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Amedeo di Savoia duca d’Aosta: l’uomo, il soldato, il mito

di Giuseppe Baiocchi del 09-03-2020

A Torino presso il palazzo della Cisterna, nell’ottobre del 1898 nasceva il principe Amedeo di Savoia, definito dai posteri e dagli storici come “l’eroe dell’Amba Alagi”. Nella città sabauda rimase fino ai sette anni, quando il padre, Emanuele Filiberto, si trasferì a Napoli, al comando di quel Corpo di Armata.
La prima fanciullezza, come da tradizione, non era stata lieta per il piccolo aristos: all’età di due anni si era infatti svolta la tragedia di Adua (1896), evento che portò l’assassinio di suo zio, il Re Umberto I, il quale fu ucciso da un anarchico italiano Gaetano Bresci (1869 – 1901).
Iniziava allora in Italia lo strano e ben doloroso fenomeno per il quale – a somiglianza di un solo altro paese, la Francia – l’istanza sociale e la necessità materiale delle folle sembrava dovessero essere inscindibili da una furibonda, iconoclasta volontà di distruzione delle tradizioni patrie e della virtù militare. A Napoli l’ambiente era più sereno: quella reggia di Capodimonte era più sorridente con il suo magnifico parco, il cielo era più mite, l’anima popolare meno intristita dalla propaganda dei negatori. In tale ambiente crebbero Amedeo ed il suo fratellino minore Aimone – sopraggiunto dopo di lui – e quel vasto palazzo con parco senza fine, vide il di-sfrenarsi delle loro fanciullezze. Fu un ragazzo terribile Amedeo, di quelli le cui ragazzate lasciano il cuore sospeso.
In quell’epoca ormai lontana, l’aviatore Louis Charles Joseph Blériot (1872 – 1936) aveva attraversato la Manica, Jorge Antonio Chávez Dartnell (1887 – 1910) aveva sorvolato le Alpi; l’aviazione – con l’opera ed il sacrificio dei pionieri – faceva le sue prime asperrime prove, ed Amedeo aveva una voglia pazza di volare.
Voleva volare il giovane duca, ma macchine non ne aveva; trovati due vecchi ombrelli in un solaio, ne irrobustì le stecche con spago e filo di ferro, ed ecco i nostri due argonauti lanciarsi con questi ombrelli aperti, attaccati al manico, dal primo, ma pur altissimo piano della Reggia. Videro dal basso, col cuore sospeso, discendere precipitosamente i due ragazzi e fu un accorrere di gente: non si erano fatti quasi niente in quel volo precipitoso di otto metri, solo qualche ammaccatura: «Volare mi piace» – asserì serissimo Amedeo, strizzando un occhio alla gente accorsa ansiosa e trepidante a raccattare i due signorini.
Altro episodio curioso, fu alle spese del colonnello Emilio Montasini, aiutante di campo del padre e ottimo colonnello d’artiglieria: Amedeo, da promesso artigliere, volle rendergli onore.
Vi erano nel parco della reggia alcuni vecchi cannoni di bronzo del Settecento ad avancarica. Amedeo prese la polvere di molte cartucce da fucile, caricò il vecchio cannone, pose una lunga miccia, mise Aimone a far da palo per annunciare l’arrivo del colonnello e quando questi apparve al cancello, diede fuoco. Il vecchio palazzo tremò, il boato si udì per tutta Napoli: pallido, emozionato il colonnello accorse. Questa volta era stata troppo grossa, ed i due colpevoli furono trascinati davanti ai genitori per avere la giusta sanzione. Ma, nel salire la grande scalea, Amedeo diceva al fratello: «Hai inteso che colpo? Io di artiglieria me ne intendo»! Questo spirito avventuroso, questo sorridente arditismo spericolante lo accompagnarono per tutta la vita.

Nelle due foto, da sinistra a destra, Amedeo Umberto Lorenzo Marco Paolo Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni di Savoia-Aosta, in una foto di giovane età (Torino, 21 ottobre 1898 – Nairobi, 3 marzo 1942). E’ stato un generale, aviatore e patriota italiano, membro di Casa Savoia appartenente al ramo Savoia-Aosta. Fu viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941. Nella foto di destra Umberto I (Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia; Torino, 14 marzo 1844 – Monza, 29 luglio 1900) è stato Re d’Italia dal 1878 al 1900.

Infine evento che suscitò un simpatico scalpore europeo, fu durante il soggiorno spagnolo formativo, dove durante una corrida, il giovane Amedeo diede spettacolo all’entrata dell’arena durante lo svolgimento del gioco. Anche in questa esperienza vi fu – da parte dell’istitutore – molta paura. Di contro l’arena fu in tumulto tra applausi, urla di entusiasmo e lanci di cappelli. I giornali madrileni ne fecero un gran parlare e dissero chi era il protagonista: il nipote dell’ex Re di Spagna: Amedeo Ferdinando di Savoia. I giornali del Regno d’Italia censurarono l’accaduto. Tre erano gli elementi fondamentali della sua natura: la noncuranza assoluta del pericolo, che gli veniva da una tradizione secolare di gloria militare e civile; un senso pratico ed ordinato della amministrazione e della vita, che aveva assorbito dai suoi vecchi antenati piemontesi; ed infine una rara sincerità: virtù che ottiene comprensione, anima gli uomini e solleva entusiasmi ed affetti. Fu certo la sincerità più limpida che gli sgorgava dal cuore quella che guidò naturalmente la sua condotta tra gli allievi della Accademia Militare della Nunziatella di Napoli allorché, a 15 anni, fu rinchiuso in quel collegio per iniziare la sua vita militare. I primi periodi per il duca furono duri, ma con il suo carattere ben presto divenne fratello e amico dei suoi camerati, i quali nonostante la confidenza nutrivano sempre grande rispetto per Amedeo. Egli aveva, innata, questa incommensurabile virtù della semplicità che aggioga le anime: virtù che non si può improvvisare, che deve essere innata, che deve avere perciò origini lontane, come in lui le aveva, nei secoli. Aveva 17 anni quando nel 1915 scoppiò la guerra Europea. Scrisse di suo pugno una petizione al Re: voleva andare a combattere per il regio-esercito l’ultima guerra dell’Unità, così come era propagandata. Ma, data la sua età, era obbligatorio il consenso del padre.
Emanuele Filiberto firma: per il giovane ufficiale si spalanca la prima – piccola – avventura della sua vita. Vestito in grigio-verde in un reggimento di artiglieria a cavallo, si reca presso il Monte Sei Busi: impavido sotto valanghe di ferro e di fuoco, si merita una medaglia di bronzo. Dissero di lui: «noi, tuoi compagni, noi soli veramente sappiamo che se non fossi stato un principe di Savoia, la medaglia sul tuo petto sarebbe stata d’argento. Noi siamo testimoni che ci hai perduto ad essere principe». Leggendo la motivazione della sua seconda medaglia – questa di argento, quando aveva 19 anni – si comprende come l’avesse meritata: non vaghe ed altisonanti parole, non retoriche frasi, ma fatti precisi: era veramente un soldato, ed alla prova del fuoco quella sua temerarietà infantile, si era trasformata in ragionata e consapevole virtù guerriera.
Durante la guerra carsica, recatosi a visitare una trincea – che un generale aveva fatto costruire e che personalmente illustrava -, la quale doveva fungere a modello ed esempio di come sarebbero dovute essere strutturate tutte le trincee, egli non espresse giudizio guardando muto l’opera che pur era costata tanta sollecitudine e tanta fatica, finché, alla reiterata domanda espressa dallo stesso generale: «che gliene sembra Altezza Reale», Amedeo non esitò a rispondere nella sua invincibile sincerità: «la sto studiando attentamente per evitarla»! Questo episodio riferito da Beretta a De Vecchi trova il suo riscontro in altri successivi di epoche diverse, come ad esempio quello di quando, deliziandosene perdutamente, vide nel cielo di Gorizia – ove egli allora era addetto – un aeroplano eseguire la più ardita gamma di loopings, di tonneaux, di virate, di cabrate che si fossero mai viste e che pur erano severamente proibite; ed accanto a lui, vi era furente il comandante della brigata aerea, il quale si avvicinò all’avventuroso giovane pilota appena atterrato per comunicargli di tenere gli arresti. Amedeo era pieno di ammirazione, si avvicinò al giovane ufficiale, lo prese sotto braccio, gli disse: «che bello, ma perché non me lo ha detto che sarei venuto con lei»?

Nelle tre immagini da sinistra a destra. Il nonno di Amedeo: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (1845-1890), era figlio del primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II. Fu re di Spagna (1871 -1873) e il primo duca d’Aosta, capostipite del ramo Savoia-Aosta; al centro il padre: Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Alberto Genova Giuseppe Maria di Savoia-Aosta (1869 – 1931) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, ed un generale italiano; infine il fratello Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia-Aosta (1900 –1948) è stato un membro di Casa Savoia, appartenente al ramo Savoia-Aosta, e un ammiraglio italiano. Fu anche re di Croazia con il nome di Tomislavo II, senza però mai prendere possesso del trono.

Quel giovano era il tenente Tait, che divenne poi il suo aiutante di volo e non lo abbandonò mai più: gli fu vicino nell’ora estrema. Finita la grande guerra, nel 1919 Amedeo se ne andò con lo zio in Somalia. L’amore dell’Africa lo dominava dall’infanzia, da quando bambino se ne andava al porto a vedere le navi che partivano. Abitava con lo zio un bungalow nel villaggio di Afgoi, a 20 Km. da Mogadiscio. Quel vecchio marinaio ed esploratore, quella grande anima chiusa ed ardente di Luigi di Savoia, che conobbe tutte le altezze tutte le discipline e tutte le rinunce, stava trasformando un lembo di Africa con la sua tenace volontà di colono.
Il senso eroico della vita non aveva bisogno di insegnarlo al nipote Amedeo, poiché era impresso nel suo spirito. Ma altre cose gli insegnò, rimanendo impresse e gli servirono da viatico quando si trovò venti anni dopo a dominare il vastissimo territorio dell’Etiopia. Gli fece comprendere la tenacia delle opere durevoli: ad amare la terra che risponde all’uomo che la lavora e la feconda col suo sudore. «Non mi sbaglio, – diceva suo zio –, ma se noi vogliamo, la Somalia ha un grande avvenire: canna da zucchero, cotone, arachidi, alberi di kapoc, possono rendere enormemente». Queste nozioni gli servirono come vedremo, più tardi, e le mise in pratica.
Rimase sei mesi presso lo zio e poi ritornò facendo il giro del Capo di Buona Speranza, ma si ammalò e dovette sbarcare a Zanzibar, ove stette un mese tra la vita e la morte, soccorso dalla madre, accorsa subito al suo capezzale. Della sua malattia e delle angosce materne troviamo indelebile nobilissima traccia nelle pagine scritte dalla duchessa madre nel suo libro: «Ma vie errante».
Ritornato in Patria nel 1920 fu destinato a Palermo. Era l’epoca tremenda del dopoguerra italiano, quando imboscati e disertori si riunivano per dare veste di ideale alla fellonia ed alla viltà. Del resto, sempre, nelle ore torbide della nostra vita nazionale la diserzione diventa un ideale, il tradimento una virtù e l’incitamento alla rivolta esige il suo premio. Fu per sfuggire a tale stato nauseante di eventi, che Amedeo – sotto il nome di capitano della Cisterna – se ne andò in Congo belga, a Stanleyville a fare l’operaio in una fabbrica di sapone. Della sua esperienza disse: «Voglio vedere cosa sarei capace di fare nella vita civile se fossi nato diversamente da come sono nato». Non si può dire che l’esperimento non sia riuscito, perché da operaio semplice divenne capo operaio, e poi assistente, ed alla fine del 13° mese era già vice-direttore della grande fabbrica e stavano per nominarlo direttore, quando dette le dimissioni per ritornare in Italia; e solo allora si seppe chi era. La cronaca pettegola dette un’altra versione di questa strana sosta di oltre un anno nel Congo. Così dopo 13 mesi – dalla lunga esperienza del Congo –, ritornò con una carovana da lui allestita, lungo i grandi laghi equatoriali: il Victoria ed il Tangunica. Sostò ai piedi del Ruvenzori, in memoria dello zio che ne aveva fatto la scalata, ed, ultima tappa del viaggio, prima di imbarcarsi a Mombasa, fu a Nairobi, quella fatale Nairobi, dove doveva venti anni dopo chiudere la sua nobile vita. L’Amore dell’Africa ormai lo teneva, e nel Continente Nero riuscì a farsi destinare nel 1925, rimanendovi per sei anni, fino al 1931, salvo brevi parentesi a Torino per la scuola di guerra, o quella ancor più breve – ma importante – del suo matrimonio nel 1926 con Anna di Francia, la dolce e nobile compagna della Sua vita. Il Regno d’Italia stava riconquistando la Libia, di cui non aveva potuto occuparsi durante la guerra, mantenendo solo la costa. In queste operazioni di polizia che talvolta si tramutavano in vere e proprie e sanguinose battaglie, seguito dal maggiore Volpini, suo aiutante – che doveva poi morirgli accanto da generale sul picco dell’Amba Alagi – Amedeo si distinse perché fu infaticabile e temerario, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, a bordo di aeroplani, mitragliando i ribelli a volo radente, tornando con l’apparecchio crivellato di colpi.
Tutte le marce e le battaglie, di Zella, dei pozzi di Bir Tagritt, Nufilia, Marzuk, Kufra, ricordano il suo nome. Con la occupazione di Kufra la colonia era ridonata totalmente alla patria, e la si poteva oramai attraversare in piena tranquillità dalla costa fino al più profondo deserto. Ritornato in patria alla morte del padre – comandante vittorioso della III Armata, avvenuta nel 1931 –, non solo per il passato glorioso del duca ma per un suo testamento spirituale che rimane una delle pagine umane più nobili e belle che siano mai state scritte, Amedeo divenuto Duca di Aosta, passò l’anno seguente nella aviazione. Si compiva così un Suo ardentissimo voto.
Cinque anni egli passò, assegnato a Gorizia, e dimorante con Sua Altezza Reale Anna e le sue due figliuole nel malinconico castello di Miramare: cinque anni, quale comandante, prima di stormo, poi di brigata aerea, indi di divisione.
Le sue squadriglie erano ragione di orgoglio per l’ala Italiana, per precisione di volo, per disciplina e coraggio ed allenamento di piloti. Intanto si era svolta la conquista dell’Etiopia. In uno slancio concorde di volontà l’Italia aveva conquistato un Impero; ed egli, andati via i due primi Vice-Re manifestò, per la prima volta nella vita, il desiderio di un comando.

Amedeo di Savoia, duca d’Aosta con i genitori, durante il primo conflitto. ©Maurizio Lodi

Era un poco rischioso, specie dopo un ultimo e grave attentato al Governatore del tempo, ed il Re era titubante, ma egli insistette, ed eccolo infine partire il 21 Dicembre 1937 da Napoli, Vice-Re dell’Etiopia. Queste sono vicende recenti, ogni Italiano le conosce, ed io non ho che da riassumere solo qualche dato, qualche fatto saliente che aiuti a mettere in rilievo la figura del nostro Principe. Egli sbarcò a Massaua, e la prima sosta fu al cimitero di Dogali, a salutare i cinquecento, i morti di De Cristoforis, ancora allineati in ordine di battaglia, sotto la terra arsa. Arrivato ad Addis Abeba si accorse subito che tra i veri pionieri si era mescolato un piccolo mondo di profittatori, e non esitò a buttarsi a corpo perduto per eliminare le iniquità, per mettere ovunque ordine e pulizia; non esitò a dire ai suoi funzionari: «se non mi chiamassi Savoia vorrei fare a cazzotti con certa gente»! Memore degli insegnamenti dello zio indimenticabile, Amedeo cominciò subito a realizzare un vasto piano di sfruttamento agricolo e minerario del vastissimo Impero.
Spesso egli asseriva: «gli Italiani non sanno quale immensa ricchezza essi hanno conquistato». Nell’Amara vi erano i giacimenti immensi di lignite e di torba, cave di marmo e di argilla, e c’era da sviluppare la industria del baco da seta. Nel Calla Sidama vi erano miniere di ematite e di limmite ed i grandi fiumi auriferi, le immense foreste ove già erano state catalogate ottantaquattro specie di legno pregiato. La foresta di Belleltà, non tutta ancora esplorata dall’uomo, poteva rivelare incredibili sorprese, sgominante quale era per la sua vastità, intersecata da fiumi torrenti e ruscelli, sbarrata da alberi secolari, intrecciata da liane, fauna favolosa di scimmie, di leopardi neri, di pitoni e bufali ed elefanti e rinoceronti. Nell’Harrarino le foreste degli Arussi, piene di podacarpi ed eucalipti gonfi di cellulosa, e le piantagioni di caffè e le miniere di mica. Nella Eritrea e nella Somalia il cotone, i semi oleosi, nella Migiurtinia l’incenso, la mirra, lo stagno.
Né aveva trascurato con sotterfugi ingegnosissimi che, dalle Indie olandesi, gli fossero inviati i semi del caucciù per svincolare la patria da questo gravoso tributo allo straniero. Era un mondo favoloso che si apriva al lavoro degli Italiani, già da secoli dispersi per tutto l’orbe terraqueo in cerca di pane: colà milioni e milioni di lavoratori avrebbero trovato sfogo e ricchezza! Questa era la sua opera dunque, grandiosa opera, alla quale si accinse con tutto il fervore dell’anima.
Ogni domenica, libero dai fardelli burocratici, dagli incartamenti e dai ricevimenti, si dedicava alle visite nei punti più lontani dell’Impero con il suo apparecchio ad Elolo, su piste di fortuna tra il Kenia Italiano e quello Inglese, ove c’era un presidio con un solo tenente bianco ed una banda di Dubat. Quel povero tenente non vedeva un bianco da sette mesi, rimase confuso e quasi singhiozzava quando riconobbe il Vice-Re che scendeva dall’aeroplano su quel campo di fortuna. In quell’angolo sperduto di mondo il Duca, sotto una tenda, divise con quell’ufficiale un piatto di pasta preparato dai Dubat.
Amedeo, nel viaggio di ritorno, ricordando gli occhi umidi, la voce trepida di quel tenente, asseriva ai suoi compagni di volo: «ci vuole tanto poco a fare contenti gli uomini»!
Un’altra domenica, a Ricchiè, un vecchio centenario, saputo dell’arrivo del Vice-Re in quella sperduta località, si fece portare alla sua presenza in barella da due servi. Si prosternò nella polvere, disse: io ho perduto un figlio in battaglia per l’Italia, io sono fiero di avere perduto mio figlio per te. Ed Amedeo concludeva, nel viaggio di ritorno: «la poesia è la sola regola della vita».
Un’altra domenica a Debra Sina, davanti ad una banda di 600 uomini ve n’era uno, alto quasi come lui, Basciai Uoldié, che era stato il più acre nemico degli italiani, il quale aveva tagliato a suo tempo il ponte di Termaber per ritardare la marcia italiana su Addis Abeba, che era considerato, ed a giusto titolo, un eroe nazionale Abissino. Basciai Uoldié aveva dichiarato che non avrebbe fatto atto di sottomissione ad altri che al Vice-Re in persona, ed Amedeo non aveva atteso che andasse da lui; volle – di contro – andare davanti lui stesso al suo valoroso avversario e stabilì che tutti gli uomini della banda avrebbero conservato le armi. L’indigeno si pose un ginocchio in terra e disse: «giuro di servirti, fino alla morte». E mantenne la parola, perché tre anni dopo perì da prode, combattendo per il Regno d’Italia. Alla inaugurazione della strada Dancala tra Dessié ed Assab – lunga 1000 chilometri -, un’opera romana costruita sotto il sole ardente dai nostri operai.
Uomo anche vicino ai lavoratori italiani in Africa Orientale: lungo le strade dell’Impero, numerose erano i tumoli degli operai deceduti per incidenti sul lavoro. Spesso Amedeo si fermava per l’ultimo saluto agli scomparsi: «Questi tumuli», diceva il viceré, «che si snodano lungo questa strada grandiosa sono come gli acini di un rosario, il rosario del lavoratore Italiano». Tale atteggiamento lo portò ben presto ad essere stimato e rispettato sia dai civili che dai militari.
Nelle ultime sue visite, sulla fine del 1939 fu a Bonga, nel Galla Sidamo, tra i pigmei. Tutta la popolazione indigena era schierata nuda lungo la strada, uomini e donne. La popolazione – che ancora accendevano il fuoco fregando due pezzi di legno – possedeva armi ancora primitive, e gli italiani, se consideriamo strettamente il periodo del comando del viceré monarchico, portarono civiltà e prosperità, abolendo le vessazioni alla popolazione civile del viceré fascista Graziani. Riportiamo un passaggio del bellissimo romanzo I fantasmi dell’Impero del trio Cosentino-Dodaro-Panella: «Sua Altezza Reale il Duca Amedeo di Savoia Aosta non aveva avuto fretta a riceverlo […]. Il suo rapporto stava sulla grande scrivania del nuovo Vice Re ordinatissima, così diversa da quella di Graziani, sempre ingombra di carte […]. Per carità, il duca era stato cortesissimo. Lo aveva accolto in piedi, sorridente, in uniforme da generale dell’Aeronautica, sovrastandolo di trenta centimetri buoni dall’alto dei suoi due metri, e gli aveva calorosamente stretto la mano. L’ufficio era lo stesso di prima, eppure niente sembrava uguale; anche Mazzi era stato sostituito da un segaligno maggiore di cavalleria piemontese, sicuramente con tutti i quarti di nobiltà in regola. E i saluti fascisti s’erano ridotti al minimo indispensabile: non ne aveva visto fare nemmeno uno da quando era arrivato».
Oggi, gli ex cittadini dell’Impero italiano sono ricaduti nuovamente nelle barbarie: l’abbandono – per causa del conflitto mondiale – del Regno d’Italia, portò queste regioni nel caos più assoluto, dove tiranni senza scrupoli adoperarono per lunghissimo tempo i loro interessi, in maniera brutale.

Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia (Madrid, 29 gennaio 1873 – Villaggio Duca degli Abruzzi, 18 marzo 1933) è stato un ammiraglio, esploratore e alpinista italiano.

Alla soglia degli anni quaranta, oscure nuvole si addensavano sull’orizzonte europeo. La Germania nazista invade la Polonia e la guerra europea era scoppiata. L’Italia vi entrò solo un anno dopo: il viceré ripartì in patria per discutere con il Capo del Governo Mussolini, i limiti delle truppe del regio-esercito in Africa Orientale. Espresse egualmente il suo pensiero, e ne possiamo trovare traccia nei diari di Galeazzo Ciano, nelle affermazioni dei sopravvissuti, nonché nella risposta scritta che egli inviò alle precise domande che gli furono rivolte nel 1940 e delle quali non si tenne, purtroppo, alcun conto: le condizioni militari dell’Impero erano tali che non solo un’offensiva non sarebbe stata possibile, ma neppure una azione difensiva. Avrebbe potuto, sì, esserci una resistenza più o meno lunga, avrebbe potuto l’esiguo corpo di spedizione, sprovvisto di armi per una guerra moderna, sacrificarsi, scrivendo pagine ardenti di gloria militare, ma l’Impero sarebbe stato perduto: i britannici disponevano di continui rifornimenti, dati dall’immenso patrimonio coloniale e soprattutto – in chiave africana – dal controllo del canale di Suez. Nonostante le problematiche Amedeo gioca d’anticipo, è spregiudicato: Mussolini promette la resa dell’Inghilterra con l’operazione tedesca “Leone marino” e l’acquisizione della Somalia britannica e francese, che avrebbe permesso al Regno d’Italia importanti contropartite al tavolo della pace.
Il primo anno si chiuse all’attivo con la spedizione del Somaliland, ma con il sopraggiungere delle armi, delle munizioni, dei viveri provenienti da tutto il Commonwealth, le truppe inglesi passarono alla offensiva mentre il nostro corpo di spedizione ripiegava ordinatamente dall’invasione – tatticamente di scarso rilievo, per mancanza mezzi – del Sudan britannico. In questi tempi amari, pagine che farebbero l’onore e la gloria di ogni popolo del mondo sono pressoché ignorate dagli Italiani, quando non sono calpestate ed irrise. Le pagine di Cheren, fulgide, non meno di quelle delle Termopili, le pagine di Culquabert che vide ad ondate sacrificarsi i Carabinieri Reali, sono oggi un libro chiuso. Sigillato sembra il libro immortale dell’Amba Alagi, ma ben si riaprirà un giorno se è vero che la patria è una verità eterna e che, nel nostro breve cammino mortale, la gloria illumina il cuore degli uomini.
L’ultimo consiglio di governo al Ghebì di Addis Abeba fu tenuto il 3 aprile del 1941. Con 3.800 uomini il viceré salì i 3.400 metri dell’Amba Alagi. Il 16 maggio, dopo 43 giorni di assedio e dopo avere reiterate volte respinto le intimazioni di resa, le condizioni erano queste: il comando italiano aveva ridotto gli effettivi a 2.500 uomini, poiché 1.300 erano periti negli aspri combattimenti, non esisteva più un solo colpo di cannone, vi erano ancora pochi caricatori per le armi leggere, i pochi muli erano stati già tutti sacrificati, la sete era allucinante, ma dalle pendici del monte si vedeva avvicinare sempre più una marea di fute bianche, i 30.000 armati di Ras Seium. No, non vi era più scampo! Ed il duca che aveva cercato più volte la morte su quell’Amba desolata, che aveva visto morire attorno a sé i migliori suoi fidi, pensò che aveva il dovere di risparmiare l’orrenda carneficina che attendeva i superstiti, adesso che era salvo l’onore della bandiera. Mandò fuori il suo Volpini a trattare con gli inglesi; ma gli armati di Ras Scium non rispettarono la guarentigia della bandiera bianca, una scarica di fucili uccise lui e gli altri parlamentari, così che furono gli inglesi a dover recarsi dal duca; e due giorni dopo vi fu la discesa dall’Amba Alagi.
Amedeo di Savoia fu l’ultimo ad abbandonarla dopo avere diviso con i superstiti le poche cose ed il danaro che gli restava; ma prima si recò nel forte Toselli, dove due giorni prima era stato sepolto il generale Volpini, l’amico del cuore, che per 15 anni aveva – ai suoi ordini – diviso la gioia e le asprezze della sua vita, ed aveva pagato l’estremo tributo alla sua granitica fedeltà. Venne portato ad Adi Ugri ove restò 15 giorni, chiuso in una piccola casa, in attesa della sistemazione definitiva, e fu ad Adì Ugri, nel chiuso di quattro pareti che seppe dalla radio della medaglia d’oro al valor militare assegnatagli da Sua Maestà il Re: «ho seguito con viva affezione e con ammirata fierezza la tua opera di comandante e di soldato. Ti ho conferito la medaglia d’oro al Valore Militare, desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria». Sì! Egli si sentiva di essere il depositario dei mille e mille caduti nella difesa dell’Impero; nel suo cuore batteva quello di una moltitudine di morti e di superstiti.
La Sua nuova dimora fu stabilita a Nairobi. Gli fu assegnato il villino da caccia di Lady Me Millan, a 70 Km da Nairobi, edificio abbandonato da anni, infestato da pulci, da zecche e da topi, e dovette personalmente per una settimana intera, aiutato dai suoi, provvedere a liberarsi – per quanto possibile – da questi ospiti indesiderabili.
Le gazzette inglesi farneticavano sulla libertà di cui godeva il principe, che poteva recarsi ove volesse, ospite, dicevano, e non prigioniero di Sua Maestà Britannica; che da Addis Abeba gli erano stati portati i suoi cavalli, che possedeva una automobile per i suoi spostamenti. La verità era un’altra: Amedeo non poteva andare al di là di 380 m dalla casetta, vigilato da un bene attrezzato e numeroso corpo di guardia, ed invece dei cavalli e dell’auto, esisteva una carrozza di cui si servivano gli ufficiali inglesi, che dopo una settimana l’avevano resa inservibile. Era un prigioniero, come gli altri, che ebbe la prima lettera dei suoi dopo sette mesi di prigionia, e niente lo feriva e lo umiliava più delle letture delle riviste sud africane ed inglesi che gli ufficiali di guardia gli mostravano. In una si diceva che, sull’impegno della sua parola di onore, gli sarebbe stato concesso di andare in Italia a rivedere la sua famiglia. Il rossore gli salì al viso. Come si poteva pensare che egli avrebbe accettato un simile privilegio? Un’altra volta lesse in una rivista sud africana che i suoi magnifici soldati erano i «contemptible scavengings in the biways of the battle».
Umiliato, depresso, in quella solitudine disperata rotta solamente dalle notizie sempre peggiori che giungevano dai lontani campi di battaglia europei, fu punto un giorno da una zecca, e ne risultarono altissime febbri a tipo tifoideo, che gli durarono settimane e lo ridussero allo stremo, mentre il suo medico, il dottor Borra, invano chiedeva di poter fare delle analisi e degli esami speciali, ed invano chiedeva medicinali. Appena rimessosi chiese ed ottenne di poter recarsi al Comando del Campo da cui dipendeva, per avere la assicurazione che le donne ed i bambini internati nel Kenia sarebbero stati evacuati per primi, con precedenza su tutti.
Voleva entrare nel campo per salutare i suoi soldati prigionieri, ma gli fu vietato, ed allora girò attorno al filo spinato entro il quale erano rinchiusi, mentre i suoi vecchi soldati gli gridavano parole di amore. Fu visto pallido, diritto, con gli occhi gonfi di lacrime, e non si vergognò di dire a chi lo accompagnava: «talvolta piangere è una felicità»! Ma la febbre tornata altissima dimostrava i sintomi inequivocabili della malaria. 
In quell’organismo, debilitato dalla lunga sofferenza morale, dalle privazioni fisiche durate nelle lunghe settimane di assedio sull’Amba Alagi, i lunghi attacchi febbrili determinati dalla insalubrità del luogo, portarono il duca alla morte.

Nelle tre foto da sinistra a destra: la tomba del viceré Amedeo a Nairobi, capitale del Kenya; cartolina di propaganda che mostra un fante italiano coloniale, che riprende le fattezze del duca d’Aosta, intento ad attendere il momento del ritorno italiano; foto, antecedente al conflitto, di Amedeo di Savoia duca d’Aosta, viceré dell’Africa Orientale Italiana.

Quando si recò a trovarlo il maggiore Ray Wittit, unico tra gli ufficiali inglesi che, avendo in tempi felici conosciuto il duca di Aosta, non aveva dimenticato l’omaggio che a lui si doveva nella sventura, quando andò a trovarlo e lo vide in quelle condizioni, su quel lettino di ferro ove non poteva allungare i piedi, con gli occhi lucidi di febbre, nella più grande desolazione, non poté contenere il suo sdegno, che esplose in sacro furore: questo era il modo di trattare un principe reale della più vecchia dinastia regnante di Europa? Questo era il modo di trattare un glorioso nemico, leale e cavalleresco, tenendolo lì, a 70 km dal consorzio umano, in quella casetta abbandonata al limite di una foresta? Questa era la asserita, vantata ospitalità del Re di Inghilterra? Così riuscì ad ottenere che, a spese del duca, questo fosse ricoverato in una casa di cura, La Maja Cumbery Nursing Home.
Ma oramai il destino era segnato, ed ecco allora – per salvare la faccia – il medico inglese che appare all’ultima ora, ecco anche affacciarsi quel Rennel Road, compagno di giochi della sua fanciullezza, quando il padre era ambasciatore in Italia nei tempi felici. Il padre che amava ed era riamato dagli italiani aveva scritto al figlio: ricordati di quanto dobbiamo ai duchi di Aosta, e sii di conforto al prigioniero.
Ma il figlio era andato all’aeroporto, aveva salutato con ostentata indifferenza lasciando di ghiaccio il duca che gli era andato incontro per abbracciarlo; ed ora, eccolo lì, vicino al suo letto di morte: «Che sei venuto a fare ora? – gli disse il duca – ora è tardi, vattene». Si, oramai era tardi per le finzioni del mondo; adesso voleva essere solo con Dio e con i pochi fidi superstiti, per prepararsi a morire; oramai aveva gli occhi chiari della morte che guardano con distacco le cose vane e caduche. Il 1° marzo il comando inglese, convinto ormai della fine imminente, consente infine agli amici del duca di recarsi al suo capezzale.
«Scrivi, scrivi, io ti detto, ho paura di non fare in tempo, scrivi; giunga l’estremo saluto ai miei soldati di terra, del mare e del cielo, compagni di arme di tante campagne d’Italia e di Libia. Ai miei camerati di prigionia, ed a tutti quelli che con indomito valore mi hanno seguito in questa epopea africana, lascio il retaggio di portare il tricolore sulle Ambe dove i nostri morti montano la guardia. Scrivi, Verin, scrivi: riaffermo al mio Re, in questa ora suprema la fedeltà di tutta la vita». Poi asserisce al dottor Borra: «quante volte, caro dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull’Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto. Ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale». Padre Boratto gli somministra i Sacramenti la sera del 2 marzo: mancano poche ore alla fine, ed il duca dice al cappellano militare «come è bello morire in pace, con Dio, con gli uomini, con se stesso. Questo solo è quello che veramente conta».
Alle ore 3:56, al duca sopravviene la fine. La morte del duca d’Aosta ci ha lasciato un pezzo di quel Regno d’Italia, oggi scomparso, che tanto di buono aveva prodotto per aumentare il prestigio nazionale fuori dal Bel Paese. Oggi, egli diviene esempio distinto di capacità umane e militari: un esempio gestionale per la classe politica. 
Per approfondimenti:
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo duca d’Aosta e Viceré d’Etiopia, Mursia, Torino, 1985;
_Dino Ramella, Il duca d’Aosta e gli italiani in Africa orientale, Daniela Piazza Editore, Torino, 2017;
_Gigi Speroni, Amedeo d’Aosta, L’eroe dell’Amba Alagi, Rusconi, Milano, 1998.
_Cosentino-Dodaro-Panella, I fantasmi dell’Impero, Serlio Editore, Palermo, 2017.

 

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