Vedi la Libia osserva l’Egitto (1)

di Francesco Di Turi del 30/06/2016

Il non-luogo più adatto da cui prendere le mosse e concentrare tutta l’attenzione è il fuoco ad oggi più italocentrico della questione euromediterranea, la Libia. Dall’attualità libica delineiamo l’intera questione nel suo senso generale; dal senso generale si getterà luce sulla situazione libica andando ben oltre quell’attualità senza per questo perderla di vista.

La questione libica è infatti incomprensibile senza una visione globale della scacchiera su cui si dispongono i diversi attori di questo mosaico in frantumi che è il Grande Medio Oriente (GMO) nel suo caos interno, scenario che va considerato con un occhio rivolto al suo legame diretto con l’Europa e l’Africa sub-sahariana e, indiretto (la nazione iraniana fa da provvidenziale e storico cuscinetto) ma importantissimo, con le propaggini più occidentali dell’Asia islamico-sunnita non araba (Afganistan-Pakistan).
Questi ultimi legami resteranno in questo momento non discussi, ma è bene che si sottolinei fin da subito che queste propaggini, legami diretti e indiretti, si pongono in forte connessione con ciò di cui vogliamo trattare in quanto elementi altamente significativi per comprendere realmente il senso unitario della questione.
Ciò che da tutti è riconosciuto nella sua evidenza è la crisi della forma Stato, della statualità, in sempre più numerosi paesi del GMO, del mondo arabo in particolare, nella peculiarità sunnita in specie. La Libia si può considerare rispetto a questa crisi come esempio in certo qual modo paradigmatico, fatta salva la sua irriducibile specificità. Ciò che accade in Libia, infatti, ha molto in comune con altre dinamiche della stessa crisi dello Stato quali quelle in corso in Iraq, in Siria o in Yemen e che, a catena, potrebbe coinvolgere, a causa della stessa omogeneità storico-politica in cui si situano, ogni altra statualità mediorientale.
C’è un’omogeneità di fondo tra questi fenomeni pur nelle notevoli differenze che ognuna di queste singole crisi effettivamente presentano e che certo vanno tenute nel debito conto.
La dimensione della statualità, lo Stato, è una categoria politica moderna di matrice occidentale, di germinazione italiana (machiavelliana) che spesso e con troppa disinvoltura adoperiamo impropriamente per connotare realtà sociali e comunità che non si lasciano definire adeguatamente da tale forma giuridica della convivenza civile; ai nostri occhi essa appare chiara e distinta eppure se applicata ad altri contesti rispetto al nostro, qual’è quello libico, il concetto di Stato rischia di rendere la comprensione più confusa, inefficace e, cosa più grave, fuorviante.
La Libia di Gheddafi, apertis verbis, non era un vero e proprio Stato così come noi siamo soliti pensarlo, era piuttosto un ordine ideologico-militare imposto con un misto di forza e compromesso che teneva avvinto a sé la molteplice conformazione tribale, secolare, dell’entità territoriale denominata Libia.
Il venir meno della forte e salda autorità dopo un periodo quarantennale ha letteralmente frantumato l’equilibrio, atomizzandolo e dando il via ad una guerra di potere tra atomi tribali, ricollocando al tempo stesso e di fatto lo spazio libico in un processo storico qualitativamente altro, decisamente altro, rispetto ad ognuno di quelli visti a partire dalla sconfitta turco-ottomana da parte italiana nella guerra del 1911-1912.
È una forzatura eccessivamente semplicistica, solo in parte accettabile, parlare di una effettiva bipolarità delle due «autorità» libiche di Tobruk (filo-USA) e di Tripoli (milizie islamiste) perché la questione più rilevante non sta tanto nella rottura dell’equilibrio a seguito del dissolversi del regime gheddafiano quanto nelle nuove direttrici di senso storico-politiche in cui la crisi della statualità libica e mediorientale in genere si collocano di fatto. È solo perché ha fatto irruzione questa nuova direttrice di senso storica e politica che trova spazio e sembra consolidarsi un terzo polo nel territorio libico, quello del Califfato con base a Sirte e ramificazioni sempre più floride.
Guardiamo l’Egitto per gettare luce sulla Libia. Perché il nuovo corso di potere egiziano preme per un intervento penetrante e militare in Libia? Forse per rispondere all’esecuzione dei cittadini egiziani catturati dalle forze jihadiste afferenti al Califfato? Perché teme e vuole quindi contenere un’endemica instabilità al suo confine? Sì, ma solo in parte.
La ragione principale va ricercata altrove. L’Egitto, che già da tempo osserva i fatti libici con preoccupazione, ha cominciato ad operare anche militarmente in territorio libico perché ha compreso, sicuramente subodorato, che l’entrata in scena ufficiale dell’Isis nel paese limitrofo potrebbe accompagnarsi ad una reale forza di coesione delle realtà tribali libiche da parte jihadista. Questa forza di coesione non va pensata in relazioni alla reale potenza di fuoco di cui i militanti di al- Baghdadi dispongono sul campo quanto, piuttosto, con la tutt’altro che improbabile predisposizione al progetto califfale delle comunità tribali libiche, forse meno da parte della società civile cittadina. Non deve essere considerato con troppa sufficienza l’esiguo numero degli «effettivi» jihadisti presenti in territorio libico. È sì importante il fattore numerico ma questo passa decisamente in secondo piano rispetto al fatto storico-politico che potrebbe derivare dalla loro concreta presenza e attività di rivendicazione e legittimazione del Potere in tutte le sue forme.
Vista con gli occhi dei gruppi sparsi che compongono in forma molteplice e territorialmente disomogeneo il fenomeno jihadista, la molteplicità tribale delle cellule presenti in Libia sono solo un semplice tassello della Umma, la comunità dei credenti musulmani. Il territorio libico è quindi elemento tattico importante anche se non necessariamente indispensabile al progetto generale califfale. Le tribù territoriali e famigliari di cui sono espressione i due o più contendenti libici sono più che altro gruppi di milizie di estrazione anche tribale, in lotta fra loro, e che, in mancanza di un ordine superiore capace di tenerle a freno e di garantire il compromesso reciproco, non fanno altro che alimentare un disordine, un Ausnahmezustand, un «stato d’eccezione» che attende solo di essere soggiogato da chi sarà capace di imporre la propria forza garantendo al tempo stesso ordine e prospettiva politica: senso, direzione. Ora, la prospettiva Isis – si capirà ancora meglio nel corso dei prossimi contributi- si pone in questo scenario come un candidato storicamente credibile alla composizione delle forze. Insomma, il rischio che il regime egiziano di al-Sisi vuole e deve scongiurare ai suoi confini è sostanzialmente di questa natura, rischio connesso intimamente alla potenziale crisi interna all’Egitto.
L’Egitto, infatti, deve fronteggiare una situazione di instabilità interna, una spina a due punte nella sua carne, che è, da un lato la situazione perennemente turbolenta ad est, nella penisola del Sinai, in cui è operante un nutrito gruppo di forze affiliate al califfato; dall’altro, l’indecifrabile movimento jihadista attivo nel cuore del paese. Non è un caso, o un inutile sfoggio di crudeltà, la repressione feroce operata verso questi gruppi radicali a cui si aggiunge, a seguito della deposizione del Presidente eletto Morsi, un simile trattamento riservato al residuo apparato della Fratellanza musulmana. L’attuale regime in tal modo non fa altro che porsi in coerente continuità con una lunga tradizione di soffocamento di movimenti di questa natura. Inoltre, per quanto sia oggi ancora improbabile, non va affatto sottovalutata in prospettiva una possibile saldatura tra i gruppi jihadisti simpatizzanti o apertamente in connessione con il progetto politico del Califfato e frange radicali della Fratellanza la cui forza e il cui numero in Egitto nessuno può davvero non riconoscere.
La concreta chance di sfondamento politico prima ancora che militare in territorio libico si potrebbe rivelare, a ben vedere, tanto più possibile quanto più il disordine e la mancanza di una effettiva autorità determinano un vuoto di egemonia politica che attende solo di essere riempito da chi si dimostrerà più abile e risoluto a colmarlo; è questo che l’Egitto vuole scongiurare temendo giustamente i risvolti interni che aprirebbe un simile scenario. È molto importante che non si sottovaluti o non si colga appieno la natura dell’instabilità che vige nei territori libici e mediorientali in genere fintanto che essa avrà ancora dimensioni contenibili e risolvibili.
Una delle foto del lungo convoglio di pickup con a bordo uomini armati e incappucciati e bandiere nere dell'Isis, pubblicate da un sito jihadista, El Minbar, con il titolo "Dimostrazione dell'esercito dello Stato islamico nello stato di Barqa", nome arabo della Cirenaica, la regione orientale della Libia, Il Cairo, 17 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ EL MINBAR++ NO TV NO SALES EDITORIAL USE ONLY ++

Ma perché una forma teologico-politica quel è quella del Califfato, a prescindere dalle sue specifiche declinazioni, può davvero credere di riuscire nel suo progetto? E quali altre condizioni devono essere soddisfatte affinchè una simile eventualità possa realizzarsi? La possibile risposta a queste domande la troveremo solo quando avremo chiarito quella che abbiamo chiamato la nuova direttrice di senso storica e politica non solo della Libia ma di tutto il mondo euromediterraneo e mediorientale. Cosa che cominceremo a fare dal prossimo articolo.
 
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