Lernet-Holenia, il Noblesse oblige del novecento

di Giuseppe Baiocchi del 06/06/2016

Ricordo di essermi imbattuto nella lettura, di quello che è considerato un mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, quasi per caso diversi anni fa in una libreria romana. Alexander Lernet-Holenia ha nelle sue opere, un sapore di tragica fatalità che incombe sui personaggi e sui luoghi, questi sono tanto belli quanto fragili, rappresentando un mondo che non esiste più. Una scelta di scrivere, di vivere, di rappresentare e di raccontare che è propria di un autore che insieme a Ernst Jünger possiamo definire come un anarca: colui che ha la capacità di unire nel suo spirito la ribellione di pura essenza con un verso aristocratico e nobile della vita, dove l’estetica è la motivazione più alta, più morale, più incline per salvare lo spirito.
L’autore è dallo scritto facile e disinvolto e riesce a mantenere brillantezza infondendo sempre un sapore nuovo, quasi moderno allo stile austriaco barocco, poiché appena si entra in un romanzo di Lernet-Holenia il mondo sembra diventare più leggero e anche un po’ più pericoloso, comunque più ricco di insidie.

Alexander Lernet-Holenia

 Se analizziamo “La resurrezione di Maltravers” Il conte Maltravers, avventuriero senza scrupoli e disinvolto uomo di mondo ormai in là con gli anni, ha un fastidioso contrattempo: muore. Dopo una breve malattia tira le cuoia nella tenuta ungherese del fratello accontentando così la detestata cognata. Un altro contrattempo, forse ancora più fastidioso, gli capita due giorni dopo, quando si risveglia all’improvviso dentro la bara nella cappella di famiglia. Con la complicità del fratello fugge di nascosto e ad essere seppellito è solo un mucchio di mattoni. Il conte esce così dall’esistenza dalla porta sul retro per rientrarvi da quella principale: Parigi. E’ il posto ideale per rituffarsi nel bel mondo e ricominciare da zero una seconda vita all’insegna della grandeur mentre tutti lo credono morto.
A Parigi avvicina un giovane boxeur fallito, Edgar, ragazzo particolarmente attraente ma inconsapevole del proprio fascino e decisamente povero di spirito, che difatti è ridotto a campare di espedienti. Intravedendone le potenzialità ne fa il suo protetto e lo introduce negli ambienti della società che conta, pensando di trasformarlo in un cinico seduttore ed ordire, servendosi di lui, lucrosi raggiri ai danni di signore facoltose. Edgar tuttavia, che di tutto quello che gli capita intorno capisce poco e niente, non trova niente di meglio da fare che innamorarsi dell’entraineuse di un locale da quattro soldi e vivere con lei una storia d’amore ordinaria, pulita, semplice. Ma anche Maltravers, che pure aveva sperato di vivere una nuova giovinezza tramite questa sua sorta di alter ego, capisce di non essere più lo stesso e scopre che la morte ha portato la sua anima in un posto molto lontano, indicibilmente distante da quella vita che aveva avidamente stretto e che ora gli sembra colma di futilità.
Tutta la letteratura di Lernet Holenia è immersa nell’atmosfera nostalgica e crepuscolare di un mondo che si dissolve. In alcuni romanzi era l’impero asburgico; in altri è il bel mondo degli anni Trenta, quello dei giovani rampolli che si giocano il patrimonio alla roulette, delle corse in automobile, degli smoking, di Vienna e Venezia, delle donne misteriose dagli occhi viola, dell’Europa grande come un salotto. Naufrago in un tempo che non gli appartiene più, dove l’aristocrazia e la nobiltà (intese come valori) non hanno più senso, Lernet Holenia è uno sconfitto che affonda con l’uniforme in ordine assieme alla sua nave e per questo ha tutto il mio rispetto.
Com’è possibile non lasciarsi affascinare dal conte Georg Maltravers? Com’è possibile non assolverlo dai suoi peccati? Com’è possibile non volergli bene?
Alexander Lernet-Holenia per il mio parere è totalmente un uomo del Novecentesco. Racconta perché lui sà, anche se possiede sempre un certo distacco. Il suo essere “Noblesse oblige” termine che letteralmente significa “Nobiltà obbligata” ci denota come questo autore abbia in se l’onore e l’onere di essere nobile di spirito (la nobiltà comporta obblighi) .
Nato nella Vienna austro-ungarica il 21 ottobre 1897 e defunto sempre a Vienna il 3 luglio 1976 è figlio illegittimo di una principessa carinziana e di un ufficiale di marina. Un autore chiacchierato, difatti si millanta che sia un duca della casa degli Asburgo. Lo scrittore lascerà che le voci corrano, ma sia nei suoi modi di essere, che di scrivere il suo essere è elitario.
 
Lo scrittore viennese è anche autoironico, è capace nelle sue opere di vivere nel presente, ma contemporaneamente osare per il futuro.
Da ottimo giocatore ha una attrazione per il gioco d’azzardo e questo lo possiamo riscontrare nel romanzo del 1933 “Ero Jack Mortimer” dove sulla copertina dell’Adelphi è riprodotto il suo volto.
L’imprevedibilità è alla base del romanzo, il quesito è il suo proseguo, poiché la domanda che abbiamo in testa è: “chi è Jack Mortimer?”
Si poteva chiamare Ferdinand Sponer, a dire il vero. L’identità di Jack Mortimer capita a questo personaggio in una notte viennese di pioggia nell’autunno del 1930. Ma Mortimer era “cittadino Usa nato a Chicago il 12 novembre 1899, celibe, viso ovale, occhi grigi, capelli castani”.
Il protagonista Sponer fino all’indomani dunque, intende accollarsi il destino del morto ammazzato sul sedile posteriore del suo taxi per evitare il rischio di essere preso per il suo assassino.
Un uomo normale, con i sui piccoli problemi, scopre di colpo la paura:
“Chi può sospettare come l’orrore si annidi nella quotidianità, così vicino da poterlo toccare, invece che nei suburbi, nelle discariche, sotto i ponti, dove viene esiliato per una sorta di idea romantica e dove, in qualche misura, gli viene concesso il diritto di esistere?”
Sponer non c’entrava niente, non sarebbe potuto essere più innocente. E ignaro: non si era neanche accorto che, nel tratto di strada tra la stazione ferroviaria e l’Hotel Bristol, dove l’avventore gli aveva chiesto di accompagnarlo, qualcuno era saltato sul predellino dell’auto e aveva sparato tre colpi di pistola, coperti dal frastuono del traffico all’ora di punta.
Il traffico, appunto, e il panico gli avevano impedito di denunciare subito il fattaccio. Così, per nasconderne le tracce, aveva preferito fare come se nulla fosse accaduto. Incredibilmente Sponer diventa Mortimer e così fa “sparire il morto” impersonificandolo.
Raggiungerà la sua metà, occuperà la sua stanza poggiando le sue valige e indosserà i suoi vestiti. Fumando sigarette all’aroma di miele, incontrerà coloro, i quali dovevano impedire la sua morte.
Il precipitare degli eventi allora, arrivati già in gran corsa fino all’orlo di quel precipizio, ha un ritmo talmente incalzante e fatale che materializza un incubo ben congegnato, come nelle sequenze di un film in bianco e nero degli anni Quaranta.
Il mix prodigioso, malioso e davvero avvincente tra atmosfere vecchia Vienna da mondo di ieri e old America da sparatorie e gangster è messo a punto dallo scrittore dal doppio cognome che della doppiezza della sua vena (lirico nostalgica e avventurosa romanzesca) della sua identità (nobiliare absburgica e militare marinaresca) e vocazione (letteraria di grande autore e cinematografica di sceneggiatore) fece motivo di distinzione e di alterno successo.
L’autore crebbe con il crollo degli imperi centrali, difatti combatte da volontario nel primo conflitto mondiale.
Prende parte alle campagne che si svolgono in Polonia, in Slovacchia, in Russia, in Ucraina, in Ungheria. Un bel po’ di esperienze disumane e nella fangosa trincea, scrive poesie. La guerra per l’austria-ungheria è un disastro, la nazione umiliata, l’impero finito, in tutto questo Lernet-Holenia conosce Rainer Maria Rilke che vede in lui una luce, una speranza.
Stabilitosi a Klagenfurt, nel tumulto che sconvolge la geografia europea del dopoguerra si impegna nel movimento di resistenza armata che si oppone all’annessione della Carinzia meridionale al neonato Regno di Jugoslavia.
Identità e minoranza: il binomio già affascina il nostro giovane poeta che, adottato dalla nobile famiglia materna, gli Holenia, inizierà a portare il doppio cognome, facendosi conoscere attraverso raccolte di poesie e drammi teatrali.
Il pubblico colto lo apprezza, così come gli addetti ai lavori.
Già ben introdotto negli ambienti colto/eclettici diviene presto amico di Leo Perutz e Stefan Zweig letterati ebrei, ironici e nostalgici.
Conoscerà il poeta espressionista e conservatore-rivoluzionario Gottfried Benn. Tutti segnati dall’insopprimibile vocazione al non-conformismo.
Maturò il suo estro sotto il regime nazista (che lo mise all’indice).
Tra il 1939 e il 1945 si fa conoscere come romanziere.
In pieno conflitto, nel 1941, scrive Mars um Widder (Marte in Ariete), quello che molti considerano il suo capolavoro.
Il conte Wallmoden, tenente della riserva e reduce della Grande Guerra, che ha combattuto come giovanissimo ufficiale dell’esercito austroungarico, nel Ferragosto del 1939 è richiamato per un’esercitazione: s’iniziano così le vicende incredibili d’un eroe divinamente svagato che, senza rendersene conto, si trova sbalestrato in mezzo a intrighi e vicende surreali, nonché, come se si trattasse d’un altro frammento di mosaico incomprensibile e inquietante, alla campagna tedesca contro la Polonia, conclusasi con la disfatta polacca dopo circa tre settimane di avanzata sotto un cielo torrido da estate tardiva, fra paesaggi devastati dall’artiglieria e borghi abbandonati, spettrali e incendiati.
Eppure il racconto comincia nel modo più innocente: Wallmoden fa conoscenza dei commilitoni ufficiali, e durante il pranzo si parla di fantasmi.
Tutti sono gentiluomini, conversano amabilmente, si scambiano facezie da militari di altri tempi; c’è anche un Rittmeister von Sodoma, il cui nome da solo merita un applauso; poi Wallmoden va a Vienna, conosce una dama misteriosa e se ne innamora, e con lei va ad una strana cena popolata da signori enigmatici. Ad ogni pagina sembra che si adunino sempre maggiori indizi sinistri, ma senza un perché: forse sono presagi della nuova sciagura che si sta per abbattere sopra l’Europa; ma in seguito, appena immerso in quella sciagura, il protagonista la vive come un incubo: realtà e dimensione onirica si scontrano fra loro o scivolano l’una nell’altra; l’occhio di Wallmoden vede attraverso una lente deformante, come in certe scene di David Lynch.

1°settembre 1939, soldati tedeschi della wehrmacht alzano il confine polacco, dando inizio al 2°conflitto mondiale.

Il mondo che sta precipitando nel gorgo della guerra è un mondo infido, assurdo e inspiegabile: se Wallmoden lo attraversa come un brutto sogno, attonito e sbigottito, è anzitutto perché viene da un mondo diverso, quello dell’antico Impero. E proprio per questa ragione le migliori pagine del romanzo sono quelle dei primi capitoli, quelli d’un tempo di pace ovattato, dove tutto sembra camminare come sempre, o almeno sembra darne l’illusione, anche se l’aria è pervasa da correnti gelide che mettono a disagio; nelle pagine di guerra la scrittura di Lernet-Holenia non è sempre altrettanto sciolta e felice: ad intervalli diviene opaca o s’inceppa, quasi rifiutandosi di effigiare un mondo alieno, donde salgono miasmi d’insensatezza e di morte. Il mondo del romanziere austriaco, l’unico da lui amato, l’unico umano, l’unico vivibile, resta il vecchio Impero, con la sua nobiltà poliglotta e cosmopolita, fiera delle proprie reti di parentele ed amicizie che valicavano gli angusti confini delle piccole patrie e dei nazionalismi, contenta delle sue placide costumanze gentilizie, delle sue cerimonie, delle eleganze cortigiane, delle conversazioni piene di aneddoti arguti e di piacevoli Scherzen all’ombra di vecchi Circoli Ufficiali, ove magari le pareti sono velate di lampasso sanguigno un po’ polveroso, echeggia nella penombra un ritmo di Strauss, e colonnelli, capitani e tenenti portano armoniosi nomi patrizî e feudali, e non sono burocrati o assassini rimpannucciati nel Feldgrau d’ordinanza. Alfiere d’una bellezza cavalleresca che vede ormai tramontata, Lernet-Holenia sparge, come perle, come testimonianze, gocce di rimpianto nel turbine di violenza che si vede davanti, mentre intorno fremono tenebre forse ancora più innominabili e dense, e mostri ancora più devastanti, come quelli, rievocati un attimo prima che si scateni l’offensiva contro la Polonia, che nell’Apocalisse salgono come fumo dal pozzo d’abisso a devastare la terra.
Il romanzo, che descrive nei dettagli l’invasione tedesca della Polonia, viene bloccato dal ministero della Propaganda del Reich e le copie, già pronte per la distribuzione, vengono ritirate dalle librerie (l’opera uscirà solo nel 1947).
Ma guai a pensare Lernet-Holenia come un fervente antinazista.
Il Nostro autore ha addirittura un incarico con tutti i crismi dell’ufficialità del partito nazionalsocialista, visto che è capo della sezione di drammaturgia dell’ufficio cinematografico militare.
Il che gli garantisce anche l’indipendenza economica necessaria per concentrarsi al meglio sulla creazione letteraria. Collaborerà con il regime, ma da vero anarca libero non prese mai parte attiva nella politica. Proprio questa “distanza”, all’indomani della fine della guerra, lo salverà dall’ essersi compromesso col regime hitleriano.
Anzi, la fama dello scrittore cresce: al punto che, nel 1948, Hans Weigls può affermare senza tema di smentita che: “In questo momento la letteratura austriaca è rappresentata sostanzialmente da due soli autori, ovvero da Lernet e da Holenia”.
Il nostro autore toccò il culmine della gloria nel dopoguerra, salvo cadere in disgrazia per il suo conservatorismo rétro negli anni della disdegnata socialdemocrazia.
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Singolare ai limiti della stravaganza, inclassificabile, a volte squalificato, come troppo spiazzante fuoriclasse, dagli anni Ottanta vive la sua grande, postuma riscoperta.
Molto prima che morisse però (nel 1976), un grande conterraneo come lui approdato nel Nuovo Mondo da quello di ieri ne celebrò l’irresistibile originalità: Billy Wilder, che nella commedia “The Emperor Waltz” (1948) a lui si ispirò immaginando il ruolo di un gentiluomo ultrasnob che alla corte del Kaiser si faceva chiamare barone Holenia. Un altro grande, troppo spesso, dimenticato che questa associazione ha riscoperto.
 
Per approfondimenti:
_Alexander Lernet-Holenia, “Ero Jack Mortimer” Biblioteca Adelphi 2010
_ Alexander Lernet-Holenia, “La resurrezione di Maltravers” Biblioteca Adelphi 1986
_ Alexander Lernet-Holenia, “Marte in Ariete” Biblioteca Adelphi 1983
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