempo dopo la ricostruzione dell’edificio, dai maestri vetrai Magnen, Clamens e Bordereau. In una foresta e accompagnato dai suoi cani, il Santo sta in ginocchio davanti al cervo tra le cui corna appare una croce che brilla luminosa. Hubert Dumoustier spiega nel suo libro che: “nel giorno della festa, 3 novembre, dalle tre del mattino e per tutta la mattinata, visitiamo l’altare del santo. Tutti gli abitanti del paese, grandi e piccoli, e un buon numero di quelli della campagna, vogliono fare quello che chiamano il loro viaggio a Saint Hubertus, portano un cero tra le mani e lo accendono davanti all’altare. Il giorno della festa; prima di allora, un semplice dipinto, tutto lacerato dai Bleus del 1793, richiamava la memoria di Saint Hubertus.

  [caption id="attachment_13584" align="aligncenter" width="952"] Il più illustre dei cacciatori vandeani rimane il conte Auguste J.F. de Chabot (1825 - 1911), che ha lasciato ai posteri due trattati fondamentali: La Chasse a travers les ages (La caccia attraverso i secoli) e La chasse du chevreuil et du cerf (La caccia al capriolo e al cervo).[/caption]  

Saint Hubertus è molto presente anche nelle opere di caccia della Vandea: tre scrittori, del Basso Poiteau e della Vandea, hanno una passione per l’arte della caccia e sono la base di opere di riferimento in questo campo. Jacques du Fouilloux, gentiluomo della Gatine du Poitou, nacque a Parthenay nelle Deux-Sèvres nel 1519 e morì a Fouilloux nel 1580. Fu autore nel 1561 di un celebre trattato sulla caccia dedicato a Carlo IX che sarà ristampato più volte volte. Questo libro esprime la quintessenza della caccia reale contemporanea. Fissa il vocabolario e stabilisce una sintesi di modelli di caccia alla corte in cui l’inganno è totalmente escluso. Saint Hubertus appare poco nel discorso di Jacques du Fouilloux. Solo il capitolo V tratta dei vecchi cani neri dell’abbazia di Saint-Hubert nelle Ardenne, più comunemente chiamati i cani di Saint Hubertus. Sono un’opportunità per il nostro gentilhomme de la Gatine di evocare i santi patroni dei cacciatori, Hubertus ed Eustachio, e di supporre che i buoni cacciatori li seguiranno in Paradiso con la grazia di Dio nonostante le loro trasgressioni ai comandamenti di Dio.

Nel XVII secolo, Robert de Salnove scrisse La Vénerie royale divisa in IV parti, che contengono le caccie al cervo, alla lepre, al capriolo, al cinghiale, al lupo e alla volpe. Nato a Lucon alla fine del XVI secolo, fu ammesso giovanissimo come paggio al re Enrico IV, poi a Luigi XIII. Fu nominato, nel 1619, scudiero di Cristina di Francia, duchessa di Savoia, con la quale rimase per quasi diciotto anni. Tornato in Francia, divenne consigliere del Re e Luogotenente nella grande louveterie di Francia. Come scrittore e cacciatore, l’esperienza acquisita nella caccia e nella guerra non poteva andare persa. Pertanto, La Vénerie royale elenca le tecniche scortesi che a volte sono associate alla caccia al cervo in una dichiarazione in cui contrappone la nobiltà delle caccie reali francesi a ciò che fanno i sovrani stranieri. Per Robert de Salnove, Hubertus ed Eustachio non sono solo i Santi patroni dei cacciatori ma soprattutto due grandi personaggi il cui esempio va seguito. A differenza di Jacques du Fouilloux, il quale pensa che la pratica della caccia sia un divertimento innocente che non può impedire di essere molto pio, come lo furono anche Saint Hubertus, Sant’Eustachio, Luigi il Giusto o Vittorio Amedeo Duca di Savoia: “E sia non solo per il timore di questi accidenti, ma piuttosto per l’amore che dobbiamo a Dio, praticando la caccia come un innocente divertimento, e per seguire l’esempio mostratoci da due grandi personaggi, Saint Hubertus e Sant’Eustachio, che sono i nostri protettori, come quelli che ci diedero le prime istruzioni di caccia.

 

Nel capitolo III della terza parte de La Vénerie royale, Robert de Salnove tratta dei rimedi per evitare che i cani morsi da altri cani rabbiosi o lupi si ammalino a loro volta; il rimedio più efficace era andare a Saint Hubertus. Il più illustre dei cacciatori vandeani rimane il conte Auguste J.F. de Chabot (1825 - 1911), che ha lasciato ai posteri due trattati fondamentali: La Chasse a travers les ages (La caccia attraverso i secoli) e La chasse du chevreuil et du cerf (La caccia al capriolo e al cervo). Le citazioni di Saint Hubertus sono molto più presenti nelle sue opere poiché sembra registrarsi, oltre all’arte della caccia, il rispetto della tradizione e nella fedeltà ai costumi di un tempo. È necessario sottolineare una pratica abbastanza comune nei libri del conte de Chabot: ognuno di essi termina con alcune frasi dedicate a Saint Hubertus. Così, La Chasse du chevreuil et du cerf specifica: “Prima di chiudere questo studio, non voglio lasciarvi, miei cari lettori, senza aver pregato Iddio, se siete buon cacciatore, di avervi nella sua santa e degna custodia e di preservarvi da ogni sfortunata accidente. Auguro anche a voi, sull’esempio del grande Saint Hubertus, nostro patrono, di mantenervi sempre esatti in ogni osservanza della legge divina; rimanere tutta la vita audace e gioioso cacciatore, buon compagno, amabile con tutti, degno, in una parola, del titolo di buon cacciatore”. Quanto a La Chasse travers les ages, l’opera si conclude con la melodia di Saint Hubertus: “non voglio concludere questo studio sulla caccia senza riprodurre i seguenti versi improvvisati in onore del santo patrono dei cacciatori: furono cantati a un banchetto di allegri cacciatori da uno degli assistenti, lui stesso un grande cacciatore. Questo sarà, a mio avviso, il modo migliore per concludere degnamente questo lavoro, augurando anche a me, miei pazienti lettori, felicità e lunga vita”. Nel 1905, il conte de Chabot dedicò un opuscolo di quindici pagine esclusivamente al santo patrono dei cacciatori. Questo libro intitolato Saint Hubert, patrono dei cacciatori, guarisce dalla rabbia è stampato a Les Herbiers. Ripercorre la vita del santo, la nascita delle congregazioni, la guarigione dalla rabbia, per poi concludersi con ricordi personali relativi al suo viaggio in Belgio. La visita alla celebre abbazia benedettina di Saint-Hubert, addossata a un colle della catena delle Ardenne, sembra essere vissuta dal conte di Chabot come un vero e proprio pellegrinaggio. L’apice del suo viaggio viene raggiunto quando evoca una piccola cappella dedicata al Santo e situata ai margini della foresta, un luogo mitico dove il cervo crocifero apparve a Saint Hubertus: i locali chiamano questo luogo la Conserverie, ovvero la Conversione. Dopo aver fatto il giro di questa vasta foresta, si rientra al calar della notte in paese.

 
[caption id="attachment_13051" align="aligncenter" width="1000"] Cacciatori muniti di trombe (corni) da caccia presso Arc-en-Barrois, dipartimento dell'Alta Marna nella regione del Grand Est per l'annuale festa novembrina (25-26-27 novembre) dedicata a Saint Hubertus.[/caption]

[vc_row css=".vc_custom_1470767044080{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470767053433{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1677162010910{padding-bottom: 15px !important;}"]L’invenzione degli Ordine Architettonici. Stefano Emanuele Fera[/vc_column_text][vc_separator css=".vc_custom_1470767563136{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos6" css=".vc_custom_1677162271365{padding-top: 45px !important;}"]
a cura di Stefano Scalella
11 febbraio 2023 – Sala dei Savi, Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo) - 63100 AP
Introduce: Arch. Marica Rella
Modera: Arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene:  Arch. Stefano Emanuele Fera
 
Sabato 11-02-2023 alle ore 18:00, si è svolto presso il Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo – 63100 Ascoli Piceno) il 66°evento dell’associazione onlus Das Andere con ospite l'architetto Stefano Emanuele Fera, il quale ha dissertato sul concetto dell'invenzione degli Ordini Architettonici - Perchè gli ordini greci e romani non esistono. L’evento è stato presentato dall'architetto Marica Rella e moderato dall’arch. e presidente Giuseppe Baiocchi. L’incontro ha visto la presenza del consigliere comunale avv. Micaela Girardi. Ordini Architettonici, Ordini Classici, o Ordini Classicisti? Ordini Greci, Ordini Romani, o Ordini Vitruviani? E quanti sono gli Ordini? Tre come i presunti Ordini Greci? Quattro come i genera di cui tratta Vitruvio? Cinque come le "maniere" di Serlio, o come gli "ordini" finalmente canonizzati dal Vignola? Il solo insorgere di queste domande e le relative contraddittorie risposte, la dice lunga sullo stato dell'arte, ossia sul "disordine" che regna incontrastato sul concetto di Ordine Architettonico. Non un tentativo di mettervi ordine, ma la proposta di un sintetico excursus storico volto a illustrare le vicende che hanno portato alla definizione quest’idea fondante della cultura architettonica mondiale che in Italia, tra XV e XVI secolo, ha avuta genesi e maggiore fioritura grazie al diffondersi e affinarsi delle teorie neoplatoniche cui, inoltre, si deve l’origine del pensiero sistematico moderno.

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a cura di Stefano Scalella
19 novembre 2022 – Sala dei Savi, Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo) - 63100 AP
Introduce: Arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene:  dott. Alberto Crespi
Interviene: dott. Marco Tempera
 
Sabato 11-02-2023 alle ore 18:00, si è svolto presso il Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo – 63100 Ascoli Piceno) il 66°evento dell’associazione onlus Das Andere con ospite l'architetto Stefano Emanuele Fera, il quale ha dissertato sul concetto dell'invenzione degli Ordini Architettonici - Perchè gli ordini greci e romani non esistono. L’evento è stato presentato dall'architetto Marica Rella e moderato dall’arch. e presidente Giuseppe Baiocchi. L’incontro ha visto la presenza del consigliere comunale avv. Micaela Girardi. Sabato 19 novembre 2022 si è svolta la conferenza dal titolo Le “Classiche Stampe” primo tour virtuale tra le opere d’arte d’Europa, 65°evento dell’associazione onlus Das Andere presso Palazzo dei Capitani. Ospite dell’associazione è stato il Prof. Alberto Crespi, storico dell’arte ed esperto di incisione neoclassica di traduzione con importanti testi licenziati sul tema; insieme al Dott. Marco Tempera, collezionista ed appassionato studioso di incisione neoclassica e di iconografia napoleonica. La tematica si è incentrata sull’incisione neoclassica di traduzione e della ricostruzione delle vicende artistiche delle più importanti Scuole d’incisione in Italia e dei loro Maestri, che intrecciarono le loro storie nel panorama artistico internazionale nel periodo ricompreso tra il 1780 e il 1850 ed anche oltre. Il Convegno è stato d’ausilio alla comprensione del contesto storico-culturale in cui furono concepite le “classiche stampe” aventi il loro substrato ideologico nei principi dell’illuminismo applicati alle arti e del neoclassicismo teorizzato da Winckelmann e Mengs per poi orientarsi, progressivamente, non più solamente alla riscoperta delle antichità classiche e alla tradizione pittorica del XVI e del XVII secolo ma ad una concezione del passato “mediata dal presente”, dove il presente era, soprattutto, espressione delle gesta eroiche derivate dall’epopea napoleonica. Le “classiche stampe” furono parte integrante dell’apparato artistico di un periodo storico complesso che precede la Rivoluzione Francese fino ad oltrepassare la Restaurazione passando per l’età napoleonica che vide i protagonisti dello Stile Impero, i ceti nobiliari e i governanti succedutesi al potere, influenzare l’attività degli incisori nell’accesso alle committenze e nella scelta dei modelli da incidere. Partendo dalla disamina del concetto e della funzione della grafica di “traduzione”, delle tecniche d’intaglio su metallo nonché dei meccanismi di funzionamento del mercato delle stampe con mercanti ed editori, spesso senza scrupoli, in grado di condizionare i gusti dei collezionisti e i prezzi di vendita, decretando le fortune di un’incisione piuttosto che un’altra, saranno evidenziate le peculiarità tecniche delle più importanti Scuole d’incisione italiane e dei maestri che le diressero, del rapporto tra gli stessi e le Accademie delle arti che le ospitarono, evidenziando il confine, spesso labile, tra committenza privata e l’attività svolta nelle pubbliche istituzioni. Ciò, non lesinando confronti e spunti di riflessione attraverso la descrizione delle opere dei suoi più illustri rappresentanti: Raffaello Morghen incisore di traduzione a Roma e poi direttore della Scuola d’incisione all’Accademia di Firenze; Giuseppe Longhi, incisore di Napoleone in Italia e titolare per oltre trent’anni della cattedra d’incisione presso l’Accademia di Brera; Paolo Toschi professore d’intaglio alla Scuola di incisione all’Accademia di Parma; Francesco Rosaspina e Mauro Gandolfi rappresentanti del verbo incisorio a Bologna. Senza dimenticare accenni a figure antesignane come Francesco Bartolozzi, Carlo Antonio Porporati; Vincenzo Vangelisti e Giovanni Volpato. I loro allievi, provenienti da ogni parte dell’Europa, trasfusero l’insegnamento ricevuto, tra loro e nelle Accademie italiane e straniere, consentendo al pubblico di conoscere, attraverso le stampe, i capolavori della pittura e della scultura conservati nelle grandi collezioni pubbliche e private. La maggior parte di essi, furono attivi nella celebrazione del Mito di Napoleone e nello sviluppo della sua iconografia, riproducendone l’immagine nelle vesti di Generale dell’Armata d’Italia, Primo console, Imperatore dei Francesi e Re d’Italia, divenendo a loro volta fonte d’ispirazione per una vastissima produzione calcografica, in Francia e in Inghilterra, tale da elevare la “napoleonica” a categoria distinta nel mondo del collezionismo cartaceo. Lo studio bibliografico, unito all’esperienza collezionistica, ha permesso di fornire spunti d’interesse per coloro che volessero avvicinarsi al collezionismo dei capolavori dell’incisione neoclassica di traduzione e dell’iconografia napoleonica e costruire, con cognizione di causa, una collezione “ideale” che sia strumento non solo per il soddisfacimento di un piacere puramente estetico o d’arredo ma, soprattutto, viatico per una presa di coscienza del ruolo potenzialmente rilevante che ognuno di noi può avere a tutela del patrimonio artistico rappresentato, nel caso di specie, da preziose carte che, ancora oggi, reggono all’usura del tempo, ognuna con una propria storia, appartenute a nobili casate, governatori, Re o Marescialli dell’Impero di Francia, patrioti del Risorgimento o magari a Napoleone stesso, giunte sino a noi dopo un lungo e tortuoso viaggio nel tempo costellato da rivoluzioni, conflitti mondiali e calamità, che meritano di “vivere” per molti e molti anni ancora.

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L’invenzione degli Ordine Architettonici greci e romani
[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Stefano Emanuele Fera del 11-02-2023[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1682373889240{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]

Ordini Architettonici, Ordini Classici, o Ordini Classicisti? Ordini Greci, Ordini Romani, o Ordini Vitruviani? E quanti sono gli Ordini? Tre come i presunti Ordini Greci? Quattro come i genera di cui tratta Vitruvio? Cinque come le maniere di Serlio, o come gli ordini finalmente canonizzati dal Vignola? Il solo insorgere di queste domande e le relative contraddittorie risposte, la dice lunga sullo stato dell'arte, ossia sul "disordine" che regna incontrastato sul concetto di Ordine Architettonico. Non un tentativo di mettervi ordine, ma la proposta di un sintetico excursus storico volto a illustrare le vicende che hanno portato alla definizione quest’idea fondante della cultura architettonica mondiale che in Italia, tra XV e XVI secolo, ha avuta genesi e maggiore fioritura grazie al diffondersi e affinarsi delle teorie neoplatoniche cui, inoltre, si deve l’origine del pensiero sistematico moderno.

[caption id="attachment_12894" align="aligncenter" width="1000"] Veduta di Palazzo Farnese a Caprarola (VT).[/caption]

Nell’opinione comune, diffusa sia tra gli architetti, sia tra gli archeologi, sia tra chiunque abbia un minimo interesse interesse per la storia dell’arte, è ben radicata la seguente credenza. «Nel periodo arcaico dell’architettura greca, gli ordini architettonici presero una forma definitiva, nelle loro linee generali, polarizzandosi fin da principio in due sistemi che si dicono dorico e ionico, ai quali si aggiunsero poi il corinzio, che fu dapprima una varietà dello ionico, e presso i Romani il toscano e il composito» (Enciclopedia Treccani). Come ha, invece, evidenziato Chistof Thoenes (1928 - 2018), uno dei massimi esperti di trattatistica d’architettura, durante il Rinascimento, «quel che si presume un momento di riscoperta, a ben guardarlo si rivela una serie di tentativi, faticosi e lunghi, di ricostruire un sistema che come tale non era mai esistito; sicché in fondo si tratta di una costruzione ex novo, moderna, sebbene eretta con materiali antichi». Così pure è da ritenersi infondata la credenza che l’idea e il sistema degli ordini fosse già presente in Vitruvio, dal momento che nel De Architectura «non si trova né la parola, né una perifrasi del concetto di ordine come noi lo intendiamo» (Gli ordini architettonici: rinascita o invenzione?). L’estetica rinascimentale impiega, inoltre, molto tempo per liberarsi del principio fondante dell’estetica medievale: la docta varietas, ossia il gusto per la variazione, la bizzarria, il capriccio, la stravaganza, la singolarità e l’irregolarità che si osserva in tutte le realizzazioni medievali, sia romaniche, sia gotiche. È dal gusto per la docta varietas, infatti, che discendono i molti portali e colonnati quattro-cinquecenteschi con capitelli variati. Lo stesso Michelangelo è ancora un uomo del Medioevo, per cui non è vero quel che ha scritto James Ackerman (1919 - 2017), cioè che contravvenga alle regole e ai canoni dell’antico, semplicemente perché durante la sua vita quelle regole e quei canoni sono ancora in via d’elaborazione, quindi non ancora definiti. Un ruolo fondamentale, nel passaggio dal gusto della docta varietas al gusto per la regolarità, è occupato dall’invenzione della prospettiva in cui gli edifici, con le loro teorie di colonne e capitelli, non sono più rappresentati in due, bensì in tre dimensioni. Non a caso, tutti gli architetti che hanno un ruolo principale nella definizione del canone degli ordini hanno un tratto comune: sono tutti grandi esperti di prospettiva. A partire dal Brunelleschi, che a torto o a ragione è considerato l’inventore della prospettiva, per continuare con Bramante, Peruzzi e Vignola, il quale oltre alla sua famosissima Regola, scrive appunto un trattato sulla prospettiva. Il passaggio dal gusto per la docta varietas al gusto per la regolarità risente, inoltre, di un importantissimo e lungo dibattito riguardante la lingua che ha luogo in campo letterario sul tema dell’imitazione, sulla differenza tra i concetti di imitatio e di aemulatio. Dibattito che vede contrapposti dapprima Angelo Poliziano (1454 - 94) e Paolo Cortesi (o Cortese, 1465 - 1510), poi Pietro Bembo (1470 - 1547) ed infine Gianfrancesco II Pico della Mirandola (1469 - 1533). Tuttavia, il passaggio definitivo dal gusto medievale per la docta varietas a quello rinascimentale per la regolarità si deve al trionfo, in ambito romano, dell'idea neoplatonica di Bello Ideale. Ciò avviene a cavallo del Sacco (1527) con la toscanizzazione di Roma conseguente ai pontificati dei due Papi de' Medici Leone X (1513 - 21) e Clemente VII (1523 - 34). I due grandi Papi fiorentini favoriscono la ripopolazione di Roma dopo le devastazioni dei lanzichenecchi di Carlo V attirando un grande numero di artisti e intellettuali toscani cui si deve il diffondersi e l'affermarsi del Neoplatonismo, in aperta contrapposizione al Neoaristotelismo fiorente nell’università di Padova e negli studia settentrionali. Il Neoplatonismo informa soprattutto l’attività delle accademie romane incentrata sull’esegesi del trattato vitruviano. Di particolare rilievo sono le iniziative promosse dall’Accademia della Virtù, anche detta Accademia Vitruviana, fondata nella prima metà del Cinquecento a Roma dall’umanista senese Claudio Tolomei (1492 - 1556) sotto il patrocinio del cardinale Ippolito de’ Medici, nipote di Papa Leone X. L’Accademia Vitruviana, presieduta da Marcello Cervini degli Spannocchi, futuro Papa Marcello II, si riunisce due volte la settimana nel palazzo dell’arcivescovo Francesco Colonna e ha lo scopo di offrire una spiegazione del De Architectura raffrontandolo coi resti dei monumenti antichi. A questo scopo è di decisiva importanza l’incarico conferito al Vignola di effettuare rilievi dei principali monumenti romani.

[caption id="attachment_12903" align="aligncenter" width="1000"] Veduta del prospetto interno al patio di Palazzo Colonna a Roma.[/caption]

È proprio da tale attività svolta in preparazione dell’ambizioso e incompiuto progetto enciclopedico concepito dall’Accademia Vitruviana che trae origine La Regola delli Cinque Ordini di Architettura pubblicata a Roma nel 1562. In tale opera, destinata a diventare il primo best & long seller della letteratura architettonica di tutti i tempi, il Vignola codifica in forma definitiva il canone dei cinque ordini. È dunque solo da questo momento in poi che si può iniziare a parlare di ordini architettonici, proprio perché si è di fronte a un concetto nuovo, inesistente prima. Si tratta, infatti, di un’astrazione cui si perviene solo attraverso la nuova idea di bellezza ideale introdotta dalla cultura neoplatonica fiorentina. Tale bellezza ideale è ottenuta per via di analisi e sintesi proprio secondo quanto illustra il famoso esempio riportato da Plinio di Zeusi che dovendo dipingere Giunone come la più bella di tutte le donne, nel tempio di Crotone a lei dedicato, sceglie cinque tra le più belle vergini della città e di ognuna raffigura la parte più bella per sintetizzarla poi nel ritratto idealizzato della dea. Il Vignola opera nello stesso modo: sebbene in alcuni casi dichiari il riferimento a monumenti esistenti, come il Teatro di Marcello per il dorico, il Tempio della Fortuna Virile (negli anni Trenta identificato come Tempio di Portuno) per lo Ionico, il Pantheon per il Corinzio, pure introduce elementi e proporzioni dedotte dalla lettura di Vitruvio. Egli cioè astrae il dato reale e ne opera una sintesi sulla scorta delle prescrizioni vitruviane, ma alla fine il risultato non è di perfetta aderenza né al monumento, né al testo antico. Quando si parla di ordine si fa dunque riferimento a un’idea cinquecentesca italiana che rimanda a una forma chiusa, che non ammette varianti. Perché l’ordine ha valore di modello, non di tipo. Per capire la differenza tra modello e tipo è utile ricorrere alla nota definizione data da Quatremère de Quincy. «Il modello, inteso secondo l’esecuzione pratica dell’arte, è un oggetto che si deve riprodurre tal qual è; il tipo, al contrario, è un oggetto secondo il quale ognuno può concepire delle opere che non si rassomiglieranno affatto tra loro. Tutto è preciso e dato nel modello, tutto è più o meno vago nel tipo».

Pertanto, quando si parla di dorico, ionico e corinzio greco non si può parlare di ordine ma di tipo. Ciò, del resto, è ben evidente se, per esempio, si raffrontano i caratteri e le proporzioni delle colonne di vari templi ionici greci. Si vede, infatti, che ogni esempio ha un sistema proporzionale a sé stante che non può essere astratto per trarne una regola generale. Per l’architettura greca antica, le uniche regole generali sono quelle introdotte dalla trattatistica nord europea, in particolare inglese e francese, a partire dalla metà del Settecento, ossia dopo che Stuart e Revett pubblicano i loro famosi volumi sulle Antiquities of Athens, aprendo così la strada all’architettura neoclassica e al cosiddetto Grecian Style, oggi noto come Greek Revival. Del resto è proprio in ambito anglosassone che nasce la distinzione tra ordini greci e ordini romani, che pertanto a mio avviso dovrebbero invece essere detti “ordini inglesi”, perché è solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo e in Gran Bretagna, che tale distinzione viene operata, trasformano in modelli quelli che nell’antichità sono, invece, solo tipi.

 
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a cura di Stefano Scalella
23 aprile 2022 – Sala dei Savi, Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo) - 63100 AP
Introduce: Giacomo De Angelis
Modera: Arch. Giuseppe Baiocchi
Interviene: Dott.ssa Federica Cammarota
 
Sabato 23-04-2022 alle ore 18:00, si è svolto presso il Palazzo dei Capitani del Popolo (Piazza del Popolo – 63100 Ascoli Piceno) il 63°evento dell’associazione onlus Das Andere con ospite la dott.ssa Federica Cammarota, la quale ha dissertato sul significato tecnico e valoriale della progettazione riguardante l’illuminazione. L’evento “Luce e Architettura. L’illuminazione dello spazio architettonico” è stato presentato da Giacomo De Angelis e moderato dall’arch. e presidente Giuseppe Baiocchi. L’incontro ha visto la presenza del consigliere comunale avv. Emidio Premici.
La lezione si è incentrata sulle tematiche della tecnologia LED, degli scenari luminosi, delle modalità di progettazione della luce e sul consumo energetico. Gli esempi dei lavori effettuati dalla lighting designer Cammarota hanno infine consolidato la discussione che ha suscitato un bellissimo dibattito finale. L’associazione Das Andere, ringrazia l’Ordine degli Architetti per il patrocinio all’evento.
Come la Cammarota ha rimarcato durante la sua Lectio Magistralis: «La progettazione della luce negli ultimi anni, e in particolare con l’avvento dell’illuminazione LED, ha subito una profonda trasformazione con la specializzazione della disciplina che sempre più gestisce la creazione di atmosfere luminose più che dei punti luce, e lo sta facendo attraverso la creazione di vere e proprie esperienze, e con l’utilizzo di dettagli luminosi sempre più minuziosi e di nuove tecnologie. L’uomo, come visitatore e fruitore dello spazio, è sempre al centro del progetto della luce, sia in riferimento alla luce funzionale che in riferimento all’illuminazione emotiva, quindi progettata per avere effetto sulla percezione degli spazi, anche quando la luce va a celebrare prevalentemente l’architettura, il visitatore resta comunque al centro della scena: stupore, curiosità, raccoglimento, entusiasmo o esaltazione, sono tutte emozioni che vengono provocate nel visitatore attraverso la narrazione e la valorizzazione di un concept luminoso che può riprendere, enfatizzandolo, o ampliare, arricchendolo, il concept architettonico.
Contemporaneamente, quella stessa tecnologia LED che permette la creazione di scenari luminosi anche estremamente complessi, viene oggi utilizzata al fine di ridurre il consumo energetico. I consumi LED sono infatti talmente bassi rispetto alle fonti luminose alogene e precedenti, che oggi è possibile incrementare di molto gli effetti luminosi e le atmosfere negli spazi – spesso molteplici e programmabili – mantenendo comunque un notevole risparmio energetico, come può avvenire ad esempio convertendo uno spazio architettonico datato o creandone uno nuovo.
Così come con tutte le tecnologie, anche nel caso dell’illuminazione la vera arte non sta nello sfrenato utilizzo delle nuove fonti di illuminazione, né in termini quantitativi che qualitativi, ma nel saperle usare con il fine di comunicare e di esprimere delle identità architettoniche e culturali mai uguali tra loro».
Per approfondimenti: https://it.federicacammarota.com/

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Stauffenberg e la resistenza antinazista: “lunga vita alla sacra Germania”!
[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giuseppe Baiocchi del 15-12-2022[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1676124823734{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Steglitz-Zehlendorf, periferia di Berlino: un giorno uguale agli altri in una estate di guerra. Ai vespri, un uomo attraversa il sagrato, poi si raccoglie lungamente in preghiera. È la sera del 19 luglio del 1944, tra poche ore, quest’uomo sarà protagonista di un avvenimento che cambierà la storia della seconda guerra mondiale: il suo nome è quello di Claus Philipp Maria Schenk conte von Stauffenberg e la sua missione è quella di uccidere Adolf Hitler. Ricorda così l’ufficiale di Stato Maggiore, il conte Ulich de Maiziere (1912 - 2006): «per Stauffenberg deve essere stata una decisione molto difficile, poiché era un uomo profondamente religioso e inoltre sapeva che nell’attentato oltre ad Hitler sarebbero morti anche tutti quelli che erano con lui in quella stanza». La morte di un uomo, per evitare la morte di milioni, per abbattere il tiranno, per liberare la Germania dalla dittatura nazista, per porre fine alla guerra. Ma c’è un dilemma di fronte al quale l’attentatore è solo, solo di fronte alla sua coscienza: quando per un cristiano è lecito uccidere? Non c’è una risposta, neanche nei dieci comandamenti, il quinto afferma “non uccidere” neppure il tiranno, senza eccezioni.
[caption id="attachment_12861" align="aligncenter" width="1000"] Conte Claus Philipp Maria Schenk von Stauffenberg (Jettingen-Scheppach, 15 novembre 1907 – Berlino, 21 luglio 1944) è stato un militare tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio 1944 contro Adolf Hitler (noto anche come operazione Valchiria), e nel successivo tentativo di colpo di Stato. Il suo cognome completo era Schenk Graf von Stauffenberg, in quanto la famiglia Stauffenberg aveva aggiunto il termine Graf (conte), come parte del cognome, dopo l'abolizione dei titoli nobiliari da parte della Repubblica di Weimar.[/caption] L’arma per uccidere consisteva in due chili di esplosivo. Stauffenberg è un mutilato, un grande invalido di guerra, ma nella resistenza tedesca contro Hitler, nessuno è determinato quanto lui. Philipp von Boeselager, uno dei congiunti del 20 luglio del 44 ricorda come ammirava molto Stauffenberg: «aveva solo tre dita, ma era deciso a compiere un attentato per il quale aveva un impedimento fisico e nessuno era più indicato di lui. Non poteva togliere le sicure alle bombe, non era in grado di attivare l’innesco e così via, eppure era l’unico ad avere sufficiente coraggio e la possibilità di avvicinare Hitler, tutti gli altri non avevano così tanto fegato, oppure erano nazisti convinti». La bomba, nascosta in una borsa porta documenti deve esplodere durante una riunione dell’Alto Comando Strategico. Così il 20 luglio del 1944 a Rastenburg (oggi Ketrzyn) nella Polonia occupata, nella famosa Tana del lupo (Wolfsschanze), oggi completamente abbandonata, Stauffenberg deve riuscire laddove altri hanno fallito, poiché i precedenti attentati al Führer sono andati falliti. Il dittatore sembra irraggiungibile e soprattutto invulnerabile. Secondo lo storico Matthew Fforde, Hitler aveva l’abitudine di cambiare continuamente le date dei suoi incontri e questo fatto l’aveva salvato in diverse occasioni di attentato. Tale “fortuna del diavolo” aveva addirittura dato convinzione ad Hitler, di essere “protetto” dalla provvidenza, anche se essendo ateo, nonché anti-cristiano, aveva una concezione molto “particolare” della provvidenza. Il Führer nella sua residenza bavarese di Berchtesgaden sembra vivere in un mondo irreale: a vigilare sulla sua incolumità sono una scorta speciale delle Leibstandarte Schutzstaffel (SS), (le SS-Begleitkommando des Führers), le quali hanno l’unico compito di proteggerlo. Ricorda Kurt Larson una delle guardie del corpo di Hitler: «eravamo responsabili dell’incolumità del Führer, controllavamo la zona più vicina fino a 50, 100 metri, soprattutto quando si trovava in grandi spazi o nelle piazze, in quei casi però c’erano anche molti agenti in borghese». Avvicinarsi ad Hitler ed eliminarlo, è questo l’addestramento che viene impartito, nel segreto più assoluto, negli altipiani delle Highlands scozzesi ad un’unità speciale dei servizi segreti britannici. L’operazione Foxley dal giugno del 1944 prepara degli agenti per l’attentato e il piano prevede anche la partecipazione di alcune donne. I ricognitori inglesi hanno deciso che il luogo migliore per agire è la residenza privata del tedesco, il Berghof: gli agenti progettano di contaminare l’acqua potabile e di cospargere i vestiti del dittatore di sostanze velenose.
Ad Obersalzberg, durante la sua passeggiata quotidiana, Hitler diventa un bersaglio facile, ma i tiratori scelti non entreranno mai in azione, poiché non solo risultò impossibile far entrare un uomo armato all’interno della zona di sicurezza, che veniva predisposta intorno al fiume; ma il comando britannico ritenne che oramai, a quel punto della guerra, Hitler sarebbe servito più da vivo che da morto, poiché se lo avessero ucciso, gli alleati avrebbero perso il vantaggio degli errori strategici che Hitler, dal 1943 in avanti, iniziava a commettere, imponendoli ai generali. Qualche mese prima dell’Operazione Valchiria, nome in codice dell’attentato organizzato da Stauffenberg, un memorandum del governo britannico dichiarava come non era necessario instaurare rapporti con i gruppi di resistenza tedeschi poiché gli inglesi e gli americani non volevano cambiare la situazione in Germania, ma l’idea centrale rimaneva quella di portare avanti lo sforzo bellico e di distruggere la Germania il più presto possibile. Intanto, vicino Salisburgo, in Austria, presso il Castello di Klessheim avviene la presentazione di nuove uniformi ed armi, da parte di alcuni progettisti militari, al dittatore tedesco: è il 7 luglio del 1944. Uno degli alti ufficiali si comporta in un modo inconsueto, è il Generale di Brigata Hellmuth Stieff (1901 - 44) e sta progettando un attentato a Hitler: nel suo zaino è contenuta una bomba, ma al momento dell’attentato il generale non ha il coraggio di concludere l’atto e di lì a 14 giorni verrà arrestato. Uccidere Hitler: ad alcuni manca la determinazione, ad altri l’occasione propizia o la lucidità per capire che è necessario porre fine al massacro, che nel 1944 la guerra è irrimediabilmente perduta. Determinazione e possibilità di avvicinare Hitler, Stauffenberg le possiede entrambe. Ancora von Boeselager ricorda: «Stauffenberg che era un brillante ufficiale dello Stato Maggiore, era certamente consapevole del fatto, peraltro evidente, che dal punto di vista militare Hitler avrebbe condotto la Germania alla rovina. Era ovvio che, una volta persa la guerra, la Germania sarebbe stata annientata, era chiaro fin dall’inizio; e poi Stauffenberg era anche a conoscenza dei crimini nazisti e come chiunque avesse una coscienza non poteva da un punto di vista morale, far finta di niente, sentiva l’obbligo morale di cercare di porre fine alla dittatura nazista. Chiunque fosse a conoscenza dell’esistenza dei campi di concentramento avrebbe dovuto lottare per far cadere quel regime scellerato». Il conte infatti non era il tipico “sicario”, ma proveniva da una famiglia aristocratica cattolica bavarese, poi diviene ufficiale avendo una carriera militare florida; non ha un temperamento violento, inoltre dopo la campagna africana è invalido, perdendo un occhio e una mano. Dunque non si tratta di un profilo addestrato per un attentato, ma è fuori dubbio un uomo d’azione e con grande capacità organizzativa e crede fortemente che i dettami della coscienza debbano prevalere sul giuramento di fedeltà a Hitler. Ma la strada che ha condotto von Stauffenberg fino all’attentato è lunga e difficile.
Bamberg è in Franconia e nel 1926, Claus entra nel 17° reggimento di cavalleria a 19 anni. Come a Berlino anche Bamberg nel 1933, l’ascesa al potere di Hitler viene salutata con una fiaccolata. Stauffenberg guarda con interesse alla sua ascesa e all’inizio è perfino ottimista. Segue il 26 settembre del 1933 Claus sposa la baronessa Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld, una donna degna del suo rango.
[caption id="attachment_12863" align="aligncenter" width="1000"] La moglie di von Stauffenberg: Magdalena Elisabeth Vera Lydia Herta von Lerchenfeld (1913 - 2006). A sinistra uno scatto del matrimonio cattolico. Al centro la lapide della moglie dopo la morte nel 2006.[/caption]
Stauffenberg accoglie favorevolmente il riarmo, premessa per un radioso futuro in chiave militare, vuole servire la Patria nella Wehrmacht di Hitler. Non sarà mai un acceso sostenitore del partito nazionalsocialista, ma il nuovo corso gli piace, come a circa il 95% dei tedeschi; egli viene affascinato sicuramente dal partito e certamente oggi, tutto quel periodo, viene liquidato senza troppe discussioni, poiché non ci si immerge più nel contesto etico-culturale dell’epoca, che vedeva la Germania, un  paese sconfitto inflitto dalle sanzioni e con un alto tasso di inflazione, con il pericolo comunista alle porte.
Nel 1938, con l’Anschluss – l’annessione dell’Austria al Reich tedesco – Hitler torna a riunire sotto un unico Stato tutti i popoli di lingua tedesca: un’impresa che era riuscita solo a Carlo Magno secoli prima. Ad ogni modo, solo un anno dopo, nel settembre 1939, il giovane ufficiale bavarese giudica pericolosa l’aggressione di Hitler alla Polonia «quel pazzo, vuole fare la guerra». Da quel momento Stauffenberg immagina di rovesciare il regime con un’azione che dovrà essere necessariamente violenta e pianificata nelle alte gerarchie. Nell’ambiente militare è un soldato modello, un punto di riferimento, un esempio. I giovani ufficiali lo consideravano un personaggio di grande carisma e sono convinti che sarà destinato a ricoprire incarichi di grande importanza nelle forze armate. Il giovane ufficiale partecipa, nel 1940, alla campagna contro la Francia con grande euforia e scrive alla moglie Lydia a maggio: «è una avanzata incredibile, una vera e propria invasione, una marcia inarrestabile che i francesi non hanno nemmeno provato a contrastare, a migliaia si arrendono e quando non si sentono sorvegliati scappano, ognuno di loro porta a cuore unicamente la propria sorte: stiamo assistendo allo sconvolgente inizio del crollo di una grande nazione, una disfatta non solo militare, ma soprattutto psicologica». La vittoria fulminea della Francia fa esultare il popolo tedesco: la prima guerra mondiale è stata vendicata. Stauffenberg dirà: «Hitler ha compiuto un unico errore: Dunkerque, li stanno convergendo le truppe britanniche, un errore che certamente il Führer non ripeterà (…) quell’uomo ha fiuto per le cose militari, a differenza dei suoi generali, aveva capito che la linea Maginot doveva essere travolta». Un “piccolo borghese”, così una volta lo aveva definito, ma ora di lui dice: «il padre di questo uomo non era un piccolo borghese, il padre di questo uomo è la guerra». In Unione Sovietica, il giovane ufficiale sperimenta quanto sia criminale la guerra di Hitler, ma malgrado ciò continua a fare il suo dovere servendo la Patria, come hanno fatto i suoi antenati, poiché nelle sue scelte contava anzitutto l’educazione di famiglia e la coscienza del servitore dello Stato: questi due elementi hanno orientato le sue decisioni professionali; chi proveniva da una famiglia nobile o da una famiglia di funzionari, diventava poi un servitore dello Stato: un concetto all’epoca molto sentito. Stauffenberg si considera il rampollo di una antichissima e nobile stirpe, gli Schenk von Stauffenberg: da sei secoli nel Duomo di Bamberga è costudita la statua di un principe svevo, il cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), simbolo di dedizione al Sovrano e per il nostro protagonista la dedizione diventa uno stile di vita. Lui stesso si considera un personaggio storico, un autentico aristocratico, scelto per assumere una grande responsabilità verso il proprio casato e la propria terra. Cos’è dunque che lo indurrà a non seguire più il suo Sovrano, come esige la tradizione di famiglia? Claus viene educato in Svevia e qui viene iniziato al mondo della musica, della poesia e dell’arte: un mondo che continuerà ad affascinarlo anche quando sarà un militare di carriera. Così lo ricorda suo nipote Otto Philipp Schenk von Stauffenberg: «fece un’ottima carriera e uscì con il massimo dei voti dalla scuola militare e a 36 anni era il colonnello più giovane dell’esercito, ma di certo non era il tipico militare, poiché aveva tanti altri interessi, un orizzonte di vedute estremamente ampio; ad esempio era dotato di una sensibilità musicale davvero straordinaria».
[caption id="attachment_12864" align="aligncenter" width="1000"] Il Cavaliere di Bamberga (Bamberger Reiter), o Cavaliere di pietra (steinerner Reiter), è una famosa statua equestre che si trova nella cattedrale di Bamberga, in Germania. La statua fu realizzata nella prima metà del XIII secolo, probabilmente prima della consacrazione della cattedrale (1237). Si trova su una mensola che decora un pilastro del coro orientale. È una statua a grandezza naturale che raffigura un cavaliere senza barba, con la corona, senza armi, il capo eretto, lo sguardo rivolto in avanti. La corona e la posizione sul cavallo indicano che si tratta di un nobile di alto lignaggio, che incarna tutte le virtù della cavalleria medievale tedesca.[/caption] Coraggioso, brillante, nobile, il giovane colonnello tedesco pensa di essere un prescelto. Nella sua città natale in Svevia si appassiona al mondo ideale di un poeta che canta la nascita di un nuovo uomo tedesco: quel poeta è Stefan Anton George (1868 - 1933) e Claus lo chiama “il mio maestro”. George definisce Stauffenberg un giovane regale, un vero e proprio ragazzo prodigio e saranno per il Nostro, gli anni dell’entusiasmo e della passione. Spesso si rifugia in un luogo segreto, nelle alture del Giura di Svevia per riflettere sui versi di George e ritiene che nella Germania segreta, si nasconda un genio creatore che egli ha il compito di risvegliare.. un genio che proviene dall’antica Grecia, poiché l’uomo tedesco è diventato (o forse lo è sempre stato) il suo erede.
La sua adesione alla resistenza maturò lentamente, all’inizio Claus era diverso. Dicembre 1941, sfuma la speranza di una vittoria rapida e i tedeschi vengono fermati alle porte di Mosca. Stauffenberg è un ufficiale di Stato Maggiore ed è perfettamente a conoscenza dell’alto numero di perdite e per la prima volta dichiara che per fermare Hitler c’è un’unica soluzione: ucciderlo, ma egli stesso non è pronto ad un passo del genere, non ancora. L’ufficiale viene messo a conoscenza dei crimini compiuti dalle truppe tedesche nelle retrovie e parla sempre più spesso del possibile tirannicidio «è giunto il momento che un ufficiale tiri fuori la pistola e faccia secco quel maiale di Hitler». Il cambio repentino proviene sicuramente per la conoscenza delle fucilazioni di massa di ebrei in Ucraina e quell’occasione si convinse del nuovo percorso da congiurato. Molti mesi prima della catastrofe di Stalingrado, Stauffenberg è pronto a portare a termine il progetto «un cambiamento radicale sarà possibile solo con l’eliminazione di Hitler ed io sono pronto a farlo». Così il 26 gennaio del 1943 si reca da Fritz Erich G. E. von Manstein (1887 - 1973) il miglior generale di Hitler, il quale potrebbe portare la Wehrmacht dalla parte della resistenza. I due uomini sono uno di fronte all’altro, il colloquio è riservato, ma sincero e alla fine Stauffenberg non otterrà l’appoggio tanto agognato: è deluso, von Manstein non vuole un suo coinvolgimento e spiga le sue motivazioni, asserendo al Colonnello come un Comandante che occupava una così grande posizione di responsabilità, non poteva in alcun modo intimare alle sue truppe di disobbedire agli ordini, perché questo avrebbe inevitabilmente portato alla disfatta del fronte e poiché i tempi non sono maturi, neanche il popolo è pronto. I generali dello Stato Maggiore dunque, erano perfettamente consapevoli della situazione, ma erano pochi quelli pronti all’azione. Famoso il detto “i Feldmarescialli prussiani non si ribellano”. Corre il primo Gennaio 1943 e Stauffenberg viene promosso Tenente-Colonnello e trasferito come ufficiale di Stato Maggiore alla Divisione Panzer che combatte sul fronte libico. Il suo nuovo comandante è Johannes Erwin E. Rommel (1891 - 1944) una leggenda vivente e rappresenta anche una fonte di speranza per la resistenza, ma per Claus l’avventura militare in Africa durerà solo pochi mesi: 7 aprile 1943 un attacco aereo britannico a bassa quota lo ferisce in maniera seria mutilandolo. Così ricorda Klaus Burk, sottotenente del 10° Panzer Divisien «d’un tratto vedemmo l’auto di Stauffenberg crivellata di colpi, lui non c’era più, non si vedeva più nessuno; il rottame era in mezzo al deserto in una distesa pianeggiante e abbiamo proseguito fino al centro di comando tattico, dove era stabilito che ci saremmo incontrati e lì seppi che Stauffenberg era rimasto gravemente ferito e che era stato portato all’ospedale militare». Dunque l’incidente parrebbe essere la fine di tutti i suoi progetti, di tutte le sue speranze? Gli viene amputata la mano destra, ha perso l’occhio sinistro e gli restano solo tre dita alla mano sinistra, ma incredibilmente vuole andare avanti lo stesso, uscire dall’ospedale militare e uccidere Hitler. Invalido, ma più ostinato di prima: tornato in famiglia affronta prima una rapida convalescenza e poi la guarigione e sempre più spesso dichiara che bisogna “salvare la Germania” e che come ufficiale dello Stato Maggiore è ancora corresponsabile di quello che accade. Le prospettive belliche tedesche oramai sono ben poche relative ad una vittoria: lo scacchiere africano è perso, è iniziata la ritirata di Russia, sono anche iniziati i bombardamenti sulle città tedesche e soprattutto un secondo fronte si è aperto con lo sbarco in Normandia da parte degli americani ed inglesi. Certamente è lecito pensare che se Hitler fosse stato ucciso, rimanevano tutti gli altri uomini del regime: Hermann W. Göring, Heinrich L. Himmler, P. Joseph Goebbels, Alfred E. Rosenberg e gli altri elementi di spicco, senza contare le Waffen SS, la Gestapo, i Gauleiter – insomma il regime nazista nell’estate del 44 è ancora ben saldo. Sicuramente il nazismo sarebbe proseguito con un altro leader. Questo problema viene posto tra gli ufficiali militari della resistenza ed è per questo che l’eventuale attentato avrebbe dovuto colpire tutti i gerarchi in un solo colpo: un’operazione difficilissima.
Così al Bendlerblock di Berlino nella sede del comando generale delle forze armate, Stauffenberg diventa Capo di Stato Maggiore delle forze armate territoriali della riserva e d’ora in poi avrà accesso diretto al Führer, diventando così il punto di riferimento della resistenza ad Hitler e sarà lui l’esecutore materiale dell’attentato. Gli uomini raccolti intorno a Stauffenberg intendono rovesciare il nazismo utilizzando un vecchio piano creato per la repressione di disordini interni con il nome in codice Operazione Valchiria (Walküre). Il copione del golpe è stato ideato dalla mente più esperta della resistenza militare, il generale Henning von Tresckow (1901 - 44), capo di Stato Maggiore del gruppo d’armate di centro sul fronte orientale. Il piano prevede i seguenti passaggi: la responsabilità del colpo di Stato sarà addossata alle SS, al partito e alla polizia, con l’esercito della riserva che li disarmerà e terrà in scacco il regime, fino a quando la Wehrmacht non assumerà il totale controllo della situazione. Nei boschi intorno a Berlino, al sicuro da spie e informatori della Gestapo i congiurati possono discutere indisturbati del golpe: soltanto la cerchia più stretta è al corrente di tutti i dettagli e tutto si basata sulla conoscenza e fiducia reciproca, poiché il tradimento di uno solo dei congiurati, avrebbe significato la morte di tutti gli altri. Ai primi significativi dissensi al regime hitleriano in ambito militare si andarono ad affiancare altri di tipo religioso, quali quelli del cardinale Clemens August von Galen e del vescovo Theophil Wurm, che protestarono contro l’attuazione del cosiddetto programma eutanasia. Anche alcuni movimenti, quali l’Orchestra Rossa e la Rosa Bianca, iniziarono sommessamente a manifestarsi nel 1938, quando gruppi dell’Abwehr e dello Heer cominciarono a pianificare un rovesciamento del regime di Hitler; i primi che ipotizzarono tale opzione furono i generali Hans Oster e Ludwig Beck ed il feldmaresciallo Erwin von Witzleben, che stabilirono in seguito contatti con numerose autorità politiche, come Carl Goerdeler e il conte Helmuth James von Moltke. Ma i militari non sono gli unici ad attuare una resistenza contro Hitler; nel 1940 a Kreisau nella Slesia un gruppo di civili di estrazione sociale molto diversa si riunisce per discutere sul futuro della Germania. Sono avvocati, religiosi, sindacalisti, politici socialdemocratici e anche aristocratici. I loro nomi: il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), Adam von Trott zu Solz (1909 - 44), il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998), Julius Leber (1891 - 1945), Carl Friedrich Goerdeler (1884 - 1945), il gesuita Alfred Delp (1907 - 45), Adolf Reichwein (1898 - 1944), Hans Bernd von Haeften (1905 - 44), Nikolaus-Christoph von Halem (1905 - 44). Saranno i membri del circolo Kreisau, completamente annientato tra l’anno del 1944 e quello del 1945. Erano alleati contro la dittatura e contro i crimini dei nazisti, ma non erano legati da una comune fede politica. Volevano far rinascere la democrazia e lo stato di diritto in Germania, dove la dignità dell’uomo fosse rispettata senza differenza di razze. Il circolo cercò di accreditarsi presso gli Alleati, affinché questi appoggino il loro temerario progetto, ma il circolo non verrà preso mai in seria considerazione dagli inglesi. Gli Alleati non volevano far capire all’opinione pubblica che anche all’interno della Germania, c’era una buona Germania, una coalizione che poteva e doveva essere rispettata, se non lodata.
[caption id="attachment_12865" align="aligncenter" width="1000"] Alcuni membri del circolo Kreisau (da sinistra a destra): il conte Helmuth James von Moltke (1907 - 45), il conte Peter Yorck von Wartenburg (1904 - 44), il conte Ulrich Wilhelm Schwerin von Schwanenfeld (1902 - 44) il filosofo ed eroe di guerra Ernst Jünger (1895 - 1998) e Carl Dietrich von Trotha (1907 - 52).[/caption] Altra resistenza tedesca al partito avvenne con i membri intellettuali della “Rosa bianca”. All’inizio dell’estate del 1942, Hans Scholl e Alexander Schmorell formarono un gruppo di studenti dell’Università di Monaco che volevano eludere la cooptazione nazista e mantenere la loro indipendenza intellettuale. Includono Sophie Scholl, Christoph Probst e Willi Graf. Sono formati dal loro professore universitario Kurt Huber, con il quale discutono questioni fondamentali della riorganizzazione politica. Nell’estate del 1942, i primi volantini della Rosa Bianca invitavano alla resistenza contro la dittatura criminale. Seguono altri due volantini nell’inverno 1942/43. Gli studenti cercano anche di stabilire contatti in altre città. A Ulm, attorno a Hans Hirzel si formò un gruppo di studenti che rimase in contatto con Hans e Sophie Scholl. Il 18 febbraio 1943, Hans e Sophie Scholl pubblicarono il sesto volantino all’Università di Monaco e furono arrestati durante il processo. I fratelli Scholl e Christoph Probst furono condannati a morte il 22 febbraio 1943 e assassinati lo stesso giorno. Nell’aprile 1943, il “Tribunale del popolo” condannò a morte Alexander Schmorell, Willi Graf e Kurt Huber e altri aiutanti e complici, inclusi membri del gruppo di Ulm, a lunghe pene detentive. Nel 1942 si formò anche ad Amburgo un gruppo che ebbe contatti con gli studenti di Monaco tramite Traute Lafrenz e Hans Leipelt. Nell’autunno del 1943, la Gestapo scoprì le attività di questo gruppo di Amburgo e arrestò più di 20 persone. Negli anni che seguirono, altri dieci oppositori del regime associati ai rami di Monaco e Amburgo della Rosa Bianca furono assassinati o portati alla morte.
Anche il generale Rommel, rientrato in Francia dall’Africa, già nel 1944 non crede più in una vittoria, e sa che la sconfitta di sta avvicinando, spera in un accordo di pace con gli inglesi e gli americani, ma non pensa ad un attentato a Hitler. Agli inizi del luglio del 1944, due membri del circolo di Kreisau vengono arrestati: sono Adolf Reichwein e Julius Leber. Continua l’eccidio degli ebrei e per la resistenza tedesca, la vergogna di non aver fatto nulla, diventa peggiore del disonore per un attentato fallito. Bisogna costruire dalle ceneri del nazismo una nuova Germania, ma nella resistenza non c’è accordo su come bisogna procedere. Una sorta di costituzione destinata non solo all’opinione pubblica, ma solo ad una cerchia ristretta di persone: una costituzione che quasi esprime un’ultima volontà per un’altra Germania. Obbedienza, silenzio e fedeltà sono i cardini di tale ordine di pensiero in cui il futuro della Germania è visto sull’ispirazione e nel segno della tradizione di Goethe, Schiller, Hölderlin, Beethoven, non di Hitler. A questo progetto è giusto sacrificare molto di più della vita. Nascosto nel complesso della Wolfsschanze, la “tana del lupo”, Hitler si appresta alla sua ennesima riunione ed è qui che Stauffenberg si appresta ad ucciderlo insieme a tutti gli altri gerarchi, tra cui vi è anche Benito Mussolini, nuovo Capo di Stato dell’auto-proclamatosi Repubblica di Salò. Il mattino del 20 luglio 1944 von Stauffenberg si recò nuovamente alla Wolfsschanze, dove era stato convocato allo scopo di riferire sulle divisioni che la milizia territoriale stava creando in previsione dell'avanzata sovietica e avrebbe dovuto presentare il suo rapporto ad Hitler durante la riunione quotidiana che questi teneva insieme al suo stato maggiore. In compagnia del colonnello vi erano il tenente Werner von Haeften e il generale Hellmuth Stieff; sia von Stauffenberg che von Haeften portavano una bomba nelle rispettive borse; ognuno dei due ordigni, preparati da Wessel Freytag von Loringhoven, era composto da circa un chilogrammo di esplosivo al plastico, avvolto in una carta di colore marrone; questi avrebbero dovuto essere innescati a tempo, attraverso un detonatore formato da una sottile molla di rame che sarebbe stata progressivamente corrosa da un acido. Una volta giunto a Rastenburg, von Haeften ordinò al pilota di tenersi pronto a ripartire per la capitale da mezzogiorno in avanti e, lasciato l'aeroporto, i tre si diressero in automobile alla Wolfsschanze; il dispositivo di sorveglianza del quartier generale di Hitler era formato da tre anelli, difesi da campi minati, casematte e barriere di filo spinato, superabili attraverso tre posti di blocco; ogni ufficiale aveva a disposizione un lasciapassare, valido una sola volta, e tutti dovevano essere soggetti alla perquisizione da parte di un ufficiale delle SS; i due cospiratori, convocati personalmente da Hitler, riuscirono facilmente a oltrepassare il dispositivo, presentandosi all'interno della "tana del lupo" intorno alle ore 11.00. La riunione in cui avrebbe dovuto essere presente il Führer era in programma per le 13.00 e i due ufficiali, dopo una breve colazione, si recarono dal generale Fellgiebel che, insieme al generale Stieff, avrebbe dovuto trasmettere la notizia della morte di Hitler e quindi bloccare qualunque comunicazione verso l'esterno, per dare tempo ai cospiratori di avviare l'operazione Valchiria. Poco dopo le ore 12:00, insieme ai generali Walther Buhle ed Henning von Thadden, von Stauffenberg si recò dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel per sottoporgli il contenuto della sua relazione e, dopo averne ottenuto l'approvazione, venne informato dell'anticipo della riunione alle 12.30 a causa dell'arrivo di Benito Mussolini, che sarebbe giunto in visita nel pomeriggio.
[caption id="attachment_12866" align="aligncenter" width="1000"] Posizioni approssimative dei partecipanti alla riunione in relazione alla bomba della valigetta quando è esplosa: 1. Adolf Hitler, 2. Adolf Heusinger, 3. Günther Korten, 4. Heinz Brandt, 5. Karl Bodenschatz, 6. Heinz Waizenegger, 7. Rudolf Schmundt, 8. Heinrich Borgmann, 9. Walther Buhle, 10. Karl-Jesko von Puttkamer, 11. Heinrich Berger, 12. Heinz Assmann, 13. Ernst John von Freyend, 14. Walter Scherff, 15. Hans-Erich Voss, 16. Otto Günsche, 17. Nicolaus von Below, 18. Hermann Fegelein, 19. Heinz Buchholz, 20. Herbert Büchs, 21. Franz von Sonnleithner, 22. Walter Warlimont, 23. Alfred Jodl, 24. Wilhelm Keitel. Foto a destra: Stauffenberg a Rastenburg, il 15 luglio 1944, sulla sinistra, con Hitler (al centro) e Wilhelm Keitel (a destra). Stauffenberg stava trasportando una bomba a tempo, che poi decise di non far esplodere.[/caption]

Mentre von Stauffenberg stava percorrendo a piedi i circa 300 metri che lo separavano dall’automobile, guidata dal tenente Erich Kretz, che lo attendeva, il generale Heusinger stava terminando la sua relazione e la sua frase «Se non facciamo ritirare immediatamente il nostro gruppo di armate che si trova accanto al lago Peipus, una catastrofe...» fu interrotta dall’esplosione che avvenne alle 12.42. Il colonnello, insieme al tenente von Haeften, salì in macchina e ordinò all’autista di partire; egli ritenne che l’attentato fosse riuscito ma, nella confusione e nella fretta, non era riuscito a vedere nulla di quanto fosse realmente accaduto, mentre il generale Fellgiebel vide un uomo barcollante uscire dall’edificio distrutto, appoggiato al braccio di Keitel; quell’uomo era Adolf Hitler, sopravvissuto quasi incolume all’attentato, riportando infatti solo alcune bruciature alla gambe e la perforazione del timpano destro. Lo scoppio della bomba aveva invece ferito a morte tre ufficiali, tra cui il colonnello Brandt, e lo stenografo. A testimonianza del suo medico Erwin Giesing, Hitler accusò un costante dolore all’orecchio destro, con sporadiche e copiose uscite di sangue dallo stesso. Tuttavia le lesioni ai timpani avrebbero potuto essergli fatali: uscendo dalla sala riunioni qualcuno aveva voluto pulirgli le orecchie con dell’acqua, ma all’ultimo momento gli era stato impedito di farlo; consultato in seguito per una cura, il professor Carl Otto von Eicken, stimato otorinolaringoiatra dell’ospedale della Charité di Berlino, aveva spiegato a Hitler che introdurre acqua, per di più sporca, non sterile, nei canali uditivi avrebbe sicuramente causato la sua morte. L’allarme generale non scattò subito perché le mine nella foresta erano spesso innescate dai cervi. Alle 12:44 von Stauffenberg uscì dalla tana del lupo telefonando a un conoscente, ritenuto membro della cospirazione, il capitano di cavalleria della riserva Leonhard von Möllendorf, con cui aveva fatto colazione, per convincere il sottufficiale di guardia, il sergente Kolbe della Führer-Begleit-Division, a lasciarlo passare al posto di controllo esterno e a recarsi all’aeroporto. Durante il tragitto von Haeften riuscì a liberarsi della seconda bomba, che fu in seguito ritrovata dalla Gestapo, ed entrambi s'imbarcarono sull’aereo messogli a disposizione dal generale Eduard Wagner per fare ritorno a Berlino. Dopo l’esplosione, da Rastenburg il generale Fellgiebel doveva informare Berlino dell’accaduto, ma i segnali a sua disposizione erano solo due, ossia quello di avvio dell’operazione Valchiria e quello di arresto; non era stata presa in considerazione l’ipotesi che la bomba scoppiasse dando quindi avvio al colpo di Stato, ma che Hitler potesse comunque sopravvivere all’attentato. Nell’impossibilità di contattare von Stauffenberg, le comunicazioni con l’ufficio del generale Olbricht furono confuse e il generale, per non compromettere definitivamente il colonnello, parlando con il generale Fritz Thiele disse semplicemente «è successa una cosa terribile, il Führer è vivo». La confusione delle informazioni fu tale che la milizia territoriale non venne messa in movimento fino all’arrivo a Berlino di von Stauffenberg. Questi diede il via al piano, comunicando a tutti i distretti la morte del Führer, nonostante il rifiuto del generale Fromm a collaborare. Fromm infatti aveva parlato personalmente con il feldmaresciallo Keitel, il quale gli aveva riferito che il Führer era vivo e che aveva ripreso il controllo della situazione. Nonostante il ritardo nell’avvio delle operazioni, riprese solo alle 16.00, furono diramate per radio le nomine per il nuovo regime, ma queste comunicazioni iniziarono a essere smentite dai messaggi provenienti da Rastenburg: la lentezza e le esitazioni nell’attuazione delle operazioni, unite al fallimento dell’attentato, furono fatali ai cospiratori.

[caption id="attachment_12867" align="aligncenter" width="1000"] I principali golpisti del 1944 nell'Operazione Valchiria oltre a Stauffenberg Da sinistra a destra - prima riga): Albrecht Cavaliere Mertz di Quirnheim (1905 - 44), Albrecht von Hagen (1904 - 44), Bernhard Klamrot (1910 - 44), Berthold Schenk Graf von Stauffenberg (1905 - 44), Cäsar von Hofacker (1896 - 1944), Eric Fellgiebel (1886 - 1944); (da sinistra a destra - seconda riga) Friedrich Karl Klausing (1920 - 44), Friedrich Olbricht (1888 - 1944), Fritz von der Lancken (1890 - 1944), Werner von Haeften (1908 - 44), Hans Ulrich von Oertzen (1915 - 44) e Henning von Tresckow (1901 - 44).[/caption]

Verso le 18.00 il comandante del III gruppo della difesa, generale Joachim von Kortzfleisch, fu convocato al Bendlerblock, ma si rifiutò di obbedire agli ordini di Olbricht, sostenendo che il Führer non era morto. Venne così arrestato e tenuto sotto sorveglianza e al suo posto venne nominato il generale Karl Freiherr von Thüngen, che tuttavia non fu in grado di mobilitare le sue truppe. Il generale Fritz Lindemann, che avrebbe dovuto leggere alla radio un proclama al popolo tedesco, non si presentò, né la radio né il quartier generale della Gestapo vennero occupati, e alle 18.45 la radio tedesca iniziò a diffondere ripetutamente un messaggio che spiegava che il Führer era stato oggetto di un attentato che l’aveva però lasciato illeso e che era in atto un colpo di stato. Inutilmente von Stauffenberg cercò di smentire la notizia; a Praga e Vienna i comandanti territoriali che avevano iniziato ad arrestare le SS liberarono i prigionieri, ristabilendo l’ordine. Alle 19:00 circa Hitler effettuò diverse telefonate, mentre il ministro della propaganda Joseph Goebbels si attivò per smentire la notizia della sua morte. Il maggiore Otto Ernst Remer, che si era presentato per arrestare lo stesso Goebbels, dallo stesso ministro fu messo in contatto con Hitler, che lo rassicurò sulle sue condizioni, lo promosse colonnello e gli ordinò di fermare il colpo di stato e arrestare i cospiratori. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un’unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Il colonnello Remer ordinò alle sue truppe di circondare ed isolare il Bendlerblock, senza entrare nell'edificio. Alle ore 20:00 Witzleben arrivò al Bendlerblock, dove discusse con Stauffenberg che insisteva ancora sul proseguimento del colpo di stato. Nello stesso momento, il sequestro del governo di Parigi venne interrotto quando il feldmaresciallo Günther von Kluge venne a sapere che Hitler era vivo. Alle 20.30 il feldmaresciallo Keitel diffuse un messaggio in cui si affermava che Heinrich Himmler era stato nominato comandante dell'esercito territoriale al posto di Fromm e che da quel momento si sarebbe dovuto obbedire solo agli ordini che provenivano da lui. Alle 22.30, dopo una breve sparatoria all'interno del Bendlerblock, i principali congiurati vennero arrestati dal generale Fromm. Poco dopo la mezzanotte del 21 luglio, il colonnello Claus von Stauffenberg, il generale Friedrich Olbricht, il colonnello Albrecht Mertz von Quirnheim ed il tenente Werner von Haeften, su ordine del generale Fromm, vennero arrestati e fucilati nel cortile del Bendlerblock. Pochi minuti dopo lo Standartenführer Otto Skorzeny arrivò con una squadra di SS e, dopo aver vietato altre esecuzioni, arrestò i congiurati rimasti e li consegnò alla Gestapo, che immediatamente si attivò per scoprire tutte le persone coinvolte nell’attentato. Remer, prima di assolvere il suo compito, ricevette la notizia che un'unità corazzata, allertata dai cospiratori, si era radunata nella Fehrbelliner Platz. Remer si mise immediatamente in contatto con questi e, nonostante l’autorità di comando su tutte le forze armate disponibili nella capitale che Hitler gli aveva conferito, ricevette risposta che l’unità avrebbe obbedito solo agli ordini di Heinz Guderian. L’eventuale intervento di un’unità corazzata avrebbe messo i cospiratori in una condizione di vantaggio rispetto ai reparti della divisione Großdeutschland che lui comandava; tuttavia la situazione venne risolta dal tenente colonnello Gehrke, che convinse gli equipaggi dei panzer della stabilità della situazione, richiamando la loro fedeltà al Führer. Pochissimi riuscirono a sfuggire al Tribunale del Popolo: von Stauffenberg fu arrestato e fucilato alla schiena, assieme al conte Claus Schenk von Stauffenberg, il suo aiutante Werner von Haeften, al cavalier Albrecht Mertz von Quirnheim e Friedrich Olbricht nella stessa notte del 20 luglio 1944, nel cortile del Bendlerblock, sede del Comando Supremo dell’Esercito, a Berlino. Prima che la raffica lo falciasse ebbe il tempo di gridare al plotone di esecuzione: «Lunga vita alla nostra sacra Germania»!

Successivamente le ceneri dei congiurati furono sparse nelle fogne cittadine su ordine di Hitler affinché «i resti dei traditori non contaminassero il suolo tedesco». Su ordine del Führer tutti i membri delle famiglie dei colpevoli dovevano essere eliminati. Questo portò anche all’arresto, alla deportazione e uccisione di molti innocenti, che avevano la disgrazia di condividere il nome, anche senza essere parenti, dei congiurati. Per quanto riguarda la famiglia Stauffenberg, il fratello maggiore, Berthold, fu giustiziato. La moglie di Stauffenberg, Nina, e i suoi quattro figli (la donna era incinta della quinta figlia, Konstanze, che sarebbe nata il 17 gennaio 1945, a Francoforte sull’Oder, durante la prigionia), furono arrestati dalle SS. I quattro figli furono messi sotto falso nome in un orfanotrofio in Bassa Sassonia. Successivamente e fino alla fine della guerra Nina venne tenuta prigioniera per futuri scambi presso il lago di Braies in provincia di Bolzano. Liberati dall’arrivo delle truppe alleate, tutti i membri della famiglia poterono finalmente riunirsi dopo la fine della guerra. Nina è morta il 2 aprile 2006. Appena un mese dopo, il 19 agosto, altre vittime di rilievo le troviamo nel feldmaresciallo von Kluge ed i generali Wagner e von Tresckow, che si suicidarono; quest’ultimo prima della sua morte disse a Fabian von Schlabrendorff: «Il mondo intero ora ci diffamerà, ma io sono ancora del tutto convinto che abbiamo fatto la cosa giusta. Hitler è l’acerrimo nemico non solo della Germania, ma del mondo intero». Durante un interrogatorio, Karl-Heinrich von Stülpnagel fece il nome del feldmaresciallo Erwin Rommel; pochi giorni dopo, il consigliere personale di Stülpnagel, Cesare von Hofacker ammise sotto tortura che Rommel era un membro attivo della cospirazione e, nonostante non vi fosse stata alcuna partecipazione diretta da parte sua, il feldmaresciallo fu costretto a togliersi la vita il 14 ottobre 1944.

[caption id="attachment_12868" align="aligncenter" width="1000"] Nella cultura tedesca del ricordo, il 20 luglio è principalmente associato all'anno 1944. Oggi è visto dal pubblico come un simbolo della resistenza militare contro il nazionalsocialismo ed è per questo che il Governo tedesco pone ogni anno una corona di fiori sul posto dove i militari furono fucilati: Il German Resistance Memorial Center che si trova nel Bendler Block nel quartiere Mitte di Berlino.[/caption]

Altri congiurati, tra cui l’ammiraglio Wilhelm Canaris, ex capo dell’Abwehr, e il generale Hans Oster, furono arrestati e giustiziati il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.. Oggi a Berlino, nella prigione di Plötzensee dove furono eseguite le sentenze di morte, c’è un museo commemorativo per le vittime del processo. A distanza di tanti anni, un anziano Jünger, unico scampato (per volontà di Hitler) al processo successivo all’attentato, ricorderà il valore di una Germania diversa, una Germania non nazista e che ha dato la vita per tentare quel colpo di mano che avrebbe consentito al paese di avere un immediato futuro diverso e salvare molte vite: «esistono situazioni nelle quali non bisogna badare al successo, anche se con questo ci si mette naturalmente fuori del terreno politico. Fu il loro caso: vinsero moralmente, dove storicamente naufragarono. Il loro coraggio, il loro sacrificio, non furono il coraggio e il sacrificio che s’incontrano sul campo di battaglia, ma di natura superiore; non tali da essere coronati dalla vittoria, ma dalla poesia». Nel dopoguerra, a Berlino, la Bendlerstrasse fu ribattezzata Stauffenbergstrasse. Vi è stato eretto un monumento alla Resistenza tedesca e nelle vicinanze un museo, aperto nel 1994, onora tutti i partecipanti al “complotto del 20 luglio”, insieme ad altri oppositori al nazismo.

Per approfondimenti: _Ian Kershaw, Operazione Valchiria, Bompiani, 2016; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale - Parlano i protagonisti, Rizzoli, 1992; _Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, sesto volume, Fabbri Editori, 1995; _David Fraser, Rommel - l'ambiguità di un soldato, Mondadori, 1993; _Daniel Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, Mondadori, 1997; _Peter Hoffmann, Tedeschi contro il nazismo, il Mulino, 1994; _Ian Kershaw, Hitler. 1936-1945, Bompiani, 2001; _Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989.
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1669131296765{padding-bottom: 15px !important;}"]65°incontro DAS ANDERE[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]Le "classiche stampe". Primo tour virtuale tra le opere d'arte d'Europa. Alberto Crespi, Marco Tempera[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1669132187241{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Sabato 19 novembre 2022 si è svolta la conferenza dal titolo Le “Classiche Stampe” primo tour virtuale tra le opere d’arte d’Europa, 65°evento dell’associazione onlus Das Andere presso Palazzo dei Capitani. Ospite dell’associazione è stato il Prof. Alberto Crespi, storico dell’arte ed esperto di incisione neoclassica di traduzione con importanti testi licenziati sul tema; insieme al Dott. Marco Tempera, collezionista ed appassionato studioso di incisione neoclassica e di iconografia napoleonica.
La tematica si è incentrata sull’incisione neoclassica di traduzione e della ricostruzione delle vicende artistiche delle più importanti Scuole d’incisione in Italia e dei loro Maestri, che intrecciarono le loro storie nel panorama artistico internazionale nel periodo ricompreso tra il 1780 e il 1850 ed anche oltre. Il Convegno è stato d’ausilio alla comprensione del contesto storico-culturale in cui furono concepite le “classiche stampe” aventi il loro substrato ideologico nei principi dell’illuminismo applicati alle arti e del neoclassicismo teorizzato da Winckelmann e Mengs per poi orientarsi, progressivamente, non più solamente alla riscoperta delle antichità classiche e alla tradizione pittorica del XVI e del XVII secolo ma ad una concezione del passato “mediata dal presente”, dove il presente era, soprattutto, espressione delle gesta eroiche derivate dall’epopea napoleonica.
Le “classiche stampe” furono parte integrante dell’apparato artistico di un periodo storico complesso che precede la Rivoluzione Francese fino ad oltrepassare la Restaurazione passando per l’età napoleonica che vide i protagonisti dello Stile Impero, i ceti nobiliari e i governanti succedutesi al potere, influenzare l’attività degli incisori nell’accesso alle committenze e nella scelta dei modelli da incidere. Partendo dalla disamina del concetto e della funzione della grafica di “traduzione”, delle tecniche d’intaglio su metallo nonché dei meccanismi di funzionamento del mercato delle stampe con mercanti ed editori, spesso senza scrupoli, in grado di condizionare i gusti dei collezionisti e i prezzi di vendita, decretando le fortune di un’incisione piuttosto che un’altra, saranno evidenziate le peculiarità tecniche delle più importanti Scuole d’incisione italiane e dei maestri che le diressero, del rapporto tra gli stessi e le Accademie delle arti che le ospitarono, evidenziando il confine, spesso labile, tra committenza privata e l’attività svolta nelle pubbliche istituzioni. Ciò, non lesinando confronti e spunti di riflessione attraverso la descrizione delle opere dei suoi più illustri rappresentanti: Raffaello Morghen incisore di traduzione a Roma e poi direttore della Scuola d’incisione all’Accademia di Firenze; Giuseppe Longhi, incisore di Napoleone in Italia e titolare per oltre trent’anni della cattedra d’incisione presso l’Accademia di Brera; Paolo Toschi professore d’intaglio alla Scuola di incisione all’Accademia di Parma; Francesco Rosaspina e Mauro Gandolfi rappresentanti del verbo incisorio a Bologna. Senza dimenticare accenni a figure antesignane come Francesco Bartolozzi, Carlo Antonio Porporati; Vincenzo Vangelisti e Giovanni Volpato. I loro allievi, provenienti da ogni parte dell’Europa, trasfusero l’insegnamento ricevuto, tra loro e nelle Accademie italiane e straniere, consentendo al pubblico di conoscere, attraverso le stampe, i capolavori della pittura e della scultura conservati nelle grandi collezioni pubbliche e private. La maggior parte di essi, furono attivi nella celebrazione del Mito di Napoleone e nello sviluppo della sua iconografia, riproducendone l’immagine nelle vesti di Generale dell’Armata d’Italia, Primo console, Imperatore dei Francesi e Re d’Italia, divenendo a loro volta fonte d’ispirazione per una vastissima produzione calcografica, in Francia e in Inghilterra, tale da elevare la “napoleonica” a categoria distinta nel mondo del collezionismo cartaceo.
Lo studio bibliografico, unito all’esperienza collezionistica, ha permesso di fornire spunti d’interesse per coloro che volessero avvicinarsi al collezionismo dei capolavori dell’incisione neoclassica di traduzione e dell’iconografia napoleonica e costruire, con cognizione di causa, una collezione “ideale” che sia strumento non solo per il soddisfacimento di un piacere puramente estetico o d’arredo ma, soprattutto, viatico per una presa di coscienza del ruolo potenzialmente rilevante che ognuno di noi può avere a tutela del patrimonio artistico rappresentato, nel caso di specie, da preziose carte che, ancora oggi, reggono all’usura del tempo, ognuna con una propria storia, appartenute a nobili casate, governatori, Re o Marescialli dell’Impero di Francia, patrioti del Risorgimento o magari a Napoleone stesso, giunte sino a noi dopo un lungo e tortuoso viaggio nel tempo costellato da rivoluzioni, conflitti mondiali e calamità, che meritano di “vivere” per molti e molti anni ancora.
 
 
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La residenza dell’aristocrazia di campagna vandeana: il Logis
[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giuseppe Baiocchi del 02-08-2022[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1659455818449{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
«Vorrei provare ancora una volta, dietro le mie persiane socchiuse, la vertigine del sole sulle aiuole fiorite, sugli scalini della gradinata. Al mattino, al risveglio, riconoscevo dal suono il cielo, il suo colore, il suo umore che, per tutta la giornata, sarebbe stato anche il mio. Ascoltavo il sole. Era già alto e caldo. Vi si mescolava un rumore che sento ancora scrivendo queste righe, fatto di silenzio, di acqua che scorre lontano sui fiori e sull'erba, di rastrelli e di api. Chiudevo gli occhi. Era la felicità. […] Sapevo che bisognava soltanto conservare il presente. Le mura, gli alberi, le abitudini, la natura. Non era neppure il caso di pensare a costruire o ad abbattere, a modificare, a cambiare. Bisognava solo conservare, salvare, preservare»1.
[caption id="attachment_12812" align="aligncenter" width="1000"] Presentiamo una vista panoramica del Logis de La Chabotterie sito presso Saint Sulpice le Verdon, 85260 Montréverd, Francia.[/caption]
Se nel “Memorial” di Les Lucus-sur-Boulogne riposa l’anima della Vandea, è nelle architetture vernacolari dei Logis vandeani che soffia il vero spirito della controrivoluzione. Questi sono infatti i luoghi più importanti della memoria dell’intero dipartimento francese quando si parla delle Guerre di Vandea.
Ma che cos’è un Logis? Testimone privilegiato di una storia tumultuosa, lo schema del Logis vandeano viene ripetuto in tutta la regione, dalla pianura al bocage, dalla gâtine alle zone acquitrinose. Fondamentalmente si traduce in una dimora signorile tra il castello e la cascina di campagna, architettura che si diffuse nell’aristocrazia vandeana di provincia, nella hobereaux, tra il XV e il XVIII secolo. In architettura, appunto, un corps de logis è il blocco principale, classico o vernacolare, di una grande magione. Contiene le stanze principali, gli appartamenti e un’entrata ingentilita con il classico arco francese di derivazione tardo gotica in accolade, ovvero un arco carenato o in flesso composto da due ogive curve note anche come linee sigmoidali, che si specchiano l’una nell’altra .
Le stanze più grandiose e belle si trovano spesso al primo piano sopra il livello del suolo: questa quota viene appunto definita “nobile”. Il corps de logis è solitamente affiancato da ali secondarie inferiori, come le barchesse delle ville venete. Tali prolungamenti laterali formano un cortile su tre lati, detto cour d’honneur, ovvero un piazzale antistante un grande edificio signorile.
Attorno al cortile rettangolare, i fabbricati delle ali laterali sono riservati alle attività agricole, mentre la dépandance e la dimora signorile si affaccia centralmente sul giardino.
[caption id="attachment_12813" align="aligncenter" width="1000"] Due esempi di arco in accolade: il primo a sinistra è posizionato su di un ingresso dei ruderi dello Château de la Durbelière, mentre il secondo si trova in Bretagna, nel Logis di Guyomarais a pochi passi dalla tomba del marchese di La Rouërie. Tale decoro architettonico, viene definito in ambito accademico “riconoscimento”: ovvero si tratta di una modanatura decorativa posta sopra un’apertura.[/caption]
La planimetria che si forma su quattro ali – evocante la villa gallo-romana – raggiunge il suo apogeo nella seconda metà del XVI secolo e perdura quasi immutata fino alla vigilia della Rivoluzione.
Facente parte del corpo centrale sono quasi sempre una torre ed una cappella, spesso medievale e ingentilita da elementi barocchi nel XVII secolo. Le Cappelle sono chiaramente tutte antecedenti la riforma novecentesca e non presentano stravolgimenti nel classico assetto dell’Altare previlegiatum Ad Deum. Tali altari domestico-privati fungevano non solo per la Santa Messa domenicale della famiglia, tramite il santo sacerdote che officiava la funzione, ma servivano – essendo di privilegio ad un determinato defunto (che spesso aveva i resti all’interno del paliotto stesso) – per scalare gli anni di purgatorio secondo l’uso dell’indulgenza: ogni celebrazione effettuata in un altare poteva sottrarre anni di purgatorio al defunto ed una volta che questo raggiungeva il paradiso, poteva intercedere sulla terra per i propri parenti. Spesso questi altari sono visibili nelle nicchie laterali di molte chiese.
[caption id="attachment_12814" align="aligncenter" width="1000"] Classico altare Ad Deum per una Cappella Signorile.[/caption]
Elementi interni predominanti del Logis erano i vari spazi, secondo la distribuzione settecentesca. La cucina era sempre situata al piano terra del padiglione d’angolo: con il suo pavimento in pietra, le sue pareti imbiancate a calce e il soffitto con correnti a vista anneriti dal fuoco, aveva il forno a legna non lontano dal camino monumentale e dal girarrosto a contrappeso. Oltre all’indispensabile sedia a baule portasale, posta sempre vicino al camino, insieme ai numerosi oggetti comuni in rame e in terracotta, poteva essere presente anche un macinacaffè. Infine al centro della stanza vi era un lungo tavolo centrale, spesso con gambali vernacolari, tipici bretoni, a pera con due panche ai lati.
L’ambiente del salotto di compagnia, spesso illuminato da finestre con struttura lamellare sul vetro, e riquadri all’inglesine poteva possedere i tipici sedili del cinquecento italiano. Non poteva mai mancare il camino monumentale, spesso in pietra, con alari dove gli ospiti superato il vestibolo potevano spogliarsi e depositare gli effetti personali e accessori da viaggio: indumenti, armi, baule da carrozza, scrittoio portatile di pelle, scaldapiedi da carrozza. Questo spazio dedicato all’accoglienza, poteva fungere anche come luogo di svago. Il mobilio certamente alla moda borbonica di Luigi XV o XVI presentava un tricoteuse con elemento pivotante in mogano, un guéridon con piano ribaltabile e spesso per il cambio degli abiti era presente, al gusto orientale, un paravento.
Successivamente si arriva tramite un corridore – elemento di collegamento ripreso dalla tradizione italiana rinascimentale – alla Sala cosidetta del Camino, la quale poteva possedere la classica pavimentazione di lastre di pietra e ardesia con tecnica “à bouchons”, ed una preziosa policromia delle pareti a tinta chiara delle assi del soffitto, la quale arricchiva la già elegante boiserie lignea con specchi (riquadri). Anche qui non può mancare il camino, questa volta ingentilito ulteriormente da bracci porta candela laterali e coronato da un orologio da parete laccato Vernis Martin Luigi XV. L’arredamento spaziava dai quadri, al mobilio sempre stile Luigi XV agli accessori: sedie cannè firmate Lefèvre, rinfrescatoio per bottiglie Luigi XVI, tavolino da vassoio dove poteva essere posato un rinfrescatoio per bicchieri; così come un termometrobarometro di Réaumur e una fontana monumentale in maiolica risalente agli inizi del XVIII secolo, posta sopra una console.
[caption id="attachment_12815" align="aligncenter" width="1000"] Alcuni scatti del Logis de La Chabotterie: il camino monumentale nel Salotto di compagnia, ed una sedia in stile borbonico nella Sala del Camino.[/caption]  
Sempre al primo piano troviamo le camere da letto per la signoria, mentre solo al secondo piano vi sono gli alloggi per la servitù, con altezze più modeste e finestrature rimpiccolite di 1/3 rispetto a quelle del piano nobile, secondo l’estetica rinascimentale di Brunelleschi dei piani sovrapposti, in cui la luce del piano terra doveva essere 3/3, quella del piano nobile 2/3 e infine l’ultimo piano avere 1/3. Tale tecnica ottica, per un osservatore che ammirava l’edificio dal basso, conferiva uno slancio verso l’alto molto d’impatto, snellendo l’edificio ed “edificandolo” verso Dio. Nelle camere da letto non poteva mancare l’inginocchiatoio per le preghiere mattutine e i vespri, così come il mobilio in stile Reggenza ed il letto a colonne con pendoni di seta, tipico delle magioni signorili. Ed ancora cassettoni, sedia con leggio e la poltrona “per malato” con la classica spallina reclinabile dotata di due cremagliere, completano il quadro d’insieme di un ambiente standard dove riposare. Vicino la finestra, per avere a disposizione più luce possibile, spesso era presente la toeletta con i vari consoni oggetti, quali palla porta-spugna, ventaglio, scatola per nei finti e necessaire per profumi.
Durante le Guerre di Vandea alcuni Logis sono anche stati usati come quartieri generali provvisori ed è per questo che alcuni di loro hanno ancora alcune stanze adibite a sale di comando. Proprio tale predisposizione ha portato, durante tutto l’arco della guerra civile, la distruzione di molti di essi.
[caption id="attachment_12816" align="aligncenter" width="1000"] Alcuni scorci del giardino posto dietro Logis La Chabotterie. Da notare la foto sulla destra che raffigura un padiglione di chiusura con sul dorso della copertura in ardesia "a mansarda" il terminale gotico "a lancia".[/caption]
Addossato al Logis, spesso sul retro può essere situato un giardino, a volte riorganizzato secondo le mode floreali dei secoli. Tale spazio verde, che riprende la tematica teologica del giardino medievale, è racchiuso tra i muri laterali e termina alle volte con un coronamento dato da due padiglioni quadragolari seicenteschi con il tetto di ardesia a punta d’ape. Elemento di rara bellezza poteva essere la presenza di un fossato, perimetrazione “in negativo”, il quale impediva dal retro l’accesso alla proprietà, liberando parallelamente una prospettiva monumentale sul lungo viale cavalcabile antistante la struttura, spesso costeggiato da alberi secolari e maestosi.
Lungo i pergolati di rose antiche, si sovrappongono nel giardino due universi separati da un pozzo centrale. Vicino al Logis, il giardino ornamentale con i suoi tappeti di fiori e siepi di bosso racchiude piante aromatiche e medicinali. Più in là l’orto poteva essere diviso in quadrati piantati con verdure e fiori da taglio per la decorazione dello stesso Logis. L’utile e il bello si coniugavano in questo esempio vivente di giardino alla francese, come era solito vedere nei Logis del Basso Poitou nel XVII e XVIII secolo.
La copertura lignea, sebbene poteva risultare per le ali laterali a falda con coppi in laterizio, vedeva nella porzione centrale la copertura alla francese detta “a mansarda” in ardesia con diversità di tecnica costruttiva: francese con ganci, doppio ligure, triplo ligure o a scala piatta. Il blu dell’ardesia, contrastava sul territorio con le abitazioni popolari di paglia o di semplici coppi, donando al Logis l’importanza sociale che meritava. Sul dorso della copertura sono sempre presente dei terminali di derivazione gotica (a lancia) o barocca (bracieri).
[caption id="attachment_12817" align="aligncenter" width="1000"] Un tetto a mansarda (chiamato anche tetto alla francese o tetto a cordolo) è un tetto a padiglione a quattro lati caratterizzato da due pendii su ciascuno dei suoi lati con la pendenza inferiore, perforata da abbaini, ad un angolo più ripido rispetto al superiore. Il tetto spiovente con finestre crea un ulteriore piano di spazio abitabile, un sottotetto mansardato, appunto. Il primo esempio conosciuto di tetto a mansarda è attribuito a Pierre Lescot su una parte del Louvre costruito intorno al 1550. Questo progetto del tetto fu reso popolare all'inizio del XVII secolo da François Mansart (1598 - 1666), un affermato architetto del periodo barocco francese. Divenne particolarmente di moda durante il Secondo Impero francese (1852 - 70) di Napoleone III. Mansarda in Europa (Francia, Germania e altrove) significa anche lo spazio della soffitta o della soffitta stessa, non solo la forma del tetto ed è spesso usato in Europa per indicare un tetto a spiovente.[/caption]
Tra i Logis più famosi della Vandea, ricordiamo certamente Logis de la Chabotterie, dove fu catturato l’ultimo generale vandeano Charette , oggi museo sulle guerre di Vandea e luogo pedagogico per bambini e il Logis della Baronnière, il quale mantiene ancora intatte le mura del cortile quadrato dove il marchese Bonchamps fu chiamato a guidare la rivolta dai suoi villici. Infine, come non citare, lo Château de la Durbelière, luogo di nascita del conte La Rochejaquelein ed oggi ridotto a rovina, perché bruciato dai repubblicani nel 1794: proprio dalla preesistenza, si denota ancora la struttura del Logis, dove le antiche ali laterali sono diversamente rimaste in piedi e fungono dopo un saggio riuso urbano ad abitazioni per alcuni cittadini ed – a Dio piacendo – la vita continuerà a scorrere a lungo in questi luoghi magici, poiché la tradizione è custodire il fuoco, non adorarne le ceneri.
Per approfondimenti: 1 Jean d’Ormesson, A Dio piacendo, Beat, Trebaseleghe, 2016, p.63; _Richard Levesque, Guida gratuita a cura del Dipartimento Conservazione del Patrimonio del Consiglio Generale della Vandea, Consiglio Generale della Vandea, 2010; _Olivier de la Rivière, Malouinières - Demeures d'exception, Ouest-France, Rennes, 2017.
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[vc_row css=".vc_custom_1470495202139{padding-right: 8px !important;}"][vc_column width="5/6" css=".vc_custom_1470402358062{padding-top: 30px !important;padding-right: 20px !important;padding-left: 20px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos5" css=".vc_custom_1655340992454{padding-bottom: 15px !important;}"]Jean de la Varende e la letteratura di quel “piccolo mondo antico”[/vc_column_text][vc_separator color="black" css=".vc_custom_1470414286221{margin-top: -5px !important;}"][vc_column_text el_class="titolos8"]di Giuseppe Baiocchi del 16-06-2022[/vc_column_text][vc_column_text css=".vc_custom_1659456252353{padding-top: 35px !important;}" el_class="titolos6"]
Jean Mallard de La Varende Agis de Saint-Denis (1887 - 1956) nacque nella Malouinières Bonneville presso il comune di Chamblac del dipartimento dell’Eure. Vi abitava costantemente e qui scriveva e coltivava le sue terre. I La Varende – gente leale, energica, di alta, antichissima nobiltà – furono, per secoli, marinai, soldati, prelati. Regionalisti soprattutto – come tutti i loro pari normanni – ma sempre partecipi alla complessa storia di Francia: cattolici e monarchici se pur non sempre docili sudditi, anch’essi, forse, si mescolarono nelle fazioni variegate: ora condottieri, ora seguaci di bande armate. In ultimo, durante e dopo la rivoluzione, versarono il loro sangue scioano (degli Chouan in lingua bretone) per il folle sogno di rimettere in trono un re fantasma. Insomma gentiluomini campagnoli – hobereaux –, fieri dei loro avi, continuatori delle loro gesta, attaccati con fede incrollabile (fin sotto Luigi Filippo che disprezzarono) alla tradizione ed alla terra. Jean de La Verande, l’ultimo discendente di questa razza, è l’animatore prodigioso d’un mondo scomparso o che va scomparendo.
[caption id="attachment_12797" align="aligncenter" width="1000"] Jean Mallard de La Varende è figlio di Gaston Mallard de La Varende (1849 - 87), ufficiale di marina, e di sua moglie di origine bretone, Laure Fleuriot de Langle (1853 - 1940). Nacque il 24 maggio 1887 a Chamblac (Eure), presso il castello di Bonneville, proprietà di famiglia. Non conoscerà suo padre, che muore lo stesso anno, il 27 luglio.[/caption] La vita d’una volta e di ieri, rurale e guerriera – e ciò che resta, insopprimibile, dell’autentico temperamento normanno – riappaiono, potentemente evocati, nelle sue novelle e nei suoi romanzi. Jean de La Verande, dal cui fondo par che riemergano, sobbollendo, antichi fermenti atavici, è scrittore realistico e magico, rude e delicato, austero e passionale, acuto indagatore di stati d’animo, a volte mistico. Da tutto ciò una prosa saporosa, pittoresca, singolare, inimitabile. Quanto alla sua biografia disse allo scrittore cattolico Domenico Giuliotti (1877 - 1956): «Fin dall’infanzia scrivo, dipingo, costruisco modellini di navi. A 10 anni, nei giorni piovosi, mi è stata affidata la classe per raccontare storie: ho solo ampliato il mio pubblico. Per le navi sono figlio di un marinaio, nipote di un ammiraglio, e quando mio padre morì, mio nonno si è preso cura di me: è stato sotto la sua guida divertita che ho iniziato questa collezione che è uscita dalle mie mani e che oggi ingombra cinque stanze di casa mia, diorami e modellini navali in 160 vetrine, le cui varie mostre avevano cominciato a farmi conoscere. Scrivevo romanzi, racconti, per me stesso, per non far morire tutto ciò che sapevo e conoscevo. Presto arrivai a pubblicare i miei scritti e qualcuno si innamorò di queste storie modeste facendo arrivare gli editori. La mia prima collezione, Pays d’Ouche, ricevette l’elogio per l'opera "I Vichinghi" e, curiosamente, la leggenda narra che noi stessi siamo discendenti dei Vichinghi: ma, rimane forse una leggenda. Il mio secondo libro, Nez-De-Cuir, fu molto vicino a vincere premio Goncourt1; certo contava il valore di Plisnier, ma forse c’erano intorno a questo premio, quell’anno, influenze non del tutto letterarie. Il terzo, “Il Centauro di Dio” ha vinto il Grand Prix de l’Académie Francaise2. Da allora, sembra che il favore del pubblico sia arrivato a me. I miei libri sono ricevuti con molta indulgenza. Infastidisco alcuni critici; mi attaccano duramente, ma forse sono più alfabetizzati che umani, e anche politici. Il Centauro di Dio giunge alla 6a edizione, il mio ultimo libro, pubblicato 5 mesi fa, dove cerco di mettere in evidenza i manutentori della terra e della tradizione che tanto hanno fatto, in tutto il nostro paese, per la bellezza e la forza della nazione, e che il movimento democratico ha voluto far sparire mentre cercava di deriderli, riducendo la loro azione»3. Il 12 dicembre 1919, sposò Jeanne Kullmann, e a coppia vive presso la magione di Bonneville. Da questa unione nacque un figlio, Éric de La Varende (1922 - 79). Dal 1920 al 1932 fu docente presso l’École des Roches, a Verneuil-sur-Avre, in Eure. In casa mantiene il suo dominio, i suoi giardini, scrive il suo primo libro, da lui pubblicato nel 1927, L’Initiation artistique, testo di una sua conferenza. Scrive anche alcuni racconti e realizza, nel tempo libero, un centinaio di modelli di navi di tutte le epoche. Gli inizi di La Varende in letteratura furono difficili. Ha subito molti rifiuti da parte degli editori parigini, per i suoi contenuti “politicamente scorretti”, ma ha pubblicato alcuni racconti al Mercure de France, l’antico giornale che ebbe direttore un certo François-Auguste-René, visconte di Chateaubriand. È l’edititrice Henriette Maugard, di Rouen, che garantirà la sua notorietà pubblicando una serie di racconti, Pays d'Ouche (1934), preceduti dal duca di Broglie. Lo stesso editore pubblicò nel 1936 il suo Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore. È il frutto di una lunga ricerca iniziata negli archivi di famiglia, quando scopre le lettere del prozio Achille Périer, conte di La Genevraye (1787 - 1853), gravemente ferito nel 1814 nella battaglia di Reims, il quale indossava una maschera che gli varrà il soprannome di “Naso di cuoio”. La Varende interrogò gli anziani e iniziò a scrivere il suo romanzo nel 1930 per farlo pubblicare nel 1936. Le edizioni Plon ripubblicarono questo primo romanzo l’anno successivo: fu un successo. Quell’anno ha ottenuto tre voti al Prix Goncourt. Le pubblicazioni si susseguiranno quindi, al Plon o al Grasset. I suoi successi letterari hanno un unico scopo, ovvero quello di rinsaldare l’antica magione di famiglia, il castello di Bonneville, a Chamblac : l’edificio è costruito in mattoni rosso-arancio, su un vecchio basamento in pietra calcarea. La residenza si presenta come una facciata composta da un piano terra, un primo piano ed un sottotetto; accostata agli angoli nord e sud da torrette quadrate con copertura a sesto acuto, e aperta da grandi finestre settecentesche con piccoli vetri all’inglesine. Su questa facciata, un balcone unico decora il piano nobile. Sul retro, due ali senza carattere gli conferiscono una pianta a U, impreziosita, nel cortile, da una torretta con tetto a mansarda, e da una solida veranda in mattoni. Tutto è ricoperto di ardesie blu, che hanno portato lo scrittore a scrivere le seguenti righe: “Le Chamblac è rosa e blu, con ferri neri. Non si può fare altro per lui. Vedendolo, penso a una signora che esce dal salone di bellezza: «Niente più speranze, signora, abbiamo tutto, ed è tutto completo»5.
[caption id="attachment_12798" align="aligncenter" width="1000"] Il castello di Bonneville si trova nella città di Chamblac, nel dipartimento dell'Eure. Fu la residenza dello scrittore Jean de La Varende dal 1919 al 1959. È classificato come monumento storico dal 9 maggio 1978.[/caption]
I suoi libri sono acclamati dalla critica, specialmente nei circoli di destra, come Samuel William Théodore Monod (Maximilien Vox 1894 - 1974), e dai circoli di estrema destra come Thierry Maulnier (1909 - 88) e Robert Brasillach (1909 - 45). Nel 1936 entra a far parte della Société des gens de lettres e vince il premio Vikings per la sua raccolta Pays d’Ouche pubblicata due anni prima. In pochi anni i romanzi si susseguono, dove colloca, sotto falsi nomi, i suoi personaggi spesso tratti da storie di famiglia ma che si ritrovano in molti dei suoi scritti. La famiglia di La Bare e quella di Tainchebraye, la famiglia di Anville e quella di Galart; tanti nomi che il lettore conosce vivendo accanto a loro, in terra normanna, o in soggiorno, come li concepiva La Varende. Lo scoppio della guerra vede la sua unica grande tragedia della sua vita: la morte della moglie, vittima di un bombardamento della Lutwaffe tedesca durante la guerra lampo. Durante l’occupazione nazista si concentra sulla scrittura e pubblica i suoi racconti sulle riviste dell’epoca: sfortunatamente per il suo lavoro, la maggior parte di queste riviste è conquistata da tesi collaborazioniste. È quindi erroneamente associato a questa tendenza, perché fu sempre molto critico nei confronti della democrazia, essendo egli di fede istituzionale monarchica. I suoi scritti sono solo racconti letterari, con intrighi fuori dal suo tempo. Fedele alle sue convinzioni, ha rifiutato di mettere la sua penna al servizio del regime di Vichy o dell’ideologia dei giornali collaborazionisti. Una delle sue opere maggiori possiamo inquadrarla nel Centauro di Dio. Questo romanzo appartiene al primo ciclo de La Varende, “Tainchebraye-La Bare”, che comprende i tre romanzi: Nez-de-Cuir, gentilhomme d’amore (1937), Man’ d’Arc (1939) e Le Centaure de Dieu (1938). Questo romanzo quando si legge, crea nel lettore un duplice ideale: quello del nobile campagnolo e quello del Santo Sacerdote, dell’apostolo. Il primo, preoccupato sopra ogni altra cosa di durare e di restar fedele a se stesso; il secondo, avido di darsi e di perdersi per salvare gli altri. L’uno, volto alla terra, uomo del tempo e della storia, forte della sicurezza delle tradizioni avite; l’altro, sdegnoso dei beni misurabili, non offuscato dagli innovamenti, sicuro com’è dell’eternità che nulla altera. Personaggi che seducono, affascinano – simbolo da parte dell’autore della più profonda ammirazione. Nel romanzo è instillato quel culto del passato, che traspare in tutti gli altri libri del Varande, il quale non scrive per rivendicare una certa forza e ragione nella nobiltà, occultata oggi dal silenzio più profondo e quindi assordante, ma per una sua personale inquietudine verso i suoi personaggi tristi e magnifici, come narrato nel suo Nez-de-Cuir (Naso di cuoio, celebrato nella cinematografia da Yves Allégret nel 1952).
Così il Centauro di Dio resterà ai posteri con la sua duplice testimonianza verso la gloria degli avi scomparsi e della parallela angoscia della coscienza dei figli. L’ideale dell’aristocrazia di campagna e quella dell’apostolo, inteso come sacrificio e liberazione: il sacrificio di Gastone, che la decaduta grandezza della famiglia protagonista dei La Bare fa finta di non avvertire, si accosta alla stima verso Manfredo, cadetto fuori dal comune in cui – per riprendere Gustav Mahler – la tradizione è trasmettere il fuoco e non adorare le ceneri. Una cosa è certa: il passato si dimostra sempre solidissimo poiché il presente non è adatto a sostituire i solidi valori d’un tempo. Aspirazioni divergenti che rendono questa fatica letteraria un riflesso storico con il presente di difficile comprensione. Del resto, il suo rispetto per l’arte gli interdiceva forse di assumere una posizione troppo netta fra gli opposti, col rischio di consegnarci un libro a mo di tesi. Nei fatti che ci narra, come nelle umili realtà quotidiane in cui penetriamo, dissimulate, all’interno dell’azione e della lotta naturale e salvifica, troviamo la luce sufficiente per rischiarare e abbastanza ombra per accecare quelli che vorranno non vedere lo scoglio del problema non di una generazione, ma di un’intera società. La stessa che con l’idealismo cartesiano e successive rivoluzioni politiche – come quella francese – hanno rovesciato il thelos (il fine) di una esistenza valoriale basata sull’organicità del mondo e sull’esistenza del Dio cristiano, messo da parte o addirittura ucciso nell’epoca del relativismo e della velocità del capitale. Per questo l’abate di La Bare diventerà – come l’autore stesso àncora di salvezza per alcuni e pietra di scandalo per altri. E come avvenne nel paese normanno quando giunse la notizia della sua morte, egli non avrà l’unanimità dei suffragi nel mondo dei lettori: “un santo” penseranno gli uni; “un rinnegato”, diranno gli altri. Il lettore verrà giudicato dalla sua stessa “sentenza”. Il Centauro di Dio esige dal lettore questo esame di coscienza, li costringe a questa libera scelta. Ecco, senza dubbio alcuno, una ragione, fra molte altre, di stimarlo con un grande libro. Questo tradizionalista cattolico dalla fede tormentata – accettò di assistere alle funzioni nella chiesa di Notre-Dame de Chamblac, dopo 29 anni di assenza (causatogli dal Novus Ordo Missae del Concilio Vaticano II), grazie alla nomina di un sacerdote tradizionalista, Quintin Montgomery Wright (1914 – 96) il quale celebrava solo secondo il Messale di San Pio V – era un devoto simpatizzante dell’Action française di Charles Maurras (1868 - 52) e negli anni Cinquanta è stato redattore della rivista monarchica Aspects de France, continuazione di Action française. Questa posizione politica molto tradizionalista lo avvicina ad altri autori che furono rapidamente dimenticati dopo la loro morte, come Henry Bordeaux (1870 - 1963), Paul Charles Joseph Bourget (1852 - 1935) o Michel de Grosourdy de Saint-Pierre (1916 - 87), ma letti durante la loro vita. Tuttavia, le sue opere, ristampate in parte grazie all’associazione Présence de La Varende, hanno avuto una certa eco in un certo ambiente cattolico e monarchico.
[caption id="attachment_12800" align="aligncenter" width="1000"] Una delle prime pubblicazioni del romanzo sulle chouannerie: Man'd'Arc - Rombaldi Editore del 1944.[/caption]
Dal 1961 si sono succedute due associazioni legate a La Varende: dal 1961 al 1989: “Amici di La Varende” e dal 1992: “Presence de La Varende” che, come il suo predecessore, pubblica ogni anno materiale inedito, oltre ad articoli dedicati all’uomo e al suo lavoro. Tra i duecento racconti pubblicati, la regione normanna (in particolare il paese di Ouche ) e il mare, costituiscono le strutture principali dei suoi intrighi. A questi, naturalmente, si aggiungono racconti e romanzi, le cui edizioni numerate sono oggi ricercate. L’attrazione del mare, la sua passione per la navigazione, ma anche, per la Bretagna e per la Spagna, la messa in scena di preti di campagna, di contadini o anche aristocratici e la nostalgia per l’Ancien Régime, costituiscono l’essenziale filo conduttore del suo lavoro. La sua opera, sia sentimentale che romantica, è molto legata alla terra, nel senso di patria. Cerca di magnificare la purezza pur sapendo come descrivere l’uomo con le sue ansie, mancanze ed errori. Le storie sono spesso basate su una sorta di trasmissione ideale delle tradizioni rurali del passato, sia nei casolari vernacolari che nei castelli: per lui tutto è legato da un doppio filo. I signori e i loro discendenti sono “contadini del re”, mentre i contadini e gli uomini del villaggio sono parte della famiglia dei castellani. In tutto ciò il castello è una residenza utile, “un organismo necessario alla ruralità, anzi, alla società”. Il suo lavoro è da mettere in linea con quelli dei suoi maestri letterari, in particolare jules-Amédée Barbey d’Aurevilly (1808 - 89) e Gustave Flaubert (1821 - 80), anch’essi Normanni. A loro dedicò saggi (uno per Barbey, due per Flaubert). La ricerca della parola giusta, compresi i “normandismi”, la frase appropriata, giri di parole a volte piacevolmente arcaici, l’immagine utile: tutto, nel linguaggio di La Varende, è fatto, si direbbe, in modo che il lettore prenda piacere nella narrazione più che nello stile del testo. L’opera di questo autore appartiene a una corrente del XIX secolo, dove si incontravano gli amanti della Francia e delle sue ex province. Il periodo tra le due guerre, nelle sue crisi sociali e politiche, ha messo in luce le correnti regionaliste risvegliate da Frédéric Mistral (1830 - 1914) e dal già citato d’Aurevilly.
Scrittori come La Varende, Alphonse Van Bredenbeck de Châteaubriant (1877 - 1951), Joseph de Pesquidoux (1869 - 1946) hanno sentito arrivare la fine di un mondo rurale che si sono affrettati a descrivere. Questi scritti nascondono poi una parte di romanticismo misto a un naturalismo da scudiero. La Varende sottolinea il dramma vissuto dai suoi personaggi, afflitti dall’onore che hanno ereditato dai loro antenati, l’onore del castello che deve essere mantenuto, l’onore della terra, che deve essere amata. Tra i demoni di La Varende c’è la Rivoluzione francese. Non a caso, non ne parla quasi mai, anche se è presente ovunque, nel senso che, con lui come nella storia di Francia, c'è un “prima” e un “dopo”. Lo scrittore salta questo periodo che detesta: «Il 13 luglio conta per me perché è l’atto di Charlotte [Corday], come il 15 luglio perché è la nascita di Rembrandt. Riesco a ingoiare il 14 tra questi due giorni»6. In alternativa racconta i grandi personaggi del 17°secolo: Anna d’Austria, Suffren, Saint Vincent de Paul, e molti altri, o trabocca nel secolo successivo, ma con parsimonia, o soprattutto fa rivivere un XIX secolo dove i suoi personaggi sono nobili al servizio del re, o alla sua causa. In Man’d’Arc la giovane Manon – una “Giovanna d’Arco” degli Chouan al servizio della causa della coraggiosa duchessa di Berry (1798 – 1870)7 –, accompagna i suoi due nobili padroni che sono “veri uomini” ma è lei, la contadina, che ha più affinità con la principessa. Questo romanzo già citato e precedente al Centauro di Dio rivela ancora una volta l’affinità tra il contadino e il nobile e la lontananza verso l’altro ceto sociale, quello di estrazione borghese, fautore – appunto – della rivoluzione. Sul tema vandeano, oltre questo romanzo sulle Chouannerie normanne, ha scritto due monografie, una sul generale bretone Georges Cadoudal (1952) e Mes contes de Chouannerie pubblicato postumo nel 2018.
[caption id="attachment_12802" align="aligncenter" width="1000"] Jean de La Varende con i suoi modellini navali.[/caption] Pertanto, la scrittura di La Varende serve ideali chiari che sono: il re, la vera nobiltà, il mondo contadino, la religione cattolica. Fa sì che i suoi personaggi cerchino onore, coraggio, avventura, rispetto. Il suo mondo è allo stesso tempo rinchiuso nelle sue tradizioni ancestrali, una certa etichetta “hobereaute”, eppure alcune figure sono ritratte con un personaggio che vuole rompere con le abitudini delle cronache delle castellane, sprofondando nel dramma oltre che nell’umorismo di leggera derivazione britannica. La Varende è, per questo, uno di quegli autori francesi che l’epoca contemporanea ha volutamente lasciato da parte facendolo cadere nell’oblio. Sebbene regolarmente ripubblicato, in particolare dalle edizioni Grasset e Flammarion, il suo lavoro è assente dalle antologie letterarie. L’attaccamento di La Varende alla sua provincia ancestrale, la Normandia, lo colloca tra gli scrittori regionalisti. Certamente è vero che i normanni dell’Ottocento, dall’archeologo Arcisse de Caumont (1801 - 73) e dal suo amico studioso Auguste Le Prévost (1787 - 1859), hanno fatto della Normandia una terra regionalista, dal punto di vista letterario, e infatti nel regionalismo, che considera l’ex provincia un’entità sopravvissuta agli sconvolgimenti rivoluzionari, c’è un innegabile attaccamento alla storia regionale, ma l’oblio dell’autore ha carattere ideologico poiché va contro il nuovo sistema di vedere il mondo che “non è il migliore possibile, ma l’unico possibile. Appassionato di mare, non avendo mai potuto imbarcarsi a causa delle fragili condizioni di salute, Jean de La Varende ha prodotto un’impressionante collezione di modellini di barche e navi, composta da oltre 2.000 modelli. Parte di questa collezione è tuttora conservata al castello di Chamblac. Era anche un membro corrispondente dell’Académie de Marine e nel dicembre 1933, Jean de La Varende fu nominato Cavaliere al Merito Marittimo come pittore e archeologo navale. La Varende ci ricorda la bellezza e la nobiltà di quel piccolo mondo antico, ed oggi dovremo mostrarci un po’ più messianici e ricordare da dove veniamo e soprattutto chi siamo, poiché altrimenti un popolo che non conosce se stesso non sa più ri-conoscersi e tutto questo patrimonio patriarcale sarà presto dissolto, fuso in una sorta di massa “culturale” informe che ci servirà vagamente da “guida storica” in cui riposeranno le nostre coscienze infantilizzate, stupefatte e, ahimè, sempre più ignoranti.
1Il Prix Goncourt è un premio per la letteratura francese, assegnato dall’Académie Goncourt all’autore della “migliore e più fantasiosa opera in prosa dell’anno”. Il premio prevede una ricompensa simbolica di soli 10 euro, ma si traduce in un notevole riconoscimento e vendita di libri per l'autore vincitore;
2Il Grand Prix du Roman è un premio letterario francese, creato nel 1914, e assegnato ogni anno dall’Académie française. Insieme al Prix Goncourt, il premio è uno dei più antichi e prestigiosi premi letterari in Francia;
3Jean de La Varende, Il Centauro di Dio, Istituto di Propaganda Libraria, 1945, post-fazione di Domenico Giuliotti;
4Alla morte di La Varende nel 1959, il castello passò al figlio Éric Mallard de La Varende (1922 - 79), poi ad una delle sue figlie che sposò una Broglie. Il castello ora appartiene al principe Charles-Edouard de Broglie, sindaco di Chamblac, e a sua moglie, la principessa Laure (nata Laure Mallard de La Varende);
5 Jean de La Varende , Castelli della Normandia. Itinerario sentimentale, Plon, Paris, 1958, p. 53.
6Jean de la Varende, Maison Vierge, 1942, p.6;
7Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone fu principessa delle Due Sicilie per nascita e duchessa di Berry per matrimonio.
 
Per approfondimenti:
_Pierre Coulomb, La Varende, éditions Dominique Wapler, Paris, 1951. _ Anne Brassié, La Varende. Pour Dieu et le roi, Paris, Librairie académique Perrin, 1993; _Michel Herbert, Bibliographie de l’œuvre de La Varende, Paris, aux dépens d’un amateur, 1964-1971, 3 vol.
 
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L’11 giugno 1859, costretto dal precipitare degli avvenimenti della II guerra “d’indipendenza” (battaglie di Montebello e Magenta, abbandono di Milano da parte delle truppe austriache), Francesco V Duca di Modena1 lascia la capitale, a capo della Brigata Estense, per passare la frontiera, il 14, e giungere nello stesso giorno a Mantova, dove si attesta con le proprie truppe, che entrano a far parte del II Corpo d’Armata austriaco comandato dal principe Eugenio Liechtenstein. Sono al suo seguito l’intero Stato Maggiore, il Real Reggimento Estense di Linea, il battaglione dei Reali Cacciatori del Frignano, il Corpo di Cavalleria dei reali Dragoni Estensi, la Ducale Artiglieria da campagna, il Reale Corpo dei Pionieri, elementi del Genio e della Sanità e la Guardia Nobile d’Onore Estense. Quest’ultima, divisa nei distaccamenti di Modena, Reggio e Massa Carrara, aveva il compito di servire da scorta d’onore alla famiglia ducale. Le truppe modenesi non vengono impegnate nella battaglia di Solferino e l’armistizio di Villafranca del luglio successivo le sorprende di stanza nella provincia di Padova, pronte a ritornare in patria, al momento che i negoziati sanciranno il rientro nei loro Stati sia del Granduca di Toscana, che del Duca di Modena. In proposito Napoleone III, nel proclama indirizzato al popolo francese del 3 maggio afferma che «lo scopo di questa guerra è di restituire l’Italia a se medesima e non di farla mutar di padrone».
[caption id="attachment_12771" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra: Giovanni Antonio Magini (Padova 13 giugno 1555 – Bologna 11 febbraio 1617). Titolo: Ducato di Modena, Reggio et Carpi, col Dominio della Garfagnana. Epoca: 1599. Tecnica: Incisione all’acquaforte su rame acquerellata a mano. Misura: Cm.55×41. Descrizione: La carta, che faceva parte dell’atlante “Italia”, fu pubblicata dal figlio Fabio a Bologna nel 1620 e divenne da subito il modello cartografico della Romagna più seguito per tutto il XVII° secolo. A destra: Francesco V Ferdinando Geminiano d'Austria-Este (Modena, 1º giugno 1819 – Vienna, 20 novembre 1875) appartenente alla linea Austria-Este, figlio maggiore del duca Francesco IV d'Austria-Este e della principessa Maria Beatrice di Savoia (1792-1840), fu l'ultimo sovrano regnante del Ducato di Modena e Reggio.[/caption]
Il Governo rivoluzionario di Modena, però, agendo di sorpresa e con l’avallo dissimulato del Piemonte - il cui re ratifica i trattati con la forma limitativa “per quel che mi concerne”, non intendendo rinunciare alla politica delle annessioni - dichiara decaduto il Duca e proclama l’annessione dell’antico stato al Piemonte. Di fronte al fatto compiuto, con l’ulteriore tolleranza e connivenza della Francia, compensata dalla cessione di Nizza e della Savoia, non c’è più nulla da fare: Napoleone dichiara, al Moniteur del 9 settembre, che “gli Arciduchi non saranno ricondotti nei loro stati da forze straniere”. L’art. 19 del trattato di Zurigo del 10 novembre ribadisce i diritti del Granduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma, ma rimane un semplice pezzo di carta senza alcun valore. A commento degli accadimenti, nelle sue Memorie, Francesco V amaramente avvertirà: «Napoleone fa il suo mestiere, ma il resto d’Europa non fa il suo; ma lo sconterà, giacche la monarchia ereditaria è impossibile con le massime alla moda, che non generano che l’alternativa di licenza e di tirannica dittatura sui popoli»2. Inizia così l’odissea della Brigata Estense che segue il suo sovrano nell’esilio su territorio austriaco. Fin dal 1847 esiste fra l’Imperatore d’Austria ed il duca di Modena un trattato di reciproco intervento ed assistenza militare, nel caso di attacco esterno sempre che ne venga fatta richiesta. Con l’art. 5 ci si riservava poi di regolamentare con successiva convenzione tutte le questioni di copertura delle spese di mantenimento delle truppe nel momento in cui vi fosse stato impiego sul territorio dell’altra parte contraente, prevedendo per il momento il solo caso -il più possibile- di intervento austriaco sul territorio del ducato. Ed in sostanza, non essendosi mai verificata la circostanza che truppe estensi avessero dovuto operare su territorio austriaco, l’obbligo di provvedere alle spese di mantenimento ebbe esecuzione unilaterale. Alla luce dei nuovi eventi, il governo imperiale onora immediatamente l’impegno assunto ed una dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri conte Rechberg assicura alle truppe estensi l’accoglienza sul territorio austriaco ed il loro sostentamento. Tutto ciò preoccupa non poco il governo italiano, tanto che Cavour il 16 marzo 1861 scrive a D’Azeglio, Ministro Plenipotenziario a Londra, facendo presente che l’Austria non solo rifiuta di riconoscere la nuova Italia, ma si riserva di far valere le proprie pretese sugli stati centrali della penisola: «Queste riserve e queste pretese non si limitano affatto a semplici parole, ma sono accompagnate da atti concreti e significativi. Basti ricordare che il Governo Austriaco mantiene costantemente sul nuovo confine le truppe modenesi che hanno seguito il Duca. Queste truppe hanno conservato le loro bandiere e le loro insegne e sono ancora organizzate come in tempo di guerra, sono sempre pronte ad invadere il vecchio territorio del loro signore» . All’atto del suo arrivo a Mantova nel giugno 1859, l’armata regolare ducale ammonta a 3.623 uomini con 229 cavalli (510 dragoni con 82 cavalli; 335 Artiglieri con 137 cavalli; 169 Pionnieri e 2.453 uomini di Infanteria di Linea) compresi molti ufficiali Superiori e subalterni e 156 sottufficiali e soldati della Milizia di Riserva. Quest’ultima era stata istituita dopo i moti del ’31, su spontanea offerta delle popolazioni rurali: ogni città con popolazione superiore a 500 anime, vi provvedeva con l’uno e mezzo per cento dei suoi abitanti, in modo da avere, in media, una forza di 7.500 uomini, fornita da una restante popolazione di 500.000 abitanti pari a cinque sesti dell’intera popolazione dello stato. Disponendo che non fossero distolti dai lavori agricoli, questi uomini venivano inquadrati in tre reggimenti: 1° Modena, 2° Reggio, 3° Oltreappennino, ma utilizzati il meno possibile e non potevano essere impiegati contro truppe regolari.
[caption id="attachment_12775" align="aligncenter" width="1000"] Figurini del saggio illustrativo "Dal Ducato di Modena a Torino capitale". Portano la firme di Gibe (2011).[/caption] Prima di acquartierarsi definitivamente a Bassano, la Brigata, destinata a far parte del X e poi del V Corpo d’Armata austriaco, prende stanza nella provincia di Padova, poi lungo le valli del veronese, quindi in provincia di Vicenza e più tardi a Marostica, Crespano ed Asolo; nel dicembre ‘60, cessando di appartenere al V Corpo d’Armata, viene aggregata all’VIII il cui comando è affidato a S.A.I. il generale di cavalleria Arciduca Alberto il quale, nel rivolgere il saluto alle truppe, così si esprime nei riguardi dei modenesi al suo servizio: «Colgo questa occasione onde significare il lieto e sommo mio piacere nell’avere alle dipendenze una truppa che in un tempo come ora, in cui sotto spregevoli pretesti viene riputato virtù l’infrangere la fede giurata, con rara abnegazione dà in faccia a tutte le truppe d’Europa il nobile esempio di immacolata fede all’Augusto suo Sovrano» ; in occasione delle manovre autunnali del 1861, avrà ancora l’opportunità di esprimere nei loro confronti parole di sentito apprezzamento: «io ritengo dovere esprimere la mia più sentita e meritata riconoscenza a tutte le truppe della Brigata, come a parte integrante di quel Corpo d’armata, che sta sotto i miei ordini: truppe distinte per prodezza, illesa fedeltà verso il loro Sovrano, e come a devoti e fidi compagni d’arme delle truppe del Corpo stesso, e destinate colle medesime a dividere un giorno i trofei di una gloria, che ci spetta»4. Poco dopo lo scioglimento di questo Corpo, il 16 settembre 1863, anche la Brigata Estense sarà congedata. Nonostante i quattro anni di esilio, la Brigata rimane fedele alla consegna e si stringe sempre più intorno al suo Sovrano, mai abbandonata dalla speranza e dalla volontà di rientrare nella propria terra per restaurare l’antica legittimità. Blandizie, promesse e minacce non intaccano il giuramento d’onore prestato, anzi le rare diserzioni naturalmente verificatesi e le vacanze causate dal termine del periodo di coscrizione, da malattie o da morti vengono oltremodo compensate dalla continua affluenza di tanti giovani che giungono volontariamente dal Ducato, scegliendo di servire il loro re e di combattere la battaglia per l’indipendenza del loro paese, anzicché essere arruolati nell’esercito usurpatore e divenire italiani per forza5. Nel numero del 30 novembre 1861 la Civiltà Cattolica non esita a commentare: «Si ha bella dimostrazione nell’accorrere che fanno tanti giovani, sfidando gravissimi pericoli, per avere l’onore e la ventura di servire sotto la bandiera del Duca nella Brigata Estense. Questa, come si sa, mantenendo inviolato il proprio onore militare, seguì il suo Sovrano là dove l’ospitalità dell’Imperatore d’Austria consentivale di prendere stanza; e mai non fallì al suo dovere. Infinite imposture sparsero i diarii liberaleschi contro codesta Brigata. Ora la dicevano composta quasi per intero di tedeschi sotto divisa estense; ora ne crescevano stranamente il numero, fino a trasformarla in minaccioso esercito; ora per contro ne fingevano così attenuate le file per continue diserzioni, da dover oggimai essere sciolta. Il vero è che la Brigata Estense si mantiene in quel numero ed in quella forza che erasi determinato nel suo organamento; che è tutta composta di volontari estensi, i quali, per mezzo dell’arduo cimento di scampare alle spie ed alle guardie piemontesi, preferiscono esulare dalla patria, cimentandosi all’esser trattati come disertori, se cadono in mano ai presenti dominatori di essa, per correre a vestire la divisa del loro Duca; che codesta brigata infine è una permanente protesta contro l’usurpazione piemontese. Onde ognuno vede la bella lode che le si addice. Ma per giunta è certo che il numero di quelli che si presentano per esservi ammessi supera di gran lunga quello dei morti e dei congedati, e che, se le circostanze lo permettessero, la Brigata estense potrebbe in poche settimane essere raddoppiata, tanto solo che il Duca volesse arrolarvi i modenesi che, anche per abborrimento dei loro conquistatori, bramano di essere ascritti. Nel passato settembre il Duca e la Duchessa visitarono codesta bella truppa a Bassano, e vi passarono alquanti giorni. E fu spettacolo degno di ammirazione e commoventissimo quello dell’esultanza, dell’affetto, della devozione a tutta prova con cui quelle milizie si studiarono di provare agli augusti loro Sovrani il proprio desiderio di vederli tornati in possesso del loro trono e de’ loro Stati. Certo che Francesco V ne fu tocco fino all’intimo del cuore, e tempo verrà, speriamo, che tanta fedeltà avrà il suo degno premio»6.
Si giunge addirittura a dover rifiutare l’arruolamento di molti volontari per non aggravare le spese di mantenimento a cui, ad un certo punto, lo stesso Duca volontariamente contribuisce con le sostanze del suo patrimonio privato, istituendo un fondo che servirà anche per l’assistenza di individui e famiglie bisognose: dal febbraio 1860 al settembre 1863 contribuirà con 26.436 fiorini per sussidi, 68.441 per armi e munizioni; da marzo a tutto settembre ‘63 con 77.370 fiorini per completamento degli assegni, oltre ad ulteriori sovvenzioni agli ufficiali che passeranno, dopo lo scioglimento, al servizio austriaco e ad altre grosse somme elargite negli ultimi momenti, per l’assistenza della Brigata e per sussidi personali agli uomini della truppa . Con decreto del 27 settembre ‘59, Farini, il dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi, promette a quanti si presentino entro il 15 ottobre facoltà di “impune rimpatrio”. Gli ufficiali saranno integrati con i rispettivi gradi nell’esercito nazionale o saranno ammessi a far valere il loro diritto a pensione; ai sottufficiali ed ai soldati verrà corrisposta un’indennità di viaggio. In caso contrario sarà decretata la perdita dello status di cittadino, con la conseguente privazione di ogni diritto civile e politico, e si paventa addirittura l’imputazione di lesa maestà ed alto tradimento. Il decreto è persino spedito tramite posta a moltissimi ufficiali e uomini di truppa7. Ferma è la risposta sia dell’ufficialità estense che di tutta la reale Brigata: «In un’epoca in cui gli elementi tutti del disordine e del sovvertimento, dopo il riportato passeggiero trionfo, congiurano ad organizzare ogni possibile resistenza al ristabilimento del legittimo potere nell’Italia centrale, in simile epoca una voce leale, che pur di tratto in tratto riesce a farsi largo in mezzo al frastuono ed all’imperversare della rivoluzione, ritrova un eco spontaneo in tutti quanti i cuori onesti, che battono in petti Italiani a qualunque Stato appartengano della penisola [...] Le truppe e l’Ufficialità estense resistettero già alla seduzione ed alle arti maligne, che il partito sovvertitore suscitava contro di esse, allorquando predisponeva i suoi piani. Si opposero, senza esitare, e finché le circostanze il permisero, all’irrompere di quelle orde di fuoriusciti, che insultavano all’integrità del Ducato. Seguirono finalmente, costrettivi da preponderanti armate, e non da interna sommossa, l’Augusto loro Sovrano in suolo amico. L’Ufficialità e le Truppe Modenesi attestarono con ciò, ed in modo che non ha d’uopo di ulteriori conferme, il pregio che annettono al dovere di sudditi, e la fede incorrotta che serbano ai propri giuramenti [...] Gli Ufficiali ed i soldati estensi conoscono per prova l’attaccamento e la devozione, che la generalità dei loro concittadini nutre costantemente verso l’Augusto legittimo Sovrano, e sanno quale sdegno mal represso, e quali lagnanze le presenti calamità suscitino per ogni dove, e principalmente nelle campagne del Ducato [...] L’appressarsi che fa la rivoluzione al centro della cattolicità, gli atti consumati in una considerevole parte dello Stato Ecclesiastico contro alla sovranità del Sommo Pontefice, simili affatto a quelli che subirono gli altri sovrani dell’Italia centrale, sveleranno sempre più al mondo le tendenze sovversive delle rivoluzioni medesime, e promuoveranno senza dubbio uno sviluppo al quale i fedeli sudditi e le truppe Estensi sperano di prender parte onorata, contribuendo con tutte le loro forze al ristabilimento dell’ordine, della religione e della legittimità nella loro disgraziata patria. L’Ufficialità Estense, 1 ottobre 1859»8. «I fortunati, i timonieri, diremo così, di quella fazione rivoluzionaria che attualmente tiranneggia negli Stati di Modena e Parma, si avvisarono di emanare un loro decreto, con cui sotto le più belle lusinghe e promesse, e sotto gravi comminatorie ove non si accettino, intimano il richiamo entro il 15 del corrente ottobre a tutti gli Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati, che trovansi raccolti sotto le bandiere di S.A.R. l’Augusto Nostro Sovrano. Noi non sappiamo se quei signori, meditando questo loro decreto, osassero ripromettersene alcun effetto: bensì sappiamo che chi ne ha avuta cognizione, per la loro premura di indirizzarlo officiosamente fin qui, lo ha riguardato colla meritata indignazione, e possiamo sapere fin d’ora che collo stesso sdegnoso disprezzo lo rigetterà qualsiasi altro dei nostri militari sotto i cui occhi potrà ancora cadere.
[caption id="attachment_12763" align="aligncenter" width="1000"] Rievocazione storica dell'associazione "Brigata estense".[/caption]
Per quei signori, se vogliono, potrà starne mallevadore l’Indirizzo dell’Ufficialità Estense, che leggevasi pure nel numero 223 del 1.° corrente Ottobre della Gazzetta di Verona, al quale, al caso, opportunamente li rimettiamo. E siccome dopo quel recentissimo Indirizzo ci crediamo dispensati da ogni ulteriore protesta contro il quanto indegno, altrettanto inutile tentativo di seduzione di quel decreto, se noi stesso lo portiamo ora a pubblica cognizione, non facciamo già per alcun valore che vi possiamo attaccare, o che possa realmente avere; sibbene per richiamare l’attenzione degl’illusi, degli uomini di buona fede, degli amici della legalità, se ancora ne contino tra le loro file i rivoluzionari, sulla intestazione del medesimo. Dalla quale potranno facilmente riconoscere se essa combini troppo con ciò che fin ora si lesse ne’ pubblici fogli, che l’esaudimento dei voti delle assemblee rivoluzionarie italiane dovea dipendere dalla saggezza, dall’approvazione, dal consentimento dell’Europa. E così la qualifica di Provincie Modenesi e Parmensi non li lascerà troppo in dubbio sulla sorte riservata dalla medesima a due Stati, che prima godevano della loro autonomia, che anche in ristretto circolo è sempre di lustro e di vantaggio a quei paesi a cui Dio l’ha concessa. Gli è per invitare gli uomini conscienziosi a queste considerazioni, che noi abbiamo superato la nostra ripugnanza nell’occuparci del menzionato Decreto. La Reale Brigata Estense, 10 ottobre 1859»9.

Dopo l’incendio rivoluzionario del 1860, che porta alla conquista manu militari delle terre pontificie e degli stati napoletani, i progetti delle forze controrivoluzionarie -che cercano di organizzare la resistenza antipiemontese per il ripristino della legittimità- prendono in considerazione anche l’ eventuale possibilità dell’impiego della Brigata. Ed in effetti lo Stato Pontificio, in occasione dell’invasione delle Marche e dell’Umbria, contatta il Duca per chiederne il soccorso. A questo fine Monsignor Nardi si reca in missione segreta a Vienna per interessare l’Imperatore e conseguentemente Francesco V e trattare le condizioni. Per evitare però che l’operazione possa configurarsi come un intervento di forze regolari straniere, si conviene di non coinvolgere le truppe nella loro specificità di armata modenese, ma di permettere ai singoli uomini di accorrere come volontari. Francesco favorisce incondizionatamente il progetto: è pronto a considerare il servizio da prestare alle dipendenze della Santa Sede come continuazione degli obblighi assunti dai propri uomini ed a ritenere non sciolto il giuramento nei riguardi della sua persona, anche nel caso i cui la Brigata continui a servire il Papa. Nei primi giorni di settembre si approntano già i preparativi per il trasferimento, che deve avvenire con l’imbarco sulle navi del Lloyd austriaco, per effettuare la traversata dell’Adriatico. Ma «la flotta nemica dinanzi ad Ancona, l’irruzione sarda per terra, l’ingresso di Garibaldi a Napoli resero impossibile la partenza delle mie truppe, e quindi il soccorso, che sarebbesi con esse apportato a Sua Santità, la qual cosa fu per alcuni giorni il mio bel sogno» . Il Duca scrive una lunga lettera esplicativa a Monsignor Nardi10. Miglior sorte non ha il tentativo della Corte Napoletana in esilio, che pensa alla Brigata Estense come parte di un corpo di spedizione per intervenire nelle regioni meridionali, dove il fuoco della rivolta antipiemontese divampa con grande intensità. Di questo progetto si rinvengono tracce nel diario di Henri de Cathelineau11, il discendente del famoso eroe vandeano Jacques il santo d’Angiò, che nell’agosto del 1861 viene chiamato da Francesco II di Borbone a Roma, per organizzare la guerriglia e la riconquista. Dopo aver rinviato il progetto -per il sopraggiungere dell’inverno- di una spedizione negli Abruzzi guidata da un Principe Reale (Don Alfonso Conte di Caserta), si decide di stabilire contatti con tutti i principi spodestati, per riunire le forze controrivoluzionarie. «Il Re mi parlò del Duca di Modena -riferisce Cathelineau-. Bisogna convenire, disse, che è un principe straordinario. Non ha mai voluto riconoscere nè Luigi Filippo, nè la regina di Spagna, nè Napoleone. Lui solo ha ragione, lui solo è coerente con i principii che noi rappresentiamo. Si decide pertanto di affidare allo stesso Cathelineau ed al cognato, il Marchese di Kermel, una missione intesa a verificare la disponibilità del Duca al progetto. Cathelineau e Kermel incontrano nell’autunno del ’61 sul lago di Costanza, dove si era ritirata in esilio con i figli, la duchessa reggente di Parma, Maria Luisa di Borbone figlia della duchessa di Berry; a Frohsdorf, in Austria, la contessa di Chambord, Maria Teresa d’Austria-Este, sorella del duca di Modena e moglie di Enrico V di Francia, che esprime loro le proprie preoccupazioni: «Il Re di Napoli è attorniato da persone poco fidate! non temete che sia vittima di sleali consiglieri?»; ed a Brouzée la duchessa di Berry, Maria Carolina di Borbone. Finalmente incontrano anche Francesco V, gli consegnano una lettera del re di Napoli ed il colloquio va certamente a buon fine, se si considera che Cathelineau scrive nel suo diario: «Non posso dire ciò che accadde in queste poche ore, ma rientrando in albergo ringraziai Dio che mi aveva suggerito ciò che bisognava dire per far trionfare la causa che difendevo» . Notizie più chiare si ricavano dal rapporto che il Marchese di Kermel, rientrato a Roma al termine della missione, presenta ai sovrani napoletani e di cui fa menzione in alcuni appunti, riportati da Cathelineau nel proprio diario: «Consegno a S.M. la Regina una lettera della duchessa di Berry, una lettera per il Re ed il rapporto di Cathelineau scritto in modo da non compromettere nessuno[...] riferisco anche che si è convenuto che Cathelineau, dopo essersi assicurato della volontà del Re di confermare le decisioni prese, sarebbe tornato a Vienna per accordarsi col Duca di Modena sulla scelta del momento opportuno per agire. La Regina mi risponde che il Re vuole contattare personalmente il Duca di Modena. L’indomani il Re mi fa buona accoglienza e mi chiede familiarmente di raccontargli il nostro viaggio, di parlargli di tutte le persone che avevamo visto e soprattutto delle intenzioni del Duca di Modena. Faccio del mio meglio e, arrivato al punto più interessante, dico al Re: - Chiedo perdono a V.M. se ripeto integralmente tutto ciò che ho l’incarico di riferire. Monsignore il Duca di Modena ha posto a Cathelineau questa domanda: ‘Il Re di Napoli non nutre, riguardo al governo francese, qualche speranza d’aiuto?’ -Monsignore, non è possibile, gli risponde Cathelineau, perché il Re non vuole servirsi che di legittimisti. Poi gli ha illustrato tutto ciò che V.M. è decisa a fare ed anche la necessità che un principe reale guidi l’insorgenza negli Abruzzi. Il Duca risponde allora che se V.M. è decisa a rientrare nei suoi stati col solo contributo del partito legittimista, egli l’aiuterà con le sue truppe e col suo danaro e che bisogna lavorare tutto l’inverno per essere pronti ad agire in primavera. V.M. deve avere fiducia nella missione di Cathelineau, che è totalmente riuscita poiché il Duca di Modena ha offerto volontariamente la sua Brigata Estense ed il suo patrimonio. - Sono felicissimo, mi disse il Re, non potrò ringraziare mai abbastanza Cathelineau; mi ha reso un grande servigio acquistando alla mia causa i favori del Duca di Modena. Ditegli che sono deciso a servirmi di ogni mezzo: dell’Austria, del Duca di Modena, della signora Duchessa di Parma, degli Spagnoli. Bisogna che quel focolaio di reazione esistente negli Abruzzi sia favorito sino al momento propizio; che la bandiera della legittimità sventoli costantemente[...] Dite a vostro cognato ciò che è deciso fra noi, ditegli soprattutto che occorre agire con prudenza, perché mi è giunta voce che a Roma già conoscono questi ultimi progetti [...] In una ultima udienza il Re mi disse: -Avete visto la Regina e Monsignor Gallo? -Si, Maestà, ed è per questo che avevo bisogno di vedere V.M., perché mi hanno detto che Cathelineau non deve più occuparsi dell’affare del Duca di Modena. Il Re allora mi disse: ‘Io ve ne dirò la ragione che non è conosciuta né dalla Regina né da Monsignor Gallo; figuratevi che sono stato informato che qui a Roma il Governo ha ricevuto questo dispaccio: il Signor Cathelineau è partito da Roma per andare a Vienna a trovare il Duca di Modena, con una lettera del Re di Napoli. Il Duca ha promesso al Re delle truppe. Ora, come volete che mandi Cathelineau dal Duca di Modena? Mi è necessario dare un taglio netto a tutti questi sospetti’. Il Re, parlando del dispaccio sembrava molto preoccupato e passeggiava nervosamente [...] Stupefatto gli espressi la mia meraviglia e non potei fare a meno di insinuargli che egli doveva avere, nel suo entourage, qualcuno che lo tradiva, perché, in verità, chi avrebbe potuto conoscere le cose così bene? [...] Qualche giorno dopo arrivò una lettera di Monsignor Gallo che richiamava mio cognato a Roma il più prontamente possibile; si voleva rinunciare a tutti i progetti».

E’ questa un’ulteriore possibilità per le forze legittimiste che sfuma e che ripropone all’attenzione il clima creatosi nell’entourage borbonico, dove le disparità di vedute, le rivalità e la mancanza di piani accuratamente predisposti, portano ad una successione disarticolata di ordini e contrordini, di marce e contromarce che finiscono col fiaccare il momento della decisione. Intanto, un successivo decreto di amnistia, nei riguardi delle truppe modenesi, di identico contenuto di quello del Farini, viene emanato da Vittorio Emanuele il 21 settembre 1862; in esso viene comminata la perdita dei diritti politici e civili e la decadenza dal diritto di possedere o acquistare beni nello stato o di disporre degli stessi -che sono sottoposti a sequestro- per tutti i militari estensi che si trovino sul suolo austriaco al servizio del Duca di Modena e che non rientrino, entro sei mesi, nel territorio del Regno d’Italia, escludendoli altresì dal diritto a pensione o ai gradi nell’esercito italiano, fermo restando l’obbligo del servizio militare cui possano essere tenuti nel Regno. Al fine di non pregiudicare interessi e di non permettere che i suoi fedeli sudditi si sottopongano ad ulteriori così gravosi sacrifici, Francesco V, nel febbraio del ‘63, autorizzerà il congedo dei suoi uomini: «Noi, che abbiamo avute sì luminose prove della fedeltà dei nostri soldati, non vogliamo lasciar credere che esigiamo sacrificj, i quali potrebbero danneggiare interessi d’intere famiglie. Sappiamo, e stiamo certi, che Noi riconosceremo avere essi interamente adempiuto al loro obbligo d’onore e di dovere verso di Noi coll’essersi, per ormai quattro anni, nelle circostanze più difficili mantenuti in una fedeltà, di cui vi sono ben rari esempj nel mondo; e che, se minacciati essi, i loro eredi e le loro famiglie, di poter perdere in tutto od in notabile parte le loro sostanze e rendite, non considereremo per nessuna mancanza verso di Noi l’atto col quale l’uno o l’altro ci chiederà la propria dimissione» . A tutti i congedati poi riconosce il «diritto, nel caso di restaurazione del legittimo ordine di cose, a riprendere servizio col grado che avrà lasciato, ove il voglia, e ne sia atto e capace: altrimenti verrà pensionato o provveduto con impiego civile, calcolandoglisi gli anni del servizio effettivo prestato. Chi, lasciando al presente il servizio, avesse fin d’ora diritto ad una pensione, potrà, in caso di restaurazione dell’ordine legittimo, far valere le proprie ragioni per ottenere gli arretrati pel tempo intermedio, ritenendo ben inteso che nulla abbia frattanto percepito dal Governo usurpatore» .

L’emanazione del decreto piemontese preoccupa il Gabinetto di Vienna che teme, in presenza delle agevolazioni offerte agli esiliati per il ritorno in patria, una diserzione in massa. Ma questi timori risultano poi assolutamente infondati Ben pochi, infatti, sono coloro che lasciano la Brigata: sei ufficiali in stato di servizio attivo, un ottantenne ufficiale superiore dello Stato Maggiore, cinque ufficiali dei Reggimenti della Milizia di Riserva ed all’incirca 160 uomini tra sottufficiali e soldati. Francesco V ne è orgoglioso e commenta: «l’effetto del decreto del galantuomo [così chiama Vittorio Emanuele II] è stato nullo nella brigata»12. Eppure col passar del tempo la situazione degli uomi va facendosi sempre più precaria e difficile, se si considera che, comunque, sono sempre da ritenersi “ospiti” in terra straniera anche se amica, che le indennità vanno sempre più riducendosi sino ad essere pagato il solo soldo di pace, e che il nuovo regime parlamentare-rappresentativo austriaco cerca ogni motivo per osteggiare la loro permanenza sul suolo dell’Impero . Difatti il destino della Brigata è ormai segnato. Fin dal 1862 la Giunta della Camera dei Deputati austriaca, in occasione dell’esame del bilancio dello stato, nel deliberare lo stanziamento dei fondi per il mantenimento del piccolo esercito modenese, sollecita il Governo a risolvere -entro la fine dell’esercizio amministrativo- la questione del finanziamento «ponendo un termine a questo stato di cose del tutto anomalo». La proposta viene portata in discussione alla Camera, la quale l’accetta, nonostante l’appassionata difesa del rappresentante del Governo, Conte Rechberg, che così ricorda all’assemblea i doveri morali e giuridici assunti col trattato: «Debbo tornare sulle condizioni dei Ducati, che sono possedimenti austriaci. Toscana è una secondogenitura, Modena una terzogenitura. La Toscana venne assunta onerosamente, scambiandola colla Lorena. Estinguendosi la stirpe maschile di quella linea, quel Ducato retrocede all’Austria. Debbo anche richiamarmi ai trattati dell’anno 1847, i quali sono abbastanza noti a questa camera. Appoggiata appunto a questi trattati, l’Austria, al cominciare della guerra dell’anno 1859 chiese, in base agli obblighi assunti, l’aiuto militare di quei Ducati. Il duca di Toscana non si trovò in grado di prestare il soccorso domandato; il duca di Modena fu il solo tra gli antichi alleati, che si fosse attenuto all’Austria anche nelle disgrazie. Riconobbe il vincolo dei trattati del 1847, e quando le truppe austriache si trovavano costrette alla ritirata, venne preso quell’accordo, di cui parla il rapporto della commissione ed il quale consiste in ciò, che le truppe estensi, ritiratesi sul territorio austriaco, abbiano a venire mantenute dall’Austria, sino a che esse combattono accanto alle sue truppe, od il Duca di Modena sarà rimesso ne’ suoi dominii. Quindi emerge lo stipulato dovere di mantenere la data parola al Duca di Modena. E’ questo un dovere, che corrisponde al patto conchiuso: è un dovere dell’onore dell’Austria di non abbandonare un fedele alleato, dopoché egli le è stato fedele nella sfortuna. Del resto il Governo si è, in confronto alla commissione, obbligato di impiegare tutti i mezzi legali per sollecitare la fine di questo stato di cose. Il Governo per quanto sta nelle sue forze, agirà in modo da corrispondere ai desiderii della commissione stessa»13. Nonostante ciò Francesco V si sente ferito, sfiduciato ed umiliato e comprende che la classe politica austriaca, ormai anch’essa imbevuta delle idee nuove, non è più affidabile e che le forze sane sono isolate e del tutto impotenti. Così reagisce e si sfoga col suo fedele De Volo: «Appena oso più sperare! L’Austria è dunque all’altezza dei tempi, sa mancare di parola e abbandonare chi si affida a lei. Il ministro della guerra vi fa un’ ignobile ed iniqua figura, mi dà buone parole, mi chiede proposte, io gliele faccio avere e mi do la pena di scrivere di pugno, egli non ha neppure l’educazione di rispondere ad un SOVRANO e ad un membro della famiglia imperiale e dietro alle spalle dà il colpo di grazia alla mia truppa[…] Voglio, dopo che il sacrificio sarà consumato, stabilirmi in Baviera ove a mia giustificazione pubblicherò tutto dopo aver fatta una protesta formale contro la violazione dei trattati anche per parte della potenza che senza di quelli deve logicamente sciogliersi colle teorie e tendenze moderne[…] E’ un’infamia, potranno farmi ciò che vogliono, ma un’infamia non me la faranno fare quegli eunuchi politici» , e dopo pochi giorni ribatte: «Io non segnerò decreto di morte dei miei, né tacitamente vi acconsentirò, ma… farò anzi scandalo[…] i miei debbono sapere tutto se venissero sciolti o cessasse l’assegno. Lo scrissi[…] che io non avrei riguardo a nessuno e che non peccherò né di connivenza né di apatia né di pietà, sotto la quale parola qui intendono che in famiglia si deve sempre avere una passiva rassegnazione ed ingoiare in silenzio qualunque ingiustizia» . Il Parlamento liberal-costituzionale però, sensibile agli intrighi di Torino, cancella totalmente dall’esercizio finanziario del 1863 la voce di spesa per il mantenimento della Brigata e solo l’intervento diretto dell’Imperatore permette di protrarre il finanziamento14. Tuttavia prende ormai definitiva consistenza l’evento dello scioglimento della Brigata15 ed in tale previsione cominciano a balenare, tra soldati e ufficiali, impossibili progetti di impiego autonomo della stessa: «Molti vedevano quanto sarebbe stato opportuno di formare una legione italiana da tutti gli elementi sani della nazione e contrarii alle usurpazioni, che sarebbe stato un centro e una protesta permanente contro i fatti compiuti, ed un legame fra l’Austria e l’Italia non meno che fra i legittimisti delle diverse parti della penisola; in fine un nucleo prezioso nella prossima guerra che, per quanto dicano gli ottimisti, dovrà presto o tardi riaccendersi. Tale legione avrebbe riunito a se le popolazioni di campagna per un’insurrezione che evrebbe dato un carattere nazionale alla reazione contro il Piemontesismo ed il vassallaggio francese, formando detta legione nello stesso tempo l’embrione di un’armata federale Italiana che sola potrebbe unire le viste nazionali col rispetto alla giustizia ed ai diritti dei singoli Stati Italiani. Questi erano ragionamenti belli e buoni; erano lusinghe che traevano loro appoggio dal vero, dalla giustizia e dall’interesse politico ancora»16. Intanto, Francesco V addiviene ad un accordo con le autorità austriache per il passaggio delle sue truppe nei ranghi dell’esercito imperiale. Tutti gli appartenenti all’armata ducale possono essere ammessi al servizio imperiale nei corpi corrispondenti; gli ufficiali conservano i loro gradi ed il rango di anzianità; gli inabili al servizio attivo o a quello c.d. di pace, una volta transitati, vengono collocati a riposo e pensionati conformemente alle norme modenesi. I sottufficiali ed i soldati sono liberi di entrare come volontari e “senza capitolazione” nell’armata imperiale o di ingaggiarsi per 4 anni; resta comunque salva la facoltà di lasciare in qualsiasi momento il servizio austriaco, in caso di chiamata del Duca alle antiche bandiere; anche per quest’ultimi sono assicurati i diritti alla pensione ed al trattamento di invalidità. Lo scioglimento viene annunciato dal Duca, dalla sua residenza di Wildenwart in Baviera, con il sovrano Ordine del Giorno del 16 agosto 1863: «Soldati! Dal Comando dell’Armata I.R. in Italia avrete udito che lo scioglimento della Brigata Estense deve in breve aver luogo[...] Gli ufficiali che volessero rimpatriare per riunirsi alle loro famiglie o per ricondurle alle loro case, ed i soldati poi in specie, che scegliessero il rimpatrio, non mancheranno neppur essi con ciò ai loro doveri verso di Noi. Questi ultimi però rammentino che il Governo usurpatore probabilmente gli obbligherà a servirlo e a dare un giuramento; gli costringerà a farsi istrumenti delle barbarie che tutto dì commette sui loro fratelli italiani del mezzodì della Penisola, in gran parte fedeli al loro Re legittimo, pel quale combattono con rara costanza; gli obbligherà a tener soggetti anche colla forza i popoli dello Stato pontificio, del Nostro Stato, o di quello di altri Sovrani legittimi d’Italia che subirono la Nostra sorte. Se anche Noi rispetteremo i motivi che gli indurranno a secondare le brame loro e delle loro famiglie col rimpatriare, dovremo però, in caso d’una restaurazione del potere legittimo, distinguere fra coloro che non servirono l’inimico, o che furono forzati assolutamente a prendere servigio e si condussero anche d’altronde da uomini onesti, e quelli che volontariamente l’avessero servito, od in altro modo avessero rinegato il loro passato [...] Fra poco Noi saremo in mezzo a voi, Nostri fedeli soldati, purtroppo per farvi, per ora almeno, l’ultimo soggiorno, e per ringraziare la Nostra ottima Ufficialità e la truppa di quanto fecero tutti per Noi; per darvi ancora un attestato di stima e di affetto, distribuendovi una medaglia commemorativa per la fedeltà e costanza nelle avversità che mi avete sì luminosamente addimostrate, qualità ben più rare che il semplice valor militare. La colpa non è vostra se in questi ultimi tempi non avete avuto occasione di dimostrarlo. Non disperiamo però che possa ancor sorgere un giorno fortunato in cui Iddio coronasse le vostre virtù, dandovi nello stesso tempo la soddisfazione di spiegare come militari questa gloriosa qualità»17.

[caption id="attachment_12777" align="aligncenter" width="1000"] A sinistra: Fidelitati et costantiae in adversis (retro della medaglia). A destra: la bandiera del regimento.[/caption]

Nella sua solitudine, Francesco V continua ad essere tormentato da una unica preoccupazione: «La sorte di vecchi soldati non assicurata è il punto scuro di tutto; fatto questo si potrebbe tollerare il resto. Il soldato in generale vede due pericoli. Se torna a casa di essere requisito, se prende servizio in Austria di essere esiliato, decaduto dai diritti civili. E’ certo che il governo usurpatore exploite lo scioglimento onde nessuno se la passi bene e tutti soffrano dopo essere stati fedeli, onde mai più altri siano tenuti ad esserlo» . Il 24 settembre è il giorno dell’ultimo saluto e del conferimento della medaglia commemorativa “Fidelitati et costantiae in adversis”, istituita con Decreto del 31 luglio 1863 come pegno d’onore, di stima, di affetto e di gratitudine e intitolata Medaglia della Emigrazione. Sulla spianata di Cartigliano, dinanzi al palazzo Cappello nei pressi di Bassano, tutte le truppe comandate dal fedele Generale Saccozzi vengono passate in rassegna per l’ultima volta dal Duca e dalla Duchessa Adelgonda e dopo la celebrazione della messa, Francesco V, nel distribuire la medaglia, rivolge loro l’ultimo saluto: «Guardie Nobili d’Onore, Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati della Brigata Estense! Il momento di darvi l’attestato della Nostra stima e gratitudine è giunto. La Provvidenza non ha permesso di poterlo dare, come speravamo, nella Patria Nostra, dopo aver fatto con voi una gloriosa campagna. Ricevete oggi quindi dalle Nostre mani il contrassegno delle vostre virtù, quali soldati e sudditi fedeli. Tutti sino all’ultimo hanno soddisfatto ai proprj doveri. Vi ringraziamo, e ricevete ora l’espressione della Nostra incancellabile gratitudine. La Duchessa, Nostra amatissima consorte e vostra Sovrana, venuta qui espressamente per vedervi ancora una volta, divide in tutto questi Nostri sentimenti. Conservate puro ed onorato il distintivo, che oggi vi consegniamo. Coloro che non rimpatriano, e che sono la quasi totalità degli Ufficiali ed un numero notabile di sotto-ufficiali e soldati, lo portino con orgoglio in mezzo all’Armata in cui entrano, e che lo apprezzerà. Quelli che ritornano al proprio paese, lo custodiscano con cura sino a migliori tempi, e sopra tutto mantengano nel loro cuore i sentimenti di cui sono animati in questo giorno, e li propaghino nelle loro famiglie, in seno delle quali auguriamo loro che possano tranquillamente rimanere [...]. Nato e cresciuto fra voi, Ci conoscete abbastanza per immaginarvi ciò che proviamo in questa separazione, e nel darvi, se non altro, per ora, come facciamo, un Addio a tutti, ci lusinghiamo che in qualsiasi circostanza non dimenticherete il vostro legittimo Sovrano, che rimarrà sempre affezionato a quelli, che non cesseranno di seguire la via dettata dall’onore e dalla coscienza. Nell’augurarvi da Dio ogni bene, desideriamo di potervi ritrovare un giorno nel numero maggiore possibile, riuniti di nuovo intorno a queste onorate bandiere, che conserveremo preziosamente presso di Noi, facendo voti di poter tutti assieme contribuire al trionfo della causa della religione e della giustizia. FRANCESCO, Bassano 24 settembre 1863»18.

Nel pomeriggio il Duca riceve presso la sua residenza di Bassano, dal corpo degli ufficiali guidato dal Generale Saccozzi, le bandiere della Brigata. E’ una cerimonia commovente e nello stesso tempo composta. Tutti gli ufficiali si affollano intorno al Duca ed alla Duchessa e baciano loro le mani bagnandole di lacrime, come il cronista si affretta ad evidenziare ed il Duca salutandoli per l’ultima volta esclama: “Addio, miei ragazzi, ricordatevi di me e siate sempre degli uomini d’onore”. Il giorno dopo scrive a Bayard de Volo: «Non occorre dirle cosa sento, sono del tutto sbalordito oggi; ieri sinchè li vedevo era meno, ma oggi incomincia il dolore quieto che abbatte, e non posso occuparmi d'altro che di loro che mi furono sì ingiustamente strappati da una politica che tratta di ragion inversa del contegno dell’altro cioè al peggio chi è più amico. Ciò non porterà benedizione a chi tiene così la parola data» . Anche il Generale Saccozzi sente il dovere di salutare i suoi uomini ed il 30 settembre emana il suo ultimo ordine del giorno: Un solo ufficiale e circa 1.200 tra sottufficiali e soldati riprendono la via della patria, mentre l’altra metà delle truppe, con la intera Ufficialità, sceglie volontariamente l’esilio. Con circolare del Ministero della Guerra del 1863 , il Governo italiano dispone che i reduci estensi chiamati con la leva sino al 1855 vengano completamente sciolti da ogni obbligo di ulteriore servizio militare e sono collocati in congedo assoluto. Gli altri, che avevano servito nella Real Brigata dal 1856 al 1859, vengono arruolati, ma sono poi congedati con l’obbligo di “correre la sorte delle altre cerne estensi levate nell’anno cui appartengono”.

Per i soldati che dopo il 1859 hanno prestato servizio sotto l’ex Ducato viene disposto l’arresto ed il giudizio dinanzi al Consiglio di guerra, come disertori o renitenti. In caso di condanna per diserzione si dispone per un nuovo arruolamento per tutto il tempo prescritto alle loro classi, non tenendosi conto del servizio già prestato nella Brigata; nel caso invece di condanna per renitenza sono incorporati nell’esercito nazionale e dalla ferma non viene detratto il tempo prestato in servizio sotto la bandiera estense e quello trascorso in carcere a seguito di condanna19. La maggior parte degli ufficiali e dei soldati che scelgono di rimanere in esilio transita nelle file dei reggimenti dell’Impero austriaco, e ad essi l’I. R. Tenente Maresciallo Luigi Pokorny di Furstenschild, il 5 ottobre 1863, all’atto della prestazione del giuramento, rivolge queste parole: «Soldati! Quali soldati d’onore avete dato al mondo un raro esempio di forza d’animo, fedeltà ed attaccamento all’Augusto vostro Sovrano. Il destino altrimenti dispose di quanto una tanta fedeltà, eternamente duratura nelle pagine della Storia, avrebbe meritato. Sua Altezza Reale lasciò al libero vostro arbitrio di ritornare ai patrj lari, in seno alle vostre famiglie: varj ne fecero uso. Voi però preferiste di rispondere, da valenti militari, alla graziosa concessione offerta dal magnanimo cuore di Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica, nostro clementissimo Imperatore e Signore, e siete in procinto di entrare nelle file dell’Armata Imperiale. Senza essere vincolati menomamente, voi potete, se e quando così alla Divina Provvidenza piacerà, seguire ad ogni chiamata le onorate bandiere di quell’Augusto Sire, che fino ad ora vostro Sovrano salutaste. Da questa generosa maniera, colla quale è suprema mente di Sua Maestà che voi siate contemplati, vogliate apprendere quanto si tenga in onore e stima nell’I. R. Armata la provata fedeltà militare. Dell’Austria i guerrieri di tante nazioni salutandovi, vi chiamano i benvenuti. Io in loro nome vi stringo la mano, e vi consegno la vostra nuova bandiera, pur essa vessillo della legittimità e della religione, ed in cui pure risplende il glorioso stemma estense. Vi consegno il nostro, e d’ora in poi pure il vostro, sacro palladio d’onore, al quale giurerete fedeltà, e che al pari di noi difenderete sino all’ultimo sangue».

Il Giornale della Brigata si chiude con queste parole: «Col 1° ottobre l’esistenza della Reale brigata Estense era pur troppo di fatto e del tutto cessata. Essa soggiacque vittima del turbinio rivoluzionario. Gli individui di lei che in quel dì rimanevano, o stavano per essere congedati od erano divenuti soldati Austriaci. Gli uni dovevano poco dopo rivedere la loro patria, ma desolata ed in preda di un nemico usurpatore; quelli che stavano per spargersi per paesi diversi onde trovarsi intanto un asilo e una nuova carriera onorata, dovevano separarsi da tutti i loro compagni[…] La sventura fu immensamente grande, ma, come pur ci disse l’amatissimo Sovrano, l’onore era salvo. –Sì era salvo l’onore; tutti, anche negli ultimi e ben disastrosi e difficilissimi momenti dell’esistenza della brigata, fecero a gara per mantenervelo. Come onorato e senza macchia si ripiegò il nostro vessillo, onorata e senza macchia si chiuse l’esistenza della truppa Estense. Dessa nella sua dissoluzione non lasciava appresso gli onesti, qualunque ne fosse il partito politico, tracce ingrate di se e della memoria sua. Come sempre seppe anche sin allora osservare la più stretta e la più perfetta disciplina, e niun atto d’insubordinazione o d’intemperanza qualsiasi ne ha macchiato gli estremi istanti. Potranno esservi, lo diciamo con verità ed in uno con orgoglio, potranno esservi, potranno formarsi forse truppe che l’eguaglino, ma che la superino o possano superarla in costanza, in abnegazione ed in tutte le virtù del vero soldato, non mai. Non meritava certamente la sorte toccatale, ma con pazienza e rassegnazione sublimi ha saputo sottomettervisi. Anche in quel grande disastro tutti i membri di lei furono sorretti da una speranza, dalla speranza, che il sacrificio fosse transitorio. E di poter fra non molto rilevarsi e contribuire al trionfo della causa santa che sempre propugnarono»20. Com’era stato previsto, la sua odissea non era ancora finita.

I soldati aventi diritto a pensione, circa 329, che scelgono di rimanere in territorio non italiano, si stabiliscono tra Mantova ed il Veneto e si dibattono tra gli stenti della misera pensione e l'ostilità delle popolazioni locali, che la propaganda rivoluzionaria spinge ad atteggiamenti di grave intolleranza nei loro confronti. La situazione è denunciata al vecchio generale Saccozzi che tiene una fitta corrispondenza con i suoi ex militari: «i nostri fuori di patria -scrive un tenente- nessuno li può vedere, non trovano chi li darebbe né lavoro, né un bicchier d’acqua, e creda Eccellenza che siamo malevisi più noi che gli Austriaci»; il medico della Brigata riferisce: «di ingiurie e vilipendi non si difetta»; un sergente racconta che alcuni datori di lavoro «avendo saputo essere un rinegato, lo hanno rifiutato»; un altro perde il posto di maestro in un collegio «perché fu scoperto essere emigrato estense, e più[…] aver fatto parte delle Reali Truppe»; «fanno veramente compassione, ma d’altronde bisogna convincersi che sono all’elemosina e che non trovano da lavorare essendo troppo malevisi da queste popolazioni»21. Per gli uomini passati nell’esercito imperiale la situazione è meno difficile, vivendo in un ambiente militare che, per sua natura, può considerarsi protetto ed esclusivo, anche se la società civile e politica, convertita alle nuove idee, non nasconde il suo astio: «i nostri nemici –scrive un maggiore- non cessano ancora di perseguitarci in ogni maniera, in ciò si distinguono innanzi tutto varj Signori Deputati della camera bassa, i quali non solo sputano il veleno contro gli Estensi, ma ancora contro il militare austriaco»; ed ancora: «l’essere modenese è la più cattiva raccomandazione» . Ma il morale è ancora alto, tanto da far riscontrare ancora incrollabili manifestazioni di fedeltà e di orgoglio: «io non mi pentirò mai di una condotta che onora me ed i miei compagni di fede e d’infortunio presso tutti i contemporanei che non hanno affatto perduto il buon senso e per cui molto più ci onoreranno i posteri nella storia».

[caption id="attachment_12773" align="aligncenter" width="1000"] S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia "fidelitati et constantia in adversis" alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto Cartigliano Veneto il 24 settembre 1863 (fotografia 48x37).[/caption]

«Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati estensi! Ancora una parola del vostro Generale sul punto di lasciarvi: una parola di riconoscenza e di affetto per le tante prove datemi di ossequiosa subordinazione, e di cieca obbedienza, durante i quattro anni e mesi trascorsi lontani dal patrio suolo; e più specialmente per la calma dignitosa e l’ordine con cui, addolorati certo, ma insieme sottomessi ai Decreti della Provvidenza, avete saputo contenervi nell’atto dell’inatteso scioglimento di questa Reale Brigata; contegno che vi ha maritata la stima e l’ammirazione della stessa I. R. Armata Austriaca, ove molti di voi vanno a far parte, e degli uomini d’onore, che apprezzano le virtù militari nelle avversità. Ovunque andrete, in qualsivoglia luogo io sarò, rimanga fra noi indissolubile il vincolo dello scambievole amore; e la Medaglia commemorativa, di cui ha degnato fregiarci il nostro Augusto Sovrano in questi ultimi momenti, sia simbolo della nostra inconcussa fedeltà verso di lui, sia sprone a tutti di onorata e valorosa condotta nella carriera avvenire, sia segnale di riunione quando il vostro vessillo ritorni ad alzarsi. Ufficiali, sotto-ufficiali e soldati! Io vi do un affettuoso addio; e grato verso ciascuno dell’ajuto datomi sin qui nel difficile disimpegno de’ miei doveri, mi dico pronto sempre, per quanto sarà da me, ad adoperarmi a vantaggio di tutti, e specialmente di quelli, i quali per qualsiasi causa furono costretti passare in pensione. Il Generale Comandante Saccozzi m.p.». In verità, non solo non si verificano ripensamenti sulle scelte effettuate, ma si nutrono ancora sentimenti di rivalsa e speranze di liberazione del Ducato, tanto più che dalla Patria giungono notizie che riferiscono di una popolazione affatto contenta della nuova amministrazione e in attesa del miracolo: «le domande dei campagnoli, per conoscere se e quando possa ritornare il nostro Sovrano ne’ Suoi Stati, sono continue[…] turbe di contadini senza mistero si protestano pronti ad ogni istante a tutto sacrificare e ad insorgere a pro del Sovrano nostro» . Lo stesso Duca continua ancora a pensare ad una restaurazione, tanto da elaborare, nel 1865, un progetto che intitola «Massime da osservarsi pel caso di una ristorazione in Italia» che invia al suo ministro Bayard de Volo , ma è forse solo un’esercitazione letteraria. Con l’inesorabile trascorrere del tempo però, i sogni, le illusioni e le speranze si affievoliscono, ed alcuni veterani, pur di continuare a battersi, vanno a saldare, in Messico, il loro conto in sospeso, al fianco di Massimiliano d’Asburgo, risolvendo così la loro inattuale vicenda22. Per quelli che rimangono, il sogno si spegne definitivamente con l’infrangersi delle speranze che erano state riaccese dal conflitto tra Austria ed Italia del 1866, nel quale ciò che rimaneva della Brigata fece «onore all’antica loro bandiera, poiché, oltre ad essere alcuni caduti gloriosamente sul campo, non pochi si esposero senza risparmio ai gravi pericoli della guerra e, se ne riportarono salva la vita, non ne ebbero illesa la persona»23. Al termine del conflitto la maggior parte di essi rientra in Italia grazie all’amnistia concessa a seguito del trattato di pace del 3 ottobre 1866, amnistia che prevedeva tra l’altro la cessione dei territori mantovani e veneti, dove già da tempo molti di essi si erano stabiliti.

   
 
Per approfondimenti
1 Francesco V, duca di Modena, nasce nel 1819 figlio di Francesco IV d’Austria-Este e di Maria Beatrice Vittoria di Savoia. Profonda impressione lasciano nel suo animo adolescente i fatti del 1831, quando con la famiglia è costretto a riparare a Mantova. Sale al trono del ducato nel 1846 alla morte del padre, della cui politica si fa continuatore; una politica decisa e ferma che non concede spazio alle lusinghe liberali: tra l’altro è uno dei pochissimi sovrani europei che si rifiuta sistematicamente di riconoscere la monarchia francese degli Orléans. Queste convinzioni lo inducono anche a favorire i matrimoni delle sorelle con due dei più importanti esponenti del legittimismo europeo: Enrico duca di Bordeaux e conte di Chambord, capo della casa Capetingia e pretendente borbonico al trono di Francia, che sposa nell’ottobre del 1846 la principessa Maria Teresa, e don Juan di Borbone, figlio secondogenito del pretendente carlista al trono di Spagna, le cui nozze con la principessa Maria Beatrice verranno celebrate nel febbraio dell’anno successivo. Le insurrezioni che nel 1848 scuotono l’Europa e che nel ducato emiliano principiano come innocuo tafferuglio –la cosiddetta rivoluzione delle giunchiglie– vedono il duca Francesco concedere l’istituzione di una guardia civica e l’insediamento, nel municipio cittadino, di un’amministrazione liberale. Il precipitare degli eventi però convince il duca della necessità di allontanare e mettere in salvo la consorte, duchessa Aldegonda di Baviera, e i suoceri della sorella Maria Beatrice, don Carlos di Spagna e sua moglie, in quel periodo ospiti alla reggia; egli stesso, dopo aver istituito un Consiglio di Reggenza e sciolto le truppe dal giuramento di fedeltà, prende la via di Mantova e Verona, da cui si reca poi a Vienna, dove leva una fiera e accorata protesta contro gli stati usurpatori. Gli avvenimenti bellici mettono in grado il generale Sambuy, comandante in capo degli eserciti di ambedue i ducati emiliani, di allontanare il commissario regio piemontese giunto a Modena il 24 giugno; pochi giorni dopo un’avanguardia austriaca fa il suo ingresso in città, dove il duca può rientrare il 10 di agosto. Nel novembre successivo uno studente in farmacia, tale Luigi Rizzatti, attenta alla vita di Francesco V, senza gravi conseguenze: sarà, anzi, lo stesso duca a disarmarlo. Meno di un mese prima, il 19 ottobre 1848, la duchessa Aldegonda aveva dato alla luce una bambina, Anna Beatrice, che morirà però nel luglio seguente e verrà sepolta a Modena, nella cappella ducale della chiesa di San Vincenzo. La coppia non avrà altri figli.
Al fine di andare incontro e nel contempo regolare quel nazionalismo che tante crisi aveva scatenato negli ultimi trent’anni, il duca elabora un progetto di Lega tra gli stati italiani. Tale Lega era stata inizialmente concepita sotto l’egida austriaca, mentre il disegno definitivo prevede che l’impero asburgico vi prenda parte solo per le provincie italiane e con potere pari a quello degli altri contraenti (qualcosa di molto simile a quello che Vienna era stata costretta a fare per le provincie tedesche). E’ prevista anche la possibilità di un ingresso piemontese, pur con qualche limitazione. Troppo forte è però il timore tra i regnanti italiani che l’Austria finisca col prendere il sopravvento all’interno della Lega ed ogni tentativo di creare un organismo sovranazionale è perciò destinato a fallire. Maggiori i risultati raggiunti in politica interna: un forte incremento dell’agricoltura, la nascita e lo sviluppo di una moderna rete ferroviaria, la completa revisione dei Codici e il Concordato col pontefice Pio IX sono solo alcuni dei successi ottenuti in quegli anni. Con lo scoppio della Seconda Guerra d’Indipendenza la situazione per i ducati emiliani si fa critica: Francia e Sardegna hanno dichiarato guerra all'Austria; il granduca Leopoldo II di Toscana lascia Firenze la sera del 27 aprile del 1859, dopo di lui è la volta di Luisa Maria di Borbone, vedova di Carlo III e duchessa reggente di Parma, il 22 maggio si spegne a Caserta re Ferdinando II delle Due Sicilie. Il 28 aprile le truppe piemontesi occupano Massa e Carrara, il 17 maggio il ducato estense viene annesso al Regno di Sardegna con un proclama del commissario sabaudo Ponza di San Martino. Consapevole del pericolo, Francesco V ha già provveduto ad allontanare da Modena la duchessa, e con lei partono anche i più importanti tesori delle collezioni artistiche estensi.
Rifiutando di appellarsi a quella neutralità che peraltro non aveva impedito la caduta di Firenze e Parma, il duca tiene fede al trattato stipulato con l’Austria nel ’47 e soltanto dopo che le truppe imperiali si sono ritirate oltre il Mincio ammette l’insostenibilità della propria posizione nel conflitto. Nominato Reggente il ministro dell’interno conte Luigi Giacobazzi e letto nella Piazza d’Armi un proclama chiarificatore della propria condotta, prende congedo dai sudditi la mattina dell’11 giugno, dirigendosi alla volta di Mantova: non tornerà a Modena mai più. Il 15 giugno, appena quattro giorni dopo la partenza del duca, il nuovo governo, deposto il Reggente, decreta la confisca dei beni allodiali, e con altrettanta sollecitudine scioglie la Compagnia di Gesù. Ancora più grave il provvedimento preso dal commissario piemontese Luigi Carlo Farini che dà incarico ad una apposita commissione di raccogliere e pubblicare tutti i documenti – in italiano e francese – dell’archivio estense sulle «licenze ed arbitri degli ultimi due Duchi di Modena, sulle opere sovversive d’ogni ordine civile e sulle offese contro i diritti della proprietà e delle famiglie», operando una scelta dei testi a dir poco faziosa. Il 20 agosto l’Assemblea Costituente dichiara decaduto il duca Francesco V ed esclude dal governo “sotto qualsiasi forma la dinastia d’Austria-Este e qualunque principe della Casa di Asburgo-Lorena”. In questa stessa estate nella Bassa tra Modena e Reggio e nel Frignano scoppiano rivolte legittimiste: bande di contadini attaccano la residenza del sindaco di Cortile; altri insorgenti entrano a Modena inneggiando al duca e minacciando di morte i rivoluzionari; a San Martino da Secchia, Motta di Rovereto, Sant’Antonio, Sozzigalli i contadini raggiungono il considerevole numero di quattrocento armati e marciano guidati da militari della Milizia di riserva e assistiti da sacerdoti della zona. Cercano di conquistare sia il nord e cioè il Po, sia Mirandola e Carpi, ma a Modena Farini ordina al generale Ribotti di reprimere la rivolta e questi, al comando di ingenti forze, esegue immediatamente, avendo facilmente ragione delle bande duchiste. La repressione non si fa attendere: viene decretato lo stato di assedio nei dodici paesi insorti e ai contadini arrestati vengono inflitte dure condanne (su questi avvenimenti cfr. L. Tadolini, Viva Francesco V! Le insorgenze antirisorgimentali nel ducato di Modena e Reggio, in Controrivoluzione n. 30-33, feb.-sett. 1994; Id., Una splendida pagina dell’Antirisorgimento, il Ducato Estense rivendica la propria identità, in Ibidem, n. 47-49 dic.’96-maggio 1997).
L’11 e il 12 marzo 1860 l’ex ducato di Modena entra, per via plebiscitaria, a far parte del neonato Regno d’Italia. Francesco V, in una lettera al conte Bayard de Volo, così commenta: «Se si votasse senza imbrogli, né pressioni esterne, né terrorismo liberalesco siamo certi che l’immensa maggioranza voterebbe pel distacco dal Piemonte. I liberali direbbero che gl’ignoranti campagnoli non sono maturi per le loro teorie, ma come si concorda ciò col voto universale su cui vogliono fondare i governi?». Dieci giorni dopo indirizza agli stati sovrani d’Europa una nuova lettera di protesta, la terza, anch’essa inascoltata.
Il governo italiano gli intenta anche causa con l’accusa di aver sottratto molti dei preziosi oggetti d’arte che componevano le collezioni modenesi e ingenti somme di denaro alla Cassa di Finanza. Dopo tre anni di discussioni la Giustizia italiana ammette la propria incompetenza a pronunziarsi, dal momento che il Duca aveva disposto di quel denaro e di quei beni quando ancora esercitava in Modena piena sovranità. Per quel che riguarda gli oggetti d’arte della Galleria estense in particolare, essi vengono riconosciuti come facenti parte del patrimonio personale del duca, spettantigli cioè per eredità od acquisto, dunque al di là di ogni pretesa da parte dello Stato italiano. Tuttavia è lo stesso Duca che, con uno straordinario atto di generosità, dona alla città di Modena quanto aveva portato con sé nel ’59, ad eccezione della Bibbia di Borso d’Este e di altri due codici miniati; unica condizione della donazione è che gli oggetti d’arte prendano definitivamente il nome di «Collezione Estense», nome che ancora conservano; nel 1866 gli vengono, di contro, restituiti i beni allodiali.
Del prestigio di cui il duca sempre gode a livello internazionale è testimonianza l’offerta che gli viene fatta, nel maggio del 1862, della corona del Messico. Francesco V garbatamente rifiuta e avanza la candidatura di uno dei suoi nipoti spagnoli. Le cose andranno diversamente e sarà un altro arciduca, Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore, a rimetterci la vita. Attestati di stima gli vengono poi da molte delle Case Regnanti d’Europa, quand’anche esse siano costrette a riconoscere il Regno d’Italia, stima reciproca alimentata nel corso dei molti viaggi che il duca intraprende in quegli anni, particolarmente frequenti quelli a Roma, dove giunge sempre via mare, a Civitavecchia, per non attraversare i territori italiani, e dove, con la duchessa Aldegonda, frequenta la corte di altri due sovrani spodestati, Francesco II e Maria Sofia di Borbone, residenti a palazzo Farnese.
Sino alla fine rimane fermo nella sua intransigente posizione nei confronti della usurpatrice Casa Savoia, e quando parla del suo capo, è solito dire: «il Galantuomo e il suo padrone [Napoleone III]». A Vienna, in occasione dei funerali dell’Imperatore Ferdinando, cui partecipa anche il principe Umberto di Savoia, rifiuta di avere con lui alcun rapporto, anche protocollare, ignorandolo totalmente e, compiaciuto commenta: «Nulla si fece che derogasse al nostro decoro né ai nostri diritti».
Francesco muore a Vienna il 20 novembre del 1875 all’età di 56 anni; la salma verrà tumulata nella cripta della Kapuzinerkirche alla presenza del fiore della nobiltà legittimista europea e dello stesso imperatore Francesco Giuseppe, che in un telegramma alla vedova lo definisce «un amico fedele, provato in tempi difficili». Con Francesco V si estingue il ramo diretto della casata degli Austria-Este: erede universale per via testamentaria- con l’obbligo di assumere il glorioso cognome - è nominato l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, figlio di Carlo Ludovico e di Annunziata delle Due Sicilie, nipote dell’imperatore d’Austria.
Francesco Ferdinando morirà assassinato con la moglie a Serajevo, nel 1914, ed essendo i suoi figli – in quanto nati da matrimonio morganatico – automaticamente esclusi dalla successione, il titolo passerà all’ultimo imperatore d’Austria-Ungheria, Carlo I, ed è assunto dal suo secondogenito, l’arciduca Roberto, marito della principessa Margherita di Savoia. La duchessa vedova, Aldegonda di Baviera, ritiratasi nella sua terra d’origine, muore nell’ottobre del 1914, dopo aver assistito allo scoppio del primo conflitto mondiale. Cinque anni dopo, con la morte di Maria Teresa, unica figlia del fratello di Francesco V, Ferdinando, che sposando Luigi III Wittelsbach era diventata l’ultima regina di Baviera, si estingueva la Casata degli Austria-Este;
2Francesco V d’Austria Este, Memorie di quanto disposi, vidi ed udii dall’11 giugno al 12 luglio 1859, Modena, Aedes Muratoriana 1981, p. 118;
3 Doc. n. 16, in I Documenti Diplomatici italiani, Prima Serie 1861-70 vol. I, Ministero degli Affari Esteri, Roma 1952; 4 T. Bayard De Volo, Vita di Francesco V Duca di Modena, Modena, III, Aedes Muratoriana 1983, p. 145. L’accoglienza da parte delle truppe austriache alla Brigata modenese è molto calorosa, «d’altronde l’inserimento delle truppe estensi in una grande unità dell’esercito imperiale era avvenuto più di una volta negli ultimi decenni, a partire dalla spedizione contro il Murat nell’aprile-maggio del 1815 nell’Italia Centrale, quando un battaglione estense combatte a Tolentino agli ordini dello Starckemberg. Successivamente truppe modenesi parteciparono alla riconquista dei moti menottiani del febbraio 1831, alla repressione della Garfagnana e dell’Oltreappennino estensi occupati da insorti toscani, spedizione quest’ultima che si concluse con l’attacco e la presa di Livorno nel maggio del 1849. Sempre soldati modenesi avevano dato buona prova, meritando encomi e decorazioni da parte dei Comandi austriaci» (Gasparini Casari, op. cit., pp. 61 sg.);

5Sul rilevantissimo fenomeno il giornale mazziniano L’Unitario scrive: «E’ con dolore e vergogna che dobbiamo annunziare che contadini estensi si sottraggono all’obbligo della leva con fuga infame! […]. Che la maledizione di Dio e degli uomini piombi sul capo sciagurato di quei vivissimi traditori della patria, e più tremenda ancora su quei perfidissimi che li consigliarono allo esecrato tradimento, loro somministrando i mezzi per condurlo ad effetto […]. Ci si assicura, ciò che pare incredibile, che costoro fuggono insieme raccolti. Possibile che queste masse compatte non destino in alcuno sospetti? Ohhh!! Prenda il Governo risolutamente le più energiche rigorosissime misure, e ci liberi da tanta piaga! Non sarebbe difficile indovinare i subornatori. Bando alla moderazione e mano di ferro!» (in Civiltà Cattolica, Vol. I, S. V, 1862, p. 231);

6Civiltà Cattolica, Vol. XII, S. IV, 1861, p. 624. L’articolista poi continua: «Se queste cose non fossero tanto notorie, e bisognassero di prove, queste si avrebbero prontissime all’uopo nelle stesse sperticate bugie che, per accreditare il contrario, si spacciano dai giornali del Governo piemontese. A che pro battersi i fianchi ogni ventiquattr’ore, per strillare che la Brigata modenese del Duca non è più che un branco di disperati, i quali adocchiano l’istante propizio per disertare, se veramente fosse così? Leggiamo, per esempio, nell’Opinione del 23 novembre un brandello della Gazzetta di Modena del 21, in cui si affastellano le parole di malcontento, di rinnegati, di traditori, di licenziati, di disertori, di malviventi per dimostrare che oggimai la Brigata Estense è ridotta a pochi individui. Dunque, dobbiamo conchiudere, essa dee trovarsi in istato floridissimo. La Perseveranza di Milano su questo punto va più schiettamente, e confessa che i disertori e refrattari Modenesi, scappando dall’onor di divenir soldati del Piemonte, giungono a drappelli in Mantova, d’onde passano ad essere incorporati nell’esercito del Duca; ed i pochi che s’erano potuti incorporare tra i piemontesi, se la svignano quasi tutti oltre il Po» (ivi, p. 625). La stessa Civiltà Cattolica, nel luglio ’62 ritorna sull’argomento: «I liberatori d’Italia si sentono ognora trafitti da un pruno che sta loro negli occhi, e per niun modo poterono fin qui levarsi quel fastidio; onde di tanto in tanto si sfogano in grida di dolore e di rabbia. Il pruno consiste in quell’eletta di fedeli soldati che, seguito il Duca di Modena nella sua ritirata degli Stati Estensi invasi da forze cento volte più poderose degli usurpatori, pure gli stettero fin qui devotissimi al fianco, a nulla valendo, quanto al farli disertare dalla loro bandiera, né le promesse, né le minacce, né le beffe, né le calunnie, né altro qualsiasi degli argomenti solidi ad usarsi dai restauratori dell’ordine morale» (Vol. III, S. V, 1862, p. 240);

7Cfr. Anonimo, Cinquantadue mesi d’esilio delle Ducali truppe Estensi, Venezia, Tipografia Emiliana 1863; 8 Indirizzo dell’Ufficialità Estense in occasione del decreto 27 settembre 1859 del Dittatore delle Provincie Modenesi e Parmensi; 9 Indirizzo della Reale Brigata Estense in occasione del decreto medesimo, Ibidem, pp. 60 sg;

10«Essendo impossibile di esporle tutto per telegrafo, credo bene spedirle un corriere latore della presente. Io sono da due giorni a Bassano, ma non credetti ancora di mettere al segreto troppe persone, affine di evitare precoci giudizi, che appoggiati a sfavorevoli circostanze scoraggerebbero anche i più fermi. I pochi Ufficiali Superiori coi quali parlai della cosa, senza occultarne la parte onorifica e lusinghiera, ne scorgono peraltro le materiali difficoltà. Essi prevedono che il generale Lamoricière sarà quanto prima assediato per terra e per mare in Ancona dall’intera armata e flotta sarda, e che senza ajuti esteri (e purtroppo niuno vede donde potrebbero venirgli) un poco prima, un poco dopo, dovrà cedere la piazza, per quanto abilmente ed eroicamente la difenderà. Secondo essi il contingente delle mie truppe è per sé stesso scarso, affine di cambiare essenzialmente le condizioni delle parti belligeranti, tutto al più ne differirebbero di ben pochi giorni il risultato finale. Ciò non consente, se vi fosse anche un barlume di speranza, che prolungando la difesa di Ancona, la piazza potesse essere soccorsa, o che una diversione sul Po od altro permettesse di riprendere l’offensiva, tutti accorrerebbero con entusiasmo. Sopra tutto ciò, avvi sempre la minaccia della probabile comparsa di una flotta nemica nell’Adriatico, contro la quale non si è neppure ottenuto a Vienna l’ordine di mettere alla bocca del golfo, cioè fra la Vallona e il Capo di S. Maria, una crociera di semplice osservazione; per cui ove i miei fossero imbarcati su bastimenti da trasporto non atti ad una valida resistenza e difesa, si rischierebbero migliaia di esistenze di fronte ad un esito più che incerto, pericoloso. I sudd. Ufficiali superiori mi riflettevano altresì, che se per i non italiani, dopo una brillante difesa, è sempre a contarsi su di una onorevole e vantaggiosa capitolazione; pei nostri invece che la Sardegna, mediante il Decreto di Farini 15 ottobre 1859, considera fuori della legge, la sorte che li attende sarebbe delle più deplorevoli, e trarrebbe seco lo scioglimento della Brigata, il rientro forzato dei singoli componenti in patria, per assoggettarveli ad un prolungamento indebito di servizio militare. A questa assai triste prospettiva, si contrappone il confronto di un avvenire irto esso pure di difficoltà, ma non escludente un possibile migliore successo. Ove in fatti la Brigata seguiti a tenersi nelle sue attuali guarnigioni, non le si toglie la speranza di prendere parte gloriosa alla difesa della Venezia, la quale, secondo la opinione degli Ufficiali summenzionati avrebbe a svolgersi in una guerra generale traente seco la scomparsa del sistema bonapartista in Francia e la conseguente caduta dell’edifizio rivoluzionario in Italia. Ad onta di tutte queste gravi obbiezioni, dietro la mia insistenza per pure far trionfare l’idea della spedizione, si concluse, che ove il Generale Lamoricière riportasse qualche sebbene parziale vantaggio contro le truppe regolari che gli stanno a fronte, e che si sapesse almen garantito il tragitto da alcune navi austriache poste in osservazione verso la bocca dell’Adriatico, la cosa potrebbe essere fattibile ancora, e così i miei soldati mostrerebbero la loro devozione alla Santa Sede e l’orrore all’infame attacco, che subisce per parte di potere sleale ed invasore. Le raccomando pertanto di adoperarsi per ottenere la crociera di osservazione, affinché si sappia almeno se e fino a quando il tragitto rimarrebbe libero. Se Iddio intanto facesse trionfare anche solo parzialmente il bravo Lamoriciére, la pregherei a farmi sapere in quanti giorni sarebbero a Venezia ed a Trieste i bastimenti necessari all’imbarco. Conti che in questa ipotesi due mila soldati di infanteria coll’indispensabile bagaglio e munizioni si imbarcherebbero a Venezia, ed altri mille, coi cavalli, i cannoni, ed il grosso bagaglio a Trieste, sperando che il Governo darà man forte, perché la strada da Udine a Nabresina ultimata e servibile, ma non aperta ancora al pubblico, sia attivata per questa occasione. Pel momento conviene limitarsi a semplici predisposizioni prese con cautela e quasi in secreto, giacché tutto quanto divulgasse anzi tempo il progetto (e purtroppo alcuni giornali hanno già commesso qualche indiscrezione) contribuirebbe a mandarlo a vuoto. Anche nei telegrammi conviene essere prudenti e guardinghi, perché gl’impiegati, purtroppo non tutti meritevoli di fiducia, ben presto indovinano e i termini di convenzione ed anche le cifre, di che ho fatto esperienza assai svantaggiosa in addietro. Dunque per riassumermi dirò: che sotto l’impressione delle tristi notizie attuali, ed incerti se il mare Adriatico continui ad essere libero dai nemici, nulla di ostensibile può farsi intanto a pro della spedizione. Il mandare le batterie, senza la Brigata, è un semplice allarme infruttuoso, anzi dannoso, perché atto a precludere le vie all’invio successivo della Brigata medesima. Se prima della spedizione, Lamoricière si troverà obbligato a chiudersi in Ancona per sostenervi l’assedio, qual pro, quandanche riescisse eseguibile, ne verrebbe da questo aumento di difensori, i quali nella inevitabile arresa, essendo italiani, sacrificano se stessi, senza aver avvantaggiato la Causa del Santo Padre? Ma se al contrario Lamoricière riportasse vantaggi, che sebbene passeggeri riaprissero l’adito a qualche speranza, ed allo stesso tempo una crociera di osservazione al sud di Ancona, mantenesse libero il passaggio, allora metterò in opera i mezzi morali che sono in mio potere, per eccitare l’entusiasmo della truppa, e 24 e 48 ore dopo giunte nuove rassicuranti, potrò effettuare la spedizione, confidando che non si perda tempo per difetto di mezzi di trasporto. Io credo che dal momento della decisione, che diverrà immediatamente palese, sino a quello dell’imbarco non debbano passare più di tre o quattro giorni» ( T. Bayard de Volo, op. cit., IV, pp. 568 sg.);

11 H. De Cathelineau, Sa vie et ses Mémoires pp.187-90; 12 In G. Bertuzzi, Lettere dall’esilio di Francesco V, ultimo duca di Modena, in Atti e Memorie cit., Serie X, Vol. II, 1967, p. 235; 13 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 24 sg;

14 «Ancora testè a Torino si facea gran festa perché, supposto dover essere tolto dall’Austria l’assegno pel mantenimento di tali truppe, si credea pure che tra poco sarebbero sciolte. Ma, con buona loro pace, la cosa va al rovescio, ed il loro desiderio non sarà punto appagato. L’Austria fu fedele al suo dovere d’onore e di gratitudine verso il leale suo alleato, e mantenne i fondi assegnati per la Brigata Estense; e questa continua a meritarsi col suo contegno le più belle lodi. L’ultima volta che S. M. l’Imperatore d’Austria passò a rassegna le milizie dell’ottavo corpo d’esercito, volle assistere allo sfilare della Brigata Estense; della quale, avuti a sé gli ufficiali, parlò in questa sentenza “Che era ben grato al Duca per avergli procurato il piacere di vedere le brave sue truppe, che, in tempi così difficili e così ricchi di seduzioni, sapevano dare sì bello esempio di fedeltà al legittimo sovrano”. Certo è che dovendosi, per motivi d’economia modificare alcun che dell’Amministrazione, fu offerto il congedo a chiunque avesse compiuto il tempo della capitolazione. Or egli avvenne che pochissimi l’accettassero, ed i più di que’ pochissimi sol perché non più atti a portare le fatiche ed i disagi della vita militare. Gli altri rimasero, impegnandosi molti a durare nel servizio i sei ed otto anni; sicchè la Brigata sul cominciare del Maggio contava più di 3.000 uomini» (Civiltà Cattolica, Vol. III, Serie. V, 1862, pp. 240 sg.);

15 Il giornale Scharf annunzia difatti che «molto probabilmente, benché non sia certo, la Brigata Estense sarà tra poco sciolta; gli ufficiali che già appartennero alle milizie austriache, vi ripiglieranno il loro posto col proprio grado; quegli altri che vorranno entrarvi, saranno ammessi, del pari che i sott’ufficiali e soldati; ed a chi vorrà far altrimenti, sarà dato un giusto compenso e lasciata piena balia di tornarsene alla sua patria» (in Civiltà Cattolica, Vol. V, Serie V, 1863, p. 246);

16 Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, Aedes Muratoriana, Modena 1977, ristampa anastatica, p. 285; 17 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 69 sg. 18 Anonimo, Cinquantadue mesi… cit., pp. 76 sg. 19 Cfr. Civiltà Cattolica, Vol. VIII, S. V, 1863, pp. 363 sg. 20 Giornale della Reale Ducale Brigata Estense, cit., pp. 326 sg.

21 In A. Menziani, Dopo lo scioglimento della Brigata Estense: le vicende dei militari ducali nella corrispondenza del Generale Agostino Saccozzi (1863-1865), in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Provincie Modenesi, Serie XI, Vol. X, 1988, pp. 269 sg.

22 Prima che a Massimiliano, la corona del Messico è offerta a Francesco di Modena che nelle sue memorie così ricorda: «Al conte Rechberg, che venne espressamente per rinnovarmi la proposta relativa al Messico, della quale avevo già parlato al conte De Volo, dissi, senza mistero alcuno, che io era bensì grato del pensiero avuto a mio riguardo e della stima che gli ottimi Signori messicani mi attestavano; ma che risguardando io la piccola sovranità di Modena, più come un dovere che come un diritto, non ero disposto in modo alcuno a rinunziarvi, nemmeno a fronte di qualsiasi compenso, fosse pure brillante, vantaggioso, lusinghiero. Cosicchè ove avessi dovuto sottopormi di nuovo all’ufficio di sovrano, reso dai tempi ognor più arduo e pesante, l’avrei fatto solo per lo Stato di Modena e pei miei sudditi, ai quali mi sentivo legato da vincoli di reciproco affetto, non mai per un estraneo paese, da cui, meno poche eccezioni, non potevo essere risguardato se non come un intruso, e dove non avevo titolo veruno di preventiva generale simpatia» (in T. Bayard De Volo, III, op. cit., p. 216).

23 In A. Menziani, op. cit., p. 290. 
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