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Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni

Talleyrand: un animale politico per tutte le stagioni

di Giuseppe Baiocchi del 10/10/2018

Probabilmente nessun uomo politico più di Charles Maurice Talleyrand è riuscito ad attraversare indenne cambiamenti epocali come quelli intercorsi tra la Rivoluzione francese, il regime napoleonico e l’età della restaurazione, riuscendo sempre a trarre vantaggio da ogni circostanza, e senza mai perdere il ruolo da protagonista che era stato capace di costruirsi nel corso degli anni.

François Gérard, Charles-Maurice, Principe di Talleyrand (particolare),1808.

Nacque nel 1754 da una importante famiglia della nobiltà francese, dove l’impresa della casata intitolava Re qué Diou (nient’altro che Dio): zoppo dalla nascita a causa di un incidente, per camminare dovette sempre ricorrere ad una ingombrante protesi metallica, e a causa di questo non poté intraprendere la carriera militare, da sempre intrapresa dai membri della sua famiglia.
I familiari decisero dunque di avviarlo alla carriera ecclesiastica, dove avrebbe, secondo loro, trovato riparo dalle difficoltà che la sua malformazione gli avrebbe senza dubbio procurato. Nel 1779 venne ordinato sacerdote e grazie al suo alto rango ricoprì da subito posizioni di grande rilevanza: fu dapprima nominato abate di Saint-Remy a Reims, e successivamente, nel 1788, divenne vescovo di Autun. Tutto questo, nonostante il suo comportamento fosse tutt’altro che irreprensibile: egli amava infatti la bella vita, frequentava i salotti dell’aristocrazia e intratteneva regolarmente rapporti amorosi con diverse donne sposate. Ma per capire l’Io del personaggio in questione, bisogna innanzi tutto carpirne lo stato d’animo: egli è appartenuto all’epoca del “piacere di vivere”, dove ha conosciuto le raffinatezze o gli eccessi di quel bel mondo, il danaro, i sensi, l’amore, il gioco, gli intrighi d’alcova, il tutto rivestito da una vernice di eleganza che pareva salvare ogni cosa ed era invece la peggiore delle corruzioni. Ma da questo a tradire – per assicurarsi una fortuna – la sua classe, gli amici, il re, Dio, la distanza è grande; bisogna che in questa serie di tradimenti si intraveda la vendetta di un grande delitto di cui ha creduto di essere vittima. Ad un suo caro amico asserirà: «Vogliono fare di me un prete ebbene, vedrete che faranno di me un pessimo soggetto! Se ne pentiranno! Mi hanno costretto ad essere sacerdote». Qui è il suo intimo segreto: il sacramento ricevuto senza la fede e nella ribellione del cuore ha plasmato, de facto, un individuo costretto per tutta la sua vita a fare di necessità virtù.
L’incontro con il duca Étienne François di Choiseul (1719 – 1785), relegato da quattordici anni in un superbo esilio confinato a Chanteloup, lo segnerà sotto il profilo geopolitico. L’antico politicante francese lo istruì nell’arte del “grande giuoco” della diplomazia dell’Ancien Regime. In particolar modo il duca di Choiseul aveva da sempre preferito il rovesciamento delle alleanze in favore del Regno di Francia, rompendo con la politica che da secoli metteva i Borboni contro la casa d’Austria. Difatti con l’appoggio dell’ex nemica, l’Austria, il diplomatico aveva preparato la rivincita delle disfatte francesi nella Guerra dei sette anni (1756 – 1763); e, per abbattere la grandezza sempre più abbagliante dell’Inghilterra, aveva legato con un “patto di famiglia” i príncipi Borboni di Francia, di Spagna e d’Italia.
Talleyrand da uomo acuto quale era non mancò di cogliere l’ennesimo consiglio del vecchio duca, riguardante il futuro assetto politico della Francia che andava mutando nella nuova epoca.
Da mezzo secolo la Chiesa, davanti ai progressi ogni giorno crescenti nella filosofia, perdeva prestigio di lustro in lustro; il nuovo Regno avrebbe sopportato che un prete la governasse? Questo l’interrogativo. La Francia dopo cinque ministri cardinali: Richelieu, Mazarino, Dubois, Fleury e Bernis; sembrava aver terminato il tempo per un uomo di Chiesa al potere, seppur questo – si raccomandava Choiseul – doveva continuare ad essere un uomo di Corte.
Successivamente, anche le sue scelte politiche contrasteranno notevolmente col ruolo da lui ricoperto: allo scoppio della rivoluzione francese, egli entrò a far parte dell’Assemblea Costituente.
Il passaggio di campo non è casuale, difatti il vescovo si iscrive a tutte le grandi logge massoniche, prima quella dei Philalèthes (culla del Club dei Giacobini), successivamente entrerà a far parte degli Amis réunis, che già raccoglieva i futuri protagonisti della rivoluzione. Lo storico Louis Madelin (1871 – 1956) ne trae una descrizione spietata: «Périgord dal cuore freddo, dall’anima tanto chiusa, calcolatore sempre curvo sui propri calcoli, politico sempre intento alla sua politica, pieno di circospezioni e cautele […] era di quelli che sfruttano l’amicizia, come l’amore, per la soddisfazione di un’ambizione fatta soprattutto di cupidigia».

Da sinistra: Il giuramento di La Fayette alla Fête de la Fédération, 14 luglio 1790. Talleyrand, allora vescovo di Autun, può essere visto all’estrema destra. Scuola francese, XVIII secolo. Musée Carnavalet. A destra: Festa della federazione al Campo di Marte, 14 luglio 1790. Incisione su legno di Helman, da una foto di C. Monet, Pittore del Re.

Fu proprio lui a proporre e a far approvare la decisione di confiscare i beni della Chiesa – grazie ai quali si arricchì notevolmente – provocando lo sdegno della sua diocesi che così affermava: «La vostra apostasia non ha sorpreso nessuno […] Giunto a quel punto di obbrobrio dove nulla può avvilire né denigrare nell’opinione pubblica, non dovevate avere altra aspirazione che quella di perfezionare la vostra iniquità e di raccoglierne i frutti. L’infamia in questo mondo, la dannazione nell’altro: quale retaggio, gran Dio! Ed è vescovo della nostra Santa religione, è un successore degli Apostoli che vorrebbe trascinarci con sé nell’abisso»!
Talleyrand fu anche uno dei promotori della Costituzione Civile del clero che, in pratica, faceva dei preti che l’accettavano dei dipendenti dello Stato. La costituzione civile non fu ideata da Talleyrand, ma egli lavorava per attuarla, dando vita alla chiesa scismatica che ne era nata. Poiché il giuramento era obbligatorio, era logico che anche egli andasse a giurare. Lo fece senza chiasso; all’inizio della seduta del 28 dicembre 1790, mentre pochissimi deputati erano ai loro posti, raggiunse furtivamente la tribuna e, a voce bassa, prestò giuramento, come se sbrigasse una formalità senza importanza. Egli consacrò anche i primi due vescovi fedeli alla Costituzione, e proprio per questo, nel 1791 Pio VI, con il breve Quod aliquanta caritas (10 marzo), espresso il dolore che gli procurava l’atteggiamento del vescovo di Autun, lo dichiarava, in séguito alla sacrilega cerimonia del 24 febbraio, sospeso e scomunicato.
Parallelamente la sua famiglia naturale lo rinnegava: lo zio, arcivescovo di Reims, avendo rifiutato di giurare, era partito in esilio.
In seguito a queste condanne morali, risponderà da principe di Benevento: «Ho saputo che alcuni, non in quest’epoca, ma dopo la restaurazione, trovarono che si fa male ad accettare impieghi in tempo di crisi e di rivoluzione, quando è impossibile fare il bene assoluto. Mi è sempre parso che ci fosse qualcosa di molto superficiale in tale modo di giudicare. Nelle faccende di questo mondo non bisogna fermarsi soltanto al tempo presente: quello che è si riduce sempre a poca cosa, quando si pensa che quello che è produce quello che sarà; e, in verità, per arrivarci, bisogna pur mettersi per strada! […] Si accetta, non già per servire uomini o cose che spiacciono, ma per utilizzarli a vantaggio dell’avvenire. […] editore responsabile delle opere altrui. […] la vera grandezza sia quella che si limita da sé, la vera forza quella che si modera».
Successivamente, fu accusato di complicità con Luigi XVI e condannato a morte dalla Convenzione. Decise così di fuggire negli Stati Uniti, dove rimase per alcuni anni, guadagnandosi da vivere facendo l’agente immobiliare. Ritornò in Francia nel 1796, grazie all’intervento dei suoi amici, che convinsero la Convenzione ad annullare la sua condanna.
Dopo la morte di Robespierre e la fine del Terrore, ottenne un posto come ministro degli Esteri nel nuovo governo del Direttorio. Nello stesso periodo conobbe Napoleone Bonaparte: Talleyrand è troppo astuto e, d’altra parte, troppo bene informato, per non avere da mesi scorto nel vincitore di Rivoli, nel negoziatore di Loeben, l’uomo del domani. Tra i due nacquero subito stima e simpatia, così, dopo la presa di potere di quest’ultimo, Talleyrand ricoprì un ruolo molto importante all’interno dell’entourage del generale. Anche Napoleone ha scorto via via con maggior chiarezza, in questo gran signore traviato, una superiorità di spirito e di vedute della quale, ignorando ancor molto della politica, intende servirsi. Il generale, appena arrivato nel suo palazzo e prima ancora di aver avvisato il direttorio, aveva per mezzo di un messaggero chiesto un immediato colloquio al cittadino Talleyrand-Périgord. Al primo incontro, scriverà l’ex abate: «Bonaparte mi parve avere un aspetto molto simpatico: venti battaglie vinte stanno così bene alla giovinezza, a un bello sguardo e ad una specie di stanchezza. Qui c’è dell’avvenire»! Egli insistette sul piacere che aveva provato nel corrispondere con una persona tanto diversa dagli altri del direttorio. Uscirono dallo studio a braccetto.
Ancora dalle parole di Madelin: «L’ex vescovo non ha mai visto nella repubblica, proclamata nel 1792, altro che un increscioso espediente; è rimasto monarchico in tutte le sue fibre; ma non ha mai pensato alla possibile restaurazione del trono dei Borboni. Anche se lo stesso console fosse stato disposto a farsi il “Monk dei gigli”, la nuova Francia avrebbe rifiutato di seguirlo in questa impresa. Troppi interessi sarebbero stati minacciati, troppe teste in pericolo; interessi potenti, teste eminenti nello Stato: dalla massa dei “compratori di beni nazionali” al gruppo ancora influente dei “regicidi”, un mondo intero da barriera, deciso a tutto piuttosto che a sopportare il ritorno del fratello di Luigi XVI è degli emigrati armati delle loro rivendicazioni, avidi di rappresaglie. Talleyrand non è “compratore”, né “regicida”; è tuttavia tra i più compromessi: è l’uomo che […] la corona trattava da ribelle, la nobiltà da disertore e la chiesa da apostata».
Difatti i Borboni non nascondono verso di lui, sentimenti di ostilità e odio: il vescovo di Arras, Conzié, ministro del Re in esilio, arrivato a Parigi per “trattare” una restaurazione per mano di Napoleone, così si esprimeva su Talleyrand: «se rientriamo in Francia, evidentemente egli non vi potrà restare, ma io gli garantisco un salvacondotto per il Paese straniero che preferirà».
Non a caso l’ex vescovo di Autun si espresse, in forma molto diplomatica verso Bonaparte, sempre in negativo verso un’eventuale ritorno di Luigi XVIII. Però, sia pure ripudiando i Borboni, rimane monarchico. Nessuno più ardentemente e più prontamente di lui ha desiderato avviare il giovane soldato verso un trono restaurato. Dietro ovviamente c’è un interesse squisitamente geopolitico, difatti come amava citare il generale Bonaparte «si sopprime solamente quello che si sostituisce». Finché fosse esistita una repubblica, anche unicamente nominale, era possibile un ritorno della monarchia borbonica; questa restaurazione sarebbe diventata infinitamente più difficile se, rialzato il trono, un’altra dinastia vi fosse instaurata, dando soddisfazione allo spirito fondamentalmente monarchico del Paese.
Per allontanare Napoleone dalla dinastia, Talleyrand si macchiò di uno spregevole delitto, passato alla storia come “l’uccisione del duca di Enghien”.
La cospirazione vandeana Cadoudal-Pichegru-Moreau (1803), mirante il rapimento ed eventuale uccisione del Primo Console, fallita a causa dell’intervento della polizia segreta di Napoleone, si pensa sia stata fomentata dai Borboni, ma non si hanno prove e soprattutto non si è riuscito a catturare nessun cospiratore legato alla famiglia reale.
Talleyrand il 1°marzo, segnala a Bonaparte la presenza a Ettenheim, nel granducato di Baden, a qualche lega da Strasburgo, di un altro Borbone, Luigi Antonio, Duca di Enghien (1772 – 1804), nipote del principe di Condé; il giovane principe tenta, insinua Talleyrand, di sollevare con i suoi emissari la vicina Alsazia. Il duca venne rapito il 15 in spregio a qualsiasi regola; il 20 imprigionato a Vincennes dove veniva giustiziato nella notte dal 20 al 21. L’uccisione del duca di Enghien era stato per Talleyrand l’affare che faceva definitivamente allontanare il generale còrso da qualsiasi possibilità di restaurazione borbonica, in quanto si era macchiato di un vero e proprio delitto, fucilando un innocente.

Jean-Paul Laurens, Il Duca di Enghien nei fossati di Vincennes (particolare),1873.

Sotto il lato geopolitico Talleyrand è un cinico spietato, ma ha ragione: la Francia dalle sue vittorie, non ha tratto un sistema meditato e questa Europa monarchica si sarebbe unita continuamente contro un Paese repubblicano che, non contento di ingrandirsi all’eccesso, pretendeva in nome di principì proclamati, di demolire, tutti gli Stati. Tra la rivoluzione e i troni il duello è a morte; può, in alcuni momenti venir meno, ma non potrà aver fine se non il giorno in cui uno dei due avversari sarà stato definitivamente eliminato. Nulla di più contrario alla tradizione diplomatica del vecchio regime, quanto una lotta a morte, come nulla vi è più contrario delle conquiste smisurate e troppo presto effettuate. La grande politica internazionale è un giuoco che dura da secoli; da un Luigi XI a un Richelieu, da un Richelieu a un Choiseul e fino a un Vergennes, lo statista francese che ha conosciuto il suo mestiere si è adattato al sistema, mandando avanti i suoi pezzi a destra, a sinistra, senza mai scompigliare la scacchiera, facendo rimanere il grande giuoco, sempre libero.
Dunque possiamo definire questo singolare personaggio storico un servo della Patria o un uomo senza scrupoli? Se da un lato entrambe le ipotesi non possono essere scartate, dall’altro lato della medaglia, Talleyrand usava il potere per arricchirsi smisuratamente.
Nessun ministro più di lui ha avuto danaro dalle sue funzioni, dalle sue azioni, dai suoi gesti, dai suoi successi e perfino dalle sue delusioni. Alla sua nomina al ministero sotto il direttorio affermò con foga: «Abbiamo il posto: bisogna trarne una fortuna immensa, una immensa fortuna»! Egli d’altro canto dirà sempre che perduto il posto, non vuole domandare l’elemosina, ma bisogna rifare un po’ di fortuna per non trovarsi nel bisogno in una continua dipendenza. Era nato gran Signore, ma con una fortuna relativamente mediocre. Gli piaceva la vita larga, più che larga; la vita nella quale si può spendere senza contare. In gioventù aveva preso le abitudini più costose: le donne, il mangiar bene, il tenore di vita e soprattutto il gioco che divora. Nessuna avarizia nella sua cubidigia; l’oro è fatto per circolare: nascerà il mito degli “zuccherini di Talleyrand”. Mezza Europa ne parlava. In realtà, pareva, non avere mai denaro, rovinandosi di continuo; appena conseguiti i primi grossi guadagni lo si era veduto, sotto il direttorio, comprare palazzi e ville, concedersi una scuderia, condurre vita spettacolare. Sotto il consolato aveva acquistato un palazzo in Via d’Auteuil, un’altra a Passy, due belle “folies” dove dava feste sontuose. Gli mancava però una proprietà veramente signorile e fu proprio il primo console a procurargliene i mezzi: uno dei prefetti del palazzo consolare, Legendre di Luçay, propose il suo castello e la sua tenuta di Valençay, diventati per lui troppo gravosi. Ne chiedeva 1.600.000. Talleyrand dichiarava di non poter pagare una cifra tanto cospicua, così Bonaparte dichiarò che avrebbe partecipato con molta larghezza all’acquisto pagando quasi tutto. Il ministro ci guadagnò una magnifica tenuta che si estendeva su ventitré comuni del dipartimento dell’Indre: 19.472 ettari di bosco e di terre, uno dei più bei parchi di Francia e quel castello storico che ricollocava Talleyrand, un tempo decaduto, in una signoria principesca, dove un giorno sarà sepolto.
Ma dopo l’incoronazione di Napoleone a Imperatore (1804) i due cominciarono ad allontanarsi, per divergenze politiche e personali.

Dal 1799 al 1807 Talleyrand fu ministro degli esteri di Napoleone I. Alla cui incoronazione il pittore Jacques-Louis David lo mise alle spalle di Cambacérès (da sinistra a destra) e del maresciallo Berthier (nel dipinto “incoronazione di Napoleone”).

Il suo intuito politico gli fece inoltre prevedere che, continuando su quella strada, Napoleone si sarebbe rovinato; cominciò così ad accordarsi segretamente coi suoi nemici – in particolare l’Austria di Metternich e la Russia si Alessandro I – in modo da poter uscire indenne da una sua eventuale sconfitta. Da questo momento, egli diventerà uno dei principali oppositori dell’Imperatore. Ciononostante, egli stette bene attento a non rompere definitivamente; anzi, quando il sovrano chiamava Talleyrand era sempre pronto a rispondere e ad elargirgli i suoi consigli.
Celebre fu una sfuriata dell’Imperatore dei francesi, durante un ristretto consiglio al quale assistevano, con alcuni ministri, i dignitari presenti a Parigi. Napoleone camminando su e giù, come era sua abitudine, con le mani dietro la schiena, si sfogò: «Quelli che io ho fatto gran dignitari o ministri cessano di essere liberi nei loro pensieri e nelle loro espressioni. Possono essere soltanto gli organi della mia volontà. Per costoro il tradimento è già cominciato quando si permettono di dubitare; tale tradimento è completo se dal dubbio arrivano fino al dissenso. […] Ladro! Siete un ladro! Siete un vigliacco! Un uomo senza fede. Voi non credete in Dio; per tutta la vita avete mancato a tutti i vostri doveri; avete ingannato, tradito tutti; per voi non c’è nulla di sacro; vendereste vostro padre. Vi ho colmato di favori e non c’è nulla di cui non siate capace contro di me! E così, da dieci mesi, avete spinto l’impudenza, poiché supponete a torto che i miei affari di Spagna vadano male, fino a dire a tutti che avete sempre biasimato la mia impresa contro questo regno, mentre siete stato voi a darmene la prima idea e a spingermi con insistenza. E quell’uomo, quel disgraziato! (Tutti capirono che si trattava del duca di Enghien). Da chi sono stato avvertito sul luogo della sua residenza? Chi mi ha spinto a infierire contro di lui? Quali sono dunque i vostri progetti? Che cosa volete? Che cosa sperate? Abbiate il coraggio di dirlo. Meritereste che vi spezzassi come un bicchiere! Ho il potere di farlo, ma vi disprezzo troppo per prendermi tanta briga. Perché non vi ho fatto impiccare alle cancellate del Carrousel? Ma ce n’è il tempo ancora! Ah ecco, siete della merda in una calza di seta! Sappiate che se una rivoluzione sopravvenisse qualsiasi parte vi aveste presa, essa vi schiaccerebbe per primi».
Tutti gli occhi erano fissi sul principe, che per qualche minuto continuò a restare immobile e muto. Si diresse finalmente, a sua volta, col suo passo zoppicante, verso la porta. In quel momento, si racconta, prima di varcare la soglia, voltandosi verso i colleghi costernati, disse con voce bianca: «Peccato, signori, che così grand’uomo sia talmente mal educato»! Piccola rivincita del “gentiluomo nato” sopra “l’arrivato”.
Bonaparte impone con la forza anche l’allontanamento da Parigi della moglie di Talleyrand, Catherine Noele Grand (1762 – 1834), a causa della sua condotta licenziosa: è pubblicamente l’amante del duca di San Carlos.
Nel 1814 dopo che Napoleone, ormai sconfitto, aveva dovuto firmare l’atto di resa, egli riuscì di nuovo a rimanere sulla cresta dell’onda: fu eletto infatti tra i cinque membri del consiglio che avrebbe avuto il compito di preparare una nuova costituzione per la Francia.
A maggio salì al trono Luigi XVIII. Il nuovo sovrano, vista la mancanza di politici dotati dell’abilità necessaria, offrì a Talleyrand il ruolo di ministro degli esteri, con lo specifico incarico di negoziare con le potenze vincitrici le condizioni per la pace. Ecco che all’apertura del Congresso di Vienna, un personaggio dal passato così compromettente si ritrovò invece tra i protagonisti assoluti di questa nuova fase della storia europea.
Fu grazie al suo abile operato che il principio di legittimità divenne uno dei cardini del Congresso di Vienna e in forza di esso la Francia borbonica poté evitare sanzioni e sedere al tavolo dei vincitori.
Nel febbraio 1815, a Congresso ancora in corso, Napoleone fuggì dall’Elba e cominciò a radunare un esercito per riprendersi il potere. Subito il generale offrì a Talleyrand il ministero degli Esteri, ma quest’ultimo lo rifiutò. Secondo alcuni storici, sarebbe stato infatti proprio lui, di comune accordo con Metternich, a organizzare la fuga di Napoleone, in modo da dare una scossa alle trattative di Vienna, che stavano attraversando una fase di stallo.

Fu grazie alla sua abilità che la Francia fu preservata come una grande potenza – qui in una conversazione con gli statisti tedeschi (da sinistra a destra) Montgelas, Hardenberg, Metternich e Gentz.

Anche qui si nota la complicità con Metternich: tutti e due nobili ancien régime, avventuratisi nell’enorme scompiglio che la rivoluzione francese aveva scatenato, tutti e due diplomatici nati e creati per tutte le astuzie del mestiere – la menzogna elegante e gli aspetti mascherati con grazia – tutti e due capaci di dissimulare sotto la maschera della cortesia più raffinata una feroce sete di affari e, con atteggiamenti grandiosi, il disprezzo della morale comune; tutti e due, infine, animati dalla stessa avversione per le nuove dottrine, i nuovi costumi, le nuove maniere e per il soldato “male educato” che ha definitivamente fatto entrare questi sistemi nella politica internazionale. Aggiungiamo che, fatti per capirsi, sono anche fatti per mettersi d’accordo poiché – allievi dei diplomatici dell’età precedente, l’uno nipote del cancelliere Kaunitz, l’altro discepolo del duca di Choiseul (i due fautori del famoso “rovesciamento” del 1759) sono rimasti fermi al “sistema” che sotto Luigi XV e Luigi XVI ha unito Francia e Austria.
Nel 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans (1773 – 1850) diviene re dopo la Rivoluzione di Luglio che defenestra Carlo X di Borbone, conte d’Artois (regno 1824 – 1830). Il nuovo sovrano, dietro la cui ascesa si intravede ancora la mano onnipresente del “Diavolo zoppo”, nomina Talleyrand ambasciatore straordinario a Londra con lo scopo di rassicurare gli altri Paesi europei, sotto la dipendenza nominale del ministro degli esteri Molé al quale naturalmente il principe di Benevento si guarda bene dall’obbedire. Come diplomatico contribuisce in modo determinante all’indipendenza del Belgio, che il Congresso di Vienna, contro il suo parere, aveva annesso ai Paesi Bassi: reagendo alla sollevazione in armi dei belgi, riesce a far indire una Conferenza a Londra fra le grandi potenze che sancisce l’indipendenza del Belgio. I riottosi Paesi Bassi tentano l’occupazione armata del nuovo Stato, ma Talleyrand riesce a far votare all’assemblea francese la decisione di intervenire militarmente nel caso accadesse, inducendo i Paesi Bassi al ritiro. Potrà così permettersi anche di far salire al trono belga il suo candidato, il principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo-Gotha. Il suo ultimo successo politico prima del suo ritiro è la firma di una quadruplice alleanza fra Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo.
Morì nel 1837, dopo aver ricoperto vari incarichi per il nuovo governo della monarchia costituzionale degli Orléans. Nei suoi ultimi istanti ricevette i sacramenti religiosi, tanto che la nobiltà parigina commentò ironicamente che era riuscito a negoziare anche il suo ingresso in Paradiso.
Non c’è dubbio che la figura di Talleyrand sia fortemente discutibile dal punto di vista morale ed egli d’altro canto amava ricordare come: «Voglio che per secoli si continui a discutere di quello che sono stato, di quello che ho pensato, di quello che ho voluto». Tuttavia, si deve riconoscere che, nonostante tutto, egli è stato sicuramente uno dei più grandi politici della sua epoca. Ma oltre all’intelligenza, ad un uomo politico che governa si chiede un elemento di cui Talleyrand, per le problematiche datogli dai voti ecclesiastici, non possedeva: la sensibilità che li rende umani e una coscienza legata ad un grande ideale che li ponga su un piano di superiorità rispetto al resto. Maurizio di Talleyrand già da molto tempo aveva soffocato la coscienza con lo spirito, portando quest’ultimo verso caratteri di assolutezza. Per oltrepassare il suo livello ed essere nella gerarchia dei “grandissimi” gli sono mancati il cuore elevato e l’osservanza dei grandi doveri; in ultima analisi è stato una delle più rare intelligenze che l’Europa abbia mai incontrato sul suo cammino.

 

Per approfondimenti:
_Alessandra Necci, Il Diavolo zoppo e il suo Compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, Marsilio, Venezia, 2015;
_André Castelot, La diplomazia del cinismo. La vita e l’opera di Talleyrand, l’inventore della politica degli equilibri dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione, Rizzoli, Milano, 1982;
_Louis Madelin, Talleyrand, Dall’Oglio, Milano, 1956;
_Antonio Sorelli, Talleyrand. Il ministro camaleonte, De Vecchi, Milano 1967.

 

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La solitudine in Pasolini ne “Le Ceneri di Gramsci”

La solitudine in Pasolini ne “Le Ceneri di Gramsci”

di Daniele Paolanti 09/10/2018

Dietro ad ogni sopraffine pensatore si cela sovente una profonda solitudine. É la storia di Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975), quasi incidentalmente collegata a quella di Antonio Gramsci (1891 – 1937), ne rappresenta la puntuale conferma. Il carcere di Gramsci (1926) si riflette e rimanda alla profonda amarezza di uno dei più grandi intellettuali del XX secolo, il quale accostava la delicatezza, quasi pascoliana, delle sue poesie, con la durezza ed il nitido realismo dei suoi film.

Pier Paolo Pasolini davanti alla tomba di Antonio Gramsci nel 1970.

Con Salò o le 120 giornate di Sodoma (1976) Pasolini, dando inizio a quella che avrebbe dovuto essere la “Trilogia della Morte” (mai completata essendo il film uscito nelle sale dopo la morte del regista avvenuta nel novembre del 1975), con un’incredibile lucidità, talvolta didascalica – per parafrasare l’opinione offertane da Carmelo Bene -, sulla scia dell’opera di De Sade, offre una visione del potere concepito nella sua più abietta accezione, quasi a voler lasciare nell’aria di un Paese ormai avviluppato da quell’omologazione sociale, che ha trovato la stura nel consumismo di massa e nella comunicazione mediatica, un ultimo disperato grido di sollecitazione a quella classe proletaria che in fretta stava scomparendo, per poi commistionarsi ineludibilmente alla borghesia.
Ed è con questi tormenti che il poeta si porta presso il cimitero acattolico di Roma, presso la tomba di Gramsci, così da conversare, quasi con pretesa confessionale, le sue irrequietezze all’unico spirito suo realmente affine. «Non è di maggio questa impura aria…», cos’altro aggiungere in guisa di parafrasi? Il malcontento pasoliniano si riflette così candidamente in questa esclamazione, unico rimando ad un passato glorioso prossimo ad un triste commiato, espressione dello sconforto nel percepire il tramonto della coscienza di classe e della lotta proletaria. L’intellettuale è messo al confino, tant’è che sia Gramsci, seppur defunto, come lo stesso Pasolini, sono relegati in un angusto alveo, nel quale soffrono la solitudine e l’estraneità di una realtà compromessa nel suo misero compendio valoriale: Gramsci, nel cimitero presso il quale è sepolto, avverte la sua alienità rispetto al mondo, cui si affianca la divenuta proverbiale solitudine di Pasolini: «Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore/era ancora vita, in quel maggio italiano/che alla vita aggiungeva almeno ardore…».
Il dialogo tra due dei più grandi pensatori del XX secolo è condotto con la lirica tenue che denota le composizioni pasoliniane, cui si affianca, quasi a rimpinguarla senza renderla barocchescamente ampollosa, la capacità maturata presumibilmente nel periodo friuliano, di compendiare con esile vezzosità gli attributi che candidamente attribuisce ai luoghi. E così ammette il poeta che «Qui il silenzio della morte è fede di un civile silenzio di uomini rimasti uomini, di un tedio che nel tedio del Parco, discreto muta: e la città che, indifferente, lo confina in mezzo a tuguri e a chiese, empia nella pietà, vi perde il suo splendore».
Nel dolente dialogo Pasolini rammenta a sé stesso ed al silente interlocutore di quanto l’avvilisca l’inesorabile lontananza dei momenti del passato, in cui il giovane delineava l’ideale «che illumina», mentre con nostalgia foscoliana guarda attorno a sé una Roma avviluppata dall’oscurità e da un metaforico degrado urbano, vestigia e ricordo degli ideali ch’egli guarda come religione, che lo conduce a percepire se stesso come un intellettuale irregolare «attratto da una vita proletaria».
Ancora asserirà: «La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza», ed è con questa malinconica consapevolezza che Pasolini si conduce verso un secolo che vitupera, con la sola certezza che «L’intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione […] La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che altri lo accettino o no».
La solitudine di Pasolini si estrinseca, quindi, in un angosciosa alienità rispetto alla società nella quale il pensatore opera, tant’è che l’ormai proverbiale isolamento della vox clamantis dello scrittore corsaro è ancora oggi, quasi proverbialmente, riportata come termine di paragone rispetto ad intellettuali malauguratamente emarginati per il loro incontenibile desiderio di verità.
La solitudine di Gramsci si palesa, da diversa seppur correlata angolazione esegetica, nella plumbea descrizione con la quale Pasolini illustra il luogo ove il pensatore suo affine è tutt’ora sepolto. Parlando di Gramsci i filosofi e pensatori contemporanei sono pervenuti ad ammettere che la sua sofferenza e solitudine trovasse la stura, quand’egli era in vita, nella diffusa, ed inverosimilmente crescente, esterofilia che ha condotto verso l’apatriottismo più volgare. Pur conservando un marcato margine di distanza rispetto a posizioni provincialistiche, Gramsci avvertiva la solitudine del suo pensiero non accompagnato da un reale amore per il proprio Paese, amore che avrebbe dovuto estrinsecarsi nella contemplazione delle sue beltà nonché nella strenua difesa del compendio valoriale che ne ha segnato la tradizione. Gramsci, come detto, è attualmente sepolto presso il cimitero acattolico di Roma, un’area urbana tradizionalmente borghese, ove il richiamo all’indole proletaria dell’intellettuale non è che un vago e lontano pensiero. Difatti la zona residenziale ove il cimitero è ubicato è perlopiù area borghese, composta da villette eleganti ed abitazioni lussuose.
Come messo in evidenza da alcuni autori, pertanto, Gramsci è costretto a subire la c.d. noia patrizia, quasi commiserevole rilevata la sua indole evidentemente antinomica rispetto al luogo della sua sepoltura. La delicatezza con la quale Pasolini descrive l’area («…questo cielo di bave sopra gli attici giallini che in semicerchi immensi fanno velo alle curve del Tevere, ai turchini monti del Lazio…») è funzionale a marcare con sempre maggiore evidenza questa noia patrizia, ove lo spirito proletario non è che un lontano eco. Non manca Pasolini di emarginare ulteriormente questo assunto, con una lodevole lirica la quale denota, in modo quasi iconografico, questa sciagurata lontananza: «E, sbiadito, solo ti giunge qualche colpo d’incudine dalle officine di Testaccio, sopito nel vespro: tra misere tettoie, nudi mucchi di latta, ferrivecchi, dove cantando vizioso un garzone già chiude la sua giornata, mentre intorno spiove». Come potrebbe, pensa il poeta, riposare ivi uno spirito già costretto ad essere irrequieto in vita, mentre l’alienità lo costringe all’esilio anche post-mortem? Difatti, nulla più andrebbe aggiunto all’asserto, lirico ma scandito con durezza (tradizionalmente estranea alla poetica pasoliniana, ma non alla sua cinematografia) con la quale è descritto questo angusto esilio: «Non puoi, lo vedi? che riposare in questo sito estraneo, ancora confinato», o ancora al ben più duro convincimento che «…e la città che, indifferente, lo confina in mezzo a tuguri e a chiese, empia nella pietà, vi perde il suo splendore». Gramsci dunque riposerebbe come fosse estraneo tra gli estranei, esiliato in terra acattolica, ma ancora libero tra pensatori rimasti liberi. E alla stregua di detto convincimento Pasolini si accosta a questi, rilevando l’ineludibile affinità che lo correla allo stesso, come se questi si fosse trovato accidentalmente presso il luogo di sepoltura e condotto verso esso dal, puranche afflittivo, richiamo di libertà di pensiero.

Antonio Gramsci, nome completo, così come registrato nell’atto di battesimo, Antonio Sebastiano Francesco Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937), è stato un politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario italiano.

Il confronto, dunque, per come proposto, interlineerebbe un dialogo avente ad oggetto l’ormai accertato cambiamento della società e il sorpasso, evidentemente non gradito, della tradizione proletaria, degli ambienti rurali che comunque esistevano ancora al tempo di Gramsci. Pasolini riconosce di non appartenere a quel contesto, eppure se ne sente inconsolabilmente attratto. Non è infatti la millenaria lotta della classe proletaria ad affascinare il poeta, quanto piuttosto la bellezza e genuinità della sua natura. Pur confrontandosi e rapportando il suo pensiero a quello del più grande intellettuale comunista, accantona proficuamente gli ideali della coscienza di classe, della lotta proletaria, per ricercare la tradizione autentica e vitale di quella gente che così tanto lo affascina. Nel corso di un’intervista televisiva, Pier Paolo Pasolini dichiarò, senza mezzi termini, come la sua compagnia ideale sarebbe rappresentata da persone umili e con un bassissimo grado di scolarizzazione, per stigmatizzare ancora una volta il suo amore per la semplicità e la ruralità.
Ma tutto questo non esiste più. Non ne resta che solitudine. La solitudine di un grigio maggio autunnale.

 

Per approfondimenti:
_Luca Galofaro, Gabriele Mastrigli, Manuel Scortichini, La Forma della città;
_Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, 2015;
_Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, 2014.
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Astor Piazzolla: una piccola Histoire du tango

Astor Piazzolla: una piccola Histoire du tango

di Carlotta Travaglini 05/10/2018

«E io sono cresciuto nel tango/perché il tango è maschio/perché il tango è forte./Ha odore della vita/ha il sapore della morte. Perché ho amato molto/e perché mi hanno/ingannato/e ho passato la vita morsicando sogni/perché sono un albero che non ha mai dato frutti/perché sono un cane che non ha padrone/perché nutro odi che non ho mai detto/perché quando amo/perché quando amo mi dissanguo in baci/perché ho amato tanto e non mi hanno amato/per questo canto con tanta tristezza/per questo…».
Così si esprimeva Celedonio Flores: Siamo nella cosiddetta “Vecchia guardia”, e nei sobborghi più chiassosi di Buenos Aires, tra echi di popolari candombes, habaneras, tangos andaluces… inizia a farsi strada un nuovo estro musicale, nuove melodie vengono improvvisate da musicisti dilettanti e danzate. Siamo all’origine stessa del tango, dove questo propriamente non esiste.
Ancora Tulio Carella asseriva: «le orchestre con cui il tango si è creato erano composte in modo sobrio: chitarra, violino, arpa, flauto, flautino; a volte un basso di metallo, una fisarmonica, un armonium portatile – il classico a tre ottave – e in occasioni un mandolino o una baldosa. Non c’è il pianoforte, perché il pianoforte è un oggetto di lusso».
Il tango serpeggia tra le sezioni più marginali della città. Viene praticato nei conventillos, le case degli immigrati, o nelle academias, dove gli uomini si possono divertire danzando liberamente con donne esperte di ballo, o nei peringundìn, locale dove fruire di cibi e bevande. Spesso è eseguito da trii di strumenti, con violini, chitarre o fisarmoniche e flauti.
Le classi più agiate non lo vedono di buon occhio. Per quelle dirigenziali è vicino all’immigrazione, un veicolo cosmopolita deteriorante per la cultura tradizionale argentina, sconveniente nei toni ed immorale. Solo dai primi decenni del ‘900 diventerà la mania nei grandi saloni delle capitali europee.
La sua popolarità iniziò nell’area di Messico, Antille ed Argentina; non è sicuro che l’ultima di esse fosse la regione che diede i natali al genere. Certo è che da essa gli Europei si videro consegnata la sua tradizione musicale.
Inizialmente il tango, genere popolare per eccellenza, si inserisce nel contesto di Buenos Aires e della sua propulsione demografica ed urbana; passa poi a Montevideo, che segue la medesima sorte. L’enorme crescita è dovuta soprattutto alla massiccia immigrazione di europei, di cui la maggior parte sono italiani.
I primi grandi nomi del tango argentino sono tutti figli di Italiani – Juan D’Arienzo, Osvaldo Puglise, Enrique Delfino, Juan Maglio, o lo stesso Astor Piazzolla, di nonni pugliesi da parte di padre e toscani da parte di madre.
L’avversione all’immigrazione degli argentini è forte, in particolare verso gli Italiani. Il loro insediamento di massa, i loro usi e costumi ben radicati, vengono visti come un sabotaggio della propria cultura nazionale. In effetti, non avevano tutti i torti. Il Tango stesso esprime questa fusione tra la popolazione del Rio del Plata pre-immigrazione e quella degli immigrati europei, la cui mistione porta a consistenti novità a livello sociale. Lo stesso lunfardo, argot (lingua di un ristretto gruppo sociale, ben codificata tra i suoi membri, per escludere dalla comunicazione tutti gli altri) spagnolo in uso a Montevideo e Buenos Aires, è ricco di termini italiani ed africani, ed è quello che dà voce alle atmosfere del tango. Ma non è tutto.
Jorges Louis Borges amava affermare: «Le gambe s’allacciano, gli sguardi si fondono, i corpi si amalgamano in un firulete (nel tango, passo di danza molto difficoltoso che il ballerino esegue a mo’ di ornamento) e si lasciano incantare. Dando l’impressione che il tango sia un grande abbraccio magico dal quale è difficile liberarsi. Perché in esso c’è qualcosa di provocante, qualcosa di sensuale e, allo stesso tempo, di tremendamente emotivo».

Questa storia collettiva complessa e in parte caotica, vissuta da tante famiglie e individui, caduti nell’oblio, viene inquadrata grazie all’analisi perspicace e rapida di una spazialità architettonica ancora presente e visitabile nel contesto della metropoli di Buenos Aires. Si tratta dei conventillos, edifici una volta signorili, situati nella zona vicino al porto (si pensi alla Boca) trasformati poi in abitazioni per immigrati. Lo schema classico del conventillo prevedeva una forma a parallelepipedo, pianoterra e primo piano, con un cortile interno in cui, in comune, trovavano posto i servizi essenziali. Proprio questi umili cortili, animati dai migranti provenienti dall’Italia e dal resto d’Europa, divengono i protagonisti del seminario, che spiega con dovizia di particolari come da quella cultura popolare (frutto di una forte mescolanza anche linguistica) siano nati il tango e altri fenomeni assimilati dalla cultura colta: si pensi alla drammaturgia, ma anche a una certa letteratura “neorealista” in voga negli anni Venti e Trenta del Novecento.

Non si tratta della danza di una nazione, della celebrazione della gloria di un popolo, e nemmeno dell’espressione di un esiguo gruppo sociale – si tratta di corpo, del corpo più vivo del danzatore, l’individuale assoluto dell’interprete, fatto di carne viva, desiderio, azione. Tutti i movimenti e le figurazioni che si sviluppano, dalle iniziali lascivie, sviluppano in direzione infinita il tema dell’abbraccio. Durante il ballo nessuno parla. Si balla per ballare, ogni gesto è estremamente comunicativo ed allacciato a ciò che viene suonato dagli strumentisti: vi è un unico grande anello di trasmissione imparziale tra musica, danza e sensazioni, trasfuso attraverso l’intero momento del tango.
Quando un cantore aprirà le danze col proprio canto, potremo parlare di “Nuova Guardia”, dove gli strumentisti prendono degli accordi tra di loro prima di iniziare a suonare e va seguito un testo – ovvero, quando si smette, a poco a poco, di improvvisare completamente.
A questa decrescita e al successivo impreziosimento dell’esecuzione musicale, ed alla crescente risonanza estera del genere, consegue inevitabilmente un impoverimento delle figure della danza rispetto a quelle originarie.
Il bandoneon, strumento inventato in Germania verso la metà dell’ottocento, originariamente per accompagnare i canti durante le processioni, fu portato da emigranti tedeschi in Argentina all’inizio del XX secolo; il suo futuro destino lo avrebbe consacrato come protagonista delle orchestre di tango.
Le suggestioni del genere si avvicinano all’habanera, danza di origine cubana dal ritmo lento e sinuoso, largamente usata dai compositori a partire dall’Ottocento. Celebre è l’Habanera di George Bizet, sulla quale costruisce un’aria nell’atto I della sua celebre opera “Carmen”, “l’amor est un oiseau rebelle”, in cui notiamo un ritmo inconfondibile nel canto sopra l’ostinato dei bassi; oppure, l’Habanera di Maurice Ravel, terzo movimento della sua Rapsodie Espagnole (1907), dove notiamo i medesimi echi, nei vari strumenti.
È dall’habanera che si sviluppa, parallela al tango, la milonga, danza popolare, di origine uruguayana, di tempo binario e perfetta per una sala da ballo – viene detta anche l’habanera dei poveri. Tuttavia è sempre il primo a detenere la maggiore popolarità, così che i generi finiscono per confondersi.
La componente ritmica è fondamentale e trascinante. Un esempio perfetto si trova in Milongueando en el quarenta, di Annibal Troilo, dove sentiamo chiaramente la sincope 1…23 1…23. Fondamentale ed intrecciato col ritmo nel tango è il compas (el compas del corazòn), ovvero la metrica caratteristica del genere, è quel suo movimento che “pulsa” all’interno del tempo, l’articolazione della melodia, e che le orchestre rendono il tratto inconfondibile della propria identità. Ecco che i forti vengono eseguiti con strappate, o picchiate, e i toni più dolci e soavi vengono rallentati, o viceversa, in una mutevolezza di toni dalle grandi tinte chiaroscurali.
In Europa l’accoglienza è cauta, pacata; lo si “assolve” solo quando vengono attenuate le sue presunte trivialità intrinseche. Solo così può, dunque, fare il suo ingresso in società. L’anno 1911 è quello di presentazione nei saloni europei.
Vi è, in effetti, una sottile patina “tribale”, un gusto per un qualcosa di antico. Pare che la parola ‘tango’ nasca in Sudamerica come onomatopea, in richiamo al suono del tamburo, e che si sia estesa poi ad evocare quel preciso passo di danza al suono del tamburo.
In latino, ‘tangere’ indica propriamente il ‘toccare’, in senso figurato e fisico.
Anche in Europa, però, troviamo un “tango”: è quello diffuso in Aragona, chiamato anche ‘jotà’, ma non ha nessun legame con quello argentino: il ritmo è ternario e il movimento più vivo, in una sorta di walzer. È invece simile il tango flamenco, della medesima origine spagnola, anche nelle figurazioni.
Negli anni sessanta del novecento la musica si evolve nel cosiddetto Tango Nuevo, di cui Astor Piazzolla è iniziatore – lo stile interpretativo del Tango ballato è del tutto nuovo, e viene consacrato dall’opera di determinati ballerini quali Gustavo Naveira, Fabian Salas e Mariano “Chico” Frumboli. Infine gli ultimi sviluppi sono quelli del cosiddetto Tango Elettronico dove al “compas” della tradizione si sostituisce il “beat” elettronico.
Riprendendo lo stesso Piazzolla: «La mia musica è triste perché il tango è triste. Il tango ha radici tristi e drammatiche, a volte sensuali, conserva un po’ tutto… anche radici religiose. Il tango è triste e drammatico ma mai pessimista».
Astor Piazzolla fa parte di quel variegato gruppo di compositori che, sotto la guida di Nadia Boulanger, viene invitato ad essere più coerentemente sé stesso; da lei proviene l’invito a ‘non essere l’ennesimo compositore europeo’.
Nel 1986 compone l’Histoire du Tango per flauto e chitarra, scegliendo proprio gli strumenti associati alla prima fioritura della forma, a Buenos Aires, nel 1882. Viene tracciata, in forma musicale, una storia avvallata, che solca mano a mano la prima malia delle esecuzioni nei bordelli fino ad arrivare alle grandi e concitate sale da concerto americane ed europee.
Questo racconto si compone di quattro momenti, Bordel 1900, café 1930, Night club 1960 e Concert d’aujourd’hui (Concerto dei giorni d’oggi), ed ognuno è accompagnato da delle note al testo, che l’autore scrive di suo pugno, profondamente suggestive.
_Bordel 1900: Il tango è nato a Buenos Aires nel 1882. È stato suonato per la prima volta su chitarra e flauto. Accordi poi vennero ad includere il pianoforte, e più tardi, la concertina. Questa musica è piena di grazia e vivacità. Dipinge un quadro delle chiacchiere bonarie delle donne francesi, italiane e spagnole che popolavano quei bordelli mentre prendevano in giro i poliziotti, i ladri, i marinai e la marmaglia che venivano a vederli. Questo è un tango vivace.
_Cafe, 1930: questa è un’altra epoca del tango. La gente ha smesso di danzare come nel 1900, preferendo invece semplicemente ascoltarla. È diventato più musicale e più romantico. Questo tango ha subito una trasformazione totale: i movimenti sono più lenti, con armonie nuove e spesso malinconiche. Le orchestre di tango consistono in due violini, due concertine, un pianoforte e un basso. A volte il tango viene anche cantato.
_Night Club, 1960: questo è un periodo di scambi internazionali in rapida espansione, e il tango si evolve di nuovo mentre il Brasile e l’Argentina si uniscono a Buenos Aires. La bossa nova e il nuovo tango si stanno muovendo allo stesso ritmo. Il pubblico si precipita nei night club per ascoltare seriamente il nuovo tango. Questo segna una rivoluzione e una profonda alterazione in alcune delle forme originali del tango.
_Concert d’aujourd’hui (Concerto dei giorni moderni): alcuni concetti nella musica del tango si intrecciano con la musica moderna. Bartok, Stravinsky e altri compositori ricordano le note della musica del tango. Questo è il tango di oggi e anche il tango del futuro.
 
Per l’ascolto, si consigliano particolarmente:
_ “Histoire du Tango, Six études tanguistiques”, Phoenix classics, 1998, con Stefano Cardi alla chitarra e Roberto Fabbricciani al flauto
_“Histoire du tango”, Avie, 2013, con Augustin Hadelich al violino e Pablo Sainz Villegas alla chitarra.
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La Banda Grossi: il nuovo cinema dei fratelli Ripalti

La Banda Grossi: il nuovo cinema dei fratelli Ripalti

di Giuseppe Baiocchi del 25/09/2018

Nella storia della cinematografia italiana, poche sono state le storie che hanno trattato il cosidetto “brigantaggio” italiano. L’Italia come è noto, ha da sempre difficoltà a fare i conti con la storia e il fenomeno del banditismo non fa certamente eccezioni. Banditi o patrioti? Questa è la domanda che studenti, curiosi e studiosi si devono porre oggi sul tale fenomeno.
Cinestudio, società marchigiana di comunicazione e marketing, ha prodotto il lungometraggio “La Banda Grossi” (film storico, durata 113 min) ad opera del giovane regista di Fermignano Claudio Ripalti. La pellicola, narra le vicende realmente accadute dei briganti della Banda Grossi appena pochi anni dopo quell’Unità d’Italia (1861) che tanti cataclismi culturali e politici aveva prodotto in tutta la penisola italica.

Nel fotogramma, i tre attori principali della Banda Grossi (da sinistra a destra): Leonardo Ventura (Olinto Venturi), Camillo Ciorciaro (Terenzio Grossi), Rosario Di Giovanna (Sante Frontini).

Attuando una piccola digressione, certamente la storia italiana deve alla famiglia reale dei Savoia, la scintilla ideologica, di aver voluto (sia per necessità economiche private, sia per l’occasione storica presentatosi) un’unità italiana non più solamente culturale, ma politica. La famosa frase di Ferdinando IV di Borbone delle Due Sicilie (1751 -1825), «io sto bene tra l’acqua salata e l’acqua santa», è appunto emblematica: monito del disinteresse degli Stati pre-unitari ad imbarcarsi verso un’unione forzata, di popoli culturalmente molto diversi.
Nonostante la storiografia moderna e contemporanea, si sia sforzata di mutare il senso della storia del brigantaggio, questo si presentava come una forma di ribellione, verso il nuovo Stato Piemontese, il quale oltre ad introdurre la leva obbligatoria – che sottraeva braccia forti al lavoro nei campi, per combattere guerre di cui non si conosceva nulla, nemmeno la collocazione geografica -, aveva necessariamente aumentato diverse tassazioni.
Ancora più delicata è la situazione nelle Marche, ex territorio dello Stato Pontificio, che ancora dolori riuscirà a dare ai Savoia con la brillante vittoria di Mentana, da parte del generale Kenzler, nel 1867.
Certo il contadino Terenzio Grossi (interpretato da Camillo Ciorciaro), primogenito di una famiglia di mezzadri, ha del coraggio quando evaso di prigione, sfida apertamente il nuovo Stato, soprattutto dopo le recenti vittorie di Castelfidardo ed Ancona (1860), da parte dello Stato Piemontese appena insediatosi.
La cura del dettaglio storico nel film è massimale: costumi (Daniela Cancellieri), personaggi, musiche (Enrico Ripalti), ambientazioni sono pressoché perfette. In una recente intervista lo stesso regista Claudio Ripalti ha dichiarato: «Si trattava di trasporre le vicende realmente accadute tra Terenzio Grossi e i suoi compagni, in una sceneggiatura per il cinema. Devo dire che la vicenda storica aveva già tutti i connotati e le caratteristiche per poter fare una trasposizione davvero potente. […] Mi fa anche passare un brivido, pensare che questa vicenda e questi personaggi hanno popolato e hanno vissuto proprio qui, nella nostra provincia».
Difatti l’opera cinematografica è ambientata attraverso paesaggi intensi e poetici: quelli della Regione Marche. Girato interamente tra Petriano, Urbania, Cagli e Apecchio – proprio in quei territori in cui imperversò la banda Grossi -, l’ambientazione donerà sempre quel guizzo epico, ma dai toni romantici e cavallereschi, attorno a cui ruotano almeno 30 attori principali, oltre 200 comparse, 60 giorni di riprese, 20 persone sul campo impiegate durante le riprese tra staff Cinestudio e maestranze.
Difatti “la Banda Grossi” è soprattutto una storia di “questioni umane”: il brigante-uomo a confronto con i politico-uomo. I nomi dei vari personaggi sono tutti esistiti nella storia risorgimentale, concedendo al film un fascino tutto unico. Non mancano anche personaggi ben combinati, come il prefetto di Pesaro Maria Enrico Catalano (interpretato da Roberto Marinelli), individuo che mira verso una rapida carriera politica nel nuovo Stato, di carattere anti-clericale, si dimostra un personaggio opportunista e cinico. Difatti da Terenzio Grossi, ai membri della banda, passando per le autorità sabaude, non esiste nel film “il buono per eccellenza”, se si scarta la figura del brigadiere dei Reali Carabinieri Francesco Cardinale (interpretato dall’ottimo Simone Baldassarri).

Nel fotogramma il brigadiere dei Reali Carabinieri Francesco Cardinale (Simone Baldassarri).

Tale sistema, scandito da quella che Isaiah Berlin (1909 – 1997) definì come “libertà negativa”, in cui ogni personaggio si muove sotto un copione fortemente egoistico, rende il film mai banale e mai politicamente corretto: in poche parole è autentico.
Se il protagonista, Terenzio Grossi, sembra suggerire nella sceneggiatura e nella trama il ruolo di eroe ribelle “che combatte il sopruso”, in realtà la chiave eroica è nel corpo dei Reali Carabinieri del brigadiere Cardinale: egli è il vero eroe del film, il paladino della giustizia, il quale come nel capolavoro di Sciascia de “I giorni della civetta” sarà il Bellodi della situazione, combattendo sia un nemico esterno, sia uno interno. Sempre sul personaggio del reale carabiniere, tutta una sfumatura storica, che porta i connotati di un’origine francese, che lo lega ancor di più a Casa Savoia.
Per quanto riguarda Grossi, non siamo di-fronte ad un Robin Hood, ma ad un uomo che si pone come un ipotetico ribelle jüngeriano. Certamente il suo “passaggio al bosco” è più concreto e violento di quello descritto dal filosofo di Heidelberg, ma la prassi è la stessa: «Passare al bosco allora, cioè la prima condizione per essere ribelli, significa abbandonare questo mare del conformismo e della manipolazione organizzata. […] Tra il grigio delle pecore, si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cosa è la libertà e non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che un brutto giorno essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco: è questo l’incubo dei potenti». Il suo vagabondare con la propria banda si avvicina molto ad una forma nichilistica interpretata dal personaggio, il quale afferma di non essere «al servizio del Papa» (all’epoca Pio IX, di Senigallia), e di non fare certamente un banditismo buono per aiutare i poveri: il suo è una guerriglia verso uno Stato che non riconosce, peggiore del precedente – che non amava, dove l’altra alternativa sarebbe stata la miseria o l’arruolamento forzato nelle file del neo costituito regio-esercito. Non c’è nel protagonista un’ideologia politica ben marcata, non un ideale ma, al limite, una curiosità verso il suo operato, per cogliere una possibile occasione storica, se lo Stato italiano dovesse “sbandarsi”. Eppure nel suo essere ramingo, Terenzio è un uomo d’onore, un uomo propriamente ottocentesco, rispettato da civili e compagni, amato dalle donne. Un personaggio che, però, per operare il suo piano, si deve contornare di individui poco raccomandabili, i quali rivelano un altro aspetto del brigantaggio, ovvero l’inserimento nelle proprie fila di veri soggetti da forca. Il bandito Sante Frontini (interpretato da Rosario Di Giovanna) è uno di questi: ha alle spalle un’infinità di delitti e malignità, ma verrà ripagato con la sua stessa moneta, proprio sul finale del film.
Come tutti i grandi film, il finale non è positivo per nessuno, se non per la verità storica, di una sceneggiatura che è stata frutto di una raccolta fondi online, che grazie al crowdfunding (finanziamento collettivo in rete) è riuscito a coprire 1/3 del budget necessario alla produzione con ben 72.000 euro in 29 giorni, su una cifra complessiva di 200.000 euro.
Così come afferma lo stesso Enrico Ripalti, produttore del film: «La Banda Grossi è diventato il primo film italiano di maggior successo della storia crowdfunding: abbiamo avuto donazioni dall’America, dal Canada, dall’Inghilterra e quindi è segno di una storia, che partendo dal locale, può raggiungere chiunque con un interesse verso i paesi e i paesaggi della nostra terra».
Le riprese de “La Banda Grossi” iniziate l’otto marzo del 2017 hanno visto l’uscita pubblica il 20 settembre del 2018. Di rilievo anche il contributo del MIBAC (Ministero dei Beni Artistici Storici e Culturali), che ha riconosciuto “La Banda Grossi” come Film di Interesse Storico e Culturale.

Nella foto i due fratelli Ripalti (da sinistra a destra): Enrico si è occupato della produzione e della musica; Claudio della sceneggiatura, fotografia e della regia.

Ancora dall’intervista del regista Claudio Ripalti, riportiamo: «Ho avuto ed ho la fortuna di poter lavorare con dei ragazzi strepitosi, che ognuno con le sue competenze professionali è riuscito a mettere a frutto la propria passione, il proprio talento all’interno del film, con una squadra limitata di giovani professionisti. Siamo riusciti a fare un qualcosa che solitamente richiederebbe molto molto di più tempo. Abbiamo la possibilità di aprire uno squarcio, uno spiraglio interessante all’interno del panorama cinematografico italiano. Investitori lungimiranti che credono in quello che sto dicendo, potrebbero ritenere molto interessante investire in opere di questo tipo. Noi, sotto questo punto di vista, siamo molto indipendenti: siamo in una posizione ristretta con pochi elementi, pochi fronzoli e di conseguenza pochi costi. Questo ci dà la possibilità di ottenere un prodotto di qualità a costi ridottissimi e questo è un punto di forza non da poco. Il bello in questa vicenda cinematografica, la vicenda produttiva del film, è la chance di poter lavorare con ragazzi come me, che nutrono la medesima passione e hanno la medesima volontà e interesse di vedere questa opera realizzata su grande schermo. É una chance che non dobbiamo perdere se vogliamo raccontare al mondo una vicenda che ci riguarda e una tradizione che viene fuori da tutto quello che si vede all’interno del film. Una chance che ci obbliga ad andare contro-corrente per quello che è il panorama cinematografico italiano e per le difficoltà che una produzione indipendente, come la nostra, possiede nei confronti del produrre un film. L’andare contro-corrente è una necessità che storicamente a noi uomini ci ha dato la possibilità di fare le cose migliori che abbiamo mai prodotto nella nostra storia, quindi è una necessità, ma anche un dovere di andare controcorrente. Molto probabilmente è lo stesso sentimento che doveva avere un Terenzio Grossi 160 anni fa».
Nell’Italia cinematografica dei cine-panettoni, delle commedie frivole e della centralità da sempre imperante del “mito americano”, un film che ha avuto il coraggio di parlare di noi, della nostra storia, senza fronzoli; un cinema dei paesaggi quotidiani – da dietro casa –, che da una parte ci mostra le antiche cascine contadine, dove molti di noi hanno passato l’infanzia e dall’altra parte ci rivela l’immensa professionalità e la qualità tecnologica di come si deve produrre una cinematografia contemporanea con costi assolutamente contenuti.

 

Per approfondimenti:
_Isaiah Berlin, Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Torino, 2005;
_Ernst Jünger, Il Trattato del ribelle, Adelphi, Milano, 1990;
_Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano, 2002;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante, dasandere.it, ISSN: 2532-8379;
_Giuseppe Baiocchi, Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo, dasandere.it, ISSN: 2532-8379;
_Claudio Ripalti, La Banda Grossi, Trailer.

 

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Walther Darré e il gentiluomo contadino: la nobiltà di sangue e suolo

Walther Darré e il gentiluomo contadino: la nobiltà di sangue e suolo

di Liliane Jessica Tami del 22/09/2018

Nella storia del 900, tra gli svariati personaggi che il secolo breve ha conosciuto, Richard Walther Darré (1895 – 1953), già Ministro dell’agricoltura tedesca dal 1933 al 1938 è stato politico e scrittore nato il 14 luglio a Buenos Aires, in Argentina, da una famiglia di coloni tedeschi. Alla tenera età di 10 anni sbarca in Germania poiché la famiglia desidera non far smarrire al figlio le sue radici europee. Partecipò alla Prima guerra mondiale e guadagnò la Croce di Ferro poi, dopo aver concluso gli studi presso la Deutsche Colonial Schule, si iscrisse alla facoltà di agraria e zootecnica dell’università di Halle.
Studiando l’eugenetica (dal greco eu=buono ; genos=generazione) animale, in particolare dei cavalli da corsa, prese convinzione verso l’importanza del mantenimento delle linee di sangue pure, sia in campo zoomorfo, sia in quello umano, affinché si preservino le migliori qualità biologiche e caratteriali attraverso le generazioni. Da qui nasce il suo auspicio: che le famiglie nobili e possidenti terrieri non perdano il loro sangue e la proprietà, tramandandoli. Non si tratta di una forma di “razzismo”, come potrebbe apparire, ma dalla forma dell’aver della razza: ovvero la preservazione delle proprie peculiarità fisiche e culturali, non dettate da una presunta superiorità, ma dalla volontà e libertà di non attuare il meticciato. 
Il saggio breve dal titolo La Nuova Nobiltà di Sangue e Suolo, pubblicato in Italia per la prima volta nel 1978 dalla casa editrice AR e poi ristampato nel 2010 dalla Ritter Edizioni, è suddiviso in sei capitoli, la cui nominazione spiega bene i temi esposti. La fase iniziale tratta l’esposizione preliminare della questione (l’autore enuncia i motivi secondo cui vi è la necessità di una nuova aristocrazia); successivamente analizza la storia dell’evoluzione della nobiltà tedesca (confronto fra nobiltà germanica pagana, nobiltà cristiana e nobiltà Romana); osserva i caratteri fondamentali del Ritter von tedesco (libero gentiluomo possessore terriero avente sangue nobile, in grado di partecipare all’amministrazione politica della propria comunità mediante le pubbliche assemblee, i Thing); Il Hegehof (la proprietà terriera di famiglia); L’Hegehof e il matrimonio, con la necessità di trovare una donna di nobili natali, indifferente al richiamo delle vanità borghesi, in grado di portare avanti la tenuta di famiglia; infine alcune direttive generali sull’educazione della giovane Nobiltà e sul suo rango in seno al popolo tedesco.
Nel primo capitolo Darré espone un’analisi etica e politica riguardante la nobiltà. In sintesi egli sostiene che essa debba essere restaurata, come fu in origine, affinché l’Europa venga redenta dalla decadenza morale che l’affligge. Secondo l’argentino, alla base di ogni comunità vi debbono essere le famiglie da secoli legate a quella terra, di contro si andrà inevitabilmente verso la frammentazione in migliaia di singoli individui sradicati dalla propria stirpe e dal proprio luogo d’origine.
Walter Darrè aveva osservato con i propri occhi la decadenza avvertita da parte della società alemanno-tedesca all’interno della Repubblica di Weimar, e qui enuncia una serie di esempi di civiltà che si sono corrotte per via della perdita dell’antica aristocrazia che ne fondò le basi. Ad esempio, all’indomani delle guerre tra plebei urbani e patrizi d’origine agraria, la nobilitas Romana venne perlopiù composta dalle famiglie patrizie indissolubilmente legate alla terra da lavorare. E Roma, che inizialmente era repubblicana, fu gloriosa proprio perché la nobiltà era incarnata dalle famiglie patrizie. A parer suo una civiltà che pone l’individuo, anziché la famiglia, al centro del proprio codice civile è destinata a fallire. Egli infatti asserisce come: «l’avvento della democrazia in uno Stato aristocratico provoca all’inizio una disgregazione generale […] essa nega i legami ereditari e famigliari […]. Infatti, dopo un’iniziale prosperità, l’assenza di qualità ereditarie ne spegne il bagliore, portandola alla decadenza».

Nelle quattro immagini (da sinistra a destra): il politico argentino, naturalizzato tedesco Richard Walther Darré; la versione del saggio italiana; due versioni originali del saggio in tedesco Neuadel aus Blut und Boden.

La vera nozione di nobiltà germanica, secondo Darré, si caratterizza mediante una selezione di dirigenti consapevolmente educati sulla base di ceppi ereditari selezionati. Purtroppo, la vera nobiltà, di sangue e di impeccabile educazione non esiste più già dai tempi del Barone vom und zum Stein – Testamento politico di Heinrich Friedrich Karl vom und zum Stein (1757 – 1831), lettera del 24 novembre 1808 a Theodor von Schön (1773 – 1856) -, che ne invocava la soppressione. La nobiltà, secondo l’agronomo, è ormai solo interessata a frequentare i ricevimenti dei commercianti e dei nuovi ricchi, e non ha nulla a che fare con la nobiltà di razza e d’animo, legata alla propria stirpe, che caratterizzava gli antichi germani. Non a caso il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844 – 1900), ne La volontà di potenza asserisce che: «Non vi è nobiltà che per nascita e per sangue. Non parliamo però né del Gotha né della particella von intercalata per gli asini. Questa particella von, se noi parliamo di aristocrazia dello spirito, è sospetta e assai sovente nasconde qualcosa: basta solo vedere come gli ebrei ambiziosi la ricerchino. Lo Spirito da solo non nobilita, gli manca ancora ciò che nobilita lo spirito: l’ascendenza nobile»!
Il secondo capitolo è di tipo storico, e l’autore espone una cronologia della storia della nobiltà e le principali differenze che vi sono tra l’antica nobiltà pagana germanica, la nobiltà cristiana, in cui vige il valore dell’eguaglianza, e la nobiltà della Roma imperiale, multietnica e in cui vigevano ostentazione, lussuria e corruzione.
L’antica nobiltà germanica, come in gran parte anche quella degli Indoariani, si basava sulla credenza dell’ineguaglianza umana. Secondo le antiche credenze pagane, queste ineguaglianze risalivano ad antenati divini, e si credeva che il sangue portasse in sé i germi essenziali del carattere dell’uomo, così come le qualità fisiche ed intellettuali. Per questo i pagani pensavano anche che ci si reincarnasse sempre all’interno del medesimo ceppo famigliare. La purezza del sangue, infatti, come ricorda von Amina nel saggio Principi di diritto germanico, veniva mantenuta con severe leggi di selezione che seguivano una logica impressionante. Inoltre, presso gli antichi germani, non vi era differenza tra un nobile e l’uomo libero. Per gli antichi tedeschi non esistevano, infatti, segni esteriori della nobiltà come le insegne di rango tali il trono, lo scettro, il manto regale. Furono le grandi migrazioni provenienti da Bisanzio, nel 900, a portare l’idea che la nobiltà andasse ostentata con segni di riconoscimento superficiali, anziché puramente etici e genetici. I germani, liberi e nobili, senza distinzione di rango, si davano del “Tu”.
L’uso romano di rivolgersi a Sua Maestà il Re e alla terza persona apparve soltanto in seguito, per dar luogo a sua volta ad un’etichetta che nel medioevo divenne via via sempre più complessa, raggiungendo poi vette eccessive durante l’assolutismo.
La nobiltà determinata dal sangue degli antichi germani venne spazzata via dal cristianesimo, secondo cui vige l’uguaglianza tra tutti i figli di Jahwhé e tutti, a prescindere dalla razza d’appartenenza, possono in ugual modo meritarsi il regno dei cieli. Ciò comportò, più tardi, presso i Franchi, che anche i funzionari servi potessero comprare il titolo di nobile. Darrè, inoltre, riporta anche un fatto assai particolare e paradossale: dopo la rivoluzione francese del 1789, ossia il trionfo della borghesia cosmopolita, vennero impiccate e trucidate molte persone solo perché aventi gli occhi azzurri ed i capelli chiari e si temeva potessero ricostituire un governo nobile ed oligarchico non rispettoso dell’idea d’uguaglianza della finta democrazia apportata.
La nobiltà cristiana in Germania è nata nel 496, quando Re Clodoveo e i suoi nobili si convertirono alla fede cristiana, e da questo momento vennero introdotti nella società princìpi di governo non germanici bensì romani. Presto, quindi, le idee cristiane e romane trasformarono il Re eletto dai suoi pari, come accadeva nelle antiche terre germaniche, in un individuo avente la pretesa di esercitare la fonte giurisprudenziale derivatagli dall’elezione divina in terra, direttamente dal Dio Cristiano: «per diritto divino, appunto». Ciò permise che i funzionari ricevessero un’investitura reale benché non fossero originari di un dato territorio. Così un gruppo di funzionari stranieri si sostituì alla Nobiltà tedesca barbara-autoctona, e di conseguenza il governo dei pari nobili, “democraticamente” eletti nelle assemblee (thing) germaniche, venne sostituito dall’istituzione monarchia.
I Sassoni furono i più importanti depositari della nobiltà pagana, e mal sopportavano chiunque volesse imporre loro un governo solo perché recante un titolo nobiliare acquisito. Carlo Magno dovette massacrare i sassoni pagani in modo tale che si decidessero a riconoscere l’autorità politica di dirigenti allogeni, quindi non nobili. Carlo Magno, a detta di Darrè, estirpò lo spirito di uguaglianza (solo) tra nobili tipico dell’antica Germania e vi introdusse l’idea di classe Romana.

Nell’immagine di sinistra: Johann Siebmacher disegna il Nuovo stemma dell’Imperatore e Re del Sacro Romano Impero nel 1605; a destra particolare del dipinto di Louis-Félix Amiel – Carlo Magno Imperatore d’Occidente del 1837.

Se si attua una riflessione, certamente il paese che dopo il medioevo ha meglio mantenuto il concetto germanico di Nobiltà in grado di auto-amministrarsi è stata la Confederazione del popolo degli Helvi, ossia gli Svizzeri. A partire dalla celebre Giornata di Verden, nel 782, la Nobiltà cristiana in Germania si sostituì alla nobiltà germanica. Gli antichi germani cessarono così di esseri pari ai loro governanti eletti, e vennero soggiogati dal potere di un Signore che li costringeva a pagare imposte e a sottostare a leggi straniere che non avevano scelto nelle assemblee dei nobili capi-famiglia, i Thing.
Ciò implicò che gli elementi migliori cercarono di svincolarsi da queste morse troppo strette, e nacque così la figura del vassallo, uomo che gestendo un feudo datogli dal Re cercava di ritagliarsi un po’ di quella libertà perduta. Ciò fece sì che l’antico tedesco, uomo di nobili origini, possessore terriero, lavoratore e capace di usare le armi, scomparve. Alcuni divennero solo uomini d’arme, altri invece si occuparono solo della terra, divenendo contadini oppressi dal signore. La nobiltà intesa come casta e non più come appartenenza ad un antico lignaggio indissolubilmente legato ad un territorio, nacque nel X secolo.
Nel terzo capitolo Walter Darrè spiega i caratteri del contadinato tedesco e di come esso debba essere ripristinato, in chiave nobile, al fine di garantire una vita di qualità all’intero Paese. Inoltre il libero contadinato nobile è garante di rispetto dei legami famigliari e del territorio, quindi ciò implica continuità delle tradizioni, degli usi, dei costumi e del sangue. Le famiglie patrizie di contadini gentiluomini sussistenti grazie ai frutti del proprio lavoro e senza debiti con nessuno, rappresentano per Darré l’emblema dell’uomo Libero e Nobile. Infatti una società per essere forte deve porre al suo centro le famiglie, coi relativi terreni inalienabili, anziché gli individui. Per gli antichi romani, infatti, il pater familias era vincolato ai suoi antenati, ai suoi eredi e perciò anche alla proprietà di famiglia. Egli, quindi, non poteva permettersi, come invece oggi accade, di liberarsi della proprietà solo perché è intestata a lui in quanto era di proprietà dell’intera stirpe. Dopo la Repubblica a Roma sorse l’Impero, ed anche il codice civile mutò. Qui la proprietà privata sopraffò la proprietà di famiglia, e pian piano s’instillò nell’Impero il germe dell’individualismo, della distanza dalla terra e quindi della decadenza.
Questo discorso inerente la continuità tra famiglia nobile e proprietà terriera ci spinge subito al quarto e quinto capitolo, in cui l’autore analizza il concetto di Hegehof, ossia la casa di proprietà di famiglia con terreno coltivabile. Egli apre il capitolo scrivendo: «La Nobiltà che abita in una terra inalienabile è la sola a sviluppare quella libertà di spirito che, on ogni circostanza della vita, osa agire e consigliare seguendo soltanto la propria coscienza». Secondo Darré, infatti, la città è il luogo in cui viene maggiormente denobilitato l’uomo. Egli, infatti, vivendo in un luogo sovraffollato, dovendo dipendere dal commercio per potersi permettere ogni tipo di bene, compreso quello alimentare, perde la propria libertà in quanto costretto a sottostare al denaro e non più dal lavoro. Il Gentiluomo di buon sangue, quindi, per potersi garantire la libertà (se un titolo non offre libertà a che serve?) deve essere innanzitutto possessore di una terra che lascerà in eredità alla propria stirpe. L’Hegehof deve essere abbastanza grande per mantenere la famiglia che lo vive: ciò quindi dipende dal tipo di terreno e dalla sua lavorabilità.

Richard Gilson Reeve, Mameluke, cavallo campione nel 1827 dell’ Epsom Derby. Stallone purosangue inglese. Le migliori famiglie equine vengono perpetrate tramite incroci selezionate. Allo stesso modo anche le famiglie nobili, in tale pensiero, debbono essere protette affinché i geni migliori, determinanti per il carattere e l’aspetto fisico, non vengano persi nel tempo.

Anche il matrimonio deve essere contratto in modo rispettoso degli eredi che ne nasceranno: Darré distingue le donne in quattro categorie, e quelle di ultima categoria, ossia le prostitute, le straniere e le viziose di ogni tipo, devono essere imperativamente non prese in moglie da un uomo che voglia costituirsi la propria comunità famigliare libera ed autarchica. Inoltre la città, oltre che privare l’uomo nobile della propria libertà originaria, rende la donna più incline alla dissolutezza. La femmina borghese e denobilitata, non dovendosi occupare della tenuta e della prole, può permettersi il lusso di sprecare il suo tempo e le sue energie in inutili civetterie. La gentildonna nobile, di pregiata stirpe, è anche quella che non teme di mettersi al servizio dell’uomo e della sua terra per il bene dei suoi figli e rifugge ogni forma di frivolezza e pigrizia, disdegnando l’ inutile vanità.
L’ultimo capitolo è un appello dell’autore affinché la giovane nobiltà venga educata bene e possa raggiungere al meglio una posizione rilevante politicamente. Egli auspica che, ben presto, una nuova nobiltà di sangue e di animo possa prendere in mano le redini della società per guidarla fuori dal baratro di dissolutezza in cui si è gettata. L’educazione, nel formare l’individuo, è importante quanto la sua natura genetica: la società ha quindi un ruolo basilare nel dare ai giovani di buona stirpe gli strumenti per rendere onore ai loro avi liberi e nobili.
Riuscendo a rimettere al centro del codice civile non più l’individuo, bensì la famiglia, e in particolare quelle autoctone, ben presto i reciproci doveri dei genitori e dei figli verrebbero ristabiliti. La buona educazione, l’amore per la propria cultura, la capacità di vivere del frutto del proprio terreno e la memoria dei propri avi dovrebbero essere elementi costituenti di ogni famiglia. L’autore, infatti, si chiede se sia possibile un’educazione civica in questo ambito, ossia che lo Stato si impegni a rendere i suoi abitanti non solo contribuenti bensì nobili inter pares.

 

Per approfondimenti:
_Richard Walther Darré, Neuadel aus Blut und Boden, J.F. Lehmann, München,1930.

 

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De Martino-Heidegger: il carattere magico e il ruolo dell’esserci

De Martino-Heidegger: il carattere magico e il ruolo dell’esserci

di Maurilio Ginex 09/09/2018

Nel mondo magico esplorato da Ernesto De Martino (1908 – 1965) la crisi esistenziale, alla quale l’uomo viene continuamente esposto, rappresenta una forma di negativo che viene fronteggiata attraverso l’utilizzo del rituale magico.
Un elemento caratterizzante della crisi che invade l’uomo e lo rende inerme di fronte al negativo è rappresentato da ciò che l’antropologo napoletano, attraverso le analisi lucidissime a riguardo condotte da Pierre Janet (1859 – 1947), chiama «sentimento del vuoto».
Quest’ultimo identifica la totale perdita di rapporto positivo tra coscienza e volontà al fine di decidere per sé ciò che, su una scala di valori consolidata e collaudata, è giusto o sbagliato commettere. Nel momento in cui l’uomo si ritrova all’interno di una condizione critica, in cui non è più lui ad essere padrone di se stesso, ma diventa un’entità esterna, allora quel sentimento porta a allo sprofondamento l’uomo in quel vuoto in cui si riveste una condizione, totalmente negativa, che l’autore identifica con «l’essere-agito-da», cioè essere mosso da un’entità esterna che ti ripone in una posizione subalterna ad essa e che causa una crisi psicologica quasi irreversibile.
Su questa traccia, da cui emerge quest’orizzonte di crisi, la magia svolge un ruolo determinante, poiché ritrae quell’àncora di salvataggio in cui la finitezza dell’umanità può ancora avere speranza e giungere a un miglioramento di una determinata condizione vissuta. La spersonalizzazione e il sentimento del vuoto verso cui l’uomo si imbatte a causa di determinati e specifici traumi – come ci dimostra l’avvenimento luttuoso -, mettono in scena una serie di resistenze di cui, all’interno dell’universo magico, l’uomo si arma per fronteggiare l’orizzonte della crisi totalizzante.
Su questo livello si intrecciano l’esistenzialismo e l’analitica dell’esserci, che Martin Heidegger (1889 – 1976) ha sviluppato nel suo capolavoro Essere e tempo (1927), con ciò che è stata l’etnologia di De Martino. Il rapporto che intercorre tra i due, inizia a scorgersi a partire dall’ultima risposta di De Martino all’interno dell’antropologia, con termini mutuati dal linguaggio del filosofo tedesco. Concetti come «crisi della presenza» ricorrono all’interno delle analisi dell’orizzonte metastorico del magico Sud Italia. De Martino, nella decostruzione di questo mondo e nell’osservazione di ciò che quell’orizzonte di crisi genera, evidenzia come la vita, subalterna alla cultura egemonica che lo tratta come diversità da trascendere, sia continuamente esposta a quello che viene definito come «rischio radicale».
Per Heidegger l’esserci dell’uomo rappresenta lo «stare al mondo», o per dirla con il suo linguaggio, identifica un «essere-nel-mondo» (nota1), parlando così di esistenza, in quanto l’uomo viene gettato nel mondo con la capacità identificativa per la sua ontologia di progettare la sua vita nella realtà vissuta.
Nel momento in cui De Martino parla di presenza dell’uomo e di collaterale crisi di tale entità, si riferisce al rischio che quell’esistenza, che nel tedesco non subisce minaccia, corre continuamente. Per l’antropologo partenopeo la vita dell’individuo è continuamente esposta al rischio di una frattura della stabilità apparente: per cui il mondo magico, con le annesse categorie di interpretazione della realtà, esprime il modo più adatto per fronteggiare quella crisi che l’individuo potrebbe vivere e da cui potrebbe scaturire il crollo.
Dunque, nell’atto pratico, l’importanza del rituale (magico) risiede in questa intenzionalità, da parte del gruppo di appartenenza o della comunità, di far recuperare all’individuo la sua coscienza e la sua volontà, le quali, nell’ottica di un esistenzialismo applicato al mondo magico e a tutto ciò che comporta, devono ritrovarsi in un rapporto dialettico positivo senza complicazioni.
L’ethos , o per meglio dire il temperamento della magia, risiede in questo compito difficoltoso di protezione dell’individuo, che gettato nel mondo deve proteggere il suo Dasein (nota2) dalle minacce di «annientamento», in quanto nel suo «essere-agito-da» passa da una condizione in cui è il soggetto portante di quella presenza nel mondo a una condizione di soggetto di una non-presenza, parlando così di quell’annientamento dell’uomo stesso che non può più esprimere la sua volontà liberamente. Si viene a creare un dualismo del senso dell’Esserci, poiché diventa un punto focale d’incontro tra i due autori, ma allo stesso tempo in esso si manifestano due visioni dell’esistenza differenti. Mentre in Heidegger l’esserci è un qualcosa di garantito e certo, in cui la visione della realtà è una visione positiva; nel mondo magico di De Martino, questa condizione umana viene capovolta perché immersa profondamente nel nucleo del proprio dramma esistenziale di crisi dell’esserci e dunque di crisi della presenza. L’uomo magico è continuamente esposto al rischio della perdita del sé, l’annientamento, che rappresenta uno dei capisaldi prodotti dall’orizzonte di crisi, viene istituito dalle varie forme e tipologie di minaccia che possono spaziare dalla paura per il raccolto – che un contadino ha di fronte all’incombere di una tempesta -, fino ad arrivare a fronteggiare, per mezzo di rituali magici, entità definite esterne al sé: «L’uomo magico è esposto al rischio della labilità nelle sue solitarie peregrinazioni, allorché la solitudine, la stanchezza connessa al lungo peregrinare, la fame e la sete, l’apparizione improvvisa di animali pericolosi, il prodursi di eventi inaspettati ecc., possono mettere a dura prova la resistenza del ‘ci sono’. L’anima andrebbe facilmente ‘perduta’ se attraverso una creazione culturale e utilizzando una tradizione accreditata non fosse possibile risalire la china che si inabissa nell’annientamento della presenza».
In queste parole si sintetizza in maniera essenziale e chiara quanto sia incerto e indifeso il mondo magico, fatto di un velo di «superstizione» che funge da struttura portante per la credenza che alberga nella mente degli individui che fanno parte di quel mondo. Nella sua precarietà il mondo magico induce verso l’incertezza dell’essere, il quale durante lo svolgimento di un’attività come le «peregrinazioni solitarie» deve affrontare la realtà investendola di una serie di pericoli percepiti sotto forma di minaccia da attribuire a qualche entità soprannaturale. Sembra che nel mondo magico si evidenzi il totale divario tra uomo e natura: non vi è assolutamente un’identità tra le due cose, poiché l’uomo scorge nella natura una fonte di negatività e di rischio.
Su questo scenario si innesta quella differenza con l’analitica dell’esserci condotta da Heidegger, poiché in De Martino la realtà diventa «realtà condenda», ovvero, esposta continuamente alla negatività, all’annullamento, al male e al crollo psichico. Un realtà, quella dei contadini, in cui tutto è fonte di minaccia che può espandersi fino al diventare anche morte: «la natura in quanto minaccia è minaccia di morte, di disordine, di vuoto, di irrazionalità; il contadino in quanto agente di storia deve dare un ordine anche a questa minaccia, perché sia possibile la vita. Ed è vita riguadagnata attraverso l’assunzione della morte in cui si può dare ordine solo nella misura in cui viene inserita quale momento previsto di una dialettica di vita».
In queste parole che non sono di De Martino, ma di Lombardi Satriani (1936), riecheggia ancora Heidegger, poiché nel suo esistenzialismo prodotto da un rapporto ermeneutico con l’essere e l’esistenza, ritroviamo le situazioni limite di Karl Theodor Jaspers (1883 – 1969), le quali possono essere identificate nel mondo contadino attraverso la comprensione della dimensione metastorica che vive e attraverso la presa di coscienza della sua subalternità causata da una cultura egemonica che lo etichetta come primitivo, in quanto a cultura e religione.
L’orizzonte di crisi di fronte al quale il contadino viene esposto è totalizzante, poiché la minaccia che la natura-realtà genera può anche diventare morte. L’autoctono del mondo magico, vive una realtà labile sotto tutti i punti di vista: questa (realtà condenda) diventa un reale problema da fronteggiare con una tipologia di approccio in cui viene normalizzato il negativo del divenire e in cui si vive armandosi di tutte quelle possibilità di affrontarlo attraverso l’utilizzo dell’atto magico, qualsiasi sia l’entità di tale attività.

 

_Nota1: L’autore spiega come l’uomo è un essere-nel-mondo, in quanto ricopre la sua funzionalità esistenziale di “prendersi cura” (Besorgen) delle cose di cui necessita, dunque, cambiarle, plasmarle, manipolare, costruirle, dunque tale cura delle cose di cui ha bisogna diventa materiale puro per una progettualità del suo essere e della sua vita.
_Nota2: Il termine è stato utilizzato già in precedenza da Hegel, Jaspers, Feuerbach, ma Heidegger l’ha sviluppato in maniera più approfondita in Essere e tempo, rapportandolo al significato dell’esserci e dunque ponendolo all’interno di un’analitica dell’esistenza.

 

Per approfondimenti:
_E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959;
_E. De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria, Torino, Bollati Boringhieri, 1958;
_E. De Martino, Il mondo magico. Prolegomeni per una storia del magismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1948;
_M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1971;
_L. M. Lombardi-Satriani, M. Meligrana, Il ponte di San Giacomo, Sellerio Editore Palermo, 1989.

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Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo

Hermann von Kanzler, l’ultimo generale di Cristo

di Giuseppe Baiocchi del 02/09/2018

Quando si riflette sul senso legittimo delle unioni degli Stati pre-unitari, confluiti forzatamente sotto il futuro Regno d’Italia, si deve necessariamente analizzare l’importanza dello Stato Pontificio. Difatti quelle battaglie – combattute da uomini vigorosi, valorosi e cattolicissimi –, sono avvenute per difendere una causa non solo territoriale (non solo legittimistica, dato dal regime di legittimità che attraversava i secoli, esistendo da più di mille anni), ma soprattutto etica, in quanto lo Stato della Chiesa – essendo un ente politico di difesa alla libertà del Papa –, doveva consentire al Pontefice di insegnare alle genti i dettami del Vangelo e le indicazione del Magistero Ecclesiastico, senza influenze estere.

Papa Pio IX (in latino Pius PP. IX, nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878) è stato il 255º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 1846 al 1878. 163º e ultimo sovrano dello Stato Pontificio dal 1846 al 1870. Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica dopo quello di san Pietro. Fu terziario francescano ed è stato proclamato beato nel 2000.

Dopo la caduta dello Stato Pontificio (1870), la Santa Romana Chiesa è stata sempre più in balia del potere laico cavouriano del motto «libera Chiesa in libero Stato» e dei poteri civili fonte di quelli occulti, i quali portando un aumento considerevole di quella che molti storici affermano essere l’eresia «modernista» del secolo XX. Il modernismo si scatena anche per via dell’assenza di strumenti temporali dati al Papa per difendersi, poiché governa «un francobollo di terra», quello che in fondo era – prima dei patti Lateranensi (1929) – lo Stato della Chiesa. Pio IX (1792 – 1878) governa, dopo il 1870, una scrivania sopra la quale segretari male accorti, conniventi, possono coartare l’azione del Papa nella sua podestà magisteriale. La storia ci ha narrato efficacemente che tutto questo è avvenuto; addirittura l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini (1927 – 2012) cantò le lodi della caduta dello Stato Pontificio, parlando di «liberazione da un fardello»: un gesto da evitare, almeno per i tanti morti papalini, che hanno difeso la Roma millenaria dei Papi da certa invasione cattolica e straniera.
Prima dell’avvento del Risorgimento, di stampo massonico-liberale, il Pontefice non aveva mai avuto bisogno di un esercito ben organizzato, come quello del 1855-1870: difatti a nessuna potenza cristiano-cattolica sarebbe venuto in mente di invadere le terre pontificie. Per Pio IX tutto diventerà chiaro nel 1860, quando le legazioni romagnole a marzo e quelle marchigiane e umbre in novembre furono sottratte al potere dello Stato Pontificio. Difatti il piccolo esercito papalino, si componeva di circa ventimila uomini che all’epoca erano quasi tutti di lingua italica, tranne due reggimenti di Guardia Svizzera a lingua tedesca, ma con il diminuire del patrimonio territoriale di S.Pietro, scese anche il numero dei suoi soldati e nell’ultimo anno di pontificato non arrivava a 13.000 unità. Dal 1850 fu ri-organizzato nella sua formazione tattica e nella foggia uniformologica, seguendo il modello francese di Napoleone III, considerato il miglior esercito sul continente: era ben equipaggiato, ben istruito ed agguerrito.
Massimo generale, della Breccia di Porta Pia, fu il barone Hermann von Kanzler (1822 – 1888) proveniente dal Granducato di Baden (1806 – 1918). Egli è stato uno dei massimi condottieri dell’Esercito pontificio, nonché l’ultimo: dopo di Kanzler, non è stato elevato nessun militare al grado di generale (oggi il massimo grado delle Guardie Svizzere è colonnello). Per il badese la correttezza e l’onore di essere cattolici sono sempre stati posti al primo posto nella sua vita: l’essere fedele a Dio e alla sua Chiesa. Gentiluomo, abile generale, fervente cattolico: egli è stato un personaggio coltissimo e una delle più nobili figure della Roma Papale.

Nella foto del 1860 Hermann von Kanzler. Tra le Onorificenze pontificie ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno, Medaglia commemorativa della restaurazione dell’autorità pontificia, Medaglia di Castelfidardo, Croce di Mentana, Medaglia dell’assedio di Roma. Per Onorificenze straniere ricordiamo: Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie), Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie), Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia).

Figlio di Markus Kanzler e Magdalena Krehmer, nasce a Weingarten il 28 marzo del 1822 e trascorre la giovinezza a Bruchsal e nella vicina Mannheim, completerà i suoi studi. Successivamente decide di intraprendere la carriera militare, presso l’accademia di Karlsruhe, uscendone come Sottotenente del IV Reggimento fanteria. Promosso Tenente il 25 maggio del 1841, nel gennaio del 1844 si dimette dall’esercito granducale per essersi rifiutato, come cattolico, di battersi a duello con un collega sfidante. A seguito delle dimissioni deciderà di soggiornare per alcuni mesi in Inghilterra, dove – da uomo colto quale era –, apprende la lingua che parlerà insieme all’italiano, al francese e allo spagnolo. Tale caratteristica deve porci la riflessione di come Kanzler, sapendo ben cinque lingue, si prestasse già naturalmente ad entrare nell’esercito Pontificio, da sempre di carattere e caratura internazionale.
Così il primo settembre del 1845, ripresa la carriera militare, si pone al servizio del Papa-Re, venendo promosso Sottotenente il 12 marzo del 1847: è lo stesso anno in cui si unisce in matrimonio con una delle donne di spicco dell’aristocrazia bolognese, Letizia Piepoli. La loro storia d’amore non era destinata ad essere fortunata: la Piepoli morirà appena un anno dopo, nel parto per mettere alla luce suo figlio, che seguirà sfortunatamente anche la madre. Il trauma per la doppia perdita è per Kanzler molto dura e per superare l’evento si getterà a fondo nelle vita militare, dove tra il 1848 e il 1854, parteciperà a diverse battaglie per la difesa dello Stato Pontificio, le quali lo faranno avanzare di grado e insignirlo dei cavalierati di San Gregorio Magno e di San Silvestro, diventando Colonnello il primo maggio del 1859. Sempre a Roma conoscerà la sua seconda moglie, la contessa Laura Vannutelli, con la quale si unisce il 2 maggio 1860, vigilia della partenza del condottiero pontificio per le Marche, dove fino alla sede di Ancona lo seguì la consorte: donna di spiccata intelligenza che sarà sempre degna compagna, permettendogli anche negli anni successivi di estendere e mantenere le relazioni sociali adeguate allo status che avrebbe rivestito. Dalla loro unione nascerà Rodolfo von Kanzler (1864 – 1924), uno degli archeologi a capo della Santa Sede; fino al 1896 sarà membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e fu considerato il più abile conoscitore della topografia della Roma antica, avente un ruolo primario negli scavi sotto la Basilica di San Pietro e nelle catacombe.
Il 27 settembre di quello stesso anno Kanzler viene promosso Generale, mentre contrasta i moti insurrezionali contro i reparti italiani nelle Marche. Il 19 ottobre viene nominato comandante dei depositi di ogni arma esistente nella capitale. Il tedesco aveva in mano tutto l’armamento bellico dello Stato Pontificio. Cogliendo anche l’occasione della morte del generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 – 1865), Kanzler il 15 ottobre del 1865 viene promosso Tenente Generale, subentrando al belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), come Pro-Ministro delle armi. Tale scelta provenne direttamente da Pio IX, che aveva avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. In effetti egli, il cui ultimo impegno è stato quello di Ispettore della Fanteria, è l’uomo più adatto in quel determinato momento. Lavoratore instancabile e eccellente organizzatore, costituiva un punto di equilibrio tra le milizie indigene e estere di Santa Romana Chiesa, gestendo le due brigate comandate dal marchese Giovanni Battista Zappi (1816 – 1885) e quella del conte Raphael de Courten (1809 – 1904).
Il 15 dicembre il Papa approva il suo piano organico dell’esercito, che nei mesi successivi viene posto in applicazione, così da fornire milizie per garantire l’ordine pubblico e per proteggere le frontiere contro le truppe regolari sabaude, almeno fino all’arrivo dei rinforzi francesi di Napoleone III. Viene iniziata anche una decisa campagna contro il brigantaggio, favorito inizialmente per motivi politici, ma successivamente combattuto per via delle notevoli problematiche venutasi a creare per Pio IX.
Nel autunno del 1867 si arriva verso una nuova offensiva garibaldina, che non prende impreparato il suo esercito: sfruttando le nuove linee ferroviarie esistenti il generale rintuzza le puntate offensive dei volontari, attento parallelamente a non lasciare indifesa Roma. Fu il primo caso in cui la ferrovia veniva utilizzata come arma tattica per la guerra. Tale strategia diede il tempo alla Francia Imperiale di intervenire a difesa del Sommo Pontefice. Proprio l’aver lasciato truppe di Zuavi a Roma, si rivelerà fondamentale per la capitolazione del colpo di mano garibaldino, parallelo a Mentana, dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli. I due rivoluzionari con settanta compagni e due barche cariche di armi avevano disceso il Tevere, ma giunti presso il Ponte Milvio constatarono che nessuno era ad attenderli in armi: semplicemente il popolo romano non era insorto, poiché grazie alle riforme tecnologiche e infrastrutturali di Pio IX, quest’ultimo era apprezzato dalla popolazione di Roma. Si fermarono presso Villa Glori, dove furono assaliti il 23 ottobre del 1867 dagli Zuavi pontifici e furono sopraffatti dopo un lungo combattimento, anche all’arma bianca. 
Alla testa del suo esercito il 3 novembre a Mentana, insieme al generale francese Balthazar Alban Gabriel de Polhes (1813 – 1904), marcia verso le postazioni garibaldine a Monterotondo. L’esercito pontificio era costituito da truppe veterane molto motivate (erano volontari) e di prolungato inquadramento, numericamente di 3.000 uomini di cui 2.500 del corpo di spedizione francese. Quest’ultimo veniva composto da truppe regolari e truppe mercenarie: lo stipendio dei soldati prevedeva non solo una retribuzione economica (50 centesimi al giorno), ma anche il vitto e l’alloggio. I fucili papalini erano all’avanguardia poiché erano muniti del modello Chassepot 166, a retrocarica munito di otturatore e caricato a cartuccia di cartone. Il fucile permetteva di caricare ben 12 colpi al minuto: quasi il doppio di quelli italiani. La cavalleria, costituita da circa 150 dragoni e 50 cacciatori a cavallo, possedeva un’artiglieria di circa 10 pezzi. Kanzler proseguendo con i suoi uomini lungo l’antica via Nomentana – che darà nome poi alla città di Mentana -, in direzione Monterotondo, giungono in prossimità della tappa intermedia di Mentana nel primo pomeriggio.

Il generale badese Hermann Kanzler, passa in rivista le truppe di spedizione franco-pontificie dopo la battaglia di Mentana del 6 novembre 1867.

Di fronte alle sue truppe il villaggio si presenta sul lato di una collina a forma di promontorio, cinto da un muraglione con il fronte un antico castello medievale volto proprio verso la Nomentana. Alcune miglia a sud, tre compagnie di Zuavi pontifici vengono inviati lungo il Tevere, verso Monterotondo ed il fianco destro del fronte garibaldino. La colonna principale invece con i dragoni in avanguardia e i francesi in retroguardia prosegue verso l’obiettivo lungo la Nomentana. Kanzler punta quasi ad accerchiare l’esercito che in quel momento stava avanzando, prendendo un primo e inaspettata contatto con gli avamposti di Garibaldi, già a sud di Mentana mentre è in corso un trasferimento di volontari in direzione Tivoli. Li sospingono in una località denominata Vigna Santucci, a circa 1,5 chilometri a sud-est del villaggio. Qui la posizione è difesa da tre battaglioni di camice rosse, schieratesi a sinistra sul Monte Guarnieri e da destra nella fattoria della Vigna Santucci. Alle 14:00 del pomeriggio gli assalitori conquistano le posizioni e posizionano l’artiglieria sul Monte Guarnieri in vista del villaggio e del vicino altopiano. Garibaldi schiera l’artiglieria sull’altura nord: il Monte San Lorenzo e la gran parte delle truppe all’interno e intorno al villaggio murato dal castello in posizioni fortificate. Contro tali difese si infrangono i ripetuti assalti franco-pontifici con relativi contrattacchi, continuati fino all’inizio della notte. A questo punto viene programmato un incontro con un contrattacco di aggiornamento su entrambi i fianchi dello schieramento papalino, ma senza successo da parte dei garibaldini. Nel frattempo le tre compagnie di Zuavi che hanno marciato lungo il Tevere occupano la strada fra Mentana e Monterotondo, inducendo Garibaldi a recarsi personalmente sul luogo, lasciando l’esercito a difendere Mentana. Sarà a questo punto che la strategia di Kanzler colpisce nel segno: il corpo francese attacca le camicie rosse, sfondando le linee, inducendo i difensori alla rotta verso Monterotondo o verso il castello, dove si arrenderanno la mattina seguente. Garibaldi stesso ripiega nel Regno d’Italia con 5.000 uomini, inseguito fino al confine dai dragoni pontifici. Al termine della giornata i franco-pontifici hanno registrato 32 morti e 140 feriti, mentre i garibaldini 150 morti, 220 feriti e 1.700 prigionieri. Kanzler torna a Roma trionfante e viene accolto dal beato Pio IX come un eroe, rivolgendosi a lui con la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso: «Canto l’arme pietose e ‘l capitano/che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo./Molti egli oprò co ‘l senno e con la mano,/molto soffrì nel glorioso acquisto;/e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano/ s’armò d’Asia e di Libia il popol misto./Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi/segni ridusse i suoi compagni erranti».
La battaglia di Mentana, quindi, sancisce l’allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento insurrezionale garibaldino, assicura allo Stato Pontificio tre ulteriori anni di vita dei quali il Sovrano Pontefice profitterà per tenere il Concilio Vaticano I, nel giugno del 1868, fino al luglio del 1870, quando verrà sospeso a causa della presa di Roma da parte sabauda.
Pio IX riuscì anche ad approvare il Pastor Aeternus, una costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I sulla Chiesa di Cristo, approvata il 18 luglio 1870, che definì due dogmi della Chiesa cattolica: il primato papale e la sua infallibilità.
Le speranze di pace si concludono, dopo qualche mese, poiché il 20 settembre del 1870 il Regio esercito aprirà una breccia nelle mura Aureliane nei pressi di Porta Pia, segnando così la fine del glorioso Stato Pontificio. Seppur l’attuale storiografia ha scritto di una facile vittoria del generale sabaudo Raffaele Cadorna (1815 – 1897), i combattimenti furono cruenti. La mattina di martedì 20 settembre l’artiglieria sabauda inizia il cannoneggiamento: il Ferrero sparava in direzione dei Tre Archi e un quarto d’ora dopo l’Angioletti apriva il fuoco contro Porta San Giovanni. Seguirono subito dopo il Mazè de la Roche e il Cosenz con i loro tiri contro Porta Pia e Porta Salaria. Verso le 8:00 Roma, alla sinistra del Tevere, fu circondata da un cerchio di fuoco e di fumo e Cadorna, da Villa Albani, telegrafa a Firenze asserendo: «breccia tra Porta Pia e Salaria già bene inoltrata». Nel frattempo la Porta San Giovanni brucia, sebbene il sabaudo Angioletti sia tenuto lontano dai tiri della batteria pontificia di Daudier. Ai Tre Archi il muro, che sostiene il piccolo terrapieno su cui son posati i cannoni di difesa, si sta riducendo in frantumi: per gli artiglieri papalini il maneggio dei pezzi diviene impossibile e già durante tutta la notte, da questo lato, erano avvenute delle scaramucce, con morti e feriti da ambo le parti. A Porta Pia, fin dalle 6:45, dal “gabinetto del Ministro” Ungarelli si comunica che il maresciallo Sterbini ha segnalato al comando di piazza che «a Porta Pia è stato smontato un pezzo (ce n’erano due soli), e che detta posizione è in pericolo». Proseguendo con la cronaca, alle 8:13 da Santa Maria Maggiore il generale Zappi telegrafa: «Porta Pia perduta, nostra sezione artiglieria ritirata, cioè un pezzo smontato, l’altro mandato a Monte Cavallo, perché difenda la strada di Porta Pia, ove nemico ha impiantata artiglieria». Già alle 7:35 Girolamo Bixio (1821 – 1973), con un bombardamento nel quartiere della Lungara aveva innescato delle fiamme su tre diversi gruppi di case.
Eppure il generale Kanzler, sembra non prestar fede alle parole del Pontefice Pio IX, il quale aveva lasciato disposizione, tramite una lettera, di difendersi unicamente «a una protesta atta a constatare la violenza e nulla più», prescrivendo «di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone».

La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d’epoca.

La resistenza prosegue, poiché l’esito non sembrerebbe scontato: se i cannoni dei pontifici valevano poco, i loro fucili svedesi, i Remington Rolling Block, si palesavano di molto superiori ai Carcano di cui facevano uso i sabaudi; infine la conformazione dell’urbe e le difese riequilibravano parzialmente il dislivello numerico delle due compagini belliche. Dai ricordi dello scrittore Edmondo De Amicis, soldato del regio-esercito: «il fuoco dei cannoni pontifici, da quella parte, era già cessato: ma i soldati si preparavano a difendersi dalle mura. […] Gli Zuavi tiravano fittissimo dalle mura del Castro Pretorio, e uno dei nostri reggimenti ne pativa molto danno».
Alle 9:30, dopo quattro ore di combattimento, il cuore di Pio IX sanguinava per il prolungato micidiale combattimento: conoscendo la fedeltà di Kanzler, non poteva sospettare che il generale, per decoro militare, intendesse resistere oltre. Il Papa comandò così, senza attendere l’avviso del generale badese, che fosse issata sulla cupola di San Pietro la bandiera bianca. Occorse del tempo prima che si riuscisse a comunicare l’ordine sovrano al colonnello Achille Azzanesi (1823 – 1888), il quale a sua volta lo trasmise al tenente Carletti. Quando alle 10:00 il dispaccio Azzanesi giunse, sulla cupola, da qualche minuto la bandiera bianca sventolava sull’asta della croce dominante la basilica e alla breccia il fuoco cessò alle 10:10, quando un ufficiale, spedito dal de Tourssures, ebbe innalzata la bandiera bianca.
Da una parte all’altra si era combattuto con grandissimo vigore e non pochi morti giacevano sul terreno, ma le truppe che avevano superato la breccia – oltre ai prigionieri Zuavi di villa Bonaparte, nelle cui adiacenze si era aperto il varco -, contro tutte le regole belliche, secondo le quali alzato il vessillo bianco ciascuno è obbligato ad arrestarsi dove si trova, tirarono diritto in città spingendosi a piazza del Quirinale, a piazza di Spagna, al Pincio e a piazza del Popolo.
Nel pomeriggio Cadorna si incontra con Kanzler, alle 14:00 presso Villa Albani, per stipulare la capitolazione; intanto le truppe pontificie dovrebbero ritirarsi nella città Leonina, che resterebbe al Papa. Sottoscritta la capitolazione, Pio IX che aveva amicizia e stima del generale badese, doveva risolvere la problematica del suo uomo migliore che non aveva rispettato i suoi ordini e che poteva dar adito alla propaganda sabauda, riguardo alla “liberazione” del Pontefice.
Infatti da ben 10 anni il governo papale aveva smentito sempre con vigore, che gli stranieri militanti nello Stato Pontificio non rappresentavano un ostacolo verso una conciliazione con il neonato Regno d’Italia. Bisognava dunque giustificare l’ordine di resistere ad oltranza che il Papa Pio IX avrebbe dato anche contro ogni speranza di buon esito, e nello stesso tempo rimanere sempre il Princeps pacis per eccellenza.
Dopo attenta riflessione e sotto consiglio dei suoi uomini più fidati, il Papa scrisse una seconda lettera in tutto simile alla prima, meno che in due frasi le quali furono così modificate: dove era scritto «ai primi colpi di cannone» si sostituì «appena aperta la breccia» e allo stralcio «a qualunque spargimento di sangue» fu eliminato il “qualunque”, mettendovi «a un grande spargimento di sangue».
La lettera, così emendata, fu pubblicata ne La Civiltà Cattolica del 7 gennaio 1871. Così per un senso cavalleresco e di amicizia verso il suo generale migliore, il Pontefice preferì lasciar ricadere su se stesso la responsabilità di una ventina di morti (i sabaudi ebbero 48 morti e 141 feriti; i pontifici 20 morti e 55 feriti) e di tutti i danni causati alla città da 5 ore di fuoco.
Con il tramonto del sole, il 20 settembre segnò l’estremo fato del principato civile della Chiesa. La mattina del 21, non appena al chiarire del giorno furono aperte le bronzee porte della Basilica Vaticana, vi si affollarono i militari pontifici, che pregarono sulla tomba di San Pietro, Principe degli Apostoli. Di lì a qualche ora l’esercito pontificio sarebbe stato un mero ricordo storico: ufficiali e soldati, disarmati, sarebbero stati tratti prigionieri a Civitavecchia, dove rimpatriati, molti di questi non avrebbero più rivisto Roma.
Anche Hermann Kanzler fa parte di questo destino, ma egli per sua decisione si stabilirà, con la famiglia, presso il Vaticano dedicandosi negli anni seguenti all’assistenza degli ufficiali e dei soldati pontifici che non hanno aderito a prestare servizio nell’esercito italiano. Si dedica con successo a studi di carattere militare ed astronomico e continua ad essere nominalmente Pro-Ministro fino al 1888, rimanendo ad esercitare le sue funzioni di comandante in Capo delle truppe e delle armi papali – anche se solo simbolicamente.

Quattro dei principali attori militari dello Stato Pontificio negli anni 1850/1870: il belga Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), il badese Hermann Kanzler (1822 – 1888), il francese Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (1806 – 1865) e il francese Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (1822 – 1860).

Dopo l’avvento al soglio pontificio di Leone XIII (1810 – 1903), che lo nominerà barone (da cui si può aggiungere l’appellativo di von), torna ad abitare a Roma, alternando la permanenza in città con lunghi soggiorni nella villa che ha acquistato a Borgo Buggiano in Toscana.
L’ultimo generale di Cristo verrà meno nella notte tra il 5-6 gennaio 1888. Tutta la sua famiglia è sepolta al Verano, accanto alle tombe di alcuni Zuavi pontifici, ma oggi la sua lapide versa in uno stato di totale abbandono, non avendo la sua linea di successione lasciato alcun erede. Francamente appare triste che la Chiesa non ricordi e soprattutto non abbia cura di coloro che l’hanno sempre servita fedelmente. Di lui ci rimangono le carte Kanzler-Vannutelli, in origine composte da 90 unità attivistiche per gli anni 1824-1906: esse costituiscono i documenti appartenuti all’ultimo comandante dell’esercito pontificio e pro-ministro delle armi di Pio IX, nonché la corrispondenza ideale del cognato, il frate domenicano Vincenzo. Le carte sono divise in due serie: le carte denominate Kanzler-Vannutelli A costituite da 75 pezzi archivistici, tra registri, volumi, rubriche e pacchi di carte sciolte, probabilmente relativi al versamento del 1931. Essa contiene numerosa documentazione relativa agli ordini del giorno: rapporti, corrispondenze, memorie, telegrammi e gli avvenimenti che videro coinvolti l’esercito pontificio tra il 1867 e 1870, nonché la documentazione precedente a partire dal 1831 di argomenti militari e successivi al 1870. La seconda serie invece, carte Kanzler-Vannutelli B, è conservata in 15 buste, ed è probabilmente la parte acquisita dopo il 1937. Essa costituisce il vero archivio privato della famiglia Kanzler-Vannutelli, contenendo la corrispondenza privata del generale, di sua moglie Laura Vannutelli, ma anche dei loro antenati, coprendo un periodo che va dal 1824 al 1906. Un’ultima parte della documentazione è relativa agli scritti personali del domenicano Vincenzo Vannutelli dove si rileva una corrispondenza molto interessante con gli attori maggiori del panorama orientale-cristiano dell’ultimo quarto dell’Ottocento.
Curioso e degno di nota, inoltre, un brano tratto da un’opera inedita di don Giuseppe Clementi (1865 – 1944) e del conte Edoardo Soderini (1853 – 1934), che ci dimostra la situazione a Roma il giorno prima del 20 settembre 1870: «Nel pomeriggio del 19 il passaggio fu animatissimo su la strada di Porta Pia; né vi mancarono preti, frati, fin qualche vescovo: questa è stata sempre una delle passeggiate predilette dagli ecclesiastici. Qualche colpo di moschetto, sparato dagli avamposti a Villa Patrizi si faceva sentire, ma non impressionava; né maggior impressione producevano i rari colpi di cannone tirati dall’Aventino in direzione di Porta San Sebastiano. C’era da domandarsi se si era proprio alla vigilia di un bombardamento o non piuttosto di una festa. Con siffatte manifestazioni dello spirito pubblico si poteva pensare sul serio a una lunga resistenza? C’era bene chi andava spargendo notizie che, se vere, l’avrebbero giustificata, anzi imposta: si sussurrava che il Cadorna dovrebbe levar presto il campo per correre a rinnovare le gesta di Palermo a Firenze dove affermavano scoppiata una rivoluzione e proclamata la repubblica; girava anche un’altra fola: quarantamila austriaci sbarcati in Ancona si dirigevano su Roma per raffermare in soglio il Pontefice-Re. Pio IX nel pomeriggio, accompagnato dai camerieri segreti De Bisogno e Samminiatelli, si andò alla Scala Santa; sebbene grave di anni e d’incomodi, volle salirla ginocchioni, appoggiandosi al braccio di monsignor De Bisogno. Giunto alla cappella del sancta sanctorum pregò a voce alta e commossa. Uscito dal santuario, pregatone dallo Charette, benedì le truppe accampate sulla spianata della basilica […]. Mentre in carrozza se ne tornava in Vaticano, da vari gruppi di persone gli fu gridato: “Santità, non partite”. Si temeva che nella notte s’imbarcasse a Ripagrande per l’estero. Rientrato nei suoi appartamenti, diresse al Kanzler l’ordine di cessare la resistenza non appena si fosse fatta rilevare la violenza, di cui andava a esser vittima».

Diversi erano invece i militari pontifici di lingua italiana (da sinistra a destra): conte Raphael de Courten (Sierre, 2 gennaio 1809 – Firenze, 24 dicembre 1904), divenne Generale di brigata il 7 agosto 1860 e combatté nella campagna delle Marche e dell’Umbria (1860), in quella dell’Agro-Romano (1867) e infine alla Breccia di Porta Pia; il marchese Giovanni Battista Zappi (Rimini 1816 – Roma 1885), divenne Generale di brigata nel 1860 e combatté alle principali battaglie fino alla Presa di Roma nel 1870; marchese Giovanni Lepri di Rota (Roma, 15 aprile 1826 – Roma, 1 giugno 1885) divenne colonnello nel 1864 e combatté nelle principali battaglie per la difesa dello Stato, prestò servizio anche nella Guardia Nobile; Azzanesi Achille (Roma, 1823 – Roma, 1888), divenne colonnello comandante nel 1870, assumendo il comando della prima zona di difesa che comprendeva la città Leonina ed il vaticano.

Il testo esatto della lettera di Pio IX, che come abbiamo detto fu modificato, è il seguente: «Signor generale, Ora che si va a consumare un gran sacrilegio e la più enorme ingiustizia, e la truppa di un Re cattolico senza provocazione, anzi senza nemmeno l’apparenza di qualunque motivo cinge di assedio la capitale dell’Orbe, sento in primo luogo bisogno di ringraziare lei, signor generale, e tutta la truppa nostra della generosa condotta finora tenuta, dell’affezione mostrata alla Santa Sede e delle volontà di consacrarsi interamente alla difesa di questa metropoli. Siano queste parole un documento solenne che certifichi la disciplina, la lealtà, il valore della truppa al servigio di questa Santa Sede. In quanto poi alla durata della difesa, sono in dovere di ordinare che questa debba unicamente consistere in una protesta, atta a constatare la violenza e nulla più, cioè di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone. In un momento in cui l’Europa intera deplora le vittime numerosissime, conseguenza di una guerra fra due grandi nazioni, non si dica mai che il Vicario di Gesù Cristo, quantunque ingiustamente assalito, abbia ad acconsentire a qualunque spargimento di sangue. La causa nostra è di Dio, e noi mettiamo tutta nelle sue mani la nostra difesa. Benedico di cuore lei signor generale e tutta la nostra truppa».
Hermann Kanzler rivolgendosi ai suoi soldati, dopo l’avvenuta capitolazione romana, si espresse verso di loro con un congedo anticipato: «Soldati! È giunto il momento in cui dobbiamo separarci ed abbandonare il servizio a Sua Santità, che più di altra cosa ci stava a cuore: Roma è caduta, ma grazie al vostro valore, alla vostra fedeltà, alla vostra mirabile unione, è caduta onorevolmente. Taluno forse si lagnerà che la difesa non sia spinta più oltre, ma una lettera di Sua Santità, che in seguito sarà pubblicata, vi spiegherà il tutto. Questa testimonianza dell’Augusto Pontefice sarà di conforto a tutti e il più bel compenso che nelle attuali e tristi circostanze potevamo ottenere. Debbo infine farvi conoscere che venendo per forza maggiore dispersa l’armata, Sua Santità si è degnata di sciogliere tutti dal loro giuramento di fedeltà. Addio cari commilitoni, ricordate del vostro capo, il quale serberà indelebile e cara la memoria di voi tutti. Viva Pio IX, Viva Cristo-Re».
In conclusione tali avvenimenti, per la fragilità delle conquiste effettuate, imponevano al Regno d’Italia ed alla sua dirigenza una ferrea azione di difesa dei nuovi territori appena conseguiti, anche tramite una finta propaganda, oggi ampliamente svelata. A 150 anni dall’Unità d’Italia, tali nemici “reazionari” sembrano non essere più presenti e la difesa ferrea della propaganda risorgimentale non è più necessaria. Oggi possiamo permetterci di andare a conoscere esattamente che cosa è effettivamente avvenuto, come è stato interpretato e come è stato poi raccontato. Infine successivamente costruire la nostra ricerca sulla base dei documenti e dei dati oggettivi, che spesso fa emergere una realtà che è diversa da quella che si conosce come storia tramandata ed acquisita e tale piccolo contributo mira a preservare una memoria, possibilmente con una maggiore conoscenza di causa, degli eventi che hanno contraddistinto il crollo di uno degli Stati secolari di lingua italica più importanti della penisola.

 

Per approfondimenti:
_Valerio Castronovo, Un mondo al plurale – Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, La Nuova Italia, Milano, 2009;
_Cerchiai, Di Benedetto, Gatto, Mainardis, Manodori, Matera, Rendina, Zaccaria, Storia di Roma, Newton Compton Editori, Roma, 2008;
_Giuseppe Baiocchi, Il beato Pio IX: storia dell’ultimo Papa regnante, dasandere.it, 31-05-2018, http://dasandere.it/il-beato-pio-ix-storia-dellultimo-papa-regnante/;
_Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994;
_Giulio Cesare Carletti, L’esercito Pontificio dal 1860 al 1870, Viterbo, Tip. Soc. Agnesotti & C., 1904;
_ Archivio Segreto Vaticano, Carte Soderini-Clementi, b. 11, cap. lxxxiv, pp. 3-27;
_Archivio Segreto Vaticano, Carte Kanzler, b 16;
_La Civiltà Cattolica, 7 gennaio 1871, pp. 107-8;
_P. Raggi, La Nona Crociata, Libreria Tonini, Ravenna, 1992;
_Edmondo De Amicis, Le tre capitali. Torino-Firenze-Roma, Vigonglo, Torino, 1997.

 

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Johann Strauss, Joseph Lanner e la Nemesi del Valzer

Johann Strauss, Joseph Lanner e la Nemesi del Valzer

di Carlotta Travaglini 26/08/2018

La famiglia che dà i natali ai più celebri balletti della corte di Vienna proviene da Leopoldstadt, oggi secondo distretto della città di Vienna, ad est di Inner stadt, primo distretto, sopra il canale del Danubio. Questo quartiere era separato dalla Pazmanitengasse, enorme arteria che ospitava la più grande sinagoga di Vienna, che venne distrutta nella notte dei cristalli del 1938. Suo nonno, Johann Michael Strauss (1720 – 1800), originario di Budapest, era ebreo, ma si era convertito al cattolicesimo per poter sposare Rosalia Buschin (1729 – 1785), figlia di un guardiacaccia originario dell’Austria Inferiore. Il 14 marzo 1804, Johann Strauss viene battezzato con rito cattolico.
Suo padre, Franz Borgias Strauss (1764 – 1816), sposò Barbara Dollmann (1770 – 1811) e la giovane coppia gestiva una locanda nella Flossgasse, frequentata prevalentemente da marinai del Donaukanal, provenienti da Linz. Le esibizioni dei viandanti erano di casa: il piccolo Johann Baptist Strauss, Sr. vi assistette spesso e con grande curiosità; egli fu il solo dei sei figli della coppia a superare il secondo anno di vita, assieme alla sorella, Ernestine Strauss (1798 – 1862), che in futuro avrebbe sposato Kark Fux (1805 – 1859), musicista e futuro segretario del compositore. Tale famiglia è un esempio perfetto dell’assorbimento della cultura ebraica all’interno dell’Austria-Ungheria e ci mostra come la forza della cultura tedesca, di stampo cattolico, sia riuscita ad amalgamare gli ebrei con la società: elemento sempre molto difficile con il popolo eletto.

Johann Strauss in una litografia di Joseph Kriehuber, 1835.

A dodici anni fu mandato come apprendista presso un rilegatore, per poter imparare un mestiere. Non riuscì a lungo a sopportare il nuovo lavoro e tentò addirittura una fuga che, per certi versi, si rivelò fortunata: per strada incontrò un suonatore ambulante, chiamato Polischansky, il quale dopo averlo riportato a casa e aver ottenuto l’approvazione dei suoi genitori, sarebbe diventato il suo primo insegnante di musica.
Molto di moda erano, all’epoca, le orchestre da ballo, tra le quali spicca quella diretta da Michael Palmer, il quale si esibiva presso il raffinato Cafe Sperl. Fu così che alla giovane età di quindici anni Johann Strauss ebbe la fortuna di esibirsi insieme a loro: qui entrò in contatto con il giovane Joseph Lanner (1801 -1843), di tre anni più anziano, con il quale intraprese una forte amicizia. Già da tempo l’amico stava facendosi strada nell’ambiente che li vedeva uniti, ma le loro strade si biforcheranno. L’amico Lanner nato al numero 5 di Mechitaristengasse, ora settimo distretto di Vienna, di famiglia umile, studierà il violino da autodidatta mostrando doti molto precoci: entrerà infatti nell’orchestra di Palmer all’età di dodici anni. Legati da forte affiatamento abbandonano insieme l’orchestra nel 1818 per fondare un trio con i fratelli Karl e Johann Drahanek, rispettivamente al violino e alla chitarra, che diventerà poi un quintetto aggiungendovi un violoncello ed una viola, suonata dallo stesso Strauss. Il progetto cresce e Lanner riesce a costruire una vera e propria orchestra.
In quel periodo Strauss e Lanner condividono un appartamento nel Windmuhlgasse, al numero 18 e nel 1824 Lanner diventa definitivamente il direttore dell’orchestra, mentre a Strauss spetta il ruolo di vice direttore. Mentre le esibizioni si susseguono senza tregua in un successo sfrenato, Strauss si convinse che le proprie opere non venissero celebrate abbastanza.

Charles Wilda: Joseph Lanner e Johann Strauss (particolare), olio su tela, 1906.

Una sera di settembre 1825 allo Zum Bock, Joseph Lanner e Johann Strauss litigano atrocemente. L’orchestra si scinde e 14 elementi decidono di seguire Strauss, che crea così una propria orchestra apertamente ostile a Lanner; quest’ultimo, da parte sua compone il Trennungs-Waltzer op. 19 (Waltzer della separazione). Tuttavia, nonostante tutto, i due musicisti avrebbero avuto ancora occasione di lavorare insieme. Nello stesso anno, dall’unione di Strauss con Maria Anna Streim (1801 – 1870), nasce il suo primogenito, Johann Baptist Strauss, II (Jr., 1825 – 1899), futuro compositore. Il 22 agosto 1827 nasce il secondogenito Joseph, anch’egli destinato alla medesima professione.
In breve tempo il complesso di Strauss ottiene un discreto successo. Così gli balenò l’idea di creare e gestire più gruppi musicali, così che si potessero esibire contemporaneamente in più contesti. Anche la famiglia Strauss continuava ad ampliarsi, con la nascita di Anna (1829), Teresa (1831) ed Eduard (1835), futuro musicista, compositore e direttore d’orchestra. Dal 1834 la famiglia Strauss dimora stabilmente nella Hirschenhaus, sulla Tabostrasse.
Il complesso di Strauss esordisce allo Sperl il 4 ottobre 1829. Ad assisterlo troviamo il giovane Richard Wagner (1813 – 1883), che ricorda con sincera emozione «l’entusiasmo quasi frenetico in cui entrava immancabilmente il sorprendente Johann Strauss, ad ogni pezzo che dirigeva suonando, ad un tempo, il violino. All’inizio d’ogni nuovo valzer tremava, quell’autentico genio della musicalità popolare viennese, come una pitonessa sul tripode e il vero gemito voluttuoso dell’uditorio inebriato assai più dalla sua musica che dalle bevande consumate, spingeva l’entusiasmo del magico violinista ad un grado per me quasi angoscioso».

Fino ai primi anni ’40 il successo di Johann Strauss fu sempre inferiore a quello di Joseph Lanner. Nel 1829 quest’ultimo ricevette l’ambita nomina a direttore musicale dei balli alla Redoutensäle nel palazzo imperiale di Hofburg; poco tempo dopo gli venne affidata anche la direzione della banda del II reggimento cittadino della città di Vienna. Con Joseph Lanner il valzer smise di essere un genere contadino.

Il valzer viennese nasce nel contesto più popolare. Il nome deriva dal tedesco Waltzen, che significa “girare in tondo”. Molte danze popolari ne possedevano caratteri affini; alcune, austriache e bavaresi, come il Dreher (da ‘sich drehen’, girare su se stessi), sono alla base della sua costituzione. Molti studiosi ritengono che il Ländler, danza tipica degli ambienti contadini austriaci originaria del Landl, una regione dell’alta Austria, ne sarebbe il diretto antenato; tant’è che, nelle prime apparizioni del valzer, il loro nome veniva confuso assieme a quello di altri generi (alcuni valzer beethoveniani recano anche il nome di “Contraddanza”). Il Landler è in ¾, si balla a coppie ed ha un andamento molto marcato, lontano dai toni eleganti e leziosi dei generi aristocratici. A partire da esso il valzer, con l’affermarsi della borghesia nel corso del XVIII secolo, venne importato a pieno titolo nelle città.

Philipp Steidler: Joseph Lanner (particolare), olio su tela, 1840.

Il nome si diffonde nell’Ottocento e figura tra gli scritti di Haydn, Mozart, Beethoven; tuttavia per lungo tempo fu ostacolato dai “conservatori”, che vedevano in esso un genere musicale senza troppe pretese, semplice e lascivo. Addirittura cominciarono a circolare dei manualetti che indicavano come comporre valzer sfruttando il gioco dei dadi: il più famoso, “Introduzione per comporre quanti Valzer si vuole per mezzo di due dadi, senza sapere nulla di musica o di composizione”, è attribuito a Wolfgang Amadeus Mozart.
Diffusosi inizialmente in Austria e nel sud della Germania, il valzer raggiunge presto le capitali Europee e diventa un genere internazionale. Nonostante tutto piace, entusiasma i ballerini, che possono finalmente danzare abbracciati, e le melodie catturano tutti. I valzer vengono suonati in Italia, in Inghilterra, vengono scritti anche dai compositori più insigni; in Francia, dopo l’introduzione tra i balli di corte voluta da Maria Antonietta, diventa un momento tipico del genere operettistico, assumendo caratteristiche del tutto proprie ed un carattere più melanconico, languido, lento. A Vienna, invece, invece, i valzer di Lanner e Strauss sono un’imponente tradizione.
Il loro campo vincente era quello della musica da ballo. Infatti era nel Carnevale, il “Fasching”, che le grandi orchestre riuscivano ad avere più attività. Joseph Lanner si cimenta in diverse centinaia di musiche da ballo dei generi più in voga; naturalmente, molte di esse erano valzer. Il suo valzer più celebre è Die Schönbrunner, op.200, “L’abitante di Schombrunn”. Il nome di quest’opera proviene dal titolo, che si riferisce al proprietario del Caffé Dommayer, locale nel distretto di Hietzing, dove si trova anche il castello.
Fino all’ascesa di Johann Strauss Jr. con “An der schönen blauen Donau ” nel 1867 (Sul bel Danubio blu), fu questo, forse, il valzer che più riecheggiava, tra le vie di Vienna.
Dai titoli di molte opere (valzer, Ferdinand II, gewidmet ; valzer, Maria Ludovica, gewidmet; “gewidmet” in tedesco significa “dedicato a”) si evince che la loro destinazione fossero gli ambienti aristocratici viennesi. Lo stesso castello di Schonbrunn (Schloss Schönbrunn, in tedesco) fu la sede della casa imperiale d’Asburgo dal 1730. Voluta dall’imperatore Carlo VI come residenza estiva, raggiunge la sua maestosità con gli imponenti lavori voluti da Maria Teresa D’Austria. Per tre anni vi prese residenza lo stesso Napoleone Bonaparte, e fu il luogo di nascita dell’imperatore Francesco Giuseppe, che vi morì nel 1916.
Perderà la destinazione di residenza imperiale con il crollo della monarchia asburgica nel 1918. Oggi molte delle sue sale sono destinate ad usi governativi.
Altre composizioni celebri furono Hofballtänze (Danze per il ballo di corte, ancora oggi estremamente popolari) op. 161, Steyrische-Tänze (Danze stiriane, composto in stile Landler, in omaggio all’antenato del valzer) op. 165, e Die Romantiker (Il Romantico) op. 167.
Mentre Lanner coltiva il proprio successo locale, Strauss ha progetti più vasti. La sua orchestra conta ormai più di 200 elementi, il suo nome domina le scene. Nonostante la precarietà della sua situazione familiare, riesce a districarsene; convalescente da un duro malore, si separa dalla moglie per averla tradita, nel 1833, con una cappellana viennese, Emilie Trampusch e, avendo costruito con lei una seconda famiglia segreta,sceglie di seguire quest’ultima.
La relazione con la moglie era complicata da tempo; detestava il fatto che lei avesse concesso ai figli Johann e Joseph di prendere lezioni di musica.
Allo stesso anno risale la sua prima tournée, che lo portò ad esibirsi al cospetto del re di Prussia. Le recensioni dei critici sono entusiastiche. Nel ’37 prende parte ai festeggiamenti per l’incoronazione della regina Elisabetta ed il grand tour dei musicisti procede per altre settantadue mete.

Monumento ai due compositori padri fondatori del valzer viennese, Johann Strauss padre e Joseph Lanner. Parco del municipio di Vienna (Rathaus).

Forse ottusamente Lanner, che preferì non travalicare il suolo nazionale, era convinto che il valzer non avrebbe potuto “attecchire” all’estero, o detenere un successo pari a quello già costituito localmente. In Francia l’orchestra di Strauss dette la bellezza di ottantasette concerti. Al concerto del 1º novembre 1837 a Parigi assistettero, tra le file degli spettatori, Berlioz, Cherubini, Meyerbeer e Paganini. Il 5 novembre, alle Tuileries, si esibì davanti a al re Luigi Filippo e al re Leopoldo del Belgio. Il culmine fu raggiunto con la stipula di un contratto con Philippe Musard, artista addetto alla musica da ballo, col quale tenne una trentina di concerti nella capitale francese. In Inghilterra, Strauss prese parte ai festeggiamenti per l’incoronazione della Regina Vittoria, il 28 giugno 1837. Johann Strauss rientra a Vienna il 13 gennaio 1839.
L’anno successivo gli viene concesso di partecipare ai grandiosi Balli di corte, dove si sarebbe potuto esibire di lì in poi alternandosi con Lanner; dal 7 gennaio 1846 ne divenne il direttore, su concessione dell’imperatore.
Tuttavia il successo dell’amico-nemico si sarebbe spento presto. Un’epidemia di tifo invase Vienna nel 1843 e Lanner, rimastovi contagiato, morì. Ciò significò, per Strauss, trovarsi ad essere l’incontrastato dominatore delle scene musicali Viennesi. Ai funerali di Lanner, fu lui ad occuparsi delle musiche.
Tra il 1835 ed il 1844 Johann Strauss ed Emilie Trampusch ebbero sei figli; in quest’ultimo anno ottenne il divorzio definitivo dalla moglie Anna. Fu solo grazie al distacco del padre che suo figlio Johann Strauss Jr., poté finalmente debuttare nel mondo musicale: il suo primo incarico fu quello di direttore dei balli al Casinò Dommayer di Hietzing, vicino al Castello di Schönbrunn.
L’ondata di rivoluzioni che travolse il ‘48 invase la capitale austriaca il 13 marzo, quando studenti e lavoratori insorsero contro lo stato di polizia messo in piedi da Metternich, Strauss si pose sempre come accanito difensore della Monarchia Asburgica. È questo clima che vede la nascita della più celebre opera del compositore, la Radetzky-Marsch op. 228 (La Marcia di Radetzky), eseguita per la prima volta il 31 agosto 1848 al Water-Glass di Vienna per festeggiare il Feldmaresciallo Radetzky, il quale aveva guidato la riconquista austriaca di Milano dopo i moti rivoluzionari in Italia del ‘48. L’operazione si era conclusa con la firma di un armistizio che obbligava i piemontesi a lasciare Lombardia e Veneto precedentemente occupati e che concludeva la prima guerra d’indipendenza italiana. Le sue note erano destinate a diventare l’inno dei soldati austriaci. Con essa si guadagnò il disprezzo dell’intera area rivoluzionaria.
Durante un soggiorno a Londra incontrò l’approvazione dello stesso cavaliere Metternich, che era lì in esilio. A Vienna, anni dopo, eseguì la Jellacic-Marsch, dedicata proprio al personaggio croato Josip Jelačić, noto per la durezza dei suoi metodi repressivi, che aveva riacquisito il controllo di Vienna per gli Asburgo, guadagnando ulteriore malcontento. Ammalatosi gravemente, Johann Strauss muore di scarlattina il 25 settembre 1849. Ai suoi funerali venne eseguito il valzer Das Wanderers Lebewohl op. 237 (L’addio del viandante), scritto prima della sua ultima tournéeLa sua tomba, inizialmente posta nel cimitero di Oberdöbling, venne spostata in una tomba d’onore nel Zentralfriedhof (Cimitero Centrale), a fianco dell’antico amico e rivale, Joseph Lanner.
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Hermann Hesse: l’esploratore della crisi interiore del 900

Hermann Hesse: l’esploratore della crisi interiore del 900

di Giuseppe Baiocchi del 06/08/2018

Questo scrittore isolato, eppure molto frequente nella letteratura occidentale, è cresciuto in reputazione varcando i confini della natia Svevia e della Svizzera, fino a comprendere non solo l’intero mondo di lingua tedesca, ma anche il Giappone e, in specie dopo la sua morte gli Stati Uniti. La lotta di Hermann Hesse (1877 – 1962) per fornire un senso alla propria individualità lo ha indotto a scrivere senza tregua persino sulle esperienze più private della sua vita, come se ognuna fosse materiale informe in attesa di essere plasmato, mediante il potere della parola scritta, in opera d’arte.

Tra il 1901 e il 1914, quasi sempre in compagnia di amici, Hesse intraprese sette viaggi in Italia, che lo condussero nell’Italia settentrionale, attraverso la pianura Padana, in Toscana e soprattutto a Venezia e Firenze. Fin dall’inizio, a determinare il suo tragitto fu il piacere del vissuto individuale, fuori dai percorsi turistici consueti. Mentre i primi viaggi furono caratterizzati da un felice senso di liberazione, da curiosità e da entusiasmo giovanile, dopo alcuni anni il suo viaggiare venne determinato dal riconoscimento e dalla confidenza con la gente e il paese. Reso maturo e sensibilizzato dalla sua insoddisfazione nei riguardi della vita, indirizzato verso un riconoscimento più profondo del suo Io, Hermann Hesse – negli ultimi viaggi durante il 1913 e il 1914 – si sentì diverso nei confronti dell’Italia, il paese amato, ma nel profondo rimastogli estraneo. La prima guerra mondiale e l’ascesa al potere di Mussolini, misero fine ai viaggi in Italia. Tuttavia fu il piacere per la vita e la cultura del sud a determinare, nel 1919, la scelta di stabilirsi per sempre in Ticino, con lo “sguardo verso l’Italia” e nell’aurea della sua cultura.

Grazie alla sua vastissima produzione narrativa, poetica, di lettere e diari, questo scrittore ha compiuto un lavoro di interazione tra l’esperienza conscia e quella inconscia. Ciò che egli ha fatto, in verità, è stato proiettare, nei suoi scritti editi e inediti, un’unica «autobiografia creativa». Molte sono state le sue corrispondenze con eminenti letterati, psicologi, artisti della sua epoca, ed altrettanti gli attestati di stima. Il celebre scrittore Thomas Mann scriverà in una lettera indirizzata a Hesse, nel 1916: «Come avrei potuto rimanere indifferente alle sue righe e alla questione che le concerne. Mi farebbe piacere aiutarla e penso di poterlo fare, ma quando a me non con denaro. Ieri, quando ritirai la sua lettera alla posta, avevo appena fatto un versamento a favore di un collega bisognoso. Le richieste che mi vengono sottoposte da parte di privati sono troppo grandi. Inoltrerò comunque il suo scritto ad un’agenzia che spero possa essere interessata. Scrivo inoltre alla casa editrice Fischer, chiedendole di inviarle alcuni esemplari gratuiti dei miei libri. La prego di credermi che la stimo immensamente per la sua esemplare attività piena di abnegazione». Saranno proprio le private lettere che creano il costante interrogativo sul pensiero dell’opera letteraria hessiana.
I racconti di Hesse, come i sogni che egli raccoglieva, sono espressione di esperienze consce e inconsce, e pertanto rivelano fatti, incontri, sentimenti, che vengono velati al grande pubblico. Essi dimostrano con la massima trasparenza la profonda ansia morale di Hesse, scaturita da questa insistente e pervasiva ricostruzione di se stesso. Avendo cominciato da bambino a essere un autodidatta, egli è rimasto sempre un deliberato modello dell’autonomia della coscienza. Non dobbiamo stupirci pertanto che le sue opere siano divenute nel tempo vere e proprie inchieste morali, intrecciate e romanzate senza soluzione di continuità. Proprio in tale intima interrelazione di interessi personali, morali e artistici consiste il valore, e insieme l’alto prezzo della conquista realizzata da Hermann Hesse.
Fin dall’infanzia lo scrittore tedesco ha assorbito la sua vita personale nel lavoro, proiettando con naturalezza molti dei dilemmi e delle crisi storiche del suo tempo. Fu questa interazione, finemente intonata, tra i suoi conflitti psicologici e gli eventi storici a fare di lui un interprete della crisi della coscienza collettiva.
La sua acuta percezione della frattura nella visione poetica trovò risonanza nelle menti dei suoi lettori. In tal modo lo scrittore spesso liquidato come insignificante, poté divenire sempre nuovamente oggetto di culto per i molti che confidavano nella sua capacità di aprire la via a soluzioni in genere non tentate da romanzi e poesie, per condurre i lettori, biblicamente fuori dalla crisi che li attanagliava.
Ma chi è Hermann Hesse? La famiglia Hesse era missionaria con un misto di pietismo e puritanesimo-sentimentalista, unito al fervore evangelico. Sia del tutto in forma impersonale, la crisi esisteva anche nel contesto storico in cui Hesse crebbe. Non vi erano ancora le due grandi Guerre Mondiali, ma i suoi anni giovanili coincisero con la prima delle due decadi del nuovo impero tedesco creato da Bismarck nel 1871. Una delle conseguenze per gli Hesse fu che la frontiera tra il tedesco Württemberg, dove essi per lo più risiedevano, e la Svizzera, che era la loro seconda residenza, divenne più simile a una barriera, mentre un rampante industrialismo di provenienza nordica cominciò ad invadere le loro vite.

Nelle tre immagini (da sinistra a destra): il famoso copricapo panama-Montecristo di Hermann Hesse a Montagnola; l’attestato Premio Nobel del 1946, che Hesse non ritirò alla premiazione; gli occhiali usati abitualmente dallo scrittore.

Quando nel 1904 uscì il primo romanzo di successo, Peter Camenzind, la sua fama si fondò non soltanto sulle belle evocazioni del paesaggio bernese o sulle lunghe conversazioni sul tema dell’arte, bensì anche sulla sua capacità di esprimere un senso di diffuso, occulto pericolo. La vita semplice, lontano dalla corruzione cittadina, era minacciata, e quella paura afferrava non solo Hermann Hesse, ma anche un’intera generazione di lettori. Quando alcuni anni dopo Sotto la ruota accrebbe enormemente la sua reputazione, rivelando l’impersonale “ruota” del sistema educativo che stritolava la gioventù, lo scrittore ancora una volta rendeva palese una crisi che attanagliava simultaneamente la vita privata e pubblica. Hesse fu il capofila, attraverso i suoi personaggi, di una contro-cultura intesa a creare argini contro l’invadenza della tecnologia e dello Stato impersonale.
Dopo la fine del primo conflitto mondiale (1918) scrisse Demian, sotto pseudonimo. Il romanzo si rivolgeva a tutti gli individui nati a cavallo di secolo, i quali ora sulla soglia dell’età adulta erano posti di fronte alle conseguenze di una lunga guerra perduta. Opera sulla krisis psicologica e storica, il Demian tratta il ribaltamento dei valori privati e pubblici e delle tensioni sessuali dell’epoca. Sarà propriamente il suo duplice carattere di critica verso la guerra e parallelamente l’immersione nei panni di coloro che ne erano stati vittime. Hesse per la prima volta si sforzò di proporre un rinnovamento spirituale fuori dal gergo manipolatore delle fazioni politiche, di sinistra e destra, che allora dominavano la scena pubblica. Egli si opponeva, inoltre, agli schemi ideali del commercio e degli affari che i suoi lettori associavano alla generazione dei loro genitori. Il suo primo grande successo gli fu garantito dalla creazione di un linguaggio nuovo basato sulla mistica dell’Io individuale. Scriverà nel Demian: «Io desideravo solo di vivere fino in fondo ciò che avevo scoperto di essere. Perché doveva essere così difficile?». Si crea quella che in tedesco viene definita Verinnerlichung, ovvero l’interiorizzazione dell’essere umano.
Nel secondo dopoguerra scriverà Il gioco delle perle di vetro, pubblicato per la prima volta nel 1943 in Svizzera, dopo la fine della guerra, nell’agosto 1946: con la sua trama di dotti riferimenti, di musicologia e di filosofia, questo romanzo inaugurava una voga di appartato umanesimo, soprattutto perché dimostrava di prendere le distanze dall’impegno politico diretto. Questo lavoro fu costantemente influenzato dagli avvenimenti politici della Germania e dalle conseguenti vicende della guerra. Nella sua opera letteraria, riuscì a creare un mondo alternativo dello spirito e della cultura, nel quale l’umanità doveva riuscire ad opporsi alla dittatura per riuscire a creare un futuro migliore. Se il romanzo poteva avere un fine etico banale, concreto fu l’impegno dello scrittore nell’aiutare rifugiati ed immigrati nella Svizzera che strizzava l’occhio (fino al 1942) al nazionalsocialismo tedesco. Successivamente, nel pieno della crisi post-bellica del 1946, Hesse riceveva il premio Nobel per la letteratura, un segno che si stavano curando almeno le ferite culturali, dal momento che quell’importante premio era assegnato a uno scrittore tedesco che non era stato né un emigrato, né un nazionalsocialista. Ma per paradosso, grazie al suo romanticismo letterario, Hesse fu legato dalla critica tedesca, al passato da cancellare che si cercava di ripudiare. Solo ultimamente il mito hessiano sta riprendendo timidamente piede nel settore letterario tedesco.

Copertine delle prime edizioni in tedesco delle opere più celebri di Hermann Hesse (da sinistra a destra): Demian, Der Steppenwolf (Il lupo della steppa), Das Glasperlenspiel ( Il giuoco delle perle di vetro), Siddhartha.

Fu così che lo scrittore, negli anni sessanta, divenne celebre negli Stati Uniti d’America. Fino a quel momento Hesse era rimasto terreno sterile: persino il premio Nobel non aveva stimolato la diffusione delle sue opere e agli inizi degli anni cinquanta molti dei suoi libri giacevano invenduti. In quel periodo storico riuscì ad imporsi sul mercato letterario americano per il breve romanzo Siddharta, tradotto da Hilda Rosmer e pubblicato da Henry Miller nel 1951. Tuttavia, dopo aver aperto una nuova via mistica orientale, il libro cruciale del suo successo fu Il lupo della steppa: romanzo underground emblematicamente urbano, rifletteva adeguatamente gli atteggiamenti dei giovani americani che lo leggevano. Nel 1963, allorché la guerra del Vietnam cominciò ad assumere dimensioni serie, Il lupo della steppa divenne per tutti una Bibbia di riferimento. Un viaggio psichedelico della propria via interiore, dove un regno “privato” da scoprire, potesse contenere riserve tali da permettere a uomini e donne di venire a capo di un mondo minaccioso e oppressivo. Era, in tal senso, facile identificare quell’enfasi sull’immaginazione artistica con un viaggio psichedelico, ravvisandovi un’importante dimensione del significato di Hesse. Ondate di entusiasmo si espandevano dall’Est all’Ovest, dal Midwest al Sud; dagli studenti ginnesiali e liceali a quelli delle università e a gente di ogni condizione. Il consenso per l’autore non era mai stato così esteso nell’Europa centrale, dove Hesse era stato letto essenzialmente come uno scrittore borghese nei corsi di studi umanistici e nelle università, e da esponenti del ceto professionistico. Ma i giovani di un continente dove egli pensava che non sarebbe mai stato compreso, gli risposero in maniera sorprendente. La sua misteriosa percezione del significato di gioventù, e parallelamente l’autocomprensione del voler essere accettati dall’autorità e essere liberi di protestare contro la sua stessa ingiustizia, fecero dell’autore tedesco un caposaldo di un’intera generazione. Da asserire come il successo fu concesso anche dalla traduzione del testo americano, che aboliva il carattere alto-borghese dell’autore, in lingua originale.
Eppure, al pari di Rilke, Hesse valutava il continente americano come un inferno tecnologico privo di anima, temendo che anche l’Europa poteva ben presto seguirne l’esempio. Difatti il pensiero del tedesco di Calw, non muterà opinione, ma sarà vittima dell’equivoco americano che lo renderà astorico proprio grazie ai suoi lettori: i giovani che avevano adottato uno stile di vita hippie, intravedevano nell’autore un mero insegnante meditativo; ed in questo ruolo – sintesi di Gesù e Buddha, svincolato da determinazioni temporali o geografiche – ha ottenuto dopo la sua morte un’esplosione di consenso.

Nella foto: Hermann Hesse (al centro) sul ponte della nave, insieme all’amico Hans Sturzenegger (a sinistra). Nel 1911 egli intraprese con il suo amico pittore Hans Sturzenegger un viaggio di sei settimane in Indonesia e Ceylon, per conoscere di persona il paese che per la sua famiglia era stato così importante. Dieci anni dopo, Hesse scrisse il racconto Siddharta, il quale contiene i risultati dei suoi ultimi studi sul tema “India”. L’India, le sue lingue, la sua cultura e il suo pensiero sono stati familiari a Hesse sin dall’infanzia. Entrambi i genitori lavoravano e vissero in India come missionari, il nonno materno Hermann Gundert vi trascorse 24 anni e divenne un noto studioso dei vari dialetti indiani. Hesse cominciò presto a dedicarsi alla letteratura indiana e al buddhismo.

Se in America Hesse fu considerato come lo scrittore dell’interiorità, dell’assoluto soggettivismo e come mistico orientale, nella vecchia Europa, in particolare nei paesi di lingua tedesca, Hermann Hesse veniva valutato come autore romantico dei “romanzi familiari” e come guida per i giovani che ambivano ad una salvezza spirituale, che rimandava all’elemento naturale.
Nel suo ultimo ritiro svizzero, nel paese di Montagnola, molteplici saranno i giovani letterati che giungevano alla sua meta in cerca di consigli, rendendolo sempre più un maestro di vita. Oggi sono nati dietro l’autore, veri e propri interessi commerciali – sicuramente disdegnati da Hesse oggi, se fosse ancora in vita -, con la creazione di capi di abbigliamento, fumetti e locali dedicati ai suoi romanzi.
Ma nella cinematografia, nonostante due pellicole, il successo non è giunto. Tale mancanza è imputabile innanzi tutto per via del carattere peculiare dei suoi scritti, sempre molto incentrati sul concetto dell’immaginazione. I suoi romanzi non sono solo pretesti per un’auto-esplorazione, ma la loro stessa natura li preclude alla drammatizzazione, non adattandosi verso una rappresentazione visiva. Per questo il film Siddharta di Conrad Rooks si rilevò un insuccesso, così come Il lupo della steppa di Fred Haines: non c’era un’India reale in Siddharta; non vi poteva essere una realtà nella Basilea o nella Zurigo degli anni venti de Il lupo della steppa, ma esisteva unicamente un ideale surrealista e metafisico.
In conclusione l’autore, con l’esatta consapevolezza delle proprie crisi, ha prodotto un’immaginario speculare del vuoto spirituale del suo tempo, mediando una loro presa di coscienza. In tal senso egli donò molto “spirito” a molte persone, rimanendo – di contro – egli stesso appartato. Egli resta enormemente significativo per la storia sociale del nostro tempo: riflette le incertezze e gli equivoci della nostra storia, dalla fine del secolo scorso ai nostri giorni, assurgendosi ad interprete della crisi che ha realizzato la propria identità nell’esplorazione soggettiva della vita interiore.

 

Per approfondimenti:
_Ralph Freedman, Hermann Hesse. Pellegrino di una crisi – Lindau, 2009;
_ Hermann Hesse, Il lupo della steppa – Mondadori, 2016;
_ Hermann Hesse, Siddharta – Piccola Biblioteca Adelphi, 1985;
_ Hermann Hesse, Demian – Mondadori, 1998;
_Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro – Mondadori, 1998.

 

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L’imprenditore Walter Mittelholzer, pioniere dell’aviazione svizzera

L’imprenditore Walter Mittelholzer, pioniere dell’aviazione svizzera

di Giuseppe Baiocchi del 02/08/2018

Quali fattori contribuiscono alla coesione di una comunità? In prima istanza vengono forse in mente una medesima lingua, nemici esterni o interessi economici comuni. Ma alla base di tutto ciò troviamo le idee condivise che si tramandano di generazione in generazione e impregnano la comunità. Tali idee diventano la carta d’identità di una collettività e costituiscono, da ultimo, il fondamento della coscienza nazionale.
Questi concetti devi averli fatti propri anche Walter Mittelholzer nato il 2 aprile 1894 a San Gallo da una famiglia di panettieri. Segue in gioventù una formazione da fotografo presso la città di Zurigo e durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) si arruola come volontario nelle nuove truppe di aviazione, scattando fotografie per le ricognizioni e ottenendo il brevetto di pilota.

Walter Mittelholzer (2 aprile 1894 – 9 maggio 1937) fu un pioniere dell’aviazione svizzera. Era attivo come pilota, fotografo, scrittore di viaggi e anche come uno dei primi imprenditori aeronautici. Qui in una foto giovanile nel 1918.

Nel 1919 fonda con Alfred Comte (1895 – 1965) la prima compagnia aerea svizzera il cui progetto include tra l’altro la realizzazione di fotografie aeree. Noto per le sue spedizioni aeree, Mittelholzer contribuisce a sviluppare l’aviazione civile. Diventa direttore tecnico della compagnia Swissair, fondata nel 1931.
Egli è un maestro della fotografia aerea: riesce a scattare foto di qualità impressionante anche a bordo di aerei a elica aperti e nelle condizioni di luminosità più difficili. L’equipaggiamento di base delle sue spedizioni comprende una gamma di attrezzature cinematografiche e fotografiche molto vasta e moderna. Le prime fotografie aeree sono state scattate da palloni aerostatici intorno al 1860. Uno dei pionieri in quest’ambito è Eduard Spelterini (1852 – 1931), fotografo e aerostiere svizzero. Walter Mittelholzer contribuisce a rendere il nuovo strumento ancora più popolare con fotografie scattate da traballanti aerei ad elica. A suscitare stupore e meraviglia è soprattutto la prospettiva a volo d’uccello, a quei tempi inusuale. Le costose vedute aeree ritraenti paesaggi e centri abitati hanno successo commerciale e vengono stampate in libri, calendari e riviste.
A partire dal 1918 Walter Mittelhozer inizia a fotografare fabbriche e aziende da voli a bassa quota, per poi vendere gli scatti ai rispettivi proprietari. Nasce così un inventario fotografico di edifici industriali e infrastrutture completamente nuovo. Nella prospettiva odierna questi straordinari documenti testimoniano il cambiamento strutturale della Svizzera.
Nel 1920 la compagnia aerea Comte-Mittelholzer & Co, fondata nel 1919, diventa Ad Astra Aero dopo la fusione con altre imprese. Walter Mittelholzer ne diventa il direttore nel 1924. La società svolge la propria attività all’aerodromo di Dübendorf e possiede un hangar per gli idrovolanti allo Zürichhorn. Vende fotografie aeree, voli turistici e i primi voli di linea.
Per finanziare il volo in Africa del 1926/1927 Mittelholzer ha bisogno di sponsor. Crea pertanto il «Fondo per la spedizione in Africa» al quale aderisce per esempio il banchiere privato zurighese Oskar Guhl. La spedizione viene sponsorizzata con grande effetto pubblicitario anche da aziende come Nestlé o la tedesca Kaffee-Handels-AG (HAG).
Il mondo con cui Mittelhozer guarda alle culture straniere è segnato dal colonialismo. Le sue immagini mostrano esseri pre-moderni, esotici e dalla pelle scura in contrasto con l’identità bianca e moderna, considerata superiore. Lo stesso aeroplano diventa un elemento essenziale di questo immaginario: «Gli indigeni si meravigliano del grande uccello come di un essere soprannaturale», asserirà nei suoi scritti.
I documenti allegati e le immagini di making-of non pubblicate da Mittelhozer dimostrano come numerose immagini e riprese siano il risultato di messinscene preparate a tavolino. Ad esempio, viene inscenata una “naturalezza originale” delle tribù africane. Prima degli spettacoli i danzatori indigeni si devono togliere i vestiti occidentali.

Re Amimo è stato pregato di cambiarsi per posare davanti alla macchina fotografica. A destra lo si può vedere vestito all’occidentale. Arnold Heim, Volo in Africa, 1927.

Lo svizzero è un pianificatore molto meticoloso che difficilmente lascia qualcosa al caso. Ciò vale non solo per la preparazione minuziosa delle sue spedizioni aeree, dal finanziamento alla programmazione delle rotte e degli stop per il rifornimento fino alla scelta delle attrezzature. Anche nelle fotografie scattate e pubblicate si notano gli interventi mirati di Mittelholzer.
Non sono solo le scene e i motivi, ma anche le stesse fotografie a essere manipolate: nelle immagini di nudo pubblicate nei libri di viaggio si ritoccano i genitali in modo da nasconderli. Durante il volo in Africa, Arnold Heim (1882 – 1965), membro della spedizione e co-autore, protesta invano contro tali ritocchi. Durante i suoi voli all’estero Mittelholzer riprende e fotografa anche etnografie, immortala paesaggi ed edifici. Raccogliere motivi per i suoi film e per i suoi libri è un elemento fondamentale dei suoi viaggi: «Ogni giorno libero del nostro soggiorno lo trascorro appostato con cinepresa e macchina fotografica in attesa di una preda».

Volo sul Kilimangiaro 1930: Fokker F.VIIb-3m CH-190. Il banchiere e barone viennese Louis von Rothschild convince Walter Mittelholzer a portarlo in aereo in Kenya, allora colonia della corona britannica, per un safari di caccia grossa. Mittelhozer è il primo pilota a sorvolare il Kibo che, con i suoi 5895 metri s.l.m., è la vetta più alta del massiccio del Kilimangiaro.

Dalla fusione della società Ad Astra Aero con la Balair nasce la compagnia aerea nazionale Swissair. Mittelholzer prosegue il commercio di fotografie aeree in una società affiliata. Nel contesto di forte crescita economica del secondo dopoguerra, la società Swissair Photo AG riceve ordini per voli di rilevamento da tutto il mondo.
Con un fondo di circa 3,5 milioni di fotografie, la biblioteca del Politecnico federale di Zurigo possiede uno degli archivi fotografici pubblici più grandi della Svizzera. Le immagini testimoniano, fra molti temi, lo sviluppo dello stesso Politecnico, i viaggi di ricerca, lo sviluppo degli agglomerati urbani, nonché i cambiamenti storico-sociali, politici e tecnici della Svizzera. Il significativo lascito di Mittelholzer è stato acquistato dalla fondazione Luftbild Schweiz fra il 2009 e il 2012 in quanto parte integrante dell’archivio fotografico della compagnia Swissair. Le 18.000 immagini del lascito sono state tutte inventariate, digitalizzate e rese accessibili online al pubblico.
Walter Mittelhozer acquista fama internazionale con le sue numerose spedizioni aeree all’estero. La più celebre risale al 1927 quando, primo fra tutti, sorvola l’intero continente africano da nord a sud a bordo dell’idrovolante “Switzerland”. Mittelholzer trasforma i suoi voli all’esterno in eventi mediatici. Fornisce testi e fotografie a riviste mentre è ancora in viaggio. Realizza filmati basati su tali spedizioni e pubblica con successo ben undici libri di viaggio. L’unione tra spirito d’avventura ed entusiasmo per la tecnica, su sfondi esotici, garantisce ottimi introiti.

Alcune immagini mostrano le marcature di Mittelholzer delle sezioni selezionate. Sciaffusa, 1918-1937.

Nel 1928 esce il libro di Walter Mittelholzer Alpenflug (Volo sulle Alpi). Per le illustrazioni Mittelholzer dispone di 6.000 fotografie aeree della società Ad Astra. Agli occhi di questo appassionato alpinista «volare è il mezzo e il fine per rappresentare in modo nuovo le nostre amate montagne grazie all’ausilio della fotografia».
Non ci è dato sapere se Walter Mittelholzer, come sostiene il Dizionario storico della Svizzera, avesse le carte in regola per diventare lo «svizzero del secolo». Resto il fatto che egli prendeva il suo ruolo molto seriamente: da pioniere, vestito da pilota nella classica posa davanti all’aereo, o da direttore, insieme a personalità dell’economia, della politica o dello spettacolo.
Ancora nel pieno delle forze, una sfortunata missione alpina in Bassa Austria farà trovare la morte al pioniere svizzero il 9 maggio del 1937 con un amico e uno studente, sulla parete di ghiacciata del Mürztal in Stiria.
Mittelholzer è noto al grande pubblico per le sue fotografie aeree e per esser stato il cofondatore di Swissair. Con grande spirito imprenditoriale e talento tecnico, è riuscito a conciliare fotografia e aviazione. In ciò svolge un ruolo determinante la sua abilità commerciale, di cui si avvale utilizzando mezzi comunicativi diversi. Il modo in cui lo svizzero di San Gallo guarda ai luoghi, paesi e popoli stranieri nutre, in testi, fotografie e film, il fascino che il suo pubblico sente per le avventure e l’esotismo a sfondo coloniale.

 

Per approfondimenti:
_Informazioni raccolte presso il Museo di Storia della Svizzera – Landesmuseum Zürich in Museumstrasse 2. 

 

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