Introduzione a “Tempio Vuoto”. Crisi e disintegrazione dell’Europa

di Armando Marozzi del 01/07/2016

Il libro di Federico Nicolaci si inserisce in una letteratura eurocritica che è lievitata negli ultimi tempi in maniera esponenziale. Mi limiterò ad individuare quello che, a mio modesto giudizio, è il nucleo del testo per poi cercare di inscrivere il lavoro nell’epoca delle passioni tristi (Miguel Benasayag – Gérard Schmit) di cui siamo coatti abitatori.
Il nucleo del testo è il seguente: le cause della crisi apparentemente tecnico-finanziarie non possono essere risolto tecnicamente. In altri termini, la crisi dell’euro non è tecnico-economica, perché non ha nulla di tecnico e non può essere aggiustata tecnicamente; al contrario essa investe l’idea stessa del progetto europeo come questo fu pensato, minando i suoi fondamentali. Le fondamenta del progetto sono inconsistenti e la crisi non ha tardato a manifestare la totale assenza di solidarietà tra popoli.
Mi trovo, personalmente assai d’accordo con ciò ed anche con un’altra traccia del lavoro di Nicolaci: non essendo l’Europa un progetto europeo, bensì originariamente americano creato ad hoc per contenere l’espansionismo sovietico, venendo meno l’Urss, essa ha liberato i sentimenti di inimicizia sospesi dalla Guerra Fredda. Perciò, giustamente, Nicolaci afferma che non è seguito un necessario ripensamento di questa identità politica etero-determinata e a ciò viene ascritta la crisi odierna. Il funzionalismo (cooperazione a livello materiale) alla base del progetto europeo, insomma, ha fallito. L’Europa è un “tempio vuoto”: “una facciata dietro cui si nasconde il nulla”. Manca un’unione politica al posto di quella monetaria e l’unico modo per produrla è creare una solidarietà in grado di generare solidità. In sintesi, Nicolaci invoca il ripensamento dell’idea del processo di integrazione e il dominio politico delle forze economiche; un’economia a servizio della politica.

Considerazioni personali: un’équipe di matematici all’Università di Zurigo ha sviluppato una ricerca che delinea l’architettura del sistema della proprietà internazionale e del potere finanziario mondiale. Ebbene, essa risulta essere una gigantesca struttura a papillon, dove i lati sono ampi e il centro, al contrario, molto ristretto. Questo è composto da 147 società, gran parte delle quali anglosassoni. Nel cuore di questo centro – sede del potere economico planetario – ci sono 50 società (banche, gruppi finanziari e assicurativi etc.) che hanno un potere di controllo sul sistema globale molto maggiore rispetto al potere squisitamente economico dato dalla loro proprietà effettiva. Un fatto aggiuntivo rilevante è che i tre quarti del nucleo sono costituiti da intermediari finanziari. Fin quando va tutto bene questa “supernova di 50 entità” appare robusta, ma se un singolo membro della cricca cade, le ripercussioni hanno risonanza planetaria con conseguenze catastrofiche. Sembra proprio che l’Occidente non riesca a divincolarsi da un corso del mondo sempreuguale e che Primo Levi designava con disincanto inquietante: “una massa di invalidi attorno a un nocciolo di feroci.
Il libro ha il pregio di non inciampare nell’economicismo (Badiale, Tringalli, Amoroso, Frenkel, Bagnai etc. etc.), malattia infantile dell’anticapitalismo. Dobbiamo più che mai rigettare un duplice errore: 1) l’ “idiotismo specialistico” (Lukàcs) degli economisti, i quali pretendono di situare per poi dedurre e superare il “male” per vie esclusivamente economiche; 2) il mito dell’origine, ossia di un’epoca idilliaca e immacolata della storia che si perde nell’immemorabile (ossia, usciamo dall’euro e riconquistiamo la nostra sovranità!).
Viviamo tutti nell’incantesimo del finanzcapitalismo (Gallino) neoliberista e del suo ammaliante potere creativo. Siamo vittime di una strategia di neocolonialismo che, invece di conquistare uno spazio geografico, s’impadronisce dei processi logici e delle strutture categoriali con le quali organizziamo la realtà e la pensiamo. In tal modo, noi stessi siamo la testimonianza incarnata del dominio di tipo capitalistico, noi siamo il capitalismo. Insomma, il potere (in questo caso detenuto dalle oligarchie finanziarie) crea i soggetti che sostengono attivamente l’ordine della propria schiavitù. Per questo motivo, la società di mercato ha sempre permesso anche le più feroci critiche ad essa, giacché sa che ogni tentativo decostruttivo dello stato di cose porta con sé il calco di ciò contro cui vorrebbe insorgere – pertanto il nuovo sarebbe già l’identico. In estrema sintesi, siamo senza accorgercene – tutti, nessuno escluso – fruitori di una logica inquinata.
La struttura dell’odierno capitalismo finanziarizzato e globalizzato è, quindi, perlomeno triplice : 1. in superficie abbiamo una dimensione tecnica (il livello, per così dire, macroeconomico); 2. il livello intermedio viene prefigurato dal capitalismo come cultura e politica, ossia mentalità diffusa e forma di civiltà; 3. il livello più profondo, quello in cui la cultura capitalistica alligna le sue resistenti radici, rappresentato dall’incantesimo occidentale.
Come si può ben capire, il livello tecnico è il più superficiale: l’attuale crisi si lascia spiegare economicamente, ma non si lascia esaurire dal tecnicismo specialistico. Anche il termine crisi mi sembra decisamente inappropriato e ideologico: quella che stiamo vivendo non è una crisi del capitalismo o delle sue oligarchie finanziarie; al contrario esse sono riuscite a rafforzare la loro sovranità facendone pagare il costo sanguinoso ai popoli in termini di distruzione dei diritti sociali e svuotamento della democrazia. Se proprio si vuol usare la categoria di crisi, allora questa viene inflitta quotidianamente dal capitalismo alla società civile (o quel che ne rimane). Perciò la crisi non raffigura la causa e l’effetto della rovina dello stato di cose. Non si deve aspettare che passi per ricominciare tutto come prima. Il capitalismo è la crisi, la prevede e la procura ai popoli, questi scompaiono mentre i Mercati si rafforzano. Le parole adatte per designare tutto ciò sono dunque collasso e fallimento. Questo è il “capitalismo dei disastri”. Siamo alle prese, dunque, con un fallimentare progetto egemonico di surrogazione della vita democratica con il potere criminale del capitale finanziarizzato, tanto a livello internazionale quanto a livello euro-peo. Se il capitalismo fosse soltanto un’economia o un’ideologia, sarebbe stato molto meno complicato trasformarlo in maniera sistemica e con tutta probabilità sarebbe stato già un brutto ricordo. Occorre, pertanto, un processo multidimensionale coordinato (svolta culturale, svolta spirituale, svolta tecnica, svolta politica etc. etc.) in grado di frangere la finzione. In altre parole, non avrebbe senso uscire dall’Euro-pa e restare nelle infami e delinquenziali logiche del dominio – l’esempio più eclatante fu il comunismo storico, il quale riuscì ad essere più truce e malvagio di ciò che doveva eliminare. Sostituire lo sfruttamento con un’altra forma di sfruttamento significa eternizzare la finzione occidentale, perciò, l’euro non va riformato. Il riformismo è la vile retorica di chi proclama l’intangibilità della malaessenza capitalistica e l’accetta, in realtà, come il “migliore dei mondi possibili”. L’euro non va nemmeno rivoluzionato. La rivoluzione è un termine preso in prestito dall’astronomia che indica il moto sempre uguale di un corpo celeste attorno a un centro di massa. Traslato su un piano sociale il concetto di rivoluzione raffigura una prassi simile ad un “colpo di pistola” che si rovescia nell’opposto contro cui doveva insorgere . In altri termini, quelli che vogliono cambiare il mondo con le armi non si avvedono del fatto che sono le armi a cambiare loro per mantenere le stesse regole del mondo che doveva essere cambiato.
Chi volesse seriamente trasformare l’Euro-pa attuale, perché sostenitore del progetto politico federale che fu di Kant, Nietzsche (!), Spinelli etc., dovrebbe iniziare a porsi a distanza critica dall’economicismo (malattia infantile dell’anticapitalismo).
Maastricht non rappresenta soltanto un trattato economico neoliberista, Maastricht è ognuno di noi, vive in ognuno di noi fintantoché si continua a pensare secondo categorie logiche logore (es: sovranità, dominio, potere, violenza). L’Euro-pa, progetto economico avviato dagli “Statistici Uniti” (Adorno) per opporre all’Urss un intero continente-vetrina, deve diventare un progetto politico, culturale e sociale al quale ognuno sente di appartenere. Quotidianamente si potrebbe trasformare Maastricht, se solo noi “storpi alla rovescia” (Nietzsche), noi “ultimi uomini” (Nietzsche) riuscissimo nell’impresa titanica di trasformare noi stessi. Maastricht è la perfetta antifrasi del cosmopolitismo dialettico tra stati nazionali e ordine sovranazionale. Anzi si potrebbe dire che esso rivela un cosmopolitismo alla rovescia, ossia un mefistofelico ordinamento dove gli unici elementi ad essere effettivamente cosmopoliti sono i capitali, le merci e la classe capitalistica transnazionale. La sovranità globale dei popoli è stata vampizzata in favore di una razionalizzazione microfisica della disuguaglianza sociale.
Dobbiamo costruire un’Europa in cui non ci siano più mendicanti, perché come scriveva Walter Benjamin “finché c’è ancora un mendicante, c’è ancora il mito”.
 
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