Il «caso Heidegger». Introduzione al nichilismo europeo

di Francesco Di Turi del 01/08/2016

Diceva Hegel che l’ovvio, proprio perché tale, resta sempre non conosciuto poiché assunto come mero dato senza pensarlo. Se nelle cose della filosofia quasi sempre ciò che è ovvio è anche fragwürdig, ossia «degno di essere domandato»; nei suoiarcana, questo stesso ovvio diventa das Fragwürdigste, «la cosa fra tutte che è più degna di domanda». E cosa c’è di più ovvio sul piano storico di affermare che l’uscita da un conflitto qual è stato la Seconda Guerra Mondiale sia stata un’uscita con conseguenze profonde per tutta l’Europa e non certo solo per la Germania? Quindi, proprio perché cosa ovvia e proprio perché prendiamo sul serio Hegel, c’è da chiedersi se siamo davvero sicuri di aver già meditato a sufficienza cosa è stato per l’Europa lo scontro tra le tre ideologie più potenti della storia: il liberalismo-democratico, il comunismo e il fascismo-nazionalsocialismo. Tre ideologie legate a doppio filo al senso stesso della filosofia occidentale la quale si pone nei loro confronti come madre.

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Ricordiamo laconicamente le tappe di questo scontro; la Grande Guerra (1914-1918) fu la resa dei conti tra le ultime propaggini storiche dell’Ancien Régime(Asburgo, Hohenzollern) e i regimi costituzionali liberali eredi delle Rivoluzioni inglese, americana e francese (Impero Britannico, Francia, Stati Uniti); la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) fu invece scontro risolutivo tra i regimi liberal-democratici in alleanza con il totalitarismo comunista sovietico, e gli altri totalitarismi, quelli nazionalsocialista, fascista e nipponico. La Guerra fredda (1945-1989), l’ultimo capitolo della stessa storia, fu lo scontro tra le due superstitisuperpotenze ideologiche di portata globale USA e URSS.
Fermiamo l’attenzione alla conclusione della seconda tappa di questa storia; cosa è accaduto con la fine di questo conflitto per l’Europa? Si dice che si sia persa con esso la guida politica europea degli eventi storici, iniziativa già in buona parte ceduta ad altri con la fine della Grande Guerra; ciò è vero, l’Europa è passata infatti da soggetto che faceva storia a oggetto della storia fatta da altri (USA-URSS). L’Europa è stata un cuore conteso e diviso a metà nello scontro ideologico tra le due potenze superstiti nel 1945: il Patto di Varsavia e il Patto Atlantico, questa era l’Europa.
La ricostruzione dell’intera europa post-bellica, depoliticizzata e a-storica poiché sostanzialmente a sovranità limitata ne sanciva solo la subalternità politica e militare; l’Europa era giardino militarizzato dell’Impero americano ad ovest e Stati vassalli dei sovietici ad est. Ma questa subalternità politica è stata possibile solo perché l’Europa prima ancora che nella catastrofe delle due guerre mondiali era già precipitata nella catastrofe del «senso» di cui le due guerre sono state manifestazione; l’Europa aveva già smarrito sé, aveva già perso se stessa. É principalmente solo e proprio per questo che è accaduta di conseguenza la perdita di guida politica, l’incapacità e impossibilità di fare storia e l’esclusivo dominio di ciò che è economico, finanziario, tecnico, elementi tipici delle società despiritualizzate, spoliticizzate, destoricizzate. «Nichilismo» è la parola che nomina questa perdita che ricade strutturalmente in ogni ambito del nostro vivere individuale e collettivo, della nostra storicità. Il nichilismo non è né psicologico pessimismo né catastrofismo ingiustificato, tanto meno un mero concetto che abita le teste di qualche filosofo.
Che cos’è «nichilismo»?
Va detto senza infingimenti che, quando un filosofo dello spessore storico di Heidegger – il quale ad oggi resta ancora l’ultimo filosofo europeo – parla della «Selbstvernichtung», «auto-annientamento» ebraico in riferimento alla Shoa, a questo proposito va detto che non è il delirio di un’antisemita, come ci piacerebbe che fosse o pensano molte anime belle europee; qui, Heidegger, sta pensando in tutta la sua radicalità e con una freddezza che raggela, il senso filosofico dell’accadere della sua storia, della storia europea, alla luce di una catastrofe materiale, spirituale e di senso: è appunto il nichilismo ciò che sta pensando. Gli epifenomeni del nichilismo, il suo storicizzarsi, sono fatti in cui tutti gli europei sono stati e sono coinvolti. Chi tocca il nichilismo con il proprio pensiero deve fare i conti con alcuni strati della coscienza europea e della propria da cui è meglio che si distolga lo sguardo; come puntualmente avviene, infatti; ma chi ha a cuore la filosofia ha il dovere di pensare e di interpretare il «caso Heidegger» in connessione al suo pensiero nella sua integralità e, soprattutto, in intima osmosi con l’epocalità propria in cui esso si colloca, e cioè nell’epoca del nichilismo europeo nel cuore della sua «fase assoluta» (XX secolo). Ora, purtroppo o per fortuna, è stata ed è troppo decisiva la sua vicenda di persona e di pensiero quale «momento» di autocomprensione di sé da parte della filosofia europea per poterne oggi fare a meno, metterlo in soffitta, e continuare etiamsi Heidegger non daretur. Oggi non ce lo possiamo permettere di trattare il «caso Heidegger» in maniera pregiudiziale e non pensata, ossia prendendo le sue difese o liquidando l’uomo e il suo pensiero, evitando così, in entrambi i casi, uno scomodo ma necessario lavoro filosofico. Non capiremmo l’oggi, la nostra vita concreta di europei del XXI secolo se non riflettessimo con estremo rigore filosofico sulla sua eredità. Ci precluderemmo di pensare – e certo non per semplice interesse filosofico – la natura concreta e astratta di ciò che è stata la storia del nichilismo europeo.

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Per quanto possa essere aspro sentirlo e sgradevole affermarlo, va tuttavia detto che il filosofo della Foresta Nera quando parla di Selbstvernichtung in verità sta anche pensando, forse soprattutto pensando, all’auto-annientamento a cui rischia di andare incontro l’Europa postbellica a causa della sua perdita di storia, di senso, di spirito e, rispetto alla quale, il secondo conflitto mondiale è momento decisivo di svolta conseguente ad un processo di auto-dissolvimento nichilistico che ha radici di cui solo la filosofia può rendere ragione e di cui la Shoa è un orribile e concreto epifenomeno. La stessa vicenda storica del nazionalsocialismo tedesco va letta sotto questa luce, in quanto fenomeno inizialmente reattivo al nichilismo ma che, inevitabilmente, si è capovolto in sich-selbst-vernichtiliches Nihilismus:nichilismo auto-annientantesi. Heidegger non imputa la Schuld, la colpa della Shoaal popolo ebraico o una «colpa ancor più grande» della stessa Shoa alle forze Alleate solo perché era stato nazista ed antisemita o perché stia delirando dopo la sconfitta tedesca; in realtà nel primo caso sta pensando ciò che è stato Auschwitz sottraendolo alla lapalissiana responsabilità specifica tedesca, di cui è pienamente consapevole e di cui tutti siamo consapevoli, per collocarlo all’interno dell’accadere di una storia che è insieme tedesca, europea, occidentale e di conseguenza anche giudaica; mentre nel secondo caso pensa ad una «colpa più grande», e cioè ad una colpa verso cui gli europei di domani, quelli del XXI secolo, non avranno nemmeno la possibilità di rendere conto a qualcuno pretendendo ilmea culpa come invece può ancora succedere nel caso della Shoa. Vogliamo cominciare a pensare seriamente e una buona volta tutto questo collocando i fatti sia nel loro contesto storico, quello in cui il filosofo di Messkirch vive sia e soprattutto pensando la questione filosofica, che è anche politica, immergendola realisticamente in ciò che oggi sta accadendo in Europa per capirne l’eventuale direzione futura? Non è forse ora di smetterla di fare del «caso Heidegger», e nella migliore delle ipotesi, una mera questione accademica di storia della filosofia al più utile solo per approfondire un passato scabroso e un filosofo inquietante, senza che questo passato e questo filosofo siano presi realmente sul serio nel loroagire concreto nell’oggi europeo?
L’antisemitismo di Heidegger, che in realtà è più un antigiudaismo, è di ordine metafisico e non biologico-razziale alla Rosenberg; quell’antisemitismo o antigiudaismo che, piaccia o non piaccia, è stato, e forse surrettiziamente lo è ancora, parte integrante della cultura speculativa filosofica e teologica d’Europa. L’antisemitismo di Lutero, dello stesso Kant, l’antigiudaismo nietzscheano, il quale manifestava con orgoglio il suo disprezzo verso gli antisemiti (che avrebbe voluto fucilare) eppure al tempo stesso rivendicava un antigiudaismo altrettanto radicale; cose, queste, tutt’altro che in contraddizione. É importante sottolineare questo elemento che non può né essere messo in discussione né non considerato come decisivo. Quello heideggeriano è un vero e proprio antigiudaismo, prima ancora che un antisemitismo, che si fonda sulla convinzione filosofico-teologica, in gran parte corollario della tradizione speculativa in cui il filosofo si situa, che vede l’esperienza dell’ebraismo europeo come un’esperienza che avrebbe favorito, anzi determinato, il processo metafisico della modernità, quintessenzialmente nichilistico e, di conseguenza, selbstvernichtliches, auto-annientantesi.
L’esperienza storica dell’ebraismo europeo, la sua componente teologico-politica, religiosa, antropologica, si porrebbe di fatto, agli occhi di Heidegger e non solo ai suoi, all’interno di una storicità «astratta», «sradicata» che in connessione alla natura altrettanto astratta e aerea del platonismo classico e all’emergere del punto di vista dell’ego cogito cartesiano, viene a costituire al principio della modernità scientifica e filosofica europea un’alchimia di strutture formali astratte in pressoché tutti i campi del nuovo sapere che manifestano una struttura sostanziale concreta di sempre maggiore capacità operativa e funzionale di grande efficacia in tutti i campi del nuovo sapere incipiente. Il punto storico e filosofico della questione sta nel fatto che il dispiegarsi di questo Novum Organum rivela fin da subito una carica devitalizzante su due piani distinti: da un lato esso meccanicizza il sapere sottraendolo di fatto al governo del uomo, disumanizzandone la natura e facendosi sempre più esso stesso principio architettonico-orizzontale di cui l’umano è solo funzione operativa; dall’altro lato, riversa il suo sempre maggiore potenziale sul primo, il quale, seppur incapace di governarne realmente gli effetti concreti ne resta sempre più coinvolto in virtù di un impulso auto-rappresentativo che sembra porlo, illusoriamente, quale principio dell’intero «sistema»: è la «dialettica del nichilismo»; dialettica che presenta una vita concreta nel suo affermarsi come produzione di effetti reali e percepibili nella modificazione dell’uomo e della natura, ed una vita astratta nel suo rinchiudersi in formule matematiche e procedure funzionali sempre più teoreticamente complesse verso cui, l’uomo, lungi dall’essere punto di congiuntura tra queste due vite, si pone da se stesso solo illusoriamente come principio generatore nelle vesti di Soggetto sovraordinato e rappresentante, mentre, in realtà si rivela essere sì, soggetto, ma nel senso della subordinazione; non, Soggetto del Sistema, ma soggetto al Sistema.
Affermare che la Shoa sia stata una forma di auto-annientamento significa che l’ebraismo, in quanto elemento importante che soggiace all’origine metafisico-nichilistica della modernità, cioè costituente una delle radici da cui è cresciuta la sua possibilità ed effettività, ha subito come vittima un crimine, proprio in forme industrializzate, su larga scala, tecnicamente avanzate e calcolate scientificamente, cioè rese possibili dal «sistema del sapere» della modernità. Questo e nient’altro che questo significa Selbstvernichtung in riferimento agli ebrei da parte di Heidegger. Si può essere ovviamente d’accordo o meno con questa impostazione, tuttavia hic Rodus hic saltus, questo è il cuore del discorso se vogliamo discutere seriamente della questione.
La vera notizia filosofica contenuta negli Hefte heideggeriani sta tutta in un’integrazione esplicita dell’elemento ebraico – rimasto implicito e non discusso nella sua riflessione pubblica, anche quella che si colloca tra il 1933 e il 1945 – con l’altro elemento metafisico della soggettività moderna, di antica matrice greco-platonica e altrettanto determinante il senso del nichilismo europeo.
Non può sfuggirci che quello della Selbstvernichtung, per Heidegger, è in realtà, come già detto, il rischio che corre l’Europa stessa post-bellica, il rischio che èl’Europa sopravvissuta al secondo conflitto mondiale. Questo fatto ha valenza filosofica strutturalmente connessa al senso del nichilismo europeo di cui l’ultima guerra è manifestazione concreta, nodo nero interno alla storia del nichilismo. Eppure pochissimi sembrano disposti a introiettare bene il senso di questa vicenda nichilistica europea, non fosse altro che per comprenderne le ragioni teoriche in vista di una soluzione al tempo stesso teorica e pratico-politica. Tuttavia, l’indisponibilità a introiettare bene il senso della storia del nichilismo europeo, indisponibilità che significa incapacità di fare i conti con la reale influenza, con il reale operare della dialettica nichilistica nella storia europea di ieri e di oggi, è conseguenza del nichilismo stesso, è sua figlia naturale.
Il nichilismo non è un mero «concetto» che abita la testa di qualche filosofo.
Insomma, non possiamo permetterci di trattare il «caso Heidegger» liquidando l’uomo e la sua filosofia puntando il dito sull’antisemitismo o l’antigiudaismo che c’è, è grave e va riconosciuto oppure, cosa ancor più meschina, prendendo le sue difese in modo preconcetto snaturandone l’effettivo pensiero. Queste posizioni peccano, dal punto di vista filosofico, di mancanza di deontologia. Al contrario la questione molto spesso viene triturata, senza essere realmente dibattuta, in un clamore tutto giornalistico e in una chiacchiera di bassa filosofia totalmente incapace di fare i conti con la verità della storia europea e della sua vicenda filosofica. Troppo spesso questo «caso» lo si maneggia senza la cura di pensare con rigore, certo senza sconti ma con onestà; da un lato, si coglie l’occasione gridando allo scandalo solo perché si regoli qualche conto filosofico, senza rendersi conto che scandaloso è solo chi attribuendosi il nome di filosofo in realtà abdica alla comprensione per puro calcolo dettato da invidia filosofica verso un allievo eretico che ha avuto la colpa di surclassare filosoficamente un vero e grande maestro; dall’altro lato si difende l’indifendibile o ci si imbarazza, perché è diventato politicamente scorretto il nome stesso di Martin Heidegger, e allora si compiono abiure, prese di distanza, ipocriti stupori o ridicoli smembramenti del pensiero heideggeriano. Evitando di fare nomi, diciamo solo che siamo lontani, molto lontani dall’immagine platonica del Filosofo, della sua libertà e del suo mantello; questi pseudo-filosofi che coltivano orticelli scolastici e che tra loro nelle università si beccano come i capponi di Renzo, tra qualche lustro e in quelle stesse università, come i capponi di Renzo finiranno. O, peggio, quei filosofi d’oltralpe che fino a ieri scrivevano opere e costruivano carriere su Nietzsche, venuti alle luci della ribalta filosofica grazie al pensiero di Heidegger strombazzato quale «fenomenologia della libertà», oggi sono diventati ciò che in realtà a ben vedere sono sempre stati, pseudo-filosofi; in questo diventare ciò che sono, solo in questo, fanno onore a Nietzsche.
Eppure, parlandone con la necessaria serietà, va detto che tale incapacità di fare i conti con la verità della storia europea forse accade per una ragione ben più seria: perché l’onda lunga e profonda dell’estinto nichilismo europeo agisce ancora, rendendoci incapaci di pensare in franchezza la verità della storia alla luce della filosofia, non di una qualsiasi filosofia, ma di una che prima deve essere colta e intuita nelle reali domande che oggi pone all’uomo europeo e che esso non saascoltare, verso cui non sa mettersi in ascolto. L’importanza fondamentale che ha per l’oggi politico e sociale dell’Europa la sua vicenda filosofica, di cui Heidegger è elemento decisivo perché sostanzialmente ad oggi ultimo, si spiega a partire da radici che affondano in una profondità di ventisei secoli; radici dissotterrate, non più nascoste – questo il punto – in virtù del pensiero nietzscheano, vale a diredalla filosofia stessa, e che, una volta affiorate in superficie si sono e si stanno progressivamente inaridendo determinando lo smarrimento della stessa filosofia e dei filosofi superstiti. Di qui l’incapacità all’ascolto della domanda che da essa proviene e al farsi carico di essa.
Ma perché il «caso Heidegger» getterebbe luce sul «caso Europa» in riferimento al fenomeno del riflusso storico oggi in atto e ampiamente dibattuto negli articoli precedenti?
Dalla prospettiva più storico-filosofica della questione deriva infatti una conseguenza attualissima che ci aiuta a comprendere quanto stiamo affermando in connessione all’Europa e in parte anche agli USA. Perché, ciò che si è denominato il riflusso analogico-sostanziale dei popoli, ad oggi, nei grandi paesi europei, sembra non avere più alcun terreno su cui ricadere, dal momento che la situazione storica da cui dovrebbero analogicamente svilupparsi l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, si è definitivamente auto-estinta e inaridita, non è più vitale, a differenza di tutti gli altri casi presenti sull’intero globo. Questa è la grave e pesante specificità europea rispetto ad ogni altra nazione, cultura, popolo. Questo fatto avviene per precise ragioni; e cioè a causa di un processo di auto-dissolvimento di quello spazio storico-europeo che ha il suo primo punto di svolta al principio della modernità, il Nichilismo incipiente (XVII secolo-fine XVIII); che ha subito un’accelerazione decisiva con la filosofia kantiana con cui si passa alNichilismo dominante (fine XVIII secolo-fine XIX); smascherandosi definitivamente nell’esperienza nietzschiana, con cui si passa alla fase delNichilismo assoluto (XX secolo); oggi questa storia del nichilismo è entrata in una fase inedita, risolutiva. È la famosa «Linea» quella che si è oltrepassata, e la si è oltrepassata allo stesso modo in cui dei viaggiatori passano il confine di due Statisenza sottoporsi a controlli doganali e senza che ci sia ad indicarlo alcun cartello,il paesaggio è lo stesso, nulla ancora sembra indicare questo passaggio, eppure è già accaduto.
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Ora, di questo processo metafisico-nichilistico certamente non si può responsabilizzare esclusivamente l’ebraismo, pur riconoscendo a quest’ultimo una certa decisività; certo, una certa decisività. E non può che essere così; perché l’ebraismo europeo è stato un fenomeno reale e non secondario per la storia concreta dell’Europa il quale ha agito su di essa in misura appena minore dell’azione operata dal pensiero filosofico greco.
È anche questo, quindi, il senso gelido e urtante della Selbstvernichtung di cui Heidegger ha scritto in merito all’organizzazione scientifica di Auschwitz. Ma essa significa anche un possibile senso storico della vicenda del nichilismo europeo di nietzschiana memoria; significa il potenziale implicito nucleare; significa la perdita di ogni possibile aggancio vivo dei popoli europei rispetto alla propria vicenda storica a causa del processo metafisico-nichilistico che si ripercuote necessariamente su ogni configurazione di senso politico, economico, scientifico, sociale che forma la variegata e omogenea realtà concreta dei popoli europei di oggi. Selbstvernichtung significa anche l’impossibilità da parte europea di fare fino in fondo i conti con la sua più o meno recente storia.
È quindi una vera e propria Schuldfrage ben precisa, che amplia l’orizzonte dellaSchuld specifica tedesca facendone una questione più propriamente europea quella che Heidegger è costretto a meditare tra le macerie materiali che si ritrova letteralmente a spalare nella città di Friburgo pressoché rasa al suolo nel 1945.
La vera notizia contenuta nei Quaderni ci dice che Heidegger già medita laSchuldfrage e lo fa ben prima che essa appaia come domanda pubblica lasciata in eredità dalla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, e ben più in profondità, perché non ne fa solo una questione che riguarda esclusivamente la Germania, come a tutti piacerebbe che fosse, ma che in realtà riguarda l’Europa intera, come effettivamente è.
L’Europa quindi è pressoché l’unico blocco comunitario che non riesce a ripensare se stesso; ciò accade forse solo perché non riesce a trovare un accordo a livello politico sulle sue radici, sul cristianesimo, sui greci, sulla rivoluzione francese? Bisognerebbe chiedersi e meditare un po’ meglio il perché del disaccordo. Oppure essa non riesce a darsi una direzione unitaria e concreta perché gli Stati che la costituiscono pensano ancora e troppo ai propri interessi particolari a detrimento di quelli europei generali? Le ragioni della crisi delle sue istituzioni politiche è dovuta solo a un maldestro progetto emendabile nei suoi errori? È davvero per questo? Ognuna di queste ragioni si muove su piani penultimi.
L’Europa non rifluisce, ancora non ricade vitalmente su nessun terreno «analogicamente sostanziale» alla sua vicenda storica perché ogni configurazione passata europea, dalla più remota alla più recente, è stata sradicata nei suoi presupposti, scopertisi illusori alla luce di quella stessa filosofia che, in verità, l’aveva generata. Su questo livello il discorso heideggeriano si mostra sì inficiato di antisemitismo metafisico. Ma detto in modo chiaro di un anti-semitismo che sta sullo stesso piano di un eventuale anti-platonismo.
È inesatto pensare – per dare un esempio in strettissima relazione alla specificità dell’elemento religioso nel rifluire storico in altri articoli già discusso – che il processo della secolarizzazione spieghi il disincanto delle società europee verso il fenomeno religioso. Le cose non stanno propriamente così. É vero invece che l’impossibile riflusso del dato religioso cristiano si determina a partire dalla contaminazione del cristianesimo primitivo con la matrice metafisico-platonica greca la quale si è dissolta definitivamente e gradualmente in tappe ben precise, perfettamente incluse nella «fase dominante» del Nichilismo; queste tappe sono costituite: dal pensiero critico kantiano, dal frantumarsi dell’«ultimo Sistema», quello hegeliano, dall’antropocentrismo feurbachiano, dal materialismo storico marxiano e, infine, dalla definitiva scossa assestata dal pensiero analiticonietzschiano. Tale dissolversi dell’elemento metafisico-platonico, a seguito dello sciogliersi definitivo di esso nell’Europa post-nietzschiana, ha condotto l’uomo europeo in una condizione storica, in una storicità, dominata dalla «crisi dei fondamenti» che ha messo in moto un’accelerazione di tutte le componenti della sua vita sociale, pubblica e privata, artistica, politica, scientifica, spirituale, insomma di tutto il suo mondo storico concreto, della sua «storicità» che lo ha fatto «precipitare», in un senso letteralmente nucleare, in una fatticità sempre più bruta ed esistenzialmente lacerata: è la «fase assoluta» del nichilismo, il nichilismo dispiegato.
Ma, appunto, questo vertiginoso precipitare non si è posto su un livello astratto bensì si è concretizzato, storicizzato in un potenziamento tecnico, in una operatività oggettiva e sempre più abitata dalla sua intima natura «auto-distruttiva» che ha trovato, infine, la sua valvola di sfogo, nella vera e propria psicosi collettiva che è stata la Grande Guerra: la prima vera guerra del Nichilismodopo il suo smascheramento, a seguito della quale si è esaurita per la prima volta nella storia l’egemonia politica europea vedendo l’ingresso sulla scena planetaria della vera ed unica potenza vittoriosa, gli USA.
Il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco che seguono alla prima guerra del nichilismo non hanno fatto altro che porsi quali interpreti «appropriati» della loro epoca, riconoscendone la natura. Convinti di domare la tigre del Nichilismo, in realtà dalla tigre sono stati divorati fino all’estrema forma di nichilismo oggettivoqual è stato il nazionalsocialismo tedesco che si è attuato sia nella macabra, diabolica, meccanica e scientifica Endlösung della «questione ebraica», sia nell’altro auto-annientamento, quello del popolo tedesco stesso, ritrovatosi tra le macerie materiali delle sue città e quelle morali delle sue coscienze.
Per concludere; fintanto che tutti gli altri fattori che innervano o innervavano la vita europea, al di là di quello strettamente religioso, ancora si muoveranno in controluce ad un elemento metafisico non solo già impossibile a partire da Kant e reso evidente nella sua psicologia da Nietzsche, ma altresì oggi definitivamente riassorbito dalla fine del nichilismo europeo; ebbene, fintanto che sarà così sarà al tempo stesso inevitabile la strutturale mancanza di vera possibilità di creazione di un futuro spendibile per l’Europa.
Questa esigenza di ripensare sé al di fuori della propria storia, poiché quella europea degli ultimi cinque secoli è storia essenzialmente nichilistica, ha una natura ben precisa che Kant definirebbe «dialettica», è la dialettica del nichilismo.
 
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