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L’imprenditore Walter Mittelholzer, pioniere dell’aviazione svizzera

L’imprenditore Walter Mittelholzer, pioniere dell’aviazione svizzera

di Giuseppe Baiocchi del 02/08/2018

Quali fattori contribuiscono alla coesione di una comunità? In prima istanza vengono forse in mente una medesima lingua, nemici esterni o interessi economici comuni. Ma alla base di tutto ciò troviamo le idee condivise che si tramandano di generazione in generazione e impregnano la comunità. Tali idee diventano la carta d’identità di una collettività e costituiscono, da ultimo, il fondamento della coscienza nazionale.
Questi concetti devi averli fatti propri anche Walter Mittelholzer nato il 2 aprile 1894 a San Gallo da una famiglia di panettieri. Segue in gioventù una formazione da fotografo presso la città di Zurigo e durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) si arruola come volontario nelle nuove truppe di aviazione, scattando fotografie per le ricognizioni e ottenendo il brevetto di pilota.

Walter Mittelholzer (2 aprile 1894 – 9 maggio 1937) fu un pioniere dell’aviazione svizzera. Era attivo come pilota, fotografo, scrittore di viaggi e anche come uno dei primi imprenditori aeronautici. Qui in una foto giovanile nel 1918.

Nel 1919 fonda con Alfred Comte (1895 – 1965) la prima compagnia aerea svizzera il cui progetto include tra l’altro la realizzazione di fotografie aeree. Noto per le sue spedizioni aeree, Mittelholzer contribuisce a sviluppare l’aviazione civile. Diventa direttore tecnico della compagnia Swissair, fondata nel 1931.
Egli è un maestro della fotografia aerea: riesce a scattare foto di qualità impressionante anche a bordo di aerei a elica aperti e nelle condizioni di luminosità più difficili. L’equipaggiamento di base delle sue spedizioni comprende una gamma di attrezzature cinematografiche e fotografiche molto vasta e moderna. Le prime fotografie aeree sono state scattate da palloni aerostatici intorno al 1860. Uno dei pionieri in quest’ambito è Eduard Spelterini (1852 – 1931), fotografo e aerostiere svizzero. Walter Mittelholzer contribuisce a rendere il nuovo strumento ancora più popolare con fotografie scattate da traballanti aerei ad elica. A suscitare stupore e meraviglia è soprattutto la prospettiva a volo d’uccello, a quei tempi inusuale. Le costose vedute aeree ritraenti paesaggi e centri abitati hanno successo commerciale e vengono stampate in libri, calendari e riviste.
A partire dal 1918 Walter Mittelhozer inizia a fotografare fabbriche e aziende da voli a bassa quota, per poi vendere gli scatti ai rispettivi proprietari. Nasce così un inventario fotografico di edifici industriali e infrastrutture completamente nuovo. Nella prospettiva odierna questi straordinari documenti testimoniano il cambiamento strutturale della Svizzera.
Nel 1920 la compagnia aerea Comte-Mittelholzer & Co, fondata nel 1919, diventa Ad Astra Aero dopo la fusione con altre imprese. Walter Mittelholzer ne diventa il direttore nel 1924. La società svolge la propria attività all’aerodromo di Dübendorf e possiede un hangar per gli idrovolanti allo Zürichhorn. Vende fotografie aeree, voli turistici e i primi voli di linea.
Per finanziare il volo in Africa del 1926/1927 Mittelholzer ha bisogno di sponsor. Crea pertanto il «Fondo per la spedizione in Africa» al quale aderisce per esempio il banchiere privato zurighese Oskar Guhl. La spedizione viene sponsorizzata con grande effetto pubblicitario anche da aziende come Nestlé o la tedesca Kaffee-Handels-AG (HAG).
Il mondo con cui Mittelhozer guarda alle culture straniere è segnato dal colonialismo. Le sue immagini mostrano esseri pre-moderni, esotici e dalla pelle scura in contrasto con l’identità bianca e moderna, considerata superiore. Lo stesso aeroplano diventa un elemento essenziale di questo immaginario: «Gli indigeni si meravigliano del grande uccello come di un essere soprannaturale», asserirà nei suoi scritti.
I documenti allegati e le immagini di making-of non pubblicate da Mittelhozer dimostrano come numerose immagini e riprese siano il risultato di messinscene preparate a tavolino. Ad esempio, viene inscenata una “naturalezza originale” delle tribù africane. Prima degli spettacoli i danzatori indigeni si devono togliere i vestiti occidentali.

Re Amimo è stato pregato di cambiarsi per posare davanti alla macchina fotografica. A destra lo si può vedere vestito all’occidentale. Arnold Heim, Volo in Africa, 1927.

Lo svizzero è un pianificatore molto meticoloso che difficilmente lascia qualcosa al caso. Ciò vale non solo per la preparazione minuziosa delle sue spedizioni aeree, dal finanziamento alla programmazione delle rotte e degli stop per il rifornimento fino alla scelta delle attrezzature. Anche nelle fotografie scattate e pubblicate si notano gli interventi mirati di Mittelholzer.
Non sono solo le scene e i motivi, ma anche le stesse fotografie a essere manipolate: nelle immagini di nudo pubblicate nei libri di viaggio si ritoccano i genitali in modo da nasconderli. Durante il volo in Africa, Arnold Heim (1882 – 1965), membro della spedizione e co-autore, protesta invano contro tali ritocchi. Durante i suoi voli all’estero Mittelholzer riprende e fotografa anche etnografie, immortala paesaggi ed edifici. Raccogliere motivi per i suoi film e per i suoi libri è un elemento fondamentale dei suoi viaggi: «Ogni giorno libero del nostro soggiorno lo trascorro appostato con cinepresa e macchina fotografica in attesa di una preda».

Volo sul Kilimangiaro 1930: Fokker F.VIIb-3m CH-190. Il banchiere e barone viennese Louis von Rothschild convince Walter Mittelholzer a portarlo in aereo in Kenya, allora colonia della corona britannica, per un safari di caccia grossa. Mittelhozer è il primo pilota a sorvolare il Kibo che, con i suoi 5895 metri s.l.m., è la vetta più alta del massiccio del Kilimangiaro.

Dalla fusione della società Ad Astra Aero con la Balair nasce la compagnia aerea nazionale Swissair. Mittelholzer prosegue il commercio di fotografie aeree in una società affiliata. Nel contesto di forte crescita economica del secondo dopoguerra, la società Swissair Photo AG riceve ordini per voli di rilevamento da tutto il mondo.
Con un fondo di circa 3,5 milioni di fotografie, la biblioteca del Politecnico federale di Zurigo possiede uno degli archivi fotografici pubblici più grandi della Svizzera. Le immagini testimoniano, fra molti temi, lo sviluppo dello stesso Politecnico, i viaggi di ricerca, lo sviluppo degli agglomerati urbani, nonché i cambiamenti storico-sociali, politici e tecnici della Svizzera. Il significativo lascito di Mittelholzer è stato acquistato dalla fondazione Luftbild Schweiz fra il 2009 e il 2012 in quanto parte integrante dell’archivio fotografico della compagnia Swissair. Le 18.000 immagini del lascito sono state tutte inventariate, digitalizzate e rese accessibili online al pubblico.
Walter Mittelhozer acquista fama internazionale con le sue numerose spedizioni aeree all’estero. La più celebre risale al 1927 quando, primo fra tutti, sorvola l’intero continente africano da nord a sud a bordo dell’idrovolante “Switzerland”. Mittelholzer trasforma i suoi voli all’esterno in eventi mediatici. Fornisce testi e fotografie a riviste mentre è ancora in viaggio. Realizza filmati basati su tali spedizioni e pubblica con successo ben undici libri di viaggio. L’unione tra spirito d’avventura ed entusiasmo per la tecnica, su sfondi esotici, garantisce ottimi introiti.

Alcune immagini mostrano le marcature di Mittelholzer delle sezioni selezionate. Sciaffusa, 1918-1937.

Nel 1928 esce il libro di Walter Mittelholzer Alpenflug (Volo sulle Alpi). Per le illustrazioni Mittelholzer dispone di 6.000 fotografie aeree della società Ad Astra. Agli occhi di questo appassionato alpinista «volare è il mezzo e il fine per rappresentare in modo nuovo le nostre amate montagne grazie all’ausilio della fotografia».
Non ci è dato sapere se Walter Mittelholzer, come sostiene il Dizionario storico della Svizzera, avesse le carte in regola per diventare lo «svizzero del secolo». Resto il fatto che egli prendeva il suo ruolo molto seriamente: da pioniere, vestito da pilota nella classica posa davanti all’aereo, o da direttore, insieme a personalità dell’economia, della politica o dello spettacolo.
Ancora nel pieno delle forze, una sfortunata missione alpina in Bassa Austria farà trovare la morte al pioniere svizzero il 9 maggio del 1937 con un amico e uno studente, sulla parete di ghiacciata del Mürztal in Stiria.
Mittelholzer è noto al grande pubblico per le sue fotografie aeree e per esser stato il cofondatore di Swissair. Con grande spirito imprenditoriale e talento tecnico, è riuscito a conciliare fotografia e aviazione. In ciò svolge un ruolo determinante la sua abilità commerciale, di cui si avvale utilizzando mezzi comunicativi diversi. Il modo in cui lo svizzero di San Gallo guarda ai luoghi, paesi e popoli stranieri nutre, in testi, fotografie e film, il fascino che il suo pubblico sente per le avventure e l’esotismo a sfondo coloniale.

 

Per approfondimenti:
_Informazioni raccolte presso il Museo di Storia della Svizzera – Landesmuseum Zürich in Museumstrasse 2. 

 

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La crisi rivoluzionaria a partire da Joseph de Maistre

La crisi rivoluzionaria a partire da Joseph de Maistre

di Giuseppe Baiocchi del 31/07/2018

L’evento fondatore dell’epoca contemporanea, sia stato esso storico o mitico, fausto o infausto, è certamente la rivoluzione francese. L’evento consiste nello storico passaggio dalla Tradizione alla Modernità, mediante il quale la bassa borghesia e i banchieri si sarebbero sottratti alla condizione di sottomissione per diventare indipendenti, liberi e sovrani.
Questo processo storico, compiutosi nel 1789, ha avuto pieno successo, grazie al lavorìo propagandistico degli intellettuali, degli opinionisti e degli storici compiacenti del nuovo sistema di potere; diffusosi tra le stampe giornalistiche e giunto fino a noi nella letteratura e nella scuola statale, con il consenso tacito di alcuni ambienti cattolici conformisti che hanno fatto permeare in sinu Ecclesiae una concezione della storia e della società subordinata a quella rivoluzionaria.

Louis-Charles-Auguste Couder, Inaugurazione degli Stati Generali, 5 maggio 1789, olio su tela, 400 x 715 cm, Versailles, Musée national du château et des Trianons – 1839.

Sarà proprio da tale istanza che la Rivoluzione Francese, equivarrà alla Rivoluzione per eccellenza, perché ha applicato le rivoluzioni precedenti e ha preparato quelle successive contenendole in una camera stagna dei futuri errori ed orrori.
Come affermava il politologo italiano Augusto Del Noce (1910 – 1989) «Rivoluzione è la parola-chiave per intendere la nostra epoca»: una parola magica, capace di giustificare o santificare alcune porzioni della storia dell’uomo, che è stata ripresa anche dall’epoca post-moderna; infatti, la dissoluzione del sistema comunista-sovietico e la parallela costruzione del sistema socialista dell’Unione Europea sono state presentate come gli eventi epocali che riconcilieranno le due anime antagoniste della rivoluzione, ossia la liberté e l’égalité, nella fraternité, e imporranno un modello politico “inclusivo e solidale” che garantirà un “nuovo ordine mondiale” e darà inizio ad una nuova storiografia, capace di realizzare quella unificazione del globo, detta “repubblica universale”.
Solo recentemente il mito rivoluzionario ha cominciato a incrinarsi: nel 1989, alle stanche celebrazioni ufficiali del secondo bicentenario del 1789, si opposero vivaci e moderne anti-celebrazioni che riaprirono la diatriba dialettica, mai sopita, su antiche questioni considerate risolte e vetuste divisioni credute superate. Alcuni intellettuali avviarono una risoluzione pacifica per sedare le polemiche montanti, asserendo come nell’epoca post-moderna doveva necessariamente avvenire quella riconciliazione tra la Tradizione e la Rivoluzione. I progressisti, figli di un nichilismo mai superato, auspicavano un’unione all’insegna diabolica dell’amore, tra Cristianesimo e laicismo, vandeani e giacobini, Maistre e Volteire. Tale manovra fu pubblicata nel 1989, dal Centro culturale Lepanto, il quale criticò con giustezza anche la posizione conciliatrice del cardinale Paul Poipard, allora presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
Questa manovra, difatti, in apparenza esecutrice di moderazione, possedeva lo scopo ben poco edificante di bloccare sul nascere il movimento anti-rivoluzionario, per non farlo divenire una coscienza popolare. Se attuiamo un realismo storico, oggi si ammette con franchezza che la rivoluzione giacobina, pur promettendo libertà, eguaglianza e fratellanza, in realtà produsse successivamente schiavitù, oppressione e odi. La presa della Bastiglia, festeggiata nella Francia Repubblicana ogni anno, pur pretendendosi popolare e democratica, in realtà fu opera di una setta militante che s’impose con l’inganno, la seduzione e la violenza.
Tuttavia ancora la storiografia ufficiale pretende che tali scomode verità restino confinate nel campo teorico e in ristretti ambienti intellettuali. Lo stesso storico Marco Tangheroni (1946 – 2004) affermava nel suo saggio Cristianità, modernità, rivoluzione come «sotto il profilo storiografico la revisione è in atto, ma deve restare, secondo la cultura dominante, circoscritta a una innocua cerchia di accademici»: difatti la scuola e i media continuano a ripetere le solide falsità, per mantenere il popolo nella menzogna ideologica e impedirgli di alzare il velo della verità storica. Tale revisione critica ha portato alla riscoperta di alcuni autori contro-rivoluzionari dell’epoca, tra i quali inquadriamo in una figura centrale e di spicco Joseph de Maistre (1753 – 1821).
Tale pensatore subì, già con il romanzo del 1880 di Gustave Flaubert (1821 – 1880) Bouvard et Pécuchet (1880), una pesante satira che gli procurò prima una damnatio famae e una volta defunto una damnatio memoriae. Oggi, di contro, appare come un vero e proprio storico dell’avvenire: non solo seppe valutare le negatività rivoluzionarie, prevedendone i tragici postumi che ancor oggi tormentano la società odierna, ma riuscì mirabilmente ad intuire le condizioni basilari della sua terapia. Non meraviglia dunque che, fin dal contestato bicentenario del 1789, per riprendere il celebre storico Jacques Solé (1932 – 2016) «molti ritrovano […] gli accenti di un Joseph de Maistre che si erge contro Satana», riaffermando con forza, l’inconciliabilità tra due civiltà e culture in opposizione polare: quella antropocentrica della Rivoluzione e quella teocentrica della Tradizione. Ma chi era veramente de Maistre? A darcene breve descrizione è il poeta, scrittore e politico francese Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (1790 – 1869): «Era un uomo di alta statura, con una bella e virile figura militare, con una fronte alta e scoperta, su cui ondeggiavano, come i resti di una corona, solo alcune ciocche di capelli argentati. Il suo occhio era vivo, puro, franco. La sua bocca aveva l’espressione abituale di fine umorismo che caratterizzava tutta la famiglia: possedeva nei suoi atteggiamenti la dignità del suo rango, del suo pensiero, della sua età».

Memoriale a Joseph e Xavier de Maistre, presso il castello di Chambery, Francia.

Alla vigilia degli atti rivoluzionari, Joseph de Maistre era un magistrato e senatore sabaudo giunto all’età di 36 anni senza aver fatto nulla di rilevante, era bene inserito in una società europea che godeva di mezzo secolo di pace e stava incoscientemente scivolando verso l’apostasia generale, senza curarsi dei segnali inequivocabili che avrebbero trascinato nel baratro la Francia, e successivamente l’Europa tutta, nel grande ciclone dei nazionalismi.
Basti pensare che, nel 1787, uno studioso dell’Università di Pavia riteneva che non bisognasse più temere l’insorgere di “disordinate rivoluzioni”, perché la “repubblica delle lettere” aveva ormai neutralizzato quel fanatismo responsabile dei secolari conflitti religiosi e politici. Tesi completamente distante da quanto storicamente avvenne: lo stesso Pio VII, nel suo Panegirico, asseriva come la rivoluzione traeva «le estreme conseguenze della depravazione e della dissoluzione […] instaurando una tirannia quale non si era mai vista in tutto il corso della storia […] spazzando via, per quanto le fu possibile, l’intera struttura delle istituzioni cristiane […] provocando il più brutto voltafaccia dello spirito umano che fu dato di sperimentare da quando sorse il Cristianesimo».
Tale trauma sociale ed etico, risvegliò l’opinione pubblica europea, costringendola a rivedere le proprie idee e a fare scelte drammatiche dividendosi in tre settori ideologici: un primo campo era nella posizione contro-rivoluzionaria, che valutò il fenomeno diabolico, come fattore da combattere in quanto perverso; un secondo fronte accademico era stanziato nella posizione progressista, la quale valutò la rivoluzione come divina, dunque da favorire in quanto provvidenziale; infine quella ibrida del conservatorismo, posizione moderata e neutralista che valutò il 1789 come atto meramente umano, dunque da accettare, come un fatto compiuto. Tale divisione tripartita, come afferma anche il professor Guido Vignelli (1954), è sopravvissuta fino ad oggi, anche se sembra non innescare più le vivaci polemiche di antico periodo.
De Maistre tra il 1789 e il 1790, influenzato dall’illuminismo massonico, prese la posizione della tendenza transigente alla rivoluzione, ovvero, considerò questa come un male necessario da tollerare, illudendosi che potesse fungere come strumento per riformare l’Ancien Régime adeguandolo alle nuove esigenze sociali e abolendone l’assolutismo e le ingerenze nella vita ecclesiastica; tale movimento di pensiero puntava anche verso una riconciliazione del Direttorio con la Monarchia, illudendosi che la caduta del giacobinismo avrebbe ridotto la Rivoluzione ad una pacifica e graduale riforma. D’altronde come affermava lo stesso Julius Evola (1898 – 1974) nel suo celebre saggio Le sacre radici del potere: «quei Re assolutistici e nemici dell’aristocrazia feudale, […] si scavarono letteralmente la propria fossa. Centralizzando, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo una superstruttura burocratico-statale a forme virili e dirette di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità, essi crearono il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare era ormai priva di rapporti diretti con il paese. Distrutta la struttura differenziata che faceva da medium fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche».
Successivamente quando de Maistre capì che il dramma, si stava trasformando in tragedia, egli mutò opinione, passando alla teoria intransigente, la quale condannava la rivoluzione fin dal suo inizio, denunciandone gli errori intellettuali e i vizi morali che l’avevano favorita, smentendone le iniziali promesse libertarie e prevedendone il rapido sviluppo in senso anticristiano, totalitario e terroristico. Fra questi primi scrittori contro-rivoluzionari spiccarono molti sacerdoti, come i gesuiti Augustin Barruel (1741 – 1820), Pierre de Cloriviére (1735 – 1820), Francismo Gustà (1744 – 1816), Sebastiano d’Ayala (1744 – 1817), Giovanni Marchetti (1753 – 1829), Gianvincenzo Bolgeni (1733 – 1811), Luigi Mozzi de Capitani (1746 – 1813) e Lorenzo Ignazio Thjulen (1746 – 1833); a loro possiamo aggiungere l’olivetano Michele Augusti, il francescano Filippo di Rimella, l’eudista Jean-Francois Lefranc (beatificato come vittima del Terrore), mons. Adeodato Turchi vescovo di Parma e il canonico Bonaventure Proyart; fra i laici spiccò Audainel, pseudonimo del conte Louis d’Antraigues.
Successivamente la Francia rivoluzionaria invase ed annetté la Savoia e Joseph de Maistre rimanendo fedele al proprio sovrano, fuggi a Losanna nella neutrale Svizzera. Qui il conte frequentò l’ambiente degli esuli sfuggiti alla rivoluzione, soccorrendoli materialmente e proteggendoli diplomaticamente; ma ben presto si accorse che doveva “illuminarli” spiritualmente per liberarli da quell’illusorio progetto riconciliatore che li traviava in sterili manovre impedendo la restaurazione dell’ordine cristiano.
Fu così che in pieno clima rivoluzionario il conte de Maistre pubblicò come opera anonima la sua fatica letteraria di maggior caratura: Considerazioni sulla Francia. Il libro in controvertenza rispetto ai focolai europei, ebbe un incredibile fama e successo: ne furono stampate ben quattro edizioni in Svizzera, nella stessa Francia e in Inghilterra. Diventò presto il testo fondamentale dei contro-rivoluzionari, dai visconti Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754 – 1840) e François-René de Chateaubriand (1778 – 1848), passando per Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine (1790 – 1869), fino ad arrivare all’esule sovrano Luigi XVIII che lo elogiò, dopo aver letto il saggio.

Statua di Alphonse Marie Louis de Prat de Lamartine dello scultore Paul Niclause, nell’omonima piazza nel 16°arrondissement di Parigi.

Lo stesso generale giacobino Napoleone Bonaparte (1769 – 1821) dopo averlo letto, proclamò la sua pericolosità, bandendo l’opera dal territorio francese: de Maistre, senza rendersene conto, divenne il manifesto politico della sperata restaurazione, facendo compiere al movimento contro-rivoluzionario un salto di qualità culturale ed ideologico-religioso fondamentale per il proseguo degli eventi storici.
All’interno del suo tomo, il conte suddivideva la rivoluzione francese in cinque distinte macro-caratteristiche: la prima trattava il suo carattere sovversivo, in quanto fenomeno politico, morale e culturale, poiché i giacobini minavano a sradicare le fondamenta della società; nella seconda analizzava il programma anti-cristiano della rivoluzione, la quale senza nasconderlo urlava la distruzione delle basi sociali della Chiesa cattolica; il terzo punto analizza il processo storico della rivoluzione, che appare unitario, coerente e progressivo, mosso da un dinamismo meccanico che s’impose anche contro le intenzioni dei suoi protagonisti (si veda Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, 1758 – 1794); la quarta caratteristica disvela il carattere massonico della rivoluzione, favorita da una occulta cospirazione settaria, che seppe legare forze sovversive prima divergenti, come i protestanti, gli gianseniti, i gallicani, gli illuministi, i liberali e i democratici in una comune strategia; infine una quinta analisi viene prodotta per il risultato squisitamente politico che la rivoluzione ha prodotto: ovvero l’aver riunito con sapienza plurisecolare, il soggettivismo religioso protestante e il razionalismo filosofico illuminista nel naturalismo politico liberale.
A conoscere bene la storia della religione cattolica, la Rivoluzione Francese non sembra altro che un ingranaggio di un meccanismo più complesso, che in teologia si traduce nella lotta tra bene e male, tra Chiesa divina e anti-Chiesa satanica che anima la volontà degli ultimi d’instaurare il paradiso in Terra mediante “l’assalto al cielo”, per riappropriarsi dei poteri divini “alienati” nel trascendente e «riorganizzando tutto senza Dio e senza Re».
Molte furono le nazioni soggiogate dal sogno della libertà, della fraternità e della eguaglianza: prime fra tutte l’Italia di Foscolo. De Maistre aveva compreso appieno che la Rivoluzione Francese, che come primo prodotto ebbe il bonapartismo, non si ribellava contro la Monarchia, contro la Chiesa o contro la società tradizionale, quanto contro il divino governo del mondo, contro Dio stesso, essa mirava a realizzare l’assoluto naturalismo politico, secolarizzando gli Stati e cancellando ogni traccia della società cristiana. Difatti lo stesso poeta inglese giacobino William Blake (1757 – 1827) nel 1791 esaltava la rivoluzione come un evento che, risuscitando dall’abisso infernale gli angeli ribelli, doveva «risvegliare i popoli dal sonno dogmatico di cinquemila anni» e «far saltare le dighe del caos».
L’evento del 1789, poteva essere anche uno strumento usato dalla divina Provvidenza per punire la Francia, e tramite questa l’intera Europa, vendicando le secolari colpe da loro commesse contro i diritti di Dio e della Chiesa, e allo stesso tempo offrendo una storica occasione di pentimento, riscatto e riscossa.
Come afferma lo stesso professor Guido Vignelli, «Maistre comprese che la rivoluzione francese era mossa da un originario scopo anti-religioso mal nascosto dal paravento deista. Essa sognava di realizzare l’umana felicità “tornando alla natura”, ossia a un paradiso terrestre che riteneva perduto non per colpa dell’umana malizia espressa nel Peccato Originale, bensì per colpa di un sistema sociale ingiusto basato sull’autorità economica, familiare, politica e religiosa, con le conseguenti disuguaglianze e discriminazioni».
Saranno gli anni in cui il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770 – 1831), evolverà le teorie di Cartesio nell’idealismo hegeliano, ovvero l’uomo fondamento del reale: l’essere umano si sostituisce al Dio cristiano. Infatti l’atto storicamente più grave di tutta la rivoluzione francese è la decapitazione di Luigi XVI. Ma perché un gesto così forte? Perché uccidere un Re, che era già stato estromesso? La risposta è semplice: per estirpare il sangue aristocratico, che è scelto da Dio, perché sangue di Dio in terra. La decapitazione venne giustificata dai giacobini come la necessità di liberarsi dalla tutela del Re come padre della Patria; più tardi i socialisti vorranno liberarsi anche del padrone, i sessantottini del padre di famiglia e dall’insegnante come padre educatore, e infine gli ideologi atei, come il conte Donatien-Alphonse-François de Sade (1740 – 1814) e Herbert Marcuse (1898 – 1979), direttamente da Dio padre.
Quando si parla di rivoluzione ambivalente e progressista, alcune tesi accademiche hanno optato per l’esistenza di due “illuminismi” contrapposti, dunque di due “rivoluzioni”. Tale prima analisi disserta circa l’esistenza di un primo movimento moderato e realistico con attori principali il barone Charles-Louis de Secondat (1689 – 1755) e François-Marie Arouet (Voltaire 1694 – 1778), che insieme al famoso trattato dell’Encyclopédie (1772) avrebbe preparato il terreno alla prima rivoluzione, di stampo pragmatico-liberale in continuità con le riforme promosse dall’aristocrazia progressista durante il Regno di Luigi XVI. Il secondo “illuminismo” è, di contro, quello utopistico-fanatico culminato nel pensiero di Jean-Jacques Rousseau (1712 – 1778) che avrebbe organizzato ideologicamente la seconda “rivoluzione” totalitaria e socialista tentata tra il 1792 e il 1795, rompendo con il riformismo precedente. Tale pensiero si è affermato con il romanzo di Anatole France (1844 – 1924) Gli dèi hanno sete (1912) e con l’opera lirica di Umberto Giordano (1867 – 1948) Andrea Chénier (1896).

Un giacobino in azione in un fotogramma del film Un peuple et son Roi (2018) con Regia di Pierre Schoeller. Un film con Louis Garrel, Gaspard Ulliel, Adèle Haenel, Céline Sallette, Laurent Lafitte.

Pertanto la conduzione, secondo molti autorevoli pensatori, errata di tale pensiero si instaura nell’affermare che bisognerebbe recuperare e portare a compimento la prima rivoluzione illuministica, allo scopo di risanare i danni provocati dalle estreme conseguenze della seconda, definitivamente smentita dal fallito esperimento sovietico.
Applicando un noto motto alchemico solve et coagula, la Rivoluzione universale tende a dividersi sempre in due correnti distinte, per favorire il successo della stessa strategia rivoluzionaria, che utilizza propriamente una divisione dei ruoli: da una parte la dialettica della fazione lenta e moderata, dall’altra la porzione veloce e estremistica. In tal modo la Rivoluzione può raccogliere un massimale di consensi insperato ammaliando correnti ideologiche non allineate fra loro: da un lato tranquillizza gli individui tiepidi e timorosi usando toni morbidi e contemporaneamente, eccita i fanatici usando toni duri, potendo sempre ritirarsi nella soluzione moderata qualora fallisca la soluzione militaresca. In realtà “le due fazioni opposte” colpisco sempre unite il potere, in una sorta di lingua biforcuta – che riprendendo simboli teologici, ci appare come quella del maligno -, che aggira gli ostacoli e progredisce in forma graduale, subdola e inavvertita, fino a raggiungere lo scopo finale. Non a caso la rivoluzione francese è stata esplicitata come una grande Idra con quattro teste: quella ottocentesca del bonapartismo, dove l’alta borghesia si sostituisce al clero e alla aristocrazia; le altre tre novecentesche, figlie di un nazionalismo estremizzato che si inquadrano nel fascismo, nel nazismo e nel bolscevismo.
Sarà de Maistre a svelare l’arcano nella sua opera Considerazioni sulla Francia, dove affermava che i moderati «condannano questa rivoluzione solo per non attirarsi l’universale esecrazione, ma essi l’approvano, ne apprezzano gli autori e i risultati, e di tutti i crimini da essa prodotti condannano solo quelli di cui poteva fare a meno». La critica, difatti, contro gli atti del Terrore rivoluzionario è sempre dettata da atteggiamenti deboli e moderati. Un esempio tangibile ci è dato dalla concordia tra moderati e estremisti nel Congresso massonico di Wilhelmsbad del 1782, dove fu de facto progettata la rivoluzione europea, insieme al Congresso massonico di Parigi del 1785, che preparò l’insurrezione del 1789. Quest’ultimo, ispirato dall’anarchico tedesco illuminista Johann Adam Weishaupt (1748 – 1830) e organizzato dalla loggia Les Amis Réunis, fu presieduto dal marchese Savalette de Lange (1745 – 1797) e animato da futuri protagonisti della rivoluzione, come il conte di Mirabeau Honoré Gabriel Riqueti (agente degli illuminati, 1749 – 1791), dal marchese di Condorcet Marie Jean Antoine Nicolas de Caritat (agente dei filosofi, 1743 – 1794), dall’abate Emmanuel Joseph Sieyès (agente dei gallicani, 1748 – 1836), Antoine Pierre Joseph Marie Barnave (agente dei calvinisti, 1761 – 1793) e l’architetto Nicolas Le Camus de Mézières (agente dei gianseniti, 1721 – 1789).
Questo movimento ideologico pose come prima pietra miliare l’anti-religiosità, cercando di sostituire il Cristianesimo con una religione civile e l’istituzione della Chiesa cattolica con una comunione democratica. La prima svolta si ebbe infatti nel 1792 quando Luigi XVI, dopo aver ricevuto due brevi pontifici condannanti la politica anti-cristiana, rifiutò di approvare il decreto di deportazione del clero che non aveva giurato fedeltà alla Rivoluzione, e scrivendo al vescovo di Clemont affermava di essere deciso di ristabilire il culto cattolico in Francia. Fu in tale istante che il Sovrano firmò la sua condanna, poiché i giacobini capirono che non potevano più contare sulla complicità del Re per continuare la persecuzione anti-religiosa. Eppure “i moderati” invece che rinunciare e tornare sui propri passi, appoggiarono tacitamente il Terrore, progredendo rapidamente verso la conclusione totalitaria. Ancora per riprendere Vignelli «nessuna contraddizione tra due illuminismi e due rivoluzioni […] il primo illuminismo doveva generare il secondo e la prima rivoluzione la seconda».
Così la “rivoluzione permanente” annunciata da Voltaire nella loggia massonica Les Neuf Soeurs ed inaugurata nel 1789 da Mirabeau nella Assemblea Costituente, doveva coerentemente progredire fino alla dittatura avviata nel 1792 da Robespierre con il Comitato di Salute Pubblica. Bisogna affermare con intelligenza che il Terrore giacobino non fu un incidente di percorso verso la “via del progresso”, ma fa la logica conseguenza di un progetto anticattolico nato a livello religioso col Protestantesimo, elaborato a livello filosofico dal Razionalismo, progettato a livello culturale dall’illuminismo e attuato a livello politico dal Liberalismo: Lutero, Zwingli e Calvino, dapprima tramite Cartesio, Hobbes e Bayle, poi tramite Voltaire, Diderot e Rousseau, armarono le mani di Danton, Marat e Robespierre.
Di rilevanza accademica è il dibattito sull’ideologia del conservatorismo, rispetto al suddetto discorso reazionario. Il conservatore medio, da un lato nutre simpatia per il conte de Maistre, ma parallelamente individuano nella contro-rivoluzione un mero rovesciamento della rivoluzione stessa. Intendono il movimento reazionario come speculare a quello rivoluzionario, indicando una soluzione alla problematica ideologica, attraverso una sintesi riconciliatrice. L’equivoco ideologico dei conservatori è facilmente esprimibile: la mentalità relativistica e storicistica basata sul primato del negativo, tipico della dialettica gnostica ed hegeliana, fa dipendere la verità dall’errore, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia. Bisogna di contro affermare con forza che la negatività dipende sempre dal bene. Dunque non bisogna tentare mai una mediazione tra una tesi errata ed una giusta, nell’illusione di ottenere una sintesi pacificatrice; bensì bisogna opporle l’antitesi veridica rispettiva e con le sue giuste proporzioni. Per paradosso, saranno proprio le posizioni conservatoriste che de facto dipendono ideologicamente dalla rivoluzione, poiché ne creano una personale attenuazione o correzione della teoria, il che condanna tale tesi ad essere sconfitta, proprio dalla radicalità e dalla coerenza della strategia giacobina.
Sarà proprio de Maistre, nel capitolo X del suo saggio Considerazioni sulla Francia, che rispondendo a Condorcet – il quale asseriva come la controrivoluzione sia stata una “rivoluzione di senso contrario” -, asseriva come «la Contro-rivoluzione non sarà affatto una rivoluzione di segno contrario, bensì il contrario della Rivoluzione». Sarà così che il reazionario opporrà al rivoluzionario, non un suo ribaltamento di vizi e errori, ma una personale reazione basata su un’azione culturale, sociale e politica, che si ispiri alle verità e alle virtù negate dai settari.
Qui è di fondamentale importanza la Dottrina sociale della Chiesa, la quale viene ripresa dal contro-rivoluzionario ed applicata ad una seria e corretta teologia della storia. Il tutto inoltre deve essere fuso con gli interessi sociali che la rivoluzione ha creato. Difatti la contro-rivoluzione – come spiega abilmente de Maistre -, non vuole negare uno specifico modo di procedere nella Rivoluzione e non mira certamente ad annullare le conquiste sociali dei moti. Operare invece una reazione consiste nell’annullare la modernità disgregatrice che la Rivoluzione stessa produce, nelle sue forme filosofiche, artistiche e architettoniche – per traslare l’argomento in una tesi più contemporanea. Attenzione, le abolizioni non devono consistere in una censura o peggio in una persecuzione, ma unicamente in un non utilizzo pratico all’interno della società.
Così il conservatore diviene incapace di valutare la Rivoluzione alla luce di una corretta teologia della storia, non risale alle cause prime né scopre i fini ultimi della crisi, non ne coglie la radice metafisica né quella satanica, dunque non conosce l’adeguata terapia. Egli acquista una visione terzoforzista, la quale si pone in mezzo tra le due ideologie, auspicando che unicamente alcuni concetti-idee come quelli della famiglia, dell’ordine e della patria, bastino a neutralizzare la libertà rivoluzionaria. Inoltre oggi sempre più il conservatorismo, si lega indissolubilmente alle teorie liberali, amiche e figlie della Rivoluzione stessa. Il conservatore essendo essenzialmente un pragmatico e un opportunista (in quanto spesso imprenditore), muove le sue tesi da interessi e timori e non da princìpi. Il conservatorismo critica la Rivoluzione francese unicamente nei suoi eccessi, come la violenza, la velocità (anche se oggi il conservatore “va di fretta”), il centralismo, il settarismo, l’estremismo e al ricorso all’inganno ideologico. Ritengono che la rivoluzione sia stata storicamente inevitabile, quindi impossibile da vincere e pericolosa da contrastare: lo afferma lo stesso visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (1805 – 1859), nel suo La democrazia in America, quando asserisce come «È mia ferma opinione che la grande rivoluzione democratica sia un fatto irresistibile contro il quale non sarebbe desiderabile né saggio lottare […] perché voler arrestare il cammino della democrazia sarebbe come lottare contro Dio stesso; perciò alle nazioni non resta che adattarsi alle condizioni sociali imposte dalla Provvidenza». Il francese vive nell’ossessione di cedere per non essere sconfitto, per arrivare alla sua coscienza riconciliatrice tra le due ideologie. Bisogna capire bene come la Rivoluzione Francese nel suo complesso mira sempre nella distruzione di un qualcosa e non certamente alla sua conservazione, soprattutto all’interno della matrice etico-morale, molto cara al conservatorismo.

Théodore Chassériau, Ritratto di Alexis de Tocqueville (particolare).

Così è accaduto con la pratica dell’aborto, dove il conservatore ha inizialmente tollerato l’errore, successivamente l’ha permesso e infine l’ha giustificato. Come cita de Maistre «egli accetta la liberté limitandosi a reclamarla anche per la Chiesa; accetta l’égalité preservando la proprietà, la famiglia e l’istituzione ecclesiastica (il che si dimostrerà storicamente fallimentare), accetta la fraternité, limitandosi a contenerla entro le esigenze di pubblico ordine; accetta tacitamente la démocratie rivoluzionaria, preoccupandosi unicamente di frenarne gli eccessi», ma la domanda che possiamo porci è la seguente: come poter contrattare politicamente con un estremismo? La storia è piena di esempi concreti di fallimento. La Rivoluzione Francese, secondo de Maistre, va stroncata sul nascere di questa o in mancanza di tale condizione, va sconfitta approfittando delle sue debolezze cicliche.
A questo punto, il conservatore giunge ad un bivio cruciale: se il suo fallimento lo può risvegliare dalle illusioni moderate, egli può con coraggio e dignità rompere il compromesso; di contro può accettare definitivamente la Rivoluzione non più come fatto storico, ma anche come diritto, non solo nelle sue conseguenza, ma anche nelle sue cause, giustificando il moto rivoluzionario come bene concretamente possibile. L’iniziale subordinazione passiva si trasforma in attiva collaborazione: di conseguenza il conservatore giudicherebbe il reazionario non come un concorrente strategico da neutralizzare, ma come un nemico ideologico da distruggere. Tale processo diviene atto concreto, in illustri famiglie aristocratico-conservatoriste, prima tra tutte la famiglia francese degli Ormesson, vicende narrate magistralmente nella sua decadenza dallo scrittore Jean d’Ormesson nel romanzo A Dio piacendo.
Lo scisma, se di scisma ideologico contro-rivoluzionario vogliamo parlare, si suddivise in tre porzioni distinte: vi fu una destra che rimase fedele all’originaria posizione intransigente, combattendo il Risorgimento e preparando la strada alla futura Azione Cattolica – ne ricordiamo degli esempi nel marchese Cesare d’Azeglio (1763 – 1830), nel conte Emiliano Avogadro della Motta (1798 – 1865), nel conte Clemente Solaro della Margarita (1792 – 1889), il principe Antonio Capece Minutolo di Canosa (1778 – 1838), il celebre conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847) e da illustri sacerdoti, quali Luigi Guala (1834 – 1893), Pietro Scavini (1790 – 1869), Antonio Bresciani (1798 – 1862), Luigi Taparelli d’Azeglio (1793 – 1862), Giuseppe Baraldi (1778 – 1832), Pietro Balan (1841 – 1893) e Giacomo Margotti (1823 – 1887) -; un’altra “moderata” conservatrice e filo-risorgimentale che vide tra i suoi protagonisti Antonio Rosmini Serbati (1798 – 1855) e infine una progressista che accettò la Rivoluzione cooperando con essa – ne sono protagonisti di rilievo Félicité de Lamennais (1782 – 1854), Charles de Montalembert (1810 – 1870) , Henri Lacordaire (il giovane 1802 – 1861), Gioacchino Ventura (1792 – 1861) e Vincenzo Gioberti (1801 – 1852).

Tre dei protagonisti del mondo reazionario dei tre fronti: (da sinistra a destra) il conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847), Antonio Rosmini Serbati (1798 – 1855) e Félicité de Lamennais (1782 – 1854).

Fu da questo trittico ideologico che l’ideale Rivoluzionario ebbe storicamente la meglio producendo quello che oggi viene definito come cattolicesimo liberale e parallelamente pose le basi per la creazione del democristianesimo. L’atto di nascita della Democrazia Cristiana deve necessariamente essere cercato nella rottura tra Lamennais e de Maistre: il primo sosteneva l’imposizione di non introdurre l’atto rivoluzionario all’interno di un quadro demonologico, riducendo la Rivoluzione Francese come mero atto umano, dunque neutro e recuperabile ed a inquadrarlo addirittura come moderna incarnazione del Vangelo, operata dal Divino immanente della storia. Fu con tale processo-ideologizzante che nel XX secolo farà sostituire l’impegno sociale cristiano con l’idolatria umanitaria. Questa posizione rivoluzionaria inizialmente fu minoritaria e isolata da tutti i Papi, ma oggi è divenuta maggioritaria e viene sostenuta da autorevoli approvazioni ecclesiastiche. Ne è prova, ad esempio, le immagini rappresentanti Mosè situate nella chiesa svizzera di Martigny: Mosè scende dal monte Sinai presentando al popolo due tavole contenenti non l’antico Decalogo, ma le nuove Leggi dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.
Il presupposto ideologico della Contro-Rivoluzione, smentisce anche il luogo comune, preso buono dalla frangia conservatorista, che vede nella reazione un’incapacità latente di costruire un futuro, impegnandosi unicamente nel rimpiangere il passato e criticare il presente: niente di più falso. Difatti se si analizza nel pieno controllo e dedizione l’opera di de Maistre, questo pone tutte le condizioni preliminari – non adottate nel Congresso di Vienna – per ricostruire lo Stato, appoggiandosi oltre che a elementi morali, culturali e sociali anche a quelli teologici. In particolare nel suo Considerazioni sulla Francia, egli mira a ri-sacralizzare la politica, poiché la fede concederà la vera forza al nuovo apparato. D’altronde tutti gli imperi, i regni e le repubbliche che hanno posto alla base il carattere religioso, sono durate secoli, gli Stati socialisti o liberali, molto meno, poiché per riprendere l’enciclica di Papa Pio IX Nostis et nobiscum «non è in potere degli uomini fondare nuove società e comunità contrastando la naturale condizione delle cose umane».
Bisogna riaffermare una vera teologia politica capace di rivendicare i diritti di Dio Creatore e Legislatore, di Cristo Redentore e della Chiesa Santificatrice, come solo fondamento e difesa dei diritti umani subordinati al bene sociale comune finalizzato alla vita eterna. Politica e religione “non possono, non devono, non vogliono” rapportarsi in forma egualitaria, poiché non sono elementi sullo stesso piano di confronto, poiché si devono porre unicamente in un ordine gerarchico: una fede che non diventa cultura, è un’entità non pienamente accolta.
Ora pensate se il pensatore di Chambéry avesse potuto osservare la nostra Unione Europea basata su una Costituzione ancor più artificiosa, pletorica e atea di quelle varate dalla Rivoluzione Francese! Riprendendo nuovamente il professor Guido Vignelli «Secondo Maistre, una società politica dura e prospera solo se la “coscienza civile” accetta e rispetta un diritto pubblico fondato su una tradizione, ossia su un “dogma nazionale” rivelante il ruolo storico affidato dalla Provvidenza a quella società, il che presuppone una “ortodossia” che esprima una concezione dell’uomo, del suo posto nel cosmo e nella storia, dei suoi doveri verso Dio».
Difatti proprio in assenza di trascendenza non possono sussistere né diritti, né doveri certi, né libertà, né veritiere responsabilità, né carità sociale, ma unicamente un arbitrio che trasla tra gli eccessi dell’anarchia e quelli del dispotismo: mali che non posso essere scongiurati da Costituzioni, trattati, “carte dei diritti” o istituzioni internazionali umanitarie che pretendono con arroganza di sostituirsi alla giustizia cristiana. Non vi è possibilità di fondare il bene comune, il diritto pubblico e l’ordine civile su un relativismo dei valori, ma unicamente e sempre su un assoluto. Ancora una volta la storia ci giunge da aiuto e supporto: l’evoluzione rivoluzionaria giacobina sfocerà nei già citati regimi totalitari, i quali inizialmente desacralizzarono la politica allo scopo di scristianizzarla, poi dovettero risacralizzarla, tentando di rifondare l’ideologia della volontà di potenza su una sorta di improbabile “religione civile” basata sul culto di nuovi idoli, quali ricordiamo l’Essere Supremo, la Ragione, la Natura e la Libertà, poi nell’ultimo stadio quest’ultime si trasformarono nel Partito, nella Classe, nella Nazione, nella Razza, nel Popolo e nell’Umanità. La politica secolarizzata che ha seguito da sempre lo Stato-Nazione liberale, lo Stato-Popolo democratico e lo Stato-Classe socialista hanno già ampliamente manifestato il proprio personale fallimento nel corso del XX secolo.
In conclusione uno dei più grandi meriti di questo riscoperto maestro della politica, della teologia e della storia, consiste nell’aver preparato quella condanna ecclesiastica del naturalismo, del liberalismo e del democratismo, formulata poi dai Papi Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e San Pio X. Nonostante la crisi, la divisione interna e le persecuzioni subite, oggi la scuola contro-rivoluzionaria dimostra vitalità e incisività, appoggiandosi alla teologia agostiniana della storia, poiché se l’apostasia dell’Europa liberale è costata un secolo di rivoluzioni e successivamente due guerre mondiali, quanto costerà espiare le offese a Dio e la rovina delle anime compiute durante 70 anni di comunismo, 60 di democrativismo, 50 di crisi della Chiesa e 40 di rivoluzione sessuale? La risposta ci torna nuovamente dal buon de Maistre: «Non c’è che violenza nell’universo; ma noi siamo corrotti dalla filosofia moderna, che ci ha detto che “tutto è bene”, mentre invece il male ha tutto insozzato, e in un senso verissimo si può dire che “tutto è male”, poiché nulla sta al proprio posto. […] Ma stiamo attenti a non perdere coraggio: non esiste castigo che non purifichi, non esiste disordine che l’amore non ritorca contro l’origine del male. È dolce, in mezzo al generale sovvertimento, presentire i piani di Dio».

 

Per approfondimenti:
_Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia, Editori Riuniti, Roma 1985;
_Joseph de Maistre, Elogio all’Inquisizione di Spagna, Il Cerchio, Rimini, 1998;
_Guido Vignelli, Radicalità e attualità di un grande Maistre, Editoriale il Giglio, Salerno, 2010;
_A.Del Noce, Lezioni sul marxismo, Giuffré, Milano, 1972;
_Centro Culturale Lepanto, numeri 86-88 del maggio 1989;
_M.Tangheroni, Cristianità, modernità, rivoluzione, Sugarco, Milano, 2009;
_J.C.Gignoux, Joseph de Maistre, prophète du passé, historien de l’avenir, Nouvelles Editions Latines, Paris, 1963;
_J.Solé, Storia critica della Rivoluzione Francese, Sansoni, Firenze, 1989;
_K.L. von Haller, Restaurazione della scienza politica, UTET, Torino, 1964;
_C.Dawson, La divisione della Cristianità occidentale, D’Ettoris, Crotone, 2009;
_Pio VI, Charitas quae, lettera apostolica del 13-04-1791;
_L.Guerci, Uno spettacolo non mai più veduto al mondo. La Rivoluzione Francese come unicità e rovesciamento degli scrittori controrivoluzionari italiani, UTET, Torino, 2008;
_Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Sugarco, Milano, 2009;
_Plinio Corrêa de Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe, Marzorati, Milano, 1993;
_H.Delassus, Il problema dell’ora presente, Cristianità, Piacenza, 1978;
_G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Feltrinelli, Milano, 1962;
_D. Fisichella, Joseph de Maistre pensatore europeo, Laterza, Bari, 2008;
_C. de Tocqueville, La rivoluzione democratica in Francia, UTET, Torino, 2007;
_H. Arendt, La rivoluzione, Einaudi, Torino, 2007;
_P. Calliari, Pio Brunone Lanteri e la contro-rivoluzione, Lanteriana, Torino, 1976;
_R. de Mattei, Idealità e dottrine delle Amicizie, Biblioteca Romana, Roma, 1981;
_A. del Noce, Il cattolico comunista, Rusconi, Milano, 1981;
_Pio IX, Nostis et nobiscum, enciclica dello 08-12-1849;
_L. de Bonald, La Costituzione come esistenza, Il Settimo Sigillo, Roma, 1985.

 

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Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante

Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante

di Giuseppe Baiocchi del 31/05/2018

Nella prima metà degli anni quaranta dell’Ottocento si fece progressivamente strada in ampi segmenti della società italica la questione nazionale, grazie al sempre più intenso dibattito pubblico animato da posizioni diverse e ideologicamente contrapposte. Quella che raccoglieva più larghi consensi fu inizialmente la proposta moderata e neoguelfa, poiché intendeva mantenere gli equilibri sociali esistenti e ribadiva la centralità dell’ordinamento monarchico, tanto che alcuni ambienti di corte la consideravano tollerabile.

Pius PP. IX, nato a Senigallia il 13 maggio 1792 e deceduto a Roma, il 7 febbraio 1878 è stato il 255º vescovo di Roma, Papa della Chiesa cattolica e 163º e ultimo sovrano dello Stato Pontificio dal 1846 al 1870. Nella foto è circondato dai membri della famiglia papale nei primi anni del 1870. Il Segretario di Stato, il Cardinale Antonelli, (contrassegnato da una freccia), non fu mai un prete, ma uno degli ultimi che ricoprì il grado di cardinale laico. Successivamente con Benedetto XV, il cardinale laico fu abolito.

In questa situazione di crescenti aspettative per un dialogo che si sperava costruttivo, l’elezione a Papa, nel giugno 1846, dell’arcivescovo di Imola Giovanni Maria Mastai Ferretti (1792 – 1878) che a 54 anni, con il nome di Pio IX, produsse uno scuotimento in tutta la penisola italica ed in tutte le corti europee. Il Pontefice giunse al pontificato possedendo una fama di autentica religiosità, con un atteggiamento distante dalle chiusure del suo predecessore Gregorio XVI, le quali erroneamente gli avvalsero l’icona del liberalismo moderato, tanto profetizzato da Vincenzo Gioberti (1801 – 1852).
Le iniziative, che poi saranno cardine della sua beatificazione, lo renderanno molto stimato dal popolo: l’amnistia per tutti i detenuti politici e gli esiliati (16 luglio 1846), la creazione di una Consulta di Stato (14 aprile 1847) e una maggiore libertà di espressione degli organi di stampa (15 marzo 1847); tali atti furono visti dall’opinione risorgimentale, di stampo nazionalista, come quella forma liberale di espressione che dopo la Restaurazione (01 novembre 1814 – 9 giugno 1815), non si era più riuscita a conquistare.
Non bisogna confondere le ideologie cristiane ed evangeliche, come pretesto per una visione “liberale” del Pontefice, il quale di contro possedeva teorie legittimiste, successivamente applicate durante il suo Regno: da qui la grande calunnia storica di ambiguità mossa contro Pio IX, che non poteva certamente accettare, come Vicario di Cristo le teorie, successivamente comprese da lui stesso, dell’idealismo cartesiano (e successivamente hegeliano, poi marxista), che poneva l’uomo al posto di Dio, frutto della Rivoluzione francese del 1789.
Come afferma lo storico Roberto de Mattei: «È in quell’ “artificiosamente montato” che non è difficile trovare le vere cause del “delirio collettivo dell’opinione pubblica” che, dal luglio del 1846 all’aprile del 1848, creerà, attorno al nome di Pio IX, il mito del Papa “liberale”, frutto in realtà […] di un “sistematico sfruttamento” delle iniziative del pontefice, per realizzare lo storico “abbraccio” tra la Chiesa e i principi della rivoluzione francese».
Nell’autunno del 1847 tutte le monarchie della penisola italica, travolte dai moti, avevano loro malgrado intrapreso una svolta riformista e avviato un programma di pur graduale rinnovamento delle istituzioni statali. Nondimeno, a conferma del carattere ormai dirompente delle istanze nazionali, risultò presto evidente che questo mutamento di rotta non sarebbe stato sufficiente a placare le aspettative che si nutrivano da più parti. Fin dal gennaio 1848, infatti, la penisola italiana e l’intera Europa furono percorse da nuovi moti rivoluzionari che sarebbero sfociati in una prima resa dei conti tra i sovrani riportati al Trono dalla Restaurazione e i loro sudditi, dopo che ad essi era stata data la possibilità di accedere alla vita politica dello Stato. Pio IX fu artefice, tra le tante innovazioni del suo Regno, della Lega doganale italiana (3 novembre 1847) con il Granducato di Toscana e il Regno sabaudo del Piemonte, con lo scopo di favorire – attraverso una tariffa daziaria unica – l’integrazione economica italica attraverso la caduta delle barriere esistenti fra i vari Stati.
Più tali concessioni venivano sancite, più l’errata interpretazione dei futuri patrioti nazionalisti italici aumentava nei confronti dello Stato Pontificio. Furono proprio le “rivolte” sfociate un anno dopo a far arenare tale progetto, che poteva ideologicamente aderire in un lungo-medio termine, verso una confederazione di Monarchie italiche rette sotto un Papa Reggente: modello che fu adottato dal 1867 da Franz Joseph con la creazione dell’Austria-Ungheria.
Come fu ampiamente evidente, la metodologia delle “concessioni” non fu strategia premiante nel frenare le istanze nazionali, le quali di contro ambivano verso una malcelata volontà di potenza su tutti gli Stati Sovrani della Penisola.
Fu lo stesso Pio IX ad accorgersi dello “scacco nazionale” della Prima Guerra di Indipendenza italiana (23 marzo 1848 – 24 marzo 1849) con l’antico alleato dell’Impero cattolico austriaco (ricordo come ad uno Stato cristiano fosse impedito di muovere guerra contro un suo fratello cattolico, previa disposizione pontificia), difatti già il 29 aprile – dopo aver inviato sulla linea del fronte in avanguardia due divisioni volontarie comprendenti 7500 uomini comandate dai generali Durango e Ferrari, con la sola missione di proteggere i confini dello Stato Pontificio con il Regno Lombardo-Veneto austriaco (Nota1) – il Papa comprese l’errore ideologico della posizione neoguelfa riformatrice e richiamò le proprie truppe ripudiando la guerra contro l’Austria in un discorso tenuto davanti ai propri cardinali: «Fedeli agli obblighi del nostro supremo apostolato, Noi abbracciamo tutti i Paesi, tutte le genti e Nazioni in un istintivo sentimento di paterno affetto».

25 aprile (San Pietro) 1870: Pio IX benedice le truppe pontificie.

Bisogna necessariamente aprire una digressione sulla figura di uno dei comandanti pontifici Giovanni Durando (1804 – 1869). Di orientamento massonico-liberale, partecipò precedentemente a diversi moti rivoluzionari in Piemonte (1831), in Belgio (1832), in Portogallo (1833-1838), e Spagna.
Dal 24 marzo 1848 assunse il comando delle truppe pontificie ed estere al servizio di Pio IX, il quale commise certamente un errore politico, rimettendo la fiducia in un generale di indubbia capacità militare, ma di ideologia non affine al pensiero legittimista: incarico che successivamente il Pontefice pagò a caro prezzo, nei confronti dell’Austria.
Nell’aprile del 1848, trovandosi a sud del Po nei territori pontifici, contravvenendo agli ordini di Pio IX di ritirarsi e rientrare a Roma, attraversò il fiume recandosi nel Veneto insorto contro gli austriaci. Durango assunse anche l’incarico, per conto di Carlo Alberto, di coordinare i volontari veneti, partecipando così alla Prima guerra di indipendenza italiana. L’evento comportò un forte caso diplomatico tra lo Stato Pontificio e L’Impero d’Austria.
Ideologie come quella nazionalista, oggi ben nota e studiata, erano certamente “terra incognita” per i Sovrani dell’epoca, che inizialmente non compresero affatto le mire nazionali, di cui la Monarchia liberale dei Savoia si era fatta promotrice.
Nello Stato della Chiesa si era intanto aperta una frattura tra i settori più conservatori e le diverse anime dello schieramento liberale, deluse dalla decisione di Pio IX di recedere all’adesione alla guerra contro l’Austria. Da allora il Governo liberale fu affidato al moderato conte Terenzio Mamiani Della Rovere (1799 – 1885), anch’esso appartenente alla Massoneria italiana: appare evidente come le logge massoniche liberali, si erano insinuate all’interno dello Stato retto dal Pontefice, elemento che contribuì alla caduta della suddetta realtà statale.
Il 12 Luglio Mamiani è costretto a dimettersi, per lasciare il posto il 16 settembre a Pellegrino Rossi (1787 – 1848), il quale possedeva un progetto federalista – inviso a chi voleva unire l’Italia in uno Stato centralizzato sul modello francese – di una confederazione di Stati, che affermava la piena autonomia dello Stato della Chiesa e rimaneva neutrali nel caso di un’eventuale ripresa della guerra di Carlo Alberto contro l’esercito di Radetzky. Il nuovo Ministro cercò anche di attivare una politica di pacificazione sociale e risanamento finanziario.
In ambienti rivoluzionari fu elaborato un piano per assassinarlo: la mattina del 15 novembre 1848, giorno di riapertura del Parlamento, Rossi fu accoltellato sulle scale del Palazzo della Cancelleria; il suo assassinio fu l’inizio della serie di eventi che portarono alla proclamazione della Repubblica Romana. Difatti pochi giorni dopo, il 24 novembre, verso sera, Pio IX, travestito da prete e accompagnato dal suo cameriere segreto, esce dal Quirinale e in carrozza si fa accompagnare davanti alla Chiesa dei Santi Pietro e Marcellino; qui lo raggiunge il Conte Carlo Spaur, Ambasciatore di Baviera, che lo porta fuori da Roma e dallo Stato Pontificio con destinazione Gaeta, dove sarà accolto da Francesco II.

Pio IX con il re delle Due Sicilie Francesco II (a sinistra con il frac scuro) nel 1862.


Sotto la spinta delle “rivendicazioni” dei democratici si formò una Giunta di Stato non eletta – sotto forte pressione dei mazziniani confluiti da tutta la penisola a Roma – che sciolto il Parlamento, convocò un’Assemblea costituente romana (9 febbraio 1849) che tramite il suffragio universale poneva le basi per una Costituente nazionale, autoproclamò la Repubblica e la decadenza “di diritto e di fatto” del potere temporale del Papa. Roma fu capovolta: tra il febbraio e il marzo 1849 il governo democratico abolì il controllo vescovile sull’istruzione, soppresse il Sant’Uffizio e incamerò i beni ecclesiastici. Moltissimi furono i volontari che, animati da Mazzini, affluirono in quei mesi a Roma per difendere la città: Giuseppe Garibaldi (1807 – 1882), Carlo Pisacane (1818 – 1857), Goffredo Mameli (1827 – 1849) e Nino Bixio (1821 – 1873). Si nominò un triunvirato, su modello napoleonico, composto da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini (1777 – 1863) e Aurelio Saffi (1819 – 1890), dotato di potere “illimitato” per la “difesa della Repubblica” (Nota 2).
Il 1º gennaio il Papa emanò un motu proprio con il quale condannò la convocazione dell’Assemblea Costituente e comminò la scomunica sia a coloro che avevano emanato il provvedimento sia a coloro che avessero partecipato alla consultazione elettorale. Le elezioni si svolsero comunque e decretarono la vittoria dei democratici, che furono gli unici votanti delle elezioni imposte. Non si recarono ai seggi, infatti, legittimisti e i moderati: le componenti sociali più sensibili al richiamo del pontefice. Tuttavia, dopo che era venuto meno il sostegno della Toscana, e in seguito ai contraccolpi dell’insuccesso militare piemontese, l’esperimento romano si trovò in crescente difficoltà.
D’altra parte la Repubblica francese, a cui i romani avevano guardato come un modello esemplare, non solo non mostrò alcun genere di solidarietà, ma anzi proprio Luigi Napoleone – nell’intento di accattivarsi il clero – fu fra i primi ad inviare reparti militari contro la Repubblica per il ripristino del potere papale. Il 1°luglio 1849, dopo aver approvato simbolicamente il testo definitivo della Costituzione repubblicana, l’Assemblea costituente non poté più opporre alcuna resistenza contro la coalizione formata da Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie: con l’assedio di Roma dello stesso anno, Pio IX poté tornare sul suo Trono.
Il Pontefice scosso dal pericolo appena corso di essere delegittimato, cancellò ogni traccia del biennio rivoluzionario e si pose politicamente come punto di riferimento del Trono e dell’Altare. Come nuovo segretario di Stato fu nominato Giacomo Antonelli (1806 – 1876), che perseguitò gli avversari politici, ordinando molti arresti e riportò gli ecclesiastici al vertice di tutti i principali organismi pubblici. I gesuiti in particolare ripresero ad esercitare una grande influenza all’interno dello Stato Pontificio, anche attraverso la rivista “La civiltà cattolica”, fondata nel 1850. Il 14 agosto del 1850 Papa Pio IX, con una Legge unica nell’Europa dell’epoca, stabilisce disposizioni per tutto lo Stato Pontificio per la tutela e la formazione dei sordomuti. Il 14 ottobre del 1853, viene avviato il Servizio Telegrafico (sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Sebastiano). La rete è rappresentata esclusivamente dalle linee che servono a collegare Roma con gli Stati confinanti (in modo da garantire i contatti del Papa con i propri alleati, come il Regno di Napoli e il Granducato di Toscana).
Pio IX durante il suo pontificato, il più lungo della storia, se si accettua quello dell’apostolo Pietro, manifestò la sua avversità allo Stato italiano e alle idee laiche e liberali che hanno lasciato un segno profondo nella storia d’Italia, risolta con i famosi “Patti Lateranensi” del 1929 ad opera di Benito Mussolini (1883 – 1945). Nell’enciclica Quanta cura del 1864 non lasciava alcun spazio al compromesso: i cattolici dovevano opporsi “alle nefande macchinazioni di uomini iniqui che […] schiavi della corruzione, con le loro opinioni ingannevoli (di cui egli era stato inizialmente sedotto) e con i loro scritti dannosissimi, si sono sforzati di sconquassare le fondamenta della cattolica religione e della civile società, di levare di mezzo ogni virtù e giustizia, di depredare gli animi e le menti tutti”. Nel contesto di questo aspro conflitto fra Chiesa e Stato vanno ricordate le due note a presa di posizione di Pio IX: la dichiarazione dell’infallibilità del Papa fatta proprio a ridosso della presa di Roma e soprattutto il Non expedit (1874), con la proibizione per i cattolici di partecipare alla vita politica dello Stato italiano.
Egli dovette soffrire molto, poiché l’incomprensione e l’odio delle forze massoniche e rivoluzionarie, continuarono ai danni del suo Stato, nei confronti delle province di Marche e Umbria (18 settembre 1860), durante il periodo dell’unificazione nazionale ad opera di Garibaldi, appoggiato tacitamente dal Regno sabaudo, dopo aver sconfitto a Castelfidardo le forze papaline.
Furono solo le forze francesi di Napoleone III (nel frattempo divenuto Imperatore dei francesi, aprendo il secondo Impero napoleonico) stanziate nel Lazio che permisero allo Stato Pontificio di perdurare per altri undici anni (Nota 3).
La via per Roma sembrava dunque chiusa per il completo assoggettamento della penisola. Nel novembre 1867, fallì infatti un nuovo tentativo intrapreso da Garibaldi per conquistare la città: un corpo di spedizione francese attaccò presso Mentana i suoi volontari, che dopo un duro combattimento furono costretti a cedere alle forze soverchianti dei loro avversari. A risolvere la situazione fu, nel 1870, la sconfitta della Francia di Napoleone III a Sedan, ad opera della Prussia di Bismarck. La scomparsa di uno dei due contraenti fece rompere l’indugi al processo di unificazione italiano che il 20 settembre 1870, grazie all’artiglieria aprì un varco nella cinta muraria che circondava la città – la famosa Breccia di Porta Pia – e il corpo militare dei Bersaglieri ebbero la meglio sulle truppe pontificie. La Guardia palatina d’onore, creata da Papa Pio IX nel 1850, manteneva la bandiera, su concessione dell’esercito sabaudo, dopo la presa della città.

Tra i corpi militari più prestigiosi dello Stato Pontificio vi era quello della Guardia nobile, che venne costituito l’11 maggio 1801 da papa Pio VII come reggimento di cavalleria pesante. Comprendeva l’ex corpo delle lance spezzate, disciolto il 20 febbraio 1798 a seguito dell’occupazione francese di Roma, unito ai cavalleggeri pontifici. Il corpo, che fu anche chiamato “Cavalleggeri”, era composto da reclute provenienti dai cadetti delle famiglie nobili ed era inizialmente diviso in due compagnie. Inizialmente questo reggimento doveva servire come scorta personale per il pontefice, nonché per le maggiori cariche ecclesiastiche dello Stato Pontificio inviate per conto del pontefice nelle province dello Stato in missioni particolari. Uno dei compiti della Guardia era quello di dare l’annunzio di nomina ai nuovi cardinali che abitavano fuori Roma, consegnando lo zucchetto cardinalizio. Il primo militare ad espletare tale funzione fu il marchese Costaguti, che nel settembre del 1801 annunciò a Antonio Felice Zondadari la nomina ad Arcivescovo di Siena. Il marchese Luigi Serlupi d’Ongran portò lo zucchetto cardinalizio al card. Angelo Roncalli poi Papa Giovanni XXIII. Una delle missioni più note eseguite da questo corpo fu l’aver scortato Pio VII a Parigi per l’incoronazione di Napoleone Bonaparte nel 1805. Il corpo fu sciolto dopo la seconda invasione francese (1808), salvo poi essere ricostituito dallo stesso Pio VII con decreto del 4 ottobre 1815. Nel 1824 Leone XII unificò le due compagnie affidandole ad un unico comandante, con mandato a vita. Con l’unificazione dell’Italia e la confisca degli Stati papali nel 1870 con la presa di Roma, la Guardia nobile rimase in servizio ma mutò la propria natura divenendo un corpo elitario di guardie a piedi. Affiancatasi sempre più, per servizio, alla Guardia palatina d’onore e alla Guardia svizzera pontificia, la Guardia nobile venne sostituita da quest’ultimo corpo nelle proprie funzioni per volere di papa Paolo VI il 14 settembre 1970 come parte delle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II.

Il 3 febbraio 1871 fu stabilito il trasferimento della capitale del neonato Regno d’Italia, da Firenze a Roma. Prima ancora che il trasloco fosse effettivamente ultimato, il governo italiano cercò di risolvere il conflitto con il papato impegnandosi attraverso la legge “Delle Guarentigie”, (maggio 1871) a garantire al pontefice la totale autonomia nello svolgimento del suo magistero spirituale e riconobbe alla Santa Sede una serie di prerogative: l’extraterritorialità dei palazzi del Laterano e del Vaticano e della villa Castelgandolfo, la libertà di comunicazione con i rappresentanti dei governi di tutti gli altri paesi del mondo.
Pio IX aveva proclamato “ingiusta, violenta, nulla e valida l’occupazione italiana”; perciò il Regno d’Italia, ossia un Paese al 99% cattolico, si trovò a scontare il peso di una scomunica papale, destinata ad avere per numerosi anni a venire pesanti conseguenze tra il “Paese reale” e quello “legale”. Con il già citato Non expedit, Pio IX dichiarò infatti “non opportuno” – de facto una proibizione – che i cattolici partecipassero alle elezioni indette da uno Stato usurpatore. Anche se non tutti i cattolici erano pronti a seguire alla lettera la sua prescrizione, tale divieto comportò non poche noie al Regno d’Italia, sorretto da Vittorio Emanuele II.
Papa Pio IX morì prigioniero a Roma il 7 febbraio 1878 e fu sepolto in Vaticano. Nel proprio testamento, il pontefice aveva designato come luogo definitivo di sepoltura la basilica di San Lorenzo al Verano. Nel luglio del 1881 avvenne la traslazione della salma. Fu organizzata una cerimonia pubblica, che iniziò alla mezzanotte tra il 12 e il 13 luglio, secondo l’uso dell’epoca. Ad accompagnare la salma del pontefice lungo le strade si accalcarono migliaia di cittadini. Nonostante fossero prevedibili scontri, non fu organizzato un visibile dispiegamento di polizia. Il governo italiano era restio a organizzare un servizio di sicurezza adeguato per, non creare l’impressione di un omaggio a una figura che aveva ritardato l’Unità d’Italia. D’altro canto gli ambienti ecclesiastici non vollero utilizzare le forze di sicurezza vaticane perché sarebbe stato un implicito riconoscimento della legge delle Guarentigie che le aveva istituite.
La cerimonia fu interrotta da un gruppo di anticlericali che tentarono di impossessarsi del feretro, al grido di «al fiume il papa porco», attaccando il corteo funebre con sassi e bastoni nell’evidente intento di gettare la salma di Pio IX nel Tevere. Fu grazie ai fedeli e successivamente alla pronta reazione della polizia che si evitò l’irreparabile. Solo dopo alcune ore il corteo funebre poté riprendere la processione sino a San Lorenzo in una situazione di relativa tranquillità.
L’episodio ebbe risonanza internazionale: l’Italia apparve come un paese in cui era possibile attaccare una persona anche oltraggiandone le spoglie mortali. Vi furono conseguenze politiche: il prefetto di Roma venne rimosso dall’incarico e il governo Depretis dovette rispondere a numerose interrogazioni parlamentari sulla vicenda. Il ministero degli Esteri inviò una lettera circolare alle monarchie europee per spiegare l’origine degli scontri.
Riportiamo alcune parole, segno inequivocabile di un cuore ricolmo di Fede, di Speranza, di Carità, monito per tutti noi oggi nella lotta contro i discendenti ideali di coloro che egli ebbe come suoi nemici giurati: «Quanti tiranni tentarono di opprimere la Chiesa! Quante caldaie, quante fornaci e denti di fiere, e aguzze spade! Tuttavia non ottennero nulla. Dove sono quei nemici? Sono finiti nel silenzio e nell’oblio. E dov’è la Chiesa? Ella splende più del sole».
Venne proclamato beato il 3 settembre del 2000 da Giovanni Paolo II dopo che la Chiesa cattolica riconobbe l’autenticità del miracolo ottenuto da suor Marie-Thérèse de St-Paul e l’intercessione di papa Pio IX. La Chiesa Cattolica oggi celebra la memoria del beato Pio IX, come ultimo Papa-Re. Questa è la frase canonica di presentazione del santo odierno.
In realtà, questa asserzione non è corretta. Nella sua fredda schematicità, ciò che la rende errata è l’aggettivo “ultimo”. Ultimo naturalmente non è riferito a “Papa”, ma a “Re”. Ma un Papa è re non perché esercita un potere temporale su uno Stato, ma per via del suo ruolo di vicario in terra di colui Che è “Re dei re”, Re dell’universo e Signore del creato, signore in quanto fattore, reggitore, governatore, e un giorno giudice; di Colui che ebbe a dire, nel pretorio dinanzi al Governatore di Roma, di Se stesso: «tu lo dici: io sono re» (Gv., 18,37). La tiara (o triregno), simbolo per secoli della regalità pontificia, non era legata al possesso dello Stato Pontificio, tanto è vero che è stata abolita, non nel 1870, ma dalle riforme di Paolo VI. In conclusione possiamo certamente affermare che in mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo, Pio IX fu esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate.

 

La teca contenente la salma di Pio IX.

Nota 1: Il Papa inviava, ai confini, una forza di 7.500 uomini, organizzati in quattro reggimenti di fanteria italiana, reggimenti svizzeri, due reggimenti di cavalleria, tre batterie da campagna, due compagnie del Genio ed una di artificieri, al comando del piemontese Giovanni Durando. Mentre al napoletano Ferrari, in posizione subordinata, venne affidato il comando dei 3.000 volontari. La piccola armata partì da Roma il 24 marzo 1848, seguita, il 26 dal Ferrari, con circa 2.300 volontari, cresciuti per via sino a 12.000. Ad essi se ne aggiunsero altri 1.200 organizzati dal bolognese Tito Livio Zambeccari (1802 – 1862), anch’egli noto massone del Grande Oriente d’Italia.

 

Nota 2: Se si attua una riflessione sul concetto di nazionalismo, le nuove forme statuali che si erano affermate, al fine di ritagliarsi delle sotto entità – a tutto vantaggio delle élite borghesi-massoniche, che di questo movimento si facevano promotori –, condussero verso la guerra civile i popoli europei. Queste entità progressivamente, si sono auto-convinte di possedere una «missione nazionale», la quale si rafforzò con il pretesto – nel caso dell’Austria-Ungheria, dopo il 1867 – della «parità politica» per auto-legittimare il proprio credo. Il collegamento dei diritti democratici, alle istanze nazionali – verità per le primissime rivoluzioni -, non ha avuto fondamento di giustizia in seguito, ma fu un meccanismo pianificato ad hoc dalle nuove élite borghesi dominanti. Successivamente le nazioni, che nel frattempo si erano auto-legittimate, non si sono certamente dimostrate democratiche: la Germania nazista, basata sul regime di nazione, non lasciava certamente diritti politici ai propri popoli sotto la sua sfera d’influenza. La stessa unità tedesca, del 1871, non si è ottenuta per via democratica, ma per auto-affermazione degli Junker. Il nazionalismo nasce proprio contro i diritti democratici: un potere viene sostituito da un altro, ma il nuovo che avanza, vuole possedere la legittimazione delle sue azioni violente, tramite la morale e l’etica della sua inesistente democrazia. De facto se ad una nazione fa capo una missione storica, la quale si pone in contraddizione con l’obiettivo di un’altra entità, la risoluzione per l’auto-affermazione è la guerra. Se come affermava Vincenzo Gioberti (1801 – 1852) «gli italiani hanno una sacra missione», già si asseriva che lo scopo storico degli italiani doveva entrare in conflitto con la missione storica degli altri Stati preunitari. Della sua opera fondamentale il Primato civile degli italiani si evince come l’avanguardia spirituale italiana, fondata su una «religione secolare della patria», si basava su caratteristiche di particolare assolutezza. La saldatura tra protesta liberale e rivendicazioni nazionali fu garantita fino al 1848, ma non si trattava di un successo duraturo e sarebbe stato messo presto in discussione. D’altronde tutta la mitologia della nazione è stata costruita a tavolino, come atto di pressione nei confronti di un processo storico. Ne sono testimonianza le Accademie della lingua, senza le quali il concetto di nazione si affievolisce. I nazionalismi assoluti non hanno portato alla liberazione politica, ma hanno condotto i popoli verso la schiavitù totale, come storicamente hanno dimostrato fascismo, nazismo e comunismo, evoluzioni novecentesche di tale pensiero. 

 

Nota 3: Durante l’insurrezione del 1831 fu nominato delegato straordinario di Spoleto e Rieti e con un’abile mediazione salvò la città da un inutile spargimento di sangue. Convinse i generali pontifici a non aprire il fuoco e ai rivoltosi concesse, alla deposizione delle armi, soldi e passaporti. Tale atteggiamento di moderazione contribuì, al momento della sua elezione a papa, a far pensare ai patrioti italiani che fosse uomo di idee liberali e aperto alla causa nazionale.
In tale periodo salvò la vita al ventitreenne Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III, che stava per essere fatto prigioniero dagli austriaci proprio a Spoleto. Il favore, fino alla sua capitolazione dopo la sconfitta prussiana, gli fu ricambiato con la salvaguardia dei suoi territori.

 

Per approfondimenti:
_Luigi Negri, Attualità & profezia – Ares 1999;
_Andrea Tornielli, Pio IX. L’ultimo Papa Re – Mondadori, 2011;
_Giulio Andreotti, Sotto il segno di Pio IX, Rizzoli, 2000.

 

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Umberto II, il Re gentiluomo

Umberto II, il Re gentiluomo

di Giuseppe Baiocchi del 02/11/2016

Sua altezza reale Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia, abbreviato Umberto II è stato l’ultimo Re di Italia. Spesso gli italiani si sono interrogati sull’eventuale colpa della monarchia: guerra, fascismo, sconfitta. Questa che sto per raccontarvi è una tragedia che rimane, ancora oggi, al centro di una delle tante coscienze nazionali irrisolte del nostro paese.
La casa reale sabauda ha avuto un disegno politico lungo mille anni che, per noi contemporanei, si traduce in uno straordinario patrimonio in opere architettoniche, pittoriche, ambientali, e di istituzioni culturali.

Umberto II, nato Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia (1904 – 1983), ultimo Re d’Italia. ©collezioni MauryFert.

Nella grande muraglia del passato, quale è stato il ruolo di Umberto negli eventi che videro la fine della casata dei Savoia? Raramente se ne parla, quasi questo argomento per la Repubblica sia veramente un tabù. Il tempo passa e la storia si dimentica.
Attraverso lo studio di saggi storici di comprovata veridicità e fonti di archivio ho cercato di ricostruire gli eventi seguendo meramente i documenti storici, senza scendere nella soggettività. Questo articolo vuole essere un’inchiesta, ma è soprattutto una tragedia umana, una favola triste sullo sfondo di un secolo tremendo.
Nato nel 1904 dal matrimonio di Elena (principessa del Montenegro) e Vittorio Emanuele III (Re di Italia) è il terzogenito di quattro figli, unico erede maschio. Cresciuto nell’affetto e nella deferenza di gentiluomini e gentildonne all’interno di meravigliose ville e giardini, Umberto riceve una rigida educazione, vivendo la sua infanzia molto lontano dalle tragedie e dalle catastrofi della successiva storia italiana e Europea.
Nell’immensa e sanguinosa strage della prima guerra mondiale, la pace Europea significherà una serie di tanti irreparabili eventi, ma per le monarchie è un vero terremoto. Molte di queste vengono abbattute e solo l’imperialismo inglese di Re Giorgio V si rafforza. L’Italia, uscita vincitrice dal conflitto, diventa la seconda monarchia Europea dopo la scomparsa dell’impero zarista russo nel 1917 con l’omicidio dello Zar Nicola II (trucidato nel 1918) da parte delle forze bolsceviche (nel 2008 l’esecuzione reale è stata condannata, come omicidio sommario, dal tribunale russo) e dopo la caduta dell’Impero Austro-Ungarico che viene soppiantato da un potere borghese-massonico tutto francese e anglo-americano.
Per Umberto, questo periodo coincide con la fine della propria infanzia che vede l’allontanarsi del padre il quale passerà la guerra al fronte. La guerra è stata l’uovo del drago, dal quale sono nati mostri assetati di sangue: fascismo, bolscevismo, nazismo. Il precettore di Umberto è l’ammiraglio Conte Attilio Bonaldi che lo allevò con incredibile severità: Umberto doveva essere ubbidiente, non doveva mai discutere un ordine, mai permettersi una opinione. Nel 1921 a soli diciasette anni è già un personaggio pubblico. I Savoia erano una dinastia militare e il principe ereditario doveva essere un militare anche lui. Le qualità di Umberto sul finire dell’adolescenza non piacevano a Bonaldi, poiché il principe era gentile, cortese, allegro, elegante e obiettivamente bellissimo. 
La Marcia su Roma il 28 ottobre del 1922 porterà, come è noto, il fascismo al potere. Un potere dovuto ai 306 deputati (di cui 35 del partito nazionale fascista) che votarono la fiducia al Governo di ampia coalizione presieduto dall’onorevole Benito Mussolini . Casa Savoia, stanca della mancanza di riforme e figuracce internazionali come la sconfitta di Adua del 1896, lascia agire Mussolini e gli accorda la fiducia. Comincia così quella tempesta, che porterà alla distruzione il vecchio ordine delle cose.
Oltre a quella fascista, c’era ancora un’altra destra in Italia e in Europa che si plasma intorno alle antiche famiglie reali con le loro coorti, i loro gentiluomini e le loro gentildonne con il loro seguito di aristocratici: principi, duchi, marchesi, conti. Questo mondo si darà convegno a Napoli il cinque novembre del 1927 per le nozze di Amedeo, figlio del duca d’Aosta (in abito meharista) con Anna, figlia del duca di Guisa della famiglia reale francese. I gioielli di Anna appartenevano alla regina francese Maria Antonietta ghigliottinata durante la rivoluzione. Scrive il Corriere della Sera il giorno dopo il matrimonio: “a voler rifare la genealogia della nuova principessa sabauda, una stirpe così pura e antica, bisognerebbe ripercorrere mille anni di storia” e segue un elenco di antenati celebri: “San Luigi, tre imperatori di Bisanzio, tutti i Re di Francia, di Navarra, di Spagna, quelli di Napoli, delle Due Sicilie, d’Ungheria, di Polonia”.

Napoli 5 novembre 1927 – Nozze delle altezze reali Amedeo di Savoia Duca delle Puglie con la Principessa Anna di Francia. ©collezioni MauryFert

Tornando sul principe di Piemonte Umberto, quasi un attore del cinema americano, egli commosse milioni di donne facendosi vero e proprio mito per l’universo femminile. Molte donne confessarono il loro amore per il principe come per Tancredi o Rinaldo. In fondo al cuore di tutte, era il figlio del Re: un mito irraggiungibile. Se aggiungiamo la grande cortesia, la disponibilità, la mitezza con un fondo di riservatezza e di tristezza, sarà sempre molto stimato dal popolo.
Nel 1928 Vittorio Emanuele III, chiese ad Umberto (all’epoca aveva 24 anni) di intraprendere un lungo viaggio: andrà in Egitto, in Eritrea, in Somalia italiana e in Palestina. Per la sua formazione doveva assolutamente lasciare l’Italia. Tornato in patria, a Torino, il Principe del Piemonte era diventato amico di una attrice di spettacolo Carolina Mignone con la quale era stato visto spesso. Molti millantano un amore, altri una semplice avventura, ma il Re non voleva scandali e “Milly”, così veniva chiamata da Umberto, doveva uscire dalla vita del Principe ereditario. Umberto si congedò da Mignone con gentilezza, le regalò un anello e le disse: “si ricordi che le persone che mi sono care lo saranno per sempre. La mia amicizia per lei non finirà mai”.

Nella foto di sinistra, il Principe di Piemonte Umberto di Savoia sbarca ad Alula (22 marzo 1928), in Migiurtinia, nella Somalia italiana, accompagnato dal Governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon. Nella foto di destra l’attrice Carolina Mignone.

Non si conoscono molti altri grandi amori del Principe, che inizia ad essere controllato  dall’OVRA (la polizia segreta del regime, ufficializzata con le leggi fascistissime del 1925) che aveva un intero dossier (mai ritrovato) su di lui.
Nel 1929 Vittorio Emanuele III, inaugura la XXVIII legislatura. Questo sarà un anno di grandi mutazioni sia in Italia, che nel mondo. Il Re affronta i tempestosi tempi nuovi, rimanendo legato alle tradizioni e al cerimoniale monarchico. “Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien régime non potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita” asseriva il principe di Benevento Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord. Le guardie con i cappelli impennacchiati, le vesti multicolori, gli ornamenti dorati, i paramenti scarlatti, le guardie del Re, gli ufficiali, i trombettieri e i musici sono uno spettacolo abbagliante durante tutta la cerimonia. 
Il Re aveva accettato la dittatura fascista senza entusiasmo, come il minore dei mali: “i governi  erano destinati a durare qualche anno, le dinastie secoli”.
Ma Vittorio Emanuele III aveva sottovalutato la manovra politica di Benito Mussolini che nel 1925 con le leggi definite “fascistissime” aveva inserito una modifica allo Statuto Albertino dove si ratificava che il principe ereditario di Vittorio Emanuele III (Umberto, appunto) sarebbe stato eletto direttamente dal Gran Consiglio del fascismo. Dunque un gravissimo “scacco al Re” – un tradimento alla fiducia accordata in quel 1922. Una manovra di ricatto, che Mussolini userà per controllare abilmente la monarchia italiana e tenerla sotto controllo. Per il maestro di Predappio la monarchia doveva essere sottoposta al fascismo.
Sempre nel 1929, ci fu la conciliazione tra stato italiano e vaticano. Umberto con le sorelle visiterà quello stesso anno il Papa e per il principe piemontese fu un evento di particolare gioia, essendo di grande fede cattolica. Della corte papale facevano parte, per diritto ereditario, le grandi famiglie dei principi romani: i Colonna, gli Orsini, i Borghese, gli Odescalchi, i Patrizi, i Ruspoli con i loro castelli nell’agro-romano e i loro splendidi palazzi rinascimentali, barocchi o settecenteschi. Umberto sarà lieto di frequentare quel mondo, prima separato dai Savoia e di essere riconosciuto, con la benedizione del Papa, come principe ereditario.
Ma il 1929 è ricordato per la catastrofe economica che colpisce la finanza statunitense che sconvolgerà l’Europa. Una serie di fallimenti industriali colpiranno il vecchio continente nel quale avviene un crollo dei consumi e si presenta un forte stato di disoccupazione dalle conseguenze gravissime.
Questa crisi sarà la premessa al secondo conflitto mondiale.
Nel frattempo Umberto, sempre nel 1929, è a Bruxelles dove annuncia il fidanzamento con quella che poi sarà sua moglie Marie José di Sassonia Coburgo-Gotha – figlia del Re del Belgio. Sempre a Bruxelles un giovane studente anti-fascista Ferdinando De Rosa, si fece largo tra la gente e gli sparò un colpo di rivoltella: Umberto rimase impassibile, tanto da far impressione ai belgi presenti. Alla corte del Belgio, si poteva incontrare il meglio della cultura Europea: da Einstein a Claudel, da Pau Casals a George Bernard Shaw.
Il matrimonio sarà celebrato a Roma il 28 Gennaio del 1930. Per Maria José sarà indubbiamente un matrimonio d’amore, con Umberto che aveva ventisei anni e lei ventiquattro. Da anni lei era destinata a lui, fantasticando spesso sul momento delle nozze, mentre per Umberto il matrimonio era un altro dei suoi doveri, che da futuro Re, doveva ottemperare dovendo consegnare un erede maschio al trono. Non sarà un matrimonio semplice.

Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001), nata principessa del Belgio, fu l’ultima regina d’Italia come consorte di Re Umberto II.

La principessa indossava un vestito confezionato dalla sartoria Ventura di Milano con uno strascico lungo ben sette metri con in capo un antico velo di merletto bianco sormontato da un diadema di casa Savoia, ornato di pietre preziose; il tutto disegnato dalla mano dello stesso principe ereditario. Dopo le nozze avvenne la visita in vaticano. La prima residenza dei principi di Piemonte sarà nella vecchia capitale sabauda Torino, dove Umberto si trovava benissimo. Ha molti amici nell’alta società torinese, tra cui Edoardo Agnelli il quale, se non fosse morto troppo presto, avrebbe ereditato il grande impero economico della FIAT.
Sotto la superficie della cortesia mondana Umberto è attento alle realtà del potere, ancora presenti in Europa, legate al mondo delle dinastie.
Il “mestiere di moglie” di José comprende la presenza alle cerimonie, alle inaugurazioni, ma soprattutto mai occuparsi delle questioni statali. Maria José poteva andare continuamente in vacanza, ma questa pratica annoiava la principessa, che preferiva impegnarsi in prima persona nelle questioni culturali e sociali.
La figlia del Re belga era interessata all’arte, alla filosofia, alla letteratura: non era certamente antifascista, ma frequentava intellettuali molto lontani dal regime, tra i quali Benedetto Croce o Umberto Zanotti Bianco. Più tardi nel 1946 confesso all’amico Zanotti Bianco “sento in qualche modo di dover espiare la fede che ho avuto in Mussolini. La sua vitalità allora mi aveva affascinato”.
I coniugi lasceranno Torino per trasferirsi a Napoli: lo spirito poco assoggettabile al regime, rendeva la cultura partenopea affine ad entrambi, i quali avevano ormai una forte diffidenza verso la politica estera di Mussolini, sempre più aggressiva contro le potenze europee con le quali i Savoia avevano relazioni centenarie.
Ma gli anni scorrono veloci e ci portano al discorso di Benito Mussolini a Piazza Venezia il due ottobre del 1935: il Duce della oramai passata “rivoluzione fascista” annuncia la guerra contro l’Etiopia e agli italiani promette l’impero. “Un ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Durante tredici anni abbiamo pazientato mentre si stringeva, attorno di noi, sempre più rigido il cerchio che vuole soffocare la nostra irrompente vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni! Ora basta!”.
Maria José parte infermiera della Croce Rossa per la guerra, il marito Umberto resta in Italia: per lei è la grande avventura. La guerra in Etiopia è un successo, il regime arriverà all’apice dei consensi storici. Pietro Badoglio, capo delle forze armate coloniali in Abissinia entra a Roma da trionfatore, ma nonostante il successo anche il maresciallo è sfavorevole all’alleanza con la Germania nazista di Hitler, che si andava prospettando.
Anche la principessa belga torna in Italia ed è convinta, come la maggior parte degli italiani, che l’Impero assicurerà agli italiani grandezza e prosperità. Gli eventi, come tristemente noto, precipitarono nel giro di pochi anni. La politica agricola completamente errata del Regime che basò tutto sulla agricoltura auspicando uno stato rurale, dopo tre rivoluzioni industriali, fa entrare l’Italia in crisi economica – crisi che può essere superata solo con una guerra, dove come detto lo spazio etiope si presentava come spazio di interesse per lo slancio della “vitalità italiana”. L’Italia, garante della sovranità austriaca contro le pretese tedesche, si accorda con Francia e Inghilterra per operare in Etiopia senza ricevere sanzioni, ma le speranze di Mussolini vengono disattese dalla Gran Bretagna. Giorgio V  vedeva l’anacronistica espansione coloniale italiana con preoccupazione in chiave coloniale, nello specifico nel Sudan e nel Somaliland, possedimenti britannici.
L’embargo contro l’Italia, spinto dagli inglesi, fa mutare la politica estera del governo fascista che si avvicina definitivamente all’unica nazione, tra l’altro potentissima, del continente: la Germania nazionalsocialista.
Nell’agosto del 1936 si tengono a Berlino le olimpiadi, che per Hitler sono l’occasione di far ammirare al mondo la grandezza della Germania nazista. Gli italiani e i tedeschi si preparano a riavvicinarsi: ospite delle Olimpiadi sarà il principe di Piemonte, notoriamente anti-tedesco, Umberto. E’ un gesto dimostrativo che precede trattati di amicizia e poi di alleanza.
Intanto la prima figlia, Maria Pia nascerà nel settembre del 1934 e il secondo figlio Vittorio Emanuele nasce a Napoli il 12 febbraio del 1937: è una grande festa popolare, poiché assicurare la continuità della dinastia era cosa di primaria importanza. Il lieto evento smentisce le voci che il regime fascista faceva circolare intorno al Principe, accostandogli il reato della pederastia: accuse false e infamanti. Per deridere l’erede al trono si usava l’appellativo di “stellassa” in dialetto milanese: stellina. Alla festa per l’erede maschio partecipa anche Galeazzo Ciano, ministro degli esteri. Ciano ha sposato la figlia di Mussolini Edda e sono in molti a pensare che quando il tempo verrà sarà lui il successore di Mussolini. I due delfini si conoscono con un misto di amicizia e di diffidenza. 
Continua, nel frattempo, la grande mondanità internazionale di Umberto. Deve presenziare al festival del cinema di Venezia o al cafè society. Intorno a lui aristocratici, artisti, giornalisti, architetti, cinematografi, intellettuali – insomma la crema della società. Questa è una realtà che Umberto, a differenza di Maria José, ama moltissimo. In questi ambienti è sempre allegro e di buono umore, non dimostra mai quella alterigia che una altezza reale, per di più erede ad un trono oramai imperiale potrebbe dimostrare.
Nel dicembre del 1937 Amedeo di Savoia duca d’Aosta (cugino del principe di Piemonte Umberto) parte per l’Africa orientale italiana di cui è diventato Vice-Re per stabilizzare la difficile situazione degli indigeni etiopi che imperversavano con bande armate a cavallo, rendendo il neonato impero poco sicuro per i proletari italiani. Secondo disegno del regime, infatti, emigravano per avere gratuitamente appezzamenti di terreno e proprietà a discapito degli africani. Scrive il duca d’Aosta nel suo diario: “sto navigando su un superbo incrociatore che mi porta verso la grande avventura della mia vita”. Sarà avventura, ma anche morte per il Duca. La nomina di un Vice-Re monarchico e non fascista verrà presa con grande orgoglio e grande responsabilità dalla monarchia italiana che dal punto di vista politico-amministrativo, rende la situazione meno instabile abolendo le vessazioni di Graziani verso il popolo indigeno.

Amedeo Savoia, Duca D’Aosta – eroe dell’Amba Alagi in Etiopia.

Il terzo duca d’Aosta segue la costruzione di acquedotti e strade, controlla i lavori delle abitazione dei coloni ai quali non doveva mancare nulla. Amedeo Di Savoia nella sua tesi di laurea auspicava una integrazione totale tra italiani e popolazione dell’impero dove, in accordo con Italo Balbo, auspicava una parità di diritti tra le due parti per riavvicinarsi a quella integrazione creata già dall’Impero Romano. Solo un anno più tardi in italia venivano invece promulgate le leggi razziali per l’indignazione di molti italiani e della monarchia stessa. 
Nel maggio del 1938 Vittorio Emanuele III riceve Adolf Hitler in Italia: si parla già di asse Roma-Berlino. Perfetto amore? Niente affatto. Il Re non si vuole impegnare e tra casa Savoia e i nazisti non corre buon sangue. Da anti-tedesco non nutre stima per Hitler, ma la pressione di Mussolini è insostenibile. Così non si firma un patto di alleanza con impegni precisi. Hitler dirà successivamente: “al quirinale si respira aria da tomba” chiedendo al Duce quando potrà congedare il Re. Quest’ultimo a sua volta accuserà Hitler di essere un pazzo, un degenerato e di prendere droghe.
Il due marzo del 1939 viene incoronato Papa con il nome di Pio XII il cardinale Eugenio Pacelli. Questi non vuole la guerra e cerca una intesa con Vittorio Emanuele III e la trova. Non sarà in grado di influire sul corso degli eventi, ma si crea un’intesa per tenere a freno Mussolini: ne fanno parte sicuramente la principessa Maria Josè, con più prudenza Umberto, con infinita prudenza Re Vittorio Emanuele III. In questo movimento sono simpatizzanti anche una parte della fronda fascista, capeggiata da Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai. C’è anche Badoglio, ma di tutta questa corrente rimangono poche tracce – quasi che qualcuno abbia voluto cancellarne la memoria.

da sinistra a destra: Eugenio Pacelli (Pio XII), Maria José, Umberto Savoia, Italo Balbo, Galeazzo Ciano, Dino Grandi e Giuseppe Bottai.

Il Re in quel momento avrebbe avuto la forza di fermare Mussolini? Casa Savoia era popolare, Umberto e Maria José erano molto amati, i nazisti venivano guardati con diffidenza. Il Re, forse, avrebbe potuto osare.
La situazione fra monarchia e regime si incrina ancora alle nozze del principe Aimone di Savoia Aosta, principe di Spoleto (fratello del duca di Aosta, Amedeo). Il primo luglio a Firenze avviene il matrimonio con Irene, figlia del Re di Grecia. L’evento può essere visto come una piccola prova di forza della antica Europa tradizionale delle dinastie che fa apparire di nuovo la gloria e lo splendore del mondo di ieri. Quel mondo che in fondo al cuore, sia Hitler che Mussolini detestavano. Umberto, fa parte a pieno titolo di questa alta società, che non è ancora del tutto esautorata e vive a pieno titolo tutto con entusiasmo. Tutte le famiglie monarchiche sono presenti al matrimonio, ma un ombra velata è intrisa nell’aria: l’assenza di Benito Mussolini. La Grecia e l’Italia avevano già avuto un momento di attrito, voluto dal Duce il quale iniziava già ad aguzzare, dall’Albania, il suo sguardo sulla penisola ellenica.
Si arriva alla guerra: il secondo conflitto mondiale era iniziato nel settembre del 1939 con l’invasione nazista alla Polonia. Le truppe di Hitler sbaraglieranno nel giro di pochi giorni i polacchi e Stalin darà loro una mano attaccando anche lui la Polonia da est. L’Italia non interverrà nei primi mesi di guerra.
Il 24 febbraio del 1940 nasce la terza figlia di Umberto: Maria Gabriella. Nel frattempo Mussolini non ha ancora deciso quando entrare in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Il Amedeo Savoia e Italo Balbo, in questo periodo, si avvicinano ancor più al principe di Piemonte. Ancora dal diario di Amedeo Savoia si evince come poco prima dell’entrata in guerra, in un aspro confronto con Mussolini, il Duca disserta come l’esercito non sia preparato ad una guerra di medio-breve durata, di come i soldati del regio-esercito non erano né per numero, né per mezzi sufficientemente pronti. Il suo comando sconsiglia l’entrata in guerra al Duce, ma un Mussolini stizzito lo ascolta e lo congeda. Amedeo per senso del dovere ubbidisce agli ordine rimanendo in africa orientale, nonostante i consigli di Vittorio Emanuele, circa un suo rientro in Italia insieme a Italo Balbo. Ancora dal suo diario, Amedeo scrive: “ho preferito rimanere a Massaua dove ci sono ben 250.000 italiani che non posso abbandonare”.
Nel diario di Ciano il 22 febbraio del 1940, egli annota: “il principe di Piemonte è molto anti-tedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. E’ preoccupato per l’orientamento sempre più favorevole ai tedeschi della nostra politica (…) la Germania per noi è un terreno di manovra”.
Il migliore amico del duca d’Aosta, dott. Edoardo Borra scrive che ai primi di Aprile del 1940, Amedeo Savoia si trovava a Roma (confermato nel diario stesso del duca). Il progetto, scrive Borra, prevedeva di sostituire alla presidenza del consiglio Mussolini con Galeazzo Ciano per tenere l’Italia fuori dalla guerra. Nell’idea erano coinvolti il principe Umberto, Aimone di Savoia duca di Spoleto, Adalberto di Savoia duca di Bergamo, Italo Balbo ed altri sopra citati. Il Re, del resto, nei giorni precedenti aveva riferito a Ciano che la monarchia era pronta ad intervenire, militarmente se necessario, per dare un corso diverso agli eventi. Un operazione difficile, che porterà Aimone segretamente ad incontrare gli inglesi in Svizzera nel 1941. Nelle fasi concitanti dell’otto settembre 1943 questo carteggio è andato perso o distrutto.
La principessa Maria José, ispettrice della Croce Rossa è profondamente ostile ai nazisti. Dal diario di Ciano, questi scriverà su di lei: “è soprattutto inquieta per la minaccia di invasione del Belgio. Le ho lasciato capire che secondo le nostre informazioni la cosa sembra assai probabile”. Maria José avvertirà il fratello, Re Leopoldo del Belgio ed ai primi del 1940 sarà proprio lei a chiedere a Aimone e a Balbo di venire a Roma per cercare di impedire la guerra.
Per Umberto, arriva l’avvicinarsi del conflitto: avrà lo sgradito compito di “comandante in capo delle truppe della Armata Nord“, attestata sul confine delle Alpi francesi. E’ tuttavia sempre meno convinto della guerra.
La domanda che sorge spontanea è chiedersi il perché dopo tanto complottare, nessuno si è mosso? La risposta giace all’interno degli eventi militari: il 10 maggio del 1940 l’esercito tedesco passa all’offensiva contro la Francia e Mussolini viene tirato giù dal letto dall’ambasciatore tedesco a Roma che gli consegna il dispaccio. Anche in Francia come prima in Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, la wehrmacht si dimostra completamente superiore e in poche ore l’equilibrio europeo è capovolto. Nessuno sembra in grado di competere con Hitler: chi in Italia non era d’accordo è ridotto al silenzio. Un silenzio che Umberto manterrà per sempre. Da fonti certe e autorevoli l’ex Re, prima di lasciare Cascais per la malattia che lo porterà alla morte nel 1983 passerà molte serate al caminetto a bruciare documenti.
10 Giugno 1940, l’Italia dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra. L’ambasciatore francese a Roma Andre Francois Ponsè asserirà a Ciano: “non scavate fossati troppo profondi, ve ne accorgerete, i tedeschi saranno duri padroni”. L’offensiva italiana voluta da Mussolini dette risultati molto modesti: qualche chilometro quadrato di terreno occupato sulle Alpi e a Mentone sul mare Ligure. Intanto i tedeschi avevano conquistato 2/3 della Francia, Parigi compresa.
Le testimonianze degli ufficiali della Armata Nord Occidentale su Umberto sono di un individuo cortese, serio, onesto. Perché, dunque, si è lasciato coinvolgere da quella offensiva che Roosevelt definirà “il colpo di pugnale nella schiena”? Ancora una volta Umberto, da soldato, esegue gli ordini. Oramai non c’era più nulla da fare: il bastone del comando era saldamente nelle mani del Duce. A contrastarlo c’è il rischio di vedere nel giro di 48 ore i tedeschi a Roma.
E’ il momento, questo, dove Mussolini per l’opinione pubblica italiana ha ancora una volta ragione sugli eventi che accadono. Un celebre aforisma di Longanesi asseriva: “Mussolini ha sempre ragione”.
Dopo l’armistizio (separato da quello tedesco) della Francia con l’Italia – inizia per Umberto una situazione che si avvicina ad un esilio anticipato: fino ad allora l’istituto Luce, con molta parsimonia, lo aveva diverse volte ripreso, ma dalla battaglia sulle Alpi in poi non lo farà più. Del principe di Piemonte e della sua popolarità il Duce ne ha avuto evidentemente abbastanza. Forse era stato informato sulla partecipazione di Umberto a quella che possiamo chiamare “partito anti-guerra”? E’ lecito supporlo. Di certo Umberto nelle pellicole dell’Istituto Luce dal giugno del 1940 al luglio del 1943 in tutto comparirà sugli schermi dei cinema italiani poco più di un minuto. Maria Josè è sempre seguita dalla polizia e i telefoni di casa Savoia sono sotto stretta sorveglianza da parte dell’OVRA. Furono travati microfoni al Quirinale.
Contrariamente alle previsioni di Mussolini la guerra sta andando male: nel marzo del 1941 l’Africa orientale è perduta. Scrive sul suo diario il duca d’Aosta: “perdere un Impero non succede tutti i giorni. Vedere la mia opera, alla quale ho dedicato tre anni della mia vita andare a pezzi sotto la bufera è cosa non comune. Affogo nel lavoro l’amarezza dell’ora, mantengo la mia serenità. Anche se scrivo l’ultima pagina di questo grande dramma voglio scriverla bene”. Il 18 Maggio avverrà la resa agli inglesi che gli renderanno un antica pratica miliare “l’onore delle armi”. Sarà internato nel Kenya britannico dove morirà di tubercolosi nel marzo del 1942.
Maria Josè prende atto degli eventi catastrofici che hanno portato la Monarchia italiana a perdere l’Impero e si convince sempre più che sia importante giungere ad una pace di compromesso il prima possibile. Si rivolge al vaticano: la morte di Amedeo di Savoia l’ha profondamente commossa. Si informa con il pontefice su come poter aiutare alcuni amici ebrei tormentati dalle leggi razziali, sempre più aspre e severe. Con il pontefice dialoga anche su una possibilità di contattare gli anglo-americani. Pacelli rassicura Maria José, asserendo come egli avesse la possibilità di poter entrare in comunicazione con gli anglo-americani in via segretissima. Nel frattempo, il Re inizia a operare un carteggio con i britannici: gli alleati riconoscendo l’Italia come nazione sovrana imponevano a questa, di non richiedere rivendicazioni territoriali e di dover sul campo meritare di essere alleato. Gli inglesi promettevano anche di aiutare con armamenti il regio esercito a patto di sbarcare senza problematiche in Sicilia. Questa idea presupponeva che la monarchia si liberasse del fascismo tramite un colpo di Stato e affidasse le forze armate a Badoglio. Lo stesso Maresciallo affermava che arrestare Mussolini era semplicissimo: bastavano due divisioni dei Granatieri i quali dovevano nella notte circuire Villa Torlonia e arrestare Mussolini imprigionandolo.

Umberto II, possedeva i seguenti titoli: Re d’Italia, Re di Sardegna, Re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia, duca di Savoia, principe di Carignano, principe di Piemonte, principe di Oneglia, principe di Poirino, principe di Trino, principe e vicario perpetuo del Sacro Romano Impero, principe di Carmagnola, principe di Montmélian con Arbin e Francin, principe balì del ducato di Aosta, principe di Chieri, principe di Dronero, principe di Crescentino, principe di Riva di Chieri e Banna, principe di Busca, principe di Bene, principe di Bra, duca di Genova, duca di Monferrato, duca d’Aosta, duca del Chiablese, duca del Genevese, duca di Brescia, duca di Piacenza, duca di CarignanoIvoy, marchese di Ivrea, marchese di Saluzzo, marchese di Susa, marchese di Ceva, marchese del Maro, marchese di Oristano, marchese di Cesana, marchese di Savona, marchese di Tarantasia, marchese di Borgomanero e Cureggio, marchese di Caselle, marchese di Rivoli, marchese di Pianezza, marchese di Govone, marchese di Salussola, marchese di Racconigi, con Tegerone, Migliabruna e Motturone, marchese di Cavallermaggiore, marchese di Marene, marchese di Modane e di Lanslebourg, marchese di Livorno Ferraris, marchese di Santhià, marchese di Agliè, marchese di Barge, marchese di Centallo e Demonte, marchese di Desana, marchese di Ghemme, marchese di Vigone, marchese di Villafranca, conte di Moriana, conte di Ginevra, conte di Nizza, conte di Tenda, conte di Romont, conte di Asti, conte di Alessandria, conte del Goceano, conte di Novara, conte di Tortona, conte di Bobbio, conte di Sarre, conte di Soissons, conte dell’Impero Francese, conte di Sant’Antioco, conte di Pollenzo, conte di Roccabruna, conte di Tricerro, conte di Bairo, conte di Ozegna, conte delle Apertole, barone di Vaud e del Faucigny, alto signore di Monaco e di Mentone, signore di Vercelli, signore di Pinerolo, signore della Lomellina e Valle Sesia, nobil homo, patrizio veneto, patrizio di Ferrara.

Il giorno seguente, il Re avrebbe dovuto proclamare il fascismo come esautorato, ma la guerra sarebbe continuata. Altre idee riguardavano invece il bisogno di concordare con gli anglo-americani quando fare il colpo di Stato e quando operare l’armistizio delle forze armate. Bisognava evitare, se possibile, di trasformare l’Italia in un campo di battaglia e salvaguardare le popolazioni civili, già profondamente segnate dalla guerra. Maria José non rinuncia al grande gioco politico con la complicità del marito Umberto. Questa complicità non è vista bene da Re Vittorio Emanuele III che voleva le donne di casa Savoia fuori dalla vita politica. Il rapporto tra Umberto e suo padre si fa sempre più tormentoso. Vittorio Emanuele era un uomo intelligente, che gli anni lo avevano reso cinico e sfiduciato: manca di fiducia anche nei confronti del figlio e la nuora gli sembra una “esaltata irresponsabile”. E’ convinto anche lui che la guerra sia perduta, ma non si decide ad intervenire e senza il Re l’esercito non si muove. Ancora Umberto Zanotti Bianco (fondatore e primo presidente di Italia Nostra) aiuterà la principessa nei movimenti per arrivare al colpo di Stato.
Ha scritto un diario inedito, dal quale rimangono ancora pochi volumi custoditi dalla associazione nazionale per il Mezzogiorno d’Italia (ente di studio, di cui Zanotti Bianco è stato il fondatore). Per liberare l’Italia dal fascismo si punta sul colpo di Stato militare. Il 7 febbraio del 1943 scrive di essersi incontrato con Maria José.
Zanotti Bianco ha interpellato i comunisti clandestini che gli hanno negato l’appoggio militare verso la monarchia in caso di golpe. Invierà alla Regina, dopo la guerra una foto con scritto: “a sua maestà la Regina, amica fedele nel tempo delle persecuzioni”.
Il bombardamento del 19 luglio 1943 a Roma convincerà Vittorio Emanuele III sulla necessità di agire. Maria José aiutata da Zanotti Bianco, da Giuliana Benzoni e da dame di corte come Ninì Pallavicino, Sofia Iaccarino e Guendalina Spalletti ha ottenuto una rete di appoggi: Il maresciallo Caviglia, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, preziosissimo il cattolico Guido Gonella, artefice del contatto con il Vaticano. Sia pure con grande ritardo il Re si muove nella direzione da lei suggerita.

Da sinistra a destra: Zanotti Bianco, Giuliana Benzoni, Ivanoe Bonomi, Vittorio Emanuele Orlando, Guido Gonella, Enrico Caviglia.

Il 25 luglio del 1943 il Re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Badoglio presidente del Consiglio. Dopo tante sconfitte e tante sofferenze la gente è stanca del fascismo. Si legge dal diario di Zanotti Bianco che Maria José ricevette l’ordine dal ministro della real casa duca di Acquarone di partire subito da Roma, per andare in esilio ed isolamento nelle montagne piemontesi a Sant’Anna di Valdieri. Il Re, spiegò Maria José: “non ha osato parlarmi direttamente, perché avrebbe dovuto dirmi cose troppo amare. Mi rimproverò di aver complottato contro di lui tenendo contatti con elementi liberali e socialisti. In casa Savoia, aggiunse, le donne non si sono mai occupate di politica”. Maria José si rifugiò invece, in Svizzera luogo che non gli permetteva più di intervenire in nessun ambito.
Corre l’otto settembre del 1943, l’Italia alleata della Germania nazista e in guerra contro Inghilterra, Stati Uniti e Unione Sovietica chiede la resa: è la sconfitta.
Gli Alleati sbarcano a Salerno con i tedeschi che si impadroniscono di tutto il resto del territorio italiano. La famiglia reale con il primo ministro Badoglio lascia Roma e si rifugerà a Brindisi. In quelle ore drammatiche, grazie agli scritti del conte Francesco di Campello (ufficiale d’ordinanza del Principe dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944), possiamo capire come Umberto II non era d’accordo con la scelta paterna di lasciare la capitale. Campello in data otto settembre scrive: “butto la mia poca roba nella valigetta e scendo con il Principe di Piemonte. Non posso trattenermi dal dirgli francamente che questa fuga precipitosa mi sembra una vera pazzia. Condivide quanto vado dicendo. Non credo di esagerare, scrivendo di averlo veduto disperato per la fuga e per questa confusione generale. Il principe, ad ogni modo, è pienamente d’accordo con me: è nero. Non gli ho sentito dire una parola, tranne ripetere tra sé e sé – Dio, ma che figura! Che figura! – Lo supplico, con quella libertà che mi prendo essendo stato suo compagno di giochi da bambino di riflettere se per il bene della causa, della dinastia, del paese non sarebbe stato molto meglio per lui tornare a Roma. Arrivo financo a dirgli che avrebbe potuto rientrare a Roma come Re Umberto II”.
In un intervista Rai del 1979 fatta ad Umberto II a Cascais (/kɐʃ’kaiʃ/) in Portogallo, il sovrano ci descrive quei momenti: “l’aver lasciato, in quel modo, Roma può essere stato uno sbaglio. Senza avvisare i ministri, i quali non hanno avuto la possibilità di raggiungere il Re e prendere le loro disposizioni. Il mio rammarico è che queste persone sono state dimenticate negli attimi più concitati”.
Sulla mancata difesa di Roma, sotto un certo profilo, ha ragione Umberto: le truppe italiane erano certamente superiori per numero, ma erano inferiori in armamento e soprattutto erano inferiori anche da un punto di vista psicologico per la mancanza di ordini, poichè non vi era un piano di difesa organizzato.
Spesso la storiografia contemporanea tende a svalutare l’ex-Re, osservando in lui un uomo vittima di personaggi molto più forti di lui: Vittorio Emanuele III (Re e suo padre), lo stesso Mussolini (Capo del Governo), la moglie Maria José del Belgio. Umberto avrebbe voluto intervenire, ma era costretto ad attenersi alle norme che l’educazione monarchica gli aveva insegnato, relegandolo spesso ai margini. La vera essenza di Umberto verrà fuori solo troppo tardi, quando finalmente il padre gli consegnerà le chiavi del regno e in pochi mesi farà vedere a tutti il suo spessore politico e morale, troppo spesso non ricordato dalla storia.
Dopo l’armistizio si instaura il regno del sud e Umberto entra in contatto con gli alleati e sembra non aver altro pensiero quello di combattere per risollevare l’onore della casata dei Savoia.
Nel dicembre 1943 gli americani risalgono lentamente la penisola contrastati dalla accanita difesa tedesca. Al governo Badoglio e al Re Vittorio Emanuele III viene riconosciuta pochissima autonomia. Il capo della missione alleata anglo-americana, generale britannico Noel Mason MacFarlane in un rapporto scriverà sul Re: “il Re appare patetico, vecchio e alquanto rimbambito”. I partiti anti-fascisti vorrebbero che lui abdicasse. Accetterebbero, se pure di mala voglia e provvisoriamente, che Umberto diventasse Re, ma Vittorio Emanuele III non se ne vuole andare: “a casa Savoia, si regna uno alla volta” asseriva spesso.
Umberto sbarca a Brindisi con la frustrazione di un militare che non ha potuto combattere: decide di mettersi in contatto personalmente con gli anglo-americani chiedendo di poter costituire una armata italiana per combattere le truppe tedesche al fianco degli alleati. Gli Anglo-americani sono sospettosi, vorrebbero addirittura che il Principe vestisse in borghese senza divisa. Gli americani sono fortemente prevenuti nei confronti della monarchia italiana che considerano collusa con il fascismo. Gli inglesi hanno un atteggiamento assai più aperto, ma nessuno degli Alleati si fida dell’esercito Regio. Il governo Badoglio e la corona hanno bisogno di una forza militare: combattere al fianco degli alleati vuol dire il riconoscimento della cobelligeranza, uno status quo fondamentale per il futuro politico del paese.
A Nord, Mussolini ha fondato con l’ausilio dei tedeschi la Repubblica Sociale Italiana: uno stato senza l’approvazione degli italiani, controllato dai nazisti con Roma occupata da quest’ultimi.
Dunque la situazione presenta tre forze su suolo italiano: al Sud il governo di Brindisi e il Re (coadiuvato dagli anglo-americani), La repubblica fascista di Salò a Nord (coadiuvata dai tedeschi) e i partigiani di derivazione comunista, socialista e reduci dell’esercito regio stanchi di farsi comandare da comandi inadeguati: è la guerra civile.
Umberto risoluto dalla sua azione, organizza il primo reparto militare italiano inquadrato delle truppe alleate. E’ il primo raggruppamento italiano motorizzato: 5000 uomini e Umberto ricorda come “gli americani accettavano che noi si combattesse accanto a loro, ma con molte esitazioni politiche e ricordandoci spesso che eravamo stati loro avversari”. Il reparto italiano a dicembre si distingue per la battaglia di Montelungo sul fronte di Cassino. Umberto si impegna nelle azioni militari tanto che gli americani lo propongono per una medaglia al valore.

Foto su pellicola Kodak che ritraggono il Principe Umberto in operazioni militari a Tavernelle (Appenino Tosco – Emiliano) al Comando della 210^ Divisione.

Il generale Clark, comandante delle forze alleate in Italia, dichiarerà nelle sue memorie: “il Principe si comporta con grande coraggio: più di una volta mi attraversò l’idea, che come rappresentante di Casa Savoia non solo egli fosse pronto a morire in battaglia, ma che si esponesse volontariamente alla morte”.
E’ il 1944 e Umberto lavora alla costituzione del corpo italiano di liberazione. Gli alleati gli impediscono di assumerne il comando per timore di rinvigorire troppo l’ascendente di Casa Savoia sugli italiani, spingendo Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore del figlio. Chiedono che la monarchia si rinnovi, che salga sulla scena il Principe, mai direttamente colluso con le scelte del regime. L’insistenza degli alleati è pressante, quasi umiliante per l’anziano Re il quale coinvolgerà il figlio nella delicata questione. Finalmente Umberto dopo aver dimostrato le sue doti militari si avvicina a pieno diritto alla gestione delle scelte politiche ed è il vero punto di svolta nella vita pubblica e privata del principe di Piemonte.
Vittorio Emanuele III non vuole abdicare, gli viene prospettata una reggenza, ma è contrario per un carattere meramente giuridico: l’istituto della reggenza in termini statutari (Statuto Albertino), implicava che il reggente sarebbe dovuto essere approvato dalle camere e queste in quel dato momento non esistevano più. Si impegnerà una volta liberata la capitale ad affidare la luogotenenza al figlio.
Il governo è a Salerno e il 4 Giugno gli alleati entrano a Roma. Il giorno successivo il Re, nomina Umberto “Luogotenente generale del Regno” una tenenza temporanea, dove tutti i poteri passano in mano ad Umberto. Vittorio Emanuele III si auto-sospende e si trasferisce a Napoli in Villa Maria Pia, rilegando le sue attività alla pesca.
Nella Roma liberata, Umberto si trasferisce al Quirinale, formalmente è il rappresentante del Re, ma in realtà agisce di sua spontanea volontà. Il luogotenente garantisce il riassestamento della vita democratica. Dopo lo scioglimento del Governo Badoglio affida il Governo all’anziano Ivanoe Bonomi che rappresenta una forma politica completamente anti-fascista. Umberto si ritaglia un ruolo super partes, ponendosi a garanzia di una legalità costituzionale ancora incerta, manifestando la propria idea di monarchia moderna. Questa idea si basa su un concetto di attualità, dove la monarchia diventa collante e elemento di moderazione fra diverse etnie, diversi dialetti, diversi costumi e usi del popolo italiano.
Con la fine della guerra, l’Italia inizia a rinascere dalle sue macerie, ma la parabola dei Savoia giunge al tramonto: 2 giugno 1946 si svolge il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica. Un Referendum imposto dalle forze di occupazione anglo-americane rimaste sulla penisola.
Umberto facendo fede agli impegni presi, indice le elezioni per l’assemblea costituente e apre il referendum popolare sulla questione istituzionale fondamentale per l’assetto del paese. L’Italia si trasforma in una immensa arena elettorale. Le sinistre avrebbero preferito che ha decidere su monarchia o repubblica fosse stata l’assemblea costituente (di stampo repubblicano e filo-atlantista), temendo la fedeltà del sud Italia alla monarchia. La data stabilita per le due consultazioni è il due giugno. Umberto chiede al padre di abdicare, comprendendo che l’unica possibilità di vittoria si trova nelle sue mani, comprende che l’istituto monarchico può salvarsi solo attraverso il rinnovamento. Vittorio Emanuele III ancora non vuole abbandonare il potere nelle mani del figlio, abdicando solo il 9 maggio a ventisette giorni dalla data del referendum. Abdica a Napoli alla presenza del notaio e parte alla volta di Alessandria D’Egitto: non vedrà più l’Italia. Il nuovo Re d’Italia diviene il Principe Umberto II – denominato successivamente “il Re di Maggio” poiché il suo regno durò solo 33 giorni, nel mese di Maggio. Acclamato, in taluni casi fischiato, in altri ignorato, Umberto II annuncia che in caso di vittoria la Monarchia farà indire un nuovo referendum di conferma per accreditarsi come “Re democratico”, ma il tempo è poco e in molte regioni italiane il governo repubblicano, imposto al Re, vietò anche di poter fare propaganda per parte monarchica.
Vota l’89% degli aventi diritto. Si contano i voti e il 4 giugno la monarchia ha un notevole vantaggio, ma in una sola notte la situazione si rovescia! La Monarchia è sconfitta con il 54% degli italiani votante repubblica.
Il 10 giugno il presidente della Corte di Cassazione Pagano comunica che mancano ancora i dati di alcune sezioni, riservandosi di dare il risultato definitivo il 18 Giugno, tre giorni dopo, come data ultima per sciogliere i dubbi sul referendum. Il 13 mattino il Governo assegna le funzioni di capo dello stato al presidente del consiglio Alcide De Gasperi, in accordo con il partito comunista di Togliatti, con il partito socialista e quello repubblicano, pur in assenza del risultato definitivo. La domanda che sorge è se la nostra repubblica ha avuto la maggioranza dei voti degli italiani.
Solo più tardi in molte città verranno a galla situazioni equivoche, brogli e subito dopo pochi giorni, come detto, le schede del primo scrutinio saranno bruciate così da rendere impossibile la veridicità delle votazione, richiesta dal Re per un riesame dopo il rovescio avvenuto in una notte. Vengono presentati i ricorsi. Umberto ordina alla famiglia di partire per l’estero e decide di rimanere in Italia fino alla sentenza della corte di cassazione. La corte si limita a dare il quadro dei risultati, ma non proclama la repubblica. Il governo sostiene che i risultati sono scontati e proclama la repubblica, senza aspettare il 18 giugno. Nella notte del 12 giugno si riunisce il consiglio dei ministri e definisce come il capo del governo sia anche capo provvisorio dello stato. Umberto II è messo davanti alla decisione della sua vita: sciogliere il governo, fare arrestare i ministri, incitare gli italiani alla rivolta, chiedere l’aiuto dell’esercito fermamente monarchico; oppure partire, lasciare il suo paese. In un clima da guerra civile, sceglierà la seconda ipotesi anteponendo prima il bene degli italiani al suo legittimo diritto a governare. Andrà in maniera volontaria a Cascais in Portogallo per 34 anni. Maria José andrà a vivere in Svizzera con i figli.
In un messaggio del 13 Giugno del 1946 con la chiara contestazione dei risultati fraudolenti del referendum, Umberto II si rivolge al popolo italiano: “Nell’assumere la luogotenenza generale del regno prima e la corona poi io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo liberamente espresso sulla forma istituzionale dello stato e uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 Giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della coorte suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del Referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatti dalla corte suprema, di fronte alla sua riserva di pronunziare il 18 Giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli, di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io ancora ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re, attendere che la Coorte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle Leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con un atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nella alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza. Italiani! Mentre il paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua libertà in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me, perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola. Ma non volendo porre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso lascio il suolo del mio paese nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio, nel supremo interesse della patria sento il dovere come italiano e come Re di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta. Protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. A tutti coloro, che ancora conservano fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia io ricordo il mio esempio e rivolgo le esortazioni a volere evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l’animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di avere compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome dell’Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!”.
Con questo messaggio Umberto II non riconosce la Repubblica e si avvia all’estero (non esilio) nella convinzione che si tratti di un gesto pacificatore. Continua ad essere considerato Re, da tutte le Monarchie europee (anche da Papa Pio XII – Pacelli) e non cessa mai di esserlo, fino alla morte.
Giovedì 24 Marzo 1983, nella abbazia di Hautecombe (risalente al XII secolo) su suolo francese, si è celebrato l’ultimo saluto al Re di Maggio Umberto II.

A sinistra l’abbazia di Hautecombe in Francia. A destra una foto che ritrae i moltissimi manifestanti accorsi ai funerali del Re Umberto II.

L’abbazia che ospitava già il riposo di Carlo Felice e della regina Maria Cristina ha visto presenti moltissimi italiani accorsi per l’ultimo saluto. Pesanti le assenze della repubblica italiana che dimostra una totale mancanza di coraggio civile, non inviando nemmeno una corona di fiori, perché in questa Italia, i morti hanno un colore politico e questo è francamente molto triste. Ancora una volta le monarchie europee si riuniscono per congedare un uomo che ha detta di molti era considerato un vero gentiluomo. Sulla sua bara, spoglia, richiese soltanto la bandiera italiana sabauda e segui il rito “more nobilium” con la bara posata in terra, sul pavimento della chiesa, anziché sul catafalco. E’ stato un addio difficile, quasi proibito e tutti hanno avvertito che l’epilogo è stato ingiusto.
 
Per concludere riprendo le parole espresse da Re Umberto II riguardanti  l’istituto monarchico: “La repubblica si può reggere col 51%, la monarchia no. La monarchia non è un partito. È un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini incredibile volontà di sacrificio. Deve essere un simbolo caro o non è nulla”. 
 

 

Per approfondimenti:
_Falcone Lucifero, L’ultimo Re, i diari del Ministro della Real Casa 1944/1946 – edizioni Mondadori 2002
_Francesco di Campello, Un principe nella bufera. Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944, Le Lettere
_Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, terzo Duca D’Aosta e Viceré di Etiopia – edizioni Mursia
_Maria José di Savoia, Giovinezza di una Regina – edizioni Mondadori
_Lucio Lami, Umberto II il re di maggio. Dalla monarchia alla repubblica, Edizioni Mursia
_Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943 – Edizioni Castelvecchi
_Aldo Alessandro Mola, declino e crollo della monarchia in Italia. I Savoia al referendum del 2 giugno 1946 – Editore Mondadori 2006

 

Si ringrazia Maurizio Lodi  per le foto.

 

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La guerra di Vandea e il pensiero reazionario

La guerra di Vandea e il pensiero reazionario

di Giuseppe Baiocchi 26/02/2018

La cultura europea del Settecento giunse a dare compiuta organicità verso le ideologie della ragione, dell’esperienza e della libertà: cardini principali per una possibile, nuova, emancipazione del genere umano. L’aspirazione a un programma di riforme in sintonia con queste istanze borghesi-massoniche – la nuova classe dirigente che ambiva ad acquisire un potere maggiore nei confronti del clero e dell’aristocrazia -, fu talmente intensa da dar vita a un movimento culturale e d’opinione che divenne simbolo della contrapposizione tra un sistema definito “vecchio” ed un altro citato come “nuovo”. Dunque la tradizione si scontrava intellettualmente con l’innovazione progressista. L’illuminismo (lumières in francese) ebbe il suo polo d’attrazione nella Francia Ancien Régime, vedendo protagonisti alcuni pensatori, che pochi anni più tardi entreranno nell’orbita dei “giacobini”, quali François-Marie Arouet (Voltaire 1694-1778), Denis Diderot (1713-1784), Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert (1717-1783), Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), Étienne Bonnot de Condillac (1715-1780), Julien Offray de La Mettrie (1709-1751), Claude-Adrien Helvétius (1715-1771), Paul Heinrich Dietrich (Paul Henri Thiry d’Holbach 1723-1789) e Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat (1743-1794).
Il motivo principale di questa iniziale rivolta intellettuale fu dovuta principalmente per alcune gravi mancanze di metodo, da parte della classe aristocratica francese. Difatti l’assolutismo nell’aristocrazia è nemico del concetto di aristocrazia feudale, poiché si tende a centralizzare, disossando e disarticolando lo Stato, sostituendo ad una superstruttura burocratico-statale, una forma virile e diretta di autorità, di responsabilità e di parziale, personale sovranità. Luigi XVI creò il vuoto intorno a sé, perché la vana aristocrazia cortigiana di palazzo nulla più poteva significare e quella militare – la famosa Maison du Roy – era ormai priva di rapporti diretti con il paese. Distrutta la struttura differenziata che faceva da collante fra la nazione e il sovrano, restò appunto la nazione disossata, cioè la nazione come massa, staccata dal sovrano e dalla sua sovranità. Con un sol colpo, la rivoluzione spazzò facilmente quella superstruttura e mise il potere fra le mani della pura massa. L’assolutismo aristocratico prepara dunque le vie alla demagogia e al collettivismo. Lungi dall’avere carattere di vero dominio, esso trova il suo equivalente solo nelle antiche tirannidi popolari e nel tribunato della plebe, forme parimenti collettivistiche.
I philosophes erano convinti assertori della presenza , in tutte le persone, di un “lume naturale” – da cui il nome del movimento -, d’una comune capacità di conoscere e ragionare che andava eletta a principio guida delle azioni umane: in questa modalità, si aveva esatta convinzione, che la storia si sarebbe incanalata verso un’età di pace e progresso, allontanandosi dal tempo dei conflitti politici e del fanatismo religioso. Oggi sappiamo con certezza che, seppur le nostre società abbiano adottato tale sistema politico-filosofico, tale pensiero non ha prodotto un nuovo regno di “pace”, ma ha creato nuove e più atroci conflitti, all’insegna dei diritti e della democrazia.
Basti osservare il periodo del “terrore” post-rivoluzionario, fino agli interventi “umanitari” degli Stati Uniti nel Medio-Oriente.
A partire dall’elogio della ragione e dell’esperienza, i filosofi elaborarono infatti una critica radicale della tradizione – intesa nel senso politico, religioso e filosofico – e di ogni genere di assunto dogmatico: secondo loro la fondatezza d’una teoria non poteva riposare sul valore dell’autorità, ma solo sull’analisi razionale dei fatti. In tal modo, l’attività filosofica diventava sinonimo per eccellenza di spirito critico, cioè di un metodo di ricerca che aveva quali suoi cardini basilari l’osservazione empirica, l’indagine scientifica, le esperienze verificabili e le dimostrazioni razionali. Per gli illuministi, inoltre, la conoscenza non era contemplazione della verità, ma strumento di intervento sulla realtà al servizio della felicità dell’intero genere umano. Anche qui si denotano pienamente le nuove caratteristiche borghesi: la felicità non era difatti una caratteristica dell’aristocrazia, così come non esisteva nemmeno il concetto di vacanza.
La felicità, difatti, era un’idea nuova per l’Europa. L’aristocrazia non pensava come elemento cardine alla felicità, ma ragionava in termini di grandezza, di potenza, di fede, di giustizia all’interno di un dato ordine. Forse conoscevano il piacere: brutale, rapido, senza prospettive d’avvenire, che poteva costituire un’avventura all’interno di vite dominate dai doveri di carica.
Le comodità, i piaceri della vita, la sorpresa delle novità, il gusto del tempo libero e dei viaggi, tutto ciò che dà fascino a questo mondo, erano elementi completamente estranei: vi era unicamente la volontà di Dio e questa veniva rispettata da generazioni.
Le prime reazioni alla Rivoluzione avvennero in Vandea, oggi uno dei 96 dipartimenti francesi, che fu teatro della più sanguinosa guerra civile che abbia opposto la rivoluzione e l’Ancien Régime. Per tutto l’Ottocento e oltre, i termini “Vandea” e “vandeano”, a torto o a ragione, hanno indicato una visione ideologica di impronta reazionaria, cattolica, monarchica e legittimista.
La causa scatenante della rivolta fu la ribellione contro la leva obbligatoria proclamata dalla Convenzione del febbraio 1793. L’arrivo dei reclutatori, non troppo diversi da quelli regi del passato, suscitò proteste e malcontento in molte zone della Francia, ma a Sud del Corso della Loira e nei suoi dintorni accese subito le polveri delle prime spontanee sommosse popolari.
A Cholet, ai primi di Marzo, venne ucciso il comandante della guardia nazionale; pochi giorni dopo, a Machecoul, furono massacrati alcune centinaia di “patrioti”. A capo della rivolta erano Jacques Cathelineau (1759 – 1793) soprannominato “le saint de l’Anjou” e Jean Nicolas Stofflet (1753 –1796). Quasi subito si unirono agli insorti gli alti prelati e gran parte dei parroci, ancora scottati dagli effetti della costituzione civile del clero e dalle confische dei beni ecclesiastici. Ben presto le sommosse si trasformarono in un’insurrezione generalizzata, a cui la Convenzione diede la patente di “complotto aristocratico”. In realtà, la partecipazione dei nobili fu episodica e quasi mai nelle posizioni di comando.

Pierre-Narcisse Guérin, “Henri de La Rochejaquelein” (particolare) – 1817.

Come ha scritto lo storico François Furet (1927-1997) si trattava di una: «massa di qualche decina di migliaia di uomini, contadini, tessitori, piccoli notabili di campagna, riuniti al suono della campana a martello nel villaggio (…) e poco inclini, dopo il combattimento, ad allontanarsi dalle loro case». Era un’armata eterogenea, male equipaggiata, con armamenti improvvisati, che però nei primi mesi travolse e umiliò le sparse truppe repubblicane in virtù della sua preponderanza numerica.
A Ottobre, sotto la guida di un generale di ventun anni, Henri du Vergier, conte de La Rochejaquelein (1772 – 1794), 80.000 vandeani di ogni strato sociale, protetti da 30.000 soldati, varcarono la Loira diretti a Nord, forse per congiungersi con le navi inglesi che pattugliavano la costa bretone. Famosa rimase la frase del giovane du Vergier poco prima di un suo importante successo strategico: «Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché mi conoscete appena. Io del resto ho contro di me la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già di rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi!».
Incalzati dai repubblicani, con l’inverno alle porte, iniziarono la ritirata. Al comando delle truppe rivoluzionarie, il generale Turreau eseguì l’ordine di trasformare la Vandea in un deserto. Da Febbraio a Maggio del 1794 le sue “colonne infernali” fecero letteralmente terra bruciata: incendiarono i villaggi, rasero al suolo le abitazioni e massacrarono le popolazioni. 5.000 persone vennero ghigliottinate o fucilate e altrettante annegate nella Loira.
Le guerre “vandeane” proseguirono fino alla caduta di Napoleone nel 1815, ma diedero sicuramente lo slancio verso le prime teorie conservatrici e reazionarie. Possiamo inquadrare quattro grandi pensatori di tale pensiero: Joseph de Maistre (1753-1821), Edmund Burke (1729-1797), Filippo Anfossi (1748-1825) e il visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald (1754 –1840).
Una delle prime voci a innalzarsi contro la rivoluzione fu quella del diplomatico savoiardo Joseph de Maistre. Nelle sue “Considerazioni sulla Francia” del 1797 tracciò le linee-guida del pensiero reazionario che avrebbe poi improntato la Restaurazione: ripristinare il Trono e l’Altare abbattuti dalla Rivoluzione francese, che aveva provocato la dissacrazione dei valori fondati sulla natura (prodotto di Dio), la religione e la tradizione. Gli orrori del Terrore erano stati una giusta punizione di Dio alla presunzione della ragione individualistica propria dell’Illuminismo ed erano giustificabili solo nell’ottica cristiana del sacrificio, come conseguenza della mancata sottomissione degli uomini alle due autorità che rappresentano l’ordine voluto da Dio: il Papa e il Re.
Nelle sue “Considerazioni sulla Francia” del 1796, egli attribuì alla Rivoluzione un carattere satanico, per sottolineare i mali che a suo dire ne erano derivati. In particolare le sue critiche si appuntarono sulla rottura, provocata dai rivoluzionari, del legame che tradizionalmente univa i sovrani alla Chiesa, anche in qualità di suoi difensori. Questa alleanza infatti è, per de Maistre, la base stessa dell’obbedienza dei popoli e quindi della società: spezzarla significa mettere a repentaglio l’ordine pubblico e sociale, fino all’anarchia, il peggiore dei mali.

Il conte Joseph-Marie de Maistre, è stato un filosofo, politico, diplomatico, scrittore, magistrato e giurista italiano di lingua francese. Ambasciatore del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello zar Alessandro I dal 1803 al 1817, poi da tale data fino alla morte ministro reggente la Gran Cancelleria del Regno di Sardegna, de Maistre fu tra i portavoce più eminenti del movimento controrivoluzionario che fece seguito alla Rivoluzione francese e ai rivolgimenti politici in atto dopo il 1789; propugnatore dell’immediato ripristino della monarchia ereditaria in Francia, in quanto istituzione ispirata per via divina, e assertore della suprema autorità papale sia nelle questioni religiose che in quelle politiche, de Maistre fu anche tra i teorici più intransigenti della Restaurazione, sebbene non mancò di criticare il Congresso di Vienna, a suo dire autore da un lato di un impossibile tentativo di ripristino integrale dell’Ancien Régime (peraltro ritenuto di sola facciata) e dall’altro di compromessi politici con le forze rivoluzionarie.

Padre del conservatorismo, che non mira a restaurare una situazione precedente, ma unicamente a conservare determinati valori immutabili, Edmund Burke costruisce la sua critica alla rivoluzione attorno al valore della tradizione, che è il deposito non solo della storia di un popolo, ma anche della sua identità. Nel suo “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”, asserirà come: «L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei contabili è giunta; e la gloria dell’Europa giace estinta per sempre».
Nel loro passato, sostiene, uomini e nazioni trovano il senso di ciò che sono e di quello che possono diventare: ciò esclude brutali strappi rivoluzionari, ma ammette il cambiamento nelle forme di un lento rinnovamento che non recide le radici ma semmai dà loro linfa nuova e le rafforza.
Quello che egli chiama pregiudizio è un’opinione consolidata, perché elaborata nel tempo e dal tempo confermata nella sua validità. E così, lo spirito di cavalleria di cui parla Burke è l’insieme dei valori propri dell’Europa moderna, che la rivoluzione intende distruggere.
Terzo protagonista lo inquadriamo nel Vicario generale dei Domenicani, Filippo Anfossi, il quale diviene celebre per il suo scritto “Contro la sovranità popolare”, attraverso il quale attacca frontalmente il principio dell’origine contrattuale dello Stato e della società. Lo fa, da un lato, asserendo che dietro i proclami di libertà e uguaglianza non si celavano altro che spietate tirannie e, dall’altro, ribadendo che Dio ha voluto le società civili organizzate secondo un principio di naturale disposizione gerarchica delle parti, come avviene nel corpo umano, dove è naturale che il capo comandi e che le membra servano, ma dove il capo e le membra collaborano allo stesso fine della vita e del bene di tutto l’insieme.
Se si attua un ragionamento verso la storiografia europea, il bonapartismo portando in avanti gli ideali della rivoluzione gettò l’intera Europa nel caos per soddisfare la giacobina volontà di potenza di Napoleone. Lo stesso concetto di nazionalismo, nato dalla Rivoluzione, si è evoluto in varie strade tortuose, tra le quali ricordiamo il bolscevismo, il fascismo e il nazismo: ovvero quanto di peggio l’evoluzione umana abbia potuto produrre. Stralci di questo pensiero rimangono ancora oggi nella vita politica dei nostri giorni ed ancora ci giungono notizie di violenza.
A sua volta, in un’opera dal titolo “Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale” del 1800, il filosofo francese visconte Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, già deputato all’Assemblea costituente nel 1790 e poi esule, cercò di giustificare sul piano teorico, in contrapposizione al razionalismo illuminista e alle tendenze egualitarie emerse durante la rivoluzione francese, i codici normativi e istituzionali fondati sul principio di autorità e sul diritto divino.
Altre “reazioni” avvennero in Inghilterra e in Germania, nelle temperie culturale degli ultimi tre decenni del Settecento, in ambito artistico e letterario si manifestarono nuove istanze, che nascevano da un ripensamento del ruolo e dei limiti della ragione e che portarono a una riaffermazione del valore delle passioni e dei sentimenti. Al centro di queste rivendicazioni vi era la contestazione di un’idea di ragione quale entità astratta e valida universalmente, sempre uguale a se stessa, per privilegiare un concetto di ragione storicamente determinata, soggetta a limiti di volta in volta variabili e alle convenzioni culturali e linguistiche. La diversità storico-geografica delle lingue era indice di varietà dei modi di pensare e testimoniava la sedimentazione dei valori dei differenti popoli nelle varie epoche, che andavano compresi dall’interno, al di fuori di rigidi schemi razionali o parametri universali. A partire da questa constatazione vi fu un recupero del Medioevo, non più visto come l’epoca buia della decadenza e della superstizione, come era (ed è, in difetto) considerata dagli illuministi, ma come un’era europea unificata dal cristianesimo. Si cominciarono perciò a recuperare le tradizioni folcloristiche che affondavano le loro radici nell’epoca medievale e a vedere in queste tradizioni l’elemento coagulante di un’idea di nazione come comunità di individui legati da una storia e da valori comuni.
Il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) divenne famoso nel 1774 con la pubblicazione dei romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”, che rappresentò il manifesto di una poetica anti-illuminista fondata sul primato del sentimento e delle passioni. Il suo capolavoro fu il dramma “Faust”, alla cui composizione Goethe dedicò più di un trentennio della sua vita: nel protagonista si incarna lo Streben, ossia lo sforzo incessante dell’uomo di superare i propri limiti, di non appagarsi mai in nessuna situazione.
Sempre in Germania, a Jena, nel 1796, i fratelli Wilhelm August (1767-1845) e Karl Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772-1829), Johann Christian Friedrich Hölderlin (1770-1843) e Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg (Novalis 1772-1801) diedero vita a un cenacolo intellettuale dal quale ebbero origine le idee di un nuovo movimento artistico-letterario, il Romanticismo che modificò radicalmente il modo di considerare l’uomo, la natura, l’arte, la religione, la politica. In primo luogo per i romantici la natura – al pari dell’anima – si fondava si un principio di ordine spirituale ed era un’entità organica, vivente e in divenire, non riconducibile a schemi oggettivi o meccanici e non conoscibile per via razionale.

Caspar David Friedrich – Due uomini in contemplazione della luna, Olio su tela 1819.

Secondo i romantici gli antichi vivevano in una comunione immediata con la natura, irrimediabilmente persa nella modernità, che aveva prodotto una frattura insanabile, fonte di infelicità, tra l’uomo e il suo ambiente naturale e spirituale. A tale comunione ormai perduta l’uomo moderno continuava ad aspirare spinto dalla nostalgia, pur essendo consapevole della sua irraggiungibilità. La vita umana veniva caratterizzata così da una tensione infinita verso ciò che stava al di là della realtà concreta. I romantici tedeschi coniarono il termine “Sehnsucht” – letteralmente desiderio di desiderare – per indicare l’insaziabile inquietudine che portava l’uomo a tendere verso una realtà ulteriore, pur sapendo che essa, nella sua più intima essenza, era impossibile da attingere, poiché i processi di meccanizzazione, poi accellerati dalla rivoluzione industriale, furono la causa della frattura insanabile tra l’uomo e la natura prodotta dalla modernità.
La potenza della téchne, della scienza – ovvero tutte quelle modalità di dominio sull’ente -, che con la filosofia moderna e contemporanea avrebbero fatto dell’uomo il fondamento del reale, hanno sostanzialmente svuotato di contenuto il Dio della tradizione, il Dio cristiano.
L’uomo moderno e contemporaneo – che fonda i suoi cardini intorno al concetto di metafisica, derivante dall’idealismo tedesco -, ha sostituito il divino, con il credo di poter essere proprio “lui” il fondamento ultimo del reale, in quanto soggettività assoluta.
Non a caso Friedrich Wilhelm Nietzsche scrisse che: “Dio è morto”, annunciandolo nelle piazze.
Tuttavia il grande filosofo tedesco, era consapevole che non si trattasse di una chiacchiera da pazzo, di un folle. Di contro, la presa di coscienza drammatica di un avvenimento che ha completamente ribaltato la comprensione di tutta la nostra epoca.

 

Per approfondimenti:
_Jean-Jacques Rousseau, “Il contratto sociale” – Einaudi, 2005;
_Voltaire, “Trattato sulla tolleranza” – Feltrinelli, 1995;
_Francesco Giubilei, “Storia del pensiero conservatore” – Giubile-Regnani editore;
_Joseph de Maistre, “Considerazioni sulla Francia” – Contro-rivoluzione, 2010;
_Edmund Burke, “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia” – Ideazione;
_Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, “Saggio analitico sulle leggi naturali dell’ordine sociale” – versione digitale;
_Johann Wolfgang Goethe, “Faust”, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2013;
_Johann Wolfgang Goethe, “I dolori del giovane Werther”, Feltrinelli, 2014;
_Friedrich Wilhelm Nietzsche, “La Gaia scienza” – Adelphi, 1977.
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Le nuove verità sul golpe “Borghese”

Le nuove verità sul golpe “Borghese”

di Giuseppe Baiocchi 24/02/2018

Italia 8 Dicembre 1970, alle ore 07:59, la nazione avrebbe dovuto ascoltare questo comunicato: «Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato e ha portato l’Italia verso lo sfacelo economico e morale ha cessato di esistere. Le forze armate, le forze dell’ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione, sono con noi, mentre possiamo assicurarvi, che gli avversari più pericolosi, quelli che per intendersi, volevano servire la Patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Nel riconsegnare nelle vostre mani, il glorioso tricolore, vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d’amore: Italia! Italia! Viva l’Italia!».
Il proclama appena scritto, è un documento autentico: il proclama alla nazione che l’otto Dicembre del 1970 avrebbe dovuto annunciare al Paese il colpo di Stato realizzato dal principe Julio Valerio Borghese (1906 – 1974), un golpe che avrebbe dovuto rovesciare la democrazia e instaurare in Italia un regime militare. Una storia oscura, piena di misteri, di colpi di scena, ma anche di tanti interrogativi, a cominciare da quello che accadde davvero a Roma la notte tra il sette e l’otto Dicembre 1970.
Sotto l’incessante pioggia di quella sera, strane manovre avvennero dentro la capitale, operazioni che puntano a colpire al cuore lo Stato italiano, i suoi nervi strategici, le sue istituzioni e i suoi uomini.
Gruppi di cospiratori si riuniscono in punti diversi della città: a Montesacro in un cantiere di proprietà dell’ex repubblichino Remo Orlandini; in via Eleniana, vicino alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, nella palestra dei paracadutisti di Sandro Saccucci; in via arco della Ciambella – nel cuore di Roma -, nella sede dei militanti di Avanguardia nazionale, la formazione neo-fascista di Stefano delle Chiaie (1936).
Intanto una colonna di duecento guardie forestali, guidate dal colonnello Luciano Berti è pronta a muoversi da Città Ducale – vicino Rieti – in direzione della capitale.
L’operazione denominata in codice Tora Tora, coinvolge altri luoghi della penisola: squadre di estremisti della destra extra-parlamentare sono pronti a muoversi anche dal Veneto, dalla Liguria, dall’Umbria, dal resto del Lazio, dalla Campania. Il colonnello Amos Spiazzi (1933 – 2012) con i suoi uomini è pronto ad occupare Sesto San Giovanni a Nord di Milano. Il comando politico dell’operazione è a Roma in Via Sant’Angela Merici negli uffici del maggiore Mario Rosa che alle 22:15 fa partire l’azione: la macchina del golpe è in moto, è l’ora X.
Gli obiettivi dei congiurati sono quelli dell’occupazione degli uffici RAI di Via Teuladia, il Ministero degli interni e della Difesa, uccidere il Capo della polizia Angelo Vicari (1908 – 1991), rapire il Capo dello Stato Giuseppe Saragat (1898 – 1988).
Alle ore 23:00, alcuni obiettivi strategici come il Viminale sono già raggiunti, dall’Armeria vengono prelevati duecento mitra, centinaia di uomini sono già in azione. All’1:40 improvvisamente dalla centrale politica arriva un contrordine: smobilitare, tutti a casa.
Per i tribunali italiani tutto questo non è mai successo: anzi molto probabilmente nessuno ha mai seriamente pensato a un golpe. Davvero allora non è successo nulla? Forse no.
Un medico di Rieti, dopo aver partecipato al golpe e dopo aver fatto dieci anni di latitanza, di nome Adriano Monti ha scelto recentemente di confessare, gettando nel caos i verdetti della Magistratura.
Così racconta: «Avevo questo amico, questo alto funzionario della Corte dei Conti, che faceva parte del gruppo ristretto del comandante Borghese ed era il delegato regionale del Fronte Nazionale, per la Regione Lazio. Fu lui che praticamente mi fece incontrare a casa sua, in via Flaminia, il comandante e parlando venni coinvolto in questa fase di preparazione del progetto: ricreare in Italia un nuovo tipo di democrazia, per poter fronteggiare questa tendenza di sinistra, che allora faceva molto paura». La paura del comunismo fu il principio, secondo Monti, per cui Borghese avrebbe progettato e ideato il colpo di Stato. Un progetto da attuarsi con l’aiuto delle forze armate coinvolgendo civili e militari.
Per capire questa storia, dobbiamo sforzarci di compiere un leggero passo in avanti, arrivando al momento in cui gli italiani scoprono, per la prima volta, di essere stati sul punto di diventare cittadini di una dittatura militare. Dalla notte di quel fantomatico golpe sono passati più di tre mesi: il 17 Marzo 1971, alle ore 15:00, il quotidiano romano Paese sera titola di essere stato “scoperto un complotto di estrema destra” per un “piano eversivo contro la Repubblica”.
La notizia corre brevemente su tutti i notiziari nazionali e il Parlamento sospende tutte le sedute, richiamando il Ministro degli interni Franco Restivo a dare conto delle indagini della polizia e della Magistratura. In realtà, secondo il Ministro, non è accaduto nulla, ma dal Palazzo di Giustizia partono i primi arresti.
Claudio Vitalone (1936 – 2008), allora Pubblico Ministero del processo Borghese, racconta come: «Noi pubblicammo come Procura della Repubblica di Roma, una gravissima ipotesi di reato, che era un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato (…) chiunque promuove un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato, è punito con l’ergastolo».
I telegiornali narrano: «Vi diamo subito i nomi dei responsabili con le ipotesi di reato. Gli accusati sono l’ex Maggiore dell’esercito Mario Rosa, segretario organizzativo del Fronte Nazionale – capeggiato da Borghese; l’ex tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci, segretario della sezione romana dell’associazione Paracadutisti e il costruttore edile Remo Orlandini». Il giorno dopo è la volta di Julio Valerio Borghese, ma il “principe nero” è irreperibile, diventato ormai una primula rossa.
La polizia lo indica come il leader di questa cospirazione. Il capo delle formazioni del Fronte Nazionale è a tutti gli effetti un latitante, ma chi è in verità Julio Borghese? Quali sono i progetti del Fronte Nazionale? Ha spiegarlo sarà proprio lui, durante un’intervista rilasciata a Giampaolo Pansa, sabato 5 Dicembre del 1970, a meno di 48 ore dalla notte del presunto golpe.

Nella foto il leader Giorgio Almirante, accanto al presidente onorario del Movimento Sociale italiano: Junio Valerio Borghese.

Questa intervista comparirà su “La Stampa” il 9 Dicembre del 1970 e prenderà il titolo di “Deliri del principe nero”: «quello che stiamo tentando di fare, è creare un centro di potere su scala nazionale, basato sulle strutture di quel tipo di nazione, che noi vorremmo vedere attuato. (…) Forse servirà un golpetto, ma credo che non occorrerà (…) noi ci avvarremo di inserire, senza colpo ferire, quel vuoto che esiste fin da ora. Oggi la classe politica, si è arresa totalmente ai comunisti. Il dilemma è: Roma o Mosca. Voi preferite essere dominati da Mosca? E allora scegliete il PC».
Al centro della visione politica di Borghese c’è un anti-comunismo viscerale, ma vi sono anche toni cupi e violenti e quegli stessi toni si ritrovano nell’ultima intervista televisiva rilasciata da Borghese durante la sua latitanza alla televisione svizzera: «Oggi parlo contro gli italiani, quando le dico per esempio che uno dei nemici più grandi che abbiamo nel nostro Paese sono i comunisti e questi sono appunto italiani e non mi imbarazza affatto dire che sono nemici e che se potessimo sterminarli io sarei molto contento, perché questo libererebbe il nostro Paese da nemici che ci vivono e che sono una minaccia continua».
Parole dure, violente, minacciose: ma l’anti-comunismo di Borghese del resto viene da lontano.
Junio Valerio Scipione Ghezzo Marcantonio Maria dei principi Borghese nasce a Roma il 6 Giugno del 1906. La sua è una delle più importanti famiglia della storia italiana: i Borghese hanno dato alla chiesa un Papa, si sono imparentati con i Bonaparte, hanno espresso uomini di governo e diplomatici nell’Italia liberale. Junio entra in marina nel 1922, a 16 anni, proprio quando il fascismo prendeva il potere e la sua carriera sarà folgorante: durante la seconda guerra mondiale, Borghese è al comando del sommergibile Scirè con il quale si distingue in imprese memorabili che ne faranno un mito non solo nella nostra marina militare. Il 19 Dicembre 1941, Borghese affonda due Corazzate inglesi e un incrociatore: sarà uno dei pochi successi italiani, nel corso del conflitto.
Ma il giorno che segnerà per sempre la vita di Borghese è l’otto Settembre del 1943: nell’Italia della resa e della disfatta fascista, Borghese sceglie di rimanere alleato della Germania hitleriana, contro il “traditore” Badoglio. Con i volontari della Decima Mass, di cui assume il comando, Borghese continua a combattere contro gli anglo-americani che avanzano da Sud. Le formazioni di Borghese sono coinvolte nella guerra civile e la decima verrà accusata di efferatezze per le quali – a liberazione avvenuta – il suo comandante sarà chiamato a rispondere in tribunale. Documenti americani, desecretati solo nel 2000, provano la collaborazione di Borghese e di uomini della Decima con gli americani, già prima del 25 Aprile 1945. Dopo la liberazione, sarà proprio l’intervento personale di James Jesus Angleton (1917 – 1987), responsabile del contro-spionaggio dell’OSS, da cui poi nascerà la CIA, a salvare la vita al “principe nero”.
Processato tra il 1947 e il 1949 per collaborazionismo e guerra partigiana, grazie alle pressioni americane – oggi note – sulla procura militare italiana, Borghese viene condannato, ma ottiene le attenuanti. Dopo pochi anni di prigione è rimesso in libertà, ma è nell’Italia Repubblicana e anti-fascista Borghese resta un esule a disagio.
La via della politica di partito, con il Movimento Sociale, di cui diventa presidente onorario, si rivela ben presto un fallimento. Il principe non condivideva tutte le scelte a suo dire “politicanti” del movimento politico, poiché egli si definiva – ed era – uomo militare.
Un personaggio in difficoltà di fronte alla nascente Repubblica italiana, nata già con più ombre che luci dopo il Referendum, decide di giocare in solitaria e fonda nel 1968 il Fronte Nazionale.
Un movimento – quello di Borghese – che si incasellava in un Paese scosso dalla rivolta studentesca e dai movimenti sovversivi degli operai. Con il Fronte Nazionale, il “principe nero” puntava a divenire collante e riferimento dei movimenti della destra radicale, che non si riconoscono nei movimenti della politica del Movimento Sociale, che giudicano troppo moderato.
Borghese ambiva ad un’azione rivoluzionaria, ovvero ad un mutamento radicale, che doveva essere accompagnato da un’ipotesi tecnica – golpista – che potesse incarnarsi come il “momento 0”, della “rivoluzione”. Falliti i contatti con Ordine Nuovo di Pino Rauti (1926 – 2012), rientrante nei ranghi del Movimento Sociale, l’alleato principale di Borghese diviene unicamente Avanguardia Nazionale.
Ma che realtà era in verità Avanguardia Nazionale? Un movimento composto da militanti ed aderenti, i quali ambivano anch’essi ad instaurare “strutture parallele” alla Repubblica. Note al SID (Servizio informazioni difesa), le strutture clandestine del movimento avanguardista erano costantemente monitorate con accuratezza. Il leader del movimento, Stefano Delle Chiaie, dichiarava su Borghese: «ho ritenuto che Borghese rappresentasse una speranza politica importante e Avanguardia fu messa a sua disposizione, nel senso della militanza. Abbiamo avuto l’onore di essere stati considerati in maniera particolare dal comandante e noi l’abbiamo considerato senz’altro in un modo particolarissimo».

Avanguardia Nazionale (AN) è stata un’organizzazione politica di estrema destra nazional-rivoluzionaria italiana, fondata il 25 aprile 1960 da Stefano Delle Chiaie. Con una struttura molto gerarchizzata e impermeabile all’esterno, nel 1964 entra in correlazione con ufficiali dell’Arma dei Carabinieri e del SIFAR, con cui avrebbe dovuto «operare parallelamente» in funzione golpista. Nel 1965 AN si scioglie nella sua struttura di facciata per riemergere all’interno del fenomeno del movimento studentesco. Si ricostituisce ufficialmente nel febbraio del 1970, partecipando al Golpe Borghese. Si discioglierà formalmente nel 1976.

Ma un’operazione così ambiziosa, da chi è stata finanziata? Anche di questo parlano le informative del SID: è la data dell’undici Maggio 1969 – «il comandante Borghese nel corso di una riunione di esponenti del mondo imprenditoriale genovese, ha deciso la costituzione di gruppi di Salute Pubblica, per contrastare anche con l’uso delle armi, l’ascesa al potere del PC (Partito Comunista)».
La base di questa nota del SID è in un rapporto dei Carabinieri: «Il 12 Aprile, ultimo scorso, a Genova in una villa appartata a picco sul mare, sita in via Capo Santa Chiara 39, il noto comandante Valerio Borghese si è incontrato con l’armatore Cameli Alberto, con l’avvocato Meneghini Gianni, con il presidente Lagorio Serra Gianluigi e con il proprietario della villa, l’industriale Canale Guido».
Così racconta il giornalista Camillo Arcuri: «Lui venne qui a Genova nel 1969, fece queste sue proposte e alla fine chiese anche questi finanziamenti, preannunciando il colpo di Stato per il periodo di Luglio-Agosto del 1969. Da qui aderì e fece giungere fondi, ai piani di Borghese, – uomini paragonati al potere degli Agnelli – Piaggio, l’avvocato De Marti, il re del caffè Tubino, la crema economica ligure».
Trame, dunque, con i Movimenti dell’estrema destra, con i militari, con il mondo imprenditoriale – ricordo come tutti gli imprenditori citati sono stati assolti -, ma tornando alle indagini del 1971 subito dopo i primi arresti, la Magistratura chiede al SID cosa sappia sul Fronte Nazionale e del tentativo di Colpo di Stato. Il 13 Agosto del 1971, con il documento 13-03 il capo del servizio segreto militare italiano – il generale Vito Miceli – scrive: «quale capo del servizio informazioni della difesa, riferisco che dai controlli disposti, non emerse alcuna conferma della notizia riferita. Ogni ricerca informativa in merito svolta dal servizio ha portato all’esclusione di collusioni, connivenze e partecipazioni di ambienti o persone militari in attività di servizio».
Ma né Miceli, né altri al SID, trasmettono alla Magistratura tutte le informazioni, le quali sono di contro chiare prove d’accusa verso Borghese e verso i suoi contatti. Il 25 Febbraio del 1972, Remo Orlandini, Sandro Saccucci e tutti gli altri imputati vengono scarcerati. Il primo Dicembre del 1973, viene revocato il mandato di arresto di Borghese. La notte dell’otto Dicembre del 1970, insomma, non sarebbe successo assolutamente niente.
Quando tutto sembrava concluso, il 15 Settembre del 1974, un clamoroso colpo di scena, riapre d’improvviso il caso: l’autorità giudiziaria riceve un voluminoso dossier, inviato dal responsabile politico del SID, il Ministro della Difesa Giulio Andreotti (1919 – 2013). Tale plico voluminoso è diviso in tre parti e in specificato modo la prima, studia nei dettagli il golpe Borghese vero e proprio, descrivendo le fasi di preparazione del piano eversivo e gli obiettivi dei cospiratori.
A fornire a Giulio Andreotti il Dossier fu il numero due del Servizio Segreto Militare, il generale Gianadelio Maletti (1921), Capo del contro-spionaggio militare. L’inchiesta è delicatissima, poiché indaga su un gruppo di personaggi che sta cospirando ai danni delle Istituzioni Repubblicane: Maletti ne tiene all’oscuro lo stesso leader del SID, il generale Vito Miceli.
Antonio Labruna, capitano dei Carabinieri, fungerà da supporto tecnico a Maletti, registrando e ottenendo tutte le informazioni sugli aspiranti golpisti, fingendosi un loro complice, legato all’Arma. Il 17 Giugno del 1974, l’agente Labruna registra alcune informazioni determinanti legate ai cospiratori. Ne evince che Remo Orlandini era l’individuo più preparato sotto il punto di vista militare, ma secondo la testimonianza era coinvolto nel tentativo golpista anche Vito Miceli, il Capo del SID. Secondo le registrazioni degli infiltrati di Maletti, a casa di Remo Orlandini avvenne l’incontro tra Julio Valerio Borghese e Vito Miceli.
Davanti a queste fonti autentiche Gianadelio Maletti, si rivolge direttamente al Ministro della Difesa Giulio Andreotti, che racconta in uno spaccato Rai: «Maletti viene da me e mi dice “guardi dalle indagini che ho fatto c’è un colloquio che ha avuto personalmente, il generale Miceli con il principe Borghese”. Nel fare questa inchiesta si ritrova il suo superiore, in combutta con Borghese – dunque non poteva dirlo al suo superiore, ma doveva dirlo a me (…) e sentimmo questa registrazione e il tecnico di questa, era il capitano Labruna».
Miceli una volta sentito da Andreotti si difende, con l’affermazione che egli doveva prendere informazioni, ma come Andreotti affermò «non è il Capo del Servizio, che va a prendere le informazioni».
Vito Miceli, in breve, viene scaricato dalle altre autorità militari. Ancora Andreotti ricorda come: «l’errore fu di chi l’aveva messo a capo dei Servizi, perché non aveva né la professionalità di questo, né forse quel tanto di malizia, che forse può darsi sia necessaria pure per dirigere i Servizi». Il giorno successivo il Ministro della Difesa Giulio Andreotti destituisce Vito Miceli e una ventina tra generali e ammiragli, sostituendoli senza una particolare spiegazione.
Un vero e proprio terremoto ai vertici dei Servizi Segreti e delle forze armate, ma quel Dossier riapre anche le indagini della Magistratura il 10 Ottobre del 1974, con la Procura di Roma che spicca 23 mandati di cattura e nell’elenco figurano tutti i nomi dell’inchiesta del 1971, poi scarcerati dopo un anno, ma questa volta tra gli arrestati vi è anche Adriano Monti.
Un anno più tardi, dopo aver negato tutto, Adriano Monti uscito per problemi di salute, fugge all’estero, dove resta latitante per dieci anni. Nel frattempo il processo Borghese costruito proprio a partire da quel Dossier del SID, si apre a Roma nell’aula bunker del Foro italico il 30 Maggio del 1977.
Gli imputati sono ben 78, tra loro anche Vito Miceli – ormai destituito da Capo del SID, che è stato arrestato il 30 Ottobre del 1974. Tra i latitanti, oltre ad Adriano Monti, anche l’imputato chiave Remo Orlandini. E sulla base di quel Dossier l’accusa propone uno scenario sconcertante: un vero e proprio tentativo di golpe, che avrebbe dovuto avere luogo il 7 Dicembre del 1970, quando un commando di uomini legati ad Avanguardia Nazionale e del Fronte Nazionale penetrano dentro il Ministero degli interni e saccheggiarono l’armeria. Così, sotto intercettazione, racconterà Remo Orlandini: «Nel primo pomeriggio, sono entrati nel deposito, nell’armeria insomma, hanno caricato tutti i caricatori, hanno tirato fuori le armi, le hanno ingrassate, hanno messo a posto tutto quanto. Hanno messo in ordine le mitragliatrici pesanti e le hanno portate nei punti per la difesa del Ministero degli Interni. Eh! – sorride – chi c’entrava più lì! (…) arrivati alla sera – era piuttosto tardi – c’è voluto molto tempo perché gli uomini erano pochi, (…) dal Ministero degli Interni dovevano uscire 200 militari – invece di 200, ne uscirono 180 – che dovevano arrivare a me e che io dovevo dare a determinate persone, per un altro obiettivo (…) le armi non le ho avute, perché poi è arrivato l’ordine di rientrare e abbiamo fatto in tempo a riprenderle per strada, abbiamo ripreso l’autocarro per strada, lo abbiamo fatto rientrare e scaricare, poi le armi sono state di nuovo incassate e rimesse a posto (…) mancava una sola pistola e non è stata portata via dagli uomini di Avanguardia Nazionale, ma da uno dei miei a cui piaceva troppo, erano belle quelle armi, veramente belle. Di sei ne sono rientrate cinque, ne mancava una e l’ho fatta arrivare dalla Germania, dopo quindici giorni l’abbiamo rimessa a posto e nessuno si è accorto di niente».

Da sinistra a destra: Giulio Andreotti, Adriano Monti, Claudio Vitalone.

Come racconta Claudio Vitalone – Pubblico Ministero al processo Borghese -, «in un colpo di Stato, il Viminale ha dei centri di comunicazione, con tutta l’autorità periferica, che può essere disinformata, attraverso una gestione della linea superiore di comando, occasionalmente finita nelle mani di chi vuole destabilizzare la vita del Paese (…). Rinvenimmo accanto a dei MAV (Moschetti automatici Beretta), un’arma visivamente contraffatta e l’arma che fu periziata, era un’arma assemblata con parti diverse e quindi non era l’arma originale».
Quella pistola contraffatta sembrerebbe la conferma definitiva alle parole di Orlandini sul furto d’armi al Viminale, ma sempre – secondo l’accusa – quelle prelevate al Ministero degli Interno non sono le sole armi a disposizione dei golpisti: quasi 200 uomini – 197 per l’esattezza – partirono nella tarda serata del 17 Dicembre dalla caserma di Città Ducale al comando di Luciano Berti, apostrofato dal Monti come «un uomo tutto d’un pezzo, d’intelligenza superiore, di una fedeltà assoluta e di una lealtà assoluta».
Fu accertato infatti, dalla requisitoria del Pubblico Ministero – Claudio Vitalone, che l’auto colonna lungi dal dirigersi lungo i Colli Albani, punta dritta su Roma, arrestandosi sulla via Olimpica a poca centinaia di metri dagli impianti della televisione. Il segnale d’arresto è impartito dal Berti, il quale fermatosi dietro un autoveicolo in sosta, dal quale discendono due individui e con i quali intrattiene una discussione, fa riprendere la via del ritorno verso la caserma di Città Ducale. Non ci fu nessuna spiegazione agli ufficiali, sulle motivazioni della “mancata esercitazione”.
Secondo l’accusa, accanto agli uomini di Borghese e di Avanguardia Nazionale, c’era un gruppo di guardie forestali proveniente da Rieti, che a pochi metri dalle sedi Rai di Via Teuladia, avrebbe misteriosamente ricevuto un contrordine. Ma davvero poche centinaia di uomini, avrebbero potuto creare un regime militare in Italia? Qual era allora il vero obiettivo di quella azione? Ancora secondo Claudio Vitalone, l’ipotesi più plausibile è in una ricostruzione della strategia golpista. Creare le premesse per un intervento di tipo autoritario: una volta che si fossero accesi vari focolari di infezione nella Capitale, probabilmente sarebbe stato legittimo l’intervento degli apparati dello Stato e se mai uno di questi “apparati” fosse stato coinvolto nella strategia golpista, avrebbe avuto un titolo di apparente legittimazione dell’intervento. Rimuovere la condizione eccezionale, nella quale ci si era venuti a trovare, per effetto della “provocazione” e della reazione “legittima”, dipendeva soltanto da chi gestiva il progetto eversivo.
L’ipotesi più plausibile, chiama in causa le presunte complicità di apparati dello Stato, eppure nella notte tra il sette e l’otto Dicembre 1970, queste complicità non ci sono o forse – per così dire – non scattano.
Ancora dalle intercettazioni a Remo Orlandini capiamo come l’ordine di rientro arriva all’01:00 di notte. Orlandini era al comando del “reparto B”, mentre al “comando A” vi era il comandante Borghese, che comunica al suo amico l’ordine perentorio di “far rientrare tutti”.
Inquietante e irrisolto l’interrogativo di chi impartì a Borghese l’ordine di cessare l’attività golpista: nemmeno nella ricostruzione accusatoria il quesito trova una risposta sensata. Secondo Orlandini la mancata presa del Ministero della Difesa nei termini previsti, avrebbe fatto “saltare” le operazioni.
Il principe Borghese, riparato nella Spagna franchista, non rientrerà mai in Italia, poiché morì all’età di 68 anni a Cadice in circostante mai veramente chiarite nell’Agosto del 1974. Adriano Monti, anche lui assente al processo, ha testimoniato nel 2012 il suo ruolo all’interno dei cospiratori: doveva fungere da “ambasciatore” in Europa – attraverso le sue personali conoscenze internazionali – per capire se il cambio “presidenziale” fosse gradito in determinati ambienti europei, poiché l’Italia aveva degli accordi internazionali con l’Occidente, soprattutto con gli Stati Uniti d’America.
Il 19 Dicembre del 2004, grazie al Freedom of Information Act (FOIA), il quotidiano La Repubblica, acquisisce documenti esplosivi: 5 informative che l’ambasciata americana a Roma, spedisce a Washington tra l’Agosto e il Settembre 1970: oggetto di queste informative – fino ad oggi segretate – è proprio il progetto di Borghese. Gli americani, dunque, sapevano del colpo di Stato. Tra le informative si fa riferimento ai cospiratori e ad una personalità americana in attività a Roma che di questi contatti riferisce all’ambasciatore a Roma Graham Martin.
Da ciò uscirà, come detto, il nome di Adriano Monti: una figura di spessore e rilievo nell’inchiesta, poiché avrebbe fatto da tramite tra il gruppo dei golpisti e l’ambasciata americana. Da parte statunitense avrebbe mediato, con Monti, Ugo Fenwich riferito nelle informative genericamente come un importante uomo d’affari americano, rappresentante in Italia per il Partito Repubblicano statunitense, in stretto contatto con Henry Kissinger e Richard Nixon. Fenwich era apparentemente un ingegnere che si occupava di questioni imprenditoriali e commerciali, ma in realtà era indicato come uno dei fornitori di danaro ai congiurati.
Il giorno degli arresti Ugo Fenwich e la sua famiglia lasciano Roma d’urgenza, richiamati negli States: dunque la Casa Binaca di Nixon era a conoscenza di tutto il piano golpista di stampo militare, ma solo una parte della Cia, ha spinto in tale direzione, poiché parte dell’intelligence americana, sognava una cintura italiana militare anti-sovietica, riprendendo i modelli dell’America Latina, che gli Stati Uniti proteggevano.
Monti non si limitò solo ad intrattenere rapporti con gli americani, ma compì diversi viaggi in Spagna, a Madrid, per incontrarsi più volte con Otto Skorzeny (1908 – 1975), ex ufficiale delle Waffen-SS, uomo artefice della liberazione di Benito Mussolini dalla reclusione sul Gran Sasso, nel Settembre del 1943 e grande amico del principe Borghese. Ma che ruolo ricopre Skorzeny in questa storia? Otto Skorzeny era uno dei fiduciari dell’Organizzazione Gehlen – una organizzazione di intelligence tedesca, che aveva operato molto bene negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale e che fu praticamente cooptata dagli americani e fu inserita come una delle forze di intelligence fiancheggiatrici della Cia.

Otto Skorzeny (Vienna, 12 giugno 1908 – Madrid, 5 luglio 1975) è stato un militare austriaco. Soldato della Germania nazista, acquistò grande notorietà durante la seconda guerra mondiale per aver partecipato alla liberazione di Mussolini dalla sua prigionia del Gran Sasso d’Italia del 1943, l’operazione Quercia.

Adriano Monti, dunque, vuole accertarsi se l’ex ufficiale nazista poteva dare al principe Borghese la conferma, da parte di certi ambienti dell’intelligence americana, di una ipotetica approvazione statunitense verso questo tipo di iniziativa.
La risposta di Skorzeny fu positiva, ma la condizione era pesante: la presenza di Giulio Andreotti, come presidente del nuovo Governo militare, un personaggio che avrebbe potuto garantire un passaggio indolore per il cambio istituzionale. L’ex Senatore Andreotti recentemente scomparso, nella vicenda Borghese, ha sempre negato la conoscenza di queste trame, e siamo sicuri che queste, come altri suoi segreti, rimarranno in sospeso nella storia della Repubblica italiana.
Difatti Adriano Monti, non è a conoscenza di un coinvolgimento di Giulio Andreotti e tutte queste trame furono svelate solo nel 2012 ed erano sconosciute agli atti del processo.
A Roma il 14 Luglio del 1978, i giudici della corte d’assise che giudicavano i presunti golpisti di Valerio Borghese, con il pubblico Ministero Claudio Vitalone, dichiararono nella requisitoria la condanna di sessanta imputati per complessivi 495 anni di carcere. La corte d’assise in realtà deciderà per pene molto più miti, poiché cadde l’accusa più grave: quella di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.
Rimane in piedi solo la cospirazione politica: Adriano Monti viene assolto per insufficienza di prove, così come l’ex Capo del SID Vito Miceli. Remo Orlandini viene condannato a dieci anni, Stefano Delle Chiaie e Amos Spiazzi a cinque anni, Sandro Saccucci a quattro anni. Assolto anche Luciano Berti: la marcia del Corpo Forestale su Roma, è considerata infatti soltanto una “coincidenza”.
La corte di Primo Grado, ritiene anche che non sussista l’invasione del Ministero degli Interni. Quanto al progetto golpista, la corte scrive: «Per quanto in astratto non peregrina, l’allegazione di una congiura ad alto livello non avrebbe però ricevuto ulteriori conferme e rimane nella sua essenza frutto di una analisi generica non ancorata a sintomi tangibili».
Per i giudici di primo grado non c’è stata nessuna macchinazione, nessuna congiura. Ad alto livello insomma, nessun tentativo di golpe e con i successivi processi, cadrà anche l’accusa di cospirazione politica. Il 27 Novembre del 1984, la corte d’assise d’appello di Roma, ribalta il giudizio di primo grado e manda tutti assolti. Nel 1985 la Cassazione conferma quella assoluzione: «la corte ritiene che i clamorosi eventi della notte in argomento si siano concretati nel conciliabolo di quattro o cinque sessantenni».
In questa storia senza fine, vi è ancora un ultimo colpo di scena e ne sono protagonisti il giudice istruttore Guido Salvini e di nuovo il capitano Antonio Labruna: siamo a Milano il 7 Novembre del 1991. Durante un’indagine sulle stragi degli anni sessanta e settanta, soprattutto la strage di Piazza Fontana e gli altri episodi eversivi di quella stagione, attribuiti a gruppi di estrema destra come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, ne verrà fuori che Labruna aveva in suo possesso tutti i nastri originali delle intercettazioni sul golpe Borghese e che queste registrazioni – copiate dal Carabiniere prima di consegnarle al suo superiore – risultassero difformi da quelle ascoltate dalla Magistratura, la quale riceveva nelle registrazioni i nomi di ufficiali militari in fase di pensionamento, mentre altri – pienamente in carriera – furono tacitamente cancellati e omessi, rimanendo in servizio con ruoli fortemente centrali nello Stato Maggiore.
L’Ammiraglio Giovanni Torrisi (1917 – 1992) – rivela Guido Salvini -, che divenne un importante ufficiale nello Stato Maggiore della Marina e poi diventerà Difesa: un uomo che sicuramente aveva peso nel panorama militare-politico italiano e non era l’unico.
Torrisi, infatti, non sarà l’unico nome a scomparire dai nastri del carabiniere Labruna, consegnati alla Magistratura. Da quei nastri, nel 1974, è scomparso proprio il nome di colui che si sarebbe dovuto occupare del rapimento del Capo dello Stato Giuseppe Saragat. Questa parte del rapimento fu affidata a uomini della Massoneria, appartenenti alla P2 – personalità riscontrate successivamente nelle vicende, anche giudiziarie degli anni successivi -, il che fa comprendere la motivazione di non rendere nota pubblicamente il coinvolgimento di alcune personalità.
Ad occuparsi del rapimento del presidente Saragat, secondo le intercettazioni di Labruna, doveva essere il massone Licio Gelli (1919 – 2015), insieme ad altri affiliati alla Loggia P2. Ma dal Dossier del 1974, sono scomparsi anche altri particolari fondamentali, ad esempio chi avrebbe dovuto assassinare il Capo della Polizia dell’epoca: Angelo Vicari. In questo caso si trattava di uomini, provenienti da Palermo, appartenenti alla Mafia siciliana e sempre dai nastri si è recentemente appreso come i killer fossero già presenti a Roma, pronti ad agire.
Dell’adesione della Mafia al progetto Borghese, parlano oltre a Tommaso Buscetta (1928 – 2000) anche altri pentiti e tra loro, sono emersi i nomi di Luciano Liggio (1925 – 1993) e Antonino Calderone (1935 – 2013) che dalle loro confessioni, hanno fatto emergere come il governo post-golpista, in cambio di questo appoggio, avrebbe concesso un’amnistia e alleggerito le situazioni processuali di alcuni importanti Boss mafiosi.
Dunque la mafia, la P2, i più alti vertici militari, i servizi segreti e poi anche imprenditori, politici: uno scenario ben diverso da quei “quattro sessantenni nostalgici” di cui parla la sentenza finale di assoluzione, ma perché allora nel 1974 – prima di consegnarlo alla Magistratura – dal Dossier di Labruna, furono tolte delle parti, così importanti? Andreotti ricorda: «Sono passati molti anni, ma ricordo c’erano alcune cose che non erano essenziali agli effetti di responsabilità di carattere penale, ma la cui pubblicità avrebbe potuto essere nociva, sotto altri aspetti, di conoscenze, di rapporti con altri servizi. Di questo ricordo ci fu, una necessità di questo genere».
Nel 1995, la procura di Roma ha incriminato Licio Gelli per cospirazione politica, insurrezione armata contro i poteri dello Stato, attentando all’incolumità e alla libertà personale del Presidente della Repubblica. Per la manipolazione dei nastri, sono stati incriminati, il generale Maletti, il capitano Labruna e il colonnello Romagnoli: a loro è stato contestato il reato di omissione dell’atto d’ufficio, per sottrazione di documenti relativi alla sicurezza dello Stato.
Il procedimento contro di loro, è stato archiviato, per prescrizione il 30 Ottobre del 1997, dal Giudice Otello Lupacchini. Anche il procedimento contro Licio Gelli è stato archiviato per l’impossibilità di acquisire nuovi elementi d’indagine.

 

Per approfondimenti:
_Jack Greene, Alessandro Massignani, “Il Principe nero” – Oscar Mondadori;
_Solange Manfredi, “Il golpe Borghese”;
_Massimo Franco, “Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca” – Oscar Mondadori.
 

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Esegesi del pensiero politico progressista

Esegesi del pensiero politico progressista

di Gabriele Rèpaci 11/02/2018

I manuali accademici distinguono principalmente quattro grandi correnti all’interno del pensiero politico contemporaneo: sinistra moderata o riformista, sinistra radicale o massimalista, destra moderata o liberal-conservatrice e infine destra socio-radicale.
Secondo tale definizione il socialismo, in particolar modo le sue correnti radicali come l’anarchismo e il comunismo, rientrerebbero nella seconda categoria costituendo l’ala estrema della sinistra tanto che i due termini costituirebbero un binomio inscindibile. La tesi secondo la quale la sensibilità socialista sia legata in qualche modo alle dottrine della sinistra è un’idea indotta che risale sostanzialmente all’affaire Dreyfuss, conflitto politico e sociale consumatosi come è noto in Francia alla fine dell’Ottocento.

Alfred Dreyfus (1859 – 1935) è stato un militare francese. Generale dello Stato Maggiore, ebreo, il 22 dicembre 1894 fu condannato da un tribunale militare con l’accusa, poi rivelatasi falsa, di alto tradimento: ancora oggi una storia tra luci e ombre.

Sino a quel momento, il côté gauche, come lo si chiamava all’epoca, si definiva come il partito del Progresso, della Scienza e della Ragione in opposizione alla “destra”, la quale rappresentava tutti coloro i quali si ponevano come obiettivo di restaurare, in toto o in parte, le istituzioni dell’Ancien Régime e il potere temporale della Chiesa Cattolica.
La sinistra si è sempre presentata nella storia, come l’unica vera erede legittima dell’Illuminismo, e a questo titolo, come avanguardia più decisa di tutte le modernizzazioni concepibili, sia di carattere tecnologico, economico, politico e morale.
Al contrario la sensibilità socialista ha origini diverse se non opposte. Essa si formò veramente solo a partire dall’inizio del XIX secolo, dapprima attraverso le molteplici lotte degli operai inglesi e irlandesi contro i modi di vita degradati loro imposti dalla prima modernizzazione industriale.
Il progetto socialista, è sempre stato orientato, fin dalla sua nascita, dal desiderio che avevano i primi lavoratori moderni di proteggere, contro gli effetti disumanizzanti dell’allora nascente capitalismo, un certo numero di forme di esistenza comunitaria che essi intuivano essere l’orizzonte culturale indispensabile di qualsiasi vita umana degna di questo nome.
Il movimento operaio si pose quindi sin dalle sue origini come forza indipendente sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei “reazionari” che dei “repubblicani” e di altre forze di sinistra. Ovviamente, l’aspirazione a conservare «un mondo comune», per dirla con Hannah Arendt, si poneva in contrasto tanto nei confronti dei privilegi di casta legati alle gerarchie dell’Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – quanto nei confronti dell’individualismo della filosofia dei Lumi e la sua apologia dei valori mercantili già così ben criticati da Rousseau. Non è un caso che il termine “socialismo” sia stato coniato da Pierre Leroux (1797 – 1871) per indicare il contrario dell’individualismo assoluto.
I primi socialisti dunque non sembrano essere avversari del passato. Più esattamente essi distinguevano molto bene ciò che, nell’Ancien Régime, rientrava nell’ambito della dominazione gerarchica, da loro rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio “comunitario” (la Gemeinwesen di Marx).
Ha fatto osservare molto giustamente Jean-Claude Michéa che «per i primi socialisti una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una società degna di questo nome»¹
La sinistra così come la conosciamo oggi (o almeno come l’abbiamo conosciuta fino al 1989-1991), non è stata altro che il risultato di un compromesso storico particolarmente precario sorto in Francia nell’ambito dell’affaire Dreyfuss tra il liberalismo progressista – all’epoca essenzialmente incarnato dal partito radicale – e il movimento socialista ufficiale.
Compromesso chiaramente dettato dalla minaccia, a quel tempo quanto mai reale, rappresentata dalle forze clericali, monarchiche e reazionarie.
È questo compromesso storico che costituì dunque l’evento fondatore della sinistra del ventesimo secolo.
Per far capire ulteriormente l’infondatezza della tesi secondo la quale il socialismo trovi le sue origini nella sinistra non è forse inutile ricordare che le due repressioni di classe più feroci, e dunque più pesanti sul piano delle vittime, che si sono abbattute nel XIX secolo sul movimento operaio francese (con il plauso – ça va sans dire – della destra monarchica e clericale) sono state ogni volta decise da un governo liberale o repubblicano (dunque di “sinistra”, nel senso stretto della parola). Innanzitutto quella ordinata da Louis-Eugène Cavaignac, all’epoca delle giornate di giugno del 1848 (Cavaignac sarà del resto il principale candidato di sinistra alle elezioni presidenziali di dicembre – il che spiega in parte il voto di molti operai parigini per Luigi Napoleone Bonaparte). E poi quella, ancora più spietata, diretta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi nel maggio 1871. Si può capire come la maggior parte degli anarchici e dei socialisti avrebbe trovato particolarmente assurdo e indecente chiedere agli operai che erano appena sfuggiti a quei massacri (o che si trovavano ancora deportati in Nuova Caledonia o esiliati in Inghilterra) di riconciliarsi al più presto – col pretesto di una più che vaga “unione della sinistra e di tutte le forze progressiste” – con alcuni dei loro più odiosi carnefici (come per esempio quel sinistro Gaston de Galliffet – il “macellaio della Comune” – che nel 1899 occuperà ancora un posto decisivo nel governo di “difesa repubblicana” di Waldeck-Rousseau).

Jean-Baptiste Delafosse, “Louis-Eugène Cavaignac” (particolare) – 1848. Cavaignac (1802 – 1857) è stato un politico e generale francese.

È d’altronde contro il riformismo e il parlamentarismo della “sinistra” che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano svilupparono allora l’ideale del mutualismo o dell’autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all’opera nell’”azione diretta”, ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT.

Né Marx né Engels, non più delle altre grandi figure fondatrici del movimento socialista, hanno mai pensato di definirsi di “sinistra”. Ai loro occhi – e quando gli capitava di usare quel vocabolario proveniente dal «gergo parlamentare» (come ha osservato Tocqueville nei suoi Ricordi del 1850) – la “destra” designava l’insieme dei partiti ritenuti rappresentativi degli interessi (a volte contraddittori) dell’antica aristocrazia terriera e della gerarchia cattolica. Mentre la “sinistra”, anch’essa molto divisa, costituiva il punto di adesione politica delle diverse porzioni della classe media fino alla “piccola borghesia” repubblicana e “radicale” (la bottega e l’officina) ancora molto segnata all’epoca dalla tradizione giacobina.
L’unico uso sistematico che Marx abbia mai fatto dell’opposizione destra/sinistra è sempre stato strettamente filosofico. Si trattava allora (e Marx non faceva che riprendere una terminologia già consacrata) di distinguere gli hegeliani “di destra”, fautori del “Sistema”, dagli hegeliani “di sinistra” fautori del “Metodo”. Tale uso filosofico si ritroverà, in una certa maniera, nel vocabolario leninista (e poi maoista) per designare i due tipi possibili di deviazione filosofica di una “linea giusta” – la “deviazione di sinistra” (o “sinistrorsa” e “settaria”) e la “deviazione di destra” (o “opportunista” e “revisionista”). Per il resto è evidente che Lenin non ha mai chiesto ai lavoratori di fondersi in una “unione della sinistra” qualsiasi – unione che, secondo lui, avrebbe messo il movimento operaio “a rimorchio” della borghesia – e nemmeno, a maggior ragione, in un qualunque “blocco repubblicano”.
Sia Marx sia Engels nutrivano una profonda stima per alcuni critici romantici del capitalismo industriale, nei cui confronti avevano un indiscutibile debito intellettuale. Certo, nel Manifesto del Partito Comunista (1848) essi rifiutavano come “reazionario” qualunque sogno di tornare all’artigianato o ad altri modi di produzione precapitalistici e celebrarono il ruolo storicamente progressista del capitalismo industriale, che non soltanto aveva sviluppato su scala gigantesca e senza precedenti le forze produttive, ma aveva anche creato l’universalità, l’unità dell’economia mondiale, presupposto essenziale per la futura umanità socialista. Elogiarono il capitalismo perché aveva lacerato i veli che nascondevano lo sfruttamento nelle società precapitalistiche, ma è un elogio che comportava una punta di ironia: introducendo forme di sfruttamento più brutali, più esplicite e più ciniche, il modo di produzione capitalistico avrebbe favorito lo sviluppo della coscienza e della lotta di classe degli oppressi. L’anticapitalismo di Marx non mirava all’astratta negazione della civiltà industriale (borghese) moderna, ma alla sua Aufhebung, cioè al tempo stesso alla sua abolizione, la conservazione delle sue più grandi conquiste e il suo superamento da parte di un modo di produzione superiore.
Tuttavia a partire dagli anni ’70 del XIX secolo e fino alla morte nel 1883, Marx cominciò a mettere in forse i risultati delle sue opere precedenti e a nutrire seri dubbi sulla possibilità di una rivoluzione proletaria in Occidente. Fu in tale contesto che pur senza condividere i presupposti ideologici dei Narodniki, il Moro di Treviri iniziò a supportare l’idea che la comunità russa tradizionale (obščina) avrebbe potuto far saltare alla Russia la fase storica del capitalismo e approdare direttamente al comunismo muovendo da quella dimensione collettiva della vita che connotava da secoli la storia rurale del paese. Come scriverà esplicitamente nella lettera dell’8 marzo 1881 alla populista russa Vera Zasulič, «questa comune è il fulcro della rigenerazione sociale in Russia. Ma perché possa svolgere tale funzione, bisognerebbe dapprima eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da ogni parte, e poi garantirle le condizioni normali di uno sviluppo spontaneo».²

Statua di Karl Marx e Friedrich Engels (particolare) a Bishkek nel Kirghizstan.

Marx insisteva, beninteso, sulla necessità che la comune agraria si appropriasse delle conquiste e delle tecniche della civiltà industriale europea, ma la sua analisi coincideva comunque in larga misura con la scommessa Narodnik sulla possibilità di risparmiare alla Russia i tormenti della modernità.
Il compromesso storico sorto all’epoca affaire Dreyfuss tra la borghesia progressista e il movimento socialista venne a rompersi definitivamente con gli eventi del maggio del ’68 quando i fondamenti storici della destra clericale, monarchica e reazionaria scomparirono progressivamente in conseguenza del dirompere di quel «nuovo spirito del capitalismo» di cui hanno parlato i sociologi Luc Boltanski e Éve Chiapello.³
Una volta che tale instabile configurazione ideologica ha rinunciato a conservare nel suo programma ufficiale la critica radicale del capitalismo moderno essa si è trasformata in una semplice macchina politica destinata a legittimare, in nome del “progresso” e della “modernizzazione”, tutte le fughe in avanti della civiltà liberale. Risulta dunque evidente che in tale ruolo la sinistra è infinitamente meglio attrezzata dal punto di vista intellettuale di tutte le destre del mondo.
La “destra” ha infatti la tendenza a difendere la premessa (l’economia della concorrenza assoluta), ma ancora stenta ad accettarne la conseguenza (il riconoscimento delle unioni di fatto, la delinquenza, l’immigrazione ecc…) mentre la “sinistra” tende a operare scelte contrarie. Il merito, se così si può chiamarlo, di quest’ultima fazione politica è quella di rendere immediatamente visibile la complementarietà dialettica dei due versanti dell’accumulazione del capitale, quello dell’economia e quello della cultura.
La domanda che dobbiamo porci dunque è la seguente: coloro che credono ancora nella possibilità di edificare una società libera, ugualitaria e solidale o, in altri termini, coloro che si riconoscono nell’ideale socialista, possono fare ancora affidamento sulla “sinistra”? La risposta è no, non possono.
In un suo ben argomentato studio⁴ il filosofo e sociologo francese Jean-Claude Michéa ha sostenuto la tesi secondo cui la sinistra oggi, avendo completamente abbandonato le lotte sociali e politiche che furono del movimento operaio, si è riconfigurata come completamente organica al capitalismo e permanentemente in balia di quello che lui ha definito «il complesso di Orfeo» ovvero non riesce a guardarsi indietro considerando tutto ciò che è vincolato alla tradizione e al passato come qualcosa di intrinsecamente dannoso da cui prendere congedo. La sinistra nel suo odierno divorzio dalle classi popolari fa suo il progetto di “progressismo capitalistico”. In nome del “progresso” il capitale oggi continuamente dissolve e destruttura ogni legame tradizionale, ogni radicamento culturale, simbolico, spirituale e territoriale con l’autorità dell’«eterno ieri» per citare Max Weber.
Se l’ideale socialista oggi vuole essere rivitalizzato non va più inteso come lotta di classe o dittatura del proletariato, bensì come common decency (secondo la fortunata formula di George Orwell), ovvero il concetto secondo il quale una vita compiuta non si misura dalla quantità di potere e di denaro che si riescono ad accumulare durante la propria esistenza.
Un socialismo quindi umanistico, comunitario e tradizionale che preveda un approccio municipalista e confederale all’economia; cosa ben diversa da una sua centralizzazione in imprese “nazionalizzate”, da una parte, o la sua riduzione a forme di capitalismo collettivista “controllato dai lavoratori”, dall’altra. La democrazia economica, nel suo senso più profondo, significa, secondo quanto ha sostenuto l’anarchico statunitense Murray Bookchin «l’accesso libero e democratico ai mezzi di vita, la garanzia di affrancarsi dal bisogno materiale, e non certo il coinvolgimento operaio nelle faticose attività produttive che faremmo meglio a lasciare alle macchine. Che la democrazia economica sia stata reinterpretata per significare proprietà delle maestranze o che la democrazia del lavoro sia diventata compartecipazione operaia alla gestione industriale, invece che libertà dalla schiavitù della fabbrica, del lavoro razionalizzato e della produzione pianificata, è un impudente stratagemma che ha purtroppo mietuto insperati successi anche in ambiti radicali.»⁵
Come ha osservato correttamente a suo tempo Georges Bernanos «esiste una borghesia di sinistra e una borghesia di destra. Non c’è invece un popolo di sinistra e un popolo di destra, c’è un popolo solo».

 

Note:
1. Jean-Claude Michéa, Orwell, la gauche, l’anti-totalitarisme et la «common decency», intervista a cura di Élizabeth Lévy, in «Le Magazine littéraire», dicembre 2009;
2. Ettore Cinnella, L’altro Marx, Pisa, Della Porta Editori, 2014, pp. 140.141;
3. Luc Boltanski, Éve Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis, 2014;
4. Jean-Claude Michéa, Le Complexe d’Orphée: La gauche, les gens ordinaires et la religion du progrès, Parigi, Flammarion, 2011;
5. Murray Bookchin, Democrazia diretta, Milano, Eléuthera, 2015, p. 91.

 

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Libia: dal colonialismo italiano all’«intervento umanitario»

Libia: dal colonialismo italiano all’«intervento umanitario»

di Gabriele Rèpaci 23/10/2017

«Se crollo io, il Mediterraneo diverrà un mare insicuro e l’Europa conterà i morti […]. Se la rivoluzione libica cadesse nelle mani degli islamisti, i fondamentalisti potrebbero dominare tutto il Nord Africa». Mu’ammar Gheddafi

 

Emblematica stretta di mano tra l’ex premier francese Nicolas Paul Stéphane Sárközy de Nagy-Bócsa e Mu’ammar Gheddafi

Due governi in guerra, tre regioni – Tripolitania, Cirenaica e Fezzan – da sempre rivali, 30 tribù divise da ostilità secolari, oltre 300 milizie armate di tutto punto coinvolte in un conflitto volto al controllo dei traffici di armi e di carburante, del contrabbando di uomini e della droga. Questo è in estrema sintesi il tragico bilancio di quella «primavera araba», che nei primi mesi del 2011, con l’aiuto militare dell’Occidente, portò alla fine del regime di Mu’ammar Gheddafi.
La caduta del Colonnello, che sia pur con metodi brutali aveva tenuto insieme il paese per oltre quarant’anni, non inaugurò il «giorno della liberazione» come venne annunciato in maniera frettolosa dai grandi organi di stampa, quanto piuttosto una nuova guerra di tutti contro tutti che continua ancora oggi. 
Nel primo cinquantenario dell’unità d’Italia, il quarto governo Giolitti, con una spiccata fisionomia di sinistra, voleva collocare il Paese nel novero delle compagini europee con un «posto al sole», accanto alla Francia che esercitava già un protettorato su Tunisia e Marocco, mentre l’Inghilterra controllava le sorti del Paese chiave del Mediterraneo, ossia l’Egitto, che però faceva sempre parte dell’Impero ottomano. Nel frattempo il Banco di Roma aveva iniziato una «penetrazione pacifica» in Tripolitania e in Cirenaica alla fine del XIX secolo, espandendo gradualmente il proprio controllo sull’industria leggera, l’agricoltura, la navigazione e i commerci del territorio, con l’apertura di agenzie a Tripoli, Bengasi, Zlitan, al-Khums e Misurata. Nel 1911 quando il nuovo governo ottomano (i Giovani Turchi) tentò di ostacolarli, gli italiani organizzarono una spedizione militare. Occuparono i porti principali, ma i beduini accorsero in aiuto alle truppe turche. L’Italia portò quindi la guerra nel Mar Egeo, finché i turchi non furono costretti a cedere il paese (1912). Roma battezzò il territorio conquistato «Libia», antica parola greca che designava il Nord Africa.
Sayyid Ahmed ash-Sharif es-Senussi capo della ṭarīqa (confraternita islamica) Sanūsiyya che si era già opposto alla penetrazione francese nel nord del Ciad, decise di proclamarsi emiro della Cirenaica e proseguire la resistenza contro gli italiani. Dopo la sua deposizione a favore del cugino Muhammad Idris, nel 1918, Roma confermò i privilegi dei Senussi. Tuttavia gli italiani faticavano a controllare il paese. Per far fronte a tale situazione l’allora Duce Benito Mussolini decise di organizzare un massiccio intervento militare. Tra il 1923 e il 1932 verranno riconquistate prima la Tripolitania, poi il Fezzan e infine la Cirenaica – che nel 1927 erano ritornate alla loro vecchia partizione ottomana – con un notevole accrescimento del prestigio, sia nazionale che internazionale del neonato regime fascista.
L’unico vero ostacolo al processo di conquista era rappresentato da Sayyid ʿOmar al-Mukhtār, uno shaykh senussita che in passato aveva combattuto con Ahmed ash-Sharif per poi raggiungere Sayyid Idris nell’esilio al Cairo, dove visse fino al 1923. Egli guidò per circa otto anni bande di guerriglieri beduini in una guerra sempre più aspra e impari contro il Regno d’Italia, riuscendo a tener testa con le sue ridottissime truppe a circa ventimila soldati italiani, dotati dei mezzi più moderni ed efficienti, riforniti con larghezza e protetti da un’aviazione tra le più avanzate dell’epoca. 
La lotta proseguì con questo andamento per tutto il 1930 e per i primi mesi dell’anno successivo. La svolta, dal punto di vista tattico si ebbe grazie all’azione del nuovo responsabile del comando Gebel cirenaico, il colonnello Giuseppe Malta, che nell’estate del 1931 riorganizzò le forze a sua disposizione costruendo un gruppo squadroni a cavallo da utilizzare come massa di manovra, lasciando ai gruppi mobili misti il compito di bloccare le vie di fuga alle bande armate (duar) nemiche. L’11 settembre 1931 calò infine il sipario sull’epopea del guerrigliero senussita, quando dopo l’ennesimo scontro con le truppe italiane venne catturato dagli uomini del capitano Bertè. Alle 9 del mattino del 16 settembre 1931 nel campo di Soluch a 56 chilometri a sud di Bengasi, in Cirenaica, ventimila libici assistettero all’impiccagione dell’allora settantenne capo della resistenza in catene sul patibolo, le cui ultime parole furono Inna lillahi wa inna ilayhi raji’unA Dio apparteniamo ed a Lui ritorniamo»).

Nella foto, Sayyid ʿOmar al-Mukhtār arrestato dalla polizia dell’Africa Italiana (PAI)

Proprio da quel momento cadrà la resistenza libica ed incomincerà l’epopea di ʿOmar al-Mukhtar’, il quale assumerà i contorni di simbolo dell’anti-colonialismo e dell’identità delle popolazioni arabe e nord-africane, tratti che persistono ancora oggi.
Nel 1941 la Libia divenne un campo di battaglia dove si scontrarono, da un lato gli italiani, presto affiancati dalle truppe tedesche de “Deutsches Afrikakorps” (DAK), e dagli inglesi. Furono questi ultimi ad avere la meglio sotto il comando del generale Bernard Law Montgomery e a penetrare in Tunisia nel gennaio del 1943. La Libia, devastata dalla guerra, si trovò in seguito sotto l’occupazione britannica (escluso il Fezzan, occupato dai francesi).
All’indomani della seconda guerra mondiale, un intenso e complesso gioco diplomatico vide protagoniste le grandi potenze occidentali in merito al destino delle regioni storiche della Libia (Cirenaica, Tripolitania e Fezzan).
In particolare Londra e Washington, mosse da preoccupazioni strategiche (basi militari), erano impegnate sul futuro assetto politico-istituzionale del paese. La Gran Bretagna premeva per una soluzione federale dello Stato in modo da poter riconfermare il proprio controllo sulla Cirenaica che, in quanto «Stato indipendente», non sarebbe rimasto soffocato dal peso economico-demografico della Tripolitania. Non a caso lo sbocco politico di tale soluzione fu la proclamazione dell’autogoverno della Cirenaica da parte britannica (1 giugno 1949). Gli Stati Uniti, a loro volta propendevano per uno stato unitario sul quale avrebbe regnato Idris dei Senussi, buon amico di Londra. La Francia osteggiò il disegno unitario, interessata com’era a conservare il controllo sul Fezzan, ampliato nella sua base territoriale e inserito nella Union Française. Successivamente, in seguito all’accordo fra il ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin e l’omologo italiano Carlo Sforza, venne fuori l’idea di un amministrazione fiduciaria da parte delle tre potenze europee sulle tre regioni costituenti della Libia. I patteggiamenti di corridoio vennero però bocciati dalla risoluzione dell’ONU del 21 novembre 1949, che fissava il 1 gennaio 1952 il conseguimento dell’indipendenza della Libia, proclamata il 24 dicembre 1951 in forma di Stato unitario. Il Paese nordafricano diventò, così, uno Stato monarchico retto da Idris, dotato di ampi poteri al suo interno. Uno Stato che, nato sulla base di compromessi e patteggiamenti, svelava da subito più di una debolezza strutturale. Il suo bicefalismo – basti pensare all’esistenza delle due «capitali» Tripoli e Bengasi – dimostrava la surrettizietà dell’unione federale e istituzionalizzava, per così dire, i persistenti dualismi storici antropologici regionali, divenuti ormai dualismi politici. Quella di Idris appariva una sovranità riflessa, dal momento che il suo insediamento sul trono era stato il risultato dei patteggiamenti fra le grandi potenze. Il suo destino politico dipendeva da cospicui finanziamenti esteri, in grado di inventare la Libia «indipendente». Per mantenere questo embrione di Stato, Senusso e governo erano costretti a vivere di elemosine affittando basi militari a inglesi, americani e francesi.
Il 1956 fu l’anno della scoperta del petrolio nel sottosuolo libico. I giacimenti, sfruttati da compagnie americane e inglesi, erano così abbondanti che, nel giro di pochi anni la Libia ricavò enormi royalties. Questo improvviso afflusso di ricchezza sconquassò la società libica: mentre i cittadini si arricchirono, i capi delle confraternite e delle tribù perdettero potere. Una nuova generazione, istruita, aspirava al cambiamento e aveva come modello il capo di Stato egiziano Gamāl ʿAbd al-Nasser. Il prestigio di Idris gli permise nondimeno di conservare il trono fino al 1969.
Il 1 settembre 1969 un gruppo di giovani ufficiali rovesciò la monarchia e si impossessò del potere in nome del Consiglio del Comando Supremo della Rivoluzione (CCR). A guidarli era l’allora ventisettenne Mu’ammar Gheddafi. Mu’ammar Muhammad Abu Minyar ‘Abd al-Salam al-Qadhdhafi meglio noto come Mu’ammar Gheddafi nacque e trascorse la sua infanzia e l’adolescenza a Qaṣr Abū Hādī , un villaggio berbero della Sirte, dove rimase sino ai ventiquattro anni di età. Una fanciullezza vissuta nell’ambiente duro e povero del nomadismo, contrassegnato dalla severità dei costumi tribali islamici. Il padre lo affidò a un maestro che gli insegnò a memoria il Corano. A dieci anni, Gheddafi entrò in una scuola elementare distante decine di chilometri dai pascoli della famiglia. Per poterla frequentare pernottava in una moschea.

Nella foto del 1969 sulla destra troviamo il colonnello Mu’ammar Gheddafi (معمر محمد أبو منيار القذافي), nato a Qaṣr Abū Hādī, il 7 giugno 1942 e morto a Sirte, il 20 ottobre del 2011. E’ stato un dittatore militare e politico libico.

Successivamente la famiglia si trasferì a Sebha, nel Fezzan: era il 1956, anno che vide l’aggressione franco-britannico-israeliana all’Egitto. Un anno di manifestazioni nel mondo arabo e di incipiente, spontanea «politicizzazione» di Gheddafi. Il giovane Mu’ammar partecipò attivamente alle dimostrazioni anticoloniali negli anni di Sebha (1956-1961). Una di queste venne organizzata per condannare l’assassinio di Patrice Lumumba, padre del Congo indipendente. Altre manifestazioni popolari – di studenti, artigiani e contadini – si tennero contro lo scioglimento della RAU (Repubblica Araba Unita, l’unione fra Egitto e Siria), visto come un tradimento della causa araba.
Implicitamente, le proteste erano dirette contro la monarchia senussita, tiepida nei confronti del panarabismo, corrotta e infeudata alla Gran Bretagna e dalla quale bisognava liberarsi. Il nazionalismo del futuro Raʾīs si andava così a delineare assumendo colorazioni panarabe idealizzate. Le dimostrazioni degli studenti – che prendevano di mira anche il notabilato locale con le sue ossequiose clientele – vennero affrontate dalla polizia con centinaia di arresti.
La militanza politica di Gheddafi si concretizzò nella costituzione di una cellula studentesca segreta dagli obiettivi politici che si andavano via via definendo. Gli anni trascorsi al liceo si rivelarono, in effetti, il laboratorio del suo apprendistato politico. Egli ebbe modo di estendere lo sguardo sull’inquieta Africa nella fase della sua prima decolonizzazione e di porre orecchio a quello che accadeva in Algeria. Il suo attivismo non sfuggì alla polizia, tant’è che, unitamente alla famiglia, Mu’ammar venne espulso dal Fezzan. Un nuovo trasferimento lo condusse a Misurata. Gli anni trascorsi in questa città (1961-1963) – che in quel periodo contava circa duecentomila abitanti – confermavano la pressoché totale scomparsa del suo originario «ribellismo beduino» a favore di sentimenti politici nazionalisti sempre più solidi.
All’età di ventidue anni, Gheddafi riuscì a entrare quindi nell’accademia militare di Bengasi, nonostante un dossier della polizia sul suo conto. Il comitato centrale del gruppo, costituito nel 1964, cominciò a lavorare segretamente ai preparativi del putsch anti-monarchico. Nel 1966, per la prima volta, ebbe un contatto diretto con il mondo occidentale, seguendo in Gran Bretagna un corso sui sistemi di comunicazione. Punto di riferimento politico ideologico era il nazionalismo panarabo di Nasser. Allo stesso tempo, Mu’ammar prestava attenzione al progetto unitario maghrebino di Allal al-Fasi. La formazione politico-ideologica di Gheddafi affondava nella cultura beduina e nella tradizione coranica, sulle quali si riversavano, in maniera disordinata, l’accostamento alla letteratura illuministica – da Voltaire a Rousseau – agli scritti di Sun Yat-sen, padre della prima Repubblica cinese, fino a Dickens e in seguito Sayyid Qutb, teorico del radicalismo islamico militante. Era attratto dalla Rivoluzione francese e da quella americana, oltre che dall’esempio cubano, senza dimenticare l’esperienza rivoluzionaria cinese.
Al contrario di molti suoi omologhi africani, che si sono limitati a prendere il potere senza cambiare la struttura economica del proprio paese, Gheddafi, ispirato dal «socialismo arabo» di Nasser, ha come prima cosa nazionalizzato, nel novembre del 1969, l’intero settore bancario e quello petrolifero. A ciò seguì la limitazione, pari al sessanta per cento del salario, dei trasferimenti all’estero dei fondi appartenenti ai residenti stranieri. In materia sociale, il nuovo regime si distinse per il notevole incremento dei salari, la riduzione del trenta-quaranta per cento degli affitti e l’avvio di una politica di controllo dei prezzi per frenare l’inflazione.
Per effetto di tali politiche economiche i miglioramenti sociali sono stati notevoli. La speranza di vita si è allungata fino a raggiungere quasi i settantacinque anni, un vero record considerando che in alcuni Paesi del continente africano la media è attestata intorno ai quarant’anni. Quando Gheddafi prese il potere, nel settembre del 1969, il tasso di analfabetismo in Libia era circa del novantaquattro per cento mentre oggi l’ottantotto per cento della popolazione è alfabetizzato. Lo stesso profilo stilato dal Federal Research Division della libreria del Congresso federale USA, un ente certo non sospettabile di simpatie verso il regime di Gheddafi, così scrive: «Un servizio sanitario di base è fornito a tutti i cittadini libici. Salute, formazione, riabilitazione, educazione, alloggio, sostegno alla famiglia, ai disabili e agli anziani sono tutti regolamentati dai […] servizi assistenziali. Il sistema sanitario non è puramente pubblico , ma piuttosto un mix di assistenza pubblica e privata. Paragonato ad altri Stati del Medio Oriente, lo stato di salute è decisamente buono. Le vaccinazioni infantili coprono la quasi totalità della popolazione. La fornitura di acqua potabile è in crescita e le condizioni igieniche sono migliorate. Gli ospedali più grandi si trovano a Tripoli e Bengasi e le cliniche mediche private e i centri diagnostici, che offrono un’attrezzatura più moderna e un servizio migliore, sono competitivi con il settore pubblico. Il numero dei medici e dei dentisti è cresciuto ben sette volte nel periodo fra il 1970 e il 1985, per cui si ha un medico ogni 673 cittadini. Nel 1985 circa un terzo dei dottori era nato in patria, mentre i restanti erano stranieri espatriati. Nello stesso periodo il numero dei posti letto negli ospedali è triplicato. La malaria è stata sradicata. Nel 2004 è stato stimato che il tasso di mortalità è sceso al di sotto del 20 per mille».
Uno degli obiettivi prioritari del CCR fu lo smantellamento delle basi militari straniere. Stati Uniti e Gran Bretagna apparvero in serie difficoltà dinnanzi a tali iniziative, ma furono costrette a cedere dinnanzi alle pressioni libiche. L’accordo raggiunto con Londra prevedeva il ritiro dei britannici dal territorio libico entro il 31 marzo 1970. L’11 giugno 1970 spettò a Washington ritirare da Wheelus Field le proprie installazioni con relativo personale.
Nel 1973, Gheddafi lanciò la «rivoluzione culturale libica», che nel 1977 portò alla proclamazione della Jamahiriya araba libica popolare e socialista (il neologismo jamahiriya, formato a partire dal termine jamahir, masse, significa pressappoco «massocrazia»).
Fu in questo periodo che vennero poste le basi della Terza Teoria Universale enunciata nel “Libro Verde“, una sorta di risposta islamica al “Libretto Rosso” di Mao Tse-tung, pubblicato tra il 1976 e il 1979.
La Terza Teoria Universale venne elaborata con l’intento di superare sia il sistema democratico-parlamentare di matrice liberale, sia i sistemi sorti in seguito alla Rivoluzione bolscevica.

Gheddafi legge il “Libro Verde” in età avanzata. A destra, l’attuale “edizione italiana” a cura della casa editrice Circolo Proudhon.

La prima parte del Libro Verde attacca la democrazia parlamentare vista come schermo legale che separa il popolo dall’esercizio effettivo del potere. La democrazia rappresentativa si avvale dei meccanismi elettorali per celare «il sistema dittatoriale» sulla quale si regge. I parlamenti, pertanto, si sostituiscono alle masse nell’esercizio del potere. Scrive Gheddafi: «Il parlamento è una rappresentanza ingannatrice del popolo (…). Il parlamento è costituito fondamentalmente come rappresentante del popolo, ma questo principio è in se stesso non democratico, perché democrazia significa potere del popolo e non un potere in rappresentanza di esso. L’esistenza stessa di un parlamento significa assenza del popolo. (…). I parlamenti, escludendo le masse dall’esercizio del potere, e riservandosi a proprio vantaggio la sovranità popolare, sono divenuti una barriera legale tra il popolo e il potere. Al popolo non resta che la falsa apparenza della democrazia, che si manifesta nelle lunghe file di elettori venuti a deporre nelle urne i loro voti». In definitiva, prosegue Gheddafi, il parlamento «è il risultato della vittoria elettorale di un partito, è il parlamento del partito e non del popolo. Rappresenta il partito e non il popolo ed il potere esecutivo detenuto dal parlamento è il potere del partito vincitore e non del popolo». Tanto meno il pluripartitismo è sinonimo di democrazia, in quanto legittima lo strapotere di gruppi oligarchici. Gheddafi non ha dubbi sulla funzione del partito in una democrazia parlamentare. Esso esprime la dittatura contemporanea. È costruito da una minoranza che governa dopo aver raggiunto i propri obiettivi: rendere esecutivi gli interessi e le opinioni di una minoranza giunta al potere. Nota Gheddafi: «La lotta tra i partiti, se non si risolve nella lotta armata, il che avviene raramente, si svolge per mezzo della critica e della denigrazione reciproca». In quanto detentore del potere il partito rappresenta soltanto parte del popolo; ne viola la sovranità indivisibile. Il partito «è la tribù e la setta dell’età moderna. (…)Per la società, la lotta dei partiti ha lo stesso effetto negativo e distruttivo della lotta tribale o settaria».
Per sfuggire all’imposizione della maggioranza Gheddafi propone l’instaurazione della sovranità popolare diretta. Premessa del governo popolare è l’organizzazione della società attraverso i Congressi popolari ed i Comitati popolari.
Tali organi rappresentano la garanzia contro eventuali involuzioni dittatoriali o pseudo democratiche di governo. Nel Libro Verde sono delineati strutture e funzionamenti del sistema a democrazia diretta. I Comitati popolari fungono da collegamento fra i livelli superiori di governo (Congresso generale del popolo) e dell’amministrazione con le richieste della base. Si legge nel testo: «In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria. Dall’insieme delle Segreterie si formano , in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa. Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari. I comitati popolari che dirigono i settori divengono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base; questi ultimi dettano ai comitati popolari la politica da seguire e controllano l’esecuzione di tale politica. (…). Tutti i cittadini che sono membri di questi congressi popolari appartengono, per la loro professione e per le loro funzioni, a varie categorie o settori quali gli operai, i contadini, gli studenti, i commercianti, gli artigiani, gli impiegati, i professionisti. Essi, oltre ad essere cittadini membri, o cittadini aventi funzioni direttive nei congressi popolari di base o nei comitati popolari, devono costituire congressi popolari a loro propri. I problemi discussi nei congressi popolari di base, nei comitati popolari, prendono forma definitiva nel Congresso Generale del Popolo, dove s’incontrano tutti i direttivi dei congressi popolari, dei comitati popolari. Tutto quello che viene deciso nel Congresso Generale del Popolo, che si riunisce una volta all’anno, è riferito ai congressi popolari, ai comitati popolari, per la sua messa in atto da parte dei comitati popolari che sono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base. Il Congresso Generale del Popolo non è un gruppo di membri di un partito o di persone fisiche come i parlamenti ma è l’incontro dei congressi popolari di base, dei comitati popolari».
Nel Libro Verde il rigetto del «modernismo» (democrazia parlamentare, pluripartitismo, socialismo) si concentra nell’opposizione al concetto ed al metodo della lotta di classe. Ciò in forza della considerazione che il sistema politico di classe «è identico a quello dei partiti, delle tribù o delle sette». La classe rappresenta solo una parte del popolo. Ne consegue che l’egemonia di classe è sostanzialmente la medesima del dominio della tribù. Quando ci si trova al cospetto di un gruppo – comunque inteso – la società è proiettata verso la dittatura. «Tuttavia, la coalizione di classi o di tribù è preferibile alla coalizione di partiti perché il popolo, alla sua origine, è costituito da un insieme di tribù, mentre tutti fanno parte di una determinata classe». Prosegue ancora Gheddafi: «Ogni classe che diviene l’erede della società ne eredita allo stesso tempo le caratteristiche. Se, per esempio, la classe operaia annientasse tutte le altre, diverrebbe l’erede della società; diverrebbe, cioè, la base materiale e sociale della società». Respinta, così, la soluzione marxista – secondo la quale l’emancipazione della classe oppressa emancipa l’umanità intera – il leader libico ritiene che il comunitarismo tribale sia preferibile perché evita il ricambio dell’egemonia delle classi. «Ogni società, in cui vi è conflitto di classi, è stata in passato una società composta da un’unica classe; in seguito all’inevitabile evoluzione delle cose, questa stessa classe ha generato le altre».
Nelle intenzioni di Gheddafi il Libro Verde doveva figurare come un manifesto per l’azione politica. Esso aveva lo scopo di intensificare i suoi precedenti tentativi di mobilitazione che fino a quel momento erano stati fatti fallire, secondo quanto egli sosteneva «perché il sistema politico del Paese non era in grado di esprimere la vera voce del popolo, perché i libici non controllavano direttamente le proprie risorse economiche e per l’arcaicità delle strutture sociali presenti». Idee molto chiare, come si vede, e che insieme all’insistenza sull’egualitarismo e sull’assenza di gerarchia, tendono a riflettere anche un ethos di tipo tribale.
Consapevole del fatto che un paese con le dimensioni territoriali e demografiche della Libia poteva garantire stabilmente la propria libertà dal dominio straniero solamente integrandosi in una più vasta unità geopolitica, Gheddafi ha perseguito con ammirevole perseveranza il disegno dell’unificazione politica con altri paesi che condividevano con la Libia l’identità araba e islamica. Cercò di realizzare l’unione – rispettivamente – con Egitto e Siria (1972), Tunisia (1974) e Marocco (1984), ma questi tentativi si risolsero in altrettanti fallimenti. Nel 1989, un trattato siglato da Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania diede vita all’Unione del Maghreb; ma dopo qualche anno anche questo progetto finì in un vicolo cieco. Nel 1973 il Raʾīs trascinò il paese in un’avventura militare in Ciad che durò più di vent’anni.
A spingere Gheddafi nell’impresa ciadiana furono più fattori. Innanzitutto il tentativo statunitense di destabilizzare il regime di Tripoli creandogli difficoltà politico-militari, mentre quest’ultimo era impegnato a sostenere forze e movimenti ritenuti anti-imperialistici. In più dietro l’ambizioso disegno di unificare politicamente ed ideologicamente il Sahara si stagliava il problema dell’acqua. Ma a fronte dell’iniziativa militare esistevano tradizionali rivendicazioni e referenti storici. Al riguardo, la dirigenza libica faceva riferimento agli accordi Laval-Mussolini coi quali la Francia aveva ceduto all’Italia i contrafforti settentrionali del Tibesti. Al momento Parigi restò in attesa degli sviluppi della situazione, pressata com’era tra le esigenze petrolifere e la tradizionale politica interventistica. In sostanza, il Ciad rappresentava, per molti versi, l’epicentro della politica francese in un’aerea di confine fra l’Africa araba e l’Africa sub sahariana, via di comunicazione che metteva in contatto Parigi con le risorse minerarie poste più a sud nel continente. Dopo l’assassinio del Presidente François Tombalbaye e l’ascesa al potere del generale Félix Malloum la Libia non cessò di sostenere i movimenti di opposizione mentre il governo ciadiano cercava di internazionalizzare la questione della «striscia di Aouzou», occupata da truppe libiche dal 1973, portandola all’attenzione dell’OUA e dell’ONU. Soltanto l’intervento militare francese (1978) consentì a Malloum di respingere le forze di Goukouni Oueddei sostenuto dalla Libia. Gli sviluppi del conflitto debordavano ormai dall’ambito strettamente regionale. L’Egitto e il Sudan – in rotta di collisione con Tripoli – oltre ad altri Stati dell’area s’impegnarono a sostenere i movimenti antilibici. Ormai il tempo era maturo per l’intervento delle grandi potenze, a cominciare dalla Francia che non intendeva rinunciare alle proprie posizioni in Africa, né ad abdicare alla sua funzione di mediatrice continentale fra le grandi potenze, in linea con gli interessi strategico-commerciali che sorreggevano la sua politica maghrebina ed araba (Algeria, petrolio libico, ecc.). A sua volta l’interferenza statunitense mirava a mettere piede in un continente verso il quale la Casa Bianca aveva mostrato tradizionalmente scarso interesse. In questo modo Washington intendeva spezzare il monopolio politico-diplomatico francese sulla fascia sahariana e sub sahariana ed a puntellare la propria presenza in funzione antisovietica colpendo indirettamente il regime libico. Il ritiro francese dal Ciad (1980) lasciò via libera all’intervento libico culminato nell’annuncio della fusione fra i due paesi (1981), condotta dal vittorioso Gheddafi e dal tiepido assenso di Oueddei, presidente del governo transitorio di unità nazionale. La firma degli accordi di Kano comportò l’esilio per il presidente cristiano filo francese Malloum. Ma di lì a poco gli accordi stessi sarebbero divenuti carta straccia. La Libia non si limitò alle operazioni militari e concesse sostanziosi prestiti in petrodollari al ceto burocratico dirigente ed all’esercito ciadiani oltre a promettere la riapertura della Banca Centrale. Un simile munifico atteggiamento rispondeva all’esigenza libica di vedere riconosciuta l’annessione della «striscia di Aouzou», ricca di minerali, e trasformare il Ciad in un’eventuale testa di ponte pan sahariana, con proiezione islamica, verso Camerun e Nigeria. Intanto si fece più consistente l’intervento di Washington a sostegno della fazione antilibica di Hissène Habré che sferrato un attacco sulla capitale N’Djamena, sconfisse Oueddei (1981) prima di riprendere i negoziati con i libici che occupavano il Ciad settentrionale fino al quindicesimo parallelo. Viste le difficoltà nelle quali si dibatteva Habré sotto l’incalzante controffensiva libica, Parigi decise di inviare (1983) una forza d’interposizione che consentì al leader ciadiano di riorganizzare le proprie forze. Con l’operazione «Manta», affidata al generale Jean Poli, un veterano della guerra d’Algeria, vennero fatti affluire nel Ciad 3.500 soldati francesi, aerei Jaguar e Mirage, carri armati e batterie di missili antiaerei. L’anno successivo venne firmato un accordo franco-libico che prevedeva il ritiro simultaneo dei contingenti dei due paesi. Ma Tripoli, in reazione al continuo flusso di armamenti che Washington inviava ad Habré, riprese l’offensiva nel nord ciadiano in via di «libizzazione». Intanto scattò l’offensiva di Habré (1987) che inflisse pesanti perdite all’esercito libico, peraltro scosso da complotti, in uno dei quali restò implicato il governatore della Sirtica Hassan Ishqal, cugino di Gheddafi. A questo punto il conflitto mise a nudo non soltanto la debolezza militare libica ma soprattutto la demotivazione delle truppe di Tripoli. In seguito, auto criticamente, lo stesso Gheddafi riconobbe che il coinvolgimento libico nel contesto arabo e saheliano si era rivelato controproducente. Su questo sfondo maturò l’accordo Habré- Gheddafi (1989) che faceva della Libia il paese aggressore ed impegnava i due leaders a un patto di non-aggressione ed a risolvere la questione di Aouzou. Il bilancio della guerra ciadiana si rivelò, a più livelli, politicamente fallimentare per il regime libico. La guerra inferse un duro colpo alla strategia di Gheddafi compromettendo l’ipotesi di uno «Stato transahariano» capace di proiettare i popoli del Sahel fuori dalla povertà e dal sottosviluppo. La guerra, inoltre, ridiede fiato alle disunite e deboli opposizioni interne, incapaci di trasformare in arma politica la sconfitta militare del regime. Per giunta, la demotivazione dell’esercito e il cospicuo sforzo finanziario sostenuto con la guerra sottrassero alla Libia risorse umane e materiali che finirono per bloccarne lo sviluppo. A sua volta il Ciad restò esposto a continui ed imprevedibili colpi di scena ed irretito in un’instabilità di fondo che nel 1990 portò all’uccisione di Habré ed all’insediamento del filo libico Idris Déby – alla testa del Movimento patriottico di salute – impegnato a ripristinare la «pace civile». La transizione ciadiana e i migliorati rapporti con le capitali dell’area indussero Gheddafi a riprendere le ingerenze, stavolta in maniera morbida e senza dichiarazioni particolarmente clamorose. Intanto, la controversia sulla striscia di Aouzou venne risolta dalla decisione della Corte internazionale di giustizia dell’Aia che il 3 febbraio 1994 emise una sentenza che attribuiva al Ciad la piena sovranità sul territorio conteso.
Nel corso degli anni la rendita petrolifera permise a Gheddafi di finanziare diversi gruppi rivoluzionari e antimperialisti del Terzo Mondo. Il Raʾīs infatti fornì denaro ed armi al Frente de Libertaçao de Moçambique (FRELIMO) di Eduardo Mondlane e Samora Machel e al Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde (PAIGC) di Amilcar Cabral, movimenti di liberazione nazionale che lottavano per l’instaurazione del socialismo nei loro rispettivi paesi. La politica estera libica irritò non poco diverse cancellerie occidentali tanto che alla fine gli Stati Uniti decisero di reagire: nel 1986 bombardarono Tripoli e Bengasi. Il presunto coinvolgimento di Tripoli nell’attentato di Lockerbie del 21 dicembre 1988, portò l’ONU a decretare un embargo contro il paese che durerà fino al 1999. Il governo libico si sforzerà allora di giungere a una normalizzazione dei suoi rapporti con i paesi europei e con gli Stati Uniti, rinunciando alla fabbricazione di armi di distruzione di massa. Alla liberalizzazione economica intrapresa a partire dal 1988, non si accompagnò un cambiamento politico.
All’inizio del 2011 anche il regime di Gheddafi, come quello di Ben Ali e Mubārak, venne investito dal fenomeno delle «primavere arabe». Soltanto che, a differenza di quanto era accaduto in Tunisia e in Egitto, non si ebbe l’immediata caduta della dittatura, ma l’inizio di una sanguinosa guerra civile.
In Libia le prime manifestazioni di violenza si verificarono principalmente in Cirenaica, fra Bengasi e Tobruk, e nel giro di una settimana l’intera regione riusciva ad eliminare ogni presenza delle forze lealiste e a costituire un «Consiglio Nazionale di Transizione» (CNT), che subito si accampò diritti sul petrolio libico e sui fondi sovrani. Del resto la Cirenaica, dove è ancora forte l’influenza della Sanūsiyya, la confraternita politico-religiosa che ha espresso Muhammad Idris, il sovrano deposto da Gheddafi nel 1969, era stata una spina nel fianco del Raʾīs e non era nuova a movimenti di ribellione, sbaragliati con l’impiego dell’esercito e dell’aviazione.
L’entità del conflitto e la presunta necessità di proteggere i civili autorizzavano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a promulgare la risoluzione n.1973, che accordava a una coalizione internazionale, capeggiata da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, di intervenire militarmente in Libia, con operazioni di no-fly zone.

G8: i leader osservano un minuto di silenzio per le vittime del Sisma dell’Aquila. Da sinistra a destra: Silvio Berlusconi, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, presidente russo, Dmitry Medvedev, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il segretario generale dell’ ONU, Ban Ki-Moon e il presidente dell’Unione Africana Muammar al-Gheddafi, nell’ultimo giorno di lavoro del G8, il 10 luglio 2009, prima di scoprire la targa che ricorda il terremoto.

Tra tutti i governi europei quello italiano si distinse per vigliaccheria e doppio-giochismo. Dopo aver sottoscritto appena tre anni prima a Bengasi un «trattato di amicizia e cooperazione» con la Libia, in cui si impegnava, fra le altre cose, a non usare né permettere l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro Tripoli, esso offrì l’utilizzo di ben sette basi militari oltre a partecipare alle ostilità con un gran numero di cacciabombardieri. Molto meglio sarebbe stato per l’Italia se si fosse defilata come ha fatto la Germania della Merkel. Oramai risulta chiaro che gli obiettivi di questa guerra non erano il ripristino della democrazia e dei diritti umani, ma una nuova spartizione delle ingenti risorse petrolifere (60 miliardi di barili di greggio e 1.500 di metri cubi di gas naturale) e l’acquisizione dei fondi sovrani libici, la cui immane consistenza ha consentito al Colonnello di operare investimenti in tutti i paesi del mondo, particolarmente in Africa.

Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbero realizzato il vecchio sogno di un Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, euro o dollaro statunitense. Gheddafi, come capo dell’Unione africana, aveva annunciato quattro giorni prima dell’intervento militare contro la Libia un ambizioso piano per unificare il continente nero attraverso la creazione di una moneta unica per circa un miliardo di persone. Nel progetto era previsto di utilizzare il dinaro d’oro anche per i pagamenti delle risorse energetiche, come il petrolio e il gas naturale. Ciò avrebbe obbligato Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Francia e molti altri partner commerciali a tener riserve di questa nuova moneta per le transazioni con i Paesi dell’Unione Africana. La proposta del Raʾīs di sostituire le varie monete locali africane con il dinaro d’oro era impossibile da accettare per l’Occidente. Che il petrolio sia denominato e pagato in dollari, infatti, è di vitale importanza per gli Stati Uniti e per il sistema di relazioni economico finanziarie edificato da Bretton Woods in poi, che in tale modo continua a mantenere il biglietto verde come la moneta internazionale di riferimento.
L’economia americana rischierebbe il collasso se il prezzo del greggio venisse denominato in altre valute, e il petrolio non fosse più pagato in dollari.
Il 20 ottobre, dopo due mesi di aspri combattimenti nella città di Sirte, Mu’ammar Gheddafi decise di abbandonare la città assediata dagli insorti per raggiungere il suo villaggio natale di Qaṣr Abū Hādī, ad una ventina di chilometri. Ormai lui e i suoi uomini erano privi di munizioni e da settimane si nutrivano soltanto con riso e pasta. Alle 7 del mattino, una trentina di veicoli abbandonava il Quartiere n.2, l’ultimo ridotto ancora nelle mani dei lealisti, e cercava di spezzare la morsa dell’assedio.
A questo punto Gheddafi commise un grave errore, quello di usare il suo cellulare di tipo satellitare. La comunicazione venne intercettata dagli aerei-spia e pochi minuti dopo un drone Predator, decollato da Sigonella, in Sicilia, attaccava il convoglio con numerosi missili Hellfire. Al fuoco del Predator si aggiunse quello di alcuni Mirage-2000 francesi, che sganciarono sui veicoli bombe Paveway da 500 libbre. Alle 8.30 metà del convoglio era distrutto, compreso il gippone di Gheddafi, che aveva alla guida il cugino e guardia del corpo Mansour Dhao. Dal veicolo il Colonnello e il cugino uscirono però vivi, anche se feriti. Youssef Bachir, comandante della brigata degli insorti «Ghiran», che aveva avuto la ventura di catturare Gheddafi, così lo descrive: «Era ferito alla tempia e al fianco e i suoi abiti erano intrisi di sangue».
Alle 9, dunque Gheddafi era ancora vivo, si reggeva sulle sue gambe. «Ma era talmente indebolito – precisa Bachir – che aveva difficoltà a parlare». Poi la situazione sfuggì di mano. I suoi uomini, che avevano già giustiziato 66 soldati del convoglio, circondarono il Raʾīs, lo strattonarono, lo ingiuriarono, gli tolsero la giacca a vento, la camicia e gli stivaletti, gli strapparono ciocche dei capelli. Questo linciaggio durò una manciata di minuti, nel corso dei quali un insorto lo sodomizzò con un bastone. Alla fine Gheddafi venne scaraventato sul pianale di un automezzo, mentre qualcuno gridava: «Tenetelo vivo, tenetelo vivo».
Secondo una prima versione dei fatti, Gheddafi veniva ucciso durante uno scontro fra gli insorti e i partigiani del Colonnello. Ma la verità era un’altra, e la raccontò l’ex primo ministro del CNT, Mahmoud Jibril. Egli precisò, infatti, che il Raʾīs era stato ucciso «per ordine di un’entità straniera, una nazione o un leader, perché non si voleva che i suoi segreti fossero rivelati». Nel corso dell’autopsia, eseguita a Misurata, vennero estratti due proiettili, uno cervello e l’altro dall’addome. Un’esecuzione in piena regola. Un «assassinio di Stato», come specificò Mahmoud Jibril.
La brutale uccisione di Gheddafi non ha posto fine solo al suo regime, ma anche alla Libia come Stato. Avamposto dello Stato Islamico nel Mediterraneo centrale, crocevia del traffico di esseri umani dall’Africa sub-sahariana verso l’Europa e terreno di scontro fra fazioni rivali, difficilmente essa tornerà a essere mai il paese che era prima del 2011.

 

Per approfondimenti:
_Dirk Vandewalle, Storia della Libia contemporanea, Roma, Salerno editrice, 2007;
_Paolo Sensini, Libia. Da colonia italiana a colonia globale, Milano, Jaca Book, 2017;
_Alessandro Aruffo, Muammar Gheddafi e la nuova Libia, Roma, Datanews, 2001;
_Alessandro Aruffo, Gheddafi. Storia di una dittatura rivoluzionaria, Roma, Castelvecchi Editore, 2011;
_Giorgio Rochat, Guerra italiane in Libia e in Etiopia. Studi militari, Treviso, Pagus, 1991
_Eric Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale (1911-1931), Roma, Manifestolibri, 2005;
_Gheddafi Templare di Allah. La rivoluzione libica nei discorsi di Mo’ammar El-Gheddafi. introduzione, traduzione e scelta dei testi di Claudio Mutti, Padova, Edizioni di Ar, 1975;
_Mu’ammar Gheddafi, Libro Verde, Roma, Circolo Proudhon Edizioni, 2015;
_Mu’ammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie, Roma, Manifestolibri, 2006;
_Mino Vignolo, Gheddafi: Islam, petrolio e utopia, Milano, Rizzoli, 1982;
_John K. Cooley, Muammar Gheddafi e la rivoluzione libica, Milano, Corno, 1983;
_Dino Frescobaldi, La riscossa del Profeta, Milano, Sperling & Kupfer, 1988;
_Bob Woodward, Veil: le guerre segrete della CIA, Milano, Sperling & Kupfer, 1978.

 

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La favola triste di un secolo tremendo: Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar

La favola triste di un secolo tremendo: Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar

di Giuseppe Baiocchi 02/08/ 2017

In Siberia il 17 luglio del 1918 Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la moglie Aleksandra Fëdorovna Romanova (nata Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d’Assia e di Renania) e i cinque figli, svegliati bruscamente nel cuore della notte vengono condotti in cantina. Da sedici mesi sono prigionieri nelle mani dei rivoluzionari. I carcerieri chiedono loro di posare per un ritratto: il governo bolscevico vuole mostrare al mondo che sono in buona salute. Il deposto Zar Nikolaj II stenta a comprendere: l’Imperatore di tutte le Russie, l’erede della dinastia che ha governato per tre secoli sul più grande paese del mondo, passerà alla storia come l’ultimo Zar. Quali eventi hanno travolto uno degli uomini più potenti della terra?
Questa è la storia dei tre giorni che decisero la fine degli Zar e la nascita di una Russia diversa.
Il conto alla rovescia inizia giovedì 28 Febbraio 1917, quando Nikolaj Romanov attraversa in treno le gelide steppe russe in un viaggio che avrebbe cambiato il corso della storia.
Il treno imperiale corre a tutto vapore verso Pietrogrado (dal 1914 al 1924, oggi attuale San Pietroburgo). Nikolaj è deciso a fermare la ribellione che minaccia la Russia e la sua stessa famiglia.
Tre giorni più tardi sarebbe sceso da quel treno come un cittadino qualunque, anzi come un uomo incalzato dalla morte. Travolti dagli eventi di Febbraio lo Zar e la sua famiglia vivranno abbastanza per osservare la bandiera rossa sventolare sul Palazzo Imperiale a sancire il trionfo di Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre del 1917.

Nicola II Romanov, (in russo: Николай Александрович Романов), Nikolaj Aleksandrovič Romanov, nasce a Carskoe Selo, il 18 maggio 1868, (6 maggio del calendario giuliano) e sarà assassinato a Ekaterinburg, il 17 luglio del 1918. E’stato l’ultimo Zar (Imperatore) di Russia.

A Mogilev, il 27 Febbraio del 1917, lo Zar è al fronte: la Russia, alleata con la Francia e la Gran Bretagna è in guerra contro l’Impero Ottomano, l’Impero Austro-Ungarico e lo Stato tedesco a guida prussiana. L’immane tragedia della Prima Guerra Mondiale è al suo apice. Un dispaccio da Pietrogrado porta notizie allarmanti: i rivoltosi hanno occupato le zone nevralgiche della città e la situazione è sull’orlo del precipizio. L’onda della rivolta che ormai infiamma il paese, può trascinare con se migliaia di soldati ormai pronti alla ribellione.
Bisogna comprendere come la monarchia assoluta zarista vivesse “fuori dal mondo”, ricevendo sempre notizie pacate. Di contro la situazione dopo il 27 Febbraio è già catastrofica: i soldati della capitale sono in rivolta e Nikolaj II, si ostina a credere che si tratti di semplici tafferugli. Lo Zar, una volta compreso la gravità della situazione, diviene risoluto per un’azione di intervento, la quale anticipi il dilagare dei tumulti nel resto del paese.
All’alba del 28 Febbraio, il treno imperiale lascia Mogilev – sul fronte meridionale – e si dirige alla volta di Pietrogrado, 900 km più a Nord. Nikolaj Aleksandrovič Romanov si lascia alle spalle una guerra, verso la quale ogni famiglia russa aveva già pagato un pesante tributo di sangue. La guerra per la Russia zarista fu un disastro: enormi le perdite in vite umane e incalcolabili le sofferenze, ma l’evento che fa crollare il regime è l’impatto che la guerra produce sul fronte interno, sull’economia, sui rifornimenti a Pietrogrado.
Nikolaj II aveva cercato in ogni modo di evitare il conflitto contro suo cugino, il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (Guglielmo II), ma la travolgente ondata di nazionalismo anti-germanico lo aveva convinto a dichiarare la guerra. Lo Zar si era illuso che lo scontro fosse stato risolto nel giro di qualche settimana, ma a tre anni di distanza quasi sei milioni di russi sono morti e del massacro non si vede la fine. Il paese nel 1917 è spossato dalla guerra e non è casuale che la rivoluzione scoppi proprio nel terzo anno del conflitto: la rivolta bolscevica nasce dal freddo, dalla fame e dalla voglia di deporre le armi.
In quel terzo anno di battaglie il Romanov è lontano dal cuore del suo Impero, dove scoppia la rivolta, la quale genera i primi frutti. Scrive Nikolaj sul suo diario: “il problema sta nelle terribili condizioni dei nostri reggimenti, i fucili scarseggiano e non possiamo più contare sulle nostre malandate ferrovie. Disordini sono scoppiati qualche giorno fa a Pietrogrado, perfino le truppe ne prendono parte! E’ così doloroso essere lontano e ricevere solo notizie cattive e frammentarie”.
Le proteste operai degenerano in aperta ribellione solo il 25 Febbraio 1917, cioè tre giorni prima che il treno imperiale lasci il fronte. Per intercettare i rifornimenti destinati alle truppe, bande di operai e soldati allo sbando – spinti dalla fame – occupano le stazioni ferroviarie. La vera scuola della rivoluzione è stata proprio l’esercito zarista: è lì che molti contadini analfabeti, cresciuti negli sperduti villaggi della grande Russia, entrano in contatto con le idee rivoluzionarie.
I risentimenti covati per secoli nell’animo russo, esplodono improvvisamente contro l’autorità e i suoi simboli. Le ribellioni scatenate dalla fame, ora trovano un nuovo corso nel fiume della rivoluzione.

Ryzhenko Pavel Viktorovich, Il Calvario dello Zar – Trittico

Lo Zar è in ansia per le sorti dei suoi cari: le notizie sono incomplete e la Zarina è oggetto di un forte risentimento popolare in quanto tedesca.
A poche decine di chilometri dalla capitale in rivolta, nel Palazzo imperiale di Tsarskoe Selo si trascorre un’altra notte di ansia. All’esterno la temperatura è di quindici gradi sotto lo zero e a causa dei tumulti, il riscaldamento e l’elettricità funzionano a singhiozzo. La Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova è di origini germaniche, ed è nipote della Regina Vittoria, dalla quale ha ricevuto un’educazione rigorosamente britannica. Da ventitré anni vive in Russia, ma non si sente ancora a suo agio nell’alta società pietroburghese. Lei e Nikolaj hanno eletto a residenza ufficiale il palazzo di Campagna di Carskoe Selo distante cinquanta chilometri dai clamori della capitale. Negli ultimi mesi, l’origine tedesca della Zarina ha scatenato l’odio dell’opinione pubblica, che l’accusa di passare “segreti militari” al nemico.
Per lo Zar Nikolaj II invece, la moglie Aleksandra è l’unico vero sostegno, essendo la persona a cui ricorre nei momenti più difficili: “Mia amata, ti ringrazio con tutto il cuore per la tua dolce e lunga lettera. Tu sei la ricompensa al peso delle mie responsabilità e alle mie preoccupazioni. Non so come avrei potuto sopportare tutto questo se Dio non avesse deciso di darti a me come moglie e amica. Questi pensieri mi è più facile metterli su carta per la mia sciocca timidezza. Ora mi sento di nuovo forte, ma mi manchi terribilmente. Ti bacio con affetto”.
Il matrimonio tra Nikolaj e Aleksandra non fu un’unione dettata dalla Ragion di Stato, ma fu il coronamento di un amore profondo e sincero, che avrebbe accompagnato la coppia per tutta la loro vita.
Quando nel 1894 Nikolaj la chiese in sposa, lei fu al settimo cielo. Vivere in Russia non sarebbe stato facile, ma lei non esitò un solo istante. L’incanto del loro fidanzamento venne scosso da un inatteso shock: il padre di Nikolaj, lo Zar Aleksandr III Aleksandrovič, morì improvvisamente e sulle spalle del giovane Nikolaj piombarono tutte le responsabilità dell’immenso Impero russo. Quando i consiglieri di corte annunziarono allo Cesarevič che era diventato Zar, Nikolaj scoppiò in lacrime asserendo: “Non sono pronto a essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri” – e non imparò mai a farlo veramente. La parola Zar deriva dal titolo latino Caesar, attraverso l’antico slavo cĕsarĭ (цѣсарь). La contrazione della parola deriva dall’abitudine di abbreviare i titoli nei manoscritti ecclesiastici in antico slavo. Nikolaj non ebbe mai quella spinta interiore, che può far di un uomo un vero leader, quella volontà politica necessaria per governare un paese così vasto e frammentato.

Laurits Tuxen, L’incoronazione dello Zar Nikolaj II. La cerimonia avvenne presso la Cattedrale della Dormizione al Cremlino di Mosca il 14 maggio 1896. La titolatura completa degli zar di Russia iniziava con: “Per grazia di Dio, Noi Imperatore e autocrate di tutte le Russie – di Mosca, Kiev, Vladimir, Novgorod, Zar di Kazan’, Zar di Astrachan’, Zar di Polonia, Zar di Siberia, Zar del Chersoneso Taurico, Zar di Georgia, Signore di Pskov e Granduca di Finlandia, Smolensk, Lituania, Volinia, e Podolia; Principe di Estonia, Livonia, Curlandia e Semigallia, Samogitia, Bielostock, Carelia,Tver’, Jugra, Perm’, Kirov, Bulgaria e altri territori; Signore e Granduca di Novgorod, Černigov; Sovrano di Rjazan’, Polotsk, Rostov, Jaroslavl’, Bielozero, Udoria, Obdorsk, Kondia, Vicebsk, Mstilav e di tutti i territori del nord; e Sovrano di Iveria, Cartalia e delle terre di Kabardinia e dei territori Armeni; Sovrano ereditario e Signore della Circassia e principe delle montagne e altro; Signore del Turkestan, Erede di Norvegia, Duca di Schleswig-Holstein, Stormarn, Ditmarsch, Oldenburg e così via, così via, così via”.

Il giorno dell’incoronazione milioni di persone giunsero a Mosca da ogni angolo dell’Impero, ma l’evento gioioso si trasformo in tragedia, quando più di mille persone persero la vita calpestate dalla folla, per l’incompetenza della polizia.
Nikolaj e Aleksandra ne furono sconvolti, ma gli addetti ai cerimoniali li convinsero a non interrompere le celebrazioni. L’immagine del nuovo Zar – alla memoria del popolo russo -, sarà per sempre quella di un giovane monarca che danza allegramente, nel giorno in cui centinaia di sudditi hanno perso la vita per rendergli omaggio.
Sulla reputazione di Nikolaj II pesa anche un altro massacro: quarantotto ore prima che il treno iniziasse la sua corsa, l’esercito zarista aprì il fuoco sulla folla e quaranta dimostranti vennero uccisi nella centralissima piazza Znamenskaja. L’ordine di Nikolaj di reprimere le proteste nel sangue, peggiora ulteriormente la situazione: i soldati riconosco madri e sorelle tra gli scioperanti ed è la goccia che fa “traboccare il vaso”. Quella stessa notte alcuni reggimenti si sollevano contro i loro ufficiali e si uniscono ai rivoltosi: il prestigio della monarchia non era mai sceso così in basso. Tra i primi a ribellarsi è il celebre reggimento Preobraženskij, dove a diciannove anni lo stesso Nikolaj aveva raggiunto il grado di colonnello. Lo Zar si considerava – ed in qualche modo era – un tipico ufficiale, egli avrebbe preferito comandare un reggimento, piuttosto che essere l’Imperatore di tutte le Russie.
La situazione avrebbe richiesto uno statista determinato, ma Nikolaj II era un gentiluomo, il tipico rappresentante di quella aristocrazia di teste coronate che trascorrevano la loro elegante esistenza tra feste e crociere nelle più raffinate località d’Europa. Nonostante i legami di sangue che l’univano alle Case regnanti di mezzo mondo, il Romanov aveva un’esperienza di governo assai limitata.
Per natura era un gentiluomo vittoriano: amava le battute di caccia, si dilettava nello scattare foto ai suoi cari, presenziava i salotti, conversando amabilmente e disprezzando le anime vili. Era anche un ottimo padre di famiglia. Tra il 1895 e il 1910 Nikolaj e Aleksandra mettono al mondo quattro figlie Ol’ga (1895), Tat’jana (1897), Marija (1899) e Anastasija (1901).
Tuttavia, le figlie – per effetto della legge Salica, ripristinata dallo Zar Paolo I Petrovič Romanov – non potevano ereditare il Trono. La legge Salica, difatti, prevedeva che solamente un erede maschio poteva aspirare alla successione.
Dopo la nascita dell’ultima figlia passarono ancora tre anni prima che la Zarina partorisse il tanto atteso erede: Aleksej Nikolaevič, nato nella reggia di Peterhof il 12 agosto 1904. Qualche tempo dopo il lieto evento, i genitori scoprirono con grande costernazione che il principe era affetto da emofilia, un’incurabile patologia del sangue trasmessagli dalla madre.
La vita del giovanissimo Naslednik Cesarevič (letteralmente figlio dello zar – era usato per il primogenito maschio), era fortemente in pericolo e un gigantesco soldato lo sorveglia di giorno e di notte. La famiglia imperiale si vedrà costretta a proibirgli anche i giochi più innocenti. Quello che doveva essere il giorno più felice per la coppia, fu invece l’incubo peggiore della loro esistenza.
La Zarina è sempre in ansia con il piccolo Aleksej, sentendosi in colpa, poiché la malattia è ereditaria per via femminile, ma si trasmette solo ai maschi. Per il figlio primogenito e unico erede maschio del vasto Impero, anche uno spigolo scoperto, rappresenta una minaccia letale: il più piccolo taglio o livido può causargli una emorragia inarrestabile.

Foto della famiglia Romanov. Da sinistra a destra: le Granduchesse Tat’jana Nikolaevna Romanova e Marija Nikolaevna Romanova, lo Zar Nikolaj Aleksandrovič Romanov, la Zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, la Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, lo Cesarevič Aleksej Nikolaevič Romanov e la granduchessa Ol’ga Nikolaevna Romanova.

La sera del 27 Febbraio, poche ore dopo che Nikolaj II si era messo in viaggio, Pietrogrado era già nelle mani dei ribelli. Una nuova entità politica è nata e quel giorno i soldati con gli operai fondarono il primo consiglio rivoluzionario: il Soviet di Pietrogrado, che otto mesi più tardi sarà il protagonista della rivoluzione bolscevica d’Ottobre.
Nikolaj II non comprende il reale accadimento all’interno del paese, non intravede il baratro che gli si prospetta, poiché crede ciecamente – essendo stato educato fin dalla nascita in tale maniera – nel suo potere assoluto, concessogli da Dio. Per lo Zar, l’assenza della Monarchia significherebbe caos e guerra civile, ed egli si sente investito di questa responsabilità: evitare la disfatta è un suo compito strettamente personale. Il giuramento di incoronazione lo legava ai principi della autocrazia, elementi che rendevano inconcepibile l’idea stessa di una costituzione: tale concessione – stabilitasi oramai in tutte le monarchie europee – era ritenuta un peccato mortale. Vi è una palese contraddizione tra la natura dell’uomo e un essere piuttosto gentile, timido, cui non piace scendere in discussioni animate. Considera suo dovere di monarca, essere “duro”, autoritario e a volte anche dispotico.
Scrive la Zarina negli attimi di grande concitazione: “Amore mio sii determinato, la Russia ha bisogno che tu lo sia. Fai vedere a tutti che sei il padrone e la tua volontà sarà ubbidita. Il tempo della gentilezza e dell’indulgenza è finito: adesso è il tempo della volontà e dell’obbedienza. Che Dio mi aiuti ad essere il tuo angelo custode. (…) Mio prezioso e amato tesoro, gli scioperi e le rivolte in città sono sempre più irritanti, si tratta di bande di teppisti, giovinastri che vanno in giro urlando che non c’è pane e lo fanno solo per surriscaldare gli animi, come gli operai che impediscono ai loro colleghi di lavorare. Se facesse più freddo probabilmente se ne starebbero tutti a casa, ma tutto questo passerà presto”.
Già la sera del 28 Febbraio la linea ferroviaria per Pietrogrado non è più sicura per lo Zar. Dopo aver viaggiato a tutto vapore per ventisei lunghe ore, a meno di duecento chilometri dalla capitale il treno imperiale è costretto a fermarsi nella piccola stazione di Malaja Vishera, poiché la scorta dello Zar viene informata che i binari per Pietrogrado sono bloccati e la via è caduta nelle mani dei ribelli. Per la prima volta nella sua vita Nikolaj II si rende conto di non potersi muovere liberamente nel suo Regno. A malincuore lo Zar ordina di invertire la direzione e andare verso Pskov, sede del quartier generale dell’esercito del Nord.
Quale catena di eventi ha potuto portare un capovolgimento di ruoli così umiliante? La Russia si era trovata sull’orlo della Rivoluzione già qualche anno prima, quando la politica espansionistica del Giappone aveva scatenato la guerra russo-giapponese (1904/1905). Per raggiungere il mare del Giappone, alla flotta del Baltico, ci vollero mesi per circumnavigare l’Africa, poi l’Asia e solo per essere affondata dalle navi nipponiche nello stretto di Tsushima: una disfatta che umiliò la Russia di fronte al mondo intero. L’inattesa sconfitta fu un duro colpo per il prestigio dello Zar Nikolaj II e contribuì ad inasprire le tensioni sociali che attraversavano ormai tutti i settori della società russa.
Scioperi a catena paralizzarono Pietrogrado e altre grandi città. Nel Gennaio 1905, l’esercitò aprì il fuoco sui manifestanti che manifestavano per le vie della capitale e la storia ricorda quell’episodio come “La Domenica di sangue”.
Da quel giorno lo Zar divenne per i “rossi” Nikolaj “il sanguinario“. La ribellione si diffuse per tutto il paese e lo Zar fu costretto a promettere riforme liberali: per la prima volta la Russia avrebbe avuto un parlamento, la cosìdetta Duma – termine proveniente dalla parola russa думать (dumat’), “pensare” o “considerare” -, ma non appena l’ordine fu ristabilito, delle azioni punitive restituirono il controllo assoluto dello Zar su tutto l’Impero. La Duma di Stato fu spogliata di ogni potere e tutto tornò all’origine o almeno così parve.
Dodici anni più tardi Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritrova in una situazione analoga, ma questa volta sedare la ribellione sarà molto più difficile. Dagli scritti della Zarina: “Che terribili giorni devono essere questi per te, Dio ti ha dato una croce pesante da portare. Il nostro caro comune amico, prega per te dall’aldilà e ci è più vicino che mai. Quanto vorrei sentire la sua voce consolatrice che arriva dritta la cuore”.
L’amico scomparso di cui parla Aleksandra è meglio noto come Grigorij Efimovič Rasputin: un contadino siberiano semi-analfabeta, la cui ascesa al potere sotto i Romanov aveva dato scandalo. Il finto monaco era un eccentrico ed era considerato da alcuni un “santo” e da altri “un arrampicatore sociale”. La sua misteriosa abilità nell’alleviare le sofferenze del piccolo Cesarevič Aleksej avevano convinto la zarina che Rasputin le fosse stato inviato da Dio.
Si potrebbe, perfino affermare, che la Monarchia cade in disgrazia per colpa “dell’effetto Rasputin”. La sua influenza sulla Casa Imperiale probabilmente non fu mai così grande, ma le voci scandalistiche sul suo libertinaggio sessuale e la sua influenza a corte distrussero l’immagine pubblica della Monarchia zarista. Il rocambolesco assassinio di Rasputin non era servito a liberare la zarina dalla sua morbosa ossessione religiosa, né tantomeno a liberare Nikolaj II dal suo progressivo isolamento. Dunque nel 1917, il treno giunge al comando di Pskov e il Romanov, vuole subito organizzare con i suoi generali più esperti una repressione efficace.
L’ultimo Zar era un patriota e un conservatore: per lui l’esercito era l’essenza stessa della Russia. Amava l’esercito più di qualunque istituzione e se vi erano personalità di cui si fidava ciecamente questi erano i suoi ufficiali. Ma giunto nel quartier generale, Nikolaj II nota nei suoi ufficiali uno strano senso di imbarazzo per l’assenza del generalissimo Nikolai Vladimirovich Ruzsky, il quale non è lì a rendergli omaggio. La sua defezione è uno schiaffo al protocollo militare, denso di significati.

Dalle memorie personali di una guardia dello Zar Nikolaj II: “Quando sono stato presentato per la prima volta a Sua Maestà, il Sovrano, egli guardandomi negli occhi affettuosamente, chiese: «Sei un parente del nostro Toumanoff?». Sentivo che Sua Maestà era felice di vedere un altro Toumanoff vicino a lui. Io avevo 21 anni, quando mi sono unito ad uno dei più brillanti reggimenti della guardia, come ufficiale. Con tutto l’ardore appassionato del mio cuore, ho riempito di adorazione la figura dello Zar. Più di tutto mi colpì il suo aspetto, in modo particolare gli occhi affettuosi, – capaci di bruciare gli angoli più nascosti delle nostre anime – i quali non potranno mai essere dimenticati da nessuno che ebbe la fortuna di vederli”.

Alle 22.00 del 01 Marzo 1917 presso la Stazione di Pskov, Nikolaj convoca al quartier generale Ruzsky per un incontro privato che riveli l’umore del suo Stato Maggiore. Per capire la posizione dei generali, bisogna tener conto che erano divisi tra la lealtà verso la dinastia dei Romanov e la fedeltà alla Russia e all’esercito, che per i militari rappresentavano entrambi, elementi di pari importanza. Aleggiava, dunque, una reale preoccupazione che se avessero continuato a sostenere “quello” Zar, l’esercito si sarebbe dissolto: un ammutinamento generale li avrebbe costretti ad arrendersi alla Germania guglielmina e la Russia stessa sarebbe sparita per sempre.
Nikolai Vladimirovich Ruzsky è convinto che ulteriori spargimenti di sangue servirebbero solo ad infiammare le folle ancor di più. Il suo “consiglio” è l’autorizzazione immediata della Duma, su ordine diretto dello Zar, per formare un governo di unità nazionale, il quale conceda al popolo una costituzione.
Nessuno aveva mai parlato allo Zar di tutte le Russie, come questo generale aveva osato fare a Pskov e per Nikolaj fu certamente un dramma. Certo, Ruzsky stesso dovette fare i conti con la preoccupazione diffusa, tra gli ufficiali, che il tentativo di imporre con la forza un’autorità zarista a Pietrogrado avrebbe mandato in frantumi quello che restava dell’esercito Imperiale e della disciplina militare.
Nikolaj II è sorpreso e disgustato: non si fida dei politicanti della Duma e una costituzione per lui, equivale al caos. Quella stessa notte tra l’uno e il due Marzo 1917, lo Zar scopre che la proposta del generale indisciplinato è condivisa da quasi tutti gli altri ufficiali dello Stato Maggiore e solo in quell’istante il Romanov si rese conto di essere completamente solo.
Quando la crisi comincia, Nikolaj II crede ancora di poter controllare la situazione, ma venutosi a trovare di fronte ad una rivoluzione che dilaga nella capitale con guarnigioni intere che si ammutinano e generali che rifiutano di sedare la ribellione, si rende conto che non ha alternative. Contro tutte le sue più radicate convinzioni Nikolaj è costretto ad accettare la proposta dei suoi generali: autorizzerà un governo della Duma e darà alla Russia una Costituzione.
Via telegrafo il generale Ruzsky comunica la decisione dello Zar al presidente della Duma Michail Vladimirovič Rodzjanko: “Sua Maestà, lo Zar Nikolaj II ha dato il suo consenso per la creazione di un consiglio dei ministri che risponda alla Duma”. Nonostante la concessione Imperiale, Rodzjanko non è soddisfatto: i suoi ripetuti allarmi sono stati sistematicamente ignorati, con lo Zar che non ha voluto mai riconoscere al parlamento un ruolo attivo. Oramai è troppo tardi e il responsabile del precipitare della situazione è lo Zar stesso. La sua arroganza nel prendere decisioni senza consultare nessuno finirà per costargli la corona. Prosegue ancora il presidente della Duma: “E’ evidente che né sua Maestà, né voi vi rendete conto di quanto accade qui. E’ scoppiata una terribile rivoluzione e sedarla non sarà facile. Le truppe non si limitano a disobbedire, ma arrivano persino ad uccidere gli ufficiali”.
Da questo scambio è chiaro che solo l’abdicazione di Nikolaj Aleksandrovič Romanov poteva soddisfare la folla dei rivoluzionari e rivoltosi. Alla richiesta di ulteriori dettagli Rodzjanko aggiunge: “Ovunque le truppe prendono le parti della Duma e il popolo e chiede con forza l’abdicazione dello Zar, in favore del figlio Aleksej Nikolaevič, con la reggenza di Michail Aleksandrovič Romanov, fratello minore del sovrano”.
Se operiamo un’analisi sulle rivoluzioni, dobbiamo stabilire come gli eventi accadino sempre velocemente: quello che oggi sembra un ragionevole compromesso, domani è già un sogno impossibile. Inizialmente la Duma, chiede a Nikolaj II di formare un governo che avrebbe avuto il sostegno di una larga maggioranza parlamentare, ma quando la guarnigione di Pietrogrado si ribella e nascono i Soviet (consiglio degli operai), la Duma si convince che solo l’abdicazione dello Zar, può riportare l’ordine.
Dagli scritti di Nikolaj Romanov, l’ultimo Zar di tutte le Russie: “Questa mattina è venuto Ruzsky e mi ha letto la sua lunga conversazione via telegrafo con Rodzjanko. Secondo quanto riportato la situazione a Pietrogrado è tale che un governo della Duma, sarebbe ormai impotente, perché dovrebbe competere con il partito social-democratico, rappresentato dal Comitato dei Lavoratori: i Soviet di Pietrogrado. Mi chiedono di abdicare”. Nikolaj II non si dà ancora vinto: prima di accettare l’esilio decide di consultare ancora una volta i comandanti militari, sperando ancora in un loro appoggio, ma nessuno è più disposto a sostenerlo. Per le 02:00 arrivano via telegrafo le risposte dei generali al fronte e tutti concordano: lo Zar deve abdicare.
I generali prima di ogni altra cosa, si considerano generali russi, che combattono una guerra russa e se la monarchia serve alla causa patriottica – per vincere la guerra -, sono pronti a sostenerla, ma nel tentativo di Febbraio 1917, molti di loro non si fidano più della capacità di Nikolaj II nella conduzione vittoriosa del conflitto. Messi di fronte alla scelta fra lo Zar e la Russia, scelgono sempre e solo la seconda. L’ultimo Romanov a sedere sul trono Imperiale è come stordito: tutti i generali più fidati lo hanno abbandonato al suo destino e il suo isolamento è completo e senza appello. Come appunterà sul suo diario, alle 15.00 del pomeriggio del 2 marzo 1917 Nikolaj Aleksandrovič Romanov rinuncia al Trono.

Michail Aleksandrovič Romanov, (San Pietroburgo, 28/11/1878 – Perm’, 12/06/1918), è stato fratello minore dello Zar Nikolaj II di Russia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Michele chiese allo zar Nicola II il permesso di tornare in Russia e di entrare nell’esercito, con l’accordo che anche sua moglie e suo figlio sarebbero venuti. Tornò a casa come generale russo, e comandò la Divisione Selvaggia, formata da ceceni e daghestani. Le fonti archivistiche, indicano come il 12 giugno del 1918 a Michele fosse ordinato da un gruppo di uomini di lasciare l’albergo a Perm’ dove viveva in reclusione forzata, anche lui prigioniero del governo rivoluzionario bolscevico. Con il suo segretario furono portati in periferia, dove furono uccisi entrambi a colpi d’arma da fuoco e i loro corpi bruciati. Secondo la versione fornita dai sovietici, gli assassini erano lavoratori locali che odiavano il regime zarista ed erano infastiditi dalla vita lussuosa di Michail. I documenti, di contro, mostrano che l’ordine di giustiziarli fu impartito dalla Čeka di Perm’.

Questo gesto sarà l’inizio della sua caduta: non potrà mai immaginare la sua amara e triste fine. Lui che fino a quel momento aveva deciso della vita e della morte di 160.000.000 di russi, adesso è un uomo come tanti. Tutto quello che aveva conosciuto e amato nella sua vita era sul punto di sparire per sempre.
Dal diario della Zarina: “Il mio cuore è in pezzi in questo momento di ribellione e angoscia. Penso a te, completamente solo. Non sappiamo nulla di te e tu non sai nulla di noi. (…) Loro ti informeranno sulla situazione: è spaventoso! Ci sono due forze contrapposte: la Duma e i Rivoluzionari. Due serpenti che spero si divorino l’uno contro l’altro. E’ chiaro che non vogliono che tu mi incontri prima di aver firmato qualche documento, magari una Costituzione o qualche altro abominio del genere”.
Sempre a Pskov alle 21:30 dello stesso 02 Marzo, arrivano due uomini esausti. Sono Vasily Vitalyevich Shulgin e Aleksandr Ivanovič Gučkov gli emissari della Duma: portano allo Zar la richiesta di abdicazione. Nikolaj II e Gučkov già si detestavano, per cui c’è un ulteriore elemento di tensione, quando ad arrivare con la scomoda richiesta è proprio il suo antagonista politico. Gučkov è uno di quei monarchici, che vorrebbe escludere i Romanov dalla politica attiva, ma è disposto a tutto pur di mantenere l’istituto monarchico come simbolo di ordine e legittimità. La grande maggioranza dei rappresentanti della Duma sono spaventati dal rischio di una rivoluzione sociale. Lo Zar fino a quel momento era stato un essere divino ed ora si trovava in questa piccola fangosa città di Pskov con questi due politicanti arrivisti – perché tali li considera – che si presentano con la richiesta di abdicazione: pensate che profonda umiliazione.
Ma Nikolaj II ha in serbo un colpo di scena: con freddezza informa gli emissari della Duma, che arrivano tardi, poiché l’abdicazione è già un fatto compiuto. Il nuovo Zar non sarà però il piccolo Aleksej Nikolaevič, ma suo fratello minore, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov.
E’ una decisione fuori da ogni protocollo, nata da un incontro privato e decisivo – avuto poche ore prima – con il dottore Sergey Petrovich Fedorov, una delle ultime personalità di cui aveva ancora fiducia. Quando la parola “abdicazione” era stata pronunciata, un pensiero lo tormentava nell’animo: l’incerta salute del figlio, avrebbe permesso ad Aleksej di regnare? Il dottore fu chiaro e diretto: Cesarevič Aleksej avrebbe forse potuto raggiungere l’età adulta, ma sarebbe sempre stato alla mercé di un incidente. Ascoltando le parole di Fedorov, Nikolaj II si rese conto delle implicazioni che l’elezione del figlio avrebbero comportato per la dinastia, già fortemente in pericolo. Inoltre se avesse firmato l’abdicazione in favore di Aleksej sarebbe stato per sempre separato da lui e in quel momento Nikolaj decide: il Cesarevič non sarà mai Zar.
Nel prendere la decisione di abdicare in favore del fratello Nikolaj Romanov non immaginava che tale scelta avrebbe creato ulteriori problemi. Sicuramente era preoccupato e si sentiva colpevole per aver spezzato la legittimità della successione, non avendone il diritto. Infine la fedeltà alla Costituzione soccombe, di fronte all’attaccamento di un padre per un figlio gravemente malato. Gli emissari del Duma, ignari dell’incontro non si aspettano un cambiamento nella linea di successione.

Aleksej Nikolaevič Romanov (Peterhof, 12/08/1904 – Ekaterinburg, 17/07/1918) è stato l’ultimo erede al trono dell’Impero russo, primo maschio e ultimogenito dello zar Nikolaj II e della zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, dopo le sorelle Ol’ga, Tat’jana, Marija e Anastasija. Fu barbaramente ucciso, nella dimora-prigione di Ekaterinburg, la notte del 17 luglio del 1918 dai sicari della Čeka bolscevica.

Nikolaj Aleksandrovič Romanov si ritira nel suo studio: le carte militari che fino a quel giorno avevano riempito il suo tavolo, ora non ci sono più: è presente solo il testo di abdicazione.
Così scrive quella notte: “In questi giorni di grave lotta contro il nemico esterno, che da tre anni sta cercando di assoggettare la nostra patria, il signore Iddio ha voluto sottoporre la Russia ad un’altra prova. Lo scoppio di disordini popolari, minaccia di produrre un effetto disastroso sulla futura condotta di questa dura guerra. Il destino della Russia, l’onore del suo eroico esercito, il benessere del popolo e tutto il futuro della nostra amata Patria, richiedono che la guerra – qualunque ne sia il costo – si avvii ad una conclusione decorosa. In questi giorni decisivi per la vita della Russia, noi consideriamo nostro dovere – verso la nazione – di unire tutte le forze del paese per un rapido conseguimento della vittoria. D’accordo con la Duma abbiamo ritenuto opportuno rinunciare al trono dello Stato russo e cedere l’autorità suprema. Non desiderando separarci dal nostro amato figlio, trasmettiamo la nostra successione al nostro fratello, il Gran Duca Michail Aleksandrovič Romanov e gli diamo la nostra benedizione perché ascenda al trono dello Stato russo. Voglia il signore Iddio aiutare la Russia”.
Manca poco alla 00:00 e Nikolaj Romanov raccoglie la penna, ma prima di firmare ha un ultimo moto d’orgoglio: vuole lasciare un segno sul suo ultimo atto ufficiale e retrodata la firma alle 15:05 del pomeriggio, alcune ore prima dell’arrivo degli emissari, perché nessuno pensi che la decisione dello Zar sia stata influenzata dalla Duma.
Lo Zar Nikolaj II adesso è un uomo come gli altri, il cittadino Col.Nikolaj Romanov. La notizia irrompe al Palazzo Imperiale come una cannonata e il testo dell’abdicazione è su tutte le prime pagine.
Quasi ventiquattro ore dopo, anche il nuovo Zar Michail Aleksandrovič Romanov rinuncia al trono firmando il manifesto fattogli avere dal politico socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij. Il fratello minore di Nikolaj non possiede ambizioni politiche e nessuna voglia di farsi carico di una situazione ampiamente compromessa. In tre soli giorni una delle dinastie più antiche del mondo crolla come un castello di carte: la fine della monarchia è salutata con manifestazioni di giubilo in tutto l’Impero. La popolazione, ignara del regime comunista successivo, festeggiava i lieti eventi, non rendendosi minimamente conto di cosa si sarebbe evoluto il bolscevismo della rivoluzione. 
Segue il diario di Nikolaj: “all’ 01:00 ho lasciato Pskov con il cuore gonfio, per tutto quello che ho dovuto subire: intorno a me c’è solo tradimento, codardia, inganno”.
L’ultimo Zar (de iure fu Michail) è costretto ora a proseguire il viaggio incerto, prigioniero sul suo stesso treno imperiale. Ci vorranno sette giorni perché possa riunirsi alla sua famiglia a Tsarskoye Selo. Nei mesi che seguono la Russia precipiterà in un bagno di sangue: una spaventosa guerra civile tra l’armata bolscevica – l’anima più radicale della rivoluzione, definita “Rossa” e “L’armata Bianca” dei restauratori controrivoluzionari. Tale spargimento di sangue- senza esclusione di colpi – si concluderà il 17 Giugno del 1923 con la vittoria dei rivoluzionari bolscevichi che fondarono l’Unione Sovietica.
Nikolaj, il discendente di Pietro il Grande e Ivan il Terribile, giunge il 9 Marzo alle ore 11:45 a Carskoe Selo – antica residenza imperiale – come un cittadino qualunque: le nuove guardie non lo riconoscono neppure.
Dopo tre secoli di dominio assoluto, la prima famiglia di Russia sparisce fra le quinte delle Storia. Nella Russia scossa dal terremoto della Rivoluzione, quest’uomo timido e schivo è ancora percepito come una grave minaccia. Nikolaj Romanov ha 49 anni, gli resterà ancora un anno da vivere, prima che la morte lo liberi definitivamente da quel ruolo e quel potere che non ha mai voluto. Prigioniero del Governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij, in seguito all’aggravarsi della situazione politica, il colonnello Romanov viene trasferito per ragioni di sicurezza in Siberia. In seguito alla Rivoluzione d’ottobre e alla salita al potere di Lenin, il Soviet degli Urali reclama i prigionieri reali come “bottino di guerra” della Rivoluzione.
A Ekaterinburg i prigionieri condividono l’abitazione con le guardie addette alla loro sorveglianza e sono sottoposti a numerose angherie. Vista l’avanzata della “Legione cecoslovacca” appartenente all’Armata Bianca controrivoluzionaria, il soviet locale dà ordine di accelerare i tempi dell’esecuzione. L’operazione viene affidata a un commissario della Čeka: questa fu un corpo di polizia politico, creato il 20 dicembre 1917 da Lenin e Feliks Edmundovič Dzeržinskij, il quale durò fino al 1922, per combattere i nemici del nuovo regime russo. Il commissario Jakov Jurovskij, organizza in gran segreto la fucilazione e il successivo occultamento dei corpi. Di fronte al diniego di numerosi čekisti, che si rifiutano di sparare sull’intera famiglia, è creato un commando composto da ex prigionieri di guerra austriaci e ungheresi, che hanno abbracciato – alcuni per paura, altri per sopravvivenza – la rivoluzione bolscevica.
Così nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, il commissario sveglia l’ex Zar e tutta la famiglia, dando l’ordine di preparare i bagagli per una partenza. I Romanov e gli altri prigionieri del seguito, sono condotti nello scantinato della casa e Jurovskij ordina di disporsi per una fotografia di notifica, dopodiché chiama il commando.
Letta una improbabile sentenza l’ex Zar di tutte le Russie viene falciato dal fuoco. L’esecuzione durò venti minuti e la scena dovette essere altrettanto pietosa: nella confusione che ne seguì, il primo a cadere fu proprio Nikolaj II; di seguito la Zarina Aleksandra Fëdorovna; poi i membri del séguito, e infine i cinque figli, Ol’ga, Tat’jana, Marija, Anastasija, Aleksej. Alcune delle figlie non morirono con i colpi delle armi da fuoco immediatamente, per via dei gioielli che avevano sotto il corpetto: furono trucidate e finite a baionettate. Jurovskij dichiarerà: «I gioielli e i diamanti cuciti negli abiti facevano rimbalzare i proiettili sui corpi delle donne che, ferite e spaventate, non smettevano di dibattersi in preda al dolore e al terrore. Il mio aiutante dovette consumare un intero caricatore e poi finirle a colpi di baionetta».
I corpi vennero portati nel vicino bosco di Koptiakij e, dopo una previa divisione, furono bruciati a metà strada i corpi di Aleksej e Marija, mentre gli altri vennero denudati, fatti a pezzi e gettati nel pozzo di una vecchia miniera. Infine i resti furono sciolti con acido solforico e dati alle fiamme: era necessario che i controrivoluzionari non trovassero alcuna traccia dell’esecuzione avvenuta.
Nel 1990 in un bosco di betulle alla periferia di Ekaterinenburg (un tempo Sverdlovsk) i corpi vengono ritrovati in una fossa poco profonda – identificati con la tecnica forense convenzionale delle impronte genetiche -, rinvenuta in un bosco di betulle.

A sinistra, una raffigurazione “ipotetica” di come sia andata l’assassinio della famiglia Imperiale. A destra una foto del 17/07/2017 a Ekaterinburg, per la processione reale, dopo la canonizzazione del 2000.

Il 16 luglio del 1998 la famiglia zarista è inumata nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo (ex Pietrogrado) in seguito a un funerale di Stato presenziato dal presidente Boris El’cin.
Il 30 aprile 2008, in seguito alla pubblicazione dei test del DNA da parte del laboratorio statunitense, il quale aveva in esame i resti ritrovati nell’estate, vengono definitivamente identificati i corpi della granduchessa Marija e dello zarevič Aleksej. Lo stesso giorno le autorità russe comunicano ufficialmente che l’intera famiglia è stata identificata.
Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nikolaj Aleksandrovič Romanov e la sua famiglia, per il contegno da loro tenuto durante la deportazione e la prigionia, per il fatto di aver – come attestano diari e lettere ritrovati dopo la morte – concesso in nome della fede il perdono ai loro carnefici e di aver auspicato la fine della guerra civile anche davanti alla possibilità di venire salvati dall’incipiente arrivo dell’armata bianca. Nikolaj II in prigionia rifiutò, addirittura, l’offerta di fuga propostagli da una lettera anonima inviata dallo stesso Consiglio dei Soviet.
L’ex Zar giustificò il diniego con un’altra lettera nella quale sosteneva che nell’azione si sarebbe sparso troppo sangue. Un’ulteriore prova di tale rassegnazione, e che è stata determinante nei lavori del Clero ortodosso, è la lettera inviata a tutti i familiari dalla granduchessa Ol’ga, dove ella scrive: “Papà chiede a tutti (…) che non cerchino di vendicarlo (…) poiché il male che adesso domina nel mondo diventerà ancora più grande. Il male, infatti, non può sconfiggere il male, ma solo l’amore può farlo (…)”. San Nikolaj II, Imperatore martire e “grande portatore della Passione“, unitamente a santa Aleksandra, sant’Aleksej, santa Ol’ga, santa Tat’jana, santa Marija, sant’Anastasija e santa Elizaveta sono festeggiati il 17 luglio.
Lo Zar e la sua famiglia sono stati ufficialmente riabilitati dal Presidium della corte suprema russa il 01 ottobre 2008, dopo una lunga battaglia legale. La corte ha riconosciuto come illegale l’esecuzione dello Zar e della famiglia. In questo caso sarebbe previsto il risarcimento danni, ma solo per gli eredi di primo grado, che in questo caso sono defunti.
La Russia, oggi capeggiata dal leader Vladimir Vladimirovič Putin è riuscita nella mirabile operazione di realizzare quell’analisi storica necessaria per la crescita e per il bene del paese, che l’Italia ancora non ha compiuto. Tale consapevolezza storica – che rende grande un popolo – è stata dimostrata ancora con più veemenza quest’anno, dove nella data del 17 Luglio 2017 migliaia di russi hanno sfilato a Ekaterinburg per l’anniversario della esecuzione della famiglia imperiale, il 17 luglio 1918: per una memoria storica e per una dignità culturale.

Note: Per tutte le date russe uso il calendario giuliano “vecchio stile”, che, rispetto al calendario gregoriano “nuovo stile” usato in Occidente, nel XVII secolo era indietro di dieci giorni, nel XVIII di undici, nel XIX di dodici e nel XX di tredici. Quanto ai titoli, uso il russo “Zar” al posto del romano-europeo “imperatore” per la giusta connotazione slavofila. I russi sono generalmente provvisti di un nome proprio e un patronimico.

Per approfondimenti:
_Marzia Sarcinelli, L’ ultimo Zar. Nicola II, Alessandra e Rasputin – Mursia Editore;
_Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924 – Edizioni Oscar Mondadori;
_Simon Sebag Montefiore, I Romanov – Edizioni Mondadori;
_Roberto Pazzi, Cercando L’imperatore – Edizioni Bompiani.

 

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L’affermazione dello stato d’Israele e la cancellazione della Palestina

L’affermazione dello stato d’Israele e la cancellazione della Palestina

di Gabriele Rèpaci 11/07/2017

Nel 1947 gli inglesi decisero di rimettere il mandato della Palestina alla neonata ONU – succeduta alla Società delle Nazioni – e in quello stesso anno cominciarono le manovre diplomatiche per costituire una maggioranza favorevole alla costituzione di uno Stato ebraico in Palestina.
Il Segretario Generale dell’ONU incaricò della questione il Primo Comitato dell’Assemblea Generale che a sua volta decise, con 13 voti favorevoli, 11 contrari e 29 astenuti, di incaricare un Comitato Speciale di 11 membri (Australia, Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, India, Iran, Jugoslavia, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) di studiare la questione e riferire all’Assemblea per decidere il destino della Palestina. Gli 11 commissari del Comitato Speciale (UNSCOP) che non avevano nessuna conoscenza della situazione, arrivarono il 14 giugno 1947.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Trygve Lie e membri del Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP) si riuniscono al Lake Success il 9 gennaio 1948 sulla questione israelo-palestinese.

Durante la loro permanenza nel paese, nel luglio 1947, due cacciatorpediniere britannici intercettarono la nave Exodus con 4.554 immigrati ebrei clandestini diretti in Palestina. I passeggeri, tranne 130, si rifiutarono di sbarcare in Francia e il governo britannico rimandò la nave in Germania. L’episodio della Exodus sollevò una grande emozione e portò l’opinione pubblica, nell’ignoranza della questione palestinese, a sposare la causa sionista e stabilì una correlazione tra il genocidio nazista degli ebrei europei e la creazione di uno Stato ebraico in Palestina.

Exodus 1947 (in ebraico Yetzi’at Eiropa Tashaz, cioè Exodus Europa 5707, dove 5707 è l’anno 1947 secondo il calendario ebraico) è il nome di una nave, anche conosciuta come President Warfield, che nel 1947 fu incaricata di trasportare gli ebrei che partivano illegalmente dall’Europa per raggiungere la biblica Terra di Israele, allora sotto il controllo britannico con l’antico nome romano di Palestina.

Gli 11 commissari dell’UNSCOP, dopo aver ascoltato l’Esecutivo Sionista che presentava una proposta di spartizione della Palestina, partirono per un giro di informazione nei campi di raccolta dei profughi ebrei in Europa.
L’UNSCOP completò il suo rapporto il 31 agosto 1947 e presentò due relazioni. La relazione di maggioranza (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) presentò un piano di “spartizione con unione economica” che divideva la Palestina in uno Stato arabo, uno Stato Ebraico e una zona internazionale di Gerusalemme sotto la giurisdizione dell’ONU. La superficie dello Stato Arabo Palestinese sarebbe dovuta essere di 4.476 miglia quadrate, pari al 42,88% del totale, e quello dello Stato Ebraico di 5.893 miglia quadrate pari al 56,47%; 68 miglia quadrate (0,65%) avrebbero costituito la zona internazionale. Lo Stato Ebraico avrebbe avuto una popolazione di 498.000 ebrei e 497.000 palestinesi , quello arabo palestinese 725.000 palestinesi e 10.000 ebrei; Gerusalemme 105.000 palestinesi e 100.000 ebrei.
La relazione di minoranza (India, Iran, Jugoslavia) presentò un “piano per lo Stato federale” che prevedeva l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme capitale che avrebbe avuto “un governo federale e due governi nazionali, uno ebraico e uno arabo”.
Per studiare il rapporto dell’UNSCOP, e per guadagnare tempo, si costituì un “Comitato ad hoc” che cominciò i suoi lavori il 25 settembre 1947 e a sua volta nominò, il 22 ottobre 1947, due “Sottocomitati”. Il primo “Sottocomitato” (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Polonia, Sudafrica, Stati Uniti, Uruguay, Russia, Venezuela) raccomandò l’adozione del Piano di spartizione proposto dall’UNSCOP con qualche piccola modifica. Il secondo “Sottocomitato” (Afghanistan, Colombia, Egitto, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Yemen) chiese invece la Costituzione dei Sottocomitati in modo che rappresentassero tendenze opposte e propose di chiedere il parere della Corte Internazionale di Giustizia prima di prendere una decisione, di risolvere la questione dei profughi ebrei lasciando loro la libertà di scegliere il luogo nel quale vivere e di formare un’assemblea costituente palestinese che garantisse i diritti umani e politici di tutti i cittadini e i diritti delle minoranze.
Il Comitato ad hoc si riunì, il 19 novembre 1947, per esaminare le relazioni dei due Sottocomitati e decise di adottare quella del primo. Infine l’Assemblea Generale si riunì il 24 novembre per discutere del rapporto del Comitato ad hoc che presentò il rapporto del Primo Sottocomitato che riprese quello del Comitato Speciale formato dal Primo Comitato dell’Assemblea Generale. Per raggiungere la maggioranza dei due terzi è stata necessaria una azione concentrata di lobby da parte dei sionisti americani, un’intensa attività dissuasiva statunitense e un energico intervento del rappresentante sovietico. Alcuni membri misero in evidenza la non titolarità dell’ONU di disporre del territorio palestinese. Altri denunciarono le minacce di ripercussioni economiche sui loro Paesi in caso contrario e le pressioni personali a cui sono stati sottoposti.
Il tentativo di dare una parvenza di legalità al costituendo Stato ebraico passò con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astensioni. Il 29 novembre l’Assemblea Generale dell’ONU adottò la risoluzione 181 in cui raccomandava la spartizione del territorio della Palestina secondo il piano proposto dall’UNSCOP.
Questo piano incontrò il favore dei sionisti, ma non dei palestinesi e l’impasse diede il via alle ostilità fra le comunità. Nel maggio 1948 i britannici si ritirarono e contemporaneamente i sionisti proclamarono lo Stato di Israele; questi eventi segnarono un’escalation del conflitto, caratterizzata dallo scontro tra Israele e Stati arabi. All’inizio del 1949, Israele, uscito vittorioso dalla guerra, firmò una serie di armistizi che estero le sue frontiere ben oltre quanto previsto dal piano ONU del 1947.

Da sinistra a destra: Territori riconosciuti a Israele dall’ONU e conquiste del 48-49; mappa della distribuzione della popolazione nel 1946; David Ben Gurion legge a Tel Aviv la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio.

Il risultato del conflitto fu dunque la fine della Palestina come entità territoriale a sé: tre quarti del territorio del mandato furono occupati da Israele e la Giordania annesse la Cisgiordania, Gerusalemme Est compresa; Gaza, popolata principalmente da profughi, restò sotto il controllo egiziano. Nei successivi venti-trent’anni il conflitto israelo-palestinese fu oscurato dal più vasto conflitto arabo-israeliano, combattuto tra Israele e la coalizione di Stati guidata dall’Egitto, dove nel 1952 gli Ufficiali Liberi (al-Ḍubbāt al-Aḥrār) avevano deposto re Fārūq instaurando la Repubblica. Per i palestinesi il 1948 fu l’anno della Nakba – letteralmente “disastro” o “catastrofe” – una sconfitta che andò ben oltre la disfatta militare. Circa 700-750.000 profughi, la gran parte dei circa 1.300.000 palestinesi allora residenti in Palestina, furono costretti ad abbandonare le aree passate sotto il controllo di Israele; alcune stime hanno portato tuttavia il totale dei profughi a circa 900.000.
L’esodo del 1948-49 e le sue motivazioni hanno costituito per mezzo secolo uno dei maggiori motivi di frizione e di polemica del contenzioso arabo israeliano. Per decenni infatti le fonti israeliane e filo-israeliane, anche quella più in buona fede, hanno cercato di eludere il problema della responsabilità dello Stato ebraico sostenendo che l’esodo era stato prevalentemente, se non interamente, volontario o dettato comunque dagli incitamenti dei governi e comandi arabi, che esortavano i palestinesi a lasciar liberi i villaggi per le operazioni degli eserciti in campo, che li avrebbero comunque “riportati a casa” in breve tempo. Questa tesi è passata per lungo tempo nella percezione dei mass media e dell’opinione pubblica occidentali, puntualmente contestata dalle fonti palestinesi e dagli analisti. In anni recenti sono venute anche le opere dei cosiddetti “nuovi storici” di Israele, studiosi come Benny Morris e Ilan Pappé, i quali hanno riconosciuto e documentato la responsabilità dei sionisti in questo campo. A titolo d’esempio, proprio lo storico Benny Morris – analizzando un rapporto dei servizi di intelligence israeliani dell’epoca – ha scritto che il 55% dell’esodo va ascritto direttamente o indirettamente alle operazioni militari delle forze regolari ebraiche, un altro 15% agli attacchi dell’Irgun Zvai Leumi e della Banda Stern, un 2% all’opera di “disinformazione” ebraica e un 2% a precisi ed espliciti ordini di espulsione, in totale quindi il 74%; solo il 5% fu dovuto a ordini o appelli dei comandi e delle autorità arabe, mentre un buon 10% va ascritto a quello che Morris ha definito “la paura generale” di attacchi ebraici o di rappresaglie per attacchi arabi contro le vicine località controllate da forze ebraiche.
Questa paura è stata sistematicamente suscitata e alimentata proprio dalle azioni delle forze ebraiche, spesso con una obiettiva convergenza fra unità regolari e gruppi terroristici. Esemplare da questo punto di vista l’azione contro il villaggio di Deir Yassin alle porte di Gerusalemme, condotta il 9 aprile 1948 dall’Irgun Zvai Leumi con il concorso della Banda Stern e la acquiescenza del comando locale della Haganah; un azione che è passata alla storia per la sua crudeltà e perché, ancora prima della proclamazione dello Stato d’Israele, ebbe un ruolo determinante nel dare avvio all’esodo palestinese e nel determinare quella “paura generale” di cui parla Morris.
All’alba di quel 9 aprile due unità dell’Irgun e della Banda Stern attaccarono il villaggio, che faceva parte del territorio assegnato dall’ONU alla Zona internazionale di Gerusalemme; dopo aver facilmente neutralizzato un piccolo nucleo di resistenza locale, gli attaccanti – riferì l’ufficiale della riserva e storico militare Meir Pa’il sul giornale Yedioth Ahronoth del 4 aprile 1972 – «cominciarono a rastrellare le case. Tiravano su tutto ciò che vedevano, donne e bambini compresi. I comandanti non provarono a fermare il massacro». Alla fine i morti furono 254, in maggioranza appunto donne e bambini. L’impatto della strage sulla popolazione palestinese fu enorme; nei mesi successivi, all’arrivo delle forze sioniste il grido: «Deir Yassin, Deir Yassin», spesso rilanciato con i megafoni degli aggressori, era sufficiente a provocare vere e proprie ondate di panico e fughe di massa.

Il massacro di Deir Yassin ebbe luogo il 9 aprile 1948, quando circa 120 combattenti sionisti appartenenti all’Irgun e alla Lehi (comunemente nota come “banda Stern”) attaccarono il villaggio palestinese di Deir Yassin (Dayr Yāsīn, in arabo traslitterato), vicino Gerusalemme, che contava allora circa 600 abitanti.

Ma se Deir Yassin fu l’episodio più tristemente noto, assurto a simbolo del martirio e della resistenza palestinese, non fu affatto l’unico. Ci fu ad esempio il massacro di al-Dawayima presso Hebron, nel giugno 1948 con l’uccisione – secondo il già citato professor Meir Pa’il – di almeno 50 civili, mentre fonti locali palestinesi parlano di almeno 200, e quella di Safsaf, presso Safed, il 29 ottobre 1948, dove alcune decine di uomini furono uccisi dopo essere stati catturati mentre le donne furono indotte a lasciare il villaggio. Casi emblematici furono poi quelli di Haifa e di Ramle e Lod, non semplici villaggi ma città importanti.
Ad Haifa l’attacco contro la città, condotto da forze ebraiche molto superiori agli arabi che la difendevano, fu preceduto da trasmissioni in cui si diceva: «È giunto il giorno del giudizio, oggi è tale giorno (…). In nome di Dio allontanate dai quartieri arabi le donne e i bambini». Alla mezzanotte del 22 aprile 1948 cominciò il bombardamento della città araba con i mortai mentre dalle sovrastanti pendici del Monte Carmelo venivano fatti rotolare bidoni di olio infuocato e gli altoparlanti continuavano a trasmettere avvertimenti e minacce. Migliaia di palestinesi presero così la fuga, ammassandosi nel porto, nel quartiere tedesco (controllato dagli inglesi) e stipandosi su autobus e barche che si allontanavano dalla città. A Lod (Lydda) e Ramle la popolazione fu terrorizzata con bombardamenti aerei e di artiglieria; poi, al momento dell’ingresso in città l’11 luglio furono compiute veloci scorribande intimidatorie nelle strade, accompagnate dal lancio di volantini; la mattina dopo a Lod, in risposta a sporadici tiri di cecchini, si scatenò una vera e propria caccia all’arabo con sparatorie indiscriminate che provocarono la morte di almeno 250, o forse addirittura 400, abitanti arabi. Subito dopo, nel pomeriggio del 12 luglio, iniziò l’espulsione sistematica della popolazione. Raccontò Yitzhak Rabin nelle sue memorie (pubblicate negli Stati Uniti nel 1979) che Ben Gurion seguiva le operazioni dal Quartier generale e alla domanda su cosa si dovesse fare con la popolazione araba «fece un gesto energico e conclusivo con la mano e disse: “Espellerli!”».
Così fu determinata, in tante località della Palestina, la sorte della popolazione araba. Dispersi nei campi di raccolta dei paesi confinanti, per i primi tre lustri i profughi vissero sotto il peso della Nakba, tra scoramento e frustrazione, ma illudendosi ancora di poter contare su una rivincita degli Stati arabi. Poi a metà degli anni sessanta sarebbe venuto il tempo della maturazione e della sofferta coscienza di dover contare solo sulle proprie forze e su una autonoma volontà di riscatto.
Mentre gli altri palestinesi erano rinchiusi nei campi profughi, diventavano cittadini in Giordania, restavano non cittadini nella Striscia di Gaza, i 160.000 palestinesi rimasti nel neonato Stato ebraico furono sottoposti a governo militare nel 1948. Questo regime sarebbe durato per diciotto anni e la memoria di questo periodo oscuro ha avuto un ruolo importante nella formazione dell’identità dei palestinesi che oggi vivono in Israele; portando tra l’altro a un punto di rottura le relazioni tra minoranza e maggioranza. I capi della comunità ebraica si mostrarono impreparati ad affrontare la situazione binazionale creatasi nella Palestina dopo la fine del Mandato. Erano infatti intenzionati a creare uno Stato puramente ebraico. Pur avendo accolto favorevolmente la risoluzione del 1947 sulla partizione, che comportava la creazione di uno Stato ebraico con una popolazione costituita all’incirca dallo stesso numero di ebrei e palestinesi, non si può escludere che già nel 1947, fossero convinti che la guerra e i loro piani di espulsione avrebbero pressoché azzerato la presenza palestinese. In ogni caso, a fronte di un ampio dibattito relativo a tutti gli altri aspetti della vita politica, si constata l’assenza, alla vigilia della fondazione dello Stato di Israele, di un dibattito sistematico sullo status dei palestinesi residenti in Israele.
La legalità del governo militare imposto alla minoranza palestinese nell’ottobre 1948 trovava un fondamento nei cosiddetti “regolamenti di emergenza” emanati dai britannici, nel 1945, contro le organizzazioni clandestine ebraiche.
Questi regolamenti, che conferivano ai governatori militari un potere notevole sulla popolazione sottoposta alla loro giurisdizione, diventarono uno strumento pericoloso nelle mani di governatori militari spietati, quando non sadici, tratti in genere dalle unità non combattenti e in età di pensionamento. Il loro comportamento crudele si concretizzò – in maggioranza – in angherie nei confronti della popolazione con una serie di abusi non molto dissimili da quelli cui sono in genere sottoposte le reclute. Ma il governo militare israeliano ebbe anche altri aspetti. Il suo carattere militare consentiva di perseguire la politica di confisca delle terre nel nome della “sicurezza” e “dell’interesse pubblico”.
Gli attivisti politici anche solo vagamente sospettati di aderire al nazionalismo palestinese erano tranquillamente espulsi o incarcerati.
A seguito della catastrofe del 1948, il popolo palestinese – frustrato, diviso e in larga parte disperso nei campi profughi – si ritrovò privo sia di una leadership reale che di organizzazione autonome. Il tentativo del muftì di Gerusalemme Amīn al-Ḥusaynī di formare a Gaza un sedicente “governo di tutta la Palestina” si dissolse nel nulla. La bandiera della “liberazione della Palestina” veniva agitata dai regimi arabi, e soprattutto da quelli nazional-rivoluzionari, da un lato come strumento della loro politica estera, dall’altro per tacitare le proprie masse popolari che vedevano la “sopraffazione sionista” come un affronto all’intera nazione araba.
Anche le azioni di guerriglia che periodicamente si verificavano nella “Palestina occupata” (come veniva definito lo Stato di Israele), quando non erano dovute a iniziative individuali o di singoli gruppi andavano inquadrate nella strategia dei paesi arabi confinanti e in primo luogo dell’Egitto di Nasser, cui si affiancherà la Siria all’inizio del 1963 con l’avvento al potere del Partito Baʿth; mentre la Giordania, prima con re Abdallah e poi con re Hussein, cercherà di fatto un modus vivendi con lo Stato ebraico, con il quale del resto aveva condiviso la spartizione del territorio palestinese.
Base principale delle unità di commandos era, negli anni cinquanta la Striscia di Gaza amministrata dall’Egitto; da lì avvenivano la maggior parte delle infiltrazioni. A questo stillicidio gli israeliani reagirono subito duramente, con spedizioni di rappresaglia al di là dei confini non solo egiziani; fra i più massicci e sanguinosi raid ricordiamo quello del 14 ottobre 1953 contro il villaggio giordano di Qibya, dove vennero uccisi 69 civili, e quello del 21 febbraio 1955 a Gaza, con l’uccisione di 38 soldati egiziani e il ferimento di altri 44, operazioni entrambe condotte da un reparto speciale denominato Unità 101 e comandato da un prominente ufficiale di nome Ariel Sharon.
L’attacco del febbraio 1955, fra l’altro, contribuì a convincere Nasser che con Israele non c’era alcuna possibilità di dialogo, mentre l’esistenza delle basi di commandos a Gaza fu tra i motivi che spinsero il governo israeliano a partecipare nell’ottobre 1956 alla sciagurata avventura coloniale franco-britannica di Suez.
Fu questo un primo momento di svolta nella vicenda della Palestina, cui allora il mondo guardava in modo occasionale e distratto. La lezione di Suez indusse Nasser ad attribuire maggior credito alla “carta palestinese”, sia come elemento di mobilitazione panaraba che come strumento di pressione per una possibile soluzione negoziata di una crisi che andava ormai al di là del contenzioso arabo-ebraico per investire gli equilibri e le egemonie a livello regionale; e dall’altro lato la seconda disfatta dopo quella del 1949, con il rapido e travolgente successo delle forze israeliane nel Sinai, convinse quei palestinesi che – con Yāsser ʿArafāt, allora presidente dell’Unione studentesca – avevano partecipato alla guerra nelle file dei “commandos” egiziani della necessità di imboccare la via di una autonoma organizzazione, senza “delegare” agli Stati arabi la causa della liberazione della Palestina. Fu comunque un processo di maturazione e organizzazione graduale, che richiese alcuni anni di gestazione.

Yāsser ʿArafāt (Il Cairo, 24 agosto 1929 – Clamart, 11 novembre 2004) è stato un politico palestinese, ed è stato un combattente, ed una figura di spicco del panorama politico mondiale

Fu necessario dunque aspettare la prima metà degli anni Sessanta perché i termini “Palestina” e “identità palestinese” tornassero a far parte del quotidiano vocabolario politico. Il 28 maggio 1964 si riunì a Gerusalemme Est il “Primo congresso nazionale palestinese”, su iniziativa della Lega degli Stati Arabi e soprattutto di Nasser, con un richiamo nel nome, ma una cesura espressa in quel “primo”, rispetto ai “congressi palestinesi” degli anni venti.
L’assise alla quale parteciparono più di 400 delegati scelti fra i notabili residenti in Giordania e nei campi della diaspora, si concluse con costituzione formale dell’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina – e l’adozione di quella che veniva definita la Carta nazionale palestinese. Il documento affermava che la Palestina «è la patria del popolo arabo palestinese e parte integrante della nazione araba», proclamava «nulla e senza effetto» la Dichiarazione Balfour del 1917 e «totalmente illegale» la creazione dello Stato d’Israele e indicava l’obiettivo strategico nella «liberazione di tutta la Palestina»; ma non conteneva nessun riferimento ad un futuro Stato indipendente palestinese.
Venne nominato Presidente dell’OLP Ahmad al-Shuqayrī, notabile palestinese nativo di Acri (ʿAkkā), legato all’Egitto e all’Arabia Saudita. Nel settembre successivo il vertice arabo riunito al Cairo ratificò la nascita dell’OLP, definita “supporto della entità palestinese”, e decise la creazione di un Esercito per la Liberazione della Palestina, vera e propria armata regolare articolata in brigate da inquadrare negli eserciti arabi del fronte. Da tutti questi elementi risultava chiaramente come l’OLP fosse allora una organizzazione verticistica, creata e diretta dall’alto e concepita non come un autonomo organismo di lotta, ma come strumento della politica degli Stati arabi e quindi da essi strettamente condizionata; non c’era traccia dei concetti di specifica identità nazionale palestinese e di lotta popolare di liberazione, quali sono venuti maturando dopo il trauma del giugno 1967 e il conseguente impetuoso sviluppo della Resistenza.
Quei concetti tuttavia erano già attuali anche se relegati nell’ombra, dietro le quinte della politica ufficiale, dove un gruppo di intellettuali palestinesi erano all’opera per creare una organizzazione diversa, almeno allora alternativa all’OLP e fondata sulla convinzione che artefice della liberazione dovesse essere lo stesso popolo palestinese. Era il gruppo guidato da Yāsser ʿArafāt e del quale facevano parte uomini come Fārūq al-Qaddūmī, Khaled al-Hassan, Khalīl al-Wazīr e Ṣalāḥ Khalaf, tutti destinati a costituire in futuro il vertice politico-militare dell’OLP rinnovata.
Dopo la disfatta del 1956 nel Sinai, ʿArafāt si era trasferito dal Cairo in Kuwait dove lavorava come ingegnere, e lì aveva iniziato a stabilire il collegamento con altri intellettuali e professionisti della diaspora che condividevano la sua delusione e le sue idee. Nel 1959 il gruppo diede vita alla rivista “Our Palestine” (La nostra Palestina), che riuscì ad avere una discreta diffusione e che cominciava a battere il tasto di un autonomo “nazionalismo palestinese”, dibattendo anche i problemi organizzativi del costituendo movimento di liberazione.
Negli anni fra il 1961 e il 1963 la nuova organizzazione cominciò a prendere corpo, si definirono le strutture politiche e militari e fu scelto il nome: al-Fatḥ che derivava da FTḤ, acronimo inverso dell’espressione araba Ḥarakat al-Taḥrīr al-Filasṭīnī (Movimento di Liberazione Palestinese). Al-Fatḥ si presentò sulla scena pubblica il 1 gennaio 1965, pochi mesi dopo la creazione dell’OLP, con un comunicato militare diffuso a Beirut sulla prima azione contro “il nemico sionista”: un modesto attentato, riuscito solo in parte, contro una installazione idrica ma che sarà celebrato come l’inizio della lotta armata di liberazione.
Il movimento di ʿArafāt non aveva nessun rapporto con l’OLP, anzi era del tutto inviso all’organizzazione di al-Shuqayrī e ai regimi arabi per la sua autonomia e per la sua visione della lotta palestinese, che contestava fra l’altro anche il fatto che una parte del territorio nazionale fosse sotto dominio arabo (cioè giordano ed egiziano). Ne conseguì che al-Fatḥ fu resa di fatto illegale nei paesi arabi: ʿArafāt venne arrestato in Siria e in Libano, dove resterà in carcere diversi giorni, Abu Iyad (Ṣalāḥ Khalaf) verrà incarcerato in Egitto mentre Abu Jihad (Khalīl al-Wazīr) verrà arrestato in Siria e a Gaza; e il primo “martire” della guerriglia – secondo la terminologia abituale – cadrà ucciso non dal “nemico sionista” ma dai soldati giordani al suo rientro da un’azione oltre confine. Un inizio difficile, dunque; in ogni caso gli attori erano ormai pronti, anche se non potevano sapere che di lì a poco si sarebbe alzato il sipario su un dramma ben superiore alle loro aspettative.
Conclusa la Guerra di Suez, la tensione sulla frontiera tra Siria e Israele continuò a salire a partire dal 1957. Nel 1958 Israele iniziò i lavori per la deviazione delle acque del Giordano e cercò di estendere gradualmente il controllo su una fascia di territorio lungo la frontiera con la Siria. L’esercito israeliano cominciò a sparare sui cittadini siriani che andavano a lavorare nelle loro terre nelle immediate vicinanze della linea di cessate il fuoco stabilita con gli accordi di armistizio del 1949. Man mano che i contadini siriani arretravano gli israeliani si impossessavano delle loro terre. I tentativi di resistenza vennero stroncati con la politica di “difesa attiva” e “rappresaglia preventiva”.
Nella notte tra il 31 gennaio e il 1 febbraio 1960, le truppe israeliane attaccarono il villaggio di Tawafik e lo rasero al suolo. Nel marzo dello stesso anno altri raid israeliani in territorio siriano estesero il controllo militare israeliano sulle terre a est del lago di Tiberiade. Gli attacchi, che causarono decine di morti e feriti, proseguirono nel 1961 e 1962. L’occupazione delle zone smilitarizzate, il continuo ampliamento dei territori conquistati e i raid israeliani sempre più massicci provocarono ripetute condanne da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU tra il 1963 e il 1967.
Nel 1965 le incursioni israeliane diventarono più frequenti in Siria e Cisgiordania, con ripetuti attacchi contro le città di Qalqīlya e Jenin. Nello stesso anno al-Fatḥ intraprese la lotta armata con sporadiche azioni contro installazioni militari israeliane. All’attività di guerriglia, Israele rispose bombardando i centri abitati in Siria e in Cisgiordania. L’esercito giordano rafforzò il controllo sui campi profughi e lungo le linee del cessate il fuoco. Nonostante gli arresti di massa degli attivisti palestinesi in Giordania, le truppe israeliane intensificarono le azioni di “rappresaglia”. Un’operazione militare israeliana su vasta scala colpì nel novembre del 1966 la regione di Hebron. Tra le decine di villaggi bombardati, particolarmente colpito fu quello di As Samu’ dove vennero abbattute 125 case, la scuola e l’unica fabbrica. A partire dal maggio 1966 Israele riceverà massicce forniture di armi dagli Stati Uniti che inizialmente si aggiunsero all’armamento francese, per poi sostituirlo. La pressione israeliana sulla Siria si fece costante. Il 14 luglio 1966 l’aviazione israeliana bombardò massicciamente le istallazioni militari siriane. Il 15 luglio i caccia israeliani inseguirono quelli siriani in profondità nel loro territorio e li abbatterono. Motivo dichiarato degli scontri furono le infiltrazioni dei contadini e pastori siriani che Israele considerava “soldati camuffati”. Inoltre Israele accusava la Siria di dare rifugio ai guerriglieri palestinesi.
I bombardamenti israeliani si intensificarono nei primi mesi del 1967. Il governo siriano chiese a quello egiziano di intervenire in virtù di un accordo di difesa comune. Il governo egiziano cercò di fare pressione su Israele per limitare le azioni contro la Siria e il 22 maggio 1967, ed annunciò di voler chiudere lo stretto di Tiran, nelle acque territoriali egiziane, alla navigazione israeliana, aperto dopo la Guerra di Suez nel 1957.
Lo stretto non veniva comunque usato da navi israeliane da almeno due anni. Il 3 luglio il presidente americano Lyndon Johnson diede il via libera ad un attacco su vasta scala. Il 5 giugno i caccia israeliani distrussero a terra l’aviazione egiziana e il 7 giugno le truppe di Tel Aviv conquistarono il deserto del Sinai egiziano e raggiunsero il Canale di Suez che venne bloccato.
L’esercito egiziano, intrappolato nel Sinai venne annientato. Migliaia di prigionieri egiziani vennero uccisi e i loro corpi gettati in fosse comuni. La Siria annunciò di accettare il cessate il fuoco deliberato dal Consiglio di Sicurezza l’8 giugno. Nel pomeriggio venne bombardata Damasco. Il bombardamento della capitale siriana continuò il 9 giugno, mentre le truppe israeliane occuparono l’altopiano siriano del Golan e procedettero in direzione di Damasco. In sei giorni l’esercito di Tel Aviv conquistò quelle regioni palestinesi che erano sfuggite al suo controllo nel 1948.
Nei nuovi territori palestinesi conquistati si tentò di ripetere la grande pulizia etnica compiuta tra il 1947 e il 1949. Già il 7 giugno le truppe israeliane procedettero alla demolizione della città di Qalqīlya. Due terzi degli edifici vennero distrutti con cariche esplosive e bulldozer. Ai corrispondenti stranieri fu vietato avvicinarsi. Lo stesso mercoledì cominciò l’abbattimento di Emmaus, Yalo e Beit Nuba, tre villaggi nei dintorni di Latrun, famosa per l’omonimo monastero, vicino Gerusalemme. Gli abitanti dei tre villaggi rasi al suolo e gran parte degli abitanti di Qalqīlya vennero espulsi prima verso Ramallah poi oltre il Giordano. Il giorno dopo, giovedì 8 giugno, i bulldozer iniziarono la distruzione di Beit Sura. L’opera di distruzione durò fino al 27 giugno. Tutto il territorio venne dichiarato zona militare chiusa. Altre cittadine subirono la stessa sorte, lo stesso giorno 8 giugno: Beit Mersin e Beit Awa. La zona di Gerusalemme fu la più colpita e la stessa Città Santa non sfuggì all’opera di cancellazione del paesaggio storico palestinese. Parte del centro storico di Gerusalemme venne distrutto. Il 17 giugno alle quattro del mattino le truppe israeliane circondarono il popolare quartiere Haret il-Maghrebe (dei Marocchini) a ridosso della Spianata delle Moschee e ordinando agli abitanti di andarsene. I bulldozer cominciarono a demolire le case mezz’ora dopo.
Seimila abitanti vennero cacciati via. Oggi al posti dell’antico quartiere c’è una piazza in cui è vietato l’ingresso ai palestinesi. Lo stesso giorno, il 17 giugno 1967, vennero espulsi gli abitanti del quartiere Haret il-Yahud (dei Giudei).
Anche in altre zone l’esercito conquistatore procedette alla distruzione dei centri abitati e all’espulsione degli abitanti. Alcuni paesi nella regione di Hebron vennero evacuati e il villaggio di Sufir subì distruzioni. Il 13 giugno 1967 il generale Herzog, comandante militare della Cisgiordania appena occupata, informò la stampa che l’esercito israeliano aveva organizzato “un servizio autobus per trasportare gli arabi in Transgiordania”.
Se da una parte questo era vero, dall’altro era vero anche che l’aviazione israeliana continuò a bombardare le colonne dei profughi con il napalm.
La distruzione dei centri abitati, anche con bombardamenti al napalm, proseguì a guerra finita per tutto il 1967, ma già entro la fine di giugno la nuova versione della pulizia etnica aveva prodotto centinaia di migliaia di nuovi profughi.
In un mese le truppe israeliane avevano considerevolmente diminuito il numero degli abitanti della Cisgiordania. Anche la Striscia di Gaza fu teatro di espulsioni di massa. Decine di migliaia di abitanti, già profughi del 1948, vennero scortati fino al Canale di Suez. Stessa sorte toccò agli abitanti della regione siriana occupata. I centri abitati furono quasi tutti distrutti e gli abitanti espulsi. Poche migliaia della minoranza drusa siriana del Golan verranno risparmiate.
I profughi siriani furono di 117.000. I nuovi profughi palestinesi, cacciati al di là dei confini della Palestina mandataria furono, secondo lo storico Nur Masalha, circa 320.000. Una cifra destinata a crescere per la metodica pressione israeliana ad allontanare la popolazione.
La Guerra dei sei giorni mise in evidenza la fragilità degli Stati arabi e l’incapacità dei governi nel difendere i propri paesi. La perdita di prestigio dei regimi nazionalisti di ispirazione panaraba si rifletté sull’OLP ma nel frattempo accelerò, presso i palestinesi, la crescita di un movimento di protesta che venne assunto dai nuovi movimenti di guerriglia. Il fenomeno assunse dimensioni di massa soprattutto in Giordania, dove ai palestinesi rifugiati sin dal 1948, se ne aggiunsero altre centinaia di migliaia espulsi dalla Cisgiordania occupata dagli israeliani. La crisi dell’OLP emerse nel dicembre 1967 con le dimissioni di Ahmad al-Shuqayrī a cui succedette Yahya Hammuda, il comandante dell’armata dell’Organizzazione. Alla IV sessione del CNP (Consiglio Nazionale Palestinese) riunitosi al Cairo nel luglio 1968 parteciparono per la prima volta come membri effettivi, esponenti dei gruppi di guerriglia (al-Fatḥ, As-Sa’iqa, FPLP). Nel febbraio 1969 (V sessione) venne eletto a presidente del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione Yāsser ʿArafāt capo di al-Fatḥ, il gruppo maggioritario che impresse all’OLP un radicale cambiamento rendendola più autonoma e trasformandola in una “cornice” delle formazioni combattenti. Venne inoltre rivista la Carta Costituzionale approvata nel 1964.

La carta ci mostra dapprima la situazione nel 1967 che vedeva Israele raggiungere la sua massima espansione attraverso le offensive del Sinai, della Cisgiordania e del Golan. Nella seconda parte viene illustrata la sistemazione prevista dal piano Allon che prevedeva la restituzione dei territori occupati ad eccezione di Gerusalemme Est e di alcune zone strategiche. La terza parte evidenzia la restituzione della penisola del Sinai all’Egitto da parte israeliana nell’ambito dell’accordo di pace tra i due paesi. Estratto dalla rivista geopolitica di Limes (Le carte a colori di Limes 5/07 La Palestina impossibile).

Tra il 1969 e il 1970 la guerriglia si trovava al suo culmine. Dalle basi in Giordania e in Libano i fida’iyyn (combattenti) compirono incursioni in Palestina scontrandosi con l’esercito d’occupazione. L’aviazione israeliana bombardò incessantemente il Libano e la Giordania spingendo i governi dei due paesi a cercare di limitare le attività della resistenza. Gli scontri con gli eserciti libanese e giordano aumentarono. Ma l’esistenza in Libano di un sistema multi-partitico, di partiti democratici e organizzazioni di massa spinse il governo a firmare nel 1969 un accordo con la guerriglia (detto Accordo del Cairo) col quale venne legalizzata l’attività politica e armata palestinese.

L’attività di al-Fatḥ e FPLP, i due gruppi armati più consistenti, minacciava tutto l’equilibrio regionale che aveva al centro la stabilità della Giordania da cui dipendeva la supremazia israeliana.
In Giordania il movimento della guerriglia giunse nel 1970 ad uno scontro con il regime monarchico. La scintilla venne accesa dal triplice dirottamento di aerei civili effettuato da guerriglieri del FPLP. L’esercito bombardò e poi occupò le città e i campi profughi causando decine di migliaia di vittime in quello che sarà poi ricordato come Settembre nero. Con la mediazione di Nasser, venne firmato un accordo al Cairo fra ʿArafāt e re Hussein, il base al quale cessarono i combattimenti e i palestinesi armati si ritirarono dai centri abitati e si radunarono nella valle del Giordano. Nonostante l’accordo la repressione continuò e nel luglio del 1971 l’esercito giordano occupò definitivamente le basi dei fida’iyyn, ormai isolati e lontani dai centri abitati. I dirigenti della guerriglia si trasferirono in Libano dove negli anni Settanta concentrarono la loro attività politica e militare.
In Libano, oltre che con l’intervento israeliano quasi quotidiano nel sud del paese, l’OLP dovrà presto misurarsi con le milizie della destra libanese. Il Partito Falangista Libanese (al-Katā’eb al-Lubnāniyya) guidato da Pierre Gemayel, il Partito Nazionale Liberale (Numūr al-aḥrār) guidato da Camille Chamoun e il Movimento Marada (Tayyār Al-Marada) del Presidente della Repubblica Suleiman Frangieh con il suo quartier generale nella località settentrionale di Zghorta formarono milizie armate col proposito di disarmare i palestinesi. Anche la sinistra libanese guidata dal leader druso Kamal Jumblatt, solidale con i palestinesi, si armò. La «Sarajevo» della guerra civile libanese fu un incidente verificatosi a Ain Rummaneh, un quartiere cristiano di Beirut, il 13 aprile del 1975. Alcuni sconosciuti aprirono il fuoco durante una funzione religiosa a cui stava assistendo il leader delle Falangi, Pierre Gemayel, uccidendo la sua guardia del corpo ed altri due uomini. I miliziani maroniti, come rappresaglia, attaccarono un autobus palestinese di passaggio, massacrando 28 passeggeri, per la maggior parte fida’iyyn palestinesi di ritorno da una parata militare. Rappresaglia dopo rappresaglia la violenza si allargò a tutto il paese per lasciare sul terreno, soltanto nel primo anno e mezzo del conflitto, più di 30.000 morti, 200.000 feriti e 600.000 rifugiati.
La prima fase del conflitto, segnata da stragi di popolazioni inermi (la più atroce fu quella degli abitanti del campo profughi di Tel al-Zaʿtar il 12 agosto 1976) si concluse dopo l’intervento siriano nel 1976, lasciando il paese diviso in zone controllate da milizie armate antagoniste che ad intervalli più o meno lunghi ripresero le ostilità.
Con il perdurare di una situazione di conflittualità permanente e con la scomparsa delle strutture dello Stato, i partiti cedettero il terreno dell’azione politica alle milizie armate che mano a mano diventarono sempre più mono-confessionali. Lo scontro assunse una dimensione confessionale e la lotta fra le classi sociali sembrava passare in secondo piano mentre lo Stato israeliano continuava a bombardare il paese. Gli accordi di Camp David fra Egitto e Israele, firmati il 17 settembre 1978, neutralizzarono l’esercito egiziano e permisero all’esercito israeliano di intensificare le sue attività belliche sugli altri fronti. I raid aerei contro il Libano si susseguirono sempre più intensi. Il 12 marzo 1978, le truppe israeliane invasero il Libano meridionale. In quattro giorni di ininterrotti bombardamenti l’aviazione israeliana uccise oltre 700 persone. Il 29 novembre le truppe israeliane tornarono a occupare il Libano meridionale. Il 26 aprile 1981 l’esercito israeliano si ritirò dal Sinai egiziano. Il 7 giugno Israele bombardò il reattore nucleare di Osiraq, alle porte di Baghdad. Il 17 luglio, un bombardamento aereo israeliano più violento del solito uccise 300 persone a Beirut.
In luglio si raggiunse un accordo di cessate il fuoco tra l’OLP e il governo israeliano. Per undici mesi il confine restò tranquillo, tranne che in due occasioni di bombardamenti israeliani a cui i gruppi armati palestinesi e della sinistra libanese non risposero. Il 14 dicembre 1981 il governo israeliano annetté “giuridicamente” il Golan.
Il 3 giugno del 1982 un gruppo di guerriglieri palestinesi sparò, appena fuori dall’Hotel Dorchester di Londra, all’ambasciatore israeliano Shlomo Argov, ferendolo gravemente. Nonostante gli attentatori facessero parte della fazione di Abū Niḍāl, nemica giurata dell’OLP e considerata da molti un gruppo semi-mercenario, il 4 giugno Israele decise di invadere il Libano per sradicare dal paese l’organizzazione guidata da Yāsser ʿArafāt.
In 8 giorni l’esercito israeliano giunse alle porte di Beirut. Dal 5 giugno in poi tutti i principali campi profughi nel sud del Libano vennero sottoposti a incessanti bombardamenti da terra, dal cielo e dal mare. L’intenzione di Tel Aviv sembrava quella di radere al suolo i campi rendendoli permanentemente inabitabili. Nell’opera di annientamento dei palestinesi, Israele poteva contare sul volenteroso incoraggiamento maronita.
Poco tempo dopo, di fronte alla Knesset, l’allora Primo ministro israeliano Menachem Begin difenderà i massicci attacchi contro la popolazione civile: «Da quando in qua la popolazione civile del Libano meridionale è diventata “per bene”?», chiese con sarcasmo. «Neanche per un istante ho dubitato che la popolazione civile meritasse quella punizione» affermerà Begin. I prigionieri palestinesi vennero costretti a restare per lunghissime giornate, legati e bendati, sotto il sole cocente, senza ne cibo né acqua, spesso picchiati e costretti a soddisfare i loro bisogni corporali lì dove si trovavano. Molti di loro vennero condotti in Israele per essere incarcerati, stipati in camion o autobus sotto i colpi e gli insulti delle guardie, quando non vennero intrappolati a gruppi in reti e con queste trasportati, così appesi, dagli elicotteri.
In 8 giorni l’esercito israeliano giunse alle porte di Beirut. A fine del mese si contarono 30.000 libanesi e palestinesi uccisi. Oltre la metà erano bambini di 13 anni. Dopo aver distrutto le città e i campi profughi del Libano meridionale, le truppe israeliane entrarono a Beirut Est controllata dalle milizie falangiste addestrate e armate da Tel Aviv e posero d’assedio Beirut Ovest. Dopo 77 giorni di intensi bombardamenti si raggiunse un accordo per l’evacuazione dei combattenti palestinesi dalla città sotto il controllo di una forza multinazionale che giunse a Beirut il 21 agosto. Il 1 settembre ebbe termine l’evacuazione dei combattenti palestinesi, il 13 si ritirò in anticipo sui tempi previsti la forza multinazionale che avrebbe dovuto garantire la protezione delle popolazioni civili dopo l’evacuazione dei combattenti palestinesi, il 14 venne ucciso Bashir Gemayel (capo delle milizie falangiste posto a presidente della repubblica il 23 agosto), che verrà sostituito dal fratello Amin.

Da sinistra a destra. Menachem Wolfovitch Begin (Brest-Litovsk, 16 agosto 1913 – Tel Aviv, 9 marzo 1992) è stato un politico israeliano, Primo ministro di Israele dal 1977 al 1983. Fu insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1978. Shlomo Argov (dicembre 1929 – 23 febbraio 2003) è stato un diplomatico israeliano. Era l’ambasciatore israeliano nel Regno Unito, il cui tentato assassinio ha portato alla guerra del Libano del 1982. Bashir Gemayel (Beirut, 10 novembre 1947 – Beirut, 14 settembre 1982) è stato un politico libanese.

L’assassinio di Bashir Gemayel ebbe come conseguenza immediata la tristemente nota carneficina di civili nei campi profughi di Sabra e Chatila, organizzata dal capo dei servizi segreti falangisti Elie Hobeika, con la complicità degli israeliani. A poche ore dalla morte di Bashir, il 15 settembre 1982, Sharon, rompendo l’accordo stipulato con il diplomatico statunitense Philip Habib, fece entrare il suo esercito a Beirut Ovest, occupandola completamente in 24 ore. Per giustificare un simile gesto l’allora ministro della difesa israeliano affermò che ʿArafāt aveva lasciato dietro di sé 2.000 combattenti palestinesi che si nascondevano nei campi di Sabra e Chatila. Alle 6.00 del pomeriggio del 16 settembre, Amir Drori, capo del Comando Settentrionale Israeliano, autorizzò le milizie di Hobeika ad entrare nei campi per cercare i guerriglieri. L’eccidio di civili inermi iniziò immediatamente e andò avanti per tutta la notte, per il giorno dopo e la notte successiva: la carneficina non si fermerà prima delle 8.00 del mattino del 18 settembre. Circa un migliaio tra uomini, donne e bambini vennero brutalmente massacrati. Per tutte le quaranta ore dello sterminio le truppe israeliane fecero cordone intorno ai campi, e durante la notte lanciarono bengala affinché nei campi così illuminati i falangisti potessero proseguire il loro “lavoro”.
Il 16 dicembre 1982, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo «un atto di genocidio» (risoluzione 37/123, sezione D). La definizione fu approvata con 123 voti favorevoli, 22 astenuti e nessun contrario.
Con la partenza dei combattenti palestinesi da Beirut e la loro dispersione in otto paesi arabi, l’OLP, il cui gruppo dirigente si era installato a Tunisi, perdette la sua ultima base territoriale ai confini con la Palestina. La decisione di lasciare Beirut e lo sgomento seguito ai massacri di Sabra e Chatila portarono a una scissione in seno ad al-Fatḥ. Le divergenze degenerarono spesso in scontri armati fra i miliziani di al-Fatḥ dislocati nella valle della Beqāʿ e quelli nel nord del Libano.
ʿArafāt tornò a Tripoli che venne assediata dalle forze dei dissidenti di al-Fatḥ e dalle truppe siriane. L’assedio terminò con la partenza di ʿArafāt e dei combattenti a lui fedeli a bordo di due navi dirette nello Yemen (dicembre 1983). Sulla via per lo Yemen, ʿArafāt si fermò in Egitto e incontrò il presidente egiziano Mubārak. L’incontro sollevò molte polemiche perché ruppe l’isolamento politico imposto all’Egitto dalla Lega degli Stati Arabi dopo gli accordi di pace separata con Israele. Le divergenze fra le principali componenti dell’OLP (al-Fatḥ, FPLP, FDLP) sorte dopo gli scontri di Tripoli e la rottura con la Siria, si acutizzarono e raggiunsero il loro culmine dopo la firma “dell’intesa giordano-palestinese” in base alla quale l’OLP avrebbe optato per una confederazione giordano-palestinese nell’eventualità di un ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati nel 1967.
Alla XVII sessione del CNP ad Amman nel novembre 1984 parteciparono i delegati di al-Fatḥ ma non quelli del FPLP e del FDLP. La crisi accennava a istituzionalizzarsi nel marzo 1985 con la creazione del “Fronte di salvezza palestinese” a cui parteciparono i dissidenti di al-Fatḥ e i piccoli gruppi con sede a Damasco e a cui si aggiunse poi il FPLP. Anche il FDLP e il PC palestinese, che proprio in quegli anni cominciava a raccogliere consensi, erano contrari all’accordo con la Giordania ma restarono fuori dal “Fronte di salvezza”. La creazione del “Fronte di salvezza” non avrà conseguenze pratiche. L’attacco ai campi profughi palestinesi da parte delle milizie di Amal, che tentarono di estendere il loro controllo all’intero settore ovest di Beirut, e l’abrogazione dell’accordo giordano-palestinese da parte di re Hussein nel febbraio 1986 posero fine alla questione. Ma l’OLP dopo il 1982 aveva già cambiato fisionomia. Avendo cambiato obiettivi e perso la base territoriale delle proprie milizie, alla dirigenza dell’OLP restava solo la gestione del Fondo Nazionale Palestinese che era diventato fonte di sostentamento per migliaia di militanti che vivevano alla giornata in campi allestiti nei vari paesi arabi o in giro per il mondo. In esilio, lontana da qualsiasi comunità palestinese, la dirigenza dell’OLP che si identificava con quella di al-Fatḥ, verrà colta di sorpresa dallo scoppio di quella che passerà alla storia come la Prima Intifada.
Fin dai primi giorni dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza (giugno 1967), la resistenza assunse delle modalità scaturite dall’esperienza della lotta di massa, fra le due guerre mondiali, contro l’occupazione inglese. Ma nella coscienza politica palestinese vi era un dato nuovo, emerso dopo la Nakba e si trattava della consapevolezza della minaccia all’esistenza stessa della società e dell’identità dei Territori Occupati. Tanto più che al momento dell’occupazione le truppe israeliane tentarono di ripetere la cacciata della popolazione dai territori.

La prima intifada (anche semplicemente “intifada”, che in arabo significa “rivolta”) fu una sollevazione palestinese di massa contro il dominio israeliano che iniziò nel campo profughi di Jabaliya nel 1987 e presto si estese attraverso Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Cominciò la creazione di insediamenti per coloni nei territori appena conquistati. A tale scopo vennero requisite le terre coltivate e sequestrate le fonti d’acqua. La colonizzazione israeliana era accompagnata da una repressione politica ed economica sistematica: i palestinesi assistettero ad una riedizione del processo di trasformazione della Palestina. Fu così che si sviluppò una forma di resistenza passiva che si riassunse nel termine sumud col quale si indicava la volontà di restare aggrappati alla propria terra a qualsiasi costo. Era soprattutto nel consolidarsi del sumud, divenuto con gli anni base di una nuova coscienza nazionale, nell’accumulo di esperienze nell’affrontare l’operato del sistema di occupazione, tendente ad espropriare i palestinesi nel loro paese e nell’intollerabilità delle condizioni di vita imposte, che andavano individuati i motivi principali dell’esplodere dell’Intifada o “insurrezione”. L’esperienza del sumud era ben diversa da quella della guerriglia che ha contraddistinto l’azione politica e militare dei palestinesi della diaspora.
La scintilla che fece esplodere il malcontento – a lungo covato nei confronti della nuova occupazione – fu un incidente automobilistico avvenuto l’8 dicembre 1987. Un veicolo militare israeliano investì nella Striscia di Gaza, una macchina ferma ad un distributore di benzina con a bordo quattro lavoratori palestinesi del campo profughi di Jabālyā. Quattro passeggeri rimasero uccisi, altri feriti.
Migliaia di palestinesi, nei giorni seguenti, scesero nelle strade per protestare. Durante i funerali delle vittime, nel campo di Jabālyā, dove 60.000 palestinesi vivevano in condizioni di totale povertà in un agglomerato che già aveva subito gli attacchi brutali dell’esercito israeliano durante le sommosse del 1971, la situazione si infiammò immediatamente, anche grazie al diffondersi di una voce secondo la quale l’incidente era stato, in realtà, un deliberato atto di vendetta per la morte di un israeliano, pugnalato due giorni prima a Gaza. Già la stessa notte una postazione dell’esercito di occupazione israeliano venne presa a sassate e un palestinese venne ucciso. Il giorno dopo cominciarono i primi scioperi e manifestazioni e l’esercito israeliano sparò sulla folla uccidendo alcuni manifestanti . La rivolta si allargò a macchia d’olio in tutti i Territori Occupati. I manifestanti affrontarono l’esercito israeliano armati di pietre, fionde e molotov: ebbe così inizio l’insurrezione popolare, conosciuta dal mondo con il nome arabo di Intifada.
Non passò molto tempo che la rivolta, scoppiata in modo spontaneo, venne inquadrata in un sistema segreto di organizzazione e coordinamento. Già dai primi anni ’80 esisteva nei Territori un’organizzazione denominata “struttura popolare”: questa era formata da una rete di “comitati popolari” (modellati sui “comitati nazionali” del 1936 eletti direttamente dagli abitanti del villaggio o del quartiere cittadino) che detenevano una grande libertà d’azione a livello locale e che si occupavano dei vari aspetti della vita civile palestinese colmando il vuoto lasciato dall’amministrazione israeliana, la quale si sarebbe dovuta occupare di fornire servizi e strutture alla popolazione civile dei Territori Occupati.
Alla fine del dicembre 1987, però venne creato, nella clandestinità, un “Comando Nazionale Unificato” (CNU) allo scopo di coordinare il movimento e i vari “comitati popolari” e dare indicazioni generali d’azione.
Inizialmente composto dall’avanguardia politica locale, in seguito il controllo del CNU (Comitato nazionale unificato), venne assunto dal comitato esecutivo dell’OLP (L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina), attraverso i rappresentanti delle sue maggiori componenti. Dal gennaio 1988, il CNU emise dei “comunicati”, numerosi volantini e documenti contenenti istruzioni riguardanti le diverse attività di protesta che andavano dagli scioperi generali alle manifestazioni. Pamphlet, giornali e manuali dell’Intifada vennero pubblicati contenenti analisi di carattere generale dell’occupazione ma anche istruzioni precise su obiettivi e modalità della rivolta. Il primo comunicato clandestino del CNU venne distribuito nei Territori Occupati il 4 gennaio 1988 e proclamò uno sciopero generale. La struttura organizzativa era quindi una piramide il cui vertice era costituito dal “Comando Nazionale Unificato” e alla cui base si trovavano invece diverse organizzazioni e sindacati. Questi però ad un certo punto non si rivelarono efficaci alla conduzione operativa della rivolta (anche se il sindacato acquisì un ruolo sicuramente significativo nel regolare ed organizzare la forza lavoro) e vennero così formati dei “comitati di base” che mantennero un costante collegamento con il CNU. La composizione fluida di questo sistema coordinativo ostacolava i servizi segreti israeliani nel tenerli sotto controllo e nell’infiltrare agenti. Per la prima volta i palestinesi presero in mano il proprio destino senza consultare la direzione dell’OLP a Tunisi, che però non si fece attendere per molto: l’OLP, infatti, cercò di guadagnare un suo ruolo già nel gennaio 1988.
Il punto di forza era rappresentato dai “comitati popolari” che permisero a tutta la struttura organizzativa di penetrare in modo capillare, raggiungere e coinvolgere i palestinesi di tutte le comunità e villaggi. Per questo la rivolta riuscì a mantenere la sua efficacia e forza finché rimase in piedi la struttura decentrata dei “comitati” con un CNU che svolgeva un ruolo di moderatore, fino alla fine del 1988. Con il tempo, però, si verificò un declino dell’iniziativa locale, un rafforzamento delle spinte centralizzatrici e una crescita di autorità del CNU che, a metà della rivolta, era formato da giovani docenti universitari, studenti radicali ed ex politici. Questa trasformazione indebolì senza dubbio la rivolta poiché venne a diminuire il pieno coinvolgimento della base popolare, cuore e anima della Prima Intifada. Con l’Intifada nacque Hamas, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (Movimento Islamico di Resistenza), emanazione dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani.
La leadership era formata da giovani universitari, per la maggior parte provenienti dai campi profughi, rappresentanti una nuova realtà nella società palestinese. Hamas cominciò ad emergere come possibile alternativa all’OLP agli inizi degli anni ’90, grazie al suo intenso lavoro sociale attraverso associazioni caritatevoli, istituti educativi laici e religiosi e una rete di moschee.

Nella foto a sinistra: Paesi (in verde scuro) che riconoscono lo Stato della Palestina Nella foto di destra: Manifestazione a favore di Ḥamās a Betlemme

Le prime misure adottate dal governo israeliano per sedare la rivolta consistettero nell’espulsione di alcuni leader. I servizi segreti interni (Shin Bet) diedero la caccia ai dirigenti clandestini dell’Intifada, ma il movimento popolare riuscì a far emergere nuove figure. La repressione non fece altro che aumentare la partecipazione e l’intensità dell’Intifada. I palestinesi riuscirono con mezzi primitivi a mettere in crisi l’apparato militare israeliano: così Rabin, con l’inizio del 1988, mise in atto una politica ancora più dura e repressiva di quella già fino ad allora portata avanti. Iniziò allora un periodo cupo durante il quale l’esercito perdette ogni freno: gli abusi e gli eccessi di brutalità, che comunque non erano mancati nel passato, contro la popolazione civile si moltiplicarono. Già alla fine del 1990 si contarono 1.025 vittime, più di 37.000 feriti e quasi 40.000 arrestati. La risposta israeliana alle manifestazioni era caratterizzata da un’estrema durezza: da ambo le parti fu una lotta senza quartiere. Il 30 ottobre 1991, a Madrid, si riunì una “Conferenza Internazionale per la Pace in Medio Oriente”. La Conferenza, seguita alla Prima guerra statunitense contro l’Iraq, era stata proceduta da svariati atti preliminari.
Nel maggio 1989, Yāsser ʿArafāt, presidente dell’OLP e leader di al-Fatḥ aveva dichiarato “decaduta” la Carta dell’OLP (quella elaborata nel 1964 e rivista nel 1968). Negli ultimi mesi del 1989 e nei primi del 1990 l’emigrazione di ebrei sovietici verso Israele, conobbe un’accelerazione senza precedenti e nell’ottobre 1991 l’Unione Sovietica ristabilì le relazioni diplomatiche con Israele, interrotte nel 1967. Nel gennaio del 1991 erano stati assassinati a Tunisi tre capi di al-Fatḥ. Dei 15 fondatori del movimento rimanevano in vita Yāsser ʿArafāt e l’inoffensivo Fārūq al-Qaddūmī, formalmente capo del Dipartimento politico, ma nei fatti privo di qualsiasi potere contrattuale.
L’OLP non era formalmente ammessa alla Conferenza, ma partecipava ai lavori una folta delegazione di palestinesi emersi negli anni dell’Intifada come leader popolari ben accetti alla dirigenza dell’OLP a Tunisi. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, i negoziati proseguirono a Washington, ma si interruppero dopo l’espulsione di 415 attivisti palestinesi decisa dal governo Rabin nel dicembre 1992. Il 13 luglio 1993 il capo dell’OLP, Yāsser ʿArafāt, firmò una lettera indirizzata al capo del governo israeliano, Yitzhak Rabin, in cui si impegnava a “rinunciare al terrorismo” e a “riconoscere lo Stato d’Israele”. Il 13 settembre 1993 L’OLP e Israele firmarono alla Casa Bianca una “Dichiarazione di principi”, in seguito nota come “Oslo I”, che avrebbe dovuto portare a un “autogoverno dei palestinesi”. Il 1994 si aprì all’insegna del proseguimento dei massacri dei palestinesi.

Gli accordi di Oslo, ufficialmente chiamati Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim o Dichiarazione di Principi (DOP), sono una serie di accordi politici conclusi a Oslo (Norvegia) il 20 agosto 1993.

Il 25 febbraio il colono Baruch Goldstein irruppe nella Moschea d’Abramo a Hebron e uccise 29 fedeli in preghiera. Proseguirono le trattative fra l’OLP e il governo Rabin. Pochi giorni dopo verranno firmati accordi riguardanti questioni economiche (Parigi, 29 febbraio 1994), sulle modalità di applicazione della “Dichiarazione dei principi” (Il Cairo, 4 maggio 1994), sull’estensione del regime dell’autonomia alla Cisgiordania (Washington, 28 settembre 1995), in seguito noto come “Oslo II”.
Nell’ottobre 1994 Israele e Giordania firmarono un trattato di pace. Il 4 novembre 1995 venne ucciso – da un colono estremista – il presidente israeliano Yitzhak Rabin.
Punto centrale degli accordi era la creazione di un’Autorità Nazionale Palestinese con corpi di polizia e servizi di informazione ai quali venne ben presto chiesto di partecipare alla repressione. Già nell’aprile 1995 la polizia palestinese, presente allora solo a Gaza, arrestò 170 presunti “simpatizzanti di Hamas”, mentre il governo diede una forte accelerazione alla politica degli “omicidi mirati” uccidendo Yaḥyā ʿAyyāsh, leader di Hamas. Il 20 gennaio 1996 si organizzarono le elezioni vinte da al-Fatḥ che ottenne l’80% dei seggi del “Consiglio Legislativo”. ʿArafāt venne eletto “Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese”.
La creazione dell’ANP non fermò la continua erosione del territorio palestinese con la creazione di nuovi insediamenti per coloni israeliani. Il 27 settembre 1996 l’apertura di un tunnel sotto la collina della Spianata delle Moschee divenne motivo di una protesta popolare. La polizia israeliana sparò sui manifestanti e uccise 44 persone, mentre circa 700 rimasero ferite. Il 25 febbraio 1997 cominciarono i lavori di costruzione di un grande insediamento a Gerusalemme Est, in violazione degli stessi accordi di Oslo, mentre gli Stati Uniti posero il veto a una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il 14 maggio 1998, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele, l’IDF sparò sui manifestanti palestinesi, ne uccise 9 e ne ferì 200. Il mese dopo il governo israeliano approvò un piano per l’ampliamento del territorio di Gerusalemme. In ottobre l’ANP firmò a Wye River un nuovo accordo in cui si impegnava a “reprimere i gruppi ostili alla pace”.
Il 28 settembre 2000, il capo del Likud, il generale Ariel Sharon, si recò sulla Spianata delle Moschee accompagnato da centinaia di poliziotti. Le manifestazioni di protesta che esplosero spontaneamente a Gerusalemme vennero represse secondo le solite modalità: la polizia sparò sui manifestanti, ne uccise 7 e ne ferì 250. La protesta popolare ben presto dilagò dando inizio a un nuovo periodo di forte mobilitazione popolare che verrà in seguito definito come Seconda Intifada o Intifada di al-Aqṣā. Ben presto i moti popolari cedettero il passo all’azione di gruppi armati. Infatti, in base agli accordi di Oslo erano stati introdotti nei Territori Occupati ingenti quantità di armi e di uomini armati provenienti dall’estero, all’evidente scopo di spostare sul terreno militare lo scontro tra il disarmato e pacifico movimento di resistenza popolare palestinese e l’esercito di occupazione israeliano.
La repressione dei moti popolari dell’ottobre 2000, proseguì con uso massiccio di armi pesanti. Nel febbraio 2001, il generale Sharon sostituì Ehud Barak alla guida del governo israeliano. I raid con elicotteri da guerra israeliani si intensificarono e alla fine di marzo l’esercito israeliano invase le zone assegnate alla polizia palestinese secondo gli accordi di Oslo. Da parte palestinese, continuarono gli attentati su tutto il territorio israeliano. 
In aprile le vittime civili palestinesi della Seconda Intifada salirono a 400. Il 18 maggio, un attentatore suicida palestinese si fece esplodere in un supermercato uccidendo cinque soldati israeliani. Pochi minuti dopo l’attentato i caccia F16 israeliani bombardarono le città di Ramallah, Nāblus e Ṭūlkarem causando decine di morti. In luglio vennero creati dieci nuovi insediamenti israeliani nei Territori Occupati.
Il 29 agosto venne ucciso a Ramallah Abū ʿAlī Muṣṭafā, leader del FPLP (Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), con due missili lanciati dall’esercito israeliano. Per tutta risposta il 17 ottobre un commando del FPLP uccise il ministro israeliano Rehavam Ze’evi. Il 18 l’aviazione israeliana bombardò le sei città affidate all’ANP nei Territori Occupati uccidendo 40 civili palestinesi. In dicembre i caccia F16 bombardarono l’ufficio del capo dell’ANP ʿArafāt a Gaza accusato di “non fare abbastanza per combattere il terrorismo”. ʿArafāt venne confinato nel suo ufficio a Ramallah sotto assedio israeliano. Il 16 gennaio 2002, la polizia dell’ANP arrestò il nuovo leader del FPLP Ahmad Saʿdāt.
Si alternarono attentati suicidi palestinesi a bombardamenti e omicidi mirati israeliani. In aprile l’esercito israeliano occupò di nuovo la città di Betlemme, Qalqīlya e Ṭūlkarem, precedentemente consegnate all’ANP.
Alla fine di marzo del 2002 Israele lanciò, colpendo aree residenziali, la più grande offensiva militare dai tempi dell’inizio dell’Occupazione della Cisgiordania nel 1967. Chiamata Operazione “Scudo difensivo”, l’invasione di città palestinesi raggiunse livelli incredibili di violenza nei confronti della popolazione civile, la distruzione di edifici e infrastrutture governative, l’incendio di numerosi negozi, centri e attività commerciali, danni incommensurabili al patrimonio culturale e distruzioni di infrastrutture civili. L’esercito israeliano tagliò acqua ed elettricità dalla maggior parte delle aree e impose pesanti coprifuoco sugli abitanti della città. Tutte le città palestinesi e il loro tessuto sociale ed economico hanno subito un livello incomparabile di violenza e distruzione, ma la parte più grave dell’Operazione “Scudo difensivo” è stata condotta nel campo profughi di Jenin, la cui invasione è stata etichettata da tutte le organizzazioni per la difesa dei diritti umani come “crimine di guerra”.

Frammento fotografico dell’operazione “scudo difensivo”. L’operazione è stata una grande operazione militare condotta dalle Forze di difesa israeliane nel 2002, nel corso della Seconda intifada. È stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la guerra dei sei giorni del 1967. L’obiettivo dichiarato era quello di porre fine all’ondata di attacchi terroristici palestinesi. Il casus belli fu l’attentato suicida avvenuto il 27 marzo al Park Hotel a Netanya; un attentatore palestinese si fece esplodere, uccidendo 30 persone e ferendone altre 140.

L’offensiva ha avuto inizio con l’attacco al quartier generale di Yāsser ʿArafāt a Ramallah. L’esercito entrò a Betlemme, Ṭūlkarem, Qalqīlya il 1 aprile e Jenin e Nāblus il 3 e 4 aprile. Queste aree vennero dichiarate “zone militari chiuse”, ogni via d’accesso venne bloccata e fu impedito il passaggio ai soccorsi umanitari e medici. Jenin venne assediata e l’accesso alla città impedito dal 3 al 18 aprile circa. Un fuoco sostenuto, l’assalto dei carri armati e missili sparati dagli elicotteri Apache diedero il via all’attacco contro il campo profughi. Poiché i blindati non poterono entrare nei vicoli, i bulldozer demolirono le case sui due lati delle strade. Con la morte di ʿArafāt, nel novembre 2004 vennero indette le elezioni presidenziali per la designazione del suo successore.
Il primo dei quattro round di elezioni municipali – che si svolsero tra il dicembre 2004 e il dicembre 2005 – inaugurò per i palestinesi un anno di appuntamenti con le urne. Nel gennaio 2005 Maḥmūd ʿAbbās fu eletto dopo una campagna elettorale che mostrò forti divisioni all’interno di al-Fatḥ: Marwān Barghūthī – che dall’aprile 2002 era detenuto nelle carceri israeliane – si presentò come candidato alternativo ad ʿAbbās. La candidatura di Barghūthī creò scompiglio nelle file di al-Fatḥ – diversi sondaggi prevedevano un testa a testa fra i due leader per la presidenza – ma venne ritirata un mese prima delle elezioni. Il ritiro di Barghūthī e il rifiuto di Hamas di presentare un proprio candidato consegnarono la vittoria ad ʿAbbās, che prevalse con il 62,5% dei voti. Il successo di ʿAbbās era però più fragile di quanto le percentuali potessero far supporre: ʿArafāt era stato eletto dieci anni prima con quasi il 90% dei voti in elezioni che avevano visto un affluenza molto più alta – il 71% dell’elettorato contro il 45% del 2005 – e la vittoria di ʿAbbās si doveva, in buona parte, alla trattativa dell’ultimo minuto con la “nuova guardia” del partito che aveva portato al ritiro di Barghūthī. La crisi di al-Fatḥ fu resa evidente dall’andamento delle consultazioni successive, dove gli islamisti presentarono le proprie liste. Hamas ottenne un sostanziale successo dapprima nelle elezioni locali: dal primo round – in cui l’organizzazione conquistò oltre il 35% dei voti, e 13 municipi su 28 – al quarto – quando essa si impose a Nāblus, Jenin e al-Bireh – il movimento islamista mostrò per la prima volta quanto fosse solido il consenso di cui godeva nei Territori, anche al di fuori delle proprie tradizionali roccaforti di Gaza e Hebron. Alla vigilia delle elezioni per il Consiglio la “minaccia” nei confronti del monopolio di al-Fatḥ aveva dunque assunto tratti molto concreti. Numerosi osservatori dubitavano tuttavia che Hamas sarebbe riuscita a replicare il buon risultato locale in un’elezione nazionale; immaginare una sconfitta di al-Fatḥ – centro della politica palestinese dalla fine degli anni Sessanta – per opera di quella che era principalmente considerata un’organizzazione terroristica sembrava impossibile. L’esito del voto del 25 gennaio 2006 fu dunque per molti versi un fulmine a ciel sereno e uno shock per la comunità internazionale: non solo Hamas vinse le elezioni, ma si impose in modo netto, aggiudicandosi quasi il 45% delle preferenze e 72 seggi su 132, mentre al-Fatḥ si fermò al 41% e 45 seggi. Hamas ottenne così la maggioranza assoluta dei seggi del Consiglio e la possibilità di formare un governo. Nel marzo 2006 Ismāʿīl Haniyeh – tra i fondatori di Hamas – divenne così il primo ministro dell’ANP.
Per il movimento islamista la scelta di partecipare alle elezioni rappresentò una svolta fondamentale: per la prima volta Hamas accettava di partecipare al sistema politico creato dagli accordi di Oslo, pur senza riconoscerli apertamente.
La dirigenza del movimento aveva già discusso questa possibilità nel 1996, ma allora era stata scelta la strada del boicottaggio. Nel 2005 il contesto era cambiato, per via della crisi di al-Fatḥ e del crollo catastrofico del processo di Oslo.
La Seconda Intifada era stata combattuta da tutti i gruppi armati palestinesi, ma aveva rafforzato Hamas rispetto ai suoi concorrenti politici. La delusione per l’esito di Oslo aveva premiato politicamente la credibilità di chi vi si era sempre opposto fin dall’inizio, e fin dall’inizio della rivolta di Hamas era stata sempre in prima linea nello scontro con Israele. Tracciando un parallelo col Libano degli Hezbollah, politicamente vicini all’organizzazione islamista, Hamas si trovava nelle condizioni migliori per rivendicare come un successo della resistenza il ritiro unilaterale israeliano da Gaza, avvenuto pochi mesi prima delle elezioni. Capace di coniugare un seguito di massa con l’efficienza delle proprie milizie, rinforzate da una schiera apparentemente inesauribile di aspiranti kamikaze, Hamas venne duramente colpita da Israele; tuttavia la repressione finì per favorire gli islamisti. Hamas non dipendeva per la sua attività dalla macchina dell’ANP, che fu quasi interamente distrutta nelle fasi più violente dell’Intifada; l’organizzazione fu inoltre in grado di mantenere un’unità logistica e una catena di comando incomparabilmente più solide rispetto a quelle di al-Fatḥ, preda invece di incontrollate spinte centrifughe. Le risorse della sua rete di assistenza, dopo il collasso dell’ANP, erano più che mai fondamentali per le impoverite famiglie palestinesi; inoltre i quadri del movimento si erano fatti negli anni una reputazione di onestà, abnegazione ed efficienza che contrastava con la gestione disinvolta di al-Fatḥ. Anche la politica israeliana di esecuzioni mirate produsse risultati controproducenti: gli omicidi di alti dirigenti di Hamas come lo shaykh Aḥmad Yāsīn e Abd al-Aziz al-Rantissi rafforzarono il consenso verso gli islamisti senza intaccarne la capacità politica e operativa. La morte di Yāsīn in particolare, assassinato da un razzo lanciato da un elicottero mentre stava uscendo da una moschea a Gaza, fece di lui un martire e decine di migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali.
Hamas affrontava dunque la prospettiva di partecipare alle elezioni locali e nazionali da un nuovo punto di vista: la forza dell’organizzazione era cresciuta, il momento era politicamente propizio e il crollo del processo di pace offrì la possibilità di compiere un simile passo senza dover sottoscrivere la linea politica di al-Fatḥ. Gli osservatori internazionali, non furono tuttavia gli unici ad essere sorpresi dalla vittoria di Hamas: secondo Khaled Hroub la stessa leadership dell’organizzazione non si aspettava una vittoria così netta, ma puntava piuttosto a svolgere un ruolo di “cane da guardia” nei confronti di al-Fatḥ. Agendo dall’interno delle istituzioni dell’ANP, Hamas avrebbe potuto controllare al-Fatḥ cercando di far pesare nel dibattito le ragioni della resistenza. L’ingresso nell’ANP avrebbe inoltre potuto garantire qualche protezione rispetto alla repressione israeliana. Questo tentativo di sperimentare un cauto ingresso nel sistema andò però oltre le previsione della leadership e Hamas si trovò ad affrontare direttamente la responsabilità di governare l’ANP, in un momento di grande tensione. Il nuovo premier Ismāʿīl Haniyeh – dirigente dalle posizioni pragmatiche che aveva sostenuto l’idea della partecipazione di Hamas alle elezioni già nel 1996 – assunse la carica lanciando appelli di relativa moderazione e cercando di formare un governo di unità nazionale con le altre organizzazioni.
Tanto il programma elettorale che quello del governo, e altri documenti dello stesso periodo, rappresentavano un’evoluzione in senso pragmatico rispetto a precedenti occasioni; a partire dal 2002 l’organizzazione, assieme ad altri gruppi, aveva anche proposto inutilmente a Israele di discutere una tregua – in termini islamici una hudna – e ne aveva dichiarate diverse unilateralmente a partire dal 2003.
L’impressione di molti osservatori fu che Hamas volesse esplorare le possibilità offerte dal nuovo contesto avviando una trattativa indiretta – il cui onere formale sarebbe toccato al Presidente ʿAbbās – che si fosse concentrata sulla prospettiva di una tregua a tempo indefinito fondata sui termini della soluzione dei “due popoli due Stati”. Un tale meccanismo avrebbe consentito di trattare con Israele senza affrontare scogli formali quali il riconoscimento dello Stato ebraico o l’adesione agli accordi di Oslo.
Il contesto post-elettorale mise tanto al-Fatḥ quanto Hamas davanti a uno scenario, il cui nodo problematico riguardava la definizione della loro relazione reciproca e di quella con la società palestinese. Fin da subito, tuttavia, gli eventi iniziarono a precipitare, portando ben presto Hamas e al-Fatḥ in rotta di collisione. Israele dichiarò di non riconoscere il nuovo governo, rifiutandosi di effettuare i trasferimenti di fondi che erano dovuti all’ANP e arrestando decine di esponenti di Hamas, tra cui diversi parlamentari e ministri. La comunità internazionale, almeno per quanto riguarda Stati Uniti e Unione Europea, seguì la medesima linea, sospendendo i finanziamenti o cercando di aggirare il governo di Hamas. Il boicottaggio contribuì a esasperare la tensione fra Hamas e al-Fatḥ, creando un conflitto politico e istituzionale. La macchina amministrativa dell’ANP, e in particolare i servizi di sicurezza, era costituita da personale vicino ad al-Fatḥ, poco propenso a collaborare con il nuovo esecutivo. Mentre il governo era boicottato dai paesi arabi donatori, questi ultimi continuavano a finanziare la presidenza di ʿAbbās e a fornire addestramento ai servizi di sicurezza a lui vicini. Pochi mesi dopo le elezioni del gennaio 2006 al-Fatḥ rifiutò per la prima volta di prendere parte al governo di unità nazionale proposto da Hamas; nello stesso tempo la presidenza dell’ANP attuò una specie di golpe non violento nei confronti del governo appropriandosi di competenze nel campo legislativo e amministrativo. A partire dal quel momento vi fu uno stillicidio tra sostenitori delle due organizzazioni, che lasciarono sul campo diverse decine di morti prima della fine dell’anno. A dicembre, la minaccia di ʿAbbās di convocare nuove elezioni nel caso non si fosse trovato un accordo per il governo di unità nazionale innalzò ulteriormente la tensione, solo temporaneamente smorzata dalla costituzione di un fragile esecutivo d’intesa formato da rappresentanti di quasi tutte le liste elette al Consiglio. Gli scontri fra Hamas e al-Fatḥ ripresero a maggio e il conflitto esplose in modo definitivo il mese successivo. All’inizio di giugno quattro giorni di combattimenti a Gaza provocarono 500 feriti; la battaglia si concluse con la vittoria di Hamas. ʿAbbās reagì esautorando il governo di Haniyeh e nominando Salām Fayyāḍ primo ministro, mentre i militanti di al-Fatḥ iniziarono una serie di rappresaglie contro le strutture e i militanti di Hamas in Cisgiordania. Nonostante la situazione rimanesse tesa Hamas riuscì a consolidare il suo controllo sulla Striscia di Gaza. Gli eventi del giugno 2007 determinarono dunque una drammatica spaccatura istituzionale – tra la presidenza e il governo dell’ANP – e territoriale tra Gaza e Cisgiordania. Israele reagì isolando completamente Gaza; il blocco aggravò ulteriormente le condizioni della popolazione residente nonostante l’espansione del sistema dei tunnel verso l’Egitto, che consentiva di contrabbandare generi di prima necessità. Hamas si dimostrò tuttavia in grado di mantenere l’ordine, senza tuttavia rinunciare a colpire Israele con ripetuti lanci di razzi artigianali – i famosi Qassam – verso le località israeliane più vicine ai confini di Gaza.

Col termine striscia di Gaza (in arabo: قطاع غزة‎, Qiṭāʿ Ghazza; in ebraico: רצועת עזה, Retzu’at ‘Azza) si indica un territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie popolata da circa 1.760.037 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.082 rifugiati palestinesi.

Alle 11.30 del mattino del 27 dicembre 2008 Israele scatenò una massiccia offensiva aerea contro la Striscia di Gaza, denominata Operazione “Piombo Fuso”. L’obiettivo ufficiale dichiarato dal governo israeliano era porre fine al lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza verso Israele. Ma, come ha commentato il giornalista israeliano Michel Warschawski in un suo articolo scritto nei giorni dell’attacco: «La carneficina di Gaza non è una reazione “sproporzionata” ai razzi lanciati dai militanti della Jihad Islamica e altri gruppuscoli palestinesi sulle località israeliane vicine alla Striscia di Gaza, ma un’azione premeditata da molto tempo, come d’altronde riconosce la maggior parte dei commentatori israeliani».
Il 3 gennaio Tel Aviv invase la Striscia con forze di terra. Il 7 gennaio il bilancio delle vittime era già di 639 palestinesi morti e tremila feriti. Gli israeliani morti undici. Oltre ai centri di potere e alle case dei leader di Hamas, i caccia israeliani bombardarono università, moschee e i tunnel al confine con l’Egitto.
Il 6 gennaio l’artiglieria israeliana rase al suolo una scuola gestita dall’ONU uccidendo 40 persone, tra cui molti bambini: le immagini di questa tragedia faranno il giro del mondo scatenando reazioni unanimi di condanna. Il 18 gennaio Hamas e Israele annunciarono il cessate il fuoco: il bilancio dei 22 giorni di attacchi militari fu di 1.400 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Tra i morti, centinaia furono i civili inermi, compresi di 300 bambini, oltre 115 donne, circa 100 anziani e circa 200 giovani non armati. 240 poliziotti vennero uccisi nei bombardamenti che hanno colpito le stazioni di polizia lungo la Striscia di Gaza e la cerimonia dei cadetti che si stava svolgendo a Gaza City nelle prime ore dell’Operazione “Piombo Fuso”. Questi numeri si basavano sui dati raccolti dai delegati di Amnesty International a Gaza e su casi documentati da Ong e personale medico di Gaza.
Secondo le organizzazioni palestinesi per i diritti umani, due terzi dei morti furono composti da civili. Amnesty, che ha portato avanti la sua indagine tra gennaio e febbraio 2009, non ha però avuto né le risorse né il tempo per verificare queste informazioni.
Si contarono circa 5.300 feriti (di cui 350 gravi), molti resi disabili a vita, intere aree della Striscia ridotte ad un cumulo di macerie, decine di migliaia di persone ridotte senza una casa a cui far ritorno e l’economia di Gaza, già disastrata, subì il tracollo definitivo.
Da parte israeliana, 3 civili morirono colpiti da razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, mentre 84 persone rimasero ferite. Nove soldati vennero uccisi durante i combattimenti a Gaza (4 colpiti da fuoco amico) e 113 feriti.
L’8 luglio del 2014 Israele lanciò una nuova campagna militare nella Striscia di Gaza con il nome in codice “Margine di Protezione”. Anche in questo caso come per “Piombo Fuso” l’intento dichiarato era quello di fermare il lancio di missili verso il proprio territorio. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nei 51 giorni della guerra, che si è conclusa il 26 agosto, i bombardamenti e le incursioni via terra dell’esercito israeliano hanno causato la morte di più di 2.200 palestinesi, di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini.
L’attuale approccio alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese ha portato a un’impasse, e la questione che va avanti da più di un secolo sembra destinata a durare per due ragioni principali. Prima ragione: le possibilità di uno Stato palestinese sostenibile in Cisgiordania e a Gaza, come molti analisti convengono, sono esili, grazie alla malandata configurazione dell’area e allo spazio ridotto. Sta invece emergendo ciò che resta di uno Stato, sotto la tutela di Israele – un insieme di bantustan palestinesi. Seconda ragione: la negazione israeliana del diritto al ritorno dei rifugiati implica che le tensioni tra i palestinesi e giordani dell’Est in Giordania continueranno. Anche in Israele l’antagonismo tra ebrei e arabi è destinato inevitabilmente a continuare, a causa della mancata risoluzione del problema palestinese e all’insistenza di Israele nell’essere uno Stato esclusivamente ebraico, e non uno Stato per tutti i suoi cittadini.
Perché si possa mai realizzare una pace duratura, è necessario superare la formula dei “due popoli due Stati” venutasi a consolidare con gli accordi di Oslo.
La soluzione dello stato unico è stato l’approccio palestinese alla risoluzione del conflitto con Israele, fin da quando l’OLP non adottò manifestamente nel 1988 la strategia dei due Stati. Al-Fatḥ adottò tale idea verso la fine degli anni Sessanta, ma per un breve periodo, senza aver riflettuto seriamente sulle modalità istituzionali e senza identificazione dei passaggi attraverso i quali avrebbe potuto essere raggiunta o cosa avrebbe significato sotto il profilo delle strategie militari e politiche. L’idea fu esposta all’opinione pubblica nel 1974, nel famoso discorso di Yāsser ʿArafāt, capo dell’OLP, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ciò che ʿArafāt chiedeva in poche parole, era la desionizzazione di Israele. La reazione di Israele e dei suoi sostenitori fu immediata e inequivocabilmente negativa: tale progetto era un espediente per la distruzione dello Stato ebraico. Dal quel momento la formula dello stato unico cadde nell’oblio, tranne che per alcuni attivisti risoluti. I critici di tale soluzione mettono l’accento sulla mancanza di sostegno pubblico al progetto derubricandolo a una mera utopia. La verità è che è molto più irrealistico pensare di continuare a parlare della soluzione dei due Stati. Recentemente il parlamento israeliano ha approvato in via definitiva una legge che permetterà ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese, limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro. La legge avrà inoltre valore retroattivo, e legalizzerà di fatto qualsiasi insediamento presente in terra palestinese. La verità è che Israele ha già fatto lo stato unico, ora si tratta di trasformare questo stato in una vera democrazia dove ebrei, cristiani e musulmani possano vivere in pace con rispetto reciproco e senza nessuna discriminazione.

 

Per approfondimenti:
_Edward Said, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Roma, Gamberetti, 1995;
_Massimo Massara, La terra troppo promessa. Sionismo, imperialismo e nazionalismo arabo in Palestina, Milano, Teti editore, 1979;
_Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Milano, BUR, 2003;
_Nathan Weinstock, Storia del sionismo. Dalle origini al movimento di liberazione palestinese, 2 voll., Roma, Samonà e Savelli, 1970;
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_Janet Abu-Lughod, The Demographic Transformation of Palestine, in Id., The Transformation of Palestine: Essays on The Origin and Development of The Arab-Israeli Conflict, Northwestern University Press, Evanston, 1971;
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_Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Roma, Fazi, 2008;
_Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001;
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_Patrick Seal, Abu Nidal, una pistola in vendita. I mille volti del terrorismo internazionale, Roma, Gamberetti, 1994;
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_Khaled Hroub, Hamas: un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Milano, Mondadori, 2006;
_Michel Warschawski, Israele-Palestina. La sfida binazionale: un sogno Andaluso del XXI secolo, Roma, Sapere 2000, edizioni multimediali, 2002;

 

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