Occidente e Islam: scontro di civiltà?

di Alessia Filippazzo 11/01/2018

Oggi la religione islamica rappresenta una delle più grandi sfide che la parte occidentale del mondo è chiamata a fronteggiare: si assiste, infatti, ad un continuo scontro tra due «Weltaschauungen» che sembrerebbero destinate ad un’eterna incomunicabilità.
Il tema del rinnovamento dell’islam è presente negli scritti degli intellettuali musulmani fin dai primi decenni del Novecento: Bennabi, al-Jabri, Hanafi, Ramadan, Abu Zayd sono solo alcuni dei pensatori impegnati in quest’opera di ripensamento della religione islamica, che offrono spunti e riflessioni interessanti e assolutamente attuali. Mohammed Arkoun (nota 1), pensatore di origine algerina che ha trascorso gran parte della sua vita in Francia, riveste un ruolo particolarmente importante nella costruzione di un dialogo tra religione islamica e mondo occidentale: rispetto a molti degli altri pensatori islamici, egli sembra essere meno influenzato dal mito del progresso e della modernità che l’Occidente rappresenta per quelle popolazioni che hanno subìto il colonialismo.

Mohammed Arkoun (Taourirt-Mimoun, 1º febbraio 1928 – Parigi, 14 settembre 2010) è stato un islamista e filosofo berbero con cittadinanza algerina. È stato uno dei più qualificati studiosi dell’Islam. In oltre 30 anni di carriera di ricerca, è stato un intelligente critico delle tensioni legate ai processi di modernizzazione del mondo islamico, oltre che un coraggioso intellettuale, teso a sostenere e a difendere il riformismo e l’umanesimo islamico. Disegno di Mohamed Taa’eb

Molti degli intellettuali islamici, infatti, tendono ad utilizzare gli strumenti concettuali occidentali, senza sottoporli a giudizio critico preventivo. Arkoun è riuscito a nutrirsi di cultura occidentale, pur mantenendo un proprio sguardo critico e attento sia nei confronti dell’Occidente sia nei riguardi della religione islamica, intuendo così la necessità di un duplice ripensamento che, attraverso un «lavoro di autocritica» , chiami le parti in causa a ridefinire il proprio rapporto con l’altro.
I testi di Arkoun abbondano di analisi filosofiche, storiche, sociologiche e antropologiche, ma sono caratterizzati da una forte asistematicità. Egli è stato un pensatore che non ha mai mirato alla sistematica elaborazione scritta delle tematiche che propone e pertanto, a prima vista, si ha l’impressione che nei suoi testi manchi una coerente struttura filosofica di riferimento. Le ragioni di questa asistematicità dipendono dal compito che egli, in quanto intellettuale arabo, assegna a se stesso. Non bisogna dimenticare, infatti, che le tematiche di cui tratta l’autore nascono principalmente non da un’esigenza intellettuale, ma dai problemi concreti vissuti dalle società islamiche da cui egli proviene.
L’autore assegna ai suoi testi una primaria funzione pedagogica, visto che, nell’analizzare le «posizione e funzioni dell’intellettuale», sostiene che il compito specifico del pensatore sia quello di essere un «ricercatore-insegnante-pensatore»: alla funzione interpretativa del ricercatore del pensiero, il quale tiene insieme la «tensione tra ragione religiosa e ragione filosofica», si aggiunge quella pedagogica, che deve fare i conti con la «forte tensione educativa tra i due campi, religioso e intellettuale».
Per queste ragioni, l’asistematicità di Arkoun è da imputare alla sua volontà di suscitare l’interesse sia di un pubblico più vasto, musulmano e non, sia degli studiosi delle numerose discipline occidentali (sociologia, antropologia, storiografia ecc.) che egli continuamente chiama in causa. È riuscito in parte nel suo intento: nei paesi francofoni i suoi testi sono letti e studiati dai sociologi interessati alla presenza islamica in Europa, oggetto di molte e accese discussioni soprattutto in Francia e in Belgio.
Ripensare l’islam, oggi più che mai, è un compito arduo e necessario. Assolvere ad esso significa decostruire – senza distruggere – un insieme di concettualizzazioni che tendono a reiterare una certa visione di tale fenomeno religioso, dentro e fuori lo spazio definito e caratterizzato dalla religione islamica. Tale è l’obiettivo di Arkoun, il cui richiamo alla necessità di un ripensamento dell’islam nasce dal fatto che, a suo dire, non esistono studi adeguati, completi e organici sia a livello contenutistico sia, primariamente, a livello metodologico. Egli, nutritosi di cultura occidentale della quale ha apprezzato gran parte dei presupposti e dei risultati criticamente costruiti, sottolinea però l’incapacità degli studiosi europei di rapportarsi senza pregiudizi con una cultura “altra”. Nei paesi caratterizzati dalla religione islamica, d’altra parte, sono quasi del tutto assenti quelle condizioni sociali, economiche e politiche che possano dare spazio ad un autonomo processo di riattivazione delle feconde componenti interne alla stessa religione islamica.
Il ripensamento dell’islam, dunque, ancor prima di aver compiuto il suo primo passo, si trova a scontrarsi con dei pregiudizi, per superare i quali sarà necessario sviluppare preliminarmente un metodo efficace per non ricadere negli errori di sempre. Arkoun sceglie la storiografia come strumento del ripensamento.
Perché la storia?
Arkoun afferma chiaramente che il suo obiettivo ultimo è quello di studiare «le condizioni di possibilità di una ricomposizione […] dello spazio mediterraneo al di là delle fratture, dei sistemi teologici d’esclusione reciproca delle comunità». Egli, in linea – ma solo in parte – con la teoria del clash of civilizations di S. P. Huntington , oppone le grandi civiltà che si affacciano sulle due rive del Mediterraneo: quella islamico-orientale e quella cristiano-euro-occidentale . La frattura tra i due soggetti culturali, che in passato hanno condiviso lo stesso spazio, può essere risanata solo tramite un «lavoro di autocritica» condotto da ciascuna cultura all’interno della propria tradizione attraverso un’«archeologia decostruttiva». Si tratta, insomma, di un lavoro retrospettivo di sé sul sé, capace di «aprire tutti i documenti sottratti all’investigazione degli storici» , per guardare alla «storia dei sistemi di pensiero e di rappresentazioni».

Samuel Phillips Huntington (New York, 18 aprile 1927 – Martha’s Vineyard, 24 dicembre 2008) è stato un politologo statunitense. Uno dei massimi esperti di politica estera, consigliere dell’amministrazione americana ai tempi di Jimmy Carter, direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard, fondatore di Foreign Policy e autore di una ventina di saggi che hanno fatto la storia della geopolitica degli ultimi vent’anni. È noto per la sua analisi delle relazioni tra governo civile e potere militare, i suoi studi sui colpi di Stato e le sue tesi sugli attori principali del ventunesimo secolo: le civiltà che tendono a sostituire gli Stati-nazione.

Ripensare la religione islamica significa, così, riscriverne la storia, di certo non per alterarne il passato, ma al fine di ricostruire un futuro: «La prospettiva della mia analisi è prospettica» , confessa Arkoun. Il valore del «lavoro storico di sé sul sé tramite il quale ogni gruppo, ogni nazione produce la sua identità» si misura in relazione ai «cambiamenti di fondo significativi riguardanti la rigidità sistemica delle rappresentazioni di sé e dell’altro».
Lo spazio mediterraneo diventa in tal senso il luogo emblematico di quel conflitto di civiltà che vede l’opporsi di Islam e Occidente e, al contempo, il luogo in cui la riconciliazione tra le due polarizzazioni diventa possibile. La condizione di possibilità della ricomposizione, infatti, Arkoun la ritrova nella presenza di un «Racconto di fondazione comune» alle tre religioni monoteiste, radicate nello spazio mediterraneo fin dal Medioevo. Egli sostiene che la modernità occidentale non ha affatto sostituito l’antico racconto di fondazione, ma che si è limitata a camuffarlo, aggiungendo ad esso nuovi strumenti di ricerca scientifica e mantenendo le speranze escatologiche della salvezza eterna travestite sotto il concetto di progresso. L’analisi del «fatto religioso nelle sue realizzazioni antiche e nelle sue manifestazioni attuali» dev’essere, dunque, innalzata al rango di degno oggetto di studio tanto nell’analisi interna ad ogni cultura, quanto nella ricerca di una riconciliazione tra civiltà in lotta.
Il ripensamento della religione islamica deve dunque avvenire attraverso l’analisi del fenomeno religioso di tipo monoteista, all’interno di un ambito in cui la religione venga considerata come «dimensione universale dell’esistenza umana»: il fenomeno religioso dovrà essere analizzato come processo culturale che compone e struttura un gruppo sociale. Si tratta, insomma, di fare una storia del pensiero e delle rappresentazioni religiose.

 

Per approfondimenti:
_M. Arkoun, Penser l’espace méditerranéen aujourd’hui, in Diogene 2004/2 (n. 206);
_M. Arkoun, Humanisme et islam, Vrin, Parigi, 2014, p. 141;
_M. Arkoun, La question éthique et juridique dans la pensée islamique, Vrin, Paris 2010, p. 141;
_S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World order, Simon & Schuster, New York 1996;
_M. Arkoun, Rethinking islam today, in Annals of the American Academy of Political and Social Science, Vol. 588, Islam: Enduring Myths and Changing Realities, Luglio 2003, p. 19.

 

Nota 1: Mohammed Arkoun, nato nel 1928 a Taourirt-Mimoun, in Algeria, ha condotto i suoi studi universitari tra l’Università di Algeri e la Sorbona di Parigi, dove ha concluso il corso di dottorato nel 1969. Ha insegnato come professore ordinario all’Università della Sorbona e collaborato con le università delle maggiori città europee e statunitensi. È scomparso nel 2010 a Parigi.

 
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