L’uomo di Pascal. Tra miserie e grandezze

di Danilo Serra del 12/06/2016

La dignità dell’uomo, tutto il suo merito, tutto il suo dovere consiste in questo: l’uomo deve pensare. Lo scriveva con chiarezza l’elegante Pascal, specie nell’ultimo anno della sua vita. La malattia lo aveva trasformato, piegandolo e costringendolo al dolore ed alla sofferenza. Fu probabilmente un tumore allo stomaco a condurlo alla morte il 19 agosto del 1662, a soli 39 anni. «Che Dio non mi abbandoni mai!», sarebbero state le sue ultime parole. Fino alla fine, fino all’ultimo battito, Pascal cercava di spronare sé e gli altri, senza mai cadere in esitazioni o perplessità: l’uomo è chiaramente fatto per pensare. La via del pensiero è l’unica in grado di innalzarlo verso cime sempre più estasianti. Il principio che muove la morale consiste nell’impegno arduo a ben pensare. Ma a cosa pensa la gente? Pensa mai alla propria condizione? Pensa la gente alla propria vita?

Immaginiamo tanti uomini in catene. Tutti sono, secondo una legge improrogabile, condannati a morte. Ogni giorno, alcuni di questi uomini sono sgozzati davanti agli occhi degli altri. Chi rimane vivo quel giorno, sa che in uno dei giorni successivi subirà quella sciagurata sorte. Quelli che restano vedono dunque la loro sorte in quella dei loro simili, aspettando il loro turno, aspettando di essere sgozzati senza speranza, senza fede, con estremo dolore. Questa è la condizione dell’uomo tragicamente disegnata da Pascal, lo scienziato francese che ancora oggi, malgrado lo scorrere dei secoli, riesce ad impressionarci e impreziosirci come pochi. Solamente l’uso regolato del pensiero può liberare gli schiavi, indurli a spezzare le catene. Dinanzi allo schiavo che diventa libero, tremate!
Come è possibile concepire un uomo senza pensiero? La grandezza umana è nel pensiero. Lì, sta anche la sua miseria. Pascal lo sapeva, lo aveva sperimentato e ne avvertiva tutto il peso e l’inquietezza. Ed è proprio perché l’uomo è grande che egli è, al contempo, miserabile; e viceversa. Una pianta non sa di essere miserabile, non lo sa nemmeno un sasso, e neppure una formica. «È in effetti un essere miserabile chi conosce la propria miseria, ma è anche grande perché si sa essere miserabile». L’uomo, d’altronde, non è come gli altri esseri viventi. Tutti gli esseri viventi muoiono. L’uomo non soltanto muore; egli sa di morire, conosce il suo destino. Ed è così che prende forma l’immagine della “canna pensante” modellata da Pascal. L’uomo è una misera canna, la canna più debole della natura, una canna che comunque ha l’abilità di pensare. È una canna in balia del vento e della natura, scossa dall’enormità che lo circonda, ma è pur sempre una canna che pensa. Grandezza e miseria si mischiano e si confondono nell’anima dell’uomo. Grandezza e miseria fanno propriamente l’essere umano, questa piccola creatura, questo misero grande uomo. «Non è necessario che l’universo intero si armi per distruggerlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo distruggesse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che l’uccide, perché sa di morire e del vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla». Dalla miseria umana, si evince propriamente la sua grandezza. Tutto ciò che nelle bestie è natura, nell’uomo è miseria. La morte, il dolore, la sofferenza, l’angoscia, e così via, sono degli stati naturali, anzi più precisamente sono naturali miserie. In questo senso, “natura” e “miseria” coincidono. Nel momento in cui l’uomo rinuncia a sfruttare in pieno ciò che lo rende grande, ovvero il pensiero, egli decade nello spazio dell’animalità. La bestia è ciò che non ha intelletto. La bestia vive di istinti immediati e diretti, non si cura del suo aspetto, non affina le proprie qualità, non sa il proprio mondo. La bestia non ha in natura il pensiero, non è naturalmente capace di pensiero. In questo senso, “natura animale” e “miseria umana” coincidono. L’uomo misero è per Pascal l’uomo-bestia, un uomo non solo soggiogato dall’incertezza e dal dolore, ma devastato dall’incapacità di pensare. L’uomo bestiale è ciò che io chiamo “uomo banale”. Quando la miseria schiaccia la grandezza, l’uomo si abbassa al livello della bassezza. In questo livello niente ha senso perché il pensiero, il suo utilizzo, non è richiesto, non ha una sua pratica utilità. Essere soltanto bestie, in altre parole, significa non usare il pensiero e, di conseguenza, non preoccuparsi di procedere in quell’orizzonte di senso che impone di formulare e di comprendere pienamente l’unica vera questione fondamentale della nostra esistenza: Che cosa vuole dire essere uomo?
Senza la grandezza, non v’è la bassezza, è vero, non c’è l’uno senza l’altro. Chi non considera questi due elementi come parti di un tutto, non considera l’uomo, lo ignora. Considerare l’uomo significa invece comprendere che tra noi e il cielo non c’è che la vita in mezzo, consapevoli del fatto che l’ultimo atto è sempre cruento, per quanto la commedia sia stata bella e concitata. Si scava una fossa, vi si porge il corpo inerte, si getta del terriccio, si recita un rosario, ed è finita per sempre. L’uomo non è angelo e non è bestia. È in qualche misura entrambe le cose, pur non essendo veramente né angelo, né bestia. Se fosse solo angelo, non si corromperebbe e non sarebbe soggetto a sepolture di vario tipo. Se fosse solo bestia, non sarebbe in grado di rendersi libero, mostrandosi perennemente schiacciato e addormentato dai sensi. Immerso in un modo misero, egli vive di miserie che lo inchiodano e lo prendono alla gola. Desidera la verità e trova incertezza; cerca la felicità e trova la morte. Nonostante ciò, l’uomo possiede un ordigno impossibile da reprimere o disinnescare: l’arma del pensiero.
 
Per approfondimenti:
_ Pascal B., Pensieri, Giunti Editore, Milano 2009
 
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