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Hohenzollern e Hitler: rapporti tra la casa imperiale e il Führer

Hohenzollern e Hitler: rapporti tra la casa imperiale e il Führer

di Giuseppe Baiocchi del 10/02/2019

Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern (1869 – 1941) fu il nono e ultimo König di Prussia. Quando il primo novembre del 1918, il suo ministro degli interni Bill Drews (1870 – 1938) gli propose l’abdicazione, dovuta alle pressioni popolari di Berlino, Wilhelm II di Prussia rispose: «come può lei, un funzionario prussiano, uno dei miei sudditi che mi ha giurato fedeltà, avere l’insolenza e la sfrontatezza di sottopormi una richiesta del genere»? Eppure gli eventi furono largamente maturi per la sua abdicazione, la quale avvenne il 9 novembre, dopo lo scoppio della rivoluzione novembrina alemanno-tedesca.

Nella foto (da sinistra a destra) sono ritratti tre familiari imperiali tedeschi durante l’esilio in Olanda: il principe ereditario della casata degli Hohenzollern Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 – 1951); segue il Kaiser Friedrich Wilhelm Viktor Albert (Wilhelm II); infine il figlio primogenito del principe ereditario Wilhelm Friedrich Franz Joseph Christian Olaf (1906 – 1940), morto durante le operazioni belliche del 1940 in Francia.

Esiliato in Olanda, dal 10 novembre del 1918, il Kaiser visse la vita di un gentiluomo di campagna e sebbene pensasse costantemente ad un restauro del suo Trono, la Germania in pochi anni cambiò terribilmente. Dal Castello di Amerongen, sede della sua residenza, non uscì quasi mai. I pochi estranei che riescono ad avvicinarlo dicono che appariva molto invecchiato, ma i giornali di tutto il mondo sono alla caccia di una sua foto. L’ex Kaiser non riceve fotografi, finché un giornalista olandese riuscì nell’impresa sul finire dell’estate del 1919. Travestitosi da contadino e appostatosi su un carro carico di fieno, fermo presso l’alto muro di cinta del castello, aveva immortalato Wilhelm uscito con la moglie a passeggiare nel grande parco: gli era cresciuta una foltissima barba. Durante l’esilio dorato olandese, la sua religione cristiano-protestante aumentò di portata e precedentemente alla presa del potere (1933) di Adolf Hitler (1889 – 1945), il partito nazionalsocialista iniziò un lungo corteggiamento politico, con la promessa di restaurare la Monarchia. Hitler chiese al Kaiser Wilhelm, una richiesta semplice: l’appoggio dell’elettorato reazionario alle elezioni del luglio del 1932, trovando un accordo con il capo della casata degli Hohenzollern. In verità il primo Führer, di stampo nazional-socialista, era molto lontano dalle ideologie monarchiche, ma da ottimo politico aveva un necessario bisogno di voti. Quando nel 1933, Hitler diventando Cancelliere del Reich, pose un rigoroso silenzio sulla “questione monarchica”, i rapporti con il Kaiser si raffreddarono, fino ad arrivare ad un disprezzo reciproco. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale rifiutò l’offerta di salvataggio da parte degli inglesi e, si deve dire, provò una certa gioia nel vedere la Francia sconfitta e le truppe tedesche che marciavano trionfanti attraverso Parigi. Dopotutto rimaneva pur sempre un conservatore, ed un convinto sostenitore del militarismo. Soltanto quando saprà delle persecuzioni di Hitler contro gli ebrei asserirà: «per la prima volta mi vergogno di essere tedesco». Di lì a poco spirò il 4 giugno del 1941, dove nel suo testamento vietò l’esibizione di eventuali svastiche al suo funerale e rifiutò anche di essere sepolto in Germania, purché non vi fosse restaurata la sua Monarchia. Ciò impediva a Hitler di dare spettacolo della sua scomparsa e, nonostante il divieto del leader nazista, molti ufficiali e funzionari tedeschi di alto livello assistettero al sobrio funerale. Le sue spoglie riposano fino ad oggi presso il castello di Huis Doorn nei Paesi Bassi.
Durante gli anni della dittatura nazista in Germania, alcuni reali abbracciarono il nuovo regime mentre altri si opposero con convinzione. Coloro che si unirono ai nazisti provenivano principalmente da famiglie minori che sentivano di non avere nulla da perdere nel farlo e avrebbero guadagnato poco se il vecchio sistema monarchico fosse stato restaurato. Tuttavia, furono i reali prussiani a essere al centro dell’attenzione mediatica, in quanto prima rappresentavano il nucleo familiare imperiale di tutta la Germania. Del ramo dinastico degli Hohenzollern è importante ricordare che solo un figlio dell’ex Kaiser, il principe August Wilhelm Heinrich Günther Viktor principe di Prussia (1887 – 1949) abbracciò la causa nazista. Un coinvolgimento politico, che gli causò, da parte di suo padre Wilhelm II, la rinnegazione come proprio figlio. Alcuni pensarono che il principe August Wilhelm nutrisse l’ambizione di conquistare il Trono imperiale per se stesso o forse per suo figlio, ma, naturalmente, tale operazione non fu mai presa in considerazione da parte del movimento nazista. Alla fine Hitler si rivolgerà a lui, quando i reali tedeschi non rientrarono più nei propri piani politici. Come la tradizione esigeva, numerosi principi prussiani, mentre sfidavano il partito nazional-socialista, si unirono alla Wehrmacht, l’organo militare più conservatore e reazionario nella Germania degli anni Trenta e Quaranta, combattendo il secondo conflitto mondiale nella sua parte iniziale. È importante capire chi fossero questi uomini e perché servissero ancora la Germania, nonostante il partito nazista usava nei loro confronti una politica denigratoria al punto di farli apparire come caricature fittizie e ridicole. È bene affermare che non tutti i tedeschi erano legati al partito nazional-socialista: molti possedevano la tessera per scopi opportunistici, altri per paura e infine alcuni per devozione nazionale. Ne è un esempio il famoso caso dell’imprenditore tedesco Oscar Schindler (1908 – 1974) membro del partito, onorato fino ad oggi per aver salvato le vite di molti ebrei (1.100 persone) durante l’Olocausto.

Potsdam, marzo del 1933: il principe ereditario Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 – 1951) in compagnia del leader nazional-socialista Adolf Hitler, davanti alla Chiesa protestante di Garrison.

Il problema che affliggeva i reali tedeschi era lo stesso di molte teste coronate di tutta Europa, i cui paesi avevano abolito le loro monarchie: se mettersi in opposizione al proprio paese a causa del proprio governo o difendere la propria patria indipendentemente dalla situazione politica.
In assenza del Kaiser, esiliato in Olanda, il sovrano più alto in Germania era il principe ereditario prussiano Friedrich Wilhelm Victor August Ernst (1882 – 1951). Alto, magro, dal contegno rilassato, con un collo slanciato che la satira dell’Intesa, durante la Grande Guerra, prese di mira. Era ritratto come un dandy, ma tutto ciò fu largamente ingiusto per il defunto principe ereditario. In quasi tutti i casi il ritratto esagerato di lui è completamente falso. Nato ed educato per ereditare un Impero, si formò come un pangermanista convinto, ma pochi conoscono la sua avversità verso il conflitto bellico che trascinò l’Europa verso la sua guerra civile: il principe ereditario non era un guerrafondaio. Quando scoppiò la guerra nel 1914, che definì «stupida», al principe fu dato il comando del quinto esercito tedesco sul fronte occidentale e, nonostante ciò che molti pensano ora, fu un abile comandante sul teatro bellico. Ha ottenuto ottimi voti per la sua leadership nelle Ardenne durante l’iniziale invasione tedesca e, sebbene non fosse un genio militare, era certamente capace, degno del suo rango e immeritevole del dileggio avversario di cui fu vittima. All’inizio del 1916 le sue forze guidarono l’offensiva contro Verdun, per la quale è stato spesso anche molto e ingiustamente criticato. Nel 1917 cominciò a parlare in favore della fine della conflitto. Le sue armate vinsero nella battaglia dell’Aisne nel 1918 e con l’abdicazione del Kaiser, andò in esilio come suo padre. Gli fu permesso di tornare in Germania nel 1923, dove continuò a sostenere il restauro degli Hohenzollern. Durante il nazismo, tutti i suoi figli in grado di prestare servizio militare, durante la seconda guerra mondiale, si arruolarono. L’unico a non arruolarsi fu il figlio più giovane, il principe Friedrich Georg Wilhelm Christoph di Prussia (1911 – 1966), che stava studiando in Inghilterra quando scoppiò la guerra. Fu arrestato dalle autorità britanniche come “nemico straniero” e posto in un campo di internamento in Inghilterra e in seguito trasferito in Canada. In entrambi i campi, i suoi compagni di reclusione lo elessero loro capo e divenne un cittadino britannico dopo la guerra nel 1947. Il primogenito Wilhelm Friedrich Franz Joseph Christian Olaf (1906 – 1940) e il terzo figlio Hubertus Karl Wilhelm (1909 – 1950) prestarono servizio nella Wehrmacht; mentre il secondo Louis Ferdinand Viktor Eduard Albert Michael Hubertus (1907 – 1994) prestò servizio nella Luftwaffe. Il loro padre, principe ereditario Wilhelm, è stato spesso ritratto come membro o sostenitore del partito nazista: nulla di più falso. Egli fu un patriota tedesco, conservatore, in pieno contrasto con il trattato di Versailles come qualsiasi tedesco patriottico e si oppose alla Repubblica di Weimar, per il suo carattere largamente progressista. Non è mai stato un membro o un sostenitore del partito nazista. Le ipotesi contrarie derivano in gran parte dal fatto che numerose sue foto, indossano quella che sembra la classica uniforme nazista degli Sturmabteilung (SA). Nonostante le apparenze, il principe ereditario non apparteneva alle SA (di stampo socialista e protestante), ma apparteneva al National Socialist Motor Corps (NSKK), un’organizzazione sussidiaria per gli appassionati di automobili e motocicli. Era un fatto comune nella Germania degli anni Trenta che tutte queste organizzazioni dovevano adottare uniformi conformi al partito nazional-socialista, tra cui le onnipresenti camicie brune e le cinghie con la svastica. Tuttavia non vi era nulla di sinistro nello stesso NSKK: si addestravano conducenti, si tenevano manifestazioni e si aiutato gli automobilisti, in modo simile alle organizzazioni anglosassoni come la “AAA” begli Stati Uniti o la “British Automobile Association” in Gran Bretagna.
Il principe ereditario Wilhelm non è mai stato membro del partito nazista e non ha mai appoggiato Adolf Hitler o il suo movimento. La leadership nazista non ha mai visto il principe ereditario come un alleato, ma piuttosto il contrario e i loro sentimenti su quel punto sarebbero diventati molto chiari nel corso della seconda guerra mondiale. Mentre, all’inizio, cercavano di reclutare i reali come vetrine per aggiungere legittimità alle riunioni naziste, i membri del partito erano paranoici riguardo a qualsiasi solidarietà per la vecchia monarchia e agivano contro i reali anche se stavano prestando servizio in uniforme con le forze armate tedesche.
Il primogenito di “Wilhelm III”, anche lui di nome Wilhelm, quando nel 1933 – contro il volere di suo nonno -, sposò Dorothea von Salviati (1907 – 1972) incontrata mentre era a scuola a Bonn, per le leggi dinastiche dovette rinunciare alla sua pretesa al Trono e ai diritti di successione per eventuali futuri figli. Così facendo, il futuro della casa di Hohenzollern divenne responsabilità del fratello minore, il principe Louis Ferdinand. Lontano dalla Germania per lungo tempo – essendosi stabilito negli Stati Uniti e avendo iniziato un lavoro a Detroit (Michigan), dove è stato accolto da Henry Ford (1863 – 1947) -, quando le azioni di suo fratello lo richiamarono in Germania nel 1934, accettò il compito senza riserbo. Bisogna comunque segnalare che il principe Louis Ferdinand non era contento del matrimonio di suo fratello e di come le sue azioni lo avessero spinto verso una posizione di futuro capo della famiglia, ma sarà unicamente la sua linea di sangue che porterà avanti il lascito della casata degli Hohenzollern fino ai giorni nostri.
Il principe Louis Ferdinand lavorò nel settore dell’aviazione tedesca e in seguito si unì alla Luftwaffe come ufficiale di addestramento.
Il primogenito, principe Wilhelm, parallelamente dopo il matrimonio divenne un ufficiale del Primo Reggimento della Prima Divisione, ricoprendo il comando della 11a Compagnia nel 1938. Il terzogenito, il principe Hubertus, doveva assistere all’ottavo reggimento, presso la terza divisione di fanteria (anche lui in seguito si trasferì alla Luftwaffe). Quando scoppiò la seconda guerra mondiale i due principi, arruolati nella Wehrmacht, parteciparono entrambi all’azione bellica di offesa alla Polonia nel 1939. Un altro reale prussiano, di ramo cadetto, il principe Oskar Wilhelm Karl Hans Cuno von Hohenzollern (1915 – 1939), ufficiale di riserva, fu ucciso in azione a Widawka, in Polonia, il 5 settembre 1939. Hitler per la prima perdita “Imperiale” non permise alcuna manifestazione, non facendo sollevare la questione, attraverso i propri canali mediatici. Più tardi, tuttavia, quando il primogenito degli Hohenzollern (principe Wilhelm) – che stava combattendo al fronte nell’invasione della Francia (1940) -, fu ferito a morte a Valenciennes (spirò pochi giorni dopo a Nivelles il 26 maggio 1940), la notizia non poté essere repressa: due principi prussiani uccisi in un anno sul fronte, disturbarono molto la leadership nazista, la quale non gradiva clamori sulla questione.

Principe Wilhelm di Prussia (1906 – 1940) nell’aprile del 1933, figlio del principe ereditario Wilhelm III.

Quando le notizie sulla morte del principe Oskar e del principe Wilhelm arrivarono in Germania, ci fu un’ondata di simpatia nei confronti della famiglia reale prussiana. I funerali del principe Wilhelm furono celebrati nella Chiesa della Pace e più di 50.000 tedeschi dimostrarono il loro sostegno alla Casa di Hohenzollern. L’enorme numero di persone in lutto causò il panico dei dirigenti nazisti, che immediatamente emanarono il cosiddetto “decreto del principe” che vietò a tutti i reali prussiani il servizio militare. Il terzogenito, principe Hubertus, fu estromesso dal fronte e praticamente costretto a porre fine alla sua carriera militare; mentre al secondogenito, principe Louis Ferdinand della Luftwaffe, gli fu impedito di volare. Il proclama, sotto il profilo della propaganda di partito, voleva esentare dalla leva i reali per «non creare ulteriori lutti, verso una grande famiglia tedesca e risparmiare dolore alla popolazione».
L’unico principe prussiano a cui fu permesso di rimanere al suo posto nell’esercito fu Alexander Ferdinand Albrecht Achilles Wilhelm Joseph Viktor Karl Feodor (1912 – 1985), unico figlio di August Wilhelm Heinrich Günther Viktor (1887 – 1949), quarto figlio del Kaiser in esilio, Wilhelm II, poiché era membro del Partito nazista (come il padre) e originariamente membro delle Camicie brune.
Una volta emesso il decreto, questo coincise con una repressione nazista sui reali e sui monarchici in generale. Ogni pretesa di essere in qualche modo solidale con la vecchia monarchia fu abbandonata e anche i pochi reali filo-nazisti in Germania furono messi da parte e sottoposti a controllo dello Stato. Il principe Alexander Ferdinand, che un tempo aveva nutrito la speranza di divenire il successore di Adolf Hitler, fu estromesso politicamente dal partito, ritrovandosi isolato, poiché la sua adesione al nazismo gli aveva chiuso le porte della Casa Imperiale. Quando si sposò nel 1938 nessuno dell’aristocrazia degli Hohenzollern partecipò al matrimonio. La maggior parte della famiglia reale prussiana aveva legami molto più stretti con i dissidenti del partito.
Il principe ereditario Wilhelm III, rilevò la sua avversione al partito con il palese regalo che inviò al monarchico e anti-nazista Reinhold Wulleche, spedito successivamente in un campo di lavoro per aver tentato l’organizzazione di un movimento di opposizione monarchico. Dopo tale gesto di solidarietà la vita di Wilhelm fu controllata in ogni istante dai nazisti: durante la guerra, ma soprattutto dopo l’Operazione Valchiria, il tentativo di assassinio di Hitler del 1944. Alla Gestapo fu ordinato di pedinare il principe in ogni momento. Il gruppo reazionario-conservatore di stampo prussiano, che organizzò il tentativo di omicidio ha avuto numerosi legami con la famiglia reale prussiana. Secondo i piani dell’attentato del 20 luglio del 1944, il nuovo Cancelliere della Germania sarebbe stato il monarchico e conservatore Carl Friedrich Goerdeler (1884 – 1945), e rilievo politico sarebbe stato concesso al secondogenito principe Louis Ferdinand come potenziale Kaiser tedesco che avrebbe ripristinato la Monarchia e trattato la resa, come nuovo Governo Tedesco. Molti dei cospiratori erano anche membri del ramo tedesco dei Cavalieri di San Giovanni di Rodi e Malta, presieduto dal principe Oskar Karl Gustav Adolf di Prussia (1888 – 1958), il cui figlio (e successore in quella posizione) scrisse in seguito una storia del movimento di resistenza tedesco.
Quasi tutti gli esponenti della Wehrmacht del colpo di Stato monarchico furono catturati, processati e uccisi. Uno dei pochi coinvolti che miracolosamente fu risparmiato, per volere di Hitler (che non voleva fucilare un personaggio amato dal popolo tedesco), fu il filosofo Ernst Jünger, eroe della Grande Guerra e capitano durante il secondo conflitto; così ricordò l’evento: «fu sotto l’egida del generale Speidel che potemmo formare a Parigi, all’interno della macchina militare, nel cuore stesso del mostro, un circolo ristretto fedele allo spirito e ai valori cavallereschi. Dei gruppi dovevano entrare in azione contro Hitler: il luogotenente von Hokafcker e lo stesso comandante von Stulpnagel mi spiegarono che bisognava violare il sistema di sicurezza “numero uno” della Wolfs.Schanze e riuscire a stare cinque minuti con un’arma nel quartier generale del Führer. Bisognava far saltare Hitler per trattare con l’Occidente in previsione di una catastrofica disfatta ad Oriente. Non era quindi resistenza ideologica, ma fronda sulle scelte militari. Io, però non credevo negli attentati. La storia dimostra che in genere giovano solo al potere in carica. Ero scettico e da certi segnali avevo intuito lo scacco. Andò male e il nostro circolo fu decimato».
Il già citato Goerdeler fu catturato dalla Gestapo il 12 agosto del 1944 e impiccato come traditore della Patria. Prima di morire dichiarò: «Chiedo al mondo di accettare il nostro martirio come atto di penitenza in nome del popolo tedesco».
Sebbene non fosse personalmente coinvolto nel complotto dell’assassinio, i legami tra la resistenza e il secondogenito Louis Ferdinand Hohenzollern furono sufficienti per il suo arresto. Fu interrogato dalla Gestapo e successivamente imprigionato nel campo di concentramento di Dachau. Lo stesso Adolf Hitler affermò che «il principe ereditario è l’istigatore» dell’attentato alla sua vita. Il ministro della propaganda Paul Joseph Goebbels (1897 – 1945) proclamò, verso gli aristocratici tedeschi, «dobbiamo sterminare questa sporcizia», e il capo delle Schutzstaffel (SS) Heinrich Luitpold Himmler (1900 – 1945) riferì come: «non ci saranno più principi. Hitler mi ha dato l’ordine di finire tutti i reali tedeschi e di farlo immediatamente».

Nell’immagine (da sinistra a destra): il filo-nazista Alexander Ferdinand Albrecht Achilles Wilhelm Joseph Viktor Karl Feodor (1912 – 1985); il principe e generale delle SS Josias Georg Wilhelm Adolf Waldeck e Pyrmont (1896 – 1967) e l’anti nazista e principe Oskar Karl Gustav Adolf di Prussia (1888 – 1958).

Per motivi temporali e soprattutto bellici, le minacce naziste non furono attuate, ma il principe Louis Ferdinand fu come citato mandato in un campo di concentramento e la repressione antireale fu così diffusa che vide l’arresto del principe filo-nazista Philipp von Hessen-Kassel und Hessen-Rumpenheim (1896 – 1980, Filippo d’Assia) e di sua moglie la principessa Mafalda di Savoia (1902 – 1944), la quale trovò la morte nel campo di concentramento di Buchenwald il 28 agosto 1944. Le stime riportano che seimila reali e aristocratici furono uccisi nelle purghe dopo il complotto. Himmler voleva che tutti i principi tedeschi sfilassero attraverso Berlino, per essere oltraggiati, prima della loro esecuzione e le loro proprietà sequestrate e ridistribuite ai fedeli nazisti. Sembra paradossale che ancora oggi alcuni storici moderni facciano di tutto per collegare la monarchia tedesca con il partito nazional-socialista, quando proprio quest’ultimo era assolutamente certo che gli Hohenzollern fossero il cuore e il centro della loro più pericolosa opposizione interna. Quei prussiani e altri principi reali che combatterono nelle forze armate tedesche, quasi senza eccezione, lo fecero puramente per la loro devozione alla Germania e al popolo tedesco e non per simpatia verso il regime nazista. Quei principi e aristocratici che erano veramente devoti alla causa nazista erano pochissimi e si trovarono traditi dal partito che servivano e scacciati dal resto della loro classe e spesso dalle loro stesse famiglie. Gli aristocratici contro cui il partito non si è scagliato, come il principe e generale delle SS Josias Georg Wilhelm Adolf Waldeck e Pyrmont (1896 – 1967), furono condannati dopo la fine della guerra dagli Alleati. Dopo il conflitto la casata degli Hohenzollern, vide la morte di Wilhelm III nel 1951 e la leadership della famiglia passò nelle capaci mani del principe Louis Ferdinand Hohenzollern, un uomo dai legami amichevoli con gli alleati e uno strenuo oppositore del regime nazista per tutta la sua vita.

 

Per approfondimenti:
_Walter Henry Nelson, Gli Hohenzollern – Odoya, Bologna 2016;
_Giovanni Ansaldo, L’ultimo Junker. L’uomo che consegnò la Germania a Hitler – Le Lettere, Grassina (Fi), 2007;
_Stephan Malinowski, Vom König zum Führer: Der deutsche Adel und der Nationalsozialismus – Fischer Taschenbuch, 2004;
_Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario 1941-1945 – Guanda, Milano, 1995.

 

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Hermann Goering e la mania per l’arte

Hermann Goering e la mania per l’arte

di Liliane Jessica Tami del 04/02/2019

Nel 2015 la casa editrice francese Flammarion ha mandato alle stampe il catalogo completo delle opere d’arte appartenute alla collezione privata del Reichmarschall Hermann Goering (Rosenheim, 1893 – Norimberga, 1946). La pubblicazione del catalogo, curata da Jean-Marc Dreyfus, elenca 1376 dipinti appartenuti al secondo uomo più importante del Nazional-socialismo.

Hermann Göring nel 1917, in uniforme della Luftstreitkräfte durante la Grande Guerra.

La prefazione del volume è di Laurent Fabius (1946), ministro degli Esteri francese. L’interdisciplinarietà dell’opera, che tange diritto internazionale, storia dell’arte, economia e politica, è stata affrontata grazie all’intervento da un team di archivisti e storici: Isabelle Richefort, conservatore generale degli Archivi Diplomatici di Francia; Anne Liskenne, conservatore capo degli Archivi del Ministero degli Esteri; Pascal Even, conservatore generale e direttore degli Archivi di Francia e Frédéric Baleine du Laurens, direttore degli Archivi diplomatici del Ministero degli Esteri.
Il catalogo originale della collezione Goering, oggi conservato presso gli Archivi diplomatici francesi, è un registro di 268 pagine di circa 23 x 35,5 cm redatto a mano tra il 1940 e il 1945. I fogli, suddivisi in colonne in cui vengono elencati i nomi delle opere, le relative descrizioni, gli artisti, il luogo di provenienza e la nuova collocazione sono stati compilati perlopiù da Gisela Limberg, la segretaria di Hermann Goering, che lavorava accanto al negoziante d’arte Walter Andreas Hofer, direttore della collezione di Goering.

Una pagina del Catalogo Goering. Nelle caselle, da sinistra: il numero dell’opera, per ordine d’acquisizione, il titolo e l’autore, la descrizione dell’opera, la sua provenienza e infine il nuovo luogo di esposizione.

Il ricercatore Jean-Marc Dreyfus (1968) descrive la controversa figura di Hermann Goering come un principe del Rinascimento: egli sfruttò la sua carriera politica per promuovere le belle arti in Germania mediante il mecenatismo, istituì scuole artistiche e creò svariate collezioni e musei. Goering, infatti, il 9 giugno 1938 a Kronenburg, come un grande mecenate rinascimentale, inaugurò la sua scuola d’arte per promuovere la Weltanschauung hitleriana nell’ambito creativo. In questa scuola, l’artista veniva visto come il depositario d’un sapere iniziatico e pagano da divulgare al popolo e l’arte stessa assurgeva ad una dimensione religiosa e persino escatologica. L’idea che l’arte abbia la funzione di educare ed elevare il popolo sta alla base dei grandi espropri artistici che i nazionalsocialisti svolsero nei confronti di privati ebrei facoltosi e di diversi musei pubblici europei. Quando alla Francia, dopo la sconfitta militare del 1940, gli fu imposta la visione del mondo socialista e nazionalista, della Repubblica di Vichy, questa lasciò agli eserciti di Hitler (Wehrmacht e SS) di fare irruzione nei musei pubblici e nelle case degli ebrei più facoltosi, per prelevare tutto ciò che di prezioso fosse presente, compresi gioielli , mobili e tappeti. I tedeschi confiscarono ai ricchi ebrei inestimabili tesori, che finirono nei musei germanici, come il Kunst Museum di Linz in Austria, per essere contemplati dal popolo alemanno. Alcuni capolavori, invece, vennero trasportati nelle dimore private dei vertici del Reich. Hitler, per la propria collezione personale, raccolse circa 5mila pezzi e Goering circa 2mila. Dai preziosi manufatti appartenuti alla collezione Goering se ne evince la vasta e raffinata cultura umanistica, unita al più estremo fanatismo politico. Egli possedeva tantissime cariche ed onorificenze (presidente del Reichstag, ministro-presidente di Prussia, fondatore della Gestapo, eroe di guerra, asso dell’aviazione, ministro della Luftwaffe, grande imprenditore e insignito da Adolf Hitler come protettore supremo della natura e dell’ambiente, capo dei cacciatori ecc.), e vantava anche una passione per la poesia, la mitologia e la letteratura, dovuto al suo animo da esteta. Ovviamente per lui la trinità composta da razza, paganesimo e arte era basilare, perciò il suo gusto estetico non poteva che essere fortemente influenzato dalla propria etica fondata sul superomismo ariano.
Inizialmente Goering collezionò soprattutto autori tedeschi: il suo favorito era Lucas Cranach, di cui aveva 54 opere. In seguito si interessò anche agli olandesi e fiamminghi del Seicento, ritenuti appartenere al medesimo ceppo razziale nordico dei germani. Fra i Cranach collezionati alcuni erano assai belli come il pagano Giudizio di Paride oggi a Basilea o il Piramo e Tisbe. Pian piano Goering ampliò il proprio settore di nicchia ed iniziò a procurarsi anche opere delle più disparate epoche storiche e regioni geografiche. Nella sua collezione figurano il capolavoro pagano la Leda con il cigno, allora ritenuta di Leonardo da Vinci (oggi nel Museumslandschaft Hessen di Kassel), numerosi Canaletto, Tintoretto, Masolino da Panicale e tantissimi altri autori Italiani, come Botticelli, Tiziano, Sebastiano Ricci, Francesco Padovanino e altri artisti rinascimentali. Tra le sue opere di autori italiani figura anche il ben più moderno Boldini, con due splendidi quadri prelevati dalla galleria del miliardario ebreo Maurice Rothschild. Dalla scuola di Fontaine Bleu sino agli impressionisti francesi, Goering è riuscito a comporre un vero e proprio tempio alla storia dell’arte moderna europea.

Tiziano Vecellio, «Danea» (1545). I temi pagani e mitologici erano molto amati da Goering. Questo splendido quadro del Tiziano si trovava in camera sua.

La vita pubblica di Hermann Goering è stata fortemente influenzata dalle sue inclinazioni private da esteta stravagante, in bilico tra il rigore e la purezza classici e l’impeto sentimentale romantico. Colto dandy in grado di disegnarsi da solo le proprie uniformi e sprezzante dei diritti fondamentali dell’uomo, sensibile amante del bello e ex-impietoso soldato, meticoloso collezionista e devoto fanatico, ha conservato la maggior parte delle sue opere d’arte a Carinhall, una bellissima e sfarzosa villa nei boschi presso Berlino. Qui Hitler teneva gli incontri diplomatici più importanti del Reich, ed aveva espressamente chiesto a Goering di rendere il luogo quanto più bello e lussuoso possibile. Di fatto, la collezione di Goering al Carinhall era sì a lui intestata a titolo privato, ma ne potevano fruire tutti i vertici del sistema politico tedesco. Nel cortile di questo spettacolare museo immerso nella natura, ricchissimo ed imponente, è stato persino eretto un piccolo castello intitolato ad Edda, la figlia di Goering. Carinhall non era però solo il cuore dell’arte e della diplomazia germanica: era per Goering anche un monumento alla sua defunta Carin von Kantzow, fervente nazionalsocialista ed aristocratica svedese morta precocemente il 31 ottobre 1931.

Interni del Carinhall: residenza principesca fatta costruire da Göring negli anni trenta in onore della sua amante svedese, Carin von Fock, che per lui abbandonò sia il marito che il figlio.

Per assemblare la sua grandiosa collezione Goering ha impiegato tanti anni e tanti esperti. Tra questi il più celebre è sicuramente il seducente Bruno Lohse (1911 – 2007), elegante ufficiale parigino delle SS, integrato nella Luftwaffe e laureato in Storia dell’Arte con specializzazione in pittura fiamminga. A soli 29 anni divenne il negoziante d’arte di fiducia di Goering. Questo ragazzo colto, elegante e di spicco nella Parigi bene era riuscito a procurare quadri di inestimabile valore ai vertici del Reich e, come riporta Isabelle Richefort, assistente del direttore degli Archivi diplomatici, si è sempre impegnato affinché nessun quadro venisse portato via dai musei pubblici francesi. Lohse lavorava molto, sia nel suo ufficio presso l’ERR (Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, una sorta di università nazionalsocialista) che nel museo Jeu de Paume, accanto al Louvre, dove era stato provvisoriamente installato il deposito delle opere confiscate agli ebrei, ma non volle mai essere pagato per ciò: comprare, espropriare, valutare e vendere opere per conto dei vertici del Nazionalsocialismo era per lui un gesto di filantropia verso l’Europa e una vocazione ideologica. Un altro esperto d’arte che collaborò col Reichsmarschall fu Gustav Rochlitz, un gallerista tedesco che si è specializzato in transizioni verso la Svizzera, ed in particolar modo con Theodor Fischer (1878 – 1957), di Lucerna. Il Giornale dell’Arte, numero 363, pubblicato nell’aprile 2016, a pag.14, riporta un elenco di ben 34 commercianti d’arte, tra cui nobili, professori, galleristi, che si arricchirono vendendo a Goering.

Adolf Hitler regala «La bella falconiera» di Hans Makart a Hermann Göring.

Non tutti i tesori appartenuti alla collezione Goering furono frutto di regolari scambi economici: alcuni di essi furono espropriati con la forza ai proprietari privati ebrei, ritenuti illegittimi in quanto considerati non europei. La prima azione di confisca a danno dei proprietari semiti avvenne per mano delle SS nel 1940, quando i beni delle famiglie Rosenberg, Bernheim, Rothschild e Seligmann vennero prelevati sotto la supervisione del professor Kurt von Behr (1890 – 1945). Un documento del 3 novembre 1941 redatto dal capo dell’ERR di Berlino, Gerard Utikal (1912 – 1982), asserisce che «nessun oggetto appartenente allo stato Francese o a privati francesi non ebrei è stato toccato».
Dopo la guerra la Francia ha istituito una Commissione per il recupero delle opere d’arte e con l’aiuto di Rose Valland, storica e antifascista francese, è riuscita a portarsi a casa metà di tutte le opere conservate dai tedeschi, senza minimamente curarsi se appartenessero a privati o a musei statali. I russi, invece, hanno fatto razzia di capolavori, arraffandoli come bottino di guerra, distruggendoli e usando le statue greche come bersagli per il fucile. Sebbene il laghetto di Carinhall fosse nel loro settore non si degnarono nemmeno di controllarne il fondo per recuperare le statue in esso gettate: alcuni cimeli, infatti, vennero ripescati solo dopo il crollo del muro di Berlino. Nel novembre 1945 gli americani tentano anche il recupero delle molteplici opere rubate in tutta europa dai nazisti, comprese anche quelle regolarmente acquistate. Nel 1950, quando l’operazione di spartizione della collezione Goering tra le potenze vincitrici si concluse, i comunisti spianarono Carinhall e il parco circostante con le ruspe per essere certi che nemmeno i cercatori di tesori non vi potessero più trovare nulla se non qualche vecchio coccio. Di fatto, ci si è ritrovati di fronte ad un paradosso: come Goering ha espropriato quadri, arazzi e statue a noti collezionisti d’arte ebrei, come i Rothschild, d’Alphonse Kann, Seligman, David-Weil e tanti altri, gli alleati angloamericani e francesi hanno a loro volta depredato tutti i beni artistici della Germania, sia pubblici che privati, ivi compresi quelli regolarmente comprati: un pesante tributo per la sconfitta bellica. La visione socialista del Terzo Reich ha superato la logica economica dell’appropriazione dei beni di lusso: secondo Goering l’arte europea doveva infatti appartenere agli europei e quindi andava tolta agli ebrei (ritenuti stranieri perché originari d’Israele) mediante la coercizione. La visione angloamericana ha a sua volta superato il concetto di diritto etnico di possessione delle opere d’arte, istituendo, di fatto, un nuovo diritto di possessione fondato sulla legge democratica. Il recupero della collezione Goering è stato immediato: l’intero bottino era composto da almeno 1.300 quadri, 250 sculture e 168 arazzi. Alcune opere sono tornate ai loro ex-proprietari ebrei, molte di queste sono state rivendute tramite i più disparati canali e, purtroppo, parecchie di esse sono andate perse per sempre.

Per approfondimenti:

_Le catalogue Goering, edizioni Flammarion Parigi, 2015;
_Alessandro Marzo Magno, Missione grande bellezza, gli eroi e le eroine che salvarono i capolavori italiani saccheggiati da Napoleone e da Hitler, edizioni garzanti Milano, 2017;
_Adolf Hitler, Il regime dell’arte, Edizioni AR, Padova, 2009;
_Il Giornale dell’Arte, numero 363, aprile 2016, pag.14.

 

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Napoleone II: un destino di grandezza negato

Napoleone II: un destino di grandezza negato

di Giuseppe Baiocchi del 24/01/2019

Nel dicembre del 1940, Parigi è una città sconfitta e occupata dalla Wehrmacht tedesca. Il sentimento francese è diviso in due: c’è la Repubblica collaborazionista di Vichy, ci sono gli appelli alla Francia libera lanciata da Charles André Joseph Marie de Gaulle (1890 – 1970) dal suo rifugio di Londra e ci sono davanti agli occhi di tutto il mondo le immagini di Adolf Hitler (1889 – 1945) vittorioso in visita a Parigi. Il Führer non vuole più apparire come un conquistatore: tenterà di ammorbidire il senso di odio e di ribellione nei suoi confronti, concedendo così un regalo ai francesi. Di notte alla Gare de l’Est, arriva una bara la quale viene caricata su una macchina nera che attraversa la città buia e deserta, fino all’Hôtel des Invalides: all’interno le ceneri di un personaggio che poteva diventare grande nella storia, ma che fu solo semplice comparsa, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832), unico figlio di Napoleone Bonaparte I (1769 -1821).

Nelle due foto (da sinistra a destra): Hitler nel 1940 visita il mausoleo di Napoleone I; statua marmorea di Napoleone I, in abiti imperiali, sopra la tomba del figlio Napoleone François Charles Joseph Bonaparte.

Le Roi de Rome, così come venne denominato per aver regnato dal 22 giugno al 7 luglio del 1815, non muta minimamente l’opinione del popolo francese, che rimane indifferente, tanto che per le strade di Parigi, aleggia una battuta: «i tedeschi ci hanno restituito delle ceneri, noi avremo preferito del carbone».
Ancora oggi l’Hôtel des Invalides è l’ospizio per veterani e invalidi di guerra fatto edificare nel Seicento da Luigi XIV (1638 – 1715) e all’epoca della traslazione del sarcofago pochissime persone furono presenti: qualche dignitario di Vichy, qualche gerarca nazionalsocialista, tanto che un testimone asserì come sullo spiazzo si respirava una «atmosfera da cospirazione». Tra svastiche e corone di fiori ce ne è una che porta scritto «il Cancelliere Adolf Hitler al duca di Reichstadt».
I titoli per Napoleone II sono diversi e molteplici, ma tutti privi di quello spessore politico che aveva contraddistinto il padre: Roi de Rome, duca di Reichstadt, Grand Aigle e Gran collare dell’Ordine della Legion d’Onore, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Ferrea, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria, Senatore di Gran Croce S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Il protagonista di questa storia è custodito sotto la cupola del Duomo dell’Hôtel des Invalides: attraversato il cortile, passati sotto la cupola e scesi nel mausoleo di Napoleone, in disparte è situata una nicchia con una lapide dove è scritto «Napoleone II, Roi de Rome 1811 – 1832», questa è dominata da una statua marmorea di Napoleone I in abiti imperiali, ma sulla figura di suo figlio, nulla. Il confronto con il padre è drammatico: il mausoleo che custodisce le spoglie di Napoleone I è enorme, un monumento funebre degno di un faraone con al centro un sarcofago di pietra immenso ed intorno scolpite in cerchio i suoi successi politici, diplomatici e militari. Sicuramente un colpo d’occhio estremamente diverso dalla spoglia lapide del figlio. Anche le circostanze del ritorno in patria del generale còrso avviene in una modalità totalmente differente, poiché Napoleone Bonaparte viene restituito dagli inglesi nel 1840, su richiesta del Re Louis Philippe I di Borbone-Orléans (1773 – 1850), in un clima di riconciliazione nazionale, un monarca – erede dei Re pre-rivoluzionari, ma di stampo liberal-borghese – riconosce la grandezza di Napoleone e lo ammette nel Pantheon dei grandi di Francia: una cerimonia solenne che commosse tutto il Paese. Sarà lo stesso Victor Marie Hugo (1802 – 1885), nel suo “I funerali di Napoleone”, che commenterà così l’evento: «rue du four: la neve si infittisce, il cielo si fa nero, i fiocchi di neve lo seminano di lacrime bianche, sembra che anche Dio voglia partecipare». Il figlio Napoleone II torna, di contro, in sordina, di nascosto, accolto quasi con vergogna, restituito da un invasore detestato: eppure per lui gli eventi erano iniziati con una piega molto diversa, il suo doveva divenire un destino di grandezza. «Io sono stato Filippo, lui sarà Alessandro», proferì alla sua nascita Napoleone Bonaparte I, padre insieme alla madre Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo-Lorena (1791 – 1847); il loro amore fu il frutto di un innesto tra antichi e nuovi poteri, tra vecchie e nuove energie: un frutto che non maturò mai e che marcirà a soli 21 anni. Il conte Montbel, Guillaume Isidore (1787 – 1861) scrivendo nel suo “Le Duc de Reichstadt” appuntò sul giovane Napoleone: «La mia nascita e la mia morte, ecco tutta la mia storia, non sono che un imbarazzo, fra la mia culla e la mia tomba, c’è un grande zero».
Napoleone François viene al mondo per il problema dinastico del padre: Napoleone I, una volta divenuto Imperatore il 18 maggio 1804, non viene riconosciuto legittimo da nessuna corte monarchica (Trono e Altare) europea. Il suo è un impero non riconosciuto, frutto dei moti rivoluzionari che hanno tagliato la testa a Luigi XVI: un erede rafforzerebbe la sua leadership e assicurerebbe un erede alla Francia bonapartista.
La prima moglie Marie-Josèphe-Rose Tascher de La Pagerie di Beauharnais (1763 – 1814) a trentasette anni, dopo quattro anni di matrimonio, non è ancora riuscita a donare un erede a Napoleone. La Costituzione imperiale creata dallo stesso Bonaparte cita all’art.4: «Napoleone può adottare i figli o i nipoti dei suoi fratelli, premesso che abbiano compiuto diciotto anni e che lui stesso non abbia figli maschi al momento dell’adozione. I suoi figli adottivi entrano nella linea di discendenza diretta».
Quel figlio adottivo affermato nella costituzione, almeno secondo le voci di corte c’è già: è il piccolo Napoleone Carlo, figlio di Luigi Bonaparte (1778 – 1846) e di Hortense Eugénie Cécile di Beauharnais (1783 – 1837), raffigurato all’interno del celebre quadro del pittore Jacques-Louis David (1748 – 1825) “L’incoronazione di Napoleone” del 1808; un bambino di due anni che tiene per mano la sua mamma. Non è ufficiale, ma tutti sono convinti che un giorno l’Imperatore sarà lui, poiché rappresenta la perfetta unione di entrambi i clan familiari dei Bonaparte e dei Beauharnais. La sua investitura durerà poco: morirà a breve per una difterite, lasciando aperta la partita per la successione dell’erede imperiale. Napoleone dirà «non c’è solidità nella mia dinastia se non ho figli, i miei nipoti non possono rimpiazzarmi, la nazione non comprenderebbe. Un bambino nato nella porpora è per la nazione e per il popolo tutt’altra cosa che il figlio di mio fratello».
Durante il cesarismo del bonapartismo, Napoleone avendo avuto un figlio dalla sua amante polacca Maria Walewska (1786 – 1817), capisce che il problema dinastico è riconducibile a sua moglie Marie-Josèphe, che lentamente e inesorabilmente inizia ad essere posta da parte, fino al divorzio del 1809. Dopo la vittoria francese sull’Impero austriaco di Francesco I d’Austria, sposerà la diciottenne Maria Luisa d’Asburgo-Lorena che darà alla luce Napoleone François. Dall’Aiglon di André Castelot (1911 – 2004) il giovane Napoleone François Charles Joseph ricorderà come: «mio padre sarebbe dovuto rimanere sposato con Marie-Josèphe, se Josèphine fosse stata mia madre, lui non sarebbe andato a Sant’Elena e io non sarei lasciato a languire a Vienna. Mia madre è buona, ma priva di forza, non è la sposa che mio padre meritava». Il paradosso del secondo matrimonio di Napoleone fu proprio che Maria Luisa, nata all’interno del Palazzo di Schönbrunn, era stata educata fin da bambina a temere e detestare il futuro marito, considerato dagli Asburgo un orco, un demone: anche per lei la politica non avrà cuore, ma solo testa. Alla proposta di matrimonio che Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein (1773 – 1859) farà alla giovane Asburgo-Lorena, questa risponderà: «quando si tratta dell’interesse dello Stato è a esso che devo conformarmi e non ai miei sentimenti. La volontà di mio padre è sempre stata la mia. La mia felicità sarà sempre la sua. Con il permesso di mio padre, io dò il consenso al mio matrimonio con l’Imperatore Napoleone». Nelle corti europee nasce la voce che la giovane Maria Luisa fu consegnata alle “fauci del minotauro”. L’unione avvenne l’undici marzo in matrimonio religioso a Vienna, per procura, con Napoleone non presente: fu rappresentato dall’arciduca Carlo, lo zio di Maria Luisa.

Litografia austriaca di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte (1811 – 1832).

Dopo pochissimo tempo, la giovane austriaca resta in cinta del còrso e suo figlio, l’infante Napoleone François Charles Joseph Bonaparte avrà il titolo di “Re di Roma”. Il titolo non è casuale: oltre che l’Impero romano, tramontato da lungo tempo, la capitale dello Stato Pontificio era anche il fulcro della cristianità cattolico-romana. Tale appellativo stava a significare un riavvicinamento ideale e romantico verso il Pontefice (esiliato) e un controllo “titolato” della cristianità. Nel 1801 Napoleone da Primo Console, aveva firmato un concordato con Papa Pio VII, ma nel 1806 da Imperatore, quando il Pontefice aveva intensificato i suoi legami diplomatici con i “nemici della Francia”, gli scrisse: «Sua Santità è Sovrano a Roma, ma io sono l’Imperatore: tutti i miei nemici devono essere i Suoi». Per rafforzare tale tesi scriverà il 22 febbraio al cardinale Joseph Fesch (1763 – 1839), suo ambasciatore a Roma: «dite che io ho gli occhi aperti, che vedo bene quello che succede e non mi faccio ingannare, dite che io sono Carlo Magno – spada della Chiesa e Suo Imperatore – e devo essere trattato come tale». Napoleone rivendica a sé il diritto di nominare i vescovi in Francia, poiché sono servitori della Chiesa, ma prima sono accoliti e sudditi dello Stato. Il conflitto con Pio VII da sotterraneo, diviene conclamato fino a quando nel maggio del 1809, Napoleone annette Roma e l’Umbria: il Papa risponde con una bolla di scomunica il 10 giugno dello stesso anno – “Quum memoranda” – affissa sulle basiliche di Roma: «per l’autorità di Dio onnipotente, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo che l’invasione di Roma, dopo la violazione sacrilega dei patrimoni di San Pietro da parte delle truppe francesi, tutti coloro che hanno agevolato queste violenze o le hanno eseguite essi stessi sono incorsi nella scomunica maggiore». Napoleone non viene nominato in forma esplicita, ma è chiaro che il soggetto della scomunica è lui medesimo; così in risposta l’Imperatore dei francesi farà arrestare il Papa, il quale sarà in conclusione condotto a Savona. Famose le parole del Sommo Pontefice, davanti all’ufficiale napoleonico entrato al Quirinale il 5 luglio del 1809: «Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo». Per dimostrare il suo mancato pentimento Napoleone Bonaparte, per il suo erede, concederà il titolo di ottavo Re di Roma: un’onorificenza scomparsa dai tempi dei sette Re romani.
Dopo i 101 colpi di cannone che annunciarono al popolo francese, il 20 marzo 1811 – alle nove del mattino, la nascita dell’erede tanto atteso, Napoleone François Charles Joseph Bonaparte diverrà presto l’icona per eccellenza imperiale, foraggiata e sponsorizzata dal padre, il quale già da tempo aveva iniziato un vero e proprio culto – attraverso scultura e la pittura – propagandistico sulla sua persona.
Al contrario di sua madre, che possedeva un’educazione aristocratica, Napoleone I prova un grande trasporto per il figlio: vuole vederlo ogni mattina a colazione, prenderlo in braccio, giocare con lui. Commissiona agli architetti dell’arco di Trionfo, l’incarico di progettare il Palazzo del “Re di Roma” – grande come quello di Versailles, nel luogo dove oggi sorge la Torre Eiffel. Una folla oceanica accorrerà per il battesimo a Notre-Dame: occasione imperdibile per dare una sbirciata al futuro Imperatore, una cerimonia monumentale, che ribadisce la saldezza del potere di Napoleone. Ancora da “L’Aiglon” di Castelot, Napoleone dichiara: «Lo invidio, la gloria lo attende, mentre io ho dovuto correrle dietro; per afferrare il mondo non dovrà che tendere le braccia». La scelta del palazzo per il Roi de Rome, nell’ex capitale dello Stato Pontificio, sarà il Quirinale. Una delle lunghe sale, sarà divisa in tre porzioni dagli architetti francesi: la Sala Gialla, la Sala di Augusto e la Sala degli Imperatori. I lavori andranno avanti per tutto il 1812, un anno fatale per l’Imperatore: c’è stata la guerra di Spagna (1808-09) e la campagna di Russia (1812) che si conclude in autunno con l’annientamento della Grande Armée. Il giovanissimo Napoleone, soprannominato l’Aiglon (“l’aquilotto”) – reso popolare dall’omonima opera postuma di Edmond Rostand (1868 – 1918) -, non potrà mai passeggiare all’interno degli appartamenti romani fatti ristrutturare dal padre. Napoleone François è biondo, bello e in salute, cresce felice e accudito, i suoi giocattoli preferiti sono bandiere, trombe, tamburi e un grande cavallo con una sella di velluto rosso; una sorella di Napoleone regala al piccolo bimbo un calesse guidato da due pecorelle con cui scorrazza per i giardini del Palazzo delle Tuileries.

Georges Rouget, Napoleone François nei giardini delle Tuilieries a Parigi (particolare).

Il 4 maggio del 1814, infatti, dopo il precipitare degli eventi bellici, Napoleone Bonaparte verrà esiliato all’isola d’Elba: si congedò dalla moglie e dal figlio Napoleone François che non rivedrà mai più. Maria Luisa e il bambino partono, dopo un breve soggiorno francese, per Vienna, mentre Napoleone dall’Elba si sfoga: «mio figlio mi è stato tolto, come in altri tempi si toglievano i figli ai vinti, per adornare i trionfi dei vincitori». I contatti con suo figlio sono impossibili per volere dell’Imperatore d’Austria.
Ma la conclusione della parabola bonapartista non si è ancora conclusa, poiché il 1°marzo 1815, inizieranno i famosi 100 giorni, dove il generale Bonaparte sbarca nuovamente su suolo francese e mette in fuga Re Luigi XVIII, dopo aver inglobato senza spargimenti di sangue l’esercito reale mandatogli contro. Scriverà ancora una lettera alla moglie, ma Maria Luisa è stata riassorbita nel mondo degli Asburgo e non vuole, anche per volontà propria, raggiungere con il figlio il marito.
Dopo la sconfitta di Waterloo il 18 giugno del 1815, Napoleone viene esiliato in una isoletta sperduta dell’Atlantico e chiuderà per sempre i conti con la storia: suo figlio di appena quattro anni, prigioniero di sua madre, avrà comunque il tempo di essere nominato dal padre Napoleone II, carica che detenne dal 22 giugno 1815 al 7 luglio dello stesso anno. Tale onorificenza gli verrà presto tolta, per via della sua “residenza forzata” a Vienna e per la sua giovanissima età. Napoleone François Charles Joseph è prigioniero nella corte del nonno Imperatore d’Austria senza rendersene conto e viene spogliato da tutte le cariche, compresa quella di “Re di Roma”, per acquisire il ducato di Reichstadt dal 1818. Diventa anche a tutti gli effetti un figlio illegittimo, poiché il secondo matrimonio di Napoleone I, con il Papa Pio VII in esilio, è da considerare nullo: il primo matrimonio del padre con Marie-Josèphe non è mai stato annullato dalla Chiesa di Roma.
La madre diviene duchessa di Parma, dove regnerà con la consapevolezza che suo figlio non avrebbe ereditato il ducato, per volontà espressa di suo padre Francesco I: mai nessun Bonaparte doveva più regnare su suolo europeo.
Nella sua prigionia dorata, per il piccolo Napoleone François si sprecano tutori e insegnanti, tutti austriaci, tutti militari. Presto sogna di divenire un importante soldato, un generale, di comandare uomini ed eserciti: è ancora piccolo, ma immagina già di ricalcare le orme paterne. Quando il 5 maggio del 1821 il padre muore a Sant’Elena, François – oramai chiamato Franz – lo scoprirà solo due mesi dopo. La madre, forse morsa da qualche senso di colpa per il volontario abbandono del figlio a Vienna, gli regalerà in gran segreto la sciabola del padre, ma nemmeno una delle centinaia di lettere che il padre gli scriverà dal suo esilio, gli giungerà mai nelle sue mani: su tale punto Francesco I è irremovibile.
La carriera militare, avviata brillantemente nei primi anni di apprendistato verrà frenata da Klemens von Metternich che temeva l’astro nascente del nuovo Bonaparte: François sarà tenuto lontano da incarichi sia civili che militari. Il fanciullo, oramai divenuto ragazzo ama i cavalli e le divise austriache, indottrinato alla perfezione dalla rigida educazione di corte.

Raymond Desvarreux, Ritratto di Napoleone François Charles Joseph Bonaparte a cavallo (particolare).

Un anno dopo la rivoluzione del 1830 – dove per le strade di Parigi si gridava al suo nome, l’attenzione per il giovane rampollo Bonaparte si riaccende -, ottenne finalmente il comando di un battaglione austriaco, ma non gli fu mai permesso di agire sul campo di battaglia. In realtà, in gran segreto, Napoleone II studierà sempre la storia del padre e le sue gesta, senza mai far trapelare a corte alcunché. Parma, nel frattempo, infervorata dalla rivoluzione, mette in pericolo il regno della madre Maria Luisa, la quale fugge dal ducato: François vorrebbe organizzare una spedizione militare per andare a restaurare il trono della madre in Italia, ma il diniego del nonno e del governo austriaco, gli fanno definitivamente capire la natura della sua residenza forzata. Napoleone François cerca di opporsi e di partire ugualmente, ma verrà fermato alle porte di Vienna e riconsegnato a Schönbrunn in giornata. Poco tempo dopo, la madre tornerà sul trono di Parma, senza l’aiuto del figlio.
Il giovane, oramai ventenne, è cresciuto con lo sguardo fiero del padre, ma è ombroso; si millanta che abbia avuto una storia d’amore con la moglie dell’arciduca Francesco Carlo (1802 – 1878), figlio dell’Imperatore d’Austria, Sophie Friederike Dorothea Wilhelmine Prinzessin di Baviera (1895 -1872) bella, colta e ambiziosa. La salute non lo assiste: alto e magro, soffre di problemi respiratori e chiederà di raggiungere Parma e l’Italia, dove vigerebbe un clima più mite, ma neanche davanti ad una presunta malattia, suo nonno acconsente: le ragioni di Stato sono la priorità per gli Asburgo.
Trascorre sempre più ore immobile e affaticato, tanto da chiamare il medico italiano Giovanni Domenico Antonio Malfatti (1775 – 1859), già medico del compositore Ludwig van Beethoven (1770 – 1827). Il dottore prescrive bagni termali, una dieta a base di latticini, un’attenzione particolare agli sbalzi di temperatura caldo-freddo, acqua minerale frizzante, nessuno sforzo e soprattutto nessuna emozione: Malfatti teme un collasso del fegato, confidando all’Imperatore Francesco I che il nipote ha un insieme di strane patologie. Qualcuno insinua che lo si voglia morto, per eliminare ogni futura pretesa dinastica bonapartista sull’Europa; altri accusano la corte, arrivando a sospettare perfino l’anziano Metternich e i suoi servizi segreti governativi. Sicuramente il Cancelliere ha una repulsione verso il giovane Bonaparte per via di quello che ancora può arrivare a rappresentare, ma mai nessuna prova di avvelenamento è stata provata nei suoi confronti. Avvelenato pian piano o meno, è emblematico come Napoleone François Charles Joseph Bonaparte dai diciotto anni in avanti si indebolisce con precocità. Il dottor Malfatti, si pronuncerà infine per un principio di tubercolosi. Nel 1831, nonostante i consigli, il medico italiano lo trova afono che cerca di gridare ordini al suo battaglione durante delle inutili manovre di esercitazione a Vienna. Infiammazione alle mucose, spossatezza, fegato ingrossato: l’ordine medico risponde a due mesi di completa immobilità e viene trasferito presso la residenza imperiale dell’Hofburg, dove risiede all’interno delle sue stanze. Solo poche passeggiate sono concesse e il giovane ne abusa, aggravando le sue condizioni: tosse e debolezza. Riportato nella sua “prigione” di Schönbrunn, dove il 24 giugno arriverà al suo capezzale la madre Maria Luisa, forse tenuta all’oscuro della salute del figlio o sopraffatta dalla repulsione che quel giovane bellissimo sembra scatenare nella sua famiglia austriaca. A 21 anni, quello che doveva essere “Re di Roma”, sembra un guscio vuoto, privo di forze: la pelle giallastra è fine come quello di un ottantenne, la voce flebile, arrochita e devastanti eccessi di tosse. Ancora qualche mese di sofferenza, poi la fine: il 22 luglio del 1832, Roma perde senza nemmeno saperlo, il suo ottavo Re. Suo nonno scriverà: «la morte di mio nipote è stata una benedizione per se stesso e forse anche per i miei figli e il mondo in generale, ma è un’enorme perdita per me». Per lui i funerali sono solenni e viene seppellito nella Cripta dei Cappuccini, luogo delle salme di tutti i Sovrani e dei membri della famiglia Asburgo: un ultimo tributo verso un giovane dal destino sfortunato, da un cognome troppo pesante.
Dopo la sua morte l’oblio immediato: verrà ricordato da alcuni autori francesi, tra cui Victor Hugo, che lo etichetteranno come diafano eroe romantico, dalla vita infelice. Il figlio di Napoleone che doveva dominare l’Europa dei Fori Imperiali di Roma, il bimbo per cui tutta la Francia aveva pianto di gioia, l’erede dell’orco – bello come nessun altro bambino del mondo, sparisce dalla storia. 108 anni più tardi, Adolf Hitler lo riporterà a Parigi, di notte, di nascosto, senza cerimonie, sconosciuto alla storia.

Nella foto, l’attrice statunitense Maude Ewing Adams Kiskadden interpreta Napoleone François Charles Joseph Bonaparte nel dramma teatrale L’Aiglon.

Riscoperto nel 1900 dal drammaturgo e poeta francese Edmond Rostand nel suo dramma in sei atti “L’Aiglon”, in scena al Théâtre de la Ville, con l’attrice Sarah Bernhardt (1844 – 1923), il personaggio vedrà nuovamente la luce della ribalta. Il contagio di pubblico è immediato: anche in America viene portato sul palco il personaggio di Napoleone II, sempre da una donna, l’attrice Maude Ewing Adams Kiskadden: il figlio di Napoleone è uscito dalla storia, entrando nella mitologia romantica teatrale che lo ha consacrato nel simbolo delle occasioni perdute, del destino imprevedibile, dei sentimenti sacrificati alla Ragion di Stato.

 

Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma, Marsilio, 2011;
_Alberto Lumbroso, Napoleone II. Studi e ricerche, Modes e Mendel, 1902;
_Georges Lefebvre, Napoleone, Laterza, 2009.

 

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Sul concetto di Cracking art

Sul concetto di Cracking art

di Giuseppe Baiocchi del 25/12/2018

Nelle cittadine italiane, negli ultimi anni, si è sviluppato un nuovo tipo di arredo urbano temporaneo, che ha preso il nome di Cracking art (Arte incrinata). Questo stile nasce con i monumenti permanenti dell’americano Claes Oldenburg (1929) proprio del periodo artistico del secondo dopo-guerra definito “Pop”, spesso in bronzo e di qualità tecnica più che eccellente, niente a che vedere con le attuali stampe in plastica.

Claes Oldenburg, Nelson-Atkins Museo d’arte, Kansas City (Stati Uniti).

Successivamente ha avuto uno sviluppo, positivo per la critica, con il californiano Paul Mccarthy (1945), in cui l’immaginario Pop diventa pieno di allusioni carnali, feticiste e macabre; infine con il britannico Marc Quinn (1964), in cui l’artista affronta tale stile in maniera sia concettuale che figurativa. Dunque propriamente una forma d’artigianato anglosassone e soprattutto atlantica, che poteva ben adattarsi a spazi urbani moderni. Lo scivolamento concettuale di tale corrente si è palesato nel momento in cui si è voluto imporre al grande pubblico l’installazione di tale idea all’interno di antichi centri storici di media-grande capienza, il tutto alterando la materia delle installazioni che si è tramutata in semplice plastica.
Dunque si è pensato di installare nei centri storici italiani, animali fuori scala interamente prodotti con plastica definita “rigenerata”. Francamente la cultura “pop”, simbolo di un mondo in cui il divino è stato volutamente ucciso (Nietzsche docet – “Dio è morto e l’abbiamo ucciso noi”) rimanda esplicitamente alla teoria del vuoto nichilistico contemporaneo.
Per capire il pensiero intrinseco dietro l’opera bisogna smontarla come un giocattolo (tale è la sua forma) pezzo per pezzo, per sviscerare il vuoto che è dietro un’idea che ci consegna al grande abisso del “non senso”.
Come primo punto, tale arte proclama la “sostenibilità” materica, ma secondo il mio modo di vedere – che rispecchia la cultura Occidentale – l’arte non deve essere materica, non deve ostentare, ma deve unicamente creare pathos. L’arte è interiorità, sempre: qualsiasi forma diversamente concepibile, semplicemente non è arte, ma altro da questa.
La consapevolezza dell’avvento di un mondo sempre più artificiale ha spinto tale corrente ad essere diffidente, verso le criticità della nostra epoca, ma contrariamente sono proprio i nostri monumenti e la nostra arte tradizionale a fungere da baluardo alla deriva: non serve un orpello ulteriore, una epidermide, un ulteriore velo di Maya per constatare il già noto, che rimane sempre sotto gli occhi di tutti.

Un esempio di Cracking art (Arte incrinata) in una villa cinquecentesca italiana. Da notare come la visuale ed il conseguente giardino siano stati oggettivamente imbruttiti da tali installazioni.

Non a caso la Cracking art si lega al termine di “invasione”, poiché deriva dalla caratteristica dei prodotti in plastica, che essendo ri-producibili in grandissime quantità, creano un effetto di vera e propria occupazione degli spazi. Pensiamo alle buste della spesa o alle microplastiche che creano continenti sottomarini. Inoltre la plastica viene utilizzata anche in medicina, come protesi da inserire nel corpo umano, invadendo di fatto sia l’ambiente che il singolo essere umano. Ebbene i nostri spazi devono cessare di essere invasi dal superfluo: quasi 100 anni fa Adolf Loos (1870 – 1933) proferì profetiche parabole “L’ornamento è delitto” e “la città è tatuata dall’orpello”. Solo una incomprensione di tali semplici fondamentali idiomi può portare oggi a compiere quel passo indietro che in natura solo i gamberi osano operare.
Altro pilastro di tale pensiero è l’elemento demografico: si vuole fare riferimento all’esplosione delle nascite di questi ultimi decenni e agli squilibri che ciò comporta (quali nascite se l’Italia è in recessione in tale campo?). È l’arte più sbagliata, quella che vuole consegnarsi direttamente all’individuo, attraverso “l’immagine imposta” – l’arte è l’esatto contrario: è scoperta, studio, intromissione in un mondo segreto, emozione intima – tale evento artistico, non emoziona, semplicemente incuriosisce.
Infine spazio alla materia: la plastica. L’arroganza di definire un materiale industriale “nobile” tanto quanto la pietra, il marmo, la creta, il bronzo è intollerabile. Diamo dignità alla plastica per la funzione di cui essa è stata resa celebre: la comodità funzionale. Traslare questa ad opera d’arte è invenzione.
Il primo prototipo dal quale viene poi ottenuto lo stampo adatto a questi sistemi di produzione, pone l’interesse meramente verso la serialità, simbolo della velocità che ci ha corroso tutti, verso le grandi opere e i grandi numeri.
Non si può amare la possibilità di riutilizzare molte volte la stessa plastica: infatti questa dopo qualche utilizzo per le installazioni, viene triturata e utilizzata per realizzare nuove opere. La grandezza dell’opera d’arte è la sua eternità e la sua capacità di emozionare “per sempre” – come cita Vittorio Sgarbi “l’opera d’arte deve emozionare sempre, non ha età” –, dunque non si può distruggere.
Mi impressiona e preoccupa il labile pensiero filosofico che vi è dietro: la teoria dell’universo infinito, l’internazionalizzazione, la fine delle identità dei popoli, poiché una “lumaca” (astratto simbolo zoomorfo) sta bene ovunque. Il bello delle etnie consiste nella propria diversità, soprattutto nel campo artistico. Semplicistica anche la teoria della rigenerazione e del mutamento: ogni opera d’arte, conservandosi, si ri-genera in ogni epoca, provocando un’emozione all’interno del cuore di ogni uomo “contemporaneo”.

Cracking Art: installazione sulle terrazze del Duomo di Milano. Osservare la stocasticità delle installazioni, completamente fuori contesto con l’ambiente storico e soprattutto la mancanza di rispetto verso l’elemento religioso.

In conclusione il pensiero va all’oggetto protagonista: l’animale. L’uomo non c’è, poiché non solo si è barbarizzato, ma è evaporato nell’istinto animale. Tutto il contrario di tutto: avviene uno svuotamento valoriale, dove gli animali vengono posizionati come pedine in una scacchiera astratta, senza minimamente studiare il luogo – ma quale animale, finto e di plastica, starebbe bene in una piazza storica? Per secoli il valore culturale e antropologico che l’elemento zoomorfo ha contraddistinto nei dipinti e nelle sculture, viene meno per consegnare un astratto simbolo della bestia. La fiera diviene messaggera di pensieri adeguati alla nostra contemporaneità. Ogni rappresentazione di una nuova opera viene quindi valutata in base al compito di messaggero che gli si vuole affidare: chiamasi semplificazione massimale dello svuotamento concettuale del pensiero umano, che banalizza tutto, anche l’animale (la teologia aiuta).
Il desiderio di questi pseudo-artisti è quello di generare quello stupore che sia in grado di far emergere in ogni persona una sensazione di piacere e felicità, ma l’arte non è certamente questa: essa, come affermato pocanzi è pathos.
Credo che Arte incrinata – termine anglofono a parte – sia il giusto compimento della deriva che ci circonda: dal Grande Fratello ai programmi delle coppie anziane trasmesse al pomeriggio sui canali nazionali. Ma c’è ancora chi, in silenzio, si erge, crea vera arte, costruisce la sacralità, con il vero talento dell’artista: gli scogli di marmo della contemporaneità.

 

Per approfondimenti:
_Philippe Daverio, Domenico Pertocoli, Arte stupefacente: da dada al cracking art, Mazzotta 2004;
_Luca Beatrice, Tommasi Trini, Cracking Art, Adriano Parise, 1993;
_Adolf Loos, Parole nel vuoto, Adelphi, 1992;
_Gianelli, Ida and Beccaria, Marcella (editors) Claes Oldenburg Coosje van Bruggen: Sculpture by the Way Fundació Joan Miró 2007.

 

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Il principio di sussidiarietà nei suoi padri ideologici: Vives e Chalmers

Il principio di sussidiarietà nei suoi padri ideologici: Vives e Chalmers

di Federico Giacomini 20/12/2018

Juan Louis Vives fu un umanista di origine spagnola (nacque a Valencia nel 1492), di origine ebraica (figlio di giudeo-conversi), ma di fede cristiana profonda, rimase fedele a Santa Romana Chiesa in cui trovò l’ispirazione per l’applicazione per nuovi concetti e progetti sociali riguardanti lo studio del fenomeno del pauperismo nonché l’importanza del fattore psicologico e umano nel trattamento dei casi di povertà e malattia mentale.

Juan Luis Vives (Valencia, 6 marzo 1492 – Bruges, 6 maggio 1540) è stato un filosofo e umanista spagnolo. Nella foto una sua statua a València (Spagna).

Dopo l’adolescenza (1509) partì dalla Spagna per proseguire gli studi a Parigi (tappa decisiva della sua crescita culturale), non fece più ritorno a casa trovando ospitalità nei Paesi Bassi prima a Lovanio poi a Bruges. Lì si stabilì definitivamente tra i suoi numerosi viaggi in Inghilterra (per questo fu definito da Erasmo da Rotterdam, suo amico, “viaggiatore anfibio”), lì fu precettore di Maria Tudor e docente a Oxford finquando il drammatico evento del divorzio tra Enrico VIII e Caterina lo costrinsero a stabilirsi nelle Fiandre definitivamente.
Rifiutò di tornare in patria anche se spesso fu preso da sentimenti nostalgici, da alcuni suoi carteggi degli anni Venti evidenzia come la “sfortuna” si accanisca contro la sua famiglia, la madre prima assolta fu dichiarata eretica dopo la morte e il padre fu arso sul rogo.
Dalle lettere e da ciò si spiega il suo “amore per la pace, il rifiuto della discordia e della sovversione” e un atteggiamento di polemica di stampo erasmiano contro inquisitori e teologi i quali accusano solamente per dissensi culturali. Nella lettura della sua principale opera è possibile constatare più volte la sua devozione alla Chiesa unita ad una sobria critica, ad esempio verso la vendita delle indulgenze: “D’altra parte la disciplina ecclesiastica si è decomposta a tal punto che nessun servizio viene amministrato gratuitamente. Detestano la parola «comprare», ma costringono in ogni caso a contare”.
Opera in buona parte influenzata dai numerosi soggiorni in Inghilterra, “De subventione pauperum” (“L’aiuto ai poveri”, tradotto in inglese, francese, fiammingo e italiano) costituisce il primo testo dove si effettua una attenta ricerca sul fenomeno, ci si pone il problema del “come” aiutare, si tratta un fenomeno il quale esige un’organizzazione, si fornisce dello stesso una spiegazione teoretica e se ne formula una strategia specifica che sarà adottata in seguito da altri consigli municipali. Emblematico è caso della municipalità di Ypres (Francia) nel 1530: vietando le elemosine per i poveri la stessa fu accusata di eresia dagli ordini francescano e domenicano i quali vedevano in ciò uno sconvolgimento della visione evangelica degli stessi, ma questa addusse come prova a favore le tesi del suddetto testo e vi fu un’ innovativa assoluzione (Geremek, 1986).
Si può considerare il testo di grande spessore in quanto affronta di petto situazioni sociali quali cause di povertà, pauperismo (esternazione della stessa), mendicità, ed in quel preciso momento storico (primi del ‘500) nel quale antichi atteggiamenti benevoli nei confronti dei poveri stanno venendo meno come antiche, riduttive e imprecise visioni evangeliche sul “come realmente” aiutare (misericordia gr. elemosina) si stanno sgretolando.
Un contesto di cambiamento per quanto riguarda la storia dell’assistenza. Come si è precedentemente detto, antichi atteggiamenti benevoli nei confronti dei poveri stanno venendo meno ed il fenomeno del pauperismo iniziò a costituire un pericolo per i cittadini, ciò fu dovuto in parte anche ad un aumento demografico superiore all’aumento della produzione agricola. Ad aggravare ulteriormente la questione sociale, nella seconda metà del secolo XIV vi furono pestilenze e carestie le quali provocarono migliaia di mendicanti che furono spinti verso le città. Gli arcaici sistemi di carità si rivelarono insufficienti a risolvere il problema che iniziò a interessare municipalità e governi: “Queste masse di poveri suscitavano, nei gruppi borghesi e nobiliari, soprattutto timore, per il rischio di disordini che minacciavano di mettere in crisi l’ordine sociale. Tale situazione orientò sempre piu i ceti abbienti verso la ‘difesa’ delle proprie fortune e proprietà da questa crescente massa di esclusi […] queste idee portarono alla proliferazione di ordinanze e di provvedimenti legislativi, emessi dalle autorità centrali, che rispecchiavano il ruolo di controllo sociale attribuito all’assistenza”.
Un periodo di aspri cambiamenti all’interno delle città, e di nuove tensioni che Vives nei suoi numerosi viaggi in Inghilterra percepì prima che nelle altre capitali europee. Proprio in Inghilterra tale problematica era più sentita: vennero introdotte infatti lì (anni dopo, dal 1576) le prime leggi elisabettiane sui poveri, il Poor Relief Act (1576) e i Poor Law Acts del 1598 e del 1601, permanenti nel 1640 e in vigore fino al 1834. Queste leggi vanno ricordate in quanto posero le basi normative di un assistenzialismo centrato sull’istituzionalizzazione, sorsero le “case di lavoro” in Inghilterra come gli “alberghi dei poveri” in Italia. In tali strutture venivano rinchiusi i poveri abili al lavoro considerati fannulloni, chi si rifiutava di entrare i queste strutture non aveva diritto ad altri soccorsi né poteva mendicare. Gli anziani, i minori e i diversamente abili erano considerati inabili al lavoro (“poveri buoni”) e venivano soccorsi tramite il ricovero o l’autorizzazione a mendicare.
Vives, con ottimo spirito di osservazione analizza la realtà inglese ed europea e le problematiche del pauperismo; fa tutto questo e con spirito di analisi e di indagine implicitamente ponendo ai lettori quesiti che portano ad una sorta di introspezione, invita alla riflessione sul modo di aiutare, si occupa di una virtuosa ed attenta speculazione sulle cause dell’aiuto e sul perché a volte non dà i frutti sperati.
Ciò che emerge dalla lettura in cui trova luogo “sorprendentemente” il principio di sussidiarietà, è che con il “rivoluzionario” testo di J.L.Vives: il classico modo di “aiutare dall’alto” viene messo fortemente in discussione nonché definito nocivo; emerge e si rafforza il concetto di “persona” che in quanto essere formata da mente e corpo necessita di aiuti per entrambe le sue parti; dietro la condizione del povero c’è un uomo che domanda profondamente sulla sua dignità; non ci sarà mai un completo recupero del povero se non lo si aiuta a ri-elevarsi alla sua “dignità di uomo” facendolo “compartecipare (insieme) al subsidium” nella pratica della “virtù del lavoro” (solo facendo la propria parte conformemente al principio della libertà).
A ragione di ciò si è deciso di condurre l’argomentazione del testo non in maniera canonica, ma focalizzandosi sugli elementi componenti la sussidiarietà che l’autore vuole trasmetterci: L’aiuto in denaro dato dall’alto e senza una partecipazione attiva del povero (nella pratica della virtù e nel lavoro virtù stessa in quanto allontana da comportamenti insani) è inefficace.
Nel corso dei secoli si è offuscato il vero concetto di carità cristiana (il “come aiutare”) nel trattare il fenomeno “inestirpabile” della povertà . L’autore tratta un concetto dell’ aiutare non limitato alla sola e “nociva” elemosina , ma in maniera “integrata” in quanto la persona è composta di mente e di corpo che è visione Cristiana precisa e innovativa per l’epoca: “Orbene, quanto grande e nobile compito consiste nel mettere insieme e nel pacificare gli animi, il che avviene in parte insegnando la virtù, in parte con la conversazione, con le consolazioni, col conforto, con le visite, con la condiscendenza”.
Ne parla in maniera esplicita: “Certuni giudicano che il fare il bene non insista esclusivamente in altro che nel dare o nel ricevere denaro [elemosina]. In questo peccano molti perché, mentre danno un consiglio, hanno in mente esclusivamente il denaro, dimenticandosi della buona coscienza e della virtù. Noi però, dal momento che siamo composti di mente e di corpo, abbiamo beni o vantaggi […] in relazione ad entrambe queste dimensioni: nell’animo sta la virtù; infine tra le cose esteriori, il denaro […], gli alimenti”.
Lasciando al denaro l’ultimo posto: “Quasi l’ultimo posto è lasciato al denaro. E’ cosa generosa ed onesta dare aiuto anche con questo mezzo, scelta che implica una straordinaria dolcezza”.
L’autore prosegue con lo stesso concetto: “come non bisogna provvedere unicamente al vitto, dal momento che tutto quanto l’uomo necessita di aiuto sotto tutti gli aspetti, così i nostri benefici non debbono essere limitati al solo denaro. Bisogna fare del bene coi mezzi spirituali […] col consiglio, con la saggezza, con gli insegnamenti per la vita, con mezzi materiali”.
Dietro alla condizione di povertà si cela una domanda profonda di un uomo che vuole riconquistare una “virtuosa pienezza umana”. Emerge qui il concetto di povertà materiale come conseguenza di un disagio spirituale che trova tra le diverse cause, dei cattivi insegnamenti: “E nella formazione intellettuale ad alcuni non toccò un maestro, altri furono corrotti da un insegnante a sua volta corrotto, come il popolo, grande maestro di errori […] Così l’uomo è diventato, dentro e fuori, completamente misero”.
Si fa riferimento all’ambivalenza del concetto di povertà prima spirituale e poi materiale ma anche, richiamando un concetto che verrà ripreso nel ‘900 dalla dottrina sociale cattolica, di domanda profonda la quale si riferisce non solo alla richiesta di aiuto economico ma (secondo il linguaggio dell’epoca) anche psicologico: “dunque chiunque ha bisogno dell’aiuto altrui, è povero e necessita di quella misericordia, che in greco si chiama ‘elemosina’, la quale non consiste solo nella erogazione di denaro, come la gente comunemente ritiene, ma in ogni opera con la quale si solleva l’indigenza umana”. L’autore sente la necessità di effettuare studî, ricerche e indagini sulla povertà, sul pauperismo, sulla mendicità e sulle loro cause.
Con l’espandersi delle città il fenomeno ha raggiunto vaste dimensioni anche in merito a questioni di pericolosità sociale, si trattano questi temi in entrambi i libri descrivendo anche comportamenti, abitudini e costumi dei mendicanti di Bruges: “alcuni paiono dire, non scioccamente, che essi mendicano non per sé, ma per il taverniere, indubbiamente perché, avendo facilmente raccolto quella determinata somma di denaro in quel giorno, confidano che ne raccoglieranno altrettanta il giorno dopo. Non so per quale ragione la parsimonia è rara tra le persone che posseggono poco e molto più rara se il denaro è stato acquisito senza industria e lavoro”.
Riemerge nuovamente l’importanza del lavoro. L’autore suggerisce delle “innovazioni” per ciò che concerne l’“organizzazione” per una “gestione efficace” delle risorse.
Auspica alla municipalità di designare quattro persone per ogni parrocchia le quali si occupassero: della “classificazione e registrazione dei poveri” , della gestione di una cassa comune, della scelta di persone cui demandare la “assistenza” psicologica e spirituale sulla base della “necessità” nonché indagare e controllare che nessuno si rifiutasse di “lavorare” (fare la propria parte), restando ozioso: “Dunque due senatori con un segretario visitino ed ispezionino una per una queste istituzioni [ospedali], registrino le rendite […] ed anche per quale motivo ciascuno è arrivato lì. Trasmettano queste informazioni ai consoli e al senato nella casa comunale. Coloro che sopportano la povertà a casa, siano registrati insieme ai loro figli da due senatori parrocchia per parrocchia, dopo che è stata aggiunta la segnalazione dei loro bisogni, il modo in cui hanno vissuto precedentemente e le circostanze in cui siano caduti in povertà: sarà facilmente appurabile dai loro vicini che genere di uomini siano”. Si può affermare che ha inizio proprio con l’opera di Vives un assistenza ai poveri basata su “concetti moderni, razionali, di professionalizzazione […] su relazioni gerarchiche e amministrazione autonoma […] questo sistema centralizzato e burocratico presentava la possibilità di controllare e rieducare i poveri”. Proprio nel richiamo al fattore del “lavoro” riemerge un implicito concetto di sussidiarietà, gli assistiti riceveranno un aiuto che non deriverà dall’alto e non sarà soltanto economico, ma saranno chiamati a fare “la loro parte” con il proprio lavoro.
Da qui si evidenzia l’emergere di un concetto di carità nuovo (evangelicamente più preciso e originario) e di un modo più concreto di aiutare il povero il quale “lavorando” e “compartecipando” all’aiuto di una “organizzazione”, “si rieleva alla sua dignità di uomo”. “Coloro che hanno la forza di lavorare non se ne stiano oziosi […] Come adesso non vi è nulla per loro più dolce di un ozio inerte e istupidito, così, se fossero abituati a fare qualcosa, non vi sarebbe per loro nulla di più grave o di più detestato dell’ozio e niente di più gioioso del lavoro”.
Concetto che chiarisce anche nel II libro : “[…] che ciascuno mangi il proprio pane procurato con la fatica. Quando nomino il «mangiare» o «l’essere alimentato» o «l’essere sostentato», voglio che si intenda non soltanto il cibo, ma i vestiti, la casa, la legna, le candele, in definitiva tutto ciò che riguarda la sussistenza fisica.
Dunque nessuno tra i poveri, il quale ovviamente possa lavorare o per l’età o per la salute, se ne stia ozioso […] pertanto non bisogna tollerare che alcuno viva ozioso nella città”.
Sempre nel II libro propone che sia fatta una indagine tra i poveri, da parte dei “segretari” già citati: “Agli individui del posto bisogna domandare se conoscano qualche mestiere. Coloro che non ne conoscono alcuno, se sono idonei per l’età, devono essere istruiti nei confronti della professione verso la quale affermano di essere maggiormente inclinati, se è possibile. Altrimenti, verso qualcosa di simile”.
Secondo autore di grande rilievo è Thomas Chalmers (1780-1847), il quale portò avanti i principi di sussidiarietà come risorse naturali di aiuto.
Dopo aver citato elementi sussidiari nell’opera principale del “primo” che si occupò dell’assistenza in maniera scientifica e razionale, un tributo doveroso è dovuto a Thomas Chalmers.
Nacque in un piccolo villaggio scozzese di pescatori, fu una figura rivoluzionaria nel campo delle riforme sociali, il teologo, ministro presbiteriano nonché matematico e fondatore della Libera Chiesa di Scozia con le sue innovazioni trova luogo nella trattazione del principio di sussidiarietà.

Thomas Chalmers (17 marzo 1780 – 31 maggio 1847), era un ministro scozzese, professore di teologia, economista politico e dirigente della Chiesa scozzese e della Free Church of Scotland. È stato definito “il più grande uomo di chiesa ottocentesco della Scozia”.

Chalmers fu responsabile della più grande e povera parrocchia di Glasgow, dove sviluppò un metodo di assistenza elaborato secondo il parametro dell’efficacia il quale ottenne un incredibile contenimento della spesa pubblica, per questo fu incaricato dalle autorità cittadine di svolgere funzioni inerenti alla legge sui poveri senza sovrapposizione tra i due sistemi di erogazione e utilizzando solamente donazioni.
Nel 1823 ottenne la cattedra di filosofia morale a St.Andrews e nel 1828 quella di teologia all’Università di Edimburgo. Divenuto leader del partito che puntava all’indipendenza della Chiesa scozzese, ne divenne Moderatore e Rettore del Seminario di Edimburgo.
Come precedentemente accennato, Chalmers elaborò un nuovo metodo di assistenza non basato su fondi pubblici. Chalmers poneva l’attenzione sull’organizzazione “le città dovevano essere assimilate a parrocchie rurali” dal forte spirito comunitario e dalle copiose “risorse naturali”.
Il metodo di Chambers aveva un carattere empirico ed era frutto di una sperimentazione nella sua parrocchia la quale era sì grande ma molto povera: la suddivise in distretti affidati a diaconi, loro compito era di effettuare indagini sulla situazione degli assistiti, al decano spettava il compito di scoprire “risorse naturali” idonee al trattamento del caso. Il metodo si basava su quattro fonti da utilizzare in maniera sussidiaria: sobrietà, frugalità, economie dell’assistito ed etica del lavoro (l’assistito era chiamato a fare la “propria parte”); aiuti da parte dei familiari; aiuti da parte del vicinato; aiuti da parte dei benestanti.
Familiari, vicinato e benestanti erano chiamati ad agire in maniera sussidiaria. Con questo sistema, agendo sulla vita privata (mondo vitale) dell’assistito, la si andava ad arricchire dal punto di vista relazionale; da ciò scaturiva una maggiore efficacia dei controlli dell’ambiente naturale. L’assistito veniva così inserito in un sistema fatto di relazioni che maturavano nello stesso autonomia e senso di responsabilità ed inoltre, non creando un sistema “artificiale” di aiuti diminuivano fin quasi ad azzerarsi le spese pubbliche. Tale sistema era volto a rafforzare le relazioni sociali dell’assistito, il suo “mondo vitale” e la sua personalità.
Nelle teorie di Chalmers videro la base le sistematiche metodologie d’aiuto di Mary Richmond (fondatrice del social work professionale) e Charles Loch (fondatore della Charity Organisation Society di Londra).
Per approfondimenti:

_L.Vives, De subventione pauperum, Fabrizio Serra, Pisa-Roma (2008);
_M.Dal Pra Ponticelli, G. Pieroni, Introduzione al Servizio Sociale, Carocci Faber, Roma 2005;
_B.Bortoli, I giganti del lavoro sociale, Erickson, Trento (2006);
_Federico Giacomini, La Santa Romana Chiesa e il principio di sussidiarietà, L’altro – Das Andere, 2018;
_Federico Giacomini, L’azione caritativa di Santa Romana Chiesa, L’altro – Das Andere, 2018.

 

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L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

L’inquieta Algeria: spartiacque coloniale del dopoguerra

di Gabriele Rèpaci 10/12/2018

Per molti anni l’Algeria è stata al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica internazionale, poiché ha fatto battere milioni di cuori con pulsazioni violente e opposte. Sembra una terra composta per suscitare i sentimenti più vivaci: i coloni europei l’hanno difesa con i denti stretti; gli algerini non sono indietreggiati di fronte alle avversità, al prezzo sempre più alto che era loro imposto per raggiungere l’indipendenza; infine milioni di persone hanno visto nel dramma algerino il coronamento dei loro sogni o la concentrazione dei loro timori.
Gli autoctoni hanno gioito, come fosse la loro, di ogni vittoria della rivoluzione algerina: i coloniali, al contrario, l’hanno risentita come una comune sconfitta. Nel secondo dopoguerra le operazioni del Fronte di Liberazione Nazionale algerino possono essere considerate come il prototipo della lotta per l’autonomia dal Continente europeo dei paesi definiti “coloniali”, ponendo il punto definitivo sulla fine degli imperi coloniali.
I cinesi di Mao, quando volevano portare un esempio propagandistico del loro ideale di guerra all’imperialismo, citavano il caso dell’Algeria. E non a torto, se si pensa che la terra che fu già di Giugurta e di Massinissa è stata la sola, tra tutte le ex colonie del nostro secolo, a pagare come prezzo della libertà un milione e mezzo di vittime, due milioni di persone chiuse nei campi di raggruppamento, mezzo milione di vedove di guerra, trecentomila orfani di cui trentamila completi e migliaia di ettari di terre bruciati al napalm.
L’Algeria appare abitata in tempi remoti da genti europidi di razza e lingua berbera. Dall’Egitto verosimilmente esse importarono le tecniche della domesticazione dei cibi e degli animali. In età più recente (XII secolo a.C.) l’Algeria fu raggiunta dalla civiltà commerciale dei Fenici. Dopo la fondazione di Cartagine (814 avanti Cristo), l’Algeria passò sotto l’influenza dei Punici, che mantennero degli stabilimenti sulla costa con scopi prevalentemente commerciali, ma diffondendo anche fra le genti berbere tecniche agricole e costumi sedentari. Allorché al dominio cartaginese si sostituì quello romano (sec. II a.C.) la fascia agricola dell’Africa del nord a Ovest delle due Sirti fu grandemente estesa e molte genti berbere furono assimilate in una civiltà superiore di tipo urbano. La metà orientale dell’Algeria, la Numidia fu eretta da Cesare in provincia romana dopo la battaglia di Tapso e l’amministrazione imperiale assicurò da allora per parecchi secoli un elevato grado di civiltà e di benessere al Paese, come è attestato dalle rovina delle città romane recentemente portate alla luce (Lambesi, Tebessa, Timgad, ecc.), dalle tracce delle strade e dagli acquedotti. Questo sviluppo fu però col tempo compromesso dalle ribellioni degli indigeni e dalle violente controversie religiose. L’eresia donatistica si diffuse notevolmente fra i Berberi numidi dando luogo a tensioni e persecuzioni. L’Algeria fu quindi oggetto delle scorrerie dei barbari (presa di Ippona da parte dei Vandali, 430 dopo Cristo) che non vi stabilirono però uno stabile dominio: i Vandali furono cacciati a loro volta dai Bizantini (battaglia di Tricameron, 533 d.C.), che vi mantennero il loro dominio per circa un secolo e mezzo. La conquista araba del paese, abbattuta la sovranità più nominale che reale dei Bizantini, fu lenta e difficile a causa della resistenza opposta dalle tribù indigene che ebbero per guida la leggendaria regina al-Kāhina (morta nel 709 d.C.). Sul finire del 600 gli Arabi riuscirono infine a impadronirsi di tutto il paese e a sottomettere i Berberi, che fornirono anzi il grosso delle truppe per la conquista della Spagna: la coesistenza dei due elementi (arabo e berbero) non fu tuttavia né facile né pacifica, anche per controversie d’indole religiosa, pur essendo i Berberi ormai acquisiti all’islamismo. Dapprima parte dell’immenso impero dei califfi arabi, il Maghreb, dopo lo smembramento di esso e le contese fra Sunniti, Sciiti e Karaiti, cercò di rendersi autonomo dando vita a una pluralità di Stati karaiti. Fu ancora unito sotto l’impero dei Fatimidi, sotto gli Almoravidi, e gli Almohadi, poi si frammentò sotto varie dinastie. In Algeria si affermò nominalmente la dinastia degli Abdelwahidi, ma di fatto il territorio soggiacque alle invasioni beduine, per divenire nel secondo decennio del secolo XVI un pascialato dell’Impero Ottomano.
Nel 1711 nella cosiddetta «Reggenza di Algeri» al pascialato succedette un autocrate, il dey, eletto dai giannizzeri, ma la natura predatoria di questa specie di Stato non mutò, nonostante le spedizioni punitive a volta a volta effettuate dalle marine francese e spagnola. Nel 1827 il dey di Algeri si scontrò con il console francese in merito ad una disputa finanziaria con Parigi. Per ragioni di prestigio il governo di re Carlo X inviò un corpo di spedizione che prese possesso di Algeri nel 1830. Il dey capitolò e fuggì in esilio. I francesi presero il porto di Orano nel 1831, di Bona nel 1832 e di Bugia nel 1833. La politica francese era allora quella di un’occupazione limitata: le città del litorale formavano una colonia sotto l’autorità del governatore generale.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi.
Restava la possibilità di concludere accordi con i capi autoctoni all’interno del territorio: a est, Ahmed, bey di Costantina, respinse nel 1836 i francesi, che tuttavia prenderanno la città l’anno seguente; a ovest, l’emiro ʿAbd al-Qāder, proveniente da una famiglia appartenente alla potente confraternita sufi della Qādiriyya, si mise alla testa della resistenza sin dal 1832. Quest’ultimo nel 1834 accettò un accordo con i francesi per avere il tempo di consolidare la propria autorità. Tornò quindi ad attaccare nel 1835 e poi nel 1837 firmò con i francesi il trattato di Tafna, che sanciva l’autorità di ʿAbd al-Qāder sulla parte centrale e occidentale del territorio; ciò gli permise di rafforzare lo Stato che aveva cominciato a organizzare modernizzando l’amministrazione musulmana. Nel 1839, l’esercito francese riprese l’offensiva, dopo aver denunciato le incursioni di ʿAbd al-Qāder nella piana di Mitidja (a sud di Algeri).
La Francia si decise alla conquista nel 1840. Il generale Thomas Bugeaud condusse una guerra estremamente mobile e adottò la tattica della terra bruciata. ʿAbd al-Qāder, respinto verso gli altipiani, dovette riparare in Marocco nel 1843. Quando Bugeaud sconfisse i Marocchini, il sultano accettò di dichiarare ʿAbd al-Qāder fuori legge. Questi proseguì la lotta nell’Algeria occidentale e finì per arrendersi nel 1847. Dopo essere stato mandato in Francia, nel 1853 si stabilì a Brussa (in Turchia) e nel 1855 a Damasco, dove insegnò teologia nella moschea degli Ommayadi. Nel luglio del 1860 una fiammata di guerre religiose si propagò dal Libano a Damasco. I Drusi attaccarono i quartieri cristiani facendo più di 3.000 morti. L’emiro ʿAbd al-Qāder intervenne per fermare il massacro e protesse la comunità di 15.000 cristiani di Damasco e gli europei che vivevano là, grazie alla propria influenza sui dignitari della città. Rifiutò l’offerta fattagli da Napoleone III di un regno arabo d’Oriente. Morto nel 1883, le sue ceneri vennero traslate ad Algeri nel 1966. La conquista militare proseguì verso i bastioni berberi (Piccola Cabilia nel 1849 – 1852 e Grande Cabilia nel 1857) e avanzata a sud (presa di Laghouat e Touggourt nel 1854).
Negli anni 1830-1840 si insediarono in Algeria oltre 100.000 europei dell’area mediterranea, di cui meno della metà francesi. Ad essi si aggiunsero, a partire dal 1871, gli sconfitti della Comune di Parigi insieme a disoccupati, avventurieri e profughi dell’Alsazia-Lorena. Si concentrarono in poche città e nei loro dintorni. Nel 1848 la Repubblica francese dichiarava l’Algeria parte integrante del proprio territorio nazionale e la organizzò in tre dipartimenti: Algeri, Orano, Costantina. L’imperatore Napoleone III (1852-1870) si appoggiò all’amministrazione militare (“Bureaux arabi”), che tentò di guadagnarsi la fiducia dei musulmani con una politica paternalistica. Benché tale politica – giudicata troppo favorevole agli “indigeni” – incontrò l’ostilità dei coloni, Napoleone III la perseguì con maggiore determinazione dopo il 1860 e pensò di costruire un “regno arabo” all’interno del paese.

Angelo Tissier, Napoleone III lascia la sua libertà ad Abd-el-Kader al castello di Amboise il 16 ottobre 1852, 1861, olio su tela, 350 × 465 cm, Museo di Versailles (particolare).

Nel 1865 un decreto proclamò francesi tutti gli abitanti dell’Algeria (salvo gli stranieri residenti). Distingueva però tre status: civil (cittadini francesi propriamente detti), musulman (“sudditi” francesi; includeva la maggioranza degli indigeni) e mosaïque (gli Ebrei). A questi ultimi la cittadinanza francese sarà attribuita nel 1870.
La caduta dell’Impero e la disfatta francese contro la Germania, nel 1871, indebolirono l’autorità dei militari. Fu quindi l’occasione per i Cabili di lanciare una vasta insurrezione cui seguì una repressione draconiana: deportazioni, ingenti multe e confische di terreni. Questa situazione comportò un vantaggio per i coloni dopo il 1871: l’introduzione del régim civil, che può essere riassunto in due punti: i Francesi di Algeria, assimilati a quelli della metropoli, partecipavano all’agone politico nazionale e potevano dunque far valere, per l’Algeria, le disposizioni che loro convenivano maggiormente; i musulmani restavano in una posizione subordinata. Era lo “status dell’indigenato”, istituito nel 1881, che sottoponeva i musulmani a una stretta sorveglianza (come il permesso di circolazione).
I militari conservarono l’amministrazione dei Territori del Sud (la parte algerina del Sahara). Il divario giuridico tra coloni e musulmani (l’85% della popolazione nel 1900) si inscriveva nella realtà economica e sociale. Le popolazioni indigene vennero spinte fuori dalle città e dalle zone di colonizzazione agricola. Il popolamento coloniale divenne maggioritario nelle città più importanti (Algeri, Orano, Bona, ecc.), dove predominavano gli impiegati qualificati. Proprietari delle terre migliori, i coloni le sfruttarono in modo intensivo (vigneti, grano tenero, ecc.), mentre i contadini autoctoni, sempre pesantemente tassati, si impoverirono. La politica scolastica non compensava affatto questa disparità: nel 1900 frequentavano la scuola il 3-4% dei bambini musulmani (non supereranno il 9% nel 1944). Si trattava per di più di una scolarizzazione in lingua francese. Una piccola intellighenzia si formò tuttavia all’inizio del XX secolo, composta principalmente da insegnanti.
Durante la Prima Guerra mondiale, 173.000 musulmani algerini combatterono nelle fila francesi; a questi vanno aggiunti 80.000 “lavoratori coloniali” trasferiti nella metropoli. Nel 1918-1919 Parigi varò quindi delle riforme che dispensavano dall’indigenato oltre 400.000 musulmani. Ma erano riforme senza futuro: i coloni si opposero al progetto di concedere la cittadinanza francese ai musulmani francesizzati (per scolarizzazione). Questi ultimi, comunque, continuavano a rivendicare la loro “assimilazione”, senza con ciò rinunciare all’identità musulmana.
La Stella Nord-Africana (ENA, Etoile Nord-Africaine), fondata in Francia nel 1926, rivendicava il suffragio universale e l’indipendenza dell’Algeria. A partire dal 1927, Messali Hajj, un autodidatta nativo di Tlemcen, guadagnò influenza nel movimento e lo trasformò nel 1933 in un partito autonomo, perseguitato e sciolto più volte. Trovò sostenitori presso gli operai algerini dell’immigrazione. I militanti della Stella cominciarono a trasferirsi in Algeria nel 1935-1936 ed entrarono in competizione con il Congresso musulmano, che riuniva gli Eletti algerini (sostenitori di Ferhāt ‘Abbās), il Partito Comunista Algerino (PCA) e l’Associazione degli ulema (fondata nel 1931 dai “riformatori” musulmani in cui spicca la figura modernista di ʿAbd al-Ḥamīd Ben Bādīs).

Negli anni ’30, i membri della Star del Nord Africa si ritrovarono nei caffè parigini. Molti parteciperanno agli scioperi del Fronte popolare.

Nel 1937, Messali diede vita al Partito del Popolo Algerino (PPA), immediatamente sciolto dal governo francese. Il PPA, clandestino, restò comunque il partito di Messali e il simbolo del nazionalismo algerino. Messali sarà più volte arrestato e poi liberato, ma ciò non ne comprometterà l’autorità.
Ferhāt ‘Abbās pubblicò nel 1943 il Manifesto del popolo algerino, che reclamava uno Stato algerino autonomo e l’uguaglianza politica dei suoi residenti. Nel 1944 il generale de Gaulle dichiarava che tutti gli abitanti erano cittadini francesi, ma la piena cittadinanza venne concessa solo a 65.000 persone. Ferhāt ‘Abbās creò allora l’associazione degli Amici del Manifesto e della Libertà (AML), in cui si infiltrò presto il PPA (clandestino). Abbas assunse un tono sempre più radicale tanto da far pensare che progettasse un’insurrezione. L’8 maggio 1945, il giorno della capitolazione della Germania nazista, ebbero luogo in tutto il paese manifestazioni per celebrare la vittoria dell’Europa nel segno della democrazia e della giustizia per l’Algeria. Spiccato divenne il tono indipendentistico, sottolineato anche emotivamente dal fiorire di tanti stendardi bianco-verdi, l’insegna di ʿAbd al-Qāder destinata a diventare la bandiera della nazione algerina. A Sétif (Costantina) le manifestazioni degenerarono quando un ufficiale della polizia francese uccise un arabo che sventolava uno di questi vessilli. La parata dei sentimenti degli algerini affinché i francesi prendessero atto della svolta in corso si tramutò in una sollevazione tanto spontanea quanto cruenta, incontrollata, contro tutto ciò che simboleggiava la dominazione e il potere coloniale, con un bilancio pesante di vittime fra la popolazione francese, coloni e funzionari (102 morti), e violenze incalcolabili a danno di edifici di Sétif e della vicina Guelma.
Al primo atto di “ribellione” dell’Algeria moderna seguì il primo premeditato massacro di cui il colonialismo francese doveva macchiarsi nell’ora della Quarta Repubblica. Le autorità proclamarono lo stato d’assedio e incaricarono reparti armati agli ordini del generale Raymond Duval di eseguire la repressione, che oltrepassò largamente il semplice ripristino dell’ordine, sebbene l’irata reazione della popolazione algerina si fosse spenta con la stessa subitaneità con la quale era esplosa. Più di 40 villaggi furono bombardati e distrutti, i quartieri arabi di Sétif e di altre città vennero incendiati, a centinaia caddero i fucilati senza processo, con 4650 arrestati, vendette sommarie, saccheggi; secondo valutazioni ufficiali da parte francese la repressione costò agli algerini circa 1500 morti, ma fonti militari parlano di 6-8 mila morti e le fonti nazionaliste sostengono che non meno di 45 mila algerini perirono sotto la furia francese. Nella realtà, e per la memoria collettiva e del movimento nazionale, fra le due comunità residenti Algeria si era scavata una fossa che non sarebbe stato più possibile colmare.

Presentazione della Legion d’onore al Capitano Oscar Lefebvre del Generale d’Hauteville, Capo della Regione di Marrakech.

Nel 1946, con la creazione dell’Unione Democratica del Manifesto Algerino (UDMA), Ferhāt ‘Abbās conservava il principio di collaborazione con la Francia in vista della creazione di uno Stato algerino. Messali Hajj, invece, fondava il Movimento per il Trionfo delle Libertà Democratiche (MLTD), che si dotò di un braccio armato clandestino: l’Organizzazione Speciale (OS). Lo statuto organico dell’Algeria, adottato nel 1947, definì il paese come un “gruppo di dipartimenti francesi”, dotandolo di un’Assemblea di 120 membri: 60 per il collegio di cittadini francesi di status civil, tra cui si trovano solo pochi Algerini francesizzati che avevano optato per tale status, e 60 per il collegio dei “cittadini sotto status locale”, cioè musulmano (il 90% della popolazione).
Tra il 1951 e il 1953 il MLTD entrò in crisi e si divise: la corrente maggioritaria del comitato centrale (“centralisti”) contestava l’autoritarismo di Messali Hajj, il cui prestigio era forte fra gli emigrati. L’OS era divisa, ma i suoi militanti più attivi pensavano di poter superare la crisi interna con l’insurrezione.
Tra la mezzanotte e le due del mattino del 1 novembre 1954, l’Algeria venne svegliata da una serie di esplosioni: dalla regione di Costantina a quella di Orano, incendi e attacchi di gruppi ribelli rivelarono l’esistenza di un movimento preparato e coordinato. Algeri, Boufarik, Bouira, Batna e Khenchela vennero colpite da una serie di trenta attentati, praticamente simultanei, contro obiettivi militari o di polizia.
Lo stesso giorno un’organizzazione sino ad allora sconosciuta rivendicò tutte le operazioni militari: il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Questa ribellione era diretta da una centrale interna composta da sei uomini: Lardi Ben M’Hidi, Didouche Mourad, Rabah Bitat, Krim Belkacem, Mohamed Boudiaf, Mostefa Ben-Boulaïd. La rappresentanza esterna, che aveva sede al Cairo, era garantita da Hocine Aït Ahmed, Ahmed Ben Bella e Mohamed Khider.
Le autorità francesi vennero colte di sorpresa da questa ondata di violenza: tuttavia l’eventualità di abbandonare un territorio che le apparteneva da centotrenta anni, ancora prima dell’annessione della Savoia (1860), non fu nemmeno presa in considerazione da Parigi. La scoperta del petrolio e la scelta di servirsi delle immense distese del Sahara per l’avvio di sperimentazioni nucleari o spaziali furono ulteriori motivazioni di attaccamento a questa terra e a procedere alla repressione del movimento indipendentista.
«L’Algeria è francese da molto tempo. Non ci sono possibilità di secessione» affermò il 12 novembre il presidente del Consiglio Pierre Mendès France, di fronte al parlamento. Il ministro dell’Interno, François Mitterand, aggiunse: «la mia politica sarà definita da queste tre parole: determinazione, fermezza, presenza».
Dal canto suo l’ufficio politico del Partito Comunista Francese dichiarava che: «Il Partito non saprebbe approvare il ricorso ad atti individuali suscettibili di fare il giuoco dei peggiori colonialisti se non addirittura da lor stessi fomentati» (9 novembre 1954) . Nonostante questo militanti comunisti, in particolare sulle montagne dell’Aurès, si unirono ai resistenti algerini sin dal mese di novembre. Solo alcune organizzazioni anarchiche e trotzkiste si pronunciarono, in Francia, apertamente a favore dell’indipendenza algerina. Va menzionato a questo proposito, l’impegno profuso nella causa indipendentista dal trotzkista di origine greca Michel Pablo (al secolo Michalis Raptis, 1911 – 1996), divenuto in seguito consigliere politico di Ben Bella, arrestato in Olanda per aver organizzato una rete di sostegno che forniva al FLN algerino passaporti e perfino franchi falsi. Pablo contribuì a mettere in piedi con militanti operai della Quarta Internazionale (tra cui diversi latinoamericani e in particolare argentini) una piccola fabbrica che produsse alcune migliaia di fucili mitragliatori, semplici ma efficienti. Molti di quei militanti restarono in Algeria anche dopo l’indipendenza.
Nonostante i rinforzi mandati da Parigi nell’agosto del 1955, la rivolta si propagò abbracciando tutto il nord della regione di Costantina, provocando una reazione molto dura da parte francese. Apparve del tutto chiaro che era ormai impossibile circoscrivere ad atti di terrorismo isolato quella che era diventata a tutti gli effetti una vera e propria guerra. Mentre i Francesi d’Algeria ricevevano da Parigi un aiuto militare crescente (400.000 uomini), un numero sempre più ampio di musulmani si riconosceva nel FLN: i “centralisti” si unirono al Fronte nel 1955, i membri dell’UDMA (tra cui Ferhāt ‘Abbās) l’anno dopo. Restarono invece ai margini quelli che Messali raggruppò nel Movimento Nazionale Algerino (MNA).
Il 2 gennaio 1956 il Fronte Repubblicano, composto da socialisti, radicali e una parte di gollisti, vinse le elezioni legislative in Francia.
A guidare il governo sarà chiamato il socialista Guy Mollet, che fonderà un esecutivo a direzione socialista e a partecipazione radicale, con Mendès France Ministro di Stato, François Mitterrand Ministro della Giustizia e Maurice Bourgès-Maunoury Ministro della Guerra.
Il 9 febbraio 1956 Guy Mollet nominò ministro dell’Algeria Robert Lacoste, ex resistente ed esponente socialista. Appena entrato in carica Lacoste presentò all’Assemblée nationale un progetto di legge che «autorizza il governo a mettere in atto in Algeria un programma di crescita economica, di sviluppo sociale e riforma amministrativa, e che gli consente di disporre di tutte le misure eccezionali per garantire il ritorno all’ordine, la protezione delle persone e delle cose, la salvaguardia del territorio».
Con una serie di decreti approvati tra il marzo e l’aprile del 1956, che consentiranno un rafforzamento delle operazioni militari e una chiamata alle armi “generalizzata” in caso di necessità, l’Algeria venne divisa in tre zone (zona di pacificazione, zona di operazioni e zona vietata), in ciascuna delle quali si muoverà un corpo d’armata specifico. Nelle zone di operazioni l’obiettivo era “l’annientamento dei ribelli”; nelle zone di pacificazione era prevista la “protezione” delle popolazioni europee e musulmane, e l’obiettivo prioritario dell’esercito era quello di sopperire alle carenze amministrative. Le zone vietate saranno invece evacuate, la popolazione sarà concentrata in “campi di accoglienza” e presa in custodia dall’esercito.
Il 12 marzo il parlamento approvò a stragrande maggioranza (455 voti favorevoli e 76 contrari) questa legge sui poteri speciali che implicava anche la sospensione di gran parte delle garanzie di libertà individuale in Algeria. Il PCF votò in favore di questa legge. I poteri speciali rappresentarono la svolta decisiva di una guerra che la Francia aveva deciso di combattere fino in fondo.
L’11 aprile vennero richiamati i riservisti (disponibles): decine di migliaia di soldati attraversarono il Mediterraneo.
Gli animatori della rivista “Le Temps modernes”, fondata da Jean-Paul Sartre, presero le distanze dal voto parlamentare, annunciando cupi scenari: «La sinistra, per una volta unanime, ha votato a favore dei “poteri speciali”, questi poteri assolutamente inutili per il negoziato ma indispensabili per il proseguimento e l’inasprimento della guerra. Questo voto è scandaloso e rischia di essere irreparabile». In effetti sarà proprio così.
Il 16 marzo 1956, quattro giorno dopo i poteri speciali, i primi attentati del FLN colpirono anche Algeri; Robert Lacoste, ministro residente e governatore generale dell’Algeria, impose allora il coprifuoco alla città, che venne pattugliata giorno e notte dalle forze dell’ordine. In Francia si tennero le ultime, sparute, manifestazioni spontanee nei pressi delle stazioni e delle caserme contro la partenza dei richiamati. L’opinione pubblica non vedeva di buon occhio il prolungamento del servizio militare (portato a ventotto mesi). In Algeria la situazione continuava a deteriorarsi: il terrorismo si diffuse a macchia d’olio, il FLN organizzò scioperi a Orano in febbraio e ad Algeri in maggio. La dispersione delle truppe francesi e il loro modesto addestramento le resero vulnerabili alle imboscate: a Palestro, il 18 maggio, venti soldati, giovani parigini richiamati alle armi, caddero sotto i colpi degli uomini del commando “Al Khodja” dell’ALN, aiutati dalla popolazione locale. L’unico sopravvissuto venne liberato dai paracadutisti cinque giorni dopo.
La progressione della lotta del Fronte di Liberazione Nazionale trascinò lo Stato francese in una crisi rovinosa, di cui la crescente instabilità ministeriale fu solo l’indice esterno più rivelatore. L’uso spregiudicato dei mezzi repressivi più raffinati, la tortura come norma praticata dai servizi di sicurezza non solo per strappare informazioni ma per ridurre il colonizzato a “oggetto”, i poteri speciali e la politicizzazione dei comandi militari vittime della distorsione mentale che identificava il “nazionalismo” dei paesi coloniali con “l’avamposto del comunismo internazionale” dando alla guerra in corso in Algeria una rilevanza planetaria, il credito in Algeria e nella madrepatria per tutte le idee più retrive sulla grandezza della Francia da preservare contro i “ribelli”, inquinarono in misura irreparabile il clima politico della Francia, seminando i germi di una pericolosa involuzione. Il dogma “dell’Algeria francese” stava producendo una specie di “esercito ombra” in cui trovarono asilo tutti gli individui dell’ultra-colonialismo, pronti a cospirare contro la Francia con l’aiuto dei comandi delle forze armate o almeno delle polizie parallele.
Il 27 dicembre 1956 Amédée Froger, presidente della federazione dei sindaci d’Algeria e attivo portavoce dei coloni europei, venne assassinato ad Algeri. L’indomani, al termine dei suoi funerali, si scatenò una vera e propria caccia all’uomo che provocò numerose vittime tra i musulmani. La tensione tra gli europei e gli algerini musulmani era massima. Il governo generale, guidato da Robert Lacoste, decise di reagire e, facendo ricorso ai “poteri speciali”, votati nel marzo 1956, affidò la “pacificazione” di Algeri al generale Jacques Massu, comandante della 10ª divisione paracadutisti.
Il 7 gennaio 1957, 8 mila parà entrarono in città con il compito di eseguire una missione di polizia; la “battaglia di Algeri” ebbe inizio. Il 9 e 10 gennaio due esplosioni crearono il panico in due stadi di Algeri, ma l’orrore raggiunse l’apice il 26 ottobre dello stesso mese: a qualche minuto di distanza, due bombe esplosero nel pieno centro di Algeri, la prima al bar L’Otomatic, la seconda nella brasserie Coq hardi. Due algerini musulmani vennero linciati da una folla, esasperata, di europei. Il 28 gennaio, in corrispondenza con il dibattito sull’Algeria all’Onu, il FLN indisse uno sciopero generale di otto giorni, che però l’esercito stroncò con una spettacolare azione di forza: elicotteri atterrarono sulle terrazze della Casbah, i quartieri musulmani della città vennero isolati con recinzioni di filo spinato e illuminati giorno e notte con potenti proiettori.

Soldati francesi durante la battaglia d’Algeri. Celebre il filone cinematografico transalpino sulla tematica.

Il generale Massu, che disponeva di poteri di polizia sulla città, ebbe l’incarico di riportare l’ordine, di smantellare la “zona autonoma di Algeri” (Zaa) controllata dal FLN e diretta da Yacef Saadi, situata principalmente all’interno della Casbah; il FLN vi disponeva di una vera e propria organizzazione, valutata approssimativamente attorno ai 5 mila militanti. Il terrorismo dei ribelli algerini giustificava il ricorso a qualsiasi mezzo per riportare l’ordine: gli uomini di Massu eseguirono perquisizioni e arresti di massa, schedarono ogni potenziale nemico e, all’interno dei “centri di transito e identificazione”, situati nella periferia della città, praticavano la tortura. Il leader del FLN, Larbi Ben M’Hidi, venne arrestato il 17 febbraio e sarà, in seguito, “suicidato”. Gli interrogatori “molto approfonditi” diedero i primi risultati.
La battaglia di Algeri fu davvero “sangue e merda”, secondo la celebre espressione del generale Marcel Birgeaud; un orribile scontro in cui da un lato le bombe falciavano decine di europei, mentre dall’altro i parà tentavano di venire a capo delle reti di resistenti, scoprirono covi, snidarono i capi del FLN nascosti in città. I loro mezzi? Elettricità, bacinelle d’acqua, botte. C’erano sadici tra i torturatori, certo, ma molti ufficiali, sotto-ufficiali, e soldati vivranno per tutto il resto della loro vita con questo incubo. Il numero degli attentati scese dai 112 di gennaio ai 39 di febbraio, ai 29 di marzo: la centrale di comando del FLN, diretta da Abane Ramdane, venne obbligata a lasciare la capitale e Massu conseguì così una prima vittoria.
Il 28 marzo 1957 il generale Paris de Bollardière chiese di essere rimosso dal proprio incarico: non ammetteva il ricorso alla tortura, che aveva conosciuto e combattuto all’epoca dell’occupazione tedesca. Il cappellano militare della 10ª divisione gli rispose dichiarando che: «non si può lottare contro la guerriglia rivoluzionaria se non servendosi di metodi di azione clandestina». Il generale sarà punito con sessanta giorni di carcere, il 15 aprile 1957.
All’inizio di giugno ricominciarono gli attentati: il 3 dello stesso mese una bomba esplose vicino alla fermata di un autobus; il 9 fu la sala di ballo di un casinò che venne fatta saltare in aria in un attentato che provocò 8 morti e 92 feriti. La repressione riprese, aiutata stavolta da una rete di militanti “pentiti” (i cosiddetti “bleus de chauffe”) che diretta dal capitano Léger, si infiltrò all’interno del FLN e permise l’arresto di numerosi dirigenti. Yacef Saadi venne arrestato il 24 settembre 1957; Ali La Pointe, il suo vice, circondato, si suicidò nel suo nascondiglio per evitare l’arresto. La “battaglia di Algeri” era finita. La popolazione europea riscoprì il piacere di andare al mare e al ristorante, rendeva omaggio ai suoi nuovi eroi, un idillio che durerà sino al 13 maggio 1958.
Le reti del FLN furono distrutte, migliaia di algerini furono arrestati o vennero dati per dispersi, ma questa vittoria militare si accompagnò a una profonda crisi morale. Il 12 settembre 1957 Paul Teitgen, segretario generale della prefettura di Algeri, si dimise in segno di protesta contro i metodi utilizzati dal generale Massu e dai paracadutisti, denunciando la scomparsa di 3.024 persone. Il “dibattito” sulla tortura dividerà la Francia.
Nel 1958 divenne ormai chiaro che la superiorità militare francese non era decisiva. La maggioranza dei Francesi d’Algeria, tuttavia si opponeva a qualsiasi negoziato: questo portò alla crisi del 13 maggio 1958 e all’ascesa del generale de Gaulle, a Parigi. L’esercito francese lottava contro la guerriglia rinchiudendo oltre due milioni di contadini nei campi, mentre alle frontiere gli sbarramenti elettrificati impedivano l’approvvigionamento di armi all’ALN, che ciononostante proseguì la sua azione di resistenza.
Il conflitto assunse allora una dimensione tutta politica, anche sulla scena internazionale. Nel 1959 il generale de Gaulle riconobbe il diritto all’autodeterminazione, promuovendo un’associazione con la Francia, ma il FLN, al contrario, esigeva il riconoscimento dell’indipendenza. Il Governo Provvisorio della Repubblica Algerina (GPRA), creato nel 1958 e presieduto da Ferhāt ‘Abbās, ebbe il compito di difendere questa posizione all’estero e presso le Nazioni Unite. I negoziati si fermarono nel 1960, ma ripresero nel 1961 e si conclusero nel marzo del 1962 con gli accordi di Evian. Fu allora che scoppiò l’ultima fase del conflitto. L’OAS (Organizzazione Armata Segreta), animata da Francesi d’Algeria e ufficiali ribelli, iniziò una violenta campagna terroristica contro gli Algerini e Francesi liberali, che provocò la reazione del FLN. Circa un milione di Francesi d’Algeria (anche noti come “pieds-noirs” dal soprannome che gli indigeni avevano dato nel 1830 alle prime truppe d’invasione che calzavano stivaletti neri) lasciò immediatamente il paese. L’Algeria ottenne l’indipendenza in luglio.
Divenuta indipendente, l’Algeria si ritrovò in una situazione difficilissima. I coloni europei, che costituivano l’ossatura della vita economica, se ne erano andati. Inoltre, i sette anni di guerra avevano decimato l’intellighenzia algerina e moltiplicato le distruzioni. Gli uomini che andarono al potere nel 1962 erano prima di tutto comandanti militari, sopravvissuti non solo ai combattimenti, ma anche alle terribili lotte tra algerini (in particolare quella tra FLN e MNA).
Dopo gli accordi di Evian, il FLN si divise: Benyoucef Benkhedda, presidente del GPRA dal 1961, si contrappose ad Ahmed Ben Bella, uno dei fondatori del FLN, imprigionato in Francia dal 1956 al 1962. Il primo si installò ad Algeri nel giugno del 1962, mentre il secondo si alleò con il colonnello Houari Boumédiène, capo di stato maggiore dell’ALN alle frontiere a partire dal 1960. Nel corso dell’estate, si verificarono violenti regolamenti di conti che fecero temere la degenerazione nella guerra civile. Ben Bella e Boumédiène ebbero però la meglio e un’Assemblea dichiarò in settembre la “Repubblica algerina democratica e popolare”. La Costituzione del 1963 instaurò un regime presidenziale e trasformò il FLN in partito unico. La scelta ideologica verso il socialismo era già scritta in diversi documenti del FLN. Del resto quasi tutte le ex colonie che hanno lottato per l’indipendenza fecero quella scelta (molto spesso a parole) appoggiandosi ai paesi socialisti, in contrapposizione ai dominatori capitalisti dell’Occidente. In Algeria comunque solo la fuga dei coloni europei permise la nascita spontanea dell’autogestione in agricoltura. I fellāḥs (contadini) che erano rimasti senza padrone ebbero due scelte: o smettere di coltivare e morire di fame, oppure organizzarsi e continuare il loro lavoro in comitati di gestione. Certo mancava il “know how” del vecchio proprietario e molti errori furono commessi per ignoranza e imperizia. Ma ormai la scelta socialista era nei fatti, nata da una situazione di emergenza che a poco a poco toccò anche altri settori produttivi. Con i decreti del marzo 1963 il neoeletto presidente Ben Bella, si limitò a riconoscere e a legalizzare una situazione di fatto che si era venuta a creare suo malgrado.
Il governo di Ahmed Ben Bella (uno dei sette leader storici della rivoluzione e il più radicale, per cinque anni detenuto nelle carceri francesi) durò due anni, considerando anche il periodo in cui fu eletto Presidente della Repubblica. Ma il suo pugno di ferro e il palese tentativo di instaurare un potere personale gli costarono l’inimicizia degli altri capi algerini. Ben Bella fu deposto e arrestato nel giugno 1965 con un colpo di Stato organizzato dal suo Ministro della Difesa, il generale Houari Boumédiène.

Questa foto del 15 aprile 1964 mostra poi il ministro dell’Economia di Cuba, Ernesto “Che” Guevara, a sinistra, con il presidente dell’Algeria Ahmed Ben Bella all’aeroporto di Algeri.

Ben Bella fu trasferito in una località segreta nel deserto, liberato ed esiliato solo nel 1980. Cercò qualche anno dopo di tornare alla vita politica ma senza successo. L’11 aprile 2012 si ebbe la notizia della sua morte: una vita spesa in carcere, prima dei francesi, poi dei suoi connazionali, infine in esilio. L’opzione socialista continuò anche se in forme un po’ diverse per alcuni anni; poi si imposero scelte miste o solo capitaliste.
Facendo leva sull’esercito, Boumédiène intendeva forgiare uno Stato forte, socialista e arabo, sotto un regime a partito unico (il FLN). Nel 1971, per finanziare un grande programma di industrializzazione, nazionalizzò le risorse di idrocarburi. Allo stesso tempo promosse una politica volta all’arabizzazione dell’insegnamento. Nel 1976 Boumédiène fece adottare una Costituzione che legalizzava il proprio potere. Venne eletto presidente della Repubblica nello stesso anno, ma morì nel 1978 a causa di una rara malattia del sangue.
L’esercito scelse il colonnello Chadli Bendjedid come successore di Boumédiène. Sembrò profilarsi una distensione, ma si trattò piuttosto di una rimessa in causa del progetto socialista, che non compromettesse il dirigismo statalista da cui traevano profitto l’esercito e la burocrazia. Dal 5 al 10 ottobre 1988 ebbe luogo la “guerra della semola” o “guerra del cous-cous”, chiamata così a causa della carenza di beni di prima necessità, tra cui il piatto tradizionale maghrebino. Il presidente Chadli Benjedid non esitò a reprimere la protesta con i carri armati compiendo un vero eccidio: 162 morti e migliaia di feriti.
La rivolta sfociò comunque in un referendum sulla riforma costituzionale e in un’elezione presidenziale a favore di Bendjedid, che aprì la strada ad un processo democratico e al multipartitismo, ma anche ai movimenti integralisti islamici più radicali, che poco dopo prenderanno il sopravvento.
Il 23 febbraio 1989 venne approvata una nuova Costituzione, la terza dall’indipendenza. L’apparato ideologico della rivoluzione venne abrogato e scomparirono tutti i riferimenti al socialismo e al primato del Fronte di Liberazione Nazionale. Vennero introdotti molti articoli sulla garanzia e la difesa della libertà.
Alle elezioni locali regionali del 1990, il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) superò il FLN. Al primo turno delle elezioni per il parlamento, tenutesi nel dicembre del 1991, il FIS ottenne il 47,3% dei suffragi contro il 23,4% del FLN. I militari reagirono subito: ottenute le dimissioni di Bendjedid nel gennaio 1992, interruppero il processo elettorale, proclamarono lo stato d’assedio e sciolsero il FIS. Mohamed Boudiaf, uno dei leader storici della guerra d’indipendenza, all’opposizione e in esilio, venne eletto capo di Stato, ma morì assassinato nel luglio del 1992.
Nel 1992 gli islamisti intrapresero una guerriglia contro l’esercito algerino in numerose zone di montagna. Fondato nel 1993, il Gruppo Islamico Armato (GIA), si macchiò di numerosi crimini nei confronti della popolazione civile e straniera residente nel paese. Il generale Liamine Zéroual andò al potere nel 1994. Quando il GIA iniziò a intensificare gli attentati, i sostenitori del FIS formarono l’Esercito Islamico di Salvezza (AIS). I militari risposero con estrema brutalità. Zéroual venne eletto presidente della Repubblica nel 1995 e l’anno successivo, con un referendum, fu approvata una nuova Costituzione: il potere presidenziale venne rafforzato. Le autorità crearono delle milizie (“i patrioti”) per combattere gli islamisti, mentre degli scontri videro contrapposti l’AIS al GIA. A partire dall’aprile del 1997, il GIA compì massacri di civili su larga scala, in particolare a sud di Algeri. Queste atrocità portarono l’AIS a proclamare un cessate il fuoco unilaterale, in seguito al quale lo stesso GIA si divise. Zéroual rassegnò le dimissioni e Abdelaziz Bouteflika (un vecchio collaboratore di Boumédiène) venne eletto presidente nell’aprile del 1999. L’AIS si sciolse nel 2000. Lo stesso anno un referendum approvò un amnistia, in seguito alla quale il GIA si smembrò. Si stima che dal 1991 al 2002, il conflitto abbia provocato tra le 150.000 e le 200.000 vittime. La guerra risparmiò quasi integralmente i pozzi e l’intero apparato per il trasporto e la commercializzazione di petrolio e gas. Sembrò non dispiacere a nessuno, né in Algeria e neppure in Europa o in America, se a vent’anni dalla morte le scelte ambiziose di Houari Boumédiène, il colonnello austero dall’aria triste che si votò a fare dell’Algeria una potenza economica sulla sponda sud del mediterraneo “seminando” il petrolio attraverso le cosiddette “industrie industrializzanti”, fossero svanite nel nulla e l’Algeria fosse tornata alla situazione di “monocoltura” che si imputava all’ordine coloniale. Nel 2004 Bouteflika venne rieletto presidente con l’85% dei voti. L’anno successivo venne approvata con un referendum una nuova amnistia, molto controversa a causa della sua ampiezza.
L’anno precedente alle cosiddette “Primavere arabe” fu contrassegnato da un sensibile aumento dei moti in tutto il paese: nel corso dei primi undici mesi del 2010 la polizia era dovuta intervenire in più di centomila operazioni di mantenimento dell’ordine a seguito delle richieste provenienti dalle autorità amministrative delle wilaya.

Il presidente generale dell’Algeria Liamine Zeroual e il colonnello Muammar Gheddafi al 25 ° anniversario della celebrazione della rivoluzione libica, Tripoli, 1 settembre 1994.

Uno stato latente di rivolte, che testimoniava una profonda sfiducia nei confronti dello stato e della sua gestione della rendita. Si trattava di moti animati da giovani disoccupati (ad Annaba nell’Est del paese) oppure causati dalla lista di beneficiari degli alloggi popolari – assegnati all’interno di un vasto programma governativo di eradicazione delle bidonville soprattutto in quartieri poveri della capitale, come il celebre Bab el-Oued (dove peraltro proprio per la mancanza di infrastrutture erano morte circa 900 persone in un inondazione del 2001) – che determinava esclusioni e quindi rivalse e ribellioni. Il mese di dicembre 2010 era stato poi contrassegnato da violenti moti contro il rincaro dei generi di prima necessità ad Algeri.
La rivolta in Tunisia che costrinse alla fuga all’estero il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, il 14 gennaio 2011, portò tutti gli osservatori a rivolgere lo sguardo verso l’Algeria: disoccupazione, marginalizzazione dei giovani, mancanza di sbocchi lavorativi per i diplomati e i laureati, un sistema politico impenetrabile e auto-riferito o ancora l’assenza di spazi di aggregazione e divertimento (concerti, cinema, librerie e biblioteche, musei) ne facevano la più probabile pedina del domino prossima a cadere sotto la forza dirompente delle Primavere arabe. Mai previsione fu più sbagliata: il regime non solo fu in grado di evitare il “contagio”, ma uscì rafforzato dalla resistenza a un movimento per la “democrazia” che fu ricondotto allo schema sicuro – nel quale la maggioranza della popolazione di fatto non faticò a riconoscersi – del complotto internazionale ordito contro l’Algeria da ipotetiche potenze straniere (gli imperialisti? Il Qatar?) che volevano usurparne l’indipendenza importandovi delle rivoluzioni posticce. Il regime seppe sfruttare le legittimità immateriali (quella rivoluzionaria derivante dalla guerra di liberazione e quella ottenuta dalla guerra antiterroristica) e la legittimità materiale (la rendita petrolifera) per resistere, mantenere il controllo della situazione e superare indenne la fase turbolenta che dal 2011 sconvolse l’intera regione. Alcuni aggiustamenti furono necessari per tamponare la situazione ed evitare il collasso. Innazitutto, per placare i moti che sostanzialmente proseguirono sull’onda di quelli del 2010, anche galvanizzati dal movimentismo della vicina Tunisia, furono allargati i lacci della borsa della rendita petrolifera concedendo aumenti di salari, accordando prestiti per la creazione di imprese giovanili e per gli alloggi e facendo dietrofront sul controllo del mercato informale. Come ogni Rentier State, l’Algeria – le cui esportazioni e quindi le entrate erano ancora nel 2011 monopolizzate dalla vendita degli idrocarburi – non aveva mai avuto bisogno delle imposte dei cittadini per reggere l’intera macchina statale, riuscendo a garantire un generoso welfare (scuola e sanità gratuite, alloggi popolari, sussidi per generi elementari e per rifornimenti di carburante, prestiti finanziari). In più le riserve estere (più di 180 miliardi di dollari alla fine del 2011, unitamente al fondo di regolazione delle ricette di circa 75 miliardi di dollari) offrivano allo stato un margine di autonomia considerevole che gli permetteva di “comprare la pace sociale” nei momenti di massimo scontento popolare, come fu il caso del 2011.
A differenza di Tunisia, Egitto e Libia, in seguito alla promessa di provvedimenti volti al miglioramento delle condizioni di vita, i disordini di Algeri tra il 2010 e il gennaio 2011, che avevano già causato 5 morti e 800 feriti, si arrestarono.
Tratta in salvo “dall’orlo dell’abisso”, l’Algeria continua a essere guidata da un sistema di potere che, pur nelle sue divisioni interne, fino a oggi ha dato prova di compattezza e resilienza. Ma è una stabilità meno solida di quanto possa sembrare: le difficili condizioni economiche, politiche e sociali vissute quotidianamente da milioni di algerini sono lì a dimostrare che il paese non è ancora al sicuro.

 

Per approfondimenti:
_G. Calchi Novati , C. Roggero, Storia dell’Algeria indipendente. Dalla guerra di liberazione a Bouteflika, Bompiani, Milano, 2018;
_B. Stora, La guerra d’Algeria, il Mulino, Bologna, 2009;
_E. Rogati, Le origini del socialismo algerino, Albatros, Roma, 2016;
_M. Egretaud, Réalité de la Nation Algérienne, Éditions sociales, Parigi 1957;
_F. Fanon, Scritti politici – volume II. L’anno V della rivoluzione algerina, Roma, Derive Approdi, 2007;
_R. Rainero, Storia dell’Algeria, Sansoni, Firenze, 1959;
_G. Mansell, La tragedia d’Algeria, Edizioni di Comunità, Ivrea, 1961;
_F. Catalluccio, Formazione della nazione algerina, Ispi, Milano 1961;
_M. Boudiaf, Où va l’Algérie?, Librairie de l’Étoile, Parigi, 1964
10. S. Yaacef, Souvenirs de la Bataille d’Alger, Julliard, Parigi, 1962;
_H. Alleg (a cura di), La guerre d’Algérie, Temps Actuels, Parigi, 1981;
_E. Rogati, La seconda rivoluzione algerina, Opere nuove, Roma 1965;
_R. Ainad-Tabet, Le mouvement du 8 mai 1945 en Algérie, Office des Publications universitaires, Algeri, 1985;
_Y. Courrière, La guerre d’Algérie. Tome 1, 1954-1957, Les fils de la Toussaint, Fayard, Parigi, 1968;
_J. C. Vatin, L’Algérie politique. Histoire et société, Presses de la Fondation nationale des sciences politiques, Parigi, 1983;
_W. G. Andrews, French Politics and Algeria: The Process of Policy Formation, 1954–1962, Appleton-Century-Crofts, New York, 1962;
_L. Maitan, Per una storia della IV internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, Roma, Alegre, 2006;
_H. Alleg, La question, Ed. de Minuit, Parigi, 1958;
_N. Farelière, Le Désert à l’aube, Ed. de Minuit, Parigi, 1960;
_M. Impagliazzo, Duval d’Algeria, Edizioni Studiorum, Roma, 1994;
_M. Impagliazzo, M. Giro, Algeria in ostaggio. Tra esercito e fondamentalismo: storia di una pace difficile, Guerini e Associati. Milano, 1997;
_M. Reggui, Les massacres de Guelma Algérie, mai 1945 : une enquête inédite sur la furie des milices coloniales, La Découverte, Parigi, 2006.

 

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Lineamenti di storia musicale medievale

Lineamenti di storia musicale medievale

di Carlotta Travaglini 30/11/2018

La scrittura si presta di per sé ad essere inserita fra gli elementi del divino, in quella dimensione dove le facoltà intellettive non hanno patrocinio. Il collegamento istantaneo con qualcosa di immateriale è palesato ancora di più dalla musica: «La musica non rappresenta “cose” ma “ciò che noi conosciamo” delle cose in quanto “oggetti elaborati” e in quanto “contenuti mentali”». Così lo studioso Franco Vaccaroni riassume il ponte immediato che la musica crea con le cose, pur essendo essa, un’entità sonora, afemica, incapace di trovare espressione nella parola.
Anche dopo un ascolto passivo, tuttavia, un qualsiasi fruitore può essersi trovato a conferire alla melodia un contenuto emotivo.
Siamo soliti avvertire reminiscenze suggeriteci in qualche modo dalla musica per mezzo di quella che è, in realtà, una metafora. Se si pone come esempio il temporale estivo dall’ultimo movimento dell’Estate di Vivaldi, all’ascolto avviene la percezione stessa della pioggia scrosciante nei percussivi staccati degli archi. Non a caso Vivaldi intitolò il concerto L’estate: poiché la mente umana crea sempre un’associazione tra quanto è evocato dall’ascolto, così il titolo e la metafora suggeriscono indirettamente la data immagine.
È inscindibile il legame tra l’apprendimento e l’esperienza emotiva di una melodia, poiché i due enti si simbolizzano in un unicum. Innescando, per sua natura, meccanismi allusivi ‘involontari’, la musica ha una potenzialità comunicativa infinita e si presta a correlazioni ed interrelazioni. Una melodia può, di volta in volta, variare nell’ascoltatore il contenuto emotivo da suggerire, cosicché, pur rimanendo immantinente nella forma, continui senza sosta ad evolversi nel tempo.
Lo spartito resta lo stesso, ma ogni nota sonda una voragine complessa, evocando, suggerendo, resuscitando. La relazione con un qualcosa di esterno pone dei vantaggi non indifferenti: nell’apprendimento di una melodia, ad esempio, è utile associare quanto si deve apprendere ad un qualcosa di esterno, come in una qualsiasi mnemotecnica. Di qui, l’associazione con il testo.
Immergendoci all’interno della storiografia, la comparsa della canzone profana in lingua d’oc ci incuriosisce, nella mancanza di suoi precedenti storici. Quale ruolo avesse una musica extra- e para-liturgica nella vita di un uomo del Medioevo non ci è dato saperlo da testimonianze dirette, ma solo da lasciti di teologi, cronisti, scrittori e poeti. Basiamo la presenza di un repertorio profano nell’Alto Medioevo sull’accanita persecuzione mossagli contro dalla Chiesa. Gli histriones del mondo latino continuarono, tuttavia, la loro attività, mescendo il lato più ludico della teatralità con il canto.
Sondarne il repertorio significa toccare con mano una nenia familiare, non solo perché nota al pubblico ma perché portata a suggerirgli affettatamente qualcosa.
Inizialmente cantato in latino, questo repertorio proviene da varie aree europee legate al Sacro Romano Impero o in qualche modo all’area carolingia, oppure appartiene a tradizioni di clerici itineranti, noti come clerici vagantes. Questi, perlopiù studenti, dedicano la propria vita ai viaggi ed ai piaceri, e la portata della loro cultura si evince dal frequente ricorso al contrafactum, costume di adattare un nuovo testo ad una melodia preesistente. Sono noti per aver diffuso i Carmina Burana, raccolta di canti goliardici di argomento satirico e lascivo. Tuttavia questi canti risalgono già al 1230: dei 228 componimenti 47 di essi sono già in alto tedesco, e nel complesso risentono probabilmente dell’influenza della monodia trobadorica, che già vantava di almeno tre generazioni di cantori.
La monodia profana resta la prassi più frequentata: diversa dalle complesse forme d’arte di ambito strettamente ecclesiastico e funzionale alle esigenze della società feudale dell’epoca, è in latino come nelle lingue volgari, e per la sua portata raggiunge i più disparati strati sociali. Gli scambi commerciali, l’economia monetaria e l’ordinamento feudale hanno aperto le strade ad una nuova visione laica dell’espressività artistica. Non sono più soltanto i monasteri a godere del ruolo di “guida universale” di cui li aveva insigniti il Medioevo: nelle scuole delle grandi città insegnano laici e trovano spazio le lingue volgari, annullando l’ultracentenario monopolio religioso e determinando un inizio di secolarizzazione della cultura.
I generi apicali della monodia profana latina si fanno risalire al conductus, diverso dall’omonima forma polifonica, e al rondellus, genere basato sulla sovrapposizione di diversi schemi melodici, sulla scia della rota medievale, costruita su un canone circolare perpetuo.
La reiterazione e la circolarità sono elementi basilari per l’apprendimento di un canto che non conosce una trascrizione grafica. I testi vengono intonati, cantati agli altri e nuovamente intonati-cantati sul momento dai fruitori: l’apprendimento avviene in praesentia, tutto è correlato alla contingenza.
Il bisogno di annotare, appuntare, sorge dall’evoluzione di queste forme, che raggiungono virtuosismi difficilmente ripetibili senza. Il carattere dei primi testi profani è inizialmente parodistico, gaio – come è usuale, nel mondo popolare, che qualcosa che abbia un seguito sfoci nell’ambito del grottesco, della satira mordace e grossolana. Quando assumerà un certo riconoscimento, inserendosi, cioè, in un preciso contesto socio-culturale, il canto profano troverà una diversa risoluzione, e salirà di grado rispetto alla sua originale destinazione.
Nel Medioevo la prassi musicale fu soprattutto destinata alla liturgia, e si sviluppò per esigenze di organizzazione ecclesiale. Ai primordi del canto liturgico si distinguono due diverse prassi, l’accentus ed il concentus, simili alle moderne accezioni di recitativo ed aria. L’accentus, che probabilmente trovò spazio per primo, consiste nella recitazione intonata delle preghiere: ad ogni sillaba corrisponde una nota, salvo per le lunghe cadenze finali, che marcano la chiusura del verso.
Esisteva, tuttavia, una maniera più ammaliante di cantare in un repertorio di testi estranei alle Sacre Scritture, gli inni. Questi, contrariamente ai normali testi liturgici, sono scritti in versi, e si basano non più sulla severa metrica quantitativa della poesia classica ma sulla moderna distribuzione degli accenti e sulle rime. Le melodie si improntano su di essi e raggiungono una maggiore indipendenza sonora: “nasce”, così – come afferma Massimo Mila: «la misura del suono, che apre le porte dell’irrazionale, comunica con esso e apre nuovi canali comunicativi».
La prima forma adottata dalla Chiesa d’Occidente prende il nome di Canto Gregoriano, dal nome di Papa Gregorio Magno che, secondo la tradizione, raccolse tutti i canti liturgici esistenti nella raccolta Antiphonarium Cento o, come riferisce il suo biografo Giovanni Diacono, si occupò della prima collezione di canti liturgici. Sono scritti in latino, lingua ufficiale della chiesa e della liturgia.
Fondamentale fu l’apporto di Severino Boezio, che nel suo De Istitutione Musicae riprese le principali nozioni di teoria musicale greca, desunte dagli scritti di Tolomeo, e le ampliò, creando de facto una teoria musicale latina.
La pratica dell’accentus, la lettura intonata di passi della liturgia, derivava dall’antica salmodia ebraica, ancora largamente eseguita nella liturgia delle ore e, “frammentata”, anche nella liturgia della messa: fu San Gerolamo ad occuparsi della traduzione in latino di 150 salmi ebraici.
Della liturgia delle ore facevano parte anche gli inni, che avevano un eco più popolare per le melodie di facile apprendimento, la ritmica del testo in versi e la melodia stessa, che procedeva sillabicamente.
Il repertorio gregoriano si basa sui cosiddetti modi, scale eptafoniche di genere diatonico e di senso ascendente. I modi si suddividono in autentici e plagali, i quali sono sempre una quarta sotto il relativo modo autentico. Ogni modo autentico ha in comune col corrispettivo plagale la finalis, chiamata così perché è la nota su cui termina di solito il brano. Le finalis sono quattro: re, mi, fa, sol. Un’altra nota caratteristica all’interno del modo è la repercussio, chiamata così perché è intorno ad essa che si muove la melodia. Si trova una quinta sopra la finalis nei modi autentici ed una terza sopra ad essa nei modi plagali (eccetto per: III modo – una sesta sopra; IV – una quarta sopra; VIII – una quarta sopra). I modi sono in tutto otto, e ad essi vengono applicati gli stessi nomi dei modi greci.
Lo stile è omofonico: un canto può essere eseguito da un solista o da tutti i cantori insieme. Non c’è alcun accompagnamento musicale, il ritmo è libero, scandito dalla sola cadenza delle parole. Tuttavia l’esecuzione poteva avvenire in maniera diretta (omofonia, omoritmia, o esecuzione solistica), responsoriale (canto del solista praeceptor a cui rispondeva poi il coro), antifonica (esecuzione alternata da parte di due gruppi). Gli esecutori sono i monaci della schola cantorum, i fedeli, gli officianti. Quando nel corso del tempo la liturgia delle ore comincia a perdere d’importanza cresce di prestigio la messa, nella quale l’espressione vocale prevalente è quella del concentus, cioé del canto melodico libero, affidato quasi sempre a cantori professionisti, lasciando così ai fedeli l’intonazione di salmi. L’esecuzione del concentus poteva avvenire in forma sillabica (una nota, raramente 2/3/4, per ogni sillaba), semisillabica (per ogni sillaba ci sono due, tre o quattro note), melismatica (le melodie sono riccamente fiorite, ad ogni sillaba corrispondono una molteplicità di note eseguite in maniera libera). Quest’ultima deriva dalla prassi ebraica di eseguire vocalizzi più o meno estesi su parole significative o rituali, e nella prassi liturgica cristiana si stabilizza in alcuni canti.
Passando gradualmente da un’organizzazione democratica, qual era quella dei monasteri, all’accentramento autoritario della curia papale, sorge, infatti, nei piccoli gruppi di cantori-ecclesiastici, un’ambizione virtuosistica spontaneamente sentita nei testi di giubilo. Notoriamente, l’Alleluia, espressione massima di gioia, comprendeva degli ampi e difficili passaggi melismatici nelle sillabe finali, e le loro arditezze col passare del tempo affaticavano la prassi mnemonica fino all’impossibile. Si iniziò a riempire le lunghe jubilationes con versi appositamente composti, che facevano corrispondere ad ogni sillaba una nota: l’apprendimento era facilitato dal riuso di una prassi già nota, come se al termine di un canto se ne dovesse imparare un’altro complementare ad esso.
Così gli interminabili vocalizzi alleluiatici danno alla luce la sequentia, forma di farcitura scritta appositamente. Il monaco Tutilone, del monastero di San Gallo, crea invece il tropo, corrispettivo prosastico della sequenza, che consiste in un’aggiunta o inserzione ai canti liturgici. Questi scorci di inventiva sorgono in un panorama di canti codificati, frustrati dalla rigorosa prassi della liturgia.
Nel XII secolo ha inizio la cosiddetta Ars Antiqua, con cui si afferma compiutamente la prassi polifonica, dapprima soltanto sperimentata, e si ratificano le conquiste fondamentali della notazione su rigo, che consente di stabilire l’altezza dei suoni da eseguire, e l’assunzione di figure di valori convenzionali per stabilire il ritmo delle note. Inizialmente il problema dell’amensuralità si era risolto estendendo i modi, che circoscrivevano i ‘range’ delle varie melodie, agli infiniti valori ritmici: la scuola di Notre-Dame inventa i modi ritmici.
In seguito nasce la notazione mensurale. La scrittura dell’altezza delle note è, a quest’epoca, un campo in continua evoluzione, non solo per occorrenze teoriche ma soprattutto per un uso pratico e funzionale a diretta disposizione delle persone del mestiere.
Esisteva da sempre una notazione alfabetica, che indicava le sette note con le prime sette lettere dell’alfabeto, dall’A (la) al G (sol), e che utilizzava le lettere maiuscole e minuscole per differenziare le ottave. In seguito fa la sua comparsa la notazione neumatica, usata in particolare nelle scholae cantorum, che indicava con dei segni grafici l’altezza dei suoni e la natura degli intervalli: segni che, appunto, prendono il nome di neumi.
Con Guido D’arezzo (XI sec.) si stabilizza definitivamente la notazione su rigo: si utilizza un tetragramma, composto da quattro linee e tre spazi su cui venivano collocati i neumi, di segno quadrato (notazione quadrata). Con l’epistola “ad Michaelem de ignoto cantu” e il “Prologus in Antiphonarium” stabilizza il nuovo sistema di scrittura inventando le rispettive posizioni delle note sulle righe e negli spazi, fissando così l’intervallo esatto tra le varie note e codificandone i valori nella forma di un quadrato o un rombo.
Il tutto doveva essere di grande aiuto ai cantori, che dovevano eseguire ed imparare a memoria un enorme numero di canti. I neumi nascono da esperimenti sui segni convenzionali della metrica classica. Gli accenti acuto, grave e circonflesso collocati sopra i testi, che prima indicavano soltanto una direzione da far seguire alla voce, vengono prima ripresi dalla gestualità delle mani del praecentor in una sorta di prima chironomia, poi vengono elaborati e rielaborati nella pratica scritta assumendo specifiche forme tese ad indicare note o gruppi di note.
Dunque, una melodia conchiusa in un ambito modale viene regolarizzata nella norma mensurale della musica scritta.

Il Graduale Tu es Deus del Cantatorium Codex Sangallensis 359.

È dopo l’anno mille che i canti a destinazione profana conquistano la propria autonomia. I modi gregoriani sono come tante ottave inizianti ognuna su un grado successivo della scala, ma senza intervento di diesis o bemolli. Dunque in ogni modo gli intervalli tra le note cambiano, non ci sono le polarizzazioni dell’armonia classica, “le frasi non concludono ponendo un limite, ma lasciando una larga prospettiva aperta al pensiero” (Combarieu) . La frase musicale si sviluppa indipendentemente da ogni coerenza raziocinante .
Il gregoriano afferma una sua incrollabile unità, che non è l’unità di conquista della musica romantica: è un’unità eternamente posseduta, senza alcuno sforzo. Non il divenire ma l’essere, sempre totale e sempre uno. Come afferma Bellaigue: «È l’unità dell’uomo con se stesso, unità spirituale e interiore; l’unità che l’uomo godeva prima della colpa originale».
L’ultimo periodo del gregoriano subisce lo smottamento delle rovine dell’impero romano, con conseguente sgretolamento del latino e germogliare delle lingue romanze – la poesia ritmica si forma parallelamente al materiale stesso del canto, la lingua. Gli inni e le sequenze suggeriscono già una cultura moderna, non improntata all’alterità della cultura di chiesa ma partecipe dell’afflato umano, il canto dell’individualità che parla a molti.
«È l’affermazione della nazione nuova nella concreta individualità regionale contro l’astrazione retorica delle antiche memorie romane».
La nascita della monodia profana appare tanto più strabiliante perché non possiede precedenti locali. Da una tradizione latina austera e rigorosa vediamo per la prima volta adottata una lingua nazionale per cantare ed eseguire testo e musica contemporaneamente. È qui che si manifesta l’orientamento più laico della cultura: la società cortese e cavalleresca apre le porte alla storia della poesia moderna più spiccatamente individuale e soggettiva.
L’adozione insperata della mutevole lingua neonata è straordinaria: nascono caratteri nuovi, ritmati, che la accompagnano pedissequamente. Legata alla danza, la monodia profana assume quel taglio netto, incisivo che ha un passo, un movimento, uno scatto, e la melodia sembra gradevole alle orecchie di un moderno e non più del tutto estranea alla propria abitudine sonora.

 

Per approfondimenti:
_Baroni, Fubini, Petazzi, Santi, Vinay, Storia della musica, Torino, Einaudi;
_Elvidio Surian, Manuale di storia della musica, vol.1, Rugginenti (6°);
_Massimo Mila – Breve Storia della musica – Torino, Einaudi, 2005.

 

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Della libertà occidentale

Della libertà occidentale

di Giuseppe Baiocchi del 27/11/2018

Perché qualcosa, anziché nulla? Chi siamo? Siamo liberi? Il tema e la domanda che davvero urge in tutta la riflessione filosofica occidentale deriva da questi tre quesiti. Che cosa può dirsi libero? Su quali ragioni possiamo dirci liberi? Partendo dalla definizione di Baruch Spinoza (1632 – 1677) egli nella sua opera principale “Ethica ordine geometrico demonstrata; Ethica more geometrico demonstrata” afferma: «diciamo libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si determina ad agire da sé sola»; questa è la definizione più rigorosa che possiamo dare al termine libertà.

Sir Lawrence Alma-Tadema, Punto di vista previlegiato (particolare), 1895.

Sulla base di questa definizione nessun uomo potrebbe dirsi veramente libero, poiché la sua mente è sempre determinata ad agire da un’altra con-causa e così via per infinite volte. Se noi teniamo ferma la definizione di Spinoza, questa ci appare molto convincente, poiché conduce l’uomo a domandarsi propriamente il perché egli rivolge tale quesito, che è davvero senza risposta. L’uomo si chiede questa domanda perché non è felice del proprio agire, ma se l’individuo umano fosse soddisfatto delle proprie azioni, si interrogherebbe su tale tematica? Probabilmente no: l’animale non si pone tale quesito. Per quanto possiamo saperne la fiera è contenta nella sua azione, è assolutamente determinata e dominata dalle cause che la spingono ad agire, ma in questo dominio in cui è pervasa è in esso contenta. L’uomo di contro, nel suo essere determinato, nel suo essere causa, non è felice: la sua azione non è mai soddisfacente e da qui la domanda sulla libertà.
Dunque tale inquietudine umana, derivante da una profonda insoddisfazione, porta il nostro ergon (lavoro – come nostro agire) al mancato raggiungimento della sua enèrgheia (la forma è atto): esso non è mai in pace con sé, non è mai vero atto. L’ergon umano soffre di una sua miseria interiore, di una sua assenza, di una sua povertà: non sa mai compiersi o perfigersi, non riesce a trovare la perfezione. Perché l’umanità non riesce mai a produrre una cosa per cui essere in pace? Forse perché non siamo liberi, forse perché c’è qualcosa di cattivo che ci determina ad agire. Ed ecco perché la libertà si coniuga direttamente al tema del male: l’uomo si pone la domanda sulla libertà, perché il suo agire è male, perché facciamo “male” (nel senso generale e radicale del termine), perché qualsiasi opera non ci soddisfa, perché non siamo mai enèrgheia, atto, perché siamo sempre un ergon imperfetto. Ci poniamo sovente la domanda sulla libertà, perché inconsciamente ci sembra di essere cattivi. Facciamo male al di là di ogni accezione psicologica e moralistica del temine, ma in senso ontologico.

Antonello da Messina, San Girolamo nel suo studio di pittura.

Questo il tema: la libertà e il male, formano un unicum. Quale è stata dunque la risposta, dominante nella tradizione filosofico-teologica occidentale, che inquieta e continuerà a interrogare l’uomo su questo grande problema? Forse è stata quella impostata da Platone che può ricondurci all’origine della nostra riflessione. Egli afferma in forma canonica: «del male (del nostro far male) il Dio non può essere ritenuto causa. Dio è bene, Dio è immutabile, è semplice e veritiero ed è causa di tutti i beni: Theos anaitios, Dio è innocente». Sarà su tale base platonica, che si fonderà la teologia futura. Ovvero il concepimento che Dio, ritenuto innocente dei mali del mondo, non ha responsabilità sul nostro “far male”. Le “cattive azioni” umane sono nostra mera scelta, appunto, una nostra libertà. Come afferma Massimo Cacciari: «Noi non siamo determinati dal Divino ad agire male; le nostre imperfezioni, le nostre miserie, sono frutto e prodotto della nostra libertà». L’uomo dunque è causa del male, il grande mito platonico della Repubblica è proprio l’essere umano, poiché sarà esso a decidere il proprio daimon (il proprio carattere), il proprio demone, scegliendolo sulla base delle vite che ha condotto. Ed è libero in tale scelta, proprio come sottolinea Platone: «l’uomo è perfettamente libero in quella scelta» – però è – «libero soltanto nel momento della scelta del suo daimon», poiché una volta deciso il carattere, esso rimarrà vincolato da ferree inesorabili catene. Difatti una volta aver scelto il proprio daimon, l’uomo lo fa suo (liberamente e nessun Dio è causa di ciò) e resta relegato ad esso: è libero unicamente nell’istante supremo della sua decisione, lì l’uomo si determina per poi essere condizionato per tutta la vita da quella scelta. Ma l’uomo non solo nel momento della scelta, nella cultura classica greca, è libero, ma mantiene tale stato anche durante la propria esistenza, prima della scelta caratteriale. Tale condizione agisce, nel corso della vita umana, con l’accumulazione di tutte le conoscenze necessarie, fondamentali nel momento supremo della decisione, poiché l’essere umano deve essere “consapevole” del destino che sceglie. Questo è un tema caratteristico della cultura greca: è la sua dominante intellettualistica. La volontà dell’uomo, si esplica unicamente nella sua voglia di conoscere e solo in questo frangente ideologico vi è una possibile salvezza. L’uomo può conoscere il proprio destino e solo tale conoscenza può salvarci dal seguire il carro del destino in ceppi come uno schiavo oppresso – un’immagine questa che ricorre in tutta la cultura ellenistica e cristiana. L’uomo non ha la facoltà di sfuggire al proprio destino, ma ha la libertà di poterlo conoscere e dunque di avere facoltà di seguirlo volentieri: intelligere Deum – non come gli schiavi seguono il carro dei vincitori, in catene. La focalizzazione deve avvenire nel frammento del “comprendere il necessario”, nella capacità umana di armonizzarsi al necessario, tendere al lògos, alla ragione che pervade tutto il cosmo e l’uomo può comprenderla, quindi si può armonizzare ad essa. Qui comprendiamo la nostra libertà: nel conoscere ciò che è necessario. Inutile dire che la nostra società contemporanea induce all’esatto opposto.

Hieronymus Bosch, Trittico del carro del fieno (particolare),1510-16.

La formazione della ragione “del tutto” – ultima grande parola della gnòsis classica (conoscenza classica), ci porta alla conclusione del quesito di partenza, ovvero il nostro rapporto tra libertà e male. Se la libertà umana consiste nel porsi un’unica ragione del lògos (pensiero) che pervade il mondo, una volta acquisito questo complemento, cosa accade al nostro “male”? Non-consiste più, perché tutto diviene ragione, dove “male” e “bene” divengono punti di vista soggettivi, poiché il primo termine diviene unicamente ciò che fa male all’uomo in quanto tale, ma che non riguarda affatto la ragione nel suo insieme pensato.
Il “male” infine può realizzarsi unicamente nella mancanza di sapere, poiché costringe l’essere umano alla ruota del carro degli eventi in forma meramente subordinata ad esso e non dalla visuale elevata di colui che guida il carro. È male non sapere, poiché rilega l’uomo in una condizione di oppressione destinale e non di alleato consapevole del destino. Allora il male diviene unicamente un vuoto, una mancanza, niente (il nichilismo deve farci riflettere oggi più che mai): il punto di vista di un soggetto ignorante, di uno schiavo, di una res nullius (cosa di nessun rilievo, di nessuna importanza) per gli antichi. Concludiamo affermando che il male è solamente il punto di vista di un ignorante, colui che non vede la totalità del cosmo e la sua unica ragione e che non possiede nessuna prospettiva. Tutta la nostra tradizione filosofica e teologica Occidentale, rimuove il problema del male, lo annichilisce.

 

Per approfondimenti:
_Baruch Spinoza, Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, a cura di Giovanni Gentile, Gaetano Durante, Giorgio Radetti, Milano, Bompiani, 2013;
_Baruch Spinoza, Etica dimostrata con metodo geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Milano, PGreco, 2010;
_Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Vita e Pensiero, 1997;
_Enrico Berti, Filosofia pratica, Guida Editori, 2004;
_Elisa Cuttini, Unità e pluralità nella tradizione europea della filosofia pratica di Aristotele: Girolamo Savonarola, Pietro Pomponazzi e Filippo Melantone, Rubbettino, 2005;
_Massimo Cacciari, Il libero arbitrio, Vivarium, Napoli, 1993;
_M. Vegetti, Introduzione a Platone, La Repubblica, BUR, Milano 2007

 

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L’abbigliamento sportivo elegante: le giacche dell’arte venatoria

L’abbigliamento sportivo elegante: le giacche dell’arte venatoria

di Liliane Jessica Tami del 17/11/2018

La caccia è una delle più antiche esperienze umane. Dal primitivismo, la cultura occidentale è riuscita a rendere questa primordiale necessità naturale, una vera e propria arte. Dall’uomo di Cromagnon che afferrava le donne con la forza, l’amore si è sublimato sino a diventar poesia d’amor cortese, e in modo analogo anche l’atavico istinto del cavernicolo predatore si è evoluto nella raffinata ed elegante arte venatoria. La caccia, intesa come “arte nobile”, si è elevata non più come mero soddisfacimento dell’istinto carnivoro dell’uomo, ma si è trasformata in una disciplina regolamentata da codici etici ed estetici ben precisi. Innanzitutto essere cacciatore significa amare la natura e rispettarla, e ciò comporta adoperarla anche nell’abbigliamento.

Nella foto di sinistra un dignitario nel 1920 in Germania con una giacca Norfolk; a destra particolare di un gentiluomo nel suo abbigliamento venatorio.

L’elemento base del cacciatore, a prescindere dalle coordinate geografiche in cui opera, è la giacca, rigorosamente portata con la camicia. Quest’ultima possibilmente in cotone, la cui origine è legata ai campi di fiore bianco, è coerente con l’amore del cacciatore per la natura. Le t-shirt in polimeri sintetici high-tech con stampe mimetiche lasciamole pure ai marines americani: l’idea di avvicinarsi al grembo di Madre Natura, in una foresta selvaggia, indossando derivati della plastica è fuori contesto, puerile e ridicola. Per amore della tradizione la giacca da caccia andrebbe abbinata ad una cravatta, con colori rigorosamente autunnali, o un fazzoletto. In Inghilterra, secoli addietro, questo pezzo di stoffa era nato, col nome di plastron, per fungere da laccio emostatico in caso il cacciatore si fosse ferito. La giacca e i pantaloni, così come gli accessori, dipendono dalla zona geografica e culturale in cui si pratica la caccia: l’esteta che andrà a stanar cinghiali in Tirolo, per rispetto degli usi e costumi sartoriali locali, indosserà un Loden in lana ed un copricapo da Jäger.
Il cacciatore che nei boschi dello Yorkshire andrà a cercar volpi, invece, per amore delle usanze locali, potrebbe indossare una giacca da equitazione rossa dal bavero nero sotto ad un bel cappotto bourbon cerato verde, abbinato al tipico cappello derstalker.
Tutte le giacche da caccia discendono, ovviamente, da abiti elaborati al fine di essere comodi durante le attività sportive: le giacche da equitazione, in inglese chiamate hacking jacket, sono state pensate in modo da essere eleganti soprattutto quando vengono indossate da un gentiluomo sudato seduto in sella il quale deve potersi muovere comodamente. L’indumento è leggermente stretto in vita, ha tre bottoni ed i baveri che si incontrano a metà petto. Se il risvolto fosse più lungo o avesse meno di tre bottoni, non avrebbe un bel appiombo se indossata stando seduti sul cavallo. Tradizionalmente la giacca da equitazione era fatta in tweed, al fine di essere robusta e resistere a strappi, rovi e lacerazioni varie. In passato le giacche da equitazione avevano un taglio più lungo, con uno spacco sul retro che si biforcava sulla schiena del destriero. Le tasche, inclinate, rivolte all’interno e grandi, sono pensate per permettere al cavaliere di afferrare facilmente gli oggetti in esse contenute.

Giacca femminile di equitazione in tessuto Tweed.

Nei paesi mediterranei, invece, è uso indossare la giacca maremmana, tipica dell’omonima regione italiana e si riconosce per le forme più morbide rispetto ai tagli diritti delle giacche sportive inglesi. Il tratto distintivo di questo capo sono le due tasche davanti, applicate, arrotondate e così ampie da comprendere quasi tutta la parte davanti della giacca arrivando sino quasi al bavero piccolo e morbido. Il cacciatore spesso può trovarsi ad usare il fucile in posizioni che lo obbligano a tenere il gomito alzato, perciò la giacca deve assolutamente permettergli la massima libertà di movimento e non intralciarlo in alcun modo. Per permettere un’ampia gamma di movimenti a chi indossa questo capolavoro stilistico, la tradizione sartoriale vuole l’attaccatura del braccio, possieda una particolarità chiamata soffietto, ossia una piccola piega di stoffa che si apre a fisarmonica per agevolare i movimenti della spalla. Al fine di resistere al freddo, alle intemperie e alle insidie della foresta, la giacca maremmana deve essere prodotta in un materiale robusto e resistente, come il velluto o, in particolare, il fustagno. Il fustagno, oggi usato per confezionare abiti da caccia o da lavoro, è un tessuto estremamente resistente prodotto con armatura a saia a 3 o a 4. In passato, dopo esser stato sbiancato, veniva usato per la biancheria da letto e le federe, in modo che queste fossero non solo indistruttibili ma anche ben calde. Il fustagno, a dipendenza della lavorazione, presenta diverse varietà, come il il beaverteen, il moleskin e il doeskin che imita le pelle di daino. La parola Fustagno, nel Medioevo, designava un tessuto di cotone mischiato a lana oppure a lino.

Giacca maremmana vecchio stile confezionata in resistente e comodo pilor, tessuto caldo e impermeabile prodotto esclusivamente in italia da tessiture di assoluta qualità, all’interno del lato sinistro è stato realizzato il taschino porta documenti, il carniere è chiuso con un bottone per parte. Giacca calda e comoda utilizzata da sempre in Toscana da cacciatori e butteri.

Il gentiluomo che vuole rifuggire la città andando a caccia sulle selvagge Alpi del Südtirol, potrà ispirarsi agli abiti Trachten ( dal tedesco tragen, indossare), tipici delle Alpi tedesche. La tradizionale giacca, chiamata Joppe, abbinata al cappotto in Loden è perfetta e da sempre onorata dalla nobile tradizione venatoria: celebre è infatti il duca di Stiria Giovanni d’Asburgo-Lorena a cui piaceva andare a caccia indossando il Tracht. Le giacche tirolesi si riconoscono dalla loro forma particolare dei baveri arrotondati e fissati con dei bottoni al petto in modo da seguire bene i movimenti del corpo dell’uomo predatore mentre s’acquatta vicino alla preda. Le giacche tirolesi hanno una duplice eredità: cavallerizza e militare, cosa che si evince dalle spalle squadrate che ricordano l’austerità delle divise, e la martingala. Quest’ultima è quel pezzetto di stoffa, simile ad una mezza cintura, presente sul retro di giacche e cappotti che ne restringe il punto vita e si trova soprattutto nelle divise militari. La tradizione tirolese è grande amante dei colori sgargianti e degli ornamenti: le giacche, infatti, presentano spesso abbinamenti con colori sgargianti che si trovano anche nel piumaggio di fagiani e galli cedroni, come il verde, il rosso o il grigio luccio. L’uomo germanico, un po’ orso e un po’ esteta, ama adornarsi i baveri con decorazioni di corno, spillette, ricami a forma di foglie di quercia e bottoni d’osso finemente intagliati, pur sapendo che andando a caccia ha bisogno di una giacca resistente che lo protegga dalle intemperie e, se possibile, anche dalle zanne di del cinghiale. Sui copricapi il cappello da Jäger può avere una Feldzeichen (ramoscello con tre foglie di quercia) o un Federschmuck (piumetto). La lana cotta delle Joppe e il Loden resistono agli urti, alle lacerazioni e ai tagli. Alla giacca tirolese si può abbinare un cappotto in Loden, ampio, avvolgente, caldo e comodo. Il loden è un panno in lana tipico del Tirolo. La parola Loden deriva da Lodo, che in tedesco arcaico significa balla di lana. Questo panno grezzo è resistente e duraturo, perché viene fatto follare (infeltrire) e garzare, in modo da renderne un lato impermeabile e l’altro peloso.

Leopold Kupelwieser, Ritratto di Giovanni Battista Giuseppe Fabiano Sebastiano d’Asburgo-Lorena, arciduca d’Austria (particolare) – 1828.

L’uomo europeo, ha perpetrato la caccia anche in ambito coloniale: la giacca sahariana, usata nei primi del ‘900 per la caccia grossa in savana, è nata in ambito bellico e esplorativo. La sua praticità, consiste nelle tasche dalla comoda cintura, che la tengono ben aderente al corpo anche durante le folate di vento desertiche, rendendola molto versatile. Si dice che sia stata portata di moda dall’aviatore canadese Arthur Roy Brown (1893 – 1944), che secondo alcuni potrebbe aver abbattuto, il tragico 21 aprile 1918, l’aviatore ed ufficiale tedesco Manfred Albrecht von Richthofen (1892 – 1918), conosciuto col nome di  Barone Rosso. La sahariana in genere è realizzata in cotone, lino, tessuto impermeabile o anche velluto a coste.

A sinistra fotogramma del paziente inglese (The English Patient), film del 1996 diretto da Anthony Minghella, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore canadese Michael Ondaatje: nella foto l’attore e protagonista Ralph Fiennes in Sahariana. Nella foto di destra Sahariana militare di un reale coloniale britannico ai primi del secolo del 900.

Le quattro tasche a soffietto e una cintura in vita,  di color  kaki, consentono di riporre comodamente gli oggetti e di proteggersi dalle bufere di sabbia. Il clima africano, ovviamente, è stato determinante per forgiarne la forma. In passato veniva realizzata in drill di cotone, un tessuto molto resistente e di lunga durata, abitualmente destinato alle divise coloniali inglesi. Un celebre amante di questa giacca è stato Ernest Hemingway, che se le faceva appositamente confezionare dal negozio di New York Abercrombie & Fitch, specializzato in abbigliamento sportivo.

 

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Sul concetto teorico di educazione occidentale

Sul concetto teorico di educazione occidentale

di Giuseppe Baiocchi del 13/11/2018

Tema decisivo della nostra cultura europea è l’educazione: in fondo educare significa coltivare una mente, un’anima, coltivare anche un corpo. Il tema educativo è fondamentale per la nostra civiltà, ma generalmente per ogni cultura che pensi al futuro. Educare significa allevare delle persone che “saranno domani”; difficile educare un cinquantenne in formato “permanente”. L’educazione è dunque un tema decisivo per quelle culture che pensano al proprio futuro, poiché pensare al divenire significa essenzialmente in-vestire nell’espressione orrenda del “capitale umano”.

Insegnante con bambini in una scuola austriaca nel 1930.

Dunque l’indice migliore per capire che una società è in crisi  è quella di vedere l’indice di educazione programmatica, poiché una società che non investe in educazione, non prepara il proprio futuro; si limita soprattutto a “sopravvivere”, si limita a “galleggiare”.
Educazione può essere espressa in vari modi, nelle nostre lingue: partendo dal greco παιδεία (paidéia), letteralmente sta a significare educare il fanciullo, pâis. Certo una persona matura e intelligente continua ad educarsi, tuttavia noi conosciamo che da un punto di vista medico, il nostro cervello oltre una certa età non è più modellabile: è un fatto fisico, non siamo meno intelligenti, ma la mente diviene diversa, elabora, approfondisce, ma fatica enormemente a rimodellarsi; esempio lampante lo abbiamo nell’apprendere una lingua, poiché arrivati ad una certa età, non si riesce a parlarla correttamente – se non meccanicamente. Quindi paidéia, tema platonico nelle sue origini greche, è un bel nome, dal latino educĕre, condurre fuori, far uscire, far sgorgare qualcosa dal fondo. Possiamo dunque dire che educare è l’opposto di informare: “educĕre, in-formare”. Sono due visioni del mondo completamente opposte, in questi termini che noi continuamente confondiamo, perché oramai caratteristica della nostra epoca è parlare, senza sapere ciò che si dice: senza essere informati dei termini che usiamo.
Dunque riprendendo il latino, se io “traggo fuori” qualcosa da un contenitore, significa che in tale oggetto vi è qualcosa; che quel contenitore non è un vuoto, se io “traggo fuori” un elemento: ciò significa che la scatola non è vuota. Ciò sta a significare che una concezione della persona che educo, non è la visione di un contenitore svuotato di sé, platonicamente parlando, ma sta a significare che nella mente di quel individuo vi è “in potenza” il tutto: da qui “educare”.
Bisogna conoscere e ri-conoscere il valore di quella persona che ho di fronte, capire le potenzialità dell’individuo ed essere così talentuosi da trarne fuori il meglio. È la visione maieutica (maieutiké, sottinteso: téchne) della paidéia propria dei cardini della nostra Europa.

La Scuola di Atene (particolare) è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1511 ed è situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro “Stanze Vaticane”, poste all’interno dei Palazzi Apostolici (Città del Vaticano).

L’educazione maieutica consiste nel “far partorire” la persona che ho di fronte – la donna che sta per partorire ha bisogno del medico che trae fuori il neonato -, poiché ciò che il pâis ha in sé, non riesce ad emergere da solo, ma ha bisogno di un “medico” che lo aiuti (le analogie tra medicina e filosofia, sono infinite). A questa visione educativa, se ne contrappone  un’altra: vi è il docente, la scatola vuota del dicente, e il primo che in-forma; ovvero mette la propria forma in quella scatola. È una scelta decisiva per una civiltà, prima di tutto si deve intendere bene quale modello scegliere: quello dell’educazione dove la relazione tra docente-discente, sia composta dal primo che si sforzi di comprende l’intelletto del secondo; oppure un modello in cui c’è il docente che conosce e trasmette il suo sapere in forma costrittiva al discente? Vogliamo il modello informativo? Finché il nostro Ministro dell’Istruzione (passato-presente) non decida tale indirizzo, l’educazione non potrà funzionare.
Quale il fine per cui educo? I due modelli non sono compatibili. A che serve educare? L’educazione deve essere finalizzata all’utile, o alla virtù – parafrasando Aristotele. Deve essere un’educazione che serve alla professione – qualunque essa sia – o serve a formare un “uomo buono”?
Certamente ci appaiono oggi domande insensate, ma sono più attuali che mai, poiché abbiamo un modello di educazione che deve “servire”. La scuola al “servizio” della professione. È certamente una contraddizione in termini, un paradosso: la scuola al servizio, letteralmente, sta a significare che il periodo della vita in cui un individuo è in scholé, ovvero in ozio, è tutto organizzato al fine dell’occupazione. Perché? È una contraddizione in termini. Come può un elemento in ozio a “servire”? La contraddizione si annulla se si afferma che il periodo dell’educazione non deve essere rivolto a “servire” qualcosa, ma è rivolto a “formare” – a dare forma – a quella persona che io educo: a renderla buona, ma non sotto il punto di vista morale, ma sotto il punto di vista etico – che è integro, in forma, padrone delle proprie capacità.
Il modello educativo che non è finalizzato al “servire” qualcosa, ma si indirizza verso la costituzione dell’uomo nella sua libertà: nell’essere umano che certamente poi si professionalizzerà, si specializzarà, ma sempre partendo dalla sua integrità in quanto “forma”.
Il servizio della scuola è il tradimento dell’essenza stessa del plesso scolastico e non meramente sotto il profilo letterale del termine, poiché il senso della terminologia si identifica con il suo fine educativo. Certamente nell’età antica l’uomo libero (lībĕr – figlio) era colui, a differenza degli individui impegnati nei lavori manuali, che dirigeva – l’élite che comandava. I “veri liberi” (i figli di) erano il vero limite dell’antichità, ma per tale ragione noi oggi dobbiamo eliminarne l’idea di fondo? Nella nostra epoca dobbiamo essere “per tutti” e non per la libertà di pochi, ma certamente non tutti “al servizio”. Nonostante l’imposizione dei media e delle piattaforme multimediali, dobbiamo tornare “liberi”, per non rischiare di rimanere all’interno della miopia, della cecità, del processo educativo totalizzante che mira unicamente alla “professionalizzazione” in quanto tale. È molto più attuale il processo formativo rivolto a formare l’uomo “buono”, il quale possiede la capacità di specializzarsi liberamente, che l’individuo educato alla mera professionalizzazione.
Proprio oggi la velocità di trasformazione lavorativa, legate alle tecniche professionali di occupazione, vuole un’educazione formata nel senso più alto del temine, come indicato. Proprio questo termine angosciante dell’occupazione, ci rende “occupati”; ma perché devo essere “occupato”? Voglio lavorare e non essere occupato: perché quando lavoro devo essere occupato? Perché non libero? Dobbiamo usare un linguaggio educativo di formazione verso i giovani, che li spinga verso una strada di autonomia e quindi di libertà.
Quindi due stadi: il primo è certamente il modello – comunicazione, educazione o informazione -; il secondo consiste nel chiedersi se essere al servizio dell’utile o della virtù. Proprio tale ultimo termine dal greco Aretè (ἀρετή) significa propriamente la capacità di compiere qualsiasi cosa “al limite”, di averne “la potenza” – rendere il pâis (fanciullo) potente di tutto. Ma tale “potenza” può essere esercitata unicamente se si è “liberi” dal servire questo o quello. Se si possiede una educazione al servizio non si sarà mai totalmente in libertà (discorso differente nel servire un’ideale superiore ideologicamente, soggettivo, in piena libertà di spirito). Tale prerogativa legata all’asservimento, non ci renderà mai pronti ad affrontare di slancio i radicali mutamenti di contesto della nostra epoca – legata alla velocità – della nostra contemporaneità.
Un terzo modello può essere incentrato sul “come”, educare: educare tutto – bisogna trarre fuori quell’essere in potenza. Il docente dovrebbe in primis capirne la natura; esso potrebbe essere paragonato ad un medico. L’insegnante non può pensare di “trarre fuori” la stessa potenza da chiunque, poiché la natura di coloro che incontra e di coloro con i quali entra in comunicazione (la parola – opposto di informazione) è diversa. Deve Cum-prendere quella natura: non esiste una educazione strettamente egualitaria – i regimi totalitari ci hanno provato e hanno fallito miseramente. Anche il fisico va educato: in Italia la sottovalutazione fisica (educazione ginnica) è folle; ancora altro elemento messo da parte è la musica, il linguaggio più universale che l’uomo occidentale ha conosciuto.
Perché ginnastica e musica? Perché i greci pensavano che le basi della paidéia operavano nel ragazzo, la forma e l’armonia tra le parti. Se il fanciullo veniva educato al linguaggio universale della musica, esso poteva muoversi armonicamente, controllando la situazione (data dal ritmo) dei movimenti delle parti del suo corpo, formando in lui, naturalmente, un’idea di colleganza, di composizione, di forma. Naturalmente se si è così educati, nella propria vita non “ si stonerà” mai (se si esclude l’amore), qualsiasi sia la propria attività, addirittura ci sembrerà innaturale tutto ciò che vìola le leggi dell’armonia, della composizione, della forma. Se si viene educati bene e si desidera intraprende l’arte della politica, sicuramente non si potranno commettere ruberie, perché si avrà avversione; esattamente come l’educazione porta a non commettere gesti poco consueti in pubblico.
Così ragionavano i nostri classici: l’educazione deve formare l’abitudine, se questa non ci forma verso una vita “buona”, non possiamo parlare di educazione; si possono apprendere tutte le nozioni disciplinari, ma se si è sprovvisti di educazione verso “l’abitudine” (èthos) la fatica nozionistica appare vana, fine a se stessa. Non a caso i latini riprendono il termine mores affermavano che l’importanza delle leggi è nulla senza l’educazione (i mores), poiché queste verranno sistematicamente disobbedite. Ed è qui che torniamo alla scuola e alla sua importanza, quando questa è rivolta alla virtù, alla bontà e non quando essa è rivolta a dare qualche informazione: può dare un milione di nozioni, ma non formerà mai l’abitudine alla vita buona (la Chiesa insegna l’idea giusta dell’abitudine all’educazione, solo per citarne un esempio in ambito prettamente medievale). È proprio dall’armonia educativa che nascono l’aritmetica, la geometria, la filosofia, l’architettura e tutte le discipline che compongono l’avere umano. Non a caso la Politeia (πολιτεία) di Platone è la somma opera della filosofia occidentale, che parte dall’archetipo della ginnastica e della musica: educazione e armonia delle parti.

 

Per approfondimenti:
_Platone, Teeteto, o Sulla Scienza, Milano, Feltrinelli, 2005;
_Dialoghi di Platone. Teeteto, Fratelli Bocca, 1892;
_C. Kahn, Platone e il dialogo socratico, Vita e Pensiero, Milano 2008;
_F. Adorno, Introduzione a Platone, Laterza, Roma-Bari 1995;
_Franco Volpi, M. Heidegger, L’essenza della verità: sul mito della caverna e sul Teeteto di Platone; Adelphi, Milano, 1997;
_Aristotele, Le tre etiche, Milano Bompiani, 2008;
_Aristotele, Etica Nicomachea, Bari, Laterza, 1999;
_Lucia Caiani, Lettura dell’Etica Nicomachea di Aristotele, Torino, UTET, 1998;
_Franco Volpi, È ancora possibile un’etica? Heidegger e la “filosofia pratica” – Acta Philosophica, vol. 11 (2002).

 

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