Il Mussolini privato e il reato pederasta. Le ragioni di una sconfitta (2)

di Giuseppe Baiocchi del 09/06/2016

Benito Mussolini è un uomo spregiudicato, nella sua carriera politica come nella vita privata non si è mai fatto troppi scrupoli: sa bene come gestire il potere per ottenere danaro e come utilizzare il danaro per ottenere il potere, mantenendolo.

foto dell’Istituto Luce (L’Unione Cinematografica Educativa): Mussolini miete il grano insieme ai fattori

L’Italia degli anni venti, a differenza di oggi, nella politica estera è la quarta/quinta potenza mondiale agli occhi dell’Europa e del Mondo. Ci sopravanzavano solo Germania, Inghilterra, Francia; poi viene la volta dell’Italia al pari del Giappone e Stati Uniti. Nelle trattative importanti, da grande statista quale era, Mussolini si sedeva sempre al tavolo delle decisioni che contano, facendo comunque gli interessi del suo paese.
L’espansionismo anacronistico italiano in africa Orientale e la costituzione dell’Impero (1935) avevano toccato l’opinione pubblica Europea definendo l’Italia uno stato aggressivo, ma in espansione e soprattutto forte. Nei prossimi capitoli racconterò poi cosa c’era dietro (come organizzazione di uomini e materiali) alla conquista africana.
Mussolini dunque, come tutti i grandi personaggi della storia è un uomo controverso: amato dal popolo (almeno nel ventennio) fece grandi riforme ed opere architettoniche sociali che portarono benessere al paese, ma in privato si muoveva nella corruzione sia sua, che dei suoi uomini e questo lo portò al disastro. Personaggio controverso, come d’altronde l’Italia.
Nel 1914, allo scoppiare della grande Guerra, quando da socialista pacifista, Mussolini diventa interventista, viene cacciato dalla direzione dell’Avanti, ma in breve fonda “Il Popolo d’Italia” grazie ad un finanziamento proveniente dalla Francia, che spingeva affinchè l’Italia entrasse nel conflitto. Qualcuno potrebbe insinuare che il finanziamento provenuto dalla Francia abbia contribuito non poco alla conversione dal pacifismo all’interventismo di Benito Mussolini, il quale però la sua guerra l’ha fatta ed è stato anche ferito a quota 144 sul Carso con l’11° Bersaglieri.
Nel 1919, il suo giornale “il Popolo d’Italia” si fa promotore di un ingente raccolta di fondi a favore di Gabriele D’Annunzio e dei suoi volontari. Questi hanno occupato la città di Fiume (oggi territorio croato) per riportarla all’Italia. Mussolini si guarda bene da inviarli l’ingente gruzzolo per intero, ne nasconde all’incirca la metà e questa cifra gli servirà per finanziare la sua prima campagna elettorale che lo vedrà candidato a deputato con il simbolo dei Fasci di Combattimento.
Ma si accontenta anche di appropriazioni minori, come quella della sua prima automobile: una Edoardo Bianchi tipo 15 che l’amante Margherita Sarfatti mette in conto all’opera Scaldarancio, una associazione benefica sorta durante la grande guerra. Una volta al potere Mussolini, gestisce, disinvoltamente il fondo cassa della sua segreteria “particolare” .
Nel cassetto della sua scrivania, a Palazzo Venezia (Roma), accanto alla pistola tiene sempre una mazzetta di banconote, per un valore di almeno 500.000 lire, circa 420.000 euro, considerando il valore della lira nel 1930, per “piccole spese” ed “elargizioni temporanee”.
Il Duce, aiutava anche i privati, i quali alle volte gli chiedevano aiuto. In media giungono a Mussolini circa 140.000 richieste di sussidio l’anno. Nel 1933 una direttiva dell’ufficio stampa e propaganda raccomanda ai giornali di non pubblicare il numero degli italiani beneficiari, essendo questi oltre 2.000.000.
Insomma, la cifra complessiva delle donazioni certificate è di oltre 172.000.000 di lire, oltre 150.000.000 di euro. Ma tanti e costosi sono anche i regali che il Duce continua a ricevere: soprattutto cavalli e automobili che raccoglie a villa Torlonia in due scuderie, non manca del resto di far partecipare le sue fuori serie a competizioni sportive.
Villa Torlonia, per intercessione della scrittrice Margherita Sarfatti, gli è offerta dal principe Torlonia stesso, per la cifra simbolica di 1 lira l’anno. La villa è costituita da una abitazione principale con quaranta stanze, attorno, diversi villini dalle architetture più bizzarre, poi le scuderie, la limonaia, il galoppatoio, il teatro, un piccolo lago, perfino una finta tomba etrusca – tutto bene in armonia fra i molti ettari di parco. Non c’è che dire, è un regalo che il Duce gradisce moltissimo. Dalle manovre corsare per finanziare la sua scalata al potere, fino agli omaggi e alle regalie del periodo del consenso, abbiamo visto che il Duce ha parecchi scheletri nell’armadio, ma non se ne cura. A lui tutto è consentito. Consente tutto, anche ai suoi fedelissimi, fino a quando non decide di presentare il conto. Mussolini ha un arma molto potente nelle sue mani, molto più infima delle leggi razziali da usare contro i suoi oppositori di partito: l’omosessualità (oltre ai vari dossier dell’OVRA su ogni singolo Gerarca, avendo sotto ricatto l’intera classe dirigente).
In epoca fascista, infatti, gli omosessuali sono considerati avere una vera e propria malattia. Per loro c’è il confino o perfino il manicomio. Alle volte non serve neppure che l’accusa sia fondata, basta mettere in moto il meccanismo della calunnia (attenzione, oggi avviene la macchina del fango dei giornalisti e della televisione) per distruggere la reputazione di personalità anche molto importanti. Nel discorso alla camera del 16 maggio 1925, il ministro della giustizia Alfredo Rocco, indica testualmente come uno dei principali compiti dello Stato sia: “reprimere, tutte le forme di deviazione e di degenerazione della morale pubblica e privata” ed in questo ambito rientra anche l’omosessualità. Nel codice penale, approvato il 19 ottobre del 1930 si evita di prevedere direttamente il reato di pederastia: “certe cose, meno le si nota e le si nominano e meglio è! Il paese è abbastanza sano, il turpe vizio non è diffuso” afferma il giurista.
I provvedimenti contro gli omosessuali di allora rientrano in quelli relativi all’ordine pubblico e in poco tempo più di 2000 persone vengono confinate, per questa ragione, alle isole Tremiti, alle Egadi, a Ponza, confusamente rubricati come “politici” o come “delinquenti comuni”. Per quelli che restano nei luoghi d’origine c’è una quotidiana persecuzione fatta di ammonizioni, diffide, arresti, schedature, interrogatori, pestaggi, il calvario dei così detti “traditori della stirpe” include anche il manicomio che inghiotte silenziosamente un numero imprecisato di persone: quelle a cui il regime nega ogni diritto civile, trovandole in contrasto con i “sacri destini della gioventù italica”.
L’accusa di omosessualità è per lui uno strumento micidiale per allontanare o destituire persone politicamente scomode, per ammorbidire, minacciare, ricattare, personaggi anche illustri. Per controllare ed intimorire RAS e Gerarchi troppo intraprendenti o paradossalmente troppo onesti.
Il sospetto di pederastia, inchioda ed è inappellabile: vero o falso che sia, è inaccettabile, inammissibile e le teste a cadere sono tante.
Si pensi che la prima è quella dell’onesto Augusto Turati, fascista della prima ora, chiamato da Mussolini alla segreteria del partito nazionale fascista proprio per svolgere un opera moralizzatrice dopo la gestione Farinacci. Turati dovrebbe moderare l’ingordigia dei Gerarchi e certo prende il suo compito molto sul serio, fino a pestare i piedi perfino agli “intoccabili” del regime.
Sono in molti a lamentarsi: Costanzo Ciano, Emilio De Bono, Renato Ricci, ma a tendere la corda al boia è proprio Roberto Farinacci che attacca Turati dalle pagine del suo giornale, “il regime fascista” di Cremona. Come evitare lo scandalo?
Intanto Turati che dal 1930 era anche direttore del quotidiano “La Stampa” viene sospeso nel 1932 dal partito fascista, una punizione non sufficiente a evitare che la strategia della calunnia segua il suo corso.
Se ne occupa ancora una volta Roberto Farinacci. Egli si procura una lettera compromettente inviata da Augusto Turati ad una mezzana torinese, proprietaria di una casa di tolleranza. Il direttore de “La Stampa” ha avuto l’imprudenza di chiedere alla tenutaria di incontrare come è avvenuto altre volte il “maschietto”. Scatta quindi l’accusa di pederastia, anche se “il maschietto” in oggetto non sarebbe un ragazzo, ma una prostituta giovanissima con i capelli tagliati, appunto, alla “maschietta”.
Mussolini, lascia che le illazioni partite da Cremona crescano fino a diventare verità. Turati aveva toccato i poteri forti, che andavano lasciati indisturbati e viene bollato come “invertito” colpevole della “aborrita sodomia” e intorno a lui si fa il gelo: viene emarginato ed espulso definitivamente dal PNF ed è esiliato a Rodi dove rimane fino al 1937 e tormentato crudelmente negli anni successivi. Giovanni Giuriati, successore di Turati, alla guida del Partito Nazionale Fascista farà presto la stessa fine del suo predecessore. Anche Giuriati, come Turati ha l’incarico di indagare sugli affari dei fedelissimi del regime e pagherà a caro prezzo la denuncia della diffusa corruzione.
Non solo Giuriati scopre le illegalità commesse dai gerarchi più importanti, ma fa molto di più: passa al vaglio l’intero partito fascista e compila una lista di truffatori da epurare, una lista lunghissima. Come zittire, il nuovo e più pericoloso Savonarola?
Giuriati viene travolto dallo scandalo, insieme al direttore degli uffici di questura della Camera dei deputati, in una delazione inviata all’ufficio della polizia politica, si legge: “ il direttore degli uffici di questura, sfruttando la sua posizione conduce una vita dissoluta, accompagnandosi fino a tarda notte in atteggiamenti lascivi con giovani militari e con il personale in servizio a Montecitorio. Per la sua pederastia passiva è sempre riuscito a salvarsi, perché Giuriati, avendo il suo stesso vizio, non ha potuto agire contro di lui”. Giuriati conosce bene il direttore degli uffici della questura essendo nel 1930 (oltre che segretario del partito) anche presidente della Camera. Viene quindi accusato di aver protetto l’amico. Dietro questa campagna infamante ci sono l’onnipresente Roberto Farinacci e Achille Starace (vice di Giuriati). La testa di Giuriati rotola, dunque, dopo appena 14 mesi di incarico, nonostante da molti sia considerato il miglior segretario della storia del Partito nazionale fascista.

Da sinistra a destra: Augusto Turati, Giovanni Giuriati, Achille Starace, Arturo Bocchini

Chi di spada ferisce, di spada perisce”, anche Achille Starace (dopo aver affossato Giuriati) prende il tremendo incarico di guidare la segreteria del partito nel dicembre 1931 e rischia di essere vittima della stessa accusa di omosessualità: finirà nelle grinfie del capo della polizia Arturo Bocchini, il quale trova irritante tutto quell’atletismo circense che il segretario ama in modo particolare.
Starace non perde occasione, infatti, per esibirsi atleticamente davanti agli occhi del Duce e il superpoliziotto Bocchini (con quella sua mole piuttosto sgraziata) si sente tagliato fuori. Confeziona, dunque, delle micidiali informative su alcune presunte esperienze sessuali di Starace. Si dice che questi sia stato espulso dal collegio nazionale di Lecce per pederastia passiva e che successivamente avrebbe preso parte ad orge con uso di stupefacenti e varianti sodomitiche. Un accusa incredibile, per il Duce, ogni giorno esaltato dal suo fedele gregario.
Questa volta è lo stesso Mussolini a impedire che la macchina della diffamazione stritoli Starace (uno dei suoi gerarchi più fidati e obbedienti) mette quindi personalmente a tacere Bocchini.
Il caso più singolare concerne due personaggi di punta dell’apparato repressivo. Carmine Senise, capo della polizia dal 1940 al 1943, divide l’appartamento da diversi anni con Leopoldo Zurlo, il responsabile della censura teatrale e questo è sufficiente per destare sospetti. I delatori non mancano. La lettera anonima questa volta viene inviata a Donna Rachele Mussolini nel 1943, vi si legge: “l’attuale capo della polizia, anche moralmente, è pacatissimo. Egli è un pederasta e da tanti anni convive con l’eccellenza Zurlo che gli fa da amica ed è anche in rapporti intimi con la sorella di lei. Qualche giovane funzionario di pubblica sicurezza è in rapporti omosessuali con lui, ed è divenuto per questo ricco e strapotente, temuto da tutti. Credete voi che ce ne sia abbastanza per cacciarlo via, come merita? O volete aspettare che possa sotterrare le accuse?”.
Fin qui, abbiamo visto come lo spettro dell’omosessualità sia stato usato contro eminenti personalità del partito fascista, ma le dicerie sfiorano persino il colle più alto: il Quirinale.

Una foto dell’erede al trono, principe di Piemonte, Umberto II con la moglie Marie-José del Belgio

 

C’è una questione molto scabrosa, che serpeggia fin dagli anni trenta in Italia, una questione così scottante da essere taciuta ancora e da venire confinata nel pettegolezzo dopo la fine della guerra e per molti anni ancora: si tratta della presunta omosessualità del Principe Umberto, erede al trono del Savoia. Voci che correvano nonostante il principe avesse quattro figli con la moglie Maria Josè e gli fossero attribuite inoltre, numerose amanti.
Giovane e di bello aspetto, è di modi gentili, elegante, a volte un po’ eccentrico, chiamato in tutta Europa “le Prince Charmant” (il principe azzurro).
Umberto è brutalmente definito dall’Ovra (la polizia politica) “il principe pederasta”. Un arma di ricatto straordinaria per Mussolini, che non nutre certo simpatia per la Monarchia.
Nel 1928, in Belgio, l’erede al trono scampa all’attentato di un socialista italiano e da quel momento con la scusa di proteggerlo, gli viene tessuta attorno una fitta rete di controllo. Il dossier concerne alcune relazioni che Umberto avrebbe avuto fin dagli anni giovanili con Luchino Visconti, il pugile Primo Carnera, l’attore francese Jean Marì e ufficiali dell’esercito.
Il tenente Enrico Montanari, bersagliere e futuro partigiano, racconta nelle sue memorie di aver respinto le regali avance e di aver pagato quel rifiuto con la fine della sua carriera. Ma a tradire definitivamente il principe rivelando numerosi particolari compromettenti è il suo stesso attendente personale.
Mussolini, tiene dunque in pugno Umberto, tanto da poterlo ricattare.. eppure nulla trapela. Il Duce si limita a specificare con una velina ai giornali che: “Questi, non deve mai essere definito principe ereditario, ma solo principe del Piemonte“. E’ allora che la stampa fascista comincia ad attaccare la monarchia più direttamente e Umberto viene derisoriamente soprannominato “Stellassa” (bella stellina). Le carte del dossier devono essere state considerate dal Duce di tale importanza che le porta con se nei giorni della Repubblica di Salò. Tenute nella famosa borsa che portava il Duce, durante il suo ultimo viaggio furono prese dai partigiani e queste carte scompariranno misteriosamente.
Così personalità di grande rilievo venivano tenute “sotto scacco” con la accusa di omosessualità. Che si tratti di pura calunnia o che ci siano invece dei fondamenti di verità in fondo cambia poco.
Per Mussolini, l’importante è raggiungere il suo scopo: controllare ed eventualmente eliminare i suoi uomini.
Ma quali sono, invece, i provvedimenti previsti dal regime per chi non ricopre cariche di prestigio? Quale è il destino degli Omosessuali?
A Catania, un uomo per vestirsi in maniera definita “effeminata” viene costretto all’ispezione medica del retto e dichiarato: “persona dedita alla pederastia passiva” viene per questo condannato, dopo processo, a cinque anni di confino da scontare alle isole Tremiti. Ora in questo punto voglio fare una precisazione: bisogna considerare la pena (assolutamente da condannare) all’epoca in cui questi avvenimenti accadevano. In regimi come quello spagnolo, portoghese, nazista, ungherese la condanna era molto più estrema: avvenivano uccisioni o condanne capitali senza processo.
In Italia, il regime si limitava al confino. Anche qui una delle grandi caratteristiche del nostro popolo: “la via di mezzo” le mezze condanne o le mezze assoluzioni.
A S.Domito nelle Tremiti, c’è una colonia penale di “signorine” così vengono chiamati un centinaio di Omosessuali.
Antonio B. viene definito dalla polizia: “pederasta tipico della sua inveterata deplorazione, per le sue fattezze fisiche e per il suo modo di comportarsi che non fa mistero delle sue bieche tendenze alla femminilità, tanto che si compiace di farsi chiamare Ninetta, inoltre si vanta di avere parecchi amanti con i quali accoppiarsi in luoghi reconditi, qualche volta sorpreso in atteggiamenti lascivi, ributtanti”.
Di Giuseppe L.P. viene fatto questo ritratto: “dal viso scarno, gli occhi infossati, dalle narici larghe, le labbra grosse: appare il tipo perfetto del sensuale. La voce non rivela anomalie, ma è la pratica nell’intimo che da prova della sua perversione sessuale.”
Il questore per avere una conferma oggettiva dell’omosessualità sottopone tutti gli imputati per pederastia a visita medica. La definizione di: “pederasta occasionale, non ad uso a coito abituale” è la meno ricorrente e la più neutra delle definizioni.
In un ultimo episodio Barbaro M. (che ha un fratello dottore) scoppia una vera lotta di perizie e controperizie. Il malcapitato, nel frattempo, è stato confinato alle isole Tremiti.
L’ultima parola spetta perciò al responsabile di quelle colonie penali: il medico provinciale di Foggia.
Nella conclusione la sua perizia è spietata: “Culo rotto” scrive e il ricorso è respinto. In realtà nella gran mole di certificati medici, i responsi sono molto peggiori, disumani nel dettaglio.
Il fascismo derideva e si accaniva contro “i traditori della razza” e il reato di omosessualità era considerato ai tempi uno dei reati più infamanti, ma più in generale è la vita sessuale ad essere sotto osservazione e gli agenti dell’OVRA riempiono pagine e pagine sulle abitudini più private e segrete di personaggi anche molto illustri.
 
_Emilio Gentile, Fascismo storia e interpretazione
_Renzo De Felice, Mussolini il fascista
_Tommaso Giartosio, Gianfranco Goretti, La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista
 
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