Sverre Fehn, tra tradizione e modernità

di Giuseppe Baiocchi del 06/07/2016

L’architettura è fondamentalmente filosofia. L’uomo si muove in essa da uno spazio all’altro, da un punto filosofico all’altro. Contemporaneamente l’architettura stessa cambia con lo spostamento della prospettiva: c’è un modo nuovo e diverso di fare esperienza della terra, del cielo e della vita. Con un approccio di questo tipo è possibile assumere un atteggiamento simile nei confronti del passato, che allora ci appare come una struttura dotata di vita, sempre nuova e differente ogni volta che la si guarda da un punto di vista filosofico diverso. Il significato dell’attività creativa sta proprio nel trovare il passato e coglierne i diversi aspetti e le diverse sfumature”.

 
Da queste parole si può capire l’essenza intrinseca di un grande architetto norvegese: Sverre Fehn, il quale può essere annoverato di un valore sopranazionale capace di inserirsi di diritto nell’albo di quel gruppo di maestri il cui lavoro è per definizione Patrimonio Collettivo. Un patrimonio in grado di fornire risposte e di dare indicazioni di merito al mondo dell’architettura e ai suoi operatori. Con la scomparsa del maestro nel febbraio 2009 ad Oslo, ci lascia un architetto magnifico, ma prima ci lascia la persona, un individuo che non ha mai perso di vista i valori Europei, quelli della antichità e della Cristianità, oggi in un periodo di sbandamento dei valori sociali e culturali, Fehn può essere per noi una guida su “come” affrontare la materia bella e complessa dell’architettura, tramite la riscoperta dei valori su cui si fonda la nostra civiltà.
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Viaggiare molto e costruire successivamente, diciamo che queste due azioni sono state per Sverre Fehn una regola per una progettazione non solo ragionata, ma l’architetto norvegese è riuscito a coniugare con grande maestria un carattere tutto nordico, quello di un rapporto libero ironico e senza remore con il Canone classico dandogli con un tratto unico.
Laureatosi ad Oslo nel 1949 fonderà insieme ad altri architetti, tra cui Jorn Utzon il gruppo PAGON (Gruppo degli Architetti Progressisti di Oslo Norvegia) il parallelo ramo norvegese dei CIAM (Congresso Internazionale di Architettura Moderna).
Il loro intento era progettare un’architettura fondata sui principi del Movimento, ma espressa con i materiali ed il linguaggio della loro regione e del loro tempo. Il gruppo sarà attivo fino al 1956.
La tradizione architettonica nordica si struttura come modello di pensiero architettonico nei primi anni dell’800 con i famosi Grand Tour, l’avvento della moda del viaggio in Italia come momento di perfezionamento della propria formazione e come luogo di immersione diretta nella Storia
per esperirla di persona (secondo una schietta tradizione nordica: quello dell’esperienza diretta appunto) e una volta rientrati in patria di negoziare tra locale e internazionale. Il viaggio diventa come un tropo della modernità: come i “Nordici” spostamenti vichinghi dove si studia con attenzione la classicità rinascimentale e la tradizione medioevale.
Questo movimento nordico ottocentesco va analizzato come desiderio di misurarsi con le produzioni precedenti della Storia dell’Architettura.
E’ una tradizione che risale alla “notte dei tempi, quando gli architetti Romani si recavano nell’antica Grecia a studiare dal vivo gli impianti, le soluzioni, le configurazioni dei maestri che li avevano preceduti.
L’architetto norvegese dopo i suoi numerosi viaggi tra Marocco e Parigi dove viene influenzato dall’architettura primitivista non perde il suo carattere “nordico” relazionale.
I caratteri che colpiscono di più del trasferimento culturale sono quelli della estrema “libertà” e “autonomia” dell’approccio della declinazione nordica rispetto all’originale.
Fehn riesce a trasformare la tettonica come paradigma, ovvero la costruzione risulta il luogo in cui si concentrano i significati e comportamenti culturali del mondo nordico, ma nello stesso tempo questi si fondano con i fondamenti della disciplina architettonica (il canone).
L’ipotesi di partenza, più volte sostenuta dallo stesso architetto norvegese, si concentra sulla abilità costruttiva navale dei vichinghi norvegesi, una volta conclusosi il ciclo di espansione e di conquista, non avendo più l’attività navale in cui far confluire la sapienza costruttiva maturata e affinatasi nel tempo, si rivolge ad un nuovo campo d’azione e di produzione.
La costruzione di chiese (le famose stavkirker): un bene in cui le sinergie tra potere ed economia apparivano altrettanto forti e determinanti come lo erano state per la costruzione delle flotte vichinghe. Dunque si evince una forte interconnessione tra Stile, storia e tradizione. La straordinaria intuizione di Fehn sta nel riprendere la tecnica costruttiva navale vichinga ed unirla alla politica di evangelizzazione voluta dal papa. Una dialettica che da vita a qualcosa di nuovo di unico di originale, pur facendo ricorso a strutture estremamente codificate: la
tecnica costruttiva in legno, da una parte, e la tipologia edilizia della chiesa, dall’altra.
Nella Tettonica dunque, anche per specifica tradizione nordica, si condensano da una parte le capacità di una cultura di essere locale & globale, contemporanea e radicata, originale e in continuità con la storia. Nella sua indagine e studio della memoria e della rappresentazione del ricordo dei caratteri disciplinari di indagine nei temi fondativi della disciplina architettonica si focalizza sulla ricerca paziente degli archetipi del tetto e del recinto. Entrambi messi in opera attraverso l’arte del costruire: la tettonica appunto. Poiché è proprio in questi elementi che si cela il portato e il valore delle singole opere, e del pensiero, di Sverre Fehn.
Il tema classico di Fehn si rispecchia molto nel Padiglione Norvegese per l’Expo del 1958 a Bruxelles. Per la prima volta il tetto e il recinto vengono dichiarati come tema e c’è l’inizio del lavoro sulla luce (e sulle ombre) attraverso la costruzione la quale assume un valore architettonico: si riprendono i temi fondativi dell’architettura come la tipologia, la forma e la costruzione.
I materiali divengono materie con l’inizio della ricerca dell’ordine: tema costante del fare architettura (la composizione). Forte l’influenza del tedesco Mies Van de Rohe.

Chiesa di Capo Nord

Parte del suo pensiero si rispecchia nella Chiesa di Capo Nord, architettura manifesto (progetto di concorso) del 1965.
Qui la forza della costruzione diviene poetica proprio per la sua forza, si riscontrano tracce di una memoria antica delle imbarcazioni vichinghe nordiche e di stave church dove il vento di Corbù soffia tra le pareti di questa chiesa: è un dialogo tra maestri che continua ad esserci nell’ordine e nella ripetizione dei caratteri della struttura costruttiva.

Hamar Museum 1979

Con il progetto dell’Hamar Museum del 1979 il tetto e il recinto vengono ancora dichiarati tema architettonico e il tutto dà al manufatto un fascino romantico della rovina.
Il tetto questa volta è nuovo mentre il tema del recinto è antico con lo svilupparsi di un percorso proprio tra il recinto e il tetto che testimonia un viaggio “nel tempo e nello spazio” e “un viaggio intorno agli oggetti”. Fehn attraverso la costruzione, opera un lavoro accurato sulla luce e sulle ombre. In questa opera non sfugge al grande architetto norvegese la grande tradizione museografica italiana, quella del dialogo critico con la storia. Nel manufatto architettonico ritroviamo (questa volta con tratti meno importanti) la linea delle navi vichinghe Gokstad all’interno dei percorsi (soprattutto nella copertura in intradosso) tracce di una memoria lontana fatta di navi vichinghe dove il recinto protegge e il tetto diviene riparo. La costruzione come metafora della città come luogo della socialità. Ciò avviene per la capacità di Sverre Fehn di riuscire a mantenere nel registro della costruzione, memoria e ricordo, quali elementi della modernità, caratterizzati da uno specifico tratto culturale e di indagine sulla disciplina. Così si entra nella storia dell’architettura.
 
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