Category Archives: Geopolitica

Terra incognita per la Repubblica italiana

Terra incognita per la Repubblica italiana

di Giuseppe Baiocchi del 28/05/2018

Domenica 27 Maggio si è consumata l’ultima crisi politica che attanaglia il Paese da circa sette anni: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (1941) ha rifiutato di prendersi la responsabilità, verso il Governo 5Stelle-Lega del trinomio Di Maio-Salvini-Conte.
Secondo il comunicato del Quirinale, la motivazione prima del Capo dello Stato è stata quella di difendere l’Italia come Paese fondatore dell’Unione europea, dove ne è protagonista. Non farlo avrebbe significato porre «in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito. E configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane».
La stragante comunicazione delle agenzie di stampa, hanno apostrofato l’operato di Mattarella come discutibile e non possiamo meravigliarci affatto di tali affermazioni, poiché – come recita la costituzione – «Nella risoluzione delle crisi si ritiene che il Capo dello Stato non sia giuridicamente libero nella scelta dell’incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento. […] Una volta conferito l’incarico, il Presidente della Repubblica non può interferire nelle decisioni dell’incaricato, né può revocargli il mandato per motivi squisitamente politici».
Ma quale è stato l’anello di rottura del tanto decantato braccio di ferro tra Matteo Salvini (1973, leader della Lega) e Sergio Mattarella? L’uomo è il professore, già Ministro dell’industria del Governo Ciampi (1993), Paolo Savona (1936). Il Capo dello Stato ha usato nei suoi confronti parole particolarmente dure asserendo: «Ho chiesto, per quel ministero, l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con l’accordo di programma. Un esponente che – al di là della stima e della considerazione per la persona – non sia visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso, nell’ambito dell’Unione europea, per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano».

Sergio Mattarella (Palermo, 23 luglio 1941) è un politico, giurista e accademico italiano, 12º presidente della Repubblica Italiana dal 3 febbraio 2015.

L’aspetto imbarazzante della vicenda risiede propriamente nelle dichiarazioni dello stesso docente, il quale dopo aver affermato un silenzio nel rispetto istituzionale, si dichiarava sereno, poiché egli voleva unicamente un’Europa diversa, più forte, più equa e mai aveva asserito circa l’uscita dell’Italia: «Un’Europa da cambiare, non da distruggere», esclamava sul sito scenarieconomici.it, qualche tempo fa. Il famoso “piano B” del capo di accusa mosso contro di lui, in realtà era unicamente un’elaborazione accademica, presentata presso un Ateneo universitario aperto a tutti. Non troppo diverso da quello che la Germania, della contestatissima Merkel, sta preparando e di cui ha dato conto la Die Welt.
Al netto delle stridenti affermazioni che cozzano con la realtà delle parole della controparte, Giuseppe Conte (1964) passerà alla storia come il premier incaricato durato solo tre giorni: «Fino all’ultimo ho creduto e mi sono impegnato perché fosse possibile», ha asserito in conferenza stampa, leggermente imbarazzato. Mattarella per superare la sua preoccupazione verso le testate estere e gli investitori esteri in Italia, aveva proposto che lo stesso Conte potesse ad interim assumere l’Economia, ma Salvini aveva risposto come «se abbiamo la catena e non possiamo mettere un Ministro che non sta simpatico a Berlino, vuol dire che quello sarebbe un ministro giusto per i tavoli europei»: la rottura era compiuta.
Così dopo il Governo Monti (2011), Governo Letta (2013), Governo Renzi (2014) e Governo Gentiloni (2016), adesso il Capo dello Stato sta pensando di inserire un nuovo Governo tecnico con la figura di Carlo Cottarelli (1954), già commisario della spending review nel Governo Letta e dimissionario del Governo Renzi per incompatibilità con l’ex-premier. Insomma il voto degli italiani non sembra avere più nessun rilievo, ma al “popolo” si sta sostituendo “l’opinione dello spread”, uno strumento economico, da sempre instabile e non calcolabile, ma non sicuramente influenzabile dal posizionamento di un essere umano all’interno di una carica, come le istituzioni ci hanno voluto affermare.
Al netto dei pro e dei contro, ad inizio giugno c’è il G7 e alla fine dello stesso mese un’importante incontro europeo sui migranti, infine ad ottobre la legge di bilancio. Con che forza arriverà l’Italia a questi prestigiosi e importanti appuntamenti? Sicuramente “non da protagonista” come invece ha affermato il Capo dello Stato, rispetto alla posizione che il nostro Paese ricoprirebbe all’interno dello scacchiere europeo, sempre più a trazione franco-tedesca.
Perché, quale Europa Mattarella ha voluto tutelare? Per citare il filosofo Federico Nicolaci: «Lo stupore con cui l’Europa scopre oggi di essere una “tecnocrazia senza radici” (Habermad 2014, p.21) e una costruzione “fondamentalmente vuota” (Judt 1996), come la crisi dei debiti sovrani e la conflittualità intra-europea che da essi si è sprigionata dimostrano chiaramente, che siamo di fronte al risultato finale di un parossistico rafforzamento dell’approccio funzionalistico e tecnocratico all’integrazione europea. Un’auto-comprensione altamente impoverita dell’Europa ha reso possibile che venissero abbracciati quegli stessi processi di spoliticizzazione che sono oggi la causa della sua disintegrazione politica e culturale. È evidente, infatti, che un’Europa unita e legittimata solo dai benefici materiali (dispensati da una “polity” sovranazionale sottratta in linea di principio, e nel caso della BCE de iure, all’influenza politica democratica) è un’Europa profondamente instabile, essenzialmente disunita: quando tali benefici si rivoltano in svantaggi, come sta accadendo con la crisi dell’Euro, nessuna “energia” rimane ad arginare le forze centrifughe e disintegranti. Un’unione dei progetti è un tempio completamente vuoto, inanimato, e nella misura in cui l’Europa pensa di sé semplicemente in termini pragmatico-funzionali, allora essa pronuncia volontariamente la propria condanna.
Superfluo ricordare la lunga genesi degli Stati europei all’interno di un’unica communitas cristiana ed imperiale, la quale si è articolata con lo sviluppo della modernità e frantumata con il trionfo dei nazionalismi […].
Quale idea europea, dunque? L’idea di un’Europa capace di una progettualità politica che non sia un mero adeguamento alle istanze poste dalle logiche autonome dell’ordoliberismo, […] che sia un progetto comune in nome di un’idea di umanità che ci definisce in virtù dell’appartenenza ad uno spazio di senso comune. Solo questa coscienza potrebbe consentire ai popoli europei, oggi quanto mai divisi da sentimenti di inimicizia e latente ostilità, di ritrovare la giusta via (diaporein!) verso la costruzione di una autentica comunità europea, capace di modellare politicamente gli eventi e le linee di tendenza della nostra contemporaneità globalizzata. […] Congedarsi coraggiosamente dal modello esistente significa rifiutare l’idea che l’Europa debba configurarsi sovranazionalmente: rifiutare il presupposto funzionalista per cui non ci sarebbe altro modo di “fare” l’Europa se non “cedendo sovranità” ad un’entità politica sovranazionale e sovrastatale. Significa, quindi, rovesciare la posizione del problema: […] come sia possibile a partire dal processo di legittimazione della sovranità a livello nazionale stabilire modelli di stabile cooperazione politica tra i popoli europei. L’idea che l’integrazione europea coincida con la cessione di sovranità ad un esecutivo sovranazionale non è solo un antiquato residuo storico e ideologico, ma è anche una colossale menzogna […] una ricchezza che va preservata, non superata in qualche artificiosa entità sovranazionale […]. I popoli europei […] decidendo di riunirsi a agire in modo coordinato e orientato ad un medesimo fine, di natura squisitamente politico-emancipativa senza bisogno di inutili mediazioni e duplicazioni istituzionali».

 

Per approfondimenti:
_Federico Nicolaci, La questione europea, 2015;
_La Repubblica anno 25, n°20 – lunedì 28-05-2018;
_Il sole 24Ore anno 154, numero 145 – lunedì 28-05-2018.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

Occidente e Islam: scontro di civiltà?

Occidente e Islam: scontro di civiltà?

di Alessia Filippazzo 11/01/2018

Oggi la religione islamica rappresenta una delle più grandi sfide che la parte occidentale del mondo è chiamata a fronteggiare: si assiste, infatti, ad un continuo scontro tra due «Weltaschauungen» che sembrerebbero destinate ad un’eterna incomunicabilità.
Il tema del rinnovamento dell’islam è presente negli scritti degli intellettuali musulmani fin dai primi decenni del Novecento: Bennabi, al-Jabri, Hanafi, Ramadan, Abu Zayd sono solo alcuni dei pensatori impegnati in quest’opera di ripensamento della religione islamica, che offrono spunti e riflessioni interessanti e assolutamente attuali. Mohammed Arkoun (nota 1), pensatore di origine algerina che ha trascorso gran parte della sua vita in Francia, riveste un ruolo particolarmente importante nella costruzione di un dialogo tra religione islamica e mondo occidentale: rispetto a molti degli altri pensatori islamici, egli sembra essere meno influenzato dal mito del progresso e della modernità che l’Occidente rappresenta per quelle popolazioni che hanno subìto il colonialismo.

Mohammed Arkoun (Taourirt-Mimoun, 1º febbraio 1928 – Parigi, 14 settembre 2010) è stato un islamista e filosofo berbero con cittadinanza algerina. È stato uno dei più qualificati studiosi dell’Islam. In oltre 30 anni di carriera di ricerca, è stato un intelligente critico delle tensioni legate ai processi di modernizzazione del mondo islamico, oltre che un coraggioso intellettuale, teso a sostenere e a difendere il riformismo e l’umanesimo islamico. Disegno di Mohamed Taa’eb

Molti degli intellettuali islamici, infatti, tendono ad utilizzare gli strumenti concettuali occidentali, senza sottoporli a giudizio critico preventivo. Arkoun è riuscito a nutrirsi di cultura occidentale, pur mantenendo un proprio sguardo critico e attento sia nei confronti dell’Occidente sia nei riguardi della religione islamica, intuendo così la necessità di un duplice ripensamento che, attraverso un «lavoro di autocritica» , chiami le parti in causa a ridefinire il proprio rapporto con l’altro.
I testi di Arkoun abbondano di analisi filosofiche, storiche, sociologiche e antropologiche, ma sono caratterizzati da una forte asistematicità. Egli è stato un pensatore che non ha mai mirato alla sistematica elaborazione scritta delle tematiche che propone e pertanto, a prima vista, si ha l’impressione che nei suoi testi manchi una coerente struttura filosofica di riferimento. Le ragioni di questa asistematicità dipendono dal compito che egli, in quanto intellettuale arabo, assegna a se stesso. Non bisogna dimenticare, infatti, che le tematiche di cui tratta l’autore nascono principalmente non da un’esigenza intellettuale, ma dai problemi concreti vissuti dalle società islamiche da cui egli proviene.
L’autore assegna ai suoi testi una primaria funzione pedagogica, visto che, nell’analizzare le «posizione e funzioni dell’intellettuale», sostiene che il compito specifico del pensatore sia quello di essere un «ricercatore-insegnante-pensatore»: alla funzione interpretativa del ricercatore del pensiero, il quale tiene insieme la «tensione tra ragione religiosa e ragione filosofica», si aggiunge quella pedagogica, che deve fare i conti con la «forte tensione educativa tra i due campi, religioso e intellettuale».
Per queste ragioni, l’asistematicità di Arkoun è da imputare alla sua volontà di suscitare l’interesse sia di un pubblico più vasto, musulmano e non, sia degli studiosi delle numerose discipline occidentali (sociologia, antropologia, storiografia ecc.) che egli continuamente chiama in causa. È riuscito in parte nel suo intento: nei paesi francofoni i suoi testi sono letti e studiati dai sociologi interessati alla presenza islamica in Europa, oggetto di molte e accese discussioni soprattutto in Francia e in Belgio.
Ripensare l’islam, oggi più che mai, è un compito arduo e necessario. Assolvere ad esso significa decostruire – senza distruggere – un insieme di concettualizzazioni che tendono a reiterare una certa visione di tale fenomeno religioso, dentro e fuori lo spazio definito e caratterizzato dalla religione islamica. Tale è l’obiettivo di Arkoun, il cui richiamo alla necessità di un ripensamento dell’islam nasce dal fatto che, a suo dire, non esistono studi adeguati, completi e organici sia a livello contenutistico sia, primariamente, a livello metodologico. Egli, nutritosi di cultura occidentale della quale ha apprezzato gran parte dei presupposti e dei risultati criticamente costruiti, sottolinea però l’incapacità degli studiosi europei di rapportarsi senza pregiudizi con una cultura “altra”. Nei paesi caratterizzati dalla religione islamica, d’altra parte, sono quasi del tutto assenti quelle condizioni sociali, economiche e politiche che possano dare spazio ad un autonomo processo di riattivazione delle feconde componenti interne alla stessa religione islamica.
Il ripensamento dell’islam, dunque, ancor prima di aver compiuto il suo primo passo, si trova a scontrarsi con dei pregiudizi, per superare i quali sarà necessario sviluppare preliminarmente un metodo efficace per non ricadere negli errori di sempre. Arkoun sceglie la storiografia come strumento del ripensamento.
Perché la storia?
Arkoun afferma chiaramente che il suo obiettivo ultimo è quello di studiare «le condizioni di possibilità di una ricomposizione […] dello spazio mediterraneo al di là delle fratture, dei sistemi teologici d’esclusione reciproca delle comunità». Egli, in linea – ma solo in parte – con la teoria del clash of civilizations di S. P. Huntington , oppone le grandi civiltà che si affacciano sulle due rive del Mediterraneo: quella islamico-orientale e quella cristiano-euro-occidentale . La frattura tra i due soggetti culturali, che in passato hanno condiviso lo stesso spazio, può essere risanata solo tramite un «lavoro di autocritica» condotto da ciascuna cultura all’interno della propria tradizione attraverso un’«archeologia decostruttiva». Si tratta, insomma, di un lavoro retrospettivo di sé sul sé, capace di «aprire tutti i documenti sottratti all’investigazione degli storici» , per guardare alla «storia dei sistemi di pensiero e di rappresentazioni».

Samuel Phillips Huntington (New York, 18 aprile 1927 – Martha’s Vineyard, 24 dicembre 2008) è stato un politologo statunitense. Uno dei massimi esperti di politica estera, consigliere dell’amministrazione americana ai tempi di Jimmy Carter, direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard, fondatore di Foreign Policy e autore di una ventina di saggi che hanno fatto la storia della geopolitica degli ultimi vent’anni. È noto per la sua analisi delle relazioni tra governo civile e potere militare, i suoi studi sui colpi di Stato e le sue tesi sugli attori principali del ventunesimo secolo: le civiltà che tendono a sostituire gli Stati-nazione.

Ripensare la religione islamica significa, così, riscriverne la storia, di certo non per alterarne il passato, ma al fine di ricostruire un futuro: «La prospettiva della mia analisi è prospettica» , confessa Arkoun. Il valore del «lavoro storico di sé sul sé tramite il quale ogni gruppo, ogni nazione produce la sua identità» si misura in relazione ai «cambiamenti di fondo significativi riguardanti la rigidità sistemica delle rappresentazioni di sé e dell’altro».
Lo spazio mediterraneo diventa in tal senso il luogo emblematico di quel conflitto di civiltà che vede l’opporsi di Islam e Occidente e, al contempo, il luogo in cui la riconciliazione tra le due polarizzazioni diventa possibile. La condizione di possibilità della ricomposizione, infatti, Arkoun la ritrova nella presenza di un «Racconto di fondazione comune» alle tre religioni monoteiste, radicate nello spazio mediterraneo fin dal Medioevo. Egli sostiene che la modernità occidentale non ha affatto sostituito l’antico racconto di fondazione, ma che si è limitata a camuffarlo, aggiungendo ad esso nuovi strumenti di ricerca scientifica e mantenendo le speranze escatologiche della salvezza eterna travestite sotto il concetto di progresso. L’analisi del «fatto religioso nelle sue realizzazioni antiche e nelle sue manifestazioni attuali» dev’essere, dunque, innalzata al rango di degno oggetto di studio tanto nell’analisi interna ad ogni cultura, quanto nella ricerca di una riconciliazione tra civiltà in lotta.
Il ripensamento della religione islamica deve dunque avvenire attraverso l’analisi del fenomeno religioso di tipo monoteista, all’interno di un ambito in cui la religione venga considerata come «dimensione universale dell’esistenza umana»: il fenomeno religioso dovrà essere analizzato come processo culturale che compone e struttura un gruppo sociale. Si tratta, insomma, di fare una storia del pensiero e delle rappresentazioni religiose.

 

Per approfondimenti:
_M. Arkoun, Penser l’espace méditerranéen aujourd’hui, in Diogene 2004/2 (n. 206);
_M. Arkoun, Humanisme et islam, Vrin, Parigi, 2014, p. 141;
_M. Arkoun, La question éthique et juridique dans la pensée islamique, Vrin, Paris 2010, p. 141;
_S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World order, Simon & Schuster, New York 1996;
_M. Arkoun, Rethinking islam today, in Annals of the American Academy of Political and Social Science, Vol. 588, Islam: Enduring Myths and Changing Realities, Luglio 2003, p. 19.

 

Nota 1: Mohammed Arkoun, nato nel 1928 a Taourirt-Mimoun, in Algeria, ha condotto i suoi studi universitari tra l’Università di Algeri e la Sorbona di Parigi, dove ha concluso il corso di dottorato nel 1969. Ha insegnato come professore ordinario all’Università della Sorbona e collaborato con le università delle maggiori città europee e statunitensi. È scomparso nel 2010 a Parigi.

 
© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

La nuova reazione mitteleuropea: Sebastian Kurz

La nuova reazione mitteleuropea: Sebastian Kurz

di Giuseppe Baiocchi 18/10/2017

La Repubblica federale austriaca, giovedì ha eletto il trentunenne Sebastian Kurz (Vienna 1986) Cancelliere: il più giovane leader politico in Europa.
Appartenente al partito dell’Österreichische Volkspartei – Partito Popolare Austriaco, di ispirazione cattolica e di tendenza conservatrice (fondato nel 1945 da L. Figl, J. Raab, K. Gruber, L. Weinberger) -, il giovane viennese eredita una realtà politica in decadenza: dal 1990 l’Övp subisce un calo di consensi e quando Kurz a sedici anni – dopo la maturità – viene eletto presidente della sezione giovanile del partito, si trova in un immobilismo dall’amaro sapore giallo-nero.
Nella sua rapida carriera, nel 2013, brucia un’altra importante tappa: è il ministro degli esteri più giovane d’Europa e ricopre tale ruolo con l’attuale governo uscente a guida socialdemocratica.
Abile politico e bravissimo comunicatore – anche a livello di marketing-grafico – Sebastian Kurz si è imposto sul partito di destra dello FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs – Partito della Libertà austriaca), adattando alcuni punti a misura del suo programma e chiudendo la porta allo SPÖ (Sozialdemokratische Partei Österreichs – Partito socialdemocratico d’Austria). Lo stesso colore sociale partitico è mutato: dal nero-giallo – dall’elegia austro-ungarica – si è passati al turchese, pantone degli Asburgo di fine ottocento.

Il Wunderwuzzi , il «bambino prodigio», è nato il 27 agosto 1986. Suo padre era ingegnere, la madre insegnante. Ha studiato Legge, ma ha abbandonato l’università attratto dalla politica.

Nella Repubblica d’Austria per anni si era formata una grande coalizione che comprendeva Övp e lo SPÖ, ma il giovane Cancelliere pare escludere un nuovo rimpasto governativo, preferendo l’alleanza della destra austriaca. Ciò comporterebbe un’apertura verso l’antico gruppo geopolitico del Visegrád e un raffreddamento verso l’eurocrazia e il tecnicismo di Bruxelles.
Prima dell’entrata in Europa alcuni antichi paesi mitteleuropei, dell’Europa centro-danubiana – avevano plasmato nel 1991 – il gruppo del “Visegrád”, costituito dagli Stati della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Polonia e dalla Repubblica Slovacca. Si ambiva ad un rafforzamento cooperativo per la promozione e l’integrazione unitaria verso l’Unione europea. Questo tipo di approccio fallì e si passò presto a rapporti diretti tra Bruxelles e i singoli Stati candidati. Tutti i membri del Gruppo di Visegrád sono entrati nell’Unione europea il 1º maggio 2004. La cooperazione e l’alleanza fra i quattro diversi stati proseguì comunque nei diversi campi della cultura, dell’educazione, della scienza, nonché in quello dell’economia. Nel 1999 è stato istituito il Fondo d’Investimento Internazionale di Visegrád, con sede a Bratislava, che, in accordo con la decisione dei capi di governo dei paesi membri, dal 2005 il fondo ha un budget annuale di 3 milioni di euro. Il gruppo di Visegrád riunisce quattro degli stati post-comunisti più prosperi che presentano un’economia di mercato relativamente affermata e un tasso di crescita piuttosto alto rispetto alla media europea.
Sebastian Kurz è sicuramente un politico europeo: il suo intento è modificare l’attuale assetto economico e politico di un Europa che certamente non funziona. L’ambito federalismo europeo potrebbe non essere più una lontana chimera.
Difatti il giovane Cancelliere è lontano dalle politiche di Angela Dorothea Merkel, Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron e Paolo Gentiloni Silveri, improntate su un centralismo economico e politico.
Non è un caso che tra i primi a congratularsi con Kurz sia stato il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijarto, il quale durante il Consiglio europeo ha affermato: “Sono certo che vedremo più forme di cooperazione ‘V4 plus Austria’ nel futuro (…). Nel gruppo Visegrad abbiamo l’accordo di restare in quattro, ma d’altra parte abbiamo questo formato ‘V4plus’, nel quale cooperiamo molto da vicino e strettamente con l’Austria e sicuramente lo faremo anche nel futuro”.

Péter Szijjártó è un politico ungherese, ministro degli Affari Esteri e del Commercio dal 23 settembre 2014, appartenente al governo di Viktor Orban. Precedentemente è stato Vice Ministro degli Affari Esteri e del Commercio.

Il leader dell’Övp ha presentato il suo programma in tre porzioni. La “Lista Sebastian Kurz – La nuova Övp” , come lui stesso ha voluto ribattezzare il partito, ha inserito forte rilevanza al fisco e al lavoro. “La nuova via. Per l’Austria”, titolo forte del programma, si presta allo sviluppo economico e alle tasse, con una riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro e una riduzione delle aliquote per le fasce meno abbienti: dal 25% si passerebbe al 20%, dal 35 al 30 e dal 43 al 4%. Propone anche l’eliminazione della progressione automatica e una riduzione dei contributi a carico del datore di lavoro. Lo sgravio fiscale ammonterebbe a 11,7 miliardi di euro e verrebbe in primo luogo finanziato dall’aumento dell’occupazione e dalla crescita economica. A ciò si aggiungerebbe il contenimento della spesa pubblica: oltre al taglio dei contributi, l’Övp propone per il futuro buste paga trasparenti, con il lavoratore che può controllare quanto il datore di lavoro è tenuto a pagare al fisco.
Tema scottante è stato quello dell’immigrazione: la spesa pubblica corrente, per Kurz, non dovrà superare l’1,8% del Prodotto interno Lordo. Ciò garantirebbe un risparmio tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Tra i punti relativi al risparmio ci sono ovviamente anche quelli che riguardano direttamente gli stranieri. Va inoltre bloccata quella determinata immigrazione, che punta esclusivamente ad usufruire dei servizi sociali austriaci. Il riferimento in questo caso non è solo ai migranti extracomunitari, ma anche a quelli di area Schengen, come i rumeni e i bulgari. Kurz si dichiara contrario alla politica dei tassi 0 attuata dalla Banca Centrale Europea e per motivi di privacy è anche contrario all’abolizione del contante.
Sulla sicurezza lo slogan dell’Övp è “aiutiamoli a casa propria”. Il programma dei popolari prevede anche quante persone possono entrare e con quale tipo di qualifica professionale. I migranti salvati in mare, verranno portati in centri di salvataggio fuori dall’Ue. Stessa metodologia è riservata per coloro che sono entrati in modo illegale nel paese.
Kurz insiste anche su una legge riguardo al diritto d’asilo europeo e un controllo più efficacie delle frontiere esterne. Nessuna concessione – dopo i gravi attentati che hanno colpito tutta Europa – è previsto per l’islam politico.
L’Övp vuole impedire che organismi religiosi e politici stranieri, possano esercitare attraverso organizzazioni o associazioni la loro influenza in Austria. A tal proposito si pensa a un inasprimento della normativa che regola le attività di queste associazioni. Per ogni figlio al di sotto dei 18 anni, il cancelliere viennese vuole far pagare 1500 euro in meno all’anno di tasse sui redditi, con la prima casa di proprietà non gravata da imposte aggiuntive. La quota di indebitamento pubblico dovrà passare dall’attuale 85% al 60%, con un meccanismo di controllo. Un taglio netto verrà dato ai funzionari pubblici. Infine, per chi deciderà di lavorare più a lungo dei 63 anni attualmente previsti, otterrà per ogni anno lavorativo aggiuntivo un aumento economico del 5,5%.
L’assegno di sussistenza per nucleo familiare non potrà superare i 1500 euro con un inasprimento sui controlli, per assicurarsi che il fruitore dell’assegno sociale segua veramente corsi di aggiornamento professionali. Se così non fosse verrà revocato l’assegno. Infine Kurz vorrebbe un sistema di aiuti di sussistenza light per gli aventi diritto d’asilo o di protezione sussidiaria: l’assegno non dovrà superare i 560 euro a testa. Del sistema sociale austriaco lo straniero potrà invece beneficiare solo dopo aver vissuto per cinque anni nel paese.

Kurz in compagnia con l’anziano esperto di geopolitica Henry Kissinger, nato Heinz Alfred Kissinger, politico statunitense di origine ebraico-tedesca e membro del partito Repubblicano. Di lui, da Ministro degli Esteri, ha affermato: “È un grande onore di incontrarmi nuovamente con l’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, per poter scambiare con lui le idee sulle sfide globali che ci attendono”.

Forte importanza ha dato alla questione della “flessibilità”: si punta su orari più flessibili e su una sorta di “monte ore” da “spendere” in modo flessibile. Kurz ha promesso un’equiparazione dei contratti nazionali per lavoratori e impiegati, con incentivi e programmi ad hoc per incrementare la formazione professionale. Ci saranno, così come scritto nel programma, semplificazioni e agevolazioni per chi vuole mettersi in proprio e aprire un’impresa.
Sull’istruzione la scelta è decisa a scolarizzare unicamente quei bambini che padroneggiano sufficientemente la lingua tedesca: corsi di recupero obbligatori sono invece previsti per i ragazzi appena arrivati e a tal fine verrà ampliato il corpo docenti. Successivamente l’obbligo di scolarizzazione non verrà più misurato in base agli anni frequentati, ma anche in base al livello di apprendimento conseguito.
Dunque ai primi urli di austro-fascismo e nazismo, bisognerebbe non solo far lavorare il giovane Cancelliere, ma soprattutto oggi l’Europa ha bisogno di risposte certe e chiare sul tema dell’Immigrazione e su quello dell’economia. Elementi che l’attuale autocrazia centralinista non è mai riuscita a dare. Il popolo austriaco ha certamente sorriso verso la spregiudicatezza di Kurz, ma parallelamente premiante è stata la chiarezza del programma, senza grandi giri di parole.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

La calunnia e la diffamazione nel lessico giuridico

La calunnia e la diffamazione nel lessico giuridico

di Miriana Fazi 07/10/2017

Il lessico corrente della lingua italiana è notoriamente ricco di sinonimi e di espressioni che, plasticamente, si possono considerare di significato equipollente. Tuttavia, d’altro canto, il lessico giuridico si discosta non di poco da una simile premessa: per definizione, esso necessita di un rigore che non si presti a dare adito a interpretazioni fuorvianti delle parole e, di riflesso, delle disposizioni di legge che le suddette vanno a formare.

Un esempio particolarmente calzante di discrasia tra lessico corrente e lessico giuridico può essere fornito dai concetti di calunnia e diffamazione. Spesse volte si cede alla tentazione di considerare queste due figure giuridiche come sinonimiche e anfiboliche, cadendo spesso in errore.
Se “la calunnia è un venticello”… la diffamazione cos’è? Invero calunnia e diffamazione prestano il nome a due reati di diversa natura, che hanno ad oggetto beni giuridici altrettanto diversi e sono sorretti da finalità e regimi sanzionatori divergenti. Il reato di diffamazione ex art. 595 del codice penale, infatti, è annoverato tra i “delitti contro la persona” al Titolo XII del summentovato codice.
Il dispositivo della norma prevede che: Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1032 euro. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a 2065 euro. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro. Se l’offesa è recata a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate”.
Come si può agilmente evincere, il bene tutelato dall’articolo 595 c.p. è “la reputazione”, intesa come corollario dell’onore e come senso di dignità e rispetto che una persona suscita all’interno della comunità sociale. Qual è l’elemento oggettivo di questo reato? Ossia: qual è la condizione che deve necessariamente verificarsi, perché il reato in questione possa dirsi integrato? È necessario che si verifichi una “condotta, che si sostanzi nell’offendere la reputazione altrui dinnanzi a una molteplicità di persone ed in assenza del soggetto nei confronti del quale viene pronunciata l’espressione diffamatoria”.
Particolari problemi, però, sorgono allorquando la diffamazione avvenga a mezzo stampa, ossia tramite televisione, giornali e ogni mezzo di divulgazione aperto a un pubblico vasto e indeterminato.
Genericamente i giornalisti godono di una scriminante particolare, nota come “esercizio del diritto di cronaca”. Tale scriminante consente loro di poter esercitare la propria professione serenamente, senza temere ripercussioni dovute a quanto scritto o riportato. In qualche modo, l’esercizio del diritto di cronaca può stimarsi come un’appendice dell’articolo 21 della Costituzione, posto a presidio del diritto di libertà di espressione.
Tuttavia, la tutela del diritto di cronaca non compre indistintamente qualunque condotta del giornalista. Si pensi, per esempio, a un giornalista che, pur non esprimendosi in termini negativi e mantenendo un profilo informale, scriva un articolo marcatamente infamatorio ai danni di un determinato personaggio. Ebbene, il giornalista in questione potrà godere della scriminante sopra riportata, solo allorquando il suo articolo presenti “profili di interesse pubblico all’informazione, tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo”. Inoltre sembra quasi pletorico menzionare il requisito di “veridicità dell’articolo” come elemento necessario ai fini dell’efficacia della scriminante in parola.
Ciò premesso, si può rivolgere l’attenzione ad altra sedem materiaeA latere della pittoresca visione rossiniana di calunnia come venticello (da: “Il Barbiere di Siviglia”), la dottrina prevalente inquadra quest’ultima (art 368 c.p.) come reato plurilesivo, ossia posto a tutela di una pluralità di beni giuridici. Tali interessi si possono ravvisare sia nella libertà di una persona innocente, che nel corretto funzionamento dell’amministrazione della giustizia.
La coscienza giuridica italiana è sempre stata attenta alla necessità di predisporre un reato simile, fin dai tempi dei codici preunitari e del Codice Zanardelli ( codice penale emanato nel 1889 e precedente all’attuale Codice Rocco, ndr); anche se in precedenza la calunnia era concepita come “reato contro la fede pubblica”.
Quale che sia la sua categorizzazione dogmatica, un elemento resta certo e imperituro nel corso del tempo: il regime sanzionatorio della calunnia vanta caratteri di peculiare severità, se analizzato comparativamente alle altre sanzioni, comminate per i restanti reati contro l’amministrazione della giustizia.

 

Il dispositivo della norma presenta una felice concisione, Comma uno:
Chiunque con denuncia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.
Comma due:
La pena è aumentata se si incolpa taluno di un reato per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.
Comma tre:
“La reclusione è da quattro a dodici anni, se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni; è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo”.
Anzitutto, bisogna soffermarsi sull’analisi del fatto tipico del reato in parola.
A differenza della “simulazione del reato”, ove si denuncia un reato necessariamente inesistente, senza attribuirlo a persona determinata o facilmente e univocamente determinabile, l’articolo 368 c.p. sanziona come calunnia il comportamento di chi, esplicitamente o implicitamente, incolpa un’altra persona – pur conoscendone l’innocenza – di un reato inesistente, oppure esistente, ma commesso da altri.
Ne deriva che si possono profilare diverse forme di calunnia: quella formale (o verbale, o diretta) consiste nella falsa affermazione della commissione di un reato, mediante querela, denuncia, richiesta o istanza. Il termine “denuncia” si suole intendere in maniera generica, come “qualsiasi informazione concernente fatti criminosi”. Il rischio di tale lettura ampia, secondo alcuni, risiede nell’estensione analogica (ossia nella possibilità di ricomprendere entro il termine “denuncia” anche delle condotte “non idonee a rivestire tale qualifica”, procurando punibilità al loro fautore in maniera del tutto illiberale e anti garantistica).
D’altro canto, la forma materiale (o reale, o indiretta) si verifica allorquando sia commessa mediante la simulazione delle tracce di un reato. Le due diverse condotte sono equivalenti sul piano della punibilità e, qualora dovessero ricorrere insieme, non avrebbe luogo una pluralità di reati.
Naturalmente, in ogni caso, è da escludersi la calunnia omissiva. Qualora si volesse rendere omissivo il reato di calunnia, si porrebbe una problematica difficilmente superabile. Infatti nell’ordinamento italiano difetta un “obbligo di impedire una falsa incolpazione” e in mancanza di tale obbligo è impossibile innestare l’articolo 368 c.p. sulla valvola generale del 40 c.p., clausola che consente di trasformare i reati commissivi nei rispettivi omissivi.
L’elemento soggettivo è il dolo generico, inteso come “coscienza e volontà di di portare la falsa informazione all’autorità giudiziaria”. Naturalmente i motivi che spingono l’autore a commettere un tale delitto sono irrilevanti ai fini del dolo: tutt’al più, possono rilevare come circostanze ultronee da prendere in considerazione nella ricostruzione globale del fatto.
Per di più, la calunnia colposa ( dovuta a negligenza, imperizia, imprudenza o alla contravvenzione di leggi e regolamenti) non è punibile: manca infatti una previsione espressa a tal fine, che sarebbe invece necessaria ai sensi dell’articolo 42 comma2. Non è punibile nemmeno la calunnia sorretta da dolo eventuale (ossia la forma più lieve del dolo, quella in cui gli elementi di volontà e consapevolezza sono ridotti al minimo vigore: essa si profila come accettazione del rischio che un determinato evento dannoso si verifichi in conseguenza di una propria condotta antigiuridica).
Quanto alle forme di manifestazione del reato, si discute sull’ammissibilità del tentativo. Finora il dibattito sembra propendere per la soluzione positiva. La calunnia formale si consuma al momento in cui l’Autorità ha ricevuto o percepito la notizia del reato oggetto dell’incolpazione calunniosa. La calunnia materiale, invece, si consuma nel momento in cui le tracce simulate sono state scoperte.
È curioso, infine, valutare la percezione del reato di calunnia in ambito comparatistico.
In Germania essa è concepita come condotta a forma libera. Non esistono nel dispositivo tedesco delle aggravanti e attenuanti simili a quelle contenute nei commi 2 e 3 dell’articolo 368 e, per di più, l’ordinamento tedesco consente una maggiore estensione dell’oggetto di incolpazione. Infatti rileva perfino la commissione di un illecito disciplinare, quindi la violazione di un dovere di ufficio. Così come in Italia, invece, si suole escludere la punibilità della calunnia commessa a titolo di dolo eventuale. In Spagna figura una peculiare caratterizzazione dell’elemento soggettivo: per integrare quest’ultimo si richiedono consapevolezza della falsità e temerario disprezzo per la verità.
Inoltre la Penisola Iberica conta su uno speciale meccanismo di pregiudizialità: non è consentito procedere contro il denunciante, se non dopo la sentenza, o l’ordinanza definitiva di assoluzione, o l’archiviazione emessa dal giudice che abbia giudicato l’infrazione imputata.
Per concludere, giova riservare un ultimo sguardo al sistema francese, che classifica la calunnia tra i reati contro la persona, la ritiene commissibile con qualsiasi mezzo e consente di punire la “falsità parziale”, che si verifica quando la persona accusata ha davvero commesso il reato denunziato, ma questo è descritto dall’accusatore in modo parzialmente non veritiero.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

La situazione politica spagnola in Catalogna

La situazione politica spagnola in Catalogna

di Giuseppe Baiocchi 22/09/2017

Chi vuole un Regno di Spagna unito all’insegna  della tradizione e dell’identità, nel rispetto di patrie e nazioni, non può che parteggiare per una paese unito. I Catalani hanno mantenuto nel corso dei secoli una volontà costante all’autogoverno, personificato in istituzioni quali la Generalitat – creata nel 1359 dalle Cervera Corts.
Il 18 Giugno del 2006 i catalani approvarono il nuovo statuto di autonomia della Catalogna con il 73,9% dei voti su una partecipazione al voto del 49,4%: in pratica due catalani su tre non votarono il progetto di Zapatero la “Spagna plurale”. Già all’epoca fu da più parti sottolineata la bassissima partecipazione invitando tutti alla riflessione. Mentre nel referendum di ratifica dello statuto del 1979 la partecipazione era stata del 59,7%, con i voti favorevoli pari all’88,1%. Sostanzialmente siamo di fronte ad una minoranza chiassosa che vuole prevaricare una maggioranza silenziosa.

Il 2 giugno 2014, a seguito di un colloquio privato con il sovrano, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato l’intenzione del re di abdicare in favore del figlio. Juan Carlos ha confermato la decisione, firmando l’abdicazione il 18 giugno. Il 19 giugno il padre gli ha imposto la fascia di Comandante dell’esercito di Terra, Aria e Mare. In seguito, ha giurato davanti alle Corti Generali dicendo: “Giuro di adempiere fedelmente ai miei doveri, osservare e far osservare la Costituzione e le leggi e rispettare i diritti dei cittadini e delle comunità autonome”; Felipe è stato così proclamato re di Spagna con il nome di Felipe VI e ha tenuto il suo primo discorso al Parlamento. Tornato al Palazzo reale di Madrid si è affacciato dal balcone per salutare la folla e ha assistito a una parata militare in suo onore.

E’ bene ricordare che la Catalogna ha già una compiuta autonomia, basta leggere il suo Statuto.
• L’autogoverno della Catalunya è fondato sulla Costituzione, così come sui diritti storici del popolo catalano che, nel rispetto della Costituzione, danno origine in questo Statuto al riconoscimento della posizione unica della Generalitat. La Catalunya desidera sviluppare la sua personalità politica all’interno della struttura di uno Stato che riconosce e rispetta la diversità di identità dei popoli di Spagna;
• La tradizione civile ed associativa della Catalunya ha sottolineato sempre l’importanza della lingua e della cultura catalane, dei diritti e dei doveri, della conoscenza, della educazione, della coesione sociale, dello sviluppo sostenibile e dell’uguaglianza dei diritti, ed oggi, soprattutto, dell’uguaglianza tra donne e uomini;
• La Catalunya, attraverso lo Stato, partecipa alla costruzione del progetto politico dell’Unione Europea, i cui valori ed obiettivi condivide;
• La Catalunya, con la sua tradizione umanistica, afferma il suo impegno insieme a tutte le persone nel costruire un ordine mondiale pacifico e giusto.
Il Parlamento di Catalunya, riflettendo il sentimento e la volontà dei cittadini – ad ampia maggioranza – ha definito la Catalunya una nazione. La Costituzione spagnola, nel suo secondo articolo, riconosce la realtà nazionale di Catalunya come nazione. I poteri della Generalitat sono emanati dal popolo di Catalunya e sono esercitati in accordo con quanto stabilito dal presente Statuto e dalla Costituzione.
Il rapporto della Generalitat con lo Stato è basato sul principio di reciproca lealtà istituzionale, e regolato dal principio generale secondo cui la Generalitat è Stato, per i principi di autonomia, bilateralismo ed anche di multilateralismo.
Siamo di fronte ad una strumentalizzazione di forze nichiliste e estremiste, che sulla carta fondamentale parlano di inclusione, ma che nei fatti propugnano un nazionalismo esclusivo.
Il tentativo ben evidente di puntare a distruggere un’istituzione monarchica costituzionale, quella dei Borbone, per instaurare una repubblica in Catalogna – in una regione che non ha nulla da rivendicare -, è quantomeno evidente, basta leggere il suo statuto o carta fondamentale.
In quest’ultima si può analizzare la piena attuazione di un’autonomia a tutto campo, nel solco della fedeltà e lealtà alla Costituzione della Spagna e all’interno dello Stato, mentre una minoranza espressione di una minoranza, si sforza unicamente nella direzione di non comprendere le differenze di una vera società inclusiva, in cui conti l’amore per la Catalogna, ma anche per la Spagna e per l’Europa.

L’attuale costituzione spagnola si riferisce alla monarchia come “la corona di Spagna” e il titolo costituzionale del sovrano è semplicemente rey/reina de España. La legge costituzionale, però, accenna anche alla possibilità dell’uso degli altri titoli storici della monarchia iberica, senza tuttavia specificarli. Un decreto promulgato il 6 novembre 1987 dal consiglio dei ministri regola i titoli e il trattamento spettante ai membri della casa reale, e, su queste basi, il sovrano ha il diritto di usare gli altri titoli appartenenti alla corona (El titular de la corona se denominará Rey o Reina de España y podrá utilizar los demás títulos que correspondan a la Corona, así como las otras dignidades nobiliarias que pertenezcan a la Casa Real). Contrariamente a quanto si crede, la serie completa dei titoli storici, che comprende oltre venti regni, non è attualmente in uso. L’insieme dei titoli feudali venne impiegato l’ultima volta nel 1836 con Isabella II di Spagna. Inoltre è Gran maestro del Real Consiglio degli Ordini Militari.

La Catalogna insieme al resto della Spagna costituisce una realtà sociale e storica: il catalano, con la sua lingua, è un linguaggio e fa parte della cultura iberica. Tale linguaggio dovrebbe essere usato come mezzo di comunicazione tra gli individui, non come strumento di divisione.
Esistono sempre dei distinguo, che sono l’anima della vecchia Europa, in cui hanno convissuto varie anime, perché tante patrie, ognuna con le sue peculiarità, ma all’interno di nazioni e queste a loro volta di Stati.
Occorre a questo punto fare una precisazione su cosa sia una patria o piuttosto una nazione:
_per patria si intende il complesso degli uomini che abitano il territorio nel quale ciascuno dei suoi componenti appartiene per nascita, la terra dei propri padri, lingua, cultura, storia e tradizioni accomunati da tutto un insieme di istituzioni, tradizioni, sentimenti, ideali;
_per nazione si intende un complesso di individui che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica. Solitamente una comunanza basata su consanguineità, comune discendenza, sede comune, lingua, religione, costumi. La nazione si fonda su vincoli non giuridici, piuttosto naturali, morali;
_per Stato si intende il vincolo giuridico, l’elemento formale di cui patria/e e nazione/i ne sono i componenti. Esso è l’entità giuridica che possiede le strutture amministrative e politiche, che detiene potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti che vi appartengono.
La Catalogna ha una autonomia di fatto compiuta. Le millanterie nazionalistiche sulle affermazioni che la Spagna sottragga risorse alla Catalogna stessa o il presunto disprezzo nei confronti dei Catalani, non hanno riscontrato nessun veridicità internazionale, soprattutto dopo i tragici eventi di Barcellona. Sono gli stessi Catalani unionisti, la maggioranza a testimoniarlo. Piuttosto si può certamente biasimare la mancanza di libertà subita in Catalogna dagli unionisti, dove il discorso del nazionalismo sembra essere l’unica forma corretta per rappresentare i Catalani. L’invasione di questa politica di pensiero unico nei media ufficiali e nelle amministrazioni pubbliche locali e regionali è contraria al dovere fondamentale della neutralità e della pluralità democratica.
E’ piuttosto necessario mettere in guardia sul rischio che riguarda i rigurgiti dei sentimenti di guerra civile, della propaganda dell’argomento del nazionalismo vittimistico, che ha portato così tanta sofferenza ai suoi popoli durante il passato recente. La Carta Fondamentale di un popolo o Costituzione è lì a garantire proprio i cittadini, che ad essa si affidano per regolare i loro rapporti e ad essa fa continuo riferimento anche lo Statuto della Catalogna, anche se oggi sembra non voler rispettare il patto con essa. La certezza del diritto deve restare un valore fondante di uno Stato. Per questo in Catalogna bisognerebbe coraggiosamente difendere ciò che unisce e rigettare ciò che separa, invitando tutti gli spagnoli, catalani o meno, a mobilitarsi in difesa della coesistenza nella diversità, in una Spagna di tutti. La Catalogna è parte dell’essenza della Spagna, pertanto ricordiamo a tutti gli spagnoli che la separazione è un problema di tutti: il paese iberico senza la Catalogna non sarebbe più la Spagna.

Non è bastato neanche il saluto commosso del sovrano spagnolo, Felipe Juan Pablo Alfonso de Todos los Santos de Borbón y Grecia (Felipe VI), verso le vittime del brutale attentato terroristico dell’agosto 2017, per spegnere le polemiche indipendentiste catalane.

Alla Catalogna non manca il riconoscimento della sua patria, della sua nazione. A ben vedere i nazionalisti millantano che il popolo Catalano reclama la libertà, ma la possiede già, tutelata dalla sua carta fondamentale, messa nero su bianco.
La Spagna riconosce alla Catalogna la Generalitat, un parlamento che legifera autonomamente, ha una sua polizia, la sua bandiera, il suo inno, i suoi diritti. Si può forse dire che la Catalogna non sia libera?
Invito alla lettura dello Statuto catalano. La realtà è un’altra: una classe politica anti tradizionale, anacronisticamente marxista – probabilmente sostenuta da forze di un disegno più grande che vuole colpire l’istituto monarchico e le tradizioni, di cui il popolo spagnolo è fiero custode -, vuole infliggere un colpo mortale ad un sistema che è l’ultimo baluardo contro il dilagare del relativismo più sfrenato, della società liquida e liquefatta, senza più riferimenti.
Un modello che costruirà una nuova etnia di sudditi operai, capaci solo di obbedire, perché privati anche dell’anima, della morale, delle radici cristiane, della identità e di molto altro ancora. L’autonomia è diventato solo il puntello per far breccia nelle spesse mura costruite da secoli di storia: nulla di tutto ciò è vicino alla pace e alla prosperità dei Catalani, quindi degli Spagnoli e di tutti quelli che hanno a cuore questi valori. Sì all’Autonomia no alla Secessione.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

L’introduzione del reato di tortura in Italia

L’introduzione del reato di tortura in Italia

di Miriana Fazi 07/08/2017

La Camera ha approvato il disegno di legge che introduce il reato di tortura nell’ordinamento italiano con 198 voti favorevoli, 35 contrari e 104 astenuti. Il ddl – di iniziativa parlamentare e a prima firma di Luigi Manconi del Partito Democratico – era stato approvato dal Senato con lo stesso testo lo scorso 17 maggio e quindi è diventato legge. Il corpus normativo del codice penale si è ampliato con l’aggiunta dell’articolo 613- bis. Quest’ultimo disciplina il reato di tortura per la prima volta nella storia dell’ordinamento italiano, che finora è stato tacciato d’inadempienza in merito agli obblighi di incriminazione previsti da varie Convenzioni di matrice europea e internazionale.
Il testo della norma si profila come frutto di un atteggiamento compromissorio che forse, parzialmente, ha “snaturato” l’originale attitudine della disposizione in esame.
In ogni caso, mentre l’articolo 613 bis tipizza la condotta che integra reato di tortura, l’articolo 613 –ter si atteggia a coronamento della disposizione, delineando i parametri normativi dell’’ istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura.
 
Cosa dispone l’articolo 613 bis?
È prevista la reclusione da 4 a 10 anni per chi “con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa (…), se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. La fattispecie è aggravata – da 5 a 12 anni di reclusione – se i fatti di cui sopra “sono commessi da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio”.
N0n rilevano sul piano della punibilità le “sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Alcune aggravanti sono previste allorché dai fatti anzi citati conseguano:
_una lesione personale: la pena è aumentata fino a 1/3;
_una lesione personale grave: aumento di 1/3;
_una lesione personale gravissima: aumento della metà;
_la morte quale conseguenza non voluta: 30 anni di reclusione;
_la morte quale conseguenza voluta: ergastolo.

 

Nel caso dell’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura (art. 613-ter), si applica la reclusione da 6 mesi a 3 anni al pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio “il quale, nell’esercizio delle funzioni o del servizio, istiga in modo concretamente idoneo altro pubblico ufficiale o altro incaricato di un pubblico servizio a commettere il delitto di tortura, se l’istigazione non è accolta ovvero se l’istigazione è accolta ma il delitto non è commesso“.
La disciplina di cui all’articolo 613 bis estende i propri effetti fino a recare modifica all’art. 191 c.p.p., in tema di prove illegittimamente acquisite. Il nuovo comma 2-bis stabilisce la inutilizzabilità delle dichiarazioni o delle informazioni ottenute mediante il delitto di tortura, salvo che contro le persone accusate di tale delitto e al solo fine di provarne la responsabilità penale. Ulteriori disposizioni prevedono:
_il divieto di respingimento, espulsione o estradizione di una persona verso uno Stato, quando vi siano “fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura”; a tal fine si tiene conto anche dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani;
_l’esclusione dall’immunità diplomatica agli stranieri sottoposti a procedimento penale o condannati per il reato di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale; in tali lo straniero è estradato verso lo Stato richiedente nel quale è in corso il procedimento penale o è stata pronunciata sentenza di condanna per il reato di tortura o, in caso di procedimento davanti ad un tribunale internazionale, verso il tribunale stesso o lo Stato individuato ai sensi dello statuto del medesimo tribunale.
Ma perché è stato necessario introdurre il reato di tortura in Italia? Dal più recente rapporto di Amnesty International emerge che 112 Paesi nel mondo praticano ancora la tortura. Molti di questi, per contrastare un simile atteggiamento- unanimemente percepito come illecito, si sono dotati di una fattispecie repressiva apposita; ma in questo composito gruppo di Paesi riformatori non figurava l’Italia. Tuttavia il bel Paese ha finito per doversi allineare a questa tendenza: un’ulteriore procrastinazione avrebbe comportato embarghi non indifferenti allo Stato, nel lungo periodo.
Il peso cruciale di questi dati si sommava alla preoccupazione general preventiva che si atteggia a scopo primigenio di ogni stato di diritto. Pertanto, a prescindere dalla radice del sistema giuridico – common law o civil law che sia – non si può contravvenire all’esigenza di rispettare il principio di tassatività e determinatezza della fattispecie penale. Essa, infatti, invade lo spazio di libertà del cittadino, incidendovi in maniera più o meno invasiva in base alla qualità della sanzione (pecuniaria o detentiva). Il reato di tortura, è stato così finalmente predisposto dal legislatore per dirimere quelle controversie aventi ad oggetto fatti di reato non altrimenti incriminabili o, comunque, incriminabili mediante misure ingiustificatamente meno severe rispetto agli standard internazionali.
Alcuni recenti fatti di cronaca, come i casi “Cucchi”, “Aldrovandi” e “G8 di Genova” hanno infine riportato in auge la diatriba sulla necessità di introdurre una fattispecie apposita.
Se ci poniamo il quesito di cosa sia il reato di tortura per l’ONU, osserviamo come la “Convenzione Onu” del 1989 definisce la tortura come “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione”.
La stessa Convenzione precisa che, ai fini della qualificazione del reato di tortura, l’azione deve essere posta in essere da un pubblico ufficiale “o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito”.
Come obblighi internazionali, il divieto di tortura è previsto da numerose convenzioni internazionali sui diritti umani, come la Convenzione Onu contro la tortura del 1989, la Convenzione Europea per la Prevenzione della Tortura e della pene o trattamenti crudeli, e la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. In particolare, la Convenzione Onu del 1989 contro la tortura obbliga gli Stati ad inserire nel proprio diritto penale interno il reato di tortura. Sono moltissimi gli Stati, che proprio al fine di conformarsi a tale obbligo, hanno previsto il reato di tortura nel codice penale e, in alcuni casi, ne hanno sancito il divieto anche a livello costituzionale.
Ora operiamo uno sguardo al diritto comparato: il reato di tortura nel resto del mondo.

 

Turchia
Nel 2016 lo Stato turco ha abolito “l’Istituzione nazionale per i diritti umani”, a seguito del tentato golpe del 15 luglio 2016.
Il leader turco Erdogan ha stretto ancor più le maglie del controllo e della repressione. Sono aumentate le segnalazioni di torture e maltrattamenti durante i periodi di custodia, nelle zone del sud-est a maggioranza curda, ma ancor di più a Istanbul e ad Ankara. Lo stato d’emergenza ha eliminato tutte le tutele per i detenuti e ha permesso pratiche precedentemente vietate: il periodo massimo di detenzione preventiva è stato portato da 5 a 30 giorni e sono state introdotte misure per impedire per 5 giorni ai fermati in custodia preventiva l’accesso a un legale e per registrare le conversazioni tra cliente e avvocato durante la detenzione e passarle ai pm. Le visite mediche sono effettuate in presenza di poliziotti e i loro esiti arbitrariamente negati agli avvocati dei detenuti. Nell’ultimo anno migliaia di persone sono state rinchiuse in centri di detenzione illegali.
 
Iran
In Iran la tortura è una tecnica impiegata per estorcere “confessioni”. I detenuti sotto l’autorità del ministero dell’Intelligence e dei Guardiani della rivoluzione sono stati regolarmente sottoposti a prolungati periodi di isolamento. Le denunce di torture sortiscono spesso effetti contrari: fanno proseguire e inasprire le torture e portano a pesanti sentenze. Secondo Amnesty International, i giudici continuano a considerare ammissibili le “confessioni” come prove a carico dell’imputato. Per chi viene arrestato spesso è ignorato il diritto ad accedere a un legale ed è negato anche l’accesso a cure mediche adeguate ai prigionieri politici. Sono in vigore pene disumani e degradanti, equiparabili a torture, quali fustigazioni, accecamenti e amputazioni.

 

 
Russia
In Russia torture e maltrattamenti sono pratica diffusa e sistematica durante la detenzione iniziale e nelle colonie penali. Sono stati denunciati recentemente uccisioni, arresti e torture di gay rinchiusi in prigioni segrete in Cecenia. Musa Mutaev, kirghiso, autore del libro Il sole verde, ha subito svariate torture e vessazioni fisiche e psicologiche prima di riuscire a fuggire nel 2004 in Norvegia e diventare scrittore. Nel suo libro racconta i sistemi di terrore usati dalle forze russe per estorcere confessioni indotte: scosse elettriche, rottura di arti, sangue.
 
Egitto
La drammatica fine di Giulio Regeni, il ricercatore italiano vittima di violenze inaudite e trovato morto in strada il 3 febbraio 2016, è lì impressa nella memoria, a triste monito delle disumane pratiche poliziesche in Egitto. Associazioni per i diritti umani hanno documentato decine di casi di decessi in custodia dovuti a tortura, maltrattamenti e mancanza di accesso a cure adeguate. Si sono praticate torture e maltrattamenti durante le fasi dell’arresto, come pure durante gli interrogatori. Molti sono stati vittime di sparizione forzata. I metodi utilizzati comprendevano duri pestaggi, scosse elettriche o costrizione a rimanere in posizioni di stress.
 

 

Israele
Amnesty International leva il dito anche contro Israele. Torture o maltrattamenti sono inflitti nell’impunità a detenuti palestinesi (minori compresi) da agenti dell’esercito, della polizia e dell’agenzia israeliana per la sicurezza (Isa), in particolare nelle fasi dell’arresto e dell’interrogatorio. Le pratiche segnalate: percosse, schiaffi, incatenamento in posizioni dolorose, privazioni del sonno, posizioni di stress e minacce.
Dal 2001 ci sono state mille denunce, ma il ministero della Giustizia, competente in materia dal 2014, non ha avviato alcuna indagine penale.
 
Palestina
In Palestina la polizia come pure le altre forze di sicurezza della Cisgiordania, la polizia di Hamas e le altre forze di sicurezza di Gaza hanno abitualmente e impunemente torturato o maltrattato detenuti, compresi minori. Tra gennaio e novembre 2016 la commissione indipendente palestinese ha ricevuto 398 denunce tra tortura e altri maltrattamenti (163 da detenuti in Cisgiordania e 235 da detenuti a Gaza) ma non sono mai state condotte indagini indipendenti.

 

 
Regno Unito
Il Regno Unito è stato uno dei più veloci nell’attuazione della Convenzione contro la tortura dell’Onu del 1984 e nel prevedere la pena più severa, la detenzione a vita. Il riferimento normativo è il Criminal Justice Act del 1988 dove, nella Parte XI, c’è un’apposita sezione dedicata alla tortura commessa da un pubblico ufficiale e comprende sia quella fisica (“grave dolore o sofferenza“) che quella psicologica (è “irrilevante” se le sofferenze che consentono di definire un atto come tortura siano di tipo “fisico o mentale” o se “siano stati provocati da azioni o da omissioni”).
Qualche obiezione l’hanno però suscitata i commi 4 e 5 dell’articolo 134, che escludono la presenza di reato di tortura se chi ha posto in atto la condotta idonea a provocare gravi dolori o sofferenze possa provare di averlo fatto in virtù di una legittima autorità, giustificazione o scusa. La spiegazione? I commi sono stati inseriti in ottemperanza alla parte finale dell’articolo 1 della Convenzione Onu, in cui il termine tortura “non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate”. Per esempio “un chirurgo che provoca sofferenze nell’esercizio legittimo della sua professione“.
Un’ulteriore disposizione normativa contro la tortura è inserita nello Human Rights Act del 1998, la legge che ha recepito nell’ordinamento interno la Convezione Europea sui Diritti dell’Uomo.

 

 
Stati Uniti
Sul fronte Stati Uniti, l’ottavo emendamento della Costituzione americana proibisce di infliggere “pene crudeli e inconsuete“. Non si parla esplicitamente di tortura ma, dagli anni Ottanta, la Corte Suprema americana ha stabilito che la tortura è contro la legge in base all’ottavo emendamento. In seguito agli attentati dell’11 settembre, però, nel 2003 il dipartimento di Giustizia americano dichiarò che “l’ottavo emendamento non trova applicazione” quando si tratta di ottenere “informazione di intelligence da parte di combattenti catturati“. Nel 1994 il “Torture Act” (formalmente noto come Titolo 18, Parte I, Capitolo 113C del Codice statunitense) ha proibito la tortura da parte di dipendenti federali contro persone “in loro custodia o sotto il loro controllo”, fuori dagli Stati Uniti. Ciò non ha impedito lo scandalo delle torture nelle prigioni militari all’estero, Guantanamo in prima fila. Solo dopo anni di polemiche, il presidente George W. Bush, nel 2007, ha firmato un ordine esecutivo per proibire alla Cia qualsiasi trattamento inumano nei confronti di prigionieri catturati nella lotta al terrorismo, impegnandosi a rispettare l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra che vieta la tortura contro i prigionieri di guerra. Nel 2009 il presidente Barack Obama ha messo al bando l’uso della crudeltà durante gli interrogatori ovunque nel mondo. Dal 2005 è inoltre in vigore negli Usa il Detainee Treatment Act, che proibisce “pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” del personale nelle prigioni militari.

 

 
Germania
In Germania il divieto di tortura è di fatto contenuto nella Costituzione. Non esiste una norma specifica nell’ordinamento tedesco, ma è presente una serie di articoli di legge del codice penale in cui la fattispecie della tortura è specificata in maniera molto esplicita, con pene di reclusione che possono andare da 3 ai 10 anni. L’articolo primo della Legge fondamentale della Repubblica federale sancisce che è “dovere di ogni potere statale rispettare e proteggere la dignità dell’uomo”Sempre nel testo costituzionale, al comma 1 dell’articolo 104, si afferma che le persone tratte in arresto “non possono essere sottoposte né a maltrattamenti morali, né a maltrattamenti fisici”.
Non solo. Nel codice penale vi è un esplicito ancoramento agli articoli 3 e 15 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo, in cui si afferma che nessuno individuo può essere “sottoposto alla tortura oppure a punizioni o trattamenti disumani o umilianti“, nonché che queste disposizioni valgono anche “se la vita della nazioni è minacciata dalla guerra o da altra emergenza di natura pubblica“.
 

 

Francia
La Francia ha ratificato nel febbraio 1986, poco più di un anno dopo la sua stipula, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. È all’articolo 1 della Convenzione che si possono richiamare i giudici francesi quando incorrono in un reato di tortura: questo non è infatti definito con precisione dall’ordinamento giuridico d’oltralpe. Sono i giudici che definiscono, caso per caso, gli “atti di tortura e di barbarie“.
Generalmente, si tratta di azioni violente estremamente gravi, che si traducono in un oltraggio all’integrità fisica della vittima ma senza che ci fosse intenzione di uccidere. L’autore di tali atti dimostra una crudeltà estrema, che suscita l’indignazione generale. Il grado di punizione per tali atti dipende dalle conseguenze, dagli strumenti impiegati e dalle caratteristiche della vittima. Secondo il Codice penale francese, articolo 222, l’autore rischia la condanna a 15 anni di reclusione criminale; la pena può essere aumentata a 20 anni se le vittime sono bambini sotto i 15 anni, persone vulnerabili come anziani, ammalati, invalidi o donne incinte, o ancora se gli atti sono stati commessi utilizzando o minacciando l’uso di un’arma. La pena può arrivare a 30 anni se gli atti di tortura o di barbarie sono commessi su un minore di 15 anni da un parente legittimo, naturale o adottivo o da qualsiasi altra persona che ha un’autorità sul minore, o ancora se gli atti sono commessi da una banda organizzata o in modo ripetuto su un minore di 15 anni o su una persona vulnerabile o se questi atti hanno provocato una mutilazione o un’infermità permanente. Se la vittima muore, può scattare l’ergastolo.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

Tempesta perfetta ad Amburgo

Tempesta perfetta ad Amburgo

di Dario Neglia 01/08/2017

Se si vuole andare per mare, i nodi sono importanti. In particolare, ce n’è uno che di solito s’impara per primo, semplice ma al contempo molto utile. È un nodo cosiddetto di giunzione, serve a unire due corde di uguale spessore e regge anche discretamente la tensione di carico: quanto più essa aumenta, tanto più le due corde si stringono tra loro. Si chiama nodo piano, in inglese reef knot.
Un nodo piano è il simbolo scelto dalla Cancelliera Merkel per il G20 appena conclusosi. Per due giorni, il 7 e l’8 luglio, i capi di Stato e/o di governo delle prime venti economie al mondo si sono riuniti nella città fluviale di Amburgo, nel nord della Germania. È stato facile per Mme Merkel, leader del paese ospitante, spiegare la metafora del nodo durante la sessione inaugurale del vertice. A fronte della crescente difficoltà delle sfide mondiali, i leader politici devono stringersi sempre più tra di loro, unirsi, senza spezzare la corda. Ma il simbolismo va oltre. Infatti, la stessa città ospitante, Amburgo, (oltre ad aver dato i natali alla Cancelliera) è stata un emblema di apertura fin dal XVI secolo, soprattutto commerciale ma anche lato sensu (politicamente è molto progressista). Si tratta di un riferimento evidente, data la situazione attuale della vita politica internazionale. A questo si aggiunge il titolo programmatico dell’evento: “Dare forma ad un mondo interconnesso”.

Il G20 del 2017 è stato il dodicesimo meeting del Gruppo dei Venti (G20). Si è tenuto il 7 e 8 luglio 2017 nella città di Amburgo, in Germania. È stato il primo vertice del G20 ospitato dalla Germania e il terzo ospitato da un Paese dell’Unione europea, dopo quelli del 2009 in Regno Unito e del 2011 in Francia. La riunione è stata guidata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Ad ogni modo, simboli a parte, ci sono almeno tre ragioni per le quali il vertice della settimana scorsa merita di essere ricordato. In primo luogo, la tempistica. La politica internazionale è sempre stata dominata dall’incertezza, ma il livello che si è raggiunto al giorno d’oggi è tale che molti parlano di una vera e propria età del caos. Il mondo è diventato talmente complesso da essere ingovernabile, si dice, tanto all’interno quanto all’esterno dello Stato, a causa dei profondi cambiamenti geopolitici, tecnologici, socioeconomici degli ultimi vent’anni. Terrorismo internazionale, climate change, crisi finanziarie, migrazioni di massa, hanno aumentato a dismisura le variabili in questa equazione da risolvere, rendendo immane il lavoro dei policy makers.
Il vertice di Amburgo era importante, quindi, in primis per tale motivo: benché di rado tali incontri raggiungano conclusioni espressive, stavolta le attese erano se possibile anche più alte del solito. I leader mondiali erano chiamati a pareggiare la fortissima domanda di ordine e stabilità con un’offerta adeguata. D’altronde, rappresentando circa l’85% del PIL e i 2/3 della popolazione mondiale, le decisioni prese in una sede del genere – se implementate in modo adeguato – possono davvero essere efficaci e cambiare le cose. A fortiori, peraltro, se si considera che le più importanti date elettorali sono passate da tempo. Gli Stati Uniti hanno già eletto Trump, la Francia Macron, la Brexit è alle spalle, così come le elezioni anticipate inglesi. La stessa Merkel, unica tra i grandi leader europei a dover ancora passare dalle urne a settembre (in realtà ci saremmo anche noi, ma ormai la nostra situazione è diventata una triste costante…) sembra proiettata verso una vittoria quasi sicura. Insomma, i principali partecipanti della conferenza erano in una condizione di full powers, per così dire. Avendo superato buona parte dei principali giri di boa, il momento era quello di un “ora o mai più”, considerate le circostanze e l’assenza di scusanti.
In secondo luogo, il G20 di Amburgo era di per sé importante già per la sola gravità dei problemi in agenda. Al primo posto, il cambiamento climatico, uno dei fenomeni meno appariscenti (rectius più controversi) eppure più nefasti nell’intera storia del mondo. L’Accordo di Parigi siglato nel 2015 nell’ottica di un contrasto al riscaldamento globale è stato fortemente depotenziato dall’America di Donald Trump, che ha denunciato il trattato tirandosene fuori. Quella che sembrava una questione non di certo archiviata, ma se non altro indirizzata sulla buona strada, peraltro dopo un lungo e faticoso processo negoziale durato anni, oggi è tornata prepotentemente ai primi posti della lista di questioni più spinose da risolvere.
E che dire del terrorismo? Gli Europei ne sono stati testimoni e vittime negli ultimi anni. La crisi geopolitica in Medio Oriente, specialmente Siria e Iraq, ha prodotto un’ondata di attacchi nel Vecchio Continente – ad opera del sedicente Stato Islamico – che è quasi riuscita a piegare migliaia e migliaia di persone alla dittatura del terrore. Ma questo è niente se si guarda al fenomeno delle migrazioni di massa. Si tratta del vero e proprio trend di lungo periodo dei nostri tempi, destinato a durare per decenni. Demograficamente l’Africa è una sorta di bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel prossimo futuro. Ceteris paribus, gli analisti prevedono che il continente supererà Cina e India come tasso di crescita della popolazione. Entro il 2100 quattro persone su dieci nel mondo saranno nate in Africa. Se a ciò si unisce la miseria e il sottosviluppo di molti paesi soprattutto nella fascia sub-sahariana, si capisce perché così tanti disperati provino ad attraversare il Mediterraneo rischiando la propria vita, nella speranza di ottenere un futuro migliore di quello a cui sono condannati.

Un gruppo di manifestanti travestito con le maschere dei leader mondiali che si incontreranno nella città tedesca il 7 e l’8 luglio. Per l’occasione è previsto anche il primo faccia a faccia tra il presidente Usa Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin.

Il commercio e l’economia si inseriscono analogamente nell’agenda di Amburgo, quali temi anzi privilegiati, essendo appunto il G20 un forum per discutere principalmente di questioni economico-finanziarie. L’economia mondiale si è ormai quasi del tutto ripresa dalla crisi del 2008, tuttavia ora i rischi provengono dal protezionismo di matrice americana, che ha già mietuto le prime vittime, ossia i due trattati di libero scambio TTIP e TTP, rispettivamente tra USA e UE, e USA e paesi del Pacifico. Last but not least, i tre grandi focolai di crisi che avvelenano le falde della politica internazionale. Primo, la più grande crisi dell’ultimo decennio: la Siria. Secondo, il conflitto che allora si credeva avrebbe portato il mondo sull’orlo di una nuova guerra mondiale: l’Ucraina. Terzo, quello più recente e che con ogni probabilità ha il curriculum migliore per aspirare al ruolo di miccia se davvero dovesse scoppiare la Terza guerra mondiale: la Corea del Nord.
Come si vede, gli argomenti erano dunque molti, e la loro importanza era tale da fare tremare le vene e i polsi. Ma di certo Amburgo passerà ai libri di storia anche per un terzo motivo. C’era un incontro, un vero e proprio vertice nel vertice, che i media di tutto il mondo stavano aspettando, e che avrebbe dovuto avere luogo per la prima volta proprio in occasione del G20 in Germania: il primo faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin. Eufemisticamente, si è detto tutto e il contrario di tutto riguardo alla relazione più che tra i due paesi, proprio tra questi due uomini. E se le cose che i detrattori di Trump sostengono fossero vere, anche in minima parte, sarebbe forse lo scandalo più grande nell’intera storia della presidenza statunitense. In ogni caso, l’incontro c’è stato ed è durato un’ora e mezza più del previsto. Segno che evidentemente qualcosa da dirsi i due l’avevano.
È inutile negarlo, Trump è il catalizzatore dell’attenzione di tutti gli osservatori di politica internazionale, né potrebbe essere altrimenti trattandosi del Capo di Stato e di governo del paese primo al mondo per forza militare e secondo per potenza economica. Ma il 45° presidente degli Stati Uniti è a digiuno di affari internazionali, sicché quando a maggio si tenne il G7 a Taormina, l’attenzione era su di lui a causa del suo debutto sulla scena dei Grandi. Ma adesso, oltre ad attendere la sua entrata in scena su un palcoscenico più grande come il G20 e il primo incontro con l’omologo russo, si cerca di studiarlo per cercare di intuire quali saranno le sue prossime mosse. Compito alquanto difficile per un presidente che, alla meglio, è stato definito erratico.
In effetti, tutta una serie di questioni latenti ruotano attorno all’America trumpiana, vera e propria incognita della politica internazionale ancor più della Gran Bretagna post-Brexit. Anzitutto la qualità delle relazioni transatlantiche. I paesi dell’UE, padrona di casa tedesca in primis, devono ancora prendere le misure al nuovo inquilino della Casa Bianca, soprattutto sui grandi temi della lotta al cambiamento climatico e del sostegno al commercio mondiale. Dal canto suo, la Cina pare si sia già portata avanti col lavoro, alternando tra loro toni conciliatori e perentori rivolti a Washington, e soprattutto cercando di riempire il vuoto geopolitico che il neo-isolazionismo trumpiano sta creando. In ogni caso la relazione sino-statunitense è più unica che rara, data l’eccezionalità dei due soggetti, una superpotenza militare e l’altra economica. Quanto alla Russia…cela va sans dire. Sulla presunta liaison tra Trump e Putin i critici dipingono trame fosche di intorbidimento del processo democratico americano, mentre i sostenitori la sbandierano come esempio di una nuova “distensione” che potrebbe finalmente regolare la politica mondiale. Amburgo è stato il contesto in cui tutte questi temi si sono incrociati, aumentandone di molto l’importanza.

In occasione del vertice del G20 di Amburgo, il 5 luglio 1000 figure coperte di argilla sono apparse per le strade della città dando vita a una performance artistica e sovversiva. Una protesta silenziosa organizzata dal collettivo 1000 GESTALTEN per invitare la Germania e il mondo a combattere, una chiamata alla partecipazione politica a una società in cui il cambiamento non deriva dall’alto, ma da ciascun individuo, una critica verso l’apatia politica e l’impotenza dell’individuo nella società odierna. La performance artistica di 1000 GESTALTEN si è svolta come una storia sulla trasformazione e la crescita individuale e collettiva. I 1000 zombie hanno iniziato ad aggirarsi coperti da gusci polverosi di argilla, metafora di una società che ha perso il suo senso di solidarietà, egoista e indifferente. I gusci hanno poi iniziato a crepare, spinti drammaticamente da una seconda pelle, a simboleggiare un popolo che si è liberato dalle rigide strutture ideologiche e che lotta contro la spersonalizzazione.

Tuttavia, sottolineare l’importanza e il valore particolare di questa conferenza, non implica che alla fine, anche in questo caso, si possa dire che si sono prese decisioni sensazionali o dall’effetto dirompente. Su molti temi la distanza tra i paesi resta troppo grande. Eppure la Merkel ha cercato in ogni modo – aiutata anche dalla sua innata capacità diplomatica – di ottenere quel minimo grado di condivisione che permette di arrivare ad un compromesso. Anche a scapito dell’efficacia delle decisioni prese. Difatti, così è stato, e traspare in un modo o nell’altro nel communiqué finale.
Riguardo al cambiamento climatico, vero e proprio pomo della discordia e tema fondamentale della conferenza, i paesi del G20 si sono limitati a “prendere atto” della decisione statunitense di abbandonare l’Accordo di Parigi, ma allo stesso tempo hanno sancito che esso è – e resta – “irreversibile” per le altre parti contraenti. Se l’UE, Germania e Francia in testa, riusciranno a legare la Cina (principale paese inquinatore al mondo) e l’India agli impegni presi nella capitale francese, come pare avverrà, e considerando anche che molti singoli Stati degli Stati Uniti hanno già detto che si impegneranno per rispettare l’accordo, la decisione trumpiana non sortirà il tanto paventato effetto di rendere de facto inefficace il trattato. Peraltro, va segnalato che – mai come in questa occasione e su questo tema – si è verificata una notevole frattura tra i paesi mondiali, e specialmente tra i paesi del G7 e gli USA. Alcuni commentatori hanno già coniato l’espressione “G19 +1” per sintetizzare l’isolamento dell’America di Donald Trump sul tema, ma forse sarebbe più corretto parlare di un “G6 +1”. Infatti, di certo nell’ambito del G7 la frattura è nettissima, mentre in ambito G20 alcuni paesi potrebbero pur sempre scegliere di schierarsi dalla parte degli USA (ad esempio Arabia Saudita, o Turchia).
Allo stesso modo, parlando di commercio internazionale – un altro tema avvelenato – si è consumata un’altra frattura silenziosa nello scontro tra i fautori del protezionismo e quelli del libero commercio. Così, quantunque nel comunicato finale si scriva che il commercio internazionale va stimolato, in qualità di volano della crescita mondiale, si aggiunge anche che contro le pratiche commerciali scorrette va riconosciuto un ruolo agli “strumenti di difesa”. Ma quali? E su quali prodotti? Come sempre, l’ambiguità dell’espressione non è un buon segno, perché indica che i diretti interessati che hanno fatto pressione per inserire questa piccola frase (ovvero gli Stati Uniti) potranno sfruttare tale vaghezza per avere più margine di manovra. Le voci di corridoio indicano l’acciaio europeo come probabile bersaglio di nuovi dazi che Washington sarebbe pronta ad imporre, arrivando anche al 25%. Così, le relazioni transatlantiche verrebbero invelenite anche sotto l’aspetto commerciale, dopo quello del climate change e il già menzionato fallimento del TTIP.
Riguardo al terrorismo poco si è fatto, ma va detto che il G20 non è il luogo privilegiato dove discuterne e prendere decisioni degne di tale nome. Tra i paesi partecipanti non si riesce nemmeno a trovare una definizione comune riguardo a quali soggetti annoverare tra i gruppi “terroristi” e quali no. Per i Turchi sono i Curdi, ma non per gli Occidentali, mentre il legame tra Arabia Saudita e frange estremiste conclamate è stato ampiamente dimostrato, ma tant’è.
Riguardo all’immigrazione e – lato sensu – alla cooperazione allo sviluppo verso l’Africa, pur in assenza di decisioni definitive, va riconosciuto che la Cancelliera si è prodotta in un notevole sforzo in prima persona per promuovere uno schema di patti bilaterali tra i paesi industrializzati e quelli africani, onde stimolare l’afflusso di capitali e sostenere lo sviluppo economico soprattutto dei paesi della fascia centrale del continente africano. Se non altro, questa rappresenta una novità che mai prima d’ora un paese organizzatore del G20 aveva messo in atto. Al contrario, il problema degli sbarchi di migranti sulle coste italiane non è stato affrontato nel forum, ma la discussione – che di sicuro ci sarà stata a livello informale – principalmente tra il nostro paese e gli altri partecipanti ha fatto registrare toni abbastanza diversi da quella solidarietà di facciata che gli altri paesi sembrano fare a gara per mostrarci, appunto solo a parole.
È stata poi la volta del colloquio Trump/Putin. Analizzato in ogni fotogramma e studiato fin nella mimica facciale o nel linguaggio del corpo, i due maschi alfa, come è stato detto, hanno optato in realtà per una sorta di basso profilo durante il summit. Il presidente statunitense, peraltro, appena il giorno prima dell’inizio del G20, a Varsavia, aveva tenuto un discorso dai toni quasi da scontro di civiltà tra l’Occidente ed il resto del mondo, ammonendo la Russia di smettere di interferire negli affari di altri paesi sovrani. D’altronde, la Polonia non è solo uno dei pochi paesi della NATO che rispetti l’impegno del 2% del PIL da destinare alle spese militari – come hanno sempre richiesto gli Americani – ma anche uno di quelli dove la russofobia è più radicata.
Ma, al dunque, tra i due uomini forti ha prevalso la sintonia o il presunto sforzo per trovare un’intesa (e – chi può dirlo – forse qualcosa di altro?). Tuttavia, l’Ucraina è argomento poco importante per l’America (mentre vale l’opposto per Putin) perché si possa giungere ad una soluzione che non sia il congelamento dello status quo. In modo analogo si è arrivati ad un nulla di fatto sulla Corea del Nord, stante la volontà della Cina di gestire un suo alleato come il regime di Pyongyang che – seppur pericoloso – fa comunque parte di quello che Pechino considera il giardino di casa sua, dove quindi non tollera ingerenze, neppure dagli Stati Uniti. Il principale risultato è stato dunque sulla Siria: un cessate il fuoco nella zona sud-occidentale del paese, che si aggiunge ad altre quattro zone di de-escalation già negoziate in altra sede. Non è un granché, ma probabilmente si voleva dimostrare che il conflitto siriano potrà essere risolto unicamente da un accordo russo-statunitense, cosa che è vera solo in parte, perché in gioco ci sono molti altri attori, dall’Iran alla Turchia, dall’ISIS ad Assad.
In fin dei conti, cosa resta del vertice di Amburgo? Senza alcun dubbio rimarrà la frattura, abbastanza profonda finora, che si è venuta a creare tra gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali. Se aumenterà o meno in futuro dipenderà dalle scelte di Trump. Gli Europei, tuttavia, sembrano aver ormai capito che devono prepararsi a tempi duri. A voler guardare il lato positivo, questo potrebbe essere lo stimolo tanto agognato per far sì che il Vecchio Continente raggiunga finalmente una maggiore unità politica. In ogni caso, l’UE dovrà iniziare a giocare quel ruolo da player mondiale che si addice al suo peso economico e demografico. O altri faranno al posto suo… Nella geopolitica esiste infatti una legge ferrea, l’horror vacui, ed è curioso che soprattutto i sostenitori della distensione Putin-Trump (piuttosto che Russia-USA) non considerino quest’ultimo aspetto.
Riguardo a quest’ultimo punto, infatti, come ha detto efficacemente Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, non si sono mai visti nella storia «due leader così amichevoli a capo di due paesi con interessi così opposti». È quindi incredibile che lo stesso Trump, pur considerando il mondo un insieme di relazioni a somma zero, dove c’è chi vince e chi perde senza che si possano dare possibilità di mutua collaborazione per una vittoria condivisa, non applichi tale struttura di pensiero alle stesse relazioni russo-statunitensi. Qui, invece, si ritiene che l’America possa collaborare proficuamente con la Russia, in vista di non si sa bene quale fine. O meglio, per Mosca l’obiettivo risulta chiaro: uscire dall’isolamento geopolitico a cui il paese (giustamente) era stato relegato dopo l’illecito internazionale dell’annessione della Crimea. Tuttavia, ad esempio proprio sulla Siria, dove in più di ogni altro caso – si dice – dovrebbero vedersi i frutti di questa tanto declamata collaborazione, si osserva da più parti che Mosca ha vinto, ma cosa ne hanno ottenuto gli Stati Uniti oltre ad un loro disimpegno dalla regione con tutte le conseguenze del caso? Nella politica internazionale, come dicevo sopra, se lasci un vuoto altri lo riempiranno.
In conclusione, forse il vero aspetto di quest’ultimo G20 che bisognerà ricordare è legato ad un’altra celebre definizione, sempre di Ian Bremmer, che indica quale sarà il futuro a cui ci avviciniamo: un «G-Zero», un mondo confuso poiché privo di quei centri di potere capaci di dar forma alle relazioni internazionali in modo sistemico. Nella seconda parte del secolo scorso sono stati gli Stati Uniti a plasmare il nostro mondo, ma adesso assistiamo ad «un’America unilateralista, una Gran Bretagna che si ritrae, una Francia che si sta ancora riprendendo, una Russia revisionista e una Cina che ancora non è potenza dominante» (The Economist online, 7 luglio). A nulla servono questi consessi di leader politici, perché il mondo ormai è diventato tutto una grande incognita, e i processi sfuggono al potere che vorrebbe controllarli, di qualunque natura esso sia.
Tutto ciò è esemplificato proprio dalla stessa Germania merkeliana: una potenza commerciale, aperta e multiculturale, legata a doppio filo alla globalizzazione e che da essa trae la propria forza ed in essa prospera. Ciò nondimeno, essa è incapace di governarla da sola, debole sotto il profilo del potere militare a causa delle cicatrici del suo recente passato, disperatamente bisognosa di alleanze e diplomazia. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 6 luglio, la Cancelliera aveva detto che il vertice di Amburgo, il «suo G20», avrebbe dovuto rifondare «un ordine globale giusto». C’è da chiedersi se questo non sia un compito irrealizzabile, non tanto per la Germania quanto per la nostra epoca tout court. Forse dobbiamo sperare che si inventino altri nodi, per resistere alle tensioni future, perché pare che quelli vecchi – incluso il nodo piano – siano pericolosamente vicini al punto di rottura. E si sa, non si può andare per mare senza nodi che tengano.

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron: programmi e criticità

Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron: programmi e criticità

di Giuseppe Baiocchi 20/07/ 2017

Che l’aria era mutata nel paese di lingua francese, gli addetti ai lavori lo avevano compreso nei primi attimi della brillante vittoria di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron all’Eliseo. Il leader di “En Marche” (in marcia) – definito dallo stesso Macron “né di destra né di sinistra” -, è stato eletto presidente della Repubblica in Francia domenica 7 maggio del 2017.  Ma chi è Macron? Coinvolto proprio nel mese di luglio nelle “poco eleganti” dimissioni del generale Pierre Le Jolis de Villiers Saintignon? 
Il nuovo politico transalpino si diploma all’Institut d’études politiques (Iep), presso l’Ecole nationale d’administration (l’ente che rappresenta l’inizio della formazione politica in Francia). Dopo la laurea in filosofia, conseguita nel 2004, la sua carriera inizia nell’amministrazione statale come vice-ispettore alle Finanze e nel 2008 entra a far parte della Commissione Jacques Attali, una sorta di think tank voluto dall’allora presidente di destra Nicolas Sarkozy, con l’obiettivo di individuare strategie utili a rilanciare la crescita economica del paese. Una volta esaurito l’incarico, Emmanuel Macron cambia strada e accetta un posto nell’alta finanza. Entra così in Banque Rothschild, della quale diventa in breve un alto dirigente, concludendo nel 2012, un accordo da nove miliardi di euro tra la Nestlé e il gruppo Pfizer, rimasto negli annali della banca d’affari: come ricorda il quotidiano Le Monde, “il soprannome di ‘banchiere di Rothschild’ non lo abbandonerà più”.
Anche per via degli stipendi galattici intascati nel corso dell’esperienza nella finanza: 2,4 milioni in soli 18 mesi, secondo le informazioni riferite dalla tv Bfm.

Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron (Amiens, 21 dicembre 1977) è un funzionario e politico francese che ha ricoperto la carica di ministro dell’economia, dell’industria e del digitale dal 2014 al 2016, nel secondo governo Valls. Il 7 maggio 2017 viene eletto Presidente della Repubblica francese, ruolo che ha assunto il successivo 14 maggio, subentrando a François Hollande.

Per chi ha poca dimestichezza con il sistema politico francese, questo possiede una repubblica semi-presidenziale. La Costituzione della “Quinta repubblica” dichiara come il paese sia “una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale“. La Costituzione prevede la separazione dei poteri e proclama il legame della Francia ai diritti dell’uomo e ai principi di sovranità nazionale come definiti dalla Dichiarazione del 1789.

L’installazione di Macron, avviene in un contesto dove le istituzioni francesi seguono il principio classico della separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Il presidente è in parte responsabile della gestione del potere esecutivo, ma dirigere l’attività di governo il primo ministro. Sebbene quest’ultimo sia di nomina presidenziale, deve ricevere la fiducia dall’Assemblea nazionale, ossia la camera bassa del Parlamento. Il primo ministro è quindi espresso dalla maggioranza all’Assemblea nazionale, che non necessariamente appartiene al medesimo schieramento politico del presidente. In Francia il Parlamento è composto dall’Assemblea nazionale e dal Senato: il primo approva le leggi e il bilancio dello Stato, controllando l’operato del potere esecutivo attraverso interrogazioni e costituendo commissioni d’inchiesta (il controllo sulla costituzionalità delle leggi è devoluto al Consiglio costituzionale, i cui membri sono nominati dal presidente della Repubblica e da quelli di Assemblea nazionale e Senato). Fanno parte del Conseil anche gli ex presidenti della Repubblica. Il potere giudiziario si divide tra la giurisdizione ordinaria (che cura i casi civili e penali) e quella amministrativa (che giudica i ricorsi contro i provvedimenti amministrativi). L’ultima istanza della giurisdizione ordinaria è la Corte di cassazione, mentre la suprema corte amministrativa è il Consiglio di Stato. Esistono diverse agenzie indipendenti, come organismi che svolgono attività di controllo contro gli abusi di potere. La Francia è uno Stato unitario, ma gli enti locali (régions, départements e communes) hanno diverse attribuzioni, il cui esercizio è tutelato dalle ingerenze del governo centrale.
Questa brevissima descrizione dell’apparato statale è fondamentale per capire le funzioni di Emmanuel Macron all’Eliseo e le promesse effettuate in campagna elettorale. Se si pone la lente d’ingrandimento sulla sanità e istruzione il leader di “En Marche!”, ha in mente il rimborso al 100% delle spese per occhiali, apparecchi dentali e auditivi da qui al 2022. Un piano da 5 miliardi che prevede anche il raddoppiamento delle case di cura sul territorio, per sopperire al fenomeno dei “deserti medici”. Per quel che riguarda l’istruzione, Macron vuole riformare la scuola investendo di più sulle periferie e pagando meglio gli insegnanti. Promette la creazione da 4.000 a 5.000 cattedre e di ristabilire le classi bi-lingue. Per la cultura invece propone un assegno da 500 euro per gli under 18, finanziati dallo Stato e dalle grandi multinazionali.
Sul tema dell’etica – molto caro ai francesi – il trentanovenne presidente della Repubblica crede che non esista un unico modello che rappresenti la famiglia “reale”. In campagna elettorale asserisce: «Le famiglie sono sempre più diverse: è necessario riconoscere e permettere a tutti di vivere le responsabilità dei genitori». Per questo spiega che difenderà il matrimonio per tutti, che si batterà contro l’omofobia quotidiana, in particolare nei luoghi di lavoro, moltiplicando le operazioni di controllo a campione (“test”) e individuando le società offensive in tal senso (“name and shame”). Macron promette di garantire la partecipazione della Francia ad un’iniziativa internazionale per la lotta contro il traffico e la mercificazione delle donne coinvolte dal fenomeno della surrogazione di maternità nel mondo. Il leader centrista vuole, inoltre, concedere il riconoscimento giuridico ai figli nati da maternità surrogata all’estero.
Macron nel 2007, è sposato con Brigitte Trogneux, (nata ad Amiens il 13 aprile 1953 e sua ex-insegnante di lettere e latino al liceo di Amiens) con cui aveva intrecciato una relazione a sedici anni. Brigitte è diventata sua moglie dopo aver divorziato dal precedente marito (2006), il banchiere André Louis Auzière, dal quale aveva avuto tre figli, ed è nonna di sette nipoti. Dunque l’ex banchiere Macron ha dato nel suo programma politico molto rilievo all’essere femminile.
Per il leader francese si tratta di una lotta culturale e interessa tutti i settori della vita. L’ex ministro del governo Valls, si pone come primo obiettivo quello di aiutare le donne a conciliare vita familiare e vita professionale attraverso, ad esempio, la creazione di un unico congedo di maternità garantita per tutte le donne indipendentemente dal loro status. Il candidato di “En Marche!” rivendica il diritto per le donne di poter vivere del loro lavoro e propone di accelerare la parità professionale e salariale nelle grandi aziende.
Altro tema scottante è quello dell’immigrazione, correlata al terrorismo in Francia: Macron ha promesso di occuparsi delle richieste di asilo nei primi sei mesi della sua presidenza e crede che la Francia debba essere un luogo dove i rifugiati sono i benvenuti. È contrario a chiudere i confini, ma afferma che occorre essere più severi con i controlli sull’immigrazione, non approfondendo come intervenire. Il francese ha elogiato il ruolo della cancelliera tedesca Angela Merkel nella crisi dei migranti e crede che la Francia dovrebbe fare di più. Vuole lavorare a stretto contatto con l’Europa per risolvere il problema e non vuole affatto rifuggire simili discussioni
«In tema di sicurezza, efficienza deve essere la parola d’ordine (…) dobbiamo disporre di leggi e servizi di intelligence che conducano una lotta efficace contro il terrorismo (…) dobbiamo anche essere efficaci contro la criminalità in tutte le sue forme. Il crimine affligge la vita quotidiana di coloro che lo subiscono. Solo un modello di polizia rinnovata, presente sul campo e ovunque sul territorio, ridurrà il crimine e migliorerà i rapporti con i cittadini», ha affermato in una recente intervista. 
 
Macron ha dichiarato come l’ecologismo sia una dei tre perni su cui poggia il suo movimento, assieme alla cultura social-democratica e quella liberale. L’ambizione del giovane candidato è rendere la Francia un leader mondiale nella ricerca in materia di transizione ecologica: intende quindi rispettare i trattati di Parigi, eliminando le centrali a carbone entro cinque anni e impedendo lo sfruttamento di nuove fonti energetiche da idrocarburi. Di contro prevede di raddoppiare la potenza ricavata da fonti rinnovabili in un quinquennio, anche grazie al piano di investimento da 50 miliardi di euro. Il candidato francese ha inoltre dichiarato guerra ai pesticidi e vuole promuovere l’acquisto di automobili a basse emissioni, grazie ad un bonus all’acquisto di 1000 euro.
Sicuramente il suo primo scivolone politico è arrivato dal settore militare: la “Grande Muette” ha detto una parola di troppo. L’armata francese è “muta” dal 1848, quando venne introdotto il suffragio universale maschile, con l’eccezione dei militari: fu negata loro l’espressione nelle urne per non sguarnire la difesa della nazione. Nel 1945 il generale De Gaulle attribuì anche ai soldati il diritto di voto, ma il soprannome è rimasto. I militari sono chiamati a obbedire, in silenzio, al potere politico. Il generale Pierre de Villiers, molto stimato dai francesi come capo di Stato Maggiore delle forze armate transalpine, protestava da mesi contro i tagli al budget della Difesa e ha pronunciato una frase di troppo.
Il 19/07/2017 ha presentato le dimissioni, le quali sono state subito accettate. Davanti ai deputati della commissione di Difesa, mercoledì scorso De Villiers ha spiegato che gli 850 milioni di risparmi (secondo altri calcoli un miliardo) non avrebbero permesso alle forze armate di svolgere le crescenti missioni alle quali sono chiamate. “Non mi farò ingannare”, ha apostrofato il Capo di Stato Maggiore francese. L’udienza è avvenuta a porte chiuse, ma lo sfogo del generale è arrivato al Presidente Macron, il quale alla vigilia della parata militare del 14 luglio, ha tenuto al ministero della difesa un discorso durissimo rivolto ai vertici militari: “Non è dignitoso portare certi dibattiti sulla piazza pubblica” ha asserito stizzito il leader di “En Marche!” – e continuando conclude – “Non ho bisogno di alcun commento. Sono il vostro capo”.

Domenica 16 luglio Macron insiste nuovamente: “Se qualcosa oppone il capo di Stato Maggiore al presidente della Repubblica, il capo di Stato Maggiore cambia”. Così a 61 anni Pierre de Villiers – da 43 anni nell’esercito e dal 2014 massima autorità militare del Paese – si è dimesso sostenendo di non essere più in grado di “garantire la protezione della Francia e dei francesi”.

Infatti i militari di uno degli eserciti più importanti del vecchio continente, sono chiamati già da troppo tempo a “fare uno sforzo” cioè a risparmiare, proprio quando sono in prima linea in patria, con l’operazione “Sentinelle” di protezione dal terrorismo, e all’estero con le missioni nel Sahel e in Siria e Iraq. Attualmente le forze armate francesi sono al 130% del loro utilizzo, per riprendere il dimissionario De Villiers che lamentava anche l’equipaggiamento troppo vecchio dei soldati che dovevano “come Démerde” letteralmente “arraggiarsi”. Al suo posto è stato nominato il 54enne François Lecointre, l’eroe di Sarajevo contro i Serbi nel 1995.

Pierre Le Jolis de Villiers Saintignon (Boulogne, 26 luglio 1956) è un militare francese, generale capo di Stato Maggiore dell’esercito francese dal 15 febbraio 2014 al 19 luglio 2017.

Un evento che certamente stride con i primi propositi del nuovo presidente, il quale in campagna elettorale aveva proposto un aumento del budget dedicato alla Difesa pari al 2% del PIL (che è tra l’altro l’obiettivo NATO), e di riformare lo stato maggiore, rendendolo direttamente dipendente al consiglio di difesa, una sorta di consiglio dei ministri ristretto con la partecipazione del Presidente della Repubblica.
Sul tema della sicurezza, Macron vuole creare 10.000 posti di lavoro in più nella polizia, ripristinando la figura del poliziotto di quartiere “police de sécurité quotidienne” che era stata soppressa da Nicolas Sarkozy. Non è invece prevista una riforma del sistema giudiziario, ma la creazione di 15.000 posti in più per i detenuti nelle carceri di tutto il Paese. Il tema del carcere sembra – data la minaccia terroristica – essere molto rilevante per Macron, che vuole aumentare i posti disponibili nelle carceri francesi: 15.000 in più durante i 5 anni di presidenza, cioè un quarto più degli attuali per poter garantire che almeno l’80% dei detenuti sia in una cella individuale. Inoltre è prevista la creazione di centri penitenziari esclusivi per i foreign fighters. Questa proposta viene fatta, probabilmente, alla luce della capacità dei fondamentalisti di reclutare in carcere, un problema comune nel sistema penitenziario francese che preoccupa abbastanza l’intelligence transalpina. Riguardo proprio la lotta al terrorismo, Macron ritiene indispensabile potenziare i servizi di intelligence: proponendo la creazione di un’unità speciale permanente anti-Isis, comporta da 50-100 agenti, che coinvolga i servizi segreti principali, sotto la supervisione del Presidente della Repubblica. «Creeremo uno staff permanente che pianifichi le operazioni di sicurezza interna e che si combinerà ai servizi e al personale dei Ministeri dell’Interno e della Difesa, e vedrà in alcuni casi la partecipazione dei Ministeri dei Trasporti, Salute e Industria».
Il banchiere prodigio di Banque Rothschild, riuscirà a migliorare il paese? Domanda di difficile risposta: attendiamo gli esiti.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

La crisi della politica e le porte del caos

La crisi della politica e le porte del caos

di Federico Nicolaci del 08/05/2017

L’epoca che permea l’attuale società ha da tempo smarrito il significato di un termine lungamente sviscerato: quello della politica. Se attuiamo un’attenta analisi, possiamo iniziare con l’affermare che “Respolitica” è il calco latino del greco “ta politikà”, che letteralmente significa “le cose che attengono alla polis (città)”. La politica è essenzialmente l’ambito in cui ne va del governo della città.
Ma come ci insegnano i padri della politica occidentale – i greci, naturalmente -, governare la polis è la tecnica più alta, più difficile e più delicata in cui possa declinarsi il fare dell’uomo – quella in cui molto si decide del suo destino: la prosperità o la miseria, la cultura o l’ignoranza, la libertà o la schiavitù, la felicità o l’infelicità di popoli interi o, più precisamente, di quelle comunità di uomini che, variamente organizzate nel corso dei secoli, corrispondono oggi alle nazioni, più o meno unite, del mondo.
La politica è così la suprema delle arti. Essa definisce infatti il perimetro, l’orizzonte e il contesto immediato in cui si dispiega e si svolge il vivere degli uomini.
Per questo è stata definita, sempre dagli antichi, come “arte regia”: chi governa è colui che guida per l’alto mare aperto della storia quel vascello che è la Città, la comunità, lo Stato. Immensa è la responsabilità del compito, e grande dovrebbe essere la saggezza del nocchiere: a differenza di quanto avviene nelle altre arti, infatti, colui al quale la tecnica politica si rivolge e risponde non è soltanto il singolo individuo, ma la comunità, presente e futura, in quanto tale.
Questa consapevolezza, che ci riporta alla vertigine della politica in grande stile, è tuttavia proprio ciò che sembra essere venuto progressivamente a mancare all’azione e alla riflessione politica negli ultimi decenni.
Si è smarrita o dimenticata la res – la “cosa” e insieme la “causa” (die Sache, per dirla con Weber) – che dovrebbe animare l’agire di chi si dedica alle “questioni politiche”. Si è perso di vista il senso più intimo del governare come ambito delle decisioni che riguardano il bene degli uomini che abitano lo spazio della polis.
Soprattutto, la politica stessa sembra aver rinunciato, in un folle gesto di auto-rinuncia, alla convinzione di poter e dover mantenere il comando della Nave, affidando ad altri – spesso espressione d’interessi particolari ed estemporanei – il compito di determinare la Rotta.
L’azione politica ha così perso unitarietà e coerenza, oltre che lucidità e lungimiranza, disarticolandosi e disperdendosi in miriadi di unità decisionali acefale e autoreferenziali, ognuna delle quali invoca – di volta in volta – l’assolutezza e la necessità del proprio punto di vista particolare (idiotès) spacciandolo per universale, spesso avendo i mezzi e le risorse per farlo con successo.
La storia degli ultimi trent’anni è tutta racchiusa in questa evaporazione della politica. Il risultato è stato catastrofico: un’azione politica senza strategia né memoria, un’interpretazione settoriale degli eventi, una miopia tecnicistica diventata suprema forma di saggezza, la rimozione e la dimenticanza del senso supremo dell’azione politica – il benessere della collettività – hanno riaperto le porte della Città alla figure inquietanti del disordine, della miseria e del conflitto. Eppure non siamo reduci dalle distruzioni di alcuna guerra (almeno in questa parte del mondo), né di qualche cataclisma naturale. Il presente che viviamo e che attraversiamo è l’immagine più impietosa del fallimento della politica degli ultimi trent’anni.
Da questa palude possiamo e dobbiamo uscire con uno sforzo collettivo. L’idea da cui nasce questa iniziativa editoriale, ad opera di un gruppo di trentenni, è quella di contribuire al faticoso quanto indispensabile compito di recuperare un’interpretazione coerente degli eventi e una visione più profonda della decisione politica.
Per questo abbiamo voluto chiamare questo spazio di analisi e riflessione Respolitica. La politica, infatti, non è solo la “cosa pubblica” (res publica), come forse in modo troppo semplicistico si suole ricordare, ma anche ed essenzialmente l’arte di (saper) condurre, che poi è l’etimo del greco kubernao, da cui l’italiano governo, l’inglese govern, il francese gouvernement…
Per sapere in quale direzione è meglio dirigere la Nave, occorre tuttavia capire dove siamo e come ci siamo arrivati, anche a costo di mettere radicalmente in discussione le nostre certezze e le nostre “idee politiche”: ovvero quei dogmi consolidati e quelle verità di comodo con cui abbiamo convissuto per anni senza troppo attardarci sul problema della loro effettiva consistenza.
Ecco perché a nostro avviso è assolutamente necessario recuperare una “prospettiva politica” su tutte le grandi questioni del nostro presente: dalla crisi dell’euro ai fenomeni migratori; dal futuro dell’integrazione europea alla definizione delle direttrici fondamentali della politica estera; dalle questioni monetarie ai problemi connessi ai processi di globalizzazione e di mobilità dei fattori produttivi.
Una prospettiva, questa, che sappia rimettere al centro dell’azione politica il benessere della comunità, e non parametri tecno-metafisici imposti da incomprensibili “vincoli esterni” in nome di altrettanti vuoti e, come la storia recente si è purtroppo incaricata di dimostrare, fallimentari dogmi politici, forzosamente applicati anche a costo di sacrificare interi popoli sull’altare di una presunta “necessità storica”. Per riformare la politica occorre, prima di tutto, ripensare a fondo il senso dell’azione politica – e si tratta di un esercizio che non può essere più rimandato, se non aggravando le già spaventose contraddizioni e difficoltà.
Questa intenzione definisce la linea editoriale di Respolitica: una linea che, è bene precisarlo, non si accoda ad alcun partito né corrente politica, anche se naturalmente rivendica una visione politica, precisa e coerente: una prospettiva che, in ultima istanza, trova nel tanto vituperato – e altrettanto frainteso – concetto di interesse nazionale il fuoco prospettico delle sue analisi e dei suoi contributi.
Perché interesse nazionale?”, si chiederà interdetto e forse infastidito più di un lettore. Perché interesse nazionale non è sinonimo di quel “sano egoismo” invocato nel 1915 da Salandra – una forma di opportunismo politico e dilettantistica improvvisazione che tanti danni ha arrecato alla credibilità della nostra azione diplomatica e all’immagine stessa dell’Italia -, quanto piuttosto la traduzione moderna di un concetto vecchio quanto la politica: l’idea, cioè, che governare sia lo sforzo che una comunità di uomini compie (in modo possibilmente collettivo e democratico) per giungere a deliberare nel modo più corretto intorno a ciò che è meglio per il benessere della comunità stessa, tenendo presente il contesto concreto delle relazioni storiche con le altre comunità politiche e il bene fondamentale del sistema internazionale.
Questo fa il “politico”. Tutto il resto, ancorché chiamato in senso lato politica, è catastrofica ignoranza o bieco interesse particolare, che come tale cade fuori dall’ambito del governare nel senso più alto del termine. Certo, per i sacerdoti del “liberalismo” – il piccone ideologico con cui è stato screditato pezzo dopo pezzo il concetto stesso di politica – ogni platea è buona per inneggiare alla “de-politicizzazione” come panacea di tutti i mali, accusando di “nazionalismo” (quando non di fascismo) chiunque osi timidamente ricordare che la politica è per definizione quella praxis in virtù della quale una comunità di uomini ha cura del proprio destino. È vero, l’eccesso di politica, la totale politicizzazione, soffoca le società e le conduce nel baratro del totalitarismo: questo è fuori causa. Ma è sorprendente come gli apologeti del tramonto della politica omettano di aggiungere, probabilmente per ignoranza, quello che i filosofi occidentali vanno spiegando da almeno due millenni, ovvero che senza politica e autentico governo dei fenomeni non c’è libertà, ma solo anarchia, caos e miseria.

 

Note:
_Su gentile concessione del giornale culturale “Respolitica”.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading

L’immigrazione palestinese. Una sfida per l’identità europea

L’immigrazione palestinese. Una sfida per l’identità europea

di Luca Steinmann del 05/05/2017

Quale futuro si prospetta per i giovani palestinesi dei campi profughi? Di fronte alla guerra, allo sradicamento e all’assenza di una patria a molti non resta altro che l’opzione migratoria. A partire dal 2015, infatti, sono tantissimi i ragazzi che hanno approfittato dell’apertura delle frontiere garantita da Angela Merkel per attraversare il Mediterraneo e stabilirsi in Europa. Quasi ogni famiglia di palestinesi dei campi profughi della Siria e del Libano ha almeno un proprio figlio che oggi vive nel vecchio continente.

E’ il caso della famiglia di Leena, ragazza di 20 anni palestinese nata e crescita nel campo profughi di Yarmouk, a Damasco, in Siria. Dopo che parte di Yarmouk è caduta sotto il controllo dell’Isis diventando conseguentemente obiettivo dei bombardamenti del regime siriano, la sua famiglia è fuggita in Libano. Suo fratello, poi, ha deciso di non fermarsi e di continuare il proprio viaggio fino in Germania, dove oggi vive in un campo profughi di Berlino insieme a tanti suoi connazionali. La storia della famiglia di Leena è la stessa di quella di milioni di altri siriani-palestinesi. Oggi il Libano ospita circa un milione di profughi provenienti dalla Siria, oltre al milione di palestinesi già precedentemente presenti sul territorio e a un terzo milione di esuli provenienti prevalentemente da Iraq (400mila), Eritrea e Somalia (200mila), Bangladesh, Afghanistan e Filippine.

Molti dei palestinesi in fuga dalla Siria non si fermano in Libano, ma continuano il viaggio verso l’Europa. Il motivo? Innanzitutto le conflittualità in corso all’interno di alcuni loro campi profughi. Ma anche le difficili condizioni di segregazione e abbandono che questo popolo vive nel Paese dei Cedri ormai da decenni. A raccontalo è Samaa Abu Sharar, giornalista e ricercatrice palestinese-libanese di base a Beirut e animatrice della fondazione Majed Abu Sharar.

I palestinesi del Libano sono apolidi” spiega “non hanno nazionalità ma solo un documento che attesta che sono dei rifugiati”. Lo Stato del Libano, però, non ha mai voluto concedere la nazionalità a queste persone a causa soprattutto della conflittualità interna al mondo musulmano. La concessione della cittadinanza ai palestinesi, popolazione prevalentemente sunnita, genererebbe infatti uno squilibrio demografico all’interno di un Paese fragilmente diviso tra sciiti e sunniti e in cui gli equilibri tra le parti sono molto precari. Non essendo titolari della nazionalità libanese ai palestinesi è preclusa ogni forma di partecipazione politica, di impiego, di istruzione e di sanità pubblica. Le scuole, gli ospedali e ogni forma di welfare all’interno dei campi sono garantiti dalle Nazioni Unite, che non sono però mai riuscite a promuovere una vera forma di integrazione della comunità palestinese nella società libanese.

Ai giovani sono vietate le professioni specializzate e intellettuali, per esempio quella giornalistica. E’ per questo che spinge la gran parte di loro a vivere nell’eterna opzione migratoria. “I giovani palestinesi non hanno generalmente un’idea precisa dell’Europa” continua Samaa Abu Sharar “l’emigrazione rappresenta per loro soprattutto un mezzo per ottenere condizioni migliori di quelle che hanno in Libano, dove altrimenti resterebbero”.

E’ proprio per garantire loro condizioni migliori che Samaa organizza corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi. “Il nostro obiettivo è quello di dare ai giovani una formazione nel campo mediatico che altrimenti non avrebbero perché possano informarsi e scrivere autonomamente e diventare padroni del proprio destino”. L’obiettivo della sua fondazione, infatti, non è quello di incentivare i palestinesi alla fuga verso l’Europa, ma di fornire loro gli strumenti perché possano avere successo anche sul territorio in cui sono nati. Un messaggio, questo, di grande attualità per tutta l’Europa. I massicci flussi migratori, infatti, stanno incidendo profondamente sulle società in cui sono diretti e causando forti squilibri politici. Che, col tempo, potrebbero aumentare. E’ cosa poco nota, per esempio, che tra le centinaia di migliaia di siriani entrai in Germania negli ultimi anni ci sono anche tantissimi palestinesi, registrati dalle autorità tedesche come siriani proprio perché molti di loro sono effettivamente nati e cresciuti in Siria. Una presenza palestinese così massiccia in Germania potrebbe influenzare profondamente tutta l’Europa. La Germania è infatti il Paese leader nel processo di formazione di un’identità europea condivisa. Tale Paese è, per ovvi motivi storici, molto vicino alla sensibilità ebraica e fonda la propria identità nazionale anche e soprattutto sui rapporti con lo Stato d’Israele.

La presa di coscienza dell’ingresso in terra tedesca di così tanti palestinesi, persone visceralmente avverse a Israele, potrebbe portare a un profondo dibattito e a forti accuse di chi ha permesso l’affermazione di questa presenza, cioè Angela Merkel e il suo governo. E con loro anche tutto il processo di integrazione europea. La mancata risoluzione del conflitto arabo-israeliano e la destabilizzazione del Medio Oriente sono dunque questioni che riguardano direttamente tutta l’Europa, perché sono uno dei più forti motori dei flussi migratori.

 

Note:
_Su gentile concessione del quotidiano svizzero “Il Corriere del Ticino” pubblichiamo questo reportage andato in stampa nel febbraio del 2017, scritto da Luca Steinmann: corrispondente in Italia del Corriere del Ticino e reporter reduce di un recente viaggio in Libano, dove ha tenuto una serie di corsi di giornalismo all’interno dei campi profughi palestinesi.

 

© L’altro – Das Andere – Riproduzione riservata

Continue reading