Iraq 1916/2016. Dall’Accordo Sykes-Picot allo Stato Islamico (2)

di Gabriele Rèpaci del 21/06/2016

La principale realizzazione del Baath, che suscitò l’ira immediata degli americani, fu la nazionalizzazione del petrolio. Anche dopo i provvedimenti del 1961 presi da Kassem, la maggior parte del petrolio estratto rimaneva nelle mani delle compagnie occidentali, così come la fetta più grossa dei proventi finivano all’estero. Quando arrivò al potere, il partito si rese conto che “le casse dello Stato erano vuote”.
La gestione del petrolio iracheno divenne pertanto il cavallo di battaglia dei baathisti, che contarono su questi proventi per finanziare tutti gli altri piani. Fin dal 1969, l’Unione Sovietica promise di aiutare l’Iraq nello sfruttamento dei suoi giacimenti nella regione di Arbil, con l’accordo che l’intero ricavato sarebbe andato all’Iraq.

I monopoli occidentali della Iraq Petroleum Company tentarono con tutti i mezzi di ostacolare questo accordo, ma, il 1 giugno 1972 il governo iracheno decise di nazionalizzare il settore petrolifero: il 65% della produzione e tutti i giacimenti vennero espropriati. L’Iraq concluse un accordo con l’Unione Sovietica, il primo paese che decise di acquistare il petrolio iracheno. Altri paesi, soprattutto europei, la seguirono; la Francia per prima. L’Iraq usò il suo petrolio contro Israele e gli Stati Uniti. A partire dal gennaio 1973, l’Iraq fece pressione sugli altri paesi arabi affinché nazionalizzassero le compagnie petrolifere i cui proprietari collaborassero con Israele. Nell’ottobre 1973, anche la parte americana della raffineria di Bassora, all’epoca ancora privata, venne nazionalizzata.
La crisi del petrolio scoppiò nel 1973. I paesi arabi, Iraq in testa, imposero all’Occidente un rialzo dei prezzi petroliferi. Già in questo momento gli strateghi del Pentagono e della Casa Bianca prevedevano, secondo un memorandum segreto recentemente reso pubblico dai servizi segreti britannici, di invadere l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti.
Il documento che aveva per titolo Middle East: Possible use of force by the United States, diceva specificatamente: «Noi crediamo che gli americani preferiscano un’operazione rapida da loro diretta per impadronirsi dei giacimenti petroliferi».
Il rapporto citava anche un avvertimento dell’allora segretario di Stato americano alla Difesa James Schlesinger, indirizzato all’ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Lord Cromer, secondo il quale Washington non avrebbe tollerato alcuna minaccia da parte dei paesi «sottosviluppati e sottopopolati». Secondo lui, non era più certo che gli «americani non useranno la forza».
Conquistare i giacimenti petroliferi, diceva ancora la nota, avrebbe costituito «l’opzione più prevedibile da parte degli americani».
Questa era la risposta degli Stati Uniti davanti al pericolo di perdere la propria egemonia sul petrolio. Il documento, redatto il 13 dicembre del 1973 da Percy Crodock, capo dei servizi segreti britannici, e indirizzato all’allora primo ministro, Edward Health, prendeva anche in considerazione lo scenario nel caso di una possibile invasione americana, l’eventualità di un aiuto britannico e le possibili reazioni degli arabi e dei sovietici: «Il principale soggetto a rischio di un tale scontro nel Golfo sarà, verosimilmente, il Kuwait, in cui gli iracheni con il sostegno dei russi potrebbero intervenire». Agli occhi della Casa Bianca, in questo momento l’Iraq costituiva un pericolo perché disponeva di un’arma di “distruzione di massa”: il suo petrolio.
Petrolio che, contrariamente a quanto succedeva negli altri paesi arabi, veniva utilizzato per incrementare lo sviluppo interno anziché come mezzo per realizzare investimenti nell’economia americana ed europea, cosa che invece succedeva (e succede tuttora) con i famigerati petrodollari degli sceicchi sauditi e kuwaitiani. Anche la questione curda diventò per gli americani un pretesto per combattere il “petrolio iracheno”.
A seguito della completa nazionalizzazione del petrolio nel 1975 e del rialzo del prezzo, le entrate irachene risultarono quadruplicate. Nel giro di qualche anno, il paese progredì rapidamente sia sul piano economico che su quello sociale. Nel 1972, poco prima della nazionalizzazione del petrolio, l’Iraq riusciva a incassare 400 milioni di dollari dalle concessioni alle società britanniche e americane. Dopo che l’Iraq ebbe preso il controllo sul suo petrolio, le entrate petrolifere irachene aumentarono fino a raggiungere 12 miliardi di dollari nel 1979.
In questo periodo l’economia conobbe una crescita enorme e generalizzata. L’industria, l’istruzione e la sanità fecero grandi balzi in avanti.
Nel 1968 la borghesia nazionale irachena non si era ancora consolidata. Il partito Baath ne favorì l’ascesa nazionalizzando l’industria petrolifera, da cui il regime ricavò consistenti guadagni che impiegò in contratti privati con i cittadini iracheni. Coloro che ottennero questi contratti costituirono il nucleo della nuova borghesia nazionale. Il Baath e i suoi dirigenti avevano progetti ambiziosi. La lotta per il potere, nel decennio 1958-1968, aveva fatto sì che venisse trascurato l’interesse per la produzione e per i problemi economici: bisognava ora provi rimedio.
Un primo passo sulla via della riforma agraria venne compiuto nel 1958. Venne limitata l’estensione delle terre di proprietà privata; l’esubero avrebbe dovuto venir distribuito tra i contadini poveri. Tuttavia, dieci anni più tardi, bisognava riconoscere che meno della metà delle terre erano state distribuite.
Nel 1969, la legge sulla riforma agraria venne corretta. I contadini non dovevano più pagare per le loro terre (venne cioè soppresso il risarcimento ai proprietari terrieri) e, un anno dopo, una nuova legge venne approvata per migliorare le condizioni di vita dei contadini. La produzione aumentò e lo sviluppo delle campagne divenne una realtà. Il regime del Baath portò a termine alcuni grandi progetti di irrigazione e ne mise altri in cantiere.
Con il piano quinquennale del 1976-1980, vennero destinati dei fondi per portare a termine dighe sull’Eufrate e sul Tigri. Lo Stato costruì scuole e università. L’Unicef confermò che l’Iraq aveva sradicato l’analfabetismo.
Il grado di istruzione era uno dei più elevati del Medio Oriente. Nel 1991, l’87% dei giovani fra i 12 e i 17 anni frequentavano la scuola.
La questione nazionale curda tornò bruscamente in evidenza subito dopo la presa del potere da parte del Baath (partito multinazionale composto da arabi e curdi). Lo scià di Persia incoraggiava i curdi di Mustafa Barzani a separarsi dal resto dell’Iraq.

Mustafa Barzani, nella foto in arcione

Alla fine del 1968, la lotta tra curdi ed esercito iracheno sfociò in una guerra aperta. Con il sostegno militare dell’Iran la fazione di Barzani venne a rappresentare una seria minaccia. Nel 1970 ebbero luogo i negoziati tra il Baath, Barzani e i dirigenti del Partito democratico curdo (PDK). Il governo riconobbe sia i curdi come entità “nazionale”, sia la loro autonomia regionale, come anche il diritto all’autodeterminazione.
Questi due punti vennero ripresi nel Manifesto dell’11 marzo 1970, che sarebbe stato applicato a partire dal 1974, quando venne raggiunto l’accordo sui confini della regione in cui i curdi costituivano la maggioranza della popolazione irachena.
Questo manifesto riconosceva il movimento nazionale curdo nell’ambito della Repubblica irachena, i diritti del popolo curdo e invitava i curdi a collaborare nell’ambito di un fronte progressista nazionale. I curdi videro finalmente garantito il diritto alla propria lingua e alla propria cultura. Giornali e periodici vennero pubblicati in curdo. Nel 1973-74 si arenarono i negoziati con Barzani e il suo partito PDK a proposito del Manifesto. I gruppi curdi rifiutavano i confini della regione curda tracciati dal Baath. Essi volevano che vi si aggiungesse la ricca provincia petrolifera di Kirkuk. L’11 marzo 1974, malgrado lo stallo delle trattative, il regime Baath avviò l’applicazione del manifesto. Vennero installati un consiglio provinciale e un’assemblea degli Affari curdi in collaborazione con quei dirigenti curdi che non condividevano la posizione di Barzani.
Il Manifesto stabiliva che il Kurdistan sarebbe diventato una regione autonoma, amministrata da una direzione elettiva e da un consiglio il cui presidente sarebbe stato designato dal capo dello Stato iracheno. Il Consiglio curdo avrebbe avuto il controllo di tutti gli affari locali, fatta eccezione della difesa e degli affari esteri che rimanevano competenza del governo centrale.
Venne stanziato anche un budget speciale per lo sviluppo della regione e il rimpatrio dei curdi rifugiati in Iran. Ma non si tenne conto degli Stati Uniti che avevano l’intenzione di indebolire l’Iraq.
La guerra in Kurdistan riprese nel marzo 1974 e Barzani ricevette il sostegno dell’Iran e degli Stati Uniti. Quando le truppe irachene si avvicinarono a Rawanduz e minacciarono di tagliare l’arteria che unisce il Kurdistan all’Iran, lo scià intervenne inviando una gran quantità di materiale militare ai ribelli curdi.
Grazie ai razzi anticarro e all’artiglieria iraniana, come pure al sostegno di Siria e Israele, il PDK riuscì a infliggere pesanti perdite all’esercito iracheno.
Per sbloccare la situazione, nel marzo 1975 ad Algeri il Baath, rappresentato da Saddam Hussein, cercò di stringere un accordo con lo scià.
L’intesa raggiunta riconobbe come frontiera la linea che passa nel mezzo del fiume Shatt-el-Arab, che è l’unico accesso al mare dell’Iraq nel Sud del paese, l’Iraq abbandonò le sue pretese sull’Arabestan iraniano, la parte dell’Iran in cui abita la maggioranza araba, e sulle isole lungo il Golfo Persico. In cambio, lo scià accettò di non autorizzare più i Peshmerga curdi a passare la frontiera. Poco dopo la firma dell’accordo di Algeri, l’esercito iracheno attaccò i Peshmerga, che, senza l’appoggio degli iraniani, non resistettero a lungo.

Peshmerga

In seguito a una proposta di amnistia, il 70% dei Peshmerga si arrese. Qualche gruppo continuò a battersi sulle montagne del Kurdistan e 30.000 curdi passarono la frontiera per andare a vivere in Iran come rifugiati. La guerriglia continuò ma divisioni sempre più gravi si verificarono tra i partigiani di Barzani e l’UPK (Unione patriottica del Kurdistan) di Jalal Talabani, un gruppo che si è scisso nel 1975. In realtà, la questione curda in Iraq non è mai stata completamente risolta.
Dopo la caduta dello scià e la salita al potere di Saddam, nel 1979, i rapporti fra Iran e Iraq si fecero di nuovo tesi.
Il governo rivoluzionario guidato dall’Ayatollah Khomeini tentò di assassinare gli ufficiali iracheni, condusse ripetuti raid al confine e cercò di rovesciare Saddam Hussein fomentando dissensi all’interno dell’Iraq.
Il 17 settembre 1980 l’Iraq abrogò unilateralmente il patto Iran-Iraq del 1975 sulle frontiere, che era stato sottoscritto ad Algeri e, fra il 21 e il 22 settembre 1980, le truppe irachene invasero l’Iran.
Saddam presumeva, sulla base delle informazioni fornite dai generali monarchici iraniani, che l’Iran fosse in uno stato di caos postrivoluzionario e che l’intera struttura di comando delle forze armate fosse stata gravemente danneggiata: migliaia di ufficiali di grado medio e alto erano in prigione.
Egli era convinto che la resistenza sarebbe stata limitata a milizie inesperte, così l’esercito iracheno avrebbe marciato sul paese e si sarebbe liberato dei mullah.
Si trattò di un grave errore di calcolo.
In Iran il presidente, Bani Sadr, capì immediatamente che né la demagogia religiosa, né il fanatismo della guardia rivoluzionaria sarebbero stati in grado di salvare la rivoluzione. Convinse Khomeini a ricostruire l’esercito e l’aviazione in pezzi e a sollevare il morale degli uomini e dei loro comandanti. Diverse centinaia di ufficiali furono rilasciati dalle prigioni e cominciarono a riorganizzare la struttura di comando delle forze armate.
La guerra Iran-Iraq ridisegnò le alleanze geopolitiche mondiali. Gli Stati Uniti, l’Inghilterra e i paesi del Golfo sostennero apertamente Baghdad. Al contrario paesi come la Siria, la Libia di Gheddafi e la Corea del Nord si schierarono con Teheran. La posizione dell’Unione Sovietica variò da una “stretta neutralità” nel primo periodo del conflitto a un sostegno massiccio all’Iraq nella fase finale della guerra.
Israele appoggiò l’Iran sia assicurandosi che i pezzi di ricambio per i carri armati Chieftain e gli aerei danneggiati raggiungessero Teheran più velocemente e discretamente possibile che mandando, nel giugno del 1981, la sua aviazione a bombardare il reattore nucleare di Osiraq, alle porte di Baghdad. Gli israeliani, fin dal 1973, consideravano l’esercito iracheno l’ultima seria minaccia nella regione.
Quando la guerra, durata otto anni, finalmente giunse al termine nell’agosto 1988, solo i mercanti d’armi ne furono scontenti. Le infrastrutture sociali di entrambi i paesi erano distrutte e non si ripresero mai del tutto. Nel conflitto persero la vita 262.000 iraniani e 150.000 iracheni. I feriti furono almeno 700.000, e questo significa che il numero totale delle vittime fu più di un milione.
Nel 1989 spossato dalla guerra contro l’Iran ma militarmente più forte, Saddam Hussein lanciò in seno alla Lega araba l’idea di un’unione economica; da allora i contrasti con gli americani andarono crescendo. Nello stesso anno la disgregazione del blocco sovietico rese gli Stati Uniti l’unica superpotenza senza avversari in grado di contrastarla.
Nel febbraio del 1990, sei mesi prima dell’invasione irachena del Kuwait, Dick Cheney, segretario di Stato alla Difesa nel governo Bush senior, approvò un documento segreto che stabilì le linee della politica di difesa per il periodo 1992-1997; nell’ambito di questo chiedeva alla forze armate di non insistere troppo sul pericolo sovietico (a quell’epoca l’Unione Sovietica esisteva ancora, ma solo formalmente) e di «prepararsi ad eventuali conflitti con potenze regionali del Terzo Mondo, come la Siria e l’Iraq».
Nella notte fra il 1 ed il 2 agosto 1990, le truppe di Saddam invasero il Kuwait. La motivazione addotta dall’Iraq per giustificare tale gesto fu che il Kuwait faceva parte di quel “cartello del Golfo”, che imbrogliava l’OPEC vendendo il petrolio sottoprezzo per mantenere le proprie quote di vendita. Questa disputa con l’OPEC indignava gli iracheni, la cui economia soffriva per il crollo dei prezzi del petrolio. Baghdad esigeva una rigida adesione alle quote OPEC e un risarcimento per il petrolio che riteneva le fosse stato rubato.
Con l’annessione del Kuwait l’Iraq sarebbe diventato il più grande produttore di petrolio e il paese più importante della regione, destabilizzando il Golfo e minacciando l’occupazione israeliana della Palestina. Gli Stati Uniti non potevano permetterlo.
Rispondendo a una richiesta di aiuto da parte di Re Fahd, gli Stati Uniti cominciarono a far affluire in Arabia Saudita e nelle acque del Golfo forti contingenti di truppe, navi ed aerei da guerra.
Ebbe inizio l’operazione Desert Shield, ovvero “scudo nel deserto”; operazione che non mancherà di suscitare reazioni nel mondo arabo, anche fra coloro che erano contrari all’avventurismo di Saddam, per la presenza di truppe “infedeli” nel Paese che ospita i luoghi santi della Mecca e Medina.
La crisi divenne globale: per contrastare l’invasione Washington promosse una coalizione internazionale con l’avallo delle Nazioni Unite, mentre l’intervento di forze occidentali provocò nei Paesi arabi ed islamici manifestazioni popolari e proteste. Conseguenza immediata fu una drammatica frattura all’interno del mondo arabo. Il 10 agosto si riunì al Cairo la Lega Araba, su sollecitazione del presidente egiziano Mubarak e di re Fahd; la maggioranza dei membri condannarono l’azione di Baghdad e decise l’adesione alla coalizione internazionale e l’invio di truppe egiziane, siriane e marocchine in Arabia Saudita, accanto ai contingenti americani ed europei; ma nove paesi arabi si dissociarono, sostenendo Saddam o comunque opponendosi all’intervento straniero nella regione.
Il 12 agosto, con un autentico colpo di teatro, Saddam si disse disposto a ritirarsi dal Kuwait a condizione che gli israeliani si ritirassero dai territori palestinesi occupati e i siriani dal territorio del Libano: un tentativo di “soluzione globale” delle crisi del Medio Oriente dal carattere chiaramente strumentale, ma che ebbe una indubbia presa sulle masse e sulle forze nazionaliste e antimperialiste del mondo arabo.
Tre giorni dopo, per assicurarsi le spalle, il “raìs” offrì la pace all’Iran, rinunciando ad ogni pretesa sullo Shatt-el-Arab, e fra i due paesi si andò verso una rapida normalizzazione dei rapporti; il che non impedì tuttavia al presidente iraniano Rafsanjani di mantenere un atteggiamento prudente, condannando l’invasione del Kuwait e mostrandosi rispettoso della legalità internazionale.
Il 25 agosto il Consiglio di sicurezza inasprì l’embargo autorizzando l’uso della forza, e dunque il blocco navale del Golfo, per farlo rispettare; alle navi americane si affiancarono unità di altri paesi occidentali. Saddam Hussein reagì sequestrando di fatto tutti gli stranieri presenti in Kuwait e minacciando di usarli come “scudi umani” a protezione degli obiettivi di un possibile attacco militare. Il livello dello scontro continuò a salire. Il 25 settembre dopo aver condannato il sequestro dei cittadini stranieri, l’Onu impose all’Iraq anche il blocco aereo. E intanto il concentramento di truppe e mezzi bellici intorno al Kuwait si fece impressionante; si arriverà alla fine, da parte della coalizione, a più di 600.000 soldati di 28 paesi con più di 3.500 carri armati, 1.200 aerei e 120 navi da guerra, e da parte irachena a mezzo milione di uomini con migliaia di mezzi corazzati.
Il punto di svolta arriverà il 29 settembre, quando il Consiglio di Sicurezza – su insistente pressione di Washington – adottò la risoluzione n.678 che aveva tutte le caratteristiche di un ultimatum, poiché autorizzava la coalizione ad “usare tutti i mezzi necessari” (cioè la forza militare) se gli iracheni non si fossero ritirati dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991.
Il 16 gennaio scoppiò la guerra, il Desert Shield cedette il passo all’operazione Desert Storm, “tempesta nel deserto”. Poco dopo la mezzanotte di quello stesso giorno si scatenò contro l’Iraq un’ondata di attacchi aerei senza precedenti.
Fra il 17 e il 18 gennaio Saddam fece lanciare missili Scud su Israele, per provocarne la reazione e rompere così la coalizione, giacché gli arabi non potevano combattere a fianco dello Stato ebraico. Le pesanti pressioni degli Stati Uniti riuscirono tuttavia a impedire l’intervento israeliano, anche con la fornitura di batterie anti-missili Patriot; in tutto il verranno lanciati su Israele 41 missili Scud che cadranno soprattutto su Tel Aviv e Haifa, provocando danni consistenti ma un numero fortunatamente assai limitato di vittime. Gli israeliani tuttavia vivranno fino alla fine del conflitto sotto l’incubo di un attacco con i gas, ma Saddam non riuscirà nel suo intento. Tale gesto propagandistico avrà tuttavia una certa presa sulla popolazione palestinese dei campi profughi e dei territori occupati che vedrà in lui l’unico leader arabo che abbia osato attaccare con i missili Israele.
Il 24 febbraio, le truppe americane e i loro alleati lanciarono l’offensiva terrestre. Il 27 entrarono nella capitale kuwaitiana e, il 28, la questione venne sistemata. L’esercito iracheno in fuga venne bombardato pesantemente e spietatamente nel deserto. Questa guerra farà più di 200.000 morti. Il 2 marzo rivolte armate scoppiarono nel Sud dell’Iraq (guidate dai gruppi pro-iraniani di al Bakr) e nel Nord (guidate dalle truppe curde di Talabani e Barzani). Alla fine, il governo iracheno reprimerà queste rivolte nel sangue. Gli Stati Uniti e i loro alleati puntavano ormai sull’embargo, già stabilito, per indebolire il paese e far crollare il regime dall’interno. Nel frattempo finanziavano i gruppi di opposizione che si andavano formando nel Nord del Kurdistan.
L’Iraq doveva pagare i “danni di guerra” al Kuwait. Doveva permettere agli ispettori ONU di “svolgere indagini sulla produzione di armi di distruzione di massa”. Senza il consenso delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna istituirono due zone d’interdizione del volo (per l’aviazione irachena) all’interno dell’Iraq: una al Nord, sui cieli del Kurdistan iracheno, l’altra a sud di Baghdad. Nel corso dei dodici anni seguenti la Royal Air Force e la US Air Force bombarderanno regolarmente fabbriche e ponti, come pure le case dei dirigenti iracheni. Il diritto all’autodeterminazione dell’Iraq venne calpestato. Il paese venne strangolato dall’embargo. Si stima che le vittime civili irachene furono fra le 500.000 e 1.500.000.
Tuttavia Saddam rimase al potere ed anzi il suo prestigio in patria crebbe a dismisura. Così il 21 marzo 2003, con la scusa, rivelatasi in seguito falsa, che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa le truppe americane e britanniche invasero il paese deponendo il raìs.
Da allora l’Iraq non si è più ripreso. Guerre interconfessionali hanno lacerato il paese facendo migliaia di vittime. Prima dell’invasione anglo-americana nell’Iraq di Saddam Hussein le donne che occupavano posti di responsabilità ai più alti livelli dello Stato erano in più alto numero che in qualsiasi altro paese arabo. Portare il velo non era obbligatorio. All’università di Baghdad, la maggior parte delle ragazze non lo portava. Le borse di studio erano per tutti, qualsiasi fosse l’origine sociale o la religione. L’accesso alla sanità era gratuito. Le autostrade erano le più belle e le più lunghe tra tutti i paesi arabi. I negozi cristiani potevano vendere alcool e non vi erano guerra né attentati tra sciiti e sunniti. I cristiani erano protetti e rispettati e il primo ministro Tareq Aziz era il solo primo ministro cristiano di un paese arabo. Oggi non ci sono praticamente più donne al governo o a capo di istituzioni. Devono di nuovo portare il velo e, nel sud, il velo integrale. Non c’è bisogno che l’accesso alla sanità sia gratuito, dal momento che non esiste praticamente più. Le autostrade non sono mantenute. I negozi cristiani sono stati obbligati a chiudere o comunque a non vendere più alcool; chi si è rifiutato ha subito attentati. La situazione tra sunniti e sciiti è odiosa. Infine non solo non c’è più un primo ministro cristiano al governo a Baghdad, ma i cristiani fuggono e abbandonano il paese. La distruzione della civiltà irachena è stata sistematicamente organizzata in modo da sradicare la memoria storica del paese, origine della nostra stessa civiltà, con la distruzione di uno dei musei più prestigiosi al mondo, quello di Baghdad – che custodiva pezzi unici datati più di 7000 anni -, l’incendio della Biblioteca Nazionale, la distruzione del sistema scientifico e culturale più avanzato di tutto il mondo arabo. Da marzo a settembre 2003, in soli 6 mesi, più di 310 scienziati iracheni sono stati uccisi. Per non parlare dell’Università di Medicina di Baghdad, che prima dell’occupazione americana era la più prestigiosa del Medio Oriente.
In questo stato di caos l’estremismo religioso non poteva che trovare terreno fertile e l’ascesa dello Stato Islamico ne è la prova più evidente.
 
 
Per approfondimenti:
_Gianfranco Lannutti, “Breve Storia dell’Iraq. Dalle origini ai nostri giorni”, Datanews,2002
_Paolo Barbieri, Maurizio Musolino, “Saddam Hussein. La vita del raìs di Baghdad” , Datanews, 2003
_Tariq Alì, “Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell’Iraq”, Fazi Editore, 2005
_Jean-Marie Benjamin, “Iraq. L’effetto Boomerang. Da Saddam Hussein allo Stato Islamico”, Editori Riuniti, 2015
 
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