La bio-psicologia del riflusso storico e il nichilismo europeo

di Francesco Di Turi del 02/08/2016

Tutti i movimenti della storia compreso quello in corso, e a maggior ragione le soglie che discriminano le epoche storiche, sono eventi che agiscono sulle strutture psichiche consce e subconsce dell’individuo e delle comunità a cui esso appartiene. Il riflusso storico attuale che caratterizza pressoché tutte le culture globali e che proviene da differenti situazioni storiche analogiche passate e dissolte, determina un rifluire, un riemergere carsico anche delle condizioni psichiche consce e subconsce delle situazioni storiche che ritornano.

Ora, la «coscienza» dei singoli individui è affetta in superficie dall’azione di molteplici forze introiettate nel farsi della propria esperienza di vita o già possedute come proprio patrimonio genetico: condizioni sociali di crescita infantile, il mondo-ambiente famigliare e la sua esperienza affettiva, educazione privata famigliare e pubblica istituzionale, cultura dettata da esperienze intellettuali, informazione, media; azione dell’ambiente nel senso fisico delle condizioni geo-climatiche, e così via. Il tutto organico di queste esperienze che forgiano la storicità propria di ogni individuo, che fanno ciò che siamo, determina la dinamica strutturazione del pensiero e della personalità cosciente in concorso però con una più radicata subcoscienza che si articola altrettanto dinamicamente in forme innate e acquisite quale espressione nascosta dell’integralità delle esperienze che fenomenizzano la prima.
La socialità, la comunità in cui si situa la persona non è la semplice somma aritmetica di più individualità ma, più essenzialmente, è il corpo stesso organicamente vivente di detta comunità di cui l’individualità cosciente e subcosciente costituisce una cellula in senso attivo, perché agente sempre su di essa e capace di modificazione dell’organismo e, al tempo stesso, in senso passivo, perché paziente e sempre soggetta all’affezione dell’organismo comunitario stesso; ma l’esperienza storica della persona, la sua propria storicità, come sempre più ci dimostra la scienza è altresì determinata anche biologicamente, geneticamente, attraverso il processo di fenotipizzazione del patrimonio genetico influenzato dal mondo-ambiente in cui l’individuo già sempre è situato nella propria vicenda storica: è il suo personalissimo ed unico storicizzarsi. Il mondo-ambiente, concorrendo a determinare il processo di fenotipizzazione del patrimonio genetico non potrà a sua volta che essere un fattore decisivo della strutturazione e storicizzazione del patrimonio genetico stesso. Il «codice della vita» è dinamico, muta, è nella storia nel senso che esso, manifestandosi in concorso con il mondo-ambiente della persona e modificandosi proprio in virtù delle esperienze e affezioni agite e patite nella vita concreta di essa, non può non trasmettersi se non dopo aver incapsulato e selezionato tali esperienze, gli Erlebnisse, la vita vissuta, così cristallizzandosi nel nuovo patrimonio genetico già pronto a ricominciare il suo lavoro. Cosa significa tutto questo? Significa che la trasmissione dei caratteri genotipici ereditari trasmette anche al tempo stesso una implicita e subconscia esperienza storica mondano-ambientale; ma l’esperienza storica mondano-ambientale è costituita anche dalle esperienze storiche specifiche di ogni individuo; ed ogni individualità in quanto correlata ad una vicenda storico-concreta di valenza collettiva non potrà far altro che patire l’azione della cultura e ripercuotersi attivamente nella creazione di «senso» della collettività stessa la quale ha, o meglio è, finalmente, la sua propria storicità, un suo proprio storicizzarsi: è la sua Tradizione, ciò che chiamiamo anche la sua cultura, la sua religione, la sua istituzionalità, la sua arte: è il suo Spirito, ossia la provenienza originaria degli individui e delle comunità che indica anche il loro futuro.
É senza dubbio vero e incontestabile che il processo di costituzione del patrimonio genetico individuale o di una specie si forma e, soprattutto, si modifica in tempi che hanno natura pressoché geologica, che sembrano cioè non poter essere scalfiti da azioni che si collocano su periodi storici al cui confronto risultano come infinitesimali e ininfluenti; tuttavia ciò che si sottovaluta ancora una volta facendo questa giusta osservazione è l’elemento qualitativo custodito dall’esperienza storica, la quale a livello del singolo viene considerata da biologi, neurologi e psicologi quale momento decisivo nella strutturazione del pensiero e della personalità, mentre a livello comunitario, il quale non è nient’altro che una diretta conseguenza (in realtà è una funzione biunivoca) del primo livello, diverrebbe nella maggioranza delle opinioni fattore ininfluente e irrilevante e ciò a causa di due considerazioni; una di ordine statistico, ossia la scarsa stima della quantità del fattore tempo in gioco, e una di ordine soggettivo, e cioè dalla riottosità a voler compiere il salto di grado stimando nel giusto modo la strutturale analogia tra questo fenomeno nella vita del singolo e il fenomeno analogo nella vita della comunità di cui è parte.
Facciamo un breve e semplice esempio che traiamo dalla vita psichica di una persona; noi tutti siamo concordi nel riconoscere che eventi traumatici o anche positivi, i quali costituiscono dal punto di vista della loro durata fattori infinitesimali se rapportati alla totalità del tempo che fa la storia di una vita, presentino una qualità che surclassa di gran lunga, quanto a conseguenze e alla strutturazione del pensiero e della personalità, un ben quantitativamente maggiore lasso temporale della vita di una persona che, rispetto al primo, si dimostra solo in minima parte influente. Perché, allora, siamo disposti tutti a riconoscere questa verità nella vita del singolo mentre si guarda con sospetto e sufficienza quando questa verità non si fa altro che elevarla ad un suo grado ulteriore? Forse perché, come già detto molte volte nei precedenti articoli, siamo diventati incapaci di pensare la dinamica della storia in senso vivo e cioè come fattore che agisce nell’oggi e non semplicemente come un ripostiglio polveroso in cui andare a curiosare per fare «ricerca storica»; e siamo diventati così incapaci di pensarla, al punto da non farla dialogare nell’oggi con le grandi conquiste, le stupefacenti conquiste che ci offre la scienza.
La coscienza in superficie degli individui è dunque l’epifenomeno di una strutturazione della personalità che conforma sé a partire dalla introiezione di esperienze storiche sue proprie che divengono, nella loro integralità, il proprio specifico subconscio; la coscienza si pone in una relazione dinamica stretta con quella che è la strutturazione della comunità che, in superficie, si mostra come epifenomeno nella plasticità della sua oggettiva materialità e cultura, ma che, al tempo stesso, conforma sé a partire dall’introiettato movimento storico che è la sua storica provenienza, ossia la sua «storicità» conscia e subconscia, manifesta e insieme radicata in strati latenti, non manifesti.
Il rifluire storico è quindi un fenomeno strettamente relato alla psicologia individuale e collettiva, conscia e subconscia la quale tende a risituare e riorientare ogni individualità, comunità e conformazione culturale su «direttrici di senso» che si modificano a seconda delle nuove egemonie storico-politiche che su di esse agiscono e che quindi ne determinano la direzione storica concreta.
Il venir meno repentino di un ordine politico globale novecentesco in cui si muoveva storicamente, psicologicamente e architettonicamente una politicità ideologica ben precisa come quella costituita dal blocco USA-URSS ha riattivato, immediatamente, il rifluire di una storicità altra rispetto a quella dissolta, reinnescando una dinamica psicologica sempre subcoscientemente operante ma dominata nella sua fenomenicità cosciente dall’ordine della situazione storica dissolta che a sua volta diviene, in misura della sua azione storico-psicologica, semplice elemento agente a livello subcosciente, venendo infine ad integrarsi all’interno della subcoscienza nella sua totalità.
Quindi, la situazione storica attuale riattinge dalle sacche subconscie della personalità individuale e collettiva una nuova storicizzazione sostanzialmente analoga ad una situazione storica, ad una storicità, rifluente dal proprio passato in modalità, non necessariamente bensì solo tendenzialmente, sempre più consce.
Dal punto di vista pratico-politico le conseguenze di questo fenomeno di nuova storicizzazione individuale e collettiva sono di grande rilievo. La stessa capacità politica, l’adeguatezza dell’agire pratico-politico, infatti, si determineranno in base alla reale assunzione da parte degli individui e delle comunità da essi costituite, della loro provenienza storica. Questo può accadere in un senso conscio e subconscio e in forme quantitativamente diverse tra l’uno e l’altro aspetto della vita psichica. Dal punto di vista del subconscio comunitario e individuale la capacità di adesione alla nuova storicizzazione in atto è pressoché immediata, esso tuttavia presenta un grado di fenomenizzazione cosciente individuale e comunitario diversissimo da un individuo ad un altro, da una comunità ad un’altra ma che, tuttavia, in virtù del nuovo corso storico di fatto vigente diviene suscettibile e predisposto ad essere tratto in superficie in misura sempre maggiore a seconda dell’effettiva capacità di orientamento ad esso da parte di quegli individui o di quelle microcomunità costituenti il corpo comunitario integrale. Quei singoli o gruppi che, tra le individualità o microcomunità, già attingono in forma più concreta dal subconscio una loro propria espressione cosciente che aderisce in senso appropriato alla nuova realtà della storicizzazione, li possiamo chiamare «avanguardie storiche».
Inoltre, nel momento stesso in cui la nuova situazione storica rifluente agisce sul piano subconscio innescando così un processo di riemersione conscia della sua provenienza, ecco che si gioca la possibilità stessa di fenomeni quali la schizofrenia o la dissociazione oppure la sanità, tanto delle individualità quanto delle società-comunità-culture. Il Nichilismo europeo è una condizione intrinsecamente schizofrenica e dissociata poiché radicalmente in contraddizione con ogni storicità, con ogni esperienza storica europea, e cioè con ogni metafisica che sta all’origine di ogni sua manifestazione conscia e subconscia. Eppure, il nichilismo, essendo al tempo stesso una filiazione diretta della cultura metafisica europea, negando sé in tutte le sue forme si fa contraddizione ancora più lacerata e profonda. La prima forma della contraddizione è la schizofrenia e dissociazione della coscienza in superficie dell’Europa, mentre, la seconda, è contraddizione che abita il fondo subcosciente europeo. Questa dinamica di auto-negazione, di «auto-annientamento» è la «dialettica del Nichilismo» concretamente operante in ognuna delle individualità e collettività coscienti e subcoscienti.
L’aderenza o meno da parte dell’individuo o della comunità alle nuove condizioni storico-effettive figlie di una cesura storica che fa «epoca», ossia che «sospende» una declinazione specifica di storicizzazione aprendone una nuova che si pone in sostanziale analogia con una «terza» dando così il via all’oggi vigente di fatto, è un elemento dirimente per comprendere adeguatamente la qualità e il senso delle storicità individuali ma anche, inevitabilmente, il senso delle storicità dei popoli, delle culture, delle comunità.
Tutti i contributi apparsi in questa sede necessitano di essere riletti alla luce di queste nuove considerazioni per essere realmente compresi.
Facciamo un esempio interno ad un mondo storico europeo ormai dissolto;
l’Umanesimo italiano e il suo immediatamente seguente Rinascimento furono un vero e proprio fenomeno di riemersione su strati sempre più consci e concreti di una situazione storica subconsciamente latente nelle comunità e nelle individualità, le quali, ovviamente, erano già superficialmente coscienti ben prima della Rinascenza di cosa fosse stata l’esperienza di vita greca e romana; ma, appunto, in forme blandite, frenate, da una situazione storica allora vigente in cui un altro elemento egemonico storico-politico le dominava in senso architettonico verticale. Al mutarsi ed estinguersi dell’epoca più strettamente medievale la capacità di adesione superficialmente cosciente da parte degli individui e delle comunità italiane al nuovo corso storico ha prodotto una strabiliante creatività, ricchezza e pienezza di «senso». Questo è stato possibile perché la comunità politica, il governo comunale delle città prima e dei principi più strettamente rinascimentali poi ha sapientemente intercettato, favorito e indirizzato, così portando a sempre maggior pienezza, le potenzialità implicite delle comunità da loro governate plasmando un mondo nuovo nella concretezza delle sue oggettività materiali e spirituali. Un mondo, una «terza» storicizzazione rifluente in modo sostanzialmente analogico da una «prima» e più antica che dissolve il «secondo» conservandone subconsciamente i tratti. Un nuovo mondo e una nuova fase di storicizzazione dell’individuo e della comunitarietà di cui è cellula; storicizzazione nuova eppure antica: è così che si tramanda dinamicamente la Tradizione.
Ma dal nichilismo, che è la vera questione europea, forse ci si salva – per dirla con l’espressione di un filosofo – solo nell’attesa di un Dio? Il nichilismo è davvero un destino come affermano o lasciano intendere molti pensatori del novecento? Che ne è, quale futuro per l’uomo europeo coinvolto su tutti i piani e a tutti i livelli in ciò che abbiamo definito la dialettica del nichilismo?
Dalla «dialettica del nichilismo» ci si potrà salvare il giorno in cui si opererà uno scotimento delle coscienze degli individui e delle comunità politiche europee tale da essere all’altezza di trarre da sé, dagli strati più intimi, più subconsci della loro spessa storicità quelle energie di cui è custode dispiegandole nella propria e concreta coscienza in superficie. Questo, oggi, è concretamente possibile alla luce della svolta epocale in atto che ridispone in termini del tutto differenti la questione stessa «nichilismo europeo», il suo decorso. Il nichilismo europeo una volta sciolta, di fatto, la sua seconda «figura» – composta dalle sue ultime due «fasi», quella «dominante» e quella «assoluta» – di durata più che bisecolare poiché inizia con Kant, oggi si congeda e si dissolve.
Perché?
Perché, come si è detto nel contributo precedente, il nichilismo non è un concetto ma è dispositivo auto-annientantesi nella concretezza della sua storicità, sia nella sua struttura formale astratta sia in quella sostanziale concreta, e quindi niente affatto necessariamente un destino ultimo.
La nuova epoca che si è aperta con la fine dell’ideologismo novecentesco tende ad assorbire sempre di più il dispiegamento del nichilismo pur continuando quest’ultimo ad operare tanto in forma conscia quanto in forma subconscia; tuttavia esso comincia a farlo in modo tendenzialmente più blando in quanto ormai riassorbito dalla «storicità» europea e dunque al tempo stesso dalle singole individuali storicità subconsce le quali sempre più tendenzialmente si riveleranno predisposte alla riemersione superficiale in atto e cosciente della loro concreta storicità.
La situazione vigente oggi in Europa è in perfetta sintonia con il poetare di Hölderlin, «Dove cresce il pericolo cresce anche la salvezza», ma non una salvezza implorante un dio che ancora non giunge ma la salvezza che è custodita sempre come possibilità dell’avvento di una nuova «epoca dello Spirito» di cui il nichilismo è elemento, nodo nero del suo storicizzarsi.

Friedrich Holderlin (Lauffen-Am-Neckar, 1770, Tubingen, 1843).

Ma il nichilismo, appunto, non cessa in senso astratto ma resta con tutto ciò che esso ha prodotto nella storicità concreta dei popoli europei. Cosa significa? Significa che resta la tecnica, resta la scienza, resta il pericolo nucleare; insomma resta tutto ciò che è figlio in positivo e in negativo del nichilismo ma nella nuova luce di un’epoca che si apre fra mille doglie e pericoli, eppure capace e suscettibile di ricominciare, predisposta a rifluire riattingendo da sé per la creazione di un nuovo mondo storico europeo.
Eppure si è già detto in che modo il nichilismo sia dialettico, cioè in sé stesso strutturalmente in contraddizione con ogni forma della storicità europea in quanto metafisica e al tempo stesso concretamente agente nella forma dell’auto-annientamento. La dialettica del nichilismo si manifesta proprio in questo, nel rendere impossibile la riemersione poiché ha agito e agisce proprio nella dissoluzione di ogni radice e di ogni passato, e certo non in senso astratto ma concretissimo.
Come sarà allora possibile affermare la possibilità del nuovo rifluire del senso storico se, strutturalmente, manca ogni terreno d’appoggio e cioè ogni possibilità che un’esperienza storica rifluisca in modo analogico nella concretezza dell’oggi? Questa è la domanda più difficile la cui risposta non può che essere di natura politica e insieme filosofica; una risposta che riserverà molte sorprese che potranno essere sgradevoli per alcuni ma gradevoli per altri.
 
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