La Turchia: dalla caduta dell’Impero ottomano a Erdoğan (2)

di Gabriele Rèpaci del 13/07/2016

Il kemalismo è un fenomeno storicamente legittimo, e la sua legittimità è data dalla volontà annientatrice delle potenze occidentali dopo il 1918, che intendevano dissolvere oltre al’Impero ottomano anche la nazione turca.
È bene che questa ammissione venga fatta, prima di condannare (per altro giustamente) le modalità dispotiche con cui il kemalismo fu realizzato.
La violenza kemalista fu all’inizio una violenza difensiva contro una violenza maggiore, il banditismo spartitorio delle potenze vincitrici di Versailes e Sèvres.
La modernizzazione dispotica kemalista trova la sua legittimità storica originaria in una situazione di emergenza, di cui sono colpevoli al 100% le potenze occidentali vincitrici (Inghilterra, Francia, Italia, eccetera), cioè per l’appunto i peggiori fra i due contendenti della Prima Guerra Mondiale.

Il carattere “totalitario” del kemalismo è stato per molti aspetti superiore a quello del comunismo sovietico e del nazionalsocialismo tedesco.
Fu modificato imperativamente l’abbigliamento dove venne vietato non solo il velo per le donne ma anche il tradizionale fez che veniva sovente inchiodato sulla testa di chi persisteva a portarlo. Vennero messi al bando gli ordini dei dervisci, eliminata dalla costituzione ogni riferimento all’Islam quale religione di stato, vennero soppressi i tribunali religiosi e le scuole coraniche, sostituite da una rete capillare di scuole elementari di stato, primo livello di un sistema educativo basato sul patriottismo e sul laicismo. I manuali scolastici in uso negli anni trenta riscrissero l’intera storia dell’umanità dal punto di vista del nazionalismo turco, elaborando la fantasiosa tesi secondo la quale i turchi non erano originari della Mongolia, bensì discendenti degli Hittiti che avevano avuto un ruolo centrale nell’evoluzione dell’umanità e la loro lingua sarebbe stata all’origine di tutte le altre.
Dalla necessità di fondare una nazione nuova e compatta discese anche l’intervento su uno dei fattori fondamentali per la costruzione di un’unità nazionale, che, senza formalmente rigettarlo, aveva però preso le distanze dall’Islam e non poteva non porlo quale fondamento primario dell’identità nazionale: la lingua. La riforma della scrittura non si limitò a sostituire l’alfabeto arabo con quello latino, ma cambiò anche la struttura grammaticale e il lessico (con eliminazione amministrativa delle parole arabe e persiane in uso da secoli).
Il mutamento dell’alfabeto fu soprattutto un fenomeno religioso, perché l’alfabeto arabo è strettamente legato alla religione islamica. Dall’ora in poi, l’unica lingua ufficiale, persino nelle funzioni religiose, fu la lingua turca definita e sancita dal Türk Dil Kurumu, un’associazione per la lingua turca fondata da Kemal.
E insieme con le lingue, vennero negate l’esistenza di altri popoli o di altre culture. Dei Greci, dei quali non poteva essere negata l’esistenza – avendo ormai un’identità forte e, soprattutto, il sostegno di uno stato riconosciuto internazionalmente – Atatürk ottenne di sbarazzarsene con lo scambio coatto di popolazioni sancito dal trattato di Losanna (1923): circa un milione e mezzo di cristiani ortodossi, in larga parte linguisticamente greci (ma anche di altre minoranze cristiane) furono espulsi dal territorio turco e insediati in quello greco, mentre circa 800.000 musulmani fecero il percorso opposto.
I greci rimasti ad Istanbul – una consistente comunità di 100.000 persone – verranno attaccati nel settembre 1955 da un pogrom che ne accelererà fortemente l’emigrazione, riducendoli dai 200.000 che si contavano ancora nel 1924 agli appena 5.000 del 2005.
Le altre minoranze, curda, armena e araba, furono perseguitate e fu colpita ogni espressione della loro nazionalità. Tale nazionalismo esasperato si tradusse nel rifiuto di ammettere che in Turchia esistessero popolazioni non turche.
Gli armeni, già prima dell’avvento al potere di Atatürk, erano stati oggetto di persecuzioni e repressioni: nella campagna del 1894-1896 condotta contro di essi dal sanguinario sultano ottomano Abdul Hamid II, poi, negli anni 1915-1916, durante la Grande guerra, accusati di tradimento (parte degli armeni si arruolarono nell’esercito zarista), furono deportati dall’Anatolia, dove abitavano da millenni, verso i deserti della Siria e della Mesopotamia e morirono a centinaia di migliaia (secondo alcune fonti si supera il milione: un genocidio).

 I curdi, che avevano ancora una presenza rilevante nel sud-est del paese, furono chiamati “turchi di montagna” e si proibì loro di parlare la propria lingua.La politica estera della repubblica turca tra le due guerre mondiali oscillò tra l’alleanza con la Germania hitleriana, riprendendo anche la tradizionale collaborazione con il paese che ebbe la maggior influenza sull’Impero ottomano, e di cui Atatürk ammirava l’accentramento del potere e il nazionalismo revanscista, e le liberaldemocrazie occidentali eredi dell’Intesa, con cui si era in parte riconciliata nel 1923, quando a Losanna avevano accettato di rovesciare il verdetto di Sèvres, e più tardi, nel 1936, alla conferenza di Montreux, dove Ankara ottenne il diritto di fortificare gli Stretti, aprendo quasi una crisi con l’URSS, e nel 1939, quando stipulò il Patto di mutua assistenza con Gran Bretagna e Francia, che le cedeva il controllo del sangiaccato di Alessandretta (ribattezzato Hatay), in precedenza sotto amministrazione francese. La seconda guerra mondiale è stata decisiva per la definizione del campo in cui la Turchia si schiererà. Essa, ammaestrata dalla dura esperienza della Grande guerra, che determinò il crollo del suo impero, decise di rimanere neutrale, in attesa di scegliere la carta da giocare. Il 30 gennaio 1943, in un treno fermo alla stazione di Adana, Churchill incontrò segretamente İnӧnü, il successore di Atatürk (morto nel 1938) e alla fine dell’anno lo rincontrò, insieme con Roosevelt , alla conferenza del Cairo. I due statisti anglosassoni riuscirono a evitare che la Turchia aderisse all’Asse. Del resto, dopo la vittoria sovietica di Stalingrado, le fortune del blocco nazifascista erano decisamente in declino. La Turchia, quando fu ormai evidente la disfatta hitleriana dichiarò guerra alla Germania e giocò la sua carta per l’adesione al campo occidentale in funzione anticomunista. Per la sua posizione geografica, essa era preziosa nella strategia di Churchill nel Mediterraneo, dove l’insurrezione dei comunisti greci sarebbe stata fermata in un bagno di sangue dagli anglo-americani. Si gettarono così le basi per l’adesione della Turchia al campo occidentale. Essa diverrà il bastione antisovietico, il paese dove la Russia si ferma. L’orientamento anticomunista del nazionalismo turco venne confermato. E così, alle potenze occidentali, agli anglosassoni in particolare, riuscì il colpo gobbo di riprendersi come alleato stabile e fedelissimo quella Turchia che era nata con Atatürk proprio per opporsi ad esse, e in questa lotta era stata sostenuta dalla rivoluzione russa, anche dopo il massacro del gruppo dirigente del partito comunista turco. La classe dirigente turca fece una scelta di campo ormai ben precisa, accettando anche di trasformare, in omaggio formale agli Usa e all’Occidente, il sistema politico, inventandosi il multipartitismo. Il regime di partito unico del CHP rimase in vita fino al 1946. Durante la discussione sulla riforma agraria in parlamento, nel 1945, alcuni membri del CHP presentarono una mozione che dichiarava maturi i tempi di democratizzazione della vita politica turca. Questa istanza trovava nel presidente della repubblica Ismet Inӧnü una inaspettata, importante condivisione. Del resto, anche fattori esterni incidevano su questo passaggio: primo fra tutti, l’esigenza di propiziarsi la fiducia dell’Occidente, rispetto alla pericolosa vicinanza sovietica. Il punto di svolta fu segnato dalla nascita del Partito democratico (Demokrat Parti – DP), Il 7 gennaio 1946, sotto la leadership di Celal Bayar, espressione dei gruppi, anche parlamentari, che si erano opposti alla riforma agraria in discussione. L’inedito nascente pluralismo favoriva anche il riemergere delle questioni religiose. Il DP fece proprie le istanze del Partito nazionale (Millet Partisi – MP) per il riconoscimento di forme di moderata apertura religiosa per l’educazione primaria e il riconoscimento delle Facoltà di teologia: e con questa mossa, vide crescere il suo sostegno sociale. La vittoria del DP arrivò nelle elezioni politiche del 14 maggio 1950 con il 52,6% contro il 39,5% del CHP. Giornalisti e osservatori indipendenti annunciarono l’avvento della «tirannia della maggioranza». L’esito elettorale si spiegava proprio per l’apertura alle frange islamiste presenti nelle province periferiche del paese, deluse dall’accentramento kemalista. Infatti, in nome del kemalismo, il governo del DP venne interrotto dal colpo di stato del 27 maggio 1960. Un consiglio di unità nazionale, guidato dal capo delle forze armate Cemal Gürsel e composto da 36 ufficiali, assunse le funzioni di governo.

La tipologia di questo brusco evento è particolare: tipicamente «turca» nelle sue connotazioni interne se si pensa, ad esempio, che tra gli ufficiali che vi aderirono ci fu anche Alparslan Türkeş, di lì a poco leader del partito ultranazionalista turco; del tutto discontinua nel confronto con i regimi dittatoriali allora presenti nell’area mediterranea (Grecia, Spagna, Portogallo).
I militari dichiararono di voler ripristinare l’ordine costituzionale, recuperandone l’originario spirito di unità nazionale. Ma il sentimento di fedeltà alla Costituzione kemalista si espresse in modi diversi, tra loro difficilmente conciliabili.
Da una parte, sulla spinta delle frange oltranziste, molti esponenti del DP e del suoi governo vennero arrestati. Di loro, 15 esponenti furono addirittura condannati a morte, e fra questi l’ex Primo ministro Menderes.
Dall’altra, i militari moderati provvidero a far redigere la nuova Costituzione del 1961, a contenuto fortemente paternalistico e allo stesso tempo progressista, con la istituzionalizzazione del Consiglio di sicurezza nazionale (Milli Güvenlik Kuruluk) quale organo fondamentale dello stato, la introduzione del sistema elettorale proporzionale per impedire nuove derive autoritarie, il riconoscimento di importanti diritti sociali come il diritto di sciopero, l’incoraggiamento del pluralismo sindacale, un controllo statale dell’economia che assumeva sempre più un carattere sociale e collettivo e l’istituzione addirittura di una Corte costituzionale indipendente.
Ci fu chi all’epoca definì la magna carta turca, non senza qualche forzatura, come “aperta al socialismo”.
In politica estera la giunta si distinse per un timido avvicinamento ai paesi non allineati e, in nome del patriottismo kemalista e del richiamo all’unità nazionale, operò un raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Occidente sia pure senza mettere in discussione l’appartenenza della Turchia alla NATO e al blocco antisovietico.
Il 13 gennaio 1961, i militari abrogarono il divieto di attività politica e fissarono nuove elezioni politiche per il 15 ottobre successivo. Due nuove formazioni si contesero i voti del disciolto DP: il Partito della giustizia (Adalet Partisi – AP) e il Partito della nuova Turchia (Yeni Türkiye Partisi – YTP). Tra le due formazioni non si registravano particolari differenze di reclutamento e di ispirazione politica. Riemerse anche una formazione nata nel 1948, come espressione dei gruppi nazionalisti più radicali: il Partito contadino nazionalista repubblicano (Cumhuriyetçi Köylü Millet Partisi – CKMP). Il CHP, ancora sotto la leadership di İnӧnü, conquistò il 36,7% dei voti e ritornò al potere dopo undici anni di opposizione.
Ora, però, per la prima volta nella storia repubblicana il kemalismo politico doveva sperimentare la prassi delle coalizioni di governo. Infatti, il suo primo esecutivo nacque in accordo con il Partito della giustizia, ma ebbe vita effimera.
La scarsa capacità di coalizione costrinse il partito kemalista a revisionare il proprio impianto ideologico, adottando nel Congresso nazionale dell’ottobre 1964, la dichiarazione programmatica intitolata «il nostro ideale di Turchia progressista» sottoscritta anche da un giovane esponente, Bülent Ecevit, che avrebbe fatto carriera. Essa prefigurava una politica di coalizione di «sinistra-centro», impegnata in un disegno riformatore della Turchia in senso pluripartitico, di sicurezza sociale e decentramento dei poteri.
Tuttavia, sarà proprio questo slancio riformatore del CHP a dar forza all’alternativa dell’AP. Il suo nuovo ambizioso leader, Süleyman Demirel, rimproverava all’èlite kemalista una deriva di sinistra, di stampo filosovietico, ideologicamente condizionata dal contesto internazionale.
La crisi delle aperture di coalizione di sinistra fu confermata dalle elezioni politiche del 1965, che conferirono la maggioranza al Partito della giustizia, consegnando il governo al nuovo leader. L’AP ottenne, infatti, il 52,9% dei voti, contro il 28,9% del CHP.

Elezioni parlamentari in Turchia del 1961 – Elezioni parlamentari in Turchia del 1965

Tra l’altro, in quella tornata elettorale, un’altra formazione contribuì alla radicalizzazione dello scontro politico: il neonato Partito socialista dei Lavoratori (Tїp), favorito, per la sua organizzazione e composizione, dal riconoscimento dei diritti associativi tutelati dalla nuova Costituzione del 1961. Questa discontinuità pesò su due fronti: si inaugurerà una fase di radicalizzazione extraparlamentare dei movimenti sindacali e dei lavoratori, che sfocerà nella nascita del Partito rivoluzionario dei lavoratori (DİSK); si acutizzeranno le contrapposizioni tra destra e sinistra parlamentare ed extraparlamentare, con la nascita, nel 1968, della Società per la lotta contro il comunismo e il compattamento dei movimenti nazionalistici intorno al Partito di azione nazionale turco (Milliyetçi Hareket Partisi – MHP), nato dal precedente Partito contadino nazionalista (CKMP).
Diversamente, il Partito dell’ordine nazionale (Milli Nazam Partisi –MNP), di Necmettin Erbakan, sarà contraddistinto dalla critica alla secolarizzazione repubblicana e kemalista, in nome di un recupero politico dell’unità turca per mezzo della identità islamica del popolo.
Il 12 marzo 1971, i Generali delle forze armate turche inviarono al Primo ministro un Memorandum, con cui invitavano il governo ad «assumersi le responsabilità» delle difficoltà politico-sociali del momento, minacciando un intervento di forza per ripristinare l’ordine secondo lo «spirito kemalista».
Fu una vera e propria dichiarazione di sfiducia extraparlamentare al governo.
Alle inevitabili dimissioni di Demirel seguì la composizione di un esecutivo tecnico controllato dai militari, che reintrodusse la legge marziale e sciolse movimenti estremisti di sinistra e di destra, compresi il TїP e il MNP.

Süleyman Demirel, leader del Partito della Giustizia, in turco Adalet Partisi, sigla AP

Nelle successive elezioni del 1973, il Partito della salvezza nazionale (Milli Selamet Partisi – MSP) conquistò 48 seggi parlamentari, costringendo il CHP a nuove coalizioni instabili e trasformiste. Il PKK, ossia il Partito dei lavoratori curdi ( in curdo, Partiya Kerkoran Kurdistan), approfittando della situazione, esplicitò la rivendicazione del separatismo etnico, finalizzato alla costituzione di una repubblica indipendente del «Kurdistan marxista-leninista», con ricorso alla violenza e atti di terrorismo.
Un nuovo colpo di stato militare del 1980 portò all’ennesima composizione, il 21 settembre, di un gabinetto tecnico guidato dall’ammiraglio Bülend Ulusu, composto in prevalenza da militari, con 27 alti ufficiali, e, per il resto alti burocrati e accademici.
Ancora una volta gli attori politici del precedente regime furono sottoposti a processo. I partiti vennero dichiarati illegali così come i sindacati insieme a ogni libertà politica e civile. Chiunque fosse sospettato di nutrire simpatie per la sinistra era passibile d’arresto. Sia Erbakan, leader del MSP che Türkeş, leader dell’MNP, vennero accusati di alto tradimento e attentato alla Costituzione, rispettivamente per aver messo in discussione i principi del secolarismo turco e per aver istigato alla guerra civile e alla soppressione fisica degli avversari politici. I tre anni di potere militare in Turchia sembravano concretizzare un’idea che sin dagli anni settanta aveva raccolto consensi nella specificità politico-istituzionale nazionale: la cosiddetta «sintesi turco-islamica» (Türk-Islam sentez – TIS). Con essa , si tendeva a prefigurare l’evoluzione politica della Turchia non in termini di contrapposizioni ideologiche di destra/sinistra, funzionale alla suddivisione in due blocchi del contesto geopolitico mondiale, bensì in termini di valorizzazione dei caratteri culturali turchi e dei suoi predicati istituzionali, in sé non riconducibili né a una «falsa vernice occidentale» né a una ortodossia religiosa «araba e fondamentalista».
Del resto, questa chiave di lettura sembrò trovare conferma nell’esito del colpo di stato del 1980: ancora una volta venne riscritta una nuova Costituzione, una delle più retrive che il paese abbia mai conosciuto e che sostanzialmente cancellava tutti i diritti sociali contenuti in quella redatta nel 1961.
Le elezioni del 6 novembre 1983 riaprirono la dinamica democratica, sempre sotto controllo militare, che provvide non solo a organizzarle ma persino a conformarle nelle liste elettorali in competizione. Infatti, alle elezioni poterono partecipare solo tre partiti: il Partito democratico nazionalista (Milliyetçi Demokrasi Partisi –MDP) fondato dagli stessi militari; il Partito populista (Halkçi Parti – HP), anch’esso sostanzialmente incoraggiato dai militari per intercettare i voti di sinistra; infine il Partito della madrepatria (Anavatan Partisi – ANAP), formazione autonoma di orientamento conservatore. In questo modo, nonostante il prevedibile successo dell’ANAP, con il 45% dei consensi, il voto agli altri due partiti consentì ai militari l’ingresso parlamentare attraverso i propri rappresentanti, quello che non si era verificato negli interventi precedenti, con la conseguente «messa in sicurezza» della dialettica endoparlamentare. Sul fronte sociale questa asimmetria rappresentativa acutizzò la radicalizzazione dei partiti «spontanei» della società: da un lato, si registrò l’attivismo del PKK, ormai sfociato nella lotta armata; dall’altro aumentava nei consensi il Partito della prosperità (Refah Partisi – RP), nato nel 1983 dalle ceneri dell’MSP di Erbakan.
Turgut Özal, a capo dell’ANAP, ufficializzò la strategia parlamentare dell’Orta Direk (letteralmente, «pilastro portante» della società), ossia un percorso di convergenza al centro gestito secondo un pragmatismo aperto a tutte le istanze sociali, indipendentemente dalle proiezioni religiose ideologiche. In questo modo, egli tentò di rispondere ai movimenti extraparlamentari. Nel contempo, sotto la spinta della parte laica dell’opinione pubblica, annunciò un referendum per la modifica costituzionale e della riabilitazione dei politici banditi dal regime militare. Tuttavia, le concrete misure di governo tradirono la moderazione annunciata. La repressione colpì sia il dissenso politico, con numerose condanne per reati di opinione, che la mobilitazione sociale, con la limitazione del diritto di sciopero. Persino dopo l’abrogazione della legge marziale, avvenuta nel luglio del 1987, gli atti di governo continuarono extra ordinem.
L’esito favorevole del referendum, nel settembre 1987, costrinse comunque il governo a nuove elezioni, che, nel novembre successivo, permisero il ritorno in parlamento di alcuni vecchi leader di partito: Demirel, alla guida del Partito della vera via (Doğru Yol Partisi –DYP), ed Ecevit, con il Partito della sinistra democratica (Demokratik Sol Partisi –DSP).
Il Refah Partisi, pur non essendo riuscito a superare la soglia di sbarramento del 10% per l’ingresso parlamentare, vide aumentare i propri consensi a livello delle elezioni municipali, con le vittorie del 1984 e del 1989.
Nel 1990, quando Özal venne eletto presidente della repubblica, la guida dell’esecutivo passò a Yildїrїm Akbulut.
Le consultazioni politiche generali del 1991, segnarono una nuova discontinuità sulla scena politica. Infatti, aumentarono i consensi per le nuove formazioni, compreso il Refah Partisi, che ottenne il 16,9%dei voti e 62 seggi.
Intanto con la morte di Özal, il cambio di leadership nel DYP portò al governo una donna Tansu Çiller, e, alla presidenza della repubblica, Demirel. Questa specie di «coabitazione» tra leader, nelle rispettive vesti di Primo ministro e presidente della repubblica, in un paese, come si è visto a rigida concentrazione monopartitica dei due ruoli ma ora in assetto di coalizione, produrrà non secondarie discontinuità nelle consuetudini costituzionali turche, sopravvissute alle diverse costituzioni formali succedutesi dal 1924.
Il protagonismo della presidenza della repubblica emerse come contrappeso alla potenziale instabilità di coalizione.
Ma anche questa discontinuità fu bruscamente interrotta. Nella notte del 28 febbraio 1997, il Consiglio di sicurezza nazionale adottò il cosiddetto «colpo di stato post-moderno» o «processo 28 febbraio», dettando una serie di misure legislative e di ordine pubblico, a garanzia del «rispetto del carattere secolare della Repubblica». Inoltre, dopo appena un anno, nonostante la decisione della Corte costituzionale, del 16 gennaio 1998, di scioglimento del partito islamico e di interdizione politica per cinque anni di Erbakan, una nuova formazione venne messa in piedi: il Partitò della virtù (Fazilet Partisi – FP), destinato a ereditare politiche e consensi dell’RP.
Nelle elezioni per l’aprile del 1999, il Dsp di Ecevit ottenne la maggioranza relativa con 136 seggi, mentre per la prima volta dal 1923, il CHP non riuscì a entrare in parlamento. Il secondo raggruppamento fu il Partito di azione nazionale, che portava con sé il legato del movimento di estrema destra dei «Lupi Grigi». Il neo costituito Partito della virtù conseguì infine 111 seggi, con il 14,79% di voti. Ora, senza il CHP in Assemblea, le coalizione avrebbe orbitato completamente fuori da ogni diretta reminiscenza kemalista. Infatti, il nuovo governo di coalizione, tra DSP, ANAP e MHP fu ancora a guida di Bülent Ecevit, ma con una politica considerata dalla maggior parte degli osservatori «meno turca».
Intanto, all’interno dell’FP, un gruppo di giovani iscritti guidati da Recep Tayyip Erdoğan e Abdüllah Gül, sfidava apertamente il segretario dell’FP, Recai Kutan, subentrato a seguito dello scioglimento dell’RP e dell’allontanamento di Erbakan.
Il consenso a questa alternativa «di centro», ispirata al modello tedesco della Cdu, non arrivò subito, ma venne facilitato da un prevedibile evento costituzionale.
Il Procuratore generale Vural Savaş aveva promosso, sin dal maggio 1999, l’inchiesta per la chiusura dell’FP in quanto partito antisecolare e illegale continuatore del disciolto RP.
La Corte costituzionale, il 22 giugno 2001, accolse il primo dei motivi, sulla base dell’art. 69 della Costituzione, costringendo anche l’FP alla chiusura e favorendo, di fatto, la fronda interna minoritaria. Infatti, a seguito di questo evento, i fuoriusciti diedero subito vita a due diverse organizzazioni: quella riformista e moderata del Partito della giustizia e del progresso (Adalet ve Kalkinma Partisi – AKP), con leader acclamato Erdoğan; quella dei tradizionalisti, confluiti nel Partito della felicità (Saadet Partisi –SP) guidato dal precedente leader Kutan.

Recep Tayyip Erdoğan

Le elezioni del novembre 2002 portarono all’ingresso in parlamento dell’AKP, con il ritorno del CHP. L’inaspettato bipartitismo, favorito dalla soglia di sbarramento elettorale, consentì un governo monocolore dell’AKP, ma privo della guida del suo leader, interdetto dall’assunzione di qualsiasi carica istituzionale pubblica, per via di una sanzione a lui comminata nel 1997, per un discorso filo islamista pronunciato a Siirt. Infatti il primo ministro diventò il suo braccio destro, il pragmatico islamico Abdüllah Gül.

Con appositi emendamenti ad personam, nonostante l’apposizione del veto da parte del presidente della repubblica Sezer, si riuscì a eludere l’ostacolo e alle prime elezioni suppletive utili, tenutesi proprio nella città di Siirt, la città dell’arresto del 1997, Erdoğan conquistò il seggio parlamentare negato dai giudici, per diventare finalmente Primo ministro nel 2003.
Il governo di Erdoğan si è proposto come un modello per i paesi musulmani del Mediterraneo, in particolare quelli che hanno vissuto le cosiddette «primavere arabe» caratterizzandosi per il tentativo, al quanto ambizioso, di conciliare Islam e democrazia, sharia e capitalismo, richiamo alla grandezza imperiale ottomana e adesione al campo geopolitico occidentale, solidarietà con il popolo palestinese e mantenimento delle relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele.
Il cosiddetto “neo-ottomanesimo” di Ankara, il cui presupposto si basa sul recupero di influenza politica nei territori appartenuti all’Impero ottomano, avrebbe potuto giocare un ruolo positivo, tuttavia il contributo dato dalla Turchia al terrorismo jihadista in Siria dimostra che il tanto decantato “neo-ottomanesimo” non ha altra funzione che quella di fare da gendarme agli Stati Uniti d’America nell’area balcanica e arabo-islamica.
Si dice spesso che senza Mustafa Kemal l’attuale Turchia non sarebbe esistita.
Ma si può anche immaginare che, con o senza di lui, un’altra Turchia avrebbe potuto vedere la luce. Si rimane infatti colpiti nel vedere che dal 1908 al 2003 il paese si è trovato spesso di fronte a scelte difficili; e che ogni volta si è indirizzato verso una politica di repressione di massa, di integralismo, di violenze e crisi acute. Un solo esempio basterà a illustrare questo punto. All’inizio degli anni Novanta, mentre crollava l’Unione Sovietica e i cambiamenti senza precedenti sconvolgevano i Balcani e il Medio Oriente, molti osservatori erano piuttosto ottimisti sul futuro della Turchia: la soluzione pacifica della questione curda e l’integrazione di un islam politico garante della legalità, capace di evolvere in quadro democratico, avrebbero liberato le immense potenzialità economiche e umane del paese per farne la principale potenza ai confini di tre regioni.
Anche i curdi iracheni parlavano apertamente, se non della loro integrazione in questo paese erede dell’impero ottomano, quanto meno di un’autonomia prospera in armonia con esso. Al contrario la Turchia degli anni Novanta, in balia della guerra civile e dei conflitti di religione, si è vista completamente emarginata nei Balcani, per non parlare poi dell’Asia Centrale, dove è una potenza inesistente, mentre continua a spendere miliardi di dollari in offensive «antiterrorismo» nel Kurdistan dove ormai il suo nome ispira solo odio e disprezzo.
Tuttavia non è necessario ricorrere al fatalismo o alla maledizione per spiegare questa situazione. Bisogna storicizzare l’esperienza turca e le sue numerose crisi, a cominciare dalla fine dell’impero ottomano, che ha assunto un ruolo traumatico e rafforzato le tendenze repressive e nazionaliste nel paese. Ultima componente di un impero multietnico e multiconfessionale, la repubblica turca è stata fondata sulla negazione radicale del suo passato più recente e delle sue stesse basi storiche.
Per assicurarsi la proprietà di una terra ottenuta a prezzo di grandi sacrifici ma anche – lo si dimentica spesso – di stermini e pulizie etniche, il paese ha «turchizzato» la sua storia cacciando le popolazioni cristiane (armeni, greci, assiro-caldei).
Interpretando ogni identità non turca come una patologia mortale, la Turchia è arrivata al punto di censurare lo stesso Mustafa Kemal, che aveva evocato l’ipotesi di un’autonomia curda. Considerando l’Islam come la principale causa di morte dell’«uomo malato», il paese ha negato che la sua guerra di indipendenza fosse stata condotta, almeno in parte, in nome dell’Islam e del Califfato. Per paura di perdere la propria «identità nazionale», che si confondeva per altro con l’Islam, la Turchia ha negato l’esistenza della sua comunità alevita. Infine la presenza nella sua popolazione di un gran numero di balcanici (a cominciare dallo stesso Mustafa Kemal, originario di Salonicco) e caucasici rafforzava e continua a rafforzare l’impressione di insicurezza e di assenza di punti di riferimento. Tutto ciò ha portato a una forte identificazione in una turchizzazione acquisita di recente e in una Turchia come ultimo rifugio.
Il dramma del kemalismo, per concludere, è in un certo senso un dramma parallelo a quello del comunismo: all’inizio il suo dispotismo viene giustificato con l’argomento dell’emergenza, poi l’emergenza diviene permanente e finisce con il costituire il tessuto portante della realtà civile e costituzionale.
 
Per approfondimenti:
_Hamit Bozarslan, La Turchia contemporanea, Il Mulino, 2004
_Lea Nocera, La Turchia contemporanea. Dalla repubblica kemalista al governo dell’AKP, Carocci, 2011
_Alessandro Aruffo, Il pendolo turco. La Turchia contemporanea tra passato e futuro, Datanews, 2011
 
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