Il mal d’Europa e l’idealismo degli Stati Uniti d’America (6)

di Francesco Di Turi del 30/06/2016

Europa, uno spazio culturale che per storia e convenzione attribuiamo all’«occidente»; anzi, che questo stesso occidente fonda.
L’Europa, uno pseudo-continente che agli occhi di un cinese deve sembrare soltanto e a ragione una modesta appendice dell’Asia, sembra ormai incapace di capire e vivere gli elementi accennati in conclusione dell’ultimo articolo, in positivo e in negativo.

Essa ha smantellato ogni capacità di pensare il senso di parole come storia, spirito, destino; ha despiritualizzato se stessa, non sa più cosa significhi appartenere spiritualmente ad un popolo, ad una comunità; oggi sembra che abbia dimenticato il fatto stesso di aver dimenticato: è l’oblio. Ha smesso di pensare sé a partire da un progetto e uno slancio che non sia quello materialistico e utilitaristico che considera il benessere (meglio sarebbe chiamarlo «benavere») collettivo solo in termini economici, materiali, affaristici, funzionali.
Ciò che dovrebbe riempire di senso e significato la vita individuale e collettiva dell’europeo è ciò che, in ultima analisi, lo sradica dalle sue aspirazioni più archetipiche e profonde, lo sradica dal suo Sé gettandolo di fatto in una crisi di senso e significato sempre più acuta e parossistica; uno smarrimento, quello dell’europeo, prima individuale e poi collettivo.
Siamo talmente intrisi di materialismo, di affarismo, di feticismo delle cose e delle merci da aver abiurato il senso della nostra storia; ne siamo diventati estranei al punto da non comprenderla, incapaci di farla agire nelle nostre anime e corpi come forza propulsiva verso un futuro possibile, quale patrimonio d’esperienza individuale e collettiva che ci ha forgiati e da cui attingere affinchè anche noi europei, come tutto il resto del globo, troviamo un terreno storico su cui ricadere e quindi rifluire in avanti. L’europeo non sa comprendere alcuni elementi che oggi riaffiorano con forza con connotati post-moderni da altri spazi storici come quelli mediterranei o mediorientali non perché è figlio del secolarismo ma perché è alienato; una tappa di questa alienazione è certo anche il secolarismo ma quest’ultimo non ne è la causa. Perché, se è vero, ed è sotto gli occhi di tutti, che i nuovi mondi storici limitrofi all’Europa ricominciano a macinare storia a partire da elementi meta-storici ed escatologici (Medio Oriente, compreso Israele) o spirituali (Russia, in forma embrionale e difficile la stessa Cina) il dramma europeo non è quello di non essere al passo con queste dinamiche ma, cosa davvero più grave e pericolosa, è la sua incapacità di prendere sul serio questi nuovi mondi nelle loro aspirazioni, nella loro capacità di plasmare una nuova fase storica in cui l’Europa non rischia solo la marginalità ma la stessa estinzione.
Abbiamo saputo e vissuto sulla nostra pelle e nella nostra storia un simile modo di essere, ma ormai lo abbiamo obliato. Non riusciamo più a concepirlo; ci fa sorridere o ci innervosisce quando qualcuno ce lo ricorda, ci fa scuotere la testa, distogliamo lo sguardo, lo valutiamo con sufficienza. Perché? Perché dice una verità di cui non vogliamo conoscere la reale cogenza. Ci parla nel profondo, a noi europei fiaccati dal nichilismo e che abbiamo abdicato dal palcoscenico della storia. Noi europei abbiamo creduto di poterci arricchire e fare affari delegando il compito di fare storia (costretti a delegare) alla superpotenza americana sotto la cui ala abbiamo vissuto la nostra lunga Belle Epoque abitata dallo spettro di un sempre possibile scontro nucleare. Tenevamo a bada la storia in un equilibrio tesissimo ma altamente stabile. Ma la storia oggi impone le sue ragioni toccando i nervi scoperti e ancora anestetizzati della subcoscienza europea.
Bene, è necessario per proseguire questo discorso soffermarsi su elementi storici e di attualità che riguardano gli Stati Uniti d’America affinchè si guardi bene l’Europa e ad essa si ritorni andando più a fondo.
Ora, tutte le ipotesi che si fanno sulla crisi della potenza americana o sulla avventatezza di molte sue decisioni in politica estera sembra non colgano il fatto vero e sostanziale che accomuna Bush senior e Bush junior, Clinton e Obama, che accomuna, dunque, un periodo pressoché trentennale di storia americana; e cioè una mancanza di cultura politica sostanziale per la gestione da superpotenza di dinamiche storiche che ineriscono a culture, visioni del mondo, antropologie rifluenti da un mondo che essi non hanno mai né conosciuto né sperimentato e su cui si rivela velleitaria ogni proiezione politico-teologica di matrice anglosassone.
Era del tutto dissimile intraprendere una guerra mondiale, in quel contesto storico, contro la Germania Nazista o il Giappone nazional-militarista, annientarli sul campo di battaglia e quindi imporre ordine, obbedienza e regimi democratici; ben altra cosa è invece operare con prudenza politica in contesti complessi in cui la forza militare prima di essere dispiegata necessita di essere accompagnata da una chiara e introiettata visione dello scenario su cui operare. Gli Stati Uniti d’America sono stati capaci di politicità, senza dubbio, soprattutto la Presidenza di Bush junior, ma di una politicità ancora legata ad un mondo storico ormai dissolto, quello della Guerra-fredda, a cui ne è seguito uno nuovo in fase di embrionale crescita e su cui si è cercato di imporre una visione idealistica della storia e della ragion d’essere del compito storico statunitense, la quale, tuttavia, ha subito una battuta d’arresto brusca con la Presidenza di Barack Obama.
Venuto meno l’equilibrio bipolare e globale USA-URSS, il riflusso della storia ha trovato la superpotenza americana vittima della sua natura ideologica universalmente astratta. La fine dell’URSS è stata di fatto anche la «fine» della presa globale degli Stati Uniti. Paradosso. Perché? Semplicemente perché, venuto meno il grande antagonista sovietico, lungi dal diventare gli USA il dominus globale in forza del suo ideologismo democratico, in realtà, di fatto, sono stati essi stessi riassorbiti in una nuova epoca in cui lo stesso carattere «Ideologia» è venuto meno, dissolvendosi definitivamente.
La gestione degli Stati Uniti d’America delle crisi nel GMO, ormai assodata nel suo fallimento, è figlia di questo riassorbimento ideologico da cui deriva strettamente ed essenzialmente il secondo elemento che ha acuito il processo entropico mediorientale, ossia la mancanza strutturale da parte USA di una coscienza ed esperienza storica, di una storicità appropriata al riflusso in atto nei teatri da cui le nuove minacce alla sua sicurezza stavano provenendo.
Gli USA sono strutturalmente inappropriati ad una effettiva comprensione, quindi gestione, delle dinamiche storiche in cui stanno rifluendo molti popoli tanto amici e alleati quanto nemici.
Gli USA non potevano non fallire alla caduta del Muro di Berlino;
questo non perché privi di una radicata visione della storia di cui sono certamente portatori, bensì perché la loro esperienza storica da cui deriva inevitabilmente la proiezione politica americana è strutturalmente inappropriata alla gestione del movimento storico oggi in atto.
L’Europa sì avrebbe avuto le carte in regola per un compito simile, ma ormai da troppo tempo ha estinto nella sua concreta prassi politica ogni capacità di oggettiva influenza e di prassi politica piena.
L’amministrazione di Bush junior ha reagito alla nuova minaccia jihadista e alla percezione dell’entropia del mondo storico in via di dissolvimento in Medio Oriente mostrando la propria debolezza in una strutturale impossibilità di adeguata prassi politica, quindi anche militare, al movimento storico rifluente nel GMO, ossia intervenendo in forza di un decisionismo davvero radicale con lo strumento più potente di cui gli USA disponevano e dispongono, la forza bellica, in vista dell’instaurazione della propria «storicità», della propria Weltanschauung teologico-politica.
La vera e propria filosofia politica neoconservatrice della politica estera USA sotto l’Amministrazione di Bush junior ha infelicemente creduto di poter ridisegnare il GMO imponendo militarmente e ideologicamente la forma del regime teologico-politico vigente negli USA: la Democrazia. (Sia detto per inciso che, chi osservi con occhi realistici i dati di fatto che ci consegna l’azione politica degli Stati Uniti d’America nell’ultimo trentennio, ma anche prima, deve riconoscere come il cosiddetto «pragmatismo americano», il tanto decantato «realismo pragmatico» che sarebbe nella vulgata qualcosa di tipico degli USA è in realtà solo un inveterato pregiudizio figlio di indolenza culturale da parte di storici e filosofi che non sanno osservare la realtà americana se non attraverso triti e ritriti luoghi comuni che tutto permettono meno che di comprenderne realmente la natura).
Tuttavia, il caos odierno mediorientale ha sì radici endogene (tendenza entropica mediorientale a prescindere da forze esterne dettata del rifluire della storia) ed esogene (guerre all’Iraq 1991, 2003) ma nondimeno è altrettanto vero che la politica della presidenza Obama ha letteralmente disintegrato ogni possibilità di gestione, certo difficilissima e tutt’altro che destinata al successo, dell’Iraq post-Saddam Hussein, ossia del cuore da cui l’instabilità si è propagata.
Gli USA pensavano legittimamente, in forza della loro fede democratica, che in Iraq, e a cascata in molti altre realtà mediorientali, sarebbe accaduto lo stesso fenomeno già visto e sperimentato con successo alla fine della Seconda Guerra Mondiale in Germania, Italia e Giappone.
L’Amministrazione G. W. Bush invece di scegliere la strada di chi, intuendo il problema jihadismo, ne cerca in modo pragmatico e realistico una soluzione attraverso il sostegno o quanto meno la tolleranza delle forze storicamente e naturalmente in guerra con esso (Hussein era una di queste forze da «tollerare»), ha preferito risolversi, idealisticamente e ideologicamente, ad un ambiziosissimo piano di rifondazione del mosaico mediorientale di cui l’Iraq doveva essere il primo tassello ma che, alla prova dei fatti, è franato su se stesso, rivelandosi quello che non poteva non essere. Il piano neoconservatore infatti era un piano idealista, ideologicamente orientato a imporre un nuovo ordine in un contesto storico ormai totalmente diverso da quello novecentesco e su cui non si poteva operare dall’esterno senza prima aver compreso il senso del reflusso storico che si stava attuando in tutto il GMO.
Gli USA non hanno compreso che il riflusso da cui proveniva l’allora e l’attuale situazione storica mediorientale non permetteva di agire su di essa come una materia da plasmare secondo concezioni della realtà, della politica e della storia inefficaci, improprie alla effettiva situazione storica effettivamente vigente, che già allora, anche prima del 2001, stava rifluendo da un passato che non era né quello anteriore al secondo conflitto mondiale e neanche quello anteriore alla Grande Guerra, bensì ad una storicità anteriore di almeno un paio di secoli.
Questo significa che, per quanto sia stata e resti un errore, in realtà, la guerra americana contro l’Iraq non ha affatto determinato il proliferare e il consolidarsi e infine il radicarsi di gruppi come Isis; tantomeno il disordine mediorientale di oggi si pone come onda lunga di un fuoco mai veramente appiccato dagli Stati Uniti d’America ma solo favorito per mancanza di saggezza politica, non certo di politica.
Possiamo anche affermare, alla luce della nostra interpretazione, che regimi come quello di Saddam Hussein, Gheddafi, Mubarak e simili più o meno ancora operanti, molto probabilmente sarebbero caduti a prescindere dallo stesso intervento USA, poiché ormai sostanzialmente appartenenti ad una eredità storico-politica definitivamente chiusa.
Il contenuto storico-politico soggiacente all’interventismo e al «decisionismo» USA degli anni 2001-2008 ha solo complicato e accelerato un processo già in atto di grande mutazione del mondo mediorientale determinato dal ricollocamento culturale, politico, sociale e di senso, rifluente da una condizione storica passata e su cui stava ricadendo e tutt’ora ricade in modo sostanzialmente analogico.
Molto più gravi sul piano storico sono le responsabilità di B. Obama, responsabilità tuttavia non ancora del tutto valutabili perché Presidenza ancora in carica.
Per prima cosa diciamo che Barack Obama ha dimostrato la stessa debolezza americana che lo accomuna a Bush junior, però vista dal lato opposto, speculare al primo. La debolezza di un indecisionismo di chi letteralmente sembra smarrito rispetto al senso dei sommovimenti politici e popolari vigenti; B. Obama non ha compreso la situazione in cui è costretto a muoversi; e, di conseguenza, l’indecisionismo della superpotenza, ha lasciato che l’instabilità, già di per sé entropica in Medio Oriente a causa del riflusso in atto e dell’errore interventista, degenerasse sempre di più lasciando, all’interno dello stato di fatto d’eccezione vigente, che il decisionismo delle forze jiahdiste, si imponesse sempre di più. Come spiegare altrimenti la leggerezza con cui Obama ha trattato la gestione dell’Iraq? La gabbia che Obama si è costruito e gli hanno costruito rimanendone rinchiuso (la narrazione propagandistica della sua ascesa al potere, l’entusiasmo neokennediano, il Nobel per la pace) ha impedito al Capo dell’unica superpotenza su scala globale di compiere scelte politiche certamente dolorose e difficili ma anche elementari nella loro autoevidenza; la leggerezza con cui è stato attuato il ritiro delle truppe di stanza in Iraq è solo il più evidente esempio delle conseguenze di tale costruzione mediatica e astratta del consenso. Perché, assodato da tutti che l’errore dell’opzione militare bushiana sia qualcosa di oggettivo, sarebbe stato indispensabile, al tempo stesso e ad errore ormai compiuto, gestire con realismo l’esplosiva situazione irachena come in parte sembrava si stesse anche riuscendo. Si è lasciato il territorio iracheno a se stesso, troppo prematuramente; si è deciso, non ideologicamente in senso militare, ma demagogicamente in un senso che resta ancora del tutto indecifrabile, il quale, tuttavia, ha fatto sicura breccia nell’immediato delle opinioni pubbliche mondiali ed europee in specie.
La politica estera obamiana va letta in continuità con la lunga tradizione isolazionista degli USA, ossia una tradizione molto forte e vincente nel periodo in cui essi non erano ancora una superpotenza globale ma che, dopo il raggiungimento dello status con la fine della Grande Guerra, entra con esso inevitabilmente in contraddizione creando gravi problemi geopolitici. Gli Stati Uniti d’America di Bush ed Obama sono mancati di sano realismo politico.
Tuttavia sono responsabilità storiche che, come già si è detto, hanno ragioni che vanno ben al di là di una singola Presidenza americana.
Come spiegare, altrimenti, errori politici come quelli iracheni, il sostegno politico e non solo politico alle insurrezioni «primaverili» anti Gheddafi, anti B. al-Assad, anti Mubarak, se non con la semplice constatazione che c’è stata una totale incomprensione del «movimento storico» in atto su ognuno di questi spazi mediorientali? Mentre la storia, la vicenda concreta dei popoli mediorientali, prendeva e prende una direzione ben precisa si è continuato a pensare lo scenario con menti che si precludevano e continuano precludersi una reale comprensione di esso perché figlie di un mondo storico che oggi non ha più alcuna presa sulla realtà di fatto.
Solo fino a pochi mesi fa si è continuato a vedere in quella iraniana la priorità; non si comprese cosa si celava come pericolo nel fenomeno «primavere arabe», si continua ancora oggi a non comprendere le radici che rendono la genesi di un fenomeno come quello Isis effettivamente e potenzialmente espansivo. Insomma, Obama e Bush sono solo i due volti di una stessa debolezza e impossibilità di prassi politica adeguata al nuovo riflusso storico che è figlio di una incomprensione del «movimento storico» dettato dall’estinzione dell’«epoca ideologica del mondo».
La domanda che tutti ci si dovrebbe porre è questa: perché ciò avviene? perché non riusciamo a comprendere pienamente questi fenomeni? Perché l’Europa non riesce a ricadere storicamente in una fase propulsiva e viva; qual è la specificità che rende l’Europa diversa da ogni altro spazio storico, compreso quello USA a cui pure viene accomunata dalla strana categoria che è quella di «occidente»? A queste domande si più rispondere solo con la filosofia.
 
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