Iraq 1916/2016. Dall’Accordo Sykes-Picot allo Stato Islamico (1)

di Gabriele Rèpaci del 20/06/2016

Il 16 maggio del 1916 il diplomatico Sir Mark Sykes e il francese François Georges-Picot firmavano l’Asia minor Agreement, anche conosciuto come Accordo Sykes-Picot, ovvero il patto segreto che tracciava gli equilibri in Medio Oriente a partire dalla prima guerra mondiale. Tale accordo benché poco conosciuto fra il grande pubblico occidentale è all’origine del caos che sta sconvolgendo la Siria e l’Iraq. Per comprendere dunque gli avvenimenti che hanno portato all’ascesa del sedicente Stato Islamico e alla sua rapida espansione territoriale è necessario ricostruire in maniera sintetica gli avvenimenti che sono scaturiti dalla firma di quel patto scellerato le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’ingerenza occidentale in Medio Oriente e più specificatamente in Iraq cominciò all’inizio del secolo. All’epoca la regione era in gran parte sotto la dominazione turca. Secondo l’agente speciale inglese Thomas E. Lawrence, meglio noto con il nome di Lawrence d’Arabia, durante il primo conflitto mondiale i britannici promisero agli arabi che avrebbero sostenuto la creazione di uno Stato indipendente a condizione che essi avessero preso le armi contro i turchi.
Ma al contempo, nel 1916, i ministri degli Affari esteri britannico e francese firmarono in segreto l’Accordo Sykes-Picot, che avrebbe ridisegnato la carta del Medio Oriente.
L’Accordo Sykes-Picot infatti, tradendo le promesse fatte ai capi arabi, stabilì che Libano e Siria passassero sotto l’autorità di Parigi e che Palestina, Giordania e le due provincie meridionali dell’Iraq, Baghdad e Bassora, venissero incorporate nell’impero britannico. Per quanto riguarda la provincia di Mossul non si giunse ad alcun accordo. Secondo l’intesa Sykes-Picot, la regione sarebbe dovuta entrare nell’area di influenza francese, ma gli inglesi erano fortemente decisi ad aggiungere Mossul alla loro nuova colonia irachena. Per dare più forza a tale esigenza, l’esercito britannico occupò la città nell’ottobre del 1918, quattro giorni dopo la resa dei turchi. Da allora non se ne andarono più.
Dopo la Rivoluzione russa del 1917, il Partito comunista di Lenin rivelò l’esistenza di tale accordo. In tutto il Medio Oriente scoppiarono proteste di massa quando arabi e turchi scoprirono di essere stati beffati dai paesi “democratici”. La ribellione perdurò per tutto il periodo coloniale, con alti e bassi, e la repressione fu spietata. Nel 1925, per esempio i britannici lanciarono gas tossici sulla città curda di Sulaimaniya, in Iraq. Si trattò della primissima volta in cui gas tossici vennero utilizzati da aerei di combattimento.

Soldati coloniali britannici 1925 nel sud dell’Iraq

Dal 1919, le forze aeree britanniche avevano chiesto a Churchill il permesso di poter utilizzare in via sperimentale armi chimiche “contro gli arabi recalcitranti”.
Churchill, all’epoca ministro della Difesa, accettò subito: «Io sono favorevole all’impiego di gas tossici contro le tribù barbare» disse il futuro primo ministro inglese.
Londra dovette, in realtà, affrontare una resistenza accanita. Essendo ancora l’Iraq un paese feudale, la resistenza nazionale venne guidata dai capi tribù e dai leader religiosi. Costoro compresero che questo nuovo progetto coloniale andava contro i loro interessi: la loro autonomia infatti era maggiore al tempo dell’Impero Ottomano.
La repressione della rivolta costò ai britannici molti uomini e molto denaro. La colonizzazione diretta era impossibile. Per ovviare a tale problema venne inventata una “soluzione araba”.
Nel marzo del 1921, le autorità britanniche installarono un Consiglio arabo e “importarono” un re, Feisal, figlio di un notabile della Mecca in Arabia Saudita. Il fatto è degno di nota, tanto più se si considera che, fino ad allora, nel mondo arabo non era mai esistita la figura del re. Il suo compito principale non era regnare, ma tenere la situazione sotto controllo.

Delegazione di Emir Faisal a Versailles, nel corso della Conferenza di pace di Parigi del 1919. Da sinistra a destra: Rustum Haidar, Nuri as-Said, il principe Faisal, il capitano Pisani (dietro Faisal), Thomas Edward Lawrence, persona sconosciuta, capitano Tahsin Kadry.

 

Il Consiglio Arabo, che non aveva alcuna competenza di affari esteri, fu responsabile della promulgazione di una legge elettorale e della instaurazione di un consiglio nazionale. L’amministrazione coloniale fondamentalmente si appoggiò sulle forze aeree reali britanniche.
Nel 1921, in solo due giorni, Sir Percy Cox, alto commissario di Londra disegnò una nuova carta della regione. Egli presentò ai capi feudali i nuovi confini di tre paesi, l’Iraq, il Kuwait e l’Arabia Saudita, così come vennero fissati da una decisione dell’impero britannico. Cox prese una matita rossa e una carta geografica, con uno spazio bianco corrispondente alla zona che allora veniva chiamata Arabia. Egli disse: «Signori, ecco le vostre frontiere». Lo specialista del Medio Oriente Trevor Royle scrisse: «Cox tracciò qualche sommaria linea rossa e tali sono oggi i confini dell’Iraq, del Kuwait e dell’Arabia Saudita».
Nel 1917, gli Stati Uniti entrarono nella Prima Guerra mondiale, nel momento in cui la Gran Bretagna e la Francia erano sfinite. La condizione americana per partecipare era la seguente: dopo la guerra si sarebbe dovuto tener conto dei loro obiettivi economici e politici. Uno di questi obiettivi era l’accesso alle nuove materie prime e soprattutto al petrolio.
Nel febbraio 1919, Sir Arthur Hirtzel, un alto funzionario coloniale britannico, avvertì: «Non dimentichiamo che la Standard Oil Company è pronta a intervenire per accaparrarsi l’Iraq».
Di fronte al predominio franco-britannico sulla regione, gli Stati Uniti esigevano una politica della “porta aperta”. Le compagnie petrolifere degli Stati Uniti dovevano poter negoziare in tutta libertà contratti con il nuovo regime del re Feisal.
La soluzione alla disputa tra gli alleati venne trovata nella spartizione del petrolio iracheno. La torta fu divisa in cinque fette: la Gran Bretagna, la Francia, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti ne ricevettero ciascuno il 23,75% e il restante 5% venne assegnato al barone del petrolio Calouste Gulbenkian, altrimenti noto come “mister 5%”, che aveva favorito i negoziati.
All’Iraq toccò lo zero percento del suo stesso petrolio.
La situazione rimase inalterata sino alla rivoluzione del 1958.
Nel 1927 vennero organizzate delle esplorazioni petrolifere su larga scala. Nella provincia di Mossul vennero scoperti due importanti giacimenti. Due anni dopo venne fondata la Iraqi Petroleum Co., dalla collaborazione tra l’Anglo-Iranian Petroleum (oggi BP), la Shell, la Mobil e la Standard OU di New Jersey (oggi Exxon).
Qualche anno più tardi, questa compagnia internazionale giunse a monopolizzare tutta la produzione petrolifera irachena. Nel 1932, dopo quindici anni di occupazione, le truppe britanniche lasciarono ufficialmente l’Iraq. Malgrado l’indipendenza formale e un proprio esercito, il paese restò una neocolonia, una nazione cioè dominata dagli inglesi e dagli americani.
Fecero la loro comparsa anche nuove forme di resistenza. Gli sceicchi e gli imam, i notabili e gli aristocratici non erano veramente interessati alla ricerca dell’indipendenza nazionale, che non faceva parte della loro visione delle cose. Dopo la scomparsa del colonialismo britannico diretto, essi accettarono la nuova situazione di un colonialismo indiretto.
A quest’epoca l’Iraq non era uno stato moderno e la resistenza non era ancora pronta a scacciare completamente i colonialisti dal paese. La modernizzazione dell’Iraq cominciò solo con la creazione di un esercito nazionale e l’introduzione di un sistema di istruzione da parte degli inglesi negli anni ’20 e ’30. Per lavorare in queste istituzioni, polizia, esercito, amministrazione e istruzione, i britannici reclutarono e formarono persone che faranno penetrare nel paese idee nuove. Queste idee furono alla base di due movimenti quello nazionalista e quello comunista.
Alla morte di re Feisal (1885 – 1933) gli succedette il figlio Ghazi, benvisto negli ambienti dell’esercito perché vicino agli ideali nazionalisti; il suo regno sarà molto breve, appena sei anni, ma caratterizzato da convulsi avvenimenti. Ci fu anzitutto nello stesso 1933 il massacro della minoranza assira da parte dell’esercito, poi nel 1935-36 una rivolta tribale lungo l’Eufrate rapidamente soffocata, e infine nell’ottobre del 1936 il colpo di stato del generale Bakr Sidqi al Askari con l’avvento di un governo che possiamo definire “progressista”, o quantomeno “riformista”, presieduto dal nazionalista Hykmet Suleiman.
L’esperimento tuttavia ebbe vita breve: nell’agosto del 1937 l’assassinio del generale Bakr Sidqi provocò la caduta del nuovo governo.
Seguì un periodo di forte conflittualità, con ripetuti tentativi di colpo di stato, mentre crebbe nel paese, e soprattutto nell’esercito e tra le masse popolari, la tensione con la Gran Bretagna, anche a causa della politica di Londra in Palestina considerata filo-sionista.
Nel 1939 Re Ghazi morì in un misterioso incidente che coinvolse la sua vettura sportiva che egli stesso guidava. Voci insistenti affermarono che era stato eliminato su disposizione di Nūrī al-Saʿīd, longa manus della Gran Bretagna in Iraq. Suo figlio Feisal II, di appena 4 anni, gli succedette, sotto la tutela dello zio ʿAbd al-Ilāh, anch’egli di sicuri sentimenti filo-britannici.
La seconda guerra mondiale, scoppiata di lì a pochi mesi, fornì ai circoli nazionalisti l’occasione per tentare di svincolarsi dalla soggezione alla Gran Bretagna. Nel 1941 un ennesimo colpo di Stato portò all’insediamento di un governo militare diretto da Rashid Ali al-Gaylani, che in base al vecchio principio secondo cui “il nemico dei miei nemici è mio amico” non nascose le sue simpatie per la Germania hitleriana; tanto bastò per etichettare il nuovo regime come filo-nazista e giustificare il massiccio intervento delle truppe britanniche, che nel giro di un paio di mesi ripresero il controllo del paese. Nel 1943, con l’immancabile Nūrī al-Saʿīd come primo ministro, l’Iraq dichiarò guerra alle potenze fasciste dell’Asse.
Il 4 marzo 1944, tre mesi prima dello sbarco in Normandia, Winston Churchill fece pervenire al presidente Roosevelt una nota particolarmente aspra sia nella forma che nel contenuto: “Mi sento estremamente sollevato al sentire che voi non fate gli occhi dolci ai nostri giacimenti petroliferi in Iran e Iraq, ve ne ringrazio con tutto il cuore. Ma sono in grado a mia volta di garantirvi che non abbiamo alcuna intenzione di immischiarci nei vostri interessi o proprietà in Arabia Saudita. Il mio punto di vista è che la Gran Bretagna, in questa guerra, non persegue alcun interesse né sul piano territoriale né su nessun altro piano.
D’altro canto, il nostro paese non si lascerà privare di ciò che gli spetta di sacrosanto diritto dopo aver reso alla buona causa tutti i servizi possibili, almeno fino a quando il vostro umile servitore ne avrà la direzione”.
La nota di Churchill mostrava che i dirigenti americani erano in quel momento talmente decisi a impadronirsi dell’Iraq e dell’Iran che gli inglesi finirono per preoccuparsene. Malgrado le dichiarazioni di Churchill, i britannici non riuscirono ad arrestare l’ascesa degli Stati Uniti. Qualche anno dopo, la classe dirigente britannica dovrà rassegnarsi alla nuova realtà e accettare il ruolo di partner secondario di Washington.
Nel 1953, dopo il colpo di Stato della CIA che depose il primo ministro iraniano Mossadeq, gli Stati Uniti acquisirono il controllo sulla nuova Persia. Verso la metà degli anni ’50 l’Iraq era dominato congiuntamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Nel 1955, Washington impose il patto di Baghdad, firmato da Pakistan, Iran, Turchia, Iraq e dagli inglesi. Questo patto (il CENTO o Central Treaty Organization) venne firmato allo scopo di contrastare i movimenti di liberazione nella regione.
Dopo la Nato, l’Otase e l’Anzus, si trattava di un’ennesima alleanza militare destinata, in questo periodo di guerra fredda, ad accerchiare il campo socialista costituito da Unione Sovietica, Cina, Europa dell’Est, Corea del Nord e Vietnam del Nord. L’Iraq, nucleo del CENTO, era indipendente soltanto di nome. Gli inglesi conservarono i loro campi di aviazione militare in Iraq e, malgrado la ricchezza petrolifera, la popolazione viveva nella povertà e nella fame. Più dell’80% degli abitanti erano analfabeti; il paese contava un medico ogni 6.000 e un dentista ogni 500.000 abitanti.
L’Iraq era governato da una monarchia corrotta, da grandi proprietari terrieri e commercianti feudali. Tuttavia, il 14 luglio 1958, un terremoto sconvolse il paese. La monarchia venne rovesciata da un colpo di stato chiaramente guidato dai militari sotto la direzione dei giovani ufficiali Abdul Karim Kassem e Abd as Salam Arif. Il re Feisal II venne ucciso insieme a gran parte della famiglia reale.
La rivoluzione modificò da cima a fondo le strutture sociali irachene. Il potere degli sceicchi e dei grandi proprietari terrieri venne annientato e la posizione dei lavoratori urbani, dei contadini e della classe media ne uscì rafforzata. Una insurrezione militare sfociò così in una rivoluzione nazionale. Le strade di Baghdad e delle altre città erano gremite di folla. I corrispondenti parlavano con accenti lirici di “fiumi che straripano” e di “corrente purificatrice”, di “onde che si frangono”. La popolarità della rivoluzione era incontestabile.
Washington e Wallstreet rimasero agghiacciati. Durante la settimana seguente le dieci prime pagine del New York Times furono quasi interamente dedicate alla rivoluzione irachena. Il Presidente Dwight D. Eisenhower dipinse l’avvenimento come «la crisi più profonda dopo la guerra di Corea».
All’indomani della rivoluzione irachena, 20.000 marines americani sbarcarono in Libano. Il giorno dopo 6.600 paracadutisti britannici vennero lanciati sulla Giordania. C’era il rischio concreto, infatti che l’impulso degli avvenimenti iracheni spazzasse via i regimi di Beirut e Amman. Gli Stati Uniti intervennero direttamente per impedire che la rivoluzione si espandesse nel Medio Oriente, così impostante per loro. Verrà chiamata più tardi “la dottrina Eisenhower”. Eisenhower, i suoi generali e il suo segretario degli affari esteri, John Foster Dulles, avrebbero avuto l’intenzione di invadere l’Iraq e installare a Baghdad un governo fantoccio. Tre fattori obbligarono tuttavia Washington ad abbandonare questo piano: la popolarità della rivoluzione, la dichiarazione dell’Unione siro-egiziana, secondo la quale le sue truppe avrebbero combattuto gli Stati Uniti in caso di attacco, e il sostegno accordato al nuovo governo iracheno dalla Repubblica Popolare Cinese e dall’Unione Sovietica. Quest’ultima cominciò a mobilitare delle truppe nelle sue repubbliche meridionali vicino all’Iraq. I dirigenti americani furono costretti a riconoscere la rivoluzione irachena.
Gli ufficiali ribelli che si erano impadroniti del potere, ivi compreso Kassem, non erano tuttavia membri di un partito politico. Malgrado la comune origine, molte divergenze contrapponevano gli uni agli altri. Essi non avevano un’ideologia coerente e non disponevano di un’efficace struttura organizzativa. Cosa li univa? Una vaga avversione per i grandi signori terrieri, un’ostilità contro la monarchia corrotta e un odio profondo per l’Impero britannico e gli Stati Uniti. La proposta di adesione all’Unione siro-egiziana, costituita nel 1958, dal nazionalista egiziano Nasser e dal partito Baath siriano, contrappose a questo punto Kassem e Arif in una lotta personale per il potere. Arif, con le sue simpatie nasseriane era sostenuto dai baathisti, mentre Kassem, contrario all’unione, venne appoggiato dai comunisti.
Kassem ebbe il sopravvento e Arif venne arrestato. Ben presto il conflitto fra i due iniziò a destabilizzare la giovane repubblica. Nel marzo 1959, i sostenitori di Arif scatenarono da Mossul una rivolta contro Kassem. Allora i comunisti attaccarono gli insorti e, con le truppe di Kassem e del capo curdo Barzani, contribuirono alla repressione della rivolta.
Nell’ottobre del 1959, venne compiuto un attentato contro Kassem da parte di un’unità del Baath. Vi prese parte un giovane militante di Tikrit; il suo nome era Saddam Hussein. Kassem, ferito, sopravvisse all’attentato.
Kassem era un centrista e voleva migliorare le condizioni dei poveri risparmiando tuttavia i ceti privilegiati. Questa politica era la conseguenza del suo esiguo seguito popolare. Così si mantenne al potere solo con un esercizio di equilibrio fra comunisti e panarabisti. Egli cercò di compensare il panarabismo crescente fra i militari con il sostegno ai comunisti che disponevano di una forte base popolare. Nel 1959 stabilì relazioni diplomatiche con Mosca. Nacque un’estesa collaborazione economica e l’Unione Sovietica cominciò a consegnare armi all’Iraq.
Kassem rimise in discussione gli accordi con le compagnie petrolifere. Nel 1961 espropriò il 99,5% all’Iraqi Petroleum Company. Egli limitò il campo di attività delle compagnie alle regioni in cui esse estraevano già petrolio e fondò l’Iraqi National Oil Company (INOC) per sfruttare i nuovi giacimenti. Nel 1960 e nel 1961, i comunisti continuarono a rafforzarsi. Kassem, allora, decise di allontanarli dalle posizioni importanti in seno al governo e intervenne pesantemente contro le organizzazioni contadine, i sindacati e la stampa comunista. Nel 1961, la sua posizione si indebolì ulteriormente quando i curdi presero le armi contro il governo centrale supportati dallo scià dell’Iran preoccupato per le simpatie di Kassem verso i comunisti, nonché le sue pretese circa alcuni territori iraniani.
Nel 1961, Kassem urtò ulteriormente l’Occidente e i regimi pro-occidentali che lo circondavano reclamando la sovranità irachena sul Kuwait, appena divenuto indipendente. Quando la Lega araba accettò all’unanimità la filiazione del Kuwait, l’Iraq ruppe le relazioni diplomatiche con i suoi vicini arabi. Sempre più isolato, sia all’interno che all’esterno, l’equilibrista Kassem cominciò a vacillare.
Nel febbraio del 1963, una parte dell’esercito, insieme al partito Baath, effettuò un colpo di stato. Il regime crollò e Kassem venne giustiziato. I dirigenti del Baath chiesero ad Arif di assumere la presidenza. Il colonnello Ahmed Hassan al Bakr, un ufficiale membro del Baath, venne nominato Primo ministro. Si costruì così un’alleanza tra le due tendenze nazionaliste: il Baath e la corrente nasseriana sviluppatasi nell’esercito. Il presidente Arif, il cui potere era stato limitato all’inizio dal partito Baath, si circondò di elementi militari. I dirigenti del Baath vennero arrestati. Il 1963 fu un annata catastrofica anche per i comunisti. Essi decisero per un cauto sostegno ad Arif ma, un anno dopo, furono costretti ad ammettere che «Arif ha ucciso più comunisti in un anno che il passato regime in 25».
Proprio come Nasser in Egitto, Arif impose a tutti i partiti politici nazionali di unirsi in una grande Unione araba socialista; cosa che scatenò subito le proteste di tutti i partiti politici. A partire da questo momento l’Iraq iniziò a ad attraversare un periodo molto instabile. Dopo la morte di Arif, prese il potere suo fratello maggiore. La disfatta arabo-israeliana del 1967 (la guerra dei Sei giorni), durante la quale l’Iraq ebbe solo una presenza formale, sollevò una profonda agitazione in tutto il paese. Il Baath reclamava la formazione di un governo senza però ottenere alcun riscontro da parte del presidente Arif. Questa crisi fu alla base del colpo di stato del luglio del 1968 che ha portato il partito Baath al potere per i successivi 35 anni.
Nel 1963 quando Arif si impadronì del potere , il partito Baath fu costretto a passare alla clandestinità. Vennero attuate alcune radicali riforme all’interno del partito, sia sul piano della direzione che della strategia. Ahmed Hassan al Bakr assunse la direzione. A riorganizzare il Baath lo aiutò il giovane nipote Saddam Hussein, divenuto segretario generale del partito. Il 17 luglio 1968, Arif venne rovesciato da un colpo di stato militare.

Saddam Hussein

Al Bakr divenne contemporaneamente primo ministro e presidente del paese. Questo partito che ormai godeva di un organizzazione molto efficiente, iniziò ad esercitare il suo potere sulla quasi totalità delle istituzioni nazionali. La borghesia nazionale emergente fu la prima a trarne vantaggio, ma il Baath arrivò anche a stringere legami con la classe media e con una parte degli operai e dei contadini. Questi ultimi furono attratti dai notevoli progressi realizzati nel paese negli anni ’70.
 
Per approfondimenti:
_Gianfranco Lannutti, “Breve Storia dell’Iraq. Dalle origini ai nostri giorni”, Datanews,2002
_Paolo Barbieri, Maurizio Musolino, “Saddam Hussein. La vita del raìs di Baghdad” , Datanews, 2003
_Tariq Alì, “Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell’Iraq”, Fazi Editore, 2005
_Jean-Marie Benjamin, “Iraq. L’effetto Boomerang. Da Saddam Hussein allo Stato Islamico”, Editori Riuniti, 2015
 
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