Il lascito del pensiero di Albert Viaplana

di Giuseppe Baiocchi del 16/03/2016

Essenzialità, minimalismo e ricerca concettuale ispirarono infatti l’architetto, classe 1933, nato a Barcellona e scomparso pochi mesi fa all’età di 81 anni.
Viaplana lavorò con Helio Piñón e, tra il 1947 e il 1997, i loro progetti, nati nel contesto della cosiddetta Escuela de Barcelona, significarono a fine anni ’70 una forte rottura e una “voce” affine a quella dei famosi “Five Architects” di New York, fra essi, soprattutto Peter Eisenman e John Hedjuk.

I primi progetti furono più che altro residenze, come la casa Jiménez de Parga, in La Garriga, del 1976. Andando avanti, i due architetti iniziarono una sperimentazione sistematica attraverso progetti mai realizzati che, però, ottennero molta attenzione da parte della critica e vinsero anche concorsi come quello per la nuova sede del Collegio di Architetti di Valencia (1977). La proposta dello studio Viaplana Piñón diveniva sempre più influente e d’impatto e si esprimeva attraverso linee il più astratte, semplici e anonime possibile, affinché chiunque potesse in futuro intervenire e “continuare” l’opera.Proprio il concetto astratto di un opera che potesse in futuro “essere continuata” dimostra il pensiero prettamente contemporaneo che il vero progetto non si termina mai, non ha mai una fine propria, ma è ripreso da antichi idiomi, dell’edificare antico dove si “costruiva sul costruito” e gli antichi manufatti venivano continuamente modificati nel corso del susseguirsi delle epoche. Viaplana ci lascia due pensieri di forte importanza concettuale: il primo è che la perfezione non esiste mai in un progetto, la seconda è la caratteristica di umiltà che non deve mai abbandonare la professione dell’architetto moderno. “Il mettersi in continua prova” ripeteva l’architetto spagnolo. A dimostrare la crescente influenza dello studio catalano furono i progetti realizzati a partire dal 1984: il parco del Besós di Sant Adrià o la Plaça dels Paisos Catalans, di fronte alla stazione di Sants, modelli della nuova architettura promossa dall’Ayuntamiento socialista della “Ciutat comtal”. Il razionalismo di Viaplana era in armonia con una visione poetica dell’esperienza spaziale che ben si integrava nel contesto storico architettonico di Barcellona: esempi perfetti sono il Centro de Arte Santa Monica, nella parte finale della Rambla, che volge lo sguardo al mare, l’Hilton Hotel della moderna Avinguda Diagonal e il CCCB, Centro de cultura contemporánea de Barcelona, realizzato tra il 1990 e il 1993 e considerato come il capolavoro dello studio.

Centro della cultura contemporanea di Barcellona

Luogo emblematico della città, il CCCB, è uno spazio fortemente vissuto dai residenti, nato dall’antico complesso della Casa de la Caritat e porta i segni imprescindibili dell’architettura di Viaplana. Tre delle quattro parti dell’antico edificio furono conservate e restaurate e ne fu costruita una totalmente moderna con una facciata in cristallo e una scala meccanica che la percorre in tutta l’altezza. Nella sua parte più alta, la facciata s’inclina, riflettendo su di sé la città. Il passato e il presente sono in stretta relazione e nel cristallo la memoria urbana lascia le sue impronte.
Viaplana è anche uno degli emblemi moderni di come approcciarsi ad una architettura del riuso e della riqualificazione urbana, la sensibilità con cui si lavora sul “rammendo delle periferie” come ha sentenziato poco tempo fa il nostro Renzo Piano, sulla chiusura “dei buchi neri” ovvero di quelle costruzioni o archeologie industriali che si trovano in tutta Italia, ma anche in tutta Europa nelle parti di città compatta e diffusa e che versano in uno stato di comatosità imperante.
 
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