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Libia: dal colonialismo italiano all’«intervento umanitario»

Libia: dal colonialismo italiano all’«intervento umanitario»

di Gabriele Rèpaci 23/10/2017

«Se crollo io, il Mediterraneo diverrà un mare insicuro e l’Europa conterà i morti […]. Se la rivoluzione libica cadesse nelle mani degli islamisti, i fondamentalisti potrebbero dominare tutto il Nord Africa». Mu’ammar Gheddafi

 

Emblematica stretta di mano tra l’ex premier francese Nicolas Paul Stéphane Sárközy de Nagy-Bócsa e Mu’ammar Gheddafi

Due governi in guerra, tre regioni – Tripolitania, Cirenaica e Fezzan – da sempre rivali, 30 tribù divise da ostilità secolari, oltre 300 milizie armate di tutto punto coinvolte in un conflitto volto al controllo dei traffici di armi e di carburante, del contrabbando di uomini e della droga. Questo è in estrema sintesi il tragico bilancio di quella «primavera araba», che nei primi mesi del 2011, con l’aiuto militare dell’Occidente, portò alla fine del regime di Mu’ammar Gheddafi.
La caduta del Colonnello, che sia pur con metodi brutali aveva tenuto insieme il paese per oltre quarant’anni, non inaugurò il «giorno della liberazione» come venne annunciato in maniera frettolosa dai grandi organi di stampa, quanto piuttosto una nuova guerra di tutti contro tutti che continua ancora oggi. 
Nel primo cinquantenario dell’unità d’Italia, il quarto governo Giolitti, con una spiccata fisionomia di sinistra, voleva collocare il Paese nel novero delle compagini europee con un «posto al sole», accanto alla Francia che esercitava già un protettorato su Tunisia e Marocco, mentre l’Inghilterra controllava le sorti del Paese chiave del Mediterraneo, ossia l’Egitto, che però faceva sempre parte dell’Impero ottomano. Nel frattempo il Banco di Roma aveva iniziato una «penetrazione pacifica» in Tripolitania e in Cirenaica alla fine del XIX secolo, espandendo gradualmente il proprio controllo sull’industria leggera, l’agricoltura, la navigazione e i commerci del territorio, con l’apertura di agenzie a Tripoli, Bengasi, Zlitan, al-Khums e Misurata. Nel 1911 quando il nuovo governo ottomano (i Giovani Turchi) tentò di ostacolarli, gli italiani organizzarono una spedizione militare. Occuparono i porti principali, ma i beduini accorsero in aiuto alle truppe turche. L’Italia portò quindi la guerra nel Mar Egeo, finché i turchi non furono costretti a cedere il paese (1912). Roma battezzò il territorio conquistato «Libia», antica parola greca che designava il Nord Africa.
Sayyid Ahmed ash-Sharif es-Senussi capo della ṭarīqa (confraternita islamica) Sanūsiyya che si era già opposto alla penetrazione francese nel nord del Ciad, decise di proclamarsi emiro della Cirenaica e proseguire la resistenza contro gli italiani. Dopo la sua deposizione a favore del cugino Muhammad Idris, nel 1918, Roma confermò i privilegi dei Senussi. Tuttavia gli italiani faticavano a controllare il paese. Per far fronte a tale situazione l’allora Duce Benito Mussolini decise di organizzare un massiccio intervento militare. Tra il 1923 e il 1932 verranno riconquistate prima la Tripolitania, poi il Fezzan e infine la Cirenaica – che nel 1927 erano ritornate alla loro vecchia partizione ottomana – con un notevole accrescimento del prestigio, sia nazionale che internazionale del neonato regime fascista.
L’unico vero ostacolo al processo di conquista era rappresentato da Sayyid ʿOmar al-Mukhtār, uno shaykh senussita che in passato aveva combattuto con Ahmed ash-Sharif per poi raggiungere Sayyid Idris nell’esilio al Cairo, dove visse fino al 1923. Egli guidò per circa otto anni bande di guerriglieri beduini in una guerra sempre più aspra e impari contro il Regno d’Italia, riuscendo a tener testa con le sue ridottissime truppe a circa ventimila soldati italiani, dotati dei mezzi più moderni ed efficienti, riforniti con larghezza e protetti da un’aviazione tra le più avanzate dell’epoca. 
La lotta proseguì con questo andamento per tutto il 1930 e per i primi mesi dell’anno successivo. La svolta, dal punto di vista tattico si ebbe grazie all’azione del nuovo responsabile del comando Gebel cirenaico, il colonnello Giuseppe Malta, che nell’estate del 1931 riorganizzò le forze a sua disposizione costruendo un gruppo squadroni a cavallo da utilizzare come massa di manovra, lasciando ai gruppi mobili misti il compito di bloccare le vie di fuga alle bande armate (duar) nemiche. L’11 settembre 1931 calò infine il sipario sull’epopea del guerrigliero senussita, quando dopo l’ennesimo scontro con le truppe italiane venne catturato dagli uomini del capitano Bertè. Alle 9 del mattino del 16 settembre 1931 nel campo di Soluch a 56 chilometri a sud di Bengasi, in Cirenaica, ventimila libici assistettero all’impiccagione dell’allora settantenne capo della resistenza in catene sul patibolo, le cui ultime parole furono Inna lillahi wa inna ilayhi raji’unA Dio apparteniamo ed a Lui ritorniamo»).

Nella foto, Sayyid ʿOmar al-Mukhtār arrestato dalla polizia dell’Africa Italiana (PAI)

Proprio da quel momento cadrà la resistenza libica ed incomincerà l’epopea di ʿOmar al-Mukhtar’, il quale assumerà i contorni di simbolo dell’anti-colonialismo e dell’identità delle popolazioni arabe e nord-africane, tratti che persistono ancora oggi.
Nel 1941 la Libia divenne un campo di battaglia dove si scontrarono, da un lato gli italiani, presto affiancati dalle truppe tedesche de “Deutsches Afrikakorps” (DAK), e dagli inglesi. Furono questi ultimi ad avere la meglio sotto il comando del generale Bernard Law Montgomery e a penetrare in Tunisia nel gennaio del 1943. La Libia, devastata dalla guerra, si trovò in seguito sotto l’occupazione britannica (escluso il Fezzan, occupato dai francesi).
All’indomani della seconda guerra mondiale, un intenso e complesso gioco diplomatico vide protagoniste le grandi potenze occidentali in merito al destino delle regioni storiche della Libia (Cirenaica, Tripolitania e Fezzan).
In particolare Londra e Washington, mosse da preoccupazioni strategiche (basi militari), erano impegnate sul futuro assetto politico-istituzionale del paese. La Gran Bretagna premeva per una soluzione federale dello Stato in modo da poter riconfermare il proprio controllo sulla Cirenaica che, in quanto «Stato indipendente», non sarebbe rimasto soffocato dal peso economico-demografico della Tripolitania. Non a caso lo sbocco politico di tale soluzione fu la proclamazione dell’autogoverno della Cirenaica da parte britannica (1 giugno 1949). Gli Stati Uniti, a loro volta propendevano per uno stato unitario sul quale avrebbe regnato Idris dei Senussi, buon amico di Londra. La Francia osteggiò il disegno unitario, interessata com’era a conservare il controllo sul Fezzan, ampliato nella sua base territoriale e inserito nella Union Française. Successivamente, in seguito all’accordo fra il ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin e l’omologo italiano Carlo Sforza, venne fuori l’idea di un amministrazione fiduciaria da parte delle tre potenze europee sulle tre regioni costituenti della Libia. I patteggiamenti di corridoio vennero però bocciati dalla risoluzione dell’ONU del 21 novembre 1949, che fissava il 1 gennaio 1952 il conseguimento dell’indipendenza della Libia, proclamata il 24 dicembre 1951 in forma di Stato unitario. Il Paese nordafricano diventò, così, uno Stato monarchico retto da Idris, dotato di ampi poteri al suo interno. Uno Stato che, nato sulla base di compromessi e patteggiamenti, svelava da subito più di una debolezza strutturale. Il suo bicefalismo – basti pensare all’esistenza delle due «capitali» Tripoli e Bengasi – dimostrava la surrettizietà dell’unione federale e istituzionalizzava, per così dire, i persistenti dualismi storici antropologici regionali, divenuti ormai dualismi politici. Quella di Idris appariva una sovranità riflessa, dal momento che il suo insediamento sul trono era stato il risultato dei patteggiamenti fra le grandi potenze. Il suo destino politico dipendeva da cospicui finanziamenti esteri, in grado di inventare la Libia «indipendente». Per mantenere questo embrione di Stato, Senusso e governo erano costretti a vivere di elemosine affittando basi militari a inglesi, americani e francesi.
Il 1956 fu l’anno della scoperta del petrolio nel sottosuolo libico. I giacimenti, sfruttati da compagnie americane e inglesi, erano così abbondanti che, nel giro di pochi anni la Libia ricavò enormi royalties. Questo improvviso afflusso di ricchezza sconquassò la società libica: mentre i cittadini si arricchirono, i capi delle confraternite e delle tribù perdettero potere. Una nuova generazione, istruita, aspirava al cambiamento e aveva come modello il capo di Stato egiziano Gamāl ʿAbd al-Nasser. Il prestigio di Idris gli permise nondimeno di conservare il trono fino al 1969.
Il 1 settembre 1969 un gruppo di giovani ufficiali rovesciò la monarchia e si impossessò del potere in nome del Consiglio del Comando Supremo della Rivoluzione (CCR). A guidarli era l’allora ventisettenne Mu’ammar Gheddafi. Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi meglio noto come Mu’ammar Gheddafi nacque e trascorse la sua infanzia e l’adolescenza a Qaṣr Abū Hādī , un villaggio berbero della Sirte, dove rimase sino ai ventiquattro anni di età. Una fanciullezza vissuta nell’ambiente duro e povero del nomadismo, contrassegnato dalla severità dei costumi tribali islamici. Il padre lo affidò a un maestro che gli insegnò a memoria il Corano. A dieci anni, Gheddafi entrò in una scuola elementare distante decine di chilometri dai pascoli della famiglia. Per poterla frequentare pernottava in una moschea.

Nella foto del 1969 sulla destra troviamo il colonnello Mu’ammar Gheddafi (معمر محمد أبو منيار القذافي), nato a Qaṣr Abū Hādī, il 7 giugno 1942 e morto a Sirte, il 20 ottobre del 2011. E’ stato un dittatore militare e politico libico.

Successivamente la famiglia si trasferì a Sebha, nel Fezzan: era il 1956, anno che vide l’aggressione franco-britannico-israeliana all’Egitto. Un anno di manifestazioni nel mondo arabo e di incipiente, spontanea «politicizzazione» di Gheddafi. Il giovane Mu’ammar partecipò attivamente alle dimostrazioni anticoloniali negli anni di Sebha (1956-1961). Una di queste venne organizzata per condannare l’assassinio di Patrice Lumumba, padre del Congo indipendente. Altre manifestazioni popolari – di studenti, artigiani e contadini – si tennero contro lo scioglimento della RAU (Repubblica Araba Unita, l’unione fra Egitto e Siria), visto come un tradimento della causa araba.
Implicitamente, le proteste erano dirette contro la monarchia senussita, tiepida nei confronti del panarabismo, corrotta e infeudata alla Gran Bretagna e dalla quale bisognava liberarsi. Il nazionalismo del futuro Raʾīs si andava così a delineare assumendo colorazioni panarabe idealizzate. Le dimostrazioni degli studenti – che prendevano di mira anche il notabilato locale con le sue ossequiose clientele – vennero affrontate dalla polizia con centinaia di arresti.
La militanza politica di Gheddafi si concretizzò nella costituzione di una cellula studentesca segreta dagli obiettivi politici che si andavano via via definendo. Gli anni trascorsi al liceo si rivelarono, in effetti, il laboratorio del suo apprendistato politico. Egli ebbe modo di estendere lo sguardo sull’inquieta Africa nella fase della sua prima decolonizzazione e di porre orecchio a quello che accadeva in Algeria. Il suo attivismo non sfuggì alla polizia, tant’è che, unitamente alla famiglia, Mu’ammar venne espulso dal Fezzan. Un nuovo trasferimento lo condusse a Misurata. Gli anni trascorsi in questa città (1961-1963) – che in quel periodo contava circa duecentomila abitanti – confermavano la pressoché totale scomparsa del suo originario «ribellismo beduino» a favore di sentimenti politici nazionalisti sempre più solidi.
All’età di ventidue anni, Gheddafi riuscì a entrare quindi nell’accademia militare di Bengasi, nonostante un dossier della polizia sul suo conto. Il comitato centrale del gruppo, costituito nel 1964, cominciò a lavorare segretamente ai preparativi del putsch anti-monarchico. Nel 1966, per la prima volta, ebbe un contatto diretto con il mondo occidentale, seguendo in Gran Bretagna un corso sui sistemi di comunicazione. Punto di riferimento politico ideologico era il nazionalismo panarabo di Nasser. Allo stesso tempo, Mu’ammar prestava attenzione al progetto unitario maghrebino di Allal al-Fasi. La formazione politico-ideologica di Gheddafi affondava nella cultura beduina e nella tradizione coranica, sulle quali si riversavano, in maniera disordinata, l’accostamento alla letteratura illuministica – da Voltaire a Rousseau – agli scritti di Sun Yat-sen, padre della prima Repubblica cinese, fino a Dickens e in seguito Sayyid Qutb, teorico del radicalismo islamico militante. Era attratto dalla Rivoluzione francese e da quella americana, oltre che dall’esempio cubano, senza dimenticare l’esperienza rivoluzionaria cinese.
Al contrario di molti suoi omologhi africani, che si sono limitati a prendere il potere senza cambiare la struttura economica del proprio paese, Gheddafi, ispirato dal «socialismo arabo» di Nasser, ha come prima cosa nazionalizzato, nel novembre del 1969, l’intero settore bancario e quello petrolifero. A ciò seguì la limitazione, pari al sessanta per cento del salario, dei trasferimenti all’estero dei fondi appartenenti ai residenti stranieri. In materia sociale, il nuovo regime si distinse per il notevole incremento dei salari, la riduzione del trenta-quaranta per cento degli affitti e l’avvio di una politica di controllo dei prezzi per frenare l’inflazione.
Per effetto di tali politiche economiche i miglioramenti sociali sono stati notevoli. La speranza di vita si è allungata fino a raggiungere quasi i settantacinque anni, un vero record considerando che in alcuni Paesi del continente africano la media è attestata intorno ai quarant’anni. Quando Gheddafi prese il potere, nel settembre del 1969, il tasso di analfabetismo in Libia era circa del novantaquattro per cento mentre oggi l’ottantotto per cento della popolazione è alfabetizzato. Lo stesso profilo stilato dal Federal Research Division della libreria del Congresso federale USA, un ente certo non sospettabile di simpatie verso il regime di Gheddafi, così scrive: «Un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolamentati dai […] servizi assistenziali. Il sistema sanitario non è puramente pubblico , ma piuttosto un mix di assistenza pubblica e privata. Paragonato ad altri Stati del Medio Oriente, lo stato di salute è decisamente buono. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. La fornitura di acqua potabile è in crescita e le condizioni igieniche sono migliorate. Gli ospedali più grandi si trovano a Tripoli e Bengasi e le cliniche mediche private e i centri diagnostici, che offrono un’attrezzatura più moderna e un servizio migliore, sono competitivi con il settore pubblico. Il numero dei medici e dei dentisti è cresciuto ben sette volte nel periodo fra il 1970 e il 1985, per cui si ha un medico ogni 673 cittadini. Nel 1985 circa un terzo dei dottori era nato in patria, mentre i restanti erano stranieri espatriati. Nello stesso periodo il numero dei posti letto negli ospedali è triplicato. La malaria è stata sradicata. Nel 2004 è stato stimato che il tasso di mortalità è sceso al di sotto del 20 per mille».
Uno degli obiettivi prioritari del CCR fu lo smantellamento delle basi militari straniere. Stati Uniti e Gran Bretagna apparvero in serie difficoltà dinnanzi a tali iniziative, ma furono costrette a cedere dinnanzi alle pressioni libiche. L’accordo raggiunto con Londra prevedeva il ritiro dei britannici dal territorio libico entro il 31 marzo 1970. L’11 giugno 1970 spettò a Washington ritirare da Wheelus Field le proprie installazioni con relativo personale.
Nel 1973, Gheddafi lanciò la «rivoluzione culturale libica», che nel 1977 portò alla proclamazione della Jamahiriya araba libica popolare e socialista (il neologismo jamahiriya, formato a partire dal termine jamahir, masse, significa pressappoco «massocrazia»).
Fu in questo periodo che vennero poste le basi della Terza Teoria Universale enunciata nel “Libro Verde“, una sorta di risposta islamica al “Libretto Rosso” di Mao Tse-tung, pubblicato tra il 1976 e il 1979.
La Terza Teoria Universale venne elaborata con l’intento di superare sia il sistema democratico-parlamentare di matrice liberale, sia i sistemi sorti in seguito alla Rivoluzione bolscevica.

Gheddafi legge il “Libro Verde” in età avanzata. A destra, l’attuale “edizione italiana” a cura della casa editrice Circolo Proudhon.

La prima parte del Libro Verde attacca la democrazia parlamentare vista come schermo legale che separa il popolo dall’esercizio effettivo del potere. La democrazia rappresentativa si avvale dei meccanismi elettorali per celare «il sistema dittatoriale» sulla quale si regge. I parlamenti, pertanto, si sostituiscono alle masse nell’esercizio del potere. Scrive Gheddafi: «Il parlamento è una rappresentanza ingannatrice del popolo (…). Il parlamento è costituito fondamentalmente come rappresentante del popolo, ma questo principio è in se stesso non democratico, perché democrazia significa potere del popolo e non un potere in rappresentanza di esso. L’esistenza stessa di un parlamento significa assenza del popolo. (…). I parlamenti, escludendo le masse dall’esercizio del potere, e riservandosi a proprio vantaggio la sovranità popolare, sono divenuti una barriera legale tra il popolo e il potere. Al popolo non resta che la falsa apparenza della democrazia, che si manifesta nelle lunghe file di elettori venuti a deporre nelle urne i loro voti». In definitiva, prosegue Gheddafi, il parlamento «è il risultato della vittoria elettorale di un partito, è il parlamento del partito e non del popolo. Rappresenta il partito e non il popolo ed il potere esecutivo detenuto dal parlamento è il potere del partito vincitore e non del popolo». Tanto meno il pluripartitismo è sinonimo di democrazia, in quanto legittima lo strapotere di gruppi oligarchici. Gheddafi non ha dubbi sulla funzione del partito in una democrazia parlamentare. Esso esprime la dittatura contemporanea. È costruito da una minoranza che governa dopo aver raggiunto i propri obiettivi: rendere esecutivi gli interessi e le opinioni di una minoranza giunta al potere. Nota Gheddafi: «La lotta tra i partiti, se non si risolve nella lotta armata, il che avviene raramente, si svolge per mezzo della critica e della denigrazione reciproca». In quanto detentore del potere il partito rappresenta soltanto parte del popolo; ne viola la sovranità indivisibile. Il partito «è la tribù e la setta dell’età moderna. (…)Per la società, la lotta dei partiti ha lo stesso effetto negativo e distruttivo della lotta tribale o settaria».
Per sfuggire all’imposizione della maggioranza Gheddafi propone l’instaurazione della sovranità popolare diretta. Premessa del governo popolare è l’organizzazione della società attraverso i Congressi popolari ed i Comitati popolari.
Tali organi rappresentano la garanzia contro eventuali involuzioni dittatoriali o pseudo democratiche di governo. Nel Libro Verde sono delineati strutture e funzionamenti del sistema a democrazia diretta. I Comitati popolari fungono da collegamento fra i livelli superiori di governo (Congresso generale del popolo) e dell’amministrazione con le richieste della base. Si legge nel testo: «In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria. Dall’insieme delle Segreterie si formano , in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa. Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari. I comitati popolari che dirigono i settori divengono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base; questi ultimi dettano ai comitati popolari la politica da seguire e controllano l’esecuzione di tale politica. (…). Tutti i cittadini che sono membri di questi congressi popolari appartengono, per la loro professione e per le loro funzioni, a varie categorie o settori quali gli operai, i contadini, gli studenti, i commercianti, gli artigiani, gli impiegati, i professionisti. Essi, oltre ad essere cittadini membri, o cittadini aventi funzioni direttive nei congressi popolari di base o nei comitati popolari, devono costituire congressi popolari a loro propri. I problemi discussi nei congressi popolari di base, nei comitati popolari, prendono forma definitiva nel Congresso Generale del Popolo, dove s’incontrano tutti i direttivi dei congressi popolari, dei comitati popolari. Tutto quello che viene deciso nel Congresso Generale del Popolo, che si riunisce una volta all’anno, è riferito ai congressi popolari, ai comitati popolari, per la sua messa in atto da parte dei comitati popolari che sono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base. Il Congresso Generale del Popolo non è un gruppo di membri di un partito o di persone fisiche come i parlamenti ma è l’incontro dei congressi popolari di base, dei comitati popolari».
Nel Libro Verde il rigetto del «modernismo» (democrazia parlamentare, pluripartitismo, socialismo) si concentra nell’opposizione al concetto ed al metodo della lotta di classe. Ciò in forza della considerazione che il sistema politico di classe «è identico a quello dei partiti, delle tribù o delle sette». La classe rappresenta solo una parte del popolo. Ne consegue che l’egemonia di classe è sostanzialmente la medesima del dominio della tribù. Quando ci si trova al cospetto di un gruppo – comunque inteso – la società è proiettata verso la dittatura. «Tuttavia, la coalizione di classi o di tribù è preferibile alla coalizione di partiti perché il popolo, alla sua origine, è costituito da un insieme di tribù, mentre tutti fanno parte di una determinata classe». Prosegue ancora Gheddafi: «Ogni classe che diviene l’erede della società ne eredita allo stesso tempo le caratteristiche. Se, per esempio, la classe operaia annientasse tutte le altre, diverrebbe l’erede della società; diverrebbe, cioè, la base materiale e sociale della società». Respinta, così, la soluzione marxista – secondo la quale l’emancipazione della classe oppressa emancipa l’umanità intera – il leader libico ritiene che il comunitarismo tribale sia preferibile perché evita il ricambio dell’egemonia delle classi. «Ogni società, in cui vi è conflitto di classi, è stata in passato una società composta da un’unica classe; in seguito all’inevitabile evoluzione delle cose, questa stessa classe ha generato le altre».
Nelle intenzioni di Gheddafi il Libro Verde doveva figurare come un manifesto per l’azione politica. Esso aveva lo scopo di intensificare i suoi precedenti tentativi di mobilitazione che fino a quel momento erano stati fatti fallire, secondo quanto egli sosteneva «perché il sistema politico del Paese non era in grado di esprimere la vera voce del popolo, perché i libici non controllavano direttamente le proprie risorse economiche e per l’arcaicità delle strutture sociali presenti». Idee molto chiare, come si vede, e che insieme all’insistenza sull’egualitarismo e sull’assenza di gerarchia, tendono a riflettere anche un ethos di tipo tribale.
Consapevole del fatto che un paese con le dimensioni territoriali e demografiche della Libia poteva garantire stabilmente la propria libertà dal dominio straniero solamente integrandosi in una più vasta unità geopolitica, Gheddafi ha perseguito con ammirevole perseveranza il disegno dell’unificazione politica con altri paesi che condividevano con la Libia l’identità araba e islamica. Cercò di realizzare l’unione – rispettivamente – con Egitto e Siria (1972), Tunisia (1974) e Marocco (1984), ma questi tentativi si risolsero in altrettanti fallimenti. Nel 1989, un trattato siglato da Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania diede vita all’Unione del Maghreb; ma dopo qualche anno anche questo progetto finì in un vicolo cieco. Nel 1973 il Raʾīs trascinò il paese in un’avventura militare in Ciad che durò più di vent’anni.
A spingere Gheddafi nell’impresa ciadiana furono più fattori. Innanzitutto il tentativo statunitense di destabilizzare il regime di Tripoli creandogli difficoltà politico-militari, mentre quest’ultimo era impegnato a sostenere forze e movimenti ritenuti anti-imperialistici. In più dietro l’ambizioso disegno di unificare politicamente ed ideologicamente il Sahara si stagliava il problema dell’acqua. Ma a fronte dell’iniziativa militare esistevano tradizionali rivendicazioni e referenti storici. Al riguardo, la dirigenza libica faceva riferimento agli accordi Laval-Mussolini coi quali la Francia aveva ceduto all’Italia i contrafforti settentrionali del Tibesti. Al momento Parigi restò in attesa degli sviluppi della situazione, pressata com’era tra le esigenze petrolifere e la tradizionale politica interventistica. In sostanza, il Ciad rappresentava, per molti versi, l’epicentro della politica francese in un’aerea di confine fra l’Africa araba e l’Africa sub sahariana, via di comunicazione che metteva in contatto Parigi con le risorse minerarie poste più a sud nel continente. Dopo l’assassinio del Presidente François Tombalbaye e l’ascesa al potere del generale Félix Malloum la Libia non cessò di sostenere i movimenti di opposizione mentre il governo ciadiano cercava di internazionalizzare la questione della «striscia di Aouzou», occupata da truppe libiche dal 1973, portandola all’attenzione dell’OUA e dell’ONU. Soltanto l’intervento militare francese (1978) consentì a Malloum di respingere le forze di Goukouni Oueddei sostenuto dalla Libia. Gli sviluppi del conflitto debordavano ormai dall’ambito strettamente regionale. L’Egitto e il Sudan – in rotta di collisione con Tripoli – oltre ad altri Stati dell’area s’impegnarono a sostenere i movimenti antilibici. Ormai il tempo era maturo per l’intervento delle grandi potenze, a cominciare dalla Francia che non intendeva rinunciare alle proprie posizioni in Africa, né ad abdicare alla sua funzione di mediatrice continentale fra le grandi potenze, in linea con gli interessi strategico-commerciali che sorreggevano la sua politica maghrebina ed araba (Algeria, petrolio libico, ecc.). A sua volta l’interferenza statunitense mirava a mettere piede in un continente verso il quale la Casa Bianca aveva mostrato tradizionalmente scarso interesse. In questo modo Washington intendeva spezzare il monopolio politico-diplomatico francese sulla fascia sahariana e sub sahariana ed a puntellare la propria presenza in funzione antisovietica colpendo indirettamente il regime libico. Il ritiro francese dal Ciad (1980) lasciò via libera all’intervento libico culminato nell’annuncio della fusione fra i due paesi (1981), condotta dal vittorioso Gheddafi e dal tiepido assenso di Oueddei, presidente del governo transitorio di unità nazionale. La firma degli accordi di Kano comportò l’esilio per il presidente cristiano filo francese Malloum. Ma di lì a poco gli accordi stessi sarebbero divenuti carta straccia. La Libia non si limitò alle operazioni militari e concesse sostanziosi prestiti in petrodollari al ceto burocratico dirigente ed all’esercito ciadiani oltre a promettere la riapertura della Banca Centrale. Un simile munifico atteggiamento rispondeva all’esigenza libica di vedere riconosciuta l’annessione della «striscia di Aouzou», ricca di minerali, e trasformare il Ciad in un’eventuale testa di ponte pan sahariana, con proiezione islamica, verso Camerun e Nigeria. Intanto si fece più consistente l’intervento di Washington a sostegno della fazione antilibica di Hissène Habré che sferrato un attacco sulla capitale N’Djamena, sconfisse Oueddei (1981) prima di riprendere i negoziati con i libici che occupavano il Ciad settentrionale fino al quindicesimo parallelo. Viste le difficoltà nelle quali si dibatteva Habré sotto l’incalzante controffensiva libica, Parigi decise di inviare (1983) una forza d’interposizione che consentì al leader ciadiano di riorganizzare le proprie forze. Con l’operazione «Manta», affidata al generale Jean Poli, un veterano della guerra d’Algeria, vennero fatti affluire nel Ciad 3.500 soldati francesi, aerei Jaguar e Mirage, carri armati e batterie di missili antiaerei. L’anno successivo venne firmato un accordo franco-libico che prevedeva il ritiro simultaneo dei contingenti dei due paesi. Ma Tripoli, in reazione al continuo flusso di armamenti che Washington inviava ad Habré, riprese l’offensiva nel nord ciadiano in via di «libizzazione». Intanto scattò l’offensiva di Habré (1987) che inflisse pesanti perdite all’esercito libico, peraltro scosso da complotti, in uno dei quali restò implicato il governatore della Sirtica Hassan Ishqal, cugino di Gheddafi. A questo punto il conflitto mise a nudo non soltanto la debolezza militare libica ma soprattutto la demotivazione delle truppe di Tripoli. In seguito, auto criticamente, lo stesso Gheddafi riconobbe che il coinvolgimento libico nel contesto arabo e saheliano si era rivelato controproducente. Su questo sfondo maturò l’accordo Habré- Gheddafi (1989) che faceva della Libia il paese aggressore ed impegnava i due leaders a un patto di non-aggressione ed a risolvere la questione di Aouzou. Il bilancio della guerra ciadiana si rivelò, a più livelli, politicamente fallimentare per il regime libico. La guerra inferse un duro colpo alla strategia di Gheddafi compromettendo l’ipotesi di uno «Stato transahariano» capace di proiettare i popoli del Sahel fuori dalla povertà e dal sottosviluppo. La guerra, inoltre, ridiede fiato alle disunite e deboli opposizioni interne, incapaci di trasformare in arma politica la sconfitta militare del regime. Per giunta, la demotivazione dell’esercito e il cospicuo sforzo finanziario sostenuto con la guerra sottrassero alla Libia risorse umane e materiali che finirono per bloccarne lo sviluppo. A sua volta il Ciad restò esposto a continui ed imprevedibili colpi di scena ed irretito in un’instabilità di fondo che nel 1990 portò all’uccisione di Habré ed all’insediamento del filo libico Idris Déby – alla testa del Movimento patriottico di salute – impegnato a ripristinare la «pace civile». La transizione ciadiana e i migliorati rapporti con le capitali dell’area indussero Gheddafi a riprendere le ingerenze, stavolta in maniera morbida e senza dichiarazioni particolarmente clamorose. Intanto, la controversia sulla striscia di Aouzou venne risolta dalla decisione della Corte internazionale di giustizia dell’Aia che il 3 febbraio 1994 emise una sentenza che attribuiva al Ciad la piena sovranità sul territorio conteso.
Nel corso degli anni la rendita petrolifera permise a Gheddafi di finanziare diversi gruppi rivoluzionari e antimperialisti del Terzo Mondo. Il Raʾīs infatti fornì denaro ed armi al Frente de Libertaçao de Moçambique (FRELIMO) di Eduardo Mondlane e Samora Machel e al Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde (PAIGC) di Amilcar Cabral, movimenti di liberazione nazionale che lottavano per l’instaurazione del socialismo nei loro rispettivi paesi. La politica estera libica irritò non poco diverse cancellerie occidentali tanto che alla fine gli Stati Uniti decisero di reagire: nel 1986 bombardarono Tripoli e Bengasi. Il presunto coinvolgimento di Tripoli nell’attentato di Lockerbie del 21 dicembre 1988, portò l’ONU a decretare un embargo contro il paese che durerà fino al 1999. Il governo libico si sforzerà allora di giungere a una normalizzazione dei suoi rapporti con i paesi europei e con gli Stati Uniti, rinunciando alla fabbricazione di armi di distruzione di massa. Alla liberalizzazione economica intrapresa a partire dal 1988, non si accompagnò un cambiamento politico.
All’inizio del 2011 anche il regime di Gheddafi, come quello di Ben Ali e Mubārak, venne investito dal fenomeno delle «primavere arabe». Soltanto che, a differenza di quanto era accaduto in Tunisia e in Egitto, non si ebbe l’immediata caduta della dittatura, ma l’inizio di una sanguinosa guerra civile.
In Libia le prime manifestazioni di violenza si verificarono principalmente in Cirenaica, fra Bengasi e Tobruk, e nel giro di una settimana l’intera regione riusciva ad eliminare ogni presenza delle forze lealiste e a costituire un «Consiglio Nazionale di Transizione» (CNT), che subito si accampò diritti sul petrolio libico e sui fondi sovrani. Del resto la Cirenaica, dove è ancora forte l’influenza della Sanūsiyya, la confraternita politico-religiosa che ha espresso Muhammad Idris, il sovrano deposto da Gheddafi nel 1969, era stata una spina nel fianco del Raʾīs e non era nuova a movimenti di ribellione, sbaragliati con l’impiego dell’esercito e dell’aviazione.
L’entità del conflitto e la presunta necessità di proteggere i civili autorizzavano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a promulgare la risoluzione n.1973, che accordava a una coalizione internazionale, capeggiata da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, di intervenire militarmente in Libia, con operazioni di no-fly zone.

G8: i leader osservano un minuto di silenzio per le vittime del Sisma dell’Aquila. Da sinistra a destra: Silvio Berlusconi, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, presidente russo, Dmitry Medvedev, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il segretario generale dell’ ONU, Ban Ki-Moon e il presidente dell’Unione Africana Muammar al-Gheddafi, nell’ultimo giorno di lavoro del G8, il 10 luglio 2009, prima di scoprire la targa che ricorda il terremoto.

Tra tutti i governi europei quello italiano si distinse per vigliaccheria e doppio-giochismo. Dopo aver sottoscritto appena tre anni prima a Bengasi un «trattato di amicizia e cooperazione» con la Libia, in cui si impegnava, fra le altre cose, a non usare né permettere l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro Tripoli, esso offrì l’utilizzo di ben sette basi militari oltre a partecipare alle ostilità con un gran numero di cacciabombardieri. Molto meglio sarebbe stato per l’Italia se si fosse defilata come ha fatto la Germania della Merkel. Oramai risulta chiaro che gli obiettivi di questa guerra non erano il ripristino della democrazia e dei diritti umani, ma una nuova spartizione delle ingenti risorse petrolifere (60 miliardi di barili di greggio e 1.500 di metri cubi di gas naturale) e l’acquisizione dei fondi sovrani libici, la cui immane consistenza ha consentito al Colonnello di operare investimenti in tutti i paesi del mondo, particolarmente in Africa.

Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbero realizzato il vecchio sogno di un Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, euro o dollaro statunitense. Gheddafi, come capo dell’Unione africana, aveva annunciato quattro giorni prima dell’intervento militare contro la Libia un ambizioso piano per unificare il continente nero attraverso la creazione di una moneta unica per circa un miliardo di persone. Nel progetto era previsto di utilizzare il dinaro d’oro anche per i pagamenti delle risorse energetiche, come il petrolio e il gas naturale. Ciò avrebbe obbligato Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Francia e molti altri partner commerciali a tener riserve di questa nuova moneta per le transazioni con i Paesi dell’Unione Africana. La proposta del Raʾīs di sostituire le varie monete locali africane con il dinaro d’oro era impossibile da accettare per l’Occidente. Che il petrolio sia denominato e pagato in dollari, infatti, è di vitale importanza per gli Stati Uniti e per il sistema di relazioni economico finanziarie edificato da Bretton Woods in poi, che in tale modo continua a mantenere il biglietto verde come la moneta internazionale di riferimento.
L’economia americana rischierebbe il collasso se il prezzo del greggio venisse denominato in altre valute, e il petrolio non fosse più pagato in dollari.
Il 20 ottobre, dopo due mesi di aspri combattimenti nella città di Sirte, Mu’ammar Gheddafi decise di abbandonare la città assediata dagli insorti per raggiungere il suo villaggio natale di Qaṣr Abū Hādī, ad una ventina di chilometri. Ormai lui e i suoi uomini erano privi di munizioni e da settimane si nutrivano soltanto con riso e pasta. Alle 7 del mattino, una trentina di veicoli abbandonava il Quartiere n.2, l’ultimo ridotto ancora nelle mani dei lealisti, e cercava di spezzare la morsa dell’assedio.
A questo punto Gheddafi commise un grave errore, quello di usare il suo cellulare di tipo satellitare. La comunicazione venne intercettata dagli aerei-spia e pochi minuti dopo un drone Predator, decollato da Sigonella, in Sicilia, attaccava il convoglio con numerosi missili Hellfire. Al fuoco del Predator si aggiunse quello di alcuni Mirage-2000 francesi, che sganciarono sui veicoli bombe Paveway da 500 libbre. Alle 8.30 metà del convoglio era distrutto, compreso il gippone di Gheddafi, che aveva alla guida il cugino e guardia del corpo Mansour Dhao. Dal veicolo il Colonnello e il cugino uscirono però vivi, anche se feriti. Youssef Bachir, comandante della brigata degli insorti «Ghiran», che aveva avuto la ventura di catturare Gheddafi, così lo descrive: «Era ferito alla tempia e al fianco e i suoi abiti erano intrisi di sangue».
Alle 9, dunque Gheddafi era ancora vivo, si reggeva sulle sue gambe. «Ma era talmente indebolito – precisa Bachir – che aveva difficoltà a parlare». Poi la situazione sfuggì di mano. I suoi uomini, che avevano già giustiziato 66 soldati del convoglio, circondarono il Raʾīs, lo strattonarono, lo ingiuriarono, gli tolsero la giacca a vento, la camicia e gli stivaletti, gli strapparono ciocche dei capelli. Questo linciaggio durò una manciata di minuti, nel corso dei quali un insorto lo sodomizzò con un bastone. Alla fine Gheddafi venne scaraventato sul pianale di un automezzo, mentre qualcuno gridava: «Tenetelo vivo, tenetelo vivo».
Secondo una prima versione dei fatti, Gheddafi veniva ucciso durante uno scontro fra gli insorti e i partigiani del Colonnello. Ma la verità era un’altra, e la raccontò l’ex primo ministro del CNT, Mahmoud Jibril. Egli precisò, infatti, che il Raʾīs era stato ucciso «per ordine di un’entità straniera, una nazione o un leader, perché non si voleva che i suoi segreti fossero rivelati». Nel corso dell’autopsia, eseguita a Misurata, vennero estratti due proiettili, uno cervello e l’altro dall’addome. Un’esecuzione in piena regola. Un «assassinio di Stato», come specificò Mahmoud Jibril.
La brutale uccisione di Gheddafi non ha posto fine solo al suo regime, ma anche alla Libia come Stato. Avamposto dello Stato Islamico nel Mediterraneo centrale, crocevia del traffico di esseri umani dall’Africa sub-sahariana verso l’Europa e terreno di scontro fra fazioni rivali, difficilmente essa tornerà a essere mai il paese che era prima del 2011.

 

Per approfondimenti:
_Dirk Vandewalle, Storia della Libia contemporanea, Roma, Salerno editrice, 2007;
_Paolo Sensini, Libia. Da colonia italiana a colonia globale, Milano, Jaca Book, 2017;
_Alessandro Aruffo, Muammar Gheddafi e la nuova Libia, Roma, Datanews, 2001;
_Alessandro Aruffo, Gheddafi. Storia di una dittatura rivoluzionaria, Roma, Castelvecchi Editore, 2011;
_Giorgio Rochat, Guerra italiane in Libia e in Etiopia. Studi militari, Treviso, Pagus, 1991
_Eric Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale (1911-1931), Roma, Manifestolibri, 2005;
_Gheddafi Templare di Allah. La rivoluzione libica nei discorsi di Mo’ammar El-Gheddafi. introduzione, traduzione e scelta dei testi di Claudio Mutti, Padova, Edizioni di Ar, 1975;
_Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, Roma, Circolo Proudhon Edizioni, 2015;
_Mu’ammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie, Roma, Manifestolibri, 2006;
_Mino Vignolo, Gheddafi: Islam, petrolio e utopia, Milano, Rizzoli, 1982;
_John K. Cooley, Muammar Gheddafi e la rivoluzione libica, Milano, Corno, 1983;
_Dino Frescobaldi, La riscossa del Profeta, Milano, Sperling & Kupfer, 1988;
_Bob Woodward, Veil: le guerre segrete della CIA, Milano, Sperling & Kupfer, 1978.

 

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La favola triste di un secolo tremendo: Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar

La favola triste di un secolo tremendo: Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar

di Giuseppe Baiocchi 02/08/ 2017

In Siberia il 17 luglio del 1918 Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la moglie Aleksandra Fëdorovna Romanova (nata Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d’Assia e di Renania) e i cinque figli, svegliati bruscamente nel cuore della notte vengono condotti in cantina. Da sedici mesi sono prigionieri nelle mani dei rivoluzionari. I carcerieri chiedono loro di posare per un ritratto: il governo bolscevico vuole mostrare al mondo che sono in buona salute. Il deposto Zar Nikolaj II stenta a comprendere: l’Imperatore di tutte le Russie, l’erede della dinastia che ha governato per tre secoli sul più grande paese del mondo, passerà alla storia come l’ultimo Zar. Quali eventi hanno travolto uno degli uomini più potenti della terra?
Questa è la storia dei tre giorni che decisero la fine degli Zar e la nascita di una Russia diversa.
Il conto alla rovescia inizia giovedì 28 Febbraio 1917, quando Nikolaj Romanov attraversa in treno le gelide steppe russe in un viaggio che avrebbe cambiato il corso della storia.
Il treno imperiale corre a tutto vapore verso Pietrogrado (dal 1914 al 1924, oggi attuale San Pietroburgo). Nikolaj è deciso a fermare la ribellione che minaccia la Russia e la sua stessa famiglia.
Tre giorni più tardi sarebbe sceso da quel treno come un cittadino qualunque, anzi come un uomo incalzato dalla morte. Travolti dagli eventi di Febbraio lo Zar e la sua famiglia vivranno abbastanza per osservare la bandiera rossa sventolare sul Palazzo Imperiale a sancire il trionfo di Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Nicola II Romanov, (in russo: Николай Александрович Романов), Nikolaj Aleksandrovič Romanov, nasce a Carskoe Selo, il 18 maggio 1868, (6 maggio del calendario giuliano) e sarà assassinato a Ekaterinburg, il 17 luglio del 1918. E’stato l’ultimo Zar (Imperatore) di Russia.

A Mogilev, il 27 Febbraio del 1917, lo Zar è al fronte: la Russia, alleata con la Francia e la Gran Bretagna è in guerra contro l’Impero Ottomano, l’Impero Austro-Ungarico e lo Stato tedesco a guida prussiana. L’immane tragedia della Prima Guerra Mondiale è al suo apice. Un dispaccio da Pietrogrado porta notizie allarmanti: i rivoltosi hanno occupato le zone nevralgiche della città e la situazione è sull’orlo del precipizio. L’onda della rivolta che ormai infiamma il paese, può trascinare con se migliaia di soldati ormai pronti alla ribellione.
Bisogna comprendere come la monarchia assoluta zarista vivesse “fuori dal mondo”, ricevendo sempre notizie pacate. Di contro la situazione dopo il 27 Febbraio è già catastrofica: i soldati della capitale sono in rivolta e Nikolaj II, si ostina a credere che si tratti di semplici tafferugli. Lo Zar, una volta compreso la gravità della situazione, diviene risoluto per un’azione di intervento, la quale anticipi il dilagare dei tumulti nel resto del paese.
All’alba del 28 Febbraio, il treno imperiale lascia Mogilev – sul fronte meridionale – e si dirige alla volta di Pietrogrado, 900 km più a Nord. Nikolaj Aleksandrovič Romanov si lascia alle spalle una guerra, verso la quale ogni famiglia russa aveva già pagato un pesante tributo di sangue. La guerra per la Russia zarista fu un disastro: enormi le perdite in vite umane e incalcolabili le sofferenze, ma l’evento che fa crollare il regime è l’impatto che la guerra produce sul fronte interno, sull’economia, sui rifornimenti a Pietrogrado.
Nikolaj II aveva cercato in ogni modo di evitare il conflitto contro suo cugino, il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (Guglielmo II), ma la travolgente ondata di nazionalismo anti-germanico lo aveva convinto a dichiarare la guerra. Lo Zar si era illuso che lo scontro fosse stato risolto nel giro di qualche settimana, ma a tre anni di distanza quasi sei milioni di russi sono morti e del massacro non si vede la fine. Il paese nel 1917 è spossato dalla guerra e non è casuale che la rivoluzione scoppi proprio nel terzo anno del conflitto: la rivolta bolscevica nasce dal freddo, dalla fame e dalla voglia di deporre le armi.
In quel terzo anno di battaglie il Romanov è lontano dal cuore del suo Impero, dove scoppia la rivolta, la quale genera i primi frutti. Scrive Nikolaj sul suo diario: “il problema sta nelle terribili condizioni dei nostri reggimenti, i fucili scarseggiano e non possiamo più contare sulle nostre malandate ferrovie. Disordini sono scoppiati qualche giorno fa a Pietrogrado, perfino le truppe ne prendono parte! E’ così doloroso essere lontano e ricevere solo notizie cattive e frammentarie”.
Le proteste operai degenerano in aperta ribellione solo il 25 Febbraio 1917, cioè tre giorni prima che il treno imperiale lasci il fronte. Per intercettare i rifornimenti destinati alle truppe, bande di operai e soldati allo sbando – spinti dalla fame – occupano le stazioni ferroviarie. La vera scuola della rivoluzione è stata proprio l’esercito zarista: è lì che molti contadini analfabeti, cresciuti negli sperduti villaggi della grande Russia, entrano in contatto con le idee rivoluzionarie.
I risentimenti covati per secoli nell’animo russo, esplodono improvvisamente contro l’autorità e i suoi simboli. Le ribellioni scatenate dalla fame, ora trovano un nuovo corso nel fiume della rivoluzione.

Ryzhenko Pavel Viktorovich, Il Calvario dello Zar – Trittico

Lo Zar è in ansia per le sorti dei suoi cari: le notizie sono incomplete e la Zarina è oggetto di un forte risentimento popolare in quanto tedesca.
A poche decine di chilometri dalla capitale in rivolta, nel Palazzo imperiale di Tsarskoe Selo si trascorre un’altra notte di ansia. All’esterno la temperatura è di quindici gradi sotto lo zero e a causa dei tumulti, il riscaldamento e l’elettricità funzionano a singhiozzo. La Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova è di origini germaniche, ed è nipote della Regina Vittoria, dalla quale ha ricevuto un’educazione rigorosamente britannica. Da ventitré anni vive in Russia, ma non si sente ancora a suo agio nell’alta società pietroburghese. Lei e Nikolaj hanno eletto a residenza ufficiale il palazzo di Campagna di Carskoe Selo distante cinquanta chilometri dai clamori della capitale. Negli ultimi mesi, l’origine tedesca della Zarina ha scatenato l’odio dell’opinione pubblica, che l’accusa di passare “segreti militari” al nemico.
Per lo Zar Nikolaj II invece, la moglie Aleksandra è l’unico vero sostegno, essendo la persona a cui ricorre nei momenti più difficili: “Mia amata, ti ringrazio con tutto il cuore per la tua dolce e lunga lettera. Tu sei la ricompensa al peso delle mie responsabilità e alle mie preoccupazioni. Non so come avrei potuto sopportare tutto questo se Dio non avesse deciso di darti a me come moglie e amica. Questi pensieri mi è più facile metterli su carta per la mia sciocca timidezza. Ora mi sento di nuovo forte, ma mi manchi terribilmente. Ti bacio con affetto”.
Il matrimonio tra Nikolaj e Aleksandra non fu un’unione dettata dalla Ragion di Stato, ma fu il coronamento di un amore profondo e sincero, che avrebbe accompagnato la coppia per tutta la loro vita.
Quando nel 1894 Nikolaj la chiese in sposa, lei fu al settimo cielo. Vivere in Russia non sarebbe stato facile, ma lei non esitò un solo istante. L’incanto del loro fidanzamento venne scosso da un inatteso shock: il padre di Nikolaj, lo Zar Aleksandr III Aleksandrovič, morì improvvisamente e sulle spalle del giovane Nikolaj piombarono tutte le responsabilità dell’immenso Impero russo. Quando i consiglieri di corte annunziarono allo Cesarevič che era diventato Zar, Nikolaj scoppiò in lacrime asserendo: “Non sono pronto a essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri” – e non imparò mai a farlo veramente. La parola Zar deriva dal titolo latino Caesar, attraverso l’antico slavo cĕsarĭ (цѣсарь). La contrazione della parola deriva dall’abitudine di abbreviare i titoli nei manoscritti ecclesiastici in antico slavo. Nikolaj non ebbe mai quella spinta interiore, che può far di un uomo un vero leader, quella volontà politica necessaria per governare un paese così vasto e frammentato.

Laurits Tuxen, L’incoronazione dello Zar Nikolaj II. La cerimonia avvenne presso la Cattedrale della Dormizione al Cremlino di Mosca il 14 maggio 1896. La titolatura completa degli zar di Russia iniziava con: “Per grazia di Dio, Noi Imperatore e autocrate di tutte le Russie – di Mosca, Kiev, Vladimir, Novgorod, Zar di Kazan’, Zar di Astrachan’, Zar di Polonia, Zar di Siberia, Zar del Chersoneso Taurico, Zar di Georgia, Signore di Pskov e Granduca di Finlandia, Smolensk, Lituania, Volinia, e Podolia; Principe di Estonia, Livonia, Curlandia e Semigallia, Samogitia, Bielostock, Carelia,Tver’, Jugra, Perm’, Kirov, Bulgaria e altri territori; Signore e Granduca di Novgorod, Černigov; Sovrano di Rjazan’, Polotsk, Rostov, Jaroslavl’, Bielozero, Udoria, Obdorsk, Kondia, Vicebsk, Mstilav e di tutti i territori del nord; e Sovrano di Iveria, Cartalia e delle terre di Kabardinia e dei territori Armeni; Sovrano ereditario e Signore della Circassia e principe delle montagne e altro; Signore del Turkestan, Erede di Norvegia, Duca di Schleswig-Holstein, Stormarn, Ditmarsch, Oldenburg e così via, così via, così via”.

Il giorno dell’incoronazione milioni di persone giunsero a Mosca da ogni angolo dell’Impero, ma l’evento gioioso si trasformo in tragedia, quando più di mille persone persero la vita calpestate dalla folla, per l’incompetenza della polizia.
Nikolaj e Aleksandra ne furono sconvolti, ma gli addetti ai cerimoniali li convinsero a non interrompere le celebrazioni. L’immagine del nuovo Zar – alla memoria del popolo russo -, sarà per sempre quella di un giovane monarca che danza allegramente, nel giorno in cui centinaia di sudditi hanno perso la vita per rendergli omaggio.
Sulla reputazione di Nikolaj II pesa anche un altro massacro: quarantotto ore prima che il treno iniziasse la sua corsa, l’esercito zarista aprì il fuoco sulla folla e quaranta dimostranti vennero uccisi nella centralissima piazza Znamenskaja. L’ordine di Nikolaj di reprimere le proteste nel sangue, peggiora ulteriormente la situazione: i soldati riconosco madri e sorelle tra gli scioperanti ed è la goccia che fa “traboccare il vaso”. Quella stessa notte alcuni reggimenti si sollevano contro i loro ufficiali e si uniscono ai rivoltosi: il prestigio della monarchia non era mai sceso così in basso. Tra i primi a ribellarsi è il celebre reggimento Preobraženskij, dove a diciannove anni lo stesso Nikolaj aveva raggiunto il grado di colonnello. Lo Zar si considerava – ed in qualche modo era – un tipico ufficiale, egli avrebbe preferito comandare un reggimento, piuttosto che essere l’Imperatore di tutte le Russie.
La situazione avrebbe richiesto uno statista determinato, ma Nikolaj II era un gentiluomo, il tipico rappresentante di quella aristocrazia di teste coronate che trascorrevano la loro elegante esistenza tra feste e crociere nelle più raffinate località d’Europa. Nonostante i legami di sangue che l’univano alle Case regnanti di mezzo mondo, il Romanov aveva un’esperienza di governo assai limitata.
Per natura era un gentiluomo vittoriano: amava le battute di caccia, si dilettava nello scattare foto ai suoi cari, presenziava i salotti, conversando amabilmente e disprezzando le anime vili. Era anche un ottimo padre di famiglia. Tra il 1895 e il 1910 Nikolaj e Aleksandra mettono al mondo quattro figlie Ol’ga (1895), Tat’jana (1897), Marija (1899) e Anastasija (1901).
Tuttavia, le figlie – per effetto della legge Salica, ripristinata dallo Zar Paolo I Petrovič Romanov – non potevano ereditare il Trono. La legge Salica, difatti, prevedeva che solamente un erede maschio poteva aspirare alla successione.
Dopo la nascita dell’ultima figlia passarono ancora tre anni prima che la Zarina partorisse il tanto atteso erede: Aleksej Nikolaevič, nato nella reggia di Peterhof il 12 agosto 1904. Qualche tempo dopo il lieto evento, i genitori scoprirono con grande costernazione che il principe era affetto da emofilia, un’incurabile patologia del sangue trasmessagli dalla madre.
La vita del giovanissimo Naslednik Cesarevič (letteralmente figlio dello zar – era usato per il primogenito maschio), era fortemente in pericolo e un gigantesco soldato lo sorveglia di giorno e di notte. La famiglia imperiale si vedrà costretta a proibirgli anche i giochi più innocenti. Quello che doveva essere il giorno più felice per la coppia, fu invece l’incubo peggiore della loro esistenza.
La Zarina è sempre in ansia con il piccolo Aleksej, sentendosi in colpa, poiché la malattia è ereditaria per via femminile, ma si trasmette solo ai maschi. Per il figlio primogenito e unico erede maschio del vasto Impero, anche uno spigolo scoperto, rappresenta una minaccia letale: il più piccolo taglio o livido può causargli una emorragia inarrestabile.

Foto della famiglia Romanov. Da sinistra a destra: le Granduchesse Tat’jana Nikolaevna Romanova e Marija Nikolaevna Romanova, lo Zar Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, la Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, lo Cesarevič Aleksej Nikolaevič Romanov e la granduchessa Ol’ga Nikolaevna Romanova.

La sera del 27 Febbraio, poche ore dopo che Nikolaj II si era messo in viaggio, Pietrogrado era già nelle mani dei ribelli. Una nuova entità politica è nata e quel giorno i soldati con gli operai fondarono il primo consiglio rivoluzionario: il Soviet di Pietrogrado, che otto mesi più tardi sarà il protagonista della rivoluzione bolscevica d’Ottobre.
Nikolaj II non comprende il reale accadimento all’interno del paese, non intravede il baratro che gli si prospetta, poiché crede ciecamente – essendo stato educato fin dalla nascita in tale maniera – nel suo potere assoluto, concessogli da Dio. Per lo Zar, l’assenza della Monarchia significherebbe caos e guerra civile, ed egli si sente investito di questa responsabilità: evitare la disfatta è un suo compito strettamente personale. Il giuramento di incoronazione lo legava ai principi della autocrazia, elementi che rendevano inconcepibile l’idea stessa di una costituzione: tale concessione – stabilitasi oramai in tutte le monarchie europee – era ritenuta un peccato mortale. Vi è una palese contraddizione tra la natura dell’uomo e un essere piuttosto gentile, timido, cui non piace scendere in discussioni animate. Considera suo dovere di monarca, essere “duro”, autoritario e a volte anche dispotico.
Scrive la Zarina negli attimi di grande concitazione: “Amore mio sii determinato, la Russia ha bisogno che tu lo sia. Fai vedere a tutti che sei il padrone e la tua volontà sarà ubbidita. Il tempo della gentilezza e dell’indulgenza è finito: adesso è il tempo della volontà e dell’obbedienza. Che Dio mi aiuti ad essere il tuo angelo custode. (…) Mio prezioso e amato tesoro, gli scioperi e le rivolte in città sono sempre più irritanti, si tratta di bande di teppisti, giovinastri che vanno in giro urlando che non c’è pane e lo fanno solo per surriscaldare gli animi, come gli operai che impediscono ai loro colleghi di lavorare. Se facesse più freddo probabilmente se ne starebbero tutti a casa, ma tutto questo passerà presto”.
Già la sera del 28 Febbraio la linea ferroviaria per Pietrogrado non è più sicura per lo Zar. Dopo aver viaggiato a tutto vapore per ventisei lunghe ore, a meno di duecento chilometri dalla capitale il treno imperiale è costretto a fermarsi nella piccola stazione di Malaja Vishera, poiché la scorta dello Zar viene informata che i binari per Pietrogrado sono bloccati e la via è caduta nelle mani dei ribelli. Per la prima volta nella sua vita Nikolaj II si rende conto di non potersi muovere liberamente nel suo Regno. A malincuore lo Zar ordina di invertire la direzione e andare verso Pskov, sede del quartier generale dell’esercito del Nord.
Quale catena di eventi ha potuto portare un capovolgimento di ruoli così umiliante? La Russia si era trovata sull’orlo della Rivoluzione già qualche anno prima, quando la politica espansionistica del Giappone aveva scatenato la guerra russo-giapponese (1904/1905). Per raggiungere il mare del Giappone, alla flotta del Baltico, ci vollero mesi per circumnavigare l’Africa, poi l’Asia e solo per essere affondata dalle navi nipponiche nello stretto di Tsushima: una disfatta che umiliò la Russia di fronte al mondo intero. L’inattesa sconfitta fu un duro colpo per il prestigio dello Zar Nikolaj II e contribuì ad inasprire le tensioni sociali che attraversavano ormai tutti i settori della società russa.
Scioperi a catena paralizzarono Pietrogrado e altre grandi città. Nel Gennaio 1905, l’esercitò aprì il fuoco sui manifestanti che manifestavano per le vie della capitale e la storia ricorda quell’episodio come “La Domenica di sangue”.
Da quel giorno lo Zar divenne per i “rossi” Nikolaj “il sanguinario“. La ribellione si diffuse per tutto il paese e lo Zar fu costretto a promettere riforme liberali: per la prima volta la Russia avrebbe avuto un parlamento, la cosìdetta Duma – termine proveniente dalla parola russa думать (dumat’), “pensare” o “considerare” -, ma non appena l’ordine fu ristabilito, delle azioni punitive restituirono il controllo assoluto dello Zar su tutto l’Impero. La Duma di Stato fu spogliata di ogni potere e tutto tornò all’origine o almeno così parve.
Dodici anni più tardi Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritrova in una situazione analoga, ma questa volta sedare la ribellione sarà molto più difficile. Dagli scritti della Zarina: “Che terribili giorni devono essere questi per te, Dio ti ha dato una croce pesante da portare. Il nostro caro comune amico, prega per te dall’aldilà e ci è più vicino che mai. Quanto vorrei sentire la sua voce consolatrice che arriva dritta la cuore”.
L’amico scomparso di cui parla Aleksandra è meglio noto come Grigorij Efimovič Rasputin: un contadino siberiano semi-analfabeta, la cui ascesa al potere sotto i Romanov aveva dato scandalo. Il finto monaco era un eccentrico ed era considerato da alcuni un “santo” e da altri “un arrampicatore sociale”. La sua misteriosa abilità nell’alleviare le sofferenze del piccolo Cesarevič Aleksej avevano convinto la zarina che Rasputin le fosse stato inviato da Dio.
Si potrebbe, perfino affermare, che la Monarchia cade in disgrazia per colpa “dell’effetto Rasputin”. La sua influenza sulla Casa Imperiale probabilmente non fu mai così grande, ma le voci scandalistiche sul suo libertinaggio sessuale e la sua influenza a corte distrussero l’immagine pubblica della Monarchia zarista. Il rocambolesco assassinio di Rasputin non era servito a liberare la zarina dalla sua morbosa ossessione religiosa, né tantomeno a liberare Nikolaj II dal suo progressivo isolamento. Dunque nel 1917, il treno giunge al comando di Pskov e il Romanov, vuole subito organizzare con i suoi generali più esperti una repressione efficace.
L’ultimo Zar era un patriota e un conservatore: per lui l’esercito era l’essenza stessa della Russia. Amava l’esercito più di qualunque istituzione e se vi erano personalità di cui si fidava ciecamente questi erano i suoi ufficiali. Ma giunto nel quartier generale, Nikolaj II nota nei suoi ufficiali uno strano senso di imbarazzo per l’assenza del generalissimo Nikolai Vladimirovich Ruzsky, il quale non è lì a rendergli omaggio. La sua defezione è uno schiaffo al protocollo militare, denso di significati.

Dalle memorie personali di una guardia dello Zar Nikolaj II: “Quando sono stato presentato per la prima volta a Sua Maestà, il Sovrano, egli guardandomi negli occhi affettuosamente, chiese: «Sei un parente del nostro Toumanoff?». Sentivo che Sua Maestà era felice di vedere un altro Toumanoff vicino a lui. Io avevo 21 anni, quando mi sono unito ad uno dei più brillanti reggimenti della guardia, come ufficiale. Con tutto l’ardore appassionato del mio cuore, ho riempito di adorazione la figura dello Zar. Più di tutto mi colpì il suo aspetto, in modo particolare gli occhi affettuosi, – capaci di bruciare gli angoli più nascosti delle nostre anime – i quali non potranno mai essere dimenticati da nessuno che ebbe la fortuna di vederli”.

Alle 22.00 del 01 Marzo 1917 presso la Stazione di Pskov, Nikolaj convoca al quartier generale Ruzsky per un incontro privato che riveli l’umore del suo Stato Maggiore. Per capire la posizione dei generali, bisogna tener conto che erano divisi tra la lealtà verso la dinastia dei Romanov e la fedeltà alla Russia e all’esercito, che per i militari rappresentavano entrambi, elementi di pari importanza. Aleggiava, dunque, una reale preoccupazione che se avessero continuato a sostenere “quello” Zar, l’esercito si sarebbe dissolto: un ammutinamento generale li avrebbe costretti ad arrendersi alla Germania guglielmina e la Russia stessa sarebbe sparita per sempre.
Nikolai Vladimirovich Ruzsky è convinto che ulteriori spargimenti di sangue servirebbero solo ad infiammare le folle ancor di più. Il suo “consiglio” è l’autorizzazione immediata della Duma, su ordine diretto dello Zar, per formare un governo di unità nazionale, il quale conceda al popolo una costituzione.
Nessuno aveva mai parlato allo Zar di tutte le Russie, come questo generale aveva osato fare a Pskov e per Nikolaj fu certamente un dramma. Certo, Ruzsky stesso dovette fare i conti con la preoccupazione diffusa, tra gli ufficiali, che il tentativo di imporre con la forza un’autorità zarista a Pietrogrado avrebbe mandato in frantumi quello che restava dell’esercito Imperiale e della disciplina militare.
Nikolaj II è sorpreso e disgustato: non si fida dei politicanti della Duma e una costituzione per lui, equivale al caos. Quella stessa notte tra l’uno e il due Marzo 1917, lo Zar scopre che la proposta del generale indisciplinato è condivisa da quasi tutti gli altri ufficiali dello Stato Maggiore e solo in quell’istante il Romanov si rese conto di essere completamente solo.
Quando la crisi comincia, Nikolaj II crede ancora di poter controllare la situazione, ma venutosi a trovare di fronte ad una rivoluzione che dilaga nella capitale con guarnigioni intere che si ammutinano e generali che rifiutano di sedare la ribellione, si rende conto che non ha alternative. Contro tutte le sue più radicate convinzioni Nikolaj è costretto ad accettare la proposta dei suoi generali: autorizzerà un governo della Duma e darà alla Russia una Costituzione.
Via telegrafo il generale Ruzsky comunica la decisione dello Zar al presidente della Duma Michail Vladimirovič Rodzjanko: “Sua Maestà, lo Zar Nikolaj II ha dato il suo consenso per la creazione di un consiglio dei ministri che risponda alla Duma”. Nonostante la concessione Imperiale, Rodzjanko non è soddisfatto: i suoi ripetuti allarmi sono stati sistematicamente ignorati, con lo Zar che non ha voluto mai riconoscere al parlamento un ruolo attivo. Oramai è troppo tardi e il responsabile del precipitare della situazione è lo Zar stesso. La sua arroganza nel prendere decisioni senza consultare nessuno finirà per costargli la corona. Prosegue ancora il presidente della Duma: “E’ evidente che né sua Maestà, né voi vi rendete conto di quanto accade qui. E’ scoppiata una terribile rivoluzione e sedarla non sarà facile. Le truppe non si limitano a disobbedire, ma arrivano persino ad uccidere gli ufficiali”.
Da questo scambio è chiaro che solo l’abdicazione di Nikolaj Aleksandrovič Romanov poteva soddisfare la folla dei rivoluzionari e rivoltosi. Alla richiesta di ulteriori dettagli Rodzjanko aggiunge: “Ovunque le truppe prendono le parti della Duma e il popolo e chiede con forza l’abdicazione dello Zar, in favore del figlio Aleksej Nikolaevič, con la reggenza di Michail Aleksandrovič Romanov, fratello minore del sovrano”.
Se operiamo un’analisi sulle rivoluzioni, dobbiamo stabilire come gli eventi accadino sempre velocemente: quello che oggi sembra un ragionevole compromesso, domani è già un sogno impossibile. Inizialmente la Duma, chiede a Nikolaj II di formare un governo che avrebbe avuto il sostegno di una larga maggioranza parlamentare, ma quando la guarnigione di Pietrogrado si ribella e nascono i Soviet (consiglio degli operai), la Duma si convince che solo l’abdicazione dello Zar, può riportare l’ordine.
Dagli scritti di Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar di tutte le Russie: “Questa mattina è venuto Ruzsky e mi ha letto la sua lunga conversazione via telegrafo con Rodzjanko. Secondo quanto riportato la situazione a Pietrogrado è tale che un governo della Duma, sarebbe ormai impotente, perché dovrebbe competere con il partito social-democratico, rappresentato dal Comitato dei Lavoratori: i Soviet di Pietrogrado. Mi chiedono di abdicare”. Nikolaj II non si dà ancora vinto: prima di accettare l’esilio decide di consultare ancora una volta i comandanti militari, sperando ancora in un loro appoggio, ma nessuno è più disposto a sostenerlo. Per le 02:00 arrivano via telegrafo le risposte dei generali al fronte e tutti concordano: lo Zar deve abdicare.
I generali prima di ogni altra cosa, si considerano generali russi, che combattono una guerra russa e se la monarchia serve alla causa patriottica – per vincere la guerra -, sono pronti a sostenerla, ma nel tentativo di Febbraio 1917, molti di loro non si fidano più della capacità di Nikolaj II nella conduzione vittoriosa del conflitto. Messi di fronte alla scelta fra lo Zar e la Russia, scelgono sempre e solo la seconda. L’ultimo Romanov a sedere sul trono Imperiale è come stordito: tutti i generali più fidati lo hanno abbandonato al suo destino e il suo isolamento è completo e senza appello. Come appunterà sul suo diario, alle 15.00 del pomeriggio del 2 marzo 1917 Nikolaj Aleksandrovič Romanov rinuncia al Trono.

Michail Aleksandrovič Romanov, (San Pietroburgo, 28/11/1878 – Perm’, 12/06/1918), è stato fratello minore dello Zar Nikolaj II di Russia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Michele chiese allo zar Nicola II il permesso di tornare in Russia e di entrare nell’esercito, con l’accordo che anche sua moglie e suo figlio sarebbero venuti. Tornò a casa come generale russo, e comandò la Divisione Selvaggia, formata da ceceni e daghestani. Le fonti archivistiche, indicano come il 12 giugno del 1918 a Michele fosse ordinato da un gruppo di uomini di lasciare l’albergo a Perm’ dove viveva in reclusione forzata, anche lui prigioniero del governo rivoluzionario bolscevico. Con il suo segretario furono portati in periferia, dove furono uccisi entrambi a colpi d’arma da fuoco e i loro corpi bruciati. Secondo la versione fornita dai sovietici, gli assassini erano lavoratori locali che odiavano il regime zarista ed erano infastiditi dalla vita lussuosa di Michail. I documenti, di contro, mostrano che l’ordine di giustiziarli fu impartito dalla Čeka di Perm’.

Questo gesto sarà l’inizio della sua caduta: non potrà mai immaginare la sua amara e triste fine. Lui che fino a quel momento aveva deciso della vita e della morte di 160.000.000 di russi, adesso è un uomo come tanti. Tutto quello che aveva conosciuto e amato nella sua vita era sul punto di sparire per sempre.
Dal diario della Zarina: “Il mio cuore è in pezzi in questo momento di ribellione e angoscia. Penso a te, completamente solo. Non sappiamo nulla di te e tu non sai nulla di noi. (…) Loro ti informeranno sulla situazione: è spaventoso! Ci sono due forze contrapposte: la Duma e i Rivoluzionari. Due serpenti che spero si divorino l’uno contro l’altro. E’ chiaro che non vogliono che tu mi incontri prima di aver firmato qualche documento, magari una Costituzione o qualche altro abominio del genere”.
Sempre a Pskov alle 21:30 dello stesso 02 Marzo, arrivano due uomini esausti. Sono Vasily Vitalyevich Shulgin e Aleksandr Ivanovič Gučkov gli emissari della Duma: portano allo Zar la richiesta di abdicazione. Nikolaj II e Gučkov già si detestavano, per cui c’è un ulteriore elemento di tensione, quando ad arrivare con la scomoda richiesta è proprio il suo antagonista politico. Gučkov è uno di quei monarchici, che vorrebbe escludere i Romanov dalla politica attiva, ma è disposto a tutto pur di mantenere l’istituto monarchico come simbolo di ordine e legittimità. La grande maggioranza dei rappresentanti della Duma sono spaventati dal rischio di una rivoluzione sociale. Lo Zar fino a quel momento era stato un essere divino ed ora si trovava in questa piccola fangosa città di Pskov con questi due politicanti arrivisti – perché tali li considera – che si presentano con la richiesta di abdicazione: pensate che profonda umiliazione.
Ma Nikolaj II ha in serbo un colpo di scena: con freddezza informa gli emissari della Duma, che arrivano tardi, poiché l’abdicazione è già un fatto compiuto. Il nuovo Zar non sarà però il piccolo Aleksej Nikolaevič, ma suo fratello minore, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov.
E’ una decisione fuori da ogni protocollo, nata da un incontro privato e decisivo – avuto poche ore prima – con il dottore Sergey Petrovich Fedorov, una delle ultime personalità di cui aveva ancora fiducia. Quando la parola “abdicazione” era stata pronunciata, un pensiero lo tormentava nell’animo: l’incerta salute del figlio, avrebbe permesso ad Aleksej di regnare? Il dottore fu chiaro e diretto: Cesarevič Aleksej avrebbe forse potuto raggiungere l’età adulta, ma sarebbe sempre stato alla mercé di un incidente. Ascoltando le parole di Fedorov, Nikolaj II si rese conto delle implicazioni che l’elezione del figlio avrebbero comportato per la dinastia, già fortemente in pericolo. Inoltre se avesse firmato l’abdicazione in favore di Aleksej sarebbe stato per sempre separato da lui e in quel momento Nikolaj decide: il Cesarevič non sarà mai Zar.
Nel prendere la decisione di abdicare in favore del fratello Nikolaj Romanov non immaginava che tale scelta avrebbe creato ulteriori problemi. Sicuramente era preoccupato e si sentiva colpevole per aver spezzato la legittimità della successione, non avendone il diritto. Infine la fedeltà alla Costituzione soccombe, di fronte all’attaccamento di un padre per un figlio gravemente malato. Gli emissari del Duma, ignari dell’incontro non si aspettano un cambiamento nella linea di successione.

Aleksej Nikolaevič Romanov (Peterhof, 12/08/1904 – Ekaterinburg, 17/07/1918) è stato l’ultimo erede al trono dell’Impero russo, primo maschio e ultimogenito dello zar Nikolaj II e della zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, dopo le sorelle Ol’ga, Tat’jana, Marija e Anastasija. Fu barbaramente ucciso, nella dimora-prigione di Ekaterinburg, la notte del 17 luglio del 1918 dai sicari della Čeka bolscevica.

Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritira nel suo studio: le carte militari che fino a quel giorno avevano riempito il suo tavolo, ora non ci sono più: è presente solo il testo di abdicazione.
Così scrive quella notte: “In questi giorni di grave lotta contro il nemico esterno, che da tre anni sta cercando di assoggettare la nostra patria, il signore Iddio ha voluto sottoporre la Russia ad un’altra prova. Lo scoppio di disordini popolari, minaccia di produrre un effetto disastroso sulla futura condotta di questa dura guerra. Il destino della Russia, l’onore del suo eroico esercito, il benessere del popolo e tutto il futuro della nostra amata Patria, richiedono che la guerra – qualunque ne sia il costo – si avvii ad una conclusione decorosa. In questi giorni decisivi per la vita della Russia, noi consideriamo nostro dovere – verso la nazione – di unire tutte le forze del paese per un rapido conseguimento della vittoria. D’accordo con la Duma abbiamo ritenuto opportuno rinunciare al trono dello Stato russo e cedere l’autorità suprema. Non desiderando separarci dal nostro amato figlio, trasmettiamo la nostra successione al nostro fratello, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov e gli diamo la nostra benedizione perché ascenda al trono dello Stato russo. Voglia il signore Iddio aiutare la Russia”.
Manca poco alla 00:00 e Nikolaj Romanov raccoglie la penna, ma prima di firmare ha un ultimo moto d’orgoglio: vuole lasciare un segno sul suo ultimo atto ufficiale e retrodata la firma alle 15:05 del pomeriggio, alcune ore prima dell’arrivo degli emissari, perché nessuno pensi che la decisione dello Zar sia stata influenzata dalla Duma.
Lo Zar Nikolaj II adesso è un uomo come gli altri, il cittadino Col.Nikolaj Romanov. La notizia irrompe al Palazzo Imperiale come una cannonata e il testo dell’abdicazione è su tutte le prime pagine.
Quasi ventiquattro ore dopo, anche il nuovo Zar Michail Aleksandrovič Romanov rinuncia al trono firmando il manifesto fattogli avere dal politico socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij. Il fratello minore di Nikolaj non possiede ambizioni politiche e nessuna voglia di farsi carico di una situazione ampiamente compromessa. In tre soli giorni una delle dinastie più antiche del mondo crolla come un castello di carte: la fine della monarchia è salutata con manifestazioni di giubilo in tutto l’Impero. La popolazione, ignara del regime comunista successivo, festeggiava i lieti eventi, non rendendosi minimamente conto di cosa si sarebbe evoluto il bolscevismo della rivoluzione. 
Segue il diario di Nikolaj: “all’ 01:00 ho lasciato Pskov con il cuore gonfio, per tutto quello che ho dovuto subire: intorno a me c’è solo tradimento, codardia, inganno”.
L’ultimo Zar (de iure fu Michail) è costretto ora a proseguire il viaggio incerto, prigioniero sul suo stesso treno imperiale. Ci vorranno sette giorni perché possa riunirsi alla sua famiglia a Tsarskoye Selo. Nei mesi che seguono la Russia precipiterà in un bagno di sangue: una spaventosa guerra civile tra l’armata bolscevica – l’anima più radicale della rivoluzione, definita “Rossa” e “L’armata Bianca” dei restauratori controrivoluzionari. Tale spargimento di sangue- senza esclusione di colpi – si concluderà il 17 Giugno del 1923 con la vittoria dei rivoluzionari bolscevichi che fondarono l’Unione Sovietica.
Nikolaj, il discendente di Pietro il Grande e Ivan il Terribile, giunge il 9 Marzo alle ore 11:45 a Carskoe Selo – antica residenza imperiale – come un cittadino qualunque: le nuove guardie non lo riconoscono neppure.
Dopo tre secoli di dominio assoluto, la prima famiglia di Russia sparisce fra le quinte delle Storia. Nella Russia scossa dal terremoto della Rivoluzione, quest’uomo timido e schivo è ancora percepito come una grave minaccia. Nikolaj Romanov ha 49 anni, gli resterà ancora un anno da vivere, prima che la morte lo liberi definitivamente da quel ruolo e quel potere che non ha mai voluto. Prigioniero del Governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij, in seguito all’aggravarsi della situazione politica, il colonnello Romanov viene trasferito per ragioni di sicurezza in Siberia. In seguito alla Rivoluzione d’ottobre e alla salita al potere di Lenin, il Soviet degli Urali reclama i prigionieri reali come “bottino di guerra” della Rivoluzione.
A Ekaterinburg i prigionieri condividono l’abitazione con le guardie addette alla loro sorveglianza e sono sottoposti a numerose angherie. Vista l’avanzata della “Legione cecoslovacca” appartenente all’Armata Bianca controrivoluzionaria, il soviet locale dà ordine di accelerare i tempi dell’esecuzione. L’operazione viene affidata a un commissario della Čeka: questa fu un corpo di polizia politico, creato il 20 dicembre 1917 da Lenin e Feliks Edmundovič Dzeržinskij, il quale durò fino al 1922, per combattere i nemici del nuovo regime russo. Il commissario Jakov Jurovskij, organizza in gran segreto la fucilazione e il successivo occultamento dei corpi. Di fronte al diniego di numerosi čekisti, che si rifiutano di sparare sull’intera famiglia, è creato un commando composto da ex prigionieri di guerra austriaci e ungheresi, che hanno abbracciato – alcuni per paura, altri per sopravvivenza – la rivoluzione bolscevica.
Così nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, il commissario sveglia l’ex Zar e tutta la famiglia, dando l’ordine di preparare i bagagli per una partenza. I Romanov e gli altri prigionieri del seguito, sono condotti nello scantinato della casa e Jurovskij ordina di disporsi per una fotografia di notifica, dopodiché chiama il commando.
Letta una improbabile sentenza l’ex Zar di tutte le Russie viene falciato dal fuoco. L’esecuzione durò venti minuti e la scena dovette essere altrettanto pietosa: nella confusione che ne seguì, il primo a cadere fu proprio Nikolaj II; di seguito la Zarina Aleksandra Fëdorovna; poi i membri del séguito, e infine i cinque figli, Ol’ga, Tat’jana, Marija, Anastasija, Aleksej. Alcune delle figlie non morirono con i colpi delle armi da fuoco immediatamente, per via dei gioielli che avevano sotto il corpetto: furono trucidate e finite a baionettate. Jurovskij dichiarerà: «I gioielli e i diamanti cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne che, ferite e spaventate, non smettevano di dibattersi in preda al dolore e al terrore. Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore e poi finirle a colpi di baionetta».
I corpi vennero portati nel vicino bosco di Koptiakij e, dopo una previa divisione, furono bruciati a metà strada i corpi di Aleksej e Marija, mentre gli altri vennero denudati, fatti a pezzi e gettati nel pozzo di una vecchia miniera. Infine i resti furono sciolti con acido solforico e dati alle fiamme: era necessario che i controrivoluzionari non trovassero alcuna traccia dell’esecuzione avvenuta.
Nel 1990 in un bosco di betulle alla periferia di Ekaterinenburg (un tempo Sverdlovsk) i corpi vengono ritrovati in una fossa poco profonda – identificati con la tecnica forense convenzionale delle impronte genetiche -, rinvenuta in un bosco di betulle.

A sinistra, una raffigurazione “ipotetica” di come sia andata l’assassinio della famiglia Imperiale. A destra una foto del 17/07/2017 a Ekaterinburg, per la processione reale, dopo la canonizzazione del 2000.

Il 16 luglio del 1998 la famiglia zarista è inumata nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo (ex Pietrogrado) in seguito a un funerale di Stato presenziato dal presidente Boris El’cin.
Il 30 aprile 2008, in seguito alla pubblicazione dei test del DNA da parte del laboratorio statunitense, il quale aveva in esame i resti ritrovati nell’estate, vengono definitivamente identificati i corpi della granduchessa Marija e dello zarevič Aleksej. Lo stesso giorno le autorità russe comunicano ufficialmente che l’intera famiglia è stata identificata.
Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nikolaj Aleksandrovič Romanov e la sua famiglia, per il contegno da loro tenuto durante la deportazione e la prigionia, per il fatto di aver – come attestano diari e lettere ritrovati dopo la morte – concesso in nome della fede il perdono ai loro carnefici e di aver auspicato la fine della guerra civile anche davanti alla possibilità di venire salvati dall’incipiente arrivo dell’armata bianca. Nikolaj II in prigionia rifiutò, addirittura, l’offerta di fuga propostagli da una lettera anonima inviata dallo stesso Consiglio dei Soviet.
L’ex Zar giustificò il diniego con un’altra lettera nella quale sosteneva che nell’azione si sarebbe sparso troppo sangue. Un’ulteriore prova di tale rassegnazione, e che è stata determinante nei lavori del Clero ortodosso, è la lettera inviata a tutti i familiari dalla granduchessa Ol’ga, dove ella scrive: “Papà chiede a tutti (…) che non cerchino di vendicarlo (…) poiché il male che adesso domina nel mondo diventerà ancora più grande. Il male, infatti, non può sconfiggere il male, ma solo l’amore può farlo (…)”. San Nikolaj II, Imperatore martire e “grande portatore della Passione“, unitamente a santa Aleksandra, sant’Aleksej, santa Ol’ga, santa Tat’jana, santa Marija, sant’Anastasija e santa Elizaveta sono festeggiati il 17 luglio.
Lo Zar e la sua famiglia sono stati ufficialmente riabilitati dal Presidium della corte suprema russa il 01 ottobre 2008, dopo una lunga battaglia legale. La corte ha riconosciuto come illegale l’esecuzione dello Zar e della famiglia. In questo caso sarebbe previsto il risarcimento danni, ma solo per gli eredi di primo grado, che in questo caso sono defunti.
La Russia, oggi capeggiata dal leader Vladimir Vladimirovič Putin è riuscita nella mirabile operazione di realizzare quell’analisi storica necessaria per la crescita e per il bene del paese, che l’Italia ancora non ha compiuto. Tale consapevolezza storica – che rende grande un popolo – è stata dimostrata ancora con più veemenza quest’anno, dove nella data del 17 Luglio 2017 migliaia di russi hanno sfilato a Ekaterinburg per l’anniversario della esecuzione della famiglia imperiale, il 17 luglio 1918: per una memoria storica e per una dignità culturale.

Note: Per tutte le date russe uso il calendario giuliano “vecchio stile”, che, rispetto al calendario gregoriano “nuovo stile” usato in Occidente, nel XVII secolo era indietro di dieci giorni, nel XVIII di undici, nel XIX di dodici e nel XX di tredici. Quanto ai titoli, uso il russo “Zar” al posto del romano-europeo “imperatore” per la giusta connotazione slavofila. I russi sono generalmente provvisti di un nome proprio e un patronimico.

Per approfondimenti:
_Marzia Sarcinelli, L’ ultimo Zar. Nicola II, Alessandra e Rasputin – Mursia Editore;
_Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924 – Edizioni Oscar Mondadori;
_Simon Sebag Montefiore, I Romanov – Edizioni Mondadori;
_Roberto Pazzi, Cercando L’imperatore – Edizioni Bompiani.

 

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L’affermazione dello stato d’Israele e la cancellazione della Palestina

L’affermazione dello stato d’Israele e la cancellazione della Palestina

di Gabriele Rèpaci 11/07/2017

Nel 1947 gli inglesi decisero di rimettere il mandato della Palestina alla neonata ONU – succeduta alla Società delle Nazioni – e in quello stesso anno cominciarono le manovre diplomatiche per costituire una maggioranza favorevole alla costituzione di uno Stato ebraico in Palestina.
Il Segretario Generale dell’ONU incaricò della questione il Primo Comitato dell’Assemblea Generale che a sua volta decise, con 13 voti favorevoli, 11 contrari e 29 astenuti, di incaricare un Comitato Speciale di 11 membri (Australia, Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, India, Iran, Jugoslavia, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) di studiare la questione e riferire all’Assemblea per decidere il destino della Palestina. Gli 11 commissari del Comitato Speciale (UNSCOP) che non avevano nessuna conoscenza della situazione, arrivarono il 14 giugno 1947.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Trygve Lie e membri del Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) si riuniscono al Lake Success il 9 gennaio 1948 sulla questione israelo-palestinese.

Durante la loro permanenza nel paese, nel luglio 1947, due cacciatorpediniere britannici intercettarono la nave Exodus con 4.554 immigrati ebrei clandestini diretti in Palestina. I passeggeri, tranne 130, si rifiutarono di sbarcare in Francia e il governo britannico rimandò la nave in Germania. L’episodio della Exodus sollevò una grande emozione e portò l’opinione pubblica, nell’ignoranza della questione palestinese, a sposare la causa sionista e stabilì una correlazione tra il genocidio nazista degli ebrei europei e la creazione di uno Stato ebraico in Palestina.

Exodus 1947 (in ebraico Yetzi’at Eiropa Tashaz, cioè Exodus Europa 5707, dove 5707 è l’anno 1947 secondo il calendario ebraico) è il nome di una nave, anche conosciuta come President Warfield, che nel 1947 fu incaricata di trasportare gli ebrei che partivano illegalmente dall’Europa per raggiungere la biblica Terra di Israele, allora sotto il controllo britannico con l’antico nome romano di Palestina.

Gli 11 commissari dell’UNSCOP, dopo aver ascoltato l’Esecutivo Sionista che presentava una proposta di spartizione della Palestina, partirono per un giro di informazione nei campi di raccolta dei profughi ebrei in Europa.
L’UNSCOP completò il suo rapporto il 31 agosto 1947 e presentò due relazioni. La relazione di maggioranza (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) presentò un piano di “spartizione con unione economica” che divideva la Palestina in uno Stato arabo, uno Stato Ebraico e una zona internazionale di Gerusalemme sotto la giurisdizione dell’ONU. La superficie dello Stato Arabo Palestinese sarebbe dovuta essere di 4.476 miglia quadrate, pari al 42,88% del totale, e quello dello Stato Ebraico di 5.893 miglia quadrate pari al 56,47%; 68 miglia quadrate (0,65%) avrebbero costituito la zona internazionale. Lo Stato Ebraico avrebbe avuto una popolazione di 498.000 ebrei e 497.000 palestinesi , quello arabo palestinese 725.000 palestinesi e 10.000 ebrei; Gerusalemme 105.000 palestinesi e 100.000 ebrei.
La relazione di minoranza (India, Iran, Jugoslavia) presentò un “piano per lo Stato federale” che prevedeva l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme capitale che avrebbe avuto “un governo federale e due governi nazionali, uno ebraico e uno arabo”.
Per studiare il rapporto dell’UNSCOP, e per guadagnare tempo, si costituì un “Comitato ad hoc” che cominciò i suoi lavori il 25 settembre 1947 e a sua volta nominò, il 22 ottobre 1947, due “Sottocomitati”. Il primo “Sottocomitato” (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Polonia, Sudafrica, Stati Uniti, Uruguay, Russia, Venezuela) raccomandò l’adozione del Piano di spartizione proposto dall’UNSCOP con qualche piccola modifica. Il secondo “Sottocomitato” (Afghanistan, Colombia, Egitto, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Yemen) chiese invece la Costituzione dei Sottocomitati in modo che rappresentassero tendenze opposte e propose di chiedere il parere della Corte Internazionale di Giustizia prima di prendere una decisione, di risolvere la questione dei profughi ebrei lasciando loro la libertà di scegliere il luogo nel quale vivere e di formare un’assemblea costituente palestinese che garantisse i diritti umani e politici di tutti i cittadini e i diritti delle minoranze.
Il Comitato ad hoc si riunì, il 19 novembre 1947, per esaminare le relazioni dei due Sottocomitati e decise di adottare quella del primo. Infine l’Assemblea Generale si riunì il 24 novembre per discutere del rapporto del Comitato ad hoc che presentò il rapporto del Primo Sottocomitato che riprese quello del Comitato Speciale formato dal Primo Comitato dell’Assemblea Generale. Per raggiungere la maggioranza dei due terzi è stata necessaria una azione concentrata di lobby da parte dei sionisti americani, un’intensa attività dissuasiva statunitense e un energico intervento del rappresentante sovietico. Alcuni membri misero in evidenza la non titolarità dell’ONU di disporre del territorio palestinese. Altri denunciarono le minacce di ripercussioni economiche sui loro Paesi in caso contrario e le pressioni personali a cui sono stati sottoposti.
Il tentativo di dare una parvenza di legalità al costituendo Stato ebraico passò con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astensioni. Il 29 novembre l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la risoluzione 181 in cui raccomandava la spartizione del territorio della Palestina secondo il piano proposto dall’UNSCOP.
Questo piano incontrò il favore dei sionisti, ma non dei palestinesi e l’impasse diede il via alle ostilità fra le comunità. Nel maggio 1948 i britannici si ritirarono e contemporaneamente i sionisti proclamarono lo Stato di Israele; questi eventi segnarono un’escalation del conflitto, caratterizzata dallo scontro tra Israele e Stati arabi. All’inizio del 1949, Israele, uscito vittorioso dalla guerra, firmò una serie di armistizi che estero le sue frontiere ben oltre quanto previsto dal piano ONU del 1947.

Da sinistra a destra: Territori riconosciuti a Israele dall’ONU e conquiste del 48-49; mappa della distribuzione della popolazione nel 1946; David Ben Gurion legge a Tel Aviv la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio.

Il risultato del conflitto fu dunque la fine della Palestina come entità territoriale a sé: tre quarti del territorio del mandato furono occupati da Israele e la Giordania annesse la Cisgiordania, Gerusalemme Est compresa; Gaza, popolata principalmente da profughi, restò sotto il controllo egiziano. Nei successivi venti-trent’anni il conflitto israelo-palestinese fu oscurato dal più vasto conflitto arabo-israeliano, combattuto tra Israele e la coalizione di Stati guidata dall’Egitto, dove nel 1952 gli Ufficiali Liberi (al-Ḍubbāt al-Aḥrār) avevano deposto re Fārūq instaurando la Repubblica. Per i palestinesi il 1948 fu l’anno della Nakba – letteralmente “disastro” o “catastrofe” – una sconfitta che andò ben oltre la disfatta militare. Circa 700-750.000 profughi, la gran parte dei circa 1.300.000 palestinesi allora residenti in Palestina, furono costretti ad abbandonare le aree passate sotto il controllo di Israele; alcune stime hanno portato tuttavia il totale dei profughi a circa 900.000.
L’esodo del 1948-49 e le sue motivazioni hanno costituito per mezzo secolo uno dei maggiori motivi di frizione e di polemica del contenzioso arabo israeliano. Per decenni infatti le fonti israeliane e filo-israeliane, anche quella più in buona fede, hanno cercato di eludere il problema della responsabilità dello Stato ebraico sostenendo che l’esodo era stato prevalentemente, se non interamente, volontario o dettato comunque dagli incitamenti dei governi e comandi arabi, che esortavano i palestinesi a lasciar liberi i villaggi per le operazioni degli eserciti in campo, che li avrebbero comunque “riportati a casa” in breve tempo. Questa tesi è passata per lungo tempo nella percezione dei mass media e dell’opinione pubblica occidentali, puntualmente contestata dalle fonti palestinesi e dagli analisti. In anni recenti sono venute anche le opere dei cosiddetti “nuovi storici” di Israele, studiosi come Benny Morris e Ilan Pappé, i quali hanno riconosciuto e documentato la responsabilità dei sionisti in questo campo. A titolo d’esempio, proprio lo storico Benny Morris – analizzando un rapporto dei servizi di intelligence israeliani dell’epoca – ha scritto che il 55% dell’esodo va ascritto direttamente o indirettamente alle operazioni militari delle forze regolari ebraiche, un altro 15% agli attacchi dell’Irgun Zvai Leumi e della Banda Stern, un 2% all’opera di “disinformazione” ebraica e un 2% a precisi ed espliciti ordini di espulsione, in totale quindi il 74%; solo il 5% fu dovuto a ordini o appelli dei comandi e delle autorità arabe, mentre un buon 10% va ascritto a quello che Morris ha definito “la paura generale” di attacchi ebraici o di rappresaglie per attacchi arabi contro le vicine località controllate da forze ebraiche.
Questa paura è stata sistematicamente suscitata e alimentata proprio dalle azioni delle forze ebraiche, spesso con una obiettiva convergenza fra unità regolari e gruppi terroristici. Esemplare da questo punto di vista l’azione contro il villaggio di Deir Yassin alle porte di Gerusalemme, condotta il 9 aprile 1948 dall’Irgun Zvai Leumi con il concorso della Banda Stern e la acquiescenza del comando locale della Haganah; un azione che è passata alla storia per la sua crudeltà e perché, ancora prima della proclamazione dello Stato d’Israele, ebbe un ruolo determinante nel dare avvio all’esodo palestinese e nel determinare quella “paura generale” di cui parla Morris.
All’alba di quel 9 aprile due unità dell’Irgun e della Banda Stern attaccarono il villaggio, che faceva parte del territorio assegnato dall’ONU alla Zona internazionale di Gerusalemme; dopo aver facilmente neutralizzato un piccolo nucleo di resistenza locale, gli attaccanti – riferì l’ufficiale della riserva e storico militare Meir Pa’il sul giornale Yedioth Ahronoth del 4 aprile 1972 – «cominciarono a rastrellare le case. Tiravano su tutto ciò che vedevano, donne e bambini compresi. I comandanti non provarono a fermare il massacro». Alla fine i morti furono 254, in maggioranza appunto donne e bambini. L’impatto della strage sulla popolazione palestinese fu enorme; nei mesi successivi, all’arrivo delle forze sioniste il grido: «Deir Yassin, Deir Yassin», spesso rilanciato con i megafoni degli aggressori, era sufficiente a provocare vere e proprie ondate di panico e fughe di massa.

Il massacro di Deir Yassin ebbe luogo il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti sionisti appartenenti all’Irgun e alla Lehi (comunemente nota come “banda Stern”) attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin (Dayr Yāsīn, in arabo traslitterato), vicino Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti.

Ma se Deir Yassin fu l’episodio più tristemente noto, assurto a simbolo del martirio e della resistenza palestinese, non fu affatto l’unico. Ci fu ad esempio il massacro di al-Dawayima presso Hebron, nel giugno 1948 con l’uccisione – secondo il già citato professor Meir Pa’il – di almeno 50 civili, mentre fonti locali palestinesi parlano di almeno 200, e quella di Safsaf, presso Safed, il 29 ottobre 1948, dove alcune decine di uomini furono uccisi dopo essere stati catturati mentre le donne furono indotte a lasciare il villaggio. Casi emblematici furono poi quelli di Haifa e di Ramle e Lod, non semplici villaggi ma città importanti.
Ad Haifa l’attacco contro la città, condotto da forze ebraiche molto superiori agli arabi che la difendevano, fu preceduto da trasmissioni in cui si diceva: «È giunto il giorno del giudizio, oggi è tale giorno (…). In nome di Dio allontanate dai quartieri arabi le donne e i bambini». Alla mezzanotte del 22 aprile 1948 cominciò il bombardamento della città araba con i mortai mentre dalle sovrastanti pendici del Monte Carmelo venivano fatti rotolare bidoni di olio infuocato e gli altoparlanti continuavano a trasmettere avvertimenti e minacce. Migliaia di palestinesi presero così la fuga, ammassandosi nel porto, nel quartiere tedesco (controllato dagli inglesi) e stipandosi su autobus e barche che si allontanavano dalla città. A Lod (Lydda) e Ramle la popolazione fu terrorizzata con bombardamenti aerei e di artiglieria; poi, al momento dell’ingresso in città l’11 luglio furono compiute veloci scorribande intimidatorie nelle strade, accompagnate dal lancio di volantini; la mattina dopo a Lod, in risposta a sporadici tiri di cecchini, si scatenò una vera e propria caccia all’arabo con sparatorie indiscriminate che provocarono la morte di almeno 250, o forse addirittura 400, abitanti arabi. Subito dopo, nel pomeriggio del 12 luglio, iniziò l’espulsione sistematica della popolazione. Raccontò Yitzhak Rabin nelle sue memorie (pubblicate negli Stati Uniti nel 1979) che Ben Gurion seguiva le operazioni dal Quartier generale e alla domanda su cosa si dovesse fare con la popolazione araba «fece un gesto energico e conclusivo con la mano e disse: “Espellerli!”».
Così fu determinata, in tante località della Palestina, la sorte della popolazione araba. Dispersi nei campi di raccolta dei paesi confinanti, per i primi tre lustri i profughi vissero sotto il peso della Nakba, tra scoramento e frustrazione, ma illudendosi ancora di poter contare su una rivincita degli Stati arabi. Poi a metà degli anni sessanta sarebbe venuto il tempo della maturazione e della sofferta coscienza di dover contare solo sulle proprie forze e su una autonoma volontà di riscatto.
Mentre gli altri palestinesi erano rinchiusi nei campi profughi, diventavano cittadini in Giordania, restavano non cittadini nella Striscia di Gaza, i 160.000 palestinesi rimasti nel neonato Stato ebraico furono sottoposti a governo militare nel 1948. Questo regime sarebbe durato per diciotto anni e la memoria di questo periodo oscuro ha avuto un ruolo importante nella formazione dell’identità dei palestinesi che oggi vivono in Israele; portando tra l’altro a un punto di rottura le relazioni tra minoranza e maggioranza. I capi della comunità ebraica si mostrarono impreparati ad affrontare la situazione binazionale creatasi nella Palestina dopo la fine del Mandato. Erano infatti intenzionati a creare uno Stato puramente ebraico. Pur avendo accolto favorevolmente la risoluzione del 1947 sulla partizione, che comportava la creazione di uno Stato ebraico con una popolazione costituita all’incirca dallo stesso numero di ebrei e palestinesi, non si può escludere che già nel 1947, fossero convinti che la guerra e i loro piani di espulsione avrebbero pressoché azzerato la presenza palestinese. In ogni caso, a fronte di un ampio dibattito relativo a tutti gli altri aspetti della vita politica, si constata l’assenza, alla vigilia della fondazione dello Stato di Israele, di un dibattito sistematico sullo status dei palestinesi residenti in Israele.
La legalità del governo militare imposto alla minoranza palestinese nell’ottobre 1948 trovava un fondamento nei cosiddetti “regolamenti di emergenza” emanati dai britannici, nel 1945, contro le organizzazioni clandestine ebraiche.
Questi regolamenti, che conferivano ai governatori militari un potere notevole sulla popolazione sottoposta alla loro giurisdizione, diventarono uno strumento pericoloso nelle mani di governatori militari spietati, quando non sadici, tratti in genere dalle unità non combattenti e in età di pensionamento. Il loro comportamento crudele si concretizzò – in maggioranza – in angherie nei confronti della popolazione con una serie di abusi non molto dissimili da quelli cui sono in genere sottoposte le reclute. Ma il governo militare israeliano ebbe anche altri aspetti. Il suo carattere militare consentiva di perseguire la politica di confisca delle terre nel nome della “sicurezza” e “dell’interesse pubblico”.
Gli attivisti politici anche solo vagamente sospettati di aderire al nazionalismo palestinese erano tranquillamente espulsi o incarcerati.
A seguito della catastrofe del 1948, il popolo palestinese – frustrato, diviso e in larga parte disperso nei campi profughi – si ritrovò privo sia di una leadership reale che di organizzazione autonome. Il tentativo del muftì di Gerusalemme Amīn al-Ḥusaynī di formare a Gaza un sedicente “governo di tutta la Palestina” si dissolse nel nulla. La bandiera della “liberazione della Palestina” veniva agitata dai regimi arabi, e soprattutto da quelli nazional-rivoluzionari, da un lato come strumento della loro politica estera, dall’altro per tacitare le proprie masse popolari che vedevano la “sopraffazione sionista” come un affronto all’intera nazione araba.
Anche le azioni di guerriglia che periodicamente si verificavano nella “Palestina occupata” (come veniva definito lo Stato di Israele), quando non erano dovute a iniziative individuali o di singoli gruppi andavano inquadrate nella strategia dei paesi arabi confinanti e in primo luogo dell’Egitto di Nasser, cui si affiancherà la Siria all’inizio del 1963 con l’avvento al potere del Partito Baʿth; mentre la Giordania, prima con re Abdallah e poi con re Hussein, cercherà di fatto un modus vivendi con lo Stato ebraico, con il quale del resto aveva condiviso la spartizione del territorio palestinese.
Base principale delle unità di commandos era, negli anni cinquanta la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto; da lì avvenivano la maggior parte delle infiltrazioni. A questo stillicidio gli israeliani reagirono subito duramente, con spedizioni di rappresaglia al di là dei confini non solo egiziani; fra i più massicci e sanguinosi raid ricordiamo quello del 14 ottobre 1953 contro il villaggio giordano di Qibya, dove vennero uccisi 69 civili, e quello del 21 febbraio 1955 a Gaza, con l’uccisione di 38 soldati egiziani e il ferimento di altri 44, operazioni entrambe condotte da un reparto speciale denominato Unità 101 e comandato da un prominente ufficiale di nome Ariel Sharon.
L’attacco del febbraio 1955, fra l’altro, contribuì a convincere Nasser che con Israele non c’era alcuna possibilità di dialogo, mentre l’esistenza delle basi di commandos a Gaza fu tra i motivi che spinsero il governo israeliano a partecipare nell’ottobre 1956 alla sciagurata avventura coloniale franco-britannica di Suez.
Fu questo un primo momento di svolta nella vicenda della Palestina, cui allora il mondo guardava in modo occasionale e distratto. La lezione di Suez indusse Nasser ad attribuire maggior credito alla “carta palestinese”, sia come elemento di mobilitazione panaraba che come strumento di pressione per una possibile soluzione negoziata di una crisi che andava ormai al di là del contenzioso arabo-ebraico per investire gli equilibri e le egemonie a livello regionale; e dall’altro lato la seconda disfatta dopo quella del 1949, con il rapido e travolgente successo delle forze israeliane nel Sinai, convinse quei palestinesi che – con Yāsser ʿArafāt, allora presidente dell’Unione studentesca – avevano partecipato alla guerra nelle file dei “commandos” egiziani della necessità di imboccare la via di una autonoma organizzazione, senza “delegare” agli Stati arabi la causa della liberazione della Palestina. Fu comunque un processo di maturazione e organizzazione graduale, che richiese alcuni anni di gestazione.

Yāsser ʿArafāt (Il Cairo, 24 agosto 1929 – Clamart, 11 novembre 2004) è stato un politico palestinese, ed è stato un combattente, ed una figura di spicco del panorama politico mondiale

Fu necessario dunque aspettare la prima metà degli anni Sessanta perché i termini “Palestina” e “identità palestinese” tornassero a far parte del quotidiano vocabolario politico. Il 28 maggio 1964 si riunì a Gerusalemme Est il “Primo congresso nazionale palestinese”, su iniziativa della Lega degli Stati Arabi e soprattutto di Nasser, con un richiamo nel nome, ma una cesura espressa in quel “primo”, rispetto ai “congressi palestinesi” degli anni venti.
L’assise alla quale parteciparono più di 400 delegati scelti fra i notabili residenti in Giordania e nei campi della diaspora, si concluse con costituzione formale dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina – e l’adozione di quella che veniva definita la Carta nazionale palestinese. Il documento affermava che la Palestina «è la patria del popolo arabo palestinese e parte integrante della nazione araba», proclamava «nulla e senza effetto» la Dichiarazione Balfour del 1917 e «totalmente illegale» la creazione dello Stato d’Israele e indicava l’obiettivo strategico nella «liberazione di tutta la Palestina»; ma non conteneva nessun riferimento ad un futuro Stato indipendente palestinese.
Venne nominato Presidente dell’OLP Ahmad al-Shuqayrī, notabile palestinese nativo di Acri (ʿAkkā), legato all’Egitto e all’Arabia Saudita. Nel settembre successivo il vertice arabo riunito al Cairo ratificò la nascita dell’OLP, definita “supporto della entità palestinese”, e decise la creazione di un Esercito per la Liberazione della Palestina, vera e propria armata regolare articolata in brigate da inquadrare negli eserciti arabi del fronte. Da tutti questi elementi risultava chiaramente come l’OLP fosse allora una organizzazione verticistica, creata e diretta dall’alto e concepita non come un autonomo organismo di lotta, ma come strumento della politica degli Stati arabi e quindi da essi strettamente condizionata; non c’era traccia dei concetti di specifica identità nazionale palestinese e di lotta popolare di liberazione, quali sono venuti maturando dopo il trauma del giugno 1967 e il conseguente impetuoso sviluppo della Resistenza.
Quei concetti tuttavia erano già attuali anche se relegati nell’ombra, dietro le quinte della politica ufficiale, dove un gruppo di intellettuali palestinesi erano all’opera per creare una organizzazione diversa, almeno allora alternativa all’OLP e fondata sulla convinzione che artefice della liberazione dovesse essere lo stesso popolo palestinese. Era il gruppo guidato da Yāsser ʿArafāt e del quale facevano parte uomini come Fārūq al-Qaddūmī, Khaled al-Hassan, Khalīl al-Wazīr e Ṣalāḥ Khalaf, tutti destinati a costituire in futuro il vertice politico-militare dell’OLP rinnovata.
Dopo la disfatta del 1956 nel Sinai, ʿArafāt si era trasferito dal Cairo in Kuwait dove lavorava come ingegnere, e lì aveva iniziato a stabilire il collegamento con altri intellettuali e professionisti della diaspora che condividevano la sua delusione e le sue idee. Nel 1959 il gruppo diede vita alla rivista “Our Palestine” (La nostra Palestina), che riuscì ad avere una discreta diffusione e che cominciava a battere il tasto di un autonomo “nazionalismo palestinese”, dibattendo anche i problemi organizzativi del costituendo movimento di liberazione.
Negli anni fra il 1961 e il 1963 la nuova organizzazione cominciò a prendere corpo, si definirono le strutture politiche e militari e fu scelto il nome: al-Fatḥ che derivava da FTḤ, acronimo inverso dell’espressione araba Ḥarakat al-Taḥrīr al-Filasṭīnī (Movimento di Liberazione Palestinese). Al-Fatḥ si presentò sulla scena pubblica il 1 gennaio 1965, pochi mesi dopo la creazione dell’OLP, con un comunicato militare diffuso a Beirut sulla prima azione contro “il nemico sionista”: un modesto attentato, riuscito solo in parte, contro una installazione idrica ma che sarà celebrato come l’inizio della lotta armata di liberazione.
Il movimento di ʿArafāt non aveva nessun rapporto con l’OLP, anzi era del tutto inviso all’organizzazione di al-Shuqayrī e ai regimi arabi per la sua autonomia e per la sua visione della lotta palestinese, che contestava fra l’altro anche il fatto che una parte del territorio nazionale fosse sotto dominio arabo (cioè giordano ed egiziano). Ne conseguì che al-Fatḥ fu resa di fatto illegale nei paesi arabi: ʿArafāt venne arrestato in Siria e in Libano, dove resterà in carcere diversi giorni, Abu Iyad (Ṣalāḥ Khalaf) verrà incarcerato in Egitto mentre Abu Jihad (Khalīl al-Wazīr) verrà arrestato in Siria e a Gaza; e il primo “martire” della guerriglia – secondo la terminologia abituale – cadrà ucciso non dal “nemico sionista” ma dai soldati giordani al suo rientro da un’azione oltre confine. Un inizio difficile, dunque; in ogni caso gli attori erano ormai pronti, anche se non potevano sapere che di lì a poco si sarebbe alzato il sipario su un dramma ben superiore alle loro aspettative.
Conclusa la Guerra di Suez, la tensione sulla frontiera tra Siria e Israele continuò a salire a partire dal 1957. Nel 1958 Israele iniziò i lavori per la deviazione delle acque del Giordano e cercò di estendere gradualmente il controllo su una fascia di territorio lungo la frontiera con la Siria. L’esercito israeliano cominciò a sparare sui cittadini siriani che andavano a lavorare nelle loro terre nelle immediate vicinanze della linea di cessate il fuoco stabilita con gli accordi di armistizio del 1949. Man mano che i contadini siriani arretravano gli israeliani si impossessavano delle loro terre. I tentativi di resistenza vennero stroncati con la politica di “difesa attiva” e “rappresaglia preventiva”.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio 1960, le truppe israeliane attaccarono il villaggio di Tawafik e lo rasero al suolo. Nel marzo dello stesso anno altri raid israeliani in territorio siriano estesero il controllo militare israeliano sulle terre a est del lago di Tiberiade. Gli attacchi, che causarono decine di morti e feriti, proseguirono nel 1961 e 1962. L’occupazione delle zone smilitarizzate, il continuo ampliamento dei territori conquistati e i raid israeliani sempre più massicci provocarono ripetute condanne da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU tra il 1963 e il 1967.
Nel 1965 le incursioni israeliane diventarono più frequenti in Siria e Cisgiordania, con ripetuti attacchi contro le città di Qalqīlya e Jenin. Nello stesso anno al-Fatḥ intraprese la lotta armata con sporadiche azioni contro installazioni militari israeliane. All’attività di guerriglia, Israele rispose bombardando i centri abitati in Siria e in Cisgiordania. L’esercito giordano rafforzò il controllo sui campi profughi e lungo le linee del cessate il fuoco. Nonostante gli arresti di massa degli attivisti palestinesi in Giordania, le truppe israeliane intensificarono le azioni di “rappresaglia”. Un’operazione militare israeliana su vasta scala colpì nel novembre del 1966 la regione di Hebron. Tra le decine di villaggi bombardati, particolarmente colpito fu quello di As Samu’ dove vennero abbattute 125 case, la scuola e l’unica fabbrica. A partire dal maggio 1966 Israele riceverà massicce forniture di armi dagli Stati Uniti che inizialmente si aggiunsero all’armamento francese, per poi sostituirlo. La pressione israeliana sulla Siria si fece costante. Il 14 luglio 1966 l’aviazione israeliana bombardò massicciamente le istallazioni militari siriane. Il 15 luglio i caccia israeliani inseguirono quelli siriani in profondità nel loro territorio e li abbatterono. Motivo dichiarato degli scontri furono le infiltrazioni dei contadini e pastori siriani che Israele considerava “soldati camuffati”. Inoltre Israele accusava la Siria di dare rifugio ai guerriglieri palestinesi.
I bombardamenti israeliani si intensificarono nei primi mesi del 1967. Il governo siriano chiese a quello egiziano di intervenire in virtù di un accordo di difesa comune. Il governo egiziano cercò di fare pressione su Israele per limitare le azioni contro la Siria e il 22 maggio 1967, ed annunciò di voler chiudere lo stretto di Tiran, nelle acque territoriali egiziane, alla navigazione israeliana, aperto dopo la Guerra di Suez nel 1957.
Lo stretto non veniva comunque usato da navi israeliane da almeno due anni. Il 3 luglio il presidente americano Lyndon Johnson diede il via libera ad un attacco su vasta scala. Il 5 giugno i caccia israeliani distrussero a terra l’aviazione egiziana e il 7 giugno le truppe di Tel Aviv conquistarono il deserto del Sinai egiziano e raggiunsero il Canale di Suez che venne bloccato.
L’esercito egiziano, intrappolato nel Sinai venne annientato. Migliaia di prigionieri egiziani vennero uccisi e i loro corpi gettati in fosse comuni. La Siria annunciò di accettare il cessate il fuoco deliberato dal Consiglio di Sicurezza l’8 giugno. Nel pomeriggio venne bombardata Damasco. Il bombardamento della capitale siriana continuò il 9 giugno, mentre le truppe israeliane occuparono l’altopiano siriano del Golan e procedettero in direzione di Damasco. In sei giorni l’esercito di Tel Aviv conquistò quelle regioni palestinesi che erano sfuggite al suo controllo nel 1948.
Nei nuovi territori palestinesi conquistati si tentò di ripetere la grande pulizia etnica compiuta tra il 1947 e il 1949. Già il 7 giugno le truppe israeliane procedettero alla demolizione della città di Qalqīlya. Due terzi degli edifici vennero distrutti con cariche esplosive e bulldozer. Ai corrispondenti stranieri fu vietato avvicinarsi. Lo stesso mercoledì cominciò l’abbattimento di Emmaus, Yalo e Beit Nuba, tre villaggi nei dintorni di Latrun, famosa per l’omonimo monastero, vicino Gerusalemme. Gli abitanti dei tre villaggi rasi al suolo e gran parte degli abitanti di Qalqīlya vennero espulsi prima verso Ramallah poi oltre il Giordano. Il giorno dopo, giovedì 8 giugno, i bulldozer iniziarono la distruzione di Beit Sura. L’opera di distruzione durò fino al 27 giugno. Tutto il territorio venne dichiarato zona militare chiusa. Altre cittadine subirono la stessa sorte, lo stesso giorno 8 giugno: Beit Mersin e Beit Awa. La zona di Gerusalemme fu la più colpita e la stessa Città Santa non sfuggì all’opera di cancellazione del paesaggio storico palestinese. Parte del centro storico di Gerusalemme venne distrutto. Il 17 giugno alle quattro del mattino le truppe israeliane circondarono il popolare quartiere Haret il-Maghrebe (dei Marocchini) a ridosso della Spianata delle Moschee e ordinando agli abitanti di andarsene. I bulldozer cominciarono a demolire le case mezz’ora dopo.
Seimila abitanti vennero cacciati via. Oggi al posti dell’antico quartiere c’è una piazza in cui è vietato l’ingresso ai palestinesi. Lo stesso giorno, il 17 giugno 1967, vennero espulsi gli abitanti del quartiere Haret il-Yahud (dei Giudei).
Anche in altre zone l’esercito conquistatore procedette alla distruzione dei centri abitati e all’espulsione degli abitanti. Alcuni paesi nella regione di Hebron vennero evacuati e il villaggio di Sufir subì distruzioni. Il 13 giugno 1967 il generale Herzog, comandante militare della Cisgiordania appena occupata, informò la stampa che l’esercito israeliano aveva organizzato “un servizio autobus per trasportare gli arabi in Transgiordania”.
Se da una parte questo era vero, dall’altro era vero anche che l’aviazione israeliana continuò a bombardare le colonne dei profughi con il napalm.
La distruzione dei centri abitati, anche con bombardamenti al napalm, proseguì a guerra finita per tutto il 1967, ma già entro la fine di giugno la nuova versione della pulizia etnica aveva prodotto centinaia di migliaia di nuovi profughi.
In un mese le truppe israeliane avevano considerevolmente diminuito il numero degli abitanti della Cisgiordania. Anche la Striscia di Gaza fu teatro di espulsioni di massa. Decine di migliaia di abitanti, già profughi del 1948, vennero scortati fino al Canale di Suez. Stessa sorte toccò agli abitanti della regione siriana occupata. I centri abitati furono quasi tutti distrutti e gli abitanti espulsi. Poche migliaia della minoranza drusa siriana del Golan verranno risparmiate.
I profughi siriani furono di 117.000. I nuovi profughi palestinesi, cacciati al di là dei confini della Palestina mandataria furono, secondo lo storico Nur Masalha, circa 320.000. Una cifra destinata a crescere per la metodica pressione israeliana ad allontanare la popolazione.
La Guerra dei sei giorni mise in evidenza la fragilità degli Stati arabi e l’incapacità dei governi nel difendere i propri paesi. La perdita di prestigio dei regimi nazionalisti di ispirazione panaraba si rifletté sull’OLP ma nel frattempo accelerò, presso i palestinesi, la crescita di un movimento di protesta che venne assunto dai nuovi movimenti di guerriglia. Il fenomeno assunse dimensioni di massa soprattutto in Giordania, dove ai palestinesi rifugiati sin dal 1948, se ne aggiunsero altre centinaia di migliaia espulsi dalla Cisgiordania occupata dagli israeliani. La crisi dell’OLP emerse nel dicembre 1967 con le dimissioni di Ahmad al-Shuqayrī a cui succedette Yahya Hammuda, il comandante dell’armata dell’Organizzazione. Alla IV sessione del CNP (Consiglio Nazionale Palestinese) riunitosi al Cairo nel luglio 1968 parteciparono per la prima volta come membri effettivi, esponenti dei gruppi di guerriglia (al-Fatḥ, As-Sa’iqa, FPLP). Nel febbraio 1969 (V sessione) venne eletto a presidente del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione Yāsser ʿArafāt capo di al-Fatḥ, il gruppo maggioritario che impresse all’OLP un radicale cambiamento rendendola più autonoma e trasformandola in una “cornice” delle formazioni combattenti. Venne inoltre rivista la Carta Costituzionale approvata nel 1964.

La carta ci mostra dapprima la situazione nel 1967 che vedeva Israele raggiungere la sua massima espansione attraverso le offensive del Sinai, della Cisgiordania e del Golan. Nella seconda parte viene illustrata la sistemazione prevista dal piano Allon che prevedeva la restituzione dei territori occupati ad eccezione di Gerusalemme Est e di alcune zone strategiche. La terza parte evidenzia la restituzione della penisola del Sinai all’Egitto da parte israeliana nell’ambito dell’accordo di pace tra i due paesi. Estratto dalla rivista geopolitica di Limes (Le carte a colori di Limes 5/07 La Palestina impossibile).

Tra il 1969 e il 1970 la guerriglia si trovava al suo culmine. Dalle basi in Giordania e in Libano i fida’iyyn (combattenti) compirono incursioni in Palestina scontrandosi con l’esercito d’occupazione. L’aviazione israeliana bombardò incessantemente il Libano e la Giordania spingendo i governi dei due paesi a cercare di limitare le attività della resistenza. Gli scontri con gli eserciti libanese e giordano aumentarono. Ma l’esistenza in Libano di un sistema multi-partitico, di partiti democratici e organizzazioni di massa spinse il governo a firmare nel 1969 un accordo con la guerriglia (detto Accordo del Cairo) col quale venne legalizzata l’attività politica e armata palestinese.

L’attività di al-Fatḥ e FPLP, i due gruppi armati più consistenti, minacciava tutto l’equilibrio regionale che aveva al centro la stabilità della Giordania da cui dipendeva la supremazia israeliana.
In Giordania il movimento della guerriglia giunse nel 1970 ad uno scontro con il regime monarchico. La scintilla venne accesa dal triplice dirottamento di aerei civili effettuato da guerriglieri del FPLP. L’esercito bombardò e poi occupò le città e i campi profughi causando decine di migliaia di vittime in quello che sarà poi ricordato come Settembre nero. Con la mediazione di Nasser, venne firmato un accordo al Cairo fra ʿArafāt e re Hussein, il base al quale cessarono i combattimenti e i palestinesi armati si ritirarono dai centri abitati e si radunarono nella valle del Giordano. Nonostante l’accordo la repressione continuò e nel luglio del 1971 l’esercito giordano occupò definitivamente le basi dei fida’iyyn, ormai isolati e lontani dai centri abitati. I dirigenti della guerriglia si trasferirono in Libano dove negli anni Settanta concentrarono la loro attività politica e militare.
In Libano, oltre che con l’intervento israeliano quasi quotidiano nel sud del paese, l’OLP dovrà presto misurarsi con le milizie della destra libanese. Il Partito Falangista Libanese (al-Katā’eb al-Lubnāniyya) guidato da Pierre Gemayel, il Partito Nazionale Liberale (Numūr al-aḥrār) guidato da Camille Chamoun e il Movimento Marada (Tayyār Al-Marada) del Presidente della Repubblica Suleiman Frangieh con il suo quartier generale nella località settentrionale di Zghorta formarono milizie armate col proposito di disarmare i palestinesi. Anche la sinistra libanese guidata dal leader druso Kamal Jumblatt, solidale con i palestinesi, si armò. La «Sarajevo» della guerra civile libanese fu un incidente verificatosi a Ain Rummaneh, un quartiere cristiano di Beirut, il 13 aprile del 1975. Alcuni sconosciuti aprirono il fuoco durante una funzione religiosa a cui stava assistendo il leader delle Falangi, Pierre Gemayel, uccidendo la sua guardia del corpo ed altri due uomini. I miliziani maroniti, come rappresaglia, attaccarono un autobus palestinese di passaggio, massacrando 28 passeggeri, per la maggior parte fida’iyyn palestinesi di ritorno da una parata militare. Rappresaglia dopo rappresaglia la violenza si allargò a tutto il paese per lasciare sul terreno, soltanto nel primo anno e mezzo del conflitto, più di 30.000 morti, 200.000 feriti e 600.000 rifugiati.
La prima fase del conflitto, segnata da stragi di popolazioni inermi (la più atroce fu quella degli abitanti del campo profughi di Tel al-Zaʿtar il 12 agosto 1976) si concluse dopo l’intervento siriano nel 1976, lasciando il paese diviso in zone controllate da milizie armate antagoniste che ad intervalli più o meno lunghi ripresero le ostilità.
Con il perdurare di una situazione di conflittualità permanente e con la scomparsa delle strutture dello Stato, i partiti cedettero il terreno dell’azione politica alle milizie armate che mano a mano diventarono sempre più mono-confessionali. Lo scontro assunse una dimensione confessionale e la lotta fra le classi sociali sembrava passare in secondo piano mentre lo Stato israeliano continuava a bombardare il paese. Gli accordi di Camp David fra Egitto e Israele, firmati il 17 settembre 1978, neutralizzarono l’esercito egiziano e permisero all’esercito israeliano di intensificare le sue attività belliche sugli altri fronti. I raid aerei contro il Libano si susseguirono sempre più intensi. Il 12 marzo 1978, le truppe israeliane invasero il Libano meridionale. In quattro giorni di ininterrotti bombardamenti l’aviazione israeliana uccise oltre 700 persone. Il 29 novembre le truppe israeliane tornarono a occupare il Libano meridionale. Il 26 aprile 1981 l’esercito israeliano si ritirò dal Sinai egiziano. Il 7 giugno Israele bombardò il reattore nucleare di Osiraq, alle porte di Baghdad. Il 17 luglio, un bombardamento aereo israeliano più violento del solito uccise 300 persone a Beirut.
In luglio si raggiunse un accordo di cessate il fuoco tra l’OLP e il governo israeliano. Per undici mesi il confine restò tranquillo, tranne che in due occasioni di bombardamenti israeliani a cui i gruppi armati palestinesi e della sinistra libanese non risposero. Il 14 dicembre 1981 il governo israeliano annetté “giuridicamente” il Golan.
Il 3 giugno del 1982 un gruppo di guerriglieri palestinesi sparò, appena fuori dall’Hotel Dorchester di Londra, all’ambasciatore israeliano Shlomo Argov, ferendolo gravemente. Nonostante gli attentatori facessero parte della fazione di Abū Niḍāl, nemica giurata dell’OLP e considerata da molti un gruppo semi-mercenario, il 4 giugno Israele decise di invadere il Libano per sradicare dal paese l’organizzazione guidata da Yāsser ʿArafāt.
In 8 giorni l’esercito israeliano giunse alle porte di Beirut. Dal 5 giugno in poi tutti i principali campi profughi nel sud del Libano vennero sottoposti a incessanti bombardamenti da terra, dal cielo e dal mare. L’intenzione di Tel Aviv sembrava quella di radere al suolo i campi rendendoli permanentemente inabitabili. Nell’opera di annientamento dei palestinesi, Israele poteva contare sul volenteroso incoraggiamento maronita.
Poco tempo dopo, di fronte alla Knesset, l’allora Primo ministro israeliano Menachem Begin difenderà i massicci attacchi contro la popolazione civile: «Da quando in qua la popolazione civile del Libano meridionale è diventata “per bene”?», chiese con sarcasmo. «Neanche per un istante ho dubitato che la popolazione civile meritasse quella punizione» affermerà Begin. I prigionieri palestinesi vennero costretti a restare per lunghissime giornate, legati e bendati, sotto il sole cocente, senza ne cibo né acqua, spesso picchiati e costretti a soddisfare i loro bisogni corporali lì dove si trovavano. Molti di loro vennero condotti in Israele per essere incarcerati, stipati in camion o autobus sotto i colpi e gli insulti delle guardie, quando non vennero intrappolati a gruppi in reti e con queste trasportati, così appesi, dagli elicotteri.
In 8 giorni l’esercito israeliano giunse alle porte di Beirut. A fine del mese si contarono 30.000 libanesi e palestinesi uccisi. Oltre la metà erano bambini di 13 anni. Dopo aver distrutto le città e i campi profughi del Libano meridionale, le truppe israeliane entrarono a Beirut Est controllata dalle milizie falangiste addestrate e armate da Tel Aviv e posero d’assedio Beirut Ovest. Dopo 77 giorni di intensi bombardamenti si raggiunse un accordo per l’evacuazione dei combattenti palestinesi dalla città sotto il controllo di una forza multinazionale che giunse a Beirut il 21 agosto. Il 1 settembre ebbe termine l’evacuazione dei combattenti palestinesi, il 13 si ritirò in anticipo sui tempi previsti la forza multinazionale che avrebbe dovuto garantire la protezione delle popolazioni civili dopo l’evacuazione dei combattenti palestinesi, il 14 venne ucciso Bashir Gemayel (capo delle milizie falangiste posto a presidente della repubblica il 23 agosto), che verrà sostituito dal fratello Amin.

Da sinistra a destra. Menachem Wolfovitch Begin (Brest-Litovsk, 16 agosto 1913 – Tel Aviv, 9 marzo 1992) è stato un politico israeliano, Primo ministro di Israele dal 1977 al 1983. Fu insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1978. Shlomo Argov (dicembre 1929 – 23 febbraio 2003) è stato un diplomatico israeliano. Era l’ambasciatore israeliano nel Regno Unito, il cui tentato assassinio ha portato alla guerra del Libano del 1982. Bashir Gemayel (Beirut, 10 novembre 1947 – Beirut, 14 settembre 1982) è stato un politico libanese.

L’assassinio di Bashir Gemayel ebbe come conseguenza immediata la tristemente nota carneficina di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila, organizzata dal capo dei servizi segreti falangisti Elie Hobeika, con la complicità degli israeliani. A poche ore dalla morte di Bashir, il 15 settembre 1982, Sharon, rompendo l’accordo stipulato con il diplomatico statunitense Philip Habib, fece entrare il suo esercito a Beirut Ovest, occupandola completamente in 24 ore. Per giustificare un simile gesto l’allora ministro della difesa israeliano affermò che ʿArafāt aveva lasciato dietro di sé 2.000 combattenti palestinesi che si nascondevano nei campi di Sabra e Chatila. Alle 6.00 del pomeriggio del 16 settembre, Amir Drori, capo del Comando Settentrionale Israeliano, autorizzò le milizie di Hobeika ad entrare nei campi per cercare i guerriglieri. L’eccidio di civili inermi iniziò immediatamente e andò avanti per tutta la notte, per il giorno dopo e la notte successiva: la carneficina non si fermerà prima delle 8.00 del mattino del 18 settembre. Circa un migliaio tra uomini, donne e bambini vennero brutalmente massacrati. Per tutte le quaranta ore dello sterminio le truppe israeliane fecero cordone intorno ai campi, e durante la notte lanciarono bengala affinché nei campi così illuminati i falangisti potessero proseguire il loro “lavoro”.
Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo «un atto di genocidio» (risoluzione 37/123, sezione D). La definizione fu approvata con 123 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun contrario.
Con la partenza dei combattenti palestinesi da Beirut e la loro dispersione in otto paesi arabi, l’OLP, il cui gruppo dirigente si era installato a Tunisi, perdette la sua ultima base territoriale ai confini con la Palestina. La decisione di lasciare Beirut e lo sgomento seguito ai massacri di Sabra e Chatila portarono a una scissione in seno ad al-Fatḥ. Le divergenze degenerarono spesso in scontri armati fra i miliziani di al-Fatḥ dislocati nella valle della Beqāʿ e quelli nel nord del Libano.
ʿArafāt tornò a Tripoli che venne assediata dalle forze dei dissidenti di al-Fatḥ e dalle truppe siriane. L’assedio terminò con la partenza di ʿArafāt e dei combattenti a lui fedeli a bordo di due navi dirette nello Yemen (dicembre 1983). Sulla via per lo Yemen, ʿArafāt si fermò in Egitto e incontrò il presidente egiziano Mubārak. L’incontro sollevò molte polemiche perché ruppe l’isolamento politico imposto all’Egitto dalla Lega degli Stati Arabi dopo gli accordi di pace separata con Israele. Le divergenze fra le principali componenti dell’OLP (al-Fatḥ, FPLP, FDLP) sorte dopo gli scontri di Tripoli e la rottura con la Siria, si acutizzarono e raggiunsero il loro culmine dopo la firma “dell’intesa giordano-palestinese” in base alla quale l’OLP avrebbe optato per una confederazione giordano-palestinese nell’eventualità di un ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati nel 1967.
Alla XVII sessione del CNP ad Amman nel novembre 1984 parteciparono i delegati di al-Fatḥ ma non quelli del FPLP e del FDLP. La crisi accennava a istituzionalizzarsi nel marzo 1985 con la creazione del “Fronte di salvezza palestinese” a cui parteciparono i dissidenti di al-Fatḥ e i piccoli gruppi con sede a Damasco e a cui si aggiunse poi il FPLP. Anche il FDLP e il PC palestinese, che proprio in quegli anni cominciava a raccogliere consensi, erano contrari all’accordo con la Giordania ma restarono fuori dal “Fronte di salvezza”. La creazione del “Fronte di salvezza” non avrà conseguenze pratiche. L’attacco ai campi profughi palestinesi da parte delle milizie di Amal, che tentarono di estendere il loro controllo all’intero settore ovest di Beirut, e l’abrogazione dell’accordo giordano-palestinese da parte di re Hussein nel febbraio 1986 posero fine alla questione. Ma l’OLP dopo il 1982 aveva già cambiato fisionomia. Avendo cambiato obiettivi e perso la base territoriale delle proprie milizie, alla dirigenza dell’OLP restava solo la gestione del Fondo Nazionale Palestinese che era diventato fonte di sostentamento per migliaia di militanti che vivevano alla giornata in campi allestiti nei vari paesi arabi o in giro per il mondo. In esilio, lontana da qualsiasi comunità palestinese, la dirigenza dell’OLP che si identificava con quella di al-Fatḥ, verrà colta di sorpresa dallo scoppio di quella che passerà alla storia come la Prima Intifada.
Fin dai primi giorni dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza (giugno 1967), la resistenza assunse delle modalità scaturite dall’esperienza della lotta di massa, fra le due guerre mondiali, contro l’occupazione inglese. Ma nella coscienza politica palestinese vi era un dato nuovo, emerso dopo la Nakba e si trattava della consapevolezza della minaccia all’esistenza stessa della società e dell’identità dei Territori Occupati. Tanto più che al momento dell’occupazione le truppe israeliane tentarono di ripetere la cacciata della popolazione dai territori.

La prima intifada (anche semplicemente “intifada”, che in arabo significa “rivolta”) fu una sollevazione palestinese di massa contro il dominio israeliano che iniziò nel campo profughi di Jabaliya nel 1987 e presto si estese attraverso Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Cominciò la creazione di insediamenti per coloni nei territori appena conquistati. A tale scopo vennero requisite le terre coltivate e sequestrate le fonti d’acqua. La colonizzazione israeliana era accompagnata da una repressione politica ed economica sistematica: i palestinesi assistettero ad una riedizione del processo di trasformazione della Palestina. Fu così che si sviluppò una forma di resistenza passiva che si riassunse nel termine sumud col quale si indicava la volontà di restare aggrappati alla propria terra a qualsiasi costo. Era soprattutto nel consolidarsi del sumud, divenuto con gli anni base di una nuova coscienza nazionale, nell’accumulo di esperienze nell’affrontare l’operato del sistema di occupazione, tendente ad espropriare i palestinesi nel loro paese e nell’intollerabilità delle condizioni di vita imposte, che andavano individuati i motivi principali dell’esplodere dell’Intifada o “insurrezione”. L’esperienza del sumud era ben diversa da quella della guerriglia che ha contraddistinto l’azione politica e militare dei palestinesi della diaspora.
La scintilla che fece esplodere il malcontento – a lungo covato nei confronti della nuova occupazione – fu un incidente automobilistico avvenuto l’8 dicembre 1987. Un veicolo militare israeliano investì nella Striscia di Gaza, una macchina ferma ad un distributore di benzina con a bordo quattro lavoratori palestinesi del campo profughi di Jabālyā. Quattro passeggeri rimasero uccisi, altri feriti.
Migliaia di palestinesi, nei giorni seguenti, scesero nelle strade per protestare. Durante i funerali delle vittime, nel campo di Jabālyā, dove 60.000 palestinesi vivevano in condizioni di totale povertà in un agglomerato che già aveva subito gli attacchi brutali dell’esercito israeliano durante le sommosse del 1971, la situazione si infiammò immediatamente, anche grazie al diffondersi di una voce secondo la quale l’incidente era stato, in realtà, un deliberato atto di vendetta per la morte di un israeliano, pugnalato due giorni prima a Gaza. Già la stessa notte una postazione dell’esercito di occupazione israeliano venne presa a sassate e un palestinese venne ucciso. Il giorno dopo cominciarono i primi scioperi e manifestazioni e l’esercito israeliano sparò sulla folla uccidendo alcuni manifestanti . La rivolta si allargò a macchia d’olio in tutti i Territori Occupati. I manifestanti affrontarono l’esercito israeliano armati di pietre, fionde e molotov: ebbe così inizio l’insurrezione popolare, conosciuta dal mondo con il nome arabo di Intifada.
Non passò molto tempo che la rivolta, scoppiata in modo spontaneo, venne inquadrata in un sistema segreto di organizzazione e coordinamento. Già dai primi anni ’80 esisteva nei Territori un’organizzazione denominata “struttura popolare”: questa era formata da una rete di “comitati popolari” (modellati sui “comitati nazionali” del 1936 eletti direttamente dagli abitanti del villaggio o del quartiere cittadino) che detenevano una grande libertà d’azione a livello locale e che si occupavano dei vari aspetti della vita civile palestinese colmando il vuoto lasciato dall’amministrazione israeliana, la quale si sarebbe dovuta occupare di fornire servizi e strutture alla popolazione civile dei Territori Occupati.
Alla fine del dicembre 1987, però venne creato, nella clandestinità, un “Comando Nazionale Unificato” (CNU) allo scopo di coordinare il movimento e i vari “comitati popolari” e dare indicazioni generali d’azione.
Inizialmente composto dall’avanguardia politica locale, in seguito il controllo del CNU (Comitato nazionale unificato), venne assunto dal comitato esecutivo dell’OLP (L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina), attraverso i rappresentanti delle sue maggiori componenti. Dal gennaio 1988, il CNU emise dei “comunicati”, numerosi volantini e documenti contenenti istruzioni riguardanti le diverse attività di protesta che andavano dagli scioperi generali alle manifestazioni. Pamphlet, giornali e manuali dell’Intifada vennero pubblicati contenenti analisi di carattere generale dell’occupazione ma anche istruzioni precise su obiettivi e modalità della rivolta. Il primo comunicato clandestino del CNU venne distribuito nei Territori Occupati il 4 gennaio 1988 e proclamò uno sciopero generale. La struttura organizzativa era quindi una piramide il cui vertice era costituito dal “Comando Nazionale Unificato” e alla cui base si trovavano invece diverse organizzazioni e sindacati. Questi però ad un certo punto non si rivelarono efficaci alla conduzione operativa della rivolta (anche se il sindacato acquisì un ruolo sicuramente significativo nel regolare ed organizzare la forza lavoro) e vennero così formati dei “comitati di base” che mantennero un costante collegamento con il CNU. La composizione fluida di questo sistema coordinativo ostacolava i servizi segreti israeliani nel tenerli sotto controllo e nell’infiltrare agenti. Per la prima volta i palestinesi presero in mano il proprio destino senza consultare la direzione dell’OLP a Tunisi, che però non si fece attendere per molto: l’OLP, infatti, cercò di guadagnare un suo ruolo già nel gennaio 1988.
Il punto di forza era rappresentato dai “comitati popolari” che permisero a tutta la struttura organizzativa di penetrare in modo capillare, raggiungere e coinvolgere i palestinesi di tutte le comunità e villaggi. Per questo la rivolta riuscì a mantenere la sua efficacia e forza finché rimase in piedi la struttura decentrata dei “comitati” con un CNU che svolgeva un ruolo di moderatore, fino alla fine del 1988. Con il tempo, però, si verificò un declino dell’iniziativa locale, un rafforzamento delle spinte centralizzatrici e una crescita di autorità del CNU che, a metà della rivolta, era formato da giovani docenti universitari, studenti radicali ed ex politici. Questa trasformazione indebolì senza dubbio la rivolta poiché venne a diminuire il pieno coinvolgimento della base popolare, cuore e anima della Prima Intifada. Con l’Intifada nacque Hamas, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (Movimento Islamico di Resistenza), emanazione dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani.
La leadership era formata da giovani universitari, per la maggior parte provenienti dai campi profughi, rappresentanti una nuova realtà nella società palestinese. Hamas cominciò ad emergere come possibile alternativa all’OLP agli inizi degli anni ’90, grazie al suo intenso lavoro sociale attraverso associazioni caritatevoli, istituti educativi laici e religiosi e una rete di moschee.

Nella foto a sinistra: Paesi (in verde scuro) che riconoscono lo Stato della Palestina Nella foto di destra: Manifestazione a favore di Ḥamās a Betlemme

Le prime misure adottate dal governo israeliano per sedare la rivolta consistettero nell’espulsione di alcuni leader. I servizi segreti interni (Shin Bet) diedero la caccia ai dirigenti clandestini dell’Intifada, ma il movimento popolare riuscì a far emergere nuove figure. La repressione non fece altro che aumentare la partecipazione e l’intensità dell’Intifada. I palestinesi riuscirono con mezzi primitivi a mettere in crisi l’apparato militare israeliano: così Rabin, con l’inizio del 1988, mise in atto una politica ancora più dura e repressiva di quella già fino ad allora portata avanti. Iniziò allora un periodo cupo durante il quale l’esercito perdette ogni freno: gli abusi e gli eccessi di brutalità, che comunque non erano mancati nel passato, contro la popolazione civile si moltiplicarono. Già alla fine del 1990 si contarono 1.025 vittime, più di 37.000 feriti e quasi 40.000 arrestati. La risposta israeliana alle manifestazioni era caratterizzata da un’estrema durezza: da ambo le parti fu una lotta senza quartiere. Il 30 ottobre 1991, a Madrid, si riunì una “Conferenza Internazionale per la Pace in Medio Oriente”. La Conferenza, seguita alla Prima guerra statunitense contro l’Iraq, era stata proceduta da svariati atti preliminari.
Nel maggio 1989, Yāsser ʿArafāt, presidente dell’OLP e leader di al-Fatḥ aveva dichiarato “decaduta” la Carta dell’OLP (quella elaborata nel 1964 e rivista nel 1968). Negli ultimi mesi del 1989 e nei primi del 1990 l’emigrazione di ebrei sovietici verso Israele, conobbe un’accelerazione senza precedenti e nell’ottobre 1991 l’Unione Sovietica ristabilì le relazioni diplomatiche con Israele, interrotte nel 1967. Nel gennaio del 1991 erano stati assassinati a Tunisi tre capi di al-Fatḥ. Dei 15 fondatori del movimento rimanevano in vita Yāsser ʿArafāt e l’inoffensivo Fārūq al-Qaddūmī, formalmente capo del Dipartimento politico, ma nei fatti privo di qualsiasi potere contrattuale.
L’OLP non era formalmente ammessa alla Conferenza, ma partecipava ai lavori una folta delegazione di palestinesi emersi negli anni dell’Intifada come leader popolari ben accetti alla dirigenza dell’OLP a Tunisi. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, i negoziati proseguirono a Washington, ma si interruppero dopo l’espulsione di 415 attivisti palestinesi decisa dal governo Rabin nel dicembre 1992. Il 13 luglio 1993 il capo dell’OLP, Yāsser ʿArafāt, firmò una lettera indirizzata al capo del governo israeliano, Yitzhak Rabin, in cui si impegnava a “rinunciare al terrorismo” e a “riconoscere lo Stato d’Israele”. Il 13 settembre 1993 L’OLP e Israele firmarono alla Casa Bianca una “Dichiarazione di principi”, in seguito nota come “Oslo I”, che avrebbe dovuto portare a un “autogoverno dei palestinesi”. Il 1994 si aprì all’insegna del proseguimento dei massacri dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo, ufficialmente chiamati Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim o Dichiarazione di Principi (DOP), sono una serie di accordi politici conclusi a Oslo (Norvegia) il 20 agosto 1993.

Il 25 febbraio il colono Baruch Goldstein irruppe nella Moschea d’Abramo a Hebron e uccise 29 fedeli in preghiera. Proseguirono le trattative fra l’OLP e il governo Rabin. Pochi giorni dopo verranno firmati accordi riguardanti questioni economiche (Parigi, 29 febbraio 1994), sulle modalità di applicazione della “Dichiarazione dei principi” (Il Cairo, 4 maggio 1994), sull’estensione del regime dell’autonomia alla Cisgiordania (Washington, 28 settembre 1995), in seguito noto come “Oslo II”.
Nell’ottobre 1994 Israele e Giordania firmarono un trattato di pace. Il 4 novembre 1995 venne ucciso – da un colono estremista – il presidente israeliano Yitzhak Rabin.
Punto centrale degli accordi era la creazione di un’Autorità Nazionale Palestinese con corpi di polizia e servizi di informazione ai quali venne ben presto chiesto di partecipare alla repressione. Già nell’aprile 1995 la polizia palestinese, presente allora solo a Gaza, arrestò 170 presunti “simpatizzanti di Hamas”, mentre il governo diede una forte accelerazione alla politica degli “omicidi mirati” uccidendo Yaḥyā ʿAyyāsh, leader di Hamas. Il 20 gennaio 1996 si organizzarono le elezioni vinte da al-Fatḥ che ottenne l’80% dei seggi del “Consiglio Legislativo”. ʿArafāt venne eletto “Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese”.
La creazione dell’ANP non fermò la continua erosione del territorio palestinese con la creazione di nuovi insediamenti per coloni israeliani. Il 27 settembre 1996 l’apertura di un tunnel sotto la collina della Spianata delle Moschee divenne motivo di una protesta popolare. La polizia israeliana sparò sui manifestanti e uccise 44 persone, mentre circa 700 rimasero ferite. Il 25 febbraio 1997 cominciarono i lavori di costruzione di un grande insediamento a Gerusalemme Est, in violazione degli stessi accordi di Oslo, mentre gli Stati Uniti posero il veto a una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il 14 maggio 1998, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele, l’IDF sparò sui manifestanti palestinesi, ne uccise 9 e ne ferì 200. Il mese dopo il governo israeliano approvò un piano per l’ampliamento del territorio di Gerusalemme. In ottobre l’ANP firmò a Wye River un nuovo accordo in cui si impegnava a “reprimere i gruppi ostili alla pace”.
Il 28 settembre 2000, il capo del Likud, il generale Ariel Sharon, si recò sulla Spianata delle Moschee accompagnato da centinaia di poliziotti. Le manifestazioni di protesta che esplosero spontaneamente a Gerusalemme vennero represse secondo le solite modalità: la polizia sparò sui manifestanti, ne uccise 7 e ne ferì 250. La protesta popolare ben presto dilagò dando inizio a un nuovo periodo di forte mobilitazione popolare che verrà in seguito definito come Seconda Intifada o Intifada di al-Aqṣā. Ben presto i moti popolari cedettero il passo all’azione di gruppi armati. Infatti, in base agli accordi di Oslo erano stati introdotti nei Territori Occupati ingenti quantità di armi e di uomini armati provenienti dall’estero, all’evidente scopo di spostare sul terreno militare lo scontro tra il disarmato e pacifico movimento di resistenza popolare palestinese e l’esercito di occupazione israeliano.
La repressione dei moti popolari dell’ottobre 2000, proseguì con uso massiccio di armi pesanti. Nel febbraio 2001, il generale Sharon sostituì Ehud Barak alla guida del governo israeliano. I raid con elicotteri da guerra israeliani si intensificarono e alla fine di marzo l’esercito israeliano invase le zone assegnate alla polizia palestinese secondo gli accordi di Oslo. Da parte palestinese, continuarono gli attentati su tutto il territorio israeliano. 
In aprile le vittime civili palestinesi della Seconda Intifada salirono a 400. Il 18 maggio, un attentatore suicida palestinese si fece esplodere in un supermercato uccidendo cinque soldati israeliani. Pochi minuti dopo l’attentato i caccia F16 israeliani bombardarono le città di Ramallah, Nāblus e Ṭūlkarem causando decine di morti. In luglio vennero creati dieci nuovi insediamenti israeliani nei Territori Occupati.
Il 29 agosto venne ucciso a Ramallah Abū ʿAlī Muṣṭafā, leader del FPLP (Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), con due missili lanciati dall’esercito israeliano. Per tutta risposta il 17 ottobre un commando del FPLP uccise il ministro israeliano Rehavam Ze’evi. Il 18 l’aviazione israeliana bombardò le sei città affidate all’ANP nei Territori Occupati uccidendo 40 civili palestinesi. In dicembre i caccia F16 bombardarono l’ufficio del capo dell’ANP ʿArafāt a Gaza accusato di “non fare abbastanza per combattere il terrorismo”. ʿArafāt venne confinato nel suo ufficio a Ramallah sotto assedio israeliano. Il 16 gennaio 2002, la polizia dell’ANP arrestò il nuovo leader del FPLP Ahmad Saʿdāt.
Si alternarono attentati suicidi palestinesi a bombardamenti e omicidi mirati israeliani. In aprile l’esercito israeliano occupò di nuovo la città di Betlemme, Qalqīlya e Ṭūlkarem, precedentemente consegnate all’ANP.
Alla fine di marzo del 2002 Israele lanciò, colpendo aree residenziali, la più grande offensiva militare dai tempi dell’inizio dell’Occupazione della Cisgiordania nel 1967. Chiamata Operazione “Scudo difensivo”, l’invasione di città palestinesi raggiunse livelli incredibili di violenza nei confronti della popolazione civile, la distruzione di edifici e infrastrutture governative, l’incendio di numerosi negozi, centri e attività commerciali, danni incommensurabili al patrimonio culturale e distruzioni di infrastrutture civili. L’esercito israeliano tagliò acqua ed elettricità dalla maggior parte delle aree e impose pesanti coprifuoco sugli abitanti della città. Tutte le città palestinesi e il loro tessuto sociale ed economico hanno subito un livello incomparabile di violenza e distruzione, ma la parte più grave dell’Operazione “Scudo difensivo” è stata condotta nel campo profughi di Jenin, la cui invasione è stata etichettata da tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani come “crimine di guerra”.

Frammento fotografico dell’operazione “scudo difensivo”. L’operazione è stata una grande operazione militare condotta dalle Forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda intifada. È stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la guerra dei sei giorni del 1967. L’obiettivo dichiarato era quello di porre fine all’ondata di attacchi terroristici palestinesi. Il casus belli fu l’attentato suicida avvenuto il 27 marzo al Park Hotel a Netanya; un attentatore palestinese si fece esplodere, uccidendo 30 persone e ferendone altre 140.

L’offensiva ha avuto inizio con l’attacco al quartier generale di Yāsser ʿArafāt a Ramallah. L’esercito entrò a Betlemme, Ṭūlkarem, Qalqīlya il 1 aprile e Jenin e Nāblus il 3 e 4 aprile. Queste aree vennero dichiarate “zone militari chiuse”, ogni via d’accesso venne bloccata e fu impedito il passaggio ai soccorsi umanitari e medici. Jenin venne assediata e l’accesso alla città impedito dal 3 al 18 aprile circa. Un fuoco sostenuto, l’assalto dei carri armati e missili sparati dagli elicotteri Apache diedero il via all’attacco contro il campo profughi. Poiché i blindati non poterono entrare nei vicoli, i bulldozer demolirono le case sui due lati delle strade. Con la morte di ʿArafāt, nel novembre 2004 vennero indette le elezioni presidenziali per la designazione del suo successore.
Il primo dei quattro round di elezioni municipali – che si svolsero tra il dicembre 2004 e il dicembre 2005 – inaugurò per i palestinesi un anno di appuntamenti con le urne. Nel gennaio 2005 Maḥmūd ʿAbbās fu eletto dopo una campagna elettorale che mostrò forti divisioni all’interno di al-Fatḥ: Marwān Barghūthī – che dall’aprile 2002 era detenuto nelle carceri israeliane – si presentò come candidato alternativo ad ʿAbbās. La candidatura di Barghūthī creò scompiglio nelle file di al-Fatḥ – diversi sondaggi prevedevano un testa a testa fra i due leader per la presidenza – ma venne ritirata un mese prima delle elezioni. Il ritiro di Barghūthī e il rifiuto di Hamas di presentare un proprio candidato consegnarono la vittoria ad ʿAbbās, che prevalse con il 62,5% dei voti. Il successo di ʿAbbās era però più fragile di quanto le percentuali potessero far supporre: ʿArafāt era stato eletto dieci anni prima con quasi il 90% dei voti in elezioni che avevano visto un affluenza molto più alta – il 71% dell’elettorato contro il 45% del 2005 – e la vittoria di ʿAbbās si doveva, in buona parte, alla trattativa dell’ultimo minuto con la “nuova guardia” del partito che aveva portato al ritiro di Barghūthī. La crisi di al-Fatḥ fu resa evidente dall’andamento delle consultazioni successive, dove gli islamisti presentarono le proprie liste. Hamas ottenne un sostanziale successo dapprima nelle elezioni locali: dal primo round – in cui l’organizzazione conquistò oltre il 35% dei voti, e 13 municipi su 28 – al quarto – quando essa si impose a Nāblus, Jenin e al-Bireh – il movimento islamista mostrò per la prima volta quanto fosse solido il consenso di cui godeva nei Territori, anche al di fuori delle proprie tradizionali roccaforti di Gaza e Hebron. Alla vigilia delle elezioni per il Consiglio la “minaccia” nei confronti del monopolio di al-Fatḥ aveva dunque assunto tratti molto concreti. Numerosi osservatori dubitavano tuttavia che Hamas sarebbe riuscita a replicare il buon risultato locale in un’elezione nazionale; immaginare una sconfitta di al-Fatḥ – centro della politica palestinese dalla fine degli anni Sessanta – per opera di quella che era principalmente considerata un’organizzazione terroristica sembrava impossibile. L’esito del voto del 25 gennaio 2006 fu dunque per molti versi un fulmine a ciel sereno e uno shock per la comunità internazionale: non solo Hamas vinse le elezioni, ma si impose in modo netto, aggiudicandosi quasi il 45% delle preferenze e 72 seggi su 132, mentre al-Fatḥ si fermò al 41% e 45 seggi. Hamas ottenne così la maggioranza assoluta dei seggi del Consiglio e la possibilità di formare un governo. Nel marzo 2006 Ismāʿīl Haniyeh – tra i fondatori di Hamas – divenne così il primo ministro dell’ANP.
Per il movimento islamista la scelta di partecipare alle elezioni rappresentò una svolta fondamentale: per la prima volta Hamas accettava di partecipare al sistema politico creato dagli accordi di Oslo, pur senza riconoscerli apertamente.
La dirigenza del movimento aveva già discusso questa possibilità nel 1996, ma allora era stata scelta la strada del boicottaggio. Nel 2005 il contesto era cambiato, per via della crisi di al-Fatḥ e del crollo catastrofico del processo di Oslo.
La Seconda Intifada era stata combattuta da tutti i gruppi armati palestinesi, ma aveva rafforzato Hamas rispetto ai suoi concorrenti politici. La delusione per l’esito di Oslo aveva premiato politicamente la credibilità di chi vi si era sempre opposto fin dall’inizio, e fin dall’inizio della rivolta di Hamas era stata sempre in prima linea nello scontro con Israele. Tracciando un parallelo col Libano degli Hezbollah, politicamente vicini all’organizzazione islamista, Hamas si trovava nelle condizioni migliori per rivendicare come un successo della resistenza il ritiro unilaterale israeliano da Gaza, avvenuto pochi mesi prima delle elezioni. Capace di coniugare un seguito di massa con l’efficienza delle proprie milizie, rinforzate da una schiera apparentemente inesauribile di aspiranti kamikaze, Hamas venne duramente colpita da Israele; tuttavia la repressione finì per favorire gli islamisti. Hamas non dipendeva per la sua attività dalla macchina dell’ANP, che fu quasi interamente distrutta nelle fasi più violente dell’Intifada; l’organizzazione fu inoltre in grado di mantenere un’unità logistica e una catena di comando incomparabilmente più solide rispetto a quelle di al-Fatḥ, preda invece di incontrollate spinte centrifughe. Le risorse della sua rete di assistenza, dopo il collasso dell’ANP, erano più che mai fondamentali per le impoverite famiglie palestinesi; inoltre i quadri del movimento si erano fatti negli anni una reputazione di onestà, abnegazione ed efficienza che contrastava con la gestione disinvolta di al-Fatḥ. Anche la politica israeliana di esecuzioni mirate produsse risultati controproducenti: gli omicidi di alti dirigenti di Hamas come lo shaykh Aḥmad Yāsīn e Abd al-Aziz al-Rantissi rafforzarono il consenso verso gli islamisti senza intaccarne la capacità politica e operativa. La morte di Yāsīn in particolare, assassinato da un razzo lanciato da un elicottero mentre stava uscendo da una moschea a Gaza, fece di lui un martire e decine di migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali.
Hamas affrontava dunque la prospettiva di partecipare alle elezioni locali e nazionali da un nuovo punto di vista: la forza dell’organizzazione era cresciuta, il momento era politicamente propizio e il crollo del processo di pace offrì la possibilità di compiere un simile passo senza dover sottoscrivere la linea politica di al-Fatḥ. Gli osservatori internazionali, non furono tuttavia gli unici ad essere sorpresi dalla vittoria di Hamas: secondo Khaled Hroub la stessa leadership dell’organizzazione non si aspettava una vittoria così netta, ma puntava piuttosto a svolgere un ruolo di “cane da guardia” nei confronti di al-Fatḥ. Agendo dall’interno delle istituzioni dell’ANP, Hamas avrebbe potuto controllare al-Fatḥ cercando di far pesare nel dibattito le ragioni della resistenza. L’ingresso nell’ANP avrebbe inoltre potuto garantire qualche protezione rispetto alla repressione israeliana. Questo tentativo di sperimentare un cauto ingresso nel sistema andò però oltre le previsione della leadership e Hamas si trovò ad affrontare direttamente la responsabilità di governare l’ANP, in un momento di grande tensione. Il nuovo premier Ismāʿīl Haniyeh – dirigente dalle posizioni pragmatiche che aveva sostenuto l’idea della partecipazione di Hamas alle elezioni già nel 1996 – assunse la carica lanciando appelli di relativa moderazione e cercando di formare un governo di unità nazionale con le altre organizzazioni.
Tanto il programma elettorale che quello del governo, e altri documenti dello stesso periodo, rappresentavano un’evoluzione in senso pragmatico rispetto a precedenti occasioni; a partire dal 2002 l’organizzazione, assieme ad altri gruppi, aveva anche proposto inutilmente a Israele di discutere una tregua – in termini islamici una hudna – e ne aveva dichiarate diverse unilateralmente a partire dal 2003.
L’impressione di molti osservatori fu che Hamas volesse esplorare le possibilità offerte dal nuovo contesto avviando una trattativa indiretta – il cui onere formale sarebbe toccato al Presidente ʿAbbās – che si fosse concentrata sulla prospettiva di una tregua a tempo indefinito fondata sui termini della soluzione dei “due popoli due Stati”. Un tale meccanismo avrebbe consentito di trattare con Israele senza affrontare scogli formali quali il riconoscimento dello Stato ebraico o l’adesione agli accordi di Oslo.
Il contesto post-elettorale mise tanto al-Fatḥ quanto Hamas davanti a uno scenario, il cui nodo problematico riguardava la definizione della loro relazione reciproca e di quella con la società palestinese. Fin da subito, tuttavia, gli eventi iniziarono a precipitare, portando ben presto Hamas e al-Fatḥ in rotta di collisione. Israele dichiarò di non riconoscere il nuovo governo, rifiutandosi di effettuare i trasferimenti di fondi che erano dovuti all’ANP e arrestando decine di esponenti di Hamas, tra cui diversi parlamentari e ministri. La comunità internazionale, almeno per quanto riguarda Stati Uniti e Unione Europea, seguì la medesima linea, sospendendo i finanziamenti o cercando di aggirare il governo di Hamas. Il boicottaggio contribuì a esasperare la tensione fra Hamas e al-Fatḥ, creando un conflitto politico e istituzionale. La macchina amministrativa dell’ANP, e in particolare i servizi di sicurezza, era costituita da personale vicino ad al-Fatḥ, poco propenso a collaborare con il nuovo esecutivo. Mentre il governo era boicottato dai paesi arabi donatori, questi ultimi continuavano a finanziare la presidenza di ʿAbbās e a fornire addestramento ai servizi di sicurezza a lui vicini. Pochi mesi dopo le elezioni del gennaio 2006 al-Fatḥ rifiutò per la prima volta di prendere parte al governo di unità nazionale proposto da Hamas; nello stesso tempo la presidenza dell’ANP attuò una specie di golpe non violento nei confronti del governo appropriandosi di competenze nel campo legislativo e amministrativo. A partire dal quel momento vi fu uno stillicidio tra sostenitori delle due organizzazioni, che lasciarono sul campo diverse decine di morti prima della fine dell’anno. A dicembre, la minaccia di ʿAbbās di convocare nuove elezioni nel caso non si fosse trovato un accordo per il governo di unità nazionale innalzò ulteriormente la tensione, solo temporaneamente smorzata dalla costituzione di un fragile esecutivo d’intesa formato da rappresentanti di quasi tutte le liste elette al Consiglio. Gli scontri fra Hamas e al-Fatḥ ripresero a maggio e il conflitto esplose in modo definitivo il mese successivo. All’inizio di giugno quattro giorni di combattimenti a Gaza provocarono 500 feriti; la battaglia si concluse con la vittoria di Hamas. ʿAbbās reagì esautorando il governo di Haniyeh e nominando Salām Fayyāḍ primo ministro, mentre i militanti di al-Fatḥ iniziarono una serie di rappresaglie contro le strutture e i militanti di Hamas in Cisgiordania. Nonostante la situazione rimanesse tesa Hamas riuscì a consolidare il suo controllo sulla Striscia di Gaza. Gli eventi del giugno 2007 determinarono dunque una drammatica spaccatura istituzionale – tra la presidenza e il governo dell’ANP – e territoriale tra Gaza e Cisgiordania. Israele reagì isolando completamente Gaza; il blocco aggravò ulteriormente le condizioni della popolazione residente nonostante l’espansione del sistema dei tunnel verso l’Egitto, che consentiva di contrabbandare generi di prima necessità. Hamas si dimostrò tuttavia in grado di mantenere l’ordine, senza tuttavia rinunciare a colpire Israele con ripetuti lanci di razzi artigianali – i famosi Qassam – verso le località israeliane più vicine ai confini di Gaza.

Col termine striscia di Gaza (in arabo: قطاع غزة‎, Qiṭāʿ Ghazza; in ebraico: רצועת עזה, Retzu’at ‘Azza) si indica un territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie popolata da circa 1.760.037 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.082 rifugiati palestinesi.

Alle 11.30 del mattino del 27 dicembre 2008 Israele scatenò una massiccia offensiva aerea contro la Striscia di Gaza, denominata Operazione “Piombo Fuso”. L’obiettivo ufficiale dichiarato dal governo israeliano era porre fine al lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza verso Israele. Ma, come ha commentato il giornalista israeliano Michel Warschawski in un suo articolo scritto nei giorni dell’attacco: «La carneficina di Gaza non è una reazione “sproporzionata” ai razzi lanciati dai militanti della Jihad Islamica e altri gruppuscoli palestinesi sulle località israeliane vicine alla Striscia di Gaza, ma un’azione premeditata da molto tempo, come d’altronde riconosce la maggior parte dei commentatori israeliani».
Il 3 gennaio Tel Aviv invase la Striscia con forze di terra. Il 7 gennaio il bilancio delle vittime era già di 639 palestinesi morti e tremila feriti. Gli israeliani morti undici. Oltre ai centri di potere e alle case dei leader di Hamas, i caccia israeliani bombardarono università, moschee e i tunnel al confine con l’Egitto.
Il 6 gennaio l’artiglieria israeliana rase al suolo una scuola gestita dall’ONU uccidendo 40 persone, tra cui molti bambini: le immagini di questa tragedia faranno il giro del mondo scatenando reazioni unanimi di condanna. Il 18 gennaio Hamas e Israele annunciarono il cessate il fuoco: il bilancio dei 22 giorni di attacchi militari fu di 1.400 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Tra i morti, centinaia furono i civili inermi, compresi di 300 bambini, oltre 115 donne, circa 100 anziani e circa 200 giovani non armati. 240 poliziotti vennero uccisi nei bombardamenti che hanno colpito le stazioni di polizia lungo la Striscia di Gaza e la cerimonia dei cadetti che si stava svolgendo a Gaza City nelle prime ore dell’Operazione “Piombo Fuso”. Questi numeri si basavano sui dati raccolti dai delegati di Amnesty International a Gaza e su casi documentati da Ong e personale medico di Gaza.
Secondo le organizzazioni palestinesi per i diritti umani, due terzi dei morti furono composti da civili. Amnesty, che ha portato avanti la sua indagine tra gennaio e febbraio 2009, non ha però avuto né le risorse né il tempo per verificare queste informazioni.
Si contarono circa 5.300 feriti (di cui 350 gravi), molti resi disabili a vita, intere aree della Striscia ridotte ad un cumulo di macerie, decine di migliaia di persone ridotte senza una casa a cui far ritorno e l’economia di Gaza, già disastrata, subì il tracollo definitivo.
Da parte israeliana, 3 civili morirono colpiti da razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, mentre 84 persone rimasero ferite. Nove soldati vennero uccisi durante i combattimenti a Gaza (4 colpiti da fuoco amico) e 113 feriti.
L’8 luglio del 2014 Israele lanciò una nuova campagna militare nella Striscia di Gaza con il nome in codice “Margine di Protezione”. Anche in questo caso come per “Piombo Fuso” l’intento dichiarato era quello di fermare il lancio di missili verso il proprio territorio. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nei 51 giorni della guerra, che si è conclusa il 26 agosto, i bombardamenti e le incursioni via terra dell’esercito israeliano hanno causato la morte di più di 2.200 palestinesi, di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini.
L’attuale approccio alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese ha portato a un’impasse, e la questione che va avanti da più di un secolo sembra destinata a durare per due ragioni principali. Prima ragione: le possibilità di uno Stato palestinese sostenibile in Cisgiordania e a Gaza, come molti analisti convengono, sono esili, grazie alla malandata configurazione dell’area e allo spazio ridotto. Sta invece emergendo ciò che resta di uno Stato, sotto la tutela di Israele – un insieme di bantustan palestinesi. Seconda ragione: la negazione israeliana del diritto al ritorno dei rifugiati implica che le tensioni tra i palestinesi e giordani dell’Est in Giordania continueranno. Anche in Israele l’antagonismo tra ebrei e arabi è destinato inevitabilmente a continuare, a causa della mancata risoluzione del problema palestinese e all’insistenza di Israele nell’essere uno Stato esclusivamente ebraico, e non uno Stato per tutti i suoi cittadini.
Perché si possa mai realizzare una pace duratura, è necessario superare la formula dei “due popoli due Stati” venutasi a consolidare con gli accordi di Oslo.
La soluzione dello stato unico è stato l’approccio palestinese alla risoluzione del conflitto con Israele, fin da quando l’OLP non adottò manifestamente nel 1988 la strategia dei due Stati. Al-Fatḥ adottò tale idea verso la fine degli anni Sessanta, ma per un breve periodo, senza aver riflettuto seriamente sulle modalità istituzionali e senza identificazione dei passaggi attraverso i quali avrebbe potuto essere raggiunta o cosa avrebbe significato sotto il profilo delle strategie militari e politiche. L’idea fu esposta all’opinione pubblica nel 1974, nel famoso discorso di Yāsser ʿArafāt, capo dell’OLP, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ciò che ʿArafāt chiedeva in poche parole, era la desionizzazione di Israele. La reazione di Israele e dei suoi sostenitori fu immediata e inequivocabilmente negativa: tale progetto era un espediente per la distruzione dello Stato ebraico. Dal quel momento la formula dello stato unico cadde nell’oblio, tranne che per alcuni attivisti risoluti. I critici di tale soluzione mettono l’accento sulla mancanza di sostegno pubblico al progetto derubricandolo a una mera utopia. La verità è che è molto più irrealistico pensare di continuare a parlare della soluzione dei due Stati. Recentemente il parlamento israeliano ha approvato in via definitiva una legge che permetterà ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro. La legge avrà inoltre valore retroattivo, e legalizzerà di fatto qualsiasi insediamento presente in terra palestinese. La verità è che Israele ha già fatto lo stato unico, ora si tratta di trasformare questo stato in una vera democrazia dove ebrei, cristiani e musulmani possano vivere in pace con rispetto reciproco e senza nessuna discriminazione.

 

Per approfondimenti:
_Edward Said, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Roma, Gamberetti, 1995;
_Massimo Massara, La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Milano, Teti editore, 1979;
_Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Milano, BUR, 2003;
_Nathan Weinstock, Storia del sionismo. Dalle origini al movimento di liberazione palestinese, 2 voll., Roma, Samonà e Savelli, 1970;
_Elias Sanbar, Il palestinese. Figure di un’identità: le origini e il divenire, Milano, Jaca Book, 2005;
_Janet Abu-Lughod, The Demographic Transformation of Palestine, in Id., The Transformation of Palestine: Essays on The Origin and Development of The Arab-Israeli Conflict, Northwestern University Press, Evanston, 1971;
_Marco Allegra, Palestinesi. Storia e identità di un popolo, Roma, Carocci, 2010;
_Ilan Pappé, Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, Torino, Einaudi, 2005;
_Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Roma, Fazi, 2008;
_Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001;
_Antonio Moscato, Israele senza confini. Politica estera e territori occupati, Roma, Sapere 2000, 1984;
_Giancarlo Paciello, La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese, Pistoia, Editrice CRT, 2004;
_Nakba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, Roma-Salerno, Fondazione Internazionale Lelio Basso, 1988;
_Guido Valabrega, Il Medio Oriente dal primo dopoguerra a oggi, Firenze, Sansoni, 1973;
_Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948, Washington, Institute for Palestine Studies, 1992;
_Nur Masalha, A Land Without a People, Transfer and the Palestinians 1949-1985, Londra, Faber & Faber, 1997;
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Roma, Gamberetti, 1995;
_Patrick Seal, Abu Nidal, una pistola in vendita. I mille volti del terrorismo internazionale, Roma, Gamberetti, 1994;
_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Milano, Il Saggiatore, 2010;
_Khaled Hroub, Hamas: un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Milano, Mondadori, 2006;
_Michel Warschawski, Israele-Palestina. La sfida binazionale: un sogno Andaluso del XXI secolo, Roma, Sapere 2000, edizioni multimediali, 2002;

 

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Palestina: gli opportunismi coloniali britannici e la nascita del sionismo

Palestina: gli opportunismi coloniali britannici e la nascita del sionismo

di Gabriele Rèpaci 07/07/2017

Forse mai nella plurimillenaria storia dell’umanità un così piccolo fazzoletto di terra quale è la Palestina è apparso carico di valori e simboli, fonte di tensione e di conflitti, teatro di aspirazioni e di guerre e di nostalgie struggenti.
I simboli legati alla storia di questo paese – Yāsser ʿArafāt, la kefiah, il ragazzo che lancia un sasso contro il carro armato – sono entrati nell’immaginario comune sia dei sostenitori della causa palestinese che dei suoi oppositori.
Questo breve saggio, senza alcuna pretesa di sistematicità, ripercorrerà le fasi salienti di quel processo storico che ha determinato uno dei problemi di più difficile soluzione nella storia delle relazioni internazionali del XX secolo: quello dell’indipendenza e dell’identità del popolo palestinese, problema la cui apparente irrisolvibilità è a tutt’oggi ben nota.

Con il nome Palestina (in greco: Παλαιστίνη, Palaistine; in latino: Palaestina; in arabo: فلسطين‎, Falasṭīn; in ebraico: פלשתינה‎?, Palestina) viene indicata la regione geografica del Vicino Oriente compresa tra il Mar Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Morto, a scendere fino al mar Rosso e i confini con l’Egitto.

Per circa tre secoli e fino alla conquista Ottomana nel 1516, la Palestina era rimasta nell’orbita dei mamelucchi. Il dominio ottomano si protrarrà per quattro secoli esatti, fino al 1917, anno dell’ingresso a Gerusalemme delle truppe britanniche del generale Edmund Henry Hynman Allenby. Si trattò di un periodo di quiescenza; fortemente integrata con il territorio circostante, abitata da una popolazione in gran parte araba o musulmana e una consistente e vivace minoranza cristiana, vide al tempo stesso la presenza di una piccola comunità ebraica rimasta costantemente sul territorio e che comincerà a espandersi, pur sempre in misura limitata, nel corso del XIX secolo.
L’interesse delle potenze europee per la Palestina ebbe inizio dopo la spedizione di Napoleone in Egitto. Nel mondo anglosassone la regione divenne oggetto di particolare attenzione.
Nel 1865 a Londra venne creato il Palestine Exploration Fund, che, come altre future organizzazioni mise a disposizione cospicui finanziamenti per esplorare la Palestina. Nei resoconti di tali spedizioni, gli arabi palestinesi non erano ancora diventati degli “assenti”, ma non vennero considerati gli abitanti del luogo, bensì “coloro che si trovano sul luogo” come se si trattasse di una presenza casuale.
Sempre nella prima metà dell’ottocento videro la luce i primi progetti europei per la Palestina. Nel 1838 il facoltoso filantropo britannico Sir Moses Montefiore sponsorizzò la creazione di duecento villaggi ebraici in Galilea mettendo a disposizione un capitale iniziale di un milione di sterline. Nel 1839 il Globe di Londra, portavoce del Foreign Office, pubblicò una serie di articoli, nei quali si preconizzava la creazione di uno stato indipendente tra l’Egitto e la Turchia in Siria e Palestina e una colonizzazione massiccia da parte del popolo ebraico.
Nel 1841, sempre il Regno Unito, con il Jerusalem Bishopric Act, istituì un vescovado anglicano a Gerusalemme. Nel 1847 venne ristabilito, dopo 556 anni, il patriarcato latino a Gerusalemme. Tutti questi progetti avevano come minimo comun denominatore l’obiettivo di liquidare l’Impero Ottomano.
Gli ebrei, cittadini dell’Impero Ottomano, nella loro stragrande maggioranza, preferivano vivere al di fuori della Terra Santa, nonostante non esistessero limitazioni al loro insediamento in Palestina. Nell’Ottocento alcuni ebrei europei si recarono in Palestina per passare gli ultimi anni di vita e morire a Gerusalemme. Si trattava di persone pie che vivevano della carità dei loro correligionari in Europa. Il loro numero andò crescendo, da 10.000 nella prima metà del secolo a 24.000 nel 1880. Per dividere i proventi della carità formarono diverse congregazioni nazionali e linguistiche. Ce ne erano di parlanti yiddish, arabo, tedesco, ladino, francese, inglese, persiano e georgiano.
La loro presenza non turbava la popolazione palestinese, da sempre abituata ai pellegrini e agli stranieri. Gli ebrei residenti a Gerusalemme vissero in tutti i quartieri della città e parteciparono alla vita cittadina. Gli ebrei stranieri erano ispirati da ideali religiosi, non politici e non formarono nessuna colonia, ma delle piccole comunità di fedeli. Le prime colonie straniere create in Palestina, a partire dal 1868, non erano opera di ebrei, ma di templari tedeschi che erano ispirati da motivi religiosi più che politici. La presenza ebraica in Palestina iniziò ad assumere consistenza e significato diversi per cause che si svilupparono ben lontano dal territorio palestinese, principalmente nella Russia zarista.
Nel 1881 in Russia venne ucciso Alessandro II, lo zar che aveva abolito la servitù della gleba nel 1861. Del gruppo degli assassini faceva parte anche un ebreo. A causa di ciò, venne scatenata un’ondata di pogrom anti-ebraici, orchestrati dalla “Santa Legione”, un’organizzazione segreta creata da un gruppo di granduchi e ufficiali della guardia imperiale russa. Tra il 1881 e il 1900 oltre un milione di ebrei abbandonarono l’Impero zarista. In quegli anni i governi europei divennero più attivi nel dirottare gli immigrati ebrei lontano dai paesi dell’Europa Occidentale. La prima grande ondata di immigrati russi si diresse soprattutto negli Stati Uniti e in misura minore in Sud Africa, in Inghilterra e Austria e negli altri paesi europei. Solo un esigua minoranza, sollecitata dalla propaganda sionista, scelse di andare in Palestina.
Nonostante il fatto che un primo insediamento, Pitah Tikva, fosse già stato fondato nel 1878, gli storici concordano nel ritenere il 1881 come la data d’inizio del processo di colonizzazione della Palestina. Questo inizio fu segnato dall’arrivo di 16 studenti russi di Kharkov che fondarono un’associazione che mirava a stabilire uno Stato Ebraico in Terra Santa. Il fatto più saliente restava il finanziamento della colonizzazione sionista iniziato quell’anno da parte del banchiere parigino Edmond de Rothschild.
Le idee in merito alla colonizzazione europea della Palestina, che sin dai primi del ‘800 circolavano nell’Europa Occidentale come parte di una discussione sulle prospettive coloniali riguardanti i territori dell’Impero Ottomano, si insinuarono nel dibattito sulla questione ebraica nell’Europa Orientale. Le idee circa la possibilità di uno Stato ebraico in Palestina affioravano qua e là in molti scritti, alcuni di autori ebrei, come Moses Hess, uno dei primi ideologi del sionismo che nel suo Rom und Jerusalem, die Letzte Nationalitätsfrage del 1862 scrisse: «Quando in Oriente le condizioni politiche saranno tali da permettere l’organizzazione di un primo processo di ricostruzione dello Stato ebraico, il primo passo sarà la fondazione di colonie ebraiche nella terra dei padri».

Nella foto risalente al 1931, scorcio urbano di Petah Tiqwa o Petah Tikva (letteralmente “Soglia verso la speranza”, nota come Em Hamoshavot, ossia “Madre delle Colonie”) è una città di 210.376 abitanti di Israele situata nel Distretto Centrale, a nord est di Tel Aviv. La sua giurisdizione comprende 39.000 dunam (39 km²) per una densità di 5.394 abitanti per km². Nella seconda immagine, Edmond Benjamin James de Rothschild (19 agosto 1845 – 2 novembre 1934) è stato un banchiere francese. Filantropo francese e attivista per gli affari umanitari per la nazione ebraica e membro della prominente famiglia Rothschild.

Come Chateaubriand, Lamartine e molti altri pensatori europei che si erano espressi a favore del trasferimento della popolazione ebraica europea in Palestina, il pensiero di Hess dimenticava un dato di non poca importanza: l’esistenza di una popolazione autoctona palestinese.
La negazione dell’esistenza della popolazione indigena divenne costante negli scritti degli ideologi della colonizzazione, così Israel Zangwill, alla fine del ‘800, riassunse in una formula il concetto basilare dell’idea sionista: «Una terra senza un popolo, per un popolo senza una terra». Theodor Herzl, invece animato da spirito pratico, non era solo consapevole del problema rappresentato dai palestinesi, ma individuò le possibili soluzioni e scrisse nel suo diario nel 1895: «Dovremmo incoraggiare questa misera popolazione palestinese ad andarsene oltre confine procurando loro un lavoro nei paesi di destinazione, e negandoglielo nel nostro. Sia il processo di espropriazione che quello di allontanamento devono essere effettuati con discrezione e cautela».
Tuttavia la negazione dell’esistenza della popolazione autoctona divenne «il più solido filo conduttore del sionismo» che, come scriveva l’orientalista francese Maxime Rodinson, lo legava all’imperialismo: «L’elemento che portò a collegare le aspirazioni dei commercianti, artigiani, ambulanti ed intellettuali ebrei, in Russia ed altrove, all’ombra concettuale dell’imperialismo fu un piccolo dettaglio apparentemente senza importanza: la Palestina era abitata da un altro popolo». Le idee sioniste trovarono una sistemazione organica nell’opera del giornalista ungherese di Vienna Theodor Herzl che pubblicò nel 1896 un’opera intitolata Der Judenstaat, “Lo Stato ebraico”, divenuta poi il manifesto programmatico del movimento sionista.
Così lo descrive Stefan Zweig Herzl, nel suo “Il mondo di ieri”: “Theodor Herzl a Parigi aveva avuto un’esperienza che lo aveva profondamente scosso, una di quelle ore che trasformano tutta un’esistenza: aveva assistito quale giornalista alla degradazione pubblica di Alfred Dreyfus, aveva veduto quell’uomo pallido al quale strappavano le spalline mentr’egli esclamava ad alta voce: «Sono innocente!». In quell’istante aveva avuto nell’intimo del cuore la certezza che Dreyfus era veramente innocente e che l’orrendo sospetto di tradimento era pimbato su di lui soltanto perché ebreo. (…) aveva concepito il disegno fantastico di porre fine una volta per tutte al problema giudaico e precisamente fondendo l’ebraismo con il cristianesimo per mezzo di volontari battesimi di massa. Incline sempre a concezioni drammatiche, già s’immaginava di guidare in lunghi cortei le migliaia e migliaia di ebrei austriaci sino alla cattedrale di Santo Stefano, per liberare così, grazie a un rito esemplare e simbolico, il popolo perseguitato e disperso della maledizione dell’isolamento e dell’odio. Aveva dovuto riconoscere presto l’inattuabilità del suo piano, poi anni di lavoro lo avevano allontanato da quel problema originario, in cui vedeva la missione della sua vita; ora tuttavia, nel momento della degradazione di Dreyfus, il pensiero dell’eterna condanna gravante sul suo popolo gli trafisse il cuore come una pugnalata. Se l’isolamento è inevitabile, disse a se stesso, sia completo. (…) Pubblicò quindi il suo famoso saggio Der Judenstaat (Lo Stato ebraico), nel quale proclamava impossibile per il popolo israelitico ogni assimilazione e ogni fede in una totale tolleranza. Bisognava fondare una patria nuova nell’antica terra d’origine, la Palestina. Quando comparve quel fascicolo, breve ma dotato della forza penetrante di un cuneo d’acciaio, io frequentavo ancora il ginnasio, ma posso benissimo rammentare il disorientamento e l’irritazione generale degli ambienti ebraici borghesi. (…) Perché dovremmo andare in Palestina? La nostra lingua è il tedesco, non l’ebraico; la nostra patria è la bella Austria. Non viviamo forse ottimamente sotto il buon imperatore Francesco Giuseppe? Non abbiamo qui i nostri leciti guadagni, la nostra sicura posizione? Non siamo sudditi con pieni diritti, cittadini residenti e fedeli all’amata Vienna? E non viviamo in un’epoca di progresso, che annullerà nel corso di pochi decenni tutti i pregiudizi confessionali? (…) La risposta non venne dagli ebrei borghesi e agiati, viventi con tutti i comodi in Occidente, ma dalle grandi masse orientali, nel proletariato dei ghetti galiziani, polacchi, russi. Senza prevederlo, Herzl con il suo opuscolo aveva fatto divampare una fiamma dell’ebraismo che covava sotto la cenere dell’esilio: il sogno millenario e messianico confermato dai libri sacri di un ritorno nella Terra Promessa. (…) Persino seduto a quel vecchio scrittoio sovraccarico di carte, in un’angusta e miserevole stanzetta di redazione, dava l’impressione di un capo beduino di tribù del deserto; (…) Ma io non riuscivo a sentirmi veramente unito a quell’iniziativa; m’irritava anzitutto la mancanza di rispetto, oggi quasi incredibile, con cui i più diretti compagni di partito si compartavano nei riguardi di Herzl. (…) Parlando un giorno con lui dell’argomento, gli confessai con sincerità il mio malumore per la scarsa disciplina nelle sue file. Sorrise con un pò d’amarezza e rispose: «Non dimentichi che da secoli siamo avvezzi a gingillarci con i problemi, a litigare con le idee. Noi ebrei da duemila anni non abbiamo storicamente alcuna pratica nel realizzare qualche cosa per il mondo. La dedizione senza limiti va prima imparata, e io stesso non vi sono ancora giunto, giacché continuo a scrivere e a fare il redattore letterario della “Neue Freie Presse”, mentre sarebbe mio dovere non avere che un pensiero solo, non scrivere una parola per alcun altro fine. Ma io sono avviato a migliorarmi, voglio prima imparare io stesso la dedizione illimitata, sperando che forse insieme con me la imparino anche gli altri»“.

Israel Zangwill (a sinistra) nacque in una famiglia di ebrei russi emigrati, (Londra, 21 gennaio 1864 – Midhurst, 1º agosto 1926) è stato uno scrittore, drammaturgo e umorista inglese. Theodor Herzl (Pest, 2 maggio 1860 – Edlach, 3 luglio 1904) è stato un giornalista, scrittore e avvocato ungherese naturalizzato austriaco. Ebreo-ungherese di lingua tedesca di origine ashkenazita, fu il fondatore nel 1897 del movimento politico del sionismo, che si proponeva di far sorgere nei Territori Coloniali del Mandato britannico della Palestina uno Stato Ebraico.

L’anno successivo Herzl organizzò a Basilea un congresso al quale parteciparono 197 delegati che crearono l’Organizzazione Sionista Mondiale, avente come scopo la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Il programma di Basilea proclamava che «il movimento sionista aspira alla creazione di un rifugio del popolo ebraico in Eretz Yisra’el che dovrà essere garantito da una legge internazionale». Il secondo congresso sionista si svolse nel 1898 e aggiunse l’imperativo della colonizzazione della Terra di Israele per il raggiungimento di questo fine. In occasione del terzo congresso, Herzl propose di sostituire la ricerca di una legittimazione internazionale con l’ottenimento di una concessione in affitto ufficiale da parte del Sultano Ottomano. Era convinto che denaro e pressione dell’Europa, avrebbero indotto il Sultano ad acconsentire a una simile concessione. Herzl si recò quindi a Istanbul, senza però riuscire a essere ricevuto da ʿAbd ul-Hamid II, il Sultano Ottomano dal 1876 al 1908. I collaboratori del Sultano respinsero decisamente la richiesta di concessione in affitto della Palestina agli ebrei. Neppure l’offerta di una somma astronomica, di cui per altro Herzl non disponeva, riuscì a convincere il governo di uno Stato turco sull’orlo della bancarotta.
In seguito alla ferma opposizione da parte delle autorità Ottomane Herzl comprese che l’unico modo attraverso cui il progetto sionista poteva realizzarsi era attraverso la benedizione di una potenza straniera.
La scelta cadde sulla Gran Bretagna le cui mire di natura coloniale nei confronti del Medio Oriente l’avevano condotta a occupare l’Egitto nel 1882. I residenti britannici al Cairo, al pari di una scuola di pensiero espansionista presente in seno al Colonial Office in Inghilterra, guardavano alla Palestina come a una prossima acquisizione in caso del crollo dell’Impero Ottomano. Se gli ebrei, al pari dei missionari anglicani, facilitavano l’espansione britannica in terra di Palestina non c’era motivo per non ritenerli benvenuti. L’inclinazione filo sionista assunta dalla politica mediorientale britannica verso la fine del XIX secolo fu il risultato di una considerazione neo-coloniale della realtà e di un’antica concezione teologica che collegava il ritorno degli ebrei in Palestina al secondo avvento del Messia.
L’entrata dell’Impero Ottomano nella Prima guerra mondiale a fianco degli Imperi Centrali segnò una svolta di portata storica per il destino delle popolazioni e dei territori arabi dell’Impero Ottomano.
La particolare posizione strategica della Palestina, base di partenza per l’offensiva turco-tedesca contro il Canale di Suez che ne faceva un paese di prima linea, ha avuto conseguenze di grande importanza per il suo futuro.
Così racconta il giovane Thomas Edward Lawrence, ne “I sette pilastri della saggezza”:  “Con la venuta dei Turchi, questa felicità divenne un sogno. Gradatamente i popoli semitici d’Asia passarono​ sotto il giogo ottomano, con una lenta morte. Furono spogliati dei beni, il loro spirito tarpato dalla presenza opprimente di un governo militare. L’ordine dei Turchi, era disciplina di gendarmi, la loro politica violenta, in teoria quanto in pratica. I Turchi insegnarono agli Arabi che gli interessi di una setta superavano quelli del patriottismo, che le cure piccine d’una provincia contavano più dei problemi nazionali. 
A forza di sottili discrepanze li indussero a sospettarsi l’un l’altro. Perfino la lingua araba fu bandita dalle corti e dagli uffici, dalla burocrazia dello stato e dalle scuole superiori. Per poter servire lo stato un arabo doveva ripudiare le proprie caratteristiche di razza. Queste costrizioni non furono tollerate tranquillamente. La tenacia semitica affiorò nelle numerose rivolte di Siria, Mesopotamia, Arabia contro le forze più scoperte di penetrazione turca. (…) gli Arabi non volevano barattare la loro lingua ricca e duttile per le forme volgari del turco: invece permearono il turco di vocaboli arabi, e rimasero attaccati ai tesori della loro letteratura. Persero il senso geografico, le memorie razziali, politiche, storiche, ma si legarono tanto più fortemente alla lingua, elevandola quasi ad una nuova patria. Primo dovere di ciascun moslem era lo studio del Corano, il libro sacro dell’Islam, e incidentalmente, il massimo monumento della letteratura araba. (…) Poi venne la rivoluzione in Turchia, la caduta di Abdul Hamid, il predominio dei “Giovani Turchi”. Per un momento l’orizzonte arabo si schiarì. Il movimento dei “Giovani Turchi” combatteva la concezione gerarchica dell’Islam e le teorie panislamiche del vecchio Sultano che, erigendosi a capo spirituale del mondo musulmano, avrebbe voluto guidarne senza ricorso anche le sorti temporali. I giovani rivoluzionari, infervorati dalle teorie costituzionali dello Stato Sovrano, imprigionarono Abdul Hamid. (…) «La Turchia turca, per i Turchi: Yeni Turan» diventò il loro motto. (…) ma innanzi tutto dovevano eliminare dal loro impero tutte le irritanti razze inferiori che osavano resistere al popolo dominatore; prima gli Arabi, la minoranza più numerosa.
Perciò i rappresentanti degli Arabi furono dispersi, proscritti i loro notabili, proibite le loro associazioni. Ogni manifestazione araba e l’arabo stesso come lingua furono soppressi da Enver Pasha più rapidamente che non da Abdul Hamid prima di lui. (…) Con la guerra del 1914 (…) la mobilitazione concentrò il potere nelle mani dei Giovani Turchi più crudeli, ma anche più freddi e ambiziosi: Enver, Talaat, Jemal. Costoro si proposero di sterminare tutte le correnti non turche dello Stato, a cominciare dai nazionalismi arabi ed armeni. (…) I Turchi sospettavano degli ufficiali e dei soldati arabi nell’esercito. Speravano di annientarli con la stessa tattica di dispersione sperimentata contro gli Armeni. (…) I Turchi li dispersero dappertutto, purché capitassero presto in prima linea”.
Alla fine del 1915 almeno 250.000 soldati britannici e coloniali erano stanziati permanentemente in Egitto. Con la guerra, Gemā´l Pascià, membro anziano del Comitato unione e progresso (İttihat ve Terakki Cemiyeti) e ministro della marina, venne nominato comandante della IV armata in Siria. Gemā´l Pascià attuò una persecuzione senza precedenti contro i nazionalisti arabi. La repressione ebbe un carattere di massa con gravi conseguenze. Al momento dell’inizio della rivolta araba del Hijaz, nel giugno del 1916, i tribunali militari turchi avevano condannato a morte oltre 800 attivisti. La repressione mirava a eliminare l’élite araba. Decine di migliaia di persone vennero rinchiuse nei campi di concentramento nel deserto. Molti morirono di fame e di malattie. Nel 1915 ebbe inizio il genocidio armeno. I profughi affluirono dall’Anatolia in Siria-Palestina. Con la guerra la Palestina venne ridotta alla fame. Dopo la disfatta dell’esercito ottomano in Iraq, nell’aprile del 1916, il territorio palestinese divenne il fronte principale sul quale si decisero le sorti della guerra. La Gran Bretagna cercò di stringere alleanze con i principi arabi dei territori semi indipendenti della Penisola Arabica.  In questo quadro si concluse l’accordo con Hussein, custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, noto come accordo Hussein-MacMahon. Secondo l’accordo, Hussein si sarebbe ribellato all’autorità sultanale e avrebbe aiutato la Gran Bretagna nella sua guerra contro l’Impero Ottomano. In cambio, il governo britannico si sarebbe impegnato a garantire l’indipendenza dei paesi arabi allora ancora sotto sovranità ottomana. L’accordo verrà completamente disatteso da parte britannica e lo stesso MacMahon scriverà nel luglio 1937: «Nel prendere questo impegno verso re Hussein non intendevo comprendere la Palestina nella zona entro la quale fu promessa l’indipendenza araba».
Nel giugno 1916 Hussein diede inizio alla rivolta. Alla Mecca si formò, sotto il comando di Faisal, figlio di Hussein, un esercito di volontari arabi che in breve tempo prese il controllo di tutto il Hijaz. Nel novembre 1916 Hussein si proclamava “re d’Arabia”, mentre l’esercito di Faisal raggiungeva la Siria. L’inizio dell’avanzata britannica in Palestina accrebbe l’importanza delle operazioni dell’esercito dei rivoltosi al comando di Faisal.
La violazione dell’accordo Hussein-McMahon rientrava in un disegno preciso del governo britannico. Parallelamente e contemporaneamente alle trattative anglo-arabe si svolsero quelle anglo-francesi per definire i termini della spartizione dei territori arabi fra le due potenze. L’accordo anglo-francese, noto come “accordo Sykes-Picot”, venne poi definitivamente firmato il 16 maggio 1916.

Le forze ottomane erano attestate su una forte linea fortificata che andava dalla città di Gaza, sulla costa, fino alla località di Beersheba, che era al capolinea della ferrovia che si estendeva a nord di Damasco. Il comandante inglese sul campo, Dobell, scelse di attaccare Gaza il 26 marzo 1917, utilizzando un piccolo movimento aggirante. Un secondo attacco alla fortezza di Gaza fu lanciato un mese dopo, il 17 aprile. Questa volta l’attacco venne appoggiato dal fuoco dell’artiglieria navale, gas asfissianti ed un piccolo numero di carri armati. Tuttavia, anche questo si risolse in un fallimento: si trattò infatti di un semplice assalto frontale contro postazioni ben fortificate, ed il suo insuccesso fu dovuto più che altro alla mancanza di flessibilità, piuttosto che a reali difetti in sede di pianificazione. Il suo costo fu di 6.000 caduti solo da parte inglese, e costò la rimozione dal comando dei generali Dobell e Murray. Al loro posto su insediato il generale Sir Edmund Allenby, che ricevette l’ordine tassativo di conquistare Gerusalemme entro Natale. Dopo aver visto di persona le difese ottomane, il generale richiese rinforzi: tre ulteriori divisioni di fanteria, aerei ed artiglieria. La richiesta stavolta venne accolta e, nel mese di ottobre, gli inglesi furono nuovamente pronti per attaccare. L’esercito ottomano aveva tre fronti attivi: Mesopotamia, Arabia e fronte di Gaza. Inoltre, era costretto a tenere truppe in difesa di Costantinopoli e nel settore (ormai calmo) del Caucaso. Le truppe a Gaza erano di appena 35.000 uomini, suddivisi nelle tre postazioni difensive di Gaza, Tel el-Sheria e Beersheba. Allenby poteva contare invece su 88.000 soldati ben equipaggiati.

Il 1917 fu un anno tragico per la Palestina ridotta alla fame. Le truppe inglesi di stanza nel Sinai scatenarono un’offensiva su larga scala nella Palestina meridionale. Il 16 novembre cadde Giaffa e il 9 dicembre Gerusalemme. Per la seconda volta nella sua storia la Città Santa venne occupata da europei. L’anno dopo le truppe britanniche occuparono la Palestina settentrionale, ma già prima del loro arrivo gli inglesi avevano prefigurato il destino del paese. Il 2 novembre 1917 il governo inglese aveva trasmesso, tramite il ministro degli esteri Arthur James Balfour, la seguente lettera indirizzata al vice presidente dell’Organizzazione Sionista, oggi nota come “Dichiarazione Balfour”:
«Caro Lord Rothschild, sono lieto di trasmetterle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni ebraico-sioniste, esaminata e approvata dal gabinetto. Il governo di Sua Maestà vede con favore la creazione in Palestina di una “sede nazionale” (National Home) per il popolo ebraico, e intende fare tutti i suoi sforzi per favorire la realizzazione di questo obiettivo, essendo chiaramente inteso che nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, o i diritti e lo status politico goduti dagli ebrei in ogni altro paese».
Il “popolo ebraico” in Palestina al momento della Dichiarazione raggiungeva, nelle migliore delle stime, 50.000 immigrati, mentre le “comunità non ebraiche”, cioè quella parte degli abitanti autoctoni delle regioni che sarebbero divenute obiettivo dell’insediamento coloniale, era di almeno 750.000, cioè 15 volte tanto. La trasformazione del popolo della Palestina in “assenti” era compiuta. Nella dichiarazione del governo britannico, i palestinesi diventavano i “non ebrei”. Negato il loro nome si negava la loro esistenza. Sarà un leitmotiv che accompagnerà tutta la politica sionista: i palestinesi non esistono. La Dichiarazione inaugurò una nuova fase storica nei rapporti fra arabi (musulmani e cristiani) ed ebrei (arabi e non arabi) all’insegna dello scontro.
Il ministro degli esteri firmatario della lettera era lo stesso Lord Balfour, noto per il suo antisemitismo, che primo ministro nel 1905, aveva promosso la “Legge sulla immigrazione degli stranieri”, Aliens Immigration Act, intesa ad arginare l’immigrazione in Gran Bretagna degli ebrei senza mezzi che fuggivano dalle persecuzioni antisemite nell’Europa Orientale. Le trattative che avrebbero portato alla Dichiarazione Balfour risalivano al 1914, quando Herbert Samuel, membro dell’Organizzazione Sionista, futuro primo Alto Commissario britannico in Palestina e allora ministro delle amministrazioni locali del governo britannico, preparò il primo dei memorandum relativamente alla possibilità di creare uno Stato Ebraico in Palestina. In questo memorandum, intitolato “Il futuro della Palestina” si prospettava una annessione della Palestina alla Gran Bretagna che avrebbe dovuto favorire il trasferimento e l’impianto di 3 o 4 milioni di ebrei europei.
Tuttavia l’insistenza dei sionisti per ottenere dal governo inglese un impegno preciso di cedere loro la Palestina una volta occupata, ricevette all’inizio della guerra vaghe promesse, che vennero precisate man mano che la crisi dell’Impero Zarista e dell’Impero Ottomano divennero più acute.
All’inizio della guerra una “sezione di propaganda ebraica” – creata nel Foreign Office – venne incaricata di propagandare le idee sioniste per guadagnare alla causa dell’Intesa gli ebrei dell’Europa Orientale. Il 7 febbraio 1917 iniziarono in forma ufficiale trattative tra il governo britannico e l’Organizzazione Sionista per raggiungere un accordo sulle aspirazioni sioniste. In un memorandum del 13 giugno 1917 il governo britannico concluse che: «Dobbiamo assicurarci tutto il vantaggio politico che può venirci dalla nostra unione con i sionisti e non c’è dubbio che questo vantaggio sarebbe considerevole, soprattutto in Russia».
Lord Balfour chiese quindi a Chaim Weizmann e Lord Rothschild di redigere il testo di una dichiarazione da sottoporre alla firma del governo. Nelle manovre sotterranee che si svolsero per raggiungere l’obiettivo, i sionisti sottoposero a forti pressioni gli scettici e i contrari. Organizzarono massicci invii di lettere compiendo grandi sforzi per guadagnare la simpatia del movimento sionista. Obiettivo di violenti attacchi fu il ministro delle colonie Edwin Montagu, ebreo contrario a un accordo con i sionisti, convinto che il riconoscimento della Palestina come sede nazionale degli ebrei sarebbe stato dannoso per gli ebrei non sionisti.
Il precipitare degli eventi nell’Impero Zarista accelerò i tempi di definizione della Dichiarazione allo scopo di convincere gli ebrei russi a sostenere lo sforzo bellico dell’Intesa. Prima della sua approvazione il presidente americano Wilson diede il suo assenso e il 16 ottobre il governo degli Stati Uniti comunicò a quello di Londra: «Il testo proposto dal movimento sionista ha la nostra piena approvazione». La Dichiarazione venne approvata dal governo britannico in forma definitiva il 31 ottobre 1917, mentre Montagu era in missione in India. La lettera contente la Dichiarazione era indirizzata a Lord Rothschild, vice presidente della Federazione Sionista Britannica e non al presidente Chaim Weizmann, che non era cittadino britannico.
Della Dichiarazione Balfour vennero fatte svariate letture. Una definizione sintetica ed efficace nella sua semplicità fu quella dello scrittore ebreo Arthur Koester: «In questo documento una nazione prometteva solennemente a una seconda nazione il paese di una terza».
Il documento era privo di valore giuridico dato che il governo britannico non aveva nessun diritto di disporre di un territorio non sottoposto alla sua giurisdizione e non aveva l’autorità di mettere in pratica gli scopi dichiarati. La Palestina al momento della Dichiarazione, formalmente e nei fatti, faceva parte dell’Impero Ottomano. Fu per dare una parvenza di legalità che il governo britannico si adoperò per rendere pubblica l’adesione dei governi dell’Intesa. L’ultimo governo zarista spazzato via dalla Rivoluzione d’Ottobre, cinque giorni dopo la consegna del documento a Rothschild, non fece in tempo a rendere pubblica la propria adesione. Il governo francese, che già il 4 giugno 1917 aveva dichiarato la propria “simpatia” alla causa dell’Organizzazione Sionista, renderà pubblica la sua approvazione della Dichiarazione Balfour il 14 febbraio 1918, mentre il governo italiano lo farà il 9 maggio 1918. Gli Imperi Centrali, d’altro canto, tentarono di guadagnare la simpatia dei sionisti. Il 17 novembre 1917, il ministro degli esteri austro-ungarico Czernin promise a una delegazione sionista l’appoggio del suo governo alla realizzazione delle aspirazioni sioniste in Palestina.
Il governo tedesco pubblicò il 21 novembre 1917 un comunicato in cui si impegnava a non trasformare Gerusalemme in un campo di battaglia di fronte all’avanzata dell’ esercito britannico, il 7 dicembre 1917 l’Alto comando tedesco ordinò alle truppe turco-tedesche di ritirarsi dalla città. A Istanbul, il 12 dicembre 1917, il gran visir Talat Pascià ricevette una delegazione sionista alla quale assicurò che erano venuti meno i motivi che in passato avevano imposto talune limitazioni all’insediamento degli ebrei in Palestina. Il 5 gennaio 1918, il governo tedesco assicurò a una delegazione ebraica l’adesione ai propositi di Talat Pascià di promuovere un fiorente insediamento ebraico in Palestina. Il governo ottomano farà una dichiarazione più impegnativa il 27 luglio 1918, in cui si impegnava a favorire «la creazione di un centro ebraico in Palestina per mezzo di un immigrazione e di una colonizzazione ben organizzate».
Mentre nel novembre 1917 l’esercito di Lord Allenby cominciava la conquista del territorio palestinese, il movimento sionista in Europa otteneva dichiarazioni di simpatia dai governi impegnati nella guerra, il governo britannico tessé la rete delle alleanze per ottenere il controllo della Palestina e i bolscevichi resero pubblici i trattati segreti conclusi dal governo zarista con le potenze dell’Intesa. L’accordo Sykes-Picot venne pubblicato sui quotidiani sovietici Izvestia e Pravda il 23 novembre 1917.

L’accordo Sykes-Picot, ufficialmente Accordo sull’Asia Minore, è un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell’impero ottomano nella prima guerra mondiale.

I primi anni trenta furono un momento cruciale dal punto di vista politico. L’immigrazione ebraica accelerò il suo ritmo: nel 1939 in Palestina vi erano 1.070.000 palestinesi e 460.000 ebrei – che rappresentavano quindi circa un terzo della popolazione del mandato – e l’acquisizione dei terreni era proceduta di pari passo.
Gli insediamenti coloniali divennero campi di addestramento per le neonate organizzazioni armate sioniste. A Giaffa, il centro economico più importante con il porto più frequentato dal commercio internazionale, la situazione peggiorò continuamente. La vicinanza con la città ebraica di Tel Aviv in rapida crescita divenne fonte di attriti e scontri. La scintilla che fece scoppiare la rivolta fu la costruzione di due scuole arabo-palestinesi affidata dall’amministrazione britannica a un costruttore ebreo. Questi si rifiutò di assumere maestranze palestinesi locali e fece affluire operai ebrei dagli insediamenti vicini. I lavoratori del porto di Giaffa, seguiti da tutti gli altri, scioperarono in solidarietà con i loro compagni esclusi da lavoro.
La tensione salì e in seguito sfociò in scontri tra gli operai palestinesi disoccupati e i dipendenti del costruttore che non aderirono allo sciopero e si recarono al lavoro scortati da squadre di sionisti armati. Lo scioperò si allargò ad altre città. A Giaffa intervenne l’esercito che nei giorni 16, 17 e 18 aprile 1936 represse le proteste con violenza. Il 19 aprile il Partito Arabo Palestinese invitò allo sciopero generale. Il 21 aprile si fermò ogni attività in tutto il paese. Fu subito evidente che lo sciopero generale era destinato a durare a lungo. Infatti era appena terminato quello che per cinquanta giorni aveva paralizzato a Siria. Sul modello siriano, il giorno 21 aprile si formò a Giaffa un Comitato Nazionale per lo sciopero a cui parteciparono tutte le associazioni cittadine, oltre al Partito Arabo Palestinese e al Partito dell’Indipendenza. I due partiti promossero la creazione di Comitati Nazionali unitari che sorsero in pochi giorni i tutte le città della Palestina.
Il 24 aprile 1936 rappresentanti dei Comitati Nazionali si riunirono a Gerusalemme e decisero di creare un organismo rappresentativo unitario. Nacque così l’Alto Comitato Arabo della Palestina la cui presidenza venne affidata al muftì di Gerusalemme Amīn al-Ḥusaynī.

Londra, 30 marzo 1930: il Gran Mufti di Gerusalemme Amīn al-Ḥusaynī arrivo alla stazione Victoria di Londra con la delegazione araba. Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī (in arabo: محمد أمين الحسيني‎; Gerusalemme, 1897 – Beirut, 4 luglio 1974) è stato un politico palestinese, Gran Mufti di Gerusalemme, fu uno dei principali leader nazionalisti arabi radicali degli anni trenta, indicato anche come un precursore del fondamentalismo islamico, malgrado i suoi lavori non abbiano mai inteso coinvolgere aspetti regolati dalla teologia islamica.

Il 7 maggio 1936, 150 delegati dei Comitati Nazionali tornarono a riunirsi a Gerusalemme, decisero di proseguire lo sciopero, diedero alle autorità il termine di una settimana per il blocco totale dell’immigrazione e invitarono in caso negativo allo sciopero fiscale: il paese intero avrebbe smesso di pagare tasse e imposte. A Giaffa si riunì il congresso dell’Associazione delle donne che l’11 maggio annunciò la propria partecipazione allo sciopero; il 12 si riunirono tutte le camere di commercio della Palestina; il Congresso nazionale degli studenti creò una “Guardia Nazionale”; l’ordine degli avvocati decise di bloccare tutte le cause, escluse quelle contro gli scioperanti; l’ordine dei medici stabilì cure gratuite per gli scioperanti; i decani delle comunità pastorali del Naqab aderirono allo sciopero; i dirigenti amministrativi di 18 città si riunirono e decisero il blocco delle attività a partire dal 1 giugno; tutti i sindaci restituirono i loro sigilli; il 30 maggio entrarono in sciopero tutti i 137 funzionari e 1200 impiegati arabo-palestinesi del governo.
Il 23 maggio vennero arrestati due dirigenti dei comitati dello sciopero. Gli agricoltori della zona di Nāblus marciarono su Tûbâs dove erano tenuti i prigionieri, ma vennero respinti dai nuovi contingenti militari inglesi arrivati dall’Egitto.
La mattina dopo le truppe britanniche intervennero a Nāblus per reprimere una manifestazione di protesta uccidendo quattro manifestanti. Attacchi di gruppi armati contro i campi militari britannici e le basi sioniste si segnalarono un po’ ovunque. Un attentato con la dinamite distrusse l’oleodotto della britannica Iraq Petrolium Company. Il drenaggio del petrolio si bloccò e così il porto di Haifa. Durante l’estate gli attacchi degli insorti divennero battaglie campali. Arrivarono in Palestina volontari dalle altre regioni della Siria e tra questi emerse la figura del comandante siriano Fawzī al-Qāwuqjī. Da settembre tutto il paese divenne un campo di battaglia. Affluirono altre truppe britanniche dall’Egitto, da Malta e dall’Inghilterra. La repressione fu feroce: un’ondata di arresti colpì migliaia di cittadini che vennero tenuti nei campi militari e le punizioni collettive vennero impiegate su larga scala. Solo nei primi 3 mesi di sciopero i palestinesi versarono 30.000 sterline di multe collettive, quando il salario medio era di 3 sterline mensili.
L’amministrazione britannica inaugurò una nuova tecnica di punizione collettiva che nei successivi 70 anni sarà largamente usata come strumento di cancellazione della realtà palestinese. Il 16 giugno gli aerei britannici lanciarono volantini che annunciarono “lavori di urbanizzazione” del centro storico di Giaffa, “al fine di ampliare e migliorare la città vecchia costruendo due strade che saranno utili all’intera città”.
Alla popolazione si diedero 24 ore di tempo per lasciare le proprie abitazioni. Il 18 giugno i militari circondarono il centro della città con un vasto spiegamento di forze. Procedettero a svuotare l’area. Gli abitanti vennero deportati e i militari cominciarono una sistematica distruzione con la dinamite di tutti gli edifici. Il 21, dopo tre giorni di demolizioni, il centro storico di una delle città più antiche del mondo non esisteva più. Il 29 e il 30 giugno 1936 vennero demoliti altri 150 edifici e 850 capanne: 10.000 persone restarono senza dimora. Negli anni successivi la demolizione sarà la tecnica repressiva preferita dagli inglesi e successivamente dagli israeliani.
Il governo emanò delle “Leggi d’Emergenza” che consentirono arresti senza mandato, censura della stampa, controllo della posta, restrizione della libertà di movimento di singoli o gruppi, deportazione di singoli o collettive, confisca delle proprietà, demolizione delle abitazioni e di qualsiasi altro edificio, singolarmente o in blocco, chiusura di determinate aree, imposizione del coprifuoco, ecc. Le misure adottate in base alle Leggi d’Emergenza vennero considerate misure amministrative che non richiesero il ricorso all’autorità giudiziaria. Non c’erano cioè accuse formali, non richiedevano processi, non c’era giudizio e non ci si poteva appellare.
Nel 1936 l’autorità britannica in collaborazione con la Haganah, l’organizzazione militare sionista, formò la “Polizia d’Insediamento Ebraico” al fine di “difendere gli insediamenti”. L’amministrazione britannica si incaricò di provvedere all’armamento della nuova formazione militare sionista. Nello stesso anno, il governo britannico della Palestina incaricò Orde Wingate, capitano dell’esercito, di addestrare squadre specializzate in attacchi notturni reclutate nelle fila della Haganah. Lo sciopero generale palestinese si scontrò con l’infrastruttura sionista che colse l’occasione dello sciopero dei lavoratori palestinesi nell’amministrazione, nei servizi pubblici, specialmente nei porti e nelle ferrovie, e negli stabilimenti commerciali, per conquistare posizioni nevralgiche per l’economia del paese. Involontariamente lo sciopero palestinese completò l’opera del segregazionismo sionista. Esempio tipico: la costruzione del porto di Tel Aviv che soppianterà quello di Giaffa.
La repressione a cui si è appena accennato alimentò la rivolta. Gli insorti aumentarono di numero, in capacità d’iniziativa e nella qualità delle loro azioni contro le truppe d’occupazione e le squadre dei coloni sionisti che le affiancarono. In pochi mesi il controllo di vaste aree del Paese passò nelle mani di rivoltosi.
La guerriglia si diffuse nelle campagne dove i dirigenti politici dei ceti urbani godevano di prestigio e autorità, ma non controllavano il movimento. I leader cittadini credevano comunque di aver acquisito un sufficiente peso contrattuale nei confronti del governo britannico. L’alto Comitato Arabo presieduto dal muftì si rivolse ai monarchi dell’Arabia, dell’Iraq e della Transgiordania che diffusero un comunicato rivolto ai palestinesi in cui chiesero la cessazione dello sciopero, il ritorno alla normalità e affermarono: «Noi abbiamo fiducia nelle buone intenzioni della Gran Bretagna nostra amica». L’Alto Comitato Arabo invitò a sospendere lo sciopero. L’11 ottobre 1936, dopo 175 giorni, lo sciopero in Palestina, il più lungo sciopero generale mai effettuato, venne sospeso, ma le azioni insurrezionali non si fermarono.
Vennero chiamati in Palestina altre truppe britanniche ed esperti antiguerriglia quali il generale Bernard Law Montgomery, Charles Tegart e David Petrie, che sin dal 1937 ritennero che: «È chiaro che la liquidazione della ribellione con i mezzi militari sarà un’impresa lunga e costosa e che si impone una guerra contro la maggioranza della popolazione araba» Per tre anni, dal 1936 al 1939, le campagne palestinesi divennero un vero formicaio, e tra il settembre 1937 e l’aprile 1939 gran parte della Palestina sfuggì al controllo militare britannico.

Nella foto di sinistra, soldati britannici dopo aver recuperato la vecchia città di Gerusalemme alla porta di Damasco, nel novembre del 1938. Nella foto di destra, vista di Gerusalemme nel 1939.

Il culmine della ribellione fu raggiunto nel 1938, anno in cui i rivoltosi, oltre a controllare le campagne, cominciarono a organizzare un’amministrazione parallela. Nell’estate del 1938 i ribelli controllavano molte città importanti quali Giaffa e Nāblus e il 17 ottobre conquistarono la vecchia città di Gerusalemme. Nelle città controllate parzialmente dagli insorti la milizia sionista, la Haganah, compì attentati nei luoghi pubblici facendo stragi di civili. Il 6 luglio 1938 i miliziani sionisti fecero esplodere una bomba al mercato della verdura di Haifa facendo 23 morti. Ordigni esplosero nelle piazze e nei mercati di Giaffa, Gerusalemme e in altre città. Nel febbraio 1939, mentre era in corso la Conferenza di Londra, un’altra ondata di attentati sionisti colpì i mercati di frutta e verdura uccidendo 38 palestinesi.
La repressione fu spietata. Secondo le stime ufficiali britanniche, che sono di gran lunga inferiori alla realtà, più di 2.000 palestinesi vennero uccisi. Gli studiosi hanno valutato invece in 15.000 il numero dei palestinesi uccisi nella repressione della rivolta. Lo studioso Walid Khalidi ha documentato 5.032 uccisioni, 14.760 ferimenti e 5.600 imprigionati palestinesi.
Il 1948 rappresentò per il mandato di Palestina l’epilogo del ventennio turbolento che era iniziato nel 1929, con la prima rivolta palestinese contro lo Yishuv sionista. Gli avvenimento del 1948 segnarono la nascita dello Stato di Israele e quella del problema palestinese così come lo conosciamo oggi.

 

Per approfondimenti:
_Edward Said, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Roma, Gamberetti, 1995;
_Massimo Massara, La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Milano, Teti editore, 1979;
_Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Milano, BUR, 2003;
_Nathan Weinstock, Storia del sionismo. Dalle origini al movimento di liberazione palestinese, 2 voll., Roma, Samonà e Savelli, 1970;
_Elias Sanbar, Il palestinese. Figure di un’identità: le origini e il divenire, Milano, Jaca Book, 2005;
_Janet Abu-Lughod, The Demographic Transformation of Palestine, in Id., The Transformation of Palestine: Essays on The Origin and Development of The Arab-Israeli Conflict, Northwestern University Press, Evanston, 1971;
_Marco Allegra, Palestinesi. Storia e identità di un popolo, Roma, Carocci, 2010;
_Ilan Pappé, Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, Torino, Einaudi, 2005;
_Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Roma, Fazi, 2008;
_Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001;
_Antonio Moscato, Israele senza confini. Politica estera e territori occupati, Roma, Sapere 2000, 1984;
_Giancarlo Paciello, La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese, Pistoia, Editrice CRT, 2004;
_Nakba. L’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, Roma-Salerno, Fondazione Internazionale Lelio Basso, 1988;
_Guido Valabrega, Il Medio Oriente dal primo dopoguerra a oggi, Firenze, Sansoni, 1973;
_Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882-1948, Washington, Institute for Palestine Studies, 1992;
_Nur Masalha, A Land Without a People, Transfer and the Palestinians 1949-1985, Londra, Faber & Faber, 1997;
_Patrick Seal, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Roma, Gamberetti, 1995;
_Patrick Seal, Abu Nidal, una pistola in vendita. I mille volti del terrorismo internazionale, Roma, Gamberetti, 1994;
_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Milano, Il Saggiatore, 2010;
_Khaled Hroub, Hamas: un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Milano, Mondadori, 2006;
_Michel Warschawski, Israele-Palestina. La sfida binazionale: un sogno Andaluso del XXI secolo, Roma, Sapere 2000, edizioni multimediali, 2002;

 

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La vita in “Cacania” dell’Imperatore Franz Joseph

La vita in “Cacania” dell’Imperatore Franz Joseph

di Domenico Giglio 23/06/2017

Che Vienna, nel 2016, centenario della morte di Francesco Giuseppe, abbia dedicato numerose mostre ed esposizioni allo stesso ed alla sua epoca, cominciando da Schonbrunn, il palazzo dove era nato il 18 agosto 1830 ed era mancato la sera del 21 novembre 1916, è logico ed opportuno, trattandosi dell’Imperatore che vi aveva regnato per 68 anni, dal lontano 2 dicembre 1848 e che vi fu sepolto nella Cripta dei Cappuccini, sepolcreto degli Asburgo dal 1633, il successivo 30 novembre, cripta che dette il titolo ad un celebre romanzo storico di Joseph Roth ed il rituale per accedervi fu a sua volta ricordato da Franz Werfel nel suo “Nel crepuscolo di un mondo”.

A sinistra, Koloman Moser: stampa di francobollo su Francesco Giuseppe Asburgo-Lorena; a destra mappa etnica dell’Impero austro-ungarico.

Questo ricordo, doveroso per gli austriaci, per cui le poste dell’attuale repubblica austriaca hanno dedicato un francobollo commemorativo del centenario della morte dell’ Imperatore, inizia con la sua ascesa al trono, nel dicembre 1848, dopo l’abdicazione praticamente imposta all’Imperatore Ferdinando, che visse poi in serenità a Praga fino al 1873, e l’altrettanto forzata rinuncia del padre, l’Arciduca Francesco Carlo, coronava gli sforzi che la madre, la bavarese arciduchessa Sofia, aveva fatto, perché questo suo figlio primogenito, fosse imperatore, cominciando dalla sua educazione fin da bambino.
Purtroppo il momento della assunzione all’Impero non era dei più felici, perché da mesi Vienna e l’Ungheria tutta, erano in rivolta contro l’assolutismo asburgico, impersonato dal Metternich, anche con eccessi come la barbara uccisione del Ministro della Guerra, il vecchio conte Latour, raggiunto nei suoi uffici, massacrato e poi appeso ad un lampione! Rivolte, quasi rivoluzioni represse a Vienna dalle truppe comandate dal maresciallo Von Windish-Graetz, ed in Ungheria, con l’intervento ancora peggiore, dell’esercito mandato dallo Zar Nicola I, in virtù dei principi della “Santa Alleanza”, truppe che avevano avuto ragione dei ribelli, così che questo giovane di diciotto anni, saliva su di un trono macchiato di sangue, cancellando quella Costituzione che Ferdinando, aveva, forse a malincuore concessa. Ed in Ungheria, dopo il vittorioso intervento russo, aprendo un solco parzialmente riempito solo dopo un ventennio, un generale austriaco, Haynau, già tristemente noto in Italia, nel 1848, per la sua repressione, che gli aveva meritato il titolo di “jena di Brescia”, fucilava ed impiccava ad Arad, ben 13 generali ungheresi e 114 altri militari, le cui domande di grazia erano state respinte, come avverrà pure nel 1852 per la domanda di grazia per il patriota e sacerdote, Enrico Tazzoli, reo di un delitto di opinione, impiccato poi a Mantova nel dicembre.

Thomas Lawrence, Principe di Metternich – 1815, Kunsthistorisches Museum

 
Questo , mentre un altro giovane di 28 anni, Vittorio Emanuele II, salito al trono il 3 marzo 1849, dopo una sconfitta militare, in quel di Novara, aveva mantenuto la bandiera tricolore e soprattutto aveva conservato quello Statuto, concesso dal padre Carlo Alberto, con i relativi ordinamenti parlamentari che l’Austria avrebbe conosciuto solo nel 1867. Interessante questo parallelo tra un governo, quello del Regno di Sardegna, con l’intensa attività parlamentare e governativa nel decennio dal 1849 al 1859, mentre nell’Impero d’Austria, vigeva un regime assolutistico, da stato di polizia. Così da una parte si affermava il liberalismo di Cavour e dall’altra, mancato nel 1852, il principe di Schwarzenberg, campione del dispotismo, non emergeva nessuna personalità di valore che indirizzasse l’Imperatore, di per sé digiuno di esperienza politica e poco amante di letture, verso le necessarie riforme.
Così, quando nel 1854, scoppiò quella che fu chiamata “Guerra di Crimea” con Francia, Regno Unito, Impero Ottomano, unite contro l’Impero Russo, l’Austria rimase neutrale, con grande amarezza e delusione dello Zar Nicola I, che riteneva fosse un dovere di Francesco Giuseppe, appoggiare militarmente la Russia, in ricordo e ricambio dell’aiuto ricevuto per debellare la rivolta ungherese, mentre proprio in questa vicenda si inserì abilmente Cavour, fortemente appoggiato dai Savoia, mandando un corpo di spedizione in Crimea, che gli dette così l’opportunità di partecipare, unico rappresentante di uno stato italiano, al Congresso di Parigi nel 1856 e denunciare la situazione dell’Italia, ponendo le basi di quell’accordo con Napoleone III, definito due anni dopo a Plombieres. E peggio ancora si comportò l’Austria, cioè l’Imperatore, che nel 1859, addirittura lasciando all’oscuro il proprio Ministro degli Esteri, il conte Buol, inviò il 23 aprile il famoso “ultimatum” al Regno di Sardegna, seguito il 27 dalla dichiarazione di guerra, che fece scattare la clausola dell’alleanza “difensiva” con l’ Impero di Napoleone III, che così in tal modo poté intervenire militarmente in aiuto al Piemonte, portando alla vittoria, insieme con Vittorio Emanuele II, le truppe franco-piemontesi.
Questa inesperienza di Francesco Giuseppe, – in materia di conoscenze dirette dell’impero, avendo compiuto un solo viaggio nel 1845 a Venezia ed uno in Dalmazia -, fu pagata cara perché non bastava da una parte il coraggio personale, di cui aveva dato prova nel 1848, ancora arciduca, nel combattimento di Santa Lucia ed il senso del dovere e dell’ordine, l’amore e l’inclinazione al lavoro, che rispettò fino all’ultimo giorno e che ne fecero il primo impiegato dell’ impero, quando invece sarebbe stato necessario lo spirito d’iniziativa e decisioni rapide e nette, confermando un vecchio giudizio di Napoleone I che “l’Austria arrivava sempre troppo tardi sia con l’esercito che con le idee”.
E sempre nel 1859 l’infelice scelta, quale comandante dell’esercito austriaco che doveva invadere il Piemonte, del maresciallo Gyulay, anziché dell’Hess, costrinse Francesco Giuseppe, dopo i primi insuccessi, ad assumere personalmente il comando delle truppe, venendo sconfitto a Solferino e San Martino, perdendo la Lombardia, assegnata al Regno di Sardegna.
Così ci descrive la sua inesperienza, unita a grande coraggio, il letterato Joseph Roth nella celebre “Marcia di Radetzky”: “A un tratto si stava nel tepore meridiano di un sole argenteo, coperto da nubi burrascose. Allora, tra il sottotenente e le schiene dei soldati, comparve l’Imperatore con due ufficiali del suo stato maggiore. Fece per portarsi agli occhi un binocolo da campo che uno degli accompagnatori gli porgeva. Trotta sapeva che cosa ciò significava: ammesso pure che il nemico stesse ripiegando, la sua retroguardia aveva pur sempre il viso rivolto verso gli austriaci, e chi alzava un binocolo si faceva riconoscere come un bersaglio che vale la pena colpire. E questi era il giovane Imperatore. Trotta si sentì il cuore in gola. La paura per l’inimmaginabile, immensa catastrofe che avrebbe annichilito lui stesso, il reggimento, l’esercito, lo Stato, il mondo intero, gli trapassò il corpo con brividi ardenti. Le ginocchia gli tremarono. E l’eterno malanimo dell’ufficiale subalterno di prima linea verso gli alti papaveri dello stato maggiore, che non avevano alcuna idea dell’amara realtà del fronte, dettò al sottotenente quel gesto che impresse il suo nome a lettere indelebili nella storia del reggimento. Con entrambe le mani afferrò le spalle del Monarca perché si chinasse. La presa del sottotenente fu fin troppo energica. L’Imperatore cadde a terra di botto e gli accompagnatori si precipitarono in suo aiuto. In quell’istante una pallottola trapassò la spalla sinistra del sottotenente, quella pallottola, appunto, che era destinata al cuore dell’imperatore. Mentre questi si rialzava, il sottotenente piombava a terra. Ovunque, lungo tutto il fronte, si ridestò il confuso e sporadico scoppiettio dei fucili impauriti e strappati al loro sopore. (…) Trotta guarì nel giro di quattro settimane. Quando fece ritorno alla sua guarnigione nell’Ungheria meridionale, era insignito del grado di capitano, della più alta onoreficenza, l’Ordine di Maria Teresa, e del titolo nobiliare. Si chiamò da allora in poi: capitano Joseph Trotta von Sipolje”.

Da sinistra a destra: Lilly König, Ritratto di Francesco Giuseppe a cavallo durante le guerre risorgimentali – 1855; Karl Philipp zu Schwarzenberg, indicato anche come Carlo I di Schwarzenberg (Vienna, 15 aprile 1771 – Lipsia, 15 ottobre 1820), è stato un feldmaresciallo austriaco; il conte Karl Ferdinand von Buol-Schauenstein (Vienna, 17 maggio 1797 – Vienna, 28 ottobre 1865) è stato un politico austriaco. Fu molto noto per i famosi “quattro punti” legati alla Guerra di Crimea e al tradimento più famoso della storia: dopo aver firmato un accordo di alleanza con la Prussia (20 aprile 1854), determinò la sensazione che un ingresso dell’Austria in guerra al fianco di Francia e Gran Bretagna fosse imminente. Buol prese contatti con il ministro degli Esteri francese Édouard Drouyn de Lhuys, conservatore, e ai primi di luglio del 1854 furono redatti i 4 punti che dominarono il corso diplomatico della guerra. Queste clausole dovevano essere accettate dalla Russia affinché si potessero aprire le trattative di pace: 1) I principati danubiani dovevano essere protetti da una garanzia europea; 2) La navigazione sul Danubio doveva essere libera; 3) Le restrizioni all’accesso di navi da guerra europee nel Mar Nero previste dalla Convenzione degli stretti del 1841 dovevano essere riviste; 4) I russi dovevano abbandonare le loro pretese di protettorato sui sudditi cristiani della Turchia.

Le incertezze riguardavano anche la politica interna oscillante tra centralismo e federalismo e dominavano la politica estera austriaca relativamente al problema dell’unità germanica e del ruolo di comando nella Confederazione Germanica, per cui, anche in questo caso Francesco Giuseppe fu abilmente giuocato da Bismarck, il potente cancelliere del Regno di Prussia, che nel 1866 lo spinse a mobilitare per primo, senza che l’esercito fosse pronto e forzando il riluttante, ma fedele, generale Benedeck, ad assumerne il comando, con il risultato di essere travolto dai prussiani di Moltke a Sadowa, perdendo definitivamente il primato tra gli stati tedeschi, che così passava dai cattolici Asburgo ai luterani Hoenzollern, ed il Veneto, assegnato al Regno d’Italia, alleata della Prussia, in quella che per noi è considerata la Terza Guerra d’Indipendenza, però con un confine quanto mai infelice, tra Italia ed Austria, con il Trentino incuneato tra Lombardia e Veneto e ben lontano da Trieste. Inoltre l’Austria e quindi l’ Imperatore, a cui era demandato anche il più piccolo problema, dettero prova dopo la guerra, di ingratitudine nei confronti dell’ammiraglio Tegetthof, il vincitore di Lissa e del Benedeck, sulle cui uniche spalle fecero ricadere la sconfitta di Sadowa.
In questi anni si inserisce l’amara vicenda del fratello Massimiliano, quel fratello che nominato viceré del Regno Lombardo-Veneto, nel 1857, aveva cercato di riconciliare con l’ Impero gli abitanti del Regno, sollecitando inutilmente Vienna a liberalizzazioni e riforme, per cui inascoltato era partito sulla carducciana “fatal Novara”, lasciando il Castello di Miramare, con le sue “(…) bianche torri, attediate per lo ciel piovorno (…)”, per salire al trono di Imperatore del Messico, dopo essere stato obbligato dal fratello, prima di partire, a firmare l’atto di rinuncia al trono austriaco, per finire poi fucilato il 19 giugno 1867 a Queretaro, mentre pochi giorni prima, l’ 8 giugno, Francesco Giuseppe con la moglie, la bavarese Elisabetta, il cui fascino aveva colpito gli ungheresi, erano incoronati a Budapest, Re d’Ungheria, dando così origine e consacrazione a quella che da allora fu definita “duplice monarchia” che prese il noto nome de “Impero Austro- Ungarico”. Ed il successivo 18 agosto, a Salisburgo, si celebravano solennemente i 37 anni dell’ Imperatore, presente anche Napoleone III, con la moglie Eugenia, a cui non rimordeva la coscienza di aver spinto Massimiliano all’avventura messicana, praticamente lasciandolo solo ed indifeso quando aveva ritirato e reimbarcato per la Francia, il corpo d’armata francese comandato da Bazaine.

Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena (Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867), membro della Casa d’Asburgo, principe imperiale e arciduca d’Austria, fu imperatore come Massimiliano I del Messico. Con l’appoggio di Napoleone III (1852-1870) di Francia e di gruppi conservatori messicani, venne proclamato imperatore del Messico il 10 aprile 1864, ma molti governi stranieri (e buona parte degli stessi messicani) rifiutarono di riconoscere il suo governo. Nel 1867 venne fucilato dagli oppositori repubblicani. Questo evento colpì fortemente il pittore francese Manet, che gli dedicò il celebre dipinto: “L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano” (sulla destra).

E questo 1867 fu anche importante perché finalmente l’Impero si dotava di una Costituzione, con il suo parlamento, il Reichsrat, costituzione che avrebbe regolato teoricamente la vita politica austriaca fino al 1918, ma come commentarono diversi storici in realtà lo Stato era in balia dell’arbitrio burocratico sotto la maschera del costituzionalismo, anche quando fu concesso il suffragio universale maschile ed il parlamento raggiunse i 507 deputati, con 233 seggi previsti per i tedeschi e 255 per gli altri gruppi slavi, mentre solo 19 erano assegnati alle minoranze italiane: ricorderemo il socialista, ma irredentista, Cesare Battisti ed il cattolico Alcide De Gasperi. Questa ridotta presenza italiana era il frutto della politica, messa in atto dopo le nostre guerre d’indipendenza, che avevano dato all’Italia la Lombardia ed il Veneto, malgrado la “Triplice” stipulata nel 1882, di favorire croati e slavi, fomentando la loro avversione nei confronti degli italiani, modificando ad esempio i collegi elettorali in modo da ridurre o far scomparire la rappresentanza italiana, che nel 1848 era maggioritaria in Dalmazia e totale in Istria.
L’accenno alla incoronazione a Budapest di Elisabetta Regina, ci fa soffermare sulla figura di questa consorte di Francesco Giuseppe, principessa bavarese, sposata a 16 anni, per libera scelta del giovane Imperatore, contravvenendo alla volontà della madre che aveva invece scelto per lui, la sorella maggiore di Elisabetta, la principessa Elena. Matrimonio effettivamente d’amore da parte imperiale, che le fu fedele per tutta la vita, che la assecondò in tutti i suoi desideri, che le scrisse sempre lettere affettuose, non considerando la relazione, in età più tarda, con l’attrice Caterina Schratt, relazione nota ed anche favorita dalla stessa Elisabetta. Diverso invece l’atteggiamento della giovane Elisabetta, oppressa fin dall’inizio del matrimonio dal rigidissimo cerimoniale asburgico, di derivazione spagnola, soffocante per una giovane abituata ad una vita libera a contatto con la natura, in una famiglia senza dubbio di origine regale, essendo un ramo cadetto della dinastia dei Wittelsbach, ma non schiava delle forme. Non potevano essere due caratteri più differenti e lontani fra loro, con esigenze diverse ed anche con passioni diverse dai viaggi che videro Elisabetta andare da Madera a Corfù, per finire tragicamente a Ginevra, all’amore della poesia, particolarmente Heine, mentre è noto lo scarso interesse culturale di Francesco Giuseppe, tra l’altro poco disponibile ad accettare i progressi tecnici dal telefono, alle automobili e alle attrezzature ginnastiche e balneari che amava invece la consorte. Questo distacco di Elisabetta dai suoi doveri di Imperatrice va ad esempio confrontato, non certo a suo vantaggio, con il ruolo che quasi negli stessi anni veniva svolto in Italia, a favore dell’unità nazionale dalla Regina Margherita, oggi quasi sconosciuta e dimenticata, nei viaggi nella penisola ed in tutte le manifestazioni ufficiali, sempre a fianco del marito, il Re Umberto I, di cui pure conosceva e perdonava certe debolezze!
Amante della poesia Elisabetta era ella stessa poetessa ed ora dopo oltre un secolo dalla morte le sue poesie riscoperte recentemente sono state pubblicate in un libro curato dalla storica viennese Brigitte Hermann e tradotte anche in italiano, che aprono, come sottolineato dallo storico Waldimaro Fiorentino, che ha recensito questo libro, uno scenario incredibile sui veri sentimenti della imperatrice, smitizzandone il personaggio, perché le sue poesie “sulla famiglia Asburgo e sulla politica imperiale degli anni Ottanta sono a volte spietate , addirittura provocatorie” e di questa spietatezza è prova, ad esempio, una poesia dove dice: “voi amati popoli di questo vasto impero, in gran segreto io vi ammiro tanto, perché col sudore e col vostro sangue, nutrite generosi questa schiatta depravata”, cioè gli Asburgo. E da queste poesie si comprende chi avesse ereditato il carattere ribelle, libertario, repubblicaneggiante di Elisabetta e cioè proprio il figlio, l’Arciduca Ereditario Rodolfo , morto suicida in quella alba tragica del 29 gennaio 1889 a Mayerling. Così, più tardi Francesco Giuseppe, dopo la morte di Elisabetta avvenuta il 10 settembre 1898, pare abbia detto che nulla nella vita gli era stato risparmiato, mai pensando a quanto sarebbe avvenuto a Serajevo sedici anni dopo!

Rodolfo d’Asburgo-Lorena, Arciduca d’Austria e Principe della Corona d’Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto 1858 – Mayerling, 30 gennaio 1889), arciduca d’Austria. Era figlio di Francesco Giuseppe I Imperatore d’Austria, Ungheria e Boemia e di sua moglie ed imperatrice Elisabetta. Avrebbe dovuto essere l’erede al trono di Francesco Giuseppe, ma la sua morte, avvenuta per suicidio insieme alla sua amante, la baronessa Maria Vetsera, nel casino di caccia di Mayerling, nel 1889, impedì questo, destando scalpore in tutto il mondo e alimentando voci di cospirazione internazionale.

Tra tanti eventi non certo positivi, si arrivava, grazie finalmente ad un uomo politico audace e spregiudicato, l’ungherese Andrassy, nel 1878, dopo il Congresso di Berlino, che poneva un punto fermo alla storica inimicizia tra gli Imperi Russo ed Ottomano, il congresso da cui l’Italia seppe solo uscire con le “mani nette”, alla assegnazione all’Impero Austro-Ungarico, della Bosnia-Erzegovina in amministrazione fiduciaria, che nel 1908 sarebbe divenuta annessione, rafforzandolo nei Balcani e dando inizio a quel lungo periodo di pace. Periodo di cui si giovò l’intera Europa, ma particolarmente l’Impero asburgico, per la parte economica e per lo sviluppo industriale, anche se nel suo interno crescevano le rivalità delle nazionalità componenti questo grande insieme multietnico, di oltre cinquanta milioni di abitanti, ed apparivano degli spunti antisemita. In questo scenario la figura di Francesco Giuseppe, fotografato in centinaia di occasioni diveniva simbolica e quasi carismatica, assurgendo ad elemento unificatore, anche se negli ambienti più qualificati culturalmente e politicamente si capiva che il mantenimento dello “status quo” non solo non risolveva i problemi, ma lentamente li aggravava e quindi non bastava a fermare il declino la ripetuta immagine dell’Imperatore, ancora alto, snello e sempre elegante nelle sue divise, sia nei balli di Corte che nelle riviste militari od anche a caccia che era forse la sua unica passione oltre il lavoro di ufficio. Ed in tutte queste manifestazioni e nelle sue vacanze nei territori dell’Impero, sembrava essere vicino al popolo, anche se riservava la stretta della sua mano solo all’alta nobiltà! E di questa sterile nostalgia c’è chi si nutre ancor oggi in varie parti dell’ex impero, meno in Austria, tranne forse il Tirolo.
In questo periodo di pace, che permetteva anche al giovane Regno d’Italia, di consolidarsi all’interno e di trovare il suo ruolo nel concerto europeo delle grandi potenze – dove “Europa” voleva dire “il Mondo” -, sia Vittorio Emanuele II, nel 1873 ed Umberto I , nel 1881, si recavano in visita a Vienna, visite ricambiate da Francesco Giuseppe a Venezia, non volendo venire a Roma, dove il Pontefice non riconosceva l’annessione all’Italia, considerando i cattolici Savoia, come usurpatori. Nasceva così in Italia, il problema dell’irredentismo, con la relativa reazione anti-italiana, da parte austriaca, con punte di frizione come quando il triestino Guglielmo Oberdan(k), per un presunto possibile attentato all’Imperatore veniva impiccato nel 1882, malgrado la domanda di grazia presentata dalla madre e gli appelli di numerose personalità tra le quali Victor Hugo. In questa ed in altre occasioni il governo italiano, considerando l’alleanza difensiva conclusa con gli Imperi Germanico ed Austro-Ungarico, si comportò sempre con estrema correttezza nei confronti degli alleati, come quando Giolitti, Presidente del Consiglio, nel 1911, fu costretto a censurare l’ode di Gabriele d’Annunzio, “La Canzone dei Dardanelli”, in quanto “ingiuriosa verso una potenza alleata e verso il suo sovrano”, censura da cui derivò il vero e proprio odio del poeta per Giolitti , culminato nel 1915, in quanto nella canzone Francesco Giuseppe era indicato come “(…) angelicato impiccatore, l’angelo dalla forca sempiterna (…)” e l’Austria come “(…) la schifiltà dell’aquila a due teste,che rivomisce come l’avvoltoio, le carni dei cadaveri indigesta (…)”.
Nessuno in tutto questo periodo voleva una guerra e realisticamente il Regno d’Italia pensava a soluzioni diplomatiche per la soluzione degli italiani irredenti, se non fosse intervenuto il 28 giugno del 1914, a Serajevo, capitale della Bosnia –Erzegovina, l’attentato e la morte dell’ Arciduca Ereditario, Francesco Ferdinando, e della moglie morganatica Sofia Chotek, ricordati, anche loro, nel centenario del triste evento, incredibile a dirsi, dalle poste della repubblica austriaca, con l’emissione di un “foglietto”, contenente due francobolli con i loro ritratti! Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe, in quanto figlio del fratello minore dell’Imperatore, succeduto nella linea ereditaria, dopo la morte dell’unico figlio maschio, l’arciduca Rodolfo, era uomo dal carattere deciso come aveva dimostrato anche nel caso del suo matrimonio con una nobile di modesto rango, che non sarebbe mai potuto diventare imperatrice, né i suoi figli ereditare il trono, ed era di temperamento autoritario, diverso da quello dello zio. Poco amato dalla popolazione, aveva progetti di ristrutturazione dell’impero per dare spazio a boemi e slavi, cambiandone completamente il volto e frenandone la dissoluzione. Questo assassinio all’inizio, oltre allo sdegno, non aveva generato particolari reazioni, ma fu successivamente preso a motivo, da parte della classe dirigente militare e politica, più austriaca che ungherese, per dare al Regno di Serbia, considerato mandante dell’attentato e da alcuni definito “il Piemonte dei Balcani”, una solenne lezione, dimentichi che sugli slavi ortodossi esisteva l’alta protezione dell’Impero Russo. Così si ripeteva l’errore dell’ultimatum del 1859 e si metteva il vecchio, ottantaquattrenne, Imperatore, quasi di fronte al fatto compiuto.
In effetti Francesco Giuseppe non era più per le guerre, ricordando Solferino, con le migliaia di morti e feriti, lui che lì era stato presente, ma “ingravescente aetate” , non aveva più sufficiente energia per opporsi ai suoi sconsiderati ministri, che arrivavano anche ad affermare fatti inesistenti, per cui, con la stanca mano appose la firma alla dichiarazione di guerra alla Serbia, mai pensando che con quella sottoscrizione avrebbe dato inizio a quella che fu poi definita “Prima Guerra Mondiale” e posto fine non solo al suo impero, ma a tutto il principio monarchico predominante in una Europa che al momento vedeva solo tre repubbliche: Portogallo, Svizzera e Francia. Successivamente si sarebbe visto proprio l’Austria proclamare la repubblica e la decadenza della sua Casa e cadere altri tre imperi, germanico, russo ed ottomano, tutti, anche loro, sostituiti da repubbliche, cambiando così l’aspetto geopolitico ed istituzionale dell’Europa.

 

Per approfondimenti:
_Elsabetta d’Austria –“Diario poetico” – a cura e prefazione di Brigitte Harman – Edizioni MCS;
_Eugenio Bagger, “Francesco Giuseppe” – Edizioni Mondadori, 1929;
_Francois Feito, “Requiem per un Impero defunto” – Edizioni “Il giornale”, 1990;
_Franz Werfel, “Nel crepuscolo di un mondo” – Edizioni Mondadori, 1950;
_Gabriele d’Annunzio, “Merope” – Edizioni Il Vittoriale degli italiani, 1943;
_Joseph Roth, “La marcia di Radetzki” – Edizioni Adelphi, 1987;
_Joseph Roth, “La cripta dei Cappuccini” – Edizioni Adelphi;
_Nora Fugger, “Gli splendori di un impero “ – Edizioni Mondadori;
_Stefan Zweig, “Il mondo di ieri” – Edizioni Mondadori, 1946;
_Waldimaro Fiorentino, “Nessuna nostalgia ….” – da “Il sole -24 ore” del 12 agosto 1995 ed altri articoli
_Waldimaro Fiorentino, “La prima guerra mondiale” – Edizioni Catinaccio, 2015.

 

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Alois Musil: l’europeo che amò veramente gli arabi

Alois Musil: l’europeo che amò veramente gli arabi

di Giuseppe Baiocchi 27/05/2017

Nella storia delle ricerche etnografiche compiute in Medio Oriente Alois Musil, nato a cavallo della seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, occupa certamente un posto d’elezione. Di origini boeme, nasce in Moravia (attuale Repubblica Ceca), cugino del più celebre Robert (l’autore dell’Uomo senza qualità), Alois Musil incarna una figura intellettuale quale poteva essere espressa solo dalla cultura mitteleuropea dei primi decenni del Novecento.
Ordinato sacerdote cattolico, divenne un fine arabista, poi geografo, poi esploratore e cartografo, infine etnografo e agente politico dell’Impero Austro-Ungarico, in Medio Oriente.
Per certi versi alcuni studiosi lo contrappongono al britannico Thomas Edward Lawrence, ma il paragone sembra improprio a livello filologico, per via del suo lavoro da ricercatore e arabista. Durante il primo conflitto, il suo compito fu quello di impedire che gli arabi, alleati degli ottomani, si combattessero tra loro e far sì che rimanessero fedeli alla “Sublime Porta”. Sembra che Musil abbia operato meglio di quanto fece Lawrence sul fronte opposto, poiché la sua missione fallì solo per l’andamento generale della guerra, più che per le sue qualità personali e operative.
Laureato ad Olomuc, perfezionò gli studi a Gerusalemme e Beirut e divenne docente di teologia all’Università di Olomuc, unita a quella degli Studi Biblici ed Arabi all’Università di Vienna, Cambridge e Berlino.
Dal 1895 inizia i primissimi viaggi in Medio Oriente, che lo portano ad avere un ottima padronanza della lingua araba, dell’ebraico, e del turco; conosceva anche tutti i dialetti delle numerose tribù arabe del nord, a differenza di Lawrence d’Arabia, il quale sapeva stentatamente solo alcune frasi dell’arabo.
Il suo massimo capolavoro etnografico resta il libro del 1928 sui beduini Rwala dell’Arabia settentrionale “The Manners and Customs of the Rwala Bedouin” (Le maniere e i costumi dei beduini Rwala). Si avvicinò al Medio Oriente sollecitato da una doppia problematica, religiosa e antropologica al tempo stesso.
Come è noto anche dagli scritti di suo cugino Robert, nella sua personale “Cacania” si poteva percepire il pensiero asburgico, lontano da mire coloniali, proprio perché l’Austria-Ungheria aveva le proprie “colonie” al centro del continente europeo: “Non si avevano ambizioni imperialistiche; si era nel punto centrale dell’Europa, dove s’intersecano gli antichi assi del mondo; le parole «colonia» e «oltremare» giungevano all’orecchio come cose lontane e non sperimentate”. Nonostante il pensiero dominante imperial-regio, lo studioso boemo si avvicina all’oriente grazie all’amico e intellettuale Wilhelm Schmidt, il monaco teorico del “monoteismo primordiale” e guida riconosciuta della scuola diffusionista austro-tedesca in materia di teorie antropologiche.

A sinistra un raro scatto dell’uniforme di Musil inquadrato all’interno dell’Imperial-regio esercito durante il primo conflitto mondiale. Al centro, una foto di Wilhelm Schmidt (16 febbraio 1868 – 10 febbraio 1954) è stato un etnologo, antropologo e linguista austriaco. Nella foto di destra, il boemo in arcione nei territori arabi.

Gli studi di teologia lo misero a contatto con la Bibbia e attraverso il testo sacro ebbe stimolo di interessarsi all’ebraismo antico e tramite questo, si avvicinò alla cultura araba. Tutti questi elementi contribuirono a far nascere in Musil l’interesse tanto per il contesto storico e geografico in cui nacque la Bibbia, quanto per quello sociale e ambientale in cui vivevano le popolazioni semitiche del suo tempo, gli arabi del deserto, quegli stessi beduini con cui ebbe ottimi rapporti durante la Grande Guerra del 1914/1918, dove l’Impero ottomano, era alleato con quello Austro-Ungarico.
Così Musil iniziò la propria carriera di geografo e cartografo intorno al 1895, quando intraprese il primo dei suoi soggiorni in Medio Oriente. Influenzato, a quanto sembra, dalla filosofia empirista di Ernst Mach, egli spostò la propria attenzione dalla “rivelazione, all’esperienza”. L’esploratore boemo, si sforzo di fornire una risposta alla comparsa del monoteismo, il quale non si poneva come legato da un atto divino di natura diretta e internazionale, ma – di contro – che fosse riconducibile all’esperienza sociale e ambientale dei popoli semiti. Leggende narrano, che Musil arrivò ad ipotizzare, sulla base dei suoi studi a carattere geografico, che il monte sul quale Mosè ricevette le tavole della legge non fosse il Sinai, ma un rilievo situato nella Penisola arabica.
Per quanto amico e corrispondente di padre Wilhelm Schmidt, Musil si discostava da lui su un punto: l’importanza conferita all’ambiente nel plasmare la società, la cultura e quindi le idee religiose. Per Schmidt le tracce dell’idea di un “Essere” supremo erano rinvenibili presso le culture più “primitive”, ritenendo tali i pigmei dell’Africa equatoriale. In queste culture, l’idea di un “Essere” supremo era però sopravvissuta in una forma sbiadita, per effetto di un processo di degenerazione culturale. Per Musil, invece, l’intuizione di un Dio unico doveva essersi manifestata tra genti abitanti in un ambiente a ciò propizio come tra i beduini dei deserti d’Arabia. In un libro di memorie del 1935, il boemo scrisse:
Le tracce dell’Arca dell’Alleanza dell’Antico Testamento conducevano nelle profondità del deserto (…). Desideravo penetrare la vita psichica dei veri Semiti, sgombra da elementi alieni, non soggetta a dominazione esterna e pertanto mai influenzata da qualche illuminazione proveniente da altrove (…). La familiarità con la vita psichica dei veri Semiti nella loro terra fu per me assai utile in quanto mi rese chiare le ragioni per cui furono i semiti a farci dono dei tre monoteismi oggi presenti nel mondo. Perché furono i semiti a risolvere misteri il cui significato sfuggì persino ai più grandi pensatori greci? Perché furono proprio i Semiti, i quali non crearono alcuna scuola filosofica, ad arricchire il mondo antico di intuizioni che sono, persino per noi, la fonte di qualsiasi nuova congettura? Potevo rispondere a tali questioni solo nel deserto d’Arabia”.
Musil era quindi disposto ad anteporre i semiti ai greci, dimostrando con ciò, secondo alcuni, di essere animato da uno spirito anti-eurocentrico e anti-degenerazionista col quale, a differenza di padre Schimdt, egli affronto il problema delle origini del monoteismo. Musil ricevette le stesse critiche indirizzate a tutti coloro che cercavano di interpretare la storia biblica, in chiave antropologica piuttosto che teologica. La sua preoccupazione era infatti quella di dimostrare che la verità si era manifestata presso un popolo in possesso di uno stile di vita semplice e abitante in un ambiente spoglio. I Rwala si prestavano così, alla sua teoria, venendo identificati come “semiti primordiali”. Ma ciò che più contava per Musil, era la fede musulmana, poiché questa anziché essere il risultato di una conversazione da una religione politeista e pagana a una religione monoteista, era stata invece la conversione da una religione “del deserto”, da un monoteismo primordiale elaborato nella solitudine e nel silenzio dei grandi spazi, a una religione sviluppata poi dagli abitanti delle città e delle oasi i quali avevano, nondimeno, tratto quell’idea di un Dio unico dalle profondità del deserto.
L’incredibile lavoro di Musil è inquadrabile soprattutto nelle sue scoperte archeologiche e nell’assegnazione di 3 mila toponimi in un’area vastissima, fino ad allora sconosciuta, della quale se ne conoscevano appena 200. La sua sapiente cartografia, teneva conto di tutte le antiche strade romane, delle loro “stationes” e delle rovine paleocristiane ancora utilizzate dagli abitanti.
La sua grande scoperta in campo archeologico e architettonico è inquadrabile nel palazzo omayyade di Quṣair ῾Amrā (ﻗﺼﻴﺮ عمرة in arabo) sito in Transgiordania il più famoso castello-palazzo eretto all’inizio dello VIII secolo (probabilmente fra il 711 e il 715) dal califfo Omayyade al-Walīd I, agli inizi del suo dominio su questa regione. Il palazzo è quindi uno dei primi esempi di arte e di architettura islamica.

Musil fu il primo che riportò graficamente tutto il complesso monumentale di Qusayr Amra, il quale presentava l’ingresso principale a nord, con un edificio a pianta quadrangolare di circa 11 metri per lato. La presenza di tre imponenti archi a sesto acuto demarca una suddivisione dell’ambiente in altrettante navate, una delle quali presenta un recesso, probabilmente adibito a sala del trono. L’intera superficie interna è decorata da pregevoli affreschi, attribuiti dagli esperti ad artisti arabi o siriani influenzati notevolmente dal linguaggio figurativo romano e bizantino. Lo dimostra la decorazione della volta, impreziosita da scene campestri e da una Nike che incorona una figura femminile. In prossimità delle due alcove, sulla parete ovest, è visibile un dipinto che raffigura sei sovrani, nemici dell’Islam: tra loro, gli archeologi hanno identificato il re persiano Cosroe, il Negus d’Abissinia, il re dei visigoti Roderico e l’allora imperatore di Bisanzio, in procinto di sottomettersi alla volontà di al-Walīd I. Tuttavia, l’affresco che ha destato più scalpore, nel corso dei secoli, agli occhi dei visitatori, è sicuramente quello che rappresenta una donna a petto scoperto che esce dalla vasca da bagno in un hammam: la sinuosità delle linee e la grazia con cui il corpo della fanciulla è stato raffigurato, testimonia un alto livello di sviluppo pittorico, unico nel suo genere, poiché del tutto estraneo ai consueti stilemi dell’ arte islamica, prevalentemente a carattere religioso. Nel complesso sono presenti anche un tepidarium principale, un secondo tepidarium e un calidarium. Un efficiente sistema di tubature faceva defluire l’acqua dal pozzo nei vari ambienti dell’hammam, garantendo così un rifornimento idrico costante e copioso.

Il castello, che veniva utilizzato come ritiro dal califfo o dai suoi familiari per diletto o per praticare attività sportive, è decorato da affreschi rappresentanti scene di caccia, principalmente di mammiferi ora estinti in tutto il Vicino Oriente, frutti e nudi femminili. L’edificio contiene anche un bagno con un triplice soffitto a volta che dimostra l’influenza romano-bizantina.
Alois Musil scoprirà il manufatto nel 1898, ed oggi è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Oggi Quṣayr ʿAmra si trova in condizioni peggiori rispetto a quelle degli altri castelli del deserto, con gli affreschi danneggiati dai graffiti, per ovviare ai quali sono attualmente in corso opere di restauro.
I britannici furono lungamente interessati alle sue opere e per oltre dieci anni, tentarono di reclutarlo inutilmente nei loro servizi segreti, ma l’alta fedeltà verso l’Imperatore Francesco Giuseppe era fortissima.
Musil conosceva tutti i capi arabi ed era stato insignito del doppio titolo di “Sceicco”, sia dalla “Sublime Porta” di Costantinopoli, che dalla comunità delle tribù arabe del nord.
Creò una vasta rete di conoscenze ad amicizie in tutto il medio-oriente, che ruotavano attorno alle sue attività scientifiche ed alla pubblicazione del “Österreichische Monatsschrift für den Orient”, le informazioni che egli procurava, erano spesso più accurate di quelle del Governo turco. Arrivati a cavallo della fine degli anni dieci, ebbe incarichi ufficiali diplomatici, da parte di Costantinopoli per avvicinare alcune tribù del nord, che avevano rapporti tesi con l’Impero Ottomano. L’incaricò riuscì con la sottoscrizione di nuove importanti alleanze, mentre d’altra parte i britannici, favorivano il gran sceriffo della Mecca e suo figlio, futuro Re Feisal. All’inizio della prima guerra mondiale, il Sultano d’Egitto aveva proclamato la Jihad contro le influenze occidentali, iniziativa alla quale lo Sceriffo della Mecca non si adeguò.
I britannici puntavano sulla creazione di un regno Haschemita, tramite la quale ambivano a raggiungere il controllo delle zone strategiche petrolifere. Nel 1912 Musil riuscì a riappacificare il principe Nuri con Costantinopoli, assicurandosi anche il favore del principe Saud.
Ma i fondi a disposizione di Musil erano inadeguati: solo 50 mila corone d’oro, contro i fondi illimitati che ebbe Lord Kitschener e poi Lawrence d’Arabia. L’opera di Musil, di sottrarre l’Arabia ai britannici, non ebbe successo per vari motivi, tra i quali il rifiuto dei comandi tedeschi di pagare l’oro necessario per comprare le tribù, sebbene avrebbero speso cento volte tanto per le loro campagne militari.
Anche l’ottusità di Enver Pascià a Costantinopoli, non aiutò il conseguimento dell’iniziativa, che veniva condotta dai britannici in modo politicamente molto efficiente, ad esempio con l’emissione dei francobolli per la futura Arabia Haschemita.

Alois Musil (Rychtářov, 30 giugno 1868 – Otryby, 12 aprile 1944) è stato un arabista, esploratore e scrittore cecoslovacco, inizialmente di cittadinanza austro-ungarica.

Nel 1916 le trame britanniche ebbero il sopravvento con la sollevazione araba, nei confronti dell’Impero Ottomano, nella regione dello Hijaz (oggi Arabia-Saudita), a cui fecero seguito, progressivamente, tutte le altre tribù. La risposta di Costantinopoli, fu di installare a Medina uno sceriffo haschemita concorrente del rivale cugino Husseim e la città resistette fino alla fine della guerra, ma la penisola arabica nel frattempo – scivolava sotto il controllo britannico – costava agli imperi centrali costosissimi aiuti, indirizzati verso l’alleato turco.
L’opera di Musil, amico sincero degli arabi e favorevole ad una soluzione confederativa sotto l’alleato turco, che tenesse a bada l’imperialismo britannico, si esaurì dopo la sua morte nel 1956, quando Nasser nazionalizzò il canale di Suez, con garante il Re Faruk Primo, erede della Corona dello Stato plasmato ad arte dai britannici tra il 1917 ed il 1920.
Sempre nel 1920 divenne professore nell’Università Carlo di Praga, malgrado le millanterie di chi gli rimproverava i suoi passati monarchici legati agli Asburgo, dei quali non ha mai rinnegato la fede. Insegnerà fino al 1938 all’Ateneo, dove comunque rimarrà legato per tutta la vita.
Nel 1927 riesce, grazie al suo carisma e alla sua grande professionalità, ad insediare a Praga l’Istituto orientale di studio della scienza (Orientální ústav Akademie Věd).
Negli ultimi anni collaborò con l’industriale statunitense Charles R. Crane, che l’aiutò a pubblicare le sue opere in inglese. Musil pubblicò anche resoconti dei suoi viaggi e 21 romanzi per giovani.
Durante l’asprezza del conflitto, nel 1944, morì per una disfunzione renale e polmonare a Otryby, presso Český Šternberk, nell’attuale Repubblica Ceca.
Fu così che l’esploratore Austro-Ungarico, nato da una famiglia di poveri contadini, divenuto sacerdote, ha dedicato tutta la sua esistenza, attraverso i suoi scritti – non ancora tradotti in italiano – sui beduini, dedicando molto spazio alla ricerca etnografica e trascorrendo lunghi mesi – per molti anni di seguito – a diretto contatto con le popolazioni delle regioni comprese tra il Sinai, la Palestina, la Siria, l’Arabia settentrionale e l’Iraq. Tra tutti gli uomini europei che amarono veramente l’Arabia, forse, Alois Musil è stato il più autentico di loro e per questo i libri di storia ne hanno inabissato le gesta.

 

Per approfondimenti:
_Ugo Fabietti, Culture in bilico. Antropologia del Medio Oriente – Edizioni Bruno Mondadori
_Robert Musil, L’uomo senza qualità – Edizioni Einaudi

 

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Ludovico di Giovanni de’ Medici, l’ultimo cavaliere

Ludovico di Giovanni de’ Medici, l’ultimo cavaliere

di Giuseppe Baiocchi 06/05/2017

Non mi snudare senza ragione – Non mi impugnare senza valore“. Le lettere incise sul manufatto marmoreo, dallo scultore Temistocle Guerrazzi, non devono condurci all’abuso del nostro narcisismo, ma queste parole si prefissano di guidarci verso il suo vero significato più intrinseco: la fusione – come è plasmata la spada – delle più alte qualità umane, come la razionalità, l’eccellenza di mente, il valore etico e tecnico che conducono l’arma stessa ad essere dotata di una personalità e una sua missione, nei confronti del suo possessore.
La spada apparteneva a Ludovico di Giovanni de’ Medici il formidabile capitano di ventura italiano, il quale visse durante l’epoca rinascimentale e fu attore protagonista dei disegni geopolitici della nostra penisola.

Temistocle Guerrazzi, Giovanni delle Bande Nere, agli Uffizi (particolari). Il condottiero nasce a Forlì, il 6 aprile del 1498 e muore a Mantova il 30 novembre 1526, è stato un condottiero italiano del Rinascimento.

Il Rinascimento, per un’anime giudizio, sorse a Firenze – città tra le più vivaci e ricche d’Europa – nella metà del quattrocento. In essa si concentravano molteplici fattori, come quello politico, economico e sociale, che favorirono la nascita del movimento. Ma non fu l’unica città italiana, ad essa si associarono Venezia, Milano, Ferrara, Mantova, Urbino e tante altre città che, vissuta la felice esperienza dell’autonomia comunale nel XIII°– XIV° secolo, avevano poi affidato il loro governo e difesa a Signorie che passeranno alla storia per magnificenza e lungimiranza. Tali Signorie, che anticiperanno la nascita degli Stati italiani preunitari, svolgeranno anche un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’arte militare del tempo. L’arte militare del XV° secolo fu caratterizzata dal grande sviluppo tecnologico rappresentato dalle armi da fuoco che aveva radicalmente cambiato il modo di combattere ma anche l’essenza stessa delle formazioni militari.
L’utilizzo del termine arte anziché scienza non è causale giacché la prima esalta le caratteristiche personali del militare – come il carisma, il coraggio e l’esperienza – mentre la seconda attiene più ad una disciplina, o metodo, da tutti applicabile e basata sulla conoscenza piuttosto che le qualità personali del singolo. La scienza militare si sostituirà all’arte anche in ragione della complessità dei conflitti moderni, che renderà necessarie una serie di conoscenze e funzioni un tempo inesistenti o inutili alla soluzione dei conflitti. La logistica, la tattica, l’organica e la strategia, già conosciute e applicate ai tempi della rivoluzione militare del XVII° secolo – l’organicità data loro dagli studi di Raimondo Montecuccoli rimarrà insuperata fino agli studi di Clausewitz, per il quale arte e scienza militari erano concetti inseparabili -, sono branche della scienza militare intuite, ma non approfondite dall’arte militare. Ad ogni modo, non va mai dimenticato che quando si parla di scienza militare non si può mai far riferimento ad una scienza esatta, ma sempre ad una scienza umana e quindi fallibile.

Nelle tre immagini, da sinistra a destra: L’Italia nel 1494, all’albore della campagna di Carlo VIII. La cartina mostra i vari Stati in cui era divisa la penisola; ritratto di Francesco I (nato François d’Orléans; 1494 – 1547) è stato Re di Francia dal 1515 alla sua morte; Pieter Paul Rubens, Allegoria di Carlo V dominatore del mondo – 1607, Salisburgo, Residenz Galerie.

In tale contesto storico Ludovico di Giovanni de’ Medici – detto anche “gran diavolo” -, per il talento all’interno dei singoli duelli, definiti “gran tenzone”, nasce al tramonto del XV secolo e fin da primissima nascita viene segnalato a corte per la sua attitudine al comando. Di animo focoso e vivace, alla morte della madre Caterina Sforza a soli undici anni, viene affidato al fiorentino Jacopo Salvati. Il giovane verrà presto bandito da Firenze per aver accoltellato a morte un suo coetaneo di tredici anni. Tornati i Medici del 1512 al capitano romagnolo gli verrà permesso il reintegro nell’urbe e subito si conquista la fama – già citata – di gran cavaliere, vincendo a ripetizione giostre e tornei cittadini. Ma non solo: il suo animo burrascoso e attaccabrighe, lo porterà a vari duelli di strada, arrivando ad assassinare anche il cancelliere di Piombino: nella sarabanda della lotta all’arma bianca, Giovanni è nel suo elemento.
Nonostante il suo trasferimento romano, presso il Papa – dovuto al trasloco del suo protettore Salvati, divenuto intanto ambasciatore pontificio – i suoi comportamenti non si placano e le frequentazioni nei bassifondi della città sono frequenti. Corre il cinque marzo del 1516, quando arriviamo al suo battesimo di fuoco: è guerra contro Urbino al seguito di Lorenzo de’ Medici.
La guerra fu breve di soli ventidue giorni, che vide la conclusione con la resa di Francesco Maria I Della Rovere. Giovanni è giovane, impavido e sprezzante del pericolo, ma è un arguto osservatore ed un attento stratega: duecento anni prima di Napoleone Bonaparte, capisce il declino tattico della guerra di posizione in favore di una guerra di movimento e logoramento. Intuì il declino della cavalleria pesante e così al momento di crearsi una propria compagnia, scelse l’impiego di cavalli piccoli e leggeri, preferibilmente turchi o berberi, adatti a compiti tattici, quali schermaglie d’avanguardia o imboscate, individuando nella mobilità la tattica militare più utile da usare. I suoi addestramenti erano dei più duri, ma riuscì ad insegnare ai propri uomini, indisciplinati, rozzi e individualisti, la disciplina e l’obbedienza.
Dopo la breve e vittoriosa guerra torna nella città eterna, dove – dopo un acceso diverbio – sul ponte di Castel S.Angelo, uccide in singolar tenzone il capitano d’arme di una delle famiglie romane più prestigiose: gli Orsini. L’episodio suscita, fin da subito, clamore per via della grande differenza di età e di esperienza tra i due duellanti, con il capitano della famiglia Orsini di dieci anni più grande di lui e combattente rinomato: per Giovanni de’ Medici si aprirà una carriera militare senza precedenti. Di lui disse il cardinale di Santa romana chiesa Giovanni Salvati: “ Faceva più danno alli inimici lui solo che tucto lo exercito”.
Papa Leone X stravede per lui e lo invia a sanare spesso diatribe politiche nelle Marche. Nel 1520 sconfigge diversi signori marchigiani e nel frattempo il Papa si allea con l’imperatore Carlo V contro Francesco I, per consentire agli Sforza di tornare padroni di Milano e per rioccupare le città perdute di Parma e Piacenza.
Il rinascimento, soprattutto negli anni che corrono tra il 1526 e il 1530, vedeva la penisola italica contesa da due potenze europee: da una parte Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, e dall’altra Francesco I, Re di Francia. L’attuale Italia si presentava come un territorio diviso in molteplici, deboli città stato in perenne conflitto fra le parti. Il papato di Roma, terza potenza, fungeva spesso da ago della bilancia fra le due super-potenze.
In questo caos geopolitico Ludovico di Giovanni de’ Medici partecipò in novembre alla battaglia campale di Vaprio d’Adda, per il possesso del ducato milanese, dove una volta oltrepassato il fiume – controllato dai francesi – li mette in fuga, aprendo la strada per Pavia, Milano, Parma e Piacenza.
In breve tempo fonda la migliore compagnia di ventura italiana, plasmando dal nulla una vera e propria “Banda”: i suoi uomini – altamente addestrati – rispondono solo al suo comando ed hanno una fedeltà verso il condottiero romagnolo senza precedenti, per quanto concerne la fedeltà delle compagnie di Ventura: eserciti mercenari al soldo.
La sua fedeltà per lo stato pontificio sarà sempre costante e duratura, tanto da indurlo – nel 1521, per la morte di Papa Leone X – a modificare i colori dei suoi vessilli da bianco e viola a neri, in segno di profondo e cristiano lutto. Si crea il mito dell’uomo che fu leggenda: “Giovanni dalle bande nere”.

Fotogramma del film “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi. Nell’immagine l’attore Hristo Jivkov, il quale interpreta Ludovico di Giovanni de’ Medici, detto Giovanni delle Bande Nere o dalle Bande Nere.

Nel XIV secolo, si avrà una “rivoluzione dell’artiglieria” che si sviluppò nel corso del XV secolo con una “rivoluzione delle fortificazioni”, proseguì nel XVI secolo con la “rivoluzione delle ami da fuoco” – fra il 1580 ed il 1630 -, ed infine vi fu una crescita della consistenza delle armate europee fra il 1650 ed il 1715.
Infatti l’epoca che corre tra il tardo medioevo e l’ultimo rinascimento non può essere appresa totalmente in ambito militare, se non si conoscono gli enormi mutamenti nell’arte bellica, sia questa comprenda l’architettura che la tecnologica.
L’architettura militare del tardo medioevo e successivamente del rinascimento si caratterizza per l’aumento sostanziale dello spessore delle fortificazioni, il quale raddoppia per permettere lo sbalzamento o l’assorbimento delle palle di bombarde o cannoni, derivate dall’artiglieria con la scoperta nel 1324 della polvere nera, la quale verrà migliorata in maniera sostanziale nel 1425 quando i francesi riuscirono ad inventare la polvere in grani omogenei, di grandezza costante.
Il risultato fu che la velocità di tiro e la potenza di fuoco dell’artiglieria si trovarono a raddoppiare quasi da un giorno ad un altro, anche se grandi miglioramenti erano ancora necessari sia riguardo alle tecniche costruttive degli archibugi, sia dei cannoni per quanto riguarda la robustezza degli stessi. Parallelamente, com’è ovvio, aumentò la forza d’impatto dei proietti, cioè il loro potere distruttivo; diventò così vitale, per i proprietari di fortificazioni, esaminare le proprie difese alla luce dei nuovi sviluppi e preparare adeguate contromisure atte a parare il nuovo pericolo.
Anche la condotta delle battaglie campali fu rivoluzionata dal diffondersi delle armi da fuoco, dove la forza dei combattenti fu superata dalla potenza delle armi a polvere nera. I quadrati di picchieri, che dominavano i campi di battaglia del Quattrocento e Cinquecento avevano ulteriormente ridotto l’importanza della cavalleria sul campo di battaglia, ma parallelamente divennero vulnerabili contro l’artiglieria da campagna e il fuoco degli archibugi. Così furono inseriti, nei quadrati di picchieri, dei moschettieri nel rapporto di uno a tre. Tale rapporto, crebbe sempre più a favore degli moschettieri, fino a raggiungere una proporzione 4:1 attorno al 1650.

Nella foto di sinistra: rievocazione di picchieri svizzeri, posizione di resistenza ad una carica di cavalleria; nella foto di destra: ricostruzione di quadrato di picchieri e moschettieri.

Tornando a Giovanni dalle bande nere, egli è ancora un “cavaliere crociato”, come stile di combattimento, ma è tuttavia un ottimo stratega, che legge bene le situazioni tattiche.
Nel 1523 viene ancora una volta ingaggiato dagli imperiali, che nel gennaio del 1524 attaccano il campo del francese Cavalier Baiardo, mettendolo in fuga e facendo prigionieri oltre trecento soldati. Successivamente affrontò gli Svizzeri, la più temuta fanteria dell’epoca, che intanto erano scesi dalla Valtellina in aiuto dei francesi; Giovanni li sconfisse a Caprino Bergamasco, costringendo l’armata francese a lasciare l’Italia. Intanto a Roma diviene Papa, Clemente VII, della famiglia Medici, cugino della madre di Giovanni, Caterina.
Il nuovo Papa, allarmato per la potenza di Carlo d’Asburgo si fece promotore della Lega di Cognac per contrastarlo e si alleò – oltre che con le città stato di Firenze e Venezia – con il Re di Francia, Francesco I. Per l’Imperatore del Sacro Romano Impero, tale gesto significò un tradimento gravissimo e per rappresaglia, incarico le truppe dei Lanzichenecchi a marciare su Roma per punire il pontefice. Il leader di tale esercito è il Landsknecht, – cioè servo della regione – Georg von Frundsberg il luterano, che provava odio verso una Roma che consideravano corrotta e papista.
La guerra non procede bene, soprattutto con la pesante sconfitta dei francesi presso Pavia e nelle battaglie successive lo stesso Giovanni viene leggermente ferito ad una gamba da un colpo di arma da fuoco. Rimossosi in forma e resosi nuovamente agibile in un successivo scontro – nel 1526 – Ludovico di Giovanni de’ Medici e la sua banda nera, vengono – sul campo di battaglia – abbandonati dalle truppe francesi, e si vedono costretti a caricare i Lanzichenecchi, prima che questi attraversino il Po nel territorio dei Gonzaga. Qui nella ressa e nella mattanza del combattimento Giovanni dalle bande nere viene colpito ad una gamba da un colpo di falconetto e viene tratto in salvo dai suoi uomini, i quali presto lo porteranno a Mantova presso il palazzo di Luigi Gonzaga, dove il chirurgo Abramo Arié, che già lo aveva curato con successo due anni prima, gli amputò la gamba. Per effettuare l’operazione il medico chiese che dieci uomini tenessero fermo Giovanni. Nel frattempo i lanzichenecchi avanzano. Da una descrizione di Francesco Guicciardini si annota:
«Camminorono dipoi i tedeschi, non infestati più da alcuno, lasciato indietro Governo, alla via di Ostia lungo il Po, essendo il duca d’Urbino a Borgoforte; e a’ venti otto dí, passato il Po a Ostia, alloggiorono a Revere: dove, soccorsi di qualche somma di denari dal duca di Ferrara e di alcuni altri pezzi di artiglieria da campagna, essendo già in tremore grandissimo Bologna e tutta la Toscana, perché il duca di Urbino, ancoraché innanzi avesse continuamente affermato che passando essi Po lo passerebbe ancora egli, se ne era andato a Mantova, dicendo volere aspettare quivi la commissione del senato viniziano se aveva a passare Po o no. Ma i tedeschi, passato il fiume della Secchia, si volseno al cammino di Lombardia per unirsi con le genti che erano a Milano. […] I fanti tedeschi intanto, passata Secchia e andati verso Razzuolo e Gonzaga, alloggiorono il terzo di dicembre a Guastalla, il quarto a Castelnuovo e Povì lontano dieci miglia da Parma; dove si congiunse con loro il principe di Oranges, passato da Mantova con due compagni, a uso di archibusiere privato. A’ cinque, passato il fiume dell’Enza al ponte in su la strada maestra, alloggiorno a Montechiarucoli, standosi ancora il duca d’Urbino, non mosso da’ pericoli presenti, a Mantova con la moglie; e a’ sette, i tedeschi passato il fiume della Parma alloggiorno alle ville di Felina, essendo le piogge grandi e i fiumi grossi. Erano trentotto bandiere, e per lettere intercette del capitano Giorgio al duca di Borbone, si mostrava molto irresoluto di quello avesse a fare. Passorono agli undici dí il Taro, alloggiorono a’ dodici al Borgo a San Donnino, dove contro alle cose sacre e l’immagini de’ santi avevano dimostrato il veleno luterano; a’ tredici a Firenzuola, donde con lettere sollecitavano quegli di Milano a congiugnersi con loro: ne’ quali era il medesimo desiderio».
Tornando al capitano di ventura, la cancrena fu però inarrestabile e nel giro di pochi giorni lo portò alla morte. Il valoroso condottiero si spense il 30 novembre 1526, e venne sepolto tutto armato nella chiesa di San Francesco a Mantova. Prive del loro capo e del suo carisma, le bande si sciolsero. Il sacco di Roma del 1527 fu un evento traumatico, il quale segnò la fine degli splendori dell’epoca rinascimentale in Italia.

Nell’immagine di sinistra: Johannes Lingelbach, “Il sacco di Roma”; a destra statua bronzea di Frundsberg presso il municipio di Mindelheim.

Il capitano italiano morì a soli 28 anni, una esistenza intenza, ma breve ed una fama enorme presso i contemporanei, che lo considerano uno dei migliori generali militari di tutto il rinascimento. A livello artistico, molti pittori lo hanno immortalato, mentre a livello marmoreo è presente la statua  degli uffizi, che meglio di ogni altro rappresenta la quint’essenza dello spirito guerriero rappresentato da Ludovico di Giovanni de’ Medici.
Infine nel 2011 il regista italiano Ermanno Olmi, lo ricorda nel film – di altissima caratura, dove lo vede protagonista – “il mestiere delle armi” presentato al 54°Festival di Cannes. La pellicola ha ridato smalto a questo straordinario personaggio storico: in un periodo povero di genti italiche di comprovato valore militare, Giovanni rappresentò un’eccezione. Alla fine del secolo la nostra futura Italia si ritrovò asservita a dominio straniero per ben due secoli.
Giovanni dalle bande nere fu certamente un mercenario irrequieto e senza padroni, ma parallelamente si è dimostrato uomo di comprovato valore morale ed etico, riportando spesso il discorso filosofico novecentesco della “questione morale” del soldato. Uno degli ultimi esempi di valore cavalleresco – tema ripreso nella letteratura di Chervantes, con Don Chichiotte – elemento caratterizzante della sua Europa, poi successivamente perso con l’ulteriore sviluppo della tecnè, che portò la sempre più irrilevanza della cavalleria, elemento che ci conduce – parallelamente – alla tragica morte del “Gran Diavolo” e che successivamente portò l’Europa ad esercitare quella “volontà di potenza” che avrebbe colonizzato l’intero globo terrestre. Ludovico di Giovanni de’ Medici era un nobile e poteva avere tutto. Scelse di diventare soldato.

 

Per approfondimenti:
_Cesare Marchi, Giovanni dalle Bande Nere, Milano, 1981
_Giovanni Delle Donne, Giovanni delle Bande nere, l’uomo e il condottiero – edizioni Websterpress
_Sacha Naspini, Il Gran Diavolo, Giovanni delle bande nere, l’ultimo capitano di ventura – edizioni Rizzoli

 

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Cronistoria dell’Italia coloniale

Cronistoria dell’Italia coloniale

di Davide Quaresima del 02/04/2017

L’Italia ha alle spalle una storia millenaria, ricca di eventi e di figure intramontabili, con un patrimonio culturale superiore a qualsiasi altro paese al mondo, ma da una non esaltante storia coloniale.
Se si adopera un’analisi attenta, si può osservare come l’odio sviluppatosi in tante zone del mondo sia legato ai molti paesi degli ex-imperi. Sicuramente l’Italia non rientra nel novero dei grandi paesi colonialisti. Fra questi ultimi possiamo citare Gran Bretagna, Francia, Spagna, ma non la nostra penisola.
Se si ricercano le motivazioni, una buona analisi deve prendere avvio dall’epoca moderna, tra la metà del XV secolo e l’epoca napoleonica. L’Italia alla fine del quattrocento era uno dei paesi più ricchi d’Europa, sia dal punto di vista culturale (Umanesimo e Rinascimento presero avvio nel nostro paese per poi influenzare tutto il continente), ma anche dal punto di vista economico e commerciale. Fra i più attivi mercanti dell’occidente europeo vi erano veneziani e genovesi, questi ultimi famosi soprattutto per via delle loro operazioni bancarie e di prestito a favore dei grandi regnanti del tempo, mentre la posizione geografica – con un Mediterraneo ancora al centro dei traffici internazionali – era (ed è tuttora) molto pratica. Purtroppo le continue battaglie fra le città stato, guidate dalle potenti famiglie, furono un primo colpo al nostro paese. Nel 1513 un abilissimo osservatore politico del suo tempo come Machiavelli, aveva già intuito le difficoltà della penisola, avversità che ci saremmo portati dietro fino a metà dell’800.
In questo lasso di tempo di circa tre secoli e mezzo l’Italia rimase divisa e alla mercé delle grandi potenze europee, divenendo un luogo estraneo alle nascenti reti commerciali che nel frattempo si andavano affermando nel mondo, e che avrebbero poi contribuito in modo decisivo alla formazione dei moderni imperi coloniali. Questa marginalità,  rese l’Italia un paese periferico per la sua frammetazione politica, rendendolo ammirato e considerato unicamente a livello culturale. Tali fattori furono decisivi per comprendere il tardivo e limitato movimento coloniale italiano, la cui storia è molto recente e spesso, purtroppo, se ne ignorano alcuni aspetti fondamentali.
La seconda metà dell’ottocento fu un’era ricca di eventi dal punto di vista geopolitico. Tutti i paesi volevano possedere un impero coloniale da sfruttare come sbocchi per le proprie merci e in cui poter mandare manodopera in eccesso; per questo motivo preferivano acquisire terre lungo rotte molto frequentate, non disdegnando di scatenare conflitti per arrecare danni ai propri rivali e trarne ovvi vantaggi territoriali. Dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869 le previsioni di ingenti guadagni legati allo sviluppo del commercio nel Mediterraneo portarono molti paesi ad interessarsi alle terre lungo il Mar Rosso e al Golfo di Aden e fra questi paesi, vi era anche il Regno d’Italia. 
 

Nella prima immagine di destra, l’inaugurazione – da parte francese – il 17 novembre del 1869, dell’apertura del Canale di Suez. Nell’immagine centrale, vista satellitare del canale, fino al corno d’Africa. Nell’ultima planimetria cartina politica dell’Eritrea: prima colonia del regno d’Italia.

La prima penetrazione italiana in Africa avvenne nel 1882, un ventennio dopo l’unità del paese. L’aspetto politico è quanto mai necessario per tali azioni, difatti il nostro paese guardava impassibile gli altri imperi coloniali, sognando di possederne anch’esso una sua porzione. Le motivazioni alla base del colonialismo italiano furono prevalentemente di prestigio; aspirare ad un impero coloniale era un qualcosa di legittimo e per molti era sentito come un dovere. L’Italia avrebbe dovuto rappresentare il paese civile che diffonde la sua cultura e la sua ricchezza intellettuale al paese “sottosviluppato”. Per il Regno d’Italia le motivazioni economiche erano ovviamente importanti, ma non erano le uniche; il complesso di inferiorità di cui soffrivamo nei confronti delle altre potenze doveva essere curato.
Ovviamente non tutti nel nostro paese erano concordi verso un’azione del genere. Il mondo militare e quello della borghesia meridionale erano favorevoli all’espansione coloniale; mentre il clero (che condannava più che altro il Paese in quanto “laicista e liberale”), la borghesia settentrionale e i socialisti si schieravano su posizioni opposte, come il deputato socialista Andrea Costa, il quale nel 1887 asserì dopo la sconfitta di Dogali come: “né un soldo né un uomo per le pazzie africane”.
Le mire italiane ricaddero inizialmente sulla Tunisia, terra a noi geograficamente vicina, sperando in una conquista abbastanza agevole. Purtroppo però nel paese africano si stabilì un protettorato francese, che nei fatti tagliò fuori l’Italia, alimentando la frustrazione nel non essere riusciti a conquistare quella terra. Questo evento è passato alla storia come lo “Schiaffo di Tunisi”, l’antica Cartagine. 
A seguito di un episodio così tanto sconveniente il governo italiano decise di agire prontamente e di dirigersi verso terre nel continente africano ancora non possedute da nessuno. Fra le motivazioni di tanta fretta vi era anche quella di gestire manodopera in eccesso sul suolo italiano.
In quegli anni stava iniziando una vera e propria spartizione del continente, passata alla storia per la sua violenza e velocità con il nome di scramble for Africa (sgomitare per l’Africa) che avrebbe portato i paesi europei in un ventennio a divorarne tutto il territorio. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale solo l’Etiopia si poteva ancora definire indipendente.
La scelta perciò ricadde nel 1882 sull’Eritrea, striscia di terra lungo il Mar Rosso. Ma anche in questo caso la politica coloniale italiana fu tutt’altro che felice. Difatti, a pochi passi da queste terre vi era il grande Impero Etiope, una compagine territoriale molto vasta e potenzialmente pericolosa per i domini italiani. Il territorio era retto da due Negus (Re): a nord vi era il Negus Neghesti (“Re dei Re“) Giovanni IV, a sud invece il territorio era retto da Menelik II, tristemente conosciuto da tutti sui libri di scuola per la cocente sconfitta inferta alle forze italiane comandate dal tenente generale Oreste Baratieri ad Adua, nel 1896. Nel 1885, d’accordo con la Gran Bretagna, l’Italia occupò Massaua in Eritrea, che dal 1890 formerà con Assab la Colonia Eritrea. Nel 1869 la Baia di Assab (Eritrea) era stata acquistata dalla compagnia privata del genovese Raffaele Rubattino al fine di fornire uno scalo per i rifornimenti di carbone alle sue navi, cedendola poi al Governo italiano nel 1882. In realtà il nostro paese si era interessato in un primo momento a dei territori nel Pacifico, nel Borneo e in Nuova Guinea; progetti che infine non si tradussero mai in realtà, preferendo non interferire negli equilibri internazionali tra Inghilterra e Olanda (tanto che di lì a poco il Borneo settentrionale, l’attuale stato di Sabah nella Malesia, sarebbe stato inglobato dall’impero britannico).
La prima sconfitta arrivò a Dogali, il 26 gennaio 1887, a seguito di una penetrazione italiana nell’altopiano etiope. La colonna del tenente colonnello De Cristoforis venne accerchiata dagli uomini del ras Alula e completamente annientata. Persero la vita 500 bersaglieri. L’eco suscitato nel paese a seguito della sconfitta fu enorme; persino Bismark fece tuonare le sue critiche. Tra il 1889 e il 1892, grazie ad una serie di trattati, il nostro paese riuscì ad istituire dei protettorati sul Sultanato di Obbia e su quello della Migiurtinia; nel 1892 il sultano dello Zanzibar concesse dei porti nel Benadir fra i quali è opportuno ricordare Mogadiscio, capoluogo della zona. Di conseguenza, nel giro di pochi anni anche l’Italia aveva delle terre nella regione. Due mesi dopo la morte del Negus Giovanni IV (marzo 1889) venne firmato il Trattato di Uccialli, tra Menelik – oramai imperatore e Negus Neghesti –  e il conte Antonelli, rappresentante di Re Umberto I e fornitore di armi all’Etiopia.
Il trattato con il quale venne sancito questo rapporto fra il Regno d’Italia e il Regno Etiope venne scritto in due lingue: in italiano e aramaico (la lingua utilizzata nel paese), e da parte del nostro paese venne interpretato in maniera completamente differente. A generare problemi e controversie fu l’articolo 17, che nelle due lingue citava:
• “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del governo di sua maestà, il Re d’Italia per tutte le trattazioni d’affari che avesse con altre potenze o governi” (versione italiana);
• “Il Re dei Re d’Etiopia può trattare tutti gli affari che desidera con i regni d’Europa mediante l’aiuto del Regno d’Italia” (versione etiope).
Per l’Italia era a tutti gli effetti un protettorato; per Menelik un affronto: la guerra era nell’aria. Mentre in Italia si vivevano giorni di fuoco, alimentati anche dallo scandalo della Banca Romana e dal ritorno in politica di Crispi, si decise di penetrare in Etiopia (o Abissinia). Fu un’azione disordinata e poco curata dal governo italiano che sottovalutò le forze nemiche, molto più numerose e ben armate (dal conte Antonelli, appunto).
La disfatta di Adua suscitò un grande scalpore in Europa. Per la prima volta un esercito africano era riuscito a schiacciare nettamente truppe europee; la paura più grande adesso era quella di una possibile presa di coscienza da parte del popolo africano nei confronti dei loro “padroni” e, quindi, di possibili loro rivolte contro gli stessi. Per il nostro paese, Adua significherà un grande mutamento politico che spazzerà via la classe dirigente risorgimentale in maniera definitiva. Ci furono rivolte e sommosse da parte dei ceti popolari che decisero perfino di scendere in piazza. La tensione per crisi economica si sommò alla figuraccia di Adua; il governo Crispi terminò qui.
Dal 1901 al 1943 l’Italia gestì una striscia di terra lungo il fiume Hai-Ho, la Concessione di Tientsin (porto di Pechino). Non si trattò di un grande possedimento (erano in totale 457.800 m²), e se si vanno a guardare le mappe della zona appare più uno striminzito lembo di terreno incastrato fra quelli ben più grandi delle altre super potenze. Le ragioni che portarono il Regno d’Italia ad ottenere questa Concessione risalgono alla Rivolta dei Boxer (1899-1901), la quale scoppiò in Cina a causa di un gruppo di nazionalisti chiamatisi inizialmente “Pugno della giustizia e della concordia” oramai stanchi delle ingerenze straniere nel loro paese. Fin da subito i rivoltosi vennero identificati come “Boxer” per via della parola “pugno” nel loro nome, derivante dal fatto che i ribelli avevano spesso come basi operative delle scuole di kung fu. L’Italia partecipò con l’Alleanza delle otto nazioni (Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, Giappone, Austria-Ungheria, Germania e Francia) alla soppressione dell’insurrezione e, a partire dal 7 giugno 1902, le venne riconosciuta la zona di Tientsin.
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Nella prima immagine, planimetria di Tientsin – possedimento italiano in Cina. Nella foto centrale fanteria montata italiana in Cina durante la Rivolta dei Boxer. Nella foto di destra la piazza Regina Elena a Tientsin con il Monumento ai Caduti e la colonna della Vittoria.

Nel periodo in cui si approntava il Corpo, la Regia Marina spedì in avanscoperta le unità navali dell’incrociatore Fieramosca e le Regia Nave “Vesuvio” e “Vettor Pisani“, le quali cariche di quattro compagnie di fanti di marina, comandati dell’ammiraglio Risolia. Il Corpo di Spedizione partì la sera del 19 luglio 1900 e dopo aver sostato a Port Said (il 23 luglio), ad Aden (il 29) e a Singapore (dal 12 al 14 agosto), giunse a Taku il 29 agosto 1900. Una volta sbarcato il personale percorse in treno i 150 chilometri che lo separavano da Pechino.  Il contingente internazionale nominò il 26 settembre quale comandante generale il Feldmaresciallo tedesco Alfred von Waldersee. Tale nomina incontrò le forti resistenze di Francia e Gran Bretagna, meno dal Regno d’Italia. Al contingente militare italiano fu affidato il presidio di un quartiere nei dintorni della caserma Huang Tsun. A detta delle cronache gli scontri, i saccheggi e le repressioni in tale zona furono minori che in altri quartieri. Al contingente militare italiano venne inoltre affidato il compito di contrastare le ultime resistenze all’interno della Cina. Il 2 settembre furono conquistati i forti di Chan-hai-tuan con 470 uomini su tre compagnie, due di bersaglieri e una di fanti di marina. In un’altra occasione il contingente militare francese occupò il villaggio di Paoting-fu, in contrasto con gli ordini di von Waldersee che prevedevano l’affidamento dei luoghi a un contingente misto tedesco e italiano. Garioni anticipò il contingente militare francese riuscendo, alla guida di 330 uomini, ad anticipare l’occupazione della cittadina Cunansien originariamente affidata ai francesi.

Il rientro in Italia del Contingente ebbe inizio nell’agosto 1901. Due compagnie di bersaglieri fecero ritorno nel 1902, mentre le restanti compagnie, unite in un battaglione misto, rimasero in Cina sino al 1905 e fecero ritorno con la Perseo della Compagnia Florio Rubattino nell’agosto 1905.

Durante la permanenza in Cina del Corpo di spedizione italiano, rimane la ricca testimonianza di due ufficiali “fotografi”: Il tenente medico Giuseppe Messerotti Benvenuti di Modena (al centro) armato di una Kodak e il tenente Luigi Paolo Piovano di Chieri con una Goertz (a sinistra). Entrambi non mancheranno di fotografare anche gli orrori della repressione, ovvero le fucilazioni, le decapitazioni, le gogne e le macerie. Nella foto di destra: truppe della Alleanza delle otto nazioni, Tianjin 1900.

Con il Trattato di Pace del 7 settembre 1901, venne ottenuta la Concessione italiana di Tientsin, una zona di 450.000 m², costituita da un terreno lungo il fiume ricco di saline, un villaggio e un’ampia area paludosa adibita a cimitero. Dopo un periodo di disinteresse, fu avviata una bonifica. La presenza italiana perdurò sino al 10 settembre 1943, quando le truppe giapponesi occuparono Tientsin e fecero prigionieri civili e militari italiani.
Formalmente il dominio italiano dell’area venne riconosciuto fino al Trattato di Parigi del 1947, ma di fatto l’occupazione giapponese nel 1943, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre, aveva già tolto la zona dalle disponibilità italiane.
Tornando verso il mediterraneo e in maniera specifica in nord-Africa, oggi si parla spesso nei telegiornali del problema migranti, della Libia e delle altre terre insanguinate dal fondamentalismo islamico, delle misure che possono essere prese al fine di proteggere l’Europa dagli attacchi dell’ISIS. L’Italia è senza dubbio al centro di tali questioni che la legano indissolubilmente alla terra libica. Gli stessi rapporti fra Berlusconi e Gheddafi ci portano a riconsiderare le relazioni che la nostra penisola ha avuto nel corso del tempo con questa zona sempre particolarmente calda dal punto di vista geopolitico.
L’Italia nel settembre 1911 dichiarò guerra al decadente Impero Ottomano per la conquista di due regioni, Cirenaica e Tripolitania, che successivamente, nel 1934, avrebbero formato insieme ad altri possedimenti la colonia di Libia. La guerra, che terminò nell’ottobre del 1912, permise all’Italia di conquistare anche le isole del Dodecaneso. Con il Trattato di Losanna nel 1912 venne inoltre riconosciuto dalla Turchia il possesso italiano delle zone appena conquistate, comprese le isole nel Mar Egeo, non più rivendicate dal paese sconfitto.

Mappa che mostra i movimenti militari del regio-esercito italiano nella regione che oggi chiamiamo Libia. Nell’immagine centrale una stampa raffigurante i combattimenti durante le conquiste contro l’esercito ottomano. Nella foto di destra, bersaglieri al riparo di una trincea durante gli scontri vicino Sidi Messri.

Questo conflitto fu importante sotto vari punti di vista. Innanzitutto, fu appoggiato in pieno dalla Francia che così sperava di limitare la presenza britannica nella zona. Come vediamo, ancora una volta si preferisce avere accanto un nemico di “serie B” come l’Italia piuttosto che la potenza inglese. Inoltre, la campagna di Libia mise in mostra le difficoltà dell’Impero Ottomano, una compagine oramai in piena decadenza, sulla quale le forze balcaniche avrebbero potuto avere gioco facile in un eventuale conflitto. Infine, questa guerra va ricordata per i progressi tecnologici in campo militare che vennero utilizzati. Fu il primo conflitto nel quale si utilizzarono automobili (prodotte dalla FIAT); fecero la loro comparsa gli aeroplani, anche se siamo lontani ancora dal loro utilizzo massiccio come avverrà invece nella Seconda Guerra Mondiale. Infine, si registra l’utilizzo della radio al fine di permettere una migliore cooperazione fra le truppe, con Guglielmo Marconi che collaborò con il regio-esercito. Dopo il Trattato di Losanna l’impero coloniale italiano contava Eritrea, Somalia italiana (prima protettorato, poi dal 1908 colonia), Libia e isole del Dodecaneso.
Abbiamo già detto in precedenza come, al termine della spartizione dell’Africa nell’ultimo ventennio dell’800, solamente l’Impero Etiope, assieme al piccolo stato della Liberia, fosse rimasto indipendente. In Italia l’avvento della rivoluzione fascista, poi sfociata in regime, riuscì per poco tempo, ad occupare anche questo territorio e ad istituire successivamente l’Impero.
A seguito del primo conflitto mondiale l’Italia era riuscita ad ampliare leggermente alcuni suoi possessi in Somalia ed in Libia e le mire verso i territori nei Balcani e in Africa naufragarono nel vuoto. Sul finire degli anni ’20 il nuovo Capo del governo Benito Mussolini, leader del partito nazionale fascista, rispolverò il progetto imperialista – mai sopito – richiamandosi nei suoi discorsi all’antico e glorioso impero romano. Con un passato così importante alle spalle era inconcepibile che l’Italia non possedesse un impero, mentre paesi come la Gran Bretagna o la Francia avessero terre in Asia e Africa; addirittura il piccolo Portogallo veniva accusato di avere un impero tropo esteso rispetto alle sue dimensioni.
La scelta ricadde sull’Abissinia, perché la sua annessione avrebbe rappresentato un ottimo colpo, permettendo all’Italia di rafforzare la sua presenza nella regione ai danni delle altre potenze (Gran Bretagna e Francia in primis). Inoltro la nazione italiana nel 1935 era in piena recessione economica, per le politica errate del regime, il quale – dopo tre rivoluzioni industriali – aveva attuato il progetto di uno Stato rurale. Tale recessione poteva essere superata solo con un conflitto bellico che facesse smuovere l’economia del paese. Vi era, in aggiunta, la remota possibilità di connettere il territorio etiope con quello libico, divisi dal Sudan anglo-egiziano. La conquista di Khartoum avrebbe consentito di collegare le colonie italiane nel Corno d’Africa con la Cirenaica e dare così una grossa spallata ai guadagni economici britannici nella zona, isolando praticamente l’Egitto. Inoltre, era quanto mai necessario vendicare la cocente sconfitta operata da Menelik nel 1896.
Si presentavano però anche notevoli difficoltà. La zona era nevralgica per l’economia inglese, e la loro presenza nella regione non li avrebbe visti certo indifferenti di fronte ad un’azione del genere da parte dell’Italia. Inoltre, le truppe etiopi, mediante guerriglia, avrebbero reso la conquista del territorio estremamente difficoltosa. Infine, l’Etiopia era dal 1923 membro della Società delle Nazioni, e un’azione militare di un membro contro un altro membro avrebbe portato a dure sanzioni.
L’articolo XVI dell’organizzazione citava: “se un membro della Lega ricorre alla guerra[…]sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alla proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all’astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no”. 
Il 3 ottobre 1935 l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia. Per la prima volta, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, un paese europeo rompeva l’ordine postbellico. Mussolini seppe sfruttare abilmente un attacco operato dagli etiopi un anno prima a Ual Ual, nel quale 80 italiani persero la vita nel cercare di difendere la postazione. Il dispiegamento di truppe fu imponente; perfino gli aerei giocarono un ruolo decisivo nelle sorti del conflitto. I combattimenti terminarono l’anno seguente, quando Vittorio Emanuele III venne incoronato Imperatore d’Etiopia, il 9 maggio del 1936. Da questo momento sarebbe più opportuno parlare di Africa Orientale Italiana (A.O.I.), comprendente Impero Etiope, Eritrea e Somalia Italiana.

I Regi corpi truppe coloniali (RCTC) erano dei corpi delle forze armate del Regno d’Italia nei quali vennero raggruppate tutte le truppe di ogni colonia, fino alla fine della seconda guerra mondiale in Africa. Tali truppe dipendevano direttamente dai governatori delle colonie italiane. Erano corpi autonomi pluriarma, con unità di fanteria, artiglieria, cavalleria e genio proprie. Dal 1924 ai RCTC di Tripolitania e Cirenaica e alle forze armate dell’AOI vennero aggregate le legioni e battaglioni della Milizia Coloniale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Tutti gli Ufficiali erano nazionali del Regio Esercito, i sottufficiali sia nazionali che indigeni, mentre la truppa era nella quasi totalità composta da eritrei, somali, etiopi, libici ed in piccola parte yemeniti e sudanesi. Queste truppe furono impiegate su tutti i fronti africani a partire dalla guerra d’Eritrea e dalla guerra di Abissinia, poi nella guerra italo-turca, fino riconquista della Libia. Nella campagna di conquista dell’Etiopia il RCTC d’Eritrea fornì un intero Corpo d’armata eritreo. Nel 1940 erano presenti 182.000 ascari nell’Africa Orientale Italiana e 68.000 nazionali, mentre 74.000 ascari erano di stanza in Libia durante la seconda guerra mondiale.

Nei cinque anni nei quali l’Italia gestì questo territorio vennero costruite strade, porti e ferrovie, ma anche scuole, ospedali ed acquedotti, favorendo l’inizio dell’industrializzazione; venne inoltre regolamentata la caccia e incentivata la protezione ambientale nei territori dell’A.O.I. Purtroppo però, il mito degli “italiani brava gente” può essere facilmente smentito osservando le feroci rappresaglie operate dai militari e le armi da essi utilizzate nei territori appena conquistati: gas asfissianti ed iprite vennero rivolti contro civili inermi, così come i molti campi definiti “della morte” in Libia, dove la gli internati erano ridotti alla fame e a dure fatiche: un lato oscuro e triste nella storia coloniale italiana. Da capire come, le vessazioni verso la popolazione indigena erano perpetrate in tutte le nazioni europee sia in africa che in asia e questa pratica – oggi condannata giustamente da tutte le nazioni democratiche – era considerata “normale”; anzi sotto i possedimenti italiani le angherie – soprattutto dopo aver allontanato il generale Graziani – erano molto meno pesanti che nei possedimenti anglo-francesi. L’Italia ebbe il merito di aver costruito di più tra tutte le potenze coloniali europee. 
A seguito dell’attacco all’Etiopia le sanzioni della Società delle Nazioni non tardarono ad arrivare il 6 ottobre del 1935. Si trattava di limitazioni economiche che vietavano l’esportazione di prodotti italiani all’estero e l’importazione di prodotti utili per la continuazione della guerra in Africa. Il tutto non fece altro che accentuare le politiche autarchiche mussoliniane, provocando grossi danni ad alcuni settori della nostra industria e costringendo quindi molti contadini a dover lasciare il paese per cercare fortuna e terra in Africa, investendo per le infrastrutture di queste regioni piuttosto che per quelle del Mezzogiorno.
Per la prima volta nella storia, la Società delle Nazioni multava un paese membro. Purtroppo però le sanzioni vennero facilmente aggirate, e paesi che al comitato le avevano decise e successivamente votate, alla fin fine si astennero dal rispettarle. La Società delle Nazioni nacque con un onorevole obiettivo, evitare con ogni mezzo altre guerre e sconvolgimenti: questo fu uno dei suoi più clamorosi insuccessi (addirittura le sanzioni verranno revocate da lì a sette mesi). La sua presa di posizione nei confronti dell’Italia non fece altro che velocizzare l’avvicinamento tra il nostro paese e la Germania di Hitler.
Dal 7 aprile 1939 anche l’Albania venne annessa all’impero, mentre Kosovo, parte della Macedonia e del Montenegro furono aggiunti nel 1941. Nel 1940 si provò ad includere anche il Somaliland (Somalia britannica), ma già l’anno successivo queste zone, compresa la Somalia Italiana e gli altri territori dell’Africa orientale, vennero occupate una volta per tutte dagli inglesi, decretando la fine dell’A.O.I.
L’Italia coloniale si ritrovò subito – fin dal 1940 – nell’impossibilità di combattere una guerra pari a quella del nemico, il quale disponeva dei carri armati: armamento e materiale bellico che il regio-esercito non aveva e che non poteva perforare. Inoltre i britannici avevano la possibilità di ricevere continui approvvigionamenti (dati dal vasto impero coloniale), mentre il nostro contingente africano era isolato completamente: l’esito fu scontato, nonostante gesti eroici come quello di Amedeo Guillet o di Amedeo di Savoia duca d’Aosta.

L’immagine ritrae la battaglia di Culqualber, combattuta in Abissinia (l’attuale Etiopia) dal 6 agosto al 21 novembre 1941 fra italiani e britannici. Eroica la resistenza dei reali-carabinieri del regio-esercito.

Diverse le vicende in Libia (e in Tunisia), persa nel 1943 ad opera delle forze alleate nella Campagna del Nord Africa. Nello stesso anno anche i territori nei Balcani subirono un forte ridimensionamento mentre le isole nel Mediterraneo vennero formalmente perse poiché passarono sotto il controllo tedesco dopo l’8 settembre.
Da questo momento sarebbe sbagliato parlare di Impero coloniale. In Italia la situazione era completamente degenerata e tutti i progetti di Mussolini potevano dirsi tramontati. Il progetto di unificazione fra i territori dell’A.O.I e la Libia avrebbe sicuramente permesso all’Italia di essere determinante negli equilibri della zona, assicurandole il controllo di Suez e degli introiti ad esso connessi. Purtroppo però l’inefficienza degli approvvigionamenti e alcuni errori militari degli alti comandi, giocarono un ruolo decisivo e l’Italia si trovò a dipendere sempre di più dall’alleato tedesco.  Nel 1947, con il Trattato di Parigi, il nostro paese venne spogliato ufficialmente di tutti i suoi possedimenti.
Un’ultima parentesi, anche se di poco conto, si ebbe in Somalia (comprendente adesso anche i territori della vecchia Somalia britannica), la quale ci venne affidata per dieci anni in amministrazione da parte delle Nazioni Unite nel 1950 fino alla costituzione della Repubblica indipendente di Somalia (1960).

Concludo con questa frase di Ferdinando Martini, che forse riassume le prospettive italiane in ambito coloniale: “Si dice che gli italiani non sanno mai quello che vogliono, ma su certi punti sono irremovibili: vogliono la grandezza senza spese, l’economia senza sacrifici e le guerre senza morti. Il disegno è stupendo, forse è difficile da effettuare.”

 

Per approfondimenti:
_Emanuele Felice, Ascesa e declino. storia Economica d’Italia
_Sabbatucci-Vidotto, Storia contemporanea. Il novecento

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L’Egitto: all’ombra delle piramidi, un colonialismo semi-permanente

L’Egitto: all’ombra delle piramidi, un colonialismo semi-permanente

di Gabriele Rèpaci 12/03/2017

Il brutale omicidio del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, avvenuto tra il gennaio e il febbraio del 2016 in circostanze non ancora del tutto chiare, ha riacceso i riflettori dell’opinione pubblica del nostro paese sull’Egitto paese noto ai più per le Piramidi, la Sfinge e le favolose spiagge di Sharm el-Sheikh. Questo breve saggio, senza alcuna pretesa di sistematicità, ripercorrerà le fasi salienti della storia dell’Egitto moderno dall’epoca del Pascià modernizzatore Muhammad ʿAlī alla Presidenza di Abd al-Fattah al-Sisi, inquadrando le vicende interne del paese nel più ampio contesto internazionale.
La spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto nel 1798-1799 e la successiva presenza francese fino al 1801 vengono tradizionalmente considerate lo spartiacque della storia moderna del paese. Grazie all’impresa napoleonica, infatti la società egiziana ed in particolar modo il suo ceto intellettuale vennero scosse dal vento della modernità. Ci si rese conto che l’Egitto era rimasto per secoli escluso dal progresso scientifico e tecnologico. Ricchezza, benessere, scienza e cultura: furono in molti a percepire che un profondo iato aveva separato la società tradizionale dai più avanzati paesi europei.

Due dipinti di Jean-Léon Gérôme. A sinistra “Vista del Cairo” (dettaglio), 1890. A destra “Napoleone e il suo stato maggiore in Egitto, 1824-1904.

Uno di questi fu sicuramente l’albanese Muhammad ʿAlī (1769 – 1849) considerato dagli storici il padre fondatore dell’Egitto moderno. Giunto nel paese con il contingente inviato da Istanbul nel 1801, dopo il ritiro dei francesi, si proclamò nel 1805 Pascià d’Egitto ottenendo l’assenso del sultano. Dopo aver fatto massacrare i bey mamelucchi, per consolidare il proprio potere si appoggiò ai funzionari e ai militari di origine ottomana (Turchi, Albanesi, Greci, ecc.) e ai mamelucchi circassi allineati al potere. Questa elite «turco-circassa» dominerà l’Egitto fino alla fine dell’Ottocento.
Consapevole dell’arretratezza che separava il paese dalle società occidentali avanzate, il sovrano decise di avviare alcune riforme volte a modernizzare l’apparato statale. In primo luogo favorì la formazione e lo sviluppo di una burocrazia relativamente efficiente. Essa provvide innanzi tutto a una sistematica recensione catastale delle terre, indispensabile per un efficace prelievo fiscale. L’opera del nuovo governo si indirizzò poi a distruggere il vecchio sistema semi-feudale di riscossione delle imposte agrarie (iltizām), un retaggio ottomano, per centralizzare nella burocrazia l’economia e canalizzarla al tesoro pubblico. Le fondazioni pie islamiche (i waqf), svincolate per tradizione dal controllo dello stato e improduttive dal punto di vista fiscale, furono per così dire «nazionalizzate» e incamerate anch’esse nel tesoro pubblico. Infine alle truppe albanesi, poco disciplinate, sostituì un esercito nuovo, composto inizialmente di schiavi neri razziati in Sudan e, in seguito, a partire dal 1823, di coscritti egiziani, inquadrati sotto il comando di ufficiali turco-circassi. Questo, in sintesi, fu il programma che Muhammad ʿAlī si prefisse, riuscendo in gran parte nello scopo.

David Roberts, Intervista con il viceré egiziano al palazzo di Alessandria, Olio su Pannello, 1849.

Nel 1820 intraprese la conquista del Sudan per poi intervenire nella guerra d’indipendenza greca su richiesta del sultano ottomano. Avendo ormai a disposizione un esercito ben addestrato, nel 1830 decise di sfidare apertamente la Sublime Porta invadendo la Siria. L’esercito egiziano guidato da suo figlio Ibrāhīm giunse dapprima a Damasco, senza praticamente incontrare resistenza, per poi spingersi a nord fino a Konya e nel 1833 arrivò a minacciare la stessa Istanbul. Il sultano ottomano Mahmūd, spaventato, chiese e ottenne l’intervento della Russia; ma, a questo punto, la Francia e la Gran Bretagna, che in precedenza avevano mantenuto un atteggiamento passivo, si sentirono minacciate nei propri interessi. Da un lato, non volevano in alcun modo che la Russia si affacciasse al Mediterraneo; dall’altro, preferivano di gran lunga salvaguardare il debole e indebitato impero ottomano piuttosto che vedere affermarsi nel Levante l’aggressiva potenza di un nuovo ambizioso Egitto. Così nel 1840 Muhammad ʿAlī dovette per sempre rinunciare all’audace progetto di fare del suo paese lo stato egemone del Vicino Oriente, non senza prima avere però ottenuto che il titolo di Pascià d’Egitto diventasse ereditario.
Ormai malato, Muhammad ʿAlī rinunciò al trono nel 1848 e morì l’anno seguente. Ad ʿAbbās Ḥilmī I (1848-1854), molto conservatore, succedette Saʿīd (1854-1863), che al contrario riprese la politica di modernizzazione avviata da Muhammad ʿAlī, in particolare autorizzando lo scavo del Canale di Suez. Due grandi riforme risalgono al suo regno: le terre concesse a titolo vitalizio divennero a titolo ereditario: cominciò a formarsi una classe di grandi proprietari, mentre i gradi superiori dell’esercito vennero aperti agli egiziani di origine.
Ismāʿīl (1863 – 1879) instaurò nel 1866 un’Assemblea consultiva eletta a suffragio indiretto. L’anno dopo ottenne il titolo di khedivé (vicerè). Allo scopo di «europeizzare» l’Egitto, Ismāʿīl avviò grandi opere infrastrutturali: ferrovie, aperture di molte scuole, tribunali, tutti massicciamente finanziate mediante prestiti contratti sulle piazze europee a tassi esorbitanti. Le opere pubbliche divorarono le riserve del tesoro senza migliorare significativamente la situazione sociale delle campagne e della proprietà terriera. Il debito egiziano divenne così grande che nel 1876 il khedivé ne sospese il pagamento.
A questo punto, per controllare le finanze egiziane, gli europei – in particolare inglesi e francesi – istituirono una Cassa del debito pubblico (Casse de la Dette) col compito di risanare le finanze e garantire alle potenze il recupero dei crediti. Venne formato un governo in cui un inglese deteneva il portafoglio delle finanze e un francese il portafoglio dei lavori pubblici. Le due maggiori potenze coloniali si avviavano così alla gestione duale dell’Egitto, tenendo sotto il proprio controllo i gangli vitali del potere politico ed economico.
Ismāʿīl tentò di riprendersi la sua indipendenza, ma gli europei ottennero – dal sultano ottomano – il suo rimpiazzo con il più docile Tawfīq (1879-1892). In seno all’opposizione, alcuni ufficiali egiziani (non più turco-circassi) acquistarono una crescente importanza sotto la guida del colonnello nazionalista Aḥmad ʿUrābī, il quale nel 1882 divenne ministro della guerra. La tensione crebbe e scoppiarono sommosse ad Alessandria. In luglio, dopo un ultimatum, le navi britanniche bombardarono la città. Le truppe inglesi sbarcarono a Suez e ad Alessandria i primi di agosto.ʿUrābī tentò di resistere alla testa dell’esercito egiziano, ma le sue forze furono sbaragliate a Tell el-Kebīr il 14 settembre del 1882. Dopo essere stato catturato e processato, venne inviato in esilio a Ceylon.

Alphonse de Neuville, La battaglia di Tel el Kebir. La battaglia di Tell al-Kebir fu combattuta fra i soldati dell’esercito egiziano, comandati da Ahmad ʿUrābī ed il corpo di spedizione britannico guidato dal generale Garnet Wolseley nei pressi di Tel el Kebir, a circa 80 km a est del Cairo, il 14 settembre 1882, durante la guerra anglo-egiziana del 1882. Il generale Wolseley, dopo aver effettuato un’audace marcia forzata notturna con le sue truppe per portarsi di sorpresa a ridosso delle posizioni difensive egiziane, sferrò la mattina successiva un attacco generale che in breve tempo provocò la completa sconfitta del nemico. La vittoria britannica in questa battaglia decise rapidamente l’esito della guerra e garantì il controllo de facto dell’Egitto da parte dell’Impero britannico fino alla metà del XX secolo.

Nonostante al khedivé – vassallo del sultano ottomano – venne concesso di rimanere in carica, da allora in poi sarà la Gran Bretagna ad esercitare il controllo effettivo del paese attraverso il suo console generale al Cairo.
Nel novembre 1914 l’Impero ottomano entrò in guerra contro l’Inghilterra e i suoi alleati. Il mese seguente i britannici instaurarono un protettorato sull’Egitto e deposero ‘Abbās Hilmī II che venne rimpiazzato dallo zio Husayn Kāmil, che prese il titolo di sultano e al quale Fu’ād succederà nel 1917.
Alla fine del 1918, una delegazione (wafd) di notabili egiziani, guidati da Saʿd Zaghlūl, richiese la fine del protettorato. Il Wafd diverrà ben presto un potente movimento politico. Quando gli inglesi arrestarono Zaghlūl nel marzo 1919, scoppiarono manifestazioni e scioperi in tutto il paese. I britannici ristabilirono l’ordine, poi avviarono trattative che tuttavia non decollarono. Alla fine Londra proclamò unilateralmente la fine del protettorato nel febbraio 1922.
In realtà il governo inglese aveva solo in apparenza rinunciato al suo dominio coloniale sull’Egitto. La Gran Bretagna infatti, continuava a esercitare il proprio controllo non solo sull’esercito e la polizia (il comandante in capo dell’esercito, il sirdar, era inglese) ma anche sulla politica estera del paese. La costituzione, promulgata nel 1923, instaurò un regime parlamentare riservando tuttavia al Re ampi poteri (designazione del Primo ministro, diritto di scioglimento dell’Assemblea ecc.). La vita politica egiziana dal 1923 al 1945 può essere riassunta come una lotta tra tre forze: il Re (Fu’ād fino al 1936 e poi Fārūq) che tentava di esercitare il proprio potere, gli inglesi, attenti a tutelare i loro interessi, e il Wafd, portavoce della nuova elite egiziana che si opponeva sia alle prerogative del Re che alla presenza inglese.
Nonostante il Wafd vincesse regolarmente le elezioni, il Re riusciva a tenerlo quasi sempre ai margini del potere, manovrando i partiti minori. Dopo un periodo relativamente liberale, tra il 1930 e il 1933, Fu’ād impose un regime molto autoritario. Nel 1936, l’ascesa al trono di Fārūq, popolare all’inizio del suo regno, e il ritorno del Wafd al potere contribuirono a distendere l’atmosfera. Nello stesso anno, l’Egitto firmò con la Gran Bretagna una trattato che ne instaurava (almeno sulla carta) l’indipendenza. Ciò si accompagnava a un’alleanza militare (ventennale), dato che le truppe inglesi si trovavano ormai acquartierate nella zona del Canale di Suez. Le capitolazioni vennero abolite. Lo status del Sudan però, restò in sospeso.

Egitto, 1919: la foto ritrae i membri del partito del WAFD con il suo leader Saʿd Zaghlūl

In questo periodo cominciarono a diffondersi in tutto il mondo arabo movimenti riconducibili al fascismo. Nel 1933 su iniziativa dell’avvocato Ahmad Husayn nacque il Partito del Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ). Dotato di un ala paramilitare, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ’), invocavano la liberazione dell’Egitto (e del Sudan) dall’occupazione britannica, l’instaurazione di un regime protezionista per difendere l’industria nazionale dalla competizione straniera, ed una rigida riforma dei costumi che proibisse quelle attività come il consumo e la vendita di bevande alcoliche, la prostituzione e il cinema: considerate contrarie alla morale islamica. Secondo quanto riportato da Maurice Bardèche nel suo libro “I Fascismi sconosciuti“, lo stesso Nasser – il cui regime in seguito avrebbe concesso asilo a numerosi criminali di guerra nazisti -, si fece manganellare e arrestare dalla polizia partecipando ad una manifestazione delle Camicie Verdi.
Non risulta difficile comprendere, come mai in Egitto durante la Seconda guerra mondiale la maggioranza della popolazione manifestasse apertamente simpatie verso le potenze dell’Asse. Nel febbraio 1942, quando l’armata tedesca raggiunse l’est della Libia gli egiziani diedero libero sfogo alle loro emozioni. Migliaia di dimostranti si riversarono nelle strade gridando slogan come: «Avanti, Rommel!» poiché vedevano nella sconfitta britannica l’unica via per scacciare le truppe di occupazione fuori dal paese. Gli inglesi furono colti dal panico e iniziarono a bruciare documenti e carte ufficiali e a evacuare i cittadini britannici e i loro sostenitori verso il Sudan. Tuttavia la sconfitta nella battaglia di el-Alamein, nell’ottobre del 1942, frustrò le ambizioni italo-tedesche e quelle dei loro simpatizzanti in Egitto.
A partire dal 1945 il paese cominciò a soffrire di gravi problemi sociali (sovrappopolazione rurale, disoccupazione urbana, inflazione, ecc.) che i governi successivi non riuscirono a risolvere. I movimenti ostili al regime, in particolar modo i Fratelli Musulmani, accrebbero notevolmente i loro consensi presso i ceti più umili.
Sul fronte esterno, la creazione della Lega araba nel marzo 1945, al Cairo, permise all’Egitto di porsi alla guida dei paesi arabi, ma il suo prestigio cominciò a vacillare quando Israele, nel 1948-1949, mise in scacco cinque paesi arabi coalizzati (Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq) e si impose come nuovo stato.
La guerra di Palestina e il disastro affrontato dalle truppe arabe e in particolare da quelle egiziane, senza dubbio catalizzarono il consolidamento degli Ufficiali liberi (al-Ḍubbāt al-Aḥrār), che avrebbe condotto alla rivoluzione del 1952.
Nel 1951 il governo denunciò il trattato anglo-egiziano del 1936: le truppe britanniche vennero fatte oggetto di ripetuti attacchi, al punto che il 25 gennaio, a Ismailiyya, alcuni soldati inglesi uccisero una cinquantina di poliziotti egiziani che avevano assaltato le loro caserme. Il giorno seguente, il «sabato nero», le sommosse devastarono il Cairo: vennero incendiate diverse centinaia di edifici, perlopiù di proprietà di occidentali. L’esercito riuscì a riportare la calma, ma per il regime era giunta ormai la fine.
Nella notte fra il 22 e il 23 luglio 1952 alcuni militari egiziani, gli Ufficiali liberi (organizzazione creata nel 1949), realizzarono un colpo di stato e costrinsero Re Fārūq all’abdicazione, esiliandolo. Istituirono un Consiglio superiore della rivoluzione e misero il generale Muḥammad Naǧīb a capo del governo. La monarchia venne abolita nel 1953 e Naǧīb divenne Presidente della Repubblica.
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Nelle immagini, da sinistra a destra: il Re egiziano Fārūq ibn Fuʾād, il generale Muḥammad Naǧīb e i danni agli edifici occidentali del Cairo, dovuti alla sommossa che successivamente sfociò nel colpo rivoluzionario militare.

Il golpe venne accolto con freddezza dalle grandi potenze: l’Unione Sovietica parlò di un putsch «fascista», mentre gli inglesi assicurarono che gli avvenimenti avevano origine puramente interna e non avevano nulla a che vedere con il contrasto anglo-egiziano. Il primo provvedimento a essere preso dalla giunta rivoluzionaria fu una riforma agraria che scalzasse i vecchi proprietari terrieri. La legge 178 del 9 settembre 1952 prevedeva:
a) la limitazione della proprietà fondiaria a 200 feddan (acri) per famiglia, anche se un supplemento di 100 feddan era messo a disposizione di mogli e figli del proprietario;
b) la redistribuzione delle terre espropriate ai contadini poveri o nullatenenti nel giro di cinque anni;
c) l’indennizzo ai proprietari espropriati;
d) la nascita di cooperative agricole tra i contadini più indigenti;
e) la nascita di sindacati dei lavoratori agricoli.
La legge del 1952 venne ulteriormente ritoccata nel 1958 e nel 1961. I partiti politici vennero vietati all’inizio del 1953; un anno più tardi la stessa sorte toccò ai Fratelli Musulmani. I negoziati con gli inglesi sfociarono in un accordo sul Sudan nel 1953; poi, nell’ottobre 1954, nell’abrogazione del trattato del 1936. Venne deciso che l’evacuazione della zona del Canale da parte dei britannici si sarebbe dovuta compiere entro il giugno 1956.
Nel 1954, un giovane membro degli Ufficiali liberi, il luogotenente Gamāl ʿAbd al-Nasser, conquistò il potere a spese di Naǧīb. Verso i Fratelli Musulmani, che avevano tentato di assassinarlo in ottobre, Nasser avviò una spietata repressione tanto che uno dei capi più prestigiosi di tale organizzazione, ʿAbd al-Qādir ʿAwda, verrà impiccato. Il movimento non rialzerà più la testa fino agli anni settanta.
Nel 1956 una nuova costituzione instaurò un regime presidenziale forte e, di fatto, un regime a partito unico (l’Unione nazionale). Il 23 giugno di quello stesso anno, un plebiscito eleggerà Nasser Presidente (Raʾīs) della Repubblica con il 99, 9 per cento dei voti.

Nella foto a sinistra il generale Gamāl ʿAbd al-Nāṣir Ḥusayn. Considerato una figura centrale nella storia moderna del Vicino Oriente nella seconda metà del XX secolo. Nazionalizzò il Canale di Suez e respinse le pretese di Francia e Regno Unito per continuare a controllare il Canale, guadagnando un’altissima popolarità presso le masse arabe. Grande sostenitore dell’anticolonialismo e del panarabismo, Gamāl ʿAbd al-Nāṣer fondò con Jawaharlal Nehru e Josip Broz Tito il Movimento dei paesi non allineati. Perse parte del proprio prestigio dopo la sconfitta nella Guerra dei sei giorni contro Israele, ma mantenne un ruolo chiave in tutti i futuri dialoghi tra le parti avverse.

Appena insediato il neo presidente si preoccupò di elaborare una teoria della programmazione economica e sociale che lo portò ad attuare un intervento sempre più pesante nei confronti dell’iniziativa privata. La riforma agraria già iniziata da Naǧīb venne ulteriormente portata avanti. Anche altre attività economiche furono investite e scosse dalla volontà riformatrice del nuovo capo egiziano: banche, compagnie di assicurazione, agenzie commerciali, società di navigazione, già in buona parte dipendenti dal capitale estero, furono nel giro di pochi anni sottratte all’iniziativa privata, sottoposte al controllo dello Stato e poi nazionalizzate, dando origine a una peculiare forma di capitalismo di stato definita dal suo ideatore «socialismo arabo». Seguirono le leggi per la protezione sociale: previdenza, sanità, diritto all’istruzione, sicurezza sul lavoro degli operai di fabbrica e dei dipendenti del settore terziario, blocco dei licenziamenti e assicurazione di un lavoro a tutti i diplomati e laureati. Furono mantenuti prezzi politici per i generi alimentari di prima necessità.
Per effetto di tali provvedimenti le condizioni economiche del paese migliorarono: le entrate passarono da 228 milioni di lire egiziane del 1952-53 a 1.379 milioni del 1961-62. L’istruzione, che nel 1952 copriva il 40 per cento della popolazione in età scolare, nel 1960 salì a coprirne il 70 per cento. Le malattie oftalmiche, che colpivano quasi tutti i bambini della popolazione rurale, dopo una vasta campagna sanitaria e igienica, furono debellate negli anni Sessanta.
In politica estera Nasser assunse una posizione nettamente anti-colonialista e antimperialista sostenendo attivamente i movimenti di liberazione nazionale dei paesi del Terzo Mondo. In tale ottica, il leader egiziano partecipò, nell’aprile del 1955 alla Conferenza di Bandung dove si erano riuniti i principali leader dei paesi emergenti nel tentativo di trovare una terza via tra le opposte egemonie degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. L’atteggiamento del Raʾīs spaventò Israele e le potenze occidentali, sempre meno disposte a fornire aiuti militari all’Egitto. Nasser, nonostante il suo anticomunismo, cominciò a rivolgersi all’Urss, che diede il suo assenso alla fornitura di armi attraverso la Cecoslovacchia alla fine del 1955. In cima alla lista dei progetti del presidente egiziano figurava la costruzione di una grande diga ad Assuan. Il suo finanziamento fu oggetto di trattative con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ma Washington, preoccupata sia dalla politica estera del Raʾīs che dal possibile incremento della produzione cotoniera egiziana che si sarebbe verificato in seguito alla costruzione della diga, la interruppe nel luglio del 1956. Per tutta risposta Nasser decise di finanziare la diga nazionalizzando la Compagnia che gestiva il canale di Suez.
La sera del 26 luglio 1956, in un discorso ad Alessandria tra la folla esultante, il leader egiziano annunciò che per troppo tempo le risorse del canale erano confluite nelle tasche degli occidentali. Il canale e la sua Compagnia vennero perciò trasformati in una proprietà dello Stato egiziano a cui dovevano andare tutti i proventi.
Disse Nasser: «Oggi siamo tutti qui per porre assolutamente fine a un passato sinistro e se ci rivolgiamo verso questo passato è unicamente allo scopo di distruggerlo. Non permetteremo che il canale di Suez sia uno Stato nello Stato. Oggi il canale di Suez è una società egiziana le cui azioni sono possedute dall’Inghilterra per il 44 per cento. L’Inghilterra ha goduto fino a oggi dei benefici di queste azioni. Il reddito del canale, nel 1955, è stato valutato a 35 milioni di lire egiziane cioè a 100 milioni di dollari: di tale somma ci è stato attribuito solo un milione di lire egiziane, vale a dire 3 milioni di dollari. Ecco dunque la società egiziana, creata per il benessere dell’Egeo secondo quanto proclamava l’Atto di concessione! La povertà non è un disonore; lo è lo sfruttamento dei popoli. Ci riprendiamo tutti i diritti perché questi fondi sono nostri e questo canale è proprietà dell’Egitto. La Compagnia è una società anonima egiziana e il canale fu aperto grazie alle fatiche di 120.000 egiziani, che trovarono la morte durante l’esecuzione dei lavori. Sotto il nome di Società del canale di Suez, di Parigi, si nasconde solo uno sfruttamento. Noi costruiremo la diga e otterremo tutti i diritti che abbiamo perduto. Manteniamo le nostre aspirazioni e i nostri desideri. I 35 milioni di lire egiziane che la Compagnia incassa ce li prenderemo per il benessere dell’Egitto. Oggi dunque dichiaro, cari cittadini, che costruendo la diga edificheremo una fortezza d’onore e di gloria. Dichiariamo che tutto l’Egitto è un solo fronte unico e un blocco nazionale inseparabile. Tutto l’Egitto lotterà fino all’ultima goccia di sangue per la costruzione del Paese».
Le cancellerie degli Stati economicamente e politicamente più coinvolti andarono in preda al panico. Contro il Raʾīs egiziano l’Occidente scatenò un’isterica campagna di stampa: mentre la nazionalizzazione della Compagnia del Canale veniva equiparata alla militarizzazione della Renania o all’Anschluss o all’annessione del Sudeti, Nasser era bollato come «fantoccio sovietico», «fascista», «Hitler del Nilo»; ma questi ultimi epiteti conseguivano presso le masse arabe l’effetto contrario a quello desiderato da chi li aveva coniati, sicché la popolarità del Raʾīs ne usciva rafforzata.
Contemporaneamente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia studiavano le possibili soluzioni della crisi: o rovesciare Nasser con un colpo di Stato sostenuto da un intervento militare e insediare al Cairo un governo fantoccio, o esercitare pressioni per indurlo ad accettare che il Canale venisse controllato da un ente internazionale.
Prevalse, a Londra e a Parigi, l’idea della guerra. Mentre i rappresentanti egiziani discutevano pazientemente alle Nazioni Unite e si manifestavano disposti ad una soluzione di compromesso che sarebbe stata firmata a Ginevra alla fine di ottobre, i governi inglese e francese guadagnavano tempo, per preparare in segreto l’aggressione armata.
Gli Stati Uniti non erano d’accordo con questa opzione, perché non intendevano lasciare ai due Stati europei uno spazio d’azione nel Terzo Mondo: il colonialismo di vecchio stampo, doveva essere archiviato per sempre e sostituito dal neocolonialismo fondato sull’egemonia finanziaria.
L’intesa franco-britannica si allargò anche verso lo Stato d’Israele, che assisteva preoccupato da molto tempo alla crescita della potenza militare egiziana. Parigi cominciò fin dai primi di agosto a rifornire Tel Aviv di considerevoli quantitativi d’armi, violando in tal modo quel patto tripartito del 1950 con cui Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si erano impegnati a mantenere l’equilibrio militare tra Egitto e lo Stato d’Israele.
Nella notte tra il 29 e il 30 ottobre, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale era monopolizzata da quanto stava avvenendo in Ungheria, Israele – adducendo come motivazione, che nella striscia di Gaza operavano terroristi i quali programmavano attentati – invase il Sinai e una volta inflitte gravi perdite all’esercito egiziano, marciò speditamente verso il canale. Gran Bretagna e Francia finsero di presentare un ultimatum per costringere le parti ad arrestarsi e, al prevedibile rifiuto di Nasser, passarono all’attacco. Il 31 ottobre l’aviazione franco-britannica bombardò gli aeroporti egiziani e i sobborghi del Cairo. Il 5 novembre le truppe coalizzate europee sbarcarono a Porto Said e procedettero velocemente verso sud, lungo il canale in direzione delle città di Suez e di Ismailiyya.
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La crisi di Suez fu un conflitto che nel 1956 caratterizzò l’occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito ed Israele, a cui si oppose l’Egitto. La crisi si concluse quando l’Unione Sovietica minacciò di intervenire al fianco dell’Egitto e gli Stati Uniti, temendo l’allargamento del conflitto, costrinsero britannici, francesi ed israeliani al ritiro. Fu un conflitto ricordato dagli storici per varie particolarità: per la prima volta Stati Uniti e Unione Sovietica si accordarono per garantire la pace; per la prima volta il Canada s’espresse e agì in contrasto verso il Regno Unito; fu l’ultima invasione militare del Regno Unito senza l’avallo politico degli Stati Uniti, segnando secondo molti la fine dell’Impero britannico; allo stesso modo, fu l’ultima invasione militare della Francia e quindi ultimo atto dell’impero coloniale francese; e fu infine una delle poche volte in cui gli Stati Uniti furono in disaccordo con le politiche d’Israele.

L’opinione pubblica mondiale, rappresentata all’Onu, dimostrò subito grande ostilità nei confronti della guerra e condannò l’aggressione tripartita all’Egitto. La Siria e la stessa Arabia Saudita sospesero le forniture di petrolio agli aggressori. L’India prese in considerazione l’idea di uscire dal Commonwealth. L’Unione Sovietica minacciò un intervento nucleare. Gli Stati Uniti videro nell’azione franco-britannica e israeliana un motivo di grave turbativa della delicata situazione strategica del Medio Oriente che miravano a controllare. La Gran Bretagna e la Francia, isolate, furono perciò costrette ad accettare il cessate il fuoco imposto dall’Onu e quindi a ritirare – umiliate – le loro truppe. Israele oppose maggiore resistenza, ma infine nei primi del 1957, abbandonò il Sinai e Gaza. Nell’aprile del 1957 il canale fu riaperto alla navigazione e, contrariamente alle aspettative degli europei, gli egiziani si rivelarono perfettamente in grado di gestirne il traffico e di pilotare le navi. I proventi del canale costituirono da allora in poi, insieme al turismo e allo sfruttamento del petrolio del Sinai, una delle voci più importanti dell’economia nazionale.
L’Egitto aveva subito una sconfitta militare, ma Nasser aveva raccolto uno straordinario successo politico, emergendo come il leader incontrastato del mondo arabo.
Oltre ad aver segnato la sconfitta delle ambizioni imperiali europee in Africa e in Asia e accelerato il processo di indipendenza delle nazioni ancora soggette al dominio coloniale, la guerra di Suez del 1956 ebbe come fondamentale conseguenza il rafforzamento dei legami tra l’Egitto e l’Unione Sovietica che si impegnò a rifornire d’armi il regime di Nasser e ad aiutare tecnicamente e finanziariamente  – attraverso prestiti concessi a condizioni più che vantaggiose – i piani di sviluppo economico, in primo luogo i lavori per la diga di Assuan.
Nel 1954, un colpo di Stato aveva portato al potere in Siria Shukrī al-Quawatlī, appoggiato dalla sinistra. Questi aveva subito dimostrato particolari simpatie per l’Urss e aveva preso le distanze dagli Stati Uniti. Nel 1957 il partito Baʿath aveva trionfalmente vinto le elezioni. A Damasco le condizioni sembravano particolarmente propizie, per stringere un legame privilegiato con l’Egitto rivoluzionario di Nasser, eroe del mondo arabo. L’idea di un’unione organica con i siriani tuttavia non entusiasmava il Raʾīs, il quale non aveva nessuna ambizione a governare gli affari interni del paese, tanto meno accollarsene i problemi. Quel che il leader egiziano propugnava era piuttosto la «solidarietà araba», intendendo con essa che gli arabi dovessero allearsi con lui e spalleggiarlo nella lotta contro le grandi potenze. Lo attraeva l’idea di controllare la politica estera siriana per tenere sotto scacco i suoi nemici, sia arabi che occidentali.
Alla fine comunque Nasser si renderà conto che, se voleva la rosa, avrebbe dovuto prendersi anche tutte le spine. Il 1 febbraio 1958 fu annunciata ufficialmente l’unione tra Siria ed Egitto che prese il nome di Repubblica araba unita (RAU) presieduta dal leader egiziano.
Il Raʾīs mise in piedi una struttura al contempo autoritaria e malferma. Tutte le decisioni venivano prese al Cairo, mentre a Damasco il potere venne lasciato nelle mani di un insulso colonnello della polizia, Abdel Hamed Sarraj, nominato ministro dell’Interno. La capitale siriana venne ridotta a un semplice capoluogo di provincia e le ambasciate estere presenti in città furono chiuse. Gli affari dell’unione, decretò Nasser, sarebbero stati gestiti da un gabinetto centrale del quale avrebbero fatto parte anche due siriani, mentre gli affari interni di Egitto e Siria, ribattezzati rispettivamente Regione Meridionale e Regione Settentrionale della RAU, sarebbero stati affidati a consigli esecutivi locali. Le due regioni avrebbero inviato a loro volta i propri delegati ad un’unica Assemblea generale, con sede al Cairo, composta da 400 egiziani e 200 siriani, ma non liberamente eletti bensì nominati da Nasser stesso. Quando il 28 settembre 1961 la Siria si separò dall’unione con un golpe di destra – spalleggiato da Giordania e Arabia Saudita oltre che dalla grande borghesia siriana, spaventata dall’ondata di nazionalizzazioni decretata quell’anno da Nasser – , nessuno in tutto il paese sparò un colpo in difesa della RAU.
La secessione della Siria fu vissuta da Nasser come uno smacco personale, come il segno del fallimento di una politica – a suo avviso – generosa. Non si rese conto che fu proprio il suo spirito accentratore e dispotico a provocare la fine di quell’esperimento politico. Egli tuttavia non volle seppellire il riferimento alla Repubblica araba unita che rimase il nome ufficiale del solo Egitto fino alla fine della sua presidenza (e oltre).
Nel settembre 1962 scoppiò nello Yemen una insurrezione militare, che proclamò la repubblica. Nasser appoggiò il capo degli insorti il colonnello Sallāl e in suo aiuto mandò armi e truppe, impegnandosi in una lunga ed estenuante lotta con le forze rimaste fedeli all’imam Muḥammad al-Badr che godevano dell’appoggio dell’Arabia Saudita e della Giordania. Nel 1964 venne promulgata una nuova costituzione che portò all’elezione di un’Assemblea nazionale formata da membri dell’Unione Socialista Araba, l’unica organizzazione politica riconosciuta.
A metà degli anni sessanta si moltiplicarono gli incidenti tra Israele da un lato e Siria e Giordania dall’altro. Ciò spinse Nasser ad agire. Nel maggio 1967 richiese il ritiro delle forze dell’ONU (poste a schermo tra Israele ed Egitto) e chiuse lo stretto di Tiran alla navigazione israeliana. Il 31 maggio il Re di Giordania firmò un accordo di difesa con il Cairo. Israele reagì il 5 giugno, radendo al suolo gran parte dell’aviazione egiziana. Cominciò così la guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno), che per l’Egitto si risolse in un disastro: Israele occupò la totalità del Sinai e dei suoi pozzi petroliferi. Nasser si assunse le responsabilità della sconfitta e offrì le proprie dimissioni che furono però respinte a furor di popolo.
La disastrosa disfatta militare degli arabi nel 1967 è stata cruciale per la storia del Medio Oriente. Ha segnato contemporaneamente la fine del nasserismo e il definitivo consolidamento di Israele. Ha determinato uno dei problemi di più difficile soluzione della storia delle relazioni internazionali del XX secolo: quello dell’indipendenza e dell’identità del popolo palestinese, problema la cui apparente irrisolvibilità è a tutt’oggi ben nota. Ha indirettamente alimentato lo sviluppo del radicalismo islamico, sia nei territori occupati da Israele sia, più globalmente, in tutto il mondo arabo. È proprio in risposta all’esaurirsi della spinta ideale del socialismo «laico» di Nasser che, prima in Egitto e poi nel resto del mondo musulmano, si sviluppò, e attecchì il cosiddetto fondamentalismo islamico contemporaneo.
La sera del 28 settembre del 1970, Nasser, vittima del diabete e del superlavoro, ebbe una terza crisi cardiaca e morì nella sua casa di Manshiyyat el-Bakri, a 52 anni. Il suo corpo venne trasportato nella vecchia sede del consiglio della rivoluzione, il palazzo al-Qubbah. I funerali furono imponenti e gli osservatori ne rimasero impressionati: milioni di egiziani seguirono il feretro in lacrime, sconvolti da un dolore senza dubbio sincero. Con lui moriva, nonostante i limiti della sua azione, un uomo che aveva sfidato l’arroganza delle potenze coloniali e che aveva incarnato il riscatto del mondo arabo dinnanzi all’Occidente.
Il vicepresidente Anwar al-Sādāt prese il posto di Nasser, successione approvata dal referendum dell’ottobre 1970. Nato nel 1918 come il suo predecessore, durante la Seconda guerra mondiale aveva avuto a che fare con delle spie tedesche e aveva trascorso qualche tempo in carcere per aver progettato di uccidere alcuni collaboratori filo-britannici. Nel 1952 era stato lui ad annunciare al mondo la rivoluzione degli Ufficiali liberi. Nel 1971 la denominazione RAU, mantenuta anche dopo il 1961, fece posto a quella di Repubblica araba d’Egitto. Lo stesso anno Sadat destituì il suo maggior rivale Ali Sabri, difensore dell’ortodossia nasseriana (in seguito sarà incarcerato). Cominciò anche a correggere alcuni provvedimenti del suo predecessore: vennero restituiti, almeno in parte, i beni confiscati dopo il 1961. E nel 1972, in segno di distensione nei confronti dell’Occidente, cacciò dal paese i consiglieri militari sovietici.
Intanto in Siria, il 16 novembre del 1970, Hāfiz al-Assad aveva preso il potere destituendo Ṣalāḥ Jadīd. Il nuovo presidente era deciso più che mai nel recuperare i territori perduti nella Guerra dei Sei Giorni e riscattare l’immagine del proprio paese dopo vent’anni di continue umiliazioni da parte degli israeliani. Mentre cercava le armi per combattere, Assad trovava nell’Egitto di Sādāt, l’alleato naturale e privilegiato per sconfiggere Israele. Agli inizi del 1971 il presidente siriano e il suo omologo egiziano iniziarono così a elaborare una serie di piani per un attacco congiunto sino ad arrivare all’agosto del 1973, quando nel quartier generale della marina egiziana di Raʾs at-Tin, si tenne una riunione segreta del Consiglio supremo delle forze armate siro-egiziane.
In quell’occasione le più alte cariche dei due eserciti firmarono il documento formale in cui si impegnavano a muovere guerra nel prossimo autunno. Ulteriori consultazioni fissavano la data e l’ora: il 6 ottobre alle 14.00.
In realtà Siria ed Egitto avevano obiettivi assai divergenti: Assad voleva la guerra perché era convinto che ogni colloquio con Israele non avrebbe portato a nessuna restituzione dei territori occupati; Sādāt invece voleva il conflitto per aver maggior potere negoziale al tavolo della trattativa separata che già conduceva (apertamente, ma anche segretamente) con Tel Aviv tramite la mediazione americana. Per Damasco si trattava di una guerra di liberazione, per il Cairo era una mossa essenzialmente politica per rilanciare la propria diplomazia. Entrambi avevano bisogno l’uno dell’altro, e Sādāt sapeva bene che Assad si sarebbe rifiutato di combattere se lo scopo comune non fosse stato la liberazione del Sinai e del Golan. Il presidente egiziano scelse così di non rivelare le sue vere intenzioni al collega siriano, mentre quest’ultimo, troppo preso dai suoi obiettivi di guerra, non si poneva nemmeno il problema di quel che sarebbe potuto accadere dopo la fase bellica, né si garantì una rete diplomatica di sicurezza in caso di insuccesso.
In questo contesto, il 6 ottobre 1973 ebbe inizio la Guerra d’Ottobre (anche detta del Ramadan o dello Yom Kippur perché iniziata in concomitanza con le omonime festività musulmana ed ebraica): il massiccio attacco congiunto siro-egiziano colse di sorpresa i militari e i dirigenti israeliani, e mentre da nord i siriani riuscirono ad avanzare fino a conquistare importanti posizioni (compresa la vetta del Monte Hermon/ash-Shaykh), da sud, gli egiziani, si arrestarono subito dopo attraversato il Canale di Suez.

Nella foto centrale Moshe Dayan: generale e politico israeliano. Dopo la morte di Levi Eshkol, nel 1969, divenne primo ministro Golda Meir. Dayan, rimase al dicastero della difesa. Era ancora in carica quando, il 6 ottobre 1973, iniziò la Guerra del Kippur. I primi due giorni di guerra furono traumatici per Israele. Dayan porta indubbiamente alcune responsabilità nelle sconfitte iniziali. Assieme alle altre massime autorità civili e militari, aveva sottovalutato i segnali d’allarme che provenivano da diverse fonti. Si era rifiutato di mobilitare le Forze di Difesa Israeliane per lanciare un attacco preventivo contro Egitto e Siria, in quanto credeva che le stesse IDF avrebbero potuto vincere con facilità anche se gli arabi avessero attaccato per primi. Dopo le pesanti sconfitte dei primi due giorni di guerra, le ottimistiche idee di Dayan cambiarono radicalmente. Fu sul punto di annunciare “la caduta del Terzo Tempio” ad una conferenza stampa, dimenticandosi di parlarne prima con la Meir. Cominciò anche a parlare apertamente di usare armi di distruzione di massa contro gli arabi. Riuscì comunque a recuperare il controllo della situazione e condurre la guerra fino alla vittoria finale. Anche se la Commissione Agranat, sorta per indagare su quanto non aveva funzionato nella guerra dell’ottobre 1973, non attribuì responsabilità particolari alla dirigenza politica del paese, a cui Dayan apparteneva, un’ondata di proteste da parte dell’opinione pubblica costrinse lui e Golda Meir a dimettersi.

Sādāt infatti decise di non avanzare nel Sinai, come invece si aspettava la Siria, la quale si troverà a combattere da sola per un’intera settimana, soccombendo alla fine ad Israele. Quest’ultimo infatti non dovendo più preoccuparsi di difendere i suoi confini meridionali poté concentrarsi interamente su quelli settentrionali costringendo le truppe di Damasco alla ritirata fino alle linee del 1967 e, in seguito anche al di là di esse.
Nonostante l’arrivo di alcuni reparti iracheni, seguiti il giorno dopo da quelli sauditi e giordani, le forze siriane erano ormai allo sbando e i militari israeliani arrivarono a solo 35 km da Damasco, oltre venti chilometri più avanti delle linee della tregua del 1967. Dopo numerosi appelli inascoltati alla tregua – il 22 ottobre la risoluzione 338 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiedeva l’applicazione in tutte le sue parti della 242 del 1967 – e l’intervento diretto di Mosca e Washington (gli Usa dichiararono l’allarme generale atomico di terzo grado), il 25 ottobre venne firmato un primo cessate il fuoco.
Muhammad Heikal, confidente di Sādāt, avrebbe in seguito dichiarato che la scelta di non avanzare sino ai passi del Sinai presa dal presidente egiziano fece perdere al paese un’occasione storica: «Sono convinto – disse Heikal – che se avessimo raggiunto ed occupato i passi, l’intero Sinai sarebbe stato liberato, ed una simile vittoria avrebbe trascinato con se incalcolabili conseguenze politiche».
Nel 1973 Il Cairo ristabilì le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte nel 1967, i quali intendevano facilitare i negoziati tra Egitto e Israele. Nel 1975 gli egiziani rioccuparono la parte occidente del Sinai e il Canale venne riaperto.
L’apertura economica (infitāh) e l’abbandono graduale delle opzioni socialiste, contraddistinsero l’opera di denasserizzazione dell’epoca di Sādāt. La svolta ebbe avvio nella primavera del 1974 e proseguì nel 1977. Furono approvate alcune leggi che promossero gli investimenti mettendo fine al monopolio del sistema bancario. Si cercò di facilitare la circolazione del denaro consentendo di acquistare valuta estera per mezzo della valuta locale. Le transazioni commerciali, vennero stimolate ricorrendo alla diminuzione o addirittura all’abolizione dei carichi fiscali e doganali. Vennero create enclave extraterritoriali per favorire la presenza di investitori europei e americani.
I risultati economici dell’apertura furono però modesti, se non addirittura negativi. La liberalizzazione del mercato portò contemporaneamente sia a un incremento delle importazioni e dunque al deficit della bilancia dei pagamenti, sia al vertiginoso aumento dell’inflazione, che raggiunse il 40 per cento. Per quanto riguarda il deficit della bilancia dei pagamenti, esso fu di 833 milioni di dollari nel 1974 ma di ben 3.166 milioni di dollari nel 1976. Le richieste di nuovi beni con le connesse difficoltà di approvvigionamento condussero ad un fiorente mercato nero. Inoltre, l’Egitto divenne strettamente dipendente dall’aiuto esterno per riequilibrare il debito; e la dipendenza economica non poteva che risolversi in dipendenza politica. L’inflazione provocò un divario tra la crescita dei prezzi e quella dei salari che, formalmente aumentati, in realtà diminuirono perdendo potere d’acquisto. La speculazione e la concorrenza provocarono la nascita di una ristretta élite di milionari (pare circa 500 già alla fine del 1975) corrotti e rapaci, spregiativamente chiamati «gatti grassi». A fronte dei nuovi ricchi, la situazione delle masse peggiorò sensibilmente, soprattutto nelle campagne.
Nel gennaio del 1977, in seguito alla decisione del governo di tagliare drasticamente i sussidi governativi alle famiglie povere per poter ottenere nuovi prestiti dal Fondo monetario internazionale, una rivolta cieca e distruttiva, innescata dagli studenti – che subito mobilitò i disperati delle baraccopoli -, esplose da Alessandria al Cairo sino all’Alto Egitto. La violenza dei moti convinse il presidente a far intervenire l’esercito insieme alla polizia. La repressione fu durissima: si ebbero settantanove morti (ufficiali), circa mille feriti e millecinquecento arresti.
Per logorare la sinistra egiziana e quella base nasseriana, che continuavano a godere di consensi fra le fasce più povere della popolazione, Sādāt decise di sfruttare il fondamentalismo religioso. È in tale ottica che nel 1971 aprì le porte delle prigioni per liberare i Fratelli Musulmani precedentemente incarcerati da Nasser. Il movimento fondato da Ḥasan al-Bannā poteva così ricominciare una lenta ricostruzione, e rimodellare la propria ideologia in funzione delle esperienze acquisite. I Fratelli Musulmani rilasciati dalle carceri si rivelarono buoni alleati di Sādāt sostenendone la politica di infitāh, che doveva ai loro occhi rappresentare una opportunità di cogliere per la costruzione di una società islamica. Dal 1976 con il placet del regime, ripresero in maniera sistematica la pubblicazione della rivista «al-Daʿwa», dalla quale diffonderanno il loro messaggio.
Il condizionamento della scelta «islamica» di Sādāt sulle istituzioni fu notevole. Nel 1978 venne promulgata la cosiddetta «legge della vergogna»: un testo grazie al quale venivano istituiti tribunali per la salvaguardia della morale pubblica, che potevano giungere a emettere sentenze molto pesanti, fino a privare il colpevole dei diritti politici. Si ravvivò così l’antica pratica della legge islamica della hisba: si tratta del dovere comunitario di «ordinare il bene e proibire il male» che, oltre a prevedere l’istituzione di un funzionario (il muhtasib), responsabile della moralità pubblica, del controllo dei divertimenti e della correttezza delle transazioni commerciali, vincola il singolo individuo a correggere il «peccatore», eventualmente attraverso esposti ai tribunali ordinari. Gli emendamenti alla Costituzione nel 1980 prevedevano che la sharīʿa diventasse la fonte primaria del diritto; mentre nella Costituzione del 1971 era solo una delle fonti principali.
Nel 1977 Sādāt si recò a Gerusalemme – iniziativa condannata da tutti i paesi arabi – secondo i quali il successore di Nasser si era macchiato di tradimento. Tale decisione lo avrebbe portato direttamente nella tomba. Nella Knesset, il presidente egiziano ascoltò in silenzio Menachem Begin rievocare l’antica storia della nascita di Israele, di Davide e Golia, del minuscolo stato che si batteva contro giganti per la propria sopravvivenza. Se il silenzio significava assenso, allora il mondo arabo aveva visto Sādāt acconsentire al riconoscimento dello Stato di Israele. «Ha parlato al mondo dal parlamento del suo nemico» scrisse all’epoca il giornalista inglese Robert Fisk sull’Irish Times. «Ma non ha detto se pensa, sedendosi con gli israeliani, di aver anche firmato la sua condanna a morte».
Nel settembre 1978, infine, gli accordi di Camp David, sotto l’egida del presidente americano Jimmy Carter, stabilirono i termini di un trattato di pace separata, firmato a Washington. L’accordo consisteva fondamentalmente nella restituzione del Sinai all’Egitto (che però non avvenne subito, ma nel giro di tre anni, visto che solo nel 1982 le ultime truppe israeliane abbandonarono la penisola); nell’avvio di normali relazioni diplomatiche tra i due paesi; nella garanzia della vendita a Israele per quindici anni del petrolio del Sinai. La pace con lo stato ebraico ebbe tuttavia il suo prezzo: l’Egitto venne escluso dalla Lega araba, che trasferì a Tunisi la propria sede e cessarono gli aiuti finanziari arabi.
Il 6 ottobre 1981, durante una parata militare per ricordare l’inizio della guerra del Kippur contro Israele, tre soldati infiltrati si staccarono dal corteo, gettarono tre granate verso il palco e spararono contro il presidente. Sādāt fu crivellato di proiettili e morì quasi subito. Gli attentatori erano legati al movimento integralista Al-Jihād di ʿAbd al-Salām Faraj e guidati dal tenente Khāled al-Islambulī, condannato a morte un anno dopo. Il vicepresidente dell’Egitto, Ḥosnī Mubārak, rimase ferito e, dopo l’attentato a Sādāt, ne prese il posto.
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Nella prima foto a sinistra Golda Meyer dialoga con Muḥammad Anwar al-Sādāt, durante la prima visita a Gerusalemme del leader egiziano. La seconda immagine è scattata pochi secondi dopo l’attentato fatale al primo ministro egiziano, da parte degli esponenti del partito Al-Jihād di ʿAbd al-Salām Faraj.

Contrariamente a quanto era avvenuto con Nasser non ci furono manifestazioni di emozione o di cordoglio popolare per la morte del suo successore. Il popolo egiziano aveva così implicitamente condannato la politica di Sādāt.
A Sādāt succedette il vicepresidente Ḥosnī Mubārak, già comandante in capo dell’aviazione. Mubārak cercò prima di tutto di preservare la stabilità del paese e la sua stessa posizione: verrà riconfermato presidente nel 1987, nel 1993, nel 1999 e nel 2005. Mantenne i legami militari ed economici con gli Stati Uniti, ma riallacciò anche i rapporti con i paesi arabi: nel 1989 il paese rientrò nella Lega araba. Nel 1991 impegnò l’Egitto nella guerra del Golfo, all’interno della coalizione anti-irachena.
Sotto Mubārak si è avuta una continua accelerazione del liberismo economico promosso da Sādāt nonostante le resistenze della burocrazia e dei lavoratori. Sebbene le liberalizzazioni e le privatizzazioni abbiano arginato l’inflazione contribuirono ad aggravare le diseguaglianze sociali: fu la fine dello stato sociale che Nasser aveva tentato di instaurare. Sul piano politico, Mubārak si mostrò inizialmente abbastanza liberale, ma a partire dal 1985 dovette far fronte alle rivendicazioni dell’islamismo radicale. Alla violenza, che crebbe e toccò l’apice negli anni 1992-1997, il regime rispose in modo sempre più brutale. I leader islamisti, per lo più imprigionati, annunciarono una sospensione degli attentati nel 1998. Fino alla fine del regime di Mubārak la vita politica del paese restò dominata, nonostante un pluripartitismo di facciata, dal Partito Nazionale Democratico (al-Ḥizb al-Waṭanī al-Dīmuqrāṭī).
Con i moti di Piazza Taḥrīr che, nel febbraio 2011, portarono al rovesciamento di Mubārak, il movimento della Fratellanza Musulmana ha acquisito una grande forza, che lo ha portato, in seguito, a vincere le elezioni godendo dei favori degli USA. 

Muḥammad Mursī nel suo periodo di governo ha applicato i dettami del Fondo monetario internazionale con una politica anti-popolare e repressiva contro tutte le forme di crescente mobilitazione e organizzazione del proletariato egiziano. La disuguaglianza nei salari è continuata a crescere mentre le condizioni di vita dei settori popolari sono continuate a peggiorare. Il numero della popolazione egiziana che viveva con meno di due dollari al giorno è passata dal 20 per cento del 2005 al 40 per cento nel 2012.

La disoccupazione, colpiva soprattutto la popolazione giovanile salendo dal 9,7 per cento nel 2009 al 13 per cento nel 2013. Nel frattempo il rallentamento economico dell’economia egiziana ha raggiunto il 2,2 per cento, mentre l’inflazione è aumentata del 10 per cento. La delusione delle aspettative popolari egiziane riposte nel governo islamista, con un peggioramento delle condizioni di vita e un aumento dei prezzi dei beni essenziali, ha spinto il paese verso una rinascita delle proteste sociali in Egitto. Una parte importante delle mobilitazioni si è verificata proprio nei centri di lavoro con un incessante incremento degli scioperi. Nel 2012, anno in cui ha assunto l’incarico Mursī, si sono svolti in Egitto circa 3400 proteste di carattere socio-economico, con il governo della FM che non ha esitato a reprimere con maggiore durezza di Mubārak i movimenti operai e sindacali. Decine e decine di arresti sono stati operati contro i dirigenti sindacali con la proclamazione di una legge anti-sciopero basata su quella attuata dai colonialisti britannici per sopprimere la rivolta del 1919. Al fianco delle politiche anti-operaie e anti-popolari, venne imposta una riforma costituzionale mirata all’islamizzazione delle istituzioni dello Stato e della società. La nuova Costituzione, sospesa in seguito al colpo di Stato del luglio 2013, riproponeva la conservazione dell’articolo 2 così come formulato nel 1971 e riformato nel 1980: «L’Islam è la religione dello Stato, l’arabo la lingua ufficiale, i principi della sharīʿa sono la principale fonte della legislazione». A tale norma si aggiungeva, in maniera del tutto inedita, come frutto della negoziazione tra i Fratelli Musulmani e i Salafiti, una nuova disposizione. Si trattava del famigerato art. 219, il quale enucleava una nozione esplicita dei principi della sharīʿa, definendoli, in maniera ampia e generica come l’insieme delle sue fonti fondamentali, dei principi tratti dalle fonti (usul) e dal fiqh, nonché dalle altre fonti riconosciute dalle scuole giuridiche sunnite. Inoltre, per la prima volta nella storia costituzionale dei paesi islamici, veniva attribuita una funzione di interpretazione della legge sacra, in via esclusiva all’Università teologica di al-Azhar. Sul piano internazionale il governo Mursī ha sostenuto «materialmente e moralmente» la guerra contro la Siria, chiedendo l’attuazione della no-fly zone sopra il territorio siriano (proponendo l’aviazione egiziana a svolgere tali operazioni), denunciando l’intervento del Hezbollah sciita libanese al fianco del popolo siriano e del governo Assad e chiedendo per quest’ultimo il giudizio «per crimini di guerra».
Da questi fattori nacque la grande mobilitazione unitasi nel movimento Tamàrrud (che in arabo significa ribellione), che ha raccolto più di 22 milioni di firme contro Mursī in tutti i settori e classi della società egiziana, anche all’interno di istituzioni e organismi statali in tutte le regioni del paese. Da qui la rivolta che ha portato in piazza 30 milioni di persone in tutto l’Egitto a cavallo tra giugno e i primi di luglio del 2013 e che ha visto la risposta di massa della classe media e in parte minore della classe operaia. Il 3 luglio del 2013, le Forze Armate egiziane hanno risposto alle richieste del popolo, rovesciando il governo Mursī e prendendo in mano la guida del paese.
Ciò ha posto Stati Uniti e UE in seria crisi, in quanto per la prima volta in 40 anni l’Esercito egiziano è andato in una direzione opposta rispetto alle volontà di Washington. Il ruolo e la posizione geo-strategica fondamentale dell’Egitto, fa si che nessuna potenza imperialista può permettersi di perdere la sua influenza e controllo su questo paese.
Alcune cifre ci aiutano a capire: gli investimenti di capitali degli Stati Uniti verso l’Egitto ammontano a circa 1.400 milioni di dollari ai quali si aggiungono i 1.300 milioni di dollari che ogni anno vengono versati all’esercito egiziano. L’Unione Europea fornisce inoltre aiuti con un potenziale che può raggiungere i 5.000 milioni di dollari di esborso totale. Il FMI ha concesso un prestito di 4.800 milioni di dollari e la Banca Mondiale ha «donato» 6.000 milioni di dollari.
Nessuno dei principali attori politici, militari e sociali in campo in Egitto può pertanto esser considerato immune dall’influenza delle potenze imperialiste. A seguito del rovesciamento di Mursī e la formazione del governo di transizione «controllato» dall’Esercito, Washington e Bruxelles non hanno condannato tale atto come «colpo di stato» con tutte le conseguenze giuridiche che ne sarebbero conseguite, ma hanno riconosciuto il nuovo governo cercando di mantenere la propria forte influenza sull’Egitto, intervenendo direttamente per la mediazione verso i Fratelli Musulmani e Mursī ed adoperando pressioni sull’esercito affinché non intervenisse contro la Fratellanza Musulmana in piazza.
Mediazione che ha solo rimandato lo scontro dei Fratelli Musulmani con il corpo militare egiziano. Il primo atto seguito all’offensiva delle Forze Armate e del governo di transizione sono state le dimissioni dalla carica di vicepresidente di El-Baradei, uomo USA (da molti considerato l’individuo che avrebbe dovuto guidare il governo di transizione), principale leader del campo liberale anti-Mursī. A questo punto la Casa Bianca annunciò il blocco delle esercitazioni con l’Esercito egiziano e i governi europei accusarono i militari e minacciarono la rivalutazione degli aiuti. La Turchia si schierò con i Fratelli Musulmani contro l’Esercito. L’Arabia Saudita rispose alle minacce di sanzioni degli USA e dell’UE nei confronti dell’Egitto, assicurando ai militari il proprio intervento per colmare le perdite. Il Generale al-Sisi rifiutò le chiamate di Obama. L’uomo degli USA, El-Baradei venne posto sotto accusa di tradimento. L’UE decise di bloccare le forniture all’Esercito egiziano e discusse su possibili «ripensamenti» inerenti gli aiuti economici.
L’atteggiamento ostile dell’Occidente nei confronti della giunta militare egiziana ha spinto il presidente Abd al-Fattah al-Sisi a rivolgersi alla Russia di Putin. Mosca e il Cairo il 19 novembre 2015 hanno firmato un accordo intergovernativo per l’utilizzo di tecnologie russe e del loro impiego nella costruzione della prima centrale elettronucleare nella regione di El-Dabaa affacciata sul mar Mediterraneo, e un ulteriore accordo sulle condizioni del prestito Russo. L’importo del prestito sarà di 25 miliardi di dollari. Grazie all’intesa con l’Egitto, Putin potrebbe riuscire a realizzare il grande obiettivo del nazionalismo russo: lo sbocco sul Mediterraneo, mai riuscito all’Urss, ma che è ora alla portata di Mosca.
Con la sconfitta di Hillary Clinton, artefice della scalata dei Fratelli Musulmani al potere e l’arrivo del magnate newyorkese Donald Trump alla Casa Bianca, i rapporti tra Washington e il Cairo potrebbero migliorare. La vittoria del tycoon è un’ottima notizia per al-Sisi, che avrà mano libera nella repressione degli oppositori interni e un margine di manovra più ampio in politica estera.
È cominciata una nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Russia e in questo scenario l’Egitto potrebbe esserne, come lo fu all’epoca di Nasser, uno dei principali teatri.

 

Per approfondimenti:
_Massimo Campanini, Storia dell’Egitto contemporaneo. Dalla rinascita ottocentesca a Mubarak, Edizioni Lavoro, Roma 2005.
_Bruno Aglietti, L’Egitto dagli avvenimenti del 1882 ai nostri giorni, Ipocan, Roma 1965.
_Paolo Minganti, L’Egitto moderno, Sansoni, Firenze 1959
_Guido Valabrega, Il Medio Oriente. Aspetti e Problemi, Marzorati editore, Milano 1980.
_Jean Lacouture, Nasser, Editori Riuniti, Roma 1972
_Maurice Bardèche, I Fascismi sconosciuti, Ciarrapico, Roma 1969.
_Il programma del Partito “Giovane Egitto”, in Oriente Moderno, Anno 18, Nr. 9 (Settembre 1938), pp. 491-494. Consultabile all’url: http://www.jstor.org/stable/25810190
_Gamāl ʿAbd al-Nasser, Filosofia della Rivoluzione, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2011.
_Jack Damal e Marie Leroy, Nasser. La vita, il pensiero, i testi esemplari, Sansoni, Firenze 1970.
_Gianfranco Peroncini, La guerra di Suez, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1986.
_Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, BUR, Milano 2003.
_Patrick Seale, Il leone di Damasco. Viaggio nel ‘Pianeta Siria’ attraverso la biografia del presidente Hafez al Assad, Gamberetti, Roma 1995.
_Robert Fisk, Il martirio di una nazione. Il Libano in Guerra, Il Saggiatore, Milano 2010.

 

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Il patriota Marc Bloch: lo storico che amò la verità

Il patriota Marc Bloch: lo storico che amò la verità

di Giuseppe Baiocchi 28/02/2017

Nel campo accademico della storiografia Marc Léopold Benjamin Bloch è una leggenda, sia per quello che è stato in vita, ma anche per come ci ha lasciato. Lo storico francese sembrava il perfetto borghese del novecento: pacato, con baffi e occhialini tondi da intellettuale. Diversamente dietro l’apparenza – come vedremo – vi era qualcosa di inaspettato. Marc Bloch nasce nel 1886 a Lione, per via di suo padre – professore all’università – e quasi subito si trasferisce a Parigi: patria per eccellenza nel campo dell’istruzione.
Il giovane ragazzo cresce nel clima parigino, dove studia in uno dei grandi licei della capitale, il “Louis-le-Grand” e successivamente entra presso “l’École normale supérieure”. Tutto è nella norma, tranne un dettaglio: quel cognome che suona tedesco: Bloch. Difatti proviene dall’Alsazia (Alsace) e la famiglia dello storico è di origine ebraica: quando nel 1870, dopo la guerra franco-prussiana, il Reich tedesco si impadronisce dell’Alsazia e della Lorena. Ai cittadini francesi viene offerta l’opzione di rimanere (acquisendo la cittadinanza tedesca) o andarsene e restare francesi. La famiglia Bloch decide di tornare in Francia. Sono francesi al 100% i Bloch, sono ebrei , ma l’origine ebraica non viene assolutamente avvertita come elemento di rilievo all’interno dell’identità famigliare.
A ventotto anni Marc Bloch è professore di liceo, ha già fatto il servizio militare ed è sergente della riserva, ma gli eventi storici iniziano ad entrare nella vita di questo straordinario personaggio: siamo nel 1914 e scoppia il primo conflitto mondiale. Marc viene mobilitato come sergente di fanteria e combatte tutta la guerra fino al 1918, raggiungendo il grado di capitano. All’interno della gerarchia militare iniziare la carriera da semplice sergente ed essere promosso a rango di capitano, significa aver operato una brillante carriera e essere propensi per il mestiere di soldato, tanto che nei quattro anni di trincea viene citato per ben quattro volte per atti di valore all’ordine del giorno. Aver combattuto al fronte, significa avere vissuto le atrocità della guerra e Bloch nei suoi diari ricorderà con lucidità anche i dettagli più crudi: “quando la pallottola colpisce il cranio da una determinata angolatura, lo fa esplodere. In questo modo morì il mio amico Luis: metà del volto pendeva come un’imposta scardinata e si vedeva l’interno della scatola cranica, quasi vuota. Con un asciugamano ricoprii quell’orribile ferita: volevo nasconderla ai miei soldati. (…) I contadini e gli operai, considerati dei «duri» spesso sono particolarmente impressionabili. Da parte mia sopporto senza troppe difficoltà gli spettacoli cruenti”.

Nelle immagini da sinistra verso destra: il sergente Marc Bloch nel 1914 in posa per una foto; Il capitano Bloch (il secondo da sinistra) in una foto con altri ufficiali d’armata; soldati francesi posano in una foto nel 1918 a conflitto terminato.

Nel 1918 concluso il conflitto, viene smobilitato e riporta dalla guerra una salute compromessa: ferito leggermente due volte, in cinque mesi di trincea ha contratto il tifo che gli lascerà un’artrite alle mani – portata dietro tutta la vita – che gli renderanno difficoltoso il suo mestiere di storico e scrittore. Il bagaglio di esperienze portate dalla guerra gli saranno utilissime per il suo mestiere. Ha constatato quanto è labile la memoria umana: lo storico avrà difficoltà a ricordare esattamente tutti i suoi ricordi del fronte, presenti come tanti fotogrammi inseriti in punti diversi della memoria, che gli impediscono di ricostruire un filo mnemonico completo. Dalle sue riflessioni nascerà un problema comune a molti storici nella ricostruzione degli eventi, poiché lo studioso fonda i suoi documenti su i ricordi degli individui e su come sono stati scritti. Marc Bloch metterà in dubbio proprio la “testimonianza storica” delle fonti.
Insieme all’amico e collega Lucien Febvre fonderà la rivista Les Annales (“Annales d’histoire économique et sociale”), probabilmente, il più importante raggruppamento di storici francesi del XX secolo, che divenne celebre per aver introdotto rilevanti innovazioni metodologiche nella storiografia (nouvelle histoire).
I due amici spesso avevano accese discussioni: “gli storici sono giudici istruttori” – asseriva dire Bloch -, dove lo storico è colui che conduce un’inchiesta, mentre Lucien Febvre ribatteva come a livello accademico, gli storici non dovevano “giudicare”, ma descrivere. Asserì in una sua famosa frase: “Il bravo storico, assomiglia all’orco delle leggende: quando sente odore di carne umana, sa che lì c’è la sua preda”.
Altra indagine importante è quella sulle false notizie in tempo di guerra: il francese inizia una ricerca sulla metodologia usata dalle truppe riguardo il giudizio valutativo degli accadimenti bellici, poiché quando un evento quadra con i pregiudizi di una persona, questa inizia a credere alle contingenze, le quali corrispondono alla sua aspettativa. Questo agire è di grande rilievo nella storia accademica di tale mestiere, poiché significava porsi delle domanda, che all’epoca non erano mai state concepite: non si discute sui “fatti”, ma sulla psicologia collettiva. Come ragiona l’individuo? E’ un problema storico. Uno dei grandi saggi di Bloch, scritti dopo il primo conflitto mondiale, si intitola “I Re Taumaturghi” dove si analizza la credenza collettiva: in passato le persone credevano che i Re di Francia potessero curare una certa malattia (la scrofola) toccando i malati. Regolarmente – fino alla fine del settecento – i Re di Francia inscenavano queste cerimonie in cui venivano i malati, i quali venivano “toccati” dal Re, e vi era sempre qualcuno che “guariva”. Prima di Marc Bloch gli storici asserivano che tali questioni fossero meramente popolari e di carattere superstizioso: di poco interesse in ambito accademico.
Altra questione di rilievo per lo storico di Lione è il contatto con il popolo francese: in guerra Bloch – da intellettuale parigino – incontra contadini e minatori, già scossi per via dell’invasione tedesca della Francia, fermata poi con la battaglia della Marna. L’effetto dei profughi francesi che si ritirano dai territori occupati dai tedeschi gli farà avere un senso di colpa molto forte: “questi contadini di Francia, in fuga da un nemico da cui non potevamo proteggerli”.
Bloch, il militare che sta perdendo la grande guerra, si sente responsabile verso una popolazione civile che non può difendere e da quel momento la sua attenzione è rivolta verso i ceti meno abbienti della società. Era rispettoso verso le persone meno fortunate di lui, che non avevano studiato, ma che sapevano ragionare e vivevano il mondo con la loro intelligenza. Osservare, dunque, il mondo con altri occhi: ragionare con il punto di vista degli altri, per giustificare usi e costumi diversi, per capire le differenze fra agricolture, architetture e prodotti enogastronomici. La ricerca di Bloch scende nel dettaglio: dagli attrezzi utilizzati nei campi – con differente posizione geografica – al modo di lavorare diverso che spaziava da regione a regione. Si poneva domande semplici come conoscere la fisionomia di un aratro medievale e venire a conoscenza del periodo in cui il manufatto si evolve e di conseguenza cambia. Sono domande che oggi possono sembrare banali, ma nel dato periodo storico non lo erano affatto. Il primo ventennio del novecento è un periodo epocale per la storiografia e Marc Bloch è un protagonista di questo rinnovamento accademico.
Conclusosi il conflitto, in Europa si apre un mondo nuovo: durante la pace gli viene assegnata la cattedra all’università di Strasburgo – nell’Alsazia recuperata ai tedeschi – e rimarrà nella cittadina per quasi tutta la sua vita. A Strasburgo nel 1929, Marc Bloch e Lucien Febvre pubblicano il primo numero della già citata rivista de “Les Annales” all’interno della quale si sforzano – insieme ad altri storici di comprovato valore – di creare l’innovazione in campo accademico storiografico. La storia economica entra al centro della questione accademica: prezzi, monete, lavoro. Lo storico abbraccia un campo di studio più grande, grazie a Bloch: deve conoscere l’economia, deve comprendere la differenza fra i gruppi sociali, deve divenire antropologo; insomma si vuole porre un freno alla separazione delle discipline. Altro scopo che la rivista si poneva era l’abbattimento delle barriere ideologiche e dei pregiudizi storici, come ad esempio il medioevo da sempre considerato “un evo oscuro”. Allo studio dello storico interessa tutto.

Nelle immagini da sinistra a destra: Marc Bloch, Lucien Febvre e un numero della rivista “Les Annales”.

Sempre alla fine della guerra Bloch si sposa – siamo nel 1919 – con una ragazza ricchissima e molto bella – anche lei ebrea – Simone Vidal e sarà un matrimonio felice dal quale saranno concepiti sei figli. La famiglia dello storico francese appartiene all’alta borghesia che all’epoca significava possedere tre persone di servizio in casa – la cuoca, la domestica, la bambinaia -, possedere un automobile e una casa di campagna (tra la città e la campagna vi era molto distacco), avere il telefono (lo possedevano negli anni venti pochissimi fortunati). La vita di campagna oggi non esiste più, così come la poteva concepire uno storico dell’epoca, il quale lavorava – chiuso nel suo studio – tutta la giornata per apparire solo a colazione e a pranzo, essendo aiutato soltanto dalla moglie nella stesura a macchina dei suoi scritti. La figura della moglie all’epoca, diveniva per lo storico fondamentale poiché questa rileggeva e scriveva in bella tutto l’immenso lavoro prodotto dal marito: oggi non è più così, tranne rarissimi casi.
Arrivano così gli anni trenta e nessun europeo in questo periodo storico può vivere – specialmente un intellettuale che conosce gli eventi geopolitici – una vita serena, senza apprendere i grandi mutamenti europei con l’affermazione del partito nazionalsocialista in Germania.
Solo alla metà degli anni trenta Marc Bloch comprende come il suo cognome – fuori dalla Francia – può creargli alcuni problemi, data la sua origine ebraica. Nel frattempo vorrebbe trasferirsi al “Collège de France” la massima università parigina per l’epoca. Il Collegio è l’espressione della libertà dello studioso e del sapere: si occupa di ricerche in campo storiografico e filologico, ma anche nelle discipline della fisica, della matematica, della chimica, delle scienze della terra, della psicologia cognitiva e della filosofia, spesso con intenti interdisciplinari. I suoi insegnamenti non sono diretti solo ad altri professori e ricercatori, ma rivolti a chiunque desideri seguire i suoi corsi. Nel vocabolario del Collège de France si afferma che i professori non hanno studenti ma solo uditori. Ma una volta mosse le prime telefonate e dialogato con alcune persone in grado di far scegliere lo storico nella prossima investitura universitaria (la scelta avviene per cooptazione) gli viene spesso riferito che la causa di eventuali ritardi sulla nomina è dovuta al suo cognome: ci sono troppi ebrei nel collegio. In una sua corrispondenza con Febvre affermerà: “Si, è proprio vero. Nel nostro paese sta tornando l’antisemitismo”. Lo storico si interroga anche sul suo essere ebreo, elemento etnico fino all’ora non considerato affatto, ma con il quale fare i conti; continua ancora con Febvre: “Sono ebreo, se non per la religione che non pratico – come non ne pratico nessuna -, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio, né vergogna perché sono, spero, abbastanza buono storico da sapere che le predisposizioni razziali sono un mito. Non rivendico mai la mia origine tranne quando mi trovo davanti ad un antisemita”.
In Francia si ha il timore di una installazione totalitaria, come già era avvenuta nella stragrande maggioranza dei paesi europei. “Di questo passo ci faranno finire come Matteotti” asserì una volta al suo amico e collega francese di stanza a Parigi. Nel 1933 la dittatura – oltre che in Italia, Spagna, Portogallo e altri paesi europei – arriva anche in Germania: Strasburgo è sul confine tedesco e si possono osservare le sfilate naziste al di la del fiume. La sensazione da parte di Bloch è di vivere in un epoca che sta scivolando verso l’abisso dell’ennesima guerra civile europea, accorgersi che sta arrivando qualcosa di spaventoso e non si capisce bene come comportarsi nel merito.
In Francia il clima politico è pesantissimo: nel 1934 ci sono manifestazioni di piazza della destra che rovesciano il governo e molti hanno paura di essere ad un passo dall’italiana “Marcia su Roma”. Dirà sempre Bloch nelle sue lettere: “Nei licei si compra una pistola per dieci franchi”.
Ma che idee politiche ha Marc Bloch? Suo figlio Etienne sostiene di non conoscere le idee politiche del padre, ma ipotizza che sia stato un uomo di sinistra, ma era altrettanto un uomo d’ordine. In linea più generale il personaggio di Bloch nella società è inquadrabile nella borghesia, la quale non fa politica perché è ricca, il loro ceto sociale è tutto di destra, ma poco assoggettabile allo strumento della propaganda, perché colto e indipendente. Sicuramente non sono comunisti, perché hanno orrore del dogmatismo, ma hanno il senso dei movimenti popolari, delle ingiustizie sociali. La risultante di tutta questa descrizione è – agli occhi del suo mondo – l’etichettatura a “rosso”: in quell’epoca si doveva “stare” da una parte o dall’altra: se non si apparteneva all’esercito e se non si facevano proprie idee nazionaliste, allora si diventava automaticamente un “rosso”.
Lettera del dicembre 1935: “Non essendo profeta, non so dove sarò nell’agosto del 1938. Voglio dire in che mondo e se in questo, sotto che cielo o magari in che rifugio anti-aereo o in un campo di concentramento. La vita con i tempi che corrono non abbonda in certezze”.
Altra lettera del 1937, da Londra: “Vorrei vedere impiccare Mussolini, Hitler e Laval (quest’ultimo è il filo-fascista francese, vissuto durante la terza repubblica della Francia). Non succederà e in fondo sarebbe una magra consolazione: uno nel suo angolino, non vede modo di far niente. Mi scusi per questi discorsi inutili, meglio lavorare, penso”. In questo momento fra le due guerre arriva l’interrogativo dello storico, addentro al corso degli eventi, con il suo sentirsi inutile, ma soprattutto la non consapevolezza di come poter operare.
Si arriva, inesorabilmente, al secondo conflitto (1939) e il capitano Marc Bloch viene richiamato per fare la guerra. Dopo la capitolazione dello stato retto dai militari in Polonia, dal settembre 1939 al maggio del 1940 lo schieramento tedesco e quello anglo-francese si osservano senza sparare un colpo.
Lo storico di Lione, potrebbe farsi esentare poiché ha cinquanta anni e possiede sei figli, ma non vuole chiedere l’esonero e va in guerra – non più in trincea – nello stato maggiore dell’armata. Anche qui, non perderà il suo consueto umorismo: “Devo essere il capitano più vecchio dell’esercito francese” dichiarerà agli amici. Sarà sistemato in ufficio, inizialmente come ufficiale di collegamento con il corpo di spedizione inglese, e successivamente gestirà tutti i rifornimenti di benzina di una armata: un compito di grande responsabilità e competenza.
Come già dimostratosi nel primo conflitto, all’interno dell’elemento bellico, il capitano Bloch si trova nel suo ambiente e tutto quello che opera, lo compie con magistrale disinvoltura. Passano i primi mesi e arriviamo al 1940 dove l’umore delle truppe francesi – dopo mesi di attesa – si guasta tra pensieri di troppo e mancanza di certezze: “Qui si vive nella noia più totale, nell’attesa di qualche cosa. Magari spaventoso, ma che renda un po’ meno assurda la nostra esistenza qui”. Il 10 maggio 1940 i tedeschi attaccano e nel giro di pochi giorni sbaragliano l’esercito francese: sfondano il fronte, invadono la Francia e gran parte dell’esercito – compresa l’armata, dove Bloch è stanziato – si trova circondato dalla wehrmacht. I francesi compiono una ritirata frenetica, per arrivare ad un porto qualunque e imbarcarsi per mettersi in salvo dai tedeschi che incalzano. Arriveranno a Dunkerque, dove la flotta inglese effettivamente riesce a salvare e a portare in Inghilterra gran parte delle forze franco-britanniche circondate da quella che gli storici definirono “La guerra lampo”.

Due fotogrammi: Il primo rappresenta un momento cruciale del film “Suite francese” (Suite française) del 2014 diretto da Saul Dibb, basato sulla seconda parte – intitolata Dolce – dell’omonimo romanzo di Irène Némirovsky, pubblicato postumo nel 2004, a più di sessant’anni dalla sua stesura. Viene rappresentato l’evento in cui la wehrmacht reimposta il fuso orario francese, modificandolo con quello tedesco: un simbolo dell’occupazione tedesca del 1940. Nella seconda immagine la motorizzata tedesca sfila, passando sotto l’arco di Trionfo a Parigi.

La scrittrice ucraina, naturalizzata francese Irène Némirovsky, scriverà nel suo romanzo capolavoro “Suite francese” l’evento della disfatta, ponendo la questione sotto un profilo “umano” dell’invasore: “Non erano ancora i tedeschi ad arrivare, ma UN tedesco: il primo. Dietro le porte sprangate, dagli spiragli delle imposte socchiuse o dall’abbaino di un solaio, tutto il paese lo guardava avanzare. Il soldato fermò la motocicletta sulla piazza deserta; portava i guanti, un’uniforme verde e un elmetto con visiera sotto il quale, quando alzò la testa, apparve un volto roseo, magro, quasi infantile. «Come è giovane!» sussurrarono le donne. Inconsciamente si aspettavano una qualche visione apocalittica, un qualche mostro orrendo. Il tedesco scrutava tutto intento alla ricerca di qualcuno. Allora il tabaccaio che aveva fatto la campagna del ’14 e sul risvolto della vecchia giacca grigia portava una croce di guerra e la medaglia militare, si fece incontro al nemico. Per un attimo i due uomini restarono immobili, l’uno di fronte all’altro, senza parlare. Poi il tedesco mostro la sigaretta che teneva in mano e chiese del fuoco in cattivo francese. Il tabaccaio rispose in cattivo tedesco giacché aveva preso parte alla occupazione di Mainz nel ’18. Il silenzio era tale (tutto il villaggio tratteneva il respiro) che si coglieva ogni loro parola. Il tedesco domandò la strada. Il francese rispose, poi fattosi coraggio: «E’ stato firmato l’armistizio?». Il tedesco allargò le braccia. «Non lo sappiamo ancora. Speriamo» disse. E la risonanza umana di quella parola, quel gesto, tutto l’insieme provava in modo evidente che non ci si trovava di fronte ad un mostro assetato di sangue, ma a un soldato come gli altri, e il ghiaccio fra il paese e il nemico, fra il contadino e l’invasore si ruppe immediatamente“.
Marc Bloch è lì, nella ritirata, ed è più che mai è nel suo elemento. Conosceva tutti i luoghi di rifornimento per la benzina e nella ritirata li fa incendiare tutti: “Da Mons a Lille ho fatto bruciare a tutti gli incroci della ritirata: migliaia di ettolitri di benzina. Ho appiccato più incendi di quelli che può avere appiccato Attila”, scrisse nelle sue memorie.
Un ufficiale di mestiere durante la ritirata gli affermerà: “Ci sono dei militari di mestiere che non saranno mai dei guerrieri e ci sono dei civili che per natura sono dei guerrieri. Prima del dieci maggio non l’avrei mai immaginato, ma lei è un guerriero”. Lo storico rimarrà talmente colpito da tale affermazione che la inserirà all’interno dei suoi diari. La guerra a Bloch non piace, ma l’avventura si: riuscirà ad imbarcarsi a Dunkerque, ma una volta in Inghilterra i francesi – credendo fortemente che la guerra non fosse ancora persa – per ordine degli alti comandi vengono, la mattina successiva, rispediti nella Normandia con l’idea di rimettere in piedi l’esercito e continuare la guerra. Nel frattempo l’esercito tedesco avanza inesorabile e dai diari di Bloch si evince come l’alto comando francese non avesse minimamente compreso l’innovazione della macchina bellica tedesca: “Ogni giorno ci spostavamo indietro di venti chilometri: non abbiamo mica capito che dovevamo spostarci di duecento chilometri! Non avevamo capito niente”.
Il professore si reca a Rennes e dopo qualche settimana, uscendo dal suo ufficio in divisa da ufficiale, osserva l’ingresso della wehrmacht nella città: i tedeschi hanno occupato inesorabilmente tutta la Francia.
Bloch, riesce a nascondersi e spogliatosi degli abiti militari, si reca nel più vicino hotel prenotando una stanza: i tedeschi non lo scoprono. Dopo aver lasciato Rennes nel mese di luglio incontra – dopo molto tempo – la sua famiglia alla quale affermerà stizzito: “dopo, ci saranno molti conti da regolare”. Emerge in lui – nel mezzo dello sfracelo della Francia – una sorta di durezza e di spietatezza verso gli alti comandi, ma soprattutto verso il sistema politico francese prima del conflitto, incapace di autoregolarsi spaccando ideologicamente il paese. Con la famiglia si reca nella casa di campagna, tagliata fuori dalla nazione, invasa da una forza straniera e vive alla giornata.
Durante questo periodo terribile, Marc Bloch torna a scrivere e lo fa con la produzione di un altro piccolo capolavoro della storiografia: “La strana disfatta”, una lucida e perfetta disamina della guerra, con l’analisi delle motivazioni politiche e sociali di questa grande sconfitta. Scriverà: “noi eravamo vecchi e i tedeschi erano giovani. Noi eravamo comandati da vegliardi. Noi abbiamo combattuto una guerra di altri tempi: una volta si facevano le guerre coloniali e noi con il fucile sconfiggevamo i neri armati di zagaglie. Qui è stata la stessa cosa, solo che noi eravamo quelli con la zagaglia e i tedeschi quelli con il fucile. (…) I tedeschi correvano in macchina, con i motori e noi non abbiamo capito niente di che cosa era questa guerra”. Successivamente nei suoi scritti analizzerà anche la nazione francese prima della disfatta, non ritenendo possibile che la Francia si sia spaccata prima del conflitto. Vi erano manifestazioni operaie in piazza: rumorose, piene di rancore, pugni alzati e ostili, ma Bloch vi intravedeva anche tanta speranza nei manifestanti. La classe dirigente francese, invece, memore dell’esperienza russa, prese paura: i politici, i militari, il clero, gli industriali. La classe dirigente è spaventata e nell’alternativa preferirebbe un uomo forte come Hitler alla controparte “rossa” e su questo punto viene meno – per Bloch – l’unità del paese che ha smarrito il vero pericolo: il nemico tedesco.
La riflessione porterà un’interrogazione anche sul periodo intercorso fra le due guerre, dove il paese francese non ha prodotto molto – a differenza di quello tedesco – se non lo studio accademico. Ripartisce la colpa della disfatta anche alla sua categoria: quella degli storici, i quali convinti che gli eventi si plasmano intorno al movimento delle masse, sono rimasti immobili e passivi davanti agli eventi.
Dopo l’invasione tedesca, la Francia viene suddivisa il 10 luglio del 1940 in tre zone di influenza: una nazista, una francese ed una italiana. Bloch si rifugia nello “Stato francese” che successivamente verrà denominato “Governo di Vichy” con l’eccezione della zona di Mentone, occupata dall’Italia, e della costa atlantica, governata dalle autorità tedesche. Mantenne la sua neutralità militare – ma non politica, vista la dipendenza dai nazisti – nel corso di tutto il conflitto che ne seguì.
In una Francia dipendente, umiliata e sconfitta, Bloch inizialmente continua ad insegnare, ma viene spedito in una piccola università di provincia senza poter tornare a Parigi, occupata dai tedeschi e dalle famigerate Schutz-staffeln.
La sua casa a Parigi è confiscata dai vincitori ed affidata agli ufficiali di stanza nella capitale, così come la sua biblioteca che sparisce per sempre in Germania.
Marc Bloch insegna in un clima di antisemitismo crescente e successivamente anche la Francia di Vichy viene occupata dai tedeschi. Lo storico alsaziano è costretto a nascondersi per via delle sue origine ebraiche e nel 1942 la famiglia si rifugia nella casa di campagna, mentre i due figli maggiori li fa espatriare in Spagna con la speranza di poter dar loro la possibilità di raggiungere de Gaulle comandante della “Francia libera” in Africa. Sistemata la famiglia si reca a Lione e contatta la resistenza francese clandestina che lo accoglie tra le sue fila. Il movimento è quello promosso da Georges Altman della frangia dei “Franchi-tiratori”. Dopo essersi distinto in varie operazioni rischiose, come portare lettere e giornali clandestini, anche la resistenza si rende conto della sua bravura e Bloch torna per la terza volta in “guerra” contro lo storico nemico.
Inizia così a fare carriera all’interno del suo movimento, arrivando ad esserne il rappresentante del direttivo della resistenza della Francia meridionale. In maniera provvisoria diventerà anche capo di tutto il direttivo della resistenza non comunista (la resistenza comunista opera in maniera individuale) in tutta la Francia meridionale: possiede degli uffici clandestini, delle identità false e una moltitudine di uomini sotto il suo comando. La raccolta informazioni e l’invio di notizie false ai tedeschi è all’ordine del giorno nella cittadina di Lione, dove – nel frattempo – a comandare la Gestapo (Polizia segreta di stato) arriva l’ufficiale Nikolaus Barbie detto Klaus, il quale diverrà tristemente noto come il “boia di Lione” e verrà processato solo negli anni ottanta dopo aver collaborato per anni con gli Stati Uniti nel dopoguerra.

Nella prima immagine, cartina politica della Francia nel 1941. Nelle due immagini successive Nikolaus Barbie detto Klaus (Bad Godesberg, 25 ottobre 1913 – Lione, 25 settembre 1991) è stato un ufficiale tedesco. Fu il comandante della Gestapo nella suddetta città francese durante l’occupazione nazista della Francia. Scampato al processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale ha partecipato ad attività di intelligence, lavorando per i servizi segreti americani e nascondendosi, dal 1955, in Bolivia, dove operò attivamente per i servizi boliviani sotto lo pseudonimo di Klaus Altmann, venendo infine arrestato e processato negli anni ottanta.

Mentre la Gestapo di Klaus Barbie cerca di annientare la resistenza, Bloch continua il suo operato clandestino ed è un organizzatore nato: preciso, intelligente, astuto. Inizia una caccia alla volpe per l’ufficiale tedesco che non ha precedenti nella Francia occupata. Bloch contatta stabilmente tutte le organizzazioni clandestine, coadiuvandosi con loro e una volta al mese si reca addirittura a Parigi per partecipare alle riunioni. Sempre nella capitale in totale segretezza, torna a trovare l’amico Febvre con il quale si promette che dopo la guerra, dovranno essere tra coloro che rifonderanno la scuola universitaria del paese. Prepareranno anche un futuro assetto istituzionale francese, poiché i vertici della resistenza operano anche in questa direzione e pianificano anche i movimenti da attuare quando gli anglo-americani sbarcheranno sulle coste francesi: Bloch è un patriota, tutto deve essere pronto per la rivincita.
Con il passare dei mesi il clima a Lione si fa sempre più pesante, perché Klaus Barbie è bravo a fare il suo mestiere e Bloch si rende conto pian piano che le sue operazioni sono sempre più rischiose e che ogni giorno le probabilità di un arresto aumentano. A Febvre confida: “Ogni tanto ho delle premonizioni di una morte orribile”. L’ultima lettera alla moglie la scrive il mattino dell’otto marzo del 1944: “Lo so che sei sola e ci sono tante decisioni da prendere. Scusami se sono lontano”, poi uscito di casa, una macchina della Gestapo si ferma davanti al suo portone: dopo averlo rincorso lo arrestano su un ponte di Lione. Negli stessi giorni di quel fatidico mese di marzo, verrà arrestata l’intera direzione regionale della resistenza francese meridionale: qualcuno, sotto tortura, ha confessato. L’importanza del nostro storico la si denota dalla stampa di Vichy, la quale dopo l’arresto annuncia: “la resistenza a Lione è distrutta. Il capo dei terroristi era un ebreo”. I tedeschi sono ancora più espliciti, tramite il Völkischer Beobachter (“Osservatore popolare”) il giornale del partito nazista: “un ebreo dirigeva i terroristi in Francia”. L’ambasciatore tedesco a Vichy scrive al ministero degli esteri a Berlino asserendo: “il capo della direzione del movimento di resistenza a Lione era un ebreo francese, chiamato Bloch”.
Marc Bloch viene condotto al quartier generale della Gestapo, a casa di Klaus Barbie e ci pervengono informazioni da un leader della resistenza – rimasto libero – che ha raccontato il susseguirsi degli eventi a Lione: “il 14 marzo, lo storico Marc Bloch è stato arrestato a Lione. (…) 20 marzo Marc Bloch è stato visto in un corridoio: il viso tumefatto e insanguinato. (…) A Lione Marc Bloch è stato torturato: immersioni nell’acqua gelida, bruciature della pianta dei piedi, tre costole rotte. E’ appena uscito da una broncopolmonite (la Gestapo, con l’immersione nell’acqua gelida, spesso comprometteva la salute degli interlocutori, i quali venivano curati in ospedale e successivamente interrogati per avere altre informazioni) ed è chiuso nella prigione di Montluc a Lione, insieme a centinaia di altri uomini catturati”.
Il sei giugno del 1944 gli anglo-americani sbarcano sulle coste della Normandia, dando inizio all’operazione “Overlord” e questa sarà l’ultima notizia che il nostro storico riesce a conoscere sul conflitto: sbarcati gli americani, i tedeschi si preparano ad evacuare la Francia senza lasciare dietro prigionieri vivi. Le Waffen-SS cominciano a fucilare tutti i prigionieri di Montluc: in totale tra giugno e settembre vengono uccisi 713 prigionieri. Marc Bloch è fra i primi, il 16 giugno, viene scortato ammanettato su un camion e condotto fuori Lione dove– insieme ad altri trenta – viene abbattuto in piena notte da raffiche di mitra. In queste fucilazioni collettive, in piena notte, succedeva abbastanza spesso che qualcuno si salvava: dei trenta portati fuori con Bloch, due vengono solo feriti ed in qualche modo riescono a salvarsi ed hanno raccontato – finita la guerra – cosa è successo veramente quella notte. Dirà uno dei due superstititi: “ho sentito molti compagni cadere gridando «addio mamma», oppure «addio moglie», oppure «viva la Francia». (…) Hanno portato fuori dalla camionetta i primi, abbiamo sentito le raffiche di mitra e Bloch mi ha detto «quel che c’è di buono è che non si ha il tempo di soffrire»”. Questa frase si tramuterà in una leggenda ben diversa – che si diffonde già nel 1945 – la quale narra che prima di morire Bloch aveva accanto a se un ragazzo che tremava di paura (non c’era nessun sedicenne tra i condannati) e il professor gli afferma poco prima dell’esecuzione: “non aver paura piccolo, non fa male”. Per riprendere il suo saggio sulle “false notizie” oserei affermare come il professore alsaziano, ancora una volta, si sarebbe divertito a smontare “i falsi miti”. Ripropongo – per concludere – le parole del suo testamento, pochi mesi prima del suo omicidio, quando chiese funerali civili: “non ho chiesto che sulla mia tomba fossero recitate le preghiere ebraiche, anche se le loro cadenze hanno accompagnato all’ultimo riposo tanti dei miei antenati e anche mio padre. Non l’ho chiesto, ma mi sarebbe ancora più odioso che qualcuno potesse vedere in questo mio sforzo di sincerità un rinnegamento. Affermo dunque, davanti alla morte, che sono nato ebreo e che non ho mai pensato di negarlo. Non voglio preghiere, perché anche in questo caso non voglio mentire: non ci credo. Vorrei che sulla mia pietra tombale fossero incise queste semplici parole: «dilexit veritatem» (amò la verità)”.

 

Per approfondimenti:
_Marc Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico – Edizioni Einaudi, Torino, 1998;
_Marc Bloch, La guerra e le false notizie – Edizioni Donzelli, 1994;
_Marc Bloch, La strana disfatta – Edizioni Einaudi, 1995
_Marc Bloch, I re Taumaturghi – Edizioni Einaudi, 2005

 

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