Elogio al Ribelle, a partire da Ernst Jünger

di Diego Fusaro del 01/09/2016

Che cosa significa, fare oggi l’elogio del Ribelle?
Chi può essere ancora oggi nel tempo dell’omologazione planetaria e del conformismo della globalizzazione un ribelle? Cioè un dissidente alieno rispetto alle logiche dovunque imperanti della reificazione. Chi può far valere ancora un pensiero in rivolta, ribelle, o come avrebbe detto Gramsci uno spirito di scissione?
Io credo che a maggior ragione oggi, dove cresce il pericolo debba crescere anche ciò che salva, commentando i versi di Hölderlin, cioè a maggior ragione oggi, nel tempo della dittatura globale e dell’omologazione planetaria debba esserci la rinascita dei nuovi ribelli, la rinascita della figura del pensiero dell’obstinate contra: di chi si oppone fermamente, ostinatamente alle logiche illogiche che scandiscono l’andamento di un mondo sempre più permeato dalla mercificazione globale e dal potere del nuovo ordine mondiale che vuole vedere ovunque la stessa cosa: merci e consumo. Imposizione dell’inautentico su scala globale avrebbe detto Heidegger.
E credo che per fare l’elogio del ribelle e favorire la nascita di nuovi ribelli oggi nel tempo del conformismo planetario possa essere un operazione utile ed intelligente tornare a leggere uno dei grandi classici del pensiero ribelle, appunto il “trattato del Ribelle” di Ernst Jünger apparso la prima volta nel 1951, ed oggi più che mai attuale nell’odierno tempo della poverta.

Jünger cosa intende con Ribelle? Lui lo dice chiaramente in più passi della sua opera: “la libertà del singolo che passa al bosco“.
Cosa vuol dire “passare al bosco” fuor di metafora? Significa abbandonare il regno di inautenticità e della manipolazione organizzata, il regno del tecnocapitalismo in cui come diceva Heidegger in “Essere e Tempo” “nessuno è se stesso e ciascuno è gli altri“. In cui il singolo non pensa autonomamente ed eticamente, ma è totalmente disciplinato dalle logiche dell’anonimo impersonale Sì, per cui pensa come si pensa, vive come si vive, produce come si produce e cioè permeato totalmente dalla impersonalità anonima ed autoreferenziale del singolo.
Passare al bosco” allora, cioè la prima condizione per essere ribelli, significa abbandonare questo mare del conformismo e della manipolazione organizzata.
Ritagliarsi uno spazio di azione, cito da Jünger: “uno spazio d’azione per piccole èlite consapevoli delle necessità del tempo e non di queste soltanto”. Dico l’èlite, cioè piccoli gruppi che sappiano far valere la ribellione come principio. Piccoli gruppi che sappiano creare una social catena tesa a produrre un effetto sociale di ribellione. Piccole èlite di dissidenti che si associano per creare organizzazioni ribelli e dissidenti, per far valere la dissidenza non come principio individuale, che altrimenti sarebbe votata allo scacco: “individualismo produce sempre impotenza e impossibilità di rovesciare il sistema”, ma al contrario per trasformare la dissidenza e la ribellione in un gesto sociale, per farne cioè una possibile egemonia alternativa a quella del pensiero unico dominante su tutto il giro d’orizzonte.
Appunto bisogna cercare di favorire il pensiero ribelle: mostrare come c’è sempre la possibilità di essere altrimenti, rispetto a come si è.
Per avvalorare quanto Spinoza magnificamente scriveva nel Trattato Teologico Politico: “il potere capillare ed onnipervasivo che sia, non potrà mai schiavizzare a tal punto gli individui da produrre prima o poi in loro un moto di riscossa”, una ribellione, appunto, rispetto al potere stesso.
Così scrive Jünger, dal canto suo, nel Trattato del Ribelle:
tra il grigio delle pecore, si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cosa è la libertà e non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che un brutto giorno essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco: è questo l’incubo dei potenti”.
Appunto trasformare la ribellione da gesto individuale, dal gesto del singolo Io, che matura la propria indocilità ragionata rispetto al potere e trasformarlo in un gesto sociale, trasformare questo in una reazione di un branco (cioè di un gruppo di individui ribelli, che si confrontano e trasformano in un gesto sociale la propria ribellione).
Questo è il compito fondamentale di un pensiero in rivolta oggi: saper creare un fronte della resistenza contro il tecnocapitalismo globale o come scrive Jünger: “il ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata, Ribelle è dunque colui che ha un profondo nativo rapporto con la libertà. Il che si esprime oggi con l’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica che è il fatalismo“.
E’ un passo molto significativo da cui emergono nitidamente alcuni aspetti su cui è bene concentrarsi sia pure nitidamente l’attenzione:
Il Ribelle resiste e dà battaglia al potere, non si arrende non pratica l’oggi in voga, rese alle logiche del potere e alla mistica della necessità con cui oggi il potere si contrabbanda, non come giusto, bensì come ineluttabile, come il solo ordine possibile.
Cioè il Ribelle come dice Jünger: “in forza al suo nativo rapporto con la libertà non accetta la mistica della necessità del potere e quindi rigetta incondizionatamente il fatalismo” quella patologia in forza della quale, l’individuo accetta l’ordine del mondo per quanto ingiusto ed oppressivo pensando che sia il solo possibile, pensando che esso sia il frutto di una mistica ineludibile della necessità, tale per cui non vi sono alternative ed occorre di conseguenza stoicamente rassegnarsi al potere.
Secondo l’adagio storico: Ducunt volentem fata, nolentem trahunt (Il fato guida chi vuole lasciarsi guidare e trascina chi non vuole). Ebbene il ribelle rigetta questo in forza del suo rapporto alchemico con la libertà, oppone resistenza al potere.
Oppone una resistenza disperata, che anche quando più sembra difficile resistere e anche quando più il potere (ed oggi accade) sembra trionfare su tutta la linea il ribelle oppone una opposizione disperata sperando nell’insperato, potremo dire, senza arrendersi di fronte alla mega-macchina del potere e non cerca la via dell’inganno elettorale, cioè va al di là della dicotomia destra-sinistra, cioè di quella dicotomia che oggi serve solo a mantenere il potere così come è, nella sua univocità dietro la maschera di una pluralità fittizia. Già oggi come accade destra-sinistra dicono in maniera diversa “lo stesso” esse creano quella sorta di ideologica frantumazione del messaggio che appare pluralistico quando in realtà è sempre lo stesso: il Ribelle rigetta questa dicotomia destra-sinistra e assume come unico valore direttivo e teologico del pensiero e dell’azione la lotta contro il potere capitalistico e la liberazione dell’umanità rispetto a questo potere oggi dominante.
Dice qui Jünger ancora: “Oggi l’uomo è trascinato da forze imperiose al largo dei mari, nei lontani deserti e al loro mondo di maschera, questo viaggio perde il suo aspetto minaccioso non appena l’uomo riacquista consapevolezza del proprio divino potere“.
Non appena l’uomo acquista di nuovo consapevolezza di sè come Ribelle e come creatore del mondo. Il mondo sociale/politico non è frutto di una mistica ineluttabile della necessità, ma è il prodotto dell’uomo nella storia e nella prassi e in quanto tale può essere trasformato, quand’anche quando oggi avviene e venga proclamato intrasformabile.
Il libro di Jünger, continuamente in ogni pagina fa valere questa logica dell’opposizione.
Scrive ancora Jünger in un passaggio molto bello e suggestivo:
Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati, bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del Singolo, o meglio del Singolo che ancora non si è piegato. Il Ribelle è il Singolo l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, nè leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui purchè in lui sopravviva qualche debolezza, tutto diventa semplice”.
Il ribelle, dunque, è anzitutto il singolo. Singolo che dice di NO, che fa valere direbbe appunto Gramsci “lo spirito di scissione” rispetto alla falsificazione sociale che il capitalismo impone. Il singolo ribelle è colui che dice NO e che cerca la via della ribellione come fronte comune, come unione dei ribelli che si trasformano in branco e praticano la ribellione in forma sociale, creando una nuova egemonia culturale e politica alternativa rispetto a quella del coro voluttuoso del pensiero unico politicamente corretto, sempre proposto dal circo mediatico come il “solo possibile“.
Il motto del Ribelle: “Hic et nunc“.
 
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