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L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

di Gabriele Rèpaci 10/12/2018

Per molti anni l’Algeria è stata al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica internazionale, poiché ha fatto battere milioni di cuori con pulsazioni violente e opposte. Sembra una terra composta per suscitare i sentimenti più vivaci: i coloni europei l’hanno difesa con i denti stretti; gli algerini non sono indietreggiati di fronte alle avversità, al prezzo sempre più alto che era loro imposto per raggiungere l’indipendenza; infine milioni di persone hanno visto nel dramma algerino il coronamento dei loro sogni o la concentrazione dei loro timori.
Gli autoctoni hanno gioito, come fosse la loro, di ogni vittoria della rivoluzione algerina: i coloniali, al contrario, l’hanno risentita come una comune sconfitta. Nel secondo dopoguerra le operazioni del Fronte di Liberazione Nazionale algerino possono essere considerate come il prototipo della lotta per l’autonomia dal Continente europeo dei paesi definiti “coloniali”, ponendo il punto definitivo sulla fine degli imperi coloniali.
I cinesi di Mao, quando volevano portare un esempio propagandistico del loro ideale di guerra all’imperialismo, citavano il caso dell’Algeria. E non a torto, se si pensa che la terra che fu già di Giugurta e di Massinissa è stata la sola, tra tutte le ex colonie del nostro secolo, a pagare come prezzo della libertà un milione e mezzo di vittime, due milioni di persone chiuse nei campi di raggruppamento, mezzo milione di vedove di guerra, trecentomila orfani di cui trentamila completi e migliaia di ettari di terre bruciati al napalm.
L’Algeria appare abitata in tempi remoti da genti europidi di razza e lingua berbera. Dall’Egitto verosimilmente esse importarono le tecniche della domesticazione dei cibi e degli animali. In età più recente (XII secolo a.C.) l’Algeria fu raggiunta dalla civiltà commerciale dei Fenici. Dopo la fondazione di Cartagine (814 avanti Cristo), l’Algeria passò sotto l’influenza dei Punici, che mantennero degli stabilimenti sulla costa con scopi prevalentemente commerciali, ma diffondendo anche fra le genti berbere tecniche agricole e costumi sedentari. Allorché al dominio cartaginese si sostituì quello romano (sec. II a.C.) la fascia agricola dell’Africa del nord a Ovest delle due Sirti fu grandemente estesa e molte genti berbere furono assimilate in una civiltà superiore di tipo urbano. La metà orientale dell’Algeria, la Numidia fu eretta da Cesare in provincia romana dopo la battaglia di Tapso e l’amministrazione imperiale assicurò da allora per parecchi secoli un elevato grado di civiltà e di benessere al Paese, come è attestato dalle rovina delle città romane recentemente portate alla luce (Lambesi, Tebessa, Timgad, ecc.), dalle tracce delle strade e dagli acquedotti. Questo sviluppo fu però col tempo compromesso dalle ribellioni degli indigeni e dalle violente controversie religiose. L’eresia donatistica si diffuse notevolmente fra i Berberi numidi dando luogo a tensioni e persecuzioni. L’Algeria fu quindi oggetto delle scorrerie dei barbari (presa di Ippona da parte dei Vandali, 430 dopo Cristo) che non vi stabilirono però uno stabile dominio: i Vandali furono cacciati a loro volta dai Bizantini (battaglia di Tricameron, 533 d.C.), che vi mantennero il loro dominio per circa un secolo e mezzo. La conquista araba del paese, abbattuta la sovranità più nominale che reale dei Bizantini, fu lenta e difficile a causa della resistenza opposta dalle tribù indigene che ebbero per guida la leggendaria regina al-Kāhina (morta nel 709 d.C.). Sul finire del 600 gli Arabi riuscirono infine a impadronirsi di tutto il paese e a sottomettere i Berberi, che fornirono anzi il grosso delle truppe per la conquista della Spagna: la coesistenza dei due elementi (arabo e berbero) non fu tuttavia né facile né pacifica, anche per controversie d’indole religiosa, pur essendo i Berberi ormai acquisiti all’islamismo. Dapprima parte dell’immenso impero dei califfi arabi, il Maghreb, dopo lo smembramento di esso e le contese fra Sunniti, Sciiti e Karaiti, cercò di rendersi autonomo dando vita a una pluralità di Stati karaiti. Fu ancora unito sotto l’impero dei Fatimidi, sotto gli Almoravidi, e gli Almohadi, poi si frammentò sotto varie dinastie. In Algeria si affermò nominalmente la dinastia degli Abdelwahidi, ma di fatto il territorio soggiacque alle invasioni beduine, per divenire nel secondo decennio del secolo XVI un pascialato dell’Impero Ottomano.
Nel 1711 nella cosiddetta «Reggenza di Algeri» al pascialato succedette un autocrate, il dey, eletto dai giannizzeri, ma la natura predatoria di questa specie di Stato non mutò, nonostante le spedizioni punitive a volta a volta effettuate dalle marine francese e spagnola. Nel 1827 il dey di Algeri si scontrò con il console francese in merito ad una disputa finanziaria con Parigi. Per ragioni di prestigio il governo di re Carlo X inviò un corpo di spedizione che prese possesso di Algeri nel 1830. Il dey capitolò e fuggì in esilio. I francesi presero il porto di Orano nel 1831, di Bona nel 1832 e di Bugia nel 1833. La politica francese era allora quella di un’occupazione limitata: le città del litorale formavano una colonia sotto l’autorità del governatore generale.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi. Nel luglio del 1860 una fiammata di guerre religiose si propagò dal Libano a Damasco. I Drusi attaccarono i quartieri cristiani facendo più di 3.000 morti. L’emiro ʿAbd al-Qāder intervenne per fermare il massacro e protesse la comunità di 15.000 cristiani di Damasco e gli europei che vivevano là, grazie alla propria influenza sui dignitari della città. Rifiutò l’offerta fattagli da Napoleone III di un regno arabo d’Oriente. Morto nel 1883, le sue ceneri vennero traslate ad Algeri nel 1966. La conquista militare proseguì verso i bastioni berberi (Piccola Cabilia nel 1849 – 1852 e Grande Cabilia nel 1857) e avanzata a sud (presa di Laghouat e Touggourt nel 1854).
Negli anni 1830-1840 si insediarono in Algeria oltre 100.000 europei dell’area mediterranea, di cui meno della metà francesi. Ad essi si aggiunsero, a partire dal 1871, gli sconfitti della Comune di Parigi insieme a disoccupati, avventurieri e profughi dell’Alsazia-Lorena. Si concentrarono in poche città e nei loro dintorni. Nel 1848 la Repubblica francese dichiarava l’Algeria parte integrante del proprio territorio nazionale e la organizzò in tre dipartimenti: Algeri, Orano, Costantina. L’imperatore Napoleone III (1852-1870) si appoggiò all’amministrazione militare (“Bureaux arabi”), che tentò di guadagnarsi la fiducia dei musulmani con una politica paternalistica. Benché tale politica – giudicata troppo favorevole agli “indigeni” – incontrò l’ostilità dei coloni, Napoleone III la perseguì con maggiore determinazione dopo il 1860 e pensò di costruire un “regno arabo” all’interno del paese.

Angelo Tissier, Napoleone III lascia la sua libertà ad Abd-el-Kader al castello di Amboise il 16 ottobre 1852, 1861, olio su tela, 350 × 465 cm, Museo di Versailles (particolare).

Nel 1865 un decreto proclamò francesi tutti gli abitanti dell’Algeria (salvo gli stranieri residenti). Distingueva però tre status: civil (cittadini francesi propriamente detti), musulman (“sudditi” francesi; includeva la maggioranza degli indigeni) e mosaïque (gli Ebrei). A questi ultimi la cittadinanza francese sarà attribuita nel 1870.
La caduta dell’Impero e la disfatta francese contro la Germania, nel 1871, indebolirono l’autorità dei militari. Fu quindi l’occasione per i Cabili di lanciare una vasta insurrezione cui seguì una repressione draconiana: deportazioni, ingenti multe e confische di terreni. Questa situazione comportò un vantaggio per i coloni dopo il 1871: l’introduzione del régim civil, che può essere riassunto in due punti: i Francesi di Algeria, assimilati a quelli della metropoli, partecipavano all’agone politico nazionale e potevano dunque far valere, per l’Algeria, le disposizioni che loro convenivano maggiormente; i musulmani restavano in una posizione subordinata. Era lo “status dell’indigenato”, istituito nel 1881, che sottoponeva i musulmani a una stretta sorveglianza (come il permesso di circolazione).
I militari conservarono l’amministrazione dei Territori del Sud (la parte algerina del Sahara). Il divario giuridico tra coloni e musulmani (l’85% della popolazione nel 1900) si inscriveva nella realtà economica e sociale. Le popolazioni indigene vennero spinte fuori dalle città e dalle zone di colonizzazione agricola. Il popolamento coloniale divenne maggioritario nelle città più importanti (Algeri, Orano, Bona, ecc.), dove predominavano gli impiegati qualificati. Proprietari delle terre migliori, i coloni le sfruttarono in modo intensivo (vigneti, grano tenero, ecc.), mentre i contadini autoctoni, sempre pesantemente tassati, si impoverirono. La politica scolastica non compensava affatto questa disparità: nel 1900 frequentavano la scuola il 3-4% dei bambini musulmani (non supereranno il 9% nel 1944). Si trattava per di più di una scolarizzazione in lingua francese. Una piccola intellighenzia si formò tuttavia all’inizio del XX secolo, composta principalmente da insegnanti.
Durante la Prima Guerra mondiale, 173.000 musulmani algerini combatterono nelle fila francesi; a questi vanno aggiunti 80.000 “lavoratori coloniali” trasferiti nella metropoli. Nel 1918-1919 Parigi varò quindi delle riforme che dispensavano dall’indigenato oltre 400.000 musulmani. Ma erano riforme senza futuro: i coloni si opposero al progetto di concedere la cittadinanza francese ai musulmani francesizzati (per scolarizzazione). Questi ultimi, comunque, continuavano a rivendicare la loro “assimilazione”, senza con ciò rinunciare all’identità musulmana.
La Stella Nord-Africana (ENA, Etoile Nord-Africaine), fondata in Francia nel 1926, rivendicava il suffragio universale e l’indipendenza dell’Algeria. A partire dal 1927, Messali Hajj, un autodidatta nativo di Tlemcen, guadagnò influenza nel movimento e lo trasformò nel 1933 in un partito autonomo, perseguitato e sciolto più volte. Trovò sostenitori presso gli operai algerini dell’immigrazione. I militanti della Stella cominciarono a trasferirsi in Algeria nel 1935-1936 ed entrarono in competizione con il Congresso musulmano, che riuniva gli Eletti algerini (sostenitori di Ferhāt ‘Abbās), il Partito Comunista Algerino (PCA) e l’Associazione degli ulema (fondata nel 1931 dai “riformatori” musulmani in cui spicca la figura modernista di ʿAbd al-Ḥamīd Ben Bādīs).

Negli anni ’30, i membri della Star del Nord Africa si ritrovarono nei caffè parigini. Molti parteciperanno agli scioperi del Fronte popolare.

Nel 1937, Messali diede vita al Partito del Popolo Algerino (PPA), immediatamente sciolto dal governo francese. Il PPA, clandestino, restò comunque il partito di Messali e il simbolo del nazionalismo algerino. Messali sarà più volte arrestato e poi liberato, ma ciò non ne comprometterà l’autorità.
Ferhāt ‘Abbās pubblicò nel 1943 il Manifesto del popolo algerino, che reclamava uno Stato algerino autonomo e l’uguaglianza politica dei suoi residenti. Nel 1944 il generale de Gaulle dichiarava che tutti gli abitanti erano cittadini francesi, ma la piena cittadinanza venne concessa solo a 65.000 persone. Ferhāt ‘Abbās creò allora l’associazione degli Amici del Manifesto e della Libertà (AML), in cui si infiltrò presto il PPA (clandestino). Abbas assunse un tono sempre più radicale tanto da far pensare che progettasse un’insurrezione. L’8 maggio 1945, il giorno della capitolazione della Germania nazista, ebbero luogo in tutto il paese manifestazioni per celebrare la vittoria dell’Europa nel segno della democrazia e della giustizia per l’Algeria. Spiccato divenne il tono indipendentistico, sottolineato anche emotivamente dal fiorire di tanti stendardi bianco-verdi, l’insegna di ʿAbd al-Qāder destinata a diventare la bandiera della nazione algerina. A Sétif (Costantina) le manifestazioni degenerarono quando un ufficiale della polizia francese uccise un arabo che sventolava uno di questi vessilli. La parata dei sentimenti degli algerini affinché i francesi prendessero atto della svolta in corso si tramutò in una sollevazione tanto spontanea quanto cruenta, incontrollata, contro tutto ciò che simboleggiava la dominazione e il potere coloniale, con un bilancio pesante di vittime fra la popolazione francese, coloni e funzionari (102 morti), e violenze incalcolabili a danno di edifici di Sétif e della vicina Guelma.
Al primo atto di “ribellione” dell’Algeria moderna seguì il primo premeditato massacro di cui il colonialismo francese doveva macchiarsi nell’ora della Quarta Repubblica. Le autorità proclamarono lo stato d’assedio e incaricarono reparti armati agli ordini del generale Raymond Duval di eseguire la repressione, che oltrepassò largamente il semplice ripristino dell’ordine, sebbene l’irata reazione della popolazione algerina si fosse spenta con la stessa subitaneità con la quale era esplosa. Più di 40 villaggi furono bombardati e distrutti, i quartieri arabi di Sétif e di altre città vennero incendiati, a centinaia caddero i fucilati senza processo, con 4650 arrestati, vendette sommarie, saccheggi; secondo valutazioni ufficiali da parte francese la repressione costò agli algerini circa 1500 morti, ma fonti militari parlano di 6-8 mila morti e le fonti nazionaliste sostengono che non meno di 45 mila algerini perirono sotto la furia francese. Nella realtà, e per la memoria collettiva e del movimento nazionale, fra le due comunità residenti Algeria si era scavata una fossa che non sarebbe stato più possibile colmare.

Presentazione della Legion d’onore al Capitano Oscar Lefebvre del Generale d’Hauteville, Capo della Regione di Marrakech.

Nel 1946, con la creazione dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino (UDMA), Ferhāt ‘Abbās conservava il principio di collaborazione con la Francia in vista della creazione di uno Stato algerino. Messali Hajj, invece, fondava il Movimento per il Trionfo delle Libertà Democratiche (MLTD), che si dotò di un braccio armato clandestino: l’Organizzazione Speciale (OS). Lo statuto organico dell’Algeria, adottato nel 1947, definì il paese come un “gruppo di dipartimenti francesi”, dotandolo di un’Assemblea di 120 membri: 60 per il collegio di cittadini francesi di status civil, tra cui si trovano solo pochi Algerini francesizzati che avevano optato per tale status, e 60 per il collegio dei “cittadini sotto status locale”, cioè musulmano (il 90% della popolazione).
Tra il 1951 e il 1953 il MLTD entrò in crisi e si divise: la corrente maggioritaria del comitato centrale (“centralisti”) contestava l’autoritarismo di Messali Hajj, il cui prestigio era forte fra gli emigrati. L’OS era divisa, ma i suoi militanti più attivi pensavano di poter superare la crisi interna con l’insurrezione.
Tra la mezzanotte e le due del mattino del 1 novembre 1954, l’Algeria venne svegliata da una serie di esplosioni: dalla regione di Costantina a quella di Orano, incendi e attacchi di gruppi ribelli rivelarono l’esistenza di un movimento preparato e coordinato. Algeri, Boufarik, Bouira, Batna e Khenchela vennero colpite da una serie di trenta attentati, praticamente simultanei, contro obiettivi militari o di polizia.
Lo stesso giorno un’organizzazione sino ad allora sconosciuta rivendicò tutte le operazioni militari: il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Questa ribellione era diretta da una centrale interna composta da sei uomini: Lardi Ben M’Hidi, Didouche Mourad, Rabah Bitat, Krim Belkacem, Mohamed Boudiaf, Mostefa Ben-Boulaïd. La rappresentanza esterna, che aveva sede al Cairo, era garantita da Hocine Aït Ahmed, Ahmed Ben Bella e Mohamed Khider.
Le autorità francesi vennero colte di sorpresa da questa ondata di violenza: tuttavia l’eventualità di abbandonare un territorio che le apparteneva da centotrenta anni, ancora prima dell’annessione della Savoia (1860), non fu nemmeno presa in considerazione da Parigi. La scoperta del petrolio e la scelta di servirsi delle immense distese del Sahara per l’avvio di sperimentazioni nucleari o spaziali furono ulteriori motivazioni di attaccamento a questa terra e a procedere alla repressione del movimento indipendentista.
«L’Algeria è francese da molto tempo. Non ci sono possibilità di secessione» affermò il 12 novembre il presidente del Consiglio Pierre Mendès France, di fronte al parlamento. Il ministro dell’Interno, François Mitterand, aggiunse: «la mia politica sarà definita da queste tre parole: determinazione, fermezza, presenza».
Dal canto suo l’ufficio politico del Partito Comunista Francese dichiarava che: «Il Partito non saprebbe approvare il ricorso ad atti individuali suscettibili di fare il giuoco dei peggiori colonialisti se non addirittura da lor stessi fomentati» (9 novembre 1954) . Nonostante questo militanti comunisti, in particolare sulle montagne dell’Aurès, si unirono ai resistenti algerini sin dal mese di novembre. Solo alcune organizzazioni anarchiche e trotzkiste si pronunciarono, in Francia, apertamente a favore dell’indipendenza algerina. Va menzionato a questo proposito, l’impegno profuso nella causa indipendentista dal trotzkista di origine greca Michel Pablo (al secolo Michalis Raptis, 1911 – 1996), divenuto in seguito consigliere politico di Ben Bella, arrestato in Olanda per aver organizzato una rete di sostegno che forniva al FLN algerino passaporti e perfino franchi falsi. Pablo contribuì a mettere in piedi con militanti operai della Quarta Internazionale (tra cui diversi latinoamericani e in particolare argentini) una piccola fabbrica che produsse alcune migliaia di fucili mitragliatori, semplici ma efficienti. Molti di quei militanti restarono in Algeria anche dopo l’indipendenza.
Nonostante i rinforzi mandati da Parigi nell’agosto del 1955, la rivolta si propagò abbracciando tutto il nord della regione di Costantina, provocando una reazione molto dura da parte francese. Apparve del tutto chiaro che era ormai impossibile circoscrivere ad atti di terrorismo isolato quella che era diventata a tutti gli effetti una vera e propria guerra. Mentre i Francesi d’Algeria ricevevano da Parigi un aiuto militare crescente (400.000 uomini), un numero sempre più ampio di musulmani si riconosceva nel FLN: i “centralisti” si unirono al Fronte nel 1955, i membri dell’UDMA (tra cui Ferhāt ‘Abbās) l’anno dopo. Restarono invece ai margini quelli che Messali raggruppò nel Movimento Nazionale Algerino (MNA).
Il 2 gennaio 1956 il Fronte Repubblicano, composto da socialisti, radicali e una parte di gollisti, vinse le elezioni legislative in Francia.
A guidare il governo sarà chiamato il socialista Guy Mollet, che fonderà un esecutivo a direzione socialista e a partecipazione radicale, con Mendès France Ministro di Stato, François Mitterrand Ministro della Giustizia e Maurice Bourgès-Maunoury Ministro della Guerra.
Il 9 febbraio 1956 Guy Mollet nominò ministro dell’Algeria Robert Lacoste, ex resistente ed esponente socialista. Appena entrato in carica Lacoste presentò all’Assemblée nationale un progetto di legge che «autorizza il governo a mettere in atto in Algeria un programma di crescita economica, di sviluppo sociale e riforma amministrativa, e che gli consente di disporre di tutte le misure eccezionali per garantire il ritorno all’ordine, la protezione delle persone e delle cose, la salvaguardia del territorio».
Con una serie di decreti approvati tra il marzo e l’aprile del 1956, che consentiranno un rafforzamento delle operazioni militari e una chiamata alle armi “generalizzata” in caso di necessità, l’Algeria venne divisa in tre zone (zona di pacificazione, zona di operazioni e zona vietata), in ciascuna delle quali si muoverà un corpo d’armata specifico. Nelle zone di operazioni l’obiettivo era “l’annientamento dei ribelli”; nelle zone di pacificazione era prevista la “protezione” delle popolazioni europee e musulmane, e l’obiettivo prioritario dell’esercito era quello di sopperire alle carenze amministrative. Le zone vietate saranno invece evacuate, la popolazione sarà concentrata in “campi di accoglienza” e presa in custodia dall’esercito.
Il 12 marzo il parlamento approvò a stragrande maggioranza (455 voti favorevoli e 76 contrari) questa legge sui poteri speciali che implicava anche la sospensione di gran parte delle garanzie di libertà individuale in Algeria. Il PCF votò in favore di questa legge. I poteri speciali rappresentarono la svolta decisiva di una guerra che la Francia aveva deciso di combattere fino in fondo.
L’11 aprile vennero richiamati i riservisti (disponibles): decine di migliaia di soldati attraversarono il Mediterraneo.
Gli animatori della rivista “Le Temps modernes”, fondata da Jean-Paul Sartre, presero le distanze dal voto parlamentare, annunciando cupi scenari: «La sinistra, per una volta unanime, ha votato a favore dei “poteri speciali”, questi poteri assolutamente inutili per il negoziato ma indispensabili per il proseguimento e l’inasprimento della guerra. Questo voto è scandaloso e rischia di essere irreparabile». In effetti sarà proprio così.
Il 16 marzo 1956, quattro giorno dopo i poteri speciali, i primi attentati del FLN colpirono anche Algeri; Robert Lacoste, ministro residente e governatore generale dell’Algeria, impose allora il coprifuoco alla città, che venne pattugliata giorno e notte dalle forze dell’ordine. In Francia si tennero le ultime, sparute, manifestazioni spontanee nei pressi delle stazioni e delle caserme contro la partenza dei richiamati. L’opinione pubblica non vedeva di buon occhio il prolungamento del servizio militare (portato a ventotto mesi). In Algeria la situazione continuava a deteriorarsi: il terrorismo si diffuse a macchia d’olio, il FLN organizzò scioperi a Orano in febbraio e ad Algeri in maggio. La dispersione delle truppe francesi e il loro modesto addestramento le resero vulnerabili alle imboscate: a Palestro, il 18 maggio, venti soldati, giovani parigini richiamati alle armi, caddero sotto i colpi degli uomini del commando “Al Khodja” dell’ALN, aiutati dalla popolazione locale. L’unico sopravvissuto venne liberato dai paracadutisti cinque giorni dopo.
La progressione della lotta del Fronte di Liberazione Nazionale trascinò lo Stato francese in una crisi rovinosa, di cui la crescente instabilità ministeriale fu solo l’indice esterno più rivelatore. L’uso spregiudicato dei mezzi repressivi più raffinati, la tortura come norma praticata dai servizi di sicurezza non solo per strappare informazioni ma per ridurre il colonizzato a “oggetto”, i poteri speciali e la politicizzazione dei comandi militari vittime della distorsione mentale che identificava il “nazionalismo” dei paesi coloniali con “l’avamposto del comunismo internazionale” dando alla guerra in corso in Algeria una rilevanza planetaria, il credito in Algeria e nella madrepatria per tutte le idee più retrive sulla grandezza della Francia da preservare contro i “ribelli”, inquinarono in misura irreparabile il clima politico della Francia, seminando i germi di una pericolosa involuzione. Il dogma “dell’Algeria francese” stava producendo una specie di “esercito ombra” in cui trovarono asilo tutti gli individui dell’ultra-colonialismo, pronti a cospirare contro la Francia con l’aiuto dei comandi delle forze armate o almeno delle polizie parallele.
Il 27 dicembre 1956 Amédée Froger, presidente della federazione dei sindaci d’Algeria e attivo portavoce dei coloni europei, venne assassinato ad Algeri. L’indomani, al termine dei suoi funerali, si scatenò una vera e propria caccia all’uomo che provocò numerose vittime tra i musulmani. La tensione tra gli europei e gli algerini musulmani era massima. Il governo generale, guidato da Robert Lacoste, decise di reagire e, facendo ricorso ai “poteri speciali”, votati nel marzo 1956, affidò la “pacificazione” di Algeri al generale Jacques Massu, comandante della 10ª divisione paracadutisti.
Il 7 gennaio 1957, 8 mila parà entrarono in città con il compito di eseguire una missione di polizia; la “battaglia di Algeri” ebbe inizio. Il 9 e 10 gennaio due esplosioni crearono il panico in due stadi di Algeri, ma l’orrore raggiunse l’apice il 26 ottobre dello stesso mese: a qualche minuto di distanza, due bombe esplosero nel pieno centro di Algeri, la prima al bar L’Otomatic, la seconda nella brasserie Coq hardi. Due algerini musulmani vennero linciati da una folla, esasperata, di europei. Il 28 gennaio, in corrispondenza con il dibattito sull’Algeria all’Onu, il FLN indisse uno sciopero generale di otto giorni, che però l’esercito stroncò con una spettacolare azione di forza: elicotteri atterrarono sulle terrazze della Casbah, i quartieri musulmani della città vennero isolati con recinzioni di filo spinato e illuminati giorno e notte con potenti proiettori.

Soldati francesi durante la battaglia d’Algeri. Celebre il filone cinematografico transalpino sulla tematica.

Il generale Massu, che disponeva di poteri di polizia sulla città, ebbe l’incarico di riportare l’ordine, di smantellare la “zona autonoma di Algeri” (Zaa) controllata dal FLN e diretta da Yacef Saadi, situata principalmente all’interno della Casbah; il FLN vi disponeva di una vera e propria organizzazione, valutata approssimativamente attorno ai 5 mila militanti. Il terrorismo dei ribelli algerini giustificava il ricorso a qualsiasi mezzo per riportare l’ordine: gli uomini di Massu eseguirono perquisizioni e arresti di massa, schedarono ogni potenziale nemico e, all’interno dei “centri di transito e identificazione”, situati nella periferia della città, praticavano la tortura. Il leader del FLN, Larbi Ben M’Hidi, venne arrestato il 17 febbraio e sarà, in seguito, “suicidato”. Gli interrogatori “molto approfonditi” diedero i primi risultati.
La battaglia di Algeri fu davvero “sangue e merda”, secondo la celebre espressione del generale Marcel Birgeaud; un orribile scontro in cui da un lato le bombe falciavano decine di europei, mentre dall’altro i parà tentavano di venire a capo delle reti di resistenti, scoprirono covi, snidarono i capi del FLN nascosti in città. I loro mezzi? Elettricità, bacinelle d’acqua, botte. C’erano sadici tra i torturatori, certo, ma molti ufficiali, sotto-ufficiali, e soldati vivranno per tutto il resto della loro vita con questo incubo. Il numero degli attentati scese dai 112 di gennaio ai 39 di febbraio, ai 29 di marzo: la centrale di comando del FLN, diretta da Abane Ramdane, venne obbligata a lasciare la capitale e Massu conseguì così una prima vittoria.
Il 28 marzo 1957 il generale Paris de Bollardière chiese di essere rimosso dal proprio incarico: non ammetteva il ricorso alla tortura, che aveva conosciuto e combattuto all’epoca dell’occupazione tedesca. Il cappellano militare della 10ª divisione gli rispose dichiarando che: «non si può lottare contro la guerriglia rivoluzionaria se non servendosi di metodi di azione clandestina». Il generale sarà punito con sessanta giorni di carcere, il 15 aprile 1957.
All’inizio di giugno ricominciarono gli attentati: il 3 dello stesso mese una bomba esplose vicino alla fermata di un autobus; il 9 fu la sala di ballo di un casinò che venne fatta saltare in aria in un attentato che provocò 8 morti e 92 feriti. La repressione riprese, aiutata stavolta da una rete di militanti “pentiti” (i cosiddetti “bleus de chauffe”) che diretta dal capitano Léger, si infiltrò all’interno del FLN e permise l’arresto di numerosi dirigenti. Yacef Saadi venne arrestato il 24 settembre 1957; Ali La Pointe, il suo vice, circondato, si suicidò nel suo nascondiglio per evitare l’arresto. La “battaglia di Algeri” era finita. La popolazione europea riscoprì il piacere di andare al mare e al ristorante, rendeva omaggio ai suoi nuovi eroi, un idillio che durerà sino al 13 maggio 1958.
Le reti del FLN furono distrutte, migliaia di algerini furono arrestati o vennero dati per dispersi, ma questa vittoria militare si accompagnò a una profonda crisi morale. Il 12 settembre 1957 Paul Teitgen, segretario generale della prefettura di Algeri, si dimise in segno di protesta contro i metodi utilizzati dal generale Massu e dai paracadutisti, denunciando la scomparsa di 3.024 persone. Il “dibattito” sulla tortura dividerà la Francia.
Nel 1958 divenne ormai chiaro che la superiorità militare francese non era decisiva. La maggioranza dei Francesi d’Algeria, tuttavia si opponeva a qualsiasi negoziato: questo portò alla crisi del 13 maggio 1958 e all’ascesa del generale de Gaulle, a Parigi. L’esercito francese lottava contro la guerriglia rinchiudendo oltre due milioni di contadini nei campi, mentre alle frontiere gli sbarramenti elettrificati impedivano l’approvvigionamento di armi all’ALN, che ciononostante proseguì la sua azione di resistenza.
Il conflitto assunse allora una dimensione tutta politica, anche sulla scena internazionale. Nel 1959 il generale de Gaulle riconobbe il diritto all’autodeterminazione, promuovendo un’associazione con la Francia, ma il FLN, al contrario, esigeva il riconoscimento dell’indipendenza. Il Governo Provvisorio della Repubblica Algerina (GPRA), creato nel 1958 e presieduto da Ferhāt ‘Abbās, ebbe il compito di difendere questa posizione all’estero e presso le Nazioni Unite. I negoziati si fermarono nel 1960, ma ripresero nel 1961 e si conclusero nel marzo del 1962 con gli accordi di Evian. Fu allora che scoppiò l’ultima fase del conflitto. L’OAS (Organizzazione Armata Segreta), animata da Francesi d’Algeria e ufficiali ribelli, iniziò una violenta campagna terroristica contro gli Algerini e Francesi liberali, che provocò la reazione del FLN. Circa un milione di Francesi d’Algeria (anche noti come “pieds-noirs” dal soprannome che gli indigeni avevano dato nel 1830 alle prime truppe d’invasione che calzavano stivaletti neri) lasciò immediatamente il paese. L’Algeria ottenne l’indipendenza in luglio.
Divenuta indipendente, l’Algeria si ritrovò in una situazione difficilissima. I coloni europei, che costituivano l’ossatura della vita economica, se ne erano andati. Inoltre, i sette anni di guerra avevano decimato l’intellighenzia algerina e moltiplicato le distruzioni. Gli uomini che andarono al potere nel 1962 erano prima di tutto comandanti militari, sopravvissuti non solo ai combattimenti, ma anche alle terribili lotte tra algerini (in particolare quella tra FLN e MNA).
Dopo gli accordi di Evian, il FLN si divise: Benyoucef Benkhedda, presidente del GPRA dal 1961, si contrappose ad Ahmed Ben Bella, uno dei fondatori del FLN, imprigionato in Francia dal 1956 al 1962. Il primo si installò ad Algeri nel giugno del 1962, mentre il secondo si alleò con il colonnello Houari Boumédiène, capo di stato maggiore dell’ALN alle frontiere a partire dal 1960. Nel corso dell’estate, si verificarono violenti regolamenti di conti che fecero temere la degenerazione nella guerra civile. Ben Bella e Boumédiène ebbero però la meglio e un’Assemblea dichiarò in settembre la “Repubblica algerina democratica e popolare”. La Costituzione del 1963 instaurò un regime presidenziale e trasformò il FLN in partito unico. La scelta ideologica verso il socialismo era già scritta in diversi documenti del FLN. Del resto quasi tutte le ex colonie che hanno lottato per l’indipendenza fecero quella scelta (molto spesso a parole) appoggiandosi ai paesi socialisti, in contrapposizione ai dominatori capitalisti dell’Occidente. In Algeria comunque solo la fuga dei coloni europei permise la nascita spontanea dell’autogestione in agricoltura. I fellāḥs (contadini) che erano rimasti senza padrone ebbero due scelte: o smettere di coltivare e morire di fame, oppure organizzarsi e continuare il loro lavoro in comitati di gestione. Certo mancava il “know how” del vecchio proprietario e molti errori furono commessi per ignoranza e imperizia. Ma ormai la scelta socialista era nei fatti, nata da una situazione di emergenza che a poco a poco toccò anche altri settori produttivi. Con i decreti del marzo 1963 il neoeletto presidente Ben Bella, si limitò a riconoscere e a legalizzare una situazione di fatto che si era venuta a creare suo malgrado.
Il governo di Ahmed Ben Bella (uno dei sette leader storici della rivoluzione e il più radicale, per cinque anni detenuto nelle carceri francesi) durò due anni, considerando anche il periodo in cui fu eletto Presidente della Repubblica. Ma il suo pugno di ferro e il palese tentativo di instaurare un potere personale gli costarono l’inimicizia degli altri capi algerini. Ben Bella fu deposto e arrestato nel giugno 1965 con un colpo di Stato organizzato dal suo Ministro della Difesa, il generale Houari Boumédiène.

Questa foto del 15 aprile 1964 mostra poi il ministro dell’Economia di Cuba, Ernesto “Che” Guevara, a sinistra, con il presidente dell’Algeria Ahmed Ben Bella all’aeroporto di Algeri.

Ben Bella fu trasferito in una località segreta nel deserto, liberato ed esiliato solo nel 1980. Cercò qualche anno dopo di tornare alla vita politica ma senza successo. L’11 aprile 2012 si ebbe la notizia della sua morte: una vita spesa in carcere, prima dei francesi, poi dei suoi connazionali, infine in esilio. L’opzione socialista continuò anche se in forme un po’ diverse per alcuni anni; poi si imposero scelte miste o solo capitaliste.
Facendo leva sull’esercito, Boumédiène intendeva forgiare uno Stato forte, socialista e arabo, sotto un regime a partito unico (il FLN). Nel 1971, per finanziare un grande programma di industrializzazione, nazionalizzò le risorse di idrocarburi. Allo stesso tempo promosse una politica volta all’arabizzazione dell’insegnamento. Nel 1976 Boumédiène fece adottare una Costituzione che legalizzava il proprio potere. Venne eletto presidente della Repubblica nello stesso anno, ma morì nel 1978 a causa di una rara malattia del sangue.
L’esercito scelse il colonnello Chadli Bendjedid come successore di Boumédiène. Sembrò profilarsi una distensione, ma si trattò piuttosto di una rimessa in causa del progetto socialista, che non compromettesse il dirigismo statalista da cui traevano profitto l’esercito e la burocrazia. Dal 5 al 10 ottobre 1988 ebbe luogo la “guerra della semola” o “guerra del cous-cous”, chiamata così a causa della carenza di beni di prima necessità, tra cui il piatto tradizionale maghrebino. Il presidente Chadli Benjedid non esitò a reprimere la protesta con i carri armati compiendo un vero eccidio: 162 morti e migliaia di feriti.
La rivolta sfociò comunque in un referendum sulla riforma costituzionale e in un’elezione presidenziale a favore di Bendjedid, che aprì la strada ad un processo democratico e al multipartitismo, ma anche ai movimenti integralisti islamici più radicali, che poco dopo prenderanno il sopravvento.
Il 23 febbraio 1989 venne approvata una nuova Costituzione, la terza dall’indipendenza. L’apparato ideologico della rivoluzione venne abrogato e scomparirono tutti i riferimenti al socialismo e al primato del Fronte di Liberazione Nazionale. Vennero introdotti molti articoli sulla garanzia e la difesa della libertà.
Alle elezioni locali regionali del 1990, il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) superò il FLN. Al primo turno delle elezioni per il parlamento, tenutesi nel dicembre del 1991, il FIS ottenne il 47,3% dei suffragi contro il 23,4% del FLN. I militari reagirono subito: ottenute le dimissioni di Bendjedid nel gennaio 1992, interruppero il processo elettorale, proclamarono lo stato d’assedio e sciolsero il FIS. Mohamed Boudiaf, uno dei leader storici della guerra d’indipendenza, all’opposizione e in esilio, venne eletto capo di Stato, ma morì assassinato nel luglio del 1992.
Nel 1992 gli islamisti intrapresero una guerriglia contro l’esercito algerino in numerose zone di montagna. Fondato nel 1993, il Gruppo Islamico Armato (GIA), si macchiò di numerosi crimini nei confronti della popolazione civile e straniera residente nel paese. Il generale Liamine Zéroual andò al potere nel 1994. Quando il GIA iniziò a intensificare gli attentati, i sostenitori del FIS formarono l’Esercito Islamico di Salvezza (AIS). I militari risposero con estrema brutalità. Zéroual venne eletto presidente della Repubblica nel 1995 e l’anno successivo, con un referendum, fu approvata una nuova Costituzione: il potere presidenziale venne rafforzato. Le autorità crearono delle milizie (“i patrioti”) per combattere gli islamisti, mentre degli scontri videro contrapposti l’AIS al GIA. A partire dall’aprile del 1997, il GIA compì massacri di civili su larga scala, in particolare a sud di Algeri. Queste atrocità portarono l’AIS a proclamare un cessate il fuoco unilaterale, in seguito al quale lo stesso GIA si divise. Zéroual rassegnò le dimissioni e Abdelaziz Bouteflika (un vecchio collaboratore di Boumédiène) venne eletto presidente nell’aprile del 1999. L’AIS si sciolse nel 2000. Lo stesso anno un referendum approvò un amnistia, in seguito alla quale il GIA si smembrò. Si stima che dal 1991 al 2002, il conflitto abbia provocato tra le 150.000 e le 200.000 vittime. La guerra risparmiò quasi integralmente i pozzi e l’intero apparato per il trasporto e la commercializzazione di petrolio e gas. Sembrò non dispiacere a nessuno, né in Algeria e neppure in Europa o in America, se a vent’anni dalla morte le scelte ambiziose di Houari Boumédiène, il colonnello austero dall’aria triste che si votò a fare dell’Algeria una potenza economica sulla sponda sud del mediterraneo “seminando” il petrolio attraverso le cosiddette “industrie industrializzanti”, fossero svanite nel nulla e l’Algeria fosse tornata alla situazione di “monocoltura” che si imputava all’ordine coloniale. Nel 2004 Bouteflika venne rieletto presidente con l’85% dei voti. L’anno successivo venne approvata con un referendum una nuova amnistia, molto controversa a causa della sua ampiezza.
L’anno precedente alle cosiddette “Primavere arabe” fu contrassegnato da un sensibile aumento dei moti in tutto il paese: nel corso dei primi undici mesi del 2010 la polizia era dovuta intervenire in più di centomila operazioni di mantenimento dell’ordine a seguito delle richieste provenienti dalle autorità amministrative delle wilaya.

Il presidente generale dell’Algeria Liamine Zeroual e il colonnello Muammar Gheddafi al 25 ° anniversario della celebrazione della rivoluzione libica, Tripoli, 1 settembre 1994.

Uno stato latente di rivolte, che testimoniava una profonda sfiducia nei confronti dello stato e della sua gestione della rendita. Si trattava di moti animati da giovani disoccupati (ad Annaba nell’Est del paese) oppure causati dalla lista di beneficiari degli alloggi popolari – assegnati all’interno di un vasto programma governativo di eradicazione delle bidonville soprattutto in quartieri poveri della capitale, come il celebre Bab el-Oued (dove peraltro proprio per la mancanza di infrastrutture erano morte circa 900 persone in un inondazione del 2001) – che determinava esclusioni e quindi rivalse e ribellioni. Il mese di dicembre 2010 era stato poi contrassegnato da violenti moti contro il rincaro dei generi di prima necessità ad Algeri.
La rivolta in Tunisia che costrinse alla fuga all’estero il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, il 14 gennaio 2011, portò tutti gli osservatori a rivolgere lo sguardo verso l’Algeria: disoccupazione, marginalizzazione dei giovani, mancanza di sbocchi lavorativi per i diplomati e i laureati, un sistema politico impenetrabile e auto-riferito o ancora l’assenza di spazi di aggregazione e divertimento (concerti, cinema, librerie e biblioteche, musei) ne facevano la più probabile pedina del domino prossima a cadere sotto la forza dirompente delle Primavere arabe. Mai previsione fu più sbagliata: il regime non solo fu in grado di evitare il “contagio”, ma uscì rafforzato dalla resistenza a un movimento per la “democrazia” che fu ricondotto allo schema sicuro – nel quale la maggioranza della popolazione di fatto non faticò a riconoscersi – del complotto internazionale ordito contro l’Algeria da ipotetiche potenze straniere (gli imperialisti? Il Qatar?) che volevano usurparne l’indipendenza importandovi delle rivoluzioni posticce. Il regime seppe sfruttare le legittimità immateriali (quella rivoluzionaria derivante dalla guerra di liberazione e quella ottenuta dalla guerra antiterroristica) e la legittimità materiale (la rendita petrolifera) per resistere, mantenere il controllo della situazione e superare indenne la fase turbolenta che dal 2011 sconvolse l’intera regione. Alcuni aggiustamenti furono necessari per tamponare la situazione ed evitare il collasso. Innazitutto, per placare i moti che sostanzialmente proseguirono sull’onda di quelli del 2010, anche galvanizzati dal movimentismo della vicina Tunisia, furono allargati i lacci della borsa della rendita petrolifera concedendo aumenti di salari, accordando prestiti per la creazione di imprese giovanili e per gli alloggi e facendo dietrofront sul controllo del mercato informale. Come ogni Rentier State, l’Algeria – le cui esportazioni e quindi le entrate erano ancora nel 2011 monopolizzate dalla vendita degli idrocarburi – non aveva mai avuto bisogno delle imposte dei cittadini per reggere l’intera macchina statale, riuscendo a garantire un generoso welfare (scuola e sanità gratuite, alloggi popolari, sussidi per generi elementari e per rifornimenti di carburante, prestiti finanziari). In più le riserve estere (più di 180 miliardi di dollari alla fine del 2011, unitamente al fondo di regolazione delle ricette di circa 75 miliardi di dollari) offrivano allo stato un margine di autonomia considerevole che gli permetteva di “comprare la pace sociale” nei momenti di massimo scontento popolare, come fu il caso del 2011.
A differenza di Tunisia, Egitto e Libia, in seguito alla promessa di provvedimenti volti al miglioramento delle condizioni di vita, i disordini di Algeri tra il 2010 e il gennaio 2011, che avevano già causato 5 morti e 800 feriti, si arrestarono.
Tratta in salvo “dall’orlo dell’abisso”, l’Algeria continua a essere guidata da un sistema di potere che, pur nelle sue divisioni interne, fino a oggi ha dato prova di compattezza e resilienza. Ma è una stabilità meno solida di quanto possa sembrare: le difficili condizioni economiche, politiche e sociali vissute quotidianamente da milioni di algerini sono lì a dimostrare che il paese non è ancora al sicuro.

 

Per approfondimenti:
_G. Calchi Novati , C. Roggero, Storia dell’Algeria indipendente. Dalla guerra di liberazione a Bouteflika, Bompiani, Milano, 2018;
_B. Stora, La guerra d’Algeria, il Mulino, Bologna, 2009;
_E. Rogati, Le origini del socialismo algerino, Albatros, Roma, 2016;
_M. Egretaud, Réalité de la Nation Algérienne, Éditions sociales, Parigi 1957;
_F. Fanon, Scritti politici – volume II. L’anno V della rivoluzione algerina, Roma, Derive Approdi, 2007;
_R. Rainero, Storia dell’Algeria, Sansoni, Firenze, 1959;
_G. Mansell, La tragedia d’Algeria, Edizioni di Comunità, Ivrea, 1961;
_F. Catalluccio, Formazione della nazione algerina, Ispi, Milano 1961;
_M. Boudiaf, Où va l’Algérie?, Librairie de l’Étoile, Parigi, 1964
10. S. Yaacef, Souvenirs de la Bataille d’Alger, Julliard, Parigi, 1962;
_H. Alleg (a cura di), La guerre d’Algérie, Temps Actuels, Parigi, 1981;
_E. Rogati, La seconda rivoluzione algerina, Opere nuove, Roma 1965;
_R. Ainad-Tabet, Le mouvement du 8 mai 1945 en Algérie, Office des Publications universitaires, Algeri, 1985;
_Y. Courrière, La guerre d’Algérie. Tome 1, 1954-1957, Les fils de la Toussaint, Fayard, Parigi, 1968;
_J. C. Vatin, L’Algérie politique. Histoire et société, Presses de la Fondation nationale des sciences politiques, Parigi, 1983;
_W. G. Andrews, French Politics and Algeria: The Process of Policy Formation, 1954–1962, Appleton-Century-Crofts, New York, 1962;
_L. Maitan, Per una storia della IV internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Roma, Alegre, 2006;
_H. Alleg, La question, Ed. de Minuit, Parigi, 1958;
_N. Farelière, Le Désert à l’aube, Ed. de Minuit, Parigi, 1960;
_M. Impagliazzo, Duval d’Algeria, Edizioni Studiorum, Roma, 1994;
_M. Impagliazzo, M. Giro, Algeria in ostaggio. Tra esercito e fondamentalismo: storia di una pace difficile, Guerini e Associati. Milano, 1997;
_M. Reggui, Les massacres de Guelma Algérie, mai 1945 : une enquête inédite sur la furie des milices coloniales, La Découverte, Parigi, 2006.

 

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Stalin e l’ebraismo: il grande eccidio

Stalin e l’ebraismo: il grande eccidio

di Gabriele Rèpaci 23/10/2018

A fianco ai numerosi elogi per la puntata di Ulisse – Il piacere della scoperta, il programma diretto da Alberto Angela, dedicata al 75esimo anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma e sulla Shoah, al conduttore è giunta anche qualche critica. Nel corso della trasmissione è stato affermato che «nel caso della Russia di Stalin, prima della guerra furono i russi a consegnare ai nazisti migliaia e migliaia di ebrei in omaggio al patto Molotov-Ribbentropp». Subito pronta è stata la replica di Marco Rizzo segretario del Partito Comunista che dalla sua pagina facebook ha puntualmente ribattuto: «La discriminazione razziale in Unione Sovietica non è mai esistita, basti ricordare che una parte rilevante dei dirigenti bolscevichi erano di origine ebraica, anche tra i più stretti collaboratori di Stalin». Purtroppo i dati storici contraddicono le affermazioni di Rizzo. La perdita della prospettiva internazionalista e la conseguente “nazionalizzazione” del bolscevismo sotto Stalin, ha fatto riemergere in Unione Sovietica alcuni dei tratti più deteriori dello sciovinismo grande-russo come l’antisemitismo.

Al centro dello scatto Iosif Vissarionovič Džugašvili (1878 – 1953) è stato un rivoluzionario, politico e militare sovietico. Conosciuto anche come Iosif Stalin, fu segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, in tale ruolo, assumendo sempre più potere, a partire dal 1924, instaurò progressivamente una dittatura nel proprio Paese (l’Unione Sovietica), fino alla morte, avvenuta nel 1953.

Di ritorno dall’Unione Sovietica, dove aveva condotto un’inchiesta sulla demografia ebraica, lo scrittore Joël Cang valutava che gli ebrei viventi nelle quindici repubbliche dell’URSS ammontassero, nel 1959, a una cifra pari a quella dell’anteguerra, vale a dire ad una cifra che si attestava sui tre milioni e mezzo: più del doppio della popolazione d’Israele.
Il censimento del 1939 aveva stabilito una minoranza ebraica di 3.100.000 su una popolazione totale di circa 200 milioni. A questa cifra (che evidentemente non comprendeva i 300.000 ebrei assimilati o che tali si consideravano) bisogna aggiungere i due milioni di ebrei che vivevano sui territori annessi della Polonia orientale, dei tre paesi baltici, della Bucovina e della Bessarabia.
Il censimento del 1959 parla di 2.268.000 ebrei, dei quali il 20,8% ha dichiarato che lo yiddish era la propria lingua materna. Numero degli ebrei per repubblica: 875.000 nella Repubblica Federativa Russa, 840.000 in Ucraina, 15.000 in Bielorussia, 94.000 in Uzbekistan, 52.000 in Georgia, 25.000 in Lituania, 95.000 in Moldavia (Bessarabia), 37.000 in Lettonia, 5.000 in Estonia. Il censimento non indica il numero degli ebrei nelle repubbliche del Kazakhstan, Azerbaigian, Kirghisistan, Tagikistan, Armenia, Turkmenistan, per il motivo che il numero degli ebrei in queste repubbliche non raggiungeva la soglia minima perché la minoranza sia menzionata.
La maggior parte degli ebrei sovietici era concentrata nelle grandi città. Così, secondo Cang, circa 700.000 ebrei vivevano a Mosca, 300.000 a Leningrado, 250.000 a Kiev, 250.000 a Odessa, 70-80.000 a Dnepropetrovsk e a Cernovits; 40-50.000 in ciascuna delle seguenti città: Minsk, Bobrojsk, Riga, Vilna, Kishinev, Lvov e Alma Ata.
Per quanto riguarda le attività lavorative degli ebrei dell’Unione Sovietica, nel 1939 il 70% avrebbe lavorato come operai o impiegati nelle aziende dello Stato; il 20% erano artigiani (specialmente sarti), il 6% agricoltori (220.000 famiglie che coltivavano, soprattutto in Crimea e nel Birobidžan, 1.500.000 acri di terra). Dopo il 1939 le colonie agricole ebraiche sono scomparse e, nell’insieme, il numero degli ebrei che esercitano un lavoro manuale è diminuito in favore di quelli che esercitano un lavoro non manuale. Così si ebbero 30.000 scienziati ebrei, 2.000 architetti, numerosi musicisti (un quarto dei musicisti dell’orchestra del Bol’šoj), artisti cinematografici e tecnici dell’industria chimica.
Durante il Grande Terrore (1936-1938), tra i dieci milioni di vittime delle purghe, fu eliminato circa mezzo milione di ebrei. Tra i più rilevanti, fu ucciso Lev Borisovic Kamenev (1883 – 1936), uno dei cinque massimi dirigenti bolscevichi, cognato di Lev Trockij (1879 – 1940), che dopo la morte di Lenin aveva fatto parte con Stalin della trojka al governo. Assieme a lui, dopo un grande processo pubblico, fu giustiziato l’ex capo del Comintern Grigorij Evseevic Zinov’ev (1883 – 1936), il cui vero cognome era Radomyl’skij, anche lui ex membro della trojka. Nikolaj Ivanovic Bucharin (1888 – 1938), il “beniamino di tutto il Partito” leninista, che aveva appoggiato Stalin contro Zinov’ev e Kamenev, come già lo aveva appoggiato contro Trockij, per ironia della sorte fu accusato di trotzkismo e giustiziato nel 1938.
Questa operazione continuò anche negli anni Quaranta: «un’intera generazione di sionisti ha trovato la morte nelle prigioni sovietiche, nei campi, in esilio», ha scritto il dottor Julius Margolin (1900 – 1971), che venne detenuto in vari campi di concentramento nella regione del Baltico e del Mar Bianco dal 1940 in poi. Margolin ha anche detto che nel mondo esterno nessuno, nemmeno i sionisti, hanno fatto alcunché per salvarli.
Il fatto che gli ebrei epurati fossero così numerosi non passò inosservato nell’Unione Sovietica. Un vecchio ufficiale zarista avrebbe detto al suo compagno di cella: «finalmente i sogni del nostro amato Nicola II, che egli era personalmente troppo debole per tradurre in realtà, si sono realizzati. Le prigioni sono piene di ebrei e bolscevichi».

Foto di gruppo di alcuni russi ebrei sotto il regime zarista: primi anni del 900.

Un anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, il direttore dei campi di concentramento sovietici, Genrich Jagoda (1891 – 1938), venne giustiziato assieme a Nikolaj Ivanovic Bucharin, a Alexei Ivanovich Rykov (1881 -1938), a Lev Grigor’evic Levin (1870 – 1938) e agli altri imputati degli ultimi processi pubblici della purga. Erano quasi tutti ebrei. A Jagoda succedette Nikolai Ivanovich Yezhov (1895 – 1940), che gestì il terrore per quattro anni.
A Ezhov succedette Lavrentij Pavlovic Berija (1899 – 1953). Quando Berija assunse l’incarico di capo della polizia segreta, che contava un milione e mezzo di agenti, erano ormai pochi gli ebrei di rilievo che rimanevano nelle gerarchie del partito, delle forze armate e degli organi di sicurezza. Tra costoro, Berija ebbe il compito di liquidare Béla Kun (1886 – 1938), il capo della rivoluzione comunista ungherese del 1919. Il magiaro, che era in prigione dal 1937, fu ucciso il 30 novembre 1939. Stalin epurò anche tutti i capi delle sezioni ebraiche che si erano adoperati sotto la sua direzione per cancellare la vita ebraica organizzata. Quasi tutte le istituzioni culturali ebraiche che rimanevano in vita – comprese 750 scuole in cui si insegnava in yiddish – furono chiuse tra il 1934 e il 1939. Il principale strumento di Stalin in tale operazione fu Samuel Agurskij, già anarchico e membro del Bund ebraico, che aveva diretto la prima campagna di Stalin contro le organizzazioni politiche, religiose e culturali ebraiche. Costui venne gettato in una cella e accusato di far parte della «clandestinità ebraica fascista», alcuni membri della quale, come Moishe Litvakov (1875 – 1938) e Esther Fromkin, furono giustiziati.
Il 3 maggio 1939 Stalin licenziò improvvisamente il ministro degli esteri Maksim Litvinov (1876 – 1951), un ebreo che aveva ricoperto questa carica per dieci anni, e lo sostituì con Vjačeslav Michajlovič Molotov (1890 – 1986), che firmò di lì a poco il patto di non aggressione tra l’URSS e il Terzo Reich.
Subito dopo, a Brest Litovsk (1918), Stalin fece consegnare alla Germania circa seicento membri del partito comunista tedesco, per lo più ebrei. Uno di costoro era Hans David, il compositore di “musica degenerata” (Entartete Musik in tedesco).
Dal settembre 1939 al luglio successivo, in seguito alle annessioni sovietiche, due milioni di ebrei dei tre stati baltici, della Polonia orientale, della Bessarabia e della Bucovina passarono sotto l’URSS. I dirigenti delle società ebraiche attive presso queste comunità furono mandati in Siberia; tutte le organizzazioni e le istituzioni sioniste furono chiuse.
Nella zona polacca occupata dai Sovietici, a partire dal febbraio 1940 l’NKVD di Berija arrestò e deportò circa mezzo milione di ebrei. Molti morirono durante il viaggio per la Siberia. Arthur Koestler (1905 – 1983) avrebbe definito questa azione di Stalin e Berija «deportazioni in massa su una scala finora non riscontrata nella storia, [deportazioni che] furono i principali metodi amministrativi di sovietizzazione». Julius Margolin, che si trovava a Leopoli nell’Ucraina occidentale, riferisce che nella primavera del 1940 «gli ebrei preferivano il ghetto tedesco all’uguaglianza sovietica».
Le liste di Berija erano divise in varie categorie, una delle quali era la “controrivoluzione nazionale ebraica”, che comprendeva sia i sionisti sia i bundisti antisionisti. Uno degli ebrei polacchi arrestati era Menachem Begin (1913 – 1992), giovane dirigente sionista; furono arrestati anche Henryk Ehrlich (1882 – 1942) e Viktor Alter (1890 – 1943), fondatori del Bund polacco, il partito ebraico più importante del paese. Nel 1941, dati i legami dei due dirigenti del Bund con i sindacati americani, Berija approvò in linea di principio che essi organizzassero un comitato ebraico antinazista con base nell’URSS; ma Stalin scrisse sulla richiesta che gli era pervenuta in relazione a tale progetto: «Rasstrelijat oboich» (Fucilarli tutti e due). La loro fucilazione scatenò una tempesta nell’ebraismo statunitense.
Per controbilanciare questo scandalo, nel 1943 furono inviati in missione negli USA l’attore e regista teatrale Solomon Mikhoels (1890 – 1948), alias Vovsi (fondatore del Teatro Yiddish di Mosca) e il noto poeta yiddish Icik Solomonovic Feffer, in qualità di rappresentanti del Comitato Antifascista Ebraico. Quando giunsero in America, furono accolti da Nahum Goldmann (1895 – 1982), Albert Einstein (1879 – 1955), Chaim Weizmann (1874 – 1952), Marc Chagall (1887 – 1985) e altre celebrità del mondo ebraico. In settembre, i due conclusero un accordo di assistenza coi funzionari del Joint Distribution Committee of American Funds for the Relief of the Jewish War Sufferers, la potente organizzazione ebraica nata il 27 novembre 1914 per iniziativa di banchieri quali i Warburg (Felix M. Warburg ne fu appunto il presidente), gli Schiff, i Kuhn, i Loeb, i Lehmann e i Marshall, i Rosenwald.
Quando i due fecero ritorno nell’URSS, nel febbraio 1944, Mikhoels pensò di poter estendere e sviluppare le attività del Comitato antifascista ebraico e sollevò presso Molotov la questione dell’aiuto del Joint per la costituzione di un insediamento di ebrei nella penisola di Crimea. Nel marzo 1944 il Comitato indisse un’assemblea di massa, alla quale tremila ebrei intervennero per ascoltare Solomon Mikhoels, Icik Feffer e Il’ja Erenburg (1891 – 1967). Quest’ultimo, in particolare, aveva preparato assieme allo scrittore e giornalista ebreo Vasilij Grossman (1905 – 1964) ex membro del Comitato Antifascista Ebraico) un Libro nero in cui si affermava che erano stati sterminati un milione e mezzo di ebrei sovietici. Il libro era pronto in bozze, ma il governo, allarmato per l’intensa attività ebraica, ne proibì la pubblicazione. Erenburg, comunque, ne pubblicò alcuni estratti sulla rivista yiddish “Znamja” (La bandiera), sotto il titolo “Assassini di popoli”. Il titolo si riferiva ai Tedeschi, ma in esso veniva anche vista un’allusione ai Sovietici.
Quanto a Solomon Mikhoels, la sua ultima impresa fu la celebrazione della nascita del defunto scrittore yiddish Mendele Mocher Sforim (1836 – 1917), che terminò con una fragorosa manifestazione di appoggio all’istituzione dello Stato ebraico in Palestina. Mikhoels morì a Minsk qualche giorno dopo, il 12 gennaio 1948. Il suo cadavere, assieme a quello di un altro ebreo, fu trovato il giorno dopo accanto alla stazione ferroviaria; «vittime di un incidente», disse la polizia. Vent’anni dopo Svetlana Alliluyeva (1926 – 2011), la figlia prediletta di Stalin, accuserà suo padre del duplice omicidio: «Mikhoels era stato assassinato: non c’era stato nessun incidente […]. Conoscevo fin troppo bene l’ossessione di mio padre, che vedeva complotti “sionisti” in ogni angolo». Ai funerali di Mikhoels, il poeta, drammaturgo e romanziere yiddish Perec D. Markis (1895 – 1952) recitò una lunga trenodia, nella quale faceva di Mikhoels una delle tante vittime dell’Olocausto. Un anno dopo fu arrestato anche lui.
Fu dunque la nascita di uno Stato ebraico in Palestina a ridestare l’entusiasmo degli ebrei sovietici. Il sostegno dato dal governo dell’URSS a Israele e il voto favorevole espresso dall’URSS alle Nazioni Unite, vennero interpretati dagli ebrei sovietici come un’autorizzazione ad esprimere solidarietà all’entità politica sionista.
«Per tutte queste ragioni, negli anni 1947-1948, fra gli ebrei sovietici si levarono onde di commozione che giunsero al culmine (nei giorni più neri di Stalin) quando nelle strade adiacenti alla Sinagoga di Mosca, migliaia di persone si radunarono, per singola iniziativa di ognuno, per accogliere la prima ambasciatrice d’Israele, Golda Meir (1898 – 1978), mentre il canto di Ha-Tikvà esplodeva tra il pubblico e grida di “Am Israel chai” (il popolo d’Israele vive) echeggiavano nell’aria.
Oggi sappiamo pure che ci furono ebrei tanto ingenui da presentare alle autorità sovietiche la domanda di potersi arruolare nell’esercito di difesa di Israele per servire quali artiglieri, carristi, marinai o aviatori, nelle sue unità combattenti. Questo avvenimento straordinario venne a conoscenza del dittatore e radicò in lui il terribile sospetto che in trent’anni, il regime comunista non era riuscito a staccare, né intellettualmente né sentimentalmente la massa degli ebrei, e neppure una notevole parte di essi, dall’attaccamento alle proprie origini e dalla sensibilità agli avvenimenti drammatici del mondo ebraico fuori dell’Unione Sovietica. Allora il dittatore decise che, per spegnere la fiamma ebraica che cominciava a riaccendersi era necessario versare sugli ebrei, e particolarmente sulla loro cultura, e sui loro sentimenti, torrenti di acqua gelata. Anzitutto, bisognava impedire ogni contatto tra gli ebrei sovietici e quelli dell’Occidente».
Il 21 novembre 1948 il Comitato Antifascista Ebraico venne sciolto d’autorità, perché era diventato un «centro di propaganda antisovietica». Le pubblicazioni edite dal Comitato furono proibite, in particolare il giornale yiddish “Einikai”, al quale collaborava l’élite intellettuale dell’ebraismo sovietico. Nelle settimane successive, tutti quanti i membri del Comitato Ebraico Antifascista furono arrestati.
Nel febbraio del 1949 la stampa lanciò una vasta campagna anti-cosmopolita. I critici teatrali ebrei furono denunciati per la loro «incapacità di capire il carattere nazionale russo». «Quale idea possono avere un Gurvic o uno Juzovskij del carattere nazionale dell’uomo russo sovietico?» si chiedeva la “Pravda” del 2 febbraio 1949. Nei primi mesi del 1949 centinaia di ebrei furono arrestati, soprattutto a Leningrado e a Mosca.
Il 7 luglio 1949 il tribunale di Leningrado condannò a dieci anni di internamento nei Gulag Akila Grigor’evic Leniton, Il’ja Zejlkovic Serman e Rul’f Aleksandrovna Zevina. Gli imputati furono riconosciuti colpevoli di aver «lodato gli scrittori cosmopoliti» e di aver «calunniato la politica governativa sovietica sulla questione delle nazionalità». In appello, gli imputati furono condannati a venticinque anni dalla Corte Suprema, che riconobbe gli imputati colpevoli di aver «condotto agitazione controrivoluzionaria basandosi su pregiudizi nazionalistici e affermando la superiorità di una nazione sulle altre nazioni dell’Unione Sovietica».
Il siluramento degli ebrei fu eseguito in maniera sistematica, soprattutto negli ambienti della cultura, della stampa, della medicina. Ma gli arresti ebbero luogo anche in altri settori: nel complesso industriale metallurgico fu arrestato un gruppo di “ingegneri sabotatori”, che furono condannati a morte e quindi giustiziati il 12 agosto 1952. Il 21 gennaio 1949 venne arrestata e internata nel Gulag la moglie di Molotov, Pavlina Zemcuzina, dirigente superiore nell’industria tessile. Nel luglio 1952 fu arrestata per spionaggio e quindi fucilata la moglie di Aleksandr Poskrebysev (1891 – 1965), segretario personale di Stalin.
Il 1948 vide l’inizio della fine dell’attività del Joint in varie democrazie popolari. In Unione Sovietica il Joint non operava più dal 1938; solo fra il 1943 e il 1945 era stato consentito l’invio di pacchi in territorio sovietico. Nel 1949 la Polonia espulse i rappresentanti del Joint e la Cecoslovacchia fece lo stesso. L’Ungheria permise solo la somministrazione di aiuti attraverso la Comunità ebraica locale; anzi, nel 1949 il capo del Joint in Ungheria, Israel Jakobson, venne arrestato. In quel medesimo anno, in Ungheria veniva condannato e giustiziato, assieme ad altri, l’ex ministro degli Esteri László Rajk (1909 – 1949).
Nel 1951 c’erano in URSS 215.000 medici. Circa 35.000 erano ebrei. Al grado supremo della categoria dei medici sovietici si trovava il gruppo dei medici del Cremlino. L’élite della medicina sovietica lavorava nell’ospedale del Cremlino, dove venivano curati i dignitari del PCUS e dei partiti comunisti “fratelli”.
Alla fine dell’agosto 1948 morì, nell’ospedale del Cremlino, Andrej Aleksandrovic Zdanov (1896 – 1948), che aveva diretto la campagna ufficiale contro la cultura formalista e cosmopolita. Un rapporto stilato per gli organi di sicurezza affermò, sulla base degli elettrocardiogrammi di Zdanov, che la malattia di quest’ultimo non era stata diagnosticata correttamente. Il reparto elettrocardiografico era diretto da un’ebrea, Sofija Karpaj. Fu solo nel 1951, però, che venne arrestato il primo medico del Cremlino, il professor Jacov Etinger (1929 – 2014), membro del Comitato antifascista ebraico. Il secondo arresto fu quello dell’elettrocardiologa Sofija Karpaj. Sia Etinger sia la Karpaj erano accusati di avere deliberatamente falsificato la diagnosi dell’elettrocardiogramma di Zdanov. Nei diciotto mesi successivi furono arrestati il cardiologo Binijamin Nezlin, suo fratello il dottor Solomon Nezlin e altri celebri medici ebrei. Il complotto dei medici sarebbe stato denunciato pubblicamente il 13 gennaio 1953.
Nell’ottobre 1952, Stalin convocò il XIX Congresso del PCUS. Circa milletrecento delegati, in rappresentanza di sette milioni di iscritti, registrarono il proprio nome sotto trentasette nazionalità, tra le quali non figuravano gli ebrei. (Kaganovic e Mechlis erano semipensionati). Si realizzò così una battuta che già circolava: «Mosè ha fatto uscire gli ebrei dall’Egitto, Stalin li ha fatti uscire dal Comitato Centrale».

Uno scatto inquadra Stalin, durante il XIX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Al congresso, Malenkov disse che agenti stranieri stavano tentando di «sfruttare elementi instabili della società sovietica per i propri obiettivi infami». Poskrebysev collegò i crimini economici, come quelli denunciati a Kiev o nell’organizzazione del partito in Ucraina, con lo spionaggio e l’accerchiamento capitalistico. Tutti sapevano che i funzionari economici e politici epurati in Ucraina erano ebrei ormai in procinto di essere giustiziati. (Nota1). Dopo la fine del XIX Congresso, si intensificarono le nuove purghe, con una campagna mirante al rafforzamento della disciplina di partito e con una serie di condanne a morte emesse contro funzionari dell’industria tessile ucraina: H.A. Khain, J.E. Jaroseckij, D.I. Gerson, tutti ebrei. Nel medesimo periodo in cui gli ebrei del partito comunista ucraino venivano epurati, molti dei più importanti dirigenti comunisti dei paesi dell’Europa orientale – per la maggior parte ebrei – erano in carcere e stavano per essere giustiziati.
A Mosca, circa una dozzina di medici del Cremlino andò a raggiungere i dottori Etinger, Kogan e Karpaj. Nel frattempo, veniva allestito a Praga il processo Slansky, «un modello pilota della purga ai vertici moscoviti che Stalin andava preparando». Alla fine del 1951 Stalin aveva ordinato al presidente cecoslovacco Klement Gottwald di arrestare il presidente di quel partito comunista, Rudolf Slansky, come agente di Israele e del sionismo. Tra il 20 e il 27 novembre 1952, quattordici dirigenti di primo piano del partito comunista e del governo cecoslovacchi, undici dei quali ebrei, furono processati con l’imputazione di aver tentato di complottare con i sionisti per assassinare il presidente Gottwald, rovesciare il governo popolare e restaurare il capitalismo. L’atto d’accusa letto dal pubblico ministero puntava il dito contro il Joint, «gli avventuristi sionisti», «Israele e l’America», i «cosmopoliti», i «nazionalisti borghesi ebrei», i «trotzkisti, i lacchè della borghesia e altri nemici del popolo ceco». Appena ebbe inizio il processo, su case e negozi di ebrei apparvero scritte di questo tenore: «Via gli ebrei!», «Abbasso gli ebrei capitalisti»! Si continuavano ad arrestare ebrei di spicco, tra i quali Eduard Goldsucker (1913 – 2000), ministro plenipotenziario cecoslovacco in Israele. Nella prima giornata del processo, Slansky confessò tutto: i rapporti coi Rothschild, con Ben Gurion, con Bernard Baruch, con Henry Morgenthau. Avevano orchestrato un complotto sionista per distruggere la Cecoslovacchia: «Il movimento sionista del mondo intero – disse alla corte – è di fatto il mondo degli imperialisti, soprattutto di quelli americani».
Le accuse contro il Joint, che fin dal 1950 era impegnato in interventi in Cecoslovacchia, sarebbero state ripetute a Mosca sei settimane più tardi, nel contesto del complotto dei medici. Gli accusatori dissero che il Joint era un «ramo segreto del servizio di spionaggio americano», che operava sotto la copertura dell’organizzazione assistenziale. Dissero che «lo spregevole traditore Slansky» (nato Salzman) era sempre rimasto «un lacchè della borghesia» e del sionismo internazionale e che aveva legami diretti con il diplomatico israeliano Ehud Avriel. «Rude Pravo» (quotidiano del PC cecoslovacco) descrisse gli «occhi insolenti e perfidi» e la «faccia da Giuda» di Slansky e scrisse che era un «serpente calpestato», un «cannibale» che sarebbe stato ripagato con la sua stessa moneta. Slansky fu accusato di aver cercato di assassinare il presidente servendosi di medici come «il massone dottor Haskovec». Slansky ammise che lui e il medico massone avevano effettivamente tramato per far morire Gottwald, al quale sarebbe dovuto subentrare Slansky stesso.
Al processo testimoniarono due cittadini israeliani che si trovavano in carcere da un anno: i cugini Mordechai Oren (1905 – 1985) e Shimon Ohrenstein. Oren era un dirigente del partito comunista israeliano, il Mapam, mentre Ohrenstein era stato un funzionario dell’ufficio commerciale della legazione israeliana a Praga. Oren confessò di essere stato in Russia e di avervi incontrato dei medici ebrei, nonché il defunto Solomon Mikhoels.
Il 4 dicembre 1952, qualche giorno dopo la fine del processo, undici condannati furono impiccati. I loro cadaveri furono cremati nel carcere di Ruzyn e le ceneri furono raccolte in un sacco di patate. Un autista, con due agenti della polizia segreta, portò il sacco alla periferia di Praga, dove le ceneri furono disperse sulla strada ghiacciata. Tre imputati, tra cui l’ex sottosegretario agli esteri, Arthur London (1915 – 1986), furono condannati all’ergastolo.
I giornali israeliani e statunitensi, come “New Republic” del 27 novembre 1952, collegarono le accuse formulate nel corso del processo ai Protocolli dei Savi di Sion. Il “New York Times” del 23 novembre 1952 scrisse che la vasta cospirazione ebraica evocata dal processo di Praga riecheggiava «ancora una volta gli infami Protocolli dei Savi di Sion (…), ma in una versione stalinista alla quale il terreno fu preparato quattro anni or sono dalla campagna contro il “cosmopolitismo” scatenata nella stessa Russia sovietica […] le cui vittime furono prevalentemente ebrei». L’affare Slansky, concludeva il “New York Times”, «può segnare l’inizio di una grande tragedia, mentre il Cremlino tende sempre di più verso un antisemitismo mascherato da antisionismo».
In Romania, dove la popolazione ebraica assommava a 400.000 individui (i quali avevano accolto entusiasticamente l’Armata Rossa e in moltissimi casi avevano aderito al partito comunista, entrando così nell’amministrazione statale e accedendo rapidamente agli uffici dei ministeri, della polizia e dei quadri dirigenti del Partito) l’eliminazione degli ebrei dall’amministrazione statale e soprattutto dalla polizia cominciò nel 1947. Furono anche epurati i quadri superiori del Partito, perché non si volevano indisporre gli elementi cristiani che vi si trovavano e che già avanzavano riserve sulla presenza di Anna Pauker (1893 – 1960) e di altri ebrei alla testa del movimento. Le sedi delle organizzazioni sioniste di Bucarest furono assaltate da militanti comunisti. Ma questi ultimi trovarono gli ebrei muniti di armi bianche e preparati a difendersi. Fu il solo caso di resistenza attiva dell’ebraismo est-europeo negli anni del socialismo reale.
Alla fine, tra gli ebrei arrestati vi fu la stessa Pauker, figlia di un rabbino, diventata dirigente del Komintern e ministro degli esteri di Romania nonché eminente pensatrice marxista-leninista. Radio Bucarest annunciò: «Anche tra noi ci sono criminali, agenti sionisti e agenti del capitale internazionale ebraico. Li smaschereremo ed è nostro dovere distruggerli».
Secondo un dossier che fu consegnato a un emissario di Berija, Anna Rabinsohn Pauker, «figlia di un piccolo borghese, era istitutrice in una scuola ebrea di Bucarest e insegnava lingua ebraica. Si innamorò del suo direttore e ne divenne l’amante […]. Conobbe Marcel Pauker, traditore della classe operaia e che doveva poco dopo sposare. Introdotta da lui nel movimento socialista, ella nutriva per il proletariato la stessa ostilità del marito, ma seppe meglio nascondere il proprio gioco. Ritornò in Romania, dove le condizioni di lotta erano tali ch’ella poté usurpare un posto direttivo nel partito, dopo aver denunciato alla polizia i militanti che si erano opposti alla sua ascesa. Dopo il 1930, Anna lascia il paese e si stabilisce dapprima a Parigi, dove conduce una vita poco conforme alle regole della morale comunista e del semplice buonsenso. Al suo ritorno, la polizia l’arresta in condizioni che non abbiamo ancora potuto chiarire. Comunque il suo arresto fu seguito da quello di numerosi membri del partito, allora clandestino. In prigione Pauker ebbe una vita facile: era, tra l’altro, rifornita di viveri da suo zio, proprietario d’un giornale borghese di Bucarest, mentre gli altri prigionieri morivan di fame».
Abbiamo visto che dopo il XIX Congresso del Pcus fu arrestata una quindicina di medici ebrei, tra i quali il dottor Boris B. Kogan. Questo suo cugino, cardiologo e internista, aveva avuto in cura sia Dimitrov e Zdanov, che erano morti entrambi: la dottoressa Lidija Timasuk sosteneva che la morte di Zdanov era un caso di omicidio medico. Boris Kogan era l’aiuto di Vladimir N. Vinogradov (1955 – 2008), direttore dell’ospedale del Cremlino e medico personale di Stalin. Questi fu arrestato il 9 novembre 1952, con l’accusa di aver deliberatamente prescritto cure sbagliate a dirigenti del partito e del governo e di avere «svolto azione di spionaggio per conto della Gran Bretagna». Due giorni dopo fu arrestato uno stretto collaboratore di Vinogradov: Miron Semionovic Vovsi (1897 – 1960), consulente del consiglio terapeutico e sanitario del Cremlino, cugino di Solomon Mikhoels, col quale aveva lavorato nell’ormai disciolto Comitato Antifascista Ebraico.
Dopo Vovsi e Vinogradov, nella seconda settimana di novembre furono arrestati altri nove medici del Cremlino, tra i quali Boris B. Kogan. Poco dopo gli arresti dei medici, il maresciallo Ivan Stepanovich Konev (1897 – 1977), comandante in capo delle forze di terra nonché ispettore generale dell’Armata Rossa, scrisse a Stalin una lettera in cui lo avvertiva che stavano avvelenando anche lui, con «le stesse medicine usate per ammazzare Zdanov».
Il 13 gennaio 1953 la “Pravda” uscì con un titolo a tutta pagina: «Arrestato un gruppo di medici sabotatori», sotto il quale veniva riportato un comunicato della Tass di dieci capoversi. L’editoriale che accompagnava l’annuncio era intitolato: «Miserabili spie e assassini con la maschera di professori e medici». Il comunicato menzionava nove medici che avevano partecipato al complotto terroristico, i cognomi dei quali rivelavano l’appartenenza ebraica: Miron Vovsi (1897 – 1960), Ivan Matveevich Vinogradov (1891 – 1983), Egorov, Feldman, Yakov Gilyarievich Etinger (1887 – 1951), Grinstein, Majorov, M. B. Kogan, B.B. Kogan. Costoro, secondo la “Pravda”, erano «collegati con l’organizzazione nazionalista borghese ebraica internazionale Joint, creata dallo spionaggio americano col falso scopo di fornire aiuti materiali a ebrei di altri paesi». Vovsi, in particolare, aveva confessato di aver ricevuto dagli Stati Uniti, tramite il Joint e «il noto nazionalista borghese ebreo Mikhoels, l’ordine di eliminare i massimi quadri dell’URSS». Il comunicato aggiungeva che i tre erano «agenti di vecchia data dello spionaggio inglese». I criminali avevano confessato di avere ucciso Zdanov «diagnosticando scorrettamente la sua malattia, nascondendo che aveva avuto un infarto al miocardio» e prescrivendo «un regime controindicato per la sua grave malattia». Allo stesso modo, i criminali avevano fatto morire anche il compagno A.S. Scerbakov: «gli hanno prescritto un regime che per lui era mortale e così lo hanno portato alla morte». Inoltre, il gruppo dei medici ebrei, «questa banda di criminali antropoidi», cercava di «compromettere la salute di comandanti militari sovietici, per ridurli all’inattività e indebolire la difesa del Paese». Le vittime designate erano tre marescialli, un ammiraglio e un generale.
Tutta la stampa sovietica partecipò alla campagna contro la “banda criminale”. La rivista sindacale “Trud” affermava che l’imperialismo anglo-statunitense agiva a stretto contatto con il sionismo e in particolare con l’organizzazione ebraica dello Joint.
La “Literaturnaja Gazeta” smascherò una cellula sovversiva, annidata nel comitato scientifico dell’Istituto della Biblioteca di Mosca, che era guidata dagli ebrei Abramov, Levin, Fried e Eikenvolts. “Medicinski Rabotnik” pubblicò un lungo elenco di ebrei che lavoravano alla Clinica centrale di psichiatria legale. I medici di quella clinica avevano anche propagato le teorie di Bergson e di Freud e avevano rifiutato di applicare ai pazienti la psichiatria russa, optando per i metodi di derivazione psicanalitica. Il quotidiano della Lituania metteva in guardia contro gli «elementi nemici, nazionalisti borghesi e sionisti ebrei» che svolgevano mansioni importanti nel ministero della carne e del latte e che potevano avvelenare tali alimenti. “Krokodil”, la rivista satirica, scriveva: «Il nero odio per il nostro paese ha unito in un solo campo i banchieri americani e inglesi, i colonialisti, i re degli armamenti, i generali di Hitler che sognano la rivincita, i rappresentanti del Vaticano e i fedeli membri del Kahal sionista». I medici ebrei, «personificazione della bassezza e dell’abominio, come Giuda Iscariota», avevano tutti quanti frequentato una nota scuola: quella «diretta dall’ipocrita Mikhoels, per il quale nulla era sacro e che aveva venduto l’anima per trenta denari».
Secondo le “Izvestija”, i processi contro i sionisti che venivano celebrati in Ungheria, Bulgaria, Polonia e Albania costituivano la prova dell’esistenza di un piano spionistico americano di ampia portata, un piano che vedeva sionisti e americani collaborare in maniera solidale.
In Ucraina, a Zitomir, furono arrestati venti medici ebrei, definiti dai giornali ucraini «assassini di bambini». La “Pravda Ukrainij” dedicò a tre sabotatori giustiziati a Kiev un editoriale in cui si leggeva: «Tutti questi Kohain e Jarosecki e Grinstein […], i Kaplan e i Poljakov […] suscitano l’odio profondo del popolo».
Quattro informatori degli americani nella Germania occidentale dissero che le accuse contro i medici erano il segnale di una purga imminente. L’economista Konstantin Krylov diceva da anni che Stalin si sarebbe servito dell’antisemitismo per una purga su vasta scala. Vjaceslav Artem’ev, ex poliziotto della polizia segreta, disse che forse il 25% dell’MGB erano ebrei e che certamente sarebbero stati radiati; questo comunque sarebbe stato solo l’inizio di una vasta epurazione. Effettivamente gli ebrei dell’MGB furono epurati e alcuni di loro, come ad esempio il tenente generale Raichman, furono arrestati. Frattanto Berija mandò i suoi uomini ad arrestare il medico di Mao Tse Tung, che era un ebreo proveniente dall’URSS.
S. Eliashiv, diplomatico israeliano a Mosca, in un messaggio del 10 febbraio 1953 disse: «L’elemento principale comune a tutti questi articoli e discorsi è l’accerchiamento da parte di potenti nemici stranieri e la costruzione di una quinta colonna all’interno»; tuttavia «lo Stato d’Israele non è ancora un bersaglio primario, diretto», come lo era stato nelle «esplicite accuse della Cecoslovacchia e della Polonia. […] Ciononostante, esiste una collera grave e violenta contro i sionisti e il sionismo». Eliashiv esprimeva inoltre una grave preoccupazione per il proliferare di denunce contro criminali ebrei, specialmente in Ucraina, Bielorussia e Moldavia, dove vivevano numerose comunità ebraiche.
In Israele, quando la notizia del complotto dei medici giunse via radio, il rabbino Jacob Kolmess, che aveva lasciato Mosca nel 1933, si portò la mano al petto e morì per una crisi cardiaca. Il 19 gennaio, il ministro degli Esteri Moshe Sharett denunciò come calunniosa la campagna sovietica. I sovietologi israeliani indicavano, tra i fattori della campagna antiebraica, il tentativo dell’URSS di avvicinarsi al mondo islamico.
Intanto in Unione Sovietica la campagna di stampa dava i suoi frutti: Uljanovsk, ventisei insegnanti, per lo più ebrei, furono espulsi dalla scuola magistrale in cui insegnava la vedova di Mandel’stam. Duecento ebrei furono licenziati dall’università di Odessa; tutti i laureati ebrei della facoltà di medicina furono mandati nelle zone orientali più remote della Siberia, come la Kamcatka e la Jacutia.
Fuori dall’URSS, è da notare che nella Repubblica Democratica Tedesca i capi delle comunità ebraiche furono sottoposti ad interrogatorio da parte delle forze di sicurezza. A Berlino Est, mille ebrei chiesero il visto per gli Stati Uniti. Il 15 gennaio, quattro esponenti di primo piano della comunità ebraica tedesco-orientale, tra cui Julius Meyer, fuggirono a Berlino Ovest.
In Ungheria, “Szabad Nép” scrisse, il 15 gennaio, che il Joint era solito «nascondere veleno e pugnali» tra i «vestiti usati» che spediva agli ebrei.
In Cecoslovacchia, il 16 gennaio “Rude Pravo” affermò che i «doni inviati dal Joint» erano in realtà «ordini di uccidere».
Dmitrij I. Cesnokov, da poco condirettore del “Bolshevik”, capo di una nuova sezione del Comitato Centrale e nuovo membro del Presidium, redasse un opuscolo per spiegare perché gli ebrei dovevano essere deportati. L’opuscolo, stampato dalla casa editrice del MVD in un milione di esemplari, era intitolato “Perché gli ebrei devono essere trasferiti dalle regioni industriali del paese”.
Contemporaneamente veniva stilato il testo di una “Dichiarazione Ebraica”, destinata a essere pubblicata sulla prima pagina della “Pravda” dopo la celebrazione del processo contro i medici e la loro esecuzione sulla Piazza Rossa. La “Dichiarazione Ebraica”, che avrebbe recato in calce le firme di qualche decina di ebrei “leali”, sarebbe stata adoperata, se Stalin non fosse provvidenzialmente morto nel frattempo, per giustificare la deportazione di quasi tutti gli ebrei sovietici nel Kazakhstan e nel Birobidzan. La “Dichiarazione”, secondo la ricostruzione che ne è stata fatta in base alle testimonianze di Ilja Erenburg, sarebbe stata formulata più o meno nei termini seguenti: «ci appelliamo al governo dell’URSS, e al compagno Stalin personalmente, perché salvino la popolazione ebraica da possibili violenze conseguenti alle rivelazioni sui medici-avvelenatori e sul coinvolgimento di cittadini sovietici rinnegati di origine ebraica, colti in flagrante a partecipare a un complotto americano-sionista per destabilizzare il governo sovietico. Ci uniamo al plauso di tutti i popoli sovietici per la punizione dei medici assassini, i cui crimini esigevano la pena capitale. I sovietici sono naturalmente indignati di fronte al continuo ampliarsi delle trame del tradimento e al fatto che, e ciò ci addolora, molti ebrei hanno aiutato i nostri nemici a costituire in mezzo a noi una quinta colonna. Cittadini semplici, fuorviati, possono essere spinti a reagire colpendo indiscriminatamente gli ebrei. Per questa ragione, vi imploriamo di proteggere il popolo ebraico mandandolo nei territori orientali in via di sviluppo, dove sarà impiegato in un lavoro di utilità nazionale e sfuggirà alla comprensibile collera suscitata dai medici-traditori. Noi, in quanto personalità di spicco tra gli ebrei fedeli all’Unione Sovietica, respingiamo totalmente la propaganda americana e sionista che afferma che in questo paese c’è antisemitismo. Si tratta soltanto di una cortina fumogena per nascondere il loro tentativo fallito di assassinare dirigenti sovietici e deviare le critiche del mondo dalla questione dell’antisemitismo americano del caso Rosenberg e degli intenti genocidi americani contro la popolazione nera statunitense. Nell’Unione Sovietica, invece, il razzismo è vietato dalla costituzione e non esiste affatto».
Tra i firmatari della “Dichiarazione Ebraica” vi furono il già citato lo scrittore Grossman, l’accademico Isaac Mints (1896 – 1991), il fisico Lev Davidovic Landau (1908 – 1968) Premio Nobel nel 1962), il violinista David Ojstrach (1908 – 1974), il compositore Matveij Blanter (1903 – 1990) e altri ebrei di una certa fama.
A quanto si è detto, il piano di Stalin prevedeva che i medici dovevano essere giustiziati subito dopo l’emissione della condanna. Sarebbero stati impiccati nella Piazza Rossa, sulla Lobnoe mesto, una piattaforma di pietra circolare accanto al Cremlino, adoperata nel Medioevo per le esecuzioni. Poi sarebbero scoppiati degli incidenti: violenze contro ebrei, pubblicazione della “Dichiarazione Ebraica”, pubblicazione di lettere che chiedevano l’adozione di provvedimenti. Allora gli ebrei dell’URSS (l’87% dei quali era concentrato nelle grandi città: Mosca, Leningrado, Kiev, Odessa, Riga, Kharkov) sarebbero stati trasferiti in campi a est degli Urali.
Nel periodo di sei settimane intercorso tra l’annuncio del 13 gennaio e la morte di Stalin, si diffuse la notizia che si stavano approntando mezzi di trasporto sufficienti a spostare intere masse di persone. Tra i pochi ebrei che rimanevano nei gradi elevati degli organi di polizia, dei ministeri e dell’esercito, alcuni erano a conoscenza di particolari specifici relativi a vagoni merci vuoti che restavano fermi, in attesa, sui binari di raccordo. Un medico di rango elevato, che durante la deportazione delle otto nazionalità sovietiche era stato responsabile del controllo delle condizioni sanitarie sui treni utilizzati per le evacuazioni, nel 1952 venne a conoscenza dei piani per la deportazione degli ebrei. Il trasporto sarebbe stato organizzato con gli stessi criteri seguiti per le deportazioni del periodo bellico. Comunque, lo stesso sistema dei trasporti sarebbe stato ben presto depurato dalla presenza ebraica. Si dice che Stalin avesse ordinato di preparare nei maggiori nodi ferroviari per il febbraio 1953 un grande numero di carri bestiame; in realtà, data la complessità dell’operazione, le deportazioni non potevano avere inizio prima di aprile o maggio. Tra l’altro, erano state mobilitate squadre di funzionari dell’MGB per inventariare i beni che gli ebrei avrebbero abbandonato.
Secondo gli ebrei che videro i campi dopo il periodo di Stalin, erano stati costruiti baraccamenti appositi, puliti e nuovi. Vladimir Lifshitz, un tecnico ebreo che lavorò per la marina russa nella Siberia occidentale dieci anni dopo il complotto dei medici, il 9 novembre 1987 raccontò a Louis Rapoport di aver visto un campo mai utilizzato con file e file di baracche. Questo campo si trovava sugli altipiani non lontani da Barnaul, una cittadina nella regione del Kuzbass, a nordest del Kazakhstan e a sud di Novosibirsk e della zona petrolifera della Siberia occidentale. Quest’area, il doppio dell’Italia, era costellata da centinaia di campi di concentramento. Il campo che il tecnico e i suoi uomini avrebbero visitato era una città fantasma di baracche fatiscenti, che si estendeva su un paio di chilometri quadrati.
Nel 1956 furono trovati nel Birobidžan altri due campi simili a questo; altri baraccamenti, situati sull’isola di Novaja Zemlja, a nordest di Arcangelo, erano stati costruiti per diretto ordine di Stalin.
Si parlò anche di un grandioso piano di sviluppo per trasformare la Siberia in un impero industriale. Alle schiere di lavoratori in condizioni di schiavitù si sarebbero aggiunti circa due milioni di ebrei e altri due o tre milioni di nuovi prigionieri politici.
Tra le centinaia di migliaia di ebrei che già si trovavano nel Gulag c’era anche Iosif Berger (1904 – 1978), uno dei fondatori del partito comunista in Palestina, che all’inizio degli anni Trenta era tornato nell’Unione Sovietica dove era incappato nei rigori della Grande Purga. Berger si convinse che si stava progettando la liquidazione degli ebrei.
In ogni caso, erano già cominciati gli arresti e le retate. Alcuni ebrei, come il dottor Jakov Rapoport (1898 – 1996), che era stato arrestato a metà gennaio 1953, venivano coinvolti direttamente nel caso dei medici del Cremlino. Altri, come il dottor Solomon Nezlin, arrestato verso la fine di gennaio, furono collegati indirettamente al complotto attraverso un parente: il fratello era uno dei medici che avevano visto nel 1948 le cartelle cliniche di Zdanov. Anche i familiari di ebrei giustiziati, come Perec D. Markis (1895 – 1952, il letterato che aveva eseguito la lamentazione funebre ai funerali di Mikhoels), furono arrestati in seguito all’annuncio del 13 gennaio. La polizia segreta arrestò tutta quanta la famiglia Markish: David, la madre Esther, la sorella Olga, il fratello Simon, il cugino Juri. Condannati a dieci anni di confino, furono spediti nel Kazakhstan settentrionale su un vagone piombato. Sul medesimo vagone viaggiava anche Marija Iusefovic, moglie di un funzionario sindacale che aveva svolto attività nel Comitato Antifascista Ebraico. Il 30 e il 31 gennaio furono arrestati i familiari di altre personalità del Comitato Antifascista Ebraico: l’attore e condirettore del Teatro Yiddish di Mosca Benjamin Zuskin, sua moglie (l’attrice Eda) e la loro figlia; la famiglia di Leib Kvitko (1890 – 1952), scrittore ebreo, già membro del Comitato Antifascista Ebraico; la famiglia di David Bergelson (1884 – 1952), il poeta yiddish che era stato membro del Comitato Antifascista Ebraico. Furono arrestate anche le mogli dei medici del Cremlino.
Secondo Roy Medvedev (1925), Stalin progettava di deportare la maggior parte degli ebrei non in Siberia o nel Birobidžan , ma nelle regioni settentrionali del Kazakhstan, dove lo spazio per i due milioni di ebrei sovietici era più che sufficiente. Il solo campo di Karaganda, che si estendeva per più di 450 chilometri, poteva accoglierne una gran parte.
Nella zona intorno al villaggio di Karmacij, dove arrivò la famiglia Markis, c’erano già molti altri ebrei. Oltre a un’intera colonia di ebrei della Bessarabia, deportati dopo l’annessione della Bessarabia all’URSS, c’erano ebrei provenienti da Bukhara, da Kiev, da Odessa e da altre città.
Dopo l’annuncio del 13 febbraio, la campagna della stampa e della radio contro i “medici stranieri” e i “cani arrabbiati di Tel Aviv” proseguì ininterrotta. Un lungo saggio di Ladislao Carbajal, intitolato “La questione ebraica non esiste nella società socialista”, accusava il primo ministro israeliano Ben Gurion (1886 – 1973), il ministro degli esteri Moshe Sharett (1894 – 1965) e l’ambasciatore all’ONU Abba Eban (1915 – 2002) di essere ispiratori di un’attività spionistica che veniva sviluppata per conto degli USA e dell’Inghilterra.
La “Pravda” del 6 febbraio diede la notizia dell’arresto degli ebrei S.D. Gurevic e J.A. Taratuta. Fu arrestato anche il direttore del Teatro dell’Arte di Mosca, Igor Neznij, un vecchio amico di Mikhoels accusato di far parte del centro sionista diretto dal pianista Grigorij Ginzburg (1904 – 1961).
Tutto ciò indusse l’ebraismo statunitense a mobilitarsi in difesa degli ebrei dell’URSS. I dirigenti del B’nai B’rith (Nota 2) andarono al Dipartimento di Stato a esprimere i loro timori per la situazione dell’ebraismo sovietico. Un gruppo di quarantanove personalità ebreo-americane di grande rilievo il 12 febbraio rivolse un appello a Eisenhower affinché parlasse pubblicamente dei milioni di ebrei del blocco sovietico che si trovavano esposti a «una nuova epidemia di pogrom, ad aggressioni istigate dai comunisti»; il presidente americano veniva invitato a pronunciare una «solenne condanna pubblica e l’avvertimento che questo attacco contro il popolo ebraico costituisce un incitamento al massacro». Il 16 febbraio il senatore Robert C. Hendrickson (1898 – 1964) presentò la risoluzione numero 71 del Senato, firmata da lui e da altri due senatori, che paragonava “l’antisionismo” comunista all’antisemitismo nazista.
Alle parole si accompagnarono i fatti. Il 9 febbraio una violenta esplosione scosse il centro di Tel Aviv: un attentato distrusse la legazione dell’URSS, sicché rimasero feriti tre cittadini sovietici. L’attentato terroristico era opera della vecchia Banda Stern di Yitzhak Shamir. Tre giorni dopo, l’URSS ruppe le relazioni diplomatiche con Israele. Ben Gurion dichiarò alla Knesset che la rottura diplomatica faceva parte di una massiccia campagna diffamatoria sovietica, nuovo atto di una storia di quattromila anni di odio, calunnie, torture, distruzioni e massacri subiti dal popolo eletto.
Il 14 febbraio le “Izvestija” spiegavano che il funzionario del Dipartimento di Stato americano William Draper, aiutato dal Joint e dagli istituti bancari Dillon, Read e Harriman Bros., stava realizzando il piano segreto dell’ex ministro del tesoro Henry Morgenthau, del deputato Emanuel Celler e del senatore Jacob Javits, che consisteva nel fare di Israele la principale base antisovietica del Vicino Oriente. Tra gli uomini del Joint e Tel Aviv, diceva l’articolo, c’era «la feccia della società, trotzkisti, nazionalisti borghesi e cosmopoliti sradicati d’ogni sorta, che per un pugno di dollari hanno venduto il loro onore, il loro popolo e il loro paese».
«Ciò che provocò la collera di Stalin contro Israele – scrive François Fejtö (1909 – 2008) – non fu tanto il naturale filo-americanismo d’Israele, quanto le tumultuose simpatie filoisraeliane della popolazione ebraica dell’Unione Sovietica, quella passione per Israele che si espresse in maniera così significativa nell’accoglienza trionfale tributata al primo inviato del nuovo stato, la signora Golda Meir. Questo stato d’Israele, non era forse il coronamento dei lunghi e pazienti sforzi dei pionieri di Sion, tra i quali gli ebrei russi avevano avuto un ruolo di primo piano? Il giudaismo russo poteva giustamente considerare Israele come la realizzazione dei propri sogni, come una creatura del suo spirito e della sua carne. Agli occhi di Stalin, invece, questo entusiasmo, questa solidarietà senza riserve erano una sfida intollerabile al sovietismo, incompatibile sia con l’internazionalismo dottrinale che con la ragione di stato dell’Unione Sovietica, tesa da quel momento allo sfruttamento delle animosità arabe contro l’occidente, protettore d’Israele».
Il 30 febbraio il “Manchester Guardian” riferì che il ministro degli esteri sovietico Visinskij aveva invitato a Mosca uno dei peggiori nemici d’Israele, il Gran Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseyni (1895 – 1974), che si era rifugiato al Cairo dopo essere stato condannato per crimini contro l’umanità. L’invito venne formulato proprio il primo giorno della festa ebraica dei Purim.
Il regime di Tito organizzò il 27 febbraio a Belgrado una grande manifestazione di protesta contro l’antisemitismo sovietico. Gli oratori condannarono i sovietici perché calpestavano i diritti dell’uomo e accusarono il Cremlino di far incombere sugli ebrei dell’Europa orientale le «identiche possibili conseguenze estreme» già verificatesi sotto il dominio nazista.
A parte Lazar Moiseevic Kaganovic (1893 – 1991), che era l’ebreo sovietico di rango più elevato, il generale dell’NKVD (Nota 3) Lev Zacharovic Mechlis (1889 – 1953) era l’ultimo dirigente sovietico di origine ebraica che ancora fosse presente nelle gerarchie del regime. Mechlis aveva arrestato il proprio padre, un impiegato ebreo di Odessa, e aveva testimoniato contro di lui davanti ad un tribunale della polizia segreta. Secondo le memorie di Nikita Sergeyevich Khrushchev (1894 – 1971) assieme a Kaganovic aveva organizzato la morte di centinaia di migliaia, forse milioni di persone. In particolare, aveva epurato il corpo ufficiali. Nell’ottobre del 1950 era stato sollevato dal suo ultimo incarico, quello di ministro del controllo statale. Nell’ottobre del 1952, al XIX Congresso del PCUS (Nota 4), fu eletto nel comitato centrale. Dopo l’annuncio del complotto dei medici, Mechlis si allontanò di soppiatto da Mosca e andò a Saratov, dove si ammalò. Portato a Mosca per essere curato nell’infermeria dell’MVD (Nota 5) nel carcere di Lefortovo, vi morì, stando alla “Pravda”, venerdì 13 febbraio, per un attacco di cuore conseguente alla degenerazione del cervello e dei vasi del cuore e del sistema nervoso. Il cadavere di Mechlis venne cremato e le sue ceneri furono collocate nel muro del Cremlino.
Nel periodo del complotto dei medici, tutti i funzionari sovietici di alto rango che erano sposati con donne ebree furono sottoposti a pressione affinché divorziassero. Vi furono anche casi di divorzi fittizi, attuati allo scopo di passare indenni attraverso la tempesta.
Il maresciallo Kliment Efremovic Vorosilov (1881 – 1969, già nel 1940 sollevato dall’incarico di commissario per la difesa), che era sposato anche lui con un’ebrea, Ekaterina, si rifiutò di divorziare. Nel febbraio 1953 scacciò con la pistola alla mano quattro agenti dell’MGB che si erano presentati a casa sua (la più imponente e sontuosa tra le dacie dei grandi della Rivoluzione) per arrestare Ekaterina.

Nella foto Joseph Stalin e Kliment Voroshilov nel 1935.

Alla fine di febbraio, Vorosilov fu invitato a una riunione del Presidium in cui si sarebbe dovuto discutere del trasferimento degli ebrei. Alla riunione, Stalin rivelò i particolari del suo piano per combattere il “complotto imperialista e sionista” contro l’Unione Sovietica e disse che si rendeva necessaria l’immediata deportazione in massa nell’Asia centrale e nel Birobidžan. Quando ebbe terminato di parlare, tra la ventina di persone sedute intorno al tavolo delle riunioni cadde un silenzio totale. A un certo punto Kaganovic domandò con voce esitante se sarebbero stati deportati tutti gli ebrei sovietici senza eccezioni. Stalin rispose: «Un certo settore». Kaganovic non replicò. Molotov, la cui moglie era già scomparsa in territori lontani, osò dire che il trasferimento degli ebrei avrebbe avuto un impatto negativo sull’opinione pubblica mondiale; Mikojan annuiva. Intervenne allora Vorosilov, il quale affermò che un’azione del genere avrebbe destato nel mondo la medesima reazione che già c’era stata contro Hitler. Poi, con gesto teatrale, gettò la tessera del PCUS sul tavolo, dicendo che il piano di trasferimento violava l’onore del Partito e che lui non voleva appartenere a un’organizzazione come quella. Stalin gli gridò: «Compagno Kliment, deciderò io quando non sarai più autorizzato a tenere la tessera del Partito»! E si infuriò a tal punto, che ebbe una crisi e crollò al suolo.
Il 22 e il 23 febbraio la campagna contro i nemici del sistema sovietico rallentò improvvisamente. Dopo il 25 febbraio non si ebbero più notizie di arresti di elementi ebraici. La campagna si interruppe il 1 marzo; il 2 marzo, per la prima volta dal 13 gennaio, la “Pravda” non parlava più dei medici avvelenatori.
Non meno di trentasei ore dopo che il cuore di Stalin aveva cessato di battere, alle 7 del mattino del 4 marzo Radio Mosca annunciò al mondo che il Padre dei popoli dell’URSS era gravemente malato. «Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e il Consiglio dei ministri dell’Unione Sovietica annunciano la disgrazia che ha colpito il nostro Partito e il nostro popolo: la grave malattia del compagno Iosif Visarionovic Stalin».
La guerra di Stalin contro gli ebrei era finita.

 

Note:
1: La prima moglie di Poskrebysev era un’ebrea e nel 1949 Stalin lo aveva invitato a divorziare. Una notte, tornato a casa, non trovò più la moglie. Si rivolse a Stalin, il quale gli disse: «Hai bisogno di una moglie? Ne avrai una nuova». Rientrato a casa quella sera, Poskrebysev aveva trovato ad attenderlo quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie, una russa autentica.
2: L’Ordine Indipendente B’nai B’rith (in ebraico: בני ברית, “figli dell’alleanza”) è una loggia ebraica nata nel 1843 durante la presidenza di John Tyler ed ancora esistente ed attiva. La sua missione è quella di fare beneficenza verso i poveri.
3: Il Commissariato del popolo per gli affari interni, noto anche con l’acronimo NKVD fu un dicastero attivo nella Russa sovietica dal 1917 al 1930 e poi, riorganizzato a livello centrale, in Unione Sovietica dal 1934 al 1946.
4: Il Partito Comunista dell’Unione Sovietica, noto anche con l’acronimo PCUS è stato un partito politico di orientamento marxista.
5: Il Ministero degli Affari Interni era un ministero del governo nell’Unione Sovietica. La MVD, un’agenzia succeduta al NKVD, fu istituita nel marzo 1946. A differenza del NKVD, ad eccezione di un periodo di circa 12 mesi, da metà marzo 1953 fino a metà marzo 1954, il MVD non includeva le unità (agenzie) interessate attività segreta (politica), quella funzione assegnata al Ministero della Sicurezza dello Stato (MGB), dal marzo 1954 al KGB.

 

Per approfondimenti:
_Soviet Jewry: A new Estimate, “Jewish Chronicle”, 23 ottobre;
_David Dallin e Boris Nikolaevskij, Il lavoro forzato nella Russia sovietica, Sapi, Roma, 1949;
_Roy A. Medvedev, Lo stalinismo, Mondadori, Milano 1972;
_Svetlana Alliluyeva, Soltanto un anno, Mondadori, Milano 1969;
_Ariè Eliav, Tra il martello e la falce, Barulli, Roma 1970;
_Robert Conquest, Power and Policy in the USSR. The Study of Soviet Dynastics, Phaeton, New York 1975;
_Meir Cotic, The Prague Trial: The First Anti-Zionist Show Trial in the Communist Bloc, Herzl Press, New York 1987;
_Camil Ring, Stalin le aveva detto, ma…, Mondadori, Milano 1953;
_B. Z. Goldberg, The Jewish Problem in the Soviet Union: Analysis and Solution, Crown, New York 1961;
_Louis Rapoport, Stalin’s War against the Jews, The Free Press, New York 1990;
_J. Berger, Shipwreck of a Generation, Harvill Press, London 1971;
_François Fejtö, Gli ebrei e l’antisemitismo nei paesi comunisti, Sugar, Milano 1962;
_Arthur Koestler, Lo yogi e il commissario, Liberal Libri, 2002.

 

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Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni

Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni

di Giuseppe Baiocchi del 10/10/2018

Probabilmente nessun uomo politico più di Charles Maurice Talleyrand è riuscito ad attraversare indenne cambiamenti epocali come quelli intercorsi tra la Rivoluzione francese, il regime napoleonico e l’età della restaurazione, riuscendo sempre a trarre vantaggio da ogni circostanza, e senza mai perdere il ruolo da protagonista che era stato capace di costruirsi nel corso degli anni.

François Gérard, Charles-Maurice, Principe di Talleyrand (particolare),1808.

Nacque nel 1754 da una importante famiglia della nobiltà francese, dove l’impresa della casata intitolava Re qué Diou (nient’altro che Dio): zoppo dalla nascita a causa di un incidente, per camminare dovette sempre ricorrere ad una ingombrante protesi metallica, e a causa di questo non poté intraprendere la carriera militare, da sempre intrapresa dai membri della sua famiglia.
I familiari decisero dunque di avviarlo alla carriera ecclesiastica, dove avrebbe, secondo loro, trovato riparo dalle difficoltà che la sua malformazione gli avrebbe senza dubbio procurato. Nel 1779 venne ordinato sacerdote e grazie al suo alto rango ricoprì da subito posizioni di grande rilevanza: fu dapprima nominato abate di Saint-Remy a Reims, e successivamente, nel 1788, divenne vescovo di Autun. Tutto questo, nonostante il suo comportamento fosse tutt’altro che irreprensibile: egli amava infatti la bella vita, frequentava i salotti dell’aristocrazia e intratteneva regolarmente rapporti amorosi con diverse donne sposate. Ma per capire l’Io del personaggio in questione, bisogna innanzi tutto carpirne lo stato d’animo: egli è appartenuto all’epoca del “piacere di vivere”, dove ha conosciuto le raffinatezze o gli eccessi di quel bel mondo, il danaro, i sensi, l’amore, il gioco, gli intrighi d’alcova, il tutto rivestito da una vernice di eleganza che pareva salvare ogni cosa ed era invece la peggiore delle corruzioni. Ma da questo a tradire – per assicurarsi una fortuna – la sua classe, gli amici, il re, Dio, la distanza è grande; bisogna che in questa serie di tradimenti si intraveda la vendetta di un grande delitto di cui ha creduto di essere vittima. Ad un suo caro amico asserirà: «Vogliono fare di me un prete ebbene, vedrete che faranno di me un pessimo soggetto! Se ne pentiranno! Mi hanno costretto ad essere sacerdote». Qui è il suo intimo segreto: il sacramento ricevuto senza la fede e nella ribellione del cuore ha plasmato, de facto, un individuo costretto per tutta la sua vita a fare di necessità virtù.
L’incontro con il duca Étienne François di Choiseul (1719 – 1785), relegato da quattordici anni in un superbo esilio confinato a Chanteloup, lo segnerà sotto il profilo geopolitico. L’antico politicante francese lo istruì nell’arte del “grande giuoco” della diplomazia dell’Ancien Regime. In particolar modo il duca di Choiseul aveva da sempre preferito il rovesciamento delle alleanze in favore del Regno di Francia, rompendo con la politica che da secoli metteva i Borboni contro la casa d’Austria. Difatti con l’appoggio dell’ex nemica, l’Austria, il diplomatico aveva preparato la rivincita delle disfatte francesi nella Guerra dei sette anni (1756 – 1763); e, per abbattere la grandezza sempre più abbagliante dell’Inghilterra, aveva legato con un “patto di famiglia” i príncipi Borboni di Francia, di Spagna e d’Italia.
Talleyrand da uomo acuto quale era non mancò di cogliere l’ennesimo consiglio del vecchio duca, riguardante il futuro assetto politico della Francia che andava mutando nella nuova epoca.
Da mezzo secolo la Chiesa, davanti ai progressi ogni giorno crescenti nella filosofia, perdeva prestigio di lustro in lustro; il nuovo Regno avrebbe sopportato che un prete la governasse? Questo l’interrogativo. La Francia dopo cinque ministri cardinali: Richelieu, Mazarino, Dubois, Fleury e Bernis; sembrava aver terminato il tempo per un uomo di Chiesa al potere, seppur questo – si raccomandava Choiseul – doveva continuare ad essere un uomo di Corte.
Successivamente, anche le sue scelte politiche contrasteranno notevolmente col ruolo da lui ricoperto: allo scoppio della rivoluzione francese, egli entrò a far parte dell’Assemblea Costituente.
Il passaggio di campo non è casuale, difatti il vescovo si iscrive a tutte le grandi logge massoniche, prima quella dei Philalèthes (culla del Club dei Giacobini), successivamente entrerà a far parte degli Amis réunis, che già raccoglieva i futuri protagonisti della rivoluzione. Lo storico Louis Madelin (1871 – 1956) ne trae una descrizione spietata: «Périgord dal cuore freddo, dall’anima tanto chiusa, calcolatore sempre curvo sui propri calcoli, politico sempre intento alla sua politica, pieno di circospezioni e cautele […] era di quelli che sfruttano l’amicizia, come l’amore, per la soddisfazione di un’ambizione fatta soprattutto di cupidigia».

Da sinistra: Il giuramento di La Fayette alla Fête de la Fédération, 14 luglio 1790. Talleyrand, allora vescovo di Autun, può essere visto all’estrema destra. Scuola francese, XVIII secolo. Musée Carnavalet. A destra: Festa della federazione al Campo di Marte, 14 luglio 1790. Incisione su legno di Helman, da una foto di C. Monet, Pittore del Re.

Fu proprio lui a proporre e a far approvare la decisione di confiscare i beni della Chiesa – grazie ai quali si arricchì notevolmente – provocando lo sdegno della sua diocesi che così affermava: «La vostra apostasia non ha sorpreso nessuno […] Giunto a quel punto di obbrobrio dove nulla può avvilire né denigrare nell’opinione pubblica, non dovevate avere altra aspirazione che quella di perfezionare la vostra iniquità e di raccoglierne i frutti. L’infamia in questo mondo, la dannazione nell’altro: quale retaggio, gran Dio! Ed è vescovo della nostra Santa religione, è un successore degli Apostoli che vorrebbe trascinarci con sé nell’abisso»!
Talleyrand fu anche uno dei promotori della Costituzione Civile del clero che, in pratica, faceva dei preti che l’accettavano dei dipendenti dello Stato. La costituzione civile non fu ideata da Talleyrand, ma egli lavorava per attuarla, dando vita alla chiesa scismatica che ne era nata. Poiché il giuramento era obbligatorio, era logico che anche egli andasse a giurare. Lo fece senza chiasso; all’inizio della seduta del 28 dicembre 1790, mentre pochissimi deputati erano ai loro posti, raggiunse furtivamente la tribuna e, a voce bassa, prestò giuramento, come se sbrigasse una formalità senza importanza. Egli consacrò anche i primi due vescovi fedeli alla Costituzione, e proprio per questo, nel 1791 Pio VI, con il breve Quod aliquanta caritas (10 marzo), espresso il dolore che gli procurava l’atteggiamento del vescovo di Autun, lo dichiarava, in séguito alla sacrilega cerimonia del 24 febbraio, sospeso e scomunicato.
Parallelamente la sua famiglia naturale lo rinnegava: lo zio, arcivescovo di Reims, avendo rifiutato di giurare, era partito in esilio.
In seguito a queste condanne morali, risponderà da principe di Benevento: «Ho saputo che alcuni, non in quest’epoca, ma dopo la restaurazione, trovarono che si fa male ad accettare impieghi in tempo di crisi e di rivoluzione, quando è impossibile fare il bene assoluto. Mi è sempre parso che ci fosse qualcosa di molto superficiale in tale modo di giudicare. Nelle faccende di questo mondo non bisogna fermarsi soltanto al tempo presente: quello che è si riduce sempre a poca cosa, quando si pensa che quello che è produce quello che sarà; e, in verità, per arrivarci, bisogna pur mettersi per strada! […] Si accetta, non già per servire uomini o cose che spiacciono, ma per utilizzarli a vantaggio dell’avvenire. […] editore responsabile delle opere altrui. […] la vera grandezza sia quella che si limita da sé, la vera forza quella che si modera».
Successivamente, fu accusato di complicità con Luigi XVI e condannato a morte dalla Convenzione. Decise così di fuggire negli Stati Uniti, dove rimase per alcuni anni, guadagnandosi da vivere facendo l’agente immobiliare. Ritornò in Francia nel 1796, grazie all’intervento dei suoi amici, che convinsero la Convenzione ad annullare la sua condanna.
Dopo la morte di Robespierre e la fine del Terrore, ottenne un posto come ministro degli Esteri nel nuovo governo del Direttorio. Nello stesso periodo conobbe Napoleone Bonaparte: Talleyrand è troppo astuto e, d’altra parte, troppo bene informato, per non avere da mesi scorto nel vincitore di Rivoli, nel negoziatore di Loeben, l’uomo del domani. Tra i due nacquero subito stima e simpatia, così, dopo la presa di potere di quest’ultimo, Talleyrand ricoprì un ruolo molto importante all’interno dell’entourage del generale. Anche Napoleone ha scorto via via con maggior chiarezza, in questo gran signore traviato, una superiorità di spirito e di vedute della quale, ignorando ancor molto della politica, intende servirsi. Il generale, appena arrivato nel suo palazzo e prima ancora di aver avvisato il direttorio, aveva per mezzo di un messaggero chiesto un immediato colloquio al cittadino Talleyrand-Périgord. Al primo incontro, scriverà l’ex abate: «Bonaparte mi parve avere un aspetto molto simpatico: venti battaglie vinte stanno così bene alla giovinezza, a un bello sguardo e ad una specie di stanchezza. Qui c’è dell’avvenire»! Egli insistette sul piacere che aveva provato nel corrispondere con una persona tanto diversa dagli altri del direttorio. Uscirono dallo studio a braccetto.
Ancora dalle parole di Madelin: «L’ex vescovo non ha mai visto nella repubblica, proclamata nel 1792, altro che un increscioso espediente; è rimasto monarchico in tutte le sue fibre; ma non ha mai pensato alla possibile restaurazione del trono dei Borboni. Anche se lo stesso console fosse stato disposto a farsi il “Monk dei gigli”, la nuova Francia avrebbe rifiutato di seguirlo in questa impresa. Troppi interessi sarebbero stati minacciati, troppe teste in pericolo; interessi potenti, teste eminenti nello Stato: dalla massa dei “compratori di beni nazionali” al gruppo ancora influente dei “regicidi”, un mondo intero da barriera, deciso a tutto piuttosto che a sopportare il ritorno del fratello di Luigi XVI è degli emigrati armati delle loro rivendicazioni, avidi di rappresaglie. Talleyrand non è “compratore”, né “regicida”; è tuttavia tra i più compromessi: è l’uomo che […] la corona trattava da ribelle, la nobiltà da disertore e la chiesa da apostata».
Difatti i Borboni non nascondono verso di lui, sentimenti di ostilità e odio: il vescovo di Arras, Conzié, ministro del Re in esilio, arrivato a Parigi per “trattare” una restaurazione per mano di Napoleone, così si esprimeva su Talleyrand: «se rientriamo in Francia, evidentemente egli non vi potrà restare, ma io gli garantisco un salvacondotto per il Paese straniero che preferirà».
Non a caso l’ex vescovo di Autun si espresse, in forma molto diplomatica verso Bonaparte, sempre in negativo verso un’eventuale ritorno di Luigi XVIII. Però, sia pure ripudiando i Borboni, rimane monarchico. Nessuno più ardentemente e più prontamente di lui ha desiderato avviare il giovane soldato verso un trono restaurato. Dietro ovviamente c’è un interesse squisitamente geopolitico, difatti come amava citare il generale Bonaparte «si sopprime solamente quello che si sostituisce». Finché fosse esistita una repubblica, anche unicamente nominale, era possibile un ritorno della monarchia borbonica; questa restaurazione sarebbe diventata infinitamente più difficile se, rialzato il trono, un’altra dinastia vi fosse instaurata, dando soddisfazione allo spirito fondamentalmente monarchico del Paese.
Per allontanare Napoleone dalla dinastia, Talleyrand si macchiò di uno spregevole delitto, passato alla storia come “l’uccisione del duca di Enghien”.
La cospirazione vandeana Cadoudal-Pichegru-Moreau (1803), mirante il rapimento ed eventuale uccisione del Primo Console, fallita a causa dell’intervento della polizia segreta di Napoleone, si pensa sia stata fomentata dai Borboni, ma non si hanno prove e soprattutto non si è riuscito a catturare nessun cospiratore legato alla famiglia reale.
Talleyrand il 1°marzo, segnala a Bonaparte la presenza a Ettenheim, nel granducato di Baden, a qualche lega da Strasburgo, di un altro Borbone, Luigi Antonio, Duca di Enghien (1772 – 1804), nipote del principe di Condé; il giovane principe tenta, insinua Talleyrand, di sollevare con i suoi emissari la vicina Alsazia. Il duca venne rapito il 15 in spregio a qualsiasi regola; il 20 imprigionato a Vincennes dove veniva giustiziato nella notte dal 20 al 21. L’uccisione del duca di Enghien era stato per Talleyrand l’affare che faceva definitivamente allontanare il generale còrso da qualsiasi possibilità di restaurazione borbonica, in quanto si era macchiato di un vero e proprio delitto, fucilando un innocente.

Jean-Paul Laurens, Il Duca di Enghien nei fossati di Vincennes (particolare),1873.

Sotto il lato geopolitico Talleyrand è un cinico spietato, ma ha ragione: la Francia dalle sue vittorie, non ha tratto un sistema meditato e questa Europa monarchica si sarebbe unita continuamente contro un Paese repubblicano che, non contento di ingrandirsi all’eccesso, pretendeva in nome di principì proclamati, di demolire, tutti gli Stati. Tra la rivoluzione e i troni il duello è a morte; può, in alcuni momenti venir meno, ma non potrà aver fine se non il giorno in cui uno dei due avversari sarà stato definitivamente eliminato. Nulla di più contrario alla tradizione diplomatica del vecchio regime, quanto una lotta a morte, come nulla vi è più contrario delle conquiste smisurate e troppo presto effettuate. La grande politica internazionale è un giuoco che dura da secoli; da un Luigi XI a un Richelieu, da un Richelieu a un Choiseul e fino a un Vergennes, lo statista francese che ha conosciuto il suo mestiere si è adattato al sistema, mandando avanti i suoi pezzi a destra, a sinistra, senza mai scompigliare la scacchiera, facendo rimanere il grande giuoco, sempre libero.
Dunque possiamo definire questo singolare personaggio storico un servo della Patria o un uomo senza scrupoli? Se da un lato entrambe le ipotesi non possono essere scartate, dall’altro lato della medaglia, Talleyrand usava il potere per arricchirsi smisuratamente.
Nessun ministro più di lui ha avuto danaro dalle sue funzioni, dalle sue azioni, dai suoi gesti, dai suoi successi e perfino dalle sue delusioni. Alla sua nomina al ministero sotto il direttorio affermò con foga: «Abbiamo il posto: bisogna trarne una fortuna immensa, una immensa fortuna»! Egli d’altro canto dirà sempre che perduto il posto, non vuole domandare l’elemosina, ma bisogna rifare un po’ di fortuna per non trovarsi nel bisogno in una continua dipendenza. Era nato gran Signore, ma con una fortuna relativamente mediocre. Gli piaceva la vita larga, più che larga; la vita nella quale si può spendere senza contare. In gioventù aveva preso le abitudini più costose: le donne, il mangiar bene, il tenore di vita e soprattutto il gioco che divora. Nessuna avarizia nella sua cubidigia; l’oro è fatto per circolare: nascerà il mito degli “zuccherini di Talleyrand”. Mezza Europa ne parlava. In realtà, pareva, non avere mai denaro, rovinandosi di continuo; appena conseguiti i primi grossi guadagni lo si era veduto, sotto il direttorio, comprare palazzi e ville, concedersi una scuderia, condurre vita spettacolare. Sotto il consolato aveva acquistato un palazzo in Via d’Auteuil, un’altra a Passy, due belle “folies” dove dava feste sontuose. Gli mancava però una proprietà veramente signorile e fu proprio il primo console a procurargliene i mezzi: uno dei prefetti del palazzo consolare, Legendre di Luçay, propose il suo castello e la sua tenuta di Valençay, diventati per lui troppo gravosi. Ne chiedeva 1.600.000. Talleyrand dichiarava di non poter pagare una cifra tanto cospicua, così Bonaparte dichiarò che avrebbe partecipato con molta larghezza all’acquisto pagando quasi tutto. Il ministro ci guadagnò una magnifica tenuta che si estendeva su ventitré comuni del dipartimento dell’Indre: 19.472 ettari di bosco e di terre, uno dei più bei parchi di Francia e quel castello storico che ricollocava Talleyrand, un tempo decaduto, in una signoria principesca, dove un giorno sarà sepolto.
Ma dopo l’incoronazione di Napoleone a Imperatore (1804) i due cominciarono ad allontanarsi, per divergenze politiche e personali.

Dal 1799 al 1807 Talleyrand fu ministro degli esteri di Napoleone I. Alla cui incoronazione il pittore Jacques-Louis David lo mise alle spalle di Cambacérès (da sinistra a destra) e del maresciallo Berthier (nel dipinto “incoronazione di Napoleone”).

Il suo intuito politico gli fece inoltre prevedere che, continuando su quella strada, Napoleone si sarebbe rovinato; cominciò così ad accordarsi segretamente coi suoi nemici – in particolare l’Austria di Metternich e la Russia si Alessandro I – in modo da poter uscire indenne da una sua eventuale sconfitta. Da questo momento, egli diventerà uno dei principali oppositori dell’Imperatore. Ciononostante, egli stette bene attento a non rompere definitivamente; anzi, quando il sovrano chiamava Talleyrand era sempre pronto a rispondere e ad elargirgli i suoi consigli.
Celebre fu una sfuriata dell’Imperatore dei francesi, durante un ristretto consiglio al quale assistevano, con alcuni ministri, i dignitari presenti a Parigi. Napoleone camminando su e giù, come era sua abitudine, con le mani dietro la schiena, si sfogò: «Quelli che io ho fatto gran dignitari o ministri cessano di essere liberi nei loro pensieri e nelle loro espressioni. Possono essere soltanto gli organi della mia volontà. Per costoro il tradimento è già cominciato quando si permettono di dubitare; tale tradimento è completo se dal dubbio arrivano fino al dissenso. […] Ladro! Siete un ladro! Siete un vigliacco! Un uomo senza fede. Voi non credete in Dio; per tutta la vita avete mancato a tutti i vostri doveri; avete ingannato, tradito tutti; per voi non c’è nulla di sacro; vendereste vostro padre. Vi ho colmato di favori e non c’è nulla di cui non siate capace contro di me! E così, da dieci mesi, avete spinto l’impudenza, poiché supponete a torto che i miei affari di Spagna vadano male, fino a dire a tutti che avete sempre biasimato la mia impresa contro questo regno, mentre siete stato voi a darmene la prima idea e a spingermi con insistenza. E quell’uomo, quel disgraziato! (Tutti capirono che si trattava del duca di Enghien). Da chi sono stato avvertito sul luogo della sua residenza? Chi mi ha spinto a infierire contro di lui? Quali sono dunque i vostri progetti? Che cosa volete? Che cosa sperate? Abbiate il coraggio di dirlo. Meritereste che vi spezzassi come un bicchiere! Ho il potere di farlo, ma vi disprezzo troppo per prendermi tanta briga. Perché non vi ho fatto impiccare alle cancellate del Carrousel? Ma ce n’è il tempo ancora! Ah ecco, siete della merda in una calza di seta! Sappiate che se una rivoluzione sopravvenisse qualsiasi parte vi aveste presa, essa vi schiaccerebbe per primi».
Tutti gli occhi erano fissi sul principe, che per qualche minuto continuò a restare immobile e muto. Si diresse finalmente, a sua volta, col suo passo zoppicante, verso la porta. In quel momento, si racconta, prima di varcare la soglia, voltandosi verso i colleghi costernati, disse con voce bianca: «Peccato, signori, che così grand’uomo sia talmente mal educato»! Piccola rivincita del “gentiluomo nato” sopra “l’arrivato”.
Bonaparte impone con la forza anche l’allontanamento da Parigi della moglie di Talleyrand, Catherine Noele Grand (1762 – 1834), a causa della sua condotta licenziosa: è pubblicamente l’amante del duca di San Carlos.
Nel 1814 dopo che Napoleone, ormai sconfitto, aveva dovuto firmare l’atto di resa, egli riuscì di nuovo a rimanere sulla cresta dell’onda: fu eletto infatti tra i cinque membri del consiglio che avrebbe avuto il compito di preparare una nuova costituzione per la Francia.
A maggio salì al trono Luigi XVIII. Il nuovo sovrano, vista la mancanza di politici dotati dell’abilità necessaria, offrì a Talleyrand il ruolo di ministro degli esteri, con lo specifico incarico di negoziare con le potenze vincitrici le condizioni per la pace. Ecco che all’apertura del Congresso di Vienna, un personaggio dal passato così compromettente si ritrovò invece tra i protagonisti assoluti di questa nuova fase della storia europea.
Fu grazie al suo abile operato che il principio di legittimità divenne uno dei cardini del Congresso di Vienna e in forza di esso la Francia borbonica poté evitare sanzioni e sedere al tavolo dei vincitori.
Nel febbraio 1815, a Congresso ancora in corso, Napoleone fuggì dall’Elba e cominciò a radunare un esercito per riprendersi il potere. Subito il generale offrì a Talleyrand il ministero degli Esteri, ma quest’ultimo lo rifiutò. Secondo alcuni storici, sarebbe stato infatti proprio lui, di comune accordo con Metternich, a organizzare la fuga di Napoleone, in modo da dare una scossa alle trattative di Vienna, che stavano attraversando una fase di stallo.

Fu grazie alla sua abilità che la Francia fu preservata come una grande potenza – qui in una conversazione con gli statisti tedeschi (da sinistra a destra) Montgelas, Hardenberg, Metternich e Gentz.

Anche qui si nota la complicità con Metternich: tutti e due nobili ancien régime, avventuratisi nell’enorme scompiglio che la rivoluzione francese aveva scatenato, tutti e due diplomatici nati e creati per tutte le astuzie del mestiere – la menzogna elegante e gli aspetti mascherati con grazia – tutti e due capaci di dissimulare sotto la maschera della cortesia più raffinata una feroce sete di affari e, con atteggiamenti grandiosi, il disprezzo della morale comune; tutti e due, infine, animati dalla stessa avversione per le nuove dottrine, i nuovi costumi, le nuove maniere e per il soldato “male educato” che ha definitivamente fatto entrare questi sistemi nella politica internazionale. Aggiungiamo che, fatti per capirsi, sono anche fatti per mettersi d’accordo poiché – allievi dei diplomatici dell’età precedente, l’uno nipote del cancelliere Kaunitz, l’altro discepolo del duca di Choiseul (i due fautori del famoso “rovesciamento” del 1759) sono rimasti fermi al “sistema” che sotto Luigi XV e Luigi XVI ha unito Francia e Austria.
Nel 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans (1773 – 1850) diviene re dopo la Rivoluzione di Luglio che defenestra Carlo X di Borbone, conte d’Artois (regno 1824 – 1830). Il nuovo sovrano, dietro la cui ascesa si intravede ancora la mano onnipresente del “Diavolo zoppo”, nomina Talleyrand ambasciatore straordinario a Londra con lo scopo di rassicurare gli altri Paesi europei, sotto la dipendenza nominale del ministro degli esteri Molé al quale naturalmente il principe di Benevento si guarda bene dall’obbedire. Come diplomatico contribuisce in modo determinante all’indipendenza del Belgio, che il Congresso di Vienna, contro il suo parere, aveva annesso ai Paesi Bassi: reagendo alla sollevazione in armi dei belgi, riesce a far indire una Conferenza a Londra fra le grandi potenze che sancisce l’indipendenza del Belgio. I riottosi Paesi Bassi tentano l’occupazione armata del nuovo Stato, ma Talleyrand riesce a far votare all’assemblea francese la decisione di intervenire militarmente nel caso accadesse, inducendo i Paesi Bassi al ritiro. Potrà così permettersi anche di far salire al trono belga il suo candidato, il principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo-Gotha. Il suo ultimo successo politico prima del suo ritiro è la firma di una quadruplice alleanza fra Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo.
Morì nel 1837, dopo aver ricoperto vari incarichi per il nuovo governo della monarchia costituzionale degli Orléans. Nei suoi ultimi istanti ricevette i sacramenti religiosi, tanto che la nobiltà parigina commentò ironicamente che era riuscito a negoziare anche il suo ingresso in Paradiso.
Non c’è dubbio che la figura di Talleyrand sia fortemente discutibile dal punto di vista morale ed egli d’altro canto amava ricordare come: «Voglio che per secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di quello che ho pensato, di quello che ho voluto». Tuttavia, si deve riconoscere che, nonostante tutto, egli è stato sicuramente uno dei più grandi politici della sua epoca. Ma oltre all’intelligenza, ad un uomo politico che governa si chiede un elemento di cui Talleyrand, per le problematiche datogli dai voti ecclesiastici, non possedeva: la sensibilità che li rende umani e una coscienza legata ad un grande ideale che li ponga su un piano di superiorità rispetto al resto. Maurizio di Talleyrand già da molto tempo aveva soffocato la coscienza con lo spirito, portando quest’ultimo verso caratteri di assolutezza. Per oltrepassare il suo livello ed essere nella gerarchia dei “grandissimi” gli sono mancati il cuore elevato e l’osservanza dei grandi doveri; in ultima analisi è stato una delle più rare intelligenze che l’Europa abbia mai incontrato sul suo cammino.

 

Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il Diavolo zoppo e il suo Compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, Marsilio, Venezia, 2015;
_André Castelot, La diplomazia del cinismo. La vita e l’opera di Talleyrand, l’inventore della politica degli equilibri dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione, Rizzoli, Milano, 1982;
_Louis Madelin, Talleyrand, Dall’Oglio, Milano, 1956;
_Antonio Sorelli, Talleyrand. Il ministro camaleonte, De Vecchi, Milano 1967.

 

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Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo

Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo

di Giuseppe Baiocchi del 02/09/2018

Quando si riflette sul senso legittimo delle unioni degli Stati pre-unitari, confluiti forzatamente sotto il futuro Regno d’Italia, si deve necessariamente analizzare l’importanza dello Stato Pontificio. Difatti quelle battaglie – combattute da uomini vigorosi, valorosi e cattolicissimi –, sono avvenute per difendere una causa non solo territoriale (non solo legittimistica, dato dal regime di legittimità che attraversava i secoli, esistendo da più di mille anni), ma soprattutto etica, in quanto lo Stato della Chiesa – essendo un ente politico di difesa alla libertà del Papa –, doveva consentire al Pontefice di insegnare alle genti i dettami del Vangelo e le indicazione del Magistero Ecclesiastico, senza influenze estere.

Papa Pio IX (in latino Pius PP. IX, nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878) è stato il 255º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 1846 al 1878. 163º e ultimo sovrano dello Stato Pontificio dal 1846 al 1870. Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica dopo quello di san Pietro. Fu terziario francescano ed è stato proclamato beato nel 2000.

Dopo la caduta dello Stato Pontificio (1870), la Santa Romana Chiesa è stata sempre più in balia del potere laico cavouriano del motto «libera Chiesa in libero Stato» e dei poteri civili fonte di quelli occulti, i quali portando un aumento considerevole di quella che molti storici affermano essere l’eresia «modernista» del secolo XX. Il modernismo si scatena anche per via dell’assenza di strumenti temporali dati al Papa per difendersi, poiché governa «un francobollo di terra», quello che in fondo era – prima dei patti Lateranensi (1929) – lo Stato della Chiesa. Pio IX (1792 – 1878) governa, dopo il 1870, una scrivania sopra la quale segretari male accorti, conniventi, possono coartare l’azione del Papa nella sua podestà magisteriale. La storia ci ha narrato efficacemente che tutto questo è avvenuto; addirittura l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini (1927 – 2012) cantò le lodi della caduta dello Stato Pontificio, parlando di «liberazione da un fardello»: un gesto da evitare, almeno per i tanti morti papalini, che hanno difeso la Roma millenaria dei Papi da certa invasione cattolica e straniera.
Prima dell’avvento del Risorgimento, di stampo massonico-liberale, il Pontefice non aveva mai avuto bisogno di un esercito ben organizzato, come quello del 1855-1870: difatti a nessuna potenza cristiano-cattolica sarebbe venuto in mente di invadere le terre pontificie. Per Pio IX tutto diventerà chiaro nel 1860, quando le legazioni romagnole a marzo e quelle marchigiane e umbre in novembre furono sottratte al potere dello Stato Pontificio. Difatti il piccolo esercito papalino, si componeva di circa ventimila uomini che all’epoca erano quasi tutti di lingua italica, tranne due reggimenti di Guardia Svizzera a lingua tedesca, ma con il diminuire del patrimonio territoriale di S.Pietro, scese anche il numero dei suoi soldati e nell’ultimo anno di pontificato non arrivava a 13.000 unità. Dal 1850 fu ri-organizzato nella sua formazione tattica e nella foggia uniformologica, seguendo il modello francese di Napoleone III, considerato il miglior esercito sul continente: era ben equipaggiato, ben istruito ed agguerrito.
Massimo generale, della Breccia di Porta Pia, fu il barone Hermann von Kanzler (1822 – 1888) proveniente dal Granducato di Baden (1806 – 1918). Egli è stato uno dei massimi condottieri dell’Esercito pontificio, nonché l’ultimo: dopo di Kanzler, non è stato elevato nessun militare al grado di generale (oggi il massimo grado delle Guardie Svizzere è colonnello). Per il badese la correttezza e l’onore di essere cattolici sono sempre stati posti al primo posto nella sua vita: l’essere fedele a Dio e alla sua Chiesa. Gentiluomo, abile generale, fervente cattolico: egli è stato un personaggio coltissimo e una delle più nobili figure della Roma Papale.

Nella foto del 1860 Hermann von Kanzler. Tra le Onorificenze pontificie ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno, Medaglia commemorativa della restaurazione dell’autorità pontificia, Medaglia di Castelfidardo, Croce di Mentana, Medaglia dell’assedio di Roma. Per Onorificenze straniere ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie), Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie), Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia).

Figlio di Markus Kanzler e Magdalena Krehmer, nasce a Weingarten il 28 marzo del 1822 e trascorre la giovinezza a Bruchsal e nella vicina Mannheim, completerà i suoi studi. Successivamente decide di intraprendere la carriera militare, presso l’accademia di Karlsruhe, uscendone come Sottotenente del IV Reggimento fanteria. Promosso Tenente il 25 maggio del 1841, nel gennaio del 1844 si dimette dall’esercito granducale per essersi rifiutato, come cattolico, di battersi a duello con un collega sfidante. A seguito delle dimissioni deciderà di soggiornare per alcuni mesi in Inghilterra, dove – da uomo colto quale era –, apprende la lingua che parlerà insieme all’italiano, al francese e allo spagnolo. Tale caratteristica deve porci la riflessione di come Kanzler, sapendo ben cinque lingue, si prestasse già naturalmente ad entrare nell’esercito Pontificio, da sempre di carattere e caratura internazionale.
Così il primo settembre del 1845, ripresa la carriera militare, si pone al servizio del Papa-Re, venendo promosso Sottotenente il 12 marzo del 1847: è lo stesso anno in cui si unisce in matrimonio con una delle donne di spicco dell’aristocrazia bolognese, Letizia Piepoli. La loro storia d’amore non era destinata ad essere fortunata: la Piepoli morirà appena un anno dopo, nel parto per mettere alla luce suo figlio, che seguirà sfortunatamente anche la madre. Il trauma per la doppia perdita è per Kanzler molto dura e per superare l’evento si getterà a fondo nelle vita militare, dove tra il 1848 e il 1854, parteciperà a diverse battaglie per la difesa dello Stato Pontificio, le quali lo faranno avanzare di grado e insignirlo dei cavalierati di San Gregorio Magno e di San Silvestro, diventando Colonnello il primo maggio del 1859. Sempre a Roma conoscerà la sua seconda moglie, la contessa Laura Vannutelli, con la quale si unisce il 2 maggio 1860, vigilia della partenza del condottiero pontificio per le Marche, dove fino alla sede di Ancona lo seguì la consorte: donna di spiccata intelligenza che sarà sempre degna compagna, permettendogli anche negli anni successivi di estendere e mantenere le relazioni sociali adeguate allo status che avrebbe rivestito. Dalla loro unione nascerà Rodolfo von Kanzler (1864 – 1924), uno degli archeologi a capo della Santa Sede; fino al 1896 sarà membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e fu considerato il più abile conoscitore della topografia della Roma antica, avente un ruolo primario negli scavi sotto la Basilica di San Pietro e nelle catacombe.
Il 27 settembre di quello stesso anno Kanzler viene promosso Generale, mentre contrasta i moti insurrezionali contro i reparti italiani nelle Marche. Il 19 ottobre viene nominato comandante dei depositi di ogni arma esistente nella capitale. Il tedesco aveva in mano tutto l’armamento bellico dello Stato Pontificio. Cogliendo anche l’occasione della morte del generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 – 1865), Kanzler il 15 ottobre del 1865 viene promosso Tenente Generale, subentrando al belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), come Pro-Ministro delle armi. Tale scelta provenne direttamente da Pio IX, che aveva avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. In effetti egli, il cui ultimo impegno è stato quello di Ispettore della Fanteria, è l’uomo più adatto in quel determinato momento. Lavoratore instancabile e eccellente organizzatore, costituiva un punto di equilibrio tra le milizie indigene e estere di Santa Romana Chiesa, gestendo le due brigate comandate dal marchese Giovanni Battista Zappi (1816 – 1885) e quella del conte Raphael de Courten (1809 – 1904).
Il 15 dicembre il Papa approva il suo piano organico dell’esercito, che nei mesi successivi viene posto in applicazione, così da fornire milizie per garantire l’ordine pubblico e per proteggere le frontiere contro le truppe regolari sabaude, almeno fino all’arrivo dei rinforzi francesi di Napoleone III. Viene iniziata anche una decisa campagna contro il brigantaggio, favorito inizialmente per motivi politici, ma successivamente combattuto per via delle notevoli problematiche venutasi a creare per Pio IX.
Nel autunno del 1867 si arriva verso una nuova offensiva garibaldina, che non prende impreparato il suo esercito: sfruttando le nuove linee ferroviarie esistenti il generale rintuzza le puntate offensive dei volontari, attento parallelamente a non lasciare indifesa Roma. Fu il primo caso in cui la ferrovia veniva utilizzata come arma tattica per la guerra. Tale strategia diede il tempo alla Francia Imperiale di intervenire a difesa del Sommo Pontefice. Proprio l’aver lasciato truppe di Zuavi a Roma, si rivelerà fondamentale per la capitolazione del colpo di mano garibaldino, parallelo a Mentana, dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli. I due rivoluzionari con settanta compagni e due barche cariche di armi avevano disceso il Tevere, ma giunti presso il Ponte Milvio constatarono che nessuno era ad attenderli in armi: semplicemente il popolo romano non era insorto, poiché grazie alle riforme tecnologiche e infrastrutturali di Pio IX, quest’ultimo era apprezzato dalla popolazione di Roma. Si fermarono presso Villa Glori, dove furono assaliti il 23 ottobre del 1867 dagli Zuavi pontifici e furono sopraffatti dopo un lungo combattimento, anche all’arma bianca. 
Alla testa del suo esercito il 3 novembre a Mentana, insieme al generale francese Balthazar Alban Gabriel de Polhes (1813 – 1904), marcia verso le postazioni garibaldine a Monterotondo. L’esercito pontificio era costituito da truppe veterane molto motivate (erano volontari) e di prolungato inquadramento, numericamente di 3.000 uomini di cui 2.500 del corpo di spedizione francese. Quest’ultimo veniva composto da truppe regolari e truppe mercenarie: lo stipendio dei soldati prevedeva non solo una retribuzione economica (50 centesimi al giorno), ma anche il vitto e l’alloggio. I fucili papalini erano all’avanguardia poiché erano muniti del modello Chassepot 166, a retrocarica munito di otturatore e caricato a cartuccia di cartone. Il fucile permetteva di caricare ben 12 colpi al minuto: quasi il doppio di quelli italiani. La cavalleria, costituita da circa 150 dragoni e 50 cacciatori a cavallo, possedeva un’artiglieria di circa 10 pezzi. Kanzler proseguendo con i suoi uomini lungo l’antica via Nomentana – che darà nome poi alla città di Mentana -, in direzione Monterotondo, giungono in prossimità della tappa intermedia di Mentana nel primo pomeriggio.

Il generale badese Hermann Kanzler, passa in rivista le truppe di spedizione franco-pontificie dopo la battaglia di Mentana del 6 novembre 1867.

Di fronte alle sue truppe il villaggio si presenta sul lato di una collina a forma di promontorio, cinto da un muraglione con il fronte un antico castello medievale volto proprio verso la Nomentana. Alcune miglia a sud, tre compagnie di Zuavi pontifici vengono inviati lungo il Tevere, verso Monterotondo ed il fianco destro del fronte garibaldino. La colonna principale invece con i dragoni in avanguardia e i francesi in retroguardia prosegue verso l’obiettivo lungo la Nomentana. Kanzler punta quasi ad accerchiare l’esercito che in quel momento stava avanzando, prendendo un primo e inaspettata contatto con gli avamposti di Garibaldi, già a sud di Mentana mentre è in corso un trasferimento di volontari in direzione Tivoli. Li sospingono in una località denominata Vigna Santucci, a circa 1,5 chilometri a sud-est del villaggio. Qui la posizione è difesa da tre battaglioni di camice rosse, schieratesi a sinistra sul Monte Guarnieri e da destra nella fattoria della Vigna Santucci. Alle 14:00 del pomeriggio gli assalitori conquistano le posizioni e posizionano l’artiglieria sul Monte Guarnieri in vista del villaggio e del vicino altopiano. Garibaldi schiera l’artiglieria sull’altura nord: il Monte San Lorenzo e la gran parte delle truppe all’interno e intorno al villaggio murato dal castello in posizioni fortificate. Contro tali difese si infrangono i ripetuti assalti franco-pontifici con relativi contrattacchi, continuati fino all’inizio della notte. A questo punto viene programmato un incontro con un contrattacco di aggiornamento su entrambi i fianchi dello schieramento papalino, ma senza successo da parte dei garibaldini. Nel frattempo le tre compagnie di Zuavi che hanno marciato lungo il Tevere occupano la strada fra Mentana e Monterotondo, inducendo Garibaldi a recarsi personalmente sul luogo, lasciando l’esercito a difendere Mentana. Sarà a questo punto che la strategia di Kanzler colpisce nel segno: il corpo francese attacca le camicie rosse, sfondando le linee, inducendo i difensori alla rotta verso Monterotondo o verso il castello, dove si arrenderanno la mattina seguente. Garibaldi stesso ripiega nel Regno d’Italia con 5.000 uomini, inseguito fino al confine dai dragoni pontifici. Al termine della giornata i franco-pontifici hanno registrato 32 morti e 140 feriti, mentre i garibaldini 150 morti, 220 feriti e 1.700 prigionieri. Kanzler torna a Roma trionfante e viene accolto dal beato Pio IX come un eroe, rivolgendosi a lui con la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso: «Canto l’arme pietose e ‘l capitano/che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo./Molti egli oprò co ‘l senno e con la mano,/molto soffrì nel glorioso acquisto;/e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano/ s’armò d’Asia e di Libia il popol misto./Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi/segni ridusse i suoi compagni erranti».
La battaglia di Mentana, quindi, sancisce l’allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento insurrezionale garibaldino, assicura allo Stato Pontificio tre ulteriori anni di vita dei quali il Sovrano Pontefice profitterà per tenere il Concilio Vaticano I, nel giugno del 1868, fino al luglio del 1870, quando verrà sospeso a causa della presa di Roma da parte sabauda.
Pio IX riuscì anche ad approvare il Pastor Aeternus, una costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I sulla Chiesa di Cristo, approvata il 18 luglio 1870, che definì due dogmi della Chiesa cattolica: il primato papale e la sua infallibilità.
Le speranze di pace si concludono, dopo qualche mese, poiché il 20 settembre del 1870 il Regio esercito aprirà una breccia nelle mura Aureliane nei pressi di Porta Pia, segnando così la fine del glorioso Stato Pontificio. Seppur l’attuale storiografia ha scritto di una facile vittoria del generale sabaudo Raffaele Cadorna (1815 – 1897), i combattimenti furono cruenti. La mattina di martedì 20 settembre l’artiglieria sabauda inizia il cannoneggiamento: il Ferrero sparava in direzione dei Tre Archi e un quarto d’ora dopo l’Angioletti apriva il fuoco contro Porta San Giovanni. Seguirono subito dopo il Mazè de la Roche e il Cosenz con i loro tiri contro Porta Pia e Porta Salaria. Verso le 8:00 Roma, alla sinistra del Tevere, fu circondata da un cerchio di fuoco e di fumo e Cadorna, da Villa Albani, telegrafa a Firenze asserendo: «breccia tra Porta Pia e Salaria già bene inoltrata». Nel frattempo la Porta San Giovanni brucia, sebbene il sabaudo Angioletti sia tenuto lontano dai tiri della batteria pontificia di Daudier. Ai Tre Archi il muro, che sostiene il piccolo terrapieno su cui son posati i cannoni di difesa, si sta riducendo in frantumi: per gli artiglieri papalini il maneggio dei pezzi diviene impossibile e già durante tutta la notte, da questo lato, erano avvenute delle scaramucce, con morti e feriti da ambo le parti. A Porta Pia, fin dalle 6:45, dal “gabinetto del Ministro” Ungarelli si comunica che il maresciallo Sterbini ha segnalato al comando di piazza che «a Porta Pia è stato smontato un pezzo (ce n’erano due soli), e che detta posizione è in pericolo». Proseguendo con la cronaca, alle 8:13 da Santa Maria Maggiore il generale Zappi telegrafa: «Porta Pia perduta, nostra sezione artiglieria ritirata, cioè un pezzo smontato, l’altro mandato a Monte Cavallo, perché difenda la strada di Porta Pia, ove nemico ha impiantata artiglieria». Già alle 7:35 Girolamo Bixio (1821 – 1973), con un bombardamento nel quartiere della Lungara aveva innescato delle fiamme su tre diversi gruppi di case.
Eppure il generale Kanzler, sembra non prestar fede alle parole del Pontefice Pio IX, il quale aveva lasciato disposizione, tramite una lettera, di difendersi unicamente «a una protesta atta a constatare la violenza e nulla più», prescrivendo «di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone».

La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d’epoca.

La resistenza prosegue, poiché l’esito non sembrerebbe scontato: se i cannoni dei pontifici valevano poco, i loro fucili svedesi, i Remington Rolling Block, si palesavano di molto superiori ai Carcano di cui facevano uso i sabaudi; infine la conformazione dell’urbe e le difese riequilibravano parzialmente il dislivello numerico delle due compagini belliche. Dai ricordi dello scrittore Edmondo De Amicis, soldato del regio-esercito: «il fuoco dei cannoni pontifici, da quella parte, era già cessato: ma i soldati si preparavano a difendersi dalle mura. […] Gli Zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa molto danno».
Alle 9:30, dopo quattro ore di combattimento, il cuore di Pio IX sanguinava per il prolungato micidiale combattimento: conoscendo la fedeltà di Kanzler, non poteva sospettare che il generale, per decoro militare, intendesse resistere oltre. Il Papa comandò così, senza attendere l’avviso del generale badese, che fosse issata sulla cupola di San Pietro la bandiera bianca. Occorse del tempo prima che si riuscisse a comunicare l’ordine sovrano al colonnello Achille Azzanesi (1823 – 1888), il quale a sua volta lo trasmise al tenente Carletti. Quando alle 10:00 il dispaccio Azzanesi giunse, sulla cupola, da qualche minuto la bandiera bianca sventolava sull’asta della croce dominante la basilica e alla breccia il fuoco cessò alle 10:10, quando un ufficiale, spedito dal de Tourssures, ebbe innalzata la bandiera bianca.
Da una parte all’altra si era combattuto con grandissimo vigore e non pochi morti giacevano sul terreno, ma le truppe che avevano superato la breccia – oltre ai prigionieri Zuavi di villa Bonaparte, nelle cui adiacenze si era aperto il varco -, contro tutte le regole belliche, secondo le quali alzato il vessillo bianco ciascuno è obbligato ad arrestarsi dove si trova, tirarono diritto in città spingendosi a piazza del Quirinale, a piazza di Spagna, al Pincio e a piazza del Popolo.
Nel pomeriggio Cadorna si incontra con Kanzler, alle 14:00 presso Villa Albani, per stipulare la capitolazione; intanto le truppe pontificie dovrebbero ritirarsi nella città Leonina, che resterebbe al Papa. Sottoscritta la capitolazione, Pio IX che aveva amicizia e stima del generale badese, doveva risolvere la problematica del suo uomo migliore che non aveva rispettato i suoi ordini e che poteva dar adito alla propaganda sabauda, riguardo alla “liberazione” del Pontefice.
Infatti da ben 10 anni il governo papale aveva smentito sempre con vigore, che gli stranieri militanti nello Stato Pontificio non rappresentavano un ostacolo verso una conciliazione con il neonato Regno d’Italia. Bisognava dunque giustificare l’ordine di resistere ad oltranza che il Papa Pio IX avrebbe dato anche contro ogni speranza di buon esito, e nello stesso tempo rimanere sempre il Princeps pacis per eccellenza.
Dopo attenta riflessione e sotto consiglio dei suoi uomini più fidati, il Papa scrisse una seconda lettera in tutto simile alla prima, meno che in due frasi le quali furono così modificate: dove era scritto «ai primi colpi di cannone» si sostituì «appena aperta la breccia» e allo stralcio «a qualunque spargimento di sangue» fu eliminato il “qualunque”, mettendovi «a un grande spargimento di sangue».
La lettera, così emendata, fu pubblicata ne La Civiltà Cattolica del 7 gennaio 1871. Così per un senso cavalleresco e di amicizia verso il suo generale migliore, il Pontefice preferì lasciar ricadere su se stesso la responsabilità di una ventina di morti (i sabaudi ebbero 48 morti e 141 feriti; i pontifici 20 morti e 55 feriti) e di tutti i danni causati alla città da 5 ore di fuoco.
Con il tramonto del sole, il 20 settembre segnò l’estremo fato del principato civile della Chiesa. La mattina del 21, non appena al chiarire del giorno furono aperte le bronzee porte della Basilica Vaticana, vi si affollarono i militari pontifici, che pregarono sulla tomba di San Pietro, Principe degli Apostoli. Di lì a qualche ora l’esercito pontificio sarebbe stato un mero ricordo storico: ufficiali e soldati, disarmati, sarebbero stati tratti prigionieri a Civitavecchia, dove rimpatriati, molti di questi non avrebbero più rivisto Roma.
Anche Hermann Kanzler fa parte di questo destino, ma egli per sua decisione si stabilirà, con la famiglia, presso il Vaticano dedicandosi negli anni seguenti all’assistenza degli ufficiali e dei soldati pontifici che non hanno aderito a prestare servizio nell’esercito italiano. Si dedica con successo a studi di carattere militare ed astronomico e continua ad essere nominalmente Pro-Ministro fino al 1888, rimanendo ad esercitare le sue funzioni di comandante in Capo delle truppe e delle armi papali – anche se solo simbolicamente.

Quattro dei principali attori militari dello Stato Pontificio negli anni 1850/1870: il belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), il badese Hermann Kanzler (1822 – 1888), il francese Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 – 1865) e il francese Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (1822 – 1860).

Dopo l’avvento al soglio pontificio di Leone XIII (1810 – 1903), che lo nominerà barone (da cui si può aggiungere l’appellativo di von), torna ad abitare a Roma, alternando la permanenza in città con lunghi soggiorni nella villa che ha acquistato a Borgo Buggiano in Toscana.
L’ultimo generale di Cristo verrà meno nella notte tra il 5-6 gennaio 1888. Tutta la sua famiglia è sepolta al Verano, accanto alle tombe di alcuni Zuavi pontifici, ma oggi la sua lapide versa in uno stato di totale abbandono, non avendo la sua linea di successione lasciato alcun erede. Francamente appare triste che la Chiesa non ricordi e soprattutto non abbia cura di coloro che l’hanno sempre servita fedelmente. Di lui ci rimangono le carte Kanzler-Vannutelli, in origine composte da 90 unità attivistiche per gli anni 1824-1906: esse costituiscono i documenti appartenuti all’ultimo comandante dell’esercito pontificio e pro-ministro delle armi di Pio IX, nonché la corrispondenza ideale del cognato, il frate domenicano Vincenzo. Le carte sono divise in due serie: le carte denominate Kanzler-Vannutelli A costituite da 75 pezzi archivistici, tra registri, volumi, rubriche e pacchi di carte sciolte, probabilmente relativi al versamento del 1931. Essa contiene numerosa documentazione relativa agli ordini del giorno: rapporti, corrispondenze, memorie, telegrammi e gli avvenimenti che videro coinvolti l’esercito pontificio tra il 1867 e 1870, nonché la documentazione precedente a partire dal 1831 di argomenti militari e successivi al 1870. La seconda serie invece, carte Kanzler-Vannutelli B, è conservata in 15 buste, ed è probabilmente la parte acquisita dopo il 1937. Essa costituisce il vero archivio privato della famiglia Kanzler-Vannutelli, contenendo la corrispondenza privata del generale, di sua moglie Laura Vannutelli, ma anche dei loro antenati, coprendo un periodo che va dal 1824 al 1906. Un’ultima parte della documentazione è relativa agli scritti personali del domenicano Vincenzo Vannutelli dove si rileva una corrispondenza molto interessante con gli attori maggiori del panorama orientale-cristiano dell’ultimo quarto dell’Ottocento.
Curioso e degno di nota, inoltre, un brano tratto da un’opera inedita di don Giuseppe Clementi (1865 – 1944) e del conte Edoardo Soderini (1853 – 1934), che ci dimostra la situazione a Roma il giorno prima del 20 settembre 1870: «Nel pomeriggio del 19 il passaggio fu animatissimo su la strada di Porta Pia; né vi mancarono preti, frati, fin qualche vescovo: questa è stata sempre una delle passeggiate predilette dagli ecclesiastici. Qualche colpo di moschetto, sparato dagli avamposti a Villa Patrizi si faceva sentire, ma non impressionava; né maggior impressione producevano i rari colpi di cannone tirati dall’Aventino in direzione di Porta San Sebastiano. C’era da domandarsi se si era proprio alla vigilia di un bombardamento o non piuttosto di una festa. Con siffatte manifestazioni dello spirito pubblico si poteva pensare sul serio a una lunga resistenza? C’era bene chi andava spargendo notizie che, se vere, l’avrebbero giustificata, anzi imposta: si sussurrava che il Cadorna dovrebbe levar presto il campo per correre a rinnovare le gesta di Palermo a Firenze dove affermavano scoppiata una rivoluzione e proclamata la repubblica; girava anche un’altra fola: quarantamila austriaci sbarcati in Ancona si dirigevano su Roma per raffermare in soglio il Pontefice-Re. Pio IX nel pomeriggio, accompagnato dai camerieri segreti De Bisogno e Samminiatelli, si andò alla Scala Santa; sebbene grave di anni e d’incomodi, volle salirla ginocchioni, appoggiandosi al braccio di monsignor De Bisogno. Giunto alla cappella del sancta sanctorum pregò a voce alta e commossa. Uscito dal santuario, pregatone dallo Charette, benedì le truppe accampate sulla spianata della basilica […]. Mentre in carrozza se ne tornava in Vaticano, da vari gruppi di persone gli fu gridato: “Santità, non partite”. Si temeva che nella notte s’imbarcasse a Ripagrande per l’estero. Rientrato nei suoi appartamenti, diresse al Kanzler l’ordine di cessare la resistenza non appena si fosse fatta rilevare la violenza, di cui andava a esser vittima».

Diversi erano invece i militari pontifici di lingua italiana (da sinistra a destra): conte Raphael de Courten (Sierre, 2 gennaio 1809 – Firenze, 24 dicembre 1904), divenne Generale di brigata il 7 agosto 1860 e combatté nella campagna delle Marche e dell’Umbria (1860), in quella dell’Agro-Romano (1867) e infine alla Breccia di Porta Pia; il marchese Giovanni Battista Zappi (Rimini 1816 – Roma 1885), divenne Generale di brigata nel 1860 e combatté alle principali battaglie fino alla Presa di Roma nel 1870; marchese Giovanni Lepri di Rota (Roma, 15 aprile 1826 – Roma, 1 giugno 1885) divenne colonnello nel 1864 e combatté nelle principali battaglie per la difesa dello Stato, prestò servizio anche nella Guardia Nobile; Azzanesi Achille (Roma, 1823 – Roma, 1888), divenne colonnello comandante nel 1870, assumendo il comando della prima zona di difesa che comprendeva la città Leonina ed il vaticano.

Il testo esatto della lettera di Pio IX, che come abbiamo detto fu modificato, è il seguente: «Signor generale, Ora che si va a consumare un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa di un Re cattolico senza provocazione, anzi senza nemmeno l’apparenza di qualunque motivo cinge di assedio la capitale dell’Orbe, sento in primo luogo bisogno di ringraziare lei, signor generale, e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell’affezione mostrata alla Santa Sede e delle volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servigio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a constatare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone. In un momento in cui l’Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La causa nostra è di Dio, e noi mettiamo tutta nelle sue mani la nostra difesa. Benedico di cuore lei signor generale e tutta la nostra truppa».
Hermann Kanzler rivolgendosi ai suoi soldati, dopo l’avvenuta capitolazione romana, si espresse verso di loro con un congedo anticipato: «Soldati! È giunto il momento in cui dobbiamo separarci ed abbandonare il servizio a Sua Santità, che più di altra cosa ci stava a cuore: Roma è caduta, ma grazie al vostro valore, alla vostra fedeltà, alla vostra mirabile unione, è caduta onorevolmente. Taluno forse si lagnerà che la difesa non sia spinta più oltre, ma una lettera di Sua Santità, che in seguito sarà pubblicata, vi spiegherà il tutto. Questa testimonianza dell’Augusto Pontefice sarà di conforto a tutti e il più bel compenso che nelle attuali e tristi circostanze potevamo ottenere. Debbo infine farvi conoscere che venendo per forza maggiore dispersa l’armata, Sua Santità si è degnata di sciogliere tutti dal loro giuramento di fedeltà. Addio cari commilitoni, ricordate del vostro capo, il quale serberà indelebile e cara la memoria di voi tutti. Viva Pio IX, Viva Cristo-Re».
In conclusione tali avvenimenti, per la fragilità delle conquiste effettuate, imponevano al Regno d’Italia ed alla sua dirigenza una ferrea azione di difesa dei nuovi territori appena conseguiti, anche tramite una finta propaganda, oggi ampliamente svelata. A 150 anni dall’Unità d’Italia, tali nemici “reazionari” sembrano non essere più presenti e la difesa ferrea della propaganda risorgimentale non è più necessaria. Oggi possiamo permetterci di andare a conoscere esattamente che cosa è effettivamente avvenuto, come è stato interpretato e come è stato poi raccontato. Infine successivamente costruire la nostra ricerca sulla base dei documenti e dei dati oggettivi, che spesso fa emergere una realtà che è diversa da quella che si conosce come storia tramandata ed acquisita e tale piccolo contributo mira a preservare una memoria, possibilmente con una maggiore conoscenza di causa, degli eventi che hanno contraddistinto il crollo di uno degli Stati secolari di lingua italica più importanti della penisola.

 

Per approfondimenti:
_Valerio Castronovo, Un mondo al plurale – Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, La Nuova Italia, Milano, 2009;
_Cerchiai, Di Benedetto, Gatto, Mainardis, Manodori, Matera, Rendina, Zaccaria, Storia di Roma, Newton Compton Editori, Roma, 2008;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante, dasandere.it, 31-05-2018, http://dasandere.it/il-beato-pio-ix-storia-dellultimo-papa-regnante/;
_Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994;
_Giulio Cesare Carletti, L’esercito Pontificio dal 1860 al 1870, Viterbo, Tip. Soc. Agnesotti & C., 1904;
_ Archivio Segreto Vaticano, Carte Soderini-Clementi, b. 11, cap. lxxxiv, pp. 3-27;
_Archivio Segreto Vaticano, Carte Kanzler, b 16;
_La Civiltà Cattolica, 7 gennaio 1871, pp. 107-8;
_P. Raggi, La Nona Crociata, Libreria Tonini, Ravenna, 1992;
_Edmondo De Amicis, Le tre capitali. Torino-Firenze-Roma, Vigonglo, Torino, 1997.

 

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L’imprenditore Walter Mittelholzer, pioniere dell’aviazione svizzera

L’imprenditore Walter Mittelholzer, pioniere dell’aviazione svizzera

di Giuseppe Baiocchi del 02/08/2018

Quali fattori contribuiscono alla coesione di una comunità? In prima istanza vengono forse in mente una medesima lingua, nemici esterni o interessi economici comuni. Ma alla base di tutto ciò troviamo le idee condivise che si tramandano di generazione in generazione e impregnano la comunità. Tali idee diventano la carta d’identità di una collettività e costituiscono, da ultimo, il fondamento della coscienza nazionale.
Questi concetti devi averli fatti propri anche Walter Mittelholzer nato il 2 aprile 1894 a San Gallo da una famiglia di panettieri. Segue in gioventù una formazione da fotografo presso la città di Zurigo e durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) si arruola come volontario nelle nuove truppe di aviazione, scattando fotografie per le ricognizioni e ottenendo il brevetto di pilota.

Walter Mittelholzer (2 aprile 1894 – 9 maggio 1937) fu un pioniere dell’aviazione svizzera. Era attivo come pilota, fotografo, scrittore di viaggi e anche come uno dei primi imprenditori aeronautici. Qui in una foto giovanile nel 1918.

Nel 1919 fonda con Alfred Comte (1895 – 1965) la prima compagnia aerea svizzera il cui progetto include tra l’altro la realizzazione di fotografie aeree. Noto per le sue spedizioni aeree, Mittelholzer contribuisce a sviluppare l’aviazione civile. Diventa direttore tecnico della compagnia Swissair, fondata nel 1931.
Egli è un maestro della fotografia aerea: riesce a scattare foto di qualità impressionante anche a bordo di aerei a elica aperti e nelle condizioni di luminosità più difficili. L’equipaggiamento di base delle sue spedizioni comprende una gamma di attrezzature cinematografiche e fotografiche molto vasta e moderna. Le prime fotografie aeree sono state scattate da palloni aerostatici intorno al 1860. Uno dei pionieri in quest’ambito è Eduard Spelterini (1852 – 1931), fotografo e aerostiere svizzero. Walter Mittelholzer contribuisce a rendere il nuovo strumento ancora più popolare con fotografie scattate da traballanti aerei ad elica. A suscitare stupore e meraviglia è soprattutto la prospettiva a volo d’uccello, a quei tempi inusuale. Le costose vedute aeree ritraenti paesaggi e centri abitati hanno successo commerciale e vengono stampate in libri, calendari e riviste.
A partire dal 1918 Walter Mittelhozer inizia a fotografare fabbriche e aziende da voli a bassa quota, per poi vendere gli scatti ai rispettivi proprietari. Nasce così un inventario fotografico di edifici industriali e infrastrutture completamente nuovo. Nella prospettiva odierna questi straordinari documenti testimoniano il cambiamento strutturale della Svizzera.
Nel 1920 la compagnia aerea Comte-Mittelholzer & Co, fondata nel 1919, diventa Ad Astra Aero dopo la fusione con altre imprese. Walter Mittelholzer ne diventa il direttore nel 1924. La società svolge la propria attività all’aerodromo di Dübendorf e possiede un hangar per gli idrovolanti allo Zürichhorn. Vende fotografie aeree, voli turistici e i primi voli di linea.
Per finanziare il volo in Africa del 1926/1927 Mittelholzer ha bisogno di sponsor. Crea pertanto il «Fondo per la spedizione in Africa» al quale aderisce per esempio il banchiere privato zurighese Oskar Guhl. La spedizione viene sponsorizzata con grande effetto pubblicitario anche da aziende come Nestlé o la tedesca Kaffee-Handels-AG (HAG).
Il mondo con cui Mittelhozer guarda alle culture straniere è segnato dal colonialismo. Le sue immagini mostrano esseri pre-moderni, esotici e dalla pelle scura in contrasto con l’identità bianca e moderna, considerata superiore. Lo stesso aeroplano diventa un elemento essenziale di questo immaginario: «Gli indigeni si meravigliano del grande uccello come di un essere soprannaturale», asserirà nei suoi scritti.
I documenti allegati e le immagini di making-of non pubblicate da Mittelhozer dimostrano come numerose immagini e riprese siano il risultato di messinscene preparate a tavolino. Ad esempio, viene inscenata una “naturalezza originale” delle tribù africane. Prima degli spettacoli i danzatori indigeni si devono togliere i vestiti occidentali.

Re Amimo è stato pregato di cambiarsi per posare davanti alla macchina fotografica. A destra lo si può vedere vestito all’occidentale. Arnold Heim, Volo in Africa, 1927.

Lo svizzero è un pianificatore molto meticoloso che difficilmente lascia qualcosa al caso. Ciò vale non solo per la preparazione minuziosa delle sue spedizioni aeree, dal finanziamento alla programmazione delle rotte e degli stop per il rifornimento fino alla scelta delle attrezzature. Anche nelle fotografie scattate e pubblicate si notano gli interventi mirati di Mittelholzer.
Non sono solo le scene e i motivi, ma anche le stesse fotografie a essere manipolate: nelle immagini di nudo pubblicate nei libri di viaggio si ritoccano i genitali in modo da nasconderli. Durante il volo in Africa, Arnold Heim (1882 – 1965), membro della spedizione e co-autore, protesta invano contro tali ritocchi. Durante i suoi voli all’estero Mittelholzer riprende e fotografa anche etnografie, immortala paesaggi ed edifici. Raccogliere motivi per i suoi film e per i suoi libri è un elemento fondamentale dei suoi viaggi: «Ogni giorno libero del nostro soggiorno lo trascorro appostato con cinepresa e macchina fotografica in attesa di una preda».

Volo sul Kilimangiaro 1930: Fokker F.VIIb-3m CH-190. Il banchiere e barone viennese Louis von Rothschild convince Walter Mittelholzer a portarlo in aereo in Kenya, allora colonia della corona britannica, per un safari di caccia grossa. Mittelhozer è il primo pilota a sorvolare il Kibo che, con i suoi 5895 metri s.l.m., è la vetta più alta del massiccio del Kilimangiaro.

Dalla fusione della società Ad Astra Aero con la Balair nasce la compagnia aerea nazionale Swissair. Mittelholzer prosegue il commercio di fotografie aeree in una società affiliata. Nel contesto di forte crescita economica del secondo dopoguerra, la società Swissair Photo AG riceve ordini per voli di rilevamento da tutto il mondo.
Con un fondo di circa 3,5 milioni di fotografie, la biblioteca del Politecnico federale di Zurigo possiede uno degli archivi fotografici pubblici più grandi della Svizzera. Le immagini testimoniano, fra molti temi, lo sviluppo dello stesso Politecnico, i viaggi di ricerca, lo sviluppo degli agglomerati urbani, nonché i cambiamenti storico-sociali, politici e tecnici della Svizzera. Il significativo lascito di Mittelholzer è stato acquistato dalla fondazione Luftbild Schweiz fra il 2009 e il 2012 in quanto parte integrante dell’archivio fotografico della compagnia Swissair. Le 18.000 immagini del lascito sono state tutte inventariate, digitalizzate e rese accessibili online al pubblico.
Walter Mittelhozer acquista fama internazionale con le sue numerose spedizioni aeree all’estero. La più celebre risale al 1927 quando, primo fra tutti, sorvola l’intero continente africano da nord a sud a bordo dell’idrovolante “Switzerland”. Mittelholzer trasforma i suoi voli all’esterno in eventi mediatici. Fornisce testi e fotografie a riviste mentre è ancora in viaggio. Realizza filmati basati su tali spedizioni e pubblica con successo ben undici libri di viaggio. L’unione tra spirito d’avventura ed entusiasmo per la tecnica, su sfondi esotici, garantisce ottimi introiti.

Alcune immagini mostrano le marcature di Mittelholzer delle sezioni selezionate. Sciaffusa, 1918-1937.

Nel 1928 esce il libro di Walter Mittelholzer Alpenflug (Volo sulle Alpi). Per le illustrazioni Mittelholzer dispone di 6.000 fotografie aeree della società Ad Astra. Agli occhi di questo appassionato alpinista «volare è il mezzo e il fine per rappresentare in modo nuovo le nostre amate montagne grazie all’ausilio della fotografia».
Non ci è dato sapere se Walter Mittelholzer, come sostiene il Dizionario storico della Svizzera, avesse le carte in regola per diventare lo «svizzero del secolo». Resto il fatto che egli prendeva il suo ruolo molto seriamente: da pioniere, vestito da pilota nella classica posa davanti all’aereo, o da direttore, insieme a personalità dell’economia, della politica o dello spettacolo.
Ancora nel pieno delle forze, una sfortunata missione alpina in Bassa Austria farà trovare la morte al pioniere svizzero il 9 maggio del 1937 con un amico e uno studente, sulla parete di ghiacciata del Mürztal in Stiria.
Mittelholzer è noto al grande pubblico per le sue fotografie aeree e per esser stato il cofondatore di Swissair. Con grande spirito imprenditoriale e talento tecnico, è riuscito a conciliare fotografia e aviazione. In ciò svolge un ruolo determinante la sua abilità commerciale, di cui si avvale utilizzando mezzi comunicativi diversi. Il modo in cui lo svizzero di San Gallo guarda ai luoghi, paesi e popoli stranieri nutre, in testi, fotografie e film, il fascino che il suo pubblico sente per le avventure e l’esotismo a sfondo coloniale.

 

Per approfondimenti:
_Informazioni raccolte presso il Museo di Storia della Svizzera – Landesmuseum Zürich in Museumstrasse 2. 

 

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La crisi rivoluzionaria a partire da Joseph de Maistre

La crisi rivoluzionaria a partire da Joseph de Maistre

di Giuseppe Baiocchi del 31/07/2018

L’evento fondatore dell’epoca contemporanea, sia stato esso storico o mitico, fausto o infausto, è certamente la rivoluzione francese. L’evento consiste nello storico passaggio dalla Tradizione alla Modernità, mediante il quale la bassa borghesia e i banchieri si sarebbero sottratti alla condizione di sottomissione per diventare indipendenti, liberi e sovrani.
Questo processo storico, compiutosi nel 1789, ha avuto pieno successo, grazie al lavorìo propagandistico degli intellettuali, degli opinionisti e degli storici compiacenti del nuovo sistema di potere; diffusosi tra le stampe giornalistiche e giunto fino a noi nella letteratura e nella scuola statale, con il consenso tacito di alcuni ambienti cattolici conformisti che hanno fatto permeare in sinu Ecclesiae una concezione della storia e della società subordinata a quella rivoluzionaria.

Louis-Charles-Auguste Couder, Inaugurazione degli Stati Generali, 5 maggio 1789, olio su tela, 400 x 715 cm, Versailles, Musée national du château et des Trianons – 1839.

Sarà proprio da tale istanza che la Rivoluzione Francese, equivarrà alla Rivoluzione per eccellenza, perché ha applicato le rivoluzioni precedenti e ha preparato quelle successive contenendole in una camera stagna dei futuri errori ed orrori.
Come affermava il politologo italiano Augusto Del Noce (1910 – 1989) «Rivoluzione è la parola-chiave per intendere la nostra epoca»: una parola magica, capace di giustificare o santificare alcune porzioni della storia dell’uomo, che è stata ripresa anche dall’epoca post-moderna; infatti, la dissoluzione del sistema comunista-sovietico e la parallela costruzione del sistema socialista dell’Unione Europea sono state presentate come gli eventi epocali che riconcilieranno le due anime antagoniste della rivoluzione, ossia la liberté e l’égalité, nella fraternité, e imporranno un modello politico “inclusivo e solidale” che garantirà un “nuovo ordine mondiale” e darà inizio ad una nuova storiografia, capace di realizzare quella unificazione del globo, detta “repubblica universale”.
Solo recentemente il mito rivoluzionario ha cominciato a incrinarsi: nel 1989, alle stanche celebrazioni ufficiali del secondo bicentenario del 1789, si opposero vivaci e moderne anti-celebrazioni che riaprirono la diatriba dialettica, mai sopita, su antiche questioni considerate risolte e vetuste divisioni credute superate. Alcuni intellettuali avviarono una risoluzione pacifica per sedare le polemiche montanti, asserendo come nell’epoca post-moderna doveva necessariamente avvenire quella riconciliazione tra la Tradizione e la Rivoluzione. I progressisti, figli di un nichilismo mai superato, auspicavano un’unione all’insegna diabolica dell’amore, tra Cristianesimo e laicismo, vandeani e giacobini, Maistre e Volteire. Tale manovra fu pubblicata nel 1989, dal Centro culturale Lepanto, il quale criticò con giustezza anche la posizione conciliatrice del cardinale Paul Poipard, allora presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Questa manovra, difatti, in apparenza esecutrice di moderazione, possedeva lo scopo ben poco edificante di bloccare sul nascere il movimento anti-rivoluzionario, per non farlo divenire una coscienza popolare. Se attuiamo un realismo storico, oggi si ammette con franchezza che la rivoluzione giacobina, pur promettendo libertà, eguaglianza e fratellanza, in realtà produsse successivamente schiavitù, oppressione e odi. La presa della Bastiglia, festeggiata nella Francia Repubblicana ogni anno, pur pretendendosi popolare e democratica, in realtà fu opera di una setta militante che s’impose con l’inganno, la seduzione e la violenza.
Tuttavia ancora la storiografia ufficiale pretende che tali scomode verità restino confinate nel campo teorico e in ristretti ambienti intellettuali. Lo stesso storico Marco Tangheroni (1946 – 2004) affermava nel suo saggio Cristianità, modernità, rivoluzione come «sotto il profilo storiografico la revisione è in atto, ma deve restare, secondo la cultura dominante, circoscritta a una innocua cerchia di accademici»: difatti la scuola e i media continuano a ripetere le solide falsità, per mantenere il popolo nella menzogna ideologica e impedirgli di alzare il velo della verità storica. Tale revisione critica ha portato alla riscoperta di alcuni autori contro-rivoluzionari dell’epoca, tra i quali inquadriamo in una figura centrale e di spicco Joseph de Maistre (1753 – 1821).
Tale pensatore subì, già con il romanzo del 1880 di Gustave Flaubert (1821 – 1880) Bouvard et Pécuchet (1880), una pesante satira che gli procurò prima una damnatio famae e una volta defunto una damnatio memoriae. Oggi, di contro, appare come un vero e proprio storico dell’avvenire: non solo seppe valutare le negatività rivoluzionarie, prevedendone i tragici postumi che ancor oggi tormentano la società odierna, ma riuscì mirabilmente ad intuire le condizioni basilari della sua terapia. Non meraviglia dunque che, fin dal contestato bicentenario del 1789, per riprendere il celebre storico Jacques Solé (1932 – 2016) «molti ritrovano […] gli accenti di un Joseph de Maistre che si erge contro Satana», riaffermando con forza, l’inconciliabilità tra due civiltà e culture in opposizione polare: quella antropocentrica della Rivoluzione e quella teocentrica della Tradizione. Ma chi era veramente de Maistre? A darcene breve descrizione è il poeta, scrittore e politico francese Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (1790 – 1869): «Era un uomo di alta statura, con una bella e virile figura militare, con una fronte alta e scoperta, su cui ondeggiavano, come i resti di una corona, solo alcune ciocche di capelli argentati. Il suo occhio era vivo, puro, franco. La sua bocca aveva l’espressione abituale di fine umorismo che caratterizzava tutta la famiglia: possedeva nei suoi atteggiamenti la dignità del suo rango, del suo pensiero, della sua età».

Memoriale a Joseph e Xavier de Maistre, presso il castello di Chambery, Francia.

Alla vigilia degli atti rivoluzionari, Joseph de Maistre era un magistrato e senatore sabaudo giunto all’età di 36 anni senza aver fatto nulla di rilevante, era bene inserito in una società europea che godeva di mezzo secolo di pace e stava incoscientemente scivolando verso l’apostasia generale, senza curarsi dei segnali inequivocabili che avrebbero trascinato nel baratro la Francia, e successivamente l’Europa tutta, nel grande ciclone dei nazionalismi.
Basti pensare che, nel 1787, uno studioso dell’Università di Pavia riteneva che non bisognasse più temere l’insorgere di “disordinate rivoluzioni”, perché la “repubblica delle lettere” aveva ormai neutralizzato quel fanatismo responsabile dei secolari conflitti religiosi e politici. Tesi completamente distante da quanto storicamente avvenne: lo stesso Pio VII, nel suo Panegirico, asseriva come la rivoluzione traeva «le estreme conseguenze della depravazione e della dissoluzione […] instaurando una tirannia quale non si era mai vista in tutto il corso della storia […] spazzando via, per quanto le fu possibile, l’intera struttura delle istituzioni cristiane […] provocando il più brutto voltafaccia dello spirito umano che fu dato di sperimentare da quando sorse il Cristianesimo».
Tale trauma sociale ed etico, risvegliò l’opinione pubblica europea, costringendola a rivedere le proprie idee e a fare scelte drammatiche dividendosi in tre settori ideologici: un primo campo era nella posizione contro-rivoluzionaria, che valutò il fenomeno diabolico, come fattore da combattere in quanto perverso; un secondo fronte accademico era stanziato nella posizione progressista, la quale valutò la rivoluzione come divina, dunque da favorire in quanto provvidenziale; infine quella ibrida del conservatorismo, posizione moderata e neutralista che valutò il 1789 come atto meramente umano, dunque da accettare, come un fatto compiuto. Tale divisione tripartita, come afferma anche il professor Guido Vignelli (1954), è sopravvissuta fino ad oggi, anche se sembra non innescare più le vivaci polemiche di antico periodo.
De Maistre tra il 1789 e il 1790, influenzato dall’illuminismo massonico, prese la posizione della tendenza transigente alla rivoluzione, ovvero, considerò questa come un male necessario da tollerare, illudendosi che potesse fungere come strumento per riformare l’Ancien Régime adeguandolo alle nuove esigenze sociali e abolendone l’assolutismo e le ingerenze nella vita ecclesiastica; tale movimento di pensiero puntava anche verso una riconciliazione del Direttorio con la Monarchia, illudendosi che la caduta del giacobinismo avrebbe ridotto la Rivoluzione ad una pacifica e graduale riforma. D’altronde come affermava lo stesso Julius Evola (1898 – 1974) nel suo celebre saggio Le sacre radici del potere: «quei Re assolutistici e nemici dell’aristocrazia feudale, […] si scavarono letteralmente la propria fossa. Centralizzando, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo una superstruttura burocratico-statale a forme virili e dirette di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità, essi crearono il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare era ormai priva di rapporti diretti con il paese. Distrutta la struttura differenziata che faceva da medium fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche».
Successivamente quando de Maistre capì che il dramma, si stava trasformando in tragedia, egli mutò opinione, passando alla teoria intransigente, la quale condannava la rivoluzione fin dal suo inizio, denunciandone gli errori intellettuali e i vizi morali che l’avevano favorita, smentendone le iniziali promesse libertarie e prevedendone il rapido sviluppo in senso anticristiano, totalitario e terroristico. Fra questi primi scrittori contro-rivoluzionari spiccarono molti sacerdoti, come i gesuiti Augustin Barruel (1741 – 1820), Pierre de Cloriviére (1735 – 1820), Francismo Gustà (1744 – 1816), Sebastiano d’Ayala (1744 – 1817), Giovanni Marchetti (1753 – 1829), Gianvincenzo Bolgeni (1733 – 1811), Luigi Mozzi de Capitani (1746 – 1813) e Lorenzo Ignazio Thjulen (1746 – 1833); a loro possiamo aggiungere l’olivetano Michele Augusti, il francescano Filippo di Rimella, l’eudista Jean-Francois Lefranc (beatificato come vittima del Terrore), mons. Adeodato Turchi vescovo di Parma e il canonico Bonaventure Proyart; fra i laici spiccò Audainel, pseudonimo del conte Louis d’Antraigues.
Successivamente la Francia rivoluzionaria invase ed annetté la Savoia e Joseph de Maistre rimanendo fedele al proprio sovrano, fuggi a Losanna nella neutrale Svizzera. Qui il conte frequentò l’ambiente degli esuli sfuggiti alla rivoluzione, soccorrendoli materialmente e proteggendoli diplomaticamente; ma ben presto si accorse che doveva “illuminarli” spiritualmente per liberarli da quell’illusorio progetto riconciliatore che li traviava in sterili manovre impedendo la restaurazione dell’ordine cristiano.
Fu così che in pieno clima rivoluzionario il conte de Maistre pubblicò come opera anonima la sua fatica letteraria di maggior caratura: Considerazioni sulla Francia. Il libro in controvertenza rispetto ai focolai europei, ebbe un incredibile fama e successo: ne furono stampate ben quattro edizioni in Svizzera, nella stessa Francia e in Inghilterra. Diventò presto il testo fondamentale dei contro-rivoluzionari, dai visconti Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754 – 1840) e François-René de Chateaubriand (1778 – 1848), passando per Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (1790 – 1869), fino ad arrivare all’esule sovrano Luigi XVIII che lo elogiò, dopo aver letto il saggio.

Statua di Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine dello scultore Paul Niclause, nell’omonima piazza nel 16°arrondissement di Parigi.

Lo stesso generale giacobino Napoleone Bonaparte (1769 – 1821) dopo averlo letto, proclamò la sua pericolosità, bandendo l’opera dal territorio francese: de Maistre, senza rendersene conto, divenne il manifesto politico della sperata restaurazione, facendo compiere al movimento contro-rivoluzionario un salto di qualità culturale ed ideologico-religioso fondamentale per il proseguo degli eventi storici.
All’interno del suo tomo, il conte suddivideva la rivoluzione francese in cinque distinte macro-caratteristiche: la prima trattava il suo carattere sovversivo, in quanto fenomeno politico, morale e culturale, poiché i giacobini minavano a sradicare le fondamenta della società; nella seconda analizzava il programma anti-cristiano della rivoluzione, la quale senza nasconderlo urlava la distruzione delle basi sociali della Chiesa cattolica; il terzo punto analizza il processo storico della rivoluzione, che appare unitario, coerente e progressivo, mosso da un dinamismo meccanico che s’impose anche contro le intenzioni dei suoi protagonisti (si veda Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, 1758 – 1794); la quarta caratteristica disvela il carattere massonico della rivoluzione, favorita da una occulta cospirazione settaria, che seppe legare forze sovversive prima divergenti, come i protestanti, gli gianseniti, i gallicani, gli illuministi, i liberali e i democratici in una comune strategia; infine una quinta analisi viene prodotta per il risultato squisitamente politico che la rivoluzione ha prodotto: ovvero l’aver riunito con sapienza plurisecolare, il soggettivismo religioso protestante e il razionalismo filosofico illuminista nel naturalismo politico liberale.
A conoscere bene la storia della religione cattolica, la Rivoluzione Francese non sembra altro che un ingranaggio di un meccanismo più complesso, che in teologia si traduce nella lotta tra bene e male, tra Chiesa divina e anti-Chiesa satanica che anima la volontà degli ultimi d’instaurare il paradiso in Terra mediante “l’assalto al cielo”, per riappropriarsi dei poteri divini “alienati” nel trascendente e «riorganizzando tutto senza Dio e senza Re».
Molte furono le nazioni soggiogate dal sogno della libertà, della fraternità e della eguaglianza: prime fra tutte l’Italia di Foscolo. De Maistre aveva compreso appieno che la Rivoluzione Francese, che come primo prodotto ebbe il bonapartismo, non si ribellava contro la Monarchia, contro la Chiesa o contro la società tradizionale, quanto contro il divino governo del mondo, contro Dio stesso, essa mirava a realizzare l’assoluto naturalismo politico, secolarizzando gli Stati e cancellando ogni traccia della società cristiana. Difatti lo stesso poeta inglese giacobino William Blake (1757 – 1827) nel 1791 esaltava la rivoluzione come un evento che, risuscitando dall’abisso infernale gli angeli ribelli, doveva «risvegliare i popoli dal sonno dogmatico di cinquemila anni» e «far saltare le dighe del caos».
L’evento del 1789, poteva essere anche uno strumento usato dalla divina Provvidenza per punire la Francia, e tramite questa l’intera Europa, vendicando le secolari colpe da loro commesse contro i diritti di Dio e della Chiesa, e allo stesso tempo offrendo una storica occasione di pentimento, riscatto e riscossa.
Come afferma lo stesso professor Guido Vignelli, «Maistre comprese che la rivoluzione francese era mossa da un originario scopo anti-religioso mal nascosto dal paravento deista. Essa sognava di realizzare l’umana felicità “tornando alla natura”, ossia a un paradiso terrestre che riteneva perduto non per colpa dell’umana malizia espressa nel Peccato Originale, bensì per colpa di un sistema sociale ingiusto basato sull’autorità economica, familiare, politica e religiosa, con le conseguenti disuguaglianze e discriminazioni».
Saranno gli anni in cui il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770 – 1831), evolverà le teorie di Cartesio nell’idealismo hegeliano, ovvero l’uomo fondamento del reale: l’essere umano si sostituisce al Dio cristiano. Infatti l’atto storicamente più grave di tutta la rivoluzione francese è la decapitazione di Luigi XVI. Ma perché un gesto così forte? Perché uccidere un Re, che era già stato estromesso? La risposta è semplice: per estirpare il sangue aristocratico, che è scelto da Dio, perché sangue di Dio in terra. La decapitazione venne giustificata dai giacobini come la necessità di liberarsi dalla tutela del Re come padre della Patria; più tardi i socialisti vorranno liberarsi anche del padrone, i sessantottini del padre di famiglia e dall’insegnante come padre educatore, e infine gli ideologi atei, come il conte Donatien-Alphonse-François de Sade (1740 – 1814) e Herbert Marcuse (1898 – 1979), direttamente da Dio padre.
Quando si parla di rivoluzione ambivalente e progressista, alcune tesi accademiche hanno optato per l’esistenza di due “illuminismi” contrapposti, dunque di due “rivoluzioni”. Tale prima analisi disserta circa l’esistenza di un primo movimento moderato e realistico con attori principali il barone Charles-Louis de Secondat (1689 – 1755) e François-Marie Arouet (Voltaire 1694 – 1778), che insieme al famoso trattato dell’Encyclopédie (1772) avrebbe preparato il terreno alla prima rivoluzione, di stampo pragmatico-liberale in continuità con le riforme promosse dall’aristocrazia progressista durante il Regno di Luigi XVI. Il secondo “illuminismo” è, di contro, quello utopistico-fanatico culminato nel pensiero di Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778) che avrebbe organizzato ideologicamente la seconda “rivoluzione” totalitaria e socialista tentata tra il 1792 e il 1795, rompendo con il riformismo precedente. Tale pensiero si è affermato con il romanzo di Anatole France (1844 – 1924) Gli dèi hanno sete (1912) e con l’opera lirica di Umberto Giordano (1867 – 1948) Andrea Chénier (1896).

Un giacobino in azione in un fotogramma del film Un peuple et son Roi (2018) con Regia di Pierre Schoeller. Un film con Louis Garrel, Gaspard Ulliel, Adèle Haenel, Céline Sallette, Laurent Lafitte.

Pertanto la conduzione, secondo molti autorevoli pensatori, errata di tale pensiero si instaura nell’affermare che bisognerebbe recuperare e portare a compimento la prima rivoluzione illuministica, allo scopo di risanare i danni provocati dalle estreme conseguenze della seconda, definitivamente smentita dal fallito esperimento sovietico.
Applicando un noto motto alchemico solve et coagula, la Rivoluzione universale tende a dividersi sempre in due correnti distinte, per favorire il successo della stessa strategia rivoluzionaria, che utilizza propriamente una divisione dei ruoli: da una parte la dialettica della fazione lenta e moderata, dall’altra la porzione veloce e estremistica. In tal modo la Rivoluzione può raccogliere un massimale di consensi insperato ammaliando correnti ideologiche non allineate fra loro: da un lato tranquillizza gli individui tiepidi e timorosi usando toni morbidi e contemporaneamente, eccita i fanatici usando toni duri, potendo sempre ritirarsi nella soluzione moderata qualora fallisca la soluzione militaresca. In realtà “le due fazioni opposte” colpisco sempre unite il potere, in una sorta di lingua biforcuta – che riprendendo simboli teologici, ci appare come quella del maligno -, che aggira gli ostacoli e progredisce in forma graduale, subdola e inavvertita, fino a raggiungere lo scopo finale. Non a caso la rivoluzione francese è stata esplicitata come una grande Idra con quattro teste: quella ottocentesca del bonapartismo, dove l’alta borghesia si sostituisce al clero e alla aristocrazia; le altre tre novecentesche, figlie di un nazionalismo estremizzato che si inquadrano nel fascismo, nel nazismo e nel bolscevismo.
Sarà de Maistre a svelare l’arcano nella sua opera Considerazioni sulla Francia, dove affermava che i moderati «condannano questa rivoluzione solo per non attirarsi l’universale esecrazione, ma essi l’approvano, ne apprezzano gli autori e i risultati, e di tutti i crimini da essa prodotti condannano solo quelli di cui poteva fare a meno». La critica, difatti, contro gli atti del Terrore rivoluzionario è sempre dettata da atteggiamenti deboli e moderati. Un esempio tangibile ci è dato dalla concordia tra moderati e estremisti nel Congresso massonico di Wilhelmsbad del 1782, dove fu de facto progettata la rivoluzione europea, insieme al Congresso massonico di Parigi del 1785, che preparò l’insurrezione del 1789. Quest’ultimo, ispirato dall’anarchico tedesco illuminista Johann Adam Weishaupt (1748 – 1830) e organizzato dalla loggia Les Amis Réunis, fu presieduto dal marchese Savalette de Lange (1745 – 1797) e animato da futuri protagonisti della rivoluzione, come il conte di Mirabeau Honoré Gabriel Riqueti (agente degli illuminati, 1749 – 1791), dal marchese di Condorcet Marie Jean Antoine Nicolas de Caritat (agente dei filosofi, 1743 – 1794), dall’abate Emmanuel Joseph Sieyès (agente dei gallicani, 1748 – 1836), Antoine Pierre Joseph Marie Barnave (agente dei calvinisti, 1761 – 1793) e l’architetto Nicolas Le Camus de Mézières (agente dei gianseniti, 1721 – 1789).
Questo movimento ideologico pose come prima pietra miliare l’anti-religiosità, cercando di sostituire il Cristianesimo con una religione civile e l’istituzione della Chiesa cattolica con una comunione democratica. La prima svolta si ebbe infatti nel 1792 quando Luigi XVI, dopo aver ricevuto due brevi pontifici condannanti la politica anti-cristiana, rifiutò di approvare il decreto di deportazione del clero che non aveva giurato fedeltà alla Rivoluzione, e scrivendo al vescovo di Clemont affermava di essere deciso di ristabilire il culto cattolico in Francia. Fu in tale istante che il Sovrano firmò la sua condanna, poiché i giacobini capirono che non potevano più contare sulla complicità del Re per continuare la persecuzione anti-religiosa. Eppure “i moderati” invece che rinunciare e tornare sui propri passi, appoggiarono tacitamente il Terrore, progredendo rapidamente verso la conclusione totalitaria. Ancora per riprendere Vignelli «nessuna contraddizione tra due illuminismi e due rivoluzioni […] il primo illuminismo doveva generare il secondo e la prima rivoluzione la seconda».
Così la “rivoluzione permanente” annunciata da Voltaire nella loggia massonica Les Neuf Soeurs ed inaugurata nel 1789 da Mirabeau nella Assemblea Costituente, doveva coerentemente progredire fino alla dittatura avviata nel 1792 da Robespierre con il Comitato di Salute Pubblica. Bisogna affermare con intelligenza che il Terrore giacobino non fu un incidente di percorso verso la “via del progresso”, ma fa la logica conseguenza di un progetto anticattolico nato a livello religioso col Protestantesimo, elaborato a livello filosofico dal Razionalismo, progettato a livello culturale dall’illuminismo e attuato a livello politico dal Liberalismo: Lutero, Zwingli e Calvino, dapprima tramite Cartesio, Hobbes e Bayle, poi tramite Voltaire, Diderot e Rousseau, armarono le mani di Danton, Marat e Robespierre.
Di rilevanza accademica è il dibattito sull’ideologia del conservatorismo, rispetto al suddetto discorso reazionario. Il conservatore medio, da un lato nutre simpatia per il conte de Maistre, ma parallelamente individuano nella contro-rivoluzione un mero rovesciamento della rivoluzione stessa. Intendono il movimento reazionario come speculare a quello rivoluzionario, indicando una soluzione alla problematica ideologica, attraverso una sintesi riconciliatrice. L’equivoco ideologico dei conservatori è facilmente esprimibile: la mentalità relativistica e storicistica basata sul primato del negativo, tipico della dialettica gnostica ed hegeliana, fa dipendere la verità dall’errore, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia. Bisogna di contro affermare con forza che la negatività dipende sempre dal bene. Dunque non bisogna tentare mai una mediazione tra una tesi errata ed una giusta, nell’illusione di ottenere una sintesi pacificatrice; bensì bisogna opporle l’antitesi veridica rispettiva e con le sue giuste proporzioni. Per paradosso, saranno proprio le posizioni conservatoriste che de facto dipendono ideologicamente dalla rivoluzione, poiché ne creano una personale attenuazione o correzione della teoria, il che condanna tale tesi ad essere sconfitta, proprio dalla radicalità e dalla coerenza della strategia giacobina.
Sarà proprio de Maistre, nel capitolo X del suo saggio Considerazioni sulla Francia, che rispondendo a Condorcet – il quale asseriva come la controrivoluzione sia stata una “rivoluzione di senso contrario” -, asseriva come «la Contro-rivoluzione non sarà affatto una rivoluzione di segno contrario, bensì il contrario della Rivoluzione». Sarà così che il reazionario opporrà al rivoluzionario, non un suo ribaltamento di vizi e errori, ma una personale reazione basata su un’azione culturale, sociale e politica, che si ispiri alle verità e alle virtù negate dai settari.
Qui è di fondamentale importanza la Dottrina sociale della Chiesa, la quale viene ripresa dal contro-rivoluzionario ed applicata ad una seria e corretta teologia della storia. Il tutto inoltre deve essere fuso con gli interessi sociali che la rivoluzione ha creato. Difatti la contro-rivoluzione – come spiega abilmente de Maistre -, non vuole negare uno specifico modo di procedere nella Rivoluzione e non mira certamente ad annullare le conquiste sociali dei moti. Operare invece una reazione consiste nell’annullare la modernità disgregatrice che la Rivoluzione stessa produce, nelle sue forme filosofiche, artistiche e architettoniche – per traslare l’argomento in una tesi più contemporanea. Attenzione, le abolizioni non devono consistere in una censura o peggio in una persecuzione, ma unicamente in un non utilizzo pratico all’interno della società.
Così il conservatore diviene incapace di valutare la Rivoluzione alla luce di una corretta teologia della storia, non risale alle cause prime né scopre i fini ultimi della crisi, non ne coglie la radice metafisica né quella satanica, dunque non conosce l’adeguata terapia. Egli acquista una visione terzoforzista, la quale si pone in mezzo tra le due ideologie, auspicando che unicamente alcuni concetti-idee come quelli della famiglia, dell’ordine e della patria, bastino a neutralizzare la libertà rivoluzionaria. Inoltre oggi sempre più il conservatorismo, si lega indissolubilmente alle teorie liberali, amiche e figlie della Rivoluzione stessa. Il conservatore essendo essenzialmente un pragmatico e un opportunista (in quanto spesso imprenditore), muove le sue tesi da interessi e timori e non da princìpi. Il conservatorismo critica la Rivoluzione francese unicamente nei suoi eccessi, come la violenza, la velocità (anche se oggi il conservatore “va di fretta”), il centralismo, il settarismo, l’estremismo e al ricorso all’inganno ideologico. Ritengono che la rivoluzione sia stata storicamente inevitabile, quindi impossibile da vincere e pericolosa da contrastare: lo afferma lo stesso visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (1805 – 1859), nel suo La democrazia in America, quando asserisce come «È mia ferma opinione che la grande rivoluzione democratica sia un fatto irresistibile contro il quale non sarebbe desiderabile né saggio lottare […] perché voler arrestare il cammino della democrazia sarebbe come lottare contro Dio stesso; perciò alle nazioni non resta che adattarsi alle condizioni sociali imposte dalla Provvidenza». Il francese vive nell’ossessione di cedere per non essere sconfitto, per arrivare alla sua coscienza riconciliatrice tra le due ideologie. Bisogna capire bene come la Rivoluzione Francese nel suo complesso mira sempre nella distruzione di un qualcosa e non certamente alla sua conservazione, soprattutto all’interno della matrice etico-morale, molto cara al conservatorismo.

Théodore Chassériau, Ritratto di Alexis de Tocqueville (particolare).

Così è accaduto con la pratica dell’aborto, dove il conservatore ha inizialmente tollerato l’errore, successivamente l’ha permesso e infine l’ha giustificato. Come cita de Maistre «egli accetta la liberté limitandosi a reclamarla anche per la Chiesa; accetta l’égalité preservando la proprietà, la famiglia e l’istituzione ecclesiastica (il che si dimostrerà storicamente fallimentare), accetta la fraternité, limitandosi a contenerla entro le esigenze di pubblico ordine; accetta tacitamente la démocratie rivoluzionaria, preoccupandosi unicamente di frenarne gli eccessi», ma la domanda che possiamo porci è la seguente: come poter contrattare politicamente con un estremismo? La storia è piena di esempi concreti di fallimento. La Rivoluzione Francese, secondo de Maistre, va stroncata sul nascere di questa o in mancanza di tale condizione, va sconfitta approfittando delle sue debolezze cicliche.
A questo punto, il conservatore giunge ad un bivio cruciale: se il suo fallimento lo può risvegliare dalle illusioni moderate, egli può con coraggio e dignità rompere il compromesso; di contro può accettare definitivamente la Rivoluzione non più come fatto storico, ma anche come diritto, non solo nelle sue conseguenza, ma anche nelle sue cause, giustificando il moto rivoluzionario come bene concretamente possibile. L’iniziale subordinazione passiva si trasforma in attiva collaborazione: di conseguenza il conservatore giudicherebbe il reazionario non come un concorrente strategico da neutralizzare, ma come un nemico ideologico da distruggere. Tale processo diviene atto concreto, in illustri famiglie aristocratico-conservatoriste, prima tra tutte la famiglia francese degli Ormesson, vicende narrate magistralmente nella sua decadenza dallo scrittore Jean d’Ormesson nel romanzo A Dio piacendo.
Lo scisma, se di scisma ideologico contro-rivoluzionario vogliamo parlare, si suddivise in tre porzioni distinte: vi fu una destra che rimase fedele all’originaria posizione intransigente, combattendo il Risorgimento e preparando la strada alla futura Azione Cattolica – ne ricordiamo degli esempi nel marchese Cesare d’Azeglio (1763 – 1830), nel conte Emiliano Avogadro della Motta (1798 – 1865), nel conte Clemente Solaro della Margarita (1792 – 1889), il principe Antonio Capece Minutolo di Canosa (1778 – 1838), il celebre conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847) e da illustri sacerdoti, quali Luigi Guala (1834 – 1893), Pietro Scavini (1790 – 1869), Antonio Bresciani (1798 – 1862), Luigi Taparelli d’Azeglio (1793 – 1862), Giuseppe Baraldi (1778 – 1832), Pietro Balan (1841 – 1893) e Giacomo Margotti (1823 – 1887) -; un’altra “moderata” conservatrice e filo-risorgimentale che vide tra i suoi protagonisti Antonio Rosmini Serbati (1798 – 1855) e infine una progressista che accettò la Rivoluzione cooperando con essa – ne sono protagonisti di rilievo Félicité de Lamennais (1782 – 1854), Charles de Montalembert (1810 – 1870) , Henri Lacordaire (il giovane 1802 – 1861), Gioacchino Ventura (1792 – 1861) e Vincenzo Gioberti (1801 – 1852).

Tre dei protagonisti del mondo reazionario dei tre fronti: (da sinistra a destra) il conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847), Antonio Rosmini Serbati (1798 – 1855) e Félicité de Lamennais (1782 – 1854).

Fu da questo trittico ideologico che l’ideale Rivoluzionario ebbe storicamente la meglio producendo quello che oggi viene definito come cattolicesimo liberale e parallelamente pose le basi per la creazione del democristianesimo. L’atto di nascita della Democrazia Cristiana deve necessariamente essere cercato nella rottura tra Lamennais e de Maistre: il primo sosteneva l’imposizione di non introdurre l’atto rivoluzionario all’interno di un quadro demonologico, riducendo la Rivoluzione Francese come mero atto umano, dunque neutro e recuperabile ed a inquadrarlo addirittura come moderna incarnazione del Vangelo, operata dal Divino immanente della storia. Fu con tale processo-ideologizzante che nel XX secolo farà sostituire l’impegno sociale cristiano con l’idolatria umanitaria. Questa posizione rivoluzionaria inizialmente fu minoritaria e isolata da tutti i Papi, ma oggi è divenuta maggioritaria e viene sostenuta da autorevoli approvazioni ecclesiastiche. Ne è prova, ad esempio, le immagini rappresentanti Mosè situate nella chiesa svizzera di Martigny: Mosè scende dal monte Sinai presentando al popolo due tavole contenenti non l’antico Decalogo, ma le nuove Leggi dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.
Il presupposto ideologico della Contro-Rivoluzione, smentisce anche il luogo comune, preso buono dalla frangia conservatorista, che vede nella reazione un’incapacità latente di costruire un futuro, impegnandosi unicamente nel rimpiangere il passato e criticare il presente: niente di più falso. Difatti se si analizza nel pieno controllo e dedizione l’opera di de Maistre, questo pone tutte le condizioni preliminari – non adottate nel Congresso di Vienna – per ricostruire lo Stato, appoggiandosi oltre che a elementi morali, culturali e sociali anche a quelli teologici. In particolare nel suo Considerazioni sulla Francia, egli mira a ri-sacralizzare la politica, poiché la fede concederà la vera forza al nuovo apparato. D’altronde tutti gli imperi, i regni e le repubbliche che hanno posto alla base il carattere religioso, sono durate secoli, gli Stati socialisti o liberali, molto meno, poiché per riprendere l’enciclica di Papa Pio IX Nostis et nobiscum «non è in potere degli uomini fondare nuove società e comunità contrastando la naturale condizione delle cose umane».
Bisogna riaffermare una vera teologia politica capace di rivendicare i diritti di Dio Creatore e Legislatore, di Cristo Redentore e della Chiesa Santificatrice, come solo fondamento e difesa dei diritti umani subordinati al bene sociale comune finalizzato alla vita eterna. Politica e religione “non possono, non devono, non vogliono” rapportarsi in forma egualitaria, poiché non sono elementi sullo stesso piano di confronto, poiché si devono porre unicamente in un ordine gerarchico: una fede che non diventa cultura, è un’entità non pienamente accolta.
Ora pensate se il pensatore di Chambéry avesse potuto osservare la nostra Unione Europea basata su una Costituzione ancor più artificiosa, pletorica e atea di quelle varate dalla Rivoluzione Francese! Riprendendo nuovamente il professor Guido Vignelli «Secondo Maistre, una società politica dura e prospera solo se la “coscienza civile” accetta e rispetta un diritto pubblico fondato su una tradizione, ossia su un “dogma nazionale” rivelante il ruolo storico affidato dalla Provvidenza a quella società, il che presuppone una “ortodossia” che esprima una concezione dell’uomo, del suo posto nel cosmo e nella storia, dei suoi doveri verso Dio».
Difatti proprio in assenza di trascendenza non possono sussistere né diritti, né doveri certi, né libertà, né veritiere responsabilità, né carità sociale, ma unicamente un arbitrio che trasla tra gli eccessi dell’anarchia e quelli del dispotismo: mali che non posso essere scongiurati da Costituzioni, trattati, “carte dei diritti” o istituzioni internazionali umanitarie che pretendono con arroganza di sostituirsi alla giustizia cristiana. Non vi è possibilità di fondare il bene comune, il diritto pubblico e l’ordine civile su un relativismo dei valori, ma unicamente e sempre su un assoluto. Ancora una volta la storia ci giunge da aiuto e supporto: l’evoluzione rivoluzionaria giacobina sfocerà nei già citati regimi totalitari, i quali inizialmente desacralizzarono la politica allo scopo di scristianizzarla, poi dovettero risacralizzarla, tentando di rifondare l’ideologia della volontà di potenza su una sorta di improbabile “religione civile” basata sul culto di nuovi idoli, quali ricordiamo l’Essere Supremo, la Ragione, la Natura e la Libertà, poi nell’ultimo stadio quest’ultime si trasformarono nel Partito, nella Classe, nella Nazione, nella Razza, nel Popolo e nell’Umanità. La politica secolarizzata che ha seguito da sempre lo Stato-Nazione liberale, lo Stato-Popolo democratico e lo Stato-Classe socialista hanno già ampliamente manifestato il proprio personale fallimento nel corso del XX secolo.
In conclusione uno dei più grandi meriti di questo riscoperto maestro della politica, della teologia e della storia, consiste nell’aver preparato quella condanna ecclesiastica del naturalismo, del liberalismo e del democratismo, formulata poi dai Papi Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e San Pio X. Nonostante la crisi, la divisione interna e le persecuzioni subite, oggi la scuola contro-rivoluzionaria dimostra vitalità e incisività, appoggiandosi alla teologia agostiniana della storia, poiché se l’apostasia dell’Europa liberale è costata un secolo di rivoluzioni e successivamente due guerre mondiali, quanto costerà espiare le offese a Dio e la rovina delle anime compiute durante 70 anni di comunismo, 60 di democrativismo, 50 di crisi della Chiesa e 40 di rivoluzione sessuale? La risposta ci torna nuovamente dal buon de Maistre: «Non c’è che violenza nell’universo; ma noi siamo corrotti dalla filosofia moderna, che ci ha detto che “tutto è bene”, mentre invece il male ha tutto insozzato, e in un senso verissimo si può dire che “tutto è male”, poiché nulla sta al proprio posto. […] Ma stiamo attenti a non perdere coraggio: non esiste castigo che non purifichi, non esiste disordine che l’amore non ritorca contro l’origine del male. È dolce, in mezzo al generale sovvertimento, presentire i piani di Dio».

 

Per approfondimenti:
_Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, Editori Riuniti, Roma 1985;
_Joseph de Maistre, Elogio all’Inquisizione di Spagna, Il Cerchio, Rimini, 1998;
_Guido Vignelli, Radicalità e attualità di un grande Maistre, Editoriale il Giglio, Salerno, 2010;
_A.Del Noce, Lezioni sul marxismo, Giuffré, Milano, 1972;
_Centro Culturale Lepanto, numeri 86-88 del maggio 1989;
_M.Tangheroni, Cristianità, modernità, rivoluzione, Sugarco, Milano, 2009;
_J.C.Gignoux, Joseph de Maistre, prophète du passé, historien de l’avenir, Nouvelles Editions Latines, Paris, 1963;
_J.Solé, Storia critica della Rivoluzione Francese, Sansoni, Firenze, 1989;
_K.L. von Haller, Restaurazione della scienza politica, UTET, Torino, 1964;
_C.Dawson, La divisione della Cristianità occidentale, D’Ettoris, Crotone, 2009;
_Pio VI, Charitas quae, lettera apostolica del 13-04-1791;
_L.Guerci, Uno spettacolo non mai più veduto al mondo. La Rivoluzione Francese come unicità e rovesciamento degli scrittori controrivoluzionari italiani, UTET, Torino, 2008;
_Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Sugarco, Milano, 2009;
_Plinio Corrêa de Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe, Marzorati, Milano, 1993;
_H.Delassus, Il problema dell’ora presente, Cristianità, Piacenza, 1978;
_G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Feltrinelli, Milano, 1962;
_D. Fisichella, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2008;
_C. de Tocqueville, La rivoluzione democratica in Francia, UTET, Torino, 2007;
_H. Arendt, La rivoluzione, Einaudi, Torino, 2007;
_P. Calliari, Pio Brunone Lanteri e la contro-rivoluzione, Lanteriana, Torino, 1976;
_R. de Mattei, Idealità e dottrine delle Amicizie, Biblioteca Romana, Roma, 1981;
_A. del Noce, Il cattolico comunista, Rusconi, Milano, 1981;
_Pio IX, Nostis et nobiscum, enciclica dello 08-12-1849;
_L. de Bonald, La Costituzione come esistenza, Il Settimo Sigillo, Roma, 1985.

 

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Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante

Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante

di Giuseppe Baiocchi del 31/05/2018

Nella prima metà degli anni quaranta dell’Ottocento si fece progressivamente strada in ampi segmenti della società italica la questione nazionale, grazie al sempre più intenso dibattito pubblico animato da posizioni diverse e ideologicamente contrapposte. Quella che raccoglieva più larghi consensi fu inizialmente la proposta moderata e neoguelfa, poiché intendeva mantenere gli equilibri sociali esistenti e ribadiva la centralità dell’ordinamento monarchico, tanto che alcuni ambienti di corte la consideravano tollerabile.

Pius PP. IX, nato a Senigallia il 13 maggio 1792 e deceduto a Roma, il 7 febbraio 1878 è stato il 255º vescovo di Roma, Papa della Chiesa cattolica e 163º e ultimo sovrano dello Stato Pontificio dal 1846 al 1870. Nella foto è circondato dai membri della famiglia papale nei primi anni del 1870. Il Segretario di Stato, il Cardinale Antonelli, (contrassegnato da una freccia), non fu mai un prete, ma uno degli ultimi che ricoprì il grado di cardinale laico. Successivamente con Benedetto XV, il cardinale laico fu abolito.

In questa situazione di crescenti aspettative per un dialogo che si sperava costruttivo, l’elezione a Papa, nel giugno 1846, dell’arcivescovo di Imola Giovanni Maria Mastai Ferretti (1792 – 1878) che a 54 anni, con il nome di Pio IX, produsse uno scuotimento in tutta la penisola italica ed in tutte le corti europee. Il Pontefice giunse al pontificato possedendo una fama di autentica religiosità, con un atteggiamento distante dalle chiusure del suo predecessore Gregorio XVI, le quali erroneamente gli avvalsero l’icona del liberalismo moderato, tanto profetizzato da Vincenzo Gioberti (1801 – 1852).
Le iniziative, che poi saranno cardine della sua beatificazione, lo renderanno molto stimato dal popolo: l’amnistia per tutti i detenuti politici e gli esiliati (16 luglio 1846), la creazione di una Consulta di Stato (14 aprile 1847) e una maggiore libertà di espressione degli organi di stampa (15 marzo 1847); tali atti furono visti dall’opinione risorgimentale, di stampo nazionalista, come quella forma liberale di espressione che dopo la Restaurazione (01 novembre 1814 – 9 giugno 1815), non si era più riuscita a conquistare.
Non bisogna confondere le ideologie cristiane ed evangeliche, come pretesto per una visione “liberale” del Pontefice, il quale di contro possedeva teorie legittimiste, successivamente applicate durante il suo Regno: da qui la grande calunnia storica di ambiguità mossa contro Pio IX, che non poteva certamente accettare, come Vicario di Cristo le teorie, successivamente comprese da lui stesso, dell’idealismo cartesiano (e successivamente hegeliano, poi marxista), che poneva l’uomo al posto di Dio, frutto della Rivoluzione francese del 1789.
Come afferma lo storico Roberto de Mattei: «È in quell’ “artificiosamente montato” che non è difficile trovare le vere cause del “delirio collettivo dell’opinione pubblica” che, dal luglio del 1846 all’aprile del 1848, creerà, attorno al nome di Pio IX, il mito del Papa “liberale”, frutto in realtà […] di un “sistematico sfruttamento” delle iniziative del pontefice, per realizzare lo storico “abbraccio” tra la Chiesa e i principi della rivoluzione francese».
Nell’autunno del 1847 tutte le monarchie della penisola italica, travolte dai moti, avevano loro malgrado intrapreso una svolta riformista e avviato un programma di pur graduale rinnovamento delle istituzioni statali. Nondimeno, a conferma del carattere ormai dirompente delle istanze nazionali, risultò presto evidente che questo mutamento di rotta non sarebbe stato sufficiente a placare le aspettative che si nutrivano da più parti. Fin dal gennaio 1848, infatti, la penisola italiana e l’intera Europa furono percorse da nuovi moti rivoluzionari che sarebbero sfociati in una prima resa dei conti tra i sovrani riportati al Trono dalla Restaurazione e i loro sudditi, dopo che ad essi era stata data la possibilità di accedere alla vita politica dello Stato. Pio IX fu artefice, tra le tante innovazioni del suo Regno, della Lega doganale italiana (3 novembre 1847) con il Granducato di Toscana e il Regno sabaudo del Piemonte, con lo scopo di favorire – attraverso una tariffa daziaria unica – l’integrazione economica italica attraverso la caduta delle barriere esistenti fra i vari Stati.
Più tali concessioni venivano sancite, più l’errata interpretazione dei futuri patrioti nazionalisti italici aumentava nei confronti dello Stato Pontificio. Furono proprio le “rivolte” sfociate un anno dopo a far arenare tale progetto, che poteva ideologicamente aderire in un lungo-medio termine, verso una confederazione di Monarchie italiche rette sotto un Papa Reggente: modello che fu adottato dal 1867 da Franz Joseph con la creazione dell’Austria-Ungheria.
Come fu ampiamente evidente, la metodologia delle “concessioni” non fu strategia premiante nel frenare le istanze nazionali, le quali di contro ambivano verso una malcelata volontà di potenza su tutti gli Stati Sovrani della Penisola.
Fu lo stesso Pio IX ad accorgersi dello “scacco nazionale” della Prima Guerra di Indipendenza italiana (23 marzo 1848 – 24 marzo 1849) con l’antico alleato dell’Impero cattolico austriaco (ricordo come ad uno Stato cristiano fosse impedito di muovere guerra contro un suo fratello cattolico, previa disposizione pontificia), difatti già il 29 aprile – dopo aver inviato sulla linea del fronte in avanguardia due divisioni volontarie comprendenti 7500 uomini comandate dai generali Durango e Ferrari, con la sola missione di proteggere i confini dello Stato Pontificio con il Regno Lombardo-Veneto austriaco (Nota1) – il Papa comprese l’errore ideologico della posizione neoguelfa riformatrice e richiamò le proprie truppe ripudiando la guerra contro l’Austria in un discorso tenuto davanti ai propri cardinali: «Fedeli agli obblighi del nostro supremo apostolato, Noi abbracciamo tutti i Paesi, tutte le genti e Nazioni in un istintivo sentimento di paterno affetto».

25 aprile (San Pietro) 1870: Pio IX benedice le truppe pontificie.

Bisogna necessariamente aprire una digressione sulla figura di uno dei comandanti pontifici Giovanni Durando (1804 – 1869). Di orientamento massonico-liberale, partecipò precedentemente a diversi moti rivoluzionari in Piemonte (1831), in Belgio (1832), in Portogallo (1833-1838), e Spagna.
Dal 24 marzo 1848 assunse il comando delle truppe pontificie ed estere al servizio di Pio IX, il quale commise certamente un errore politico, rimettendo la fiducia in un generale di indubbia capacità militare, ma di ideologia non affine al pensiero legittimista: incarico che successivamente il Pontefice pagò a caro prezzo, nei confronti dell’Austria.
Nell’aprile del 1848, trovandosi a sud del Po nei territori pontifici, contravvenendo agli ordini di Pio IX di ritirarsi e rientrare a Roma, attraversò il fiume recandosi nel Veneto insorto contro gli austriaci. Durango assunse anche l’incarico, per conto di Carlo Alberto, di coordinare i volontari veneti, partecipando così alla Prima guerra di indipendenza italiana. L’evento comportò un forte caso diplomatico tra lo Stato Pontificio e L’Impero d’Austria.
Ideologie come quella nazionalista, oggi ben nota e studiata, erano certamente “terra incognita” per i Sovrani dell’epoca, che inizialmente non compresero affatto le mire nazionali, di cui la Monarchia liberale dei Savoia si era fatta promotrice.
Nello Stato della Chiesa si era intanto aperta una frattura tra i settori più conservatori e le diverse anime dello schieramento liberale, deluse dalla decisione di Pio IX di recedere all’adesione alla guerra contro l’Austria. Da allora il Governo liberale fu affidato al moderato conte Terenzio Mamiani Della Rovere (1799 – 1885), anch’esso appartenente alla Massoneria italiana: appare evidente come le logge massoniche liberali, si erano insinuate all’interno dello Stato retto dal Pontefice, elemento che contribuì alla caduta della suddetta realtà statale.
Il 12 Luglio Mamiani è costretto a dimettersi, per lasciare il posto il 16 settembre a Pellegrino Rossi (1787 – 1848), il quale possedeva un progetto federalista – inviso a chi voleva unire l’Italia in uno Stato centralizzato sul modello francese – di una confederazione di Stati, che affermava la piena autonomia dello Stato della Chiesa e rimaneva neutrali nel caso di un’eventuale ripresa della guerra di Carlo Alberto contro l’esercito di Radetzky. Il nuovo Ministro cercò anche di attivare una politica di pacificazione sociale e risanamento finanziario.
In ambienti rivoluzionari fu elaborato un piano per assassinarlo: la mattina del 15 novembre 1848, giorno di riapertura del Parlamento, Rossi fu accoltellato sulle scale del Palazzo della Cancelleria; il suo assassinio fu l’inizio della serie di eventi che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana. Difatti pochi giorni dopo, il 24 novembre, verso sera, Pio IX, travestito da prete e accompagnato dal suo cameriere segreto, esce dal Quirinale e in carrozza si fa accompagnare davanti alla Chiesa dei Santi Pietro e Marcellino; qui lo raggiunge il Conte Carlo Spaur, Ambasciatore di Baviera, che lo porta fuori da Roma e dallo Stato Pontificio con destinazione Gaeta, dove sarà accolto da Francesco II.

Pio IX con il re delle Due Sicilie Francesco II (a sinistra con il frac scuro) nel 1862.


Sotto la spinta delle “rivendicazioni” dei democratici si formò una Giunta di Stato non eletta – sotto forte pressione dei mazziniani confluiti da tutta la penisola a Roma – che sciolto il Parlamento, convocò un’Assemblea costituente romana (9 febbraio 1849) che tramite il suffragio universale poneva le basi per una Costituente nazionale, autoproclamò la Repubblica e la decadenza “di diritto e di fatto” del potere temporale del Papa. Roma fu capovolta: tra il febbraio e il marzo 1849 il governo democratico abolì il controllo vescovile sull’istruzione, soppresse il Sant’Uffizio e incamerò i beni ecclesiastici. Moltissimi furono i volontari che, animati da Mazzini, affluirono in quei mesi a Roma per difendere la città: Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882), Carlo Pisacane (1818 – 1857), Goffredo Mameli (1827 – 1849) e Nino Bixio (1821 – 1873). Si nominò un triunvirato, su modello napoleonico, composto da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini (1777 – 1863) e Aurelio Saffi (1819 – 1890), dotato di potere “illimitato” per la “difesa della Repubblica” (Nota 2).
Il 1º gennaio il Papa emanò un motu proprio con il quale condannò la convocazione dell’Assemblea Costituente e comminò la scomunica sia a coloro che avevano emanato il provvedimento sia a coloro che avessero partecipato alla consultazione elettorale. Le elezioni si svolsero comunque e decretarono la vittoria dei democratici, che furono gli unici votanti delle elezioni imposte. Non si recarono ai seggi, infatti, legittimisti e i moderati: le componenti sociali più sensibili al richiamo del pontefice. Tuttavia, dopo che era venuto meno il sostegno della Toscana, e in seguito ai contraccolpi dell’insuccesso militare piemontese, l’esperimento romano si trovò in crescente difficoltà.
D’altra parte la Repubblica francese, a cui i romani avevano guardato come un modello esemplare, non solo non mostrò alcun genere di solidarietà, ma anzi proprio Luigi Napoleone – nell’intento di accattivarsi il clero – fu fra i primi ad inviare reparti militari contro la Repubblica per il ripristino del potere papale. Il 1°luglio 1849, dopo aver approvato simbolicamente il testo definitivo della Costituzione repubblicana, l’Assemblea costituente non poté più opporre alcuna resistenza contro la coalizione formata da Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie: con l’assedio di Roma dello stesso anno, Pio IX poté tornare sul suo Trono.
Il Pontefice scosso dal pericolo appena corso di essere delegittimato, cancellò ogni traccia del biennio rivoluzionario e si pose politicamente come punto di riferimento del Trono e dell’Altare. Come nuovo segretario di Stato fu nominato Giacomo Antonelli (1806 – 1876), che perseguitò gli avversari politici, ordinando molti arresti e riportò gli ecclesiastici al vertice di tutti i principali organismi pubblici. I gesuiti in particolare ripresero ad esercitare una grande influenza all’interno dello Stato Pontificio, anche attraverso la rivista “La civiltà cattolica”, fondata nel 1850. Il 14 agosto del 1850 Papa Pio IX, con una Legge unica nell’Europa dell’epoca, stabilisce disposizioni per tutto lo Stato Pontificio per la tutela e la formazione dei sordomuti. Il 14 ottobre del 1853, viene avviato il Servizio Telegrafico (sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Sebastiano). La rete è rappresentata esclusivamente dalle linee che servono a collegare Roma con gli Stati confinanti (in modo da garantire i contatti del Papa con i propri alleati, come il Regno di Napoli e il Granducato di Toscana).
Pio IX durante il suo pontificato, il più lungo della storia, se si accettua quello dell’apostolo Pietro, manifestò la sua avversità allo Stato italiano e alle idee laiche e liberali che hanno lasciato un segno profondo nella storia d’Italia, risolta con i famosi “Patti Lateranensi” del 1929 ad opera di Benito Mussolini (1883 – 1945). Nell’enciclica Quanta cura del 1864 non lasciava alcun spazio al compromesso: i cattolici dovevano opporsi “alle nefande macchinazioni di uomini iniqui che […] schiavi della corruzione, con le loro opinioni ingannevoli (di cui egli era stato inizialmente sedotto) e con i loro scritti dannosissimi, si sono sforzati di sconquassare le fondamenta della cattolica religione e della civile società, di levare di mezzo ogni virtù e giustizia, di depredare gli animi e le menti tutti”. Nel contesto di questo aspro conflitto fra Chiesa e Stato vanno ricordate le due note a presa di posizione di Pio IX: la dichiarazione dell’infallibilità del Papa fatta proprio a ridosso della presa di Roma e soprattutto il Non expedit (1874), con la proibizione per i cattolici di partecipare alla vita politica dello Stato italiano.
Egli dovette soffrire molto, poiché l’incomprensione e l’odio delle forze massoniche e rivoluzionarie, continuarono ai danni del suo Stato, nei confronti delle province di Marche e Umbria (18 settembre 1860), durante il periodo dell’unificazione nazionale ad opera di Garibaldi, appoggiato tacitamente dal Regno sabaudo, dopo aver sconfitto a Castelfidardo le forze papaline.
Furono solo le forze francesi di Napoleone III (nel frattempo divenuto Imperatore dei francesi, aprendo il secondo Impero napoleonico) stanziate nel Lazio che permisero allo Stato Pontificio di perdurare per altri undici anni (Nota 3).
La via per Roma sembrava dunque chiusa per il completo assoggettamento della penisola. Nel novembre 1867, fallì infatti un nuovo tentativo intrapreso da Garibaldi per conquistare la città: un corpo di spedizione francese attaccò presso Mentana i suoi volontari, che dopo un duro combattimento furono costretti a cedere alle forze soverchianti dei loro avversari. A risolvere la situazione fu, nel 1870, la sconfitta della Francia di Napoleone III a Sedan, ad opera della Prussia di Bismarck. La scomparsa di uno dei due contraenti fece rompere l’indugi al processo di unificazione italiano che il 20 settembre 1870, grazie all’artiglieria aprì un varco nella cinta muraria che circondava la città – la famosa Breccia di Porta Pia – e il corpo militare dei Bersaglieri ebbero la meglio sulle truppe pontificie. La Guardia palatina d’onore, creata da Papa Pio IX nel 1850, manteneva la bandiera, su concessione dell’esercito sabaudo, dopo la presa della città.

Tra i corpi militari più prestigiosi dello Stato Pontificio vi era quello della Guardia nobile, che venne costituito l’11 maggio 1801 da papa Pio VII come reggimento di cavalleria pesante. Comprendeva l’ex corpo delle lance spezzate, disciolto il 20 febbraio 1798 a seguito dell’occupazione francese di Roma, unito ai cavalleggeri pontifici. Il corpo, che fu anche chiamato “Cavalleggeri”, era composto da reclute provenienti dai cadetti delle famiglie nobili ed era inizialmente diviso in due compagnie. Inizialmente questo reggimento doveva servire come scorta personale per il pontefice, nonché per le maggiori cariche ecclesiastiche dello Stato Pontificio inviate per conto del pontefice nelle province dello Stato in missioni particolari. Uno dei compiti della Guardia era quello di dare l’annunzio di nomina ai nuovi cardinali che abitavano fuori Roma, consegnando lo zucchetto cardinalizio. Il primo militare ad espletare tale funzione fu il marchese Costaguti, che nel settembre del 1801 annunciò a Antonio Felice Zondadari la nomina ad Arcivescovo di Siena. Il marchese Luigi Serlupi d’Ongran portò lo zucchetto cardinalizio al card. Angelo Roncalli poi Papa Giovanni XXIII. Una delle missioni più note eseguite da questo corpo fu l’aver scortato Pio VII a Parigi per l’incoronazione di Napoleone Bonaparte nel 1805. Il corpo fu sciolto dopo la seconda invasione francese (1808), salvo poi essere ricostituito dallo stesso Pio VII con decreto del 4 ottobre 1815. Nel 1824 Leone XII unificò le due compagnie affidandole ad un unico comandante, con mandato a vita. Con l’unificazione dell’Italia e la confisca degli Stati papali nel 1870 con la presa di Roma, la Guardia nobile rimase in servizio ma mutò la propria natura divenendo un corpo elitario di guardie a piedi. Affiancatasi sempre più, per servizio, alla Guardia palatina d’onore e alla Guardia svizzera pontificia, la Guardia nobile venne sostituita da quest’ultimo corpo nelle proprie funzioni per volere di papa Paolo VI il 14 settembre 1970 come parte delle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II.

Il 3 febbraio 1871 fu stabilito il trasferimento della capitale del neonato Regno d’Italia, da Firenze a Roma. Prima ancora che il trasloco fosse effettivamente ultimato, il governo italiano cercò di risolvere il conflitto con il papato impegnandosi attraverso la legge “Delle Guarentigie”, (maggio 1871) a garantire al pontefice la totale autonomia nello svolgimento del suo magistero spirituale e riconobbe alla Santa Sede una serie di prerogative: l’extraterritorialità dei palazzi del Laterano e del Vaticano e della villa Castelgandolfo, la libertà di comunicazione con i rappresentanti dei governi di tutti gli altri paesi del mondo.
Pio IX aveva proclamato “ingiusta, violenta, nulla e valida l’occupazione italiana”; perciò il Regno d’Italia, ossia un Paese al 99% cattolico, si trovò a scontare il peso di una scomunica papale, destinata ad avere per numerosi anni a venire pesanti conseguenze tra il “Paese reale” e quello “legale”. Con il già citato Non expedit, Pio IX dichiarò infatti “non opportuno” – de facto una proibizione – che i cattolici partecipassero alle elezioni indette da uno Stato usurpatore. Anche se non tutti i cattolici erano pronti a seguire alla lettera la sua prescrizione, tale divieto comportò non poche noie al Regno d’Italia, sorretto da Vittorio Emanuele II.
Papa Pio IX morì prigioniero a Roma il 7 febbraio 1878 e fu sepolto in Vaticano. Nel proprio testamento, il pontefice aveva designato come luogo definitivo di sepoltura la basilica di San Lorenzo al Verano. Nel luglio del 1881 avvenne la traslazione della salma. Fu organizzata una cerimonia pubblica, che iniziò alla mezzanotte tra il 12 e il 13 luglio, secondo l’uso dell’epoca. Ad accompagnare la salma del pontefice lungo le strade si accalcarono migliaia di cittadini. Nonostante fossero prevedibili scontri, non fu organizzato un visibile dispiegamento di polizia. Il governo italiano era restio a organizzare un servizio di sicurezza adeguato per, non creare l’impressione di un omaggio a una figura che aveva ritardato l’Unità d’Italia. D’altro canto gli ambienti ecclesiastici non vollero utilizzare le forze di sicurezza vaticane perché sarebbe stato un implicito riconoscimento della legge delle Guarentigie che le aveva istituite.
La cerimonia fu interrotta da un gruppo di anticlericali che tentarono di impossessarsi del feretro, al grido di «al fiume il papa porco», attaccando il corteo funebre con sassi e bastoni nell’evidente intento di gettare la salma di Pio IX nel Tevere. Fu grazie ai fedeli e successivamente alla pronta reazione della polizia che si evitò l’irreparabile. Solo dopo alcune ore il corteo funebre poté riprendere la processione sino a San Lorenzo in una situazione di relativa tranquillità.
L’episodio ebbe risonanza internazionale: l’Italia apparve come un paese in cui era possibile attaccare una persona anche oltraggiandone le spoglie mortali. Vi furono conseguenze politiche: il prefetto di Roma venne rimosso dall’incarico e il governo Depretis dovette rispondere a numerose interrogazioni parlamentari sulla vicenda. Il ministero degli Esteri inviò una lettera circolare alle monarchie europee per spiegare l’origine degli scontri.
Riportiamo alcune parole, segno inequivocabile di un cuore ricolmo di Fede, di Speranza, di Carità, monito per tutti noi oggi nella lotta contro i discendenti ideali di coloro che egli ebbe come suoi nemici giurati: «Quanti tiranni tentarono di opprimere la Chiesa! Quante caldaie, quante fornaci e denti di fiere, e aguzze spade! Tuttavia non ottennero nulla. Dove sono quei nemici? Sono finiti nel silenzio e nell’oblio. E dov’è la Chiesa? Ella splende più del sole».
Venne proclamato beato il 3 settembre del 2000 da Giovanni Paolo II dopo che la Chiesa cattolica riconobbe l’autenticità del miracolo ottenuto da suor Marie-Thérèse de St-Paul e l’intercessione di papa Pio IX. La Chiesa Cattolica oggi celebra la memoria del beato Pio IX, come ultimo Papa-Re. Questa è la frase canonica di presentazione del santo odierno.
In realtà, questa asserzione non è corretta. Nella sua fredda schematicità, ciò che la rende errata è l’aggettivo “ultimo”. Ultimo naturalmente non è riferito a “Papa”, ma a “Re”. Ma un Papa è re non perché esercita un potere temporale su uno Stato, ma per via del suo ruolo di vicario in terra di colui Che è “Re dei re”, Re dell’universo e Signore del creato, signore in quanto fattore, reggitore, governatore, e un giorno giudice; di Colui che ebbe a dire, nel pretorio dinanzi al Governatore di Roma, di Se stesso: «tu lo dici: io sono re» (Gv., 18,37). La tiara (o triregno), simbolo per secoli della regalità pontificia, non era legata al possesso dello Stato Pontificio, tanto è vero che è stata abolita, non nel 1870, ma dalle riforme di Paolo VI. In conclusione possiamo certamente affermare che in mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo, Pio IX fu esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate.

 

La teca contenente la salma di Pio IX.

Nota 1: Il Papa inviava, ai confini, una forza di 7.500 uomini, organizzati in quattro reggimenti di fanteria italiana, reggimenti svizzeri, due reggimenti di cavalleria, tre batterie da campagna, due compagnie del Genio ed una di artificieri, al comando del piemontese Giovanni Durando. Mentre al napoletano Ferrari, in posizione subordinata, venne affidato il comando dei 3.000 volontari. La piccola armata partì da Roma il 24 marzo 1848, seguita, il 26 dal Ferrari, con circa 2.300 volontari, cresciuti per via sino a 12.000. Ad essi se ne aggiunsero altri 1.200 organizzati dal bolognese Tito Livio Zambeccari (1802 – 1862), anch’egli noto massone del Grande Oriente d’Italia.

 

Nota 2: Se si attua una riflessione sul concetto di nazionalismo, le nuove forme statuali che si erano affermate, al fine di ritagliarsi delle sotto entità – a tutto vantaggio delle élite borghesi-massoniche, che di questo movimento si facevano promotori –, condussero verso la guerra civile i popoli europei. Queste entità progressivamente, si sono auto-convinte di possedere una «missione nazionale», la quale si rafforzò con il pretesto – nel caso dell’Austria-Ungheria, dopo il 1867 – della «parità politica» per auto-legittimare il proprio credo. Il collegamento dei diritti democratici, alle istanze nazionali – verità per le primissime rivoluzioni -, non ha avuto fondamento di giustizia in seguito, ma fu un meccanismo pianificato ad hoc dalle nuove élite borghesi dominanti. Successivamente le nazioni, che nel frattempo si erano auto-legittimate, non si sono certamente dimostrate democratiche: la Germania nazista, basata sul regime di nazione, non lasciava certamente diritti politici ai propri popoli sotto la sua sfera d’influenza. La stessa unità tedesca, del 1871, non si è ottenuta per via democratica, ma per auto-affermazione degli Junker. Il nazionalismo nasce proprio contro i diritti democratici: un potere viene sostituito da un altro, ma il nuovo che avanza, vuole possedere la legittimazione delle sue azioni violente, tramite la morale e l’etica della sua inesistente democrazia. De facto se ad una nazione fa capo una missione storica, la quale si pone in contraddizione con l’obiettivo di un’altra entità, la risoluzione per l’auto-affermazione è la guerra. Se come affermava Vincenzo Gioberti (1801 – 1852) «gli italiani hanno una sacra missione», già si asseriva che lo scopo storico degli italiani doveva entrare in conflitto con la missione storica degli altri Stati preunitari. Della sua opera fondamentale il Primato civile degli italiani si evince come l’avanguardia spirituale italiana, fondata su una «religione secolare della patria», si basava su caratteristiche di particolare assolutezza. La saldatura tra protesta liberale e rivendicazioni nazionali fu garantita fino al 1848, ma non si trattava di un successo duraturo e sarebbe stato messo presto in discussione. D’altronde tutta la mitologia della nazione è stata costruita a tavolino, come atto di pressione nei confronti di un processo storico. Ne sono testimonianza le Accademie della lingua, senza le quali il concetto di nazione si affievolisce. I nazionalismi assoluti non hanno portato alla liberazione politica, ma hanno condotto i popoli verso la schiavitù totale, come storicamente hanno dimostrato fascismo, nazismo e comunismo, evoluzioni novecentesche di tale pensiero. 

 

Nota 3: Durante l’insurrezione del 1831 fu nominato delegato straordinario di Spoleto e Rieti e con un’abile mediazione salvò la città da un inutile spargimento di sangue. Convinse i generali pontifici a non aprire il fuoco e ai rivoltosi concesse, alla deposizione delle armi, soldi e passaporti. Tale atteggiamento di moderazione contribuì, al momento della sua elezione a papa, a far pensare ai patrioti italiani che fosse uomo di idee liberali e aperto alla causa nazionale.
In tale periodo salvò la vita al ventitreenne Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III, che stava per essere fatto prigioniero dagli austriaci proprio a Spoleto. Il favore, fino alla sua capitolazione dopo la sconfitta prussiana, gli fu ricambiato con la salvaguardia dei suoi territori.

 

Per approfondimenti:
_Luigi Negri, Attualità & profezia – Ares 1999;
_Andrea Tornielli, Pio IX. L’ultimo Papa Re – Mondadori, 2011;
_Giulio Andreotti, Sotto il segno di Pio IX, Rizzoli, 2000.

 

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Umberto II, il Re gentiluomo

Umberto II, il Re gentiluomo

di Giuseppe Baiocchi del 02/11/2016

Sua altezza reale Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia, abbreviato Umberto II è stato l’ultimo Re di Italia. Spesso gli italiani si sono interrogati sull’eventuale colpa della monarchia: guerra, fascismo, sconfitta. Questa che sto per raccontarvi è una tragedia che rimane, ancora oggi, al centro di una delle tante coscienze nazionali irrisolte del nostro paese.
La casa reale sabauda ha avuto un disegno politico lungo mille anni che, per noi contemporanei, si traduce in uno straordinario patrimonio in opere architettoniche, pittoriche, ambientali, e di istituzioni culturali.

Umberto II, nato Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia (1904 – 1983), ultimo Re d’Italia. ©collezioni MauryFert.

Nella grande muraglia del passato, quale è stato il ruolo di Umberto negli eventi che videro la fine della casata dei Savoia? Raramente se ne parla, quasi questo argomento per la Repubblica sia veramente un tabù. Il tempo passa e la storia si dimentica.
Attraverso lo studio di saggi storici di comprovata veridicità e fonti di archivio ho cercato di ricostruire gli eventi seguendo meramente i documenti storici, senza scendere nella soggettività. Questo articolo vuole essere un’inchiesta, ma è soprattutto una tragedia umana, una favola triste sullo sfondo di un secolo tremendo.
Nato nel 1904 dal matrimonio di Elena (principessa del Montenegro) e Vittorio Emanuele III (Re di Italia) è il terzogenito di quattro figli, unico erede maschio. Cresciuto nell’affetto e nella deferenza di gentiluomini e gentildonne all’interno di meravigliose ville e giardini, Umberto riceve una rigida educazione, vivendo la sua infanzia molto lontano dalle tragedie e dalle catastrofi della successiva storia italiana e Europea.
Nell’immensa e sanguinosa strage della prima guerra mondiale, la pace Europea significherà una serie di tanti irreparabili eventi, ma per le monarchie è un vero terremoto. Molte di queste vengono abbattute e solo l’imperialismo inglese di Re Giorgio V si rafforza. L’Italia, uscita vincitrice dal conflitto, diventa la seconda monarchia Europea dopo la scomparsa dell’impero zarista russo nel 1917 con l’omicidio dello Zar Nicola II (trucidato nel 1918) da parte delle forze bolsceviche (nel 2008 l’esecuzione reale è stata condannata, come omicidio sommario, dal tribunale russo) e dopo la caduta dell’Impero Austro-Ungarico che viene soppiantato da un potere borghese-massonico tutto francese e anglo-americano.
Per Umberto, questo periodo coincide con la fine della propria infanzia che vede l’allontanarsi del padre il quale passerà la guerra al fronte. La guerra è stata l’uovo del drago, dal quale sono nati mostri assetati di sangue: fascismo, bolscevismo, nazismo. Il precettore di Umberto è l’ammiraglio Conte Attilio Bonaldi che lo allevò con incredibile severità: Umberto doveva essere ubbidiente, non doveva mai discutere un ordine, mai permettersi una opinione. Nel 1921 a soli diciasette anni è già un personaggio pubblico. I Savoia erano una dinastia militare e il principe ereditario doveva essere un militare anche lui. Le qualità di Umberto sul finire dell’adolescenza non piacevano a Bonaldi, poiché il principe era gentile, cortese, allegro, elegante e obiettivamente bellissimo. 
La Marcia su Roma il 28 ottobre del 1922 porterà, come è noto, il fascismo al potere. Un potere dovuto ai 306 deputati (di cui 35 del partito nazionale fascista) che votarono la fiducia al Governo di ampia coalizione presieduto dall’onorevole Benito Mussolini . Casa Savoia, stanca della mancanza di riforme e figuracce internazionali come la sconfitta di Adua del 1896, lascia agire Mussolini e gli accorda la fiducia. Comincia così quella tempesta, che porterà alla distruzione il vecchio ordine delle cose.
Oltre a quella fascista, c’era ancora un’altra destra in Italia e in Europa che si plasma intorno alle antiche famiglie reali con le loro coorti, i loro gentiluomini e le loro gentildonne con il loro seguito di aristocratici: principi, duchi, marchesi, conti. Questo mondo si darà convegno a Napoli il cinque novembre del 1927 per le nozze di Amedeo, figlio del duca d’Aosta (in abito meharista) con Anna, figlia del duca di Guisa della famiglia reale francese. I gioielli di Anna appartenevano alla regina francese Maria Antonietta ghigliottinata durante la rivoluzione. Scrive il Corriere della Sera il giorno dopo il matrimonio: “a voler rifare la genealogia della nuova principessa sabauda, una stirpe così pura e antica, bisognerebbe ripercorrere mille anni di storia” e segue un elenco di antenati celebri: “San Luigi, tre imperatori di Bisanzio, tutti i Re di Francia, di Navarra, di Spagna, quelli di Napoli, delle Due Sicilie, d’Ungheria, di Polonia”.

Napoli 5 novembre 1927 – Nozze delle altezze reali Amedeo di Savoia Duca delle Puglie con la Principessa Anna di Francia. ©collezioni MauryFert

Tornando sul principe di Piemonte Umberto, quasi un attore del cinema americano, egli commosse milioni di donne facendosi vero e proprio mito per l’universo femminile. Molte donne confessarono il loro amore per il principe come per Tancredi o Rinaldo. In fondo al cuore di tutte, era il figlio del Re: un mito irraggiungibile. Se aggiungiamo la grande cortesia, la disponibilità, la mitezza con un fondo di riservatezza e di tristezza, sarà sempre molto stimato dal popolo.
Nel 1928 Vittorio Emanuele III, chiese ad Umberto (all’epoca aveva 24 anni) di intraprendere un lungo viaggio: andrà in Egitto, in Eritrea, in Somalia italiana e in Palestina. Per la sua formazione doveva assolutamente lasciare l’Italia. Tornato in patria, a Torino, il Principe del Piemonte era diventato amico di una attrice di spettacolo Carolina Mignone con la quale era stato visto spesso. Molti millantano un amore, altri una semplice avventura, ma il Re non voleva scandali e “Milly”, così veniva chiamata da Umberto, doveva uscire dalla vita del Principe ereditario. Umberto si congedò da Mignone con gentilezza, le regalò un anello e le disse: “si ricordi che le persone che mi sono care lo saranno per sempre. La mia amicizia per lei non finirà mai”.

Nella foto di sinistra, il Principe di Piemonte Umberto di Savoia sbarca ad Alula (22 marzo 1928), in Migiurtinia, nella Somalia italiana, accompagnato dal Governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon. Nella foto di destra l’attrice Carolina Mignone.

Non si conoscono molti altri grandi amori del Principe, che inizia ad essere controllato  dall’OVRA (la polizia segreta del regime, ufficializzata con le leggi fascistissime del 1925) che aveva un intero dossier (mai ritrovato) su di lui.
Nel 1929 Vittorio Emanuele III, inaugura la XXVIII legislatura. Questo sarà un anno di grandi mutazioni sia in Italia, che nel mondo. Il Re affronta i tempestosi tempi nuovi, rimanendo legato alle tradizioni e al cerimoniale monarchico. “Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien régime non potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita” asseriva il principe di Benevento Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord. Le guardie con i cappelli impennacchiati, le vesti multicolori, gli ornamenti dorati, i paramenti scarlatti, le guardie del Re, gli ufficiali, i trombettieri e i musici sono uno spettacolo abbagliante durante tutta la cerimonia. 
Il Re aveva accettato la dittatura fascista senza entusiasmo, come il minore dei mali: “i governi  erano destinati a durare qualche anno, le dinastie secoli”.
Ma Vittorio Emanuele III aveva sottovalutato la manovra politica di Benito Mussolini che nel 1925 con le leggi definite “fascistissime” aveva inserito una modifica allo Statuto Albertino dove si ratificava che il principe ereditario di Vittorio Emanuele III (Umberto, appunto) sarebbe stato eletto direttamente dal Gran Consiglio del fascismo. Dunque un gravissimo “scacco al Re” – un tradimento alla fiducia accordata in quel 1922. Una manovra di ricatto, che Mussolini userà per controllare abilmente la monarchia italiana e tenerla sotto controllo. Per il maestro di Predappio la monarchia doveva essere sottoposta al fascismo.
Sempre nel 1929, ci fu la conciliazione tra stato italiano e vaticano. Umberto con le sorelle visiterà quello stesso anno il Papa e per il principe piemontese fu un evento di particolare gioia, essendo di grande fede cattolica. Della corte papale facevano parte, per diritto ereditario, le grandi famiglie dei principi romani: i Colonna, gli Orsini, i Borghese, gli Odescalchi, i Patrizi, i Ruspoli con i loro castelli nell’agro-romano e i loro splendidi palazzi rinascimentali, barocchi o settecenteschi. Umberto sarà lieto di frequentare quel mondo, prima separato dai Savoia e di essere riconosciuto, con la benedizione del Papa, come principe ereditario.
Ma il 1929 è ricordato per la catastrofe economica che colpisce la finanza statunitense che sconvolgerà l’Europa. Una serie di fallimenti industriali colpiranno il vecchio continente nel quale avviene un crollo dei consumi e si presenta un forte stato di disoccupazione dalle conseguenze gravissime.
Questa crisi sarà la premessa al secondo conflitto mondiale.
Nel frattempo Umberto, sempre nel 1929, è a Bruxelles dove annuncia il fidanzamento con quella che poi sarà sua moglie Marie José di Sassonia Coburgo-Gotha – figlia del Re del Belgio. Sempre a Bruxelles un giovane studente anti-fascista Ferdinando De Rosa, si fece largo tra la gente e gli sparò un colpo di rivoltella: Umberto rimase impassibile, tanto da far impressione ai belgi presenti. Alla corte del Belgio, si poteva incontrare il meglio della cultura Europea: da Einstein a Claudel, da Pau Casals a George Bernard Shaw.
Il matrimonio sarà celebrato a Roma il 28 Gennaio del 1930. Per Maria José sarà indubbiamente un matrimonio d’amore, con Umberto che aveva ventisei anni e lei ventiquattro. Da anni lei era destinata a lui, fantasticando spesso sul momento delle nozze, mentre per Umberto il matrimonio era un altro dei suoi doveri, che da futuro Re, doveva ottemperare dovendo consegnare un erede maschio al trono. Non sarà un matrimonio semplice.

Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di Re Umberto II.

La principessa indossava un vestito confezionato dalla sartoria Ventura di Milano con uno strascico lungo ben sette metri con in capo un antico velo di merletto bianco sormontato da un diadema di casa Savoia, ornato di pietre preziose; il tutto disegnato dalla mano dello stesso principe ereditario. Dopo le nozze avvenne la visita in vaticano. La prima residenza dei principi di Piemonte sarà nella vecchia capitale sabauda Torino, dove Umberto si trovava benissimo. Ha molti amici nell’alta società torinese, tra cui Edoardo Agnelli il quale, se non fosse morto troppo presto, avrebbe ereditato il grande impero economico della FIAT.
Sotto la superficie della cortesia mondana Umberto è attento alle realtà del potere, ancora presenti in Europa, legate al mondo delle dinastie.
Il “mestiere di moglie” di José comprende la presenza alle cerimonie, alle inaugurazioni, ma soprattutto mai occuparsi delle questioni statali. Maria José poteva andare continuamente in vacanza, ma questa pratica annoiava la principessa, che preferiva impegnarsi in prima persona nelle questioni culturali e sociali.
La figlia del Re belga era interessata all’arte, alla filosofia, alla letteratura: non era certamente antifascista, ma frequentava intellettuali molto lontani dal regime, tra i quali Benedetto Croce o Umberto Zanotti Bianco. Più tardi nel 1946 confesso all’amico Zanotti Bianco “sento in qualche modo di dover espiare la fede che ho avuto in Mussolini. La sua vitalità allora mi aveva affascinato”.
I coniugi lasceranno Torino per trasferirsi a Napoli: lo spirito poco assoggettabile al regime, rendeva la cultura partenopea affine ad entrambi, i quali avevano ormai una forte diffidenza verso la politica estera di Mussolini, sempre più aggressiva contro le potenze europee con le quali i Savoia avevano relazioni centenarie.
Ma gli anni scorrono veloci e ci portano al discorso di Benito Mussolini a Piazza Venezia il due ottobre del 1935: il Duce della oramai passata “rivoluzione fascista” annuncia la guerra contro l’Etiopia e agli italiani promette l’impero. “Un ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Durante tredici anni abbiamo pazientato mentre si stringeva, attorno di noi, sempre più rigido il cerchio che vuole soffocare la nostra irrompente vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni! Ora basta!”.
Maria José parte infermiera della Croce Rossa per la guerra, il marito Umberto resta in Italia: per lei è la grande avventura. La guerra in Etiopia è un successo, il regime arriverà all’apice dei consensi storici. Pietro Badoglio, capo delle forze armate coloniali in Abissinia entra a Roma da trionfatore, ma nonostante il successo anche il maresciallo è sfavorevole all’alleanza con la Germania nazista di Hitler, che si andava prospettando.
Anche la principessa belga torna in Italia ed è convinta, come la maggior parte degli italiani, che l’Impero assicurerà agli italiani grandezza e prosperità. Gli eventi, come tristemente noto, precipitarono nel giro di pochi anni. La politica agricola completamente errata del Regime che basò tutto sulla agricoltura auspicando uno stato rurale, dopo tre rivoluzioni industriali, fa entrare l’Italia in crisi economica – crisi che può essere superata solo con una guerra, dove come detto lo spazio etiope si presentava come spazio di interesse per lo slancio della “vitalità italiana”. L’Italia, garante della sovranità austriaca contro le pretese tedesche, si accorda con Francia e Inghilterra per operare in Etiopia senza ricevere sanzioni, ma le speranze di Mussolini vengono disattese dalla Gran Bretagna. Giorgio V  vedeva l’anacronistica espansione coloniale italiana con preoccupazione in chiave coloniale, nello specifico nel Sudan e nel Somaliland, possedimenti britannici.
L’embargo contro l’Italia, spinto dagli inglesi, fa mutare la politica estera del governo fascista che si avvicina definitivamente all’unica nazione, tra l’altro potentissima, del continente: la Germania nazionalsocialista.
Nell’agosto del 1936 si tengono a Berlino le olimpiadi, che per Hitler sono l’occasione di far ammirare al mondo la grandezza della Germania nazista. Gli italiani e i tedeschi si preparano a riavvicinarsi: ospite delle Olimpiadi sarà il principe di Piemonte, notoriamente anti-tedesco, Umberto. E’ un gesto dimostrativo che precede trattati di amicizia e poi di alleanza.
Intanto la prima figlia, Maria Pia nascerà nel settembre del 1934 e il secondo figlio Vittorio Emanuele nasce a Napoli il 12 febbraio del 1937: è una grande festa popolare, poiché assicurare la continuità della dinastia era cosa di primaria importanza. Il lieto evento smentisce le voci che il regime fascista faceva circolare intorno al Principe, accostandogli il reato della pederastia: accuse false e infamanti. Per deridere l’erede al trono si usava l’appellativo di “stellassa” in dialetto milanese: stellina. Alla festa per l’erede maschio partecipa anche Galeazzo Ciano, ministro degli esteri. Ciano ha sposato la figlia di Mussolini Edda e sono in molti a pensare che quando il tempo verrà sarà lui il successore di Mussolini. I due delfini si conoscono con un misto di amicizia e di diffidenza. 
Continua, nel frattempo, la grande mondanità internazionale di Umberto. Deve presenziare al festival del cinema di Venezia o al cafè society. Intorno a lui aristocratici, artisti, giornalisti, architetti, cinematografi, intellettuali – insomma la crema della società. Questa è una realtà che Umberto, a differenza di Maria José, ama moltissimo. In questi ambienti è sempre allegro e di buono umore, non dimostra mai quella alterigia che una altezza reale, per di più erede ad un trono oramai imperiale potrebbe dimostrare.
Nel dicembre del 1937 Amedeo di Savoia duca d’Aosta (cugino del principe di Piemonte Umberto) parte per l’Africa orientale italiana di cui è diventato Vice-Re per stabilizzare la difficile situazione degli indigeni etiopi che imperversavano con bande armate a cavallo, rendendo il neonato impero poco sicuro per i proletari italiani. Secondo disegno del regime, infatti, emigravano per avere gratuitamente appezzamenti di terreno e proprietà a discapito degli africani. Scrive il duca d’Aosta nel suo diario: “sto navigando su un superbo incrociatore che mi porta verso la grande avventura della mia vita”. Sarà avventura, ma anche morte per il Duca. La nomina di un Vice-Re monarchico e non fascista verrà presa con grande orgoglio e grande responsabilità dalla monarchia italiana che dal punto di vista politico-amministrativo, rende la situazione meno instabile abolendo le vessazioni di Graziani verso il popolo indigeno.

Amedeo Savoia, Duca D’Aosta – eroe dell’Amba Alagi in Etiopia.

Il terzo duca d’Aosta segue la costruzione di acquedotti e strade, controlla i lavori delle abitazione dei coloni ai quali non doveva mancare nulla. Amedeo Di Savoia nella sua tesi di laurea auspicava una integrazione totale tra italiani e popolazione dell’impero dove, in accordo con Italo Balbo, auspicava una parità di diritti tra le due parti per riavvicinarsi a quella integrazione creata già dall’Impero Romano. Solo un anno più tardi in italia venivano invece promulgate le leggi razziali per l’indignazione di molti italiani e della monarchia stessa. 
Nel maggio del 1938 Vittorio Emanuele III riceve Adolf Hitler in Italia: si parla già di asse Roma-Berlino. Perfetto amore? Niente affatto. Il Re non si vuole impegnare e tra casa Savoia e i nazisti non corre buon sangue. Da anti-tedesco non nutre stima per Hitler, ma la pressione di Mussolini è insostenibile. Così non si firma un patto di alleanza con impegni precisi. Hitler dirà successivamente: “al quirinale si respira aria da tomba” chiedendo al Duce quando potrà congedare il Re. Quest’ultimo a sua volta accuserà Hitler di essere un pazzo, un degenerato e di prendere droghe.
Il due marzo del 1939 viene incoronato Papa con il nome di Pio XII il cardinale Eugenio Pacelli. Questi non vuole la guerra e cerca una intesa con Vittorio Emanuele III e la trova. Non sarà in grado di influire sul corso degli eventi, ma si crea un’intesa per tenere a freno Mussolini: ne fanno parte sicuramente la principessa Maria Josè, con più prudenza Umberto, con infinita prudenza Re Vittorio Emanuele III. In questo movimento sono simpatizzanti anche una parte della fronda fascista, capeggiata da Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai. C’è anche Badoglio, ma di tutta questa corrente rimangono poche tracce – quasi che qualcuno abbia voluto cancellarne la memoria.

da sinistra a destra: Eugenio Pacelli (Pio XII), Maria José, Umberto Savoia, Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai.

Il Re in quel momento avrebbe avuto la forza di fermare Mussolini? Casa Savoia era popolare, Umberto e Maria José erano molto amati, i nazisti venivano guardati con diffidenza. Il Re, forse, avrebbe potuto osare.
La situazione fra monarchia e regime si incrina ancora alle nozze del principe Aimone di Savoia Aosta, principe di Spoleto (fratello del duca di Aosta, Amedeo). Il primo luglio a Firenze avviene il matrimonio con Irene, figlia del Re di Grecia. L’evento può essere visto come una piccola prova di forza della antica Europa tradizionale delle dinastie che fa apparire di nuovo la gloria e lo splendore del mondo di ieri. Quel mondo che in fondo al cuore, sia Hitler che Mussolini detestavano. Umberto, fa parte a pieno titolo di questa alta società, che non è ancora del tutto esautorata e vive a pieno titolo tutto con entusiasmo. Tutte le famiglie monarchiche sono presenti al matrimonio, ma un ombra velata è intrisa nell’aria: l’assenza di Benito Mussolini. La Grecia e l’Italia avevano già avuto un momento di attrito, voluto dal Duce il quale iniziava già ad aguzzare, dall’Albania, il suo sguardo sulla penisola ellenica.
Si arriva alla guerra: il secondo conflitto mondiale era iniziato nel settembre del 1939 con l’invasione nazista alla Polonia. Le truppe di Hitler sbaraglieranno nel giro di pochi giorni i polacchi e Stalin darà loro una mano attaccando anche lui la Polonia da est. L’Italia non interverrà nei primi mesi di guerra.
Il 24 febbraio del 1940 nasce la terza figlia di Umberto: Maria Gabriella. Nel frattempo Mussolini non ha ancora deciso quando entrare in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Il Amedeo Savoia e Italo Balbo, in questo periodo, si avvicinano ancor più al principe di Piemonte. Ancora dal diario di Amedeo Savoia si evince come poco prima dell’entrata in guerra, in un aspro confronto con Mussolini, il Duca disserta come l’esercito non sia preparato ad una guerra di medio-breve durata, di come i soldati del regio-esercito non erano né per numero, né per mezzi sufficientemente pronti. Il suo comando sconsiglia l’entrata in guerra al Duce, ma un Mussolini stizzito lo ascolta e lo congeda. Amedeo per senso del dovere ubbidisce agli ordine rimanendo in africa orientale, nonostante i consigli di Vittorio Emanuele, circa un suo rientro in Italia insieme a Italo Balbo. Ancora dal suo diario, Amedeo scrive: “ho preferito rimanere a Massaua dove ci sono ben 250.000 italiani che non posso abbandonare”.
Nel diario di Ciano il 22 febbraio del 1940, egli annota: “il principe di Piemonte è molto anti-tedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. E’ preoccupato per l’orientamento sempre più favorevole ai tedeschi della nostra politica (…) la Germania per noi è un terreno di manovra”.
Il migliore amico del duca d’Aosta, dott. Edoardo Borra scrive che ai primi di Aprile del 1940, Amedeo Savoia si trovava a Roma (confermato nel diario stesso del duca). Il progetto, scrive Borra, prevedeva di sostituire alla presidenza del consiglio Mussolini con Galeazzo Ciano per tenere l’Italia fuori dalla guerra. Nell’idea erano coinvolti il principe Umberto, Aimone di Savoia duca di Spoleto, Adalberto di Savoia duca di Bergamo, Italo Balbo ed altri sopra citati. Il Re, del resto, nei giorni precedenti aveva riferito a Ciano che la monarchia era pronta ad intervenire, militarmente se necessario, per dare un corso diverso agli eventi. Un operazione difficile, che porterà Aimone segretamente ad incontrare gli inglesi in Svizzera nel 1941. Nelle fasi concitanti dell’otto settembre 1943 questo carteggio è andato perso o distrutto.
La principessa Maria José, ispettrice della Croce Rossa è profondamente ostile ai nazisti. Dal diario di Ciano, questi scriverà su di lei: “è soprattutto inquieta per la minaccia di invasione del Belgio. Le ho lasciato capire che secondo le nostre informazioni la cosa sembra assai probabile”. Maria José avvertirà il fratello, Re Leopoldo del Belgio ed ai primi del 1940 sarà proprio lei a chiedere a Aimone e a Balbo di venire a Roma per cercare di impedire la guerra.
Per Umberto, arriva l’avvicinarsi del conflitto: avrà lo sgradito compito di “comandante in capo delle truppe della Armata Nord“, attestata sul confine delle Alpi francesi. E’ tuttavia sempre meno convinto della guerra.
La domanda che sorge spontanea è chiedersi il perché dopo tanto complottare, nessuno si è mosso? La risposta giace all’interno degli eventi militari: il 10 maggio del 1940 l’esercito tedesco passa all’offensiva contro la Francia e Mussolini viene tirato giù dal letto dall’ambasciatore tedesco a Roma che gli consegna il dispaccio. Anche in Francia come prima in Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, la wehrmacht si dimostra completamente superiore e in poche ore l’equilibrio europeo è capovolto. Nessuno sembra in grado di competere con Hitler: chi in Italia non era d’accordo è ridotto al silenzio. Un silenzio che Umberto manterrà per sempre. Da fonti certe e autorevoli l’ex Re, prima di lasciare Cascais per la malattia che lo porterà alla morte nel 1983 passerà molte serate al caminetto a bruciare documenti.
10 Giugno 1940, l’Italia dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra. L’ambasciatore francese a Roma Andre Francois Ponsè asserirà a Ciano: “non scavate fossati troppo profondi, ve ne accorgerete, i tedeschi saranno duri padroni”. L’offensiva italiana voluta da Mussolini dette risultati molto modesti: qualche chilometro quadrato di terreno occupato sulle Alpi e a Mentone sul mare Ligure. Intanto i tedeschi avevano conquistato 2/3 della Francia, Parigi compresa.
Le testimonianze degli ufficiali della Armata Nord Occidentale su Umberto sono di un individuo cortese, serio, onesto. Perché, dunque, si è lasciato coinvolgere da quella offensiva che Roosevelt definirà “il colpo di pugnale nella schiena”? Ancora una volta Umberto, da soldato, esegue gli ordini. Oramai non c’era più nulla da fare: il bastone del comando era saldamente nelle mani del Duce. A contrastarlo c’è il rischio di vedere nel giro di 48 ore i tedeschi a Roma.
E’ il momento, questo, dove Mussolini per l’opinione pubblica italiana ha ancora una volta ragione sugli eventi che accadono. Un celebre aforisma di Longanesi asseriva: “Mussolini ha sempre ragione”.
Dopo l’armistizio (separato da quello tedesco) della Francia con l’Italia – inizia per Umberto una situazione che si avvicina ad un esilio anticipato: fino ad allora l’istituto Luce, con molta parsimonia, lo aveva diverse volte ripreso, ma dalla battaglia sulle Alpi in poi non lo farà più. Del principe di Piemonte e della sua popolarità il Duce ne ha avuto evidentemente abbastanza. Forse era stato informato sulla partecipazione di Umberto a quella che possiamo chiamare “partito anti-guerra”? E’ lecito supporlo. Di certo Umberto nelle pellicole dell’Istituto Luce dal giugno del 1940 al luglio del 1943 in tutto comparirà sugli schermi dei cinema italiani poco più di un minuto. Maria Josè è sempre seguita dalla polizia e i telefoni di casa Savoia sono sotto stretta sorveglianza da parte dell’OVRA. Furono travati microfoni al Quirinale.
Contrariamente alle previsioni di Mussolini la guerra sta andando male: nel marzo del 1941 l’Africa orientale è perduta. Scrive sul suo diario il duca d’Aosta: “perdere un Impero non succede tutti i giorni. Vedere la mia opera, alla quale ho dedicato tre anni della mia vita andare a pezzi sotto la bufera è cosa non comune. Affogo nel lavoro l’amarezza dell’ora, mantengo la mia serenità. Anche se scrivo l’ultima pagina di questo grande dramma voglio scriverla bene”. Il 18 Maggio avverrà la resa agli inglesi che gli renderanno un antica pratica miliare “l’onore delle armi”. Sarà internato nel Kenya britannico dove morirà di tubercolosi nel marzo del 1942.
Maria Josè prende atto degli eventi catastrofici che hanno portato la Monarchia italiana a perdere l’Impero e si convince sempre più che sia importante giungere ad una pace di compromesso il prima possibile. Si rivolge al vaticano: la morte di Amedeo di Savoia l’ha profondamente commossa. Si informa con il pontefice su come poter aiutare alcuni amici ebrei tormentati dalle leggi razziali, sempre più aspre e severe. Con il pontefice dialoga anche su una possibilità di contattare gli anglo-americani. Pacelli rassicura Maria José, asserendo come egli avesse la possibilità di poter entrare in comunicazione con gli anglo-americani in via segretissima. Nel frattempo, il Re inizia a operare un carteggio con i britannici: gli alleati riconoscendo l’Italia come nazione sovrana imponevano a questa, di non richiedere rivendicazioni territoriali e di dover sul campo meritare di essere alleato. Gli inglesi promettevano anche di aiutare con armamenti il regio esercito a patto di sbarcare senza problematiche in Sicilia. Questa idea presupponeva che la monarchia si liberasse del fascismo tramite un colpo di Stato e affidasse le forze armate a Badoglio. Lo stesso Maresciallo affermava che arrestare Mussolini era semplicissimo: bastavano due divisioni dei Granatieri i quali dovevano nella notte circuire Villa Torlonia e arrestare Mussolini imprigionandolo.

Umberto II, possedeva i seguenti titoli: Re d’Italia, Re di Sardegna, Re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia, duca di Savoia, principe di Carignano, principe di Piemonte, principe di Oneglia, principe di Poirino, principe di Trino, principe e vicario perpetuo del Sacro Romano Impero, principe di Carmagnola, principe di Montmélian con Arbin e Francin, principe balì del ducato di Aosta, principe di Chieri, principe di Dronero, principe di Crescentino, principe di Riva di Chieri e Banna, principe di Busca, principe di Bene, principe di Bra, duca di Genova, duca di Monferrato, duca d’Aosta, duca del Chiablese, duca del Genevese, duca di Brescia, duca di Piacenza, duca di CarignanoIvoy, marchese di Ivrea, marchese di Saluzzo, marchese di Susa, marchese di Ceva, marchese del Maro, marchese di Oristano, marchese di Cesana, marchese di Savona, marchese di Tarantasia, marchese di Borgomanero e Cureggio, marchese di Caselle, marchese di Rivoli, marchese di Pianezza, marchese di Govone, marchese di Salussola, marchese di Racconigi, con Tegerone, Migliabruna e Motturone, marchese di Cavallermaggiore, marchese di Marene, marchese di Modane e di Lanslebourg, marchese di Livorno Ferraris, marchese di Santhià, marchese di Agliè, marchese di Barge, marchese di Centallo e Demonte, marchese di Desana, marchese di Ghemme, marchese di Vigone, marchese di Villafranca, conte di Moriana, conte di Ginevra, conte di Nizza, conte di Tenda, conte di Romont, conte di Asti, conte di Alessandria, conte del Goceano, conte di Novara, conte di Tortona, conte di Bobbio, conte di Sarre, conte di Soissons, conte dell’Impero Francese, conte di Sant’Antioco, conte di Pollenzo, conte di Roccabruna, conte di Tricerro, conte di Bairo, conte di Ozegna, conte delle Apertole, barone di Vaud e del Faucigny, alto signore di Monaco e di Mentone, signore di Vercelli, signore di Pinerolo, signore della Lomellina e Valle Sesia, nobil homo, patrizio veneto, patrizio di Ferrara.

Il giorno seguente, il Re avrebbe dovuto proclamare il fascismo come esautorato, ma la guerra sarebbe continuata. Altre idee riguardavano invece il bisogno di concordare con gli anglo-americani quando fare il colpo di Stato e quando operare l’armistizio delle forze armate. Bisognava evitare, se possibile, di trasformare l’Italia in un campo di battaglia e salvaguardare le popolazioni civili, già profondamente segnate dalla guerra. Maria José non rinuncia al grande gioco politico con la complicità del marito Umberto. Questa complicità non è vista bene da Re Vittorio Emanuele III che voleva le donne di casa Savoia fuori dalla vita politica. Il rapporto tra Umberto e suo padre si fa sempre più tormentoso. Vittorio Emanuele era un uomo intelligente, che gli anni lo avevano reso cinico e sfiduciato: manca di fiducia anche nei confronti del figlio e la nuora gli sembra una “esaltata irresponsabile”. E’ convinto anche lui che la guerra sia perduta, ma non si decide ad intervenire e senza il Re l’esercito non si muove. Ancora Umberto Zanotti Bianco (fondatore e primo presidente di Italia Nostra) aiuterà la principessa nei movimenti per arrivare al colpo di Stato.
Ha scritto un diario inedito, dal quale rimangono ancora pochi volumi custoditi dalla associazione nazionale per il Mezzogiorno d’Italia (ente di studio, di cui Zanotti Bianco è stato il fondatore). Per liberare l’Italia dal fascismo si punta sul colpo di Stato militare. Il 7 febbraio del 1943 scrive di essersi incontrato con Maria José.
Zanotti Bianco ha interpellato i comunisti clandestini che gli hanno negato l’appoggio militare verso la monarchia in caso di golpe. Invierà alla Regina, dopo la guerra una foto con scritto: “a sua maestà la Regina, amica fedele nel tempo delle persecuzioni”.
Il bombardamento del 19 luglio 1943 a Roma convincerà Vittorio Emanuele III sulla necessità di agire. Maria José aiutata da Zanotti Bianco, da Giuliana Benzoni e da dame di corte come Ninì Pallavicino, Sofia Iaccarino e Guendalina Spalletti ha ottenuto una rete di appoggi: Il maresciallo Caviglia, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, preziosissimo il cattolico Guido Gonella, artefice del contatto con il Vaticano. Sia pure con grande ritardo il Re si muove nella direzione da lei suggerita.

Da sinistra a destra: Zanotti Bianco, Giuliana Benzoni, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Guido Gonella, Enrico Caviglia.

Il 25 luglio del 1943 il Re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Badoglio presidente del Consiglio. Dopo tante sconfitte e tante sofferenze la gente è stanca del fascismo. Si legge dal diario di Zanotti Bianco che Maria José ricevette l’ordine dal ministro della real casa duca di Acquarone di partire subito da Roma, per andare in esilio ed isolamento nelle montagne piemontesi a Sant’Anna di Valdieri. Il Re, spiegò Maria José: “non ha osato parlarmi direttamente, perché avrebbe dovuto dirmi cose troppo amare. Mi rimproverò di aver complottato contro di lui tenendo contatti con elementi liberali e socialisti. In casa Savoia, aggiunse, le donne non si sono mai occupate di politica”. Maria José si rifugiò invece, in Svizzera luogo che non gli permetteva più di intervenire in nessun ambito.
Corre l’otto settembre del 1943, l’Italia alleata della Germania nazista e in guerra contro Inghilterra, Stati Uniti e Unione Sovietica chiede la resa: è la sconfitta.
Gli Alleati sbarcano a Salerno con i tedeschi che si impadroniscono di tutto il resto del territorio italiano. La famiglia reale con il primo ministro Badoglio lascia Roma e si rifugerà a Brindisi. In quelle ore drammatiche, grazie agli scritti del conte Francesco di Campello (ufficiale d’ordinanza del Principe dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944), possiamo capire come Umberto II non era d’accordo con la scelta paterna di lasciare la capitale. Campello in data otto settembre scrive: “butto la mia poca roba nella valigetta e scendo con il Principe di Piemonte. Non posso trattenermi dal dirgli francamente che questa fuga precipitosa mi sembra una vera pazzia. Condivide quanto vado dicendo. Non credo di esagerare, scrivendo di averlo veduto disperato per la fuga e per questa confusione generale. Il principe, ad ogni modo, è pienamente d’accordo con me: è nero. Non gli ho sentito dire una parola, tranne ripetere tra sé e sé – Dio, ma che figura! Che figura! – Lo supplico, con quella libertà che mi prendo essendo stato suo compagno di giochi da bambino di riflettere se per il bene della causa, della dinastia, del paese non sarebbe stato molto meglio per lui tornare a Roma. Arrivo financo a dirgli che avrebbe potuto rientrare a Roma come Re Umberto II”.
In un intervista Rai del 1979 fatta ad Umberto II a Cascais (/kɐʃ’kaiʃ/) in Portogallo, il sovrano ci descrive quei momenti: “l’aver lasciato, in quel modo, Roma può essere stato uno sbaglio. Senza avvisare i ministri, i quali non hanno avuto la possibilità di raggiungere il Re e prendere le loro disposizioni. Il mio rammarico è che queste persone sono state dimenticate negli attimi più concitati”.
Sulla mancata difesa di Roma, sotto un certo profilo, ha ragione Umberto: le truppe italiane erano certamente superiori per numero, ma erano inferiori in armamento e soprattutto erano inferiori anche da un punto di vista psicologico per la mancanza di ordini, poichè non vi era un piano di difesa organizzato.
Spesso la storiografia contemporanea tende a svalutare l’ex-Re, osservando in lui un uomo vittima di personaggi molto più forti di lui: Vittorio Emanuele III (Re e suo padre), lo stesso Mussolini (Capo del Governo), la moglie Maria José del Belgio. Umberto avrebbe voluto intervenire, ma era costretto ad attenersi alle norme che l’educazione monarchica gli aveva insegnato, relegandolo spesso ai margini. La vera essenza di Umberto verrà fuori solo troppo tardi, quando finalmente il padre gli consegnerà le chiavi del regno e in pochi mesi farà vedere a tutti il suo spessore politico e morale, troppo spesso non ricordato dalla storia.
Dopo l’armistizio si instaura il regno del sud e Umberto entra in contatto con gli alleati e sembra non aver altro pensiero quello di combattere per risollevare l’onore della casata dei Savoia.
Nel dicembre 1943 gli americani risalgono lentamente la penisola contrastati dalla accanita difesa tedesca. Al governo Badoglio e al Re Vittorio Emanuele III viene riconosciuta pochissima autonomia. Il capo della missione alleata anglo-americana, generale britannico Noel Mason MacFarlane in un rapporto scriverà sul Re: “il Re appare patetico, vecchio e alquanto rimbambito”. I partiti anti-fascisti vorrebbero che lui abdicasse. Accetterebbero, se pure di mala voglia e provvisoriamente, che Umberto diventasse Re, ma Vittorio Emanuele III non se ne vuole andare: “a casa Savoia, si regna uno alla volta” asseriva spesso.
Umberto sbarca a Brindisi con la frustrazione di un militare che non ha potuto combattere: decide di mettersi in contatto personalmente con gli anglo-americani chiedendo di poter costituire una armata italiana per combattere le truppe tedesche al fianco degli alleati. Gli Anglo-americani sono sospettosi, vorrebbero addirittura che il Principe vestisse in borghese senza divisa. Gli americani sono fortemente prevenuti nei confronti della monarchia italiana che considerano collusa con il fascismo. Gli inglesi hanno un atteggiamento assai più aperto, ma nessuno degli Alleati si fida dell’esercito Regio. Il governo Badoglio e la corona hanno bisogno di una forza militare: combattere al fianco degli alleati vuol dire il riconoscimento della cobelligeranza, uno status quo fondamentale per il futuro politico del paese.
A Nord, Mussolini ha fondato con l’ausilio dei tedeschi la Repubblica Sociale Italiana: uno stato senza l’approvazione degli italiani, controllato dai nazisti con Roma occupata da quest’ultimi.
Dunque la situazione presenta tre forze su suolo italiano: al Sud il governo di Brindisi e il Re (coadiuvato dagli anglo-americani), La repubblica fascista di Salò a Nord (coadiuvata dai tedeschi) e i partigiani di derivazione comunista, socialista e reduci dell’esercito regio stanchi di farsi comandare da comandi inadeguati: è la guerra civile.
Umberto risoluto dalla sua azione, organizza il primo reparto militare italiano inquadrato delle truppe alleate. E’ il primo raggruppamento italiano motorizzato: 5000 uomini e Umberto ricorda come “gli americani accettavano che noi si combattesse accanto a loro, ma con molte esitazioni politiche e ricordandoci spesso che eravamo stati loro avversari”. Il reparto italiano a dicembre si distingue per la battaglia di Montelungo sul fronte di Cassino. Umberto si impegna nelle azioni militari tanto che gli americani lo propongono per una medaglia al valore.

Foto su pellicola Kodak che ritraggono il Principe Umberto in operazioni militari a Tavernelle (Appenino Tosco – Emiliano) al Comando della 210^ Divisione.

Il generale Clark, comandante delle forze alleate in Italia, dichiarerà nelle sue memorie: “il Principe si comporta con grande coraggio: più di una volta mi attraversò l’idea, che come rappresentante di Casa Savoia non solo egli fosse pronto a morire in battaglia, ma che si esponesse volontariamente alla morte”.
E’ il 1944 e Umberto lavora alla costituzione del corpo italiano di liberazione. Gli alleati gli impediscono di assumerne il comando per timore di rinvigorire troppo l’ascendente di Casa Savoia sugli italiani, spingendo Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore del figlio. Chiedono che la monarchia si rinnovi, che salga sulla scena il Principe, mai direttamente colluso con le scelte del regime. L’insistenza degli alleati è pressante, quasi umiliante per l’anziano Re il quale coinvolgerà il figlio nella delicata questione. Finalmente Umberto dopo aver dimostrato le sue doti militari si avvicina a pieno diritto alla gestione delle scelte politiche ed è il vero punto di svolta nella vita pubblica e privata del principe di Piemonte.
Vittorio Emanuele III non vuole abdicare, gli viene prospettata una reggenza, ma è contrario per un carattere meramente giuridico: l’istituto della reggenza in termini statutari (Statuto Albertino), implicava che il reggente sarebbe dovuto essere approvato dalle camere e queste in quel dato momento non esistevano più. Si impegnerà una volta liberata la capitale ad affidare la luogotenenza al figlio.
Il governo è a Salerno e il 4 Giugno gli alleati entrano a Roma. Il giorno successivo il Re, nomina Umberto “Luogotenente generale del Regno” una tenenza temporanea, dove tutti i poteri passano in mano ad Umberto. Vittorio Emanuele III si auto-sospende e si trasferisce a Napoli in Villa Maria Pia, rilegando le sue attività alla pesca.
Nella Roma liberata, Umberto si trasferisce al Quirinale, formalmente è il rappresentante del Re, ma in realtà agisce di sua spontanea volontà. Il luogotenente garantisce il riassestamento della vita democratica. Dopo lo scioglimento del Governo Badoglio affida il Governo all’anziano Ivanoe Bonomi che rappresenta una forma politica completamente anti-fascista. Umberto si ritaglia un ruolo super partes, ponendosi a garanzia di una legalità costituzionale ancora incerta, manifestando la propria idea di monarchia moderna. Questa idea si basa su un concetto di attualità, dove la monarchia diventa collante e elemento di moderazione fra diverse etnie, diversi dialetti, diversi costumi e usi del popolo italiano.
Con la fine della guerra, l’Italia inizia a rinascere dalle sue macerie, ma la parabola dei Savoia giunge al tramonto: 2 giugno 1946 si svolge il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica. Un Referendum imposto dalle forze di occupazione anglo-americane rimaste sulla penisola.
Umberto facendo fede agli impegni presi, indice le elezioni per l’assemblea costituente e apre il referendum popolare sulla questione istituzionale fondamentale per l’assetto del paese. L’Italia si trasforma in una immensa arena elettorale. Le sinistre avrebbero preferito che ha decidere su monarchia o repubblica fosse stata l’assemblea costituente (di stampo repubblicano e filo-atlantista), temendo la fedeltà del sud Italia alla monarchia. La data stabilita per le due consultazioni è il due giugno. Umberto chiede al padre di abdicare, comprendendo che l’unica possibilità di vittoria si trova nelle sue mani, comprende che l’istituto monarchico può salvarsi solo attraverso il rinnovamento. Vittorio Emanuele III ancora non vuole abbandonare il potere nelle mani del figlio, abdicando solo il 9 maggio a ventisette giorni dalla data del referendum. Abdica a Napoli alla presenza del notaio e parte alla volta di Alessandria D’Egitto: non vedrà più l’Italia. Il nuovo Re d’Italia diviene il Principe Umberto II – denominato successivamente “il Re di Maggio” poiché il suo regno durò solo 33 giorni, nel mese di Maggio. Acclamato, in taluni casi fischiato, in altri ignorato, Umberto II annuncia che in caso di vittoria la Monarchia farà indire un nuovo referendum di conferma per accreditarsi come “Re democratico”, ma il tempo è poco e in molte regioni italiane il governo repubblicano, imposto al Re, vietò anche di poter fare propaganda per parte monarchica.
Vota l’89% degli aventi diritto. Si contano i voti e il 4 giugno la monarchia ha un notevole vantaggio, ma in una sola notte la situazione si rovescia! La Monarchia è sconfitta con il 54% degli italiani votante repubblica.
Il 10 giugno il presidente della Corte di Cassazione Pagano comunica che mancano ancora i dati di alcune sezioni, riservandosi di dare il risultato definitivo il 18 Giugno, tre giorni dopo, come data ultima per sciogliere i dubbi sul referendum. Il 13 mattino il Governo assegna le funzioni di capo dello stato al presidente del consiglio Alcide De Gasperi, in accordo con il partito comunista di Togliatti, con il partito socialista e quello repubblicano, pur in assenza del risultato definitivo. La domanda che sorge è se la nostra repubblica ha avuto la maggioranza dei voti degli italiani.
Solo più tardi in molte città verranno a galla situazioni equivoche, brogli e subito dopo pochi giorni, come detto, le schede del primo scrutinio saranno bruciate così da rendere impossibile la veridicità delle votazione, richiesta dal Re per un riesame dopo il rovescio avvenuto in una notte. Vengono presentati i ricorsi. Umberto ordina alla famiglia di partire per l’estero e decide di rimanere in Italia fino alla sentenza della corte di cassazione. La corte si limita a dare il quadro dei risultati, ma non proclama la repubblica. Il governo sostiene che i risultati sono scontati e proclama la repubblica, senza aspettare il 18 giugno. Nella notte del 12 giugno si riunisce il consiglio dei ministri e definisce come il capo del governo sia anche capo provvisorio dello stato. Umberto II è messo davanti alla decisione della sua vita: sciogliere il governo, fare arrestare i ministri, incitare gli italiani alla rivolta, chiedere l’aiuto dell’esercito fermamente monarchico; oppure partire, lasciare il suo paese. In un clima da guerra civile, sceglierà la seconda ipotesi anteponendo prima il bene degli italiani al suo legittimo diritto a governare. Andrà in maniera volontaria a Cascais in Portogallo per 34 anni. Maria José andrà a vivere in Svizzera con i figli.
In un messaggio del 13 Giugno del 1946 con la chiara contestazione dei risultati fraudolenti del referendum, Umberto II si rivolge al popolo italiano: “Nell’assumere la luogotenenza generale del regno prima e la corona poi io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo liberamente espresso sulla forma istituzionale dello stato e uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 Giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della coorte suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del Referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatti dalla corte suprema, di fronte alla sua riserva di pronunziare il 18 Giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli, di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancora ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re, attendere che la Coorte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle Leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con un atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nella alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Italiani! Mentre il paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua libertà in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me, perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola. Ma non volendo porre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso lascio il suolo del mio paese nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio, nel supremo interesse della patria sento il dovere come italiano e come Re di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta. Protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. A tutti coloro, che ancora conservano fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia io ricordo il mio esempio e rivolgo le esortazioni a volere evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di avere compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome dell’Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!”.
Con questo messaggio Umberto II non riconosce la Repubblica e si avvia all’estero (non esilio) nella convinzione che si tratti di un gesto pacificatore. Continua ad essere considerato Re, da tutte le Monarchie europee (anche da Papa Pio XII – Pacelli) e non cessa mai di esserlo, fino alla morte.
Giovedì 24 Marzo 1983, nella abbazia di Hautecombe (risalente al XII secolo) su suolo francese, si è celebrato l’ultimo saluto al Re di Maggio Umberto II.

A sinistra l’abbazia di Hautecombe in Francia. A destra una foto che ritrae i moltissimi manifestanti accorsi ai funerali del Re Umberto II.

L’abbazia che ospitava già il riposo di Carlo Felice e della regina Maria Cristina ha visto presenti moltissimi italiani accorsi per l’ultimo saluto. Pesanti le assenze della repubblica italiana che dimostra una totale mancanza di coraggio civile, non inviando nemmeno una corona di fiori, perché in questa Italia, i morti hanno un colore politico e questo è francamente molto triste. Ancora una volta le monarchie europee si riuniscono per congedare un uomo che ha detta di molti era considerato un vero gentiluomo. Sulla sua bara, spoglia, richiese soltanto la bandiera italiana sabauda e segui il rito “more nobilium” con la bara posata in terra, sul pavimento della chiesa, anziché sul catafalco. E’ stato un addio difficile, quasi proibito e tutti hanno avvertito che l’epilogo è stato ingiusto.
 
Per concludere riprendo le parole espresse da Re Umberto II riguardanti  l’istituto monarchico: “La repubblica si può reggere col 51%, la monarchia no. La monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”. 
 

 

Per approfondimenti:
_Falcone Lucifero, L’ultimo Re, i diari del Ministro della Real Casa 1944/1946 – edizioni Mondadori 2002
_Francesco di Campello, Un principe nella bufera. Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944, Le Lettere
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo Duca D’Aosta e Viceré di Etiopia – edizioni Mursia
_Maria José di Savoia, Giovinezza di una Regina – edizioni Mondadori
_Lucio Lami, Umberto II il re di maggio. Dalla monarchia alla repubblica, Edizioni Mursia
_Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943 – Edizioni Castelvecchi
_Aldo Alessandro Mola, declino e crollo della monarchia in Italia. I Savoia al referendum del 2 giugno 1946 – Editore Mondadori 2006

 

Si ringrazia Maurizio Lodi  per le foto.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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Armando Diaz, il duca della vittoria

Armando Diaz, il duca della vittoria

di Gianluigi Chiaserotti 28/02/2018

Armando Vittorio Diaz nacque in Napoli il 5 dicembre 1861 da Ludovico ed Irene Cecconi, in una famiglia – di lontana origine spagnola – di militari, di magistrati e di uomini di Legge.
L’avo Antonio era stato “ordinatore di guerra” durante il regno del Re Ferdinando II di Borbone (1810-1859); il padre fu ufficiale del genio navale nella marina borbonica e quindi italiana; la madre veniva da una famiglia di magistrati e di professionisti. Il padre, dopo aver lavorato negli arsenali di Genova e di Venezia (di quest’ultimo era stato direttore, con il grado di colonnello), morì nel 1871; la vedova con i quattro figli si stabilì in Napoli, sorretta dalle cure del fratello Luigi, avvocato, vivendo in modesta agiatezza.

Armando Vittorio Diaz (Napoli, 5 dicembre 1861 – Roma, 29 febbraio 1928) compì gli studi elementari in varie scuole private, poi, già orientato alla carriera militare, frequentò la scuola tecnica pubblica, quindi l’istituto tecnico, traendone una solida cultura scientifica e la capacità di scrivere in una lingua italiana sobria e corretta; molto tempo dedicò anche agli esercizi ginnici in palestra. Superati gli esami di ammissione all’Accademia Militare di Torino, vi prese servizio il 15 settembre 1879; sottotenente di artiglieria nel 1882, frequentò la scuola di applicazione di Artiglieria e Genio di Torino e, nel 1884, fu assegnato, con il grado di tenente, al 10º reggimento di artiglieria da campo di stanza a Caserta. Vi rimase fino al 1890, alternando studio e lavoro con la partecipazione alla vita della buona società napoletana. Nel marzo 1890, Armando Diaz fu promosso capitano e trasferito al 1º reggimento di artiglieria da campo stanziato a Foligno. Preparò e superò gli esami di ammissione alla Scuola di guerra, che frequentò nel 1893-95, classificandosi al primo posto della graduatoria finale del suo corso.

Il 23 aprile 1895 Diaz sposò Sarah De Rosa, di una famiglia napoletana di avvocati e magistrati: un matrimonio nato all’interno dello stesso ambiente della buona borghesia napoletana, che si rivelò solido e felice, allietato dopo alcuni anni dalla nascita di tre figli.
Dal 1895 al 1916 la carriera del Diaz si svolse prevalentemente negli uffici del comando del Corpo dello Stato Maggiore, dove lavorò per un totale di circa sedici anni, lasciando Roma soltanto per diciotto mesi per comandare un battaglione del 26º reggimento di fanteria, quindi dopo la promozione a maggiore nel settembre 1899, e per poco più di tre anni, e precisamente dal 1909 al 1912.
A Roma prestò servizio soprattutto nella segreteria del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generali Tancredi Saletta (1840-1909) prima, eppoi Alberto Pollio (1852-1914). Un incarico che non lasciava spazio per studi personali o strategici, ma comportava un confronto quotidiano con la realtà dell’esercito (organici, bilanci, armamenti) e con il mondo politico romano.
Si rivelò, il Diaz un lavoratore preciso ed instancabile, capace di far funzionare al meglio i servizi dipendenti, affabile e diplomatico nei rapporti esterni; non ostentava interessi politici, ma era bene informato di quanto accadeva in Parlamento e nel paese ed in grado di destreggiarsi con gli uomini politici e con gli addetti militari stranieri.
Di statura medio bassa, tarchiato ma non pesante, con i capelli tagliati a spazzola e grandi baffi (più tardi ridotti a baffetti), elegante senza esibizioni, di poche e forbite parole, buon conoscitore del francese e sempre disposto a tornare al suo napoletano, autorevole ma non autoritario, esigente ma comprensivo, Armando era un ufficiale che lavorava molto e bene senza mettersi in mostra, sempre all’altezza della situazione, con una forza interna che si inseriva senza difficoltà nell’istituzione militare.
Tenente colonnello dal 1905, nell’ottobre 1909 il Nostro lasciò Roma perché nominato Capo di Stato Maggiore della divisione di Firenze.
Il giorno 1 luglio 1910 fu promosso colonnello ed assunse il comando del 21º reggimento di fanteria stanziato in quel di La Spezia, dove seppe accattivarsi l’affetto dei soldati con un regime disciplinare generoso ed un attivo interessamento alle loro condizioni di vita.
Nel maggio 1912 fu destinato in Libia a sostituire il comandante del 93º reggimento di fanteria, caduto ammalato; e subito ebbe per i suoi nuovi soldati dimostrazioni di affetto e di fiducia relativamente rare nell’esercito del tempo, ed anche immediatamente ricambiate.
Il 20 settembre 1912, nello scontro di Sidi Bilal nei pressi di Zanzūr, fu ferito da una fucilata alla spalla sinistra mentre conduceva le truppe all’attacco; prima di abbandonare il terreno volle assicurarsi del successo del suo reggimento e baciare la bandiera, lasciando poi ai soldati un ordine del giorno di elogio e ringraziamento. Armando Diaz fu quindi rimpatriato con la croce di ufficiale dell’Ordine militare di Savoia.
Nel gennaio 1913, appena guarito, riprese servizio al comando del corpo di Stato Maggiore dell’Esercito, come capo della segreteria del generale Alberto Pollio.
Fu confermato in questa carica dal nuovo Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna (1850-1828), poi, nell’ottobre 1914, promosso maggior generale, assegnato al comando della brigata Siena e subito richiamato al comando del corpo di Stato Maggiore come generale addetto.
Nel maggio 1915, al momento della costituzione del Comando supremo dell’esercito mobilitato, in cui Armando Diaz era l’ufficiale più elevato in grado dopo il Cadorna, vi ebbe la responsabilità del reparto operazioni, che però, malgrado il nome, non si occupava di operazioni (la cui direzione era accentrata nelle mani di Cadorna e della sua piccola segreteria), ma dirigeva l’insieme degli uffici e servizi del Comando Supremo e quindi esigeva una visione complessiva della situazione dell’esercito.
Diresse l’ufficio con efficienza e piena soddisfazione di Cadorna per oltre un anno, poi chiese di andare al fronte; il 27 giugno 1916 fu nominato comandante della 49ª divisione di fanteria e subito dopo promosso tenente generale.
Tenne il comando della 49ª divisione per circa 10 mesi, sempre alle dipendenze della 3ª armata, sul Carso o nelle immediate retrovie.
Sin dall’inizio dimostrò notevoli capacità professionali e molto impegno nella ricerca dei maggiori risultati con le minori perdite, predisponendo con grande cura l’azione dell’artiglieria e gli assalti della fanteria; e guidò con energia le sue truppe nei sanguinosi combattimenti a nord del San Michele, nel settore di Veliki, conquistando nell’offensiva autunnale l’altura di San Grado di Merna e, nel marzo successivo, la dorsale di Voltkoniak con una manovra aggirante.
Per i soldati il Diaz ebbe sempre un’attenzione costante, controllando personalmente che fossero rispettati i turni tra trincea e riposo e nella concessione delle licenze, che tutto il possibile fosse fatto per assicurare un rancio adeguato e regolare, che nelle retrovie le truppe fruissero di qualche comodità. Non perdeva poi occasione di interrogare i soldati nelle sue frequenti ispezioni alle trincee e di incoraggiarli con poche e commosse parole. Dalla Libia aveva scritto che “tutto il segreto è nell’elemento uomo”; e ora ribadiva: “si comanda col cuore, con la persuasione, con l’esempio”.
Un atteggiamento che può parere retorico, come altri gesti del Diaz, ma che in lui era spontaneo, oltreché piuttosto raro sul Carso, così come la sua riluttanza a punire i soldati per piccole infrazioni (non transigeva invece sull’obbedienza in combattimento ed era severo, anche se sempre cortese, con gli ufficiali).

Nella foto il generale Luigi Cadorna. Il 25 ottobre 1917 il parlamento italiano negò la fiducia al governo presieduto da Paolo Boselli che fu costretto a dimettersi. Il giorno 30 ottobre il governo si ricostituì sotto la guida di Vittorio Emanuele Orlando, il quale già nei colloqui dei giorni precedenti aveva richiesto al Re la rimozione di Cadorna. Nel frattempo arrivarono a Treviso il comandante supremo dell’esercito francese generale Ferdinand Foch e il generale William Robertson, capo di stato maggiore dell’esercito britannico.

L’interesse per i suoi soldati e l’impegno con cui cercava di risparmiare le loro vite trovavano un limite nella sua convinta accettazione degli ordini superiori: un suo ufficiale di ordinanza, testimonia che Armando Diaz condusse l’offensiva autunnale verso il San Michele con inflessibile energia, pur ritenendola destinata all’insuccesso.
Le truppe in ogni caso risposero appieno alla sua fiducia, seguendolo senza cedimenti in tutta la sua azione di comando.
Il 12 aprile 1917 il Diaz fu promosso alla testa del XXIII Corpo d’Armata appena costituito e destinato ancora sul Carso con la 3ª Armata.
Le sue divisioni entrarono in linea ai primi di giugno nel settore di Castagnevizza e furono subito oggetto di un violento contrattacco austriaco, che respinsero; poi nei giorni dal 19 al 21 agosto, nel quadro dell’ultima offensiva italiana sul Carso, conseguirono buoni progressi a sud di Oppacchiasella, perdendo 8.800 uomini e facendo 4.400 prigionieri; infine in settembre mantennero le posizioni conquistate malgrado il ritorno offensivo degli Austriaci.
Il Comandante fu premiato con la croce di commendatore dell’Ordine militare di Savoia; una leggera ferita da palletta da shrapnel al braccio destro, nel corso di una ricognizione in prima linea il 3 ottobre, gli valse inoltre una medaglia d’argento, conferitagli sul campo dal Duca d’Aosta, Emanuele Filiberto di Savoia (1869-1931), suo diretto superiore come Comandante della Invitta III Armata.
Il giorno 8 novembre 1917, il generale Armando Diaz fu nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, in sostituzione del generale Luigi Cadorna. Codesta decisione il Re la prese “nel tratto compreso tra il ponte della ferrovia e quello della Strada Provinciale per Monselice” come precisa un’Aiutante di Campo del Sovrano.
Le modalità della scelta sono ben note nelle linee generali, anche se su singoli dettagli esistono versioni parzialmente contrastanti dei diversi protagonisti, mai del tutto composte.
A fine ottobre, al momento della costituzione del nuovo governo, il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), il Re e il ministro della Guerra, generale Vittorio Luigi Alfieri (1863-1918) avevano concordato sulla necessità di sostituire il Cadorna.
La designazione del generale Diaz come successore era stata fatta da Vittorio Emanuele III (1869-1947) e dal Ministro Alfieri, quindi accettata da Orlando, ma rinviata al momento della stabilizzazione del fronte.
Senonché il 6 novembre, nel convegno di Rapallo, gli Anglo-Francesi subordinarono l’invio di loro truppe in Italia all’esonero immediato di Cadorna, cui addebitavano l’ampiezza della sconfitta italiana, il disordine della ritirata e il cattivo funzionamento del Comando supremo.
Ed allora il Re e l’Orlando presero l’iniziativa di chiamare subito il Diaz alla testa dell’esercito, aggiungendogli come sottocapi i generali Gaetano Giardino (1864-1935) e Pietro Badoglio (1871-1956), su indicazione rispettivamente del Re, di Orlando e di Leonida Bissolati (1857-1920).
Artefice primo della sua designazione era stato il Re, come abbiamo di già detto, che nelle sue visite al fronte carsico aveva appreso a stimarlo per le sue doti di comandante e la capacità di avere rapporti positivi con i soldati e con i superiori.
Ma soprattutto gli Alleati si ritrovarono insieme in Italia, anche per l’occasione solidale del loro soccorso al nostro Esercito dopo la rotta di Caporetto. Gli Alleati (Capi politici e militari) si riunirono a Rapallo (6 e 7 novembre), quindi a Peschiera del Garda (8 novembre), dove furono gettate le basi per “[…] una miglior coordinazione dell’azione militare”.
Il Diaz apprese la notizia della sua alta nomina (del tutto inaspettata, per lui e per tutti) il pomeriggio del giorno 8 novembre 1917; non esitò e si presentò al Comando Supremo dicendo al tenente Paoletti: “Mi hanno dato una spada rotta, ma saprò riaffilarla”.
Immediatamente diramò un sobrio ordine del giorno all’esercito: “Assumo la carica di capo di Stato Maggiore dell’esercito e confido sulla fede e l’abnegazione di tutti”.
Il Nostro scrisse, tra l’altro, alla consorte: “[…] Il peso che grava sulle mie spalle è immenso, assai più pesante di quanto possa immaginare e come base non ho che la mia fede infinita e la fiducia in Dio che prego mi voglia dare la forza per affrontare il durissimo problema […]”. Un bilancio del suo operato come comandante in capo dell’esercito italiano nell’ultimo anno di guerra non è facile, perché la tradizione e la bibliografia offrono soprattutto contributi celebrativi, consolidati dalle esigenze propagandistiche del regime fascista.
Il Diaz ed i suoi diretti collaboratori non lasciarono testimonianze né studi su questo periodo, mentre generali illustri come Enrico Caviglia (1862-1945) e Gaetano Giardino rivendicarono la loro parte nella vittoria con polemiche forzatamente reticenti e cifrate.
I maggiori studiosi della guerra italiana, come Piero Pieri (1893-1979) e Roberto Bencivenga (1872-1949), hanno concentrato la loro attenzione sul periodo cadorniano; e la relazione dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito è giunta ad affrontare l’ultimo anno di guerra solo a cinquant’anni dai fatti.
In sostanza, mancano ancora studi di respiro sul Comando supremo del Diaz, anche se disponiamo di pagine e giudizi interessanti e di buoni contributi di sintesi su singoli problemi, in particolare sulle grandi battaglie.
Tutto ciò premesso, cerchiamo ugualmente di delineare il suo contributo alla vittoria, dando per noto l’andamento delle operazioni, la battaglia d’arresto sul Grappa e sul Piave nel novembre-dicembre 1917, la riorganizzazione dell’esercito, quindi la vittoriosa resistenza sul Piave, che fu esclusivamente difensiva ma avendone rinnovato, ed in meglio, le forze.
Il 23 giugno 1918, appena conclusa tale battaglia, Vittorio Emanuele Orlando così telegrafò a Diaz: “Mi mancano gli elementi per valutare tutta la grandezza dell’avvenimento e soprattutto se esso abbia determinato un tale sfacelo morale dell’esercito nemico da rendere consigliabile di non lasciargli prendere respiro”. Fu l’inizio dell’offensiva finale che culminerà in Vittorio Veneto.
Il primo merito del nuovo Comandante fu, senza alcun dubbio, la capacità di far funzionare il Comando supremo in modo adeguato alle esigenze e dimensioni della Grande Guerra.
Anche se non sono d’accordo in quanto diverse testimonianze, ma anche documenti affermano il contrario, Cadorna aveva accentrato nelle sue mani troppo potere, mettendosi in condizione di non poter controllare i dettagli dei suoi piani e l’esecuzione dei suoi ordini e di non riuscire a capire la gravità dei problemi che ricadevano sul governo.
Forte della sua lunga esperienza di ufficiale di stato maggiore e di una visione più aperta delle necessità del conflitto, il Diaz riorganizzò il Comando supremo, valorizzando il ruolo del sottocapo Badoglio e del generale addetto Scipione Scipioni (1867-1940), riordinando il lavoro degli uffici ed attribuendo ad ognuno di essi responsabilità definite e concrete; tutto ciò senza clamore né scosse, conservando anzi quasi tutti i collaboratori di Cadorna e favorendo la nascita di un clima di squadra nel rispetto dei diversi compiti. Il nuovo Comando Supremo curò particolarmente lo sviluppo dei servizi informativi e potenziò il ruolo degli ufficiali di collegamento, che dovevano dargli notizie dirette sulla situazione dei vari fronti, senza però scavalcare i comandi d’armata, con cui furono curati rapporti molto stretti, in modo da superare distacchi e incomprensioni. Particolarmente felice fu la collaborazione con Badoglio (dell’altro sottocapo, Giardino, il Diaz si era elegantemente liberato promuovendolo a comandare l’armata del Grappa), che si occupò soprattutto delle operazioni e del coordinamento tra gli uffici del Comando supremo, alleggerendo il Diaz di buona parte del lavoro di routine e conquistandone la piena fiducia (tanto che, come è noto, Armando Diaz ottenne per lui un trattamento di assoluto privilegio dalla ministeriale commissione d’inchiesta sul ripiegamento al Piave, che dovette rinunciare ad approfondire l’esame della sua condotta a Caporetto).
Ciò non significa che egli abdicasse alle sue responsabilità di comandante in capo, ma che, come richiedeva la complessità della guerra, sapeva valorizzare l’opera dei suoi collaboratori, delegando loro importanti compiti esecutivi, di preparazione e di controllo, riservandosi però la decisione finale e l’intervento personale nelle situazioni di emergenza.
Più che a Napoleone, modello inconfessato di tutti i comandanti della grande guerra, il Nostro può essere avvicinato a Dwight David Eisenhower (1890-1969), un altro comandante capace di affrontare la complessità della guerra moderna appoggiandosi sul lavoro del suo stato maggiore.
Sin dall’inizio del suo comando si era proposto di curare di persona i rapporti con il Re, il governo e il mondo politico; a ciò lo predisponeva la sua lunga esperienza prebellica e la sua convinzione della necessità di una collaborazione di tutte le energie disponibili. Con il Re, il Nostro ebbe contatti frequentissimi: si recava da lui a pranzo due volte la settimana e gli faceva visita anche più spesso quando c’erano novità.
Con Vittorio Emanuele Orlando si incontrava tre o quattro volte al mese, al Comando Supremo o a Roma, con lunghi colloqui che assicuravano unità d’azione nella difficile situazione.
Il Diaz aveva accolto senza obiezioni la costituzione di un Comitato di guerra di sette ministri, in cui i capi di stato maggiore dell’esercito e della marina avevano soltanto voto consultivo; e riceveva, o andava a trovare nei suoi viaggi a Roma, ministri e uomini politici influenti [in particolare Francesco Saverio Nitti (1868-1953), Ministro del Tesoro, che veniva dal suo stesso ambiente napoletano e molto si dava da fare per appoggiarlo], senza intromettersi nei contrasti interni alla maggioranza governativa, ma per illustrare le esigenze dell’esercito e il suo operato. Tutta questa disponibilità non implicava una eccessiva arrendevolezza alle istanze politiche: egli non discuteva il primato del governo e la necessità di un’ampia e continua collaborazione, anche per migliorare l’immagine del Comando Supremo dinanzi al mondo politico ed al paese, ma non accettava ingerenze nel suo campo di responsabilità, con un’interpretazione più elastica, ma non meno netta di quella di Cadorna, sulla distinzione di sfere tra potere politico e potere militare; come è noto, nel settembre 1918, egli respinse energicamente gli inviti di Orlando ad attaccare l’esercito austro-ungarico di cui si profilava la crisi, rivendicando a sé soltanto, la condotta delle operazioni, tanto da tenere inizialmente il governo all’oscuro della preparazione dell’offensiva cui si era infine deciso.
Anche con gli alleati franco-britannici ebbe buoni rapporti: non era sensibile come Cadorna alla necessità di una condotta unitaria della guerra di coalizione e rifiutò sempre di sferrare offensive senza altro obiettivo che l’alleggerimento indiretto del fronte francese, ma seppe dare un’impressione positiva di sicurezza e volontà di collaborazione e stabilire proficui contatti a livello degli Stati Maggiori.
L’altro grande e indiscusso merito del Diaz comandante in capo fu il suo fattivo interesse per le condizioni dei soldati.

Teatro delle operazioni della disfatta di Caporetto.

In questo non era solo, perché nel 1918 era convinzione diffusa che il collasso di Caporetto fosse in gran parte dovuto alla stanchezza fisica e morale dei combattenti, che molto avevano dato e poco ricevuto; e infatti si moltiplicarono le iniziative per il miglioramento del regime di vita dei soldati e per una propaganda articolata ed efficace. Un impulso decisivo, necessario per vincere le resistenze burocratiche a tutti i livelli, venne però dal Diaz medesimo, il quale fece quanto era in suo potere per assicurare ai soldati un vitto curato e regolare, turni sicuri di riposo effettivo e di licenze, un maggior rispetto della vita e della salute anche in trincea (quindi alloggiamenti meno trascurati, qualche tentativo di igiene, un freno poi allo stillicidio di piccole e sanguinose azioni di scarso costrutto) e un’assistenza morale e politica non limitata alla pur benemerita attività dei cappellani.
I risultati non furono dappertutto uguali (la tradizione agiografica certamente ne sopravaluta l’effetto), ma furono avvertiti dalle truppe e accolti con favore.
Merito minore, ma non trascurabile, fu di saper evitare facili successi pubblicitari con l’ostentazione del suo interesse per i soldati: i suoi nuovi compiti gli impedivano di ispezionare personalmente le trincee e di interrogare i soldati, se non in via eccezionale, e il suo innato rispetto per l’ordinamento gerarchico dell’esercito lo indusse a limitarsi a dare le direttive generali che gli competevano, senza mettersi in mostra dinanzi ai giornalisti.
Del resto tutto il suo stile di comando fu sobrio, come attestano i suoi proclami alle truppe.
Gli agiografi di Luigi Cadorna hanno posto in rilievo che fu l’accorciamento del fronte italiano (praticamente dimezzato con la ritirata sul Piave) a permettere al Diaz di assicurare alle truppe quei periodi di vero riposo e di costituire quelle riserve a disposizione del Comando Supremo che negli anni precedenti erano state vietate dall’assillante esigenza di impiegare tutte le forze disponibili per guarnire il lunghissimo fronte.
Parimenti è stato fatto osservare che due altri vantaggi di cui il Nostro fruì, ossia la forte produzione dell’industria bellica nazionale e le crescenti difficoltà dell’Impero austro-ungarico, erano il frutto dei lungimiranti sforzi del suo predecessore.
Sono fatti indiscutibili (né li avrebbe negati il Diaz, che credeva fermamente nella propria fortuna, con qualche concessione alla scaramanzia), così come è vero che nel 1918 il tempo lavorava ormai per gli eserciti dell’Intesa; ma bisogna anche ricordare che dopo Caporetto la posizione strategica dell’esercito italiano era molto più delicata (mancava lo spazio per un’ulteriore ritirata, soprattutto perché molti temevano le possibili reazioni interne); ed è un fatto che la ripresa del paese e delle truppe fu assai più lenta e contrastata di quanto non voglia la leggenda patriottica, che vede Caporetto come un “colpo di sprone” al cavallo di razza in difficoltà.
Inoltre scarseggiavano ormai le riserve di uomini, cui Cadorna aveva potuto attingere con relativa larghezza: il Diaz non avrebbe potuto affrontare una battaglia di logoramento, perché la sua unica riserva era la classe del 1900, chiamata alle armi nel 1918, ma destinata a entrare in linea soltanto nella primavera del 1919.
In ogni caso ci sembra priva di senso la contrapposizione polemica tra la strategia offensiva di Cadorna e quella difensiva del Diaz: assai più che dalla personalità dei comandanti in capo, l’andamento della guerra era deciso dal concorso di molte e diverse circostanze (a cominciare dal comportamento del nemico); ed infatti l’asprezza dei contrasti personali non aveva impedito ad Antonio Salandra (1853-1931), a Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922) e ad Paolo Boselli (1838-1932) di condividere e appoggiare l’impostazione offensivistica di Cadorna, mentre Orlando e il Diaz, dopo dieci mesi di piena collaborazione, si divisero nel settembre 1918 sull’opportunità dell’offensiva autunnale.
In sintesi, la scelta di una strategia difensiva era sostanzialmente obbligata fino al settembre 1918.
Merito del Nostro fu di condurla con intelligente fermezza e di approfittare del rallentamento delle operazioni e della disponibilità di nuovi mezzi per riorganizzare l’esercito.
Fu certamente positiva la proclamazione dell’inscindibilità della divisione, pedina base della condotta del combattimento (così come il battaglione ad un livello inferiore); semmai la decisione giungeva in ritardo (negli altri eserciti era stata fatta nel 1915) e non fu sviluppata fino ad arrivare alla divisione ternaria (cioè su tre reggimenti di fanteria, anziché sui quattro che la rendevano assai pesante).
Positive furono anche la redistribuzione dell’esercito in sei armate di medie proporzioni e l’emanazione di nuove norme per le operazioni, che sulla base della dura esperienza prevedevano soltanto battaglie adeguatamente preparate e condannavano le azioni locali senza mezzi sufficienti e le costose offensive dimostrative (anche se poi Armando Diaz permise che, il 24 ottobre 1918, il generale Giardino lanciasse la sua 4ª armata in improvvisati attacchi contro le munite posizioni austriache del Grappa, risoltisi in un massacro di fanterie, e privo di risultati concreti).
Complessivamente insufficienti invece gli sforzi per un migliore addestramento delle truppe, anche perché all’efficienza degli ufficiali superiori forgiatisi nella guerra corrispondeva uno scadimento della media dei quadri inferiori, troppo giovani e inesperti.
Deludente infine l’esperienza del corpo d’armata d’assalto, che cercava di replicare su grande scala, senza un adeguato potenziamento dei mezzi offensivi, l’eccellente rendimento negli assalti brevi della nuova specialità degli arditi.
Quanto al governo dei quadri, la contrapposizione tradizionale tra i siluramenti indiscriminati del generale Cadorna e la gestione umana e ragionevole del generale Diaz non sembra felice.
Indubbiamente il primo non aveva avuto la mano leggera e nei molti esoneri da lui effettuati o avallati (217 generali, 255 colonnelli, altri 400 ufficiali superiori) si contano non pochi abusi o errori; ma l’eliminazione dei tanti ufficiali incapaci di adeguarsi alle durissime esigenze del conflitto era una necessità innegabile ed i suoi effetti furono in sostanza positivi, tanto che il Diaz ereditò alti comandi (generali e colonnelli) complessivamente all’altezza della situazione, senza alcun dubbio più capaci di quelli del 1915 e non inferiori a quelli francesi o inglesi.
Non ha quindi senso confrontare quantitativamente gli esoneri nei diversi periodi della guerra, perché avevano luogo in condizioni sempre diverse. In ogni caso gli esoneri di alti comandanti disposti direttamente dal Diaz o da lui avallati non furono pochi, anche se meglio accolti dall’opinione pubblica.
In realtà la sua immagine tradizionale di comandante paterno e comprensivo è vera solo a metà: il suo fattivo interessamento per le condizioni di vita dei soldati, ad esempio, non implicava alcun allentamento della disciplina, né la sua consapevolezza della stanchezza delle truppe e della pesantezza dei sacrifici loro imposti comportava alcuna tolleranza verso gesti di protesta o rivolta.
Nell’ultimo anno di guerra i tribunali militari continuarono a lavorare con il ritmo e i metodi dei tempi di Cadorna (mancano però statistiche disaggregate), anche se non furono reiterati gli inviti ufficiali a repressioni.
Un giudizio complessivo dell’operato del generale Armando Diaz come comandante in capo è certamente positivo.
Al riguardo cito volentieri due giudizi sul nostro, uno del generale Cavallero: “un’ opera quotidiana ed accorta sotto la guida di una mente sempre in equilibrio e sempre presente a sé stessa”. L’altro è del Sonnino: “Diaz è un uomo che ragiona e con cui si puo’ ragionare”.
Non aveva l’inflessibile volontà offensiva e la personalità dominante di Luigi Cadorna, ma la sua prudente e serena fermezza, la sua comprensione della terribilità della guerra, quindi il suo interessamento autentico per le condizioni di vita delle truppe e la valorizzazione anche pubblica dei suoi subordinati, infine la sua capacità di collaborare con le forze politiche e di costruirsi un’immagine popolare senza cedimenti demagogici, ne fecero l’uomo giusto al posto giusto nella fase finale di una guerra pressocché logorante.
Più della vittoriosa resistenza del novembre-dicembre 1917, in cui il Comando supremo ebbe limitate possibilità di incidere sul combattimenti, va riconosciuto al Nostro il merito di aver condotto l’esercito nelle migliori condizioni possibili alla battaglia decisiva del giugno 1918, che diresse con una combinazione di energia e prudenza (soprattutto nell’impiego delle riserve), riportando una delle maggiori vittorie difensive dell’intero conflitto.
Fu indubbiamente lento a cogliere la precipitosa evoluzione della situazione internazionale nel settembre 1918, quando un’offensiva italiana diventava così necessaria da un punto di vista generale (l’Austria-Ungheria aveva avviato negoziazioni segrete per la sua resa) da giustificare rischi anche grossi in campo militare; ma poté recuperare con la battaglia di Vittorio Veneto, lanciata quasi all’ultimo momento utile contro un nemico sull’orlo del collasso, ma ancora temibile, e risoltasi nel clamoroso successo di cui la guerra italiana aveva legittimo bisogno.
Successo consacrato nel famoso “Bollettino della Vittoria”, steso come di consueto dal colonnello Domenico Siciliani (1879-1938), e dal Diaz aggiustato, corretto, integrato e sottoscritto.
Il Generale Armando Diaz rimase a capo dell’esercito per un anno ancora dopo l’armistizio. Non fu un anno facile, per i grossi problemi concreti che si ponevano (la prima ricostruzione dei territori liberati, le occupazioni sulle Alpi e sull’Adriatico, la smobilitazione di quattro milioni di uomini) e più ancora perché la fine dello stato di guerra vedeva lo scatenamento di violente polemiche sull’esercito e dentro l’esercito.
Nella primavera 1919 il Diaz seguì Vittorio Emanuele Orlando alla Conferenza di Parigi, appoggiandone la politica espansionistica senza condividerla fino in fondo, perché una forte presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico non comportava difficoltà militari nell’immediato dopoguerra, quando gli Iugoslavi non disponevano ancora di forze organizzate di qualche consistenza (e quindi l’arresto della smobilitazione voluto dal governo in primavera mirava soltanto a impressionare l’opinione pubblica con una dimostrazione di forza), ma a lungo andare avrebbe rappresentato per l’esercito un peso insostenibile. Accolse quindi con favore la costituzione in giugno del governo del Nitti con un programma di normalizzazione, designò personalmente il nuovo ministro della Guerra generale Alberico Albricci (1864-1936) e collaborò pienamente alla smobilitazione dell’esercito condotta quasi a termine nell’estate.
Le violentissime polemiche provocate tra luglio e settembre dalla pubblicazione dell’inchiesta ministeriale su Caporetto non potevano piacergli, per il loro carattere di critica radicale e di rifiuto della guerra italiana, ma non lo toccavano personalmente, perché le accuse si indirizzavano unilateralmente contro Cadorna e la sua gestione della guerra.
Il dibattito fu chiuso in settembre con la riconciliazione di tutte le forze nazionali, concordi nel chiudere il processo al passato per meglio fronteggiare il tempestoso presente; e il collocamento a riposo di Cadorna, deciso dal governo non senza il consenso del Diaz, assunse il significato di una condanna non giudiziaria, ma politica e morale dell’ex “generalissimo”.
Il Diaz non poteva approvare l’avventura fiumana di Gabriele d’Annunzio (1863-1938), che metteva in crisi la tradizione di obbedienza e di apoliticità dell’esercito a lui affidato, in difesa di un espansionismo adriatico in cui non credeva; appoggiò quindi la linea di Nitti ed inviò a fronteggiare la spedizione il suo braccio destro Badoglio, ma non si espose di persona, così come non partecipò, allora e in seguito, alle polemiche sull’amnistia che nel settembre 1919, che cancellò la gran parte dei processi di guerra, varata con il suo consenso e sotto il suo controllo (ingiustamente nota come amnistia ai disertori). Andava maturando la sua decisione di lasciare il comando dell’esercito, non perché Nitti volesse liberarsi di una personalità autorevole o Badoglio manovrasse per scalzare il suo capo (come fu detto senza elementi concreti di prova), ma perché la posizione di Capo di Stato Maggiore dell’esercito in tempo di pace era troppo inferiore a quella di comandante in capo in tempo di guerra e troppo esposta a condizionamenti e polemiche interne e esterne per giovare al suo prestigio di vincitore del Piave e di Vittorio Veneto.
Influivano anche le sue condizioni di salute (sul Carso aveva contratto una bronchite cronica che lo avrebbe progressivamente condotto alla morte per enfisema polmonare a 66 anni) e il suo umano desiderio di fruire degli onori e degli agi della sua posizione; ma erano anche emozioni e esigenze collettive e spontanee dell’opinione pubblica a spingerlo ad assumere il ruolo di simbolo della vittoria al di sopra delle parti.
In occasione dell’entrata in vigore dell’ordinamento provvisorio dell’esercito varato dal ministro Albricci, lasciò la carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito a Badoglio e assunse quella di nuova creazione di ispettore generale dell’esercito di carattere essenzialmente onorifico.
Nell’aprile 1920 un nuovo ordinamento provvisorio dell’esercito, improntato a economie di gestione e riduzione di organici, soppresse la carica di ispettore generale.
Il generale Armando Diaz si ritrovò di fatto pensionato, anche se, per salvaguardarne la posizione, il governo gli riconobbe la corresponsione a vita del trattamento economico di cui godeva, nonché l’indennità di carica spettante al Capo di Stato Maggiore dell’esercito, a titolo di riconoscenza nazionale.
Non rimase a lungo senza una carica di prestigio: avallò infatti la riforma dell’alto comando dell’esercito, promossa dai più illustri generali in odio alla posizione di preminenza di Badoglio, che nel febbraio 1921 trasferì i poteri del Capo di Stato Maggiore a un organo collegiale di nuova creazione, il Consiglio dell’esercito, di cui il Diaz assunse la vicepresidenza e la direzione effettiva (presidente era il ministro della Guerra, unico civile in mezzo ai generali della “vittoria”).
Il Consiglio dell’esercito non diede buona prova: riuscì infatti a bloccare tutti i tentativi di ristrutturare l’esercito sulla base delle istanze del movimento ex combattentistico, ma non ad assumerne l’effettiva responsabilità, determinando un sostanziale immobilismo, però il prestigio del Diaz non ne fu scalfito e, nell’autunno 1921, compì una trionfale missione di propaganda negli Stati Uniti.
Il suo tenore di vita rimase assai semplice: un appartamento in affitto a Roma ed un piccolo ufficio al ministero della Guerra, la bella villa a Napoli donatagli dalla cittadinanza nel 1919 e una casa in affitto a Capri per le vacanze estive.
Non prese parte attiva alle lotte politiche del 1920-22, né appoggiò pubblicamente il crescente successo del movimento fascista.

Sopra Armando Diaz con il capo indiano Crow a Washington nel 1921.

All’inizio dell’ottobre 1922, mentre la crisi politica precipitava, il presidente del Consiglio, Luigi Facta (1861-1930), lo convocò con Badoglio per essere informato dell’orientamento dell’esercito e rassicurato sulla sua obbedienza in caso di gravi disordini. “Diaz e Badoglio “- telegrafò Facta al Re il 7 ottobre – “assicurano che esercito, malgrado innegabili simpatie verso fascisti, farà suo dovere qualora dovesse difendere Roma”; il che significava che il Diaz, pur rivendicando l’unità e l’obbedienza dell’esercito, aveva consigliato una soluzione politica della crisi e non la repressione dello squadrismo fascista (che sembra invece Badoglio si dicesse pronto a dirigere).
Secondo testimonianze lacunose, ma nella sostanza attendibili, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre il Diaz ribadì questo atteggiamento direttamente al Re (non sappiamo se per telefono da Firenze dove si trovava o con una corsa notturna a Roma in automobile), sconsigliando la proclamazione dello stato d’assedio con la nota frase: “l’esercito farà il suo dovere, però sarebbe bene non metterlo alla prova”. Subito dopo accettò di entrare nel primo governo Mussolini come ministro della Guerra [con l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel (1859-1948) come Ministro della Marina]: un avallo fondamentale per il governo fascista dinanzi all’opinione pubblica nazionale e internazionale, nonché una garanzia per la monarchia e per l’esercito, come fu sottolineato nelle prime uscite pubbliche del governo, in cui Mussolini cedette al Diaz il primo posto e i maggiori applausi.
La principale preoccupazione del Diaz, come ministro della Guerra, nei primi diciotto mesi del Governo Mussolini, fu il riordinamento dell’esercito, in modo da porre fine alla confusa situazione creata dal sovrapporsi della smobilitazione, dei tentativi di riforma e modernizzazione e della resistenza passiva delle alte gerarchie.
Il nuovo ordinamento dell’esercito, che il Diaz varò nel gennaio 1923 con una celerità permessa dai pieni poteri ottenuti dal governo Mussolini e poi tradusse in atto nel giro di un anno, rappresentava un sostanziale ritorno all’anteguerra.
L’ordinamento del Diaz ebbe indubbiamente il merito di porre fine ad una situazione di incertezze e di dare soddisfazione alle aspirazioni degli ufficiali in servizio; non seppe però tenere sufficiente conto delle esperienze del conflitto e delle aspirazioni degli ambienti di ex combattenti, che auspicavano un maggiore coinvolgimento del paese nella preparazione bellica, e invece conservò organici troppo ampi per le disponibilità finanziarie, tanto che al giorno 1 aprile 1924 l’esercito contava solo 125.000 uomini, con compagnie di 69 uomini assorbiti per tre quarti da servizi e presidi caratteristici di un esercito di caserma.
Altre decisioni del Diaz come Ministro della Guerra meritano di essere ricordate.
Innanzi tutto l’avallo concesso alla costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che raccolse tradizioni e uomini dello squadrismo per la difesa del governo fascista con una dipendenza personale da Mussolini, rompendo il monopolio della forza armata e il ruolo di tutore dell’ordine che l’esercito aveva tradizionalmente avuto e difeso.
Secondo ogni evidenza, il Diaz accettò la Milizia come un prezzo da pagare al fascismo e manovrò per diminuirne il ruolo militare, rifiutando l’equiparazione dei suoi ufficiali a quelli dell’esercito e l’impiego bellico dei suoi reparti; negli anni seguenti la Milizia avrebbe perso peso politico e militare, pur continuando a esercitare un’influenza negativa sulla preparazione bellica nazionale.
Concesse inoltre a Mussolini una drastica riduzione del bilancio dell’esercito per favorire il conseguimento del pareggio anche a scapito dell’efficienza dell’ordinamento da lui varato; e non si oppose alla costituzione di un’aeronautica indipendente, che pure nasceva non da una meditata scelta di politica militare, bensì dalla ricerca di successi propagandistici del regime fascista.
All’inizio del 1924 il Diaz maturò la decisione di lasciare il governo, perché pensava di avere ormai portato a termine il riordinamento dell’esercito e perché il lavoro d’ufficio (cui si era dedicato con la consueta efficacia) diventava pesante per la sua salute.
Rinviò le dimissioni a dopo le elezioni di aprile per non indebolire il governo, poi il 30 aprile 1924 lasciò il ministero della Guerra al generale Antonio Di Giorgio (1867-1932), scelto con il suo consenso. Fu subito nominato vicepresidente del comitato deliberativo della Commissione suprema di difesa. con compiti vasti quanto indeterminati (e in definitiva non mai esercitati) di impulso e coordinamento della preparazione bellica nazionale e tenne questa carica fino alla morte.
Negli anni seguenti il Diaz continuò a dividere il suo tempo tra l’ufficio romano, la villa di Napoli e le vacanze a Capri.
Nella primavera 1925 si schierò con gli altri “generali della vittoria” nella battaglia senatoriale contro il riordinamento dell’esercito proposto dal suo successore Di Giorgio, risoltasi con il ritiro del provvedimento e le dimissioni del ministro. Poi diradò i suoi impegni per il lento aggravarsi della bronchite cronica contratta sul Carso.
Il generale Armando Diaz fu creato Senatore del Regno il 24 febbraio 1918 ai sensi della categoria 14 dell’art. 33 dello Statuto Albertino e la sua creazione fu convalidata il giorno 1 marzo.
Ad un anno esatto dalla “Vittoria” fu insignito anche dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, quale creazione n. 747 dalla fondazione dell’ordine medesimo. Quindi con R. D. “motu proprio” del 24 dicembre 1921 e RR. LL. PP. del giorno 11 febbraio 1923 (riconosciuto poi con D. M. 21 novembre 1940), Armando Diaz ebbe anche il titolo di Duca della Vittoria, nonchè il 4 novembre 1924 quello di Maresciallo d’Italia.
Morì a Roma il 29 febbraio 1928.
I tre protagonisti della Vittoria Italiana nella I Guerra Mondiale, il Nostro, il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, Duca del Mare, ed il Presidente del Consiglio dei Ministri, l’insigne giurista Vittorio Emanuele Orlando, sono tutti sepolti nella chiesa romana di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri alla piazza dell’Esedra.
Concludo con il ricordo della friulana Maria Bergamas (1867-1952), il cui figlio volontario irredento Antonio Bergamas che aveva disertato dall’esercito austriaco per unirsi a quello italiano ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo fosse ritrovato. A lei toccò il compito di scegliere il Milite Ignoto.
La solenne cerimonia ebbe luogo il 28 ottobre 1921, nella Basilica Romana di Aquileia, e Maria scelse il corpo di un soldato tra le undici salme di caduti non identificabili, raccolti in diverse aree del fronte. La donna venne posta di fronte a undici bare allineate, e dopo essere passata davanti alle prime, non riuscì a proseguire nella ricognizione, e, gridando il nome del figlio, si accasciò al suolo davanti a una bara, che venne scelta.
La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati con la Medaglia d’oro al Valore Militare e più volte feriti, fu deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato.
Le Sacre spoglie prescelte vennero portate a Roma con uno speciale convoglio ferroviario sul quale era visibile il feretro che nelle principali stazioni ferroviarie ricevette gli onori dei picchetti militari in armi e delle popolazioni commosse.
Il 4 novembre 1921, terzo anniversario della Vittoria, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, la bara, portata a spalla da dodici decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare ed accompagnata dalle bandiere di guerra dei 355 Reggimenti che avevano partecipato al conflitto, venne deposta nella cripta ai piedi della statua della Dea Roma dell’Altare della Patria in Roma.
Al Milite Ignoto fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria”.

 

 Per approfondimenti:

_Luigi Gratton “Armando Diaz Duca della Vittoria”, Bastogi Editrice Italiana S.r.l., Foggia 2001, passim;

_Alberto Lumbroso “Cinque Capi nella tormenta e dopo Cadorna – Diaz – Emanuele Filiberto – Giardino – Thaon di Revel visti da vicino”, Casa Editrice Giacomo Agnelli, Milano 1932, pagg. 179-217, passim;
_Amedeo Tosti “Condottieri dei nostri tempi”, Istituto per gli studi di politica internazionale, Milano 1939, pagg. 223-238, passim;
_Gioacchino Volpe “Italia Moderna 1910-1914″, Sansoni, Firenze 1973, passim, Caporetto”, Gherardo Casini Editore, Roma 1966, passim.

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

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La guerra di Vandea e il pensiero reazionario

La guerra di Vandea e il pensiero reazionario

di Giuseppe Baiocchi 26/02/2018

La cultura europea del Settecento giunse a dare compiuta organicità verso le ideologie della ragione, dell’esperienza e della libertà: cardini principali per una possibile, nuova, emancipazione del genere umano. L’aspirazione a un programma di riforme in sintonia con queste istanze borghesi-massoniche – la nuova classe dirigente che ambiva ad acquisire un potere maggiore nei confronti del clero e dell’aristocrazia -, fu talmente intensa da dar vita a un movimento culturale e d’opinione che divenne simbolo della contrapposizione tra un sistema definito “vecchio” ed un altro citato come “nuovo”. Dunque la tradizione si scontrava intellettualmente con l’innovazione progressista. L’illuminismo (lumières in francese) ebbe il suo polo d’attrazione nella Francia Ancien Régime, vedendo protagonisti alcuni pensatori, che pochi anni più tardi entreranno nell’orbita dei “giacobini”, quali François-Marie Arouet (Voltaire 1694-1778), Denis Diderot (1713-1784), Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (1717-1783), Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), Étienne Bonnot de Condillac (1715-1780), Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), Paul Heinrich Dietrich (Paul Henri Thiry d’Holbach 1723-1789) e Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat (1743-1794).
Il motivo principale di questa iniziale rivolta intellettuale fu dovuta principalmente per alcune gravi mancanze di metodo, da parte della classe aristocratica francese. Difatti l’assolutismo nell’aristocrazia è nemico del concetto di aristocrazia feudale, poiché si tende a centralizzare, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo ad una superstruttura burocratico-statale, una forma virile e diretta di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità. Luigi XVI creò il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare – la famosa Maison du Roy – era ormai priva di rapporti diretti con il paese. Distrutta la struttura differenziata che faceva da collante fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche.
I philosophes erano convinti assertori della presenza , in tutte le persone, di un “lume naturale” – da cui il nome del movimento -, d’una comune capacità di conoscere e ragionare che andava eletta a principio guida delle azioni umane: in questa modalità, si aveva esatta convinzione, che la storia si sarebbe incanalata verso un’età di pace e progresso, allontanandosi dal tempo dei conflitti politici e del fanatismo religioso. Oggi sappiamo con certezza che, seppur le nostre società abbiano adottato tale sistema politico-filosofico, tale pensiero non ha prodotto un nuovo regno di “pace”, ma ha creato nuove e più atroci conflitti, all’insegna dei diritti e della democrazia.
Basti osservare il periodo del “terrore” post-rivoluzionario, fino agli interventi “umanitari” degli Stati Uniti nel Medio-Oriente.
A partire dall’elogio della ragione e dell’esperienza, i filosofi elaborarono infatti una critica radicale della tradizione – intesa nel senso politico, religioso e filosofico – e di ogni genere di assunto dogmatico: secondo loro la fondatezza d’una teoria non poteva riposare sul valore dell’autorità, ma solo sull’analisi razionale dei fatti. In tal modo, l’attività filosofica diventava sinonimo per eccellenza di spirito critico, cioè di un metodo di ricerca che aveva quali suoi cardini basilari l’osservazione empirica, l’indagine scientifica, le esperienze verificabili e le dimostrazioni razionali. Per gli illuministi, inoltre, la conoscenza non era contemplazione della verità, ma strumento di intervento sulla realtà al servizio della felicità dell’intero genere umano. Anche qui si denotano pienamente le nuove caratteristiche borghesi: la felicità non era difatti una caratteristica dell’aristocrazia, così come non esisteva nemmeno il concetto di vacanza.
La felicità, difatti, era un’idea nuova per l’Europa. L’aristocrazia non pensava come elemento cardine alla felicità, ma ragionava in termini di grandezza, di potenza, di fede, di giustizia all’interno di un dato ordine. Forse conoscevano il piacere: brutale, rapido, senza prospettive d’avvenire, che poteva costituire un’avventura all’interno di vite dominate dai doveri di carica.
Le comodità, i piaceri della vita, la sorpresa delle novità, il gusto del tempo libero e dei viaggi, tutto ciò che dà fascino a questo mondo, erano elementi completamente estranei: vi era unicamente la volontà di Dio e questa veniva rispettata da generazioni.
Le prime reazioni alla Rivoluzione avvennero in Vandea, oggi uno dei 96 dipartimenti francesi, che fu teatro della più sanguinosa guerra civile che abbia opposto la rivoluzione e l’Ancien Régime. Per tutto l’Ottocento e oltre, i termini “Vandea” e “vandeano”, a torto o a ragione, hanno indicato una visione ideologica di impronta reazionaria, cattolica, monarchica e legittimista.
La causa scatenante della rivolta fu la ribellione contro la leva obbligatoria proclamata dalla Convenzione del febbraio 1793. L’arrivo dei reclutatori, non troppo diversi da quelli regi del passato, suscitò proteste e malcontento in molte zone della Francia, ma a Sud del Corso della Loira e nei suoi dintorni accese subito le polveri delle prime spontanee sommosse popolari.
A Cholet, ai primi di Marzo, venne ucciso il comandante della guardia nazionale; pochi giorni dopo, a Machecoul, furono massacrati alcune centinaia di “patrioti”. A capo della rivolta erano Jacques Cathelineau (1759 – 1793) soprannominato “le saint de l’Anjou” e Jean Nicolas Stofflet (1753 –1796). Quasi subito si unirono agli insorti gli alti prelati e gran parte dei parroci, ancora scottati dagli effetti della costituzione civile del clero e dalle confische dei beni ecclesiastici. Ben presto le sommosse si trasformarono in un’insurrezione generalizzata, a cui la Convenzione diede la patente di “complotto aristocratico”. In realtà, la partecipazione dei nobili fu episodica e quasi mai nelle posizioni di comando.

Pierre-Narcisse Guérin, “Henri de La Rochejaquelein” (particolare) – 1817.

Come ha scritto lo storico François Furet (1927-1997) si trattava di una: «massa di qualche decina di migliaia di uomini, contadini, tessitori, piccoli notabili di campagna, riuniti al suono della campana a martello nel villaggio (…) e poco inclini, dopo il combattimento, ad allontanarsi dalle loro case». Era un’armata eterogenea, male equipaggiata, con armamenti improvvisati, che però nei primi mesi travolse e umiliò le sparse truppe repubblicane in virtù della sua preponderanza numerica.
A Ottobre, sotto la guida di un generale di ventun anni, Henri du Vergier, conte de La Rochejaquelein (1772 – 1794), 80.000 vandeani di ogni strato sociale, protetti da 30.000 soldati, varcarono la Loira diretti a Nord, forse per congiungersi con le navi inglesi che pattugliavano la costa bretone. Famosa rimase la frase del giovane du Vergier poco prima di un suo importante successo strategico: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi!».
Incalzati dai repubblicani, con l’inverno alle porte, iniziarono la ritirata. Al comando delle truppe rivoluzionarie, il generale Turreau eseguì l’ordine di trasformare la Vandea in un deserto. Da Febbraio a Maggio del 1794 le sue “colonne infernali” fecero letteralmente terra bruciata: incendiarono i villaggi, rasero al suolo le abitazioni e massacrarono le popolazioni. 5.000 persone vennero ghigliottinate o fucilate e altrettante annegate nella Loira.
Le guerre “vandeane” proseguirono fino alla caduta di Napoleone nel 1815, ma diedero sicuramente lo slancio verso le prime teorie conservatrici e reazionarie. Possiamo inquadrare quattro grandi pensatori di tale pensiero: Joseph de Maistre (1753-1821), Edmund Burke (1729-1797), Filippo Anfossi (1748-1825) e il visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754 –1840).
Una delle prime voci a innalzarsi contro la rivoluzione fu quella del diplomatico savoiardo Joseph de Maistre. Nelle sue “Considerazioni sulla Francia” del 1797 tracciò le linee-guida del pensiero reazionario che avrebbe poi improntato la Restaurazione: ripristinare il Trono e l’Altare abbattuti dalla Rivoluzione francese, che aveva provocato la dissacrazione dei valori fondati sulla natura (prodotto di Dio), la religione e la tradizione. Gli orrori del Terrore erano stati una giusta punizione di Dio alla presunzione della ragione individualistica propria dell’Illuminismo ed erano giustificabili solo nell’ottica cristiana del sacrificio, come conseguenza della mancata sottomissione degli uomini alle due autorità che rappresentano l’ordine voluto da Dio: il Papa e il Re.
Nelle sue “Considerazioni sulla Francia” del 1796, egli attribuì alla Rivoluzione un carattere satanico, per sottolineare i mali che a suo dire ne erano derivati. In particolare le sue critiche si appuntarono sulla rottura, provocata dai rivoluzionari, del legame che tradizionalmente univa i sovrani alla Chiesa, anche in qualità di suoi difensori. Questa alleanza infatti è, per de Maistre, la base stessa dell’obbedienza dei popoli e quindi della società: spezzarla significa mettere a repentaglio l’ordine pubblico e sociale, fino all’anarchia, il peggiore dei mali.

Il conte Joseph-Marie de Maistre, è stato un filosofo, politico, diplomatico, scrittore, magistrato e giurista italiano di lingua francese. Ambasciatore del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello zar Alessandro I dal 1803 al 1817, poi da tale data fino alla morte ministro reggente la Gran Cancelleria del Regno di Sardegna, de Maistre fu tra i portavoce più eminenti del movimento controrivoluzionario che fece seguito alla Rivoluzione francese e ai rivolgimenti politici in atto dopo il 1789; propugnatore dell’immediato ripristino della monarchia ereditaria in Francia, in quanto istituzione ispirata per via divina, e assertore della suprema autorità papale sia nelle questioni religiose che in quelle politiche, de Maistre fu anche tra i teorici più intransigenti della Restaurazione, sebbene non mancò di criticare il Congresso di Vienna, a suo dire autore da un lato di un impossibile tentativo di ripristino integrale dell’Ancien Régime (peraltro ritenuto di sola facciata) e dall’altro di compromessi politici con le forze rivoluzionarie.

Padre del conservatorismo, che non mira a restaurare una situazione precedente, ma unicamente a conservare determinati valori immutabili, Edmund Burke costruisce la sua critica alla rivoluzione attorno al valore della tradizione, che è il deposito non solo della storia di un popolo, ma anche della sua identità. Nel suo “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, asserirà come: «L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei contabili è giunta; e la gloria dell’Europa giace estinta per sempre».
Nel loro passato, sostiene, uomini e nazioni trovano il senso di ciò che sono e di quello che possono diventare: ciò esclude brutali strappi rivoluzionari, ma ammette il cambiamento nelle forme di un lento rinnovamento che non recide le radici ma semmai dà loro linfa nuova e le rafforza.
Quello che egli chiama pregiudizio è un’opinione consolidata, perché elaborata nel tempo e dal tempo confermata nella sua validità. E così, lo spirito di cavalleria di cui parla Burke è l’insieme dei valori propri dell’Europa moderna, che la rivoluzione intende distruggere.
Terzo protagonista lo inquadriamo nel Vicario generale dei Domenicani, Filippo Anfossi, il quale diviene celebre per il suo scritto “Contro la sovranità popolare”, attraverso il quale attacca frontalmente il principio dell’origine contrattuale dello Stato e della società. Lo fa, da un lato, asserendo che dietro i proclami di libertà e uguaglianza non si celavano altro che spietate tirannie e, dall’altro, ribadendo che Dio ha voluto le società civili organizzate secondo un principio di naturale disposizione gerarchica delle parti, come avviene nel corpo umano, dove è naturale che il capo comandi e che le membra servano, ma dove il capo e le membra collaborano allo stesso fine della vita e del bene di tutto l’insieme.
Se si attua un ragionamento verso la storiografia europea, il bonapartismo portando in avanti gli ideali della rivoluzione gettò l’intera Europa nel caos per soddisfare la giacobina volontà di potenza di Napoleone. Lo stesso concetto di nazionalismo, nato dalla Rivoluzione, si è evoluto in varie strade tortuose, tra le quali ricordiamo il bolscevismo, il fascismo e il nazismo: ovvero quanto di peggio l’evoluzione umana abbia potuto produrre. Stralci di questo pensiero rimangono ancora oggi nella vita politica dei nostri giorni ed ancora ci giungono notizie di violenza.
A sua volta, in un’opera dal titolo “Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale” del 1800, il filosofo francese visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, già deputato all’Assemblea costituente nel 1790 e poi esule, cercò di giustificare sul piano teorico, in contrapposizione al razionalismo illuminista e alle tendenze egualitarie emerse durante la rivoluzione francese, i codici normativi e istituzionali fondati sul principio di autorità e sul diritto divino.
Altre “reazioni” avvennero in Inghilterra e in Germania, nelle temperie culturale degli ultimi tre decenni del Settecento, in ambito artistico e letterario si manifestarono nuove istanze, che nascevano da un ripensamento del ruolo e dei limiti della ragione e che portarono a una riaffermazione del valore delle passioni e dei sentimenti. Al centro di queste rivendicazioni vi era la contestazione di un’idea di ragione quale entità astratta e valida universalmente, sempre uguale a se stessa, per privilegiare un concetto di ragione storicamente determinata, soggetta a limiti di volta in volta variabili e alle convenzioni culturali e linguistiche. La diversità storico-geografica delle lingue era indice di varietà dei modi di pensare e testimoniava la sedimentazione dei valori dei differenti popoli nelle varie epoche, che andavano compresi dall’interno, al di fuori di rigidi schemi razionali o parametri universali. A partire da questa constatazione vi fu un recupero del Medioevo, non più visto come l’epoca buia della decadenza e della superstizione, come era (ed è, in difetto) considerata dagli illuministi, ma come un’era europea unificata dal cristianesimo. Si cominciarono perciò a recuperare le tradizioni folcloristiche che affondavano le loro radici nell’epoca medievale e a vedere in queste tradizioni l’elemento coagulante di un’idea di nazione come comunità di individui legati da una storia e da valori comuni.
Il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) divenne famoso nel 1774 con la pubblicazione dei romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”, che rappresentò il manifesto di una poetica anti-illuminista fondata sul primato del sentimento e delle passioni. Il suo capolavoro fu il dramma “Faust”, alla cui composizione Goethe dedicò più di un trentennio della sua vita: nel protagonista si incarna lo Streben, ossia lo sforzo incessante dell’uomo di superare i propri limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione.
Sempre in Germania, a Jena, nel 1796, i fratelli Wilhelm August (1767-1845) e Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772-1829), Johann Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (Novalis 1772-1801) diedero vita a un cenacolo intellettuale dal quale ebbero origine le idee di un nuovo movimento artistico-letterario, il Romanticismo che modificò radicalmente il modo di considerare l’uomo, la natura, l’arte, la religione, la politica. In primo luogo per i romantici la natura – al pari dell’anima – si fondava si un principio di ordine spirituale ed era un’entità organica, vivente e in divenire, non riconducibile a schemi oggettivi o meccanici e non conoscibile per via razionale.

Caspar David Friedrich – Due uomini in contemplazione della luna, Olio su tela 1819.

Secondo i romantici gli antichi vivevano in una comunione immediata con la natura, irrimediabilmente persa nella modernità, che aveva prodotto una frattura insanabile, fonte di infelicità, tra l’uomo e il suo ambiente naturale e spirituale. A tale comunione ormai perduta l’uomo moderno continuava ad aspirare spinto dalla nostalgia, pur essendo consapevole della sua irraggiungibilità. La vita umana veniva caratterizzata così da una tensione infinita verso ciò che stava al di là della realtà concreta. I romantici tedeschi coniarono il termine “Sehnsucht” – letteralmente desiderio di desiderare – per indicare l’insaziabile inquietudine che portava l’uomo a tendere verso una realtà ulteriore, pur sapendo che essa, nella sua più intima essenza, era impossibile da attingere, poiché i processi di meccanizzazione, poi accellerati dalla rivoluzione industriale, furono la causa della frattura insanabile tra l’uomo e la natura prodotta dalla modernità.
La potenza della téchne, della scienza – ovvero tutte quelle modalità di dominio sull’ente -, che con la filosofia moderna e contemporanea avrebbero fatto dell’uomo il fondamento del reale, hanno sostanzialmente svuotato di contenuto il Dio della tradizione, il Dio cristiano.
L’uomo moderno e contemporaneo – che fonda i suoi cardini intorno al concetto di metafisica, derivante dall’idealismo tedesco -, ha sostituito il divino, con il credo di poter essere proprio “lui” il fondamento ultimo del reale, in quanto soggettività assoluta.
Non a caso Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse che: “Dio è morto”, annunciandolo nelle piazze.
Tuttavia il grande filosofo tedesco, era consapevole che non si trattasse di una chiacchiera da pazzo, di un folle. Di contro, la presa di coscienza drammatica di un avvenimento che ha completamente ribaltato la comprensione di tutta la nostra epoca.

 

Per approfondimenti:
_Jean-Jacques Rousseau, “Il contratto sociale” – Einaudi, 2005;
_Voltaire, “Trattato sulla tolleranza” – Feltrinelli, 1995;
_Francesco Giubilei, “Storia del pensiero conservatore” – Giubile-Regnani editore;
_Joseph de Maistre, “Considerazioni sulla Francia” – Contro-rivoluzione, 2010;
_Edmund Burke, “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia” – Ideazione;
_Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, “Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale” – versione digitale;
_Johann Wolfgang Goethe, “Faust”, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2013;
_Johann Wolfgang Goethe, “I dolori del giovane Werther”, Feltrinelli, 2014;
_Friedrich Wilhelm Nietzsche, “La Gaia scienza” – Adelphi, 1977.
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