Breve storia della Siria moderna: dall’indipendenza alla guerra civile (1)

Breve storia della Siria moderna: dall’indipendenza alla guerra civile (1)

di Gabriele Répaci del 19/08/2016

La Siria è ormai, da cinque anni a questa parte, argomento di interesse per i media internazionali a causa del sanguinoso conflitto che sta lacerando il paese. Nella terra dove circa 7000 anni fa l’uomo iniziò a scrivere, sono 273.520 le persone morte dall’inizio delle ostilità. Secondo le stime fornite dalle Nazioni Unite le vittime civili ammonterebbero a 79.585 unità di cui 13.694 sarebbero i bambini e 8.823 le donne senza contare i milioni di sfollati. Insomma una catastrofe umanitaria che ha pochi precedenti nella storia recente.

Palmyra (Παλμύρα), è la fedele traduzione dall’originale aramaico, Tadmor, che significa ‘palma’

Per comprendere come si sia giunti a tale carneficina è necessario ripercorrere brevemente la storia di questo paese degli ultimi settant’anni.
La Siria nacque, de facto, come una Repubblica parlamentare, democratica ed indipendente nel 1946 e negli anni subito successivi all’autonomia conobbe una dinamica politica notevole, dovuta non solo alla nascita di diversi partiti, ma anche, e soprattutto, allo sviluppo di un’opinione pubblica cosciente direttamente coinvolta nelle trasformazioni del paese.
È in questo clima di grande fermento culturale che il 7 aprile 1947 vide la sua nascita l’Ḥizb Al-Ba‘ath Al-‘Arabī (il Partito della Resurrezione Araba), meglio conosciuto come Baʿth, il quale svolgerà un ruolo importante nella storia del paese negli anni a seguire. Il partito, nato per volontà di due professori: Michel Aflaq, cristiano ortodosso appartenente alla classe media damascena, e Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār, sunnita di famiglia borghese, si proponeva sulla scena politica siriana guidato dal desiderio di creare un’unica “nazione araba” socialista e laica, che comprendesse al proprio interno, in tutt’uno omogeneo, tutti gli stati artificiali creati in Medio Oriente all’indomani del crollo dell’Impero Ottomano.
La base sociale del partito era rappresentata dalla piccola borghesia urbana sunnita e cristiana greco-ortodossa di Damasco e dai notabili delle campagne principalmente drusi e alawiti della pianura di Latakia. Nel 1953 in seguito alla fusione con il Partito socialista arabo (Psa) di Akram al-Hawrani prenderà il nome di Partito Socialista della Resurrezione Araba (Ḥizb Al-Ba‘ath Al-‘Arabī Al-Ishtirākī)
Nei tre anni successivi al conseguimento dell’indipendenza vi fu un mutamento repentino nella società tradizionale e nel sistema feudale rurale. Il governo parlamentare era soffocato da gruppi familistici, dal nepotismo e dalla corruzione. Le inefficienze governative e la debole struttura partitica non erano in grado di gestire il necessario periodo di transizione da una società tradizionale a una moderna.
Questi fattori, aggravati dalla guerra in Palestina, condussero alla destabilizzazione del paese. La modernizzazione dell’esercito ebbe un effetto dirompente nella società siriana e nel mondo arabo in generale. L’università era accessibile solo alle classi abbienti. Poiché un esercito moderno richiedeva l’addestramento di ufficiali con un certo livello di istruzione, le accademie e le scuole militari fornirono un’istruzione a un vasto numero di giovani che altrimenti sarebbero rimasti esclusi. Spesso gli istruttori erano francesi o russi, e quindi l’uso delle lingue straniere introdusse gli studenti ai valori, alle ideologie e alla moderna tecnologia occidentale. La carriera militare rappresentò il veicolo più accessibile di mobilità sociale. I militari divennero quindi la forza più coesiva della società siriana, contribuendo in maniera significativa alla formazione di una nuova classe media. Un altro fattore importante fu che venne impartita la medesima istruzione agli ufficiali, fatto che li contraddistinse dagli altri settori della società siriana, dove le differenze educative ponevano problemi di comunicazione.
La Siria si trovò subito coinvolta nel conflitto arabo-israeliano, che da allora influisce pesantemente sulla situazione interna, assorbendo enormi risorse umane ed economiche. La priorità data alla difesa ha inficiato e rallentato l’avvio alla soluzione dei problemi interni e lo sviluppo politico, sociale, economico del paese. Nelle prime elezioni generali del luglio 1947 ebbe la maggioranza il Blocco nazionalista, eroso dalle scissioni, il cui leader, Shukrī al-Quwwatlī, riottenne la carica nell’aprile 1948. Il Partito del popolo (Hizb al-shaʿb) e altre formazioni minori capeggiavano l’opposizione, sfruttando il malcontento causato dalla conduzione della guerra contro Israele. Il governo fu costretto a dimettersi nel dicembre 1948.
La Siria e l’intero mondo arabo vennero duramente scossi dagli avvenimenti in Palestina. La sconfitta araba del 1948 ha segnato l’inizio della fine dei vecchi regimi in Siria ed Egitto. I militari tornarono umiliati, accusando i politici e il vecchio sistema per la sconfitta. I giovani ufficiali siriani assunsero il ruolo di guardiani del prestigio del loro paese e si ritennero gli unici a incarnare la legittimità e l’onore dello stato.
La Siria è stato il primo stato arabo a subire i contraccolpi interni del conflitto arabo-israeliano del 1948. Dal 1949 al 1970 una serie di colpi di stato e tentativi di golpe destabilizzarono il paese. Si scontravano elementi nazionalisti e filooccidentali.
Il 30 marzo 1949, il colonnello di origine curda Husnī al-Zaʿīm capeggiò un colpo di stato, il primo di una serie di interventi militari che intendevano distruggere la legittimità del nuovo sistema politico formato sul modello europeo. Cercò di seguire una politica estera filo-occidentale, rinunciò al disegno della “Grande Siria” presente nelle aspirazioni del giovane stato, e allentò i rapporti con le monarchie hascemite di Giordania e Iraq. Il suo sistema autoritario e la strategia politica determinarono un colpo di stato (14 agosto 1949) guidato dal colonnello Samī Hinnāwī. Al-Zaʿīm e il primo ministro furono giustiziati.
Nel novembre del 1949 si tennero le nuove elezioni per un assemblea costituente. Il Partito del popolo conseguì la maggioranza relativa. Fu nominato presidente provvisorio Hāshim al-Ātasi, che si riavvicinò a Giordania e Iraq provocando l’opposizione dei militari che, sotto la guida del tenete colonnello Adīb al-Shīshaklī, deposero Hinnawī (2 dicembre).
Dalla fine del 1949 al 1951 il Partito del popolo governò il paese e in politica estera assunse una posizione di neutralismo isolazionista. Al-Shīshaklī compì un nuovo colpo di stato (29 novembre 1951) e, grazie alla costituzione approvata nel 1953, la dittatura fu trasformata in un sistema presidenziale, con al-Shīshaklī presidente. Furono adottate misure più liberali, ma l’esercito costrinse al-Shīshaklī alla fuga con un colpo di stato guidato dal capitano Mustafà Hamdun (25 febbraio 1954).
Nelle nuove elezioni del settembre 1954 si affermarono gli indipendenti e i populisti filo-occidentali che puntavano a far aderire la Siria al Patto di Baghdad sottoscritto da Turchia, Iran, Iraq e Pakistan (1955) in funzione antisovietica.

Nella foro Harold Macmillan, il primo ministro britannico, circondato da Feroz Khan, primo ministro del Pakistan, da Adnan Menderes primo ministro della Turchia e da John Foster Dulles, il ministro degli Esteri americano nel corso del Patto di Baghdad al Lancaster House il 28 luglio 1958 a Londra, Inghilterra.

Il nuovo governo intraprese il riavvicinamento a Iraq e Giordania; politica sconfessata dal governo nazionalista costituito il 12 febbraio 1955. Fu eletto presidente Shukrī al-Quwwatlī, che si era rifugiato in Egitto. Iniziò così il processo di integrazione della Siria con l’Egitto, dove erano saliti al potere i Liberi Ufficiali (23 luglio 1952) e si era imposto il colonnello Gamal Abd el-Nasser, il cui regime si fece portabandiera del panarabismo punto di riferimento di tutti i popoli arabi che rivendicavano la propria identità culturale e politica contro le potenze occidentali all’indomani della seconda guerra mondiale e che in Siria era incarnato dal Partito Baʿth. Fu stipulato un patto di mutua difesa con l’Egitto (20 ottobre 1955); fu costituito un comitato governativo per la federazione con l’Egitto (luglio 1956).  In occasione della crisi di Suez si creò un unico comando militare siro-giordano-egiziano (ottobre 1956) furono rotti i rapporti diplomatici con Francia e Gran Bretagna e l’esercito siriano fu posto sotto il comando egiziano (novembre 1956). L’anno seguente fu concluso un accordo di unità economica con l’Egitto (settembre 1957) e truppe egiziane sbarcarono in Siria (ottobre 1957). Il 1 febbraio 1958 fu annunciata ufficialmente l’unione tra Siria ed Egitto che prese il nome di Repubblica araba unita (RAU) presieduta da Nasser. Le condizioni che il presidente egiziano pose affinché la Siria entrasse nella neonata unione furono a dir poco umilianti: ritiro dell’esercito dalla vita politica e scioglimento di tutti i partiti Baʿth compreso.

Il leader egiziano Gamal Abd el-Nasser

Da veri ingenui Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār e Michel Aflaq – il cui partito aveva voluto con insistenza tale unificazione – pensavano addirittura di poter diventare i consiglieri ideologici della RAU, fornendo a Nasser un corpus teorico e insegnando agli stessi egiziani il vero arabismo. Ma l’idea di panarabismo del leader egiziano era ben diversa da quella dei fondatori del Baʿth: mentre questi volevano abbattere le frontiere imposte dal colonialismo Nasser desiderava semplicemente controllare la politica estera siriana per tenere sotto scacco i suoi nemici sia arabi che occidentali. Il Ra’īs mise in piedi una struttura al contempo autoritaria e malferma. Tutte le decisioni venivano prese al Cairo, mentre a Damasco il potere venne lasciato nelle mani di un insulso colonnello della polizia, Abdel Hamed Sarraj, nominato ministro dell’Interno. La capitale siriana venne ridotta a un semplice capoluogo di provincia e le ambasciate estere presenti in città furono chiuse. Gli affari dell’unione, decretò Nasser, sarebbero stati gestiti da un gabinetto centrale del quale avrebbero fatto parte anche due siriani, mentre gli affari interni di Egitto e Siria, ribattezzati rispettivamente Regione Meridionale e Regione Settentrionale della RAU, sarebbero stati affidati a consigli esecutivi locali. Le due regioni avrebbero inviato a loro volta i propri delegati ad un’unica Assemblea generale, con sede al Cairo, composta da 400 egiziani e 200 siriani, ma non liberamente eletti bensì nominati da Nasser stesso. Quando il 28 settembre 1961 la Siria si separò dall’unione con un golpe di destra spalleggiato da Giordania e Arabia Saudita oltre che dalla grande borghesia siriana, spaventata dall’ondata di nazionalizzazioni decretata quell’anno da Nasser, nessuno in tutto il paese sparò un colpo in difesa della RAU. Dopo il colpo di stato che pose fine all’unione siro-egiziana assunse la carica di primo ministro Ma’mūn Kuzbarī e fu varata una costituzione provvisoria (15 novembre 1961). La Siria tornò ad essere uno stato sovrano con la stessa classe dirigente degli anni cinquanta, che reintrodusse norme favorevoli ai grandi proprietari terrieri. Questa situazione perdurò un anno e mezzo.

Nel febbraio 1963 la caduta in Iraq del regime di ʿAbd al-Karim Qāsem, e l’assunzione del potere da parte di un governo bathista, aprì la strada a un parallelo capovolgimento in Siria. L’8 marzo 1963 l’ancien régime fu rovesciato da un gruppo di giovani ufficiali impregnati di nazionalismo arabo e di idee socialiste, in gran parte bathisti.
Il Baʿth fu portato al potere dai militari, e da essi ricevette il sostegno per rimanervi. La ridotta classe operaia era in parte di tendenze pronasseriane, che dominavano nella popolazione rurale. La piccola borghesia era incerta e indebolita, mentre la media e alta borghesia e gli ambienti conservatori sunniti erano contrari alla dominazione bathista. I giovani ufficiali erano in buona parte reclutati fra le minoranze religiose, spesso erano sensibili alle dottrine marxiste e rappresentavano l’ala sinistra del partito. Il potere si concentrava sempre di più nelle mani dei militari. Fu intrapreso un percorso per uno sviluppo del cosiddetto socialismo arabo, tentando di liquidare le basi economiche della vecchia élite che era già stata eliminata politicamente. Fu applicata la riforma terriera. Dopo violenti scontri con le forze più conservatrici furono nazionalizzate le aziende commerciali e industriali.
Il 1963 è stato un anno decisivo nella storia moderna siriana. Con il colpo di stato bathista emerse una nuova composizione della classe politica siriana. Subirono un repentino mutamento le relazioni tra i sunniti e i non-sunniti, popolazione urbana e rurale, classi ricche e povere, gruppi politici conservatori e progressisti.
Dal 1942 le posizioni di potere erano concentrate nelle mani dei sunniti urbanizzati (soprattutto damasceni e, al secondo posto, aleppini), appartenenti alle classi agiate e ai partiti politici conservatori. I membri delle minoranze religiose (soprattutto quelle islamiche eterodosse) e gli abitanti delle aree rurali erano pesantemente sottorappresentati nelle istituzioni, ed erano discriminati sotto il profilo politico e socioeconomico.
Dopo l’8 marzo 1963, le relazioni tra questi gruppi cambiarono radicalmente, come è mostrato dal fatto che membri delle comunità islamiche eterodosse (soprattutto alawiti, seguiti da drusi e ismailiti) e provenienti dalle aree rurali povere (specialmente la regione di Latakia) si imposero e ottennero una sovrarappresentanza nelle principali istituzioni del potere. Dal 1963 la vita politica siriana fu dominata da persone della classe medio-bassa e da partiti politici progressisti. Fu dato impulso alla riforma agraria; furono nazionalizzate banche (1963), industria e commercio (1965).
Alla rivoluzione dell’8 marzo 1963, come viene chiamata dalla storiografia bathista, seguì un periodo di instabilità per il controllo dell’esercito e del Baʿth, diventato il partito dominante in un sistema politico quasi monolitico. Nacque una lotta, complicata da personalismi e polemiche, che portò alla frantumazione della direzione del partito. Nel novembre 1963 in Iraq i militari posero fine al regime bathista. In Siria continuò con alterne vicende una poco chiara lotta per il potere.
Dal maggio all’ottobre 1964 fu formato un governo moderato da al-Bīṭār, che riottenne la carica dal gennaio al febbraio 1966, ma si trattò di un episodio sporadico nella lotta fra due opposte fazioni militari.
La lotta intestina all’interno del partito venne risolta il 23 febbraio 1966, con l’ennesimo colpo di stato, che estromise l’ala moderata capeggiata Amin Al-Ḥāfiẓ nonché dai due fondatori del Baʿth Michel Aflaq e Ṣalāḥ al-Dīn al-Bīṭār a favore di quella radicale guidata da Salāh Jadid, Nūr al-Dīn al-Ātasī e Hāfiz al-Asad, che pur confermando gli ideali panarabi, dava la priorità alla creazione in Siria di uno stato forte retto dal partito e con un economia forgiata secondo le dottrine marxiste. Gli avversari vennero accusati di essere “agenti dell’imperialismo” e “traditori”; chi non riuscì ad abbandonare il paese venne arrestato, come al-Bīṭār. Aflaq invece trovò rifugio in Iraq dove la sua linea politica fu accettata dai dirigenti del partito a Baghdad che nel luglio del 1968 riconquistarono il potere. Da questo evento nacque la contrapposizione fra bathisti siriani e bathisti iracheni.
Salāh Jadid, divenuto nuovo segretario del Baʿth siriano, proseguì il riallineamento al blocco sovietico, e perseguì una politica intransigente nei confronti di Israele e Arabia Saudita, chiedendo la mobilitazione del popolo contro il sionismo, piuttosto che sostenere delle alleanze militari inter-arabe. Sul fronte interno, Jadid, alleatosi con l’ideologo Nūr al-Dīn al-Ātasī, nominato nuovo presidente della Repubblica di Siria nel febbraio 1966, tentò di far passare forzosamente la società siriana al socialismo, creando tensioni e difficoltà economiche. Fu avviato un programma di trasformazioni sociali e infrastrutturali, si realizzò l’alleanza governativa tra il Baʿth e il Partito comunista siriano, e praticamente venne nazionalizzata l’intera economia del paese.
Il sostegno popolare al regime subì un crollo in seguito alla sconfitta della Siria nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele conquistò le alture del Golan. Ciò contribuì ad acuire le tensioni all’interno delle nuove fazioni e si ebbero scontri e manifestazioni, tanto che molti membri del comando militare del Baʿth furono estromessi o espulsi, portando alla formazione di un’altra fazione principale, oltre a quella legata all’apparato del partito guidato da Salāh Jadid; una fazione panaraba essenzialmente legata agli ambienti militari. Essa propugnava un atteggiamento più moderato sul socialismo e sulle relazioni internazionali, ed era rappresentata da Hāfiz al-Asad, allora Ministro della Difesa. La fazione del gruppo di Asad, contrariata dall’avventurismo di Jadid, chiese anche la normalizzazione della situazione interna mediante l’adozione di una costituzione permanente, la liberalizzazione dell’economia e la ricucitura dei legami con i gruppi non-bathisti messi fuori legge, così come il riavvicinamento ai paesi arabi conservatori come la Giordania e l’Arabia Saudita.
Nel 1969, al-Asad aveva eliminato dalle forze armate parecchi sostenitori di Jadid, che da quel momento perse il controllo sullo Stato. Nel settembre 1970 Jadid fece inviare un’unità siriano-palestinese dell’Esercito della Liberazione della Palestina (Jaysh al-tahrīr al-filaṣṭīnī), dislocato in Siria, in sostegno ai palestinesi che allora erano in rivolta contro la monarchia hascemita di Giordania. Ma l’operazione dovette essere sospesa quando Israele minacciò di intervenire direttamente in difesa del monarca giordano Hussein. Tale politica avventurosa e irresponsabile non venne sostenuta dalla fazione del Baʿth guidata da Asad, e il suo fallimento provocò lo scontro tra i gruppi di Jadid e di Asad presenti nel partito e nel’esercito.
Il 16 novembre del 1970, Hāfiz al-Asad “spodestò” definitivamente Jadid, e compì quello che venne definito “movimento correttivo” (al-ḥarakah al- tasḥiḥiyyah), presentando al popolo siriano il suo golpe come un aggiustamento della politica impopolare di Jadid.

General-Hafez-Assaad

Il generale Hāfiz al-Asad nacque il 6 ottobre 1930 a Qardaha, nell’area di Latakia, da una famiglia appartenente alla minoranza religiosa degli alawiti. L’origine di questa minoranza, diffusa principalmente fra Siria e Turchia, è ancora discussa, tuttavia secondo l’ipotesi maggiormente accreditata dagli studiosi, essa discenderebbe dai Nusayriti che nel IX secolo si scissero dallo Sciismo duodecimano accordando un carattere quasi profetico a Ibn Nusayr in quanto bāb o porta (rappresentate) dell’XI Imām al-Ḥasan al-ʿAskarī (m. 873). Secondo la religione nusayrita, le anime degli uomini, dopo essere state beneficiate dalla presenza divina, le si sono ribellate finendo esiliate sulla terra e condannate alla metempsicosi, che è eterna per le anime dannate, ma che può essere interrotta nel caso delle anime elette. A causa del carattere fortemente eterodosso della loro dottrina i Nusayriti furono sempre guardati con sospetto se non con aperta ostilità dall’ortodossia sunnita, in particolare dal noto teologo siriano medievale Ibn Taymiya (1263 – 1328), il quale emise una fatwa (responso giuridico islamico) in cui sosteneva che costoro fossero più pericolosi dei cristiani ed esortava i musulmani alla guerra di santa contro di loro. A tale fatwa fanno ancora oggi riferimento gli estremisti islamici impegnati a combattere contro il governo di Damasco.

Allievo alla scuola militare di Homs, il giovane Asad ne uscì nel 1955 con il grado di luogotenente e un brevetto di pilota da caccia. A partire dalla presa del potere da parte del Partito Baʿth, egli fece un’abile e paziente carriera politica. Nominato generale e comandante delle forze aeree nel 1965, divenne Ministro della Difesa nell’anno successivo. Da quel momento la sua scalata al potere divenne più celere, in quanto egli utilizzò i due posti chiave da lui occupati, quello di capo dell’aviazione e di Ministro della Difesa, per la conquista metodica dell’esercito prima ancora di quella dello Stato. Contemporaneamente, suo fratello, Rifʿat al-Asad, ebbe il permesso di creare dei corpi speciali, le Compagnie per la difesa della rivoluzione (Sarāyā difāʿat al-thawrah), i cui effettivi vennero reclutati nel suo villaggio natale di Qardaha, fra la popolazione alawita, e costituirono di fatto una sorta di esercito personale, usato dalla famiglia al-Asad per il colpo di Stato del 1970, avvenuto senza spargimento di sangue.
Il programma di liberalizzazioni economiche (infitah) promosso da Hāfiz al-Asad all’indomani della presa di potere nel 1970 fu diretto alla raccolta e alla mobilitazione del capitale privato nazionale. In cambio del riconoscimento della propria legittimità politica, il regime offrì alla borghesia urbana e mercantile maggiori spazi di libertà economica, la ripresa delle relazioni con i capitali arabi e europei, nonché l’opportunità di costruire una nuova classe di imprenditori, anch’essi impegnati nell’intermediazione tra capitali esteri e settori produttivi nazionali. Esemplificative furono le concessioni delle licenze per l’import-export assegnate a ditte private di proprietà di grandi famiglie damascene, o la diretta cooptazione degli intermediari commerciali privati all’interno dei diversi ministeri economici.
Nel febbraio del 1971 fu approvato un emendamento alla costituzione provvisoria del 1969 che autorizzava l’elezione a suffragio universale del generale Asad alla presidenza della repubblica per un periodo di sette anni, elezione che ebbe luogo il 12 marzo 1971 e nella quale Asad ottenne il 99,2 per cento dei suffragi. Il mandato settennale fu poi via via rinnovato sino al suo decesso. Fu poi eletto segretario del Baʿth (maggio 1971).
Nel 1972 il presidente Hāfiz al-Asad fondò il Fronte Nazionale Progressista ( al-Jabha al-Wataniyyah at-Taqaddumiyyah), ovvero una coalizione di partiti politici di orientamento socialista e panarabo, che supportavano il governo e il “ruolo di primo piano nella società” del partito socialista arabo Baʿth. Oltre al Baʿth, che era ovviamente il gruppo dominante, ne facevano parte il Partito Comunista, l’Unione Socialista Araba (Asu, residuo nasseriano dei giorni della RAU), il Movimento Socialista Arabo (Asm, i superstiti del partito di Akram al-Hawrani) e l’Organizzazione degli Unionisti Socialisti (ovvero, i nasseriani ex-bathisti).

Federazione delle Repubbliche Arabe firma dell’accordo del 1971. A sinistra: il presidente egiziano Anwar Sadat , il presidente sudanese Jaafar Nimeiri , il Colonnello Muammar Gheddafi e il presidente siriano Hafez al-Assad.

Ai quattro partiti non era però concesso di fare proselitismo tra gli studenti e nell’esercito, che restavano riserva di caccia del Baʿth. Il Fronte tuttavia non era puramente formale in quanto rifletteva le diverse tendenze di tipo radicale sorte durante le sollevazioni degli anni precedenti. Di conseguenza anche la base del regime di Asad iniziò ad allargarsi e alcuni leader del Fronte ottennero poltrone al governo.

Bibliografia:
_Mirella Galletti, Storia della Siria contemporanea, Bompiani, 2014
_Lorenzo Trombetta, Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre, Mondadori Education, 2014
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, 1995
_Frédéric Pichon, Siria: perché l’Occidente sbaglia? Saggio sul conflitto che insanguina il Medio Oriente, Fuoco Edizioni, 2016

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