Il Libano contemporaneo. Storia di una nazione bella e tormentata

di Gabriele Rèpaci del 25/10/2016

La violenza commessa nel Libano ricadrà su di voi. Sarete pieni di terrore per gli animali che avete massacrato. Tutto questo vi succederà a causa del sangue che avete sparso e della violenza usata contro la nazione, le città e i tutti i suoi abitanti. 

(Bibbia, Libro di Abacuc, 2-17)

Il Libano è un piccolo lembo di terra che si estende tra la Siria e Israele. Questo paese un tempo considerato la “Svizzera del Medio Oriente”, per l’importanza regionale del suo sistema finanziario, è precipitato, tra il 1975 e il 1990, in una guerra civile che ha causato circa 250.000 morti e l’esodo di un milione di persone. Da allora, il “paese dei Cedri” è al centro di una competizione geopolitica da parte dei più importanti attori della regione mediorientale – da Israele alla Siria, fino all’Arabia Saudita e l’Iran – divenendo quasi un oggetto, più che un soggetto, delle dinamiche politiche del Medio Oriente.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, alla Francia è stato dato dalla Società delle Nazioni un mandato sul Libano e sulla vicina Siria che prima costituivano un’unica entità politica all’interno del vasto territorio dell’Impero Ottomano. La Francia li divise in due amministrazioni coloniali separate, creando un nuovo stato che toglieva Tiro, Sidone, Tripoli, la valle della Beqaa e la stessa Beirut alla Siria per annetterli al sanjak (distretto amministrativo) ottomano del Monte Libano, vera e propria spina dorsale della cristianità maronita. La Siria fu separata dai suoi porti più importanti e Damasco (centro del nazionalismo arabo e musulmano che si opponeva al dominio francese) fu indebolita a scapito di Beirut e del nuovo regime retto dai cristiani. Lo «stato del Grande Libano», proclamato dal generale francese Henri Gouraud il 31 agosto 1920, era così un’entità del tutto artificiale creata dai francesi. Dopo vent’anni di regime mandatario francese, l’indipendenza del Libano fu proclamata il 26 novembre del 1941, tuttavia la piena sovranità del paese venne raggiunta solo nel 1946 con l’evacuazione delle ultime truppe francesi.

A sinistra cartina del Libano oggi. A destra – il generale francese Joseph Eugène Henri Gouraud proclama, il 1°settembre del 1920, la proclamazione del “Grande Libano” (foto in alto a destra). 1945, il presidente del Libano Bishāra al-Khūrī saluta la folla dopo la partenza delle truppe coloniali francesi (in basso a destra).

Secondo un Patto Nazionale non scritto, le differenti comunità religiose vennero rappresentate nel governo da un Presidente della Repubblica cristiano maronita, un Primo ministro musulmano sunnita e un Presidente del parlamento (speaker) musulmano sciita. Questo accordo funzionò per due decenni.
Il 15 luglio del 1958, sbarcarono a Beirut 15.000 marines americani per sedare gli scontri tra l’esercito fedele al Presidente filo occidentale Camille Chamoun e le milizie filo nasseriane di ispirazione ideologica nazionalista e panaraba, sostenute dal Premier Rashid Karame.
Negli anni successivi continuarono i conflitti tra le forze legate agli interessi della borghesia cristiana, sempre più esasperata dalla crescente forza sociale e politica dei palestinesi che erano affluiti in massa nel paese dopo il 1948, e le organizzazioni popolari riunite attorno ai partiti di sinistra sostenitori invece della causa dei fida’iyyn.
Dopo un vasto confronto militare tra guerriglieri dell’Olp ed esercito regolare libanese nel novembre del 1969, ve ne furono altri nel maggio del 1973 e nell’anno successivo a cui parteciparono militanti del partito delle Falangi (Kata’ib) di Pierre Gemayel, la più antica, meglio organizzata e meglio armata delle milizie maronite.
La «Sarajevo» della guerra civile libanese fu un incidente verificatosi a Ain Rummaneh, un quartiere cristiano di Beirut, il 13 aprile del 1975. Alcuni sconosciuti aprirono il fuoco durante una funzione religiosa a cui stava assistendo il leader delle Falangi, Pierre Gemayel, uccidendo la sua guardia del corpo ed altri due uomini. I miliziani maroniti, come rappresaglia, attaccarono un autobus palestinese di passaggio, massacrando 28 passeggeri, per la maggior parte fida’iyyn (combattenti) palestinesi di ritorno da una parata militare. Rappresaglia dopo rappresaglia la violenza si allargò a tutto il paese per lasciare sul terreno, soltanto nel primo anno e mezzo del conflitto, più di 30.000 morti, 200.000 feriti e 600.000 rifugiati. In questa prima fase della guerra civile due furono le coalizioni avverse. Da una parte il Fronte libanese composto da tre gruppi principali a larga predominanza maronita: quello del Presidente della Repubblica Suleiman Frangieh con il suo quartier generale nella località settentrionale di Zghorta; quello dell’ex Presidente Camille Chamoun sostenuto dai suoi 3.500 uomini armati e infine le Falangi di Pierre Gemayel che con una milizia di 15.000 uomini formava il nucleo forte della coalizione di destra. Dall’altra parte il Movimento nazionale libanese (Mnl): esso riuniva una quindicina di partiti di centro e di sinistra e aveva un carattere multi confessionale, disponendo del consenso di gran parte dei musulmani sunniti ma anche di alcuni cristiani e dei drusi. Druso era appunto il suo leader Kamal Jumblatt, dirigente del Partito Socialista Progressista (Psp) il quale poteva contare su una forza personale di 3.000 uomini. Tra le altri componenti del Mnl figuravano il Partito Comunista Libanese (LCP), il Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP) fondato da Antun Saade, baathisti e nasseriani.

da sinistra a destra: Suleiman Kabalan Frangieh, Camille Nimr Chamoun, Pierre Gemayel, Kamal Jumblatt e Antun Saade. I leader degli schieramenti che hanno dissanguato il Libano nella guerra civile.

Obiettivo primario del Fronte libanese era quello di annientare i palestinesi e distruggere la loro struttura militare e politica nel paese ripristinando l’egemonia politica della borghesia maronita sullo Stato. Le forze del Mnl intendevano invece sostenere la causa dell’Olp e avviare un processo di laicizzazione dell’intero Libano. Tra le due fazioni, furono in molti a non schierarsi: alcuni dirigenti maroniti e altri rappresentanti sunniti che cercheranno di accontentarsi di una ridistribuzione dei poteri, e i partiti rappresentanti le altre confessioni cristiane come armeni e greci-ortodossi. Gli sciiti, presenti per lo più nel sud, si riuniranno inizialmente nel Movimento dei diseredati (che poi diventerà Amal) fondato dal carismatico imam Musa al-Sadr, che dall’estate del 1976 scenderà a fianco del Mnl.
La prima fase della guerra, fino al gennaio del 1976, registrò una certa superiorità da parte del Fronte libanese, mentre l’Olp (eccetto alcune sue frange) rimase per il momento a guardare. All’inizio dell’anno però, le milizie maronite lanciarono una vasta offensiva contro i campi profughi palestinesi. L’Olp sembrò non avere scelta e scese in campo a fianco delle forze del Mnl. A questo punto intervenne la Siria, preoccupata per la crescente situazione di instabilità nel vicino Libano, troppo esposto secondo Damasco agli appetiti regionali di Israele. Gli interessi nazionali di Damasco imponevano infatti di mantenere un equilibrio di forze in Libano: ora che l’alleanza Olp-Mnl sembrava avere la meglio sul Fronte libanese Assad decise di intervenire per ripristinare la parità tra gli schieramenti.
I primi di giugno del 1976 le truppe siriane superarono il confine sostenendo le milizie del Fronte libanese, le quali prima liberarono dall’assedio una delle loro roccaforti Zahle, quindi passarono all’attacco dei palestinesi (nell’agosto del 1976 più di 3.000 civili palestinesi e libanesi vennero trucidati dalle “tigri” dell’ex Presidente Chamoun). La spirale di violenza venne momentaneamente interrotta da una breve tregua decisa dopo un mini-vertice arabo convocato in ottobre a Riyadh in Arabia Saudita. Ufficialmente la guerra civile venne dichiarata conclusa con l’invio nel paese di 30.000 «caschi verdi» (per lo più siriani) per sorvegliare il cessate il fuoco: le truppe di Damasco si dispiegarono in gran parte del paese arrivando a controllare alla fine del 1976 circa i due terzi del suo territorio (escluso il sud e la costa).
Poco più di un anno dopo, nel marzo del 1978, in risposta alle incursioni compiute dai guerriglieri palestinesi sul loro territorio, anche gli israeliani intervennero direttamente nello scenario libanese invadendo il sud del paese cercando di provocare lo scontro con le truppe siriane. La prima invasione israeliana del Libano si sarebbe conclusa nel giugno del 1978 dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU creò una forza militare di interposizione composta da 6.000 uomini denominata UNIFIL.
Il 3 giugno del 1982 un gruppo di guerriglieri palestinesi sparò, appena fuori dall’Hotel Dorchester di Londra, all’ambasciatore israeliano Shlomo Argov, ferendolo gravemente. Gli attentatori di Argov facevano parte di al-Fatah-Consiglio Rivoluzionario una scissione di al-Fatah nata nel 1974 per iniziativa di Sabri Khalil al-Banna (Abu Nidal), nemica giurata del’Olp di Yasser Arafat e considerata da molti un’organizzazione semimercenaria. Tre giorni dopo, come ritorsione per tale attentato, le truppe israeliane, da mesi ammassate lungo il confine settentrionale col Libano, decisero di oltrepassare la frontiera: ebbe inizio l’operazione “Pace in Galilea“, guidata dall’allora ministro della difesa Ariel Sharon.

Ariel Sharon, nella quinta guerra arabo-israeliana del 1982 “Pace in Galilea”. Nato con il nome di Ariel Scheinermann, in ebraico אריאל שרון, è stato un politico e militare israeliano.

Dal 5 giugno in poi tutti i principali campi profughi nel sud del Libano vennero sottoposti a incessanti bombardamenti da terra, dal cielo e dal mare. L’intenzione di Tel Aviv sembrava quella di radere al suolo i campi rendendoli permanentemente inabitabili. Nell’opera di annientamento dei palestinesi, Israele poteva contare sul volenteroso incoraggiamento maronita.
Poco tempo dopo, di fronte alla Knesset, l’allora Primo ministro israeliano Menachem Begin difenderà i massicci attacchi contro la popolazione civile: «Da quando in qua la popolazione civile del Libano meridionale è diventata “per bene”?», chiese con sarcasmo. “Neanche per un istante ho dubitato che la popolazione civile meritasse quella punizione” affermerà Begin. I prigionieri palestinesi vennero costretti a restare per lunghissime giornate, legati e bendati, sotto il sole cocente, senza ne cibo né acqua, spesso picchiati e costretti a soddisfare i loro bisogni corporali lì dove stavano. Molti di loro vennero condotti in Israele per essere incarcerati, stipati in camion o autobus sotto i colpi e gli insulti delle guardie, quando non vennero intrappolati a gruppi in reti e con queste trasportati, così appesi, dagli elicotteri.
Sebbene più volte Begin avesse assicurato di non volere uno scontro diretto con la Siria, le forze messe in campo da Tel Aviv e le manovre messe in atto dal suo esercito facevano pensare proprio il contrario: in poche settimane le truppe israeliane inondarono il sud del paese e raggiunsero la strada Damasco-Beirut, ingaggiando scontri con gli stessi soldati siriani e, di fatto, isolando i militari di Damasco presenti a Beirut dal novembre 1976. Assad rispose muovendo altre batterie di Sam nella Beqaa, ma questa volta Tel Aviv non attese la diplomazia e bombardò pesantemente le postazioni distruggendo tutte le rampe. Damasco sapeva di non poter combattere ad armi pari, ma non avendo scelta, il 9 giugno diede ordine ai suoi caccia di affrontare gli aerei israeliani: si scatenò una delle più memorabili battaglie aeree della storia mediorientale, dove ben settanta velivoli siriani soccomberanno contro un centinaio di quelli nemici. La battaglia di terra si rivelò ben più ostica per gli israeliani che incontrarono una coraggiosa resistenza da parte delle truppe siriane, prive di copertura aerea.
Nonostante un primo cessate il fuoco l’esercito di Tel Aviv continuò ad avanzare verso Beirut circondandone la parte occidentale, dove erano rimasti numerosi soldati siriani. L’assedio di Beirut Ovest continuò per ben nove settimane, fino al 9 agosto, con un Assad che non poteva far altro che assistere impotente.
Intanto il 23 agosto del 1982 Bashir Gemayel, figlio minore del fondatore delle Falangi lo sheikh Pierre, venne eletto Presidente grazie alla maggioranza semplice ottenuta in parlamento. Tuttavia il suo mandato durerà poco. Il 14 settembre infatti una spaventosa esplosione a Beirut Est, uccise Bashir insieme a una trentina di suoi collaboratori. Poco dopo le Forze Libanesi annunciarono di avere arrestato l’uomo che presumibilmente avrebbe piazzato la bomba, Habib Tanios Shartuni un membro clandestino del Partito Nazionalista Sociale Siriano (SSNP), ideologicamente legato a Damasco ed alleato fedele di Assad nel resistere alle ambizioni israeliane. In seguito tuttavia qualcuno avrebbe insinuato che a uccidere Bashir Gemayel sarebbero stati gli stessi israeliani a causa dell’opposizione del leader falangista alla proposta di Begin di un trattato di pace formale fra il Libano e Israele. Nessun libanese avrebbe mai contestato questa tesi.
L’assassinio di Bashir Gemayel ebbe come conseguenza immediata la tristemente nota carneficina di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila, organizzata dal capo dei servizi segreti falangisti Elie Hobeika, con la complicità degli israeliani.

Libano, 1976. Una donna ‎palestinese implora un falangista di risparmiare la vita al proprio marito, storico scatto della ‎fotografa francese Françoise Demulder.

A poche ore dalla morte di Bashir, il 15 settembre 1982, Sharon, rompendo l’accordo stipulato con il diplomatico statunitense Philip Habib, fece entrare il suo esercito a Beirut Ovest, occupandola completamente in 24 ore. Per giustificare un simile gesto l’allora ministro della difesa israeliano affermò che Arafat aveva lasciato dietro di sé 2.000 combattenti palestinesi che si nascondevano nei campi di Sabra e Chatila. Alle 6.00 del pomeriggio del 16 settembre, Amir Drori, capo del Comando Settentrionale Israeliano, autorizzò le milizie di Hobeika ad entrare nei campi per cercare i guerriglieri. L’eccidio di civili inermi iniziò immediatamente e andò avanti per tutta la notte, per il giorno dopo e la notte successiva: la carneficina non si fermerà prima delle 8.00 del mattino del 18 settembre. Circa un migliaio tra uomini, donne e bambini vennero brutalmente massacrati. Per tutte le quaranta ore dello sterminio le truppe israeliane fecero cordone intorno ai campi, e durante la notte lanciarono bengala affinché nei campi così illuminati i falangisti potessero proseguire il loro “lavoro”.
Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo «un atto di genocidio» (risoluzione 37/123, sezione D). La definizione fu approvata con 123 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun contrario.
Il massacro nei campi profughi fece sì che venisse inviata nel paese il 29 settembre 1982 una forza multinazionale di pace (MNF) e le truppe di Sharon si ritirarono da Beirut Ovest. In principio la missione era nata come iniziativa ONU, ma il veto dell’URSS annullò l’egida internazionale mentre il contingente era in navigazione verso il Libano, per cui la missione si trasformò in corso d’opera in uno sforzo eminentemente nazionale, di USA,Francia e Italia, cui si aggiunse nel febbraio 1983 la Gran Bretagna, con il 1′ reggimento Dragoni della Regina.

Truppe italiane del 2°reggimento del battaglione Bersaglieri “Governolo” appartenenti alla Multi-national Force (MNF) in Libano in 1982

Fu un momento cruciale durante il quale cambiarono rapidamente gli equilibri in campo: Assad non vide altra via che abbandonare lo scontro militare tradizionale e iniziò ad appoggiare e coordinare diversi gruppi guerriglieri palestinesi, militanti baathisti, comunisti e miliziani sciiti, organizzando attorno alla città di Baalbek nella valle della Beqaa il centro di arrivo, di addestramento e smistamento dei guerriglieri. Tra questi gruppi spiccava il Jihad Islamico, un’organizzazione islamista sciita che traeva la propria ispirazione dall’ideologia khomeinista, la quale si rese responsabile di una serie di rapimenti, omicidi e attentati verso ambasciate e basi militari, il più noto dei quali si verificò il 23 ottobre 1983, quando due camion bomba guidati da attentatori suicidi colpirono contemporaneamente le caserme dei marines statunitensi e del contingente francese uccidendo 241 soldati americani e 58 francesi.
Intanto il nuovo governo israeliano presieduto da Yitzhak Shamir, chiamato a sostituire il dimissionario Begin, decise per un ripiegamento delle sue truppe a sud del fiume Awwali lasciando i maroniti indifesi a fronteggiare gli attacchi congiunti di sciiti e drusi. Nel frattempo nella capitale, mentre i siriani conquistavano la parte meridionale, intensi combattimenti a Beirut Est costrinsero alla ritirata le milizie falangiste.
Preoccupati dal corso degli eventi, a Washington decisero di far intervenire la VI flotta della marina contro i combattenti palestinesi e drusi, arrivando a minacciare di colpire anche unità siriane. Nel settembre del 1983, si arrivò a un nuovo cessate il fuoco dal quale la posizione di Damasco uscì comunque rafforzata.
Intanto si intensificarono gli attacchi ai contingenti americani e francesi della forza multinazionale, che si ritirò completamente nei primi mesi del 1984.
La politica di Begin e dei suoi alleati americani sembrava davvero sconfitta: i soldati siriani erano ormai stabilmente nella valle della Beqaa, le montagne dello Shuf erano controllate dai drusi di Walid Jumblatt (figlio di Kamal, assassinato nel marzo 1977) mentre a sud le milizie sciite di Amal contrastavano abilmente le truppe israeliane.
A questo punto, privo del sostegno israeliano e della protezione del contingente internazionale, Amin Gemayel, fratello del defunto Bashir e nuovo leader delle Falangi, si recò a Damasco a omaggiare il suo acerrimo nemico, Hafez al-Assad.
Quest’ultimo, nel conflitto con Israele combattuto in territorio libanese è comunque riuscito a mantenere le proprie posizioni frustrando le ambizioni egemoniche di Tel Aviv.
A cavallo tra il 1985 e il 1988, ebbero luogo feroci combattimenti all’interno di quella che è stata chiamata la «Guerra dei Campi» che vide contrapposti la milizia sciita di Amal (sostenuta dalla Siria) da una parte e i palestinesi, la sinistra e i drusi dall’altra.
Il 22 settembre 1988, ebbe termine il mandato del presidente libanese Amin Gemayel, che era succeduto a suo fratello Bashir, assassinato nel settembre dell’82. I deputati, cui la costituzione dava il diritto di eleggere un nuovo presidente della Repubblica, non riuscirono a trovare un accordo neppure sulla data delle elezioni.
Amin Gemayel diede allora l’incarico ad un cristiano, il generale Michel Aoun, di formare un nuovo governo. Aoun – al momento dell’insediamento – annunciò il suo ambiziosissimo progetto: ristabilire in Libano l’autorità dello Stato, sciogliendo tutte le milizie armate e liberando il Paese dagli eserciti di occupazione israeliano e siriano. Migliaia di libanesi gli manifestarono il loro sostegno. Anche se cristiano, Aoun, a capo dell’esercito libanese, cominciò ad attaccare le stesse milizie cristiane restie alla consegna delle armi ed in primo luogo le Forze libanesi guidate da Samir Geagea.

In una foto recente a sinistra Amin Gemayel e a destra il militare cristiano Michel Aoun.

Come era già avvenuto tra le file dei musulmani, scoppiò così una guerra tutta interna alla comunità cristiana. Una guerra particolarmente devastante. Il 14 marzo 1989, Michel Aoun fu in grado di lanciare la sua «guerra di liberazione» contro l’occupante nemico. I siriani risposero bombardando in maniera intensiva il settore cristiano di Beirut ed il palazzo presidenziale.

Aoun – sotto scacco – si rifugiò nell’ambasciata francese della capitale e accettò di lasciare il Libano alla volta di Marsiglia. I siriani penetrano allora nel settore cristiano di Beirut est, controllando ormai appieno tutto il paese. Il 22 ottobre 1989, i deputati libanesi riuniti a Ta’if, in Arabia saudita, sotto la pressione dei Paesi arabi e della comunità internazionale, firmarono un accordo – detto «d’intesa nazionale» – che pur senza rimettere in discussione il sistema confessionale libanese – ridisegnava un equilibrio dei poteri istituzionali (la maggior parte dei poteri passarono nelle mani del primo ministro che doveva essere un musulmano sunnita) e, soprattutto, riconosceva la presenza – definita «fraterna» – dell’esercito siriano in Libano. La mano siriana sul Libano venne ufficializzata il 22 maggio 1991 da un altro trattato – detto di «fraternità, cooperazione e coordinamento» – nel quale il Libano accettava di non prendere alcuna decisione importante in materia economica, di sicurezza e di politica estera senza un accordo preventivo della Siria. Da questo momento l’egemonia politica siriana sul Libano diventò assolutamente legale e accettata dalla comunità internazionale.

Soldati siriani davanti ad una casa martoriata dal conflitto il 27 maggio del 1988. Periferia sud di Beirut.

Nel giugno del 1999, poco prima che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lasciasse il suo incaricò, Israele bombardò il sud del Libano, il più grave attacco contro il paese dall’operazione «Grappoli d’Ira» del 1996. Nel maggio del 2000, il nuovo premier Ehud Barak, ritirò le truppe israeliane dopo 18 anni di occupazione.
Nel 2005 anche la truppe siriane, in seguito alle proteste suscitate dall’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, abbandonarono definitivamente il paese.
Il 12 luglio del 2006 scoppiò l’ennesimo conflitto fra lo stato ebraico e il Libano. Il casus belli sarebbe stato il rapimento di due militari israeliani da parte di Hezbollah nei pressi della “linea blu”, la fragile demarcazione terrestre tracciata dall’Onu nel giugno del 2000, dopo il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano.
Il conflitto ha ucciso più di seimila persone, la maggior parte delle quali era libanese e ha gravemente danneggiato le infrastrutture del paese. Anche dopo il cessate il fuoco una gran parte del sud del Libano è rimasta inabitabile a causa delle bombe a grappolo inesplose.
La crisi siriana ha determinato un riacutizzarsi dello scontro settario libanese che ha visto le fazioni sunnite sostenere i ribelli, mentre quelle sciite, e in particolare la milizia Hezbollah, legata all’Iran, sostenere il governo siriano. Lo sconfinamento del conflitto non ha solo coinvolto le cittadine al confine siriano, ma anche i grandi centri urbani, tra cui Beirut, Sidone e Tripoli dove si sono verificati scontri armati, rapimenti e attentati.
Parallelamente alla violenza settaria, in Libano si è ulteriormente inasprita la storica e profonda divisione politica che vede contrapposti i partiti antisiriani, guidati dall’Alleanza del 14 marzo, a quelli filosiriani, guidati dall’Alleanza dell’8 marzo. Ulteriore elemento di destabilizzazione è stato il massiccio afflusso di profughi in territorio libanese, che ha modificato l’equilibrio etnico-religioso in alcune zone del Libano.
Sebbene la situazione sia ancora sotto controllo non è improbabile che un eventuale caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria e il conseguente cambiamento dei delicati equilibri regionali non possa far sprofondare il piccolo «paese dei Cedri» in una nuova devastante guerra civile.

 

Per approfondimenti:

_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Il Saggiatore, 2010

_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, 1995
_Rosita Di Peri, Il Libano contemporaneo. Storia, politica, società, Carocci, 2009
_Fadi S. Rahi, Il Libano politico. Tra partiti, famiglie e religioni nella situazione contemporanea, Marcianum Press, 2016

 

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