Il consenso e i limiti del Califfato, l’equivoco ideologico (5)

di Francesco Di Turi del 30/06/2016

Forse il fatto che più desta stupore ai nostri occhi occidentali è quello di dover riconoscere che il sistema di potere dello Stato islamico sui territori in cui opera presenta un carattere socialmente riconosciuto, giuridicamente rispettato nella sua legittimità e, soprattutto, condiviso nelle sue aspirazioni politiche, storiche ed escatologiche; ognuno di questi fattori contribuisce sia a rendere il califfato tutt’altro che inviso alle popolazioni ad esso sottomesse sia ad essere guardato con indubbia simpatia nelle sue pretese e azioni da un’alta percentuale delle popolazioni arabo-sunnite mediorientali. Dal canto suo, il sistema della propaganda occidentale offre una narrazione degli eventi mediorientali che omette di far risaltare queste componenti decisive sul consenso preferendo marcare l’altro elemento fondante di Isis, quello della violenza, delle azioni di stampo terroristico di portata globale o la sistematica pulizia religiosa e culturale dei territori ad esso soggetti. In occidente, insomma, manca una seria presa di coscienza pubblica e soprattutto politica sulla reale portata di questa minaccia che non si limiti semplicemente a liquidarla come distorsione ideologica di una religione che esercita un potere feroce – ma pur sempre valutato come residuale e provvisorio – nei confronti di una popolazione considerata esclusivamente come da esso vessata ed intimorita.

La qualità di governo del territorio del califfato si dimostra in una oggettiva capacità di radicamento negli spazi conquistati attraverso un’azione che non è semplicemente in grado di rispondere alle esigenze più immediate e pratiche delle comunità ma, soprattutto, che è capace di sollecitarne lo spirito, insieme a tutta la Umma islamica, in direzione di un destino creduto necessario e inevitabile di cui tutti sono protagonisti e a cui tutti devono sottomettersi. Chi si ostina a propagandare esclusivamente l’oggettiva brutalità dell’esercizio del potere dello Stato islamico negando o non considerando che essa si accompagna e non entra in contraddizione con la legittimità accordata dalle popolazioni, compie uno degli errori più esiziali e gravi che impedisce di comprendere la natura di questo fenomeno ostacolando di fatto la soddisfazione della condizione imprescindibile e preliminare affinchè si possa adeguatamente affrontare, contenere e sradicare la minaccia.
A questo si aggiunga, come fattore importantissimo, che il dato della legittimità del potere dello Stato islamico deriva innanzitutto dall’essere coerente e per nulla in contraddizione con la natura storica, religiosa e giuridica propria a questi popoli; in una parola, esso è coerente con la loro propria «storicità» la quale nell’ultimo trentennio ha subito un’accelerazione, una spinta propulsiva, a causa dello sciogliersi dell’epoca ideologica del mondo, riattingendo a risorse che solo fino a qualche decennio prima restavano subordinate al principio ideologico dominante. Quando tutti gli analisti e gli esperti, senza eccezione alcuna, ancora si riferiscono al fenomeno Isis connotandolo, quasi fosse la cosa più pacifica e scontata del mondo, quale fenomeno ideologico, come ideologia, in realtà essi non colgono minimamente e alla radice la vera natura di questo esperimento politico mediorientale. Questo esperimento politico, infatti, non è ideologico proprio perché non può essere ideologico. Non viviamo più in un’epoca storica in cui sulle fondamenta del principio ideologico dominante (la sovrastruttura, il principio architettonico) è possibile affermare una qualsivoglia ideologia politica, religiosa o filosofica così come sempre è accaduto negli ultimi due secoli.
La storia del XIX e del XX secolo ha visto prosperare ideologie della più disparata estrazione come il socialismo, il comunismo, il fascismo, il nazionalsocialismo, il capitalismo, il democraticismo le quali non hanno fatto altro che rincorrersi, combattersi ed annientarsi o allearsi dando in tal modo il timbro fondamentale ad un intero mondo che li rendeva fratelli indissolubili nella vita ma anche nella morte.

Soldati tedeschi della repubblica democratica tedesca, (1966) controllano un passaggio del Muro

Oggi, ciò che realmente è venuto meno, è la stessa possibilità che una rappresentazione ideologica del mondo risulti efficace sia in senso operativo, ossia come prassi che plasma il destino dei popoli, sia in senso teorico, ossia come strumento atto alla comprensione efficace e corretta delle realtà storiche attuali. È questo semplicissimo elemento che, ancor oggi e chissà per quanto ancora, non è stato assorbito nelle sue reali conseguenze, nel suo reale significato; ciò accade proprio perché scrollarsi di dosso un’epoca tanto potente qual è stata quella dell’immagine ideologica del mondo è uno sforzo quasi impossibile da compiere da parte di quelle generazioni che da essa, in un modo o nell’altro, sono state geneticamente plasmate: gli ultimi figli del Nichilismo e della sua alienazione. Vedremo molto presto in una serie di contributi dedicati all’Europa quale legame organico e quale dinamica storica e filosofica intercorra fra questa epoca ideologica del mondo e la storia del Nichilismo di cui la prima è solo l’ultima manifestazione.
Poi, chi maldestramente pensasse che la struttura di pensiero e azione di cui il mondo occidentale oggi è sostanzialmente portatore – stile di vita, economia, cultura, senso della comunità, esigenze primarie d’esistenza, sistema del sapere, istituzioni politiche – sia proiettabile, non dico ingenuamente in quanto valida per altre configurazioni culturali, ma quale struttura di pensiero e azione atta alla stessa comprensione di esse, si rivelerebbe un ingenuo ottimista.
È esistito un tempo in cui questo era possibile crederlo, pensarlo e quindi si lavorasse affinchè pienamente si realizzasse, ma questo non è più il nostro mondo.
Chi pensa il contrario rincorre solo sogni. Questa nuova incomprensione ha la sua radice in una facoltà ben precisa dell’uomo, il «linguaggio».
Il mutamento di scenario, il riflusso della storia tra un’epoca e un’altra non solo non ricolloca le comunità politiche allo stesso livello storico e psicologico ma neppure allo stesso livello «linguistico», vale a dire che è il linguaggio stesso che rifluisce, anzi, probabilmente, è quello del «linguaggio» lo spazio più sensibile di tutti al riflusso storico.
Ora, tornando al punto d’aggancio, diciamo che il progetto califfale in atto in Medio Oriente cerca di radicarsi a tutti i livelli attraverso un misto di terrore, efficienza e una legittimità che fonda agendo su tre fronti
1) rifacendosi direttamente alle istanze giuridiche della sharia e attuandone i precetti in senso rigorista
2) mostrandosi alle popolazioni su cui esercita questa autorità come entità affidabile
3) perché nello «stato d’eccezione» vigente di fatto nei territori in cui opera, «decide», riorientando il senso politico dello spazio culturale su direttrici che agganciano l’esperienza di questo «potere» alle nuove esigenze fondamentali di cui è portatrice la nuova epoca storica.
Affermare che le direttrici di senso poste in atto siano proprie, appropriate alla nuova epoca storica, non significa, ovviamente, che siano al tempo stesso giuste e buone rispetto ai nostri canoni, significa solo che si pongono in sostanziale coerenza con la loro esperienza storica. Sembra che sia in atto proprio questo fenomeno negli ormai ampi territori controllati dal califfato in Siria, Iraq e ormai anche in Libia. Ed è proprio quest’ultimo aspetto il grande elemento che differenzia il fenomemo Isis dal terrorismo qaedista di bin Laden e al-Zawahiri.
L’al-Qaeda storica, pur presente con gruppi in molti luoghi della Umma, è sempre rimasta sostanzialmente ed efficacemente presente solo nei territori islamici asiatici afgano-pakistani senza mai avere realmente dimostrato effettive capacità, o volontà, di radicamento stabile al di là del territorio di confine tra i due stati. Quella Isis, pur essendo una filiazione diretta di al-Qaeda, si differenzia da quest’ultima in forza di un operare di fatto che, pur partendo da stesse premesse e avendo gli stessi obbiettivi, in realtà, tatticamente e strategicamente si muove in modo molto diverso nel dare concretezza al Jihad. Questa differenza di ordine operativo genera anche qui, di fatto, uno scontro tra le due organizzazioni. È infatti questo il vero grande elemento di debolezza di ogni forma di jihadismoislamista: la concorrenza ed anche la guerra dei diversi gruppi tra loro. Isis è riuscita certamente a contenere questa guerra interna grazie al suo oggettivo successo, ma nulla impedisce di credere, al contrario la prospettiva è la più probabile, che questo fattore di instabilità interna sempre più ne mini l’efficienza e la capacità di radicarsi ulteriormente; ciò vale in tempo di guerra o guerriglia guerreggiata in tutte le sue molteplici forme, tanto più varrà e potrebbe acuirsi al momento di un’eventuale esercizio di un potere su territori diversificati e difficili da gestire omogeneamente.
Un altro elemento importante va tenuto ben presente ed in stretta connessione a questo fenomeno che è lo jihadismo in tutte le sue molteplice sfaccettature; un fattore che ci permetterà di attuare nei prossimi contributi, prima una svolta di semplice scenario, poi, una svolta che punterà dritto al cuore della questione europea dal punto di vista storico, politico e soprattutto filosofico.
La forma terroristica e post-moderna califfale di ordinamento islamico, se non contenuto in modo adeguato, potrebbe riuscire a far crescere il suo progetto nelle terre mediorientali soprattutto perché i segni distintivi di ogni successo politico-militare, prima ancora che rappresentati dalla potenza di fuoco di cui si dispone (ovviamente decisiva), sono costituiti da un che di preliminare di ordine strettamente psicologico, senza il quale difficilmente si prevale in guerra sul lungo periodo: l’effettiva disponibilità a mettere in pericolo la propria vita in nome di un granitico convincimento circa la bontà della propria causa, del proprio profondo credere. Una guerra vera, come quella che attua il fondamentalismo islamico e che ha carattere più che storico poiché intrinsecamente millenaristica ed escatologica, non si vince se non si è prima permeati e spinti a combattere da un compito che si ritiene destinale, in questo caso di una missione fortemente pervasa da elementi metastorici ed escatologici che si legano a doppio filo alla realtà storica più concreta di ogni individuo che crede in questo destino.
Rispetto a questi elementi noi europei secolarizzati e post-moderni siamo divenuti strutturalmente incapaci non solo di viverli, e forse questo per certi aspetti può essere un elemento di sanità, un bene; ma anche, purtroppo, incapaci di comprenderli, e questo è sicuramente il male più grave. Dovremo cominciare a domandarci non tanto il perché questo accada quanto, piuttosto, quali potrebbero essere le conseguenze, per i nostri popoli e le nostre comunità, derivanti da questa strutturale incapacità di comprendere e vivere moti dell’uomo con cui già facciamo i conti e con cui sempre più dovremo farli.
 
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