Pensiero, tecnica, linguaggio: speranze dell’architettura post-moderna

di Giuseppe Baiocchi del 10/07/2016

Da una esclamazione del grande Louis Kahn si può capire o per lo meno percepire l’essenza della professione di architetto: “La cosa fondamentale dell’architetto non è rispondere alle domande, ma farsi delle domande” e di conseguenza per capirla appieno dobbiamo immergerci nella sua profondità.

1979, Quartiere Antigone, Ricardo Bofill.

Oggi noi siamo ancora dentro al mondo moderno? La risposta è negativa, siamo in un altro mondo chiamato Postmoderno che ha come caratteristica la decostruzione.Il moderno aveva una visione del mondo (un etica, una estetica, aveva dei comportamenti) un pensiero della costruzione molto radicato ed eticamente rilevante per migliorare il secolo della loro appartenenza, costruire un mondo nuovo. Il postmoderno, invece, ammette il fallimento della pianificazione di un mondo migliore e l’unica cosa che rimane da fare è abbracciare questo mondo e “farlo a pezzi” per tentare di capire il suo meccanismo, il suo funzionamento.Per capire il postmoderno, bisogna osservare l’architettura di oggi, se prendiamo in esempio l’architetto Portman, per il progetto del porto di Genova (architettura manifesto) edifica una sorta di enorme piramide conica e la solleva da terra, nel progetto non vi sono né porte né finestre. La porta è ciò che ti permette di distinguere tra un dentro e un fuori, ti invita ad entrare nel mondo della casa, dove fuori c’è quello della natura, mentre la finestra ti invita a scrutare fuori, ti dà il paesaggio dell’esterno e dà anche la sicurezza poiché siamo nella casa.

Dunque alzando questo cono al di sopra della quota terreno, Portman lascia penetrare il visitatore o l’utente e la differenza dell’esterno e l’interno del calore è determinato da un intervento tecnologico, molto raffinato, oggi usuale che è quello di creare una specie di parete, di aria calda contro l’aria fredda. Il visitatore entrando nello spazio architettonico, viene catturato dal tapirulan che porta l’individuo verso un percorso definito dal tapirulan stesso, perché all’interno sono presenti: hotel, sale gioco, ristoranti, uffici, delle case, il tutto dentro questa enorme architettura e il visitatore viene catturato e portato.
Questo per farci capire che il post-moderno contiene quella dimensione in cui noi siamo catturati da una dimensione tecnologica che ci porta dove vuole lei. La copertura di questa enorme piramide è tutta di vetro riflettente, così si catturano le immagini dei grattacieli che stanno attorno, degli aerei che passano e proprio la cattura delle immagini del tempo che trascorrono ci dà il postmoderno. Quindi la domanda, tornando a Kahn, che dobbiamo farci, è se c’è ancora differenza tra il naturale e l’artificiale. Oggi nell’epoca del post-moderno non si segnala più dove è situata la porta di ingresso ad un progetto con fuori la presenza della natura, oggi questa distinzione non esiste più, ma proprio la nostra epoca ha creato una fusione che rende la natura un tutt’uno con il progetto, tutto è artificio dentro e fuori, con gli specchi che raccontano un tempo che passa.
Cosa vuol dire non avere più una natura che ti dà delle regole, non avere più una certezza, l’uomo oggi con la tecnologia si è mescolato all’artificio, siamo un tutt’uno.. potremo più vivere senza internet o senza cellulare? Abbiamo segnato un evento epocale, abbiamo segnato una distanza dal passato e l’architettura in una certa maniera, è il mondo costruito, non è solo “quella” architettura specifica, ma è quella strada, è quel ponte, è quella periferia, è l’interno di un negozio, quell’ipermercato.. oggi la sottigliezza tra designer e architetto è veramente minima, oggi gli interstizi e le ibridazioni sono molteplici e si moltiplicano, potrei farvi un elenco di designer che fanno gli architetti o di architetti che si occupano di design e francamente nel nostro contesto la cosa non mi scandalizza. Non per questo evoco un ordine sindacale (io sono architetto, perché sono iscritto all’albo).
Citando Baumann, un grande sociologo, questi evocò il termine di fluidità per farci capire la nostra società e questa fluidità ben si accosta con le nostre dimensioni professionali.
Oggi se un materiale non si trova in commercio, si può creare. La logica del digitale diventa in qualche maniera non solo supporto all’immaginazione o alla creatività, ma diventa simbiotico con questa processualità. Quindi oggi fin dalle facoltà, si mette in discussione il rapporto natura/artificio, si mette in discussione la stessa creatività, poiché questa è legata al gesto.
L’architettura, oggi, è l’ultima forma della metafisica, è ciò che ancora continua a pensare, ma che al di là della differenza fra struttura e pelle nell’ambito decostruttivo, alla fine non può che essere alla ricerca di un ordine, immaginifico finchè vogliamo, ma è la ricerca di un ordine ed allora accogliendo fino in fondo la provocazione, l’architettura è l’ultima forma della metafisica, cioè di un pensiero che vuole la costruzione come proprio logos, che vuole che il costruire corrisponde al pensare e che il pensare corrisponde al dire; linguaggio, pensiero e agire siano in qualche modo riunificati. Questa è la scommessa che porta l’architettura, ma oggi i temi sono legati alla costruzione del possibile e quindi l’architettura assume un ruolo cruciale poiché dove tutto è artificiale, l’architettura è l’arte maggiore e ci porta ad interrogarci sull’ultima figura della metafisica, che può essere anche l’ultima speranza, poiché facendo questa affermazione quella “dimensione ultima” o ci dà una speranza o apre a un mondo senza speranza.
Allora nell’architettura, nell’unione artificiale/naturale sia apre la questione di fondo che si ritrova, ripensando l’uscita da una mera dimensione estetica verso una dimensione etica.
Dunque cosa c’è dopo questa soglia e soprattutto come andremo al di là di questa?
Cito Hans Blumenberg sul primo uomo (proprio per capire perché gli umani fanno le cose e perché hanno determinati comportamenti): “il primo uomo è quell’ animale che si è messo in posizione eretta, ed appena si è messo in posizione eretta si è guardato attorno, e cosa vede? Dove trovare una vittima o dove può diventare vittima e in questo momento nasce l’idea di trappola”.

Hans Blumenberg

L’animale umano pensando alla forma della sua vittima e raffigurandola, la rappresenta e pensando alla sua rappresentazione può pensare a come catturare la sua vittima e far scattare la sua trappola: dove vive e che dimensioni possiede, in modo da catturarlo per poter sopravvivere. La stessa cosa accade per lui quando pensa a se stesso per difendersi e non diventare a sua volta una vittima.
Allora che cosa è questo se non la nascita del pensiero? L’animale ruminante mangia e mangia e mangia e poi riposa mangia e mangia, non vede cosa gli sta attorno (come diceva Nietzsche) e quindi non sa se è felice o tediato.
Questo pensiero dell’uomo è la nascita della tecnica, è contemporaneamente un modo di dominare i processi e quindi di pre-vedere: in un caso costruisce la trappola, nell’altro caso costruisce la propria casa. La metafora del primo uomo ci dice che nel costruire la prima casa, dobbiamo tenere insieme il pensiero, la tecnica, la ragione e il linguaggio, sono un’unica cosa poiché si tengono assieme. Il momento in cui il primo uomo si guarda attorno, crea di fatto l’architettura.
 
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