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A proposito di Bandini

di Marzia Casilli del 31/08/2016

Chiedi alla polvere di John Fante è stato uno dei romanzi della mia tarda adolescenza che ha contribuito a farmi innamorare e temere gli scrittori, probabilmente anche a farmici diventare. Di quando in quando allungo la mano su uno dei miei comodini incasinati e me lo rileggo, come sta accadendo in questi giorni di brevi viaggi e spostamenti continui.

Chiedi alla polvere (Ask the Dust) è un film del 2006, diretto da Robert Towne, con protagonisti Colin Farrell e Salma Hayek, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di John Fante.

Arturo Bandini, in tutta la sua sprovveduta romanticheria da scrittore ossessionato dalla scrittura è stato uno dei miei primi amori, uno dei primi in cui mi sono timidamente specchiata. Ventitreenne squattrinato, di origini italiane abitante abusivo di Los Angeles, vive nella camera sudicia malamente ammobiliata di un motel, che non riesce mai a pagare. Ruba del latte, mangia solo arance perché non ha soldi per comprare altro, quindi stomaco sconquassato, succhi gastrici e tensioni di ogni genere lo attanagliano, ansia perenne, angoscia e inquietudine, ma a casa ( una casa in cui a nessuno frega niente di racconti, romanzi e scrittori, anzi: perché diavolo si sia intestardito a voler fare un mestiere così strano? Ma poi è un mestiere? Certo che no. Che tornasse a casa piuttosto!), lui scrive che tutto procede alla grande nella metropoli, è in contatto con famosi editori e il suo romanzo-capolavoro è quasi pronto. Ancora un po’ di pazienza e con il suo immenso talento farà una gran fortuna.

Ma il nostro Arturo Bandini, a parte un brevissimo racconto semisconosciuto non ha ancora pubblicato niente di niente, e nemmeno ha scritto una sola parola del romanzo che vorrebbe pubblicare. Un vero genio incompreso, con un talento così nascosto da non riuscire a farlo venire fuori.
Disperato, con le classiche caratteristiche da sognatore, Arturo Bandini si avventura per le strade polverose di Los Angeles, si affaccia dalla sua minuscola finestra e ingoia con gli occhi l’oceano, le palme, la spiaggia che da lontano brilla come un prato di spilli sotto al violento sole californiano.
All’inizio del romanzo, le ossessioni di Arturo Bandini sono due: la scrittura e Dio.
Eh si Dio. Perché lui è un religioso che disperatamente cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico, perseguitato dal senso di colpa, dalla ricerca spasmodica del perdono dei peccati, anche se lui è uno che li ama i suoi peccati, e dalla salvezza da se stesso. Perché lui sa benissimo che razza d’individuo si trova davanti a quello specchio mezzo rotto: uno scrittore.
L’essere umano peggiore. La scrittura lo tormenta come la più irraggiungibile, bella e meravigliosa delle donne, lui non vive perché anche mentre vive sta scrivendo. I momenti gli sfuggono dalle mani perché è perennemente li a descriverli. Una dote infernale che lo porta a perdersi da se stesso per poi ritrovarsi purtroppo sempre lo stesso, alienato dalla vita, arriva in un posto chiedendosi che diavolo ci faccia li, ovunque vada, vorrebbe sempre essere da un’altra parte. Qualsiasi cosa lui stia facendo, non la sta facendo, la sta scrivendo. E chi non capisce una simile follia, non può considerarsi uno scrittore.
Perché chi ha questa maledetta vocazione, Arturo Bandini, lo capisce fin troppo bene. Vorresti sederti accanto a lui, mentre si dispera sulla macchina da scrivere, spettinargli i capelli unti, poggiarti sulla sua spalla sudata e dirgli che c’è una soluzione. Certo, se poi lui ti chiedesse qual è, non sapresti che dire e ti metteresti anche tu, come lui, a innamorarti dell’oceano e le palme altissime di Los Angeles, e vi disperereste insieme con una bottiglia di whisky scadente e una mezza dozzina di arance.
Ma come dicevo, le ossessioni di Bandini all’inizio del romanzo sono due, poi diventano tre. Ecco che Arturo Bandini nel quarto capitolo incontra l’amore. Tutti gli scrittori lo cercano e tutti gli scrittori non lo vogliono quando lo trovano. Anche qui, peripezie, giochi di prestigio letterari, acrobazie emozionali, per conquistare Camilla Lopez, la sua principessa maya, dal contorno del viso lieve, e le pelle olivastra e i denti bianchi e il naso piatto, e poi nel dodicesimo capitolo eccolo che finisce a letto con un’altra donna, Vera Rivken, fingendo che sia Camilla. Camilla, sarà il posto sbagliato in cui Arturo decide di restare.
Perché noi amiamo i posti sbagliati, i posti sbagliati hanno sempre un panorama mozzafiato che speriamo ci si riversi dentro. E succede, quasi sempre succede che si mischi al nostro paesaggio interno. Ma quella tra Arturo Bandini e Camilla Lopez non è una storia vissuta, non è nemmeno una storia. Lui non riesce a farla sua, non riesce ad afferrarla questa farfalla messicana, la odia, la ama, la rinnega, la cerca disperatamente. Vorrebbe passare una notte con lei, il suo desiderio di dormirle accanto anche una sola notte, una soltanto, lo fa tremare, annegare nell’ingorgo di parole che non riesce a dirle.
Uno scrittore senza parole, il paradosso di Bandini. Il paradosso degli scrittori.

John Fante (Denver, 8 aprile 1909 – Los Angeles, 8 maggio 1983) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense.

Ma poi Bandini lo fa, fa quello che ogni scrittore sincero, onesto e disperato dovrebbe fare: riassume la sua inabilità di vivere nella sua incapacità di amarla, di confessarsi a lei, nel suo palpitante, disagiante, vivo, misero e immenso sentimento di uomo. Perché certi brividi, quelli come Bandini è difficile che li confessino persino a se stessi. Mani in tasca, sguardo in alto e si fa finta di niente “Sentii le sue mani che mi cercavano, e le mie che cercavano invece di scoraggiarle”. Oh ma se tu sapessi Camilla…se solo tu sapessi. Arturo Bandini è per me il giovane Holden Caufield ormai ventitreenne, vago e solitario per le strade color ruggine di Bunker Hill. Arturo Bandini è ogni sacrosanto scrittore degno di questo indegno nome. E’ il prototipo dell’illuso per eccellenza, del sognatore povero custode di un grande talento artistico che gli permette di vedere il mondo, i rapporti, i sentimenti da una prospettiva del tutto singolare. E John Fante, beh basterebbe dire che era uno dei pupilli del vecchio Bukowski,stilisticamente perfetto in una prosa leggera, asciutta e pulita, cosparsa da uno humor sottile, un registro linguistico che a leggerlo d’un fiato, come accade a me, fa pensare a una canzone, i racconti ispirati a Bandini sono i miei preferiti, Chiedi alla polvere, lo considero uno strambo manuale di sopravvivenza per gli scrittori e Aspetta primavera,Bandini in cui Arturo era ancora bambino, il bozzolo di uno scrittore, è il primo capolavoro Fantiano. Fante è emozionalmente imparagonabile, lo leggo e lo rileggo da anni, lo studio, lo imito, lo ammiro, lo odio per questo talento spropositato, lo amo per la capacità che ha di estraniare da se stesso chi lo sta leggendo, con lui si vive in parallelo. Ed ora: aspettiamo insieme primavera, Bandini!

Per approfondimenti:_John Fante, La strada per Los Angeles – Edizioni Einaudi
_John Fante, Aspetta la primavera, Bandini – Edizioni Einaudi
_John Fante, Chiedi alla polvere – Edizioni Einaudi

 

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