L’architettura tra Archè e Technè

di Giuseppe Baiocchi del 08/07/2016

La parola è un involucro che permette ad un contenuto di viaggiare.
I nostri contenuti, sono delle immagini e in realtà hanno bisogno degli involucri, delle lettere per poter attraversare un certo spazio e arrivare a noi. Le parole sono dei veicoli: hanno un involucro esterno e un contenuto, ma se noi non posizioniamo queste parole su un certo sfondo, quello della cultura nella quale noi siamo educati, le parole non dicono nulla, poiché i contenuti cambiano moltissimo. Oggi l’idea di architettura non è quella di Vitruvio Pollione, ma usiamo la stessa parola.
Le parole, dunque, hanno sempre la stessa duplicità che dovrebbe essere messa sempre in relazione: il loro involucro, rispetto al loro contenuto.
La parola con cui inizia la storia occidentale è una caverna e con la parola architettura noi pensiamo che sia un termine universale, ma non è vero poiché oggi l’architettura bisognerebbe cancellarla e lasciare solo il termine “tettura”.

Louis Kahn – Institute La Jolla, California, Stati Uniti

Il termine Architettura si compone in archè (dal greco ἀρχή) e da tèchne (dal greco τέχνη).
In maniera semplice questi due termini riassumono i principi primi a guida delle tecniche: il bello, il vero, il buono.
In archè risuona tutta la filosofia dell’occidente e in tèchne viene rappresentato il mondo reale, della presenza dei manufatti tangibili.
La parola architettura possiede due dimensioni tangibili: la tècne che lavora sulle cose concrete (che puoi misurare, prendere in mano, elaborare) su ciò che è visibile, mentre l’archè è quella radice che ci fa capire l’indominabilità, poiché noi non possiamo dominare la verità, la bellezza, la bontà, non possiamo dominare nulla, noi possiamo interpretare, questi indominabili.
L’archè lavora su ciò che è invisibile, che appartiene all’indominabile e ciò è molto più potente del visibile e del dominabile della Tecnè.
Tutti noi oggi vorremo fare esperienza e fare i nostri errori e nessuno ci costringerà a fare un qualcosa che non vogliamo, noi siamo al mondo non per fare l’esperienza degli altri, ma siamo al mondo per portare l’esperienza nostra del mondo (di un mondo) non della autorefenzialità, ma di un mondo.
Dunque l’esperienza è un concetto fondamentale che oggi nella cultura contemporanea è stato azzerato totalmente, perché oggi chi pensa per noi sono la tecnica e la scienza e virtualità.

Rendering di Palazzo Italia – Expò Milano 2015

La memoria è fuori di noi e non facciamo esperienza (dal greco ἐμπειρία) e per farla dobbiamo spostare il nostro limite interiore verso la dimensione degli universali nei quali fanno parte degli indominabili dell’archè che abbiamo incontrato in architettura.
Le nostre esperienze devono avere la propria archè e quando si fa architettura bisognerebbe fare tre progetti contemporaneamente, perché si deve pensare prima all’archè della architettura, all’archè della propria singolarità (non individualità) e all’archè della tecnè, della tecnica perché la tecnica è quel sapere che deve dare risposte alle necessità quotidiane, ma l’archè è quell’asse verticale attorno al quale ruota tutto.
Dunque quello che si sta mettendo in gioco da questo ragionamento è che non c’è opera in architettura che non sia un opera singolare, perché la nostra individualità è una nostra singolarità e tutte le opere dovrebbero essere singolari perché la singolarità dovrebbe mettere insieme due opposti: la particolarità di quel tempo, luogo, progetto con l’universalità che converge in quel progetto. Quella è la singolarità e ciò vuol dire che l’architettura come suo ideale dovrebbe sempre produrre delle opere che sono d’arte, capolavori e per far ciò occorre avere una tensione, una direzione.
Noi siamo nel mezzo di due ambiti quello dei dominabili e quello degli indominabili e che non siamo noi a dominare l’architettura, ma è l’architettura che ci chiama e noi dobbiamo prepararci per arrivare al livello che chiede l’architettura, questa ci impone delle leggi che dobbiamo perseguire, ma che sono anche delle nostre leggi, perché anche noi abbiamo una archè.
Dunque la meraviglia di questa disciplina consiste nel fatto che in una legge così banale si sviluppa la libertà, qualsiasi “progetto” si fonda da due estremi: libertà e legge.
Per accedere a qualunque arte, (intesa in questo caso come architettura) bisogna avere il dispendio, cioè tu devi mettere in gioco tutto te stesso, ma qualcosa di più per poter fare quell’opera, poiché essa non ti appartiene, l’architetto è stato chiamato all’architettura per fare ciò, dunque l’architettura è un dono che ti fa chiamandoti e si risponde a quel dono con il sacrificio, il dispendio.
Dunque l’architetto quando con la sua “opera” commuoverà gli indominabili (altri individui) potrà essere soddisfatto e soprattutto avrà rispettato il mandato che l’architettura gli ha imposto, l’indominabile si può solo rappresentare, dunque l’architettura eaulica è colei che rappresenta gli individui.

Anfiteatro romano di Bosra in Siria

Il rischio dunque è fare il viaggio all’interno dell’architettura che crea dispendio non per catturare l’opera, ma per accumulare esperienza, che non ti cambia ma approfondisce il nostro essere e che espande il nostro io verso la nostra dimensione divina.
Che cosa significa divino? Il divino è quella dimensione degli universali che appartiene a noi (perché lo abbiamo da sempre) e che sta al fondo della parola Archè. L’architetto dovrebbe impegnarsi affinchè le cosa che fa, arrivino al giusto livello di qualità.
Sull’ingresso della facoltà di architettura di Venezia, c’è iscritto nel portale di ingresso “Verum ipsum factum” di Giambattista Vico (filosofo napoletano) che esprime il concetto che le cose autentiche stanno nell’ambito metafisico (punti metafisici) quei punti per Vico sono tridimensionali, mentre le nostre opere che costruiamo nella realtà sono sempre bidimensionali perché sono “l’ombra” i quei punti tridimensionali.

“verum ipsum factum” Gian Battista Vico – Scritta della Facoltà di Architettura di Venezia

Ancora Aldo Rossi esclamava: “l’architettura sta tra la magia e la felicità” ovvero i moderni si sono soffermati sui piani intermedi, senza aver capito che all’inizio c’è la magia e in fondo c’è la felicità e una delle strade che un architetto dovrebbe comprendere è proprio quella che noi siamo delle individualità che sarebbero tese verso la singolarità e mai verso la autoreferenzialità con il nostro ambito culturale non può essere ambiguo, ma deve avere come orizzonte tutto il sapere della cultura occidentale.
L’architettura è una disciplina che fa tremare i polsi, ma forse è la più meravigliosa perché mette in gioco la nostra esperienza e la nostra universalità, che è anche singolarità contemporaneamente alla singolarità di architettura e per far ciò bisogna mettersi in gioco attraverso il dispendio e noi siamo chiamati per questo compito.
Concludo con il grande Sverre Fehn: “L’architettura è fondamentalmente filosofia. L’uomo si muove in essa da uno spazio all’altro, da un punto filosofico all’altro. Contemporaneamente l’architettura stessa cambia con lo spostamento della prospettiva: c’è un modo nuovo e diverso di fare esperienza della terra, del cielo e della vita. Con un approccio di questo tipo è possibile assumere un atteggiamento simile nei confronti del passato, che allora ci appare come una struttura dotata di vita, sempre nuova e differente ogni volta che la si guarda da un punto di vista filosofico diverso. Il significato dell’attività creativa sta proprio nel trovare il passato e coglierne i diversi aspetti e le diverse sfumature”.
 
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