I paesaggi e i percorsi di Dimitris Pikionis

di Giuseppe Baiocchi del 16/07/2016

Per noi, che stiamo vivendo dentro gli effetti di un processo di globalizzazione più complesso e contraddittorio di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, il tema che questo architetto porta con se è di particolare interesse.
Dimitris Pikionis (1887/1968) opera e indaga il fenomeno urbano nelle sue più profonde dinamiche, in anni in cui si afferma il primato della sociologia, del funzionalismo e della standardizzazione. Per questo è inizialmente considerato anacronistico.

Dimitris Pikionis

L’architetto greco, invece, non ci ha lasciato solo il progetto all’Acropoli di Atene (una delle realizzazioni più importanti del 900) che pone un virtuoso equilibrio tra i terreni dell’architettura, dell’archeologia e del paesaggio, ma anche quadri, disegni e saggi di grande attualità su questioni della forma, della tradizione, della distruzione del paesaggio.
Sono molte le questioni attuali che affronta e tutte ruotano intorno al tema cruciale: il rapporto fra una architettura universale formata dall’espressione artistica, economica e storica con declinazioni locali correlate a tradizioni costruttive, fino a spaziare nel benessere abitativo con la riconoscibilità dei luoghi. Nel 1934, con il progetto del Centro Delfico abbandona e si distacca dal Movimento razionalista proclamato proprio l’anno precedente nella sua Atene.
Pikionis si misura con il tema urbano tramite il progetto di riuso dell’Acropoli di Atene rinunciando ad ogni citazione di superficie e giungendo ad una astrattezza densa di significati di memorie sostanziali.
Il progetto si compie negli anni che intercorrono il 1954 e il 1957, anni in cui la Grecia si presenta a livello politico come in una pausa di relativa stabilità tra due eventi tragici: la seconda guerra mondiale, che in Grecia si dilunga in una sanguinosa guerra civile tra governo monarchico e i comunisti del DSE (esercito democratico greco) e la dittatura dei colonnelli che verrà instaurata nel 1967 a seguito di un colpo di stato. Nel complesso spicca la realizzazione attorno a S.Dimitris Loumbardiaris (comprendente le macerie di una scuola neoclassica e una piccola chiesa).
Qui l’architetto greco tratta del riciclo di questi edifici e del loro conseguente riuso. Il complesso torna a servire i turisti come punto di ristoro nel mezzo delle aree archeologiche. L’aspetto è quello di un piccolo recinto composto da padiglioni (con riferimenti alla Grecia pre/classica e al Giappone) i quali fungono da strumento della visione, poiché le cinque campate del complesso inquadrano tutto il panorama dell’Acropoli dietro, essendo Loumbardiaris il principale punto di ingressi all’area archeologica.
Dunque, i semplici corpi di fabbrica si trasformeranno in quinte diventando uno strumento di selezione e ricomposizione del paesaggio. Il rapporto tra i padiglioni “rustici” in primo piano e i templi in lontananza descrive, anche, l’evoluzione storica dell’architettura sacra greca.
Pikionis ci ha lasciato la sua eccelsa capacità di costruire paesaggi attraverso l’evocazione, la ricomposizione, le relazioni episodiche.
L’architetto greco per quanto riguarda la pavimentazione, disegna un territorio in scala minore sotto i passi dei visitatori cambiando, nel percorso lungo più di un chilometro, spesso scenario.
Questo micro-paesaggio ripercorre, all’inverso, le vicende dell’Attica (Penisola della Grecia orientale, tra i golfi Saronico e Petaliòn. Costituisce un nomo, con capoluogo Atene la cui conurbazione è però amministrativamente autonoma).
Mentre, infatti, attorno ad Atene e nella stessa città monti, valli, strade e monumenti vedono progressivamente sgretolarsi i loro mitici profili aggrediti dall’incuria e dalle escavazioni, nei pressi dell’Areopago e sulle pendici del colle delle Muse si intraprende un formidabile lavoro di ricostruzione che non si limita al percorso in pietra: tutto ciò che è visibile ai lati del sentiero viene coinvolto ed ha uno scopo che riallaccia i rapporti coinvolgendo il visitatore: dalle rocce, ai resti archeologici.
In questo percorso, la pavimentazione è formata da materiali misti di epoche diverse, creando un dialogo meraviglioso tra passato e presente, dando dignità anche ai materiali di scarto attraverso vere e proprie composizioni astratte, con segni che portano l’influenza di Klee e Kandinsky. Dopo la sua realizzazione l’opera viene sostanzialmente ignorata, fino alla fine degli anni 80, dove verrà parzialmente riconosciuta la sua importanza, anche se la ciclopica ascesa del turismo di massa formato in sostanza dal popolo delle crociere che copre il suo percorso, si accorge a mala pena della sua opera. Ma quando il flusso dei visitatori si interrompe, o dove il sentiero si perde tra gli alberi o diventa troppo difficile e lenta l’ascesa per turisti in branco, le tracce lasciate esercitano ancora la sua funzione di orientamento e conoscenza. Senza il manifestarsi, mai, di una citazione o debolezza imitativa dell’opera. Dove in un luogo di incessante movimento di menti e uomini, incrocio di molte vie antiche (i percorsi che si dipanano ai piedi del Partenone) Pikionis sceglie di puntare espressivamente sul percorso piuttosto che su luoghi fissi, riattribuendo voce e senso a ciò che sembrava eticamente e moralmente perduto per sempre in quel luogo. Commentando il progetto poco prima di morire, Pikionis scrive nei suoi appunti:
arrivai al punto di individuare la tradizione di tutto il mondo come uniforme e rispettosa dei principi immutabili del tempo. La mia impressione era che dovevo immergermi nella singola e individuale tradizione del mondo. Già da giovane individuai l’unità universale di questa tradizione.. qui volevo immergermi, volevo calarmi nella sua marea, nuotarci come una trota. Certo non si possono ignorare del tutto le differenze individuali, ma sotto loro è possibile rilevare una fondamentale dominante. Tra la Fidia, la Persia e la Caria, tra la Cina e l’India c’è l’unità latente come pure una differenza latente. Fra l’Oriente e l’Occidente, tra il Nord e il Sud, troviamo differenze, ma anche una mistica identità. Queste qualità di eternità rappresenta un fatto fondamentale. Le differenze sono immateriali, e l’essenza è data da una identità profonda e interiore.
 
Andando verso la fine della sua vita Pikionis torna sovente sul tempo, il ritmo, la composizione, la tradizione, la costruzione, ma in ogni epoca ognuna di esse assume significati diversi e richiede strumenti diversi. Nel suo lavoro ogni gesto nasce dallo sforzo di comunicare dei significati e la composizione formale ha un senso solo in quanto cerca di renderli palesi. Rifugge ogni estetismo come la peggiore delle colpe, accetta anche i rischi della cripticità, negli scritti o nel progetto, per preservare la complessità dei luoghi e la profondità dei gesti.
Forse l’architetto greco diffidava di un mondo “che ha paura del segreto” usando le parole di un altro grande come Rene Guenon.
 
Per approfondimenti:
_M.Biraghi, A.Ferlenga – Architettura del Novecento, edizioni Einaudi Torino
_A.Ferlenga – Dimitris Pikionis 1887/1968, Electa Milano 1990
 
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